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Il ruggito di Bruce. Ovvero: di Springsteen, di Saba e della verità
C’è un concetto, nel sabiano Quel che resta da fare ai poeti, che continua a imporsi come un criterio morale prima ancora che letterario: ai poeti non resta che essere onesti. Umberto Saba, nel suo saggio – peraltro rifiutato nel 1911 dalla “Voce”, che proprio Saba definiva “la sola rivista possibile”, e pubblicato solo dopo la morte del poeta – parlava di una poesia che rinuncia all’ornamento, alla finzione, alla posa, per aderire alla verità dell’esperienza e dell’esistenza: per Saba tocca scegliere ogni volta di osservare e scrivere della realtà anche quando è scomoda, opaca, non eroica.  > […] Qui prostituta e marinaio, il vecchio > che bestemmia, la femmina che bega, > il dragone che siede alla bottega > del friggitore, > la tumultuante giovane impazzita > d’amore, > sono tutte creature della vita > e del dolore; […] > > (Città vecchia, vv. 11-18) È difficile ascoltare oggi la nuova Streets of Minneapolis di Bruce Springsteen senza avvertire questa stessa urgenza. Springsteen, che quest’anno compirà 77 anni, torna a scrivere dopo più di cinque anni – e con un’intensità che non si avvertiva da molto tempo – perché qualcosa, dentro e fuori di lui, lo ha richiamato a matita, foglio, pentagramma e chitarra.  È un ritorno inatteso, perché se la sua energia non conosce cedimenti e si esprime ancora con concerti che sono atti fisici di memoria collettiva, da almeno vent’anni il racconto dell’America attraverso le ballads appare sovrastato, o quantomeno ridotto a ricordo di quanto già scritto e cantato liturgicamente a memoria in ogni concerto. Springsteen aveva smesso di fare ciò che per decenni lo aveva reso una voce necessaria: raccontare l’America mentre accade, come ha sempre fatto cantando quella luccicante e vincente, quella da sognare e che sa rialzarsi, ma anche e soprattutto quella dimessa della working class.  Streets of Minneapolis ritorna all’onestà del racconto di vicende precise che sono cronaca e che diventeranno storia: la violenza esercitata sulle strade, il rapporto degenerato tra Stato e cittadini, il volto armato dell’ordine pubblico nell’America trumpiana. Springsteen guarda lì e decide di parlare, anzi di più, sceglie di scrivere, comporre e cantare, fissando così un’emozione e un frammento di cronaca e di storia in un tempo e in uno spazio artistico. Springsteen avrebbe potuto intervenire con un’improvvisata in un momento commemorativo, con un post o un video affidato ai social e già si sarebbe raccontato della presa di posizione di un cantore dell’America del Quarto Novecento, invece ha scelto la forma più profonda e più duratura: l’espressione artistica. E la canzone, come la poesia, resta. Da mezzo secolo Springsteen attraversa l’America raccontandone le strutture e le crepe, la forza e le piaghe: ha cantato il desiderio ostinato di farcela, la promessa di un futuro migliore, gli anni scintillanti dell’illusione. Stavolta Streets of Minneapolis fissa con la parola questa fase storica e Springsteen nomina la violenza, chiama in causa il potere, lascia che la canzone dica ciò che non può più essere taciuto e che verrà ricordato: il sangue per le strade e nella neve, l’azione dei colpevoli, i nomi delle vittime incastonati nei versi che verranno mandati a memoria con il testo della canzone.  […] Where mercy should have stood And two dead left to die on snow-filled streets Alex Pretti and Renee Good Oh our Minneapolis, I hear your voice Singing through the bloody mist We’ll take our stand for this land And the stranger in our midst Here in our home they killed and roamed In the winter of ’26 We’ll remember the names of those who died On the streets of Minneapolis * Dove avrebbe dovuto esserci pietà E due morti lasciati a morire su strade innevate Alex Pretti e Renee Good Oh nostra Minneapolis, sento la tua voce Cantare attraverso la nebbia insanguinata Prenderemo posizione per questa terra E per lo straniero in mezzo a noi Qui nella nostra casa hanno ucciso e vagato Nell’inverno del ’26 Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti Per le strade di Minneapolis […] Quando Umberto Saba scrive il suo saggio, egli afferma anche la necessità di ritrovare “il filo d’oro della tradizione”: il poeta triestino sceglie gli endecasillabi classici, forme metriche tradizionali, con “le radici nell’Ottocento e la testa nel 2000” alla ricerca della poesia onesta attraverso un “ritorno alle origini”: proprio così fa Springsteen nel comporre una ballata che non cede ai suoni del momento e alle cadenze radiofoniche, e che si affida al contrario al tipico incedere narrativo e musicale delle canzoni che sono considerate le più riuscite e le più profonde del rocker americano. Ancora, l’andamento del brano si rifà chiaramente a Desolation Row di Bob Dylan, chiamando in causa così il cantautore che per antonomasia – si ricordino il Pulizer nel 2008 e il Nobel nel 2016 – unisce musica d’autore e letteratura e, allo stesso tempo, rifacendosi proprio a una canzone specifica che narra di bassifondi, di detriti, in perfetto stile sabiano.  Saba, Dylan e Springsteen: difficile pensare a persone più diverse, eppure accomunate nell’espressione artistica dal fascino che gli ultimi esercitano sulle loro coscienze, dal bisogno di mettere in versi ciò che è onesto, e insieme turpe, e insieme vero, dal pensiero, come scrive sempre Saba, che “la funzione sociale del poeta sta appunto in questo: il poeta consola, attraverso lo splendore della forma, gli uomini, tutti gli uomini sensibili alla poesia (e sono pochi) di tutto quello cui hanno dovuto rinunciare per essere degli uomini civili”. Saba, Dylan e Springsteen: tre autori, tre artisti che scrivono anche per chi non riesce, per chi non può, per chi ha altro da fare, ma è tuttavia in ascolto e in attesa. Saba ricorda inoltre che il poeta deve rinunciare all’eccezionalità, perché la verità abita le cose comuni e, in questo gennaio nordamericano del 2026 Springsteen avverte che la cosa comune è diventata intollerabile: morire per strada, a colpi di arma da fuoco, davanti a una telecamera, senza opporre ostilità né resistenza: per questo sceglie di stare dalla parte del reale anche quando il reale è insopportabile e, come Saba con la sua Trieste e i suoi personaggi minimi, anche Springsteen annota, descrive e poi smaschera. È in questo esercizio di sottrazione di un episodio alla nuda cronaca che la canzone d’autore trova spazio nella letteratura, grazie alla sua parola scelta per musicalità e densità, ma capace di esprimersi anche tramite altri mezzi, perché rispetto alla poesia comunemente intesa, con la canzone d’autore cambiano i supporti, ma non il mandato, e così il cantautore come il poeta si espone e accetta il rischio della verità, rinunciando alla protezione del ruolo. Streets of Minneapolis segna questo punto preciso: il momento in cui Springsteen torna a essere non solo un’icona buona per la glorificazione generale, e nemmeno l’interprete rassicurante di un glorioso passato condiviso, ma voce essenziale del presente, con un ruggito che non è nostalgia né rabbia generica, ma presa di posizione politica, tramite l’espressione artistica che ritorna limpida quando la realtà non può più essere elusa. Dario Brunori si chiede, in chiusura de La ghigliottina (2025), “cosa bisogna cantare oggigiorno?”: una buona risposta l’ha trovata Springsteen nel vento di Minneapolis.  Marcello Bramati L'articolo Il ruggito di Bruce. Ovvero: di Springsteen, di Saba e della verità proviene da Pangea.
February 2, 2026 / Pangea