Tra i Racconti dei saggi d’Amazzonia raccolti da Pierre-Olivier Bannwarth,
stravagante cantastorie francese, per Seuil – tradotti nel 2024 da
L’Ippocampo in edizione di rapace bellezza – il più potente s’intitola Il
bambino-giaguaro. Si narra, appunto, l’iniziazione sciamanica di un bimbo a
Sarayaku, zona amazzonica dell’Ecuador. Il padre, “discendente del grande
giaguaro… apparteneva a un’antica stirpe di guaritori”, porta il bimbo nei
recessi della foresta e lì lo molla. Il bambino ha otto anni e viene affidato,
per un tempo senza tempo, alla giungla. Al terrore segue lo smarrimento, lo
sconforto, l’allucinazione. Al quarto giorno il bimbo è preda di febbri; non sa
di cosa nutrirsi, la sete lo divora. A quel punto – quando si è sul punto di
perdere tutto – interviene la foresta: lo sguardo si fa lucido, domata la paura,
gli stravaganti suoni di bestie straniere diventano familiari.
> “La foresta si dispiegava nella sua mente e Yaku poteva sentirla pensare. Gli
> offriva i suoi occhi, il suo corpo di muschio e felci, il suo alito di fiori e
> fango. Il bambino si tramutava in foresta ed entrava nel samay, il respiro
> della grande Vita, il samay che è l’anima delle sorgenti e impregna la fibra
> dei tessuti, ravviva nel fuoco le ceramiche, accende le ali della farfalla,
> irrora il corpo degli animali, inonda la voce del silenzio…”
Ultimo è l’incontro con l’animale totemico del clan, il giaguaro, che accade in
un’atmosfera onirica, dopo aver trangugiato certe erbe, patrimonio del padre.
Oltre alle erbe, il bambino ha un flauto, che gli serve per incantare la belva.
Infine, “quando riprese conoscenza”, dopo la trance, “il giaguaro era in lui,
come il fiume e la foresta. Si mise a ruggire. Era diventato un
bambino-giaguaro”.
Il racconto raccolto da Pierre-Olivier Bannwarth – adattato secondo i crismi
della favolistica occidentale – dipende dai libri di Anne Sibran, antropologa e
scrittrice francese, classe ’63, che ha studiato, in particolare, i Taromenane,
indigeni che vivono in una zona inaccessibile dell’Amazzonia ecuadoriana. Anche
Anne Sibran è una divulgatrice: i libri in cui ‘sistema’ i miti di laggiù
– L’enfant jaguar, ad esempio, edito da Gallimard nel 2022 – sono rivolti a
giovani lettori. In Enfance d’un chaman (Gallimard, 2017), ambientato intorno al
Rio Napo, l’affluente del Rio delle Amazzoni, la Sibran drammatizza i riti di
iniziazione dei rari indigeni. La scrittura è semplice, non priva di accensioni:
un felice viatico per conoscere un mondo – e un modo di stare al mondo – alieno
ai più, a chi non ha indole da studioso; ne abbiamo tradotto un tratto, in calce
all’articolo. Un tempo popolo di avventurieri – penso, ad esempio, a Samatri,
brillante resoconto di Alfonso Vinci sulle sue esplorazioni intorno all’Orinoco
–, che significa, anche, sconfinare dai terreni della ‘letteratura di viaggio’,
oggi siamo per lo più a servaggio della mania turistica. Eppure, i luoghi
vanno letti prima che guardati: un documentario non può superare,
per possibilità, la possanza immaginifica di un libro.
Naturalmente, Anne Sibran resta una divulgatrice: il ‘selvaggio’, l’indomabile,
viene liquefatto, condotto nei ranghi della storia, del romanzesco. Per chi
desidera uno sguardo più profondo, strumento eccezionale è il libro di Gerardo
Reichel-Dolmatoff, Il cosmo amazzonico (Adelphi, 2014): in questo caso l’analisi
– miliare – si svolge tra i Desana, tribù che abita sul confine tra Colombia e
Brasile. Alcuni elementi comunque coincidono: ad esempio, che il mondo sia un
sistema interconnesso, retto da enigmatiche norme, di cui lo sciamano conosce i
nodi e gli sviluppi:
> “…la nostra terra è simile a una grande ragnatela. È trasparente e il Sole può
> guardarvi attraverso. I fili di questa ragnatela sono come le norme secondo le
> quali devono vivere gli uomini; essi si muovono lungo questi fili, cercando di
> vivere bene, e il Sole li guarda”.
L’iniziazione dello sciamano – che si chiama payé –, soprattutto, ha caratteri
simili. Del potere sciamanico – conferito dal Sole – si riconoscono i segni fin
dall’infanzia: il bambino viene addestrato da un anziano intorno “alle diverse
danze e ai riti di tutte le cerimonie del ciclo vitale”. L’alba è il
momento-zenit: lo sciamano e il suo giovane allievo, “dipinti di rosso dalla
testa ai piedi, si trovano sulla riva del fiume per cantare e invocare il Sole”.
Il rapporto con il giaguaro è uguale a quello contratto dagli indigeni
ecuadoriani: “Nella lingua desana lo sciamano è denominato ye’e, parola che
significa anche ‘giaguaro’: in effetti, si dice che lo sciamano possa
trasformarsi in questo animale”.
Il compito principale dello sciamano è essere “un intermediario tra la società e
le forze soprannaturali”; la sua funzione principale “consiste nell’ottenere la
fertilità della natura, necessaria per la sopravvivenza umana”. Gli sciamani più
potenti “vanno fino alla Via Lattea o visitano la ‘casa delle colline rocciose’
dove parlano e ‘negoziano’ con gli esseri che occupano quei luoghi, per tornare
poi nei loro corpi che sono rimasti distesi nell’amaca della loro casa”. Lo
sciamano contratta con il “Signore degli animali” la quota di bestie che la sua
gente potrà uccidere; il numero di uomini che moriranno durante la grande
caccia.
Di norma, lo sciamano compie le sue gesta come un servizio, ma le cronache
pullulano di stregoni che usano il proprio potere, ctonio, per favorire invidie
e consumare vendette. Durante l’estasi – indotta da una droga
allucinogena, vixò o yajé; ma “uno sciamano esperto può entrare in trance
allucinatoria anche senza ingerire alcuna droga”, facilitato da digiuno e
solitudine – lo sciamano può tramutarsi in giaguaro o in anaconda, a seconda
degli obbiettivi che si prefigge: proteggere un cacciatore o uccidere, con
l’inganno, un nemico.
Il giaguaro è l’animale più importante nel cosmo dei desana perché ha i
caratteri dell’onnipotenza:
> “Vive nelle parti più fitte della foresta, sale sugli alberi, nuota e si
> sposta sia di giorno che di notte. È in sostanza un animale presente a diversi
> livelli: aria, terra, acqua; e che appartiene tanto alla luce quanto
> all’oscurità”.
Della sua vittima, il giaguaro divora, primariamente, gli occhi, per acquisire
il suo sguardo, cioè “il principio seminale”.
I miti dei desana raccolti dagli antropologi non sono riducibili a una
favolistica pronta all’uso: hanno a che fare – per furia di paradosso – più con
Kafka che con i fratelli Grimm. Alcuni di questi miti sono ancora creature vive,
parole che conferiscono vita e verità alle cose – insomma, non siamo in terreno
‘letterario’. L’abilità retorica, semmai, è un aspetto dell’efficacia vitale di
un canto. Tante cose, per fortuna, rimangono impenetrabili alla ragione.
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L’arte di diventare giaguaro
Il primo che ti ha visto, prima che entrassi nel ventre di tua madre, non viveva
al villaggio, tutti lo temevano. Si chiamava Baltazar Tanguila, era tuo zio, e
sapeva trasformarsi in giaguaro.
Invece di attendere il tramonto per nascondersi in un burrone, si accovacciava
dietro casa e ruggiva. Quando accorrevano i vicini, era già scomparso. Di lui
restavano i pantaloni, un po’ di tabacco e quella scia di tracce fresche: il
grosso felino seguiva il corso dell’acqua.
“La metamorfosi è pericolosa: se ci prendi gusto, ti svia – la cosa davvero
difficile è restare uomini”, diceva spesso tuo padre.
Allo zio gli uomini non piacevano più, si era preso cura di loro troppo a lungo.
Tutte quelle notti accanto al fuoco, a soffiare tabacco fino all’alba, con le
labbra premute contro i corpi malati, sul ventre a inalare l’ira, la gelosia,
l’invidia, le potenti malvagità celate nei tumori, lo avevano fiaccato. Del
miasma, della spuma di spine e del catarro che sputava nella cenere gli restava
l’amarezza, il sapore del disincanto.
Appena poteva, fuggiva nella giungla.
La foresta fluiva nel suo sangue.
Appena lasciava il villaggio, rabbrividiva, come un pesce che viene gettato nel
fiume, che subito riprende il corso, il corpo, il respiro.
Potremmo dire che la foresta era un dono per quell’uomo. Era un’arte sottile,
esigente, che combinava destrezza, danza, canto. C’è un modo di poggiare il
piede, di muovere il corpo, di bucare il fogliame senza dare disturbo,
ascoltando la partitura del bosco. Attendere. Concupire l’istante. Da quel
momento, le urla delle scimmie e degli uccelli, il vento tra i rami, il mormorio
del ruscello, entrano nell’attenzione dell’uomo – si coagulano in lui.
Quando canta, entra nella musica della foresta: uomo e bosco sono un tutt’uno.
Cosa sarebbe la bellezza senza lo sguardo? Cosa sarebbe la foresta senza il
canto? Questo canta Baltazar Tanguila quando corre tra gli alberi.
Un solco di foglie liquide lo precede.
Ovunque mette piede: l’adorazione, un brivido di gioia.
Come avrebbe potuto quel virtuoso sottrarsi al fascino della metamorfosi?
Baltazar Tanguila entrava nella bestia con la stessa passione con cui si
immergeva nella selva: impetuosa curiosità del viaggiatore tra i mondi,
impaziente di ampliare le sue conoscenze.
Tornavamo da una passeggiata, eravamo nella cosa che chiami casa e mi hai
spiegato, con l’umiltà che ti caratterizza, come avvenivano le trasformazioni
nella tua famiglia. Il caldo, quel giorno, faceva stupefatte le foglie. Cani e
galline rannicchiati in pozzanghere d’ombra, come in una canoa.
Ad ascoltarti, la metamorfosi pareva un processo accessibile a tutti: bisognava
assumere un rimedio e aspettare. Conosco pochi uomini che siano riusciti a
mantenersi saldi dopo aver preso quella mistura: di solito crollano, scossi da
nausee e da visioni.
Quel giorno, mi hai detto che la realtà è un telo che ricopre il mondo. Questo
telo, ricamato di alberi e montagne e fiumi ma anche di uomini e di bestie, si
increspa alla luce, reinventandosi, inverandosi, ad ogni istante. Per la tua
gente, la gente del grande fiume, questo telo è la pelle degli spiriti. Lo
sciamano è colui che sa sollevare il telo, che sposta il tessuto per vedere cosa
c’è dall’altra parte.
Per questo genere di viaggi, si lascia il corpo muto, alla porta. È più comodo
così. Sdraiati per terra, attendete che il grande spirito dei giaguari vi mandi
una bestia, poi partite, ricoperti di pelliccia, galoppando tra gli alberi.
La vostra famiglia è presieduta dai giaguari; altri guaritori preferiscono
indossare la stola del serpente o quella dell’uccello. Dipende dalla
discendenza. La connessione con lo spirito di un’animale riguarda la parentela.
Comunque, ciò non spiegava la completa sparizione dello zio Baltazar Tanguila,
che di sé lasciava soltanto i pantaloni e scorie di tabacco. Come ha fatto a
svanire anche il suo corpo?
La domanda ti ha sorpreso – hai sorriso. Il viso scarno, il sorriso, infantile
ma scaltro. “Perché era forte… Mio zio era sia uomo che giaguaro. A seconda
della luce, vedevi l’uno o l’altra. Per questo era così temuto”.
Non dobbiamo credere che l’uomo possa controllare tali metamorfosi. Lo sciamano
si fa disponibile a ricevere un dono – a decidere sono gli spiriti.
Baltazar Tanguila era un grande guaritore, aveva preso moglie, si prendeva cura
del clan: quel giorno, andò a caccia incorporando il corpo di un giaguaro, come
faceva spesso. Prese il rimedio, era sdraiato. Questa volta, lo spirito del
giaguaro, giunto dall’aldilà, scelse di divorarlo.
Divorare è la parola che dice del tessuto del mondo, che dice dello spiraglio
tra visibile e occulto… Baltazar Tanguila era stato irrevocabilmente divorato,
dalla testa ai piedi. Ma lo zio non era morto. Dopo un po’, dopo averlo
digerito, il giaguaro lo ha sputato fuori.
Riprendendo il corpo umano, Baltazar Tanguita, profondamente turbato, restò come
assente per un giorno intero, intorpidito nell’essere. Ritornò a casa più tardi,
senza pronunciare parola.
Anne Sibran
*In copertina: una fotografia da “Amazônia” di Sebastião Salgado
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