> Quando si affrontano davanti a Troia o a Mosca gli eserciti nemici, al di là
> di ciò che di inespiabile li separa, scrivono insieme il testo dell’epopea dal
> quale le generazioni future attingeranno il potere di trasfigurare di nuovo il
> mondo. Ovviamente tale trasfigurazione non è una redenzione, non riscatta, né
> resuscita i tesori della coscienza e della vita stupidamente sacrificati al
> meccanico operare della forza. Eppure, le ingiunzioni dell’irreparabile
> svegliano la volontà creatrice. Si rivolge al futuro e il futuro risponde. Se
> esiste un’autentica solidarietà, una comunione vivente tra individui isolati,
> non trae forse origine dalla speranza di fondare sulla vergogna e sul lutto
> una realtà nuova? Scoprendo gli errori di una visione limitata, l’individuo se
> ne affranca non attraverso l’amore per l’umanità ma grazie all’uso che avrà
> fatto di quel «materiale sperimentale», quel campo di macerie (Nietzsche):
> un’immagine nuova dell’esistenza a cui contribuisce l’intero passato, con le
> sue distruzioni e le sue opere, con la sua storia tremenda e magnifica.
>
> (R. Belspaloff, Sull’Iliade, Adelphi 2018, pp.58-59)
La vergogna è affezione dell’irreparabile. La guerra non redime, non riscatta le
vite sacrificate, non restituisce ciò che è stato distrutto, ciò che soggiace
alla Forza viene consegnato irrimediabilmente al nulla. Eppure, proprio questo
carattere senza riscatto nelle narrazioni diventa paradossalmente una condizione
di possibilità. La creazione non nasce dalla riconciliazione, ma dalla ferita
che resta aperta. L’epopea, dunque, non è celebrazione della vittoria, ma
trasfigurazione di una catastrofe condivisa: Il corpo del figlio ingiuriato e
Troia in fiamme per Priamo, lo scoramento per la morte di Patroclo e la freccia
conficcata nel tallone per Achille. I nemici che si affrontano, dunque,
condividono qualcosa che nessuno di loro controlla davvero.
La creazione è impersonale, o meglio trans-individuale: non appartiene né ai
vincitori né ai vinti, ma a una memoria che li eccede entrambi. La vergogna, in
questo senso, non è colpa né pentimento: è il sentimento che segnala
che qualcosa è accaduto sotto i colpi della necessità, senza riuscire perciò a
trovare delle giustificazioni. Tuttavia, proprio questo obbliga a immaginare
diversamente l’esistenza, ad avvertire la presenza dell’altro. È così che
Achille nella tenda con Priamo supplice piange.
> Questo tipo di vergogna è legato a una situazione estrema. Ma il fatto che
> possa esistere getta qualche luce sul problema generale già menzionato: i
> confini dell’io. Sottolineare che ogni essere umano ha due corpi – quello
> fisico e quello sociale, quello visibile e quello invisibile – non basta. È
> preferibile considerare l’individuo come il punto di convergenza di più
> insiemi. Apparteniamo contemporaneamente ad una specie (Homo sapiens), ad un
> genere, ad una comunità linguistica, ad una comunità politica, ad una comunità
> professionale e così via. Alla fine, ci imbattiamo in un insieme, definito da
> dieci impronte digitali, che ha un solo componente: noi stessi. Definire un
> individuo sulla base delle sue impronte digitali ha certamente un senso, in
> determinati contesti. Ma un individuo non può essere identificato con le
> caratteristiche che lo rendono unico. Per comprendere le azioni e i pensieri
> di un individuo, presente o passato, è necessario esplorare l’interazione tra
> gli insiemi, specifici e via via più generici, ai quali quell’individuo
> appartiene alla persona diversa da noi, per qualcosa in cui non siamo
> coinvolti – è un indizio che ci aiuta a ripensare, da un punto di vista
> inatteso, le nostre identità multiple, la loro interazione, la loro unità.
>
> (C. Ginzburg, Il vincolo della vergogna, C. Ginzburg, Adelphi 2026, pp.26-27)
È l’altro, colui col quale dialoghiamo e che mette in crisi l’idea di un io
compatto, autosufficiente e distruttivo. Il punto decisivo è questo: ci
vergogniamo per qualcosa che non coincide interamente con noi, e tuttavia ci
riguarda. La vergogna estrema (storica, artistica, politica) mostra che
l’individuo è un nodo di appartenenze. La vergogna funziona come un rivelatore:
ci colpisce perché attraversa quegli insiemi, li mette in corto circuito.
Nella recente raccolta di saggi pubblicata da Adelphi, Carlo Ginzburg costruisce
un ricco percorso interpretativo che attraversa materiali storici, letterari e
teorici apparentemente eterogenei, ma tenuti insieme da una coerente postura
metodologica. L’unità del volume non si fonda infatti su un tema univoco o su
una tesi dichiarata, bensì su una costellazione problematica che ruota attorno
alla presenza “dell’altro”, come elemento costitutivo (nella pluralità di
significati che assume nel testo). L’identità individuale emerge come un campo
di tensioni, in cui il soggetto è continuamente modellato da presenze che
eccedono la sua interiorità e che si manifestano sia come interlocutori concreti
sia come istanze interiorizzate, filtri inconsci (Ginzburg).
Questo dispositivo interpretativo è già visibile nel primo saggio dedicato alla
vergogna, dove l’emozione non viene interpretata come un’esperienza privata, ma
come il risultato di uno sguardo che giunge dal paese a cui apparteniamo, dalla
collettività.
Lo stesso schema riemerge nei saggi seguenti. In quello dedicato al dialogo
interiore, tratto universale del linguaggio che consiste nel parlare con sé
stessi (Jackobson) che analizza il dialogo interiore come fenomeno storico in un
contesto specifico; la ricostruzione della ricezione del testo della Servitù
volontaria di Étienne de La Boétie e l’influenza inconscia esercitata dal
pensiero di Hobbes; il Levi lettore del Manzoni vicino alla casistica;
“l’inversione” della narrazione storica e lo straniamento estetico in Proust.
La riflessione sull’alterità si estende anche all’analisi dei fenomeni
collettivi e delle dinamiche della persuasione, attraverso riferimenti e
intrecci fra Pavlov, Drabovitch, Gustave Le Bon e Aldous Huxley; il saggio sul
dono in Marcel Mauss, interpretato attraverso l’influenza e la lettura
dell’Emilio di Rousseau; il Collège de Sociologie, Voltaire, Sade, le Serate di
San Pietroburgo di Joseph de Maistre e la dimostrazione di come il pensiero
moderno sia attraversato dalla tensione tra la razionalità illuministica e la
fascinazione per il sacro.
Particolarmente significativa, in questo contesto, è la riflessione sul progetto
scientifico di Claude Lévi-Strauss. Ginzburg stesso osserva:
> È un passo che illustra come meglio non si potrebbe la grandiosa utopia
> scientifica di Lévi-Strauss. Ma l’osservatore, cacciato dalla porta in nome
> dell’oggettività della conoscenza, rientra dalla finestra, attraverso il
> rinvio al testo. Decodificare un testo significa, com’è ovvio, decifrare i
> rapporti sociali che hanno reso possibile la sua produzione; l’uso o gli usi
> per cui è stato prodotto; il pubblico attuale o potenziale a cui si rivolge;
> le realtà extratestuali di cui parla. Solo in questo modo il testo potrà
> essere tradotto, cioè interpretato in un’altra lingua: quella
> dell’osservatore. Ma la distinzione, tutt’altro che ‘metafisica’, tra
> osservatore e attori irrompe a un altro livello, anche dal testo più
> elementare: un nudo elenco di nomi.
>
> (Ivi, p. 198)
Questo passaggio chiarisce, a mio avviso, un punto centrale della riflessione di
Ginzburg: l’osservatore e quello che lo circonda non possono essere eliminati,
anche perché ogni interpretazione implica una traduzione e anche lo stesso,
quasi innocuo, atto della lettura scombina e ricombina, leggere è come
tradurre (Gadamer).
Attraverso queste molteplici figure dell’altro – la vergogna, la voce interiore,
la riemersione inconscia di testi e tradizioni, l’autorità, la folla – Ginzburg
delinea una concezione dell’individuo come spazio di tensione tra singolare e
collettivo, l’unità del volume risiede dunque in una pratica interpretativa
coerente, che utilizza casi e testi diversi per interrogare, ogni volta da una
prospettiva differente, il vincolo che lega l’io all’altro (agli altri) e,
attraverso di esso, alla dimensione storica.
Ogni saggio a cui faccio riferimento superficialmente e quelli che non ho
menzionato, ogni lettura o rilettura obliqua meriterebbe certamente
un’attenzione diversa. Il consiglio: leggete tra le righe, interpretate!
Tony Vero
*In copertina: un disegno derivato da Michelangelo
L'articolo “Le nostre multiple identità”. Intorno a un libro di Carlo Ginzburg
proviene da Pangea.
Tag - Adelphi
La vegetariana di Han Kang (Adelphi, 2016) mi ha fatto subito pensare a Doppio
sogno di Schnitzler, a causa dell’atmosfera, per lo stile alto e novecentesco,
dove – finalmente – senza lo scabro minimalismo cui siamo abituati negli ultimi
tempi, la vastità dell’animo umano trova spazio per essere osservata
minuziosamente, sino al mostruoso. Mi ha fatto pensare a Schnitzler anche per il
frangente iniziate di un erotismo conturbante e violento, quando il marito
sembra essere indeciso tra il punire la moglie, a causa della sua decisione di
non mangiare più carne, e il desiderarla più di prima, forse in quanto
frastornante intreccio di disobbedienza e alterazione sensoriale.
Il desiderio si traduce in punizione, in quanto chi si sottrae attrae, e attrae
anche senza alcun desiderio, perciò abbiamo un’immagine d’improvvisa estraneità
tra marito e moglie, in cui la sessualità ci appare al più strumento di
violenza.
Di Yeong-hye, la protagonista, osserviamo l’interiorità solo mediante la
disperazione magistralmente urlata nelle pagine del diario, laddove ci appare di
umore nero, del tutto fuori contesto all’interno del ménage familiare. Dopo un
incontro inquietante, però, rivela una nuova prospettiva, un nuovo gioco di luci
e ombre. Ci liberiamo dello sguardo di un marito incapace di comprendere la
sofferenza profonda nell’animo della moglie, e osserviamo il punto di vista di
una terza persona, il cognato della protagonista, apparso in un momento che
sembra diverso dal resto del romanzo: osserviamo Yeong-hye lasciarsi dipingere
un fiore sulla pelle accanto a quella che il cognato definisce macchia
mongolica. Costui le provoca desiderio e terrore, consapevolezza di star facendo
qualcosa di estremamente sbagliato, ma di cui non può fare a meno. Ciò che in
quell’istante potrebbe sembrare un tradimento, da un’altra prospettiva potrebbe
essere accostato a un incantesimo volto a trasformare Yeong-hye in pianta.
Nella prima parte, intitolata La vegetariana, assistiamo inermi alla
trasformazione nerissima della coppia marito/moglie da intima a estranea, nella
logica freudiana del perturbante. Nella seconda parte, La macchia mongolica, ci
inoltriamo in un nuovo, e nuovamente perturbante, altrove scaturito
dall’estraneità apparente che si fa tramite di passione smodata, e
incantesimo. In questa seconda parte Yeong-hye sembra non essere la stessa della
prima parte, sembra non avere nome, non è la donna di prima, è un’estranea,
un’altra. È cominciato quindi il tempo della metamorfosi.
Nella terza parte, Fiamme verdi, il punto di vista è della sorella – di nome
In-hye –, la narrazione torna più volte sul dipinto floreale, in quanto il
desiderio di Yeong-hye di smettere di mangiare carne si traduce in anoressia.
Infine, la vediamo al culmine delle forze, in un ospedale psichiatrico, laddove
la diagnosi non è più di anoressia ma di schizofrenia, e ricorda tanto il caso
di Ellen West analizzato dallo psichiatra svizzero Ludwig Binswanger.
Hang Kang vince il Nobel nel 2024 anche grazie a questo libro; raramente mi è
capitato di pensarlo negli ultimi anni di altri, questa volta sì: è un Nobel per
la letteratura meritatissimo. Non si tratta di un libro sul vegetarianesimo,
sull’anoressia, o sulla schizofrenia, o quantomeno solo nella dimensione in cui
tutto ciò si configura come una lotta, una forma di desiderio silente di
sparire. Vi è qui esposto il sinthómo del Seminario XXIII di
Lacan. Il sinthòmo è la vita oltre la vita, l’oltrepassamento, l’assoluto, la
scelta immutabile di abitare pienamente il reale aprendo tutte le porte, senza
chiuderne alcuna o, meglio, chiudendo la porta al principio di realtà. È una
rivolta, una guerra silenziosa, un desiderio di tornare al ventre materno,
all’origine minerale di tutte le cose. Il desiderio di sparire è equiparabile
al desiderio di essere vista realmente dagli uomini che dicono di amarla, dalla
società coreana contemporanea, in ultimo, di sottrarsi ai rapporti di forza del
proprio contesto, ed è questa la ragione principe di ogni malattia dell’anima e
di ogni suicidio: il tentativo estremo di sottrarsi una volta per tutte
all’identità sociale che non abbiamo scelto ma da cui siamo costantemente scelti
senza essere interpellati, così come la protagonista del romanzo viene osservata
da tre punti di vista diversi, ma mai dal proprio.
L’inversione primordiale sperimentata dalla protagonista rende chiarissimo il
momento in cui, in un dialogo con la sorella, costei definisca il proprio stato
patologico con il riso fanciullesco di chi abbia trovato la sorgente, concetto
tanto caro a Hölderlin, per dire. Un momento icastico, struggente, è nella terza
parte, quello in cui – in una posa naturalissima – la troviamo ribaltata in
verticale, nella stanza d’ospedale, quando sembra aver finalmente compreso che
gli alberi siano rovesciati e le loro braccia siano radici, mentre i rami e le
foglie costituirebbero gli arti inferiori e, perciò, del tutto logicamente, la
protagonista non avrebbe bisogno di cibo ma di acqua. Fino alla fine le cure
prescritte e in un secondo momento somministrate con la forza dal personale
della clinica appaiono inadeguate, il desiderio trascendente di non vivere ha
messo radici profondissime in lei, e qualsiasi tentativo di cura le appare quale
riverbero dell’umana violenza, del principio per cui ha iniziato il suo viaggio
a ritroso verso la sparizione, la mineralizzazione. Reperto di se stessa, non
può essere curata dai medici, dal marito né dalla sorella, ma è fiore più che
frutto di tutta la congerie familiare, capro espiatorio ebefrenico dell’intera
astuzia e violenza dell’umano, così come la follia nel suo testimoniare diviene
martirio cristico, che si fa carico in croce dei mali di ogni essere vivente,
senza saperlo, forse senza neppure volerlo; al di là del desidero del soggetto,
nell’acuminato sentiero di espiazione cosmica.
Ilaria Palomba
*In copertina: Alberto Giacometti, Senza titolo, 1949
L'articolo A tutto sottratta. Intorno a “La vegetariana”, ovvero: di
trascendenza, rivolta e sparizione proviene da Pangea.
Il libro Albert Speer. La sua battaglia con la verità,[1] da poco uscito in
traduzione italiana per Adelphi, è il prodotto di faticosi colloqui tra la
giornalista britannica Gitta Sereny, nota per un saggio su Franz Stangl, già
comandante del campo di sterminio di Treblinka,[2] e Albert Speer, prima
architetto personale di Adolf Hitler, poi Ministro del Reich per l’armamento e
produzione bellica, e infine Ministro del Reich per l’industria e la produzione.
Oltre alle interviste, condotte dopo il termine della carcerazione di Speer a
seguito del processo di Norimberga, il testo è rafforzato da un’indagine
documentale di altissimo livello che guiderà il lettore, tra i vari approdi
raggiungibili, anche a un’idea piuttosto precisa sul grado di coinvolgimento
dell’architetto rispetto alla questione della soluzione finale.
Tra i moltissimi meriti del libro c’è quello di presentare un’accurata
osservazione di Speer e del suo cambiamento dopo i decenni di detenzione,
compreso il pentimento e l’avvicinamento alla fede tramite la guida di un
pastore calvinista; il merito di evidenziare il sistema hitleriano di
compartimentazione stagna delle responsabilità e delle mansioni, necessario a
impedire, a un certo grado almeno, la consapevolezza di crimini e colpe (sulle
pareti di tutti gli uffici un avviso recitava: «Ognuno deve sapere solo quello
che succede nel proprio ambito di competenza»); quello di testimoniare in modo
chiaro il diabolico magnetismo di Hitler; e ancora, il merito di aver indagato
l’ambiguità di una zona d’ombra tra il sapere e il non sapere e, soprattutto,
tra il sapere e il non voler sapere: un’ambiguità, questa, senza la quale non si
capirebbe la vicenda dell’Olocausto. L’opera, poi, è efficace anche per aver
posto l’accento sulla natura profonda del rapporto tra Hitler e il suo giovane
protetto.
Su questo aspetto potrebbe essere detto tanto e ci limitiamo a indicare il
capitolo Una specie di amore da cui apprendiamo che, dopo anni di frequentazione
quotidiana e di sincero interesse del Führer per tutti gli aspetti della sua
vita, Speer evitò sempre di parlargli del suo matrimonio che durava da ben sei
anni. Curioso, in quest’ottica, il passaggio in cui si viene a sapere del
disappunto di Hitler nel momento in cui, durante un evento pubblico, incontra la
moglie dell’architetto. Continuamente, nel rapporto tra Speer e il potente
mecenate, intuiamo una dinamica molto vicina a una bizzarra forma di
amore: un’attrazione sfruttata dall’architetto, per cui il legame con il Führer
significò onori e successo in giovanissima età, ben oltre quanto avrebbe potuto
sperare durante la sua formazione. Notevole la descrizione del loro ultimo
incontro quando Speer, senza una motivazione che non sia quella di una resa dei
conti le cui ragioni devono essere indagate anche nel campo del
sentimento, decide di raggiungere Hitler nel bunker per parlargli un’ultima
volta (dicendogli – se crediamo a quanto racconta l’architetto – di aver
disubbidito al suo ordine di attuare la strategia della terra bruciata).
Significativa in quest’ottica anche l’insistenza – e la malcelata amarezza – con
cui Speer, nei colloqui con la Sereny, ricorda la stretta di mano che Hitler gli
negò, salutandolo freddamente dopo il loro strano ultimo incontro.
Sono poi impressionanti alcuni passaggi in cui ci sentiamo costretti a
sconfinare in ragionamenti che riguardano più la spiritualità che la politica,
come quando Speer descrive il primo e unico incontro tra suo padre e il Führer:
> «Hitler, seduto in un palco di fronte al nostro, mandò il suo aiutante a dire
> che, se quell’anziano signore era mio padre, gli avrebbe fatto piacere
> conoscerlo. Non appena mio padre si trovò di fronte a Hitler, lo vidi
> impallidire e tremare: era scosso dai brividi, come se avesse la febbre. Non
> sembrava nemmeno ascoltare gli elogi di Hitler nei miei confronti; si limitò a
> fare un inchino e lasciò il palco senza dire una parola. Rimase fuori a lungo,
> facendo dei respiri profondi, poi il tremito cessò. Stupidamente, pensai che
> fosse solo emozionato, e fui sorpreso da quell’insolita manifestazione di
> sentimenti. Benché non ci fosse mai stato fra noi un contatto fisico, se non
> in circostanze formali, ricordo di avergli toccato il braccio, o addirittura
> di aver cercato di prenderlo sottobraccio. Lui si ritrasse in modo brusco.
> Oggi, ovviamente, capisco: lui, su un piano emotivo, politico e anche morale
> diverso da quello nazista, quella sera aveva percepito in qualche modo in
> Hitler quell’altro “Es” – qualunque cosa fosse – che io scoprii anni dopo».
Quando la Sereny chiese a Speer cosa intendesse con «quell’altro “Es”», lui
scosse la testa rispondendo di non saperlo precisamente:
> «Non lo so. Non sono molto bravo in questo tipo di ragionamento. Casalis [la
> guida calvinista che lo avvicinò alla fede durante la carcerazione] lo era; ne
> abbiamo parlato molte volte. Sa, dell’origine e della natura del male… Io non
> so ancora come affrontarlo. Casalis aveva un grande dono: semplificare – e non
> razionalizzare – l’irrazionale».
L’attendibilità del volume, in cui non c’è traccia di retorica o vittimismo,
deriva dalla testimonianza di un uomo che, oltre a essere stato un nazista
convinto, fu vicino a Hitler come nessun altro. Da qui anche l’impietosa
sincerità con cui sono tratteggiati i profili psicologici dei vari gerarchi,
nell’assurdità di una vicenda in cui la realtà ha di gran lunga superato ogni
possibile immaginazione.
Antonio Soldi
--------------------------------------------------------------------------------
[1] Albert Speer: His Battle with Truth, 1995.
[2] Into That Darkness: From Mercy Killings to Mass Murder, 1974.
L'articolo “Della natura del male”. Dialoghi con Albert Speer, architetto e
ministro di Hitler proviene da Pangea.
Di Emil Cioran non si butta via nulla. Cioran è il vitello d’oro dell’editoria
odierna, un tempio diventato macello. Qualsiasi cosa abbia scritto – comprese le
cartoline, le epistole in sottofondo, i taccuini mutilati – è degno di stampa.
Merito di una scrittura lapidaria, veneficamente benefica, suprema per chi
confida nel genio della crudeltà. Le frasi di Cioran – indipendentemente da ciò
che significano – sono sempre ‘ad effetto’, mai affettate, perfette per il
proprio personale diario notturno, per la citazione sui social e per
galvanizzare una cena; ottime da tatuare in pieno corpo.
L’autore intransigente è diventato un’esigenza civica: Dio del Niente dacci oggi
il nostro Cioran quotidiano, in pillole concettuali, in supposte verbali, in
supposizioni postprandiali per il cattivo maestro in andropausa. A differenza di
quelli di Nietzsche – suo autentico padre-padrone, insieme a Pascal: altro che
lo stuolo di miseri moralisti del Settecento francese con cui ha scelto,
maliziosamente, di far gara – gli apoftegmi di Cioran sono, infine, tenui:
Cioran maneggia l’ascia del boia vestito da damigella di corte; oppure, al
contrario, volteggia a corte travestito da boia. Cioran non vuole ‘incidere’
nella storia del pensiero occidentale: preferisce far sfoggio di sé, dare
spettacolo, essere rivoltante per il gusto, senza cedere alle mode del tempo. In
questo, è un autentico trickster, il sommo impostore che spernacchia l’ordine
gerarchico, che sputtana il potere e ruba il Graal per farne il proprio pitale.
In questo, è autenticamente geniale. Basta non prenderlo sul serio: Cioran
potrebbe parlare di qualsiasi cosa – lo ha fatto: di Susana Soca come di
Saint-John Perse, della Russia e della Francia, di Teresa d’Avila e del
misconosciuto Mircea Vulcănescu (“il suo sapere prodigioso si sposava a una
purezza come non ne ho mai incontrata di simile”, scrive, nel gennaio del 1968)
– perché qualsiasi cosa, tra le sue mani, splende come l’oggetto più raro, il
primo-e-unico, il mai prima d’ora, il primevo, adorabile adoratore del Caos.
Nel groviglio dell’opera di Cioran, Esercizi negativi (Adelphi, 2025, a cura di
Ingrid Astier), in parte anticipati, tempo fa, su questo foglio, raduna le
frattaglie, gli scritti marginali abbozzati sul greto di Sommario di
decomposizione, libro-zenit uscito nel 1949, il primo in lingua francese. I
fogli – custoditi presso il Fondo Cioran alla Bibliothèque littéraire Jacques
Doucet, Parigi – sono noti ai cioraniani: Gallimard ha pubblicato Exercices
négatifs esattamente vent’anni fa. Chissà che effetto farebbe a Cioran vedere
quegli scarti – questo scaltro addestramento nella palestra del linguaggio –
minutamente annotati, chiosati, con tanto di “Varianti definitive”, stesure più
o meno rifinite, pre- e postfazioni, e la bordata di 339 note… Cioran, il
micidiale antiaccademico ridotto a cadavere anatomizzato dagli studiosi, su cui
compiere esperimenti di mesmerismo intellettuale.
Detto questo, il libro, in sé, è ovviamente straordinario. Risuonano tutti i
temi di Cioran; il ritmo imposto ai paragrafi ha qualcosa di selvatico, da
domatore di iene. Le frasi, come sempre, sono risolute, marziali, con adatta
quota d’abisso. Esempi sparsi.
> “Cos’è ciò che chiamiamo società, partito, ordine, religione se non un
> brulichio elevato a sistema in nome di una vaga e pericolosa divinità?”;
> “Ogni convinzione incrollabile deriva da un disturbo della mente. Così un uomo
> che abbia delle convinzioni è sempre un maniaco”;
> “In fondo, si vive solamente perché non vi è alcun motivo per vivere. La morte
> è troppo esatta, ha tutte le ragioni dalla sua”;
> “Date uno scopo preciso alla vita ed essa perderà all’istante il suo terribile
> fascino”.
Concetti superficiali che sembrano supremi, pronunciati con barbarica
assolutezza. Cioran, in fondo, accontenta tutti; siamo sempre d’accordo con lui
perché ha il guizzo della battuta brillante, che spiazza senza mai ferire.
> “Solo Dio – e il verme – hanno una posizione chiara: Uno crea – e l’altro
> rosicchia la Creazione”.
Che frase meravigliosa – mi pare di averla già letta, in forma lirica, leggendo
Dylan Thomas. Ecco, i brandelli di Cioran – che, non a caso, eccelle nella forma
breve – danno l’idea di qualcosa di già letto & orecchiato altrove: in lui,
però, anche l’ovvietà diventa oro, si veste a festa (o a lutto, è uguale), con
l’abito impeccabile. È il talento del ladro, di un pensiero come razzia. Leggere
Cioran è pericoloso: ci fa credere di essere più intelligenti, di avere l’uomo e
il cosmo in pugno – purtroppo, restiamo la raganella verbosa che siamo. Tra le
frasi-menhir che ho sottolineato, preferisco questa:
> “Il mistico che ha rinunciato alla parola ha rinunciato a tutto: non è più
> creatura, è la fine di una razza. Svanita l’articolazione, è l’uomo totalmente
> solo”.
Cioran era ossessionato dai mistici; uno dei suoi libri più potenti, Lacrime e
santi, andrebbe riprodotto nell’originaria versione rumena, quasi il doppio
rispetto a quella edita in Francia (da cui dipende la versione Adelphi, stampata
nel 1990).
Piuttosto, la lettura di Esercizi negativi impone un avvertimento. Avvertiamo,
cioè, che il Cioran “francese” ha sacrificato qualcosa di sé, del suo sé rumeno.
Per diventare Cioran, Cioran ha dovuto tradirsi: il parigino Emil, esteta
esperto in idoli e catacombe, ha ucciso Mihai, il rumeno selvaggio, il pensatore
transilvano. Si percepisce – per morsi, per singolari fratture – una
contrazione, una contraddizione: l’acrobata che ha scelto di farsi cecchino –
così, la burla, la cupa vigliaccata, quello stare tra terror panico e pavone,
virato in grigio, in un linguaggio a denti stretti, si è fatto tragedia da
comodino.
In attesa di perfezionare il ragionamento, un consiglio. Affiancate a Cioran
altri pensatori “pericolosi”, che hanno messo in scacco le sorti progressive
della filosofia occidentale. Lev Šestov, Benjamin Fondane – che di Cioran è
stato intimo – e Malcolm de Chazal, l’aforista visionario che Wystan H. Auden
riteneva pari se non superiore a Cioran. Nessuno di questi fa breccia nel
mercato editoriale italiano: meno ‘facili’ di Cioran, restano autori autarchici,
esoterici, per pochissimi – mettono in crisi il sistema delle nostre
convinzioni, dei nostri convenzionali convenevoli.
In un brano di particolare bellezza, L’impossibile rinuncia – riprodotto in
quattro stesure… – Cioran scocca un motto dei suoi, da tenere sulla lingua come
una pallottola di zucchero:
> “Ho voluto essere un saggio come non ve ne furono mai, e sono soltanto un
> folle tra i folli”.
Magari fosse così, verrebbe da dire. “La follia è la matrice della sapienza”,
scriveva Giorgio Colli. Cioran non è riuscito a diventare folle – è rimasto un
saggio. Per questo, lo leggiamo con voluttuoso piacere – senza trasporto.
L'articolo “Sono soltanto un folle tra i folli”. Emil Cioran: il pensatore di
culto diventato di moda proviene da Pangea.
In copertina, un particolare dalla Santa Lucia di Francesco del Cossa: occhi che
germogliano da una piantina, stretta con malizioso garbo dalla santa. Era il
1994 e dell’autore – “nato nel 1941 a Rimini, dove vive” – si diceva, per lo
più, della biblioteca, la Gambalunghiana, di cui era, all’epoca, direttore,
“fondata al principio del Seicento, da un gentiluomo allampanato e funereo”. Il
romanzo – L’avvocata delle vertigini –, tra i più singolari e remoti del nostro
canone recente, nascondeva, tra l’altro, un altro libro, Ufficio del silenzio,
in cui si legge quanto segue: “Tacet. Come il colore bianco è la somma
misteriosa di tutti i colori, così quella lingua bianca che è il silenzio
accoglie paternamente tutte le parole”. Un monito, forse. Il protagonista,
Dominici, ricorda a sprazzi il Daniele Dominici de La prima notte di quiete,
l’eroe malinconico del film di Zurlini, ambientato a Rimini. Del libro si parlò
tanto, tanto fu tradotto: un autore italiano nel catalogo Adelphi era pura opera
di teurgia, quasi un’annunciazione; qualcuno paragonò L’avvocata delle
vertigini alla Variante di Lüneburg di Paolo Maurensig, noto romanzo uscito nel
1993: l’affinità è meramente editoriale.
Rispetto ad altri autori dal tardivo esordio – Francesco Biamonti e Gesualdo
Bufalino, ad esempio – Piero Meldini aveva già pubblicato tanto, per lo più
saggi, con l’amico editore di una vita, Guaraldi: tra gli altri,
ricordo Reazionaria, la prima “Antologia della cultura di destra in Italia”,
uscita nel 1973, Mussolini contro Freud (1976) e il ciclo “La cucina
dell’Itaglietta” (1977), che è poi una storia d’Italia, dall’età giolittiana al
fascismo alla “cucina del tempo di guerra”, attraverso la controcultura
culinaria.
Per lo più ostile alla cagnara letteraria, per lo più sulle sue, un isolato,
Piero Meldini ha pubblicato per Adelphi il suo libro più bello – L’antidoto
della malinconia, 1996, ambientato in un inquieto, coriaceo Seicento – e per
Mondadori quello che ritiene il più compiuto, La falce dell’ultimo quarto, nel
2004. L’ultimo libro, Italia. Una storia d’amore (la quinta: vigilia della Prima
guerra, tra Bologna e Rimini) è uscito per Mondadori poco meno di quindici anni
fa. Da allora, Meldini, senza dubbio uno dei grandi scrittori italiani di oggi,
vive in una veglia tutta sua: non ha più voglie letterarie, è quasi del tutto
refrattario al presente. I racconti radunati per Vallecchi come In disparte, in
silenzio (brutta la copertina “generata con AI”), così, fanno l’effetto di una
scoperta. Pochi – sedici – brevi – in tutto, compresa la Nota, il libro conta
centoquaranta pagine – sagaci, non scalfiscono il tema: il testo più recente è
del 2009. Eppure, per una sorta di sfrenata austerità, di spudorata sapienza, i
racconti di Meldini sembrano più moderni, freschi, scattanti, giovani di troppa
narrativa che infesta le librerie patrie.
Il racconto più bello – parere mio – è Dietro la grata: siamo nel Seicento, il
secolo narrativamente aureo e oracolare per Meldini, si parla di una giovane, di
fantomatica bellezza, confinata in monastero, di un diario mistico dalla
“scrittura insieme puerile e artificiosa”, di un donnaiolo attaccabrighe che
porterà al disfacimento la famiglia, non nobile ma capace in ricchezze. Il genio
dello scrittore, come sempre, si vede subito, fin dalla filigrana dell’incipit:
> “Sulla carta spessa, che crocchia e si accartoccia agli angoli, le righe
> corrono svelte. Le lettere pendono a destra, come investite da una corrente
> d’aria. Là dove la scrittura a un tratto si inalbera, graffiando il foglio, la
> porta avrà sbattuto”.
Si sente, cioè, in poche righe, il sapore di un mondo e il suo senso,
il suono dell’epoca. Lo scrittore gioca con gli astri, ha a cuore tutti gli
angoli della propria invenzione (soprattutto quelli invisibili al lettore). La
scrittura di Meldini rimanda – parere mio – ai racconti più riusciti di
Marguerite Yourcenar, quelli raccolti in Come l’acqua che scorre; lui cita, tra
i suoi lari, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Morselli, Buzzati. A Jorge Luis
Borges – autore che accompagna da sempre l’epopea letteraria di Meldini – è
dedicato uno ‘scherzo’ assai sugoso. In Pasticcio, il grande scrittore argentino
interpreta se stesso in vesti di cuoco: il suo piatto, naturalmente un
“capolavoro”, sortirà effetti mortali nella mente e nel corpo dei commensali. I
borgesiani di ferro riconosceranno nomi, temi, topografie, comunque esplicitati
dall’autore in nota.
Come ci si potrebbe attendere, Meldini – almeno in apparenza – guarda con
indocile sprezzatura ai suoi libri: nell’arco di un ventennio o poco più – mi
sono dimenticato di citare Lune, Adelphi, 1999 – ha pubblicato alcuni dei libri
indimenticabili della nostra tradizione recente, ma cosa gli importa… “Dubito
che qualche mio romanzo mi sopravviva e non è che la cosa mi turbi più di
tanto”, tende a ripetere. Lo scrittore forse fa proprio questo: scrive per
cancellarsi – delle cose che ha scritto, gli resta un riverbero, una breve
nudità, lo sbrego sul margine, un manoscritto pervertito dall’uso. Forse la sua
icona è la farfalla – o l’effimera; i libri, intanto, fanno la crisalide. Il
resto – far vivere un libro, dotarlo di eternità – è compito nostro, è la gioia
dei lettori.
Che cos’è il racconto per te: il disegno preparatorio di un romanzo, un romanzo
abortito, a mala pena abbozzato, un’occasione che avvampa, lasciando dello
scritto un pertugio di cenere – e poco altro. O è molto di più?
Il racconto non è né un embrione né un concentrato di romanzo. È un’alternativa.
La scelta, cioè, di raccontare in un numero limitato di pagine una storia con un
capo e una coda: un inizio che inviti alla lettura e un finale appagante,
sorprendente o perturbante. A differenza del romanzo, che lascia il lettore
libero di indugiare, sostare e fantasticare sulle sue pagine, il racconto lo
prende per mano e lo trascina fino alla conclusione. Un buon racconto è una
parabola nel duplice significato del termine: una traiettoria e un racconto con
una morale. Meglio – molto meglio – se indecifrabile.
La quarta recita: “Tutti i racconti di uno dei più originali narratori
italiani”. Ti domando. Sono davvero “tutti” i tuoi racconti qui raccolti; cosa
significa, appiccicato a te, l’aggettivo “originale”; e poi, ti senti davvero un
“narratore”?
Sì, i racconti sono più o meno tutti quelli che ho scritto; i pochi assenti non
meritavano di essere riesumati. Credo (spero) che con “originale” lo strillo –
di cui non sono responsabile – intendesse appartato e inclassificabile, perché
di fatto è così che mi vedo. E sì, mi considero un narratore. Se non ho in testa
una storia, anche semplice, e dei personaggi – chiamiamoli pure fantasmi – mi è
impossibile cominciare un racconto; non parliamo poi di un romanzo. Non credo
che la bella scrittura sia autosufficiente.
Secondo i canoni – idioti si dirà – della casistica narrativa italica, hai
esordito tardi, nel ’94, non pubblichi testi ‘nuovi’ dal 2012, un secolo fa. Il
racconto più recente raccolto in “In disparte, in silenzio” data 2009. Perché?
Non hai più niente da scrivere? La narrativa è stata una delle tante stanze
della tua vita, ora sigillata?
Scrivere è per me molto impegnativo. Il risultato, dopo una giornata di lavoro
(e se sono particolarmente in vena, s’intende), è una mezza cartella di
testo. Sulla quale tornare poi non so quante volte e più per togliere che per
aggiungere. Non è raro che dedichi a un singolo passo una settimana e più di
lavoro accanito. Non è nemmeno raro che poi lo cancelli senza una lacrima. Un
lavoro così lento e faticoso ha bisogno di un contesto favorevole: un’editoria
che si assuma qualche rischio, una critica attenta e autorevole, una comunità di
lettori sufficientemente ampia e curiosa. Nel ’94, quando ho esordito nella
narrativa, questo contesto esisteva; nel 2012 le cose erano già molto cambiate;
oggi mi attenderebbe una terra incognita, ma presumibilmente inospitale, e alla
mia veneranda età non si ipotecano due anni di vita per essere letti da dieci
amici.
In Italia non si legge – tanto meno, si leggono i racconti, antica leggenda.
Perché?
Non so se i lettori italiani non amino i racconti. Quel che so è che gli
editori, a torto o a ragione, li considerano poco commerciali e preferiscono a
una bella raccolta di racconti un romanzo mediocre.
Due domande in una. Che cosa stai leggendo? Qual è il tuo libro che – agli occhi
tuoi – ‘resterà’? (Ne aggiungo un’altra, in coda: il libro tuo che desideri
svanisca nell’oblio, c’è?, qual è?).
Sto leggendo Sotto una stella crudele, un libro del 2017 che avevo
temporaneamente accantonato. Non è un romanzo. Sono le memorie di una donna
ebrea di Praga, Heda Margolius Kovàly, che in meno di un decennio era passata
dagli orrori del nazismo a quelli dello stalinismo. È una lettura che prende
allo stomaco. Andrebbe imposta (no, mi correggo: consigliata) a tutti quei
giovani che si proclamano orgogliosamente fascisti o comunisti. Ma, temo, con
scarsi risultati.
Dubito che qualche mio romanzo mi sopravviva e non è che la cosa mi turbi più di
tanto. Potessi scegliere io, sarei indeciso tra L’antidoto della malinconia – il
romanzo a cui sono più legato – e La falce dell’ultimo quarto – quello che
considero il più maturo, per il suo equilibrio fra dramma e commedia. Tolto
qualche mio remoto saggio, che avrei potuto e forse dovuto lasciar perdere, ci
sono molti libri che oggi scriverei diversamente, ma nessuno di cui mi vergogni.
Anche i racconti – parere mio – confermano che ti trovi narrativamente più a tuo
agio in territori alieni ai più, a noi poveri scribi: il Seicento, l’Ottocento.
Lì, i tuoi tratti, mi pare, trovano una definitività indefettibile. È vero? Dico
sciocchezze?
È vero: ho con la contemporaneità un rapporto complicato, e non m’è del tutto
chiaro se non voglio o non so raccontarla. Mi domando, per altro, se i miei
siano davvero romanzi storici. Sì per la cura scrupolosa dell’ambientazione, a
prova di anacronismi; no per quel che riguarda l’intenzione di resuscitare
un’epoca. Ciò che a me interessava non era la ricostruzione filologica di un
determinato periodo storico, ma la trattazione di temi del tutto personali e
attuali, utilizzando però un “filtro” che mi consentisse di parlare di me stesso
senza compiacimenti e dell’attualità senza riferimenti alla cronaca. Lo
scrittore di romanzi storici finisce spesso, volente o nolente, per attualizzare
il passato. Io credo di aver fatto l’opposto: “storicizzare” il presente
proiettandolo in un’altra epoca.
Tra i racconti, spicca un tributo a Borges, che figura tra i tuoi lari – in
filigrana, vedo la grana della Yourcenar. Quali scrittori italiani tra i tuoi
maestri?
Gadda, innanzi tutto, al punto che avevo l’abitudine di rileggere ogni anno,
come un esercizio zen, La cognizione del dolore. Poi, in parte, Sciascia e
Calvino. Sicuramente Tomasi di Lampedusa. Landolfi, ma in modica quantità, e
Buzzati. Il Morselli di Contro-passato prossimo e Roma senza papa e il Soldati
dei racconti. E inoltre un bel po’ di scrittori ottocenteschi e del primo
Novecento, a cominciare da Svevo.
Pur nella scrittura spesso assertiva, serrata, severa, vedo l’ironia nera, un
piccolo Pan a disfare le sorti dei tuoi personaggi. Un gioco alchemico: il caos
che, in piccole dosi, rende dorata madama armonia. A tratti, la scrittura pare
un gioco – di specchi e di attese e di maschere. È così?
Sì, proprio così, e mi fa piacere che tu lo abbia còlto. I protagonisti dei miei
romanzi sono destinati a percorrere strade che li conducono fatalmente alla
catastrofe. Non ho deciso io di farli finir male, però: lo hanno in qualche modo
deciso loro. Nei racconti, invece, c’è lo zampino maligno dell’autore, che ha
scelto di collocare il veleno nella coda, non so bene se per far dispetto al
personaggio, al lettore o a se stesso.
L'articolo “Con la contemporaneità ho un rapporto complicato”. Dialogo con Piero
Meldini, lo scrittore più appartato e singolare d’Italia proviene da Pangea.
> E quando ha unito l’anima con ciascuna parte del tutto e con le divine potenze
> universe che le pervadono, allora la teurgia la conduce al demiurgo
> universale, la pone accanto a lui, e al di fuori della materia l’unisce alla
> sola ed eterna ragione.
>
> (Giamblico, I Misteri egiziani)
“Gli Egizi, che fanno risalire l’antichità delle loro origini a tempi anteriori
alla stessa storia, raccontano che i loro primi sovrani furono dèi: sette,
precisamente – Vulcano, il Sole, Agathodemon, Saturno, Osiride, Iside e Tifone”.
Così prende avvio il libro dell’abate Jean Terrasson, pubblicato anonimo nel
1731 a Parigi: Sethos, histoire ou vie tirée des monuments et anecdotes de
l’ancienne Égypte, presentato come traduzione da un immaginario manoscritto
greco. Terrasson, docente di filosofia greca e latina al Collège de France,
traduttore di un’edizione di Diodoro Siculo in sette volumi, non esitò a
costruire con astuzia un falso storico che ebbe enorme fortuna nei circoli
massonici dell’epoca. Sethos venne a lungo considerato una fonte credibile sulle
tradizioni e i misteri dell’antico Egitto: raccontava dell’iniziazione di un
principe egiziano, della sua opera di legislatore e infine del ritiro in
solitaria contemplazione.
Il romanzo fu tradotto due volte in tedesco nel 1732 e nel 1777 e raggiunse il
teatro auf der Wieden nei sobborghi di Vienna:
> “Tra quelle mura di legno, Mozart e Schikaneder fecero il loro viaggio in
> Egitto, così come mezzo secolo più tardi Flaubert discese il corso del Nilo.
> Avevano appreso quasi tutte le notizie che il loro tempo conosceva intorno
> all’Egitto ellenistico: mentre l’altro Egitto, quello di Cheope, di Micerino e
> di Ramsete II, giaceva ancora sotto le sabbie protettrici del deserto. Libri
> antichi e moderni stavano aperti davanti ai loro occhi. Probabilmente
> sfogliarono la Biblioteca di Diodoro Siculo e il saggio di Plutarco sopra
> Iside e Osiride: non è escluso che guardassero le grandi raccolte di
> Athanasius Kircher, dello Jablonski, di Montfaucon e del Caylus: consultarono
> il romanzo Sethos dell’abate Terrasson, il saggio di Ignaz von Born sopra i
> misteri degli egiziani; e certo si entusiasmarono leggendo l’ultimo libro
> delle Metamorfosi di Apuleio”.
>
> Pietro Citati
L’entusiasmo di Mozart e Schikaneder, di questi due audaci “egittomani”, non era
di certo isolato. Il Settecento vibrava dal desiderio irrefrenabile di svelare e
ammirare il volto di Iside. Mentre Mozart e Schikaneder attingevano alle fonti
libresche, l’immagine dell’Egitto antico si propagava ben oltre le sale teatrali
e i circoli letterari: dilagava nelle logge, nei riti segreti, nelle
reinvenzioni simboliche dell’esoterismo. Fu in questo clima di febbrile
fascinazione, dove l’arcaico si mescolava al fantastico, che l’Egitto divenne
modello di un nuovo immaginario rituale. Il celebre alchimista Cagliostro tentò
infatti di riformare la massoneria francese introducendo nuovi riti, simboli e
segni mutuati dall’immagine favolosa della terra dei faraoni:
> “Nel 1784 il conte di Cagliostro fondava a Parigi, in Rue de la Sourdière, la
> sua «Loggia Madre dell’Adattamento dell’alta Massoneria egizia.» Il Gran
> Copto, suo spirito tutelare, gli avrebbe ordinato di procedere a una
> riorganizzazione delle confraternite introducendovi un rito nuovo.! La loggia
> possedeva un tempio di Iside in cui officiava Cagliostro in persona, nelle
> vesti di gran sacerdote; l’attività durò fino a che l’animatore fu arrestato e
> condannato per eresia a Roma, nel 1789. L’episodio è comunemente citato dagli
> storici della massoneria. Se uno dei più noti impostori ricorse a quei temi,
> fu perché sapeva quale presa avesse allora l’Egitto sulla fantasia del
> pubblico; anche Ignaz von Born, che in quello stesso anno aveva fondato a
> Vienna il «Journal für Freimaurer»pubblicò nel primo numero un lungo articolo
> sui misteri egizi”.
>
> Jurgis Baltrušaitis
Il sigillo di Cagliostro, abbeveratosi fra i rettili del Nilo, mostrava un
sinuoso serpente con una mela trafitta da una freccia nella bocca. Nessun
animale più del serpente è la sapienza proibita; figura primordiale, è colui che
arriva sempre appena dopo lo schiudersi del sipario.
Nell’opera di Terrasson, l’eroe Sethos cattura un enorme rettile, misurandolo
prima con calcoli trigonometrico-sperimentali, e lo porta vivo a Menfi. Nella
prima scena del Flauto Magico, Tamino sfugge al serpente soltanto grazie
all’intervento delle tre Dame della Regina della Notte:
> “Aiuto! Aiuto! Altrimenti, io sono perduto, vittima scelta dell’astuto
> serpente.
> Già si avvicina, o dèi pietosi! Ahimè, salvatemi! Ahimè, soccorretemi!”
L’astuto serpente è la forza cieca dell’istinto, la sessualità bruta, il viscido
impulso nemico di ogni progresso fondato su ragione e disciplina. Uccidere il
proprio serpente interiore è il compito di ogni iniziazione e di ogni civiltà.
Sethos fu una delle fonti principali del Flauto Magico. Prima di Schikaneder,
anche il barone Tobias-Philipp von Gebler, consigliere di Stato a Vienna e
massone, si lasciò sedurre dall’Egitto immaginario di Terrasson. A lui si
deve Thamos, König in Ägypten, l’unica sua opera ricordata. Nel 1773 il giovane
Mozart, diciassettenne e in soggiorno viennese, conobbe Gebler tramite Franz
Anton Mesmer, inventore del “magnetismo animale”. Gebler commissionò a Mozart
una musica di scena per Thamos, composta da due cori e cinque intermezzi
sinfonici. L’opera non ebbe successo, ma Mozart tornò su quella partitura sei
anni dopo, ampliandola.
Thamos costituì così un’importante preparazione al Flauto Magico: medesimo è il
contesto simbolico. Gli stessi nomi dei personaggi rivelano la continuità: la
Regina della Notte si chiamava Mirza, Pamina Säis, Tamino Thamos, e Sarastro
Sethos – proprio dal romanzo di Terrasson. Persino il tema del “dolce suono del
flauto” si trova già in uno dei cori di Thamos. Gli stessi intrecci storici e
massonici che portarono alla composizione di questa opera-prototipo, confermano
l’importanza di Thamos nella vita del compositore: nel 1785, quando l’imperatore
Giuseppe II ridusse le Logge viennesi a due, Mozart entrò nella Zur Gekrönten
Hoffnung, la loggia della Nuova Speranza Coronata, guidata proprio da Gebler,
mentre l’altra Loggia, Zur Wahren Eintrachtla, della Vera Concordia era
presieduta da Ignaz von Born, probabilmente colui che gli servì come modello per
il personaggio di Sarastro.
Nel saggio di Furio Jesi, Rilke e l’Egitto, Considerazioni sulla X elegia di
Duino (in: Letteratura e mito, Einaudi, 2025, nuova edizione), l’Egitto è la
“terra della morte”, simbolo della memoria e del visibile che si trasforma
nell’invisibile. Se per Foscolo e Winckelmann il canto greco è già un canto
funebre e lontano, Rilke, nelle Elegie duinesi, riconosce proprio nell’Egitto la
più rivelatrice icona del passato e la patria del nostro inconscio.
Dopo la Rivoluzione francese, di cui Mozart è una precoce infiorescenza, proprio
l’Egitto sostituisce la Grecia come repertorio simbolico dell’oltre-vita: non
più l’idealizzato e razionale classicismo greco, ma l’Oriente del mistero
iniziatico, più vicino all’immaginario moderno e ai suoi turbamenti. Dai primi
tre accordi dell’overture del Flauto Magico sino alla parola poetica di
Rilke, l’Egitto emerge come luogo metafisico: spazio di iniziazione, enigma
della morte, passato estremo e radiosa utopia. Un regno dove l’uomo si annulla,
ma non l’umano, dove rimane la speranza dell’assoluta Armonia e le dolci note di
un flauto:
> “Intanto, sulla scena del Flauto magico, accade l’evento che da migliaia di
> anni la terra attendeva. L’antica scissione è conclusa. Il principe venuto dai
> paesi del sole abbraccia la figlia della regina delle tenebre: la luce e la
> notte, il principio maschile e quello femminile si incontrano
> nell’amore. L’harmonia mundi vive finalmente tra noi. Tutto il teatro è un
> sole, Sarastro sta in alto e la gioia delle trombe celebra il trionfo della
> luce celeste. Ma che significa questo trionfo? […] Se l’uomo e la donna si
> amano, se la virtù e la giustizia cospargono il sentiero della nostra
> esistenza, se la dolce calma scende nel nostro cuore, «allora la terra è un
> regno celeste e i mortali sono pari agli dèi». […] Tamino suona, le belve
> corrono ad ascoltarlo o arrestano il loro slancio: i sentimenti tristi
> diventano lieti, gli uomini aridi si innamorano; e la furia degli elementi si
> placa. Soltanto la musica nata dal cuore della notte prepara l’armonia del
> mondo, che tanti uomini hanno invano sognato di contemplare.
>
> Pietro Citati
Tony Vero
*Gli estratti del libretto, della prefazione di Pietro Citati e del saggio di
Jurgis Baltrušaitis provengono dal volume: E. Schikaneder, “Il Flauto Magico”,
Adelphi, 2025.
In copertina: una immagine dal “Papageno” di Lotte Reiniger (1935)
L'articolo Uccidere il serpente interiore. Il mito esoterico dell’Egitto tra
Mozart e Rilke proviene da Pangea.
In una fotografia scattata probabilmente nel 1932 – così dice la nota della casa
d’aste che l’ha venduta – René Daumal, sdraiato sopra un casotto, sembra
precipitare. Ha le braccia aperte, gli occhi e la bocca serrati, in estasi: lo
sorregge, da sotto, fiera della propria incertezza, Véra Milanova, che all’epoca
non è ancora sua moglie. René pare un angelo in volo contrario, ad arare il
cielo; siamo in un parco cittadino, gli alberi spettri; nel casotto, chissà, ci
sono degli attrezzi per il giardinaggio – forse è rinchiuso un centauro.
Dieci anni prima, al liceo di Reims, insieme a un paio di compagni, Roger
Gilbert-Lecomte e Roger Vailland, Daumal animava i “Phrères simplistes”, una
società iniziatica, una sorta di setta dei poeti estinti, che intendeva
dischiudere i mondi grazie al potere lisergico del linguaggio. Il padre di René,
Léon, era un professore, di fede socialista; il nonno, apicultore,
anticlericale, stregone alla bisogna. L’Alchimie du Verbe di Rimbaud fornì a
Daumal un ‘codice’ per stare al mondo:
> “Mi piacevano le pitture idiote… la letteratura fuori moda… racconti di fate,
> libretti per bambini… credevo a tutti gli incanti”.
Nel 1932 René Daumal ha già esperito tutto: non gli resta che espiare,
espatriare dal proprio tempo. Insieme agli amici del liceo, nel 1928, aveva
fondato “Le Grand Jeu”, una rivista, è scritto nel manifesto programmatico,
“alla ricerca dell’essenziale”. Già, ma cos’è questo essenziale? I redattori –
con le formule caotiche di chi vuole delegittimare il linguaggio – parlavano di
“vera morte” e di “vera follia” (quella “impotente come il sole… la follia senza
speranza di chi viene sgozzato come un cane”). Nell’introduzione al primo numero
– ne seguiranno altri due, fino al 1930 – Gilbert-Lecomte è laconico:
> “assorbiremo tutto, inghiottiremo Dio fino a diventare trasparenti, fino a
> sparire”.
Si scrive, d’altronde, per cancellarsi – esercizio di flagellazione.
Nelle fotografie di quegli anni, Daumal indossa strani occhiali, ha la posa del
santone, quella faccia sigillata, severa. Un fachiro a Parigi. Intanto, aveva
liquidato André Breton, il doge del Surrealismo, che voleva affiliare a sé quel
manipolo di affiatati ragazzi:
> “Curatevi di comparire nei manuali di storia della letteratura, Breton: per
> noi, sarà un onore essere ricordati dai posteri nella storia dei cataclismi”.
Così gli aveva scritto. Quello stesso anno – il 1930 – al Café Figon in St.
Germain, Daumal conosce Alexandre de Salzmann, artista georgiano di enigmatico
fascino, che lo introduce agli insegnamenti di Gurdjieff. Per Daumal è
l’incontro della vita.
Anni prima, aveva discusso con Simone Weil la necessità di imparare il
sanscrito, di ricongiungersi con l’antica sapienza indiana. Il suo professore,
Alain, “il più originale saggista e moralista della Terza Repubblica” – così la
nota ai Cento e un ragionamenti editi da Einaudi nel 1960, a cura di Sergio
Solmi – aveva scritto che
> “Tutti gli uomini che sono ora in vita non fanno che rivivere: sono tutti
> usciti da un vecchio involucro con un corpo ringiovanito; trascinano tutti con
> sé ricordi antichi almeno quanto il rosso fango quaternario nel quale
> sospingono l’aratro”.
Già: ma come coniugare la vita e la morte, i vivi e i morti, l’India, l’io, il
non-io, la parola che risana e quella che resuscita? Nel Vangelo di Marco è
scritto che “quelli che credono scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove…
imporranno le mani ai malati e questi guariranno” (16, 17-18). Come attingere
alla parola che vince il male e sana i malati? Come raggiungere le “lingue
nuove”? Come credere nell’incredibile?
Daumal era disgustato dalla letteratura, dall’intrattenimento, dalla polluzione
delle avanguardie.
Erano anni, quelli, in cui un po’ tutti, pur assisi sulla tolda delle loro belle
scrivanie, si disorientavano a Oriente e in ogni dove. Ezra Pound aveva optato
per Confucio e il teatro No giapponese; Thomas S. Eliot alternava il buddismo
alla lettura di Dante e di John Donne; Saint-John Perse si era ritirato in un
tempio taoista in rovina, fuori Pechino, per scrivere il suo
capolavoro, Anabasi; Victor Segalen credeva negli oracoli cinesi, sfidava le
sacre formule dell’I-Ching. Nel giugno del 1933 la rivista “Minotaure”, stampata
a Parigi da Albert Skira, pubblicava gli esiti della “Mission Dakar-Djibouti”,
guidata da Marcel Griaule, con uno scrittore d’eccezione al seguito: Michel
Leiris. In Africa cercavano le Indie: la parola originaria, la parola
che agisce, un redivivo Orfeo.
René Daumal (1908-1944)
Con analogo spirito, Antonin Artaud viaggiava, disperatamente, tra il Messico e
l’Irlanda e William Butler Yeats, recluso a Maiorca con un guru indiano, Shri
Purohit Swami, traduceva le Upanishad, cercando il punto che accomuna “quei
Saggi della foresta che hanno pensato tutto” e Balzac, Goethe e i monaci del
deserto (le traduzioni di Yeats dalle Upanishad sono edite da Magog). Yeats era
ossessionato dalla figura dell’ollamh, il bardo irlandese che con le sue rime
garantiva la sopravvivenza del re e della quercia, della casa e della volpe; in
René Daumal agiva la potenza dei rishi, i poeti veggenti che hanno composto
i Veda. Negli anni Trenta, mentre Yeats favoleggiava di un viaggio in India con
una delle sue giovani amanti, Daumal seguiva il tour di Uday Shankar. In quello
straordinario ballerino indiano intuiva i “ritmi infantili” proclamati da
Rimbaud. “Né la danza né la musica dell’India hanno lo scopo di distrarre. Al
contrario; hanno il fine di ricondurre incessantemente lo sguardo di ciascuno
verso il centro insopportabile della propria solitudine”, scrive in un saggio di
nitida bellezza (ora in: René Daumal, Lanciato dal pensiero, Adelphi, 2019).
Seguiranno, a precipizio, anni sonnambuli, a bordeggiare il nulla.
Daumal aveva un volto messianico.
Nel Dialogo sullo stile trattenuto con Lanza del Vasto – raccolto ora in Il
rovescio della testa, a cura di Claudio Rugafiori, Adelphi, 2025 – Daumal
domanda:
> “Vivo in un’epoca senza stile. Dove troverò le regole del mio mestiere di
> scrittore – regole che non siano superstizioni o curiosità storiche, che
> abbiano realmente autorità?”.
Scriveva che “Il poeta danza posseduto da un pensiero”. Il suo capolavoro, Il
Monte analogo, termina, incompiuto, sulla soglia di una virgola, specie di
abisso che sta al lettore superare. Uscì postumo, per Gallimard, nel 1952; Roger
Nimier – lo strabiliante scrittore degli “Ussari”, morto di schianto sulla sua
velocissima Aston Martin – scrisse, in ‘quarta’, che “Ogni frase, qui, ha la
nitidezza dell’ascesa”.
Ascesa. Ascesi. Nella più nota delle fotografie – scattata dallo scrittore Luc
Dietrich nel maggio del 1944, pochi giorni prima della sua morte – Daumal ha la
barba, ma gli occhi sono sempre quelli, fissi, famelici, di bimbo eterno che sa
evocare giaguari in un glifo d’ombre. In lui, Patty Smith riconobbe “un
fratello… un punk”.
Nel testo più bello de Il rovescio della testa, Daumal racconta di un “potente
mago” che abita “in una mansarda” e “lavora in una succursale del Crédit
Mystique”. L’uomo che “avrebbe potuto essere pascià, alchimista, usignolo o
cedro del Libano”, sceglie la miseria. Confida nei “segreti disegni della
Provvidenza”, muore, e “nessuno aveva sospettato chi egli fosse”. Pare, in
vitro, la vita di Daumal – le cose più importanti vanno nascoste: non si
realizza la morte nel boato, ma in uno spiffero, tra le spire di un frainteso.
L'articolo “Inghiottiremo Dio”. René Daumal, storia di un angelo in picchiata
proviene da Pangea.
> È vero che tutto deve cominciare repentinamente, ma se poi non segue un
> istante di raccoglimento la cosa si sgretola subito e va perduta. Repentinità
> e raccoglimento si compenetrano perché una cosa risulti bella: il lampo
> dell’occhio e la pazienza delle mani.
>
> E. Canetti, La rapidità dello spirito
*
Nelle folgoranti, indimenticabili pagine iniziali di Tolstoj e Dostoevskij,
George Steiner sostiene che la critica letteraria dovrebbe scaturire da un
debito di amore.
> “In modi evidenti e tuttavia misteriosi una poesia o un dramma o un romanzo
> afferrano la nostra immaginazione. Nel momento in cui deponiamo il libro non
> siamo più quelli che eravamo prima di leggerlo”.
Scrivere qualcosa su Canetti, oggi, mi pare richieda proprio questo: il
tentativo di saldare ciò che ancora resta in sospeso, a credito dell’autore
bulgaro.
Avevo previsto di cominciare con una disamina del volume di saggi La coscienza
delle parole. Ma ben presto mi sono accorto che Canetti mi tirava per la
giacchetta, trascinandomi altrove, irresistibilmente, verso altri suoi libri — e
in particolare verso le pagine degli Appunti, che egli scrisse con meticolosa
costanza dal 1942 fino a poco prima della morte. L’opera di Canetti è piena di
amorose corrispondenze: echi di significato che si richiamano da un luogo
all’altro del suo dettato, come stelle appartenenti alla medesima costellazione,
disperse tra le vaste distanze delle galassie.
Ecco perché quanto segue somiglierà più a ciò che, nella letteratura cinese, è
noto come biji, o, nella tradizione giapponese, come zuihitsu: uno zibaldone di
frammenti e lampeggiamenti, simili a colpi di pennello tremolanti appena
tracciati su una tela. Non sembrerà poi così assurdo, allora, parlare di Kafka
ed evocare, nello stesso respiro, la forza del mito e la leggerezza del taoismo.
Da qualche parte – nei Campi Elisi degli scrittori – immagino già un timido
sorriso illuminare il volto sobrio di Canetti.
*
Marina Nadotti, in una significativa chiosa a un’opera del compianto John
Berger, usò un’espressione che mi colpì per la sua risonanza evocativa:
“ospitalità del pensiero”. Con quell’immagine, Nadotti indicava una particolare
disposizione della mente e del cuore: un’attitudine a lasciarsi attraversare,
con curiosità e generosità, dalle multiformi esperienze della vita sensibile e
di quella interiore. Tutto, nel dettato di Canetti, sembra chiedere proprio
questo: di essere accolto, abbracciato, riconosciuto – con una smisurata empatia
emozionale.
In questo senso, Canetti appare come l’ultimo degli umanisti: un instancabile
alchimista del sapere, intento a ibridare ambiti solo apparentemente distinti
come l’antropologia, la storia, la letteratura, la critica. Ma, a differenza
della baldanza fiduciosa del faber rinascimentale, la sua aspirazione alla
conoscenza è costantemente attraversata da una minaccia incombente: il terribile
volto della storia.
Colpisce, in Canetti, la vastità dell’argomentazione, sostenuta da un’erudizione
mai fine a sé stessa, ma sempre animata da un profondo senso di responsabilità
etica. Una responsabilità che si esercita, in prima istanza, nei confronti della
lingua e delle parole che la compongono. Basti pensare al titolo del primo
volume del trittico autobiografico: La lingua salvata. La biografia canettiana è
segnata, fin dagli esordi, da una convivenza fitta e inquieta di lingue e
culture, che l’autore sente il dovere di proteggere dalla deriva babelica, dalla
cannibalesca supremazia dell’una sull’altra. Da qui nascono la sua fiducia nelle
parole “non travestite”, capaci di restituire barlumi di autenticità, e un
sentimento di vibrante commozione verso l’atto stesso del nominare il mondo:
come se, nel dare nome alle cose, si riattivasse ogni volta un legame originario
— e dunque atemporale — tra lo sguardo dello scrittore e ciò che lo circonda.
> “Il mio Dio è il nome, il soffio della mia vita è la parola.”
Le parole non sono mai ancelle né gregarie dell’uomo, ma ne riflettono la parte
migliore: quella, in fin dei conti, meno vulnerabile all’oblio della morte.
> “Ma ci sono parole di un tipo particolare, che accendono l’entusiasmo, quelle
> che contengono spazio e futuro, vastità da ogni parte. Quanto di storto e di
> vano era racchiuso nell’uomo ora si espande d’improvviso con enorme fretta in
> cento direzioni diverse, con le sue parole egli va a toccare per dritto e per
> traverso inizio e fine e centro del mondo.”
*
Seduce, in Canetti, il dialogo sempre aperto con le grandi civiltà asiatiche –
soprattutto con quella cinese: un volgersi verso forme altre di cultura, di
scrittura, di differente visione del mondo. A questo movimento di apertura verso
l’esterno ne corrisponde uno speculare di ripiegamento interiore in sé stessi: è
il Canetti degli Appunti, che si avvicina alla parte più autentica di noi, in un
atto di responsabilità verso il proprio tempo. Indagarsi, interrogarsi, aprirsi
all’orizzonte del cambiamento: come nella disposizione d’animo del viaggiatore.
Anche in questo, Canetti rivela una fibra quasi rinascimentale, come un
Montaigne del ventesimo secolo: tuttavia, sotto la superficie, affiora sempre un
senso sottile d’inquietudine, lo svelamento progressivo della desacralizzazione
di ogni cosa.
Diventa allora più arduo, per il viaggiatore-scrittore, testimoniare la perdita
dello stupore, l’ammutolirsi della sorpresa. Eppure, in fondo, la letteratura
non è che questo: il dimorare del pellegrino nella meraviglia.
La missione dello scrittore: fare il vuoto dentro di sé e accogliervi la
traboccante ricchezza dell’esistente, la metamorfosi continua che attraversa la
storia e le vicende umane. Ancora, cercare le fontane dove stilla la musica
delle antiche favole, ritrovare tracce dei miti nel respiro del mondo. Canetti
vorrebbe credere in un universo dove dimorano gli dèi, dove il lampo e il tuono
abitano nello sguardo delle tigri e i vascelli solcano le acque tra i mostri
marini e le isole incantate dei Feaci. Il mito è come il viaggio: si insedia in
una dimensione senza tempo, dove lo sguardo degli uomini non si posa mai due
volte sullo stesso luogo e ogni cosa parla il linguaggio prebabelico della
meraviglia.
> “I nuovi luoghi non si inseriscono nei vecchi significati. Per un certo tempo
> ci apriamo realmente. Tutte le storie passate, la nostra vita stracolma, che
> soffoca di senso, ci restano dietro le spalle d’improvviso, come se le
> avessimo lasciate in deposito da qualche parte., e mentre se ne stanno là
> accade l’assolutamente inesplicato: il nuovo”.
Una delle ragioni dell’imbarbarimento dei tempi moderni sta nell’aver staccato
la spina ai miti. Canetti vive con dolore l’assenza totale degli dèi nel
presente: al loro posto, sul trono del mondo, siede il volto impietoso e
definitivo della storia sanguinosa.
> “Per me il pensiero più desolante è che alla storia non si sfuggirà mai più. E
> questo il vero motivo per cui continuo ad armeggiare tra tutti i miti? Ripongo
> forse speranze in un mito dimenticato che possa salvarci dalla storia?”
*
All’interno della raccolta di saggi La coscienza delle parole, brillano i due
capitoli dedicati a Kafka e al suo epistolario con Felice, la donna che avrebbe
dovuto sposare e alla quale fu legato da un rapporto tormentoso e conflittuale.
Lo sguardo di Canetti sul celebre scrittore è di una sconvolgente e disarmante
tenerezza. Faccio fatica a trovare altri esempi in cui la critica letteraria si
spogli della sua arroganza cattedratica per diventare pura immersione nell’opera
che si pone come oggetto di studio. Forse, solo Cortázar, nel suo memorabile A
passeggio con John Keats, può essere annoverato come una fulgida eccezione.
Nessun altro scrittore è stato capace di penetrare così a fondo nelle
interiorità di un autore, e al tempo stesso, da speleologo di un destino
incistato nella letteratura, di offrirci un ritratto così potente. Kafka:
l’artista che trova giustificazione solo nella letteratura, che vive grazie alla
letteratura e di letteratura. Il dilemma intimo dello scrittore boemo: quanto
più la sua scrittura cresce in intensità, tanto più l’individuo si percepisce
sempre più piccolo, attratto come da un gorgo incantato dal grande, terribile e
meraviglioso oceano d’inchiostro nero che si stende sul foglio di fronte a lui.
Il sogno di Kafka: così come un certo tipo di storiografia ci mostra Nerone,
all’apice della solitudine, contemplare Roma devastata dall’incendio, così Kafka
desidera che, nella notte, solo lui rimanga sveglio nel mondo, per poter
finalmente “farsi carico” dell’umanità e confrontarsi con la sua multiforme
essenza. Si sente, in quel momento, giustificato davanti a sé stesso e agli
altri. A Kafka serve una statura, una postura da superstite, da ultimo uomo
sulla terra: nella sua stanza, a lume di candela, scrive come se inviasse
missive dall’Arca, in mezzo al diluvio.
Kafka: il poeta sempre in lotta contro il potere, alla ricerca di una libertà
assoluta e senza vincoli, così come il ritmo del respiro, il compenetrarsi degli
estremi, l’abbraccio di violenza e tenerezza.
Ecco uno dei sensi della parabola di Canetti, alfiere di un dettato che cavalca
verso l’altrove, ma mai in fuga rispetto al cuore oscuro del presente – più che
di vino, di oscuro sangue è fatta la storia del mondo. In questo senso,
l’eterogeneità della raccolta di saggi diventa naturale rifrazione della
multiformità dell’esistente: convivono, in una straordinaria galleria di
ritratti, Hermann Broch, autore del folgorante La morte di Virgilio, Karl
Kraus, Georg Büchner – il cui Woyzeck ha cambiato la vita di Canetti –, Tolstoj
e Confucio, esempio mirabile di integrità etica e letteraria.
*
Nel capitolo Dialogo con il terribile partner, tra i più belli di tutta la
raccolta, Canetti esplora le ragioni che spingono certi uomini a tenere un
diario. Colpisce, in queste pagine, l’importanza attribuita ai diari di viaggio,
ai quali ci si accosta fin da bambini. Il sentimento di una vita ingessata in
pose ormai fisse, l’oppressione di una realtà troppo carica di senso,
l’avvicendarsi di vicende sempre note ci spingono verso i resoconti di viaggio,
dove tutto è ancora al di qua di ogni inizio, avventura dopo avventura, giorno
dopo giorno. Solo immaginando città straniere, lingue misteriose e luoghi
irripetibili possiamo colmare la nostra insaziabile voglia di metamorfosi.
Non sorprendono quindi l’interesse sempre vivo di Canetti per l’antropologia, lo
studio comparato di civiltà lontane nello spazio e nel tempo, la sua
predilezione verso i grandi diari di viaggio, come quello del cinese Hsüan Tang
o dell’arabo Ibn Battura, e l’ammirazione verso forme di scrittura distanti –
il Libro del Guanciale di Sei Shōnagon e Storia di Genji, di Murasaki Shikibu.
*
Tutti ricordano giustamente Canetti per il trittico autobiografico o per quel
monumento del pensiero che è Massa e Potere. Eppure, io credo che il vero
capolavoro dello scrittore siano i suoi Appunti, raccolti nell’arco di tutta una
vita. Come non restare trafitti da quel dettato eracliteo fatto di
lampeggiamenti, echi di senso dove il tuono si propaga a valle, di piccoli
incendi e ripide cascate? Leggere Canetti è come cartografare il mondo, portando
sempre dentro di sé il senso del mistero e della meraviglia.
Esiste un breve scritto di Borges che chiude L’artefice, piccola opera quasi
testamentaria del grande argentino. Nella mia copia del libro, ormai un po’
sgualcita, ho sottolineato con un leggerissimo tratto di lapis le ultime righe.
Mi sembra che possano spiegare meglio di qualsiasi altra cosa ciò che Elias
Canetti rappresenta per me.
> “Un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni popola uno
> spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli,
> di isole, di pesci, di case, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone.
> Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia
> l’immagine del suo volto”.
Lorenzo Giacinto
L'articolo Il pellegrino della meraviglia. Omaggio a Elias Canetti proviene da
Pangea.
Non sarebbe stato difficile scorgere a Parigi, nella livida luce del tramonto
sul lungo Senna, il profilo imponente di Danilo Kiš. Dinoccolato, con una
sigaretta tra le labbra appena dischiuse e una capigliatura da creatura
mitologica, questo misterioso principe delle lettere amava girovagare per la
città, sfiorando discretamente i banchetti dei bouquinistes, attratto dalle
copertine e dai poster che occhieggiavano dagli scaffali.
Con gli occhi azzurri e luminosi, il volto dalle linee irregolari e la voce di
balcanica asprezza, Danilo Kiš si muoveva con l’incedere di un lare, quassi
fosse una tenera e rassicurante divinità
*
La biografia pretende di racchiudere in pochi cenni l’arco di un’esistenza, più
o meno lunga a seconda dei capricci delle Parche, disteso tra due banali date di
calendario. Danilo Kiš nasce nel 1935 in una famiglia per metà ungherese e per
metà montenegrina, ereditando dal padre la religione ebraica. Trascorre
l’infanzia in Ungheria, dove si confronta presto con l’odio antisemita e inizia
a maturare la sua precoce vocazione di scrittore. Poco prima della catastrofe,
si rifugia con la madre e la sorella in Montenegro, riuscendo a sottrarsi ai
rastrellamenti e a completare gli studi. Dopo la guerra, si laurea in
letterature comparate all’Università di Belgrado. Il resto della vita lo
trascorre tra Parigi e la capitale serba, insegnando come lettore di
serbo-croato nelle università francesi. Traduce con grazia da tre lingue e
scrive libri di ustionante bellezza. Assieme a Cortázar, appartiene a quella
schiera di scrittori esuli a Parigi, sospinti dalle onde del destino, dai marosi
della storia e dal richiamo delle Muse. Milan Kundera lo definì il più
misterioso e il più grande della sua generazione.
*
Su pochi altri scrittori la storia ha calato i suoi artigli con altrettanta
ferocia. Il giovane Kiš, in un triste e tragico battesimo, assiste come
testimone impotente al massacro di Novi Sad, avvenuto nel 1942. Di suo padre e
della maggior parte dei familiari si perderà ogni traccia: troveranno la morte
ad Auschwitz e in altri campi nazisti.
La letteratura di Kiš nasce sotto il segno della sofferenza e della crudeltà
arbitraria: la scomparsa dei propri cari e un destino segnato dalla sventura si
trasformano in un vero e proprio buco nero che travolge la biografia e orienta
la scrittura. Il colloquio tra i vivi e i morti diventa la cifra peculiare di un
equilibrio teso come una corda sull’abisso, sospeso tra memoria e oblio.
Come dire: la letteratura veste le sembianze di Caronte, mettendoci in religioso
ascolto di coloro che sono svaniti tra le nebbie della storia e ci attendono
dall’altra parte del fiume.
Mi tornano in mente i favolosi ritratti del Fayyum, ritrovati quasi intatti tra
le sabbie millenarie dell’Egitto: la scrittura di Kiš si posa come un amorevole
sudario sui volti di chi è già salpato. Anche lui, come Mandel’štam, ha appreso
la “scienza degli addii”. Il momento del congedo, però, non è mai netto, non
avviene con il veloce e argenteo taglio di una lama: è piuttosto un lento
dissolversi tra le fessure del tempo, il riconoscere infine che i partenti
custodiscono con sé il mistero del passaggio, sigillandone il segreto come una
rosa ben serrata tra le labbra.
Tutta l’opera di Kiš, dagli acerbi tentativi poetici fino alla grande trilogia
composta da Dolori precoci, Giardino, cenere e Clessidra, è attraversata
dall’urgenza creativa di dar voce ai dimenticati della storia, a coloro che sono
stati risucchiati dal gorgo delle atrocità novecentesche: come dar vita a una
Genesi all’inverso, partendo dal termine ultimo, dall’isola di Patmos.
In Enciclopedia dei morti, altra opera fulminante di Kiš, così come in Salmo 44,
la scrittura nasce da un’esigenza quasi etica: ‘incarnare’ l’invisibile, quel
muto e incolmabile spazio del distacco, e dargli un cuore, dei muscoli, una
colonna vertebrale che abbia le sembianze della speranza.
Solo attraverso la scrittura Kiš può congiungersi all’assenza siderale del
padre, riascoltarne i frammenti di voce, riportarlo entro le cornici di
un’esistenza che era pura vita in essere: come se, per miracolo, potesse farlo
riemergere dalla periferia del tempo e del sogno.
Colpisce, nella prosa di Kiš, un senso di devoto rispetto per l’atto creativo,
oserei dire per ogni singola parola scelta. Nulla appare superfluo, tutto è
assolutamente necessario, impossibile da esprimere altrimenti da come è: quasi
l’osservanza amorosa di un rito millenario, da custodire e tramandare con la
cura di un amanuense.
*
La scienza dell’etimologia rimescola le carte come un’astuta chiromante. Nelle
lingue di derivazione germanica o slava, per formare la parola compassione,
accanto al prefisso con- si sceglie invece un termine che significa sentimento.
Così, in tedesco, ceco o polacco, provare compassione per qualcuno significa in
realtà aderire intimamente a ogni emozione, sia essa gioia, angoscia, dolore o
felicità.
Tutta l’opera di Kiš è illuminata da questa particolare sfumatura di luce. Un
misto di cristiana pietas, compassione e ritegno verso il mistero degli uomini
guida la sua penna. Così anche in Salmo 44, dove le vicende di Maria – deportata
ad Auschwitz e in procinto di evadere dal campo con il figlio appena nato e una
compagna – prendono forma in una sorta di delirio onirico, attraverso continui
slittamenti temporali tra passato e presente. Il ritratto del padre di Maria,
seppur solo accennato, con la sua accorata e tragica consapevolezza della fine
imminente, richiama inevitabilmente la biografia di Kiš e la figura di suo
padre.
Il presentimento della catastrofe, le continue vessazioni subite dagli ebrei, le
esecuzioni sommarie e lo spettacolo tragico di una crudeltà efferata e gratuita
non soffocano, ad ogni modo, la voglia di vivere della protagonista: anche nelle
tenebre più fitte possono aprirsi spiragli di luce.
Nel breve libro ricorre spesso un’immagine che mi sembra racchiudere in senso
metaforico quanto appena detto: un fascio di luce, esile e tremolante, che si
insinua nell’oscurità delle baracche attraverso piccole aperture. Quel bagliore
le permette di vedere il figlio appena nato, di ripensare a Jakub, che forse li
raggiungerà quando tutto questo sarà finito. Di esercitare, infine, il diritto
sacrosanto alla speranza: il sentimento del futuro.
Salmo 44 è attraversato da una tensione costante, che cresce via via
avvicinandosi al culmine della vicenda: l’evasione dal campo, il cui esito
incerto può significare tanto la morte quanto la vita:
> “la sensazione di un momento che ha la densità dell’eternità e del sangue; il
> momento decisivo in cui si intersecano il passato, il futuro e il presente”.
Elemento simbolico, in questi attimi concitati, è il sangue: quello che Maria
sente scorrere dopo il primo rapporto con Jakub, quello che macchia i cadaveri
orrendamente uccisi e quello che segna l’inizio delle mestruazioni, proprio
nell’istante che precede l’evasione dal campo: il sanguinamento delle ferite
della storia si mescola a quello delle vicende individuali:
> “perché sembra che nel flusso quotidiano degli eventi debbano intervenire le
> morti e le nascite, affinché l’uomo rifletta su quel fiume di sangue da cui
> emergiamo e in cui torniamo ad affondare, come un fiume sotterraneo che scorre
> invisibile dentro di noi, e che riconosciamo solo quando sopraggiunge una
> torbida piena o quando il fiume si secca e si prosciuga”.
Adorno proclamò che, dopo Auschwitz, scrivere poesie sarebbe stato un atto di
barbarie. In quello che viene definito il “crinale quasi fisico di un’epoca”,
Maria si domanda se vi sia ancora spazio per una qualsiasi forma di
trascendenza. Ecco allora riaffiorare il pensiero del padre: Dio come perfetta
incarnazione della giustizia, dell’umanità, della bontà e della speranza. Alla
vigilia dell’evasione, Maria vorrebbe a sua volta credere in un Dio,
> “fatto in parti uguali di speranza, di bontà, di compassione, di amore…Sì. E
> di odio. E paura.”
Il Dio di Maria si chiama Jan, il figlio nato nel campo, il legame con il
futuro, con un orizzonte di vita aperto al vento di ogni possibilità. O forse il
Dio di Maria si chiama Max, come il deus ex machina di cui si parla più volte ma
che non incontriamo mai nel libro, e che Maria si appresta a conoscere solo anni
dopo la guerra, mentre visita con Jakub e Jan il campo di Auschwitz.
> “Sulla fronte di Jan voleva imprimere il marchio del martirio e dell’amore,
> quello che lei e Jakub si erano guadagnati con le loro sofferenze. E la
> ricompensa doveva andare a Jan. Ed era orgogliosa della sua missione:
> trasmettere a Jan la gioia di coloro che erano riusciti a creare la vita dalla
> morte e dall’amore. Donargli la gioia amara della sofferenza che lui non aveva
> provato mai sulla propria pelle, una sofferenza che tuttavia doveva essere
> presente in lui come un monito, come una gioia; come un obelisco.”
*
In un suo breve scritto, Danilo Kiš scrive che fra i suoi antenati del ramo
materno c’è un leggendario eroe montenegrino che imparò a scrivere a
cinquant’anni, sommando alla gloria della spada la gloria della penna, e anche
“un’amazzone” che per vendetta tagliò la testa a un usurpatore turco. La rarità
etnografica che Danilo rappresenta morì insieme a lui, alla fine degli anni
Ottanta.
In un’intervista per “Il Tempo” realizzata in Italia nel 1988, Maurizio Ciampa è
colpito dallo sguardo di Danilo Kiš. Gli appare incredibile che quegli occhi,
dalla luce tanto intensa, abbiano potuto fissarsi, probabilmente increduli, su
così tanto dolore.
Mi piace immaginare che, in quel preciso istante, la sua indomabile speranza
fosse segretamente affidata agli uccelli che volteggiavano sopra il giardino
dell’Hotel Quirinale di Roma.
Lorenzo Giacinto
L'articolo Il marchio del martirio e dell’amore. Riflessioni intorno a Danilo
Kiš proviene da Pangea.
La poesia nasce dal clangore delle armi, sotto le possenti mura di Ilio, dove i
vortici di sabbia si levano falbi e alte risuonano le grida dei feriti.
La poesia nasce dal lucore marino del remo che sospinge Ulisse verso ignoti
approdi.
Non illudiamoci: alle origini del mito, è da scuro e caldo sangue che sgorga la
poesia. Il primo poeta deve essere stato un aruspice – le mani vermiglie tra
fumanti viscere, in cerca del celeste presagio.
Solo dopo verranno il Parnaso, le fonti dell’Elicona, lo sguardo celeste e
radioso di Apollo.
L’ispirazione delle Muse: il lusso di chi ha imparato ad addomesticare il furore
delle Erinni.
*
Come Joyce, Nabokov, Kiš e tanti altri, Sebald è stato prima poeta e poi
narratore. Per tutta la sua vita ha scritto poesie, nonostante dichiarasse che
il suo mezzo espressivo fosse la prosa. Con Calliope ha sempre colloquiato
sommessamente, con la discrezione che si riserva ai vizi più imperdonabili. Ora,
Adelphi pubblica per la prima volta in traduzione italiana un’antologia lirica
del tedesco, Sulla terra e sull’acqua, che raccoglie le poesie scritte tra il
1964 e il 2001, quando uno scontro frontale pose fine alla sua esistenza
terrena.
*
Se poesia vuol dire abbracciare la metamorfosi nel corpo e nel tempo della
storia, allora Sebald è stato valente poeta. Di sguincio, come a spiare i gesti
degli uomini, con un occhio teso verso la terra e l’altro rivolto al cielo,
registra il movimento delle costellazioni, le ampie distanze, il silenzio delle
stelle.
La rivelazione accade soltanto in modo fulmineo. Il testo è il tuono che segue e
rimbomba a lungo. Nelle poesie di Sebald, indovini il momento che precede la
scarica elettrica, la tensione che precede lo scioglimento. Senti l’ultima
raffica di vento prima della pioggia, l’imposta che si chiude su una piazza come
sul mondo intero, l’eco di un suono che si dissolve in lontananza.
“Dove vanno adesso i poeti?” – chiede il protagonista di Sindbad torna a
casa, breve romanzo di un malinconico Sándor Marai. La domanda è destinata a non
trovare risposta. I poeti sono ovunque e in nessun luogo: dimorano sulla
soglia.
> Tu resta sempre
> Sul piede di partenza
Essere poeti significa rivendicare la responsabilità di una scelta radicale.
Scrivere poesie vuol dire accogliere le infinite possibilità che l’orizzonte
dischiude.
Come Bashō, Rimbaud, Bouvier e Chatwin, Sebald viaggia nello spazio per spinta
di nervi e cuore. La letteratura viene dopo: prima bisogna aver guadato fiumi,
lasciato impronte sulla neve, incontrato il lampo negli occhi di una volpe. Di
tanto in tanto, aver osservato il tempo all’opera: muschio ed edera che
avvolgono colonne e capitelli, cenere di antichi incendi negli sguardi dei
vecchi.
*
Vertigini, Emigrazioni, Il passeggiatore solitario, Tessitura di sogno: con
Sebald si cammina sempre sul bordo di una scogliera, a sfioro di un precipizio.
Il poeta tedesco ha il passo del fondista: i valichi e le vette sono per altri,
gli astrali alpinisti del verso.
Sull’orlo di un crinale, a mezzacosta, al confine: tra veglia e sogno, memoria e
oblio, passato e presente. Immagino la poesia di Sebald come un faro: distante e
al tempo stesso intima, solitaria, fiero avamposto tra le tempeste marine.
Nelle sue poesie colpisce la naturale convivenza tra una dimensione fisica,
radicata nella storia e nel tempo, e un’altra che invece sembra trascenderla,
attraversandola come un raggio obliquo. Non si tratta di una vera e propria
metafisica, ma piuttosto della vigile contemplazione di un mistero che si annida
nell’esperienza stessa del vivere. Un mistero che si traduce in una sorta di
“straniamento”, in un radicale ribaltamento di prospettiva, in cui anche le cose
e la natura partecipano della natura umana. Così, nella prima poesia che
apre Latinetto, un treno che sfreccia diventa oggetto di studio da parte del
paesaggio circostante. Un mucchio di foglie e sterpaglie vive nell’attesa
angosciosa del fuoco che un uomo appiccherà. Gli alberi e le case tacciono: la
sera accerchia i colori del villaggio con la sua ombra. I castelli sembrano
abitati da incantesimi senza tempo. Così, nel sontuoso Nymphenburg, pare di
vedere un trovatore provenzale o una principessa poeta affacciarsi da una
finestra del palazzo:
> Siepi sono cresciute
> oltre la corte e il castello.
> Da tempo nell’oblio
> fontane e lumiere
> dietro le facciate,
> serenate e pizzicar di corse,
> le sfumature malvacee.
> Per sale in legno di sandalo,
> le guide bisbigliano
> del Tavolino magico
> nelle biblioteche
> dei defunti principi.
*
La poesia è ciò che resta della fosforescenza del vivere. I versi indugiano
sulla pelle di un ricordo.Sebald accoglie e ricombina strade percorse, volti,
città e luoghi dove il tempo si è fatto curva nella memoria. Passato e presente
si intrecciano senza soluzione di continuità: il poeta non conosce cronologia,
né il dolce balsamo dell’oblio. La tentazione dell’autobiografia: testimoniare
una perenne metamorfosi. Così, un viaggio nelle Fiandre diventa un inesauribile
nodo di ricordi, rivelazioni e immagini folgoranti. Il candore della neve
ammanta i vigneti e il giardino pensile di Ezra Pound, il campo di battaglia di
Waterloo biancheggia sul sangue dei caduti, i palazzi nobiliari diventano
istituti di ricerca e osservatori ornitologici. Personaggi bizzarri si alternano
a episodi di glossolalia, sfilano nomi di città come dal finestrino di un
treno.
Il presagio di un amore, infine, riporta un ordine apparente nel vortice del
caos: la premessa di nuove partenze, il richiamo di un altrove che sembra una
promessa di felicità.
> Parti per l’Egeo
> per Santorini
> terra di basalto
> fosforescenza sul remo
> trattieni l’acqua
> nella tua mano:
> luccica – di notte –
> davanti alla casa delle melanzane
> macchia d’ombra nel buio
> sul muro imbiancato a calce
> verde chiaro di giorno
> fili di rafia violetta
> nel sole.
Si avanza per interiori lampeggiamenti, in un’ipertrofia della memoria. Un
soggiorno a Marienbad diventa una dolente riflessione sulla transitorietà della
vita, sulla perdita del sacro, sul presentimento costante di qualcosa di
ineluttabile, antico quanto il respiro del mondo.
> Ma non rimane il mondo?
> così domandasti, una verde landa
> non si estende lungo il fiume
> in mezzo a cespugli e prati? Il raccolto
> non matura dunque? Sulle pareti
> rocciose l’ombra del sacro
> non aleggia più? E quello che
> di là sotto sta salendo non è forse
> il colore grigio della notte?
*
L’occhio di Sebald vaga nelle remote lontananze, ma osserva con lucida
attenzione le vicende umane. Chi ha letto le sue opere, sia narrative che
saggistiche, ritroverà in Sulla terra e sull’acqua personaggi familiari e,
soprattutto, quel tono inconfondibile del suo stile: un effetto di sospensione
temporale, un’accorata meditazione sulla dissoluzione, uno squarcio improvviso
su una realtà ulteriore, dove le tracce del passato continuano a vivere nei
dettagli del presente.
Nel caleidoscopio poetico di Sebald convivono persone comuni e familiari, grandi
scrittori e musicisti: nessuno è risparmiato dall’incessante trasformazione del
tempo. Di Kafka si evoca il viaggio verso il sanatorio di Matliary, nei monti
Tatra, con pochi effetti personali e qualche cartolina illustrata. Čechov viene
ricordato negli ultimi momenti della sua vita e dopo il trapasso, quando la
salma viene trasportata goffamente a Mosca: ne emerge un ritratto tra il
tragicomico e il grottesco. Elegia a Marienbad evoca invece la passione senile
di Goethe per la giovanissima Ulrike von Levetzow. Sempre a Marienbad si
infrange l’amore disperato di Chopin per la giovane boema Maria.
Gli emigranti, da sempre figure centrali nella produzione di Sebald, ritornano
in alcune poesie, al momento della partenza, e poi una volta giunti a
destinazione: spaesati, sradicati, rovesciati nel mezzo di una realtà che non
riescono linguisticamente e semanticamente a decifrare. Il contesto è quello dei
freddi luoghi del viaggio: piroscafi simili a grandi mostri acquatici, sale
d’attesa, aeroporti e vuote camere d’albergo.
In queste poesie, il respiro di Sebald è potentemente narrativo: sembra quasi
che i versi non possano sostenere il ritmo lento e sottilmente allucinato delle
immagini descritte. Lo scrittore dà il meglio di sé quando si affida a
un’ispirazione più vasta e misteriosa, che si traduce nell’esemplarità del
frammento e fa emergere, come in filigrana, un altrove presagito. Penso alla
semplicità di Poesia Invernale:
> Nella valle echeggia
> Il suono delle stelle e
> La vastità del silenzio
> Sopra la neve e i boschi.
>
> Il bestiame è nella stalla.
> Dio è in Cielo.
> Gesù Bambino nelle Fiandre.
> Chi crede sarà beato.
I tre Re Magi sono
in cammino sulla Terra.
E ai suggestivi versi finali di Trigonometria delle sfere:
> E non ti scordare disse una volta
> Che dalla costellazione dell’Ariete
> il vento del Nord porta la luce
> fin negli alberi di melo.
Ora sappiamo perché il Nord ci attira con la violenza di un ago magnetico, o
perché nella notte declinante siede un santo che ruggisce come un leone.
Abbiamo compreso il segreto del poeta, di ogni poeta: accendere il fuoco e nel
fumo leggere il futuro. Portare fuori la cenere e gettarsela alle spalle. Come
Orfeo, non guardarsi mai indietro nel farlo. Con il cinabro pitturarsi il volto
e tentare l’arte della metamorfosi.
Lorenzo Giacinto
*In copertina: Jan Peter Tripp, L’Oeil oder die weisse Zeit, 2003
L'articolo “Il suono delle stelle”. W.G. Sebald, poeta proviene da Pangea.