> “Kama carezzava il suo arco e le sue cinque frecce-fiore. Bastava sfiorare la
> corda di quell’arma e subito si era avvolti da un ronzio di api. «Prima di
> tutto» pensò «occorre la primavera». Guardò Rati, la sua amata, che lo seguiva
> ovunque, come Piacere segue Desiderio, e le fece un cenno d’intesa. Quella
> primavera cominciò fuori tempo. Accerchiò e invase la montagna dove Śiva
> sedeva, immobile. Si insinuò nella Foresta dei Cedri, dove i rși praticavano
> il tapas. La avvertirono come una pena sottile e insostenibile. Assistevano
> allo sgretolarsi della loro fermezza. Perseverarono, tenaci, segretamente
> fiaccati. Intorno a Shiva, il bianco toro Nandin sollevò appena la testa. E i
> Gana, i Geni che lo circondavano come in un accampamento di zingari, fiutavano
> l’aria, curiosi”.
>
> (R. Calasso, Ka, Adelphi, 1996, p.124)
Il desiderio è ciò che irrompe senza preavviso o, quando avvisa, lo fa con il
linguaggio contorto del sogno. Tale è la velocità con cui si presenta e ci
scuote che pare un saettare di freccia, imprevedibile come l’attimo stesso in
cui si stacca un fiore dal ramo. La sua stagione giunge irrimediabilmente “fuori
tempo”, per quanto si possa essere tenaci e accorti, la sua comparsa incrina
l’ordine e apre brecce.
Quando Frank Wedekind scrive nel 1891 Frühlings Erwachen. Eine
Kindertragödie (Risveglio di primavera. Una tragedia di adolescenti; ora:
Adelphi, 2026, traduzione di Matteo Iacovella e Laura Ragone) la società
borghese dell’epoca non è pronta ad accoglierne il terremoto perturbante. Il
testo espone senza veli il trauma del risveglio sessuale adolescenziale,
mostrando l’ingresso brutale nel desiderio, là dove innocenza e morte si
sfiorano sotto il peso di un’educazione incapace di nominare il corpo e i suoi
tremori. Il risveglio non coincide con una progressiva acquisizione di sapere:
è, al contrario, il crollo di ogni certezza. Wendla, Melchior, Moritz abitano
quella soglia in cui il corpo si fa opaco a sé stesso e l’Altro cessa di essere
una figura rassicurante per lasciare spazio alle più irriducibili domande. Chi
sono? Chi ho davanti?
Wendla scoprirà cosí il desiderio fino a esserne travolta, Melchior affronterà
la colpa e la perdita, Moritz, schiacciato dall’impossibilità di dar forma a ciò
che lo scuote, sceglierà il suicidio.
> “DR. PROCUSTE … È vero, le finestre sono al terzo piano e sotto abbiamo
> piantato le ortiche. Ma che vuole che importi delle ortiche, a questi
> degenerati. – L’inverno scorso uno di loro è salito sull’abbaino e abbiamo
> avuto la seccatura di dover andare a prenderlo, riportarlo indietro,
> seppellirlo…”
“Ma che vuoi che importi delle ortiche?” Il desiderio non ha nulla del
solletico, del vellichio infantile, non è una lieve irritazione dei sensi, non è
un capriccio epidermico che si lascia distrarre o placare. Il desiderio è uno
schianto contro l’alterità, e l’Altro, nonostante nell’impatto ci sia arrivato
dritto fino all’osso, non ci risponde mai pienamente. È sempre un’assenza, uno
scarto, una non-coincidenza che si fa desiderio proprio perché impossibile da
saturare. (Lacan)
WENDLA. E se te lo chiedo per favore, Melchior?
MELCHIOR. Ti ha dato di volta il cervello?
WENDLA. Non sono mai stata picchiata in vita mia!
MELCHIOR. Ma come puoi chiedermi una cosa simile…!
WENDLA. Per favore – Per favore –
MELCHIOR. Te lo do io per favore! – (La picchia).
WENDLA. Oddio – non sento proprio niente!
MELCHIOR. Non stento a crederci – con tutti i vestiti che hai addosso…
WENDLA. E allora picchiami sulle gambe!
MELCHIOR. Wendla! – (La picchia più forte).
WENDLA. Ah, ma queste sono carezze! – Sono carezze!
MELCHIOR. Aspetta, strega, te lo scaccio io Satana dal corpo!
Getta via il ramoscello e la colpisce con i pugni con una violenza tale da farle
lanciare un grido spaventoso. Lui non se ne cura, anzi si scaglia come una furia
su di lei, mentre grosse lacrime gli solcano le guance. All’improvviso salta su,
si porta le mani alle tempie e, singhiozzando dal più profondo dell’anima, si
precipita nel bosco.
Così Wendla e Melchior non si incontreranno mai davvero: la violenza sorgerà nel
punto esatto in cui le loro opacità dialogheranno o, meglio, proveranno a farlo;
la loro è la prova dell’incapacità di comunicare e abitare quello strappo: le
loro richieste, i loro gesti saranno il tentativo di attraversare quella nebbia
ronzante di pulsazioni, ma ciò che troveranno sarà solamente il reale del corpo
e il dolore.
Lo stesso Freud riconobbe nell’opera una straordinaria intuizione dei conflitti
pulsionali della pubertà prima ancora della piena elaborazione psicoanalitica.
Stessa frattura che Adorno riconobbe nel Siegfried di Wagner.
(Nella massima agitazione egli fissa lo sguardo sulla dormiente)
incanto ardente
mi palpita nel cuore;
ansia infuocata
ferma i miei occhi:
storditi tremano i miei sensi!
(è preso dalla massima angoscia)
Chi chiamo a soccorso,
perché mi aiuti? –
Madre! Madre!
Pensa tu a me! –
Mormora la foresta. Siegfried giunge sulla rupe, attraversa le fiamme e si china
sulla Valchiria addormentata; è il folle esaltato nel Parsifal, l’«eroe
fanciullo», lo «sciocco», che non ha dimenticato la paura destandosi all’Io, ma
che la paura semplicemente «non conosce». Quando scopre gli occhi della donna,
terrorizzato invoca la madre. Come in Wedekind e nei Veda l’Altro irrompe.
> “Kăma decise di agire in quel momento. Scoccò verso Śiva una freccia vana, che
> avrebbe trafitto chiunque altro. Ma Śiva sa troppo del desiderio. Davanti alle
> tre fanciulle impietrite dal terrore, una vampa emanò da Śiva e avvolse Kama.
> Di lui rimase la cenere, mescolata al pulviscolo in un mulinello che presto si
> placò. Retrocedendo in silenzio, pallida, Párvati si ritirò di nuovo nella
> foresta con le due ancelle, mentre si udiva appena il singulto di Rati che
> tentava di raccogliere, come una folle, particelle di cenere sparse nell’erba.
> Voleva una reliquia del suo amante svanito. Si allontanò con le spalle curve,
> stringendo una pezza annodata di stoffa sgargiante, gonfia di cenere. Fiori,
> api, manghi, cuculi: in voi si disperse Desiderio, quando la vampa di Śiva lo
> incenerì. Ora un sapore, un richiamo, un odore, un ronzio avrebbero aperto una
> ferita in chi è lontano da ciò che ama. Numerosi furono feriti, se è vero che
> «quando vede cose di grande bellezza o ode suoni dolci anche un uomo felice
> può essere colto da una appassionata nostalgia.»
>
> (R. Calasso, ivi, p.125)
Accade che dello struggimento non resti altro che cenere ma, come direbbe
Quevedo: serán ceniza, mas tendrá sentido;/ polvo serán, mas polvo
enamorado (saranno cenere ma avranno sentimento; polvere saranno, ma polvere
innamorata).
Tony Vero
Bibliografia:
Wedekind, F. (2026). Risveglio di primavera (M. Iacovella & L. Ragone, Trad.;
con un saggio di J. Franzen). Adelphi.
Calasso, R. (1996). Ka. Adelphi.
Lacan, J. (2013). Altri scritti (A. Di Ciaccia, Ed.). Einaudi.
Estratto libretto Siegfried tratto da
URL= https://www.flaminioonline.it/Guide/Wagner/Wagner-Sigfrido86c-testo.html
*In copertina: Frank Wedekind con la moglie Tilly nel 1910
L'articolo “Risveglio di Primavera” o della nascita del desiderio proviene da
Pangea.
Tag - teatro
C’è un momento, durante La forma del vuoto di Francesco d’Alfonso, in cui si
comprende che il carcere non è più il carcere. Il carcere scenico non coincide
affatto con l’istituzione penitenziaria, con le sue mura, le sue sbarre, le sue
procedure; ma diventa invece la rappresentazione estrema di una condizione già
largamente diffusa nel mondo contemporaneo. Il detenuto, qui, non è l’eccezione
sociale. È l’uomo moderno stesso.
Presentato come progetto legato al Polo Universitario Penitenziario
della Sapienza – al quale sarà destinato il ricavato dello spettacolo – La
forma del vuoto nasce inoltre da un dialogo con L’Università di Rebibbia di
Goliarda Sapienza. Il personaggio femminile conserva, infatti, tracce evidenti
della scrittura e dello sguardo della Sapienza, mentre la figura del ragazzo
costituisce invece una creazione originale di Francesco d’Alfonso. Ed è proprio
in questa frattura tra memoria letteraria e contemporaneità che lo spettacolo
trova la propria tensione più autentica: da una parte una coscienza ancora
capace di interpretare il mondo attraverso il pensiero; dall’altra un individuo
cresciuto dentro il regime dell’immagine e dello sguardo permanente.
D’Alfonso evita intelligentemente quasi tutti gli equivoci del cosiddetto teatro
civile. Non c’è denuncia sociologica, non c’è pedagogia sentimentale, non c’è
l’abituale compiacimento realistico con cui il teatro contemporaneo tenta spesso
di legittimarsi moralmente. Il carcere non viene mostrato: viene pensato. E
proprio per questo riesce a risultare più vero.
La scena è quasi astratta. Nessuna cella ricostruita, nessun naturalismo
carcerario.
Una piattaforma rossa sospesa dentro uno spazio bianco e impersonale; due figure
separate; al centro un percussionista che non accompagna l’azione ma la
scandisce come una specie di meccanismo biologico. È importante che la scena
resti così spoglia, perché il vuoto del titolo non è uno stato psicologico: è
una condizione ontologica. I personaggi non attraversano semplicemente la
prigione; vengono lentamente svuotati di tutte quelle finzioni attraverso cui,
nel mondo esterno, riuscivano ancora a credere di possedere un’identità.
Fin dall’inizio, del resto, la regia chiarisce questo principio con notevole
intelligenza scenica. I due attori non entrano realmente in scena: cominciano
invece a camminare avanti e indietro, parallelamente, sfiorandosi, urtandosi
appena, ripetendo ossessivamente lo stesso tragitto. È una delle immagini più
riuscite dello spettacolo. Prima ancora che il carcere venga nominato, esso
esiste già nella coreografia dei corpi. Quei movimenti apparentemente liberi
rivelano immediatamente la loro natura meccanica e coatta. Tuttavia ciò che
rende quella sequenza veramente memorabile è il rapporto tra il silenzio e il
suono. I due corpi camminano dentro un silenzio quasi insostenibile, un silenzio
che non possiede nulla di pacifico ma che appare invece saturo di tensione
repressa, come se ogni passo fosse sul punto di produrre una frattura
invisibile. In mezzo a questo vuoto sonoro interviene il percussionista
(Francesco Conforti) non come semplice accompagnamento musicale, ma come
presenza organica e minacciosa. Ogni colpo sembra provenire dall’interno stesso
della scena, quasi dal cuore dei personaggi. Il percussionista non commenta
l’angoscia: la produce. Trasforma il ritmo in pressione psicologica, il suono in
una forma di costrizione fisica. Ed è precisamente lì che nasce il disagio dello
spettatore. Non si assiste più semplicemente a una rappresentazione del carcere;
si avverte corporalmente la sensazione della prigionia.
L’angoscia non viene raccontata: viene trasmessa.
Il percussionista, posto al centro, non accompagna dunque il movimento: lo
governa. È il battito cardiaco della scena, il centro nervoso di quell’universo
chiuso. Ogni colpo sembra ricordare che i personaggi non stanno realmente
andando da nessuna parte. Camminano, ma restano immobili. Ed è probabilmente
questa la definizione più esatta della condizione contemporanea che lo
spettacolo tenta di rappresentare.
Da una parte c’è la donna interpretata da Irene Ciani con un rigore asciutto e
magnetico. Colta, riflessiva, continuamente impegnata a interpretare la propria
esperienza attraverso il linguaggio. Il suo dramma consiste precisamente in
questo: credere ancora che il pensiero possa salvare l’individuo dalla
dissoluzione. Ogni esperienza viene analizzata, nominata, quasi immobilizzata
dentro il discorso. Il tempo stesso perde concretezza e diventa una materia
immobile, opaca, priva di sviluppo. Non accade più nulla: il tempo non
accompagna la vita, la consuma.
Ed è proprio attraverso il personaggio femminile che lo spettacolo introduce il
proprio tema più filosofico: quello della libertà. La donna comprende
progressivamente che il carcere non elimina affatto la libertà, ma la rende
visibile. Fuori dal carcere, infatti, gli individui credono di scegliere
continuamente: si muovono, lavorano, desiderano, consumano, parlano. Ma quella
che chiamano libertà coincide spesso soltanto con l’abitudine, con il rito
sociale, con una serie di gesti automatici che non vengono mai realmente
interrogati. Il carcere interrompe improvvisamente questa automatizzazione e
costringe l’individuo a guardare il vuoto che esisteva già prima della
reclusione. La prigione, allora, non crea la dipendenza: la rivela.
Dall’altra parte c’è il ragazzo interpretato da Gabriele Enrico con
un’intensità nervosa e sorprendentemente autentica. Il giovane detenuto non
possiede veramente un’identità autonoma: esiste soltanto attraverso lo sguardo
degli altri. I social network, il corpo, l’esibizione continua di sé hanno
costruito in lui una soggettività puramente riflessa. Ma il carcere modifica
brutalmente la natura dello sguardo. Fuori era approvazione, desiderio,
riconoscimento; dentro diventa controllo, minaccia, paura.
Il punto veramente tragico del personaggio maschile consiste però nel fatto che
egli non possiede più un io separato dall’immagine che produce. La sua identità
coincide interamente con la percezione altrui. Fuori dal carcere questo
meccanismo appariva persino desiderabile: i social network, il desiderio di
piacere, la continua esposizione di sé trasformavano lo sguardo degli altri in
una forma di conferma esistenziale. Ma il carcere altera brutalmente la natura
di quello sguardo. Non c’è più seduzione: resta soltanto il giudizio. E il
personaggio scopre così qualcosa di terribile: chi vive esclusivamente
attraverso l’approvazione degli altri finisce inevitabilmente per diventare
prigioniero dello sguardo altrui.
È significativo che il gesto più autentico del personaggio sia quello di
continuare a scrollare il vuoto anche senza telefono. Quel movimento automatico
del pollice possiede qualcosa di profondamente tragico: mostra un individuo che
continua a cercare immagini perfino quando non esiste più nulla da vedere. È
forse una delle intuizioni più lucide dell’intero spettacolo, perché suggerisce
che persino il nostro modo di percepire il nulla è ormai condizionato dalla
ripetizione meccanica dell’esposizione contemporanea.
Il carcere allora non appare più come privazione della libertà, ma come
rivelazione di una schiavitù precedente. I due personaggi non sembrano uomini
improvvisamente privati della propria autonomia; sembrano piuttosto individui
che non hanno mai veramente posseduto sé stessi. La donna dipende dal
linguaggio; il ragazzo dipende dallo sguardo altrui. Entrambi scoprono
progressivamente che la loro identità era costruita sopra una finzione.
In questo senso, La forma del vuoto è soprattutto uno spettacolo sul fallimento
contemporaneo della soggettività.
Anche il silenzio assume una funzione decisiva. Non è mai pace o sospensione; è
piuttosto un silenzio coatto, artificiale, quasi amministrativo. Anche il suono
assume una funzione decisiva. Il percussionista trasforma il ritmo in una
presenza costante e oppressiva: colpi, echi e vibrazioni ricordano continuamente
ai personaggi la persistenza del corpo dentro uno spazio che lentamente dissolve
l’identità.
Molto efficace è inoltre la scelta di non fare mai incontrare davvero i due
protagonisti. Parlano parallelamente, come se ciascuno fosse rinchiuso non tanto
in una cella materiale quanto nella propria impossibilità di comunicare. E forse
è proprio questa l’intuizione più amara dello spettacolo: la solitudine non
nasce dalle mura del carcere; esiste già prima, nella struttura stessa delle
relazioni contemporanee.
Naturalmente il testo non è privo di squilibri. In alcuni momenti il personaggio
femminile tende a eccedere nella riflessione teorica, e il linguaggio rischia di
diventare più letterario che teatrale. Ma si tratta di un limite quasi
inevitabile in uno spettacolo che sceglie consapevolmente il primato della
parola. Anzi, questa stessa abbondanza verbale finisce per assumere un
significato preciso: mostra il disperato tentativo dell’individuo moderno di
salvarsi attraverso l’interpretazione continua di sé stesso.
Alla fine ciò che resta non è tanto il tema carcerario quanto una domanda assai
più inquietante. Se un uomo riesce a sentirsi reale soltanto quando viene
osservato, riconosciuto, confermato dagli altri, si può ancora parlare di
libertà?
È qui che La forma del vuoto supera definitivamente il teatro di denuncia per
trasformarsi in qualcosa di più raro: una riflessione tragica sul presente.
Perché il vero carcere che lo spettacolo mette in scena non è Rebibbia, né
qualsiasi altra istituzione penitenziaria. È una società che ha sostituito
l’esperienza con l’esposizione, il pensiero con la distrazione, il desiderio con
il bisogno incessante di essere guardati. Per questo La forma del vuoto inquieta
più di molti spettacoli apertamente politici. Perché non denuncia soltanto
un’istituzione penitenziaria. Denuncia una società nella quale gli individui,
pur credendosi liberi, hanno ormai bisogno di essere costantemente guardati per
sentirsi reali.
Ed è forse qui che il monologo finale del ragazzo assume un significato che
supera completamente il carcere: «Ma allora… quand’è che uno è libero?».
È una domanda semplice, quasi ingenua. Ma proprio per questo insopportabile.
Perché nessuno, uscendo dal teatro, possiede davvero una risposta.
Ahmed Marouani
* Il 25 maggio, all’Auditorium della Cappella dell’Università La Sapienza di
Roma, è andato in scena “La forma del vuoto” di Francesco d’Alfonso,
interpretato da Irene Ciani e Gabriele Enrico, con le percussioni dal vivo di
Francesco Conforti
In copertina: Joseph Wright of Derby, The Prisoner, 1787 ca.
L'articolo Che cos’è la libertà? Quando il carcere rivela la nostra vera
schiavitù proviene da Pangea.
Chi l’ha vista in scena, probabilmente, ha misura della parola sortilegio.
Qualcosa – esaltiamo il Ciclope etimologico, diamo al linguaggio filigrana di
Frankenstein – tra la sorte e la legge. Dalla legge – la ‘norma del testo’ messo
in atto – sortisce qualcos’altro. Voce, apparizione, figura, spettro. Dalla
norma, l’anormale.
Disciplina dell’estrema spoliazione, l’attore. Al termine del rito scenico,
resta, a noi spettatori, la carcassa di un’ombra – che ne è dell’attore? Spirato
– cioè: a se stesso risorto.
Clara Galante, insomma – come dicono diversi repertori biografici – è “autrice
protagonista del teatro italiano”. Ha operato con Peter Brook e Luca Ronconi – e
della loro maestria si è invischiata – è stata interprete per Federico Tiezzi,
Marco Bellocchio, Giorgio Albertazzi, Andrea Camilleri, tra i tanti. Di certo,
l’avete vista al cinema o in qualche serie tivù – eccelle nel canto, dote che
l’ha portata a lavorare al fianco di Riccardo Muti, Nicola Piovani, Ennio
Morricone. Tutto questo, però, l’anamnesi di un’attrice di vasto talento, è,
infine, ininfluente. Chi ha conosciuto Clara Galante sa che è una donna legata
all’ora-e-qui – è una donna in ricerca, come direbbe lei, che fa ricerca. Cioè:
creatura in perpetuo mutamento. Donna-crisalide.
Più che altro, Clara Galante si è conficcata, con gioia da ricercatrice,
appunto, da astronoma di anime, nell’esistenza di diverse, inarginabili donne.
Il legame con Marina Cvetaeva, su tutte, intorno a cui realizza un progetto –
andato assai in giro – centrato su Indizi terrestri; poi Etty Hillesum, Medea,
Irene Brin, Karen Blixen… donne infinite, ma anche, di contrasto, donne anonime;
le imperdonabili e le martoriate (mi riferisco a Non sono stata finita, il
“poemetto per corpo e voce contro la violenza sulle donne”).
Ritorno al sortilegio. Sfoglio il ‘Pianigiani’, lo sfido. “Predizione
dell’avvenire per via d’incantamento, o meglio coll’estrazione a sorte di fogli
su cui aveva scritto dei versi il sortilegio”. Il sortilegio: cartiglio – testo;
testo poetico che si scrive da sé – che, recitato, opera incantamento. Tra
benedizione e maleficio.
Clara Galante è, anche, autrice di sortilegi. Cioè di testi che mettono
all’opera le anime. È su quello che ci orientiamo, nel dialogo. Ho il
privilegio, così, di entrare in alcuni poemi-per-il-teatro di Clara Galante: Una
Antigone senza leggenda (“Comincia a parlare come per riempire il vuoto o per
scongiurare l’approssimarsi di qualcosa di sconveniente”) e Io sono prima del
cavallo, io sono il galoppo, ad esempio, dove “dell’eroina da tutti osannata”
(“Esistevo prima di Giocasta,/ prima di Laio, prima di Edipo,/ esistevo da
prima/ molto prima delle sventure”) l’attrice-autrice mette in luce “i lati
‘negativi’… un carattere incapace di chiedere scusa e di sentire la
responsabilità delle conseguenze che le proprie azioni provocheranno”. Il testo
che mi avvince è l’“Oggetto gridante” dedicato a Clarice Lispector – di cui in
calce sono riprodotte alcune lasse –, la cui figura – impastata di enigma, di un
fascino che spaura – ricorda, per echi ed economia dell’essere, quella della
Galante. Il primo fascio di versi indirizza al carisma dell’opera:
“Mi profumo tutta
poi mi metto a scrivere di getto
non pianifico, lavoro con l’indiretto,
l’informale, l’imprevisto
non è necessario avere un ordine per scrivere
non c’è un modello da seguire,
non c’è un modello.
Una cosa nasce, nasce e basta.”
Ciò che sgorga sorgivo disseta – ferisce. Clara Galante non lenisce le ombre, ne
esaurisce il sangue, semmai – ciò che resta è uno scavo, l’incavo dove si entra
con piccole candele, serrature che sibilano, sibilline.
Farsi voce, dare voce. Parto da una domanda che esplicita una poetica. Come si
salda la scrittura nel tuo lavoro di interprete? Dal palco alla pagina: sono
‘regni’ diversi, inconciliabili oppure che si nutrono vicendevolmente?
Sono regni diversi ma dallo stesso seme nel momento in cui ambiscono a
comunicare. Quindi è la voce a saldarli. La voce è un gesto che restituisce la
complessità di una intenzione. È una trama. Quando scrivo, spesso lo faccio in
voce o immaginandola. Il testo è come la sinfonia. Kandinskij scriveva che i
colori sono come i tasti e il pianoforte è l’anima. Per me le parole sono i
tasti, e la voce è l’anima. Tutto è connesso nella sinfonia del gioco teatrale
ed io ne sono lo strumento. Abito il palcoscenico non come mera rappresentazione
della realtà, ma come il medium, che mi aiuti ad esprimere una necessità
interiore o una verità, attraverso il linguaggio sintetico della
rappresentazione. In questo, la scrittura apre la strada. Ho scoperto di avere
una percezione sensoriale atipica, che mi permette di dare consistenza fisica a
una sensazione, un’emozione o circostanza interiore e proiettarla nella voce,
sia che stia facendo Shakespeare o la Livella di Totò. È diverso dal semplice
recitare. Si tratta di superare la pagina, portando più vita, e il pubblico
aspetta sempre la vita, anche nella tragedia più nera.
Tra i rapporti eletti, scritti, quelli con Marina Cvetaeva e Clarice Lispector.
Perché proprio loro?
Una è la forza ardente del Fuoco, l’altra è la forza fluida dell’Acqua. Marina è
l’incendio dell’Anima. Clarice l’abisso della Coscienza. Mi aggiro in questi
ambiti, cerco la loro tensione, il ritmo, lo scatto, il fluire. Marina e Clarice
sono due creature fuori dal mondo pur vivendo al presente. Forse hanno sbagliato
secolo; una troppo in ritardo, l’altra troppo in anticipo. Ma hanno vinto
entrambe perché oggi le amiamo più di quanto siano state amate in vita. Questo è
bellissimo e da speranza a tutti.
Clarice Lispector (1920-1977)
Scrivi “Non essere nata animale/ è la mia segreta nostalgia”. Che animale sei?
In quale bestia vorresti rinascere?
Amo la Natura, sono cresciuta con lei, prendo ispirazione dalla sua
osservazione. È capitato recentemente, di trovarmi più da sola, di fronte ad
animali liberi e inaspettati. Incontri straordinariamente ravvicinati con un
barbagianni, una civetta, un furetto e perfino un insetto, mai visto prima, un
esserino verde smeraldo alto cinque centimetri circa, bellissimo, con testa
orizzontale tipo ET, occhietti grandi e sporgenti, che beatamente si era posato
sulla mia coscia. È restato a fissarmi immobile per più di dieci minuti. Un
insetto dolce e curioso che non sono riuscita ancora ad identificare. Ognuno di
questi incontri è stato come un dono che parlava di cose antiche e presenti.
Dovessi scegliere una creatura animale in cui rinascere, sceglierei un uccello.
Un merlo. Il suo canto è un richiamo, è casa per me, è pace.
…e poi: rinasceremo, esiste forse l’Ade, il Paradiso, il niente? In cosa
crede Clara Galante?
Ho sempre fatto il mio lavoro per scoprire cose che non so. Infinite. Qualche
anno fa, ho avuto la fortuna di lavorare con Luca Ronconi su un soggetto
straordinario a questo proposito, Infinities, un saggio del matematico John
Barrow. Tutta una profonda riflessione sulla vita e sulla morte, sul nostro
vivere il tempo nelle sue infinite possibilità quantistiche. Quindi, per
rispondere alla tua domanda: a cosa credo? A tutto. Cercando sempre una ragione,
una spiegazione possibile alle cose… e la trovo anche solo per testardaggine.
Sono spesso in burrasca, poiché a una risposta data, si affaccia sempre una
nuova domanda. In cosa credo? Al Vuoto che esiste per essere riempito.
All’Amore, capace di tutto. A Dio. A questo mi affido.
Qual è il personaggio femminile che Clara Galante ha interpretato con maggior
gioia – in cui ha ‘aderito’, in libertà, meglio?
Direi che quasi ognuno dei personaggi che ho interpretato è stato liberato del
mio ego. Quindi posso dire che insieme abbiamo goduto di un certo senso di
libertà.
Qual è la donna che avrebbe voluto interpretare Clara Galante?
Fino ad ora ci sono stati bellissimi ruoli; anche dal mondo greco non ne sono
mancati: interpretare i classici è una esperienza enorme. Nella tragedia come
nella commedia, non fanno altro che chiedersi “di chi è la responsabilità?”.
Direi che abbiamo ancora bisogno di loro. Poi ci sono opere che aspetto, autori
come Čechov, Tolstoj, Tennessee Williams, Beckett…
Qual è – quale è stata – la donna-guida della donna Clara Galante?
La guida non è mai una, ne arrivano diverse a seconda dei bisogni che
caratterizzano i momenti della vita, o i progetti a cui sto lavorando. C’è stata
Artemisia Gentileschi però, e per molto tempo.
Il potere delle donne, il rapporto tra donne e potere. Ti domando, da artista,
una riflessione.
Il mondo greco romano può venirci incontro e raccontarci da dove si è partiti.
Sebbene si siano raggiunti alcuni traguardi, l’uguaglianza tra uomini e donne
appartiene al futuro. Il Potere non ha sesso in realtà. È una preziosissima
attitudine che pratico, cerco di nutrire. Amo il Potere quando è per me stessa.
È una grande forza, la volontà. Noi siamo un flusso informazionale che cammina e
che ha il potere di trasformare le cose. Ma se si parla del potere esercitato
sugli altri, del suo abuso quindi, la stima che nutro per l’essere umano, uomini
e donne indistintamente, si disintegra in un attimo.
*…e ora, cosa fa Clara Galante?
Peter Brook uno dei miei maestri, diceva “il più grande errore di un attore è
credere di essere solo sé stesso”.In verità, che sia in scena o meno, vivo:
approfondendo questo, non si finisce mai. La cosa che mi piace di più è la
ricerca, in essa c’è il senso di tutta la vita, che cerco, ogni giorno.
**
Da: Clarice Lispector. Come Medusa in un magma sonoro. Oggetto gridante
Non essere nata animale
è la mia segreta nostalgia,
deve essere il richiamo del bosco
la selva non conosce divieto
nel bosco non esiste malvagità
è un tale mistero questa foresta…
adesso sento che proprio ci siamo
mi trovo nel suo midollo
nel centro vivo, molle
bevo un sorso di sangue
mi riempio tutta,
sento cembali, trombe,
tamburelli, sento la pianta carnivora
che rimpiange tempi memorabili,
la liturgia degli sciami
dissonanti,
vengono fuori dalla nebbia
insetti, rospi, api,
mi lecco il muso
come la tigre
dopo aver divorato il cervo
si, deve essere il richiamo del bosco.
Il senso dell’ occulto possiede
un’intensità che ha luce,
è come più un presagio di vita,
l’eros nitido di ciò che è vivo
sparso nell’aria, nelle piante,
in noi, sparso nella mia voce
che più si accosta a Dio…
Ho già visto cavalli selvaggi
lanciare al cielo il loro lungo nitrito di gloria
Un giorno ho detto
“io posso tutto”
era il desiderio di poter un giorno
cadere elastica
in una profonda allegria,
un’estasi segreta,
sessualmente viva,
di un sesso mitico, infinito spaziale
del colore dell’aria!
È di una tale purezza questo contatto
con la grande potenza della potenzialità
da una libertà così grande
da scandalizzare un primitivo!
Ma so che tu non ti scandalizzerai…
Una volta, guardai fisso negli occhi la tigre
e quella guardò fissa nei miei,
ci trasmutammo.
Messaggi telegrafici,
intensi, muti, in cui immergere la mano
– anche le mani guardano –
tirarla fuori
facendo sgocciolare via
i riflessi di questa acqua dura che è lo specchio
anzi no non esiste la parola specchio
esiste solamente specchi
giacché un unico specchio è già
una infinità di specchi…
La tigre era ferita. Mi avvicino
senza paura di toccarla
le strappo via la freccia,
la belva fa un giro lento intorno a me,
esita, si lecca una zampa,
mi osserva, e lentamente in silenzio
quieta si allontana
forse vale la pena essere nati
affinché un giorno cercando aiuto
tacitamente si riceva
#
Mi prendo cura del mondo,
è l’orribile dovere di andare fino in fondo
senza l’aiuto di nessuno che…..
Così per soffrire meno,
ottundermi un po’
perché non posso caricarmi sulle spalle i dolori del mondo!
Mi prendo cura del bambino vestito di stracci,
ha nove anni ed è magrissimo
Mi prendo cura dello sguardo di migliaia
di piante, di alberi,
mi obbliga a ricordarmi del volto inespressivo
quindi spaventoso, della donna che ho visto per strada,
con questi occhi mi prendo cura della miseria
di quelli che vivono nelle baracche
Quando sento totalmente ciò che le altre persone sono
e sentono, che posso fare?
Le vivo ma non ho più forza.
Da bambina mi ero presa cura di una serie di formiche,
nella piccola formica che porta una foglia
c’è racchiuso tutto il mondo che mi sfugge.
Prendersi cura esige molta pazienza
come quando appoggi l’orecchio alla terra
e senti l’estate che piano si fa strada da sotto
Io già sapevo con che peso di dolcezza
l’estate faceva maturare centomila arance,
e sapevo che le arance erano mie
perché Io volevo.
La senti, la paziente brutalità della terra
serrata che comincia ad aprirsi
da dentro
Ma è quando arriva l’inverno che do,
accolgo nidiate di persone
nel mio seno tiepido.
Devo darmi come il latte
se non fluisce fa scoppiare il seno!
C’è qualcosa nell’aria
è profumo di pioggia ancora un inverno che arriva
e di nuovo darò, avrò dato, darò…
comunque lo dica è presente
perché che lo dico adesso
Do!
Clara Galante
*Si ringrazia Clara Galante per averci permesso di pubblicare in anteprima parte
del suo progetto letterario e teatrale su Clarice Lispector ; in copertina:
Clara Galante in un ritratto fotografico di Azzurra Primavera
L'articolo “Non essere nata animale è la mia segreta nostalgia”. Dialogo con
Clara Galante e le sue ombre proviene da Pangea.
A partire dal 13 ottobre 2022, la Biblioteca Bernardini, a Lecce, accoglie nei
suoi spazi il Living Archive Floating Islands (Archivio Vivente Isole
Galleggianti) dimora per la vita e l’opera di Eugenio Barba, gli avventurosi
sessant’anni dell’Odin Teatret come teatro laboratorio e la memoria delle
diverse realtà delle Isole Galleggianti, nome che Barba ha donato al Terzo
Teatro, alla molteplicità culturale dei gruppi teatrali che hanno segnato la
storia del teatro della seconda metà del Novecento sino ai giorni nostri.
Un archivio mostra-installazione interattiva da attraversare e conoscere in una
dimensione reale immersa nella fantasia ludica. “La durata è la forma di
resistenza di un teatro”, afferma Eugenio Barba riprendendo le parole di Jacques
Copeau; ne consegue che questa proiezione della memoria viene concepita per
“rimettere in scena” i limiti del passato verso il presente e il futuro.
Inoltre, l’Archivio Vivente delle Isole Galleggianti è alimentato dal
partenariato con la Fondazione Barba-Varley, fondato sull’atto di donazione con
il quale Eugenio Barba ha ceduto al Polo Biblio Museale della Regione Puglia i
fondi bibliografici e documentari relativi alla sua esperienza artistica e a
quelli dell’Odin Teatret. L’accordo, inoltre, prevede una collaborazione
scientifica di ricerca e di supporto alla didattica per la valorizzazione
dell’Archivio, allestito dall’architetto Luca Ruzza con Daniela Dispoto e Laura
Colombo, in uno spazio interattivo animato da campi di papaveri rossi disegnati
dalla Open Lab Company con Francesca Carallo e l’antica tecnica della
cartapesta, dalle mappature digitali di Natan A. Ruzza e dalle partiture video
di Zeno M. Ruzza. Un comitato scientifico individuato dallo stesso Barba, si
occupa della gestione culturale dell’archivio.
Inoltre la sezione della biblioteca dedicata al teatro e allo spettacolo – che
custodisce anche il fondo Silvio D’Amico e Carmelo Bene – è impegnata da anni
con l’obiettivo di ampliare le sue collezioni per valorizzare la presenza dei
grandi protagonisti italiani della storia teatrale.
Ne abbiamo parlato con Luigi De Luca direttore del Museo Castromediano di Lecce
e coordinatore dei Poli Bibliomuseali Regione Puglia.
Eugenio Barba
Come si struttura l’idea di questo particolare percorso espositivo
intitolato Archivio Vivente Isole Galleggianti ?
Abbiamo condiviso con Eugenio Barba la decisione di assegnare la definizione
di Archivio Vivente Isole Galleggianti allo spazio che ospita i materiali della
sua biografia artistica, dell’Odin Teatret e del Terzo Teatro. Siamo entrambi
consapevoli che questa definizione non connota un’istituzione, ma una pratica:
quella di lavorare sulla memoria individuale e collettiva per indurre visioni
del mondo fuori dalla “dittatura del presente”.
Inizia il nostro percorso immersivo…
Eugenio Barba ha cercato di riproporre in questi spazi espositivi
l’organizzazione delle sale prova presenti ad Holtebro (Danimarca): la sala
bianca, la sala nera, la sala rossa. La nostra visita incomincia dalla sala
bianca, sintesi dei suoi viaggi; difatti siamo accolti da una grande maschera
Barong proveniente da Bali, a raccontarne il suo rapporto fecondo accresciuto
tra l’oriente ed il sud del mondo. Qui troviamo anche una buona parte dei suoi
libri, fondamentali per la sua produzione artistica, collocati volutamente dalle
mani di Barba in ordine “casuale”.
La contaminazione tra oggetti e libri ne è l’essenza: la collezione di maschere,
souvenir, sassi, piccole sculture, moltissimi nastri, tessuti, raccolti nei più
disparati angoli del mondo, evocano e rappresentano l’universo immaginario e
simbolico dell’Odin Teatret, a circa sessant’anni dalla sua nascita. Al centro
il “tavolo degli avi”, che simbolicamente imbandito, ricostruisce il rapporto
con i suoi antenati provenienti da Gallipoli (anche se Barba nasce a Brindisi).
Prossimamente, in allestimento, una sorta di altare barocco al termine del
grande spazio dedicato.
La sala nera…
Presenti i manifesti dei suoi spettacoli, oggetti di scena provenienti
interamente da Holstebro, le citazioni letterarie che ne hanno arricchito la sua
poetica… Kaspariana, ad esempio, primo spettacolo che l’Odin composto in
Danimarca, nella nuova sede di Holstebro nei primi mesi dopo il trasferimento
dalla Norvegia, era uno spettacolo per soli sessanta spettatori, come
il Principe Costante di Grotowski. In una sala nera arredata con sei
piattaforme, ed una cassa pure nera, si svolgeva la vita di Kaspar Hauser,
argomento molto attuale purtroppo per le pregnanti tematiche di guerra…
Eugenio Barba si è avvalso di altri collaboratori per l’ideazione dello spazio
espositivo?
Si. L’architetto Luca Ruzza, che raggiunse l’Odin da giovanissimo in Danimarca,
grazie ad una borsa di studio, e che successivamente ha collaborato moltissimo
insieme ad Eugenio Barba.
Il progetto dell’allestimento complessivo di tutti gli spazi dedicati è una
sintesi di entrambi.
La disposizione poetica dei singoli oggetti è, invece, interamente curata da
Barba.
La sala rossa…
Il particolare contributo di Luca Ruzza, lo si vede nella sala rossa, che
contiene una sorta di archivio in movimento; l’archivio dei gruppi di terzo
teatro che sono nati, quasi per gemmazione, dall’esperienza dell’Odin Teatret. I
papaveri progettati da Luca Ruzza e realizzati dalla OpenLab Company con
Francesca Carallo, artigiana della cartapesta, richiamano ogni singolo gruppo di
terzo teatro, la cui storia è raccontata attraverso una proiezione visiva e
sonora sulla parete bianca. Il nome Isole Galleggianti, che deriva da un libro
di Barba, non è altro che il grande arcipelago costituito da tutti i gruppi
prima citati. L’obiettivo è documentarne la presenza e la vita, anche dell’Ista
(International School of Theatre Antropology) fondata da Barba.
Il pavimento galleggiante…
Nel nostro percorso realmente immaginifico tornano i libri, richiamo quasi
ossessivo alla produzione letteraria molto intensa di Eugenio Barba. Collocati,
questa volta, in una sorta di pavimento galleggiante che sommerge Gandhi
sorridente, in una vasca da bagno.
I camerini studio…
Accediamo alla parte più stupefacente dell’archivio, saliamo una rampa di scale
e ci accolgono due camerini studio entrambi in legno bianco, due piccole
mansarde smontate da Holstebro e rimontate con cura quasi maniacale dopo essere
state fotografate: il primo di Eugenio, realizzato da uno dei suoi scenografi.
Gli oggetti appartengono tutti a Barba, utilizzati nei suoi spettacoli, i suoi
libri, i souvenir e le fotografie provenienti da tutto il mondo. Il secondo è di
Julia Varley, attrice dal ruolo storico per l’Odin Teatret, che dal 1983
partecipa all’ideazione ed organizzazione del Magdalen Project, una rete per
l’affermazione delle donne di teatro contemporaneo. Nel suo camerino, identico
per struttura a quello di Barba, un piccolo armadio con scarpe e vestiti di
scena, borse, oggetti.
La necessità della memoria ci rende responsabili di una tradizione per le
generazioni a venire. “Il futuro è sempre costruito a partire dai frammenti del
passato”. Così recita una celebre frase dello storico dell’arte Erwin Panofsky.
Siamo onorati e felici di proteggere la memoria dell’Odin Teatret, tra le
esperienze più rivoluzionarie del teatro contemporaneo, fondata sul “baratto”
nata in Salento nel 1974.
Maria Giovanna Barletta
L'articolo Gita nel “Living Archive” di Eugenio Barba (o del genio dell’Odin
Teatret) proviene da Pangea.
Un immenso acquerello sui toni del grigio bagnato di pioggia, con giusto qualche
pennellata qua e là del cremisi degli autobus a due piani, delle cabine
telefoniche e delle cassette postali. Fumosa e sanguigna, ecco come si manifesta
spesso la nostra Londra interiore.
Eppure, camminare per le sue vie significa immergersi in un collage di colori
dove le locandine delle plays e dei musical si aprono come finestre variopinte
sulle fiancate di double-decker e cab, sulle facciate dei teatri e sulle
banchine della labirintica Tube. Qui la sesta arte sembra plasmare la città e la
sua storia, con vie e interi quartieri che gravitano intorno ai teatri come
sistemi attorno ai loro soli, e spettacoli che fanno nascere e tramontare in
scena i loro mondi sera dopo sera anche da oltre settant’anni.
È un teatro vissuto, e da vivere, in modo diverso dal nostro, un teatro dove il
pubblico ride e si commuove secondo tempi e codici imprevedibili, propri delle
tante culture che, da ogni angolo di mondo, si danno appuntamento di fronte allo
stesso spettacolo, e dove durante le rappresentazioni si mangia e si beve, con
sacra ritualità e la più terrena umanità, in un intreccio che sa più del pub che
del tempio. Un teatro compagno di vita, dove ci si può anche dimenticare degli
infiniti saluti finali e dei “bis”: lo spettacolo è finito, ma domani la magia
tornerà ad animare il palcoscenico, e così farà, con un po’ di fortuna, per
molti anni ancora.
Un teatro che si espande oltre la quarta parete, oltre le mura dell’edificio
stesso, e raccoglie persone di tutte le lingue attorno a un pianoforte al piano
superiore di un theatre bar, a cantare a squarciagola i brani più famosi dei
musical insieme a completi sconosciuti (bando alla timidezza e, se non si sa
cantare, alla dignità, ma a Londra nessuno ti giudicherà): è l’atmosfera che si
respira al “The Room Where it Happens” di Soho, un vero e proprio locale dentro
al locale dove i camerieri sono artisti del West End (la Broadway londinese)
“sotto copertura”.
Ecco quindi a voi, direttamente dalla scena d’oltremanica, tre musical le cui
storie sono tratte rispettivamente dalla letteratura, dalla storia e dalla
storia passando per la letteratura: Il leone, la strega e
l’armadio, Evita e Hamilton.
*
The Lion, the Witch and the Wardrobe
Intere generazioni sono cresciute sotto la luce del lampione delle Cronache di
Narnia. Molto del nostro immaginario è plasmato nella materia di questa storia,
dalla saga fantasy scritta negli anni ’50 da C.S. Lewis ai suoi adattamenti a
cavallo del secolo: indimenticabile, anche se incompiuta, la serie
cinematografica firmata Walden Media e Disney prima, 20th Century Fox poi. E ora
Londra è contesa tra il set della nuova serie Netflix e quello di un altro
attesissimo adattamento seriale di un ormai classico della letteratura, e non
solo per bambini e ragazzi, Harry Potter.
L’allestimento teatrale riesce a spalancare le porte dell’armadio guardaroba su
un mondo incantato, senza nulla invidiare alla spettacolarità degli effetti
speciali del franchise milionario o agli infiniti limiti della fantasia di un
lettore: i due prodigi, la Strega Bianca e il Grande Leone, il Male e il Bene,
si affrontano sul palco senza esclusione di colpi. Jadis scaglia il suo inverno
perenne dall’alto di un volo vertiginoso, mentre la misteriosa natura di Aslan,
insieme animale e divina, si incarna contemporaneamente in un attore, il cui
aspetto leonino è solo evocato da una pelliccia e una parrucca folti e dorati
come il manto e la criniera del suo personaggio, e in un gigantesco puppet a
foggia di leone, un’enorme marionetta animata da ben tre persone.
Eppure, ciò che più resta e lascia con il cuore colmo di stupore non sono tanto
gli effetti speciali, quanto il potere evocativo della semplicità con cui sono
ritratti gli altri personaggi. Una semplicità che segue le orme dello stile
dell’autore, non incline a lunghe descrizioni, e alla tradizione della Royal
Shakespeare Company (leggenda vuole che il regista, da bambino, sia rimasto
incantato dalla loro versione di questo spettacolo). Dopotutto, il teatro è per
sua natura il regno dell’evocazione, più che della descrizione, e lascia un
immenso spazio all’immaginazione dello spettatore.
Una semplicità creatrice di mondi che è prerogativa dell’infanzia, benedetta da
una fantasia talmente fervida che basta una scintilla per alimentarla. Animali
parlanti e creature leggendarie, interpretati da attori-musicisti che cantano e
suonano sul palco danzando insieme ai propri strumenti, indossano costumi che
solamente alludono alle loro fattezze animali, ma che di fatto sono costruiti
tramite indumenti e attrezzature del tempo della Seconda guerra mondiale, quando
è ambientata la storia: ed ecco allora che i sostenitori di Aslan richiamano
alla mente gli eroi della Resistenza, mentre i seguaci della Strega i soldati
nemici. Ma sono pure castori, con occhiali da aviatore come orecchie e ciaspole
legate alla schiena a mo’ di coda, e lupi, con protesi che sono insieme zampe e
artigli e mitraglie.
Questa doppia realtà crea un ponte tra i due mondi e ci ricorda che, se il male
è sempre in agguato, è pur sempre vero che può essere sconfitto. Basta
continuare a sperare, e a lottare perché il bene trionfi. Come la protagonista
Lucy, la “portatrice di luce”.
*
Evita
Correva l’anno 1946, quando al balcone della Casa Rosada si affacciava la nuova
first lady argentina, Eva Duarte de Perón. Una figlia illegittima, cresciuta in
povertà e sfuggita all’orizzonte desolato delle Pampas grazie all’allora
discusso mestiere di attrice. Una donna del popolo, lo stesso popolo che ora si
accalcava sotto la sua finestra e che la innalzava a leader spirituale della
nazione. Una regina, per alcuni forse addirittura una santa. Fu sempre a quel
balcone che nel ’52, sorretta dal marito, pronunciava l’ultimo discorso, pochi
mesi prima che la malattia spegnesse la sua stella.
La “scena del balcone” è passata alla storia a livello globale grazie alle
commoventi note di “Don’t cry for me Argentina”, colonna (sonora) portante del
musical del ’78 e del suo celebre adattamento cinematografico del ’96, con
Madonna e Antonio Banderas. Ma è nella nuova produzione londinese che fa storia:
l’assolo di Evita non ha luogo sul palco, dove è solo proiettato, ma sul balcone
esterno del London Palladium, sotto cui una folla composta indistintamente da
fan, curiosi e passanti si è radunata ogni sera e ha levato la sua voce come un
tempo fecero i descamisados. Per un momento, gli spettatori sono diventati
attori, e il confine tra finzione e realtà è diventato un po’ più sottile.
Questa produzione è stata forse l’evento più chiacchierato, e celebrato, della
stagione, un trionfo lungo 12 settimane scandito da standing ovation e tutto
esaurito, complice anche l’ampia dose di “star quality”, per citare il musical:
il ruolo della protagonista è stato affidato a Rachel Zegler, nota al grande
pubblico soprattutto per il blockbuster Hunger Games. La ballata dell’usignolo e
del serpente. La sua interpretazione è stata di straordinaria potenza, tanto da
essere stata unanimemente lodata da pubblico e critica, nonché dallo stesso
compositore di Evita Andrew Lloyd Webber, che ha paragonato l’attrice
all’immensa Julie Andrews per il suo impegno parallelo nel mondo del teatro e
del cinema (a soli 17 anni era stata Maria nel remake cinematografico firmato
Spielberg del musical West Side Story, aggiudicandosi il Golden Globe). Una vera
e propria rivincita dopo il divisivo live action Disney Biancaneve, che l’ha
vista protagonista.
Erano necessarie un’interpretazione e una scelta registica di tale impatto per
coinvolgere e commuovere il pubblico nonostante le ombre di una protagonista
portavoce di un regime tutt’altro che innocente e animata nell’adattamento da
una sete di riscatto ambigua, rivolta forse più a sé stessa che al suo popolo.
Una sete che la consumerà, ma a cui sacrificherà tutto, l’amore e il tempo su
questa terra: “Potevo bruciare dello splendore del fuoco più luminoso / oppure,
potevo scegliere il tempo”.
È proprio il costo dell’ambizione il vero protagonista dello spettacolo, e non
(unicamente) la storia argentina, come appare evidente dalla presenza di un
personaggio che riveste la funzione di narratore e di coscienza-nemesi per Evita
e danza sul confine tra la storia e la Storia, il giovane rivoluzionario Che. Un
nome quasi premonitore e che allude a un Che Guevara forse mai entrato in
contatto con Eva, ma simbolo di un corso diverso della storia: “Come puoi essere
così poco lungimirante / […] da non avere alcun sogno irrealizzabile?”.
*
Hamilton[1]
Un musical tratto da un saggio biografico, con protagonista uno dei padri
fondatori degli Stati Uniti d’America, e neanche tra i più noti: un figlio
illegittimo, orfano, immigrato, senza un soldo, diventato non un presidente, e
nemmeno un noto eroe di guerra, ma un economista, e morto piuttosto giovane,
sconfitto in duello. Sarebbe poi ritornato diverse volte neiCantos di Ezra
Pound, per uscirne non certo impunito. Insomma, non sembrava proprio avere la
stoffa di cui sono fatte le storie e la forza narrativa per diventare tale.
Forse solo per gli appassionati della Storia con la S maiuscola, ma se si
aggiunge che le sonorità sono hip-hop, le canzoni quasi interamente rappate, e
che personaggi storicamente bianchi sono interpretati programmaticamente da
attori non bianchi, si prevedono già le polemiche.
Se però la biografia è scritta da un futuro Premio Pulitzer (Ron Chernow) e
viene letta, un po’ per caso, come lettura delle vacanze, da un compositore
(Lin-Manuel Miranda) anch’egli destinato al Pulitzer (e proprio grazie a questo
musical), allora forse ci sono le basi perché nasca un capolavoro. Un capolavoro
dove la Storia e la storia, la realtà e la finzione, si compenetrano
perfettamente per trasmettere un messaggio vero oggi come allora, perché è la
storia dell’America di quel tempo (scritta, di fatto, da immigrati, come lo
stesso Hamilton) raccontata dall’America di oggi, dove il colore della pelle
pesa ancora sul diritto di fare udire la propria voce. Un messaggio che,
attraverso i suoi artisti, è stato portato anche alla Casa Bianca, dove fu
accolto molto calorosamente dall’amministrazione Obama.
Miranda, prolifico e poliedrico artista statunitense di origini portoricane,
firma ideazione, musica e testi, interpretando anche il protagonista nella
produzione originale. Condivide con il suo personaggio il sacro fuoco della
scrittura e, come lui, sembra “scrivere come se il suo tempo stesse per
scadere”: autore con tre musical all’attivo, ha collaborato alla composizione di
diverse colonne sonore Disney, affiancando l’attività autoriale a quella di
regista, produttore e attore tra teatro, cinema e televisione.
Alexander Hamilton si è “costruito scrivendo una via d’uscita dall’inferno” e
“verso la rivoluzione”, sacrificando anche la propria famiglia in nome
dell’ambizione. Ma mentre il proiettile sparato dal suo primo amico ed eterno
nemico Aaron Burr scrive la Storia, Hamilton capisce di dover lasciar cadere la
penna e passare il testimone a chi racconterà la sua, di storia. Perché, se è
vero che “la Storia ha gli occhi puntati su di te” e occorre percepirne la
responsabilità, “non hai controllo su chi vive, chi muore e chi racconterà la
tua storia”. E forse su come la racconterà. Questo enorme potere ricadrà nelle
mani della moglie Eliza, che sceglierà di perdonarlo e di consegnare ai posteri
un ritratto del marito pieno di umanità, lei che avrebbe potuto cancellarne o
deturparne la memoria.
Buio in scena. In sala si riaccendono le luci e, dopo un breve silenzio carico
di significato, esplodono gli applausi. Ma una domanda pesa sul cuore, la
riposta ancora da scrivere, ogni giorno:
> “quando il mio tempo sarà scaduto
> avrò fatto abbastanza?
> Qualcuno racconterà la mia storia?”.
Chiara Bianchi
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[1] La ripresa cinematografica dello spettacolo è disponibile su Disney Plus.
L'articolo Le Cronache di Londra: il leone, Evita e l’America proviene da
Pangea.
Corrado d’Elia, al contempo, ha qualcosa di Mangiafuoco e qualcosa di Don
Chisciotte. Suo è il genio del terribile: quando gli parli, impalca castelli in
aria così concreti che sei pronto a imbarcarti con lui verso un qualsiasi
nessundove. È il talento di chi maneggia il fuoco come un burattino e rende
feconda la cova dei mulini a vento. In fondo, ama il pensare transoceanico,
d’Elia: per me – anche per le sue movenze da saltimbanco, da imbonitore di
leoni, da infallibile equilibrista – è il Philippe Petit del teatro italiano
contemporaneo.
Milanese, uscito dalla ‘Paolo Grassi’, Corrado d’Elia somma strategia e umore
lunare. Nel 1995 fonda Teatri Possibili – che è poi un inseguire l’impossibile –
che oggi si chiama Compagnia Corrado d’Elia; da tempo, in particolare, Corrado
d’Elia indaga i personaggi, gli uomini che al posto di lasciare il cuore a
maggese l’hanno messo a fruttificare velieri, visioni, varchi. Ha messo in scena
– con acume da entomologo del meraviglioso – Mozart e Beethoven, Van Gogh e
Steve Jobs. Ora sta inseguendo Macbeth; ha da poco dato voce a Galileo. Ama i
grandi libri, Corrado d’Elia, i libri che infiammano fino a forgiare in spada e
in capodoglio l’anima di chi li legge. Così, con spericolata indole, ha
riscritto l’Iliade e Moby Dick, Don Chisciotte, Le notti bianche, Il piccolo
principe. Ha l’energia dell’ispirato – cioè: di chi sa ispirare.
A volte, le sue sceneggiature prendono la via del libro. Io, Moby Dick (Ares,
2024) è forse il più affascinante; Galileo, oltre le stelle (Ares,
2025), l’ultimo, è un tentativo di sconfinamento dai greti di una grande anima.
Quali sono i legami tra scienza e fede, tra parola e calcolo, tra opportunità e
opportunismo, tra sé e cosmo? Galileo è allo zenit dell’uomo – Galileo è figura
che ha in Amleto un emblema nel mondo letterario: entrambi fondano la modernità,
che è poi il discorso sull’essere e sul non essere, sulla possibilità di
esplorare gli impossibili. Amleto crea un microscopio interiore per sondare i
miraggi e i deliri dell’anima; Galileo forgia un cannocchiale per auscultare i
mugolii dell’universo.
“È carne che trema di fronte all’infinito”, dice Corrado d’Elia di Galileo. Il
libro comincia con una finestra e finisce con una marmellata. Sulla soglia
dell’abiura e dell’umiliazione, il sapiente parla di fragole, limoni e lamponi;
“Nessuno ha visto più lontano di me”, sussurra. Gli astri sono i frutti maturi
dei nostri occhi.
Corrado d’Elia scrive in versi. La sua scrittura, però, ha poco a che fare con
il teatro ‘poetico’ (o neomelodico) – che siano le scritture vertiginose di
Mario Luzi o gli spettacoli ‘di parola’ di Mariangela Gualtieri. L’andar per
versi è utile, qui, a creare il ritmo narrativo esatto. I versi sono uno
‘strumento’: cembalo e cetra, tamburo e corno; sussurri e grida. Come i canti
attorno al fuoco: e il fuoco, di volta in volta, si fa volto e muraglia. Un
fuoco argilla, intendo, in cui le ombre hanno la beltà di un corpo, di un
torsolo d’uomo – innamorano.
Beethoven, Van Gogh, Galileo, Mozart. Mi pare di capire che ti piacciono i
grandi uomini, che confidi nel ‘terribile’ genio dell’uomo. È così? Perché?
La parola “genio” porta con sé un’ambiguità affascinante. Genio non significa
solo capacità tecnica o talento straordinario: implica una tensione,
un’inquietudine, una ferita. Beethoven, Van Gogh, Galileo, Mozart – e potrei
aggiungere Steve Jobs, figura altrettanto contraddittoria e perturbante – sono
stati uomini che hanno vissuto in una sorta di scarto rispetto al mondo comune.
Hanno visto più lontano, hanno pagato sulla propria pelle il prezzo di quella
visione, e per questo hanno toccato vertici che noi possiamo soltanto sfiorare.
Incontrare il genio significa entrare in contatto con l’ebbrezza di una
grandezza che non è mai pienamente accessibile. È come camminare sull’orlo di un
abisso: non possiamo appropriarsene, ma possiamo lasciarci colpire da quella
vertigine. Galileo, in particolare, rappresenta per me questa condizione: uomo
di scienza, ma anche poeta della visione, capace di scardinare dogmi e di aprire
nuove prospettive sul mondo, pur pagando il prezzo dell’isolamento e della
condanna.
Lui è Corrado d’Elia
Iliade, Moby Dick, Divina Commedia. Mi par di capire che ti piacciano le grandi
opere. È così? Che senso ha, oggi, una vita ‘epica’, una grande opera?
I classici sono la nostra archè, il nostro conio originario. Non appartengono al
passato, ma al futuro. Essi non cessano mai di parlarci, perché custodiscono
domande che restano aperte. Omero, Dante, Joyce, Dostoevskij, Melville non ci
consegnano risposte definitive, ma ci offrono la vertigine di interrogativi che
ancora oggi ci parlano e ci fanno riflettere. In un’epoca che sembra aver
smarrito i propri maestri e che spesso rifugge dalle grandi domande, parlare di
“vita epica” significa restituire al presente il senso di un orizzonte più
vasto. Non è questione di eroismo in senso tradizionale, ma di profondità:
l’epica oggi è la capacità di vivere con consapevolezza, di cercare un senso che
vada oltre il consumo immediato. Una grande opera, nel nostro tempo, è quella
che invece riesce a interrogarci e a resistere al logorio dell’oblio e della
dimenticanza.
Qual è il libro che ti ha folgorato da bambino? E quello che ti ha folgorato da
adulto?
Da bambino mi hanno colpito libri che mi hanno insegnato a guardare il mondo con
stupore. Non era tanto un titolo preciso, ma il gesto stesso del leggere che
apriva mondi. Ogni pagina era una porta. Da adulto, invece, ricordo come
folgorazione Moby Dick: non solo per la potenza narrativa, ma perché in
quell’ossessione vedevo riflessa la nostra sete inesausta, la tensione verso
l’impossibile. Melville, come Dante, come Galileo, ci mostra che la conoscenza è
anche naufragio, che non si può inseguire la verità senza rischiare di perdersi.
Non è un caso che il mio Io, Moby Dick, inizi con un uomo seduto sulle proprie
sconfitte.
Galileo. Perché?
Galileo è un simbolo del nostro tempo. Non solo perché ha incarnato la
rivoluzione del pensiero scientifico, ma perché ha vissuto sulla propria pelle
il conflitto tra fede e ragione, tra libertà di ricerca e potere istituzionale.
È un uomo del passato che parla al presente: la sua vicenda interroga ancora
oggi il rapporto tra scienza e coscienza, tra visione e resistenza. Portarlo in
scena significa restituirgli la sua duplice natura: l’uomo forte e convinto
delle sue idee, ma anche l’essere fragile, intimo, spesso solo, che si misura
con i limiti propri e del proprio tempo. Galileo è il paradigma dell’artista e
dello scienziato: colui che guarda oltre e che, proprio per questo, paga un
prezzo altissimo.
Come inizi a scrivere un testo, questa specie di biografia lirica, di monologare
poetico? Da dove è iniziato Galileo?
La scrittura nasce sempre da una ferita, e quindi da un’urgenza. Non è mai un
progetto meditato, ma piuttosto un incendio che divampa da una scintilla. Nel
caso di Galileo, la scintilla è stata una conversazione con amici sul rapporto
tra fede e scienza: un tema che, lungi dall’essere archiviato, resta bruciante e
contemporaneo. Io scrivo ovunque: nei bar, negli aeroporti, sui treni, in
camerino. La scrittura mi divora. Non è mai casuale la mia scelta di andare a
capo: il verso è la forma naturale del mio pensiero. È un ritmo che segue il
respiro. Galileo è nato proprio così: dal bisogno di dare voce a una tensione
interiore, di unire la lirica al racconto, il pensiero alla carne viva del
teatro.
Che rapporto c’è tra scrittura scenica e poetica?
Sono due forme sorelle. Entrambe vivono del togliere, dell’evocare più che del
descrivere. La scrittura poetica genera immagini che vivono nella mente del
lettore. La scrittura scenica deve invece incarnarsi subito, diventare visione
immediata per lo spettatore. La differenza è nel tempo: la poesia si legge in
solitudine, lentamente, e può essere riletta infinite volte. Il teatro vive
nell’istante, chiede di catturare e trattenere un pubblico per un’ora o due,
senza tregua. Ma in entrambi i casi si tratta di rendere visibile l’invisibile,
di rivelare, di trasformare il silenzio in qualcos’altro.
Che senso ha l’arte in un mondo che rimanda soltanto orrore, morte?
L’arte è il braciere che deve restare acceso, anche quando tutto intorno è buio.
Adorno nel ’49 scriveva che dopo Auschwitz fosse impossibile scrivere poesia,
addirittura un atto di barbarie. Ma la poesia stessa ha dimostrato il contrario:
proprio nell’abisso, la parola trova una ragione per esistere. Oggi più che mai
l’arte è dunque resistenza. È atto politico, oltre che poetico. Non consola, ma
tiene accesa una luce. Senza arte, senza cultura, senza educazione, la società
resta prigioniera della violenza e dell’ignoranza. L’arte è la nostra forma di
sopravvivenza.
Qual è la tua poesia del cuore?
È difficile dire. Probabilmente se devo scegliere, Forse il cuore di Salvatore
Quasimodo, scritta nel 1947, nel dopoguerra, quando il mondo era allo stesso
modo lacerato e le ferite sembravano insanabili. Si chiude con quei versi che
non risuonano terribili nel dubbio: «forse il cuore ci resta, forse il cuore…».
Io ci sento tutta la precarietà dell’umano, ma anche la sua possibilità. Ci
offre una chiave che sta a noi prendere o rifiutare.
Qual è stato il personaggio più difficile da investigare?
Ogni personaggio porta con sé un abisso, ma se devo pensarne uno in particolare,
cito il Caligola di Camus. Qui la caduta non ha appigli: è verticale, brutale,
inesorabile. Camus non ci consegna solo l’immagine storica di un imperatore
folle, ma ne fa un archetipo della condizione umana: un uomo che, perso l’amore
e il senso delle cose, si spinge fino all’estremo, fino al capriccio assoluto,
fino all’assurdo. La crudeltà di Caligola è profondamente umana. E tutto questo,
questa frizione è terribile. Perché la puoi spiegare. La sua violenza non nasce
da una ferita, da un lutto che si trasforma in ossessione metafisica: la ricerca
di un’impossibile libertà assoluta. Nel suo delirio, Caligola non è lontano da
noi: ci mostra che quando l’uomo smarrisce il senso, quando non accetta i
limiti, quando non ha punti di riferimento, umani o spirituali può trasformarsi
in mostro. È l’abisso del potere, ma anche l’abisso del vuoto interiore.
…e ora, quale nuovo uomo stai tenendo in agguato, vorresti agguantare?
Il prossimo incontro è con Macbeth, o meglio con la sua ombra. Non la tragedia
shakespeariana in senso tradizionale, ma il suo incubo, il suo sogno più nero.
Macbeth diventa per me un uomo intrappolato in un rito ancestrale, una vittima
sacrificale in balia di qualcosa più grande di lui. Per questo, nel suo
disorientamento è un uomo contemporaneo. Una dimensione rituale, alchemica, dove
la parola si fa liturgia e il gesto invocazione. Uno spettacolo visionario a cui
lo spettatore non assiste, ma attraversa.
**
Si pubblica per gentile concessione, l’attacco di “Galileo, oltre le stelle”,
testo di Corrado d’Elia edito da Ares (2025).
Quando ero bambino,
come per istinto,
aprivo la finestra e guardavo il cielo.
Allora, tutte le volte,
lo stupore, il mistero,
per quel foglio immenso e nero,
mi avvolgeva.
Ogni stella era un enigma da decifrare,
ogni costellazione
una frase da indagare.
Cosa cercassi io non lo so,
ma già sentivo
che in quel vasto tacere,
in quel silenzio che sapeva di sapere,
un senso d’eterno c’era,
di assoluto,
un frammento di verità
che mi lasciava disorientato, incantato,
muto.
«Cosa siete, stelle?
E che cosa mi volete dire?
Siete solo lanterne accese nel buio
o una traccia da seguire?
L’universo è tanto vasto,
sembravate suggerire,
più di quello che pensi
più di quello che puoi capire
e la vita, la vita,
è un meraviglioso viaggio,
sempre in divenire».
E in quel parlare del cielo,
in quell’estasi in cui mi perdevo,
io leggevo una chiamata, un invito,
a esplorare
un disegno oltre il nostro,
un ordine nascosto
dietro quel velo d’infinito.
Così ogni notte lo facevo
e il cuore, guardando, piano piano si calmava.
La domanda ancora oggi è sempre la stessa:
che cos’è questo libro che mai si chiude?
Quest’oceano celeste sopra di noi
che ancora mi incanta
e mai mi delude?
Un’opera d’arte, certo, un capolavoro.
Un mistero.
Il riflesso dell’animo mio
inquieto.
L’eco di qualcosa
che ancora ci è segreto.
E davanti a voi, luminose stelle
la mia emozione si fa sempre meraviglia.
Un uomo così piccolo,
in mezzo alla sua grande famiglia.
L'articolo “Camminare sull’orlo di un abisso”. Dialogo con Corrado d’Elia
proviene da Pangea.
Nel 2026 Dario Fo compie cent’anni ed è certamente un giullare indelebile. Non
ha mai realizzato parodie banali, tanto per far ridere. Le sue non sono mai
state smorfie fini a se stesse, volgari mimesi per una grassa risata – ma la
prova evidente di micro episodi espressivi, costruiti per l’esplorazione e
recupero della realtà nella sua forma più ampia. Come ha scritto Bernard Dort
“Dario Fo ha tutto per essere un mimo prodigioso. Sa riunire in un gesto della
mano, del braccio e del corpo, quei movimenti casuali ai quali non cessiamo di
abbandonarci. Ma quello che appare sono le figure mutevoli, transitorie degli
uomini immersi nella storia e nella lotta delle classi.”
Non importa se la realtà che affiora e dialoga con noi, grazie a queste
immagini, viene colta nei suoi aspetti ridanciani, comici o tragici, oppure
assorti e misteriosi. Quel suo fresco parlare senza parole s’appoggia nella
comunicativa popolare per un contenuto morale, la rappresentazione di un urto
necessario tra due mondi, tra due concezioni, come ha scritto Gramsci. Si dice
del teatro comico come di una reinvenzione cosciente della vita, presentata in
forma immaginativa: in modo da suscitare interesse e partecipazione. Al punto di
credere che, al suo meglio, riesca ad esprimere i nostri stessi sentimenti; per
condurci in un mosaico di creature che come noi soffrono, gioiscono, lottano per
evadere da se stesse. Si ride di ciò che costituisce il contenuto
dell’argomentazione quanto degli schemi argomentativi. Si ride di ciò che si può
o non si può dire. Si ride grazie alle astuzie della scelta, delle variazioni,
dell’interpretazione patteggiata. Si ride grazie a smorfie appropriate non
stolte. La maschera, i gesti, le espressioni argute, provocatorie e grottesche
dei personaggi di Fo sono ancora oggi i lampi del presente.
Walter Valeri con Dario Fo e Franca Rame
Per tutta la vita, come l’autore delle Ceneri di Gramsci, Dario Fo ha odiato e
fustigato gli indifferenti. Ha creato maschere comiche irresistibili, vive e
messe in situazione come strutture gestuali. Un insegnamento prodigioso per una
comicità civile, scrupolosa e sapiente. Oppure roboante e fracassona, se
necessario. Perché no? In teatro, come in tutte le arti, la pigrizia non può
essere di casa: il corpo, la mano che non risponde è già passata al suicidio. Le
sue pantomime e i monologhi sono come scintille nella memoria di coloro che le
hanno viste dal vivo. Quelli che ne hanno gioito, grazie ai video possono ancora
gioire di capolavori ineguagliabili quali La nascita del giullare, La
resurrezione di Lazzaro, Le nozze di Cana, La fame dello zanni poi confluiti
in Mistero Buffo; sino a Francesco Giullare di Dio: un unicum dove l’esperienza
ed esistenza creatrice dello spettatore e dell’attore coincidono. Questo grazie
a migliaia di giullarate, situazioni comiche ispirate a fonti che spaziano dal
teatro greco a quello medievale, da quello rinascimentale a quello moderno, nate
sotto l’urgenza e il segno della dismisura. Una dismisura, portata avanti oggi
da Mario Pirovano, o pazientemente distesa per parlare di noi e dei cortili
sotto casa. Così è stato sin dagli esordi con Il dito nell’occhio, poi negli
anni a seguire con la complicità geniale di Franca Rame, per denudare il potere
politico, la logica pretestuosa dell’ovvietà, l’ipocrisia di chi si nutre della
nostra quotidiana pigrizia. Maschere esorbitanti, pungenti e indomabili. Utili
nell’additare delle contro-maschere ostili, filtrate dall’ipocrisia,
dall’imperdonabile stanchezza o arroganza di essere al mondo, di volerlo così
com’è.
Dario Fo è stato un giullare shakespeariano, Franca una giullaressa alla corte
di un’umanità priva di cuore, bisogna dirlo. Un’umanità colpevole di decine di
migliaia di femminicidi, carneficine insensate, morti bianche sul lavoro,
produttrice di sprechi e di fame, insensibile alle necessità di centinaia di
milioni di poveri. Un’umanità riottosa e ostile nei confronti di centinaia di
migliaia di migranti, sepolti nell’acqua, diseredati persino del diritto al
dolore.
Walter Valeri
*Walter Valeri ha pubblicato, tra l’altro, “Il Dario furioso. Franca Rame e
Dario Fo. Teatro, politica e cultura nell’Italia del Novecento”, Il Ponte
Vecchio, 2020
L'articolo Dario Fo: un giullare contro la logica dell’ovvietà proviene da
Pangea.
In vita ho avuto il privilegio di conoscere molte persone, al di qua e al di là
dell’Oceano. Alcune nobili e straordinarie altre solo famose. Fra quelle nobili
e straordinarie c’è senz’altro Franca Rame, con la quale ho avuto il privilegio
di collaborare per oltre quindici anni a partire dal 1980. Nel corso del tempo
ho avuto modo di vedere da vicino come le opere del premio Nobel Dario Fo siano
state fortemente influenzate dalla sua sapienza attoriale. Oltre che dalla
sua capacità organizzativa e coraggio politico.
Franca è stata per Dario il ‘miglior fabbro’. Non solo per i monologhi femminili
ma per l’intero corpus della sua opera.
Era la prima a cui Dario leggeva i manoscritti, oppure la ‘fabula’ che,
successivamente, sarebbe diventata il copione di scena: un testo provvisorio,
non ancora pieno di cancellature e note a margine, che Franca aveva già vagliato
e commentato, magari in cucina. Non a caso nell’edizione stampata delle commedie
sta scritto ‘a cura di Franca Rame’. Non solo come riconoscimento editoriale, ma
come traccia di un’intensa collaborazione e sinergia maturata nel corso di
migliaia di recite realizzate in comune. Un’empatia esistenziale che, secondo
Franca, implica un perenne “scambio della propria esperienza personale, della
propria vita con quella degli altri. È sempre così se si crede in quello che si
fa, specie in teatro.”
Per realizzare quell’artificio insito nel mestiere dell’attrice Franca
utilizzava una vis comica ed intelligenza che si è
sviluppata progressivamente. A seconda dei fatti politici del giorno,
all’ideologia dominante sottoposta a critica severa, oppure con l’innesto a
margine della propria vita a partire dalla prima infanzia. Per esemplificare,
senza volermi inoltrare in un’analisi approfondita dell’argomento, cito
direttamente dal monologo Ritorno alla vita scritto durante la veglia per la
morte della madre Emilia, pubblicato su Teatri e sulla rivista
online “lamacchinasognante”.
> “È ora che Franca incominci a recitare, ormai è grande”. Avevo 3 anni. È mia
> madre che parla. Me la ricordo mentre mi insegnava la parte: “bocca a bocca”,
> così si diceva a casa mia, mot-a mot, parola per parola. Aveva deciso (era
> sempre lei che prendeva le decisioni importanti in famiglia) che avrei fatto
> un angiolino di supporto all’angelo vero, che veniva interpretato da mia
> sorella Pia in La passione del Signore atto V, Orto dei Getzemani. “Pentiti
> Giuda traditore che per trenta monete d’argento hai venduto il tuo Signore!
> Pentiti! Pentiti!” recitava Pia e io dovevo ripetere gridando subito dopo, la
> stessa battuta: “Pentiti! Pentiti! Giuda traditore che per trenta monete
> d’argento ha venduto il suo Signore!” Non era una gran parte, non ci devo aver
> messo molto ad impararla. “Ripeti!” e ancora e ancora “ripeti” dicevala mamma
> paziente mentre pelava le patate per il minestrone. “Ripeti!”
Sono parole e pensieri che ci prendono per mano e indicano l’origine della sua
esperienza attoriale. Tipica di una figlia d’arte, che negli anni a venire
dedica l’intera esistenza al palcoscenico. Un’arte che nasce principalmente
all’interno di una microsocietà aurorale e si sviluppa grazie al codice orale in
virtù di un nucleo famigliare dove l’arte e la vita coincidono. Una grammatica
di scena esistenziale ed immaginifica, eppure rigorosa, che riguarda ‘il farsi e
disfarsi del linguaggio, come direbbe Roman Jakobson. Che ha a che fare con
l’imprinting, l’unicità della lingua associata alle proprie emozioni, alla
cognizione del dolore e della gioia. Così apprendiamo che all’inizio e alla fine
di quella recita, l’angiolino Franca, ad appena tre anni, volente o nolente è
stato gettato nella mischia, incitato con grandi cenni ad entrare in un
carattere fondante la sua futura personalità di donna e attrice:
> Non so se la paura d’essere sgridata o il “senso del dovere” che maledizione
> da che sono nata è lì, a infastidirmi la coscienza, fatto si è che dopo un
> attimo di silenzio, raddrizzandomi la coroncina di lampadine che nel trambusto
> stava per cadermi, con voce chiara e mesta, quel tanto che serve dico
> “S’impicca! Non s’è pentito… Giuda traditore che per trenta monete d’argento
> ha venduto il suo Signore… Non s’è pentito!” e via che esco. Ce l’avevo fatta:
> l’avevo detta tutta! Non so se mi abbiano detto qualcosa… so solo che da
> allora in poi, “La passione del Signore” ha sempre avuto due angiolini, con il
> più piccolo che abbraccia Giuda a mostrare la grandezza di Dio. E tutti giù a
> piangere. Mia madre ha raccontato questa storia almeno mille volte, senza
> riuscire a nascondere orgoglio e un pizzico di meraviglia.
Spesso nei suoi monologhi Franca ha trattato “con voce chiara e mesta” oppure
comica e irata, il tema della madre con “quel tanto che serve”. Non a caso i
titoli più famosi, scritti a quattro mani con Dario, sono Medea, Maria alla
Croce, Mamma Togni, Michele lu lanzone, Il risveglio, Una madre, Lo stupro, Il
diario di Eva, Lisistrata romana, etc. Sono testi in cui l’archetipo della madre
trova una risonanza immediata, vitale e plausibile, sempre all’interno del
processo di trasformazione del mondo femminile. Punto di transito, luogo ideale
e reale, della presa di coscienza di una donna del XX secolo che ha fatto uso
del palcoscenico per darsi voce e coraggio.
Franca Rame e Walter Valeri
Un’altra dote di Franca, che non tutti conoscono, e di cui Dario ha
abbondantemente beneficiato, era quella di saper orchestrare dall’interno la
recita. Era come una sorta di regista al seguito. C’erano dei segnali precisi,
magistrali e indiscutibili, con cui Franca interveniva all’insaputa del
pubblico. Ad esempio: se Dario preso dalla foga si dilungava durante
l’introduzione allo spettacolo, lei lo correggeva, lo avvertiva con dei piccoli
colpi di tosse dalla quinta. Oppure, se un attore o un’attrice scendevano di
tono perdendo il contatto con il pubblico, lei lo segnalava con un gesto
discreto, con un colpo del piede sul palcoscenico; oppure servendosi di un
mezzo tono che, benché tagliente, non valicava il boccascena. Franca recitava e
ascoltava con distacco sé stessa e gli altri recitare. Come se fosse seduta fra
il pubblico. Per una sorta di automatismo innato, senza farsene vanto, aveva del
pubblico una percezione permanente ed esatta, quasi infallibile.
Durante le interviste o chiacchierate informali era solita schermirsi. Fare
ironia nei confronti di quelli che indossavano una faccia da attori o da
attrici. Ripeteva che quello del teatrante era un lavoro come un altro e andava
svolto nel migliore dei modi, con estrema modestia, serietà e semplicità. Non
c’era alcun medico che potesse prescrive ai pazienti l’obbligo di fare gli
attori, di guadagnarsi la vita in scena. Anche se, personalmente, penso che il
monologo autobiografico Lo stupro, abbia avuto per lei una funzione terapeutica.
Più volte ha avuto modo di dichiarare “Ciò che appartiene alla sfera ‘personale’
appartiene anche a quella ‘politica’, e viceversa”. Ed è questa radicale
compenetrazione fra il ‘personale’ e il ‘politico’ il nodo centrale del suo
teatro.
Era una persona a modo suo religiosa; un po’ marxista e un po’ francescana ‘sine
glossa’ come suol dirsi; a volte dolcissima e a volte inflessibile, benché
pronta a chiedere scusa nell’evidenza dell’errore. Il pubblico che la seguiva lo
intendeva bene, mentre numeroso l’ascoltava recitare o in camerino. Tutti
sapevano che i monologhi femminili di Tutta casa letto e chiesa erano un punto
di riferimento preciso. Un’autentica opposizione ad ogni sopruso, ad ogni atto
politico oppressivo nei confronti delle donne. Anche grazie a lei sappiamo che
esiste un discrimine ‘inoffuscabile’ tra la verità e la sua negazione. Non parlo
della menzogna che rende insensibili a tutto, perché tutto è già stato venduto e
comprato (compreso gli occhi delle vittime innocenti) ma di quella descritta da
Dostoevskij o Manzoni, che morde dentro. Con un sorriso malizioso ripeteva
spesso “Dio esiste, ed è comunista”. Anche per questo la verità chiede dei
sacrifici.
Una volta ho scritto: la verità in teatro, come per la religione, migra
indistruttibile. La luminosa interezza di Franca Rame è simile alle ali di una
farfalla che punge. Lo penso ancora. Fra i molti esempi di coerenza e dignità
politica, senza precedenti nella storia della nostra Repubblica, c’è quello
delle sue dimissioni dal Senato della Repubblica. Lo ha fatto in modo
trasparente. Senza grida o strepiti. Con una lettera pubblica irrevocabile ed
esemplare che andrebbe letta e commentata ancora oggi nelle scuole del nostro
paese. Cuori e menti ad educare, come ha scritto parlando d’altro Franco
Fortini, “la credibilità pretende autenticità. Nel nostro spazio di vita che è
dell’inautentico, ogni atto di fede, foss’anche il più superstizioso, rammenta
l’esigenza dell’autenticità.”
Forse anche per questo la stampa e i media, che sono soliti glorificare il nulla
l’hanno dimenticata. I capo redattori preferiscono mandare in macchina vecchie
baggianate tipo: Franca Rame insultava il Papa Benedetto XVI, semplicemente
perché, con tutto il rispetto dovuto, Franca ebbe modo di ricordare al mondo che
da un punto di vista strettamente fisiologico (e quindi psicologico) il Papa non
aveva l’utero. Quindi anche sua santità, avrebbe dovuto mettersi in ascolto, più
che dettare regole e imperativi intollerabili per il modo delle donne. Ora è il
tempo delle fakenews, delle tempeste mediatiche procurate ad arte, di un
pensiero che vorrebbe disintegrare l’intimo valore di ogni testimonianza e
speranza di liberazione come non fosse mai esistita. Eppure, la testimonianza di
Franca è stata quella di una donna veramente speciale.
Walter Valeri
Abano Terme 7/8/2025
*Dario Fo e Franca Rame leggono le lettere, Milano, 4 dicembre 1962 (Olycom)
L'articolo Franca Rame, il “miglior fabbro”. Ritratto di una donna speciale
proviene da Pangea.
Robert Bob Wilson è mancato il 31 luglio scorso a 83 anni nella sua casa di
Water Mill a New York e non ci voleva certo la celebrazione della sua morte per
parlarne. Se lo si ricorda oggi è per un indispensabile tributo alla sua
straordinaria carriera, ma anche per il timore che la sua vastissima lezione
artistico-teatrale non abbia – almeno per il momento – un’eredità attendibile e
originale. In oltre sessant’anni di creatività, Wilson ha realizzato più di
duecento produzioni, collaborando con molti dei protagonisti di questi ultimi
cinquant’anni: da Philip Glass ad Arvӧ Part e David Byrne, da Tom Waits a Lou
Reed, dalla performer Marina Abramović al drammaturgo Heiner Müller, usufruendo
anche dello spirito anarchico e dissacratorio di William Burroughs per comporre
un universo polifonico declinato nelle rispettive peculiarità. Una moderna,
insolita, geniale Gesamtkunstwerk – opera d’arte totale – coniata illo
tempore dal filosofo tedesco K.F.E Trahndorff nel 1827 e teorizzata dal
compositore Richard Wagner più di un ventennio dopo, corroborata dalle moderne,
esplosive sensibilità delle Avanguardie Storiche. Dalla multidisciplinarietà del
Futurismo e del Suprematismo – nei suoni, nella danza, nell’impiego radente
delle luci – alla dissacrazione sistematica del Dadaismo, dalle deformazioni
grottesche del Surrealismo alla controcultura alternativa della Beat/Pop dei
suoi anni. Wilson è stato un attento coagulatore di avanguardie, mixate
sapientemente facendo attenzione allo spirito del tempo, combinate in modo che
il risultato finale non fosse dirompente – come per loro natura – ma bensì
permeato dalla distanza, da una lontananza spaesante, da una lentezza
penetrante, quasi proveniente da altri mondi, là dov’è l’attenzione a dominare
il fare dell’uomo. Un mondo contrastato, fragoroso e violento, nella riduzione
pacificatoria del silenzio e della lentezza.
Lentezza quasi cerimoniale che domina la scena nei suoi progetti teatrali,
pressoché in assenza di testo, immersa in un silenzio diffuso, arricchita da
un’illuminazione sapiente – si potrebbe dire “mentale” – evocando una sequenza
di tempi vuoti, di attimi dilatati da riempire di gesti, di allusioni
rallentate, di movimenti sapienti. Un teatro che vuol raccontare per sensazioni,
pur senza dire, senza esporsi, quasi nell’ombra o – al contrario – percorrendo
l’aura luminosa del suo contorno, così padroneggiando entrambe le zone
estreme: Dove non potevo parlare, ho cominciato a costruire immagini. Il teatro
di Wilson è ipnotico, senza regole prestabilite quasi fosse d’improvvisazione,
ma in realtà messo in scena seguendo sensazioni rabdomantiche dominate dalla
lentezza, dove ogni attimo, ogni piccola variazione appare intenzionale, ogni
dettaglio si carica di significato, trasformando le difficoltà in risorsa
scenica, in guizzo creativo spontaneo, generativo.
La vocazione per il teatro si manifesta negli anni Sessanta al Pratt Institute,
dopo una formazione come architetto, retroterra che manterrà soprattutto nelle
scenografie: “Non ho mai pensato all’allestimento teatrale come ad una
decorazione, ma come a qualcosa di architettonico”; avvicinandosi allo stesso
tempo al mondo della danza ispirato da Merce Cunningham, Marta Graham e George
Balanchine. Ma Wilson coltiverà la sua specificità con l’impegno nel reintegro
di ragazzi disabili, sensibile all’esperienza personale del recupero della sua
balbuzie. Fonderà quindi la Byrd Hoffman School of Byrds, dedicata
affettuosamente a Miss Hoffman, la danzatrice che aveva risolto il suo problema.
Sarà questa peculiarità a procurare la svolta nella sua carriera nel 1970 con
l’opera Deafman Glance, con Raymond come protagonista, ragazzo orfano e
sordomuto che poi adotterà. Sette ore di silenzio osservando Raymond e le sue
movenze minimali cariche di significato: opera muta in uno spazio rarefatto
dominato dal silenzio e da un’architettura luminosa, dove ogni gesto diviene
rituale, ogni dissolvenza significativa. Un quinquennio intensissimo che
evolverà nell’opera Einstein on the beach con la collaborazione di Christopher
Knowles – afflitto da rilevanti danni cerebrali – e con lo sperimentatore sonoro
Philip Glass. È anche la stagione di The Life and Times of Joseph Stalin (1973)
opera epica di dodici ore in sette atti che si dipana in sette giornate con il
coinvolgimento di centinaia di artisti:
> “Avevo l’idea di fare un’opera teatrale che sarebbe stata messa in scena per
> sette giorni, una specie di finestra sul mondo in cui eventi ordinari e
> straordinari potessero essere visti insieme. Si poteva vedere alle 8 del
> mattino, alle 3 del pomeriggio o a mezzanotte e l’opera sarebbe sempre stata
> lì, un orologio di 24 ore composto da tempo naturale interrotto da tempo
> soprannaturale”.
Faraonico e minimale.
Ma Robert Bob Wilson è artista multidisciplinare e fin dal ’76 espone i
suoi storyboard anche alla prestigiosa Paula Cooper Gallery, con una carriera
che culminerà con l’attribuzione del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel
1993 grazie alla sua installazione Memory/Loss.
Nel 1991, seguendo la sua indole generosa e altruista, fonderà il campus The
Watermill Center, laboratorio creativo – ancora attivo – che raduna anche la sua
sconfinata collezione di oggetti reperiti in tutto il mondo e le sue opere
d’arte, con l’intento di formare nuovi talenti all’insegna della massima libertà
espressiva, seppur con il rischio concreto di dare troppi spunti personali
ottenendo alla fine giovani controfigure. Espone al Louvre anche il ritratto
della cantante Lady Gaga, frutto di un lavoro durato tre giorni con sessioni di
prova estenuanti anche di 15 ore, frequentando il versante artistico fino al
2023 con l’installazione al Museo LAC di Lugano trasformato in una foresta
virtuale, anno in cui viene insignito del Praemium Imperiale per il teatro dalla
Japan Art Association. È di pochi mesi fa la sua partecipazione al Salone del
Mobile di Milano con l’installazione dedicata alla Pietà Rondanini di
Michelangelo e la serata inaugurale alla Scala di Milano, tenuta dall’orchestra
del Teatro.
Quello di Wilson è un teatro senza paura, totalizzante, che può divenire
esplicitamente elitario quando richiede il massimo sforzo allo spettatore
impegnandolo per ore, se non per intere giornate. È anche il caso delle tre ore
di rappresentazione di Odissey (2013), poema omerico divenuto fiaba recitato
interamente in greco, simmetricamente incomprensibile ai più, ma immediatamente
ricevibile se ci si pone in ascesi verso il globo di luce che attanaglia la
scena fin dal primo minuto, trasformando una pièce teatrale nella possibilità di
un’esperienza elettiva.
Attraversando la temperatura novecentesca dell’Occidente e delle sue
avanguardie, nel teatro di Wilson è la lezione dell’Oriente – parco nelle parole
ed estremo nel controllo – che si afferma nel movimento. Avanzare e retrocedere
bilanciandosi con un procedere misurato, affondando il peso sulle leve,
ascoltando senza sussulto il traslocare felpato della propria massa con mani,
braccia, gambe, spalle, gomiti, piante dei piedi, bacino, controllati, mentre lo
sguardo si direziona secondo intenzione e mai casualmente, con gli occhi puntati
come il taglio di una lama, tracciando le geometrie della scena. In silenzio,
dove il respiro detta la sequenza del battito cardiaco e non viceversa. È con
questa attenzione al corpo (“Coltivare il proprio corpo come un orto”: Yukio
Mishima) che la sua balbuzie, anziché limite, diverrà risorsa, che il disagio
fisico dei suoi protagonisti consentirà l’apertura verso nuovi linguaggi, nuove
sensibilità, ampliando le possibilità d’interpretazione.
Bob Wilson alimenterà con intelligenza collaborazioni con i talenti più
distintivi del suo tempo, arricchendosi dei loro contributi e considerando il
suo teatro come un corpo vivo, pulsante e mai definitivo, modificandolo di
continuo nel corso delle prove, per carpire le sensazioni scaturite in tempo
reale dalle luci, dai corpi, dagli sguardi, dai respiri, come testimoniato dai
suoi collaboratori. Il suo teatro ha quindi catalizzato in un nuovo universo
multiforme le esperienze estreme dell’avanguardia, servendosi dei suoni
disarmonici e metallici coniati dall’Arte dei Rumori del Futurismo di Russolo,
del silenzio prolungato e allusivo di John Cage, con i suoi 4’e 33’’ (1952,
Maverick Concert Hall di New York), delle illuminazioni sghembe e dei tagli di
luce laterali dei Suprematisti, suggestioni innescate dall’irripetibile
capolavoro del 1913 Il Trionfo sul Sole, andato in scena al teatro Luna Park di
San Pietroburgo nel 1913, con prologo di Chlebnikov, “il poeta dei poeti”,
libretto scritto in Zaum, linguaggio transmentale elaborato da Kručënych con
pause dopo ogni sillaba, scene e costumi di Kazimir Malević asimmetrici e
sghembi, luci di Majakovskij a taglio di lama e musiche rumoriste di Matjušin,
completati da un coro inetto di sette persone assunto due giorni prima e da un
piano scordato.
Dovendo riassumere oggi il lascito di Wilson, non credo che “rivoluzionario” sia
il termine più corretto – come molti dei tributi in suo onore affermano oggi –
semmai riferibile alle prime esperienze permeate della protesta
anticonvenzionale del periodo Beat e Pop. Wilson è sicuramente un innovatore, un
“combinatore” straordinario di quanto più alto possa essere espresso nelle varie
discipline, riuscendo in questo modo ad essere realmente unico nei risultati
raggiunti, frutto anche dell’altrettanto straordinario talento dei celebri
partner che lo hanno affiancato nel corso della sua incredibile carriera. Non
attribuendo al termine “combinatore”, alcuna accezione limitativa, nel tentativo
di conferire alla sua ricerca artistica il termine più calzante, più
significativo.
Assistere ad uno spettacolo di Robert Wilson si può considerare un’esperienza
immersiva, come capitatomi nel 2003 a Roma, nella Nuvola di Fuksas, dove Wilson
dialogò con la musica totale di Arvo Pärt. Sodalizio nato nel 2009 – grazie
all’evento voluto da papa Benedetto XVI riunendo duecentosessanta artisti da
tutto il mondo nella Cappella Sistina – che farà scaturire Adam’s Passion, pièce
dedicata al primo uomo, che vive per primo la tragedia della proliferazione dei
popoli nelle differenze, anziché nelle radici comuni.Un’idea teologica di
riunificazione delle anime profonde dei popoli, un’evocazione dell’opera d’arte
come messaggio spirituale che prende corpo in un’atmosfera blu diffusa, avvolti
nella Musica come Luce di Part che evoca una verità assoluta, inevitabile,
votiva. Wilson diviene con le sue presenze eteree e silenziose, con
gl’inconsueti oggetti sospesi della scenografia che evocano la precarietà della
situazione umana, la parte complementare perfetta ad un suono celestiale, la
pietra angolare che sostiene in silenzio l’arco del messaggio sonoro,
partecipando attivamente ad una compenetrazione scenica minimale che rasenta la
perfezione, semmai questa possa realizzarsi su questa Terra.
Talmente vasta e articolata la produzione di Robert Bob Wilson che sono di gran
lunga più le opere non citate che quelle raccontate, anche se vale ricordare a
chiusura la motivazione dell’attribuzione del premio Europa per il Teatro nel
1997: “Per la sua capacità di reinventare il teatro come arte globale”, cui mi
preme aggiungere il non detto: Attento alle sensibilità più acute e dirompenti
delle Avanguardie Storiche del Novecento. Pur pacificate.
Roberto Floreani
*Nel testo: immagini dalle creazioni di Bob Wilson; in copertina: photo Lucie
Jansch
L'articolo Bob Wilson, il pacificatore di Avanguardie proviene da Pangea.
Il 6 maggio al Teatro Nazionale di Milano è andato in scena “Muse 1984 –
Resistance”, opera rock che è insieme un concerto tributo dedicato ai Muse, una
delle più importanti band del panorama musicale degli ultimi decenni, e
una pièce teatrale tratta da 1984 di George Orwell, classico della letteratura
novecentesca che ha ispirato l’album capolavoro dei Muse, “The Resistance”.
Diretto da Marco Rampoldi e prodotto dalla sua Rara Produzione, per la
drammaturgia di Paola Ornati, lo spettacolo tornerà sul palcoscenico il 7
novembre al teatro Michelangelo di Modena[1].
1984 di George Orwell (1949)
In un 1984 profetizzato all’ombra delle dittature del secolo breve, una Londra
post-atomica vive nell’era della solitudine: negli uffici, nei luoghi di
ritrovo, persino nell’intimità delle case, teleschermi sempre accesi scrutano e
ascoltano ogni espressione involontaria, ogni sospiro. Pensare è un crimine, e
come tale la Psicopolizia lo combatte, condannando i colpevoli a una damnatio
memoriae totale. Ogni atto d’amore è bandito. Nessuno è al sicuro, nemmeno da
colleghi e amici, nemmeno dai propri stessi figli. Nessuno è solo, eppure
nessuno lo è mai stato tanto radicalmente.
L’occhio del Grande Fratello non dorme mai. Un distopico Mago di Oz che muove i
fili del mondo da dietro le quinte. Un mortale, un superuomo, o forse un dio,
realmente esistente, o solo proiezione di un’ideologia. Impone all’umanità un
eterno presente, sempre mutevole eppure sempre uguale a sé stesso, perennemente
riscritto dal Partito ogniqualvolta cambi il vento. Perché il Partito non
sbaglia, e ciò che afferma è immutabile. Il tempo della Storia è finito, esiste
solo la narrazione del Partito, con le sue macchine che sputano fuori senza
sosta informazione, romanzi, film e musica, costruiti a tavolino sulla
Neolingua, un nuovo vocabolario ridotto all’osso, come del resto il pensiero,
ormai atrofizzato.
Uniche vestigia del passato, i versi di una filastrocca che cantano le voci
delle campane di Londra, un fermacarte di corallo, un diario dalle pagine
immacolate. Su questo diario Winston Smith, impiegato del Partito, scrive,
incidendo nelle sue pagine il disperato tentativo di ricordare, di rimanere
sano, di essere libero.
Affida la sua resistenza alla scrittura, e all’amore per Julia. Ma anche l’amore
e il desiderio di libertà fine a se stessi, senza istinti ideologici
rivoluzionari, sono condannati a non essere mai incontaminati, a essere sempre
un atto politico. Si è con il Partito o contro il Partito, unico polo di
attrazione o repulsione, la neutralità è morta. Non si può essere invisibili di
fronte allo sguardo del Grande Fratello.
Nato in un’epoca dilaniata dagli orrori del Nazismo e dello Stalinismo, il
romanzo nasce come condanna a qualunque dittatura, rivelandone, pur nella
grottesca iperbole della fantapolitica distopica, il reale meccanismo che
accomuna ogni forma deviante di governo, il potere per il potere. Era ancora
troppo coinvolto per aprire alla speranza in un mondo migliore: se infatti fin
dall’inizio la rivoluzione è affidata ai posteri, e rimandata a un futuro
lontano, sul finire del romanzo Winston è definito “l’ultimo uomo”, l’unico
sopravvissuto di una specie in via di estinzione, e forse già estinta. Ma anche
lui rinnegherà Julia e il loro amore, a cui si sostituirà quello cieco per il
Grande Fratello, marchiato a fuoco nella sua mente da torture fisiche e
psicologiche. È un punto di vista drammatico, ma, in quel momento storico,
necessario.
*
L’album “The Resistance” dei Muse (2009)
Un fremito di speranza fa vibrare invece le corde di “The Resistance”, quinto
album dei Muse, gruppo musicale rock alternativo britannico tra i più influenti
a livello globale. Nata negli anni Novanta e composta da Matthew Bellamy, Chris
Wolstenholme e Dominic Howard, la band si è aggiudicata alcuni tra i più
prestigiosi premi del mondo musicale, e nel 2022, anno di uscita dell’ultimo
album, ha raggiunto il traguardo di oltre trenta milioni di copie vendute in
tutto il mondo.
La distopia è un universo narrativo da spesso frequentato dai Muse, ma questa
volta con “The Resistance” il richiamo a 1984 è voluto ed esplicito. Ed
estremamente riuscito nel suo adattamento in chiave musicale, canonizzato dal
Grammy al miglior album rock.
Una definizione che restringe però i confini “rivoluzionariamente” indefiniti di
“The Resistance”, che all’insegna dello sperimentalismo, e di una libertà di
espressione fortemente tematica, percorre spazi dal rock all’elettronica, dal
metal alla ballad, fino a toccare la musica classica, in un crescendo di scambi
e unioni tra gli strumenti tipici della formazione dei Muse (chitarra elettrica,
basso e batteria) e l’orchestra sinfonica, posti in dialogo da un ponte ideale
gettato dagli assoli di piano del frontman, nonché compositore, Matthew Bellamy.
Siamo quindi accompagnati in un viaggio che ci porta dal ritmo incalzante di un
inno rivoluzionario come “Uprising” (Non ci sottometteranno/ Smetteranno di
umiliarci/ Non ci controlleranno/ Saremo vittoriosi/ Quindi, forza!) a brani più
intimi, come “Resistance”, pezzo che dà il nome all’album e che culmina quasi
con l’afflato di una preghiera (L’amore è la nostra resistenza/ Portaci via
dall’inferno/ Proteggici da ogni altro male/ Resistenza), fino ad arrivare a “I
Belong to You (+ Mon Coeur S’Ouvre a Ta Voix)”, che incastona una rivisitazione
dell’aria tratta dall’opera Samson et Dalila di Camille Saint-Saëns.
Di straordinaria potenza è poi il dittico “United States of Eurasia” e “Guiding
Light”: il primo brano è un’opera in miniatura, un mosaico di movimenti che in
quasi sei minuti racconta il presunto stato di guerra perenne che in 1984 è
utilizzato dal Partito come instrumentum regni, e condanna con esso tutte le
guerre, destinate a non finire mai perché continuamente alimentate dal potere al
fine di controllare le masse, quando invece il mondo potrebbe essere un’unica
realtà (E queste guerre, non possono essere vinte/ E tu vuoi che vadano avanti/
Ancora e ancora/ Perché dividere gli Stati/ Quando può essercene uno solo?). Uno
specchio di terribile attualità che ricorda le geografie sonore quasi oniriche
di “Innuendo”, capolavoro dei Queen, attraversando sonorità rock, inserti
arabeggianti e una coda, intitolata “Collateral Damage”, in cui Bellamy
interpreta al pianoforte il Notturno in Mi bemolle maggiore op. 9 n. 2 di
Fryderyk Chopin, mentre di sottofondo intuiamo risate di bambini, e l’eco di un
aereo miliare, che prosegue il suo volo di morte nel brano seguente, spegnendosi
nel boato delle percussioni che introducono la struggente ballad “Guiding Light”
(Ma sono perso, schiacciato, infreddolito e confuso/ Senza una luce guida
rimasta dentro di me/ Tu sei la mia luce guida/ Quando non c’è nessuna luce
guida che ci è rimasta dentro/ Quando non c’è nessuna luce guida nelle nostre
vite).
Chiude l’album il trittico dal titolo “Exogenesis”, una sinfonia composta da tre
movimenti, “Overture”, “Cross-Pollination” e “Redemption”.
È quindi nell’ottica della redenzione, e della promessa di ricominciare
percorrendo questa volta la giusta strada, che si chiude l’album: i 60 anni che
separavano il romanzo da “The Resistance” avevano frapposto un velo di distacco
che apriva uno spazio per sperare, e per resistere.
*
Muse 1984 – Resistance. Rock Opera
Ed è proprio in questo spazio reso fertile dalla speranza che mette radici la
“resistenza”, e con essa la partecipazione e l’adesione a un progetto
rivoluzionario di amore, libertà e pace.
Partecipazione e adesione che si respirano al Nazionale non solo grazie
all’energia travolgente dei più grandi successi dei Muse, che ha fatto alzare
dalle poltroncine e cantare anche un pubblico “introverso” e composto come
quello milanese, nel petto l’eco impetuosa della musica dal vivo, ma anche
grazie alla scelta tematica dei passi tratti dal romanzo e trasformati in
recitativi, a creare un percorso narrativo tra i brani musicali, trasformando un
concerto tributo in una vera e propria opera teatrale: l’accento, come
nell’album madre dello spettacolo, è posto sul seme di una rivoluzione destinata
a deflagrare e su di un’incorruttibile storia d’amore tra Julia (quasi un sogno,
che vediamo e ascoltiamo solo attraverso gli schermi) e Winston, interpretato da
Arcangelo Deleo con recitativi e tramite l’interpretazione dei brani nel ruolo
del frontman. Una rivoluzione e un amore che nel romanzo sono destinati a
fallire, andando a estirpare forse l’ultimo germoglio di umanità rimasto nel
mondo, e che qui invece sembrano volti a un disegno più grande, al di là della
salvezza e della libertà individuale dei protagonisti, un disegno che mira a
risvegliare l’umanità intera.
E il pubblico. Gli spettatori sono chiamati a vivere un’esperienza immersiva,
calamitati da un universo scenografico, progettato dallo stesso regista Marco
Rampoldi, che non lascia scampo: un’impalcatura in ferro sovrasta il
protagonista come un ingranaggio immane e fatale, e punta sulla platea gli occhi
implacabili dei teleschermi che nella Londra orwelliana spiavano ogni angolo
della vita della gente, e proiettavano le ingannevoli narrazioni della
propaganda.
Questa incombente struttura accoglie su piani solo apparentemente incomunicabili
i musicisti, giovani artisti di straordinario talento formatisi in alcune delle
più prestigiose scuole italiane e internazionali (Luca Corbani al basso, Giacomo
Gagliardini alla chitarra, Simone Mauro Ghilardi alle tastiere e Matteo Rampoldi
alla batteria). A tratti, negli intermezzi dei brani, indossano (idealmente) la
maschera, interpretando sia con recitativi dal vivo sia tramite video proiettati
dagli schermi gli agenti del Partito, con le agghiaccianti contraddizioni dei
suoi slogan: “la guerra è pace”, “la libertà è schiavitù”, “l’ignoranza è
forza”.
Eppure, i teleschermi non sono solo occhi e strumenti della propaganda, ma anche
finestre: finestre sull’interiorità di Winston, sui suoi spazi di libertà. E
così vi leggiamo le traduzioni dei testi delle canzoni, perché nulla vada
perduto, e le pagine del diario scritto in segreto dal protagonista.
Perché in un mondo dove tutto è sintetico, il linguaggio è atrofizzato, il
pensiero è un crimine, e nessuno è libero di scrivere, o di cantare, e dove si
distrugge anziché costruire, la creazione, l’arte, sono rivoluzionarie. E, in un
presente che sembra adombrato dalla distopia di Orwell, dove la guerra, la
solitudine e il silenzio interiore di una società troppo rumorosa sono ancora
drammaticamente attuali, sono un coraggioso atto d’amore per l’umanità.
Sono la nostra forma di resistenza. Perché salvare l’umanità non significa
preservare a ogni costo la nostra sopravvivenza, ma custodire ciò che ci rende
umani: “l’obbiettivo non è restare vivi, ma restare umani”.
Chiara Bianchi
*Si pubblica in anteprima l’articolo di Chiara Bianchi, in uscita sull’ultimo
numero di “Studi Cattolici”
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[1] Per rimanere aggiornati sulle prossime novità, consultate il
sito www.raraproduzione.it e le pagine Instagram dedicate @rara_produzione e
@muse1984.
L'articolo “L’amore è la nostra resistenza”. 1984: dal romanzo all’opera rock,
da Orwell ai Muse proviene da Pangea.