Il libro Albert Speer. La sua battaglia con la verità,[1] da poco uscito in
traduzione italiana per Adelphi, è il prodotto di faticosi colloqui tra la
giornalista britannica Gitta Sereny, nota per un saggio su Franz Stangl, già
comandante del campo di sterminio di Treblinka,[2] e Albert Speer, prima
architetto personale di Adolf Hitler, poi Ministro del Reich per l’armamento e
produzione bellica, e infine Ministro del Reich per l’industria e la produzione.
Oltre alle interviste, condotte dopo il termine della carcerazione di Speer a
seguito del processo di Norimberga, il testo è rafforzato da un’indagine
documentale di altissimo livello che guiderà il lettore, tra i vari approdi
raggiungibili, anche a un’idea piuttosto precisa sul grado di coinvolgimento
dell’architetto rispetto alla questione della soluzione finale.
Tra i moltissimi meriti del libro c’è quello di presentare un’accurata
osservazione di Speer e del suo cambiamento dopo i decenni di detenzione,
compreso il pentimento e l’avvicinamento alla fede tramite la guida di un
pastore calvinista; il merito di evidenziare il sistema hitleriano di
compartimentazione stagna delle responsabilità e delle mansioni, necessario a
impedire, a un certo grado almeno, la consapevolezza di crimini e colpe (sulle
pareti di tutti gli uffici un avviso recitava: «Ognuno deve sapere solo quello
che succede nel proprio ambito di competenza»); quello di testimoniare in modo
chiaro il diabolico magnetismo di Hitler; e ancora, il merito di aver indagato
l’ambiguità di una zona d’ombra tra il sapere e il non sapere e, soprattutto,
tra il sapere e il non voler sapere: un’ambiguità, questa, senza la quale non si
capirebbe la vicenda dell’Olocausto. L’opera, poi, è efficace anche per aver
posto l’accento sulla natura profonda del rapporto tra Hitler e il suo giovane
protetto.
Su questo aspetto potrebbe essere detto tanto e ci limitiamo a indicare il
capitolo Una specie di amore da cui apprendiamo che, dopo anni di frequentazione
quotidiana e di sincero interesse del Führer per tutti gli aspetti della sua
vita, Speer evitò sempre di parlargli del suo matrimonio che durava da ben sei
anni. Curioso, in quest’ottica, il passaggio in cui si viene a sapere del
disappunto di Hitler nel momento in cui, durante un evento pubblico, incontra la
moglie dell’architetto. Continuamente, nel rapporto tra Speer e il potente
mecenate, intuiamo una dinamica molto vicina a una bizzarra forma di
amore: un’attrazione sfruttata dall’architetto, per cui il legame con il Führer
significò onori e successo in giovanissima età, ben oltre quanto avrebbe potuto
sperare durante la sua formazione. Notevole la descrizione del loro ultimo
incontro quando Speer, senza una motivazione che non sia quella di una resa dei
conti le cui ragioni devono essere indagate anche nel campo del
sentimento, decide di raggiungere Hitler nel bunker per parlargli un’ultima
volta (dicendogli – se crediamo a quanto racconta l’architetto – di aver
disubbidito al suo ordine di attuare la strategia della terra bruciata).
Significativa in quest’ottica anche l’insistenza – e la malcelata amarezza – con
cui Speer, nei colloqui con la Sereny, ricorda la stretta di mano che Hitler gli
negò, salutandolo freddamente dopo il loro strano ultimo incontro.
Sono poi impressionanti alcuni passaggi in cui ci sentiamo costretti a
sconfinare in ragionamenti che riguardano più la spiritualità che la politica,
come quando Speer descrive il primo e unico incontro tra suo padre e il Führer:
> «Hitler, seduto in un palco di fronte al nostro, mandò il suo aiutante a dire
> che, se quell’anziano signore era mio padre, gli avrebbe fatto piacere
> conoscerlo. Non appena mio padre si trovò di fronte a Hitler, lo vidi
> impallidire e tremare: era scosso dai brividi, come se avesse la febbre. Non
> sembrava nemmeno ascoltare gli elogi di Hitler nei miei confronti; si limitò a
> fare un inchino e lasciò il palco senza dire una parola. Rimase fuori a lungo,
> facendo dei respiri profondi, poi il tremito cessò. Stupidamente, pensai che
> fosse solo emozionato, e fui sorpreso da quell’insolita manifestazione di
> sentimenti. Benché non ci fosse mai stato fra noi un contatto fisico, se non
> in circostanze formali, ricordo di avergli toccato il braccio, o addirittura
> di aver cercato di prenderlo sottobraccio. Lui si ritrasse in modo brusco.
> Oggi, ovviamente, capisco: lui, su un piano emotivo, politico e anche morale
> diverso da quello nazista, quella sera aveva percepito in qualche modo in
> Hitler quell’altro “Es” – qualunque cosa fosse – che io scoprii anni dopo».
Quando la Sereny chiese a Speer cosa intendesse con «quell’altro “Es”», lui
scosse la testa rispondendo di non saperlo precisamente:
> «Non lo so. Non sono molto bravo in questo tipo di ragionamento. Casalis [la
> guida calvinista che lo avvicinò alla fede durante la carcerazione] lo era; ne
> abbiamo parlato molte volte. Sa, dell’origine e della natura del male… Io non
> so ancora come affrontarlo. Casalis aveva un grande dono: semplificare – e non
> razionalizzare – l’irrazionale».
L’attendibilità del volume, in cui non c’è traccia di retorica o vittimismo,
deriva dalla testimonianza di un uomo che, oltre a essere stato un nazista
convinto, fu vicino a Hitler come nessun altro. Da qui anche l’impietosa
sincerità con cui sono tratteggiati i profili psicologici dei vari gerarchi,
nell’assurdità di una vicenda in cui la realtà ha di gran lunga superato ogni
possibile immaginazione.
Antonio Soldi
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[1] Albert Speer: His Battle with Truth, 1995.
[2] Into That Darkness: From Mercy Killings to Mass Murder, 1974.
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ministro di Hitler proviene da Pangea.