Nella mia vita, col passare del tempo e degli anni, ho imparato ad evitare le
discussioni e di credere nel dialogo: il tempo di noi tutti è limitato, quindi
prezioso. La scrittura, quando l’apatia si prende una pausa, è la mia unica arma
e oggi non potevo farne a meno di usarla come spada e carezza assieme.
L’antefatto: mi ritrovo seduto su un bus cittadino, sfoglio un libro di
Malaparte quando, di fronte a me, si seggono due bizzarri individui. Comincia un
dialogo surreale quanto stupido, sull’inesistenza di Dio, sull’inutilità della
fede, in un mondo dove è la tecnologia a farci felici. Perché pregare quando hai
le risposte dell’assistente vocale?
Mi è venuto in mente Flaiano:
> “La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare
> fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si
> nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso,
> spande il terrore intorno a sé”.
Ma, una volta tornato a casa, ho pensato che Flaiano non era abbastanza come
risposta, la risposta non data ai due buffi e ingenui viaggiatori.
A colmare l’abbastanza e andare oltre mi serviva qualcosa di più ed eccolo lì.
tra i miei libri più preziosi, lo splendido tomo di Giovanni Papini, Lettere
agli uomini di Papa Celestino VI. Libro che valeva allora, vale oggi e varrà
sempre per le illuminanti, profonde e dolenti parole, che lo scrittore verga
immedesimandosi in un immaginario Papa in un epistolario verso tutte le
categorie degli uomini. Giovanni Papini, mai amato e pubblicato come merita,
nella sua virata verso la fede e il cristianesimo ha regalato meraviglie come Il
Diavolo, Giudizio Universale, Storia di Cristo, che andrebbero mandati a memoria
per la fulgida bellezza che emanano in ogni pagina. Così come dovrebbero giacere
in ogni libreria Un uomo finito, Dante vivo e tutto quel che il nostro ha
scritto.
Ma ritorniamo a noi, io e i due dei peggio rappresentanti dei senza Dio e devoti
al feticcio della materia e della tecnica. Lascio parlare lo scriba:
> “La causa più profonda della negazione di Dio è un’altra: l’invidia e la
> gelosia. L’uomo, ubriacato dalle conquiste innegabili della sua conoscenza e
> dominazione della materia, ha sempre avuto il segreto desiderio d’inalzarsi al
> di sopra della sua umanità, di uguagliarsi a Dio, di sostituirsi a Dio. Nei
> tempi più remoti con la magia, nei tempi più recenti con la filosofia, con la
> scienza, con la tecnica ha sognato di poter strappare a Dio gli attributi che
> più lo fanno invidioso: l’onnisapienza e l’onnipotenza. L’aver decifrato
> qualche legge dell’universo, l’aver assoggettato qualche forza della natura
> gli ha fatto credere d’esser capace di spodestare Dio e di ascendere al suo
> trono”.
L’eco di Nietzsche s’ode in queste parole, ma Papini ci mette l’anima, ci mette
la sua profondità abissale:
> “L’uomo vuole fare a meno di Dio, vuol uccidere Dio, non già perché ritenga
> impossibile l’esistenza di un Dio, ma perché vuol succedere a Dio, vuol
> sostituirsi a Dio, vuol essere lui stesso un Dio. Una delle radici occulte
> dell’ateismo è l’ossessione della rivalità, l’astio dell’inferiore verso il
> superiore”.
Sorrido pensando che cosa potrebbero trarre da queste parole, i due viandanti, e
tutti i viandanti del mondo che pensano di vivere in un mondo dove
l’intelligenza è un manufatto e la panacea di tutti i mali si celi dietro schemi
e schermi. Sicuri di saper tutto, inconsapevoli di non saper niente:
> “nessuna ipotesi matematica e nessuna macchina, per quanto prodigiose,
> potranno redimere la radicale ignoranza e impotenza dell’uomo”.
Viandanti e i loro maestri, che cianciano di prodigi da televendita, in grado di
farli vivere (non mi ci metto in mezzo) in salute, in eterno e senza alcun
bisogno. Perché tutto deve essere calcolato e il resto è solo superstizione.
> “Farneticare di espellere Dio e di prenderne il posto è infatuazione
> demoniale, risibile delirio di grandezza, arrogante demenza”.
Devo confessare, a voi e a me stesso, che son stato anche io un senza Dio e mi
crogiolavo goffamente nella convinzione che l’ateismo fosse l’unica religione
praticabile. Poi son cresciuto, poi ho capito che:
> “Non si può fare a meno di Dio. E poiché Dio esiste, di là d’ogni umana
> invidia e dubbiezza, altro non è dato a noi, per attingerlo, che amarlo
> nell’obbedienza e obbedirlo nell’amore”.
Cosimo Mongelli
*In copertina: Gian Lorenzo Bernini, Angeli in volo, disegno, post 1663
L'articolo “Non si può fare a meno di Dio”. Invettiva contro i rincretiniti dal
progresso proviene da Pangea.
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> “Quella del ‘matrimonio della camorra’ è chiaramente una battuta. Capisco,
> però, che la cosa si presti ad essere interpretata male. Per questo voglio
> chiarire un punto: io adoro Napoli e adoro la musica napoletana. La scorsa
> settimana ero all’Augusteo per lo spettacolo di Branduardi e mi sono ricordato
> di quando portai i miei figli da bambini ad ascoltare l’orchestra di Renzo
> Arbore che ha contribuito a portare nel mondo la meravigliosa tradizione della
> canzone napoletana. Io adoro Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese, la
> Nuova Compagnia di Canto Popolare, i fratelli Bennato, Tony Esposito, ma
> proprio per questo non mi piace Sal Da Vinci. Lui rappresenta la Napoli come
> la pensano e la vorrebbero i detrattori della città, quelli che non la amano.
> Siccome io la amo, non mi piace Sal Da Vinci”.
>
> Aldo Cazzullo citato da Napoli Today , 5 marzo 2026
Ebbene sì, oggi vogliamo parlare della recentissima polemica innescata da Aldo
Cazzullo, uno dei giornalisti più in vista del panorama italiano, punta di
diamante del Corriere della Sera e divulgatore televisivo nazional-popolare,
ospite ricorrente di salotti e talk-show, ovviamente personaggio permaloso come
sono le star – pronto a bollare come “poveraccio frustrato” chi lo critica, si
veda l’editoriale di qualche tempo fa del nostro direttore – e incline al
commento liquidatorio, lanciato anche dal trono della sua rubrica delle lettere
sul quotidiano. Si dice che per i vip il delirio di onnipotenza stia dietro
l’angolo, e qui sembra che Aldo Cazzullo ci sia finito in pieno, rispondendo ad
alcuni lettori che gli chiedevano lumi sul vincitore canoro dell’ultimo festival
di Sanremo. Nel definire il brano cantato da questo Sal Da Vinci (di cui
felicemente ignoravamo l’esistenza) come una canzone “banale e scontata”,
Cazzullo è arrivato a scrivere: “potrebbe essere la colonna sonora di un
matrimonio della camorra, o a essere generosi una canzone di Checco Zalone”,
sollevando un monte di reazioni. Ma qui, più che la triviale relazione
semantica matrimonio napoletano = matrimonio di camorra, diventa interessante la
successiva estensione della sua critica all’intero stato culturale del Paese:
> “Resta l’impressione che l’Italia dei primi anni 2000 sia un Paese in cui
> chiunque possa fare qualsiasi cosa. Chiunque può allenare la Nazionale,
> chiunque può fare il presidente del Consiglio, chiunque può fare il capo
> dell’opposizione, al prossimo giro chiunque potrà fare il presidente della
> Repubblica; e Sal Da Vinci può vincere il festival di Sanremo”.
Ora, poiché esiste un intero sotto-mondo di internet pronto all’indignazione e
al linciaggio, sorprende che un Cazzullo non si capaciti che i social – non
potendo fargli lo scalpo – lo stiano sbranando, e si terrorizzi perché in tv una
presentatrice tuona che la sua è un’osservazione inaccettabile, al punto di
telefonarle angustiato in diretta: “Amici napoletani mi riferiscono che Caterina
Balivo dice che ce l’ho con Napoli, consentimi di intervenire”; e poi che
rilasci verbose interviste radiofoniche, da cui è tratta la citazione in
epigrafe, e poi ci torni con una seconda rubrica, in cui sostiene che ama Napoli
con tutto il cuore, che ama i suoi artisti, che ha amici napoletani e via
perorando, finendo in pratica per spiegare quale napoletanità è giusta e quale
sbagliata, in quella specie di delirio di onnipotenza – appunto – che può
insidiare autori che a suon di bestseller e consenso pilotato si sono fatti le
budella d’oro.
Tuttavia, riteniamo molto vero ciò che Cazzullo ha affermato nella chiusa del
suo articolo, sintetizzato dal titolo stesso: l’Italia è il Paese dove chiunque
può fare qualsiasi cosa. Ed è così: da tempo ci si lamenta del fatto che oggi
“tutti possono fare tutto”, a partire dagli anni d’oro del berlusconismo.
Tralasciando il pioniere che per primo ruppe il tabù – quel Marco Pannella che
nei favolosi anni Ottanta spedì in parlamento la pornostar Ilona Staller –, nel
tempo abbiamo visto soubrette e escort entrare in politica, vallette e tronisti
fare le attrici e gli attori, magistrati e bancari fare ambiziosamente i
romanzieri, terroristi fare gli scrittori noir, persino un vecchio dirigente di
partito e vicepresidente del Consiglio dei Ministri diventare scrittore di buone
vendite. Va da sé che la categoria dei giornalisti è quella che si è sentita più
legittimata a buttarsi nella letteratura, quasi rivendicandone la primazia,
sebbene il passaggio dalla carta stampata all’empireo letterario non sia
necessariamente giustificato dall’appartenenza professionale, anzi, spesso
nemmeno deontologicamente lecito.
Prendiamo l’esempio del nostro ospite Aldo Cazzullo, della città di Alba.
Quindici anni fa veniva già definito nelle schede promozionali “inviato
del Corriere della Sera e scrittore di numerosi saggi storici”: con l’andazzo
del “tutti possono fare tutto” consolidatosi nei primi anni Duemila, anche lui –
giornalista noto – decise di diventare scrittore letterario da inserire nella
prestigiosa Collezione scrittori italiani e stranieri di Mondadori, con La mia
anima è ovunque tu sia. Un delitto, un tesoro, una guerra, un amore. Le
recensioni apparse sul web, per questo esordio, si impostarono per lo più come
schede promozionali mascherate, di cui indichiamo un esempio:
> “Quest’opera, straordinariamente originale e viva nonostante la brevità e una
> scrittura veloce, scabra e incalzante, mischia sapientemente tutte le
> caratteristiche principali di generi che vanno per la maggiore ai giorni
> nostri come noir e romanzo rosa non rinunciando tuttavia ad uno sguardo
> inatteso e puntuale sulle vicende che hanno portato alla formazione della
> nazione italiana come oggi la concepiamo. Una storia epica e di grande
> respiro, ambientata nelle Langhe, che contrappone la guerra a bassezze,
> terribili segreti e passioni amorose di uomini comuni in un crescendo di
> emozioni che culmineranno in un colpo di scena finale che lascerà spiazzato il
> lettore. Una grande metafora insomma della nostra identità e un romanzo
> sull’origine dell’Italia di oggi, sulle ragioni profonde dell’odio e
> dell’amore che ci tiene, nonostante tutto, uniti”.
Righe povere di punteggiatura ma piene di parole grosse: una grande
metafora, straordinariamente originale, storia epica, i terribili segreti, le
ragioni profonde dell’odio e dell’amore, colpo di scena finale. Sorvolando su
questa terminologia, che sciorinata in questo modo si qualifica da sé, guardiamo
piuttosto cosa possono averne pensato i lettori dotati di qualche spirito
critico, ovvero i veri lettori. Sul sito IBS qualche utente fece sentire la sua
voce, con argomentazioni non proprio superficiali: cominciamo da Livio Berardo,
presidente dell’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo:
> “Il primo romanzo di Aldo Cazzullo e un fallimento. È un libricino
> striminzito, più scheletro di una storia che narrazione compiuta, senza
> approfondimento dei caratteri e descrizione degli ambienti, senza elaborazione
> di una autonoma cifra espressiva. La frettolosa spruzzatina di qualche parola
> in piemontese non solo segnala una puerile emulazione di Beppe Fenoglio, ma
> introduce quasi sempre stacchi di comicità nei momenti meno opportuni. Il
> genere del romanzo è incerto, se non ambiguo. Racconto di pura fantasia? Ci
> sono troppe allusioni a fatti e persone per consentire una simile definizione.
> Quella del tesoro della 4a Armata non è leggenda, perché dopo l’8 settembre
> del ‘43 la cassa dalla Francia fu trasportata proprio ad Alba. Grottesco il
> trucco escogitato per far sembrare fantastica la città in cui e ambientato il
> racconto: vicino ad Alba Cazzullo colloca un lago e così Alba diventa
> Albalonga (ci mancano solo gli Orazi e i Curiazi). Come si possono definire
> personaggi inventati un imprenditore di successo ex partigiano e un altro,
> fondatore di un’azienda anche più grande, molto legato alla Curia? Con queste
> caratteristiche ad Alba ci sono state esattamente due e solo due figure: il
> padre di Oscar Farinetti e Pietro Ferrero. Romanzo storico allora? Nemmeno per
> sogno, perché l’autore rifiuta la classificazione. Dietro non ci sono lo
> studio e la ricerca necessari. Dall’ambiguità del genere letterario
> scaturiscono due messaggi qualunquistici. Il primo: il «miracolo economico» di
> Alba nel dopoguerra è decollato grazie a delle appropriazioni indebite o
> rapine. Il secondo messaggio distorto riguarda la resistenza, vista come un
> cumulo di agguati, rapine e vendette. Manco farlo apposta, i più pronti o
> efferati a calarsi in quel genere di avventure sono i «rossi». A puntare il
> mitra in faccia al parroco della Moretta e farsi consegnare il denaro nella
> storia reale non sono stati dei garibaldini, bensì dei fascisti, sgherri del
> federale torinese Solaro!”.
Quando la versione di regime vuol farci credere che Cazzullo “mischia
sapientemente” i “generi che vanno per la maggiore”, un lettore non pilotato
riesce invece a vedere che alla storia mancano sia una struttura sia un minimo
di personalità. Come se non bastasse, un altro lettore si ribella in modo
deciso: “Sono esterrefatto. Questo libro, che ho letto in un paio d’ore durante
un viaggio in treno, è in sostanza la fotocopia di un libro di un paio d’anni
fa, che s’intitolava ‘I nostri occhi sporchi di terra’, di Buzzolan. Stessa
struttura passato-presente, stesso mistero (omicidio legato al passato
resistenziale su cui si indaga nell’oggi). Insomma un’operazione che a me pare
grave e, oltretutto, maldestra. Leggere per credere”.
Un bel curriculum per il primo romanzo di Aldo Cazzullo pubblicato nella collana
“Scrittori italiani e stranieri” di Mondadori, non trovate? La città di Alba nei
giorni della Liberazione raccontata in versione light, per bocche buone che non
hanno voglia di dilungarsi in un inquadramento storico, un’introspezione
psicologica o altre simili baggianate. Si va subito al punto, con scrittura
secca, inconcludente e senza nerbo. È lo stesso sottotitolo in copertina a
spiegare i quattro elementi della storia: un delitto, un tesoro, una guerra, un
amore, come se si fosse davanti a un pacco di biscotti: leggeri, naturali, con
miele, senza olio di palma. Piccoli strilli inverecondi, che non hanno il minimo
rispetto per il lettore. E il prodotto come si presenta? Ha 128 pagine, ma solo
119 sono utili al racconto; la stampa è ovviamente in caratteri grandi, per
stirare l’inconsistenza; le 119 pagine sono divise in 45 capitoli
– quarantacinque, avete capito bene –, più una nota dell’autore. Quindi, quanto
può essere lungo ciascun capitolo? Due pagine? Prendiamone uno a caso:
> “Alba, martedi 27 aprile 2011, ore 10 – Non si e mai capito bene perché lo
> abbia fatto. Perché poi in pieno giorno, come per una confessione. Come
> dovesse rivendicare anche l’altro delitto, per nascondere qualcosa, o coprire
> qualcuno. Vergnano aveva aperto la porta senza guardare. Era l’ora del
> postino. Bella mossa, per un killer. Ma Alberto non ci aveva pensato. La sua
> vittima se lo trovò di fronte, con il fucile in mano. Non tentò neppure di
> chiudere la porta. Fece qualche passo indietro, portando d’istinto le braccia
> avanti, quasi per parare il colpo. La prima fucilata gli trapassò le mani,
> come a un Cristo. Alberto usci con calma, mentre i vicini si affacciavano per
> capire cosa succedeva. Andò a consegnarsi in questura come se uscisse a
> passeggio”.
Questo è il capitolo 39, integrale, che occupa metà della pagina 108. Come se
fosse il punto di una sinossi, quella che gli editori chiedono sempre più spesso
a chi propone un’opera. In fondo, a cosa potrebbe servire dare più respiro a una
situazione, introdurre ciò che verrà, definire un personaggio, o un pensiero? A
nulla, perché questo “cazzullismo” narrativo sembra postulare la furbizia della
scarnificazione meccanica, dell’alternarsi di vuoto e pieno solo per gonfiare le
pagine. In pratica, la scimmiottatura del minimalismo esistenziale alla Erri De
Luca, fatta con taglio giornalistico. L’intrigo della storia si aggancia a un
tesoro trafugato dai partigiani ad Alba alle soglie del 25 aprile 1945, e dopo
sessantasei anni arriva il “giallo” dell’assassinio di uno di quei partigiani.
Poi? Niente, tutto qui. Da un romanzo fatto di capitoli lunghi una pagina o due,
talvolta tre, che si pretende? Non si possono fare miracoli. Al capitolo 30,
lungo ben ventuno righe, vediamo una scena di sesso:
“«Uno!»
La voce di Sylvie chiamava i colpi con tono alto, spavaldo, per poi piegarsi in
un singulto roco.
«Due!»
Roberto Moresco all’inizio aveva esitato. Poi aveva capito che non doveva farlo
per sé, ma per lei.
«Tre!»
La schiena sottile di Sylvie iniziava a rigarsi.
«Quattro!»
Anche Roberto cominciava a prenderci gusto. Gli era già successo. Mai però con
donne preziose e delicate quanto Sylvie.
«Cinque!»
Il suo punto più bello era dove la vita stretta si allargava su un bel culo
candido, su cui risaltavano i segni rossi.
«Sei!»
Roberto attenuò il colpo. Gli pareva di sciupare quella meraviglia.
«Sette!»
Sylvie lanciò un urlo di dolore. Lui fece per chiedere scusa.
«Otto!»
Si presero con disperata intensità. Poi lui la strinse e cominciò a parlarle
all’orecchio. Stavolta si raccontarono senza reticenze, con la confidenza
assoluta di un uomo e di una donna che non hanno avuto pudore. Rimasero a lungo
abbracciati, per un tempo senza minuti né ore, a conversare in sussurri”.
Sul fatto che le scene di sesso siano rivelatrici della qualità di uno scrittore
non serve puntualizzare; e alle pagine 26 e 27 non può mancare l’immancabile,
ovvero l’ispettore gourmet che spiega la ricetta:
> “L’ispettore pensò di andare a vedere le carte subito, e cavare all’oste quel
> che sapeva. Poi si disse che non valeva la pena far freddare le lumache e la
> fonduta. Non è vero che il tartufo si apprezza di più con l’uovo. L’uovo è
> sempre troppo cotto o troppo poco. Naviga nell’olio, peggio se olio al
> tartufo. Il rosso è troppo carico di sapore, e il bianco non sa di niente.
> Molto meglio la fonduta. Solo allora il tartufo, tagliato sottile, sprigiona
> un profumo cosi intenso che pare davvero di essere sepolti nella terra. E a
> quel punto anche una barbera di Tibaldi, come quella che gli consentiva il suo
> stipendio da statale, poteva andare benissimo. L’ispettore si versò ancora un
> sorso, per accompagnare l’ultima lumaca. Amava quel sapore da ostrica volgare,
> di terra. Poi chiese il conto. Notò che era ormai considerato uno del posto,
> visto che gli portarono un foglio di carta a quadretti, con lo sconto segnato
> a matita. Una frode fiscale con la complicità di un ispettore di polizia. A
> Napoli non avrebbero fatto meglio. Pagò, senza lasciare la mancia, e chiamo la
> questura, per sapere dove l’avevano scorciato, Domenico Moresco”.
Per fortuna, oggi sembriamo usciti dal tunnel dei vari Montalbàn, Montalbano e
gli epigoni che hanno imposto scimmiottature del genere. Per chiudere, vediamo
già qui il topos che oggi è costato a Cazzullo un massacro mediatico: riguardo
all’evasione fiscale, “a Napoli non avrebbero fatto meglio”. Non è magnifico? E
non si può dimenticare quella che è stata la gloriosa eminenza grigia, il
collega “critico”, l’inscalfibile e inimitabile book-jockey Antonio D’Orrico:
pensare che non avrebbe avuto un ruolo in questa incursione di Cazzullo nella
prestigiosa collana “Scrittori italiani e stranieri” è inconcepibile. Infatti,
il romanzo andò il libreria con l’opportuna fascetta dorrichiana, dal tono secco
e potente:
> “Un romanzo spietato e inesorabile, che colpisce al cuore. Come una vendetta
> servita fredda”.
Paolo Ferrucci
L'articolo Le Cazzulleidi. Da Sal Da Vinci ai romanzi di Cazzullo: sia lode
all’Italia “un Paese in cui chiunque può fare qualsiasi cosa” proviene da
Pangea.
Carlo Pizzati, in un articolo per “Repubblica” del 16 febbraio, propone la
parola macedonia rosaggio: “il saggio autobiografico dove la critica letteraria,
la memoria personale e la riflessione filosofica s’intrecciano in un unico
gesto. È quello che definisco romanzo saggio, o rosaggio: autobiografia che
colonizza il saggio stesso”.
Per gareggiare con l’IA che ormai scrive meglio di Pynchon e Bernhard messi
assieme bisognerebbe starsene chini in avanti a bonificare l’orto che ciascuno
farebbe bene a coltivare attorno al proprio ombelico. Voglio dire: se l’IA
scrive così bene, ma leggiamone pure i romanzi, pazienza se un ombelico non ce
l’ha. Pur di non leggere di un altro anniversario del mesto Bajani… Solo vorrei
sapere chi se l’è mai letto per intero un romanzo tutto scritto dall’IA: l’avrà
fatto Carlo Pizzati, botanico della letteratura per innesto per cui non c’è
rosaggio senza la spina del trauma, quello di essere nati può bastare?, che
piace tanto ai lettori, che a questo punto mi domando io perché dovrebbero
leggersi un libro e non andare avanti a sbirciare gli stati dei loro influencer
di riferimento, autobiografici per vendersi meglio?
Umberto Eco l’ha detto in altri tempi, sospetti come tutti: che sia successo
molto o molto poco il giorno prima, i giornali del giorno dopo pure in questi
tempi di simultaneità online devono garantire quotidianamente la stessa
fogliazione, quindi ben vengano anche gli articoli di critica letteraria
floreale, dopodiché a voler essere maliziosi: gli Agnelli-Elkann con
“Repubblica” non vedo perché non dovrebbero seguire la stella imprenditoriale di
Bezos che sta riuscendo a demolire il “Washington Post” rimettendoci quello che
per lui sono giusti due spiccioletti, le finalità non vedo perché non possano
essere le medesime: mica vendere più copie, piuttosto moltiplicare i
non-lettori, ovvero quelli convinti che basti aprire un quotidiano senza
notizie o leggere un’autobiografa senza letteratura per poter dire di aver
letto qualcosa, restando beatamente inconsapevoli e più comodi da circuire.
Una proposta per salvare il giornalismo? La stessa per salvare la letteratura:
puntare sulla scrittura-scrittura, sull’autonomia critica della parola con
ciascuno la sua, non sul solito copia&incolla da altri, dopodiché e l’uno e
l’altra si salveranno da sé o se no significa che non c’è più niente da
salvare.
Per di più, a pensarci: l’IA non solo non ha l’ombelico, non ha neanche i piedi
oltre a tutto il resto, quindi perché recintarsi nell’autobiografia quando si
potrebbe fare tanta letteratura di viaggio purché non virtuale? In questo caso
vale quanto avvisato da Busi: a chi non ossigena il culo si ossida presto pure
il cervello.
La realtà, l’unico modo per poterla cambiare è sapersene immaginare un’altra, e
questo l’IA non lo può fare, è troppo copiona e basta, la letteratura invece sì,
ma i critici e lettori con loro dovrebbero essere semplicemente più umili, e
grati per tutta la letteratura che fin qui c’è già stata, che seppure nessuno ne
saprà mai scrivere altra (vana speranza nichilistica) ce ne sarebbe comunque
abbastanza per chiunque. O i critici rosaggianti credono che la letteratura per
poter essere contemporanea debba essere pubblicata a partire da ora?
Il primo esempio a tiro: eccome come Henry James in Principessa
Casamassima racconta le dinamiche di una bolla social:
> “l’eccesso di idiozie sembrava far scoppiare il locale e ci si vergognava di
> trovarsi mescolati a tanta ovvia fatuità e sfacciata ambizione.”
E lo scrittore di fronte al bivio tra l’obsolescenza storica e l’autofiction per
pagarsi l’affitto?
> “Hyacinth si rendeva conto di essere passibile della stessa imputazione, ma
> non poteva farci nulla; gli sarebbe stato impossibile esibire a prova
> dell’autenticità dei suoi sentimenti (…) lo stato del suo guardaroba o
> denunciare che da sei mesi non metteva in bocca un pezzetto di bacon.”
Nel 1886 l’IA avrebbe mai potuto scrivere un romanzo così classico, cioè
contemporaneo ora e sempre perché ha per misura la condizione umana? No, perché
allora manco esisteva, non c’erano ancora gli strumenti perché i pirati
dell’immaginario diventassero milionari grazie alla saccheggiata immaginazione
altrui, spacciandosi per essere loro i geni, laddove al massimo lo sono
nell’accezione dell’organismo tecnico: il genio informatico, di fianco a quello
civile, militare, eccetera.
Il pub “Sole e Luna” del quale James racconta il borbottio protorivoluzionario,
aggiungo, non anticipa solo la fomentata idiozia dei social di inizio
ventunesimo secolo, pure le birrerie Hofbräuhaus in cerca di un Hitler di inizio
ventesimo. Nella mia mente l’hyperlink è stato istantaneo all’articolo a pagina
due de “La Stampa” di sabato 14 febbraio: per Monica Perosino la presa di
posizione della Germania che finalmente dissente dall’agenda trumpista è un
benemerito per quanto guerrafondaio colpo sparato da una Europa fin qui troppo
prona, all’italiana ecco, però a leggere che secondo il cancelliere Merz “la
Germania è pronta a giocare un ruolo guida, con la Bundeswehr destinata «a
diventare presto l’esercito convenzionale più potente del continente»”, il colpo
a momenti veniva a me, per come sembra tutto si stia ridisponendo per dare a un
artista mancato tutti i motivi per spiccare il volo dittatoriale grazie a un
putsch a Monaco.
Altro che darsi al rosaggio concimando il tutto di sé, bisognerebbe imparare
della Mediaset che da più di due anni manda a schermo il disclaimer: “È
severamente vietato ogni utilizzo delle immagini trasmesse atto
all’addestramento di sistemi di intelligenza artificiale generativa così come
l’utilizzo di mezzi automatizzati di data scraping”, ovvero sarebbe ora
intentare una class action mondiale contro i ladri dell’immaginazione altrui, o
quantomeno leggersi Principessa Casamassima per tutelare il diritto proprio e di
tutti all’intelligenza non esternalizzata.
Due sospetti gravosi, il primo è se questo testo covi in sé un semino di
rosaggio. Il secondo: per evitare finisca coll’addestrare inermi algoritmi
costretti a subirne di ogni senza potersi mai tutelare con vertenze sindacali, è
il caso di apporre in conclusione un disclaimer da mitomane? Beh, se la
resistenza all’ultima rivoluzione tecnologia della carta carbone deve essere
condotta tramite francobolli e postini io sventolo subito carta bianca.
antonio coda
*In copertina: Henry James nel 1913 fotografato da Frederic Hilaire D’Arcis
(National Portrait Gallery)
L'articolo Sarebbe ora intentare una class action mondiale contro i ladri
dell’immaginazione altrui (o quantomeno leggersi Henry James per tutelare il
diritto alla propria intelligenza) proviene da Pangea.
C’è un concetto, nel sabiano Quel che resta da fare ai poeti, che continua a
imporsi come un criterio morale prima ancora che letterario: ai poeti non resta
che essere onesti. Umberto Saba, nel suo saggio – peraltro rifiutato nel 1911
dalla “Voce”, che proprio Saba definiva “la sola rivista possibile”, e
pubblicato solo dopo la morte del poeta – parlava di una poesia che rinuncia
all’ornamento, alla finzione, alla posa, per aderire alla verità dell’esperienza
e dell’esistenza: per Saba tocca scegliere ogni volta di osservare e scrivere
della realtà anche quando è scomoda, opaca, non eroica.
> […] Qui prostituta e marinaio, il vecchio
> che bestemmia, la femmina che bega,
> il dragone che siede alla bottega
> del friggitore,
> la tumultuante giovane impazzita
> d’amore,
> sono tutte creature della vita
> e del dolore; […]
>
> (Città vecchia, vv. 11-18)
È difficile ascoltare oggi la nuova Streets of Minneapolis di Bruce Springsteen
senza avvertire questa stessa urgenza. Springsteen, che quest’anno compirà 77
anni, torna a scrivere dopo più di cinque anni – e con un’intensità che non si
avvertiva da molto tempo – perché qualcosa, dentro e fuori di lui, lo ha
richiamato a matita, foglio, pentagramma e chitarra.
È un ritorno inatteso, perché se la sua energia non conosce cedimenti e si
esprime ancora con concerti che sono atti fisici di memoria collettiva, da
almeno vent’anni il racconto dell’America attraverso le ballads appare
sovrastato, o quantomeno ridotto a ricordo di quanto già scritto e cantato
liturgicamente a memoria in ogni concerto. Springsteen aveva smesso di fare ciò
che per decenni lo aveva reso una voce necessaria: raccontare l’America mentre
accade, come ha sempre fatto cantando quella luccicante e vincente, quella da
sognare e che sa rialzarsi, ma anche e soprattutto quella dimessa della working
class.
Streets of Minneapolis ritorna all’onestà del racconto di vicende precise che
sono cronaca e che diventeranno storia: la violenza esercitata sulle strade, il
rapporto degenerato tra Stato e cittadini, il volto armato dell’ordine pubblico
nell’America trumpiana. Springsteen guarda lì e decide di parlare, anzi di più,
sceglie di scrivere, comporre e cantare, fissando così un’emozione e un
frammento di cronaca e di storia in un tempo e in uno spazio artistico.
Springsteen avrebbe potuto intervenire con un’improvvisata in un momento
commemorativo, con un post o un video affidato ai social e già si sarebbe
raccontato della presa di posizione di un cantore dell’America del Quarto
Novecento, invece ha scelto la forma più profonda e più duratura: l’espressione
artistica. E la canzone, come la poesia, resta. Da mezzo secolo Springsteen
attraversa l’America raccontandone le strutture e le crepe, la forza e le
piaghe: ha cantato il desiderio ostinato di farcela, la promessa di un futuro
migliore, gli anni scintillanti dell’illusione. Stavolta Streets of
Minneapolis fissa con la parola questa fase storica e Springsteen nomina la
violenza, chiama in causa il potere, lascia che la canzone dica ciò che non può
più essere taciuto e che verrà ricordato: il sangue per le strade e nella neve,
l’azione dei colpevoli, i nomi delle vittime incastonati nei versi che verranno
mandati a memoria con il testo della canzone.
[…] Where mercy should have stood
And two dead left to die on snow-filled streets
Alex Pretti and Renee Good
Oh our Minneapolis, I hear your voice
Singing through the bloody mist
We’ll take our stand for this land
And the stranger in our midst
Here in our home they killed and roamed
In the winter of ’26
We’ll remember the names of those who died
On the streets of Minneapolis
*
Dove avrebbe dovuto esserci pietà
E due morti lasciati a morire su strade innevate
Alex Pretti e Renee Good
Oh nostra Minneapolis, sento la tua voce
Cantare attraverso la nebbia insanguinata
Prenderemo posizione per questa terra
E per lo straniero in mezzo a noi
Qui nella nostra casa hanno ucciso e vagato
Nell’inverno del ’26
Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti
Per le strade di Minneapolis […]
Quando Umberto Saba scrive il suo saggio, egli afferma anche la necessità di
ritrovare “il filo d’oro della tradizione”: il poeta triestino sceglie gli
endecasillabi classici, forme metriche tradizionali, con “le radici
nell’Ottocento e la testa nel 2000” alla ricerca della poesia onesta attraverso
un “ritorno alle origini”: proprio così fa Springsteen nel comporre una ballata
che non cede ai suoni del momento e alle cadenze radiofoniche, e che si affida
al contrario al tipico incedere narrativo e musicale delle canzoni che sono
considerate le più riuscite e le più profonde del rocker americano. Ancora,
l’andamento del brano si rifà chiaramente a Desolation Row di Bob Dylan,
chiamando in causa così il cantautore che per antonomasia – si ricordino il
Pulizer nel 2008 e il Nobel nel 2016 – unisce musica d’autore e letteratura e,
allo stesso tempo, rifacendosi proprio a una canzone specifica che narra di
bassifondi, di detriti, in perfetto stile sabiano.
Saba, Dylan e Springsteen: difficile pensare a persone più diverse, eppure
accomunate nell’espressione artistica dal fascino che gli ultimi esercitano
sulle loro coscienze, dal bisogno di mettere in versi ciò che è onesto, e
insieme turpe, e insieme vero, dal pensiero, come scrive sempre Saba, che “la
funzione sociale del poeta sta appunto in questo: il poeta consola, attraverso
lo splendore della forma, gli uomini, tutti gli uomini sensibili alla poesia (e
sono pochi) di tutto quello cui hanno dovuto rinunciare per essere degli uomini
civili”. Saba, Dylan e Springsteen: tre autori, tre artisti che scrivono anche
per chi non riesce, per chi non può, per chi ha altro da fare, ma è tuttavia in
ascolto e in attesa.
Saba ricorda inoltre che il poeta deve rinunciare all’eccezionalità, perché la
verità abita le cose comuni e, in questo gennaio nordamericano del 2026
Springsteen avverte che la cosa comune è diventata intollerabile: morire per
strada, a colpi di arma da fuoco, davanti a una telecamera, senza opporre
ostilità né resistenza: per questo sceglie di stare dalla parte del reale anche
quando il reale è insopportabile e, come Saba con la sua Trieste e i suoi
personaggi minimi, anche Springsteen annota, descrive e poi smaschera. È in
questo esercizio di sottrazione di un episodio alla nuda cronaca che la canzone
d’autore trova spazio nella letteratura, grazie alla sua parola scelta per
musicalità e densità, ma capace di esprimersi anche tramite altri mezzi, perché
rispetto alla poesia comunemente intesa, con la canzone d’autore cambiano i
supporti, ma non il mandato, e così il cantautore come il poeta si espone e
accetta il rischio della verità, rinunciando alla protezione del ruolo. Streets
of Minneapolis segna questo punto preciso: il momento in cui Springsteen torna a
essere non solo un’icona buona per la glorificazione generale, e nemmeno
l’interprete rassicurante di un glorioso passato condiviso, ma voce essenziale
del presente, con un ruggito che non è nostalgia né rabbia generica, ma presa di
posizione politica, tramite l’espressione artistica che ritorna limpida quando
la realtà non può più essere elusa. Dario Brunori si chiede, in chiusura de La
ghigliottina (2025), “cosa bisogna cantare oggigiorno?”: una buona risposta l’ha
trovata Springsteen nel vento di Minneapolis.
Marcello Bramati
L'articolo Il ruggito di Bruce. Ovvero: di Springsteen, di Saba e della verità
proviene da Pangea.
Scritti o verbali, la sciatteria linguistica e l’analfabetismo di ritorno sono
come la calunnia della cavatina famosa: iniziano in sordina, montano, si
espandono e finalmente producono «un’esplosione – Come un colpo di cannone, –
Come un colpo di cannone, – Un tremuoto, un temporale, – Un tumulto generale –
Che fa l’aria rimbombar».
C’è però una differenza cruciale: mentre spesso calunnia calunniatori e
calunniati, proprio come il temporale, passano, i disastri linguistici restano e
si aggravano, e più che da Sterbini e Rossini, dovremmo toglier da un trattato
d’oncologia o dal Dsm.
Ora isolerò alcuni modi di esprimersi ormai cuciti a doppio fil di ferro sulle
lingue degli italiani, che tali possono essere definiti soltanto in modo
residuale e anagrafico. Li trascelgo, questi macelli, in modo quasi aleatorio e
assai parzialmente: ma a ogni buon conto avremo, con dovizia e tristizia, la
misura della sciagura.
Iniziamo stappando una bottiglia di bollicine.
Sino a non gran tempo addietro ne avremmo sturata una di spumante, ovvero di
vino frizzante o mosso, magari di champagne (sciampagna, pei puristi vecchio
stile). Gli astemii o chi avesse dovuto guidare si sarebbero contentati d’acqua
gassata, o gasata, o frizzante. E siccome fa male bere senza mangiare, sarà
nostro piacere comandare un dolcino, che non è il medievale frate chiliasta, ma,
a esempio, una pannina cotta o, per esser più rigorosi, una pannacottina, come
ho sentito dire, lo giuro, da un pasticcere (o pasticciere: è davvero lo
stesso), per giunta di toschi natali. Ahi Guido! Ahi Cino! Ahi Cecco! E s’i’
fosse foco…
Che sbadato, però. Ho scordato d’annunciare che in precedenza la “bollicina”
serviva di accompagnamento a una pietanza (parola, quest’ultima, definitivamente
sostituita con «piatto», che è poi aggettivo perfettissimo per il linguaggio
attuale), una pietanza, dicevo, di carnina, guarnita con del
succulento prosciuttino e un po’ piccantina(doppietta!) e contorno vegetale. Ma,
o disdetta!, essendo indaffarato a sgorbiare per questo articolo ho dovuto
ripiegare al supermercato e acquistare, leggo sul tubo, una «Salsina per
le verdurine», che rammenta l’omogeneizzato.
A soccorso di chi avesse trascurate le scuole alte e ignorasse o avesse
dimenticato il significato di «frizzante» o «gassata», si precipita un’azienda
imbottigliatrice che tosto ha modificata l’etichetta: un tempo scriveva «Acqua
gassata», ora «Tante bollicine». Non ne faccio il nome per ovvie ragioni, ma vi
assicuro che esiste.
Avanti di sorbire un corroborante caffettino o magari un ginsenghino (ho sentita
anche questa), arrestiamoci un istante ché il pasto si sta facendo greve assai,
e «tra noi parliamo da buoni amici», come invita Scarpia la buona Floria Tosca
offrendole «vin di Spagna» che ignoro se fosse con o senza “bollicine”.
Quand’ero balilla gl’insegnanti e anche qualche adulto di casa, non per forza
laureati alla Normale summa cum laude, ti fulminavano udendo implorare «un
attimino»; e quanti lazzi contro le casalinghe che impetravano «un aiutino,
signor Mike!». Dire e scrivere «tante bollicine» e «pannacottina», oltre a fare
esteticamente schifo, è sintomo di regressione cognitiva, emotiva, psicologica.
È il linguaggio dei e pei bambini, che ora si è tradotto negli “adulti”.
Una traduzione con, a mio giudizio, due origini.
Da una parte la regressione intellettuale e psicologica dei così detti “adulti”
disabituati alla serietà, come già dissi nell’intervento sulla fotografia e le
risate; dall’altra la tendenza, anch’essa scimmiesca come le risate sguaiate, a
imitare il prossimo per farsene accettare.
Se tuttavia lo scimmiottamento è manifestazione del cervello primitivo, non sono
altrettanto certo (non lo sono per nulla) che il rimminchionimento universale
sia il frutto marcio di una ipotetica stanchezza della civiltà e non, più tosto,
il resultato d’un ammaestramento subìto a traverso i mezzi di comunicazione e di
svago, che poi oggi i due pari sono.
Ho ancòra nella memoria le parole d’un dirigente d’una grande televisione
privata, per le quali appresi che progetto lucidamente perseguìto dagli
inventori dei programmi è di somministrare spazzatura e droga a che i cervelli
si atrofizzino. Come si vede i complottisti (accusa di chi non ha argomenti) non
sempre sono complottisti.
Tornando alle “bollicine” e simili è giocoforza che il suo indefesso utilizzo
contribuisca anche all’egerstà di linguaggio, il quale non a caso, giusta
indagini ufficiali, è sempre più limitato banale trasandato.
Pur restando a tavola, andiamo avanti.
Una mattina mia moglie mi annuncia con tono tra il minaccioso e l’accorato, che
la sera sarebbe arrivata a cena una sua amica, che non mi era propriamente
gradita. Non mi sarei potuto opporre neppur volendo ché si era a casa dei
suoceri. La consegna implicita riservatami era: profilo basso, voglio trascorre
una serata piacevole. Obbedisco.
Arriva l’amica e ci accomodiamo attorno al tavolo. La madre di mia moglie ha
preparata la sua solita squisitissima pizza, ma a pranzo ho mangiato un po’
troppa pasta e quindi declino i riquadri di pomodoro e funghi e mi contento di
pan biscotto inzuppato nel latte.
Perché mai non condividevo la succulenta pizza?, chiede l’ospite. Rispondo che
per via della pasta del mezzogiorno, etcoetera. E quella con tono serissimo:
«Uhm… Ma adesso mangi pane… carbo su carbo non va bene». Carbo: una marca di
pane? Mi ero perso un pezzo della conversazione? Macché: carbo stava
per carboidrati, che poi naturalmente, nella testolina della fanciulla, la pizza
non ha.
Mica finita.
Mia moglie, appena udita l’amica, mi scaglia un’occhiata più lancinante della
folgore di Donner: per l’amor del Cielo taci. Io mi limito a replicare
all’ospite con un’alzata di spalle e un’espressione facciale altrettanto
eloquente. Ma quella si ostina e si sente in dovere anche di darmi un
suggerimento: «Dopo, dammi retta, bevi una tisa digerente».
Rimasi col cucchiaio a mezz’aria e qualche goccia di latte mi dové colar per la
barba. Strizzai la faccia in un’espressione di ribrezzo; ma qui, oltre
all’occhiataccia, mi arrivò un calcetto di sotto il tavolo.
Naturalmente tisa stava per «tisana». E c’era poi l’altra
bestialità: digerente in vece di digestiva.
Incassai occhiatacce, calci e insulti alla madrelingua e me ne andai via,
lasciando i carbo sotto forma di pane galleggiare nel latte ormai quasi freddo.
Soffocai anche un rutto, che non era indizio di ribellione gastrica per il
lattosio ma del tutto psicosomatico.
E adesso possiamo andare a parlare d’altro.
Dalla televisione al bar, dall’idraulico al gazzettiere, dall’insegnante al
musicista: s’è pigliato il vizio d’infilare il verbo «andare» ovunque e a
sproposito. Il cuciniere televisivo ai fornelli: «Vado a mettere il sale nella
padella e poi vado a scolare la pasta»; lo “iutuber”: «Andiamo a guardare questo
video» (per inciso non esistono più «filmati» o «riprese»: esistono
solo video e contenuti); il giornalista ci invita: «Andiamo a sentire gli
ospiti» che sono lì a un metro.
Persone più edotte di me in inglese mi spiegano che è una sorta di calco da
quella lingua: «Let’s go to…». Dunque non bastavano gli innumeri intarsi, gli
abusivi, i clandestini verbali imposti nudi e crudi al nostro idioma: adesso c’è
anche un virus che lo aggredisce alla base, corrodendolo polverizzandolo e
spazzandolo via, per infilarci quei cancheri.
Se poi io sia stato informato male o abbia fraintesa la spiegazione, poco
importa: “andare” quando non si va da nessuna parte è da dementi.
Ravviso in questa forma che si pensa elegante il vezzo degli incolti o, razza
ancor più perniciosa, semi-colti, gli orecchianti, gli “studiati” a mezz’aria,
come il cocciuto Willy il Coyote che precipita al fondo del burrone poiché
incapace di spiccare il salto completo. Ma l’irresistibile cartone perlomeno si
schianta da solo e ci dà sollazzo. Quegli altri in vece ci cadono sulla zucca e
ci impestano l’aria.
Per mascherare insipienza e ottusità costoro si annettono espressioni che al
loro cerèbro suonano colte, raffinate. Ma sono come l’innocente gatto un po’
goffo, che tenta di nascondere la cacca raspando nella sabbia. (Per inciso, non
conto più le volte che m’è toccato di sentire sabbietta, parola doppiamente
fessa, ché la sabbia di lettiera ha grani sensibilmente più grandi di quelli
d’arena).
Mi ricordo d’un tanghero che conoscevo una quindicina d’anni fa, proprietario
d’una caffetteria nel centro di Torino, fisiognomicamente – e non è un’iperbole
– assai più prossimo a un gibbone che a un sapiens, e di un’ignoranza da fare
invidia, benché dicesse d’aver studiato e s’accompagnasse a una donna, dicevano,
laureata. Più e più volte lo sentivo dire: «Nel tal caso che Paola arriva
[ovvio], dille…», «Nel tal caso che il fornitore…».
Il vocabolo «tale» era ai suoi orecchi così alato che gli pareva doveroso
infilarlo ovunque; ma è come spruzzarsi un mediocre profumo su stracci
puteolenti.
Che fatica! Ma, insomma, pur tanta roba, no? Ecco un altro mostro.
«Roba mia, vientene con me!», risovviene dai gorghi della memoria insieme alla
spiegazione della maestra (un tempo già alle elementari ci facevano almeno
assaggiare la buona letteratura, oh sì). La spiegazione era seguìta
dall’ammonimento, ribadita alle medie, di non dar di «roba» o «cosa» a
checcheffosse; i dizionari grondano di parole, di sinonimi: che li imparassimo,
che li usassimo, senza ripieghi generalissimi.
Parole al vento per moltissimi, vistoché anche miei coetanei che si suppone
abbiano frequentate almeno buone scuole di base, lardellano il discorso di
quell’espressione grossolana, davanti a ogni vetrina, notizia, sensazione che
colpisca, ma altrettanto a capocchia. Meglio, di questa espressione tappabuchi o
ombrello, una sana imprecazione veneta: greve bensì ma senza che chi la sbuffa
pretenda d’essere alla moda.
Eppoi, suvvia, ogni tanto manifestare lode al cielo con una bestemmia ci sta,
nevvero? Ecco un altro colpo di mannaia ai diti (Leopardi scrive così, non mi
scocciate) dei negletti e defraudati Tommaseo, Prèmoli, Zingarelli, Devoto,
Oli.(Per inciso – questa non me la posso tenere – c’era un di quei professori
laureati col Sessantotto pel quale Devoto e Oli erano una sola persona, anche se
non si capacitava di non aver trovato sulle Pagine Bianche alcun «Oli professor
Devoto». Chissà che non lo stia ancòra cercando: e chi aveva il coraggio di
togliergli la convinzione?).
Ci sta, dicevamo. ‘Sta specie di singhiozzo interiettivo è talmente entrato
nell’uso da aver impestato anche penne che un tempo sapevano stare inclinate
correttamente, e non stravaccate. Me la ritrovo in fatti in un piccolo libro su
Amadeo Bordiga, il comunista più serio d’ogni internazionale e scrittore
abbagliante, di Pietro Basso – docente di sociologia, niente di meno, a Ca’
Foscari – il quale, bontà sua, consapevole dell’anomalia piega le due parolette
in corsivo come usa per gli esterismi (mio pseudoneologismo da «estero» e
«isterismo»), anche se ahimè sempre di meno.
Questo linguaggio giovanilistico (Basso ha ampiamente varcati di settanta) sarà
un modo per cattivarsi i semprinvocati giovani, dovendo trattare d’un soggetto
che in Italia conosceremo non solo per sentito dire in duecento, età media
settant’anni. Se è così, ci sta. O forse no. (Siccome il libro uscì anche in
Gran Bretagna come prefazione a un’antologia bordighiana, mi domando come
accidenti se la siano cavata).
C’è anche il tu distribuito come coriandoli a carnevale. In pratica il Lei è in
via d’abolizione. Dico, si noti, abolizione e non estinzione, ché questa è un
processo spontaneo, naturale, mentre l’altra è deliberata scelta. Non a caso –
conservo ancòra il messaggio di una medichessa – non a caso lo chiamano «tu
inclusivo», e ormai a milioni lo dispensano a ogni categoria e anagrafe. Persone
alle quali avantieri non si sarebbe rivolta parola se non a capo chino e
sull’attenti eccole apostrofate con la seconda persona singolare; nemmeno la
nuora o il capufficio li arpiona così, e adesso arrivano bimbiminkia, anche di
cinquant’anni. E ciò, in parentesi, nell’epoca dell’autismo universale, dove
ognuno si contempla nemmen più allo specchio, ma solo il proprio orifizio anale.
È la compensazione.
E con la medichessa, giustappunto, dovetti altercare, ché nonostante il «tu
inclusivo» non si degnava di rispondermi al telefono, giacché rifiutava per
principio di sentire i pazienti a voce: solo inclusivissimi messaggi.
È però arrivato il momento di fermarci, anche se potremmo davvero seguitare a
lungo.
Vado solo ad aggiungere una noticina, che ci sta.
Che sia saltata la discriminazione tra espressione scritta e parlata, è ormai
ahinoi storia vecchia. Più recente è la sgangheratezza irremeabile insinuatasi
nella carta stampata.
Saranno almeno tre o quattr’anni che mi càpita d’imbattermi in titolazioni di
grandi quotidiani italiani “in rete” privi di punteggiatura, sicché il soggetto
della prima frase sembra passare alla seconda, ma senza concordare col verbo, e
un predicato è conteso tra due frammenti di titolo. Tutto ciò comporta che
occorra mezzo secondo in più per capire che cosa si stia leggendo. Le prime
volte, giuro, per un istante temetti qualche mia microischemia cerebrale, sopra
tutto quando di secondi me ne occorsero ben due o tre per cogliere che accidenti
si volesse comunicare.
Sono le medesime negligenze sintattiche che spesso, sempre più spesso ricevo sul
telefono. Con la differenza che qui mi scrive per solito un idraulico, il
barista cinese, o la donna delle pulizie.
So per certo che i titoli, sulle pagine virtuali dei giornaloni, sono affidati
perlopiù a giovanissimi praticanti (non pagati) o arcigiovanissimi “stagisti”
(non pagati). I quali, tuttavia, stanno lì perché vogliono, poveretti!,
diventare gazzettieri. E che costoro non abbiano le basi per farlo, è evidente.
Ma a chi controlla la titolazione, o sia giornalisti fatti e finiti, quei
“whatsapp” o “sms” non fanno problema e forse nemmeno se ne accorgono. È molto
indisponente che su fogli che ogni santo giorno ammanniscono lezioncine
politiche e morali non si controlli nemmeno la lingua italiana.
Ma questo ennesimo imbarbarimento della stampa va a vantaggio di molti: avete
una ragione in più per non leggerla e per invitare chi possiate a evitare quelle
pattumaie.
Sulle quali, ne sono certo, non vedrete mai comparire un articolo come questo.
Luca Bistolfi
*In copertina e nel testo: opere di Roland Topor
L'articolo “Andiamo” alle “bollicine”: “ci sta”! Note su alcuni orrori del
linguaggio odierno proviene da Pangea.
Qualche tempo fa m’imbattei nell’articolo d’un grande quotidiano nazionale
italiano, abbeveratoio della sinistra “illuminata”, che s’incaricava appunto di
rischiarare le menti dei lettori sulla ragione per cui la stragrande maggioranza
dei ritratti pittorici e fotografici del passato, remoto e più recente, fissano
volti privi di sorriso e men che meno di una risata.
La soluzione dell’enigma era laconica unica e tassativa: la dentatura guasta o
mancante.
Avendo i nostri avi una chiostra impresentabile, era giocoforza serrare i labbri
per celare il vergognoso scempio. Una rivelazione che se non avessi appresa da
quel foglio, avrei pensato a un lazzo di burlone o a un momentaneo oscuramento
cognitivo dell’autore, tanto si tratta d’una sonora e proterva imbecillità
avvolta in rigore “scientifico”.
Vale la pena di spenderci qualche parola, ché essa è segno dei tempi.
Anzitutto, ammettendo che il re, o il condottiero, o il compositore musicale,
poniamo del Seicento o del Settecento, avesse i denti marci o assenti, non vedo
la ragione da parte del pintore di darsi al verismo ante litteram, postoché
volesse serbare la committenza e magari anche il capo sul collo. E mi sento più
fesso di quel giornalista a dover osservare tanto: ma a un’idiozia si deve
replicare, non potendo con pedate nel didietro, con altrettali banalità, come si
fa coi bambini tardi.
Meno, assai meno c’è – a proposito – da ridere o sorridere, se non di
commiserazione, traducendo il discorso dalla pittura alla fotografia: giacché
non c’era alcunché da celare.
Eh sì. Se l’estensore di quell’articolo rivelatore avesse letti buoni libri o
anche soltanto scartabellato “in rete”, si sarebbe sùbito accorto che le
dentature dei nostri antenati erano più che complete sane e non di rado
bellissime. Chi avesse avute magagne dentarie aveva di poi alla disposizione
diversi tipi di protesi, le quali risalgono – si aprano bene gli occhi – al 2500
a.C. Delle condizioni di molari e incisivi nelle epoche “arretrate” si trova
ampia traccia ovunque. Penso a esempio ai Colloqui con Arthur Schopenhauer o a
qualche buona biografia di Abramo Lincoln, il quale, come riferisce John Kleeves
(Stefano Anelli) in Un Paese pericoloso, possedeva una protesi di denti umani.
Leggendo di poi l’Histoire de ma vie di Giacomo Casanova si trovano non poche
descrizioni di splendide dentature naturali, anche presso le classi meno
abbienti, così mirabili che il Gran Veneziano si sente in dovere di rilevarlo.
Spostandoci nel tempo arriviamo a Gabriele d’Annunzio, del quale molti non
mancavano di far notare una dentatura infelice; segno, l’osservazione, che
ancòra cent’anni fa una bocca guasta, per di più in una persona alla quale non
mancavano di certo conoscenze e danari per farsela arrangiare, attirava
l’attenzione (e anche gli scherni di qualche tanghero).
Ci sostiene anche Totò, cantando per di più d’una popolana, l’acquaiola, nella
poesia eponima, che «se chiamma Teresina, – sì e no tene vint’anne, – capille
curte nire nire e riccie, – na dentatura janca comm’ ‘a neve».
Sulle epoche antiche o antichissime basterà sfogliare qualche volume di
archeologia per ammirare teschi con denti originali perfetti, nonostante le
migliaia d’anni trascorse. Un archeologo che interpello conferma: al massimo
manca qualche dente ogni tanto, ma sono in stragrande maggioranza bocche
intatte, a qualsiasi latitudine, in qualsiasi èra. Brutte dentature in qualche
passato, beninteso, ce ne saranno state; ma non certo nella misura imaginata da
certi scribacchini perdigiorno.
Proseguiamo.
È falso che i nostri avi, celebri o meno, si facessero ritrarre pressoché sempre
col cipiglio. Ci sono intiere biblioteche di imagini di contadini, e operai, e
bottegai sorridenti (e, peraltro, talora sdentati); così come non è inferiore il
novero di figure fissate nell’abbozzo o nello spiegamento d’un sorriso. Almeno
in un paio di ritratti fotografici si vede proprio Schopenhauer con la faccia
mossa in un lieve sorriso sarcastico.
Come dunque si vede, l’analisi di quel rappresentante dell’intellettualità
progressista, che verisimilmente avrà ripresa la grande rivelazione da qualche
ricercatore americano o inglese, è, per adoperare un proverbio giusto di quelle
parti, una cagata nel ventilatore (acceso). Ma di dove viene una simile boriosa
sicumera? Credo di avere la risposta, che è duplice.
Per cominciare, da un pregiudizio tipicamente moderno, della modernità più
corriva e ottusa, per la quale tutti, sino al giorno avanti in cui il
progressista pensa e (purtroppo) parla, erano dei cavernicoli. Pei progressisti
la storia è composta di grandi magagne e orridi sociali tecnici artistici
politici, che solo a partire dalla seconda metà del XVIII secolo e vieppiù nella
seconda metà del XX, sono stati colmati e spazzati via. Sicché anche solo
l’esistenza di una dentiera prima d’avantieri è letteralmente impensabile. Il
che significa anche ignoranza e poltronaggine.
Ma dietro a questo pregiudizio materiale, se ne staglia uno morale, che è la
seconda scaturigine della cialtronata in esame.
Una ‘testa di carattere’ di Franz Xaver Messerschmidt (1736-1783)
Il tono dell’articolo in fatti (che peraltro consuona, per la mia esperienza,
con numerose chiacchierate avute con svariate persone, non necessariamente
progressiste, segno che il lavaggio del cervello e la tassidermia cranica sono
efficaci e democratici), il tono dell’articolo mostra stizza e contrarietà per
quella schiera di facce serie e compunte. Che noia, che tristezza, mai un
sorriso, e ridete una volta ogni tanto!, sembra di udire. È l’andazzo odierno,
uno dei segni più eloquenti e agghiaccianti dello spirito del nostro miserabile
tempo. Ridere più che sorridere e, ancor meglio, sghignazzare, magari con le
fauci spalancate, è segno di vitalità, di gioia, ci aiuta a dimenticare che la
vita è cosa seria.Guardate le fotografie sugli apparecchi telefonici, sui
“social”, guardatevi d’attorno, al lavoro, in famiglia, sul treno: quasi mai si
vedono facce serie, in ispecie se sono adunati due o più individui. Tutti (e
tutte) squadernano la chiostra e più volentieri ancòra divaricano le mascelle
(non di rado mostrando qualche otturazione…). Ed è in questi casi che costoro, e
non i nostri antenati, dimostrano di essere più prossimi ai nostri (del tutto
presunti) progenitori scimmie.
Se oggi solo provi a farti scattare una fotografia restando più o meno serio, il
Cartier-Bresson di turno – un amico, un collega – ti rintuzzano: «Uh, ma come
sei seriooo…! Non siamo mica a un funeraleee… Ridi un po’!». A me è capitato
anche durante la breve seduta dal fotografo per la carta di identità. Cosa
accidenti poi ci fosse da ridere per uno che di lì a poco si sarebbe infilato in
un ufficio pubblico, ignoro.
Oggidì la risata, sopra tutto se a sproposito e ostentata, è un segnacolo di
riconoscimento obbligatorio, come la targa dell’autovettura, come il tatuaggio,
altro emblema, quest’ultimo, della mutazione antropologica in atto.
Vi racconto questa.
Non molto tempo fa sostavo per una pausa sul portone d’una grande biblioteca.
A un metro dietro le mie spalle c’era un quartetto di donne tra i trenta e i
cinquant’anni, ben conciate e del tutto sobrie, intente a discutere di questioni
ordinarie, figli famiglia vacanze lavoro, quindi nulla che potesse suscitare
risate, men che meno di quelle a cui per venti minuti abbondanti volli assistere
con discrezione.
«Com’è andata al mare?»: giù risate di tutte.
«E tu col bambino? È guarito?»: altre risate.
«Sì sì, per fortuna»: risate.
«Massì, dài, insomma», eh eh eh ah ah ah.
Era tuttavia ammirevole che quelle donne riescissero a ridere anche mentre
“articolavano” le parole, che in effetto talvolta mi diventavano oscure. Avrò
limiti, ma quando rido della grossa (lo faccio, tranquilli, lo faccio) mi è
impossibile parlare, e viceversa.
Temo però che quelle risa, come moltissime altre, oltreché fuor di luogo e
inutili, e anche moleste, siano di natura isterica. E certi contenuti del
“dialogo” al quale assistetti me lo confermano. Una risata sincera è suscitata
da una scena o da un motto di spirito e si manifesta in tutt’altro modo. Durante
quei lunghi ma istruttivi minuti mi venne alla mente, come ogni volta che mi
imbatto in scene analoghe, un frammento dei Griffin, il cartone animato famoso,
con protagonista un gruppo di donne al ristorante intente a ordinare un dolce.
Non anticipo alcunché; ma vi assicuro che avrete la rappresentazione plastica
della scena della quale fui abusivo spettatore. E se persino Seth MacFarlane e i
suoi impietosi (e talora diabolici) collaboratori, progressisti spinti, quindi
non tacciabili di bigottismo, si sono sentiti in dovere di isolare
la mostruosità di certi contegni, occorre che gli altri progressisti – e non –
svolgano una seria riflessione su loro stessi e sul mondo in cui viviamo e che
hanno contribuito a forgiare.
Tornando ai nostri avi, la ragione in forza della quale essi si facevano
ritrarre perlopiù serii e in pose composte era una soltanto, indipendentemente
dal soggetto: dare e tramandare di sé e magari della loro categoria e del loro
ceto sociale, qualunque fosse, un’imagine decorosa esemplare e persino
nobile, sopra tutto se ricoprivano ruoli, pubblici o privati, dai quali
dipendevano e ai quali riguardavano magari migliaia o milioni di persone.
Ma di più: non solo volevano essere serii, ma lo erano, non si sforzavano di
esserlo per il tempo della seduta davanti alla macchina fotografica per poi
scomporsi una volta lontani.
A conferma e rafforzamento di questa verità basterà guardare libri fotografici o
documentarii dagli anni Quaranta ai Settanta del secolo scòrso con qualsiasi
persona a protagonista. Vedrete sùbito l’abissale e irriducibile divergenza di
contegno dall’oggi.
Ciò però non significa che un tempo non sapessero ridere anche le persone i cui
volti ci sono arrivati composti. Si pensi a Hegel, i cui ritratti possono essere
l’incarnazione della severità e della compostezza. Ma basta leggere una
paginetta dalla biografia del filosofo scritta dall’allievo e amico Karl
Rosenkranz per apprendere che il grande pensatore di Stoccarda sapeva anche
ridere di gusto. L’ultima volta fu davanti a una locanda in cui si era
intrattenuto con alcuni amici, che testimoniano della giovialità del filosofo,
il quale peraltro di lì a pochissimo tempo sarebbe morto, pare assai
serenamente, a causa del colera che aveva colpita Berlino.
Ma chissà che cosa direbbero certi partigiani della risata se sapessero che, in
tanti anni di assidua frequentazione, un suo amico ha veduto sorridere Coetzee
soltanto in un’occasione.
Beninteso: non sto tessendo un elogio della mutria. Ma si converrà che una
persona normale (sì, ho detto normale: e quindi?) si senta più al sicuro davanti
a qualcuno di composto che non a una “iena ridens”. Mi domando di poi, guardando
tutte quelle bocche spalancate e sentendo tutti gli inviti a «ridere un po’»,
quale valore rappresenti di per sé ridere, in quella maniera sguaiata e
berciante poi, che cosa aggiunga a un individuo.
Non è affascinante e rassicurante il sorriso della Gioconda o dell’Auriga di
Delfi? E forse non gli è che sommi artisti – un Bosch, un Kranak – hanno
castigata la sguaiataggine? Ricordiamoci poi l’imbarazzo (penso ancòra a
Schopenhauer) dinanzi alla bocca del Laocoonte, che sembra, anziché gridare,
nemmen ridere ma solo sbadigliare.
Se poi vogliamo “buttarla in religione” ecco san Tommaso d’Aquino, che annovera
il risus superfluus addirittura tra i peccati, benché veniali:
> «Talora invece la volontà del peccatore si volge verso cose che contengono in se stesse un certo disordine, senza però opporsi all’amore di Dio e del prossimo: tali sono le parole oziose, le risate smodate [risus superfluus] e altre cose simili. E questi peccati sono veniali nel loro genere».
>
> (Somma teologica, I-II, 88, 2)
Tuttavia non si commetta l’errore di leggere la parola «peccato» in senso
moralistico, come purtroppo molto spesso, se non quasi sempre, anche gli stessi
cristiani inclinano. «Peccato» in greco antico – che è la lingua ufficiale degli
Evangeli – è «amartía», letteralmente «mancare il bersaglio, andar fuori
strada», che può essere inteso anche in modo estensivo. E in effetto, se ci
pensiamo, quando ridiamo in modo eccessivo è come se escissimo da noi stessi, e
così quando straparliamo sospinti da un eccesso emotivo dicendo fesserie o
parole che possono nuocere ad altrui ovvero ritorcersi contro di noi: anche
Schopenhauer, non certo un partigiano del cristianesimo, raccomanda di contenere
le parole affine di non incorrere in qualche guaio. Ricordiamoci che «non ciò
che entra nella bocca contamina l’uomo; ma è ciò che esce dalla bocca, che
contamina l’uomo» (Mt 15,11).
Le Scritture sono molto eloquenti.
Forse che Sara non rise quando udì che avrebbe avuto un figlio nonostante
l’avanzata età (Gn 18,12)? Risero anche di Gesù quando questi disse che la
figlia di Iairo «non è morta, ma dorme» (Lc 8,52). E forse i soldati romani non
irridono Gesù? Ma «guai a voi che ora ridete, perché farete cordoglio e
piangerete» (Lu 6,25), e perché «io ho detto del riso: “È una follia”» (Ec 2,2).
Contemplando quelle schiere di bocche scontorte, gli elogi della sguaiataggine,
gli stimoli a ridere ridere ridere, mi vien da pensare al Batman di Tim Burton,
quando Jocker, interpretato da Jack Nicholson, sbuffa nell’aria di Gotham City
un gas verdognolo che stermina la popolazione e la irrigidisce in un ghigno
simile al suo, derivatogli dal bagno in una vasca di acido e dalle manovre
imperìte d’un chirurgo clandestino.
Un ghigno, quello di quei morti, che è l’antifrasi dell’animo di Jocker e dei
tristi cittadini, morti prima di morire, di quell’oscura città: «Anche ridendo,
il cuore può essere triste» (Pr 14,13).
Gli abitanti di Gotham City erano condannati a ridere. Proprio come voi.
Luca Bistolfi
*In copertina: Conrad Veidt in “L’uomo che ride”, 1928
L'articolo Condannati a ridere. Piccolo discorso intorno a dentature guaste e a
piccole iene proviene da Pangea.
Come se la passano oggi gli scrittori? Stanno in giro per librerie? Si sono dati
alla macchia, scomparendo dalla mondanità? Oppure stanno a giornate sui social?
Ecco, piuttosto l’ultima. Dove vivono oggi gli scrittori, quelli bravi e quelli
ciuchi, quelli famosi e quelli sconosciuti? A giornate sui social a pontificare
su tutto, su ciò che conoscono e su ciò che non conoscono. Come qualsiasi
cittadino normale? Ebbene sì, come ogni persona normale. Ma è pur vero che lo
scrittore non è tanto normale, come figura sociale (non social) intendo. Ma
questa è soltanto una stupida illazione.
Personalmente passo troppo tempo su facebook e quando me ne accorgo mi faccio
schifo, ma proseguo comunque in questa oscena attività. Un amico bibliotecario,
una volta scrisse su facebook che si sarebbe allontanato per un po’ dai social
perché voleva scrivere. Alcuni discutono di tutto; altri parlano solo di libri.
E mi chiedo: esisterà in futuro qualcosa di cui scrivere che sarà fuori dai
social, dalla rete, dalle piattaforme online, dalle riviste digitali? Lo spero,
ma non credo.
Non moriremo cartacei, come non siamo morti democristiani (si diceva così una
volta…). Insomma, chissà come andrà a finire? E solitamente è proprio questo che
interessa tutti: come andrà a finire…
Dunque, in questa seconda puntata della “Vita Agrissima”, affronteremo alcune
tipologie dentro le quali gli scrittori (e si intende al solito tutta la
compagine: scriventi, poeti e poteastri, ghost, ecc.), a differenza della prima
puntata, non hanno alcun riferimento reale. Tutto quello che segue è inventato…
*
Critici e ipocriti
“Ho letto il libro di Tizio. Intanto, per me, c’è un errore sintattico alla fine
di pagina 137. Poi come fa il personaggio di Caio a parlare con quel tono? È
inverosimile”. E tu chiedi – tutto avviene tramite messaggistica, nulla è ancora
pubblico – “ma la storia? La storia è bella?”. E lo scrittore criticone risponde
che è senza infamia e senza lode, ma gli manca l’ultimo capitolo.
Il giorno dopo leggi il suo post sui social: “Quando lo stile di un autore
dimostra ancora una volta la forza della narrativa italiana. Lo conosco bene e
so che lui è maestro nel trovare il giusto tono per ogni personaggio, come
dimostra Caio in questo suo ultimo lavoro. Complimenti Tizio, è il tuo libro
migliore”…
Sipario.
*
Lecchini
Dicesi lecchino chi si complimenta in modo eccessivo, senza ragioni valide per
farlo. Di solito il lecchino agisce nei confronti di un collega più famoso o
reputato più importante, e che, a suo avviso, potrebbe aiutarlo nelle sue
prossime “mosse letterarie”.
Uno dei modi migliori è sollevare uno scrittore affranto da qualche questione
extraletteraria, confortandolo con un commento sotto al suo post malinconico,
tipo: “non ti curare di questi sfaceli quotidiani, tu hai la letteratura che ti
(ci) conforta, e in questo campo sei un maestro”.
La sottospecie è il controlecchino simpatico, cioè colui che prova a conquistare
la confidenza di uno scrittore che reputa più addentro alle cose editoriali,
usando l’ironia, lo sfottò, l’ammicco, l’occhiolino. La tattica è più sfrontata,
ma se funziona maggiormente efficace, perché l’opera di lecchinaggio tout
court stucca facilmente.
Ahimé.
*
Lamentosi
“Se un editore, dico uno, avesse compreso per tempo il senso profondo di questo
libro che ho scritto ormai 10 anni fa, forse oggi avremmo compreso meglio la
questione del [inserire un argomento a piacere]”. Questo lamento pare più adatto
alla saggistica, ma sta bene pure nei settori letterari della narrativa e della
poesia.
Il lamento non è soltanto relativo a una pubblicazione mancata, ma anche a un
libro che ha avuto poca risonanza, in cui l’editore non si è speso in promozione
e da cui l’autore auspicava maggiore eco mediatica. Solitamente ai lamentosi
viene bene anche una seconda parte di orgoglio risentito in cui scrivono:
“comunque, in un mondo editoriale caduto così in basso, sono felice di non aver
preso parte a tale riflusso commerciale”.
Olé.
*
Fenomeni
Dicesi fenomeno colui che pensa di essere più figo degli altri. La categoria è
vastissima, di cui una sottospecie, forse la peggiore, è quella dei fenomeni che
condiscono i loro post di esecrabile falsa umiltà. Tipo: “sono seduto a un
tavolino fronte mare, ho ritrovato un vecchio libro di Gogol e mi infliggo
questa medicina, mentre tutti intorno a me sono curvi sopra i loro cellulari”.
Tra i fenomeni ci sono gli assertivi, cioè quegli scrittori che credono di
essere un’autorità in materia (che ne so, di gialli, di fantasy, di qualcosa) e
tracciano post come fossero confini statuali. A puro titolo di esempio quel che
segue.
Sottotesto non scritto: [attualmente sono il miglior narratore di genere
poliziesco]. Testo del post sui social: “nel genere poliziesco una buona storia
necessita di due cose fondamentali X e Y, perché soltanto così abbiamo la storia
perfetta”. E sotto sbrodolamento di commenti entusiastici da parte dei
followers.
Evviva.
*
Ingrati
Non so se il numero degli scrittori ingrati sui social sia alto o basso.
Certamente l’ingratitudine è una delle attività più crudeli. Mettiamo che
abbiate organizzato la presentazione di un libro per conto di una casa editrice.
Avete invitato l’autore del libro e lo avete messo in contatto direttamente con
l’editore, tipo Giulio Einaudi o Elvira Sellerio (meglio citare persone
scomparse…) – è ovviamente un esempio incongruo. Ecco! Alla fine dell’evento lo
scrittore fa un bel post sui social, tagga tutti e ringrazia tutti, tranne voi.
Perché? Certi comportamenti umani sono insondabili, ma anche parecchio stronzi!
Tiè!
*
Citazionisti
“Come non essere d’accordo con questa frase di Franz Kafka: [segue frase]”.
“Come non sottoscrivere questa massima di Seneca: [segue massima]”.
“Come non emozionarsi di fronte a questa poesia di Auden: (seguono versi)”.
Grazie al pene! Non avete scelto citazioni dal Dizionario etimologico storico
dei termini medici di Enrico Marcovecchio. Kafka, Seneca, Auden. Vi piace
vincere facile eh?
Ma c’è anche chi, sui social, lancia sfide di citazioni, tipo questa:
“Indovinate chi è il mio scrittore preferito (non andate a cercare su google,
furbacchioni): Svetta su entrambi un Himalaya di vite in movimento”.
E poi gli autocitazionisti. Ecco un plausibile esempio: “Sgomento, sgomento di
una guerra ingiusta/ senza cuore avanzano coloro che non restano umani. Non sono
parole di Ghandi e nemmeno di Tolstoj, questi versi li trovate nella mia ultima
raccolta, Il cielo diviso. #nowar”.
Forza!
*
Autoprodotti
Sono coloro che hanno scritto un testo, l’hanno impaginato a piacere, hanno
scelto un’immagine autoprodotta, e hanno mandato tutto in stampa presso una
piattaforma tipografica digitale. Hanno ricevuto a casa un certo numero di copie
del loro romanzo e adesso ne lodano le qualità sui social. E sotto valanghe di
cuoricini dei parenti. I più astuti tra quelli che si autoproducono i libri,
senza un editore, sono coloro che convincono l’amic* del cuore a fare il post in
vece loro e tratteggiare tutte le qualità del racconto.
Amen!
Alessandro Agostinelli
*In copertina: un’opera di Roland Topor
L'articolo La vita agrissima 2. Fenomeni, lamentosi, lecchini: 7 tipi di
scrittori da social proviene da Pangea.
Questa estate io e V. ci assicuravamo che mia figlia e suo figlio non
annegassero mentre giocavano a riva con le onde basse. Lei a me: “Un bambino
impiega meno di dieci secondi per annegare. C’è da dover stare molto attenti,
quando annega il bambino non si dibatte. Si paralizza. Va giù a fondo,
immobile.” Io e V. sorvegliavamo e parlavamo dei casi estivi dello sbrindellato
costume nazionale: il gruppo social “Mia moglie”, il sito Phica.Eu. Lei a me:
“Capisci la responsabilità che sento a crescere un figlio, un maschio? E se un
domani diventa lui quello che pubblica le foto delle sue compagne in un gruppo
per soli uomini fondamentalmente soli? O persino le mie.” Io a lei: “Non è che
dobbiamo diventare tutti Dominique Pelicot. L’hai letto Vivere con gli
uomini della Manon?”. E lei a me: “Tu l’l’hai letto Triste tigre della Sinno?”
Poi l’ho letto. Avrei voluto leggerlo tutto di un fiato, per doverci respirare
all’interno il meno possibile. Ci sono pagine dove si sta come in cantina,
nell’odore di muffa e violenza, col dubbio sia il proprio, quell’odore. Verso la
metà ho dovuto interrompermi, per riprendermi, riprendere fiato. È quando la
Sinno cita una poesia della Pizarnik: “Ricordo la mia infanzia/ quando ero
un’anziana.”
In Triste tigre, Neri Pozza, pensa ha vinto il Premio Strega Europeo nel 2024, è
insopportabile la parte dell’uomo-padre-abusante, quindi potenzialmente la mia?,
quella del figlio di V.?, all’interno della storia che non è una
storia-inventata, emblematica-e-basta come nel caso della Lolita di Nabokov, ma
una storia-storia che chi scrive si sente in dovere di scrivere come non fosse
bastato il doverla vivere. Insopportabile è la parte che ha dovuto subire e a
cui ha dovuto reagire Neige, che racconta di essere stata stuprata da bambina
dal patrigno, per anni. Neige è una vittima che non ci sta a lasciarsi
inscrivere nel protocollo vittimario ma che non per questo si allinea alla
retorica sfinente sulla resilienza secondo cui una vittima può smetterlo di
esserlo, può riscattarsi, e se non ci riesce, beh, allora la colpa diventa anche
sua.
Triste tigre non è soltanto la storia di una bambina stuprata che rifiuta di
essere guardata solo sotto questa lente così come sa che il suo guardare non può
più prescindere dall’esserlo stata. È un libro sul potere, e sulla scrittura,
che è un contropotere.
Come ci si devittimizza? Scrivendone? Scriverne “è ancora un progetto
dell’aggressore.” Un appagamento al suo narcisismo. Si scrive nonostante chi ci
ha fatto del male, nonostante il godimento che chi ci ha fatto del male trarrà
dal nostro renderlo un personaggio principale, memorabile a modo suo. Perché chi
scrive e scrivendo fa letteratura scrive nonostante i limiti della scrittura, i
limiti del linguaggio, i limiti del dicibile. Anche se al di là del limite non è
detto ci sia terra incognita da esplorare. Tante volte, solo cantine e
precipizi, o onde troppo alte. “Io so che la verità non è nel linguaggio. So che
la verità non è da nessuna parte.”
Dicendola meglio, sfuggendo alla gabbia secondo cui la donna è sempre vittima
dell’uomo altrimenti non è abbastanza donna lei così come l’uomo non è
abbastanza uomo se non ne è carnefice: la vittima scriva, ma il carnefice legga.
La Sinno scrive da scazzata a ragion veduta, non le va di andare per il sottile,
se ti sta bene ascolti, leggi, altrimenti vai pure, lì sta la porta d’uscita se
hai bisogno di un po’ d’aria e lì quella del cesso se ti si rivolta lo stomaco,
fai tu. Quindi scrive benissimo. Scrive sapendo di stare scrivendo, facendo i
conti con i rischi banalizzanti e estetizzanti della scrittura. L’offrire una
porta verso la quale defilarsi, da poter prendere quando si preferisce per
venirne fuori in qualunque momento, è un grande atto di brusca gentilezza da
parte della Sinno.
> “Nel bambino tutto è spalancato. Un bambino non può aprire o chiudere la porta
> del consenso. Non arriva alla maniglia.”
Triste tigre è un magnifico libro di brusca gentilezza del pensiero che non
arretra, che non si mette in bella, che non pretende consenso, non lo postula.
La libertà se esiste è quella di poter dissentire, a partire dalle proprie
pulsioni, angosce, paure.
Arrivo dalla lettura della Sinno dai diari, bellissimi, della Plath – bellissimi
nonostante siano dovuti passare prima dalle mani testamentarie di Ted Hughes –
perciò ho sentito in modo particolare il passaggio in cui la Sinno racconta di
aver bruciato il suo primo diario per impedire che il patrigno stupratore,
leggendolo, potesse “entrare ancora di più nella mia testa”:
> “Il giorno dopo ho bruciato il quaderno nella stufa.(…) Ho detto addio al
> diario, non solo a quei pezzetti di carta ma al concetto stesso di diario,
> quel giorno e per il resto dei miei giorni. Non potevo permettermi di
> costruire con le mie mani un oggetto che mi rendeva così facilmente
> accessibile, che mi metteva ancora di più alla mercé di una qualunque mente
> decisa a controllarmi e a nuocermi.”
Damaged-for-life.
Nelle prime pagine dei diari la Plath diciottenne si racconta della molestia
subita da parte di Ilo che ha “un fortissimo accento tedesco, la faccia
abbronzata, intelligente, increspata in un sorriso. Anche il suo corpo robusto e
muscoloso era abbronzato e i capelli raccolti in un fazzoletto bianco.” La Plath
con Ilo ha lavorato in un campo di fragole, sono diventati amici, ingenuamente
fiduciosa lo segue nel capannone, per vedere se Ilo ha finito “il ritratto di
John”. “Lui stava fra me e la porta, sorridente. Un gesto e la sua mano mi ha
afferrato il braccio.” La Plath piange per lo spavento. Ilo la lascia andare.
Ilo non finge alla Plath stesse piacendo quello a cui la stava forzando, come fa
l’Humbert Humbert di Lolita, come fa il patrigno della Sinno.
Che alle figlie possa capitare, se proprio deve capitare, d’incappare negli Ilo
e mai nei patrigni alla Humbert Humbert? La Plath al tempo dell’episodio aveva
diciotto anni. Lolita nel romanzo di Nabokov ne ha dodici. La Sinno quando
iniziarono gli stupri ne aveva otto. Che i figli possano leggere la Sinno, la
Plath, Nabokov, per farsi orrore prima di commetterne?
La Plath e Ilo escono dal capannone: occhiatine, sorrisini, secondo gli altri
non le era successo nulla che non avrebbe voluto le succedesse, “Ma loro lo
sanno. Lo sanno tutti. E che cosa posso fare io, contro tutta quella gente…?”
La Sinno ha il coraggio di non definire ripugnante il patrigno: perverso, ma non
ripugnante. Ripugnante è ciò che le ha fatto. Il patrigno della Sinno è stato un
uomo piacente, ammirato nella società montana dove vivevano. Potrebbe esserlo
ancora. Ha scontato la sua pena. Si è rifatto una vita. Rifatto una famiglia. La
speranza è non abbia ricommesso gli stessi abusi.
Parere della sorella della Sinno: “Lei è sicura di no, che lui non lo avrebbe
mai fatto. Lui dice così, e lei ci crede. Perché? Perché loro erano figli suoi,
sangue del suo stesso sangue, loro non li avrebbe mai toccati.” E il sangue mi
si raggela. È un padre affidabile uno padre che rassicura le proprie figlie
facendo intendere loro che correrebbero il rischio di essere stuprate da lui
solo se non fossero del suo stesso sangue? Ritorna la normalità da vampiri
analizzata in Sangue del mio sangue di Monya Ferritti. I vampiri raccomandabili
cavano solo il sangue dei figli e delle figlie degli altri.
Non negando la vigoria di cui il patrigno si autocompiaceva la Sinno è
doppiamente coraggiosa, non mostrifica somaticamente il suo stupratore per
garantirsi un ruolo da vittima perfetta. L’orco per esserlo non occorre non
abbia la pelle rosea di un principe azzurro o l’appeal virile standard di una
guida alpina. Non occorre abbia un pene insignificante come un Napoleone o
inutilizzabile come il Popeye in Santuario di Faulkner. Il patrigno stupratore è
un uomo bello e capace di atti di eroico salvataggio, attraente e ammirato, una
brava-persona secondo gli altri che non hanno dovuto vivere sotto lo stesso
tetto, che da bambini non sono stati trascinati in cantina per venirne stuprati.
Quando il carnefice non lo sembra affatto ricade sulla vittima il sospetto non
sia poi vittima del tutto, che sia anzi carnefice a parimerito, che lo sia
reciprocamente, che tocchi a lei convincere del contrario, mettendo chi legge in
condizione di crederle sulla parola. La Sinno racconta senza ricorrere alle
scorciatoie e alle strategie di chi, scrivendo, ha il potere di deciderlo lei
come-sono-andate-le-cose. “Ma allora a cosa serve tutto questo se tutti noi
siamo d’accordo su tutto fin dall’inizio?” Una lezione di letteratura, quando lo
è, è una lezione di coraggio autentico, intellettuale, ed è l’unica lezione di
vita che ne valga la pena.
L’arrendevolezza reoconfessa del patrigno in Triste tigre quasi consente
l’empatia: è uno stupratore a sua volta stuprato in adolescenza dai preti. La
Sinno smonta un mito che avevo fatto mio, mi sa autoconsolatorio:
> “I vari studi che ho consultato sugli aggressori sessuali indicano che circa
> il 20 per cento degli abusanti di bambini sono delle ex vittime. Una cifra
> lievemente superiore all’incidenza del fenomeno sulla popolazione globale.
> Questi studi indicano inoltre che il ciclo vittima-aggressore è soprattutto
> una convinzione fortemente ancorata nella popolazione, e che essere stati a
> propria volta vittime durante l’infanzia è sì un fattore di rischio, ma non
> una condizione necessaria né sufficiente per diventare a propria volta
> aggressore.”
Le vittime non è detto debbano diventare carnefici a loro volta, con buona pace
per esempio di chi giustifica le azioni militari di Israele in quanto
vorrei-vedere-te-se-il-tuo-popolo-fosse-stato-già-vittima-di-genocidio, ma:
carnefici senza essere stati vittime prima? Carnefici dal-nulla? Io che mi
dicevo: non posso diventare un carnefice perché non sono stato mai fatto oggetto
di carneficina. Io che credevo bastasse rispondere a V.: “Perché tuo figlio non
diventi un carnefice basterà non lo sia tu con lui.”
È pensabile potersi pensare terzi rispetto alla diade vittima-carnefice? Ricordo
la conclusione di Valentina Tanni in Exit Reality, Nero edizioni: quand’anche
mancasse tutto il resto, c’è Internet – ciò che Internet ha reso accessibile –
che c’ha traumatizzato tutti rendendoci, post-trauma, potenzialmente carnefici,
di altri e di noi stessi. E ancora: se qualcosa non succede direttamente a me
non sta comunque succedendo anche a me quando lo vengo a sapere? Ciò che è stato
inflitto alla Sinno e a troppi altri bambine e bambini, che viene inflitto a
altri bambini e bambine proprio ora mentre ne scrivo, non sta succedo anche a
me, certo in infinitesima parte ma tanto ne basta, mentre ne leggo? Come
possiamo fingere di non udire il canto in coro dei bambini come nella città
sterminata dei morti raccontato da Antonio Moresco in Canto di D’Arco?
Si è sempre vittime di almeno un sopruso, di una insensibilità, di un rifiuto,
ma restando al male-grave, alle violenze da reato: il male fatto agli altri
diventa di per sé la dimostrazione del male fattibile e appena si diventa
vittima di questa consapevolezza si diventa anche imitatori ipotetici, carnefici
potenziali. Leggere Sinno significa rendersi conto che non esistono storie di
vittime e carnefici, esistono solo storie di vittime, alcune delle quali
convinte che il diventare dei carnefici possa dare loro l’illusione di potersi
sentire per una volta non vittime soltanto.
Scriverne non significa diffondere il male, le sue codarde inverecondie, fargli
pubblicità. Il male per quanto vanitoso prolifera molto meglio nell’omertà che
nella denuncia. Scriverne di per sé non basta per impedirlo, siccome si può
scrivere soltanto di un male già compiuto, già patito, poiché a scrivere del
male che sta per compiersi si passa per Cassandre sbertucciate dai carnefici che
mai consentirebbe gli si guastasse la festa prima che loro la facciano a coloro
a cui hanno intenzione di farla.
Si scrive, almeno questo, perché chi legge non possa osare dire di non saperne o
di non averne potuto sapere nulla. “È a partire da questa conoscenza intima, a
partire da quest’odio, che io scrivo.” E si scrive perché prendere la parola
significa riprendersi il potere di usarla per affermare sé stessi, riprendersi,
riprendere fiato, farlo diventare voce.
La Sinno cita la frase spesso attribuita Oscar Wilde: “Tutto nel mondo è sesso
tranne il sesso. Il sesso è potere.” Lo stupro non è un atto sessuale, è un atto
di dominio. Scriverne è contestare quel dominio. Dissentire. Scrivere non
cancella il male ma non gli concede l’ultima parola. Lo beffa.
“Tutti vogliono proteggersi dall’incendio”, scrive la Sinno che non appicca
l’incendio, lo mostra per quel che è, che scrive dal fuoco e dal fuoco per dirla
con il lispectoriano Jonny Costantino di La mano bruciata, e dall’incendio
nessuno può proteggersi. Tanto vale bruciare con dignità se non addirittura con
stile.
Se dovessi spiegare a mia figlia o al figlio di V. cosa è accaduto alla bambina
raccontata dalla Sinno, la bambina che è stata la Sinno stessa e che la Sinno
non ha mai potuto essere, così come la Sinno lo ha dovuto spiegare a sua figlia,
userei la parola unchilding, ovvero «privare dell’infanzia». È la parola a cui
ricorre Francesca Albanese nel terzo rapporto da Relatrice speciale ONU del
2023, sulla situazione dei diritti umani nel territorio palestinese, come
riporta lei stessa ne libro Quando il mondo dorme, Rizzoli.
C’è da stare molto attenti, quando il bambino è debambinizzato non si dibatte.
Si paralizza. Va giù a fondo, immobile. E noi con lui.
antonio coda
*In copertina: John Singer Sargent, Portrait of Thomas McKeller, 1917 ca.
L'articolo Debambinizzare il bambino. Intorno a “Triste tigre” e ad altre
aggressioni proviene da Pangea.
In questi giorni, in questo periodo, su varie testate (anche su Pangea, qui) si
parla molto della Milano che è stata e che non è più, di una Milano differente,
diversa, più alternativa, più identitaria e meno vetrina di lustri post yuppies,
di grattacieli alberati e di olimpiadi di Cortina in città. Tutto vero e tutto
molto giusto.
Soprattutto la lente d’ingrandimento è puntata sulla Milano degli anni Novanta
(perché chi scrive di questo, compreso il sottoscritto, era adolescente
all’epoca) e la lamentela solitamente è legata a certi luoghi che non esistono
più, a locali come il Rolling Stones (da anni una palazzina) il Plastic (che
però ha chiuso quest’anno dopo anni di perdita d’identità) il Leoncavallo (anche
questo chiuso da poco, ma da quanto tempo era fuori dai radar musicali?) Le
Scimmie (ma chi ci andava davvero?) e proseguendo con negozi di dischi, sale
prove, locali ed altri locali e sempre ancora locali. Io, che come tutti in
quegli anni (ma a dire il vero più dal 2000 in poi) ho frequentato quei club,
quei posti di ritrovo, quei bar, quelle sale da ballo o da concerti oggi mi
sento sicuramente un po’ orfano (ma ho anche quarantacinque anni, come gli
altri, e ad un certo punto ha ancora un senso parlare di posti che frequentavo a
venti?) ma anche soddisfatto, forse, di averli vissuti e frequentati.
E oggi? Oggi Milano è cambiata totalmente. I locali e le sale da ballo tanto
amate dai giovani alternativi si sono trasformati in negozi, bar newyorkesi che
fanno ancora il caffè americano usando l’espresso allungato con l’acqua, palazzi
vertiginosi che sfidano nuvole e traffico aereo, spazi modaioli e offrono altre
realtà, altre possibilità, altri servizi per altri fruitori. Non solo agli
studenti stranieri e ai turisti ma anche a nuovi giovani, a ventenni che, nati
dopo il duemilaedieci, se ne fottono (giustamente) del Rolling Stones,
del Leoncavallo, del Govinda, della Stecca perché sono nati con altro (meglio o
peggio non importa, è solo il nostro parere di “vecchi”) e in quell’altro ci
sguazzano a colpi di Instagram, di social, di incontri gestiti in maniera
differente da come venivamo gestiti i nostri.
Ora mi domando; ma se i quarantenni/quarantacinquenni di oggi sono anche loro in
balia di Instagram, dei social, delle uscite notturne fino alle quattro del
mattino che cosa pretendono? Pure gli stessi locali di allora? Non si accorgono
di essere fuori tempo massimo? E allora, chi negli anni Novanta aveva più di
quarant’anni che cosa avrebbe dovuto rimpiangere? I night? Gli american bar? Il
festival del proletariato giovanile al Parco Lambro?
Chi ha detto che Milano era fatta solo di aggregazione dovuta a locali notturni
e centri sociali? Le gallerie, i palazzi, il rumore del tram, certi parchi (come
quello di Trenno) e qualche pizzeria sono ancora lì a testimoniare una città
bellissima (solo per i milanesi, sia chiaro) proprio perché anonima e anomala.
Milano cambia perché il tempo cambia, la società cambia. Punto. Non c’è altro. E
che sia meglio o peggio è qualche cosa di ingiudicabile. Certo, ci mancano
i Sonic Youth in questo o in quel posto ma è solo un nostro pallido e smorzato
ricordo. Milano è piena di locali dove si suona musica. Arci Bellezza,
Torchiera, Spazio Pontano, Teatro dell’arsenale, Auditorium San Fedele, e molto
altro ancora. Una città che dal punto di vista musicale, teatrale,
cinematografico è più viva che mai e forse anche più di allora. Certo, il
contesto attorno è cambiato e oggi ci sono meno case a ringhiera e più piste
ciclabili (ma un tempo non ci si lamentava che a Milano non c’erano le piste
ciclabili?) ma l’essenza è la stessa. Le sale prova aggregative come il Jungle
Sound (dove provavano Ritmo Tribale e Afterhours) sono scomparse ma è scomparsa
anche una scena (ed è giusto così, le scene evolvono e cambiano, le cose per
fortuna finiscono e Agnelli è finito a X-Factor) e ne sono riapparse altre.
Nessun allarme per la trap o scemate varie. Negli anni Novanta la maggior parte
delle persone ascoltava gli Ace of Base e i Backstreet Boys e, alla fine,
togliendo l’enfasi social, non è la stessa cosa che accade oggi? La differenza
con allora è l’algoritmo, che ha scardinato tutto facendoci vivere in un
infinito tempo presente dove tutto accade senza considerare che; quando tutto
accade alla fine non accade proprio niente.
Certo, nel mio nostalgico ricordo da bambino di una Milano sparita c’è lo zoo ai
giardini di Porta Venezia, il lunapark le Varesine e il primo Burghy. Oggi però,
se ancora ci fosse, io farei chiudere lo zoo, non andrei mai al lunapark e
sicuramente digiunerei piuttosto che concedermi un panino in un fast food. Le
cose cambiano, non restano le stesse. Così Milano ha perso un’identità che non
era di tutti ma solo di alcuni o di pochi. Era la nostra visione della
città(perché la maggior parte delle persone non andava al Teatro Smeraldo a
sentire Paolo Conte e nemmeno a sentire qualche concerto underground al Rainbow
Club, preferiva fare avanti e indietro tra Duomo e San Babila come fa ancora
oggi). Una visione elitaria e anche un po’ stronza perché era la “nostra” Milano
e non una Milano che aveva identità. Milano, purtroppo, l’identità non ce l’ha
mai avuta. Eccetto forse nel dopoguerra (guardate come è fotografata nel film
“Cronaca di un amore” di Rossellini).
Certo anche a me non piace questa versione ruspante di New York (la New York di
oggi chiaramente mica quella degli anni Ottanta) fatta di centri commerciali,
catene di ristoranti ovunque, locali costosissimi e continui week anche
piuttosto inutili. Ma non ci posso fare niente, l’unica cosa buona da fare è
vivere altrove (l’ho fatto e alla fine torno sempre qui, chissà perché…) oppure
cercare le tracce vere della Milano di ieri che ancora oggi è rimasta. E non
sono i locali, i centri sociali o la fiera di Sinigallia che bisogna andare a
stanare. Ma la città in sé, le vie e i vialoni rimasti come allora. Viale
Vincenzo Monti, Via Mac Mahon, le zone di Bande Nere, Primaticcio, Baggio. E poi
ancora Piazzale Buonarroti, viale Gran Sasso ecc… Milano sono strade, case,
portoni. Le città sono anche questo. Senza considerare quartieri che si sono
trasformati (in bene o in male giudicate voi) in zone arabe, peruviane, cinesi e
che offrono una Milano comunque differente da quella Milano che splende tanto
suoi giornali con i suoi alberi dentro grattacieli, i suoi vetri riflettenti o i
suoi dirompenti palazzi inaccessibili.
Le città saranno sempre fatte così e la stessa cosa vale per Parigi, New York,
Lisbona, Londra, Berlino. Sempre in continuo cambiamento asfaltando tutto quello
che c’era in favore di altro. Bello o brutto ha poca importanza. Quello è
importante solo per noi e purtroppo è troppo poco.
Giosuè Gorinzi
*In copertina: Antonio Lafrery, La Grande Città di Milano, 1573; Milano, Civica
Raccolta Achille Bertarelli
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diventati vecchi… proviene da Pangea.
La mia amica aveva appena finito di vomitare sopra a una grata di ventilazione
della metropolitana in Largo Cairoli. Sputò ancora per un po’, si asciugò la
bocca con il dorso della mano, e poi andammo a sederci per terra sul marciapiede
davanti alla porta d’ingresso della Standa – oggi Decathlon – insieme ai suoi
amici punkabbestia e ai loro cani.
“Come stai?”, le chiesi.
“Non ci pensare neanche. Non te la faccio provare. Guarda come cazzo ti
riduce”.
Non se la iniettava in vena, se la fumava dentro alla carta stagnola.
La ammiravo. Volevo essere come lei. Sembrava libera agli occhi di una
quindicenne con un padre che la sera non la faceva ancora uscire da casa.
*
Siamo nella Milano della fine degli anni ’90. Il Luna Park ‘Le Varesine’ aveva
chiuso da poco, lasciando il posto a “via Mike Bongiorno” e ai grattacieli. Alla
Darsena c’erano ancora il parcheggio e la fiera di Sinigaglia, con le bancarelle
di roba dell’usato e i punkabbestia che si ritrovavano al vecchio Mercato
Comunale. Si spacciava e si dormiva sotto ai portici di Piazza Vetra. Si pippava
la Speed sulle panchine della piazzetta davanti alla Basilica di Sant’Eustorgio.
Si andava alla festa della semina e del raccolto al Leonkavallo.
Durante gli anni ’90 i ragazzi si bucavano seduti a terra tra le auto
parcheggiate. Ne vedevo tanti mentre tornavo a casa da scuola in Porta
Venezia, quando Porta Venezia era ancora un quartiere di figli di portinai come
me e di gente bene che convivevano serenamente. Non c’erano ancora locali gay e
ristoranti eritrei. In Buenos Aires i negozi erano negozi di vestiti, e non solo
di cibo, come oggi, e non cambiavano insegna ogni due mesi.
A Milano c’erano pochissimi turisti. La gente visitava l’Italia, ma mica passava
di qui. Per fare cosa?Quando andavi in ferie al mare da qualche parte e dicevi
che eri di Milano, ti pigliavano in giro e ti guardavano con pietà: poveri voi e
la nebbia, poveri voi e il grigiore, poveri voi e lo smog, poveri voi e il
lavoro sfrenato. Poveri voi.
*
I bambini che non avevano i genitori abbienti che li iscrivevano a un’infinità
di sport, avevano il trenino dei Giardini Indro Montanelli e le macchinine al
Parco Sempione. Punto.
C’erano due grattacieli, il Pirelli e la torre Breda, costruita negli anni ’50.
Io sono cresciuta lì dentro. Mio padre faceva il portinaio. Ogni giorno, di
nascosto, andavo al ventisettesimo piano per guardare la città dall’alto. Si
vive meglio con un orizzonte davanti agli occhi da ammirare, lo diceva anche
Thoreau nel suo Walden.
Mi mettevo a piangere ascoltando la musica. Fissavo quei minuscoli serpenti
luminosi scorrere sull’asfalto e spesso pensavo di farla finita. Poi, come
un’astronauta che torna dallo spazio, scendevo sulla terra e diventavo ancora
più consapevole della nostra inutilità e piccolezza. E pensavo: forse è così che
si sentono i ricchi che vivono ai piani alti. Credono di non far parte di questo
mondo, che nulla li tocchi e li riguardi. Stanno sulla Terra giusto per qualche
istante, per sbrigare i loro affari, poi se ne tornano nelle loro torri. E
allora pensavo che bisognerebbe buttarli giù quei grattacieli, e far vivere
tutti allo stesso livello, per non dimenticarci che siamo uguali, invece di
essere disposti a tutto per andare a vivere lassù. Perché poi te lo dimentichi
che non sei nessuno e che nasci e muori comunque a mani vuote.
*
Milano è cambiata dopo l’Expo. Non ce ne siamo accorti subito. È stato come
vivere con una moglie che si trascurava da tempo. Ci siamo guardati attorno, e
improvvisamente ce la siamo trovata invasa da una quantità di persone mai vista
prima che camminava piano, troppo piano, e di gente che fotografava cose.
*
Milano ci ha cambiato.
Milano ci ha sconfitto.
Milano ci ha temprato.
Milano ci ha stancato.
Milano, non ti riconosco più.
*
Milano è come una vecchia donna che si è rifatta, che ha perso il suo fascino ma
che se la tira ancora. Non perde mai la speranza. Al massimo si rifà il look e
si trova il Toyboy.
Milano e la sua mania di risplendere, di nascondere lo squallore, di spostarlo
verso le periferie, manco fosse Parigi.
Milano e le passeggiate a Isola che diventano sfilate.
Milano, che quando vivi in belle zone ti fa sentire addosso gli sguardi della
gente che si chiede subito: “Chi è? Cosa fa? Quanto guadagna per potersi
permettere di vivere lì?”
Milano, che per trovare un po’ di pace te ne devi andare a passeggiare tra i
morti al Cimitero Monumentale.
Milano come una bomba ad orologeria che è pronta a implodere.
La verità è che a Milano non c’era un cazzo di bello, a parte il Castello e il
Duomo. Ora ci sono i grattacieli e quei quartieri che qualcuno ha fatto
diventare “cool” grazie a Instagram.
E poi Armani che muore.
Il Leonka che chiude.
Il Plastic che chiude.
I negozi che chiudono.
I maranza.
I figli di papà.
Le mogli degli uomini ricchi che piazzano bambini come pensione di vecchiaia.
Le case che non si trovano o che costano una follia. La gente costretta ad
andarsene.
Una città che espelle chi l’ha nutrita.
L’aria che non si respira. Le troppe auto. Il caldo che sale dal cemento e ci
soffoca, ci annienta, ci consuma.
Le persone sempre più infelici, sole, nervose, schizzate, di fretta. Non si
rendono conto di scappare da sé stesse.
Milano è il simbolo della fine di un’epoca, di un mondo stanco che non ha più
voglia di appartenere a nessuno se non a sé stesso.
Siamo tutti pronti ad andarcene.
Quando troveremo i soldi e il coraggio.
Dejanira Bada
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appartiene più a nessuno proviene da Pangea.