Tra i Racconti dei saggi d’Amazzonia raccolti da Pierre-Olivier Bannwarth,
stravagante cantastorie francese, per Seuil – tradotti nel 2024 da
L’Ippocampo in edizione di rapace bellezza – il più potente s’intitola Il
bambino-giaguaro. Si narra, appunto, l’iniziazione sciamanica di un bimbo a
Sarayaku, zona amazzonica dell’Ecuador. Il padre, “discendente del grande
giaguaro… apparteneva a un’antica stirpe di guaritori”, porta il bimbo nei
recessi della foresta e lì lo molla. Il bambino ha otto anni e viene affidato,
per un tempo senza tempo, alla giungla. Al terrore segue lo smarrimento, lo
sconforto, l’allucinazione. Al quarto giorno il bimbo è preda di febbri; non sa
di cosa nutrirsi, la sete lo divora. A quel punto – quando si è sul punto di
perdere tutto – interviene la foresta: lo sguardo si fa lucido, domata la paura,
gli stravaganti suoni di bestie straniere diventano familiari.
> “La foresta si dispiegava nella sua mente e Yaku poteva sentirla pensare. Gli
> offriva i suoi occhi, il suo corpo di muschio e felci, il suo alito di fiori e
> fango. Il bambino si tramutava in foresta ed entrava nel samay, il respiro
> della grande Vita, il samay che è l’anima delle sorgenti e impregna la fibra
> dei tessuti, ravviva nel fuoco le ceramiche, accende le ali della farfalla,
> irrora il corpo degli animali, inonda la voce del silenzio…”
Ultimo è l’incontro con l’animale totemico del clan, il giaguaro, che accade in
un’atmosfera onirica, dopo aver trangugiato certe erbe, patrimonio del padre.
Oltre alle erbe, il bambino ha un flauto, che gli serve per incantare la belva.
Infine, “quando riprese conoscenza”, dopo la trance, “il giaguaro era in lui,
come il fiume e la foresta. Si mise a ruggire. Era diventato un
bambino-giaguaro”.
Il racconto raccolto da Pierre-Olivier Bannwarth – adattato secondo i crismi
della favolistica occidentale – dipende dai libri di Anne Sibran, antropologa e
scrittrice francese, classe ’63, che ha studiato, in particolare, i Taromenane,
indigeni che vivono in una zona inaccessibile dell’Amazzonia ecuadoriana. Anche
Anne Sibran è una divulgatrice: i libri in cui ‘sistema’ i miti di laggiù
– L’enfant jaguar, ad esempio, edito da Gallimard nel 2022 – sono rivolti a
giovani lettori. In Enfance d’un chaman (Gallimard, 2017), ambientato intorno al
Rio Napo, l’affluente del Rio delle Amazzoni, la Sibran drammatizza i riti di
iniziazione dei rari indigeni. La scrittura è semplice, non priva di accensioni:
un felice viatico per conoscere un mondo – e un modo di stare al mondo – alieno
ai più, a chi non ha indole da studioso; ne abbiamo tradotto un tratto, in calce
all’articolo. Un tempo popolo di avventurieri – penso, ad esempio, a Samatri,
brillante resoconto di Alfonso Vinci sulle sue esplorazioni intorno all’Orinoco
–, che significa, anche, sconfinare dai terreni della ‘letteratura di viaggio’,
oggi siamo per lo più a servaggio della mania turistica. Eppure, i luoghi
vanno letti prima che guardati: un documentario non può superare,
per possibilità, la possanza immaginifica di un libro.
Naturalmente, Anne Sibran resta una divulgatrice: il ‘selvaggio’, l’indomabile,
viene liquefatto, condotto nei ranghi della storia, del romanzesco. Per chi
desidera uno sguardo più profondo, strumento eccezionale è il libro di Gerardo
Reichel-Dolmatoff, Il cosmo amazzonico (Adelphi, 2014): in questo caso l’analisi
– miliare – si svolge tra i Desana, tribù che abita sul confine tra Colombia e
Brasile. Alcuni elementi comunque coincidono: ad esempio, che il mondo sia un
sistema interconnesso, retto da enigmatiche norme, di cui lo sciamano conosce i
nodi e gli sviluppi:
> “…la nostra terra è simile a una grande ragnatela. È trasparente e il Sole può
> guardarvi attraverso. I fili di questa ragnatela sono come le norme secondo le
> quali devono vivere gli uomini; essi si muovono lungo questi fili, cercando di
> vivere bene, e il Sole li guarda”.
L’iniziazione dello sciamano – che si chiama payé –, soprattutto, ha caratteri
simili. Del potere sciamanico – conferito dal Sole – si riconoscono i segni fin
dall’infanzia: il bambino viene addestrato da un anziano intorno “alle diverse
danze e ai riti di tutte le cerimonie del ciclo vitale”. L’alba è il
momento-zenit: lo sciamano e il suo giovane allievo, “dipinti di rosso dalla
testa ai piedi, si trovano sulla riva del fiume per cantare e invocare il Sole”.
Il rapporto con il giaguaro è uguale a quello contratto dagli indigeni
ecuadoriani: “Nella lingua desana lo sciamano è denominato ye’e, parola che
significa anche ‘giaguaro’: in effetti, si dice che lo sciamano possa
trasformarsi in questo animale”.
Il compito principale dello sciamano è essere “un intermediario tra la società e
le forze soprannaturali”; la sua funzione principale “consiste nell’ottenere la
fertilità della natura, necessaria per la sopravvivenza umana”. Gli sciamani più
potenti “vanno fino alla Via Lattea o visitano la ‘casa delle colline rocciose’
dove parlano e ‘negoziano’ con gli esseri che occupano quei luoghi, per tornare
poi nei loro corpi che sono rimasti distesi nell’amaca della loro casa”. Lo
sciamano contratta con il “Signore degli animali” la quota di bestie che la sua
gente potrà uccidere; il numero di uomini che moriranno durante la grande
caccia.
Di norma, lo sciamano compie le sue gesta come un servizio, ma le cronache
pullulano di stregoni che usano il proprio potere, ctonio, per favorire invidie
e consumare vendette. Durante l’estasi – indotta da una droga
allucinogena, vixò o yajé; ma “uno sciamano esperto può entrare in trance
allucinatoria anche senza ingerire alcuna droga”, facilitato da digiuno e
solitudine – lo sciamano può tramutarsi in giaguaro o in anaconda, a seconda
degli obbiettivi che si prefigge: proteggere un cacciatore o uccidere, con
l’inganno, un nemico.
Il giaguaro è l’animale più importante nel cosmo dei desana perché ha i
caratteri dell’onnipotenza:
> “Vive nelle parti più fitte della foresta, sale sugli alberi, nuota e si
> sposta sia di giorno che di notte. È in sostanza un animale presente a diversi
> livelli: aria, terra, acqua; e che appartiene tanto alla luce quanto
> all’oscurità”.
Della sua vittima, il giaguaro divora, primariamente, gli occhi, per acquisire
il suo sguardo, cioè “il principio seminale”.
I miti dei desana raccolti dagli antropologi non sono riducibili a una
favolistica pronta all’uso: hanno a che fare – per furia di paradosso – più con
Kafka che con i fratelli Grimm. Alcuni di questi miti sono ancora creature vive,
parole che conferiscono vita e verità alle cose – insomma, non siamo in terreno
‘letterario’. L’abilità retorica, semmai, è un aspetto dell’efficacia vitale di
un canto. Tante cose, per fortuna, rimangono impenetrabili alla ragione.
**
L’arte di diventare giaguaro
Il primo che ti ha visto, prima che entrassi nel ventre di tua madre, non viveva
al villaggio, tutti lo temevano. Si chiamava Baltazar Tanguila, era tuo zio, e
sapeva trasformarsi in giaguaro.
Invece di attendere il tramonto per nascondersi in un burrone, si accovacciava
dietro casa e ruggiva. Quando accorrevano i vicini, era già scomparso. Di lui
restavano i pantaloni, un po’ di tabacco e quella scia di tracce fresche: il
grosso felino seguiva il corso dell’acqua.
“La metamorfosi è pericolosa: se ci prendi gusto, ti svia – la cosa davvero
difficile è restare uomini”, diceva spesso tuo padre.
Allo zio gli uomini non piacevano più, si era preso cura di loro troppo a lungo.
Tutte quelle notti accanto al fuoco, a soffiare tabacco fino all’alba, con le
labbra premute contro i corpi malati, sul ventre a inalare l’ira, la gelosia,
l’invidia, le potenti malvagità celate nei tumori, lo avevano fiaccato. Del
miasma, della spuma di spine e del catarro che sputava nella cenere gli restava
l’amarezza, il sapore del disincanto.
Appena poteva, fuggiva nella giungla.
La foresta fluiva nel suo sangue.
Appena lasciava il villaggio, rabbrividiva, come un pesce che viene gettato nel
fiume, che subito riprende il corso, il corpo, il respiro.
Potremmo dire che la foresta era un dono per quell’uomo. Era un’arte sottile,
esigente, che combinava destrezza, danza, canto. C’è un modo di poggiare il
piede, di muovere il corpo, di bucare il fogliame senza dare disturbo,
ascoltando la partitura del bosco. Attendere. Concupire l’istante. Da quel
momento, le urla delle scimmie e degli uccelli, il vento tra i rami, il mormorio
del ruscello, entrano nell’attenzione dell’uomo – si coagulano in lui.
Quando canta, entra nella musica della foresta: uomo e bosco sono un tutt’uno.
Cosa sarebbe la bellezza senza lo sguardo? Cosa sarebbe la foresta senza il
canto? Questo canta Baltazar Tanguila quando corre tra gli alberi.
Un solco di foglie liquide lo precede.
Ovunque mette piede: l’adorazione, un brivido di gioia.
Come avrebbe potuto quel virtuoso sottrarsi al fascino della metamorfosi?
Baltazar Tanguila entrava nella bestia con la stessa passione con cui si
immergeva nella selva: impetuosa curiosità del viaggiatore tra i mondi,
impaziente di ampliare le sue conoscenze.
Tornavamo da una passeggiata, eravamo nella cosa che chiami casa e mi hai
spiegato, con l’umiltà che ti caratterizza, come avvenivano le trasformazioni
nella tua famiglia. Il caldo, quel giorno, faceva stupefatte le foglie. Cani e
galline rannicchiati in pozzanghere d’ombra, come in una canoa.
Ad ascoltarti, la metamorfosi pareva un processo accessibile a tutti: bisognava
assumere un rimedio e aspettare. Conosco pochi uomini che siano riusciti a
mantenersi saldi dopo aver preso quella mistura: di solito crollano, scossi da
nausee e da visioni.
Quel giorno, mi hai detto che la realtà è un telo che ricopre il mondo. Questo
telo, ricamato di alberi e montagne e fiumi ma anche di uomini e di bestie, si
increspa alla luce, reinventandosi, inverandosi, ad ogni istante. Per la tua
gente, la gente del grande fiume, questo telo è la pelle degli spiriti. Lo
sciamano è colui che sa sollevare il telo, che sposta il tessuto per vedere cosa
c’è dall’altra parte.
Per questo genere di viaggi, si lascia il corpo muto, alla porta. È più comodo
così. Sdraiati per terra, attendete che il grande spirito dei giaguari vi mandi
una bestia, poi partite, ricoperti di pelliccia, galoppando tra gli alberi.
La vostra famiglia è presieduta dai giaguari; altri guaritori preferiscono
indossare la stola del serpente o quella dell’uccello. Dipende dalla
discendenza. La connessione con lo spirito di un’animale riguarda la parentela.
Comunque, ciò non spiegava la completa sparizione dello zio Baltazar Tanguila,
che di sé lasciava soltanto i pantaloni e scorie di tabacco. Come ha fatto a
svanire anche il suo corpo?
La domanda ti ha sorpreso – hai sorriso. Il viso scarno, il sorriso, infantile
ma scaltro. “Perché era forte… Mio zio era sia uomo che giaguaro. A seconda
della luce, vedevi l’uno o l’altra. Per questo era così temuto”.
Non dobbiamo credere che l’uomo possa controllare tali metamorfosi. Lo sciamano
si fa disponibile a ricevere un dono – a decidere sono gli spiriti.
Baltazar Tanguila era un grande guaritore, aveva preso moglie, si prendeva cura
del clan: quel giorno, andò a caccia incorporando il corpo di un giaguaro, come
faceva spesso. Prese il rimedio, era sdraiato. Questa volta, lo spirito del
giaguaro, giunto dall’aldilà, scelse di divorarlo.
Divorare è la parola che dice del tessuto del mondo, che dice dello spiraglio
tra visibile e occulto… Baltazar Tanguila era stato irrevocabilmente divorato,
dalla testa ai piedi. Ma lo zio non era morto. Dopo un po’, dopo averlo
digerito, il giaguaro lo ha sputato fuori.
Riprendendo il corpo umano, Baltazar Tanguita, profondamente turbato, restò come
assente per un giorno intero, intorpidito nell’essere. Ritornò a casa più tardi,
senza pronunciare parola.
Anne Sibran
*In copertina: una fotografia da “Amazônia” di Sebastião Salgado
L'articolo “La foresta fluiva nel suo sangue”. Viaggio tra gli uomini-giaguaro
proviene da Pangea.
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La produzione letteraria (e non solo) di Gian Ruggero Manzoni è delle più
variegate e peculiari. Leggendone i libri, seguendone il percorso artistico
(almeno di questi anni) ci si accorge facilmente di quanto l’autore abbia un
piede nel presente e un piede in un passato remotissimo. Manzoni lo vedo un po’
così, attuale e allo stesso tempo antico, mentre paziente fila una tela che
ricongiunge il presente con gli albori dell’umanità. Dopo un libro
come Dialoghi infami (Medusa, 2024), tremendamente macchiato dalla
contemporaneità, con Nel lento movimento dei ghiacci (puntoacapo, 2024) facciamo
un balzo indietro di millenni (come già aveva compiuto con Ultramodum),
all’origine della vicenda umana, quando ancora non era Storia, sulle orme di
sciamani che camminano sul sottile confine tra questo mondo e l’altro (o gli
altri), fra religione e magia. Il libro raccoglie una serie di prose poetiche e
disegni, suddivise in quattro sezioni: Nel lento movimento dei
ghiacci, Sciamani, La quarta moira, La rinuncia.
Mi domando se non stia tutto qui il senso della ricerca artistica, della
scrittura come del disegno: ritrovare il filo di un discorso incominciato
migliaia di anni fa e che abbiamo perso lungo la strada, ritrovare la magia di
cui è ancora intrisa la realtà sotto tonnellate di cemento.
Artista, poeta, scrittore; traduci e interroghi testi sacri e mercenari
sanguinari: ti senti anche tu un po’ sciamano?
A un recente Festival Internationnal des Traditions et Spiritualites Ancestrales
et du Chamanisme, tenutosi in una vallata nei pressi di Reims, in Francia,
confrontandomi con sciamani e sciamane riconosciuti quali Abdellah e Gnawa
Akharraz, Vera Sakhina, Ayangat, Anja Normann, Frederic Roure, Bhola Nath
Banstola, Tiegniery Diarra, Baruch Osorno, Domi Farinelli, sono stato
riconosciuto, da loro, quale sciamano a mia volta… sciamano della parola, non
celebrativo, cioè non operante tramite danze o gesti propiziatori, ma quale
“guaritore”, così mi hanno definito, per mezzo della parola, ed “evocatore”,
sempre tramite il suono che conteniamo, di entità superiori. Comunque già mia
nonna Olimpia, a sua volta sciamana romagnola, mi aveva riconosciuto e, a suo
tempo, mi passò il dono. Inoltre ogni buon poeta o artista o musicista è infine
uno sciamano se opera per il bene e il bello, e se sempre rispettoso delle
“anime naturali”.
Quale legame persiste fra l’uomo di oggi e quello che vestiva le pelli di mammut
e interrogava il fato seguendo il volo degli uccelli?
Sono lo stesso uomo unicamente in tempi diversi. Tutte le massime domande sono
ancora sul tavolo prive di risposta, quindi nulla sapeva del cosmo e di sé
l’uomo primitivo e nulla sappiamo di noi e del cosmo… o, meglio, della
dimensione che ci contiene e che conteniamo… noi umani del XXI° secolo. Giusto
sappiamo che un giorno moriremo e che la Terra è tonda e ruota attorno al Sole,
mentre la Luna ruota attorno alla Terra, poi stop, che altro si sa? Dimenticavo,
ancora molti continuano a credere che la Terra sia piatta… e detto ciò non resta
che sorridere riguardo la nostra attuale condizione.
“La magia appare incredibile solo perché è l’evento più naturale e quotidiano
che ci sia”. “Ciò che è stato creato è magia, e lo sciamano non è che
l’indagatore dell’indagine”. Ma cos’è la magia?
Credendo in un divino generatore, creatore e demiurgo, credo anche che esistano
esseri umani e animali e piante che riescono a metterci in contatto con altre
dimensioni. La magia è la capacità di proiettarti o proiettare un altro essere
in universi paralleli, come sostengono le varie Teorie del Multiverso, così,
scientificamente, oggi vengono appellate, mentre arcaicamente avevano e ancora
hanno altri nomi. La magia è entrare in esse e giungere a vibrare come le
stesse, fino alla scoperta della propria “nota armonica”, come la definiva il
teosofo, pedagogista, filosofo, esoterista austriaco Rudolf Steiner. Il sommo
Guido Ceronetti giustamente scriveva nel suo Il silenzio del corpo, un libro che
consiglio:
> “La fame di magico è più che legittima, il rischio è, sempre, che il malvagio
> destino la orienti, per sfogarla, sulla stella del male. Ma di magia buona c’è
> oggi molto più bisogno che di medicina buona”.
Quando osserviamo una civiltà arcaica (anche quella più vicina a noi, come
quella contadina) con i suoi riti, ci appare come in balia delle superstizioni,
eppure era una civiltà più solida della nostra. Siamo oggi, più di allora,
vittime di superstizioni?
Direi che il “rito del consumo” sia la superstizione più nefanda che oggi ci
possa essere, idem la “messa del denaro”, paragonabile ad ogni “messa nera”.
Tutto ciò che oggi divide e rende predatori risulta quale attuale superstizione,
ciò che invece unisce è ‘savietà’, saggezza, buon senso, cultura base,
consapevolezza, massima osservazione, “antica credenza popolare”,
compenetrazione, quindi passata e accettabile superstizione. Sì, un tempo, anche
noi Occidentali, oggi definiti evoluti, emancipati, civili, tramite l’attenzione
persistente riuscivamo a compenetrare la materia e il mistero così come l’altro
o l’altra da sé, al punto di partorire modi di dire valevoli ovunque
atemporalmente. Quindi necessita suddividere la superstizione, come poi la
magia, in bianca o nera. Su ciò che oggi definiamo idolatria o, peggio,
ignoranza, un tempo si sono costruiti imperi, ma l’antica superstizione era
troppo attinente al destino e allo stare attenti ai “segni” per poterla definire
volgarmente ubbia. I “segni” e la capacità di interpretarli sono da considerarsi
come le tracce lasciate sul suolo che i pellerossa riuscivano a leggere.
L’interpretazione dei “segni” e delle atmosfere era l’arcaica buona, benevola,
accrescente superstizione.
Questo lento movimento dei ghiacci, questo andare alla deriva, rappresenta un
po’ la tua idea dell’umanità oggi. In alcuni passaggi sembri suggerire una
fratellanza umana originaria perduta, ormai scaduta in uno “scontro tra simboli
che, nell’errore, si leggono avversi… si disegnano quali contrari, di sanguinari
eccessi o di ecatombi, oppure di massacri”. È una fratellanza recuperabile?
Sì, la lenta deriva dei freddi… dei gelidi ghiacci è il nostro attuale andare.
Mai gli uomini sono stati fratelli per sangue, quanto, invece, fratelli per
idea, per idealità, quindi per fede, perciò uniti anche se non si è stati
scaturiti dalla medesima carne. Gli ovuli e l’utero che rendono non solo
fratelli ma gemelli si chiamano: credo comune, comune rappresentazione mentale,
comune opinione, convinzione comune, sentire comune, spirito comune, volontà
comune, divinità comune, comune magia. Nell’oggi l’Occidente ha perduto quei
valori fondamentali che ho pocanzi elencato. Siamo molto… troppo lontani gli uni
dagli altri. Crollata una memoria comune, così che nascessero infinite memorie,
ecco che la frammentazione… la polverizzazione disintegra ogni possibile verità
comune, o, meglio ancora, ogni comune verità.
La quarta moira, cioè il nulla, l’assenza di prima e dopo, la fine della fine,
domina una parte centrale del libro. Qual è il tuo rapporto con la morte e con
ciò che viene (se viene) dopo?
Sono solito dire che i miei genitori più che vivere mi hanno insegnato il come
morire con estrema dignità, sacralità, coraggio e spiritualità. Il senso di
morte ha sempre aleggiato a casa mia, ma non in accezione cupa, oscura,
deprimente, scoraggiante, quanto come persistente preparazione alla stessa. Ogni
attimo può essere l’ultimo e per quell’ultimo necessita essere pronti. Infine la
mia esistenza, finora, è stata un persistente apprestamento alla morte, con
tutto quello che ne consegue, quale prima componente il cercare di vivere… sì,
di vivere ogni attimo come appunto fosse l’ultimo. Ciò che di noi resta, così
come ciò che di questo universo resterà, non sarà neppure un punto su di una
mappa ampia quanto la potenza dell’inesprimibile. Il mio e il nostro nulla è il
saper morire quindi il saper vivere in quell’inesprimibile. A tal proposito
tanto mi fu caro quello strabiliante scritto titolato, in italiano, La Lettera
di Lord Chandos, in tedesco “Ein Brief”, del grande Hugo von Hofmannsthal.
Valerio Ragazzini
**
Brani tratti da Nel lento movimento dei ghiacci (puntoacapo) di Gian Ruggero
Manzoni
Ogni dimensione ride attorno a me, e mai mi priverò di quello che la mia fede
dona.
Un sorriso è il Cristo, mai un atto d’accusa.
Sciamano del Delta del Po, sempre scopro ogni notte che vago nell’immutata
sostanza della natura umana.
È ancora un antico sogno che riconduce alla mia terra d’origine, a quell’arcaico
intrico di rami, rovi, edera, canne, alghe palustri.
È nella natura aspra della mia gente che saldo la tragedia, ma anche
l’elevazione, del nostro destino di eterni immaturi.
Che gioia! Che ritrovata incoscienza pudica!
Forse che l’Età dell’Oro dimori in un colpo di zappa o nel tergersi la fronte
dal sudore?
La genuinità perduta solca ancora la palude.
Nulla è scomparso. Tutto è ancora lì, se apri gli occhi di tua madre, e, del
padre, se indossi gli stivali di gomma e i pantaloni di velluto.
*
Mi diceva un filosofo e musicista di Praga: “La velocità è la forma di estasi
che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo”; la stessa accusa fu di mia
nonna, indagatrice di segni e di premonizioni sulla corteccia degli olmi o dei
pioppi padani.
Lei mai volle salire in auto, se non il giorno che la portarono all’ospedale
dove le diagnosticarono che entro un mese sarebbe morta e che si preparasse a
salpare.
Al che si fece riportare nel suo letto (posto al centro della nostra casa),
accese la candela che aveva sul comodino, recitò le orazioni e si spense con
l’ultima goccia di cera scivolata… mentre le api, riunitesi, con lei migrarono
in un’altra chiesa dimenticata… su di un altro altare.
*
Al che si disse che oltre la velocità della luce, pur sempre relativa, non si
può andare, visto che non esiste alcun modo di accelerare una spinta fin oltre i
300.000 chilometri al secondo, se non fornendo un’energia che risulti al di là
dell’estremo, quindi ardua, impossibile, lontana da noi, inavvicinabile, cattiva
e infinita, non certo piccola giostra che tramite il calore muove pale, vele,
seggiolini, camei, sputando sulle madri che glabre ammirano con facce ebeti i
loro figli… privi di futuro, carne già morta, di già polvere, di già rutto di un
mulinello di cielo, o coda gelida di uno spegnersi sia di stelle che
d’illusioni… che di risorse… che di fermenti… che di fittizie occasioni.
*
L’11 maggio del 1872 il cielo d’Europa venne ammutolito da una pioggia di
meteore in fiamme che cessarono in una nuvola di cenere che avvolse per giorni
animali da latte, neonati, baldracche, lumache e api, poi connestabili,
carabinieri, netturbini, scava pozzi, e pur anche cani e aironi, quale
benedizione di me demone che per non molto custodirò l’equilibrio dei corpi
astrali, così che lei, la gran signora, nella gravità copuli col marito mentre,
gli ultimi gemiti, siano dell’amante, poi dell’amante, e dell’amante ancora,
nella perduranza di una sterile ginnastica, frutto di una Gomorra petulante e
allucinata, incensata dallo sperma di un toro che annaffia probi e tagliagole,
avvocati, notai, banchieri, i quali si riconoscono fra loro tramite anelli ai
lobi, occhi truccati, turbanti e gemme, cinismo, volgarità e nessuna carità
parziale, cristiana, o chissà dove e come, la stessa, sia nata e possa custodire
un valore ultraumano o solo menzogne, o sterili sermoni.
*In copertina e nel testo, alcune opere di Gian Ruggero Manzoni
L'articolo “Il rito del consumo è la superstizione più nefasta”. Dialogo con
Gian Ruggero Manzoni, lo sciamano del Delta del Po proviene da Pangea.