Uno degli oggetti più sconcertanti del Mao, il Museo di Arte Orientale di
Torino, è una specie di scapolare tibetano costruito con ossa umane. Le ossa
sono levigate e istoriate con estrema cura: i soggetti, a tratti microscopici,
alternano scheletri a scene di arditi amplessi, con donne dal potente petto.
Insomma, la vita & la morte, il sempiterno ciclo di nascita, copula, tomba. Il
“paramento rituale” viene indossato durante la danzacham; quello custodito al
Mao, sgargiante, è del XVI secolo. Non è un caso che l’abbiamo esposto poco
lontano da due armature di samurai giapponesi, coeve. Si tratta pur sempre di
una iniziazione alla transitorietà del tutto, di un addestrarsi a morire. Delle
armature, per altro, sono sorprendenti i nastri: così lievi, rosei, adatti,
semmai, all’abito di uno sposo. Già: sposalizio con la morte.
*
Non deve stupire la presenza del Mao a Torino, città enigmatica quant’altre mai:
si pensi al Museo Egizio. Le Alpi, ovunque, bianche, le fauci di un dio
carnivoro, fanno pensare agli eremiti conficcati nelle grotte dell’Himalaya. Il
Po non è poi così lontano dal Nilo, dal Gange – la livrea, da belva in catene, è
la stessa.
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Ciò che sorprende, piuttosto, sono i Buddha del Vietnam e del Laos, di
venerabile magrezza. Sono esposti in una sala affrescata del secentesco Palazzo
Mazzonis. Alle spalle del Buddha in oro – del XVII secolo, è vero, ma potrebbe
essere di un millennio fa, potrebbe meditare di fronte a un mammut, pare senza
tempo, senza lignaggio, senza legge – si spalanca un panorama italiano, con
giardino, ville, fiumi; dall’altro lato, alle spalle del Tathāgata, sboccia una
ninfa o una qualche fanciulla allegoria. L’estraneità non stride perché un
maestro è sempre estraneo al mondo.
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Dall’India alla Cambogia, dalla Cina al Giappone: Buddha cambia volto – è sempre
lo stesso? L’icona di Cristo è diversa in Spagna, a San Paolo, a Mosca, a
Erevan, può darsi, ma i caratteri prevalenti, efficaci, sono eguali. Da un lato
il corpo evapora; dall’altro, crocefigge. Nel cristianesimo tutto è corpo:
Cristo è Cristo; apparso nel tempo, sovrasta i tempi. Nel buddhismo, Buddha puoi
essere tu.
*
Una delle più potenti raffigurazioni del Buddha viene dal Pakistan, IV secolo.
Al di là dei lobi – emblema della rinuncia alle ricchezze del mondo – il volto,
severo, efebico, feroce nel compatire, enorme, sembra quello di un augusto.
Sembra la raffigurazione di Alessandro Magno in forma di Illuminato. D’altronde,
il Gandhāra è il luogo favolistico in cui la Grecia si fonde con l’India e
l’Ilisso sfocia nell’Idaspe; il Macedone realizza il mito di Dioniso alla
conquista d’Oriente, scortato dai leopardi.
Se Siddharta estingue le passioni rinunciando, Alessandro le esaurisce
conquistando – ogni suo gesto è compiuto come un sovraccarico, un esito che va
al di sopra dell’uomo. Accumulando ricchezze, Alessandro se ne spoglia – di sé,
lascia spoglie.
*
Della mostra in atto al Mao, di Chiharu Shiota, che dicono bravissima,
m’interessa pochissimo – tranne la pratica in cui si è adoperata, che prevede
digiuni, estenuanti fino alla visione, camminate nella neve, lavori nel fango.
Non altro è arte che realizzare il proprio gesto supremo, unico, indefettibile –
addestramento, destrezza. Quello è. Che piaccia o meno poco importa,
purché sia.
*
Bisogna inoltrarsi nel piano dedicato all’Asia meridionale e del Sud-est
asiatico, in un antro che può pure passare inosservato, però, per assistere al
miracolo. Un Buddha in meditazione – samādhi –, tratto dall’arenaria, nel VII
secolo, acefalo e con un braccio mozzato. La mano destra, mutila, sorretta dalla
sinistra, ha la dignità di un cranio – pare una ciotola: esiste miglior
rappresentazione dell’offerta? L’opera viene dal Vietnam; le gambe del Buddha,
incrociate, sembrano fondersi, sembrano le radici attorcigliate di una pianta.
Non so perché, ma questa statua acefala mi sembra la perfetta icona della
maestria, dell’ascesa. È vero, per ascendere al cielo bisogna perdere la testa;
ma cosa ce ne facciamo di un maestro spirituale decollato, di cui non sono
riconoscibili i tratti? Eppure, è in questa privazione, in questa assoluta
assenza di identità il tratto principale di un maestro. Io sono tu, sembra dirci
il maestro – non è orrendo un dio senza testa?
*
È vero, nostra è la tradizione del decollato. Il Battista è la levatrice di
Gesù; suo è il cranio che levita nel vassoio. Eppure, la testa decapitata di
Giovanni – riprodotta in innumeri modi – ne denuncia l’importanzacapitale. La
testa decapitata di Giovanni è come la testa decapitata di Orfeo che, rotolando
nel fiume Ebro, continua, ebbra, a cantare l’amore per Euridice. Proprio perché
è decapitata, la testa assume un sovrappiù di potenza, di presenza, di identità.
Si può dire che una testa esiste davvero quando è decapitata – il corpo, mero
stelo, ne è il resto, di cui si può fare a meno, senza rammarico.
Provate a guardare L’apparizione, la potentissima opera di Gustave Moreau: la
testa di Giovanni appare a mezz’aria, allucinata; il sangue si confonde con la
luce, che accerchia, a raggera, il sant’uomo, lo raggela. Il corpo è corazza
inutile; il corpo, crisalide del cranio, deve estinguersi perché la testa,
quintessenza dell’uomo, accada. Deve cadere, la testa, per fiorire.
*
Così, il corpo del Nazareno può essere falciato, flagellato, mutilato, reso
amorfo, reso invertebrato, ma il cranio no – la testa di Cristo, pur ferita, è
sempre riconoscibile: dalla corona di spine sboccerà un’aureola, un’aiuola
d’astri.
*
Decapitare una statua, cancellare il volto di Gesù o dei santi, è blasfemia,
vilipendio della sacra icona, vile atto perpetrato da furia iconoclasta. Delle
spoglie la parte più preziosa è la testa, che dell’uomo serba tutti gli
attributi. La testa ghigliottinata finisce in un cesto; il corpo è dato ai
cani.
*
Quanto ci confortano i Crocefissi rosi dal tempo, rovinati dai maldestri – i
Crocefissi senza braccia, senza gambe – i Crocefissi mutili, immoti in quella
vedovanza d’arti. Il Cristo-tutto-torso; il Cristo-tutto-volto, che dice, con
inequivoca chiarezza, della nostra infermità.
*
Eppure, è proprio lì, nell’immagine del dio decollato che sento,
misteriosamente, un’affinità con Dio. Come se al praticante non fosse concesso
neanche il rifugio del viso, neanche il tempio delle labbra, il mausoleo degli
occhi. A che pro conservare i tratti se sono irrintracciabili? Quale figlio può
nascere da un genitore senza testa?
Il corpo, sudario del volto, è leggerissimo – sembra di assistere alla lenta
sparizione del dio. Mentre sussurra, sostituiscimi, mettiti qui, il dio ha fatto
la muta, è già altro. Il dio decollato, il dio-tutto-corpo, tutto spalle, è lì
per sorreggerti – issati su di lui, come si va su un’altalena.
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