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“Non si può fare a meno di Dio”. Invettiva contro i rincretiniti dal progresso
Nella mia vita, col passare del tempo e degli anni, ho imparato ad evitare le discussioni e di credere nel dialogo: il tempo di noi tutti è limitato, quindi prezioso. La scrittura, quando l’apatia si prende una pausa, è la mia unica arma e oggi non potevo farne a meno di usarla come spada e carezza assieme. L’antefatto: mi ritrovo seduto su un bus cittadino, sfoglio un libro di Malaparte quando, di fronte a me, si seggono due bizzarri individui. Comincia un dialogo surreale quanto stupido, sull’inesistenza di Dio, sull’inutilità della fede, in un mondo dove è la tecnologia a farci felici. Perché pregare quando hai le risposte dell’assistente vocale? Mi è venuto in mente Flaiano: > “La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare > fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si > nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, > spande il terrore intorno a sé”.  Ma, una volta tornato a casa, ho pensato che Flaiano non era abbastanza come risposta, la risposta non data ai due buffi e ingenui viaggiatori.  A colmare l’abbastanza e andare oltre mi serviva qualcosa di più ed eccolo lì. tra i miei libri più preziosi, lo splendido tomo di Giovanni Papini, Lettere agli uomini di Papa Celestino VI. Libro che valeva allora, vale oggi e varrà sempre per le illuminanti, profonde e dolenti parole, che lo scrittore verga immedesimandosi in un immaginario Papa in un epistolario verso tutte le categorie degli uomini. Giovanni Papini, mai amato e pubblicato come merita, nella sua virata verso la fede e il cristianesimo ha regalato meraviglie come Il Diavolo, Giudizio Universale, Storia di Cristo, che andrebbero mandati a memoria per la fulgida bellezza che emanano in ogni pagina. Così come dovrebbero giacere in ogni libreria Un uomo finito, Dante vivo e tutto quel che il nostro ha scritto.  Ma ritorniamo a noi, io e i due dei peggio rappresentanti dei senza Dio e devoti al feticcio della materia e della tecnica. Lascio parlare lo scriba: > “La causa più profonda della negazione di Dio è un’altra: l’invidia e la > gelosia. L’uomo, ubriacato dalle conquiste innegabili della sua conoscenza e > dominazione della materia, ha sempre avuto il segreto desiderio d’inalzarsi al > di sopra della sua umanità, di uguagliarsi a Dio, di sostituirsi a Dio. Nei > tempi più remoti con la magia, nei tempi più recenti con la filosofia, con la > scienza, con la tecnica ha sognato di poter strappare a Dio gli attributi che > più lo fanno invidioso: l’onnisapienza e l’onnipotenza. L’aver decifrato > qualche legge dell’universo, l’aver assoggettato qualche forza della natura > gli ha fatto credere d’esser capace di spodestare Dio e di ascendere al suo > trono”. L’eco di Nietzsche s’ode in queste parole, ma Papini ci mette l’anima, ci mette la sua profondità abissale: > “L’uomo vuole fare a meno di Dio, vuol uccidere Dio, non già perché ritenga > impossibile l’esistenza di un Dio, ma perché vuol succedere a Dio, vuol > sostituirsi a Dio, vuol essere lui stesso un Dio. Una delle radici occulte > dell’ateismo è l’ossessione della rivalità, l’astio dell’inferiore verso il > superiore”. Sorrido pensando che cosa potrebbero trarre da queste parole, i due viandanti, e tutti i viandanti del mondo che pensano di vivere in un mondo dove l’intelligenza è un manufatto e la panacea di tutti i mali si celi dietro schemi e schermi.  Sicuri di saper tutto, inconsapevoli di non saper niente: > “nessuna ipotesi matematica e nessuna macchina, per quanto prodigiose, > potranno redimere la radicale ignoranza e impotenza dell’uomo”. Viandanti e i loro maestri, che cianciano di prodigi da televendita, in grado di farli vivere (non mi ci metto in mezzo) in salute, in eterno e senza alcun bisogno. Perché tutto deve essere calcolato e il resto è solo superstizione. > “Farneticare di espellere Dio e di prenderne il posto è infatuazione > demoniale, risibile delirio di grandezza, arrogante demenza”. Devo confessare, a voi e a me stesso, che son stato anche io un senza Dio e mi crogiolavo goffamente nella convinzione che l’ateismo fosse l’unica religione praticabile. Poi son cresciuto, poi ho capito che: > “Non si può fare a meno di Dio. E poiché Dio esiste, di là d’ogni umana > invidia e dubbiezza, altro non è dato a noi, per attingerlo, che amarlo > nell’obbedienza e obbedirlo nell’amore”. Cosimo Mongelli *In copertina: Gian Lorenzo Bernini, Angeli in volo, disegno, post 1663 L'articolo “Non si può fare a meno di Dio”. Invettiva contro i rincretiniti dal progresso proviene da Pangea.
March 17, 2026 / Pangea
Le Cazzulleidi. Da Sal Da Vinci ai romanzi di Cazzullo: sia lode all’Italia “un Paese in cui chiunque può fare qualsiasi cosa”
> “Quella del ‘matrimonio della camorra’ è chiaramente una battuta. Capisco, > però, che la cosa si presti ad essere interpretata male. Per questo voglio > chiarire un punto: io adoro Napoli e adoro la musica napoletana. La scorsa > settimana ero all’Augusteo per lo spettacolo di Branduardi e mi sono ricordato > di quando portai i miei figli da bambini ad ascoltare l’orchestra di Renzo > Arbore che ha contribuito a portare nel mondo la meravigliosa tradizione della > canzone napoletana. Io adoro Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese, la > Nuova Compagnia di Canto Popolare, i fratelli Bennato, Tony Esposito, ma > proprio per questo non mi piace Sal Da Vinci. Lui rappresenta la Napoli come > la pensano e la vorrebbero i detrattori della città, quelli che non la amano. > Siccome io la amo, non mi piace Sal Da Vinci”. > > Aldo Cazzullo citato da Napoli Today , 5 marzo 2026 Ebbene sì, oggi vogliamo parlare della recentissima polemica innescata da Aldo Cazzullo, uno dei giornalisti più in vista del panorama italiano, punta di diamante del Corriere della Sera e divulgatore televisivo nazional-popolare, ospite ricorrente di salotti e talk-show, ovviamente personaggio permaloso come sono le star – pronto a bollare come “poveraccio frustrato” chi lo critica, si veda l’editoriale di qualche tempo fa del nostro direttore – e incline al commento liquidatorio, lanciato anche dal trono della sua rubrica delle lettere sul quotidiano. Si dice che per i vip il delirio di onnipotenza stia dietro l’angolo, e qui sembra che Aldo Cazzullo ci sia finito in pieno, rispondendo ad alcuni lettori che gli chiedevano lumi sul vincitore canoro dell’ultimo festival di Sanremo. Nel definire il brano cantato da questo Sal Da Vinci (di cui felicemente ignoravamo l’esistenza) come una canzone “banale e scontata”, Cazzullo è arrivato a scrivere: “potrebbe essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra, o a essere generosi una canzone di Checco Zalone”, sollevando un monte di reazioni. Ma qui, più che la triviale relazione semantica matrimonio napoletano = matrimonio di camorra, diventa interessante la successiva estensione della sua critica all’intero stato culturale del Paese:  > “Resta l’impressione che l’Italia dei primi anni 2000 sia un Paese in cui > chiunque possa fare qualsiasi cosa. Chiunque può allenare la Nazionale, > chiunque può fare il presidente del Consiglio, chiunque può fare il capo > dell’opposizione, al prossimo giro chiunque potrà fare il presidente della > Repubblica; e Sal Da Vinci può vincere il festival di Sanremo”. Ora, poiché esiste un intero sotto-mondo di internet pronto all’indignazione e al linciaggio, sorprende che un Cazzullo non si capaciti che i social – non potendo fargli lo scalpo – lo stiano sbranando, e si terrorizzi perché in tv una presentatrice tuona che la sua è un’osservazione inaccettabile, al punto di telefonarle angustiato in diretta: “Amici napoletani mi riferiscono che Caterina Balivo dice che ce l’ho con Napoli, consentimi di intervenire”; e poi che rilasci verbose interviste radiofoniche, da cui è tratta la citazione in epigrafe, e poi ci torni con una seconda rubrica, in cui sostiene che ama Napoli con tutto il cuore, che ama i suoi artisti, che ha amici napoletani e via perorando, finendo in pratica per spiegare quale napoletanità è giusta e quale sbagliata, in quella specie di delirio di onnipotenza – appunto – che può insidiare autori che a suon di bestseller e consenso pilotato si sono fatti le budella d’oro.  Tuttavia, riteniamo molto vero ciò che Cazzullo ha affermato nella chiusa del suo articolo, sintetizzato dal titolo stesso: l’Italia è il Paese dove chiunque può fare qualsiasi cosa. Ed è così: da tempo ci si lamenta del fatto che oggi “tutti possono fare tutto”, a partire dagli anni d’oro del berlusconismo. Tralasciando il pioniere che per primo ruppe il tabù – quel Marco Pannella che nei favolosi anni Ottanta spedì in parlamento la pornostar Ilona Staller –, nel tempo abbiamo visto soubrette e escort entrare in politica, vallette e tronisti fare le attrici e gli attori, magistrati e bancari fare ambiziosamente i romanzieri, terroristi fare gli scrittori noir, persino un vecchio dirigente di partito e vicepresidente del Consiglio dei Ministri diventare scrittore di buone vendite. Va da sé che la categoria dei giornalisti è quella che si è sentita più legittimata a buttarsi nella letteratura, quasi rivendicandone la primazia, sebbene il passaggio dalla carta stampata all’empireo letterario non sia necessariamente giustificato dall’appartenenza professionale, anzi, spesso nemmeno deontologicamente lecito.  Prendiamo l’esempio del nostro ospite Aldo Cazzullo, della città di Alba. Quindici anni fa veniva già definito nelle schede promozionali “inviato del Corriere della Sera e scrittore di numerosi saggi storici”: con l’andazzo del “tutti possono fare tutto” consolidatosi nei primi anni Duemila, anche lui – giornalista noto – decise di diventare scrittore letterario da inserire nella prestigiosa Collezione scrittori italiani e stranieri di Mondadori, con La mia anima è ovunque tu sia. Un delitto, un tesoro, una guerra, un amore. Le recensioni apparse sul web, per questo esordio, si impostarono per lo più come schede promozionali mascherate, di cui indichiamo un esempio: > “Quest’opera, straordinariamente originale e viva nonostante la brevità e una > scrittura veloce, scabra e incalzante, mischia sapientemente tutte le > caratteristiche principali di generi che vanno per la maggiore ai giorni > nostri come noir e romanzo rosa non rinunciando tuttavia ad uno sguardo > inatteso e puntuale sulle vicende che hanno portato alla formazione della > nazione italiana come oggi la concepiamo. Una storia epica e di grande > respiro, ambientata nelle Langhe, che contrappone la guerra a bassezze, > terribili segreti e passioni amorose di uomini comuni in un crescendo di > emozioni che culmineranno in un colpo di scena finale che lascerà spiazzato il > lettore. Una grande metafora insomma della nostra identità e un romanzo > sull’origine dell’Italia di oggi, sulle ragioni profonde dell’odio e > dell’amore che ci tiene, nonostante tutto, uniti”. Righe povere di punteggiatura ma piene di parole grosse: una grande metafora, straordinariamente originale, storia epica, i terribili segreti, le ragioni profonde dell’odio e dell’amore, colpo di scena finale. Sorvolando su questa terminologia, che sciorinata in questo modo si qualifica da sé, guardiamo piuttosto cosa possono averne pensato i lettori dotati di qualche spirito critico, ovvero i veri lettori. Sul sito IBS qualche utente fece sentire la sua voce, con argomentazioni non proprio superficiali: cominciamo da Livio Berardo, presidente dell’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo: > “Il primo romanzo di Aldo Cazzullo e un fallimento. È un libricino > striminzito, più scheletro di una storia che narrazione compiuta, senza > approfondimento dei caratteri e descrizione degli ambienti, senza elaborazione > di una autonoma cifra espressiva. La frettolosa spruzzatina di qualche parola > in piemontese non solo segnala una puerile emulazione di Beppe Fenoglio, ma > introduce quasi sempre stacchi di comicità nei momenti meno opportuni. Il > genere del romanzo è incerto, se non ambiguo. Racconto di pura fantasia? Ci > sono troppe allusioni a fatti e persone per consentire una simile definizione. > Quella del tesoro della 4a Armata non è leggenda, perché dopo l’8 settembre > del ‘43 la cassa dalla Francia fu trasportata proprio ad Alba. Grottesco il > trucco escogitato per far sembrare fantastica la città in cui e ambientato il > racconto: vicino ad Alba Cazzullo colloca un lago e così Alba diventa > Albalonga (ci mancano solo gli Orazi e i Curiazi). Come si possono definire > personaggi inventati un imprenditore di successo ex partigiano e un altro, > fondatore di un’azienda anche più grande, molto legato alla Curia? Con queste > caratteristiche ad Alba ci sono state esattamente due e solo due figure: il > padre di Oscar Farinetti e Pietro Ferrero. Romanzo storico allora? Nemmeno per > sogno, perché l’autore rifiuta la classificazione. Dietro non ci sono lo > studio e la ricerca necessari. Dall’ambiguità del genere letterario > scaturiscono due messaggi qualunquistici. Il primo: il «miracolo economico» di > Alba nel dopoguerra è decollato grazie a delle appropriazioni indebite o > rapine. Il secondo messaggio distorto riguarda la resistenza, vista come un > cumulo di agguati, rapine e vendette. Manco farlo apposta, i più pronti o > efferati a calarsi in quel genere di avventure sono i «rossi». A puntare il > mitra in faccia al parroco della Moretta e farsi consegnare il denaro nella > storia reale non sono stati dei garibaldini, bensì dei fascisti, sgherri del > federale torinese Solaro!”.  Quando la versione di regime vuol farci credere che Cazzullo “mischia sapientemente” i “generi che vanno per la maggiore”, un lettore non pilotato riesce invece a vedere che alla storia mancano sia una struttura sia un minimo di personalità. Come se non bastasse, un altro lettore si ribella in modo deciso: “Sono esterrefatto. Questo libro, che ho letto in un paio d’ore durante un viaggio in treno, è in sostanza la fotocopia di un libro di un paio d’anni fa, che s’intitolava ‘I nostri occhi sporchi di terra’, di Buzzolan. Stessa struttura passato-presente, stesso mistero (omicidio legato al passato resistenziale su cui si indaga nell’oggi). Insomma un’operazione che a me pare grave e, oltretutto, maldestra. Leggere per credere”.  Un bel curriculum per il primo romanzo di Aldo Cazzullo pubblicato nella collana “Scrittori italiani e stranieri” di Mondadori, non trovate? La città di Alba nei giorni della Liberazione raccontata in versione light, per bocche buone che non hanno voglia di dilungarsi in un inquadramento storico, un’introspezione psicologica o altre simili baggianate. Si va subito al punto, con scrittura secca, inconcludente e senza nerbo. È lo stesso sottotitolo in copertina a spiegare i quattro elementi della storia: un delitto, un tesoro, una guerra, un amore, come se si fosse davanti a un pacco di biscotti: leggeri, naturali, con miele, senza olio di palma. Piccoli strilli inverecondi, che non hanno il minimo rispetto per il lettore. E il prodotto come si presenta? Ha 128 pagine, ma solo 119 sono utili al racconto; la stampa è ovviamente in caratteri grandi, per stirare l’inconsistenza; le 119 pagine sono divise in 45 capitoli – quarantacinque, avete capito bene –, più una nota dell’autore. Quindi, quanto può essere lungo ciascun capitolo? Due pagine? Prendiamone uno a caso: > “Alba, martedi 27 aprile 2011, ore 10 – Non si e mai capito bene perché lo > abbia fatto. Perché poi in pieno giorno, come per una confessione. Come > dovesse rivendicare anche l’altro delitto, per nascondere qualcosa, o coprire > qualcuno. Vergnano aveva aperto la porta senza guardare. Era l’ora del > postino. Bella mossa, per un killer. Ma Alberto non ci aveva pensato. La sua > vittima se lo trovò di fronte, con il fucile in mano. Non tentò neppure di > chiudere la porta. Fece qualche passo indietro, portando d’istinto le braccia > avanti, quasi per parare il colpo. La prima fucilata gli trapassò le mani, > come a un Cristo. Alberto usci con calma, mentre i vicini si affacciavano per > capire cosa succedeva. Andò a consegnarsi in questura come se uscisse a > passeggio”. Questo è il capitolo 39, integrale, che occupa metà della pagina 108. Come se fosse il punto di una sinossi, quella che gli editori chiedono sempre più spesso a chi propone un’opera. In fondo, a cosa potrebbe servire dare più respiro a una situazione, introdurre ciò che verrà, definire un personaggio, o un pensiero? A nulla, perché questo “cazzullismo” narrativo sembra postulare la furbizia della scarnificazione meccanica, dell’alternarsi di vuoto e pieno solo per gonfiare le pagine. In pratica, la scimmiottatura del minimalismo esistenziale alla Erri De Luca, fatta con taglio giornalistico. L’intrigo della storia si aggancia a un tesoro trafugato dai partigiani ad Alba alle soglie del 25 aprile 1945, e dopo sessantasei anni arriva il “giallo” dell’assassinio di uno di quei partigiani. Poi? Niente, tutto qui. Da un romanzo fatto di capitoli lunghi una pagina o due, talvolta tre, che si pretende? Non si possono fare miracoli. Al capitolo 30, lungo ben ventuno righe, vediamo una scena di sesso:  “«Uno!» La voce di Sylvie chiamava i colpi con tono alto, spavaldo, per poi piegarsi in un singulto roco. «Due!» Roberto Moresco all’inizio aveva esitato. Poi aveva capito che non doveva farlo per sé, ma per lei. «Tre!» La schiena sottile di Sylvie iniziava a rigarsi. «Quattro!» Anche Roberto cominciava a prenderci gusto. Gli era già successo. Mai però con donne preziose e delicate quanto Sylvie. «Cinque!» Il suo punto più bello era dove la vita stretta si allargava su un bel culo candido, su cui risaltavano i segni rossi. «Sei!» Roberto attenuò il colpo. Gli pareva di sciupare quella meraviglia. «Sette!» Sylvie lanciò un urlo di dolore. Lui fece per chiedere scusa. «Otto!» Si presero con disperata intensità. Poi lui la strinse e cominciò a parlarle all’orecchio. Stavolta si raccontarono senza reticenze, con la confidenza assoluta di un uomo e di una donna che non hanno avuto pudore. Rimasero a lungo abbracciati, per un tempo senza minuti né ore, a conversare in sussurri”. Sul fatto che le scene di sesso siano rivelatrici della qualità di uno scrittore non serve puntualizzare; e alle pagine 26 e 27 non può mancare l’immancabile, ovvero l’ispettore gourmet che spiega la ricetta: > “L’ispettore pensò di andare a vedere le carte subito, e cavare all’oste quel > che sapeva. Poi si disse che non valeva la pena far freddare le lumache e la > fonduta. Non è vero che il tartufo si apprezza di più con l’uovo. L’uovo è > sempre troppo cotto o troppo poco. Naviga nell’olio, peggio se olio al > tartufo. Il rosso è troppo carico di sapore, e il bianco non sa di niente. > Molto meglio la fonduta. Solo allora il tartufo, tagliato sottile, sprigiona > un profumo cosi intenso che pare davvero di essere sepolti nella terra. E a > quel punto anche una barbera di Tibaldi, come quella che gli consentiva il suo > stipendio da statale, poteva andare benissimo. L’ispettore si versò ancora un > sorso, per accompagnare l’ultima lumaca. Amava quel sapore da ostrica volgare, > di terra. Poi chiese il conto. Notò che era ormai considerato uno del posto, > visto che gli portarono un foglio di carta a quadretti, con lo sconto segnato > a matita. Una frode fiscale con la complicità di un ispettore di polizia. A > Napoli non avrebbero fatto meglio. Pagò, senza lasciare la mancia, e chiamo la > questura, per sapere dove l’avevano scorciato, Domenico Moresco”. Per fortuna, oggi sembriamo usciti dal tunnel dei vari Montalbàn, Montalbano e gli epigoni che hanno imposto scimmiottature del genere. Per chiudere, vediamo già qui il topos che oggi è costato a Cazzullo un massacro mediatico: riguardo all’evasione fiscale, “a Napoli non avrebbero fatto meglio”. Non è magnifico? E non si può dimenticare quella che è stata la gloriosa eminenza grigia, il collega “critico”, l’inscalfibile e inimitabile book-jockey Antonio D’Orrico: pensare che non avrebbe avuto un ruolo in questa incursione di Cazzullo nella prestigiosa collana “Scrittori italiani e stranieri” è inconcepibile. Infatti, il romanzo andò il libreria con l’opportuna fascetta dorrichiana, dal tono secco e potente:  > “Un romanzo spietato e inesorabile, che colpisce al cuore. Come una vendetta > servita fredda”. Paolo Ferrucci L'articolo Le Cazzulleidi. Da Sal Da Vinci ai romanzi di Cazzullo: sia lode all’Italia “un Paese in cui chiunque può fare qualsiasi cosa” proviene da Pangea.
March 11, 2026 / Pangea
Sarebbe ora intentare una class action mondiale contro i ladri dell’immaginazione altrui (o quantomeno leggersi Henry James per tutelare il diritto alla propria intelligenza)
Carlo Pizzati, in un articolo per “Repubblica” del 16 febbraio, propone la parola macedonia rosaggio: “il saggio autobiografico dove la critica letteraria, la memoria personale e la riflessione filosofica s’intrecciano in un unico gesto. È quello che definisco romanzo saggio, o rosaggio: autobiografia che colonizza il saggio stesso”. Per gareggiare con l’IA che ormai scrive meglio di Pynchon e Bernhard messi assieme bisognerebbe starsene chini in avanti a bonificare l’orto che ciascuno farebbe bene a coltivare attorno al proprio ombelico.  Voglio dire: se l’IA scrive così bene, ma leggiamone pure i romanzi, pazienza se un ombelico non ce l’ha. Pur di non leggere di un altro anniversario del mesto Bajani… Solo vorrei sapere chi se l’è mai letto per intero un romanzo tutto scritto dall’IA: l’avrà fatto Carlo Pizzati, botanico della letteratura per innesto per cui non c’è rosaggio senza la spina del trauma, quello di essere nati può bastare?, che piace tanto ai lettori, che a questo punto mi domando io perché dovrebbero leggersi un libro e non andare avanti a sbirciare gli stati dei loro influencer di riferimento, autobiografici per vendersi meglio?  Umberto Eco l’ha detto in altri tempi, sospetti come tutti: che sia successo molto o molto poco il giorno prima, i giornali del giorno dopo pure in questi tempi di simultaneità online devono garantire quotidianamente la stessa fogliazione, quindi ben vengano anche gli articoli di critica letteraria floreale, dopodiché a voler essere maliziosi: gli Agnelli-Elkann con “Repubblica” non vedo perché non dovrebbero seguire la stella imprenditoriale di Bezos che sta riuscendo a demolire il “Washington Post” rimettendoci quello che per lui sono giusti due spiccioletti, le finalità non vedo perché non possano essere le medesime: mica vendere più copie, piuttosto moltiplicare i non-lettori, ovvero quelli convinti che basti aprire un quotidiano senza notizie  o leggere un’autobiografa senza letteratura per poter dire di aver letto qualcosa, restando beatamente inconsapevoli e più comodi da circuire.  Una proposta per salvare il giornalismo? La stessa per salvare la letteratura: puntare sulla scrittura-scrittura, sull’autonomia critica della parola con ciascuno la sua, non sul solito copia&incolla da altri, dopodiché e l’uno e l’altra si salveranno da sé o se no significa che non c’è più niente da salvare.  Per di più, a pensarci: l’IA non solo non ha l’ombelico, non ha neanche i piedi oltre a tutto il resto, quindi perché recintarsi nell’autobiografia quando si potrebbe fare tanta letteratura di viaggio purché non virtuale? In questo caso vale quanto avvisato da Busi: a chi non ossigena il culo si ossida presto pure il cervello.   La realtà, l’unico modo per poterla cambiare è sapersene immaginare un’altra, e questo l’IA non lo può fare, è troppo copiona e basta, la letteratura invece sì, ma i critici e lettori con loro dovrebbero essere semplicemente più umili, e grati per tutta la letteratura che fin qui c’è già stata, che seppure nessuno ne saprà mai scrivere altra (vana speranza nichilistica) ce ne sarebbe comunque abbastanza per chiunque. O i critici rosaggianti credono che la letteratura per poter essere contemporanea debba essere pubblicata a partire da ora?  Il primo esempio a tiro: eccome come Henry James in Principessa Casamassima racconta le dinamiche di una bolla social:  > “l’eccesso di idiozie sembrava far scoppiare il locale e ci si vergognava di > trovarsi mescolati a tanta ovvia fatuità e sfacciata ambizione.” E lo scrittore di fronte al bivio tra l’obsolescenza storica e l’autofiction per pagarsi l’affitto?  > “Hyacinth si rendeva conto di essere passibile della stessa imputazione, ma > non poteva farci nulla; gli sarebbe stato impossibile esibire a prova > dell’autenticità dei suoi sentimenti (…) lo stato del suo guardaroba o > denunciare che da sei mesi non metteva in bocca un pezzetto di bacon.”  Nel 1886 l’IA avrebbe mai potuto scrivere un romanzo così classico, cioè contemporaneo ora e sempre perché ha per misura la condizione umana? No, perché allora manco esisteva, non c’erano ancora gli strumenti perché i pirati dell’immaginario diventassero milionari grazie alla saccheggiata immaginazione altrui, spacciandosi per essere loro i geni, laddove al massimo lo sono nell’accezione dell’organismo tecnico: il genio informatico, di fianco a quello civile, militare, eccetera.  Il pub “Sole e Luna” del quale James racconta il borbottio protorivoluzionario, aggiungo, non anticipa solo la fomentata idiozia dei social di inizio ventunesimo secolo, pure le birrerie Hofbräuhaus in cerca di un Hitler di inizio ventesimo. Nella mia mente l’hyperlink è stato istantaneo all’articolo a pagina due de “La Stampa” di sabato 14 febbraio: per Monica Perosino la presa di posizione della Germania che finalmente dissente dall’agenda trumpista è un benemerito per quanto guerrafondaio colpo sparato da una Europa fin qui troppo prona, all’italiana ecco, però a leggere che secondo il cancelliere Merz “la Germania è pronta a giocare un ruolo guida, con la Bundeswehr destinata «a diventare presto l’esercito convenzionale più potente del continente»”, il colpo a momenti veniva  a me, per come sembra tutto si stia ridisponendo per dare a un artista mancato tutti i motivi per spiccare il volo dittatoriale grazie a un putsch a Monaco. Altro che darsi al rosaggio concimando il tutto di sé, bisognerebbe imparare della Mediaset che da più di due anni manda a schermo il disclaimer: “È severamente vietato ogni utilizzo delle immagini trasmesse atto all’addestramento di sistemi di intelligenza artificiale generativa così come l’utilizzo di mezzi automatizzati di data scraping”, ovvero sarebbe ora intentare una class action mondiale contro i ladri dell’immaginazione altrui, o quantomeno leggersi Principessa Casamassima per tutelare il diritto proprio e di tutti all’intelligenza non esternalizzata.  Due sospetti gravosi, il primo è se questo testo covi in sé un semino di rosaggio. Il secondo: per evitare finisca coll’addestrare inermi algoritmi costretti a subirne di ogni senza potersi mai tutelare con vertenze sindacali, è il caso di apporre in conclusione un disclaimer da mitomane? Beh, se la resistenza all’ultima rivoluzione tecnologia della carta carbone deve essere condotta tramite francobolli e postini io sventolo subito carta bianca.  antonio coda *In copertina: Henry James nel 1913 fotografato da Frederic Hilaire D’Arcis (National Portrait Gallery) L'articolo Sarebbe ora intentare una class action mondiale contro i ladri dell’immaginazione altrui (o quantomeno leggersi Henry James per tutelare il diritto alla propria intelligenza) proviene da Pangea.
February 21, 2026 / Pangea
Il ruggito di Bruce. Ovvero: di Springsteen, di Saba e della verità
C’è un concetto, nel sabiano Quel che resta da fare ai poeti, che continua a imporsi come un criterio morale prima ancora che letterario: ai poeti non resta che essere onesti. Umberto Saba, nel suo saggio – peraltro rifiutato nel 1911 dalla “Voce”, che proprio Saba definiva “la sola rivista possibile”, e pubblicato solo dopo la morte del poeta – parlava di una poesia che rinuncia all’ornamento, alla finzione, alla posa, per aderire alla verità dell’esperienza e dell’esistenza: per Saba tocca scegliere ogni volta di osservare e scrivere della realtà anche quando è scomoda, opaca, non eroica.  > […] Qui prostituta e marinaio, il vecchio > che bestemmia, la femmina che bega, > il dragone che siede alla bottega > del friggitore, > la tumultuante giovane impazzita > d’amore, > sono tutte creature della vita > e del dolore; […] > > (Città vecchia, vv. 11-18) È difficile ascoltare oggi la nuova Streets of Minneapolis di Bruce Springsteen senza avvertire questa stessa urgenza. Springsteen, che quest’anno compirà 77 anni, torna a scrivere dopo più di cinque anni – e con un’intensità che non si avvertiva da molto tempo – perché qualcosa, dentro e fuori di lui, lo ha richiamato a matita, foglio, pentagramma e chitarra.  È un ritorno inatteso, perché se la sua energia non conosce cedimenti e si esprime ancora con concerti che sono atti fisici di memoria collettiva, da almeno vent’anni il racconto dell’America attraverso le ballads appare sovrastato, o quantomeno ridotto a ricordo di quanto già scritto e cantato liturgicamente a memoria in ogni concerto. Springsteen aveva smesso di fare ciò che per decenni lo aveva reso una voce necessaria: raccontare l’America mentre accade, come ha sempre fatto cantando quella luccicante e vincente, quella da sognare e che sa rialzarsi, ma anche e soprattutto quella dimessa della working class.  Streets of Minneapolis ritorna all’onestà del racconto di vicende precise che sono cronaca e che diventeranno storia: la violenza esercitata sulle strade, il rapporto degenerato tra Stato e cittadini, il volto armato dell’ordine pubblico nell’America trumpiana. Springsteen guarda lì e decide di parlare, anzi di più, sceglie di scrivere, comporre e cantare, fissando così un’emozione e un frammento di cronaca e di storia in un tempo e in uno spazio artistico. Springsteen avrebbe potuto intervenire con un’improvvisata in un momento commemorativo, con un post o un video affidato ai social e già si sarebbe raccontato della presa di posizione di un cantore dell’America del Quarto Novecento, invece ha scelto la forma più profonda e più duratura: l’espressione artistica. E la canzone, come la poesia, resta. Da mezzo secolo Springsteen attraversa l’America raccontandone le strutture e le crepe, la forza e le piaghe: ha cantato il desiderio ostinato di farcela, la promessa di un futuro migliore, gli anni scintillanti dell’illusione. Stavolta Streets of Minneapolis fissa con la parola questa fase storica e Springsteen nomina la violenza, chiama in causa il potere, lascia che la canzone dica ciò che non può più essere taciuto e che verrà ricordato: il sangue per le strade e nella neve, l’azione dei colpevoli, i nomi delle vittime incastonati nei versi che verranno mandati a memoria con il testo della canzone.  […] Where mercy should have stood And two dead left to die on snow-filled streets Alex Pretti and Renee Good Oh our Minneapolis, I hear your voice Singing through the bloody mist We’ll take our stand for this land And the stranger in our midst Here in our home they killed and roamed In the winter of ’26 We’ll remember the names of those who died On the streets of Minneapolis * Dove avrebbe dovuto esserci pietà E due morti lasciati a morire su strade innevate Alex Pretti e Renee Good Oh nostra Minneapolis, sento la tua voce Cantare attraverso la nebbia insanguinata Prenderemo posizione per questa terra E per lo straniero in mezzo a noi Qui nella nostra casa hanno ucciso e vagato Nell’inverno del ’26 Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti Per le strade di Minneapolis […] Quando Umberto Saba scrive il suo saggio, egli afferma anche la necessità di ritrovare “il filo d’oro della tradizione”: il poeta triestino sceglie gli endecasillabi classici, forme metriche tradizionali, con “le radici nell’Ottocento e la testa nel 2000” alla ricerca della poesia onesta attraverso un “ritorno alle origini”: proprio così fa Springsteen nel comporre una ballata che non cede ai suoni del momento e alle cadenze radiofoniche, e che si affida al contrario al tipico incedere narrativo e musicale delle canzoni che sono considerate le più riuscite e le più profonde del rocker americano. Ancora, l’andamento del brano si rifà chiaramente a Desolation Row di Bob Dylan, chiamando in causa così il cantautore che per antonomasia – si ricordino il Pulizer nel 2008 e il Nobel nel 2016 – unisce musica d’autore e letteratura e, allo stesso tempo, rifacendosi proprio a una canzone specifica che narra di bassifondi, di detriti, in perfetto stile sabiano.  Saba, Dylan e Springsteen: difficile pensare a persone più diverse, eppure accomunate nell’espressione artistica dal fascino che gli ultimi esercitano sulle loro coscienze, dal bisogno di mettere in versi ciò che è onesto, e insieme turpe, e insieme vero, dal pensiero, come scrive sempre Saba, che “la funzione sociale del poeta sta appunto in questo: il poeta consola, attraverso lo splendore della forma, gli uomini, tutti gli uomini sensibili alla poesia (e sono pochi) di tutto quello cui hanno dovuto rinunciare per essere degli uomini civili”. Saba, Dylan e Springsteen: tre autori, tre artisti che scrivono anche per chi non riesce, per chi non può, per chi ha altro da fare, ma è tuttavia in ascolto e in attesa. Saba ricorda inoltre che il poeta deve rinunciare all’eccezionalità, perché la verità abita le cose comuni e, in questo gennaio nordamericano del 2026 Springsteen avverte che la cosa comune è diventata intollerabile: morire per strada, a colpi di arma da fuoco, davanti a una telecamera, senza opporre ostilità né resistenza: per questo sceglie di stare dalla parte del reale anche quando il reale è insopportabile e, come Saba con la sua Trieste e i suoi personaggi minimi, anche Springsteen annota, descrive e poi smaschera. È in questo esercizio di sottrazione di un episodio alla nuda cronaca che la canzone d’autore trova spazio nella letteratura, grazie alla sua parola scelta per musicalità e densità, ma capace di esprimersi anche tramite altri mezzi, perché rispetto alla poesia comunemente intesa, con la canzone d’autore cambiano i supporti, ma non il mandato, e così il cantautore come il poeta si espone e accetta il rischio della verità, rinunciando alla protezione del ruolo. Streets of Minneapolis segna questo punto preciso: il momento in cui Springsteen torna a essere non solo un’icona buona per la glorificazione generale, e nemmeno l’interprete rassicurante di un glorioso passato condiviso, ma voce essenziale del presente, con un ruggito che non è nostalgia né rabbia generica, ma presa di posizione politica, tramite l’espressione artistica che ritorna limpida quando la realtà non può più essere elusa. Dario Brunori si chiede, in chiusura de La ghigliottina (2025), “cosa bisogna cantare oggigiorno?”: una buona risposta l’ha trovata Springsteen nel vento di Minneapolis.  Marcello Bramati L'articolo Il ruggito di Bruce. Ovvero: di Springsteen, di Saba e della verità proviene da Pangea.
February 2, 2026 / Pangea
“Andiamo” alle “bollicine”: “ci sta”! Note su alcuni orrori del linguaggio odierno
Scritti o verbali, la sciatteria linguistica e l’analfabetismo di ritorno sono come la calunnia della cavatina famosa: iniziano in sordina, montano, si espandono e finalmente producono «un’esplosione – Come un colpo di cannone, – Come un colpo di cannone, – Un tremuoto, un temporale, – Un tumulto generale – Che fa l’aria rimbombar». C’è però una differenza cruciale: mentre spesso calunnia calunniatori e calunniati, proprio come il temporale, passano, i disastri linguistici restano e si aggravano, e più che da Sterbini e Rossini, dovremmo toglier da un trattato d’oncologia o dal Dsm. Ora isolerò alcuni modi di esprimersi ormai cuciti a doppio fil di ferro sulle lingue degli italiani, che tali possono essere definiti soltanto in modo residuale e anagrafico. Li trascelgo, questi macelli, in modo quasi aleatorio e assai parzialmente: ma a ogni buon conto avremo, con dovizia e tristizia, la misura della sciagura. Iniziamo stappando una bottiglia di bollicine. Sino a non gran tempo addietro ne avremmo sturata una di spumante, ovvero di vino frizzante o mosso, magari di champagne (sciampagna, pei puristi vecchio stile). Gli astemii o chi avesse dovuto guidare si sarebbero contentati d’acqua gassata, o gasata, o frizzante. E siccome fa male bere senza mangiare, sarà nostro piacere comandare un dolcino, che non è il medievale frate chiliasta, ma, a esempio, una pannina cotta o, per esser più rigorosi, una pannacottina, come ho sentito dire, lo giuro, da un pasticcere (o pasticciere: è davvero lo stesso), per giunta di toschi natali. Ahi Guido! Ahi Cino! Ahi Cecco! E s’i’ fosse foco… Che sbadato, però. Ho scordato d’annunciare che in precedenza la “bollicina” serviva di accompagnamento a una pietanza (parola, quest’ultima, definitivamente sostituita con «piatto», che è poi aggettivo perfettissimo per il linguaggio attuale), una pietanza, dicevo, di carnina, guarnita con del succulento prosciuttino e un po’ piccantina(doppietta!) e contorno vegetale. Ma, o disdetta!, essendo indaffarato a sgorbiare per questo articolo ho dovuto ripiegare al supermercato e acquistare, leggo sul tubo, una «Salsina per le verdurine», che rammenta l’omogeneizzato. A soccorso di chi avesse trascurate le scuole alte e ignorasse o avesse dimenticato il significato di «frizzante» o «gassata», si precipita un’azienda imbottigliatrice che tosto ha modificata l’etichetta: un tempo scriveva «Acqua gassata», ora «Tante bollicine». Non ne faccio il nome per ovvie ragioni, ma vi assicuro che esiste. Avanti di sorbire un corroborante caffettino o magari un ginsenghino (ho sentita anche questa), arrestiamoci un istante ché il pasto si sta facendo greve assai, e «tra noi parliamo da buoni amici», come invita Scarpia la buona Floria Tosca offrendole «vin di Spagna» che ignoro se fosse con o senza “bollicine”. Quand’ero balilla gl’insegnanti e anche qualche adulto di casa, non per forza laureati alla Normale summa cum laude, ti fulminavano udendo implorare «un attimino»; e quanti lazzi contro le casalinghe che impetravano «un aiutino, signor Mike!». Dire e scrivere «tante bollicine» e «pannacottina», oltre a fare esteticamente schifo, è sintomo di regressione cognitiva, emotiva, psicologica. È il linguaggio dei e pei bambini, che ora si è tradotto negli “adulti”. Una traduzione con, a mio giudizio, due origini. Da una parte la regressione intellettuale e psicologica dei così detti “adulti” disabituati alla serietà, come già dissi nell’intervento sulla fotografia e le risate; dall’altra la tendenza, anch’essa scimmiesca come le risate sguaiate, a imitare il prossimo per farsene accettare. Se tuttavia lo scimmiottamento è manifestazione del cervello primitivo, non sono altrettanto certo (non lo sono per nulla) che il rimminchionimento universale sia il frutto marcio di una ipotetica stanchezza della civiltà e non, più tosto, il resultato d’un ammaestramento subìto a traverso i mezzi di comunicazione e di svago, che poi oggi i due pari sono. Ho ancòra nella memoria le parole d’un dirigente d’una grande televisione privata, per le quali appresi che progetto lucidamente perseguìto dagli inventori dei programmi è di somministrare spazzatura e droga a che i cervelli si atrofizzino. Come si vede i complottisti (accusa di chi non ha argomenti) non sempre sono complottisti. Tornando alle “bollicine” e simili è giocoforza che il suo indefesso utilizzo contribuisca anche all’egerstà di linguaggio, il quale non a caso, giusta indagini ufficiali, è sempre più limitato banale trasandato. Pur restando a tavola, andiamo avanti. Una mattina mia moglie mi annuncia con tono tra il minaccioso e l’accorato, che la sera sarebbe arrivata a cena una sua amica, che non mi era propriamente gradita. Non mi sarei potuto opporre neppur volendo ché si era a casa dei suoceri. La consegna implicita riservatami era: profilo basso, voglio trascorre una serata piacevole. Obbedisco. Arriva l’amica e ci accomodiamo attorno al tavolo. La madre di mia moglie ha preparata la sua solita squisitissima pizza, ma a pranzo ho mangiato un po’ troppa pasta e quindi declino i riquadri di pomodoro e funghi e mi contento di pan biscotto inzuppato nel latte. Perché mai non condividevo la succulenta pizza?, chiede l’ospite. Rispondo che per via della pasta del mezzogiorno, etcoetera. E quella con tono serissimo: «Uhm… Ma adesso mangi pane… carbo su carbo non va bene». Carbo: una marca di pane? Mi ero perso un pezzo della conversazione? Macché: carbo stava per carboidrati, che poi naturalmente, nella testolina della fanciulla, la pizza non ha. Mica finita. Mia moglie, appena udita l’amica, mi scaglia un’occhiata più lancinante della folgore di Donner: per l’amor del Cielo taci. Io mi limito a replicare all’ospite con un’alzata di spalle e un’espressione facciale altrettanto eloquente. Ma quella si ostina e si sente in dovere anche di darmi un suggerimento: «Dopo, dammi retta, bevi una tisa digerente». Rimasi col cucchiaio a mezz’aria e qualche goccia di latte mi dové colar per la barba. Strizzai la faccia in un’espressione di ribrezzo; ma qui, oltre all’occhiataccia, mi arrivò un calcetto di sotto il tavolo. Naturalmente tisa stava per «tisana». E c’era poi l’altra bestialità: digerente in vece di digestiva. Incassai occhiatacce, calci e insulti alla madrelingua e me ne andai via, lasciando i carbo sotto forma di pane galleggiare nel latte ormai quasi freddo. Soffocai anche un rutto, che non era indizio di ribellione gastrica per il lattosio ma del tutto psicosomatico. E adesso possiamo andare a parlare d’altro. Dalla televisione al bar, dall’idraulico al gazzettiere, dall’insegnante al musicista: s’è pigliato il vizio d’infilare il verbo «andare» ovunque e a sproposito. Il cuciniere televisivo ai fornelli: «Vado a mettere il sale nella padella e poi vado a scolare la pasta»; lo “iutuber”: «Andiamo a guardare questo video» (per inciso non esistono più «filmati» o «riprese»: esistono solo video e contenuti); il giornalista ci invita: «Andiamo a sentire gli ospiti» che sono lì a un metro. Persone più edotte di me in inglese mi spiegano che è una sorta di calco da quella lingua: «Let’s go to…». Dunque non bastavano gli innumeri intarsi, gli abusivi, i clandestini verbali imposti nudi e crudi al nostro idioma: adesso c’è anche un virus che lo aggredisce alla base, corrodendolo polverizzandolo e spazzandolo via, per infilarci quei cancheri. Se poi io sia stato informato male o abbia fraintesa la spiegazione, poco importa: “andare” quando non si va da nessuna parte è da dementi. Ravviso in questa forma che si pensa elegante il vezzo degli incolti o, razza ancor più perniciosa, semi-colti, gli orecchianti, gli “studiati” a mezz’aria, come il cocciuto Willy il Coyote che precipita al fondo del burrone poiché incapace di spiccare il salto completo. Ma l’irresistibile cartone perlomeno si schianta da solo e ci dà sollazzo. Quegli altri in vece ci cadono sulla zucca e ci impestano l’aria. Per mascherare insipienza e ottusità costoro si annettono espressioni che al loro cerèbro suonano colte, raffinate. Ma sono come l’innocente gatto un po’ goffo, che tenta di nascondere la cacca raspando nella sabbia. (Per inciso, non conto più le volte che m’è toccato di sentire sabbietta, parola doppiamente fessa, ché la sabbia di lettiera ha grani sensibilmente più grandi di quelli d’arena). Mi ricordo d’un tanghero che conoscevo una quindicina d’anni fa, proprietario d’una caffetteria nel centro di Torino, fisiognomicamente – e non è un’iperbole – assai più prossimo a un gibbone che a un sapiens, e di un’ignoranza da fare invidia, benché dicesse d’aver studiato e s’accompagnasse a una donna, dicevano, laureata. Più e più volte lo sentivo dire: «Nel tal caso che Paola arriva [ovvio], dille…», «Nel tal caso che il fornitore…». Il vocabolo «tale» era ai suoi orecchi così alato che gli pareva doveroso infilarlo ovunque; ma è come spruzzarsi un mediocre profumo su stracci puteolenti. Che fatica! Ma, insomma, pur tanta roba, no? Ecco un altro mostro. «Roba mia, vientene con me!», risovviene dai gorghi della memoria insieme alla spiegazione della maestra (un tempo già alle elementari ci facevano almeno assaggiare la buona letteratura, oh sì). La spiegazione era seguìta dall’ammonimento, ribadita alle medie, di non dar di «roba» o «cosa» a checcheffosse; i dizionari grondano di parole, di sinonimi: che li imparassimo, che li usassimo, senza ripieghi generalissimi. Parole al vento per moltissimi, vistoché anche miei coetanei che si suppone abbiano frequentate almeno buone scuole di base, lardellano il discorso di quell’espressione grossolana, davanti a ogni vetrina, notizia, sensazione che colpisca, ma altrettanto a capocchia. Meglio, di questa espressione tappabuchi o ombrello, una sana imprecazione veneta: greve bensì ma senza che chi la sbuffa pretenda d’essere alla moda. Eppoi, suvvia, ogni tanto manifestare lode al cielo con una bestemmia ci sta, nevvero? Ecco un altro colpo di mannaia ai diti (Leopardi scrive così, non mi scocciate) dei negletti e defraudati Tommaseo, Prèmoli, Zingarelli, Devoto, Oli.(Per inciso – questa non me la posso tenere – c’era un di quei professori laureati col Sessantotto pel quale Devoto e Oli erano una sola persona, anche se non si capacitava di non aver trovato sulle Pagine Bianche alcun «Oli professor Devoto». Chissà che non lo stia ancòra cercando: e chi aveva il coraggio di togliergli la convinzione?). Ci sta, dicevamo. ‘Sta specie di singhiozzo interiettivo è talmente entrato nell’uso da aver impestato anche penne che un tempo sapevano stare inclinate correttamente, e non stravaccate. Me la ritrovo in fatti in un piccolo libro su Amadeo Bordiga, il comunista più serio d’ogni internazionale e scrittore abbagliante, di Pietro Basso – docente di sociologia, niente di meno, a Ca’ Foscari – il quale, bontà sua, consapevole dell’anomalia piega le due parolette in corsivo come usa per gli esterismi (mio pseudoneologismo da «estero» e «isterismo»), anche se ahimè sempre di meno. Questo linguaggio giovanilistico (Basso ha ampiamente varcati di settanta) sarà un modo per cattivarsi i semprinvocati giovani, dovendo trattare d’un soggetto che in Italia conosceremo non solo per sentito dire in duecento, età media settant’anni. Se è così, ci sta. O forse no. (Siccome il libro uscì anche in Gran Bretagna come prefazione a un’antologia bordighiana, mi domando come accidenti se la siano cavata). C’è anche il tu distribuito come coriandoli a carnevale. In pratica il Lei è in via d’abolizione. Dico, si noti, abolizione e non estinzione, ché questa è un processo spontaneo, naturale, mentre l’altra è deliberata scelta. Non a caso – conservo ancòra il messaggio di una medichessa – non a caso lo chiamano «tu inclusivo», e ormai a milioni lo dispensano a ogni categoria e anagrafe. Persone alle quali avantieri non si sarebbe rivolta parola se non a capo chino e sull’attenti eccole apostrofate con la seconda persona singolare; nemmeno la nuora o il capufficio li arpiona così, e adesso arrivano bimbiminkia, anche di cinquant’anni. E ciò, in parentesi, nell’epoca dell’autismo universale, dove ognuno si contempla nemmen più allo specchio, ma solo il proprio orifizio anale. È la compensazione. E con la medichessa, giustappunto, dovetti altercare, ché nonostante il «tu inclusivo» non si degnava di rispondermi al telefono, giacché rifiutava per principio di sentire i pazienti a voce: solo inclusivissimi messaggi. È però arrivato il momento di fermarci, anche se potremmo davvero seguitare a lungo. Vado solo ad aggiungere una noticina, che ci sta. Che sia saltata la discriminazione tra espressione scritta e parlata, è ormai ahinoi storia vecchia. Più recente è la sgangheratezza irremeabile insinuatasi nella carta stampata. Saranno almeno tre o quattr’anni che mi càpita d’imbattermi in titolazioni di grandi quotidiani italiani “in rete” privi di punteggiatura, sicché il soggetto della prima frase sembra passare alla seconda, ma senza concordare col verbo, e un predicato è conteso tra due frammenti di titolo. Tutto ciò comporta che occorra mezzo secondo in più per capire che cosa si stia leggendo. Le prime volte, giuro, per un istante temetti qualche mia microischemia cerebrale, sopra tutto quando di secondi me ne occorsero ben due o tre per cogliere che accidenti si volesse comunicare. Sono le medesime negligenze sintattiche che spesso, sempre più spesso ricevo sul telefono. Con la differenza che qui mi scrive per solito un idraulico, il barista cinese, o la donna delle pulizie. So per certo che i titoli, sulle pagine virtuali dei giornaloni, sono affidati perlopiù a giovanissimi praticanti (non pagati) o arcigiovanissimi “stagisti” (non pagati). I quali, tuttavia, stanno lì perché vogliono, poveretti!, diventare gazzettieri. E che costoro non abbiano le basi per farlo, è evidente. Ma a chi controlla la titolazione, o sia giornalisti fatti e finiti, quei “whatsapp” o “sms” non fanno problema e forse nemmeno se ne accorgono. È molto indisponente che su fogli che ogni santo giorno ammanniscono lezioncine politiche e morali non si controlli nemmeno la lingua italiana. Ma questo ennesimo imbarbarimento della stampa va a vantaggio di molti: avete una ragione in più per non leggerla e per invitare chi possiate a evitare quelle pattumaie. Sulle quali, ne sono certo, non vedrete mai comparire un articolo come questo. Luca Bistolfi *In copertina e nel testo: opere di Roland Topor L'articolo “Andiamo” alle “bollicine”: “ci sta”! Note su alcuni orrori del linguaggio odierno proviene da Pangea.
December 16, 2025 / Pangea
Condannati a ridere. Piccolo discorso intorno a dentature guaste e a piccole iene
Qualche tempo fa m’imbattei nell’articolo d’un grande quotidiano nazionale italiano, abbeveratoio della sinistra “illuminata”, che s’incaricava appunto di rischiarare le menti dei lettori sulla ragione per cui la stragrande maggioranza dei ritratti pittorici e fotografici del passato, remoto e più recente, fissano volti privi di sorriso e men che meno di una risata. La soluzione dell’enigma era laconica unica e tassativa: la dentatura guasta o mancante. Avendo i nostri avi una chiostra impresentabile, era giocoforza serrare i labbri per celare il vergognoso scempio. Una rivelazione che se non avessi appresa da quel foglio, avrei pensato a un lazzo di burlone o a un momentaneo oscuramento cognitivo dell’autore, tanto si tratta d’una sonora e proterva imbecillità avvolta in rigore “scientifico”. Vale la pena di spenderci qualche parola, ché essa è segno dei tempi. Anzitutto, ammettendo che il re, o il condottiero, o il compositore musicale, poniamo del Seicento o del Settecento, avesse i denti marci o assenti, non vedo la ragione da parte del pintore di darsi al verismo ante litteram, postoché volesse serbare la committenza e magari anche il capo sul collo. E mi sento più fesso di quel giornalista a dover osservare tanto: ma a un’idiozia si deve replicare, non potendo con pedate nel didietro, con altrettali banalità, come si fa coi bambini tardi. Meno, assai meno c’è – a proposito – da ridere o sorridere, se non di commiserazione, traducendo il discorso dalla pittura alla fotografia: giacché non c’era alcunché da celare. Eh sì. Se l’estensore di quell’articolo rivelatore avesse letti buoni libri o anche soltanto scartabellato “in rete”, si sarebbe sùbito accorto che le dentature dei nostri antenati erano più che complete sane e non di rado bellissime. Chi avesse avute magagne dentarie aveva di poi alla disposizione diversi tipi di protesi, le quali risalgono – si aprano bene gli occhi – al 2500 a.C. Delle condizioni di molari e incisivi nelle epoche “arretrate” si trova ampia traccia ovunque. Penso a esempio ai Colloqui con Arthur Schopenhauer o a qualche buona biografia di Abramo Lincoln, il quale, come riferisce John Kleeves (Stefano Anelli) in Un Paese pericoloso, possedeva una protesi di denti umani. Leggendo di poi l’Histoire de ma vie di Giacomo Casanova si trovano non poche descrizioni di splendide dentature naturali, anche presso le classi meno abbienti, così mirabili che il Gran Veneziano si sente in dovere di rilevarlo. Spostandoci nel tempo arriviamo a Gabriele d’Annunzio, del quale molti non mancavano di far notare una dentatura infelice; segno, l’osservazione, che ancòra cent’anni fa una bocca guasta, per di più in una persona alla quale non mancavano di certo conoscenze e danari per farsela arrangiare, attirava l’attenzione (e anche gli scherni di qualche tanghero). Ci sostiene anche Totò, cantando per di più d’una popolana, l’acquaiola, nella poesia eponima, che «se chiamma Teresina, – sì e no tene vint’anne, – capille curte nire nire e riccie, – na dentatura janca comm’ ‘a neve». Sulle epoche antiche o antichissime basterà sfogliare qualche volume di archeologia per ammirare teschi con denti originali perfetti, nonostante le migliaia d’anni trascorse. Un archeologo che interpello conferma: al massimo manca qualche dente ogni tanto, ma sono in stragrande maggioranza bocche intatte, a qualsiasi latitudine, in qualsiasi èra. Brutte dentature in qualche passato, beninteso, ce ne saranno state; ma non certo nella misura imaginata da certi scribacchini perdigiorno. Proseguiamo. È falso che i nostri avi, celebri o meno, si facessero ritrarre pressoché sempre col cipiglio. Ci sono intiere biblioteche di imagini di contadini, e operai, e bottegai sorridenti (e, peraltro, talora sdentati); così come non è inferiore il novero di figure fissate nell’abbozzo o nello spiegamento d’un sorriso. Almeno in un paio di ritratti fotografici si vede proprio Schopenhauer con la faccia mossa in un lieve sorriso sarcastico. Come dunque si vede, l’analisi di quel rappresentante dell’intellettualità progressista, che verisimilmente avrà ripresa la grande rivelazione da qualche ricercatore americano o inglese, è, per adoperare un proverbio giusto di quelle parti, una cagata nel ventilatore (acceso). Ma di dove viene una simile boriosa sicumera? Credo di avere la risposta, che è duplice. Per cominciare, da un pregiudizio tipicamente moderno, della modernità più corriva e ottusa, per la quale tutti, sino al giorno avanti in cui il progressista pensa e (purtroppo) parla, erano dei cavernicoli. Pei progressisti la storia è composta di grandi magagne e orridi sociali tecnici artistici politici, che solo a partire dalla seconda metà del XVIII secolo e vieppiù nella seconda metà del XX, sono stati colmati e spazzati via. Sicché anche solo l’esistenza di una dentiera prima d’avantieri è letteralmente impensabile. Il che significa anche ignoranza e poltronaggine. Ma dietro a questo pregiudizio materiale, se ne staglia uno morale, che è la seconda scaturigine della cialtronata in esame. Una ‘testa di carattere’ di Franz Xaver Messerschmidt (1736-1783) Il tono dell’articolo in fatti (che peraltro consuona, per la mia esperienza, con numerose chiacchierate avute con svariate persone, non necessariamente progressiste, segno che il lavaggio del cervello e la tassidermia cranica sono efficaci e democratici), il tono dell’articolo mostra stizza e contrarietà per quella schiera di facce serie e compunte. Che noia, che tristezza, mai un sorriso, e ridete una volta ogni tanto!, sembra di udire. È l’andazzo odierno, uno dei segni più eloquenti e agghiaccianti dello spirito del nostro miserabile tempo. Ridere più che sorridere e, ancor meglio, sghignazzare, magari con le fauci spalancate, è segno di vitalità, di gioia, ci aiuta a dimenticare che la vita è cosa seria.Guardate le fotografie sugli apparecchi telefonici, sui “social”, guardatevi d’attorno, al lavoro, in famiglia, sul treno: quasi mai si vedono facce serie, in ispecie se sono adunati due o più individui. Tutti (e tutte) squadernano la chiostra e più volentieri ancòra divaricano le mascelle (non di rado mostrando qualche otturazione…). Ed è in questi casi che costoro, e non i nostri antenati, dimostrano di essere più prossimi ai nostri (del tutto presunti) progenitori scimmie. Se oggi solo provi a farti scattare una fotografia restando più o meno serio, il Cartier-Bresson di turno – un amico, un collega – ti rintuzzano: «Uh, ma come sei seriooo…! Non siamo mica a un funeraleee… Ridi un po’!». A me è capitato anche durante la breve seduta dal fotografo per la carta di identità. Cosa accidenti poi ci fosse da ridere per uno che di lì a poco si sarebbe infilato in un ufficio pubblico, ignoro. Oggidì la risata, sopra tutto se a sproposito e ostentata, è un segnacolo di riconoscimento obbligatorio, come la targa dell’autovettura, come il tatuaggio, altro emblema, quest’ultimo, della mutazione antropologica in atto. Vi racconto questa. Non molto tempo fa sostavo per una pausa sul portone d’una grande biblioteca. A un metro dietro le mie spalle c’era un quartetto di donne tra i trenta e i cinquant’anni, ben conciate e del tutto sobrie, intente a discutere di questioni ordinarie, figli famiglia vacanze lavoro, quindi nulla che potesse suscitare risate, men che meno di quelle a cui per venti minuti abbondanti volli assistere con discrezione. «Com’è andata al mare?»: giù risate di tutte. «E tu col bambino? È guarito?»: altre risate. «Sì sì, per fortuna»: risate. «Massì, dài, insomma», eh eh eh ah ah ah. Era tuttavia ammirevole che quelle donne riescissero a ridere anche mentre “articolavano” le parole, che in effetto talvolta mi diventavano oscure. Avrò limiti, ma quando rido della grossa (lo faccio, tranquilli, lo faccio) mi è impossibile parlare, e viceversa. Temo però che quelle risa, come moltissime altre, oltreché fuor di luogo e inutili, e anche moleste, siano di natura isterica. E certi contenuti del “dialogo” al quale assistetti me lo confermano. Una risata sincera è suscitata da una scena o da un motto di spirito e si manifesta in tutt’altro modo. Durante quei lunghi ma istruttivi minuti mi venne alla mente, come ogni volta che mi imbatto in scene analoghe, un frammento dei Griffin, il cartone animato famoso, con protagonista un gruppo di donne al ristorante intente a ordinare un dolce. Non anticipo alcunché; ma vi assicuro che avrete la rappresentazione plastica della scena della quale fui abusivo spettatore. E se persino Seth MacFarlane e i suoi impietosi (e talora diabolici) collaboratori, progressisti spinti, quindi non tacciabili di bigottismo, si sono sentiti in dovere di isolare la mostruosità di certi contegni, occorre che gli altri progressisti – e non – svolgano una seria riflessione su loro stessi e sul mondo in cui viviamo e che hanno contribuito a forgiare. Tornando ai nostri avi, la ragione in forza della quale essi si facevano ritrarre perlopiù serii e in pose composte era una soltanto, indipendentemente dal soggetto: dare e tramandare di sé e magari della loro categoria e del loro ceto sociale, qualunque fosse, un’imagine decorosa esemplare e persino nobile, sopra tutto se ricoprivano ruoli, pubblici o privati, dai quali dipendevano e ai quali riguardavano magari migliaia o milioni di persone. Ma di più: non solo volevano essere serii, ma lo erano, non si sforzavano di esserlo per il tempo della seduta davanti alla macchina fotografica per poi scomporsi una volta lontani. A conferma e rafforzamento di questa verità basterà guardare libri fotografici o documentarii dagli anni Quaranta ai Settanta del secolo scòrso con qualsiasi persona a protagonista. Vedrete sùbito l’abissale e irriducibile divergenza di contegno dall’oggi. Ciò però non significa che un tempo non sapessero ridere anche le persone i cui volti ci sono arrivati composti. Si pensi a Hegel, i cui ritratti possono essere l’incarnazione della severità e della compostezza. Ma basta leggere una paginetta dalla biografia del filosofo scritta dall’allievo e amico Karl Rosenkranz per apprendere che il grande pensatore di Stoccarda sapeva anche ridere di gusto. L’ultima volta fu davanti a una locanda in cui si era intrattenuto con alcuni amici, che testimoniano della giovialità del filosofo, il quale peraltro di lì a pochissimo tempo sarebbe morto, pare assai serenamente, a causa del colera che aveva colpita Berlino. Ma chissà che cosa direbbero certi partigiani della risata se sapessero che, in tanti anni di assidua frequentazione, un suo amico ha veduto sorridere Coetzee soltanto in un’occasione. Beninteso: non sto tessendo un elogio della mutria. Ma si converrà che una persona normale (sì, ho detto normale: e quindi?) si senta più al sicuro davanti a qualcuno di composto che non a una “iena ridens”. Mi domando di poi, guardando tutte quelle bocche spalancate e sentendo tutti gli inviti a «ridere un po’», quale valore rappresenti di per sé ridere, in quella maniera sguaiata e berciante poi, che cosa aggiunga a un individuo. Non è affascinante e rassicurante il sorriso della Gioconda o dell’Auriga di Delfi? E forse non gli è che sommi artisti – un Bosch, un Kranak – hanno castigata la sguaiataggine? Ricordiamoci poi l’imbarazzo (penso ancòra a Schopenhauer) dinanzi alla bocca del Laocoonte, che sembra, anziché gridare, nemmen ridere ma solo sbadigliare. Se poi vogliamo “buttarla in religione” ecco san Tommaso d’Aquino, che annovera il risus superfluus addirittura tra i peccati, benché veniali:  > «Talora invece la volontà del peccatore si volge verso cose che contengono in se stesse un certo disordine, senza però opporsi all’amore di Dio e del prossimo: tali sono le parole oziose, le risate smodate [risus superfluus] e altre cose simili. E questi peccati sono veniali nel loro genere». > > (Somma teologica, I-II, 88, 2) Tuttavia non si commetta l’errore di leggere la parola «peccato» in senso moralistico, come purtroppo molto spesso, se non quasi sempre, anche gli stessi cristiani inclinano. «Peccato» in greco antico – che è la lingua ufficiale degli Evangeli – è «amartía», letteralmente «mancare il bersaglio, andar fuori strada», che può essere inteso anche in modo estensivo. E in effetto, se ci pensiamo, quando ridiamo in modo eccessivo è come se escissimo da noi stessi, e così quando straparliamo sospinti da un eccesso emotivo dicendo fesserie o parole che possono nuocere ad altrui ovvero ritorcersi contro di noi: anche Schopenhauer, non certo un partigiano del cristianesimo, raccomanda di contenere le parole affine di non incorrere in qualche guaio. Ricordiamoci che «non ciò che entra nella bocca contamina l’uomo; ma è ciò che esce dalla bocca, che contamina l’uomo» (Mt 15,11). Le Scritture sono molto eloquenti. Forse che Sara non rise quando udì che avrebbe avuto un figlio nonostante l’avanzata età (Gn 18,12)? Risero anche di Gesù quando questi disse che la figlia di Iairo «non è morta, ma dorme» (Lc 8,52). E forse i soldati romani non irridono Gesù? Ma «guai a voi che ora ridete, perché farete cordoglio e piangerete» (Lu 6,25), e perché «io ho detto del riso: “È una follia”» (Ec 2,2). Contemplando quelle schiere di bocche scontorte, gli elogi della sguaiataggine, gli stimoli a ridere ridere ridere, mi vien da pensare al Batman di Tim Burton, quando Jocker, interpretato da Jack Nicholson, sbuffa nell’aria di Gotham City un gas verdognolo che stermina la popolazione e la irrigidisce in un ghigno simile al suo, derivatogli dal bagno in una vasca di acido e dalle manovre imperìte d’un chirurgo clandestino. Un ghigno, quello di quei morti, che è l’antifrasi dell’animo di Jocker e dei tristi cittadini, morti prima di morire, di quell’oscura città: «Anche ridendo, il cuore può essere triste» (Pr 14,13). Gli abitanti di Gotham City erano condannati a ridere. Proprio come voi. Luca Bistolfi *In copertina: Conrad Veidt in “L’uomo che ride”, 1928 L'articolo Condannati a ridere. Piccolo discorso intorno a dentature guaste e a piccole iene  proviene da Pangea.
November 14, 2025 / Pangea
La vita agrissima 2. Fenomeni, lamentosi, lecchini: 7 tipi di scrittori da social
Come se la passano oggi gli scrittori? Stanno in giro per librerie? Si sono dati alla macchia, scomparendo dalla mondanità? Oppure stanno a giornate sui social? Ecco, piuttosto l’ultima. Dove vivono oggi gli scrittori, quelli bravi e quelli ciuchi, quelli famosi e quelli sconosciuti? A giornate sui social a pontificare su tutto, su ciò che conoscono e su ciò che non conoscono. Come qualsiasi cittadino normale? Ebbene sì, come ogni persona normale. Ma è pur vero che lo scrittore non è tanto normale, come figura sociale (non social) intendo. Ma questa è soltanto una stupida illazione. Personalmente passo troppo tempo su facebook e quando me ne accorgo mi faccio schifo, ma proseguo comunque in questa oscena attività. Un amico bibliotecario, una volta scrisse su facebook che si sarebbe allontanato per un po’ dai social perché voleva scrivere. Alcuni discutono di tutto; altri parlano solo di libri. E mi chiedo: esisterà in futuro qualcosa di cui scrivere che sarà fuori dai social, dalla rete, dalle piattaforme online, dalle riviste digitali? Lo spero, ma non credo. Non moriremo cartacei, come non siamo morti democristiani (si diceva così una volta…). Insomma, chissà come andrà a finire? E solitamente è proprio questo che interessa tutti: come andrà a finire… Dunque, in questa seconda puntata della “Vita Agrissima”, affronteremo alcune tipologie dentro le quali gli scrittori (e si intende al solito tutta la compagine: scriventi, poeti e poteastri, ghost, ecc.), a differenza della prima puntata, non hanno alcun riferimento reale. Tutto quello che segue è inventato… *  Critici e ipocriti “Ho letto il libro di Tizio. Intanto, per me, c’è un errore sintattico alla fine di pagina 137. Poi come fa il personaggio di Caio a parlare con quel tono? È inverosimile”. E tu chiedi – tutto avviene tramite messaggistica, nulla è ancora pubblico – “ma la storia? La storia è bella?”. E lo scrittore criticone risponde che è senza infamia e senza lode, ma gli manca l’ultimo capitolo. Il giorno dopo leggi il suo post sui social: “Quando lo stile di un autore dimostra ancora una volta la forza della narrativa italiana. Lo conosco bene e so che lui è maestro nel trovare il giusto tono per ogni personaggio, come dimostra Caio in questo suo ultimo lavoro. Complimenti Tizio, è il tuo libro migliore”… Sipario. * Lecchini Dicesi lecchino chi si complimenta in modo eccessivo, senza ragioni valide per farlo. Di solito il lecchino agisce nei confronti di un collega più famoso o reputato più importante, e che, a suo avviso, potrebbe aiutarlo nelle sue prossime “mosse letterarie”. Uno dei modi migliori è sollevare uno scrittore affranto da qualche questione extraletteraria, confortandolo con un commento sotto al suo post malinconico, tipo: “non ti curare di questi sfaceli quotidiani, tu hai la letteratura che ti (ci) conforta, e in questo campo sei un maestro”. La sottospecie è il controlecchino simpatico, cioè colui che prova a conquistare la confidenza di uno scrittore che reputa più addentro alle cose editoriali, usando l’ironia, lo sfottò, l’ammicco, l’occhiolino. La tattica è più sfrontata, ma se funziona maggiormente efficace, perché l’opera di lecchinaggio tout court stucca facilmente. Ahimé. * Lamentosi “Se un editore, dico uno, avesse compreso per tempo il senso profondo di questo libro che ho scritto ormai 10 anni fa, forse oggi avremmo compreso meglio la questione del [inserire un argomento a piacere]”. Questo lamento pare più adatto alla saggistica, ma sta bene pure nei settori letterari della narrativa e della poesia. Il lamento non è soltanto relativo a una pubblicazione mancata, ma anche a un libro che ha avuto poca risonanza, in cui l’editore non si è speso in promozione e da cui l’autore auspicava maggiore eco mediatica. Solitamente ai lamentosi viene bene anche una seconda parte di orgoglio risentito in cui scrivono: “comunque, in un mondo editoriale caduto così in basso, sono felice di non aver preso parte a tale riflusso commerciale”. Olé. * Fenomeni Dicesi fenomeno colui che pensa di essere più figo degli altri. La categoria è vastissima, di cui una sottospecie, forse la peggiore, è quella dei fenomeni che condiscono i loro post di esecrabile falsa umiltà. Tipo: “sono seduto a un tavolino fronte mare, ho ritrovato un vecchio libro di Gogol e mi infliggo questa medicina, mentre tutti intorno a me sono curvi sopra i loro cellulari”. Tra i fenomeni ci sono gli assertivi, cioè quegli scrittori che credono di essere un’autorità in materia (che ne so, di gialli, di fantasy, di qualcosa) e tracciano post come fossero confini statuali. A puro titolo di esempio quel che segue. Sottotesto non scritto: [attualmente sono il miglior narratore di genere poliziesco]. Testo del post sui social: “nel genere poliziesco una buona storia necessita di due cose fondamentali X e Y, perché soltanto così abbiamo la storia perfetta”. E sotto sbrodolamento di commenti entusiastici da parte dei followers. Evviva.  * Ingrati Non so se il numero degli scrittori ingrati sui social sia alto o basso. Certamente l’ingratitudine è una delle attività più crudeli. Mettiamo che abbiate organizzato la presentazione di un libro per conto di una casa editrice. Avete invitato l’autore del libro e lo avete messo in contatto direttamente con l’editore, tipo Giulio Einaudi o Elvira Sellerio (meglio citare persone scomparse…) – è ovviamente un esempio incongruo. Ecco! Alla fine dell’evento lo scrittore fa un bel post sui social, tagga tutti e ringrazia tutti, tranne voi. Perché? Certi comportamenti umani sono insondabili, ma anche parecchio stronzi! Tiè! *  Citazionisti “Come non essere d’accordo con questa frase di Franz Kafka: [segue frase]”. “Come non sottoscrivere questa massima di Seneca: [segue massima]”. “Come non emozionarsi di fronte a questa poesia di Auden: (seguono versi)”. Grazie al pene! Non avete scelto citazioni dal Dizionario etimologico storico dei termini medici di Enrico Marcovecchio. Kafka, Seneca, Auden. Vi piace vincere facile eh? Ma c’è anche chi, sui social, lancia sfide di citazioni, tipo questa: “Indovinate chi è il mio scrittore preferito (non andate a cercare su google, furbacchioni): Svetta su entrambi un Himalaya di vite in movimento”.  E poi gli autocitazionisti. Ecco un plausibile esempio: “Sgomento, sgomento di una guerra ingiusta/ senza cuore avanzano coloro che non restano umani. Non sono parole di Ghandi e nemmeno di Tolstoj, questi versi li trovate nella mia ultima raccolta, Il cielo diviso. #nowar”. Forza!  * Autoprodotti Sono coloro che hanno scritto un testo, l’hanno impaginato a piacere, hanno scelto un’immagine autoprodotta, e hanno mandato tutto in stampa presso una piattaforma tipografica digitale. Hanno ricevuto a casa un certo numero di copie del loro romanzo e adesso ne lodano le qualità sui social. E sotto valanghe di cuoricini dei parenti. I più astuti tra quelli che si autoproducono i libri, senza un editore, sono coloro che convincono l’amic* del cuore a fare il post in vece loro e tratteggiare tutte le qualità del racconto. Amen! Alessandro Agostinelli *In copertina: un’opera di Roland Topor L'articolo La vita agrissima 2. Fenomeni, lamentosi, lecchini: 7 tipi di scrittori da social proviene da Pangea.
October 24, 2025 / Pangea
Debambinizzare il bambino. Intorno a “Triste tigre” e ad altre aggressioni
Questa estate io e V. ci assicuravamo che mia figlia e suo figlio non annegassero mentre giocavano a riva con le onde basse. Lei a me: “Un bambino impiega meno di dieci secondi per annegare. C’è da dover stare molto attenti, quando annega il bambino non si dibatte. Si paralizza. Va giù a fondo, immobile.” Io e V. sorvegliavamo e parlavamo dei casi estivi dello sbrindellato costume nazionale: il gruppo social “Mia moglie”, il sito Phica.Eu. Lei a me: “Capisci la responsabilità che sento a crescere un figlio, un maschio? E se un domani diventa lui quello che pubblica le foto delle sue compagne in un gruppo per soli uomini fondamentalmente soli? O persino le mie.” Io a lei: “Non è che dobbiamo diventare tutti Dominique Pelicot. L’hai letto Vivere con gli uomini della Manon?”. E lei a me: “Tu l’l’hai letto Triste tigre della Sinno?” Poi l’ho letto. Avrei voluto leggerlo tutto di un fiato, per doverci respirare all’interno il meno possibile. Ci sono pagine dove si sta come in cantina, nell’odore di muffa e violenza, col dubbio sia il proprio, quell’odore. Verso la metà ho dovuto interrompermi, per riprendermi, riprendere fiato. È quando la Sinno cita una poesia della Pizarnik: “Ricordo la mia infanzia/ quando ero un’anziana.”  In Triste tigre, Neri Pozza, pensa ha vinto il Premio Strega Europeo nel 2024, è insopportabile la parte dell’uomo-padre-abusante, quindi potenzialmente la mia?, quella del figlio di V.?, all’interno della storia che non è una storia-inventata, emblematica-e-basta come nel caso della Lolita di Nabokov, ma una storia-storia che chi scrive si sente in dovere di scrivere come non fosse bastato il doverla vivere. Insopportabile è la parte che ha dovuto subire e a cui ha dovuto reagire Neige, che racconta di essere stata stuprata da bambina dal patrigno, per anni. Neige è una vittima che non ci sta a lasciarsi inscrivere nel protocollo vittimario ma che non per questo si allinea alla retorica sfinente sulla resilienza secondo cui una vittima può smetterlo di esserlo, può riscattarsi, e se non ci riesce, beh, allora la colpa diventa anche sua. Triste tigre non è soltanto la storia di una bambina stuprata che rifiuta di essere guardata solo sotto questa lente così come sa che il suo guardare non può più prescindere dall’esserlo stata. È un libro sul potere, e sulla scrittura, che è un contropotere. Come ci si devittimizza? Scrivendone? Scriverne “è ancora un progetto dell’aggressore.” Un appagamento al suo narcisismo. Si scrive nonostante chi ci ha fatto del male, nonostante il godimento che chi ci ha fatto del male trarrà dal nostro renderlo un personaggio principale, memorabile a modo suo. Perché chi scrive e scrivendo fa letteratura scrive nonostante i limiti della scrittura, i limiti del linguaggio, i limiti del dicibile. Anche se al di là del limite non è detto ci sia terra incognita da esplorare. Tante volte, solo cantine e precipizi, o onde troppo alte. “Io so che la verità non è nel linguaggio. So che la verità non è da nessuna parte.” Dicendola meglio, sfuggendo alla gabbia secondo cui la donna è sempre vittima dell’uomo altrimenti non è abbastanza donna lei così come l’uomo non è abbastanza uomo se non ne è carnefice: la vittima scriva, ma il carnefice legga. La Sinno scrive da scazzata a ragion veduta, non le va di andare per il sottile, se ti sta bene ascolti, leggi, altrimenti vai pure, lì sta la porta d’uscita se hai bisogno di un po’ d’aria e lì quella del cesso se ti si rivolta lo stomaco, fai tu. Quindi scrive benissimo. Scrive sapendo di stare scrivendo, facendo i conti con i rischi banalizzanti e estetizzanti della scrittura. L’offrire una porta verso la quale defilarsi, da poter prendere quando si preferisce per venirne fuori in qualunque momento, è un grande atto di brusca gentilezza da parte della Sinno.  > “Nel bambino tutto è spalancato. Un bambino non può aprire o chiudere la porta > del consenso. Non arriva alla maniglia.”  Triste tigre è un magnifico libro di brusca gentilezza del pensiero che non arretra, che non si mette in bella, che non pretende consenso, non lo postula. La libertà se esiste è quella di poter dissentire, a partire dalle proprie pulsioni, angosce, paure. Arrivo dalla lettura della Sinno dai diari, bellissimi, della Plath – bellissimi nonostante siano dovuti passare prima dalle mani testamentarie di Ted Hughes – perciò ho sentito in modo particolare il passaggio in cui la Sinno racconta di aver bruciato il suo primo diario per impedire che il patrigno stupratore, leggendolo, potesse “entrare ancora di più nella mia testa”:  > “Il giorno dopo ho bruciato il quaderno nella stufa.(…) Ho detto addio al > diario, non solo a quei pezzetti di carta ma al concetto stesso di diario, > quel giorno e per il resto dei miei giorni. Non potevo permettermi di > costruire con le mie mani un oggetto che mi rendeva così facilmente > accessibile, che mi metteva ancora di più alla mercé di una qualunque mente > decisa a controllarmi e a nuocermi.”  Damaged-for-life. Nelle prime pagine dei diari la Plath diciottenne si racconta della molestia subita da parte di Ilo che ha “un fortissimo accento tedesco, la faccia abbronzata, intelligente, increspata in un sorriso. Anche il suo corpo robusto e muscoloso era abbronzato e i capelli raccolti in un fazzoletto bianco.” La Plath con Ilo ha lavorato in un campo di fragole, sono diventati amici, ingenuamente fiduciosa lo segue nel capannone, per vedere se Ilo ha finito “il ritratto di John”. “Lui stava fra me e la porta, sorridente. Un gesto e la sua mano mi ha afferrato il braccio.”  La Plath piange per lo spavento. Ilo la lascia andare. Ilo non finge alla Plath stesse piacendo quello a cui la stava forzando, come fa l’Humbert Humbert di Lolita, come fa il patrigno della Sinno.  Che alle figlie possa capitare, se proprio deve capitare, d’incappare negli Ilo e mai nei patrigni alla Humbert Humbert? La Plath al tempo dell’episodio aveva diciotto anni. Lolita nel romanzo di Nabokov ne ha dodici. La Sinno quando iniziarono gli stupri ne aveva otto. Che i figli possano leggere la Sinno, la Plath, Nabokov, per farsi orrore prima di commetterne? La Plath e Ilo escono dal capannone: occhiatine, sorrisini, secondo gli altri non le era successo nulla che non avrebbe voluto le succedesse, “Ma loro lo sanno. Lo sanno tutti. E che cosa posso fare io, contro tutta quella gente…?”  La Sinno ha il coraggio di non definire ripugnante il patrigno: perverso, ma non ripugnante. Ripugnante è ciò che le ha fatto. Il patrigno della Sinno è stato un uomo piacente, ammirato nella società montana dove vivevano. Potrebbe esserlo ancora. Ha scontato la sua pena. Si è rifatto una vita. Rifatto una famiglia. La speranza è non abbia ricommesso gli stessi abusi.  Parere della sorella della Sinno: “Lei è sicura di no, che lui non lo avrebbe mai fatto. Lui dice così, e lei ci crede. Perché? Perché loro erano figli suoi, sangue del suo stesso sangue, loro non li avrebbe mai toccati.” E il sangue mi si raggela. È un padre affidabile uno padre che rassicura le proprie figlie facendo intendere loro che correrebbero il rischio di essere stuprate da lui solo se non fossero del suo stesso sangue? Ritorna la normalità da vampiri analizzata in Sangue del mio sangue di Monya Ferritti. I vampiri raccomandabili cavano solo il sangue dei figli e delle figlie degli altri. Non negando la vigoria di cui il patrigno si autocompiaceva la Sinno è doppiamente coraggiosa, non mostrifica somaticamente il suo stupratore per garantirsi un ruolo da vittima perfetta. L’orco per esserlo non occorre non abbia la pelle rosea di un principe azzurro o l’appeal virile standard di una guida alpina. Non occorre abbia un pene insignificante come un Napoleone o inutilizzabile come il Popeye in Santuario di Faulkner. Il patrigno stupratore è un uomo bello e capace di atti di eroico salvataggio, attraente e ammirato, una brava-persona secondo gli altri che non hanno dovuto vivere sotto lo stesso tetto, che da bambini non sono stati trascinati in cantina per venirne stuprati. Quando il carnefice non lo sembra affatto ricade sulla vittima il sospetto non sia poi vittima del tutto, che sia anzi carnefice a parimerito, che lo sia reciprocamente, che tocchi a lei convincere del contrario, mettendo chi legge in condizione di crederle sulla parola. La Sinno racconta senza ricorrere alle scorciatoie e alle strategie di chi, scrivendo, ha il potere di deciderlo lei come-sono-andate-le-cose. “Ma allora a cosa serve tutto questo se tutti noi siamo d’accordo su tutto fin dall’inizio?” Una lezione di letteratura, quando lo è, è una lezione di coraggio autentico, intellettuale, ed è l’unica lezione di vita che ne valga la pena. L’arrendevolezza reoconfessa del patrigno in Triste tigre quasi consente l’empatia: è uno stupratore a sua volta stuprato in adolescenza dai preti. La Sinno smonta un mito che avevo fatto mio, mi sa autoconsolatorio:  > “I vari studi che ho consultato sugli aggressori sessuali indicano che circa > il 20 per cento degli abusanti di bambini sono delle ex vittime. Una cifra > lievemente superiore all’incidenza del fenomeno sulla popolazione globale. > Questi studi indicano inoltre che il ciclo vittima-aggressore è soprattutto > una convinzione fortemente ancorata nella popolazione, e che essere stati a > propria volta vittime durante l’infanzia è sì un fattore di rischio, ma non > una condizione necessaria né sufficiente per diventare a propria volta > aggressore.”  Le vittime non è detto debbano diventare carnefici a loro volta, con buona pace per esempio di chi giustifica le azioni militari di Israele in quanto vorrei-vedere-te-se-il-tuo-popolo-fosse-stato-già-vittima-di-genocidio, ma: carnefici senza essere stati vittime prima? Carnefici dal-nulla? Io che mi dicevo: non posso diventare un carnefice perché non sono stato mai fatto oggetto di carneficina. Io che credevo bastasse rispondere a V.: “Perché tuo figlio non diventi un carnefice basterà non lo sia tu con lui.”  È pensabile potersi pensare terzi rispetto alla diade vittima-carnefice? Ricordo la conclusione di Valentina Tanni in Exit Reality, Nero edizioni: quand’anche mancasse tutto il resto, c’è Internet – ciò che Internet ha reso accessibile – che c’ha traumatizzato tutti rendendoci, post-trauma, potenzialmente carnefici, di altri e di noi stessi. E ancora: se qualcosa non succede direttamente a me non sta comunque succedendo anche a me quando lo vengo a sapere? Ciò che è stato inflitto alla Sinno e a troppi altri bambine e bambini, che viene inflitto a altri bambini e bambine proprio ora mentre ne scrivo, non sta succedo anche a me, certo in infinitesima parte ma tanto ne basta, mentre ne leggo? Come possiamo fingere di non udire il canto in coro dei bambini come nella città sterminata dei morti raccontato da Antonio Moresco in Canto di D’Arco? Si è sempre vittime di almeno un sopruso, di una insensibilità, di un rifiuto, ma restando al male-grave, alle violenze da reato: il male fatto agli altri diventa di per sé la dimostrazione del male fattibile e appena si diventa vittima di questa consapevolezza si diventa anche imitatori ipotetici, carnefici potenziali. Leggere Sinno significa rendersi conto che non esistono storie di vittime e carnefici, esistono solo storie di vittime, alcune delle quali convinte che il diventare dei carnefici possa dare loro l’illusione di potersi sentire per una volta non vittime soltanto.  Scriverne non significa diffondere il male, le sue codarde inverecondie, fargli pubblicità. Il male per quanto vanitoso prolifera molto meglio nell’omertà che nella denuncia. Scriverne di per sé non basta per impedirlo, siccome si può scrivere soltanto di un male già compiuto, già patito, poiché a scrivere del male che sta per compiersi si passa per Cassandre sbertucciate dai carnefici che mai consentirebbe gli si guastasse la festa prima che loro la facciano a coloro a cui hanno intenzione di farla.  Si scrive, almeno questo, perché chi legge non possa osare dire di non saperne o di non averne potuto sapere nulla. “È a partire da questa conoscenza intima, a partire da quest’odio, che io scrivo.” E si scrive perché prendere la parola significa riprendersi il potere di usarla per affermare sé stessi, riprendersi, riprendere fiato, farlo diventare voce.  La Sinno cita la frase spesso attribuita Oscar Wilde: “Tutto nel mondo è sesso tranne il sesso. Il sesso è potere.” Lo stupro non è un atto sessuale, è un atto di dominio. Scriverne è contestare quel dominio. Dissentire. Scrivere non cancella il male ma non gli concede l’ultima parola. Lo beffa. “Tutti vogliono proteggersi dall’incendio”, scrive la Sinno che non appicca l’incendio, lo mostra per quel che è, che scrive dal fuoco e dal fuoco per dirla con il lispectoriano Jonny Costantino di La mano bruciata, e dall’incendio nessuno può proteggersi. Tanto vale bruciare con dignità se non addirittura con stile.  Se dovessi spiegare a mia figlia o al figlio di V. cosa è accaduto alla bambina raccontata dalla Sinno, la bambina che è stata la Sinno stessa e che la Sinno non ha mai potuto essere, così come la Sinno lo ha dovuto spiegare a sua figlia, userei la parola unchilding, ovvero «privare dell’infanzia». È la parola a cui ricorre Francesca Albanese nel terzo rapporto da Relatrice speciale ONU del 2023, sulla situazione dei diritti umani nel territorio palestinese, come riporta lei stessa ne libro Quando il mondo dorme, Rizzoli.  C’è da stare molto attenti, quando il bambino è debambinizzato non si dibatte. Si paralizza. Va giù a fondo, immobile. E noi con lui. antonio coda *In copertina: John Singer Sargent, Portrait of Thomas McKeller, 1917 ca. L'articolo Debambinizzare il bambino. Intorno a “Triste tigre” e ad altre aggressioni proviene da Pangea.
October 21, 2025 / Pangea
Rassegnatevi, Milano un’identità non l’ha mai avuta. Siamo soltanto diventati vecchi…
In questi giorni, in questo periodo, su varie testate (anche su Pangea, qui) si parla molto della Milano che è stata e che non è più, di una Milano differente, diversa, più alternativa, più identitaria e meno vetrina di lustri post yuppies, di grattacieli alberati e di olimpiadi di Cortina in città. Tutto vero e tutto molto giusto.  Soprattutto la lente d’ingrandimento è puntata sulla Milano degli anni Novanta (perché chi scrive di questo, compreso il sottoscritto, era adolescente all’epoca) e la lamentela solitamente è legata a certi luoghi che non esistono più, a locali come il Rolling Stones (da anni una palazzina) il Plastic (che però ha chiuso quest’anno dopo anni di perdita d’identità) il Leoncavallo (anche questo chiuso da poco, ma da quanto tempo era fuori dai radar musicali?) Le Scimmie (ma chi ci andava davvero?) e proseguendo con negozi di dischi, sale prove, locali ed altri locali e sempre ancora locali. Io, che come tutti in quegli anni (ma a dire il vero più dal 2000 in poi) ho frequentato quei club, quei posti di ritrovo, quei bar, quelle sale da ballo o da concerti oggi mi sento sicuramente un po’ orfano (ma ho anche quarantacinque anni, come gli altri, e ad un certo punto ha ancora un senso parlare di posti che frequentavo a venti?) ma anche soddisfatto, forse, di averli vissuti e frequentati.  E oggi? Oggi Milano è cambiata totalmente. I locali e le sale da ballo tanto amate dai giovani alternativi si sono trasformati in negozi, bar newyorkesi che fanno ancora il caffè americano usando l’espresso allungato con l’acqua, palazzi vertiginosi che sfidano nuvole e traffico aereo, spazi modaioli e offrono altre realtà, altre possibilità, altri servizi per altri fruitori. Non solo agli studenti stranieri e ai turisti ma anche a nuovi giovani, a ventenni che, nati dopo il duemilaedieci, se ne fottono (giustamente) del Rolling Stones, del Leoncavallo, del Govinda, della Stecca perché sono nati con altro (meglio o peggio non importa, è solo il nostro parere di “vecchi”) e in quell’altro ci sguazzano a colpi di Instagram, di social, di incontri gestiti in maniera differente da come venivamo gestiti i nostri.  Ora mi domando; ma se i quarantenni/quarantacinquenni di oggi sono anche loro in balia di Instagram, dei social, delle uscite notturne fino alle quattro del mattino che cosa pretendono? Pure gli stessi locali di allora? Non si accorgono di essere fuori tempo massimo? E allora, chi negli anni Novanta aveva più di quarant’anni che cosa avrebbe dovuto rimpiangere? I night? Gli american bar? Il festival del proletariato giovanile al Parco Lambro?  Chi ha detto che Milano era fatta solo di aggregazione dovuta a locali notturni e centri sociali? Le gallerie, i palazzi, il rumore del tram, certi parchi (come quello di Trenno) e qualche pizzeria sono ancora lì a testimoniare una città bellissima (solo per i milanesi, sia chiaro) proprio perché anonima e anomala. Milano cambia perché il tempo cambia, la società cambia. Punto. Non c’è altro. E che sia meglio o peggio è qualche cosa di ingiudicabile. Certo, ci mancano i Sonic Youth in questo o in quel posto ma è solo un nostro pallido e smorzato ricordo. Milano è piena di locali dove si suona musica. Arci Bellezza, Torchiera, Spazio Pontano, Teatro dell’arsenale, Auditorium San Fedele, e molto altro ancora. Una città che dal punto di vista musicale, teatrale, cinematografico è più viva che mai e forse anche più di allora. Certo, il contesto attorno è cambiato e oggi ci sono meno case a ringhiera e più piste ciclabili (ma un tempo non ci si lamentava che a Milano non c’erano le piste ciclabili?) ma l’essenza è la stessa. Le sale prova aggregative come il Jungle Sound (dove provavano Ritmo Tribale e Afterhours) sono scomparse ma è scomparsa anche una scena (ed è giusto così, le scene evolvono e cambiano, le cose per fortuna finiscono e Agnelli è finito a X-Factor) e ne sono riapparse altre.  Nessun allarme per la trap o scemate varie. Negli anni Novanta la maggior parte delle persone ascoltava gli Ace of Base e i Backstreet Boys e, alla fine, togliendo l’enfasi social, non è la stessa cosa che accade oggi? La differenza con allora è l’algoritmo, che ha scardinato tutto facendoci vivere in un infinito tempo presente dove tutto accade senza considerare che; quando tutto accade alla fine non accade proprio niente. Certo, nel mio nostalgico ricordo da bambino di una Milano sparita c’è lo zoo ai giardini di Porta Venezia, il lunapark le Varesine e il primo Burghy. Oggi però, se ancora ci fosse, io farei chiudere lo zoo, non andrei mai al lunapark e sicuramente digiunerei piuttosto che concedermi un panino in un fast food. Le cose cambiano, non restano le stesse. Così Milano ha perso un’identità che non era di tutti ma solo di alcuni o di pochi. Era la nostra visione della città(perché la maggior parte delle persone non andava al Teatro Smeraldo a sentire Paolo Conte e nemmeno a sentire qualche concerto underground al Rainbow Club, preferiva fare avanti e indietro tra Duomo e San Babila come fa ancora oggi). Una visione elitaria e anche un po’ stronza perché era la “nostra” Milano e non una Milano che aveva identità. Milano, purtroppo, l’identità non ce l’ha mai avuta. Eccetto forse nel dopoguerra (guardate come è fotografata nel film “Cronaca di un amore” di Rossellini).  Certo anche a me non piace questa versione ruspante di New York (la New York di oggi chiaramente mica quella degli anni Ottanta) fatta di centri commerciali, catene di ristoranti ovunque, locali costosissimi e continui week anche piuttosto inutili. Ma non ci posso fare niente, l’unica cosa buona da fare è vivere altrove (l’ho fatto e alla fine torno sempre qui, chissà perché…) oppure cercare le tracce vere della Milano di ieri che ancora oggi è rimasta. E non sono i locali, i centri sociali o la fiera di Sinigallia che bisogna andare a stanare. Ma la città in sé, le vie e i vialoni rimasti come allora. Viale Vincenzo Monti, Via Mac Mahon, le zone di Bande Nere, Primaticcio, Baggio. E poi ancora Piazzale Buonarroti, viale Gran Sasso ecc… Milano sono strade, case, portoni. Le città sono anche questo. Senza considerare quartieri che si sono trasformati (in bene o in male giudicate voi) in zone arabe, peruviane, cinesi e che offrono una Milano comunque differente da quella Milano che splende tanto suoi giornali con i suoi alberi dentro grattacieli, i suoi vetri riflettenti o i suoi dirompenti palazzi inaccessibili.  Le città saranno sempre fatte così e la stessa cosa vale per Parigi, New York, Lisbona, Londra, Berlino. Sempre in continuo cambiamento asfaltando tutto quello che c’era in favore di altro. Bello o brutto ha poca importanza. Quello è importante solo per noi e purtroppo è troppo poco.  Giosuè Gorinzi *In copertina: Antonio Lafrery, La Grande Città di Milano, 1573; Milano, Civica Raccolta Achille Bertarelli L'articolo Rassegnatevi, Milano un’identità non l’ha mai avuta. Siamo soltanto diventati vecchi… proviene da Pangea.
October 18, 2025 / Pangea
Fine di un’epoca. Milano è il simbolo di un mondo stanco, che non appartiene più a nessuno
La mia amica aveva appena finito di vomitare sopra a una grata di ventilazione della metropolitana in Largo Cairoli. Sputò ancora per un po’, si asciugò la bocca con il dorso della mano, e poi andammo a sederci per terra sul marciapiede davanti alla porta d’ingresso della Standa – oggi Decathlon – insieme ai suoi amici punkabbestia e ai loro cani.  “Come stai?”, le chiesi. “Non ci pensare neanche. Non te la faccio provare. Guarda come cazzo ti riduce”.  Non se la iniettava in vena, se la fumava dentro alla carta stagnola.  La ammiravo. Volevo essere come lei. Sembrava libera agli occhi di una quindicenne con un padre che la sera non la faceva ancora uscire da casa.   * Siamo nella Milano della fine degli anni ’90. Il Luna Park ‘Le Varesine’ aveva chiuso da poco, lasciando il posto a “via Mike Bongiorno” e ai grattacieli. Alla Darsena c’erano ancora il parcheggio e la fiera di Sinigaglia, con le bancarelle di roba dell’usato e i punkabbestia che si ritrovavano al vecchio Mercato Comunale. Si spacciava e si dormiva sotto ai portici di Piazza Vetra. Si pippava la Speed sulle panchine della piazzetta davanti alla Basilica di Sant’Eustorgio. Si andava alla festa della semina e del raccolto al Leonkavallo.  Durante gli anni ’90 i ragazzi si bucavano seduti a terra tra le auto parcheggiate. Ne vedevo tanti mentre tornavo a casa da scuola in Porta Venezia, quando Porta Venezia era ancora un quartiere di figli di portinai come me e di gente bene che convivevano serenamente. Non c’erano ancora locali gay e ristoranti eritrei. In Buenos Aires i negozi erano negozi di vestiti, e non solo di cibo, come oggi, e non cambiavano insegna ogni due mesi.  A Milano c’erano pochissimi turisti. La gente visitava l’Italia, ma mica passava di qui. Per fare cosa?Quando andavi in ferie al mare da qualche parte e dicevi che eri di Milano, ti pigliavano in giro e ti guardavano con pietà: poveri voi e la nebbia, poveri voi e il grigiore, poveri voi e lo smog, poveri voi e il lavoro sfrenato. Poveri voi.  * I bambini che non avevano i genitori abbienti che li iscrivevano a un’infinità di sport, avevano il trenino dei Giardini Indro Montanelli e le macchinine al Parco Sempione. Punto.  C’erano due grattacieli, il Pirelli e la torre Breda, costruita negli anni ’50. Io sono cresciuta lì dentro. Mio padre faceva il portinaio. Ogni giorno, di nascosto, andavo al ventisettesimo piano per guardare la città dall’alto. Si vive meglio con un orizzonte davanti agli occhi da ammirare, lo diceva anche Thoreau nel suo Walden.  Mi mettevo a piangere ascoltando la musica. Fissavo quei minuscoli serpenti luminosi scorrere sull’asfalto e spesso pensavo di farla finita. Poi, come un’astronauta che torna dallo spazio, scendevo sulla terra e diventavo ancora più consapevole della nostra inutilità e piccolezza. E pensavo: forse è così che si sentono i ricchi che vivono ai piani alti. Credono di non far parte di questo mondo, che nulla li tocchi e li riguardi. Stanno sulla Terra giusto per qualche istante, per sbrigare i loro affari, poi se ne tornano nelle loro torri. E allora pensavo che bisognerebbe buttarli giù quei grattacieli, e far vivere tutti allo stesso livello, per non dimenticarci che siamo uguali, invece di essere disposti a tutto per andare a vivere lassù. Perché poi te lo dimentichi che non sei nessuno e che nasci e muori comunque a mani vuote. * Milano è cambiata dopo l’Expo. Non ce ne siamo accorti subito. È stato come vivere con una moglie che si trascurava da tempo. Ci siamo guardati attorno, e improvvisamente ce la siamo trovata invasa da una quantità di persone mai vista prima che camminava piano, troppo piano, e di gente che fotografava cose.  * Milano ci ha cambiato.  Milano ci ha sconfitto.  Milano ci ha temprato.  Milano ci ha stancato.  Milano, non ti riconosco più. * Milano è come una vecchia donna che si è rifatta, che ha perso il suo fascino ma che se la tira ancora. Non perde mai la speranza. Al massimo si rifà il look e si trova il Toyboy.  Milano e la sua mania di risplendere, di nascondere lo squallore, di spostarlo verso le periferie, manco fosse Parigi.  Milano e le passeggiate a Isola che diventano sfilate. Milano, che quando vivi in belle zone ti fa sentire addosso gli sguardi della gente che si chiede subito: “Chi è? Cosa fa? Quanto guadagna per potersi permettere di vivere lì?” Milano, che per trovare un po’ di pace te ne devi andare a passeggiare tra i morti al Cimitero Monumentale.  Milano come una bomba ad orologeria che è pronta a implodere.  La verità è che a Milano non c’era un cazzo di bello, a parte il Castello e il Duomo. Ora ci sono i grattacieli e quei quartieri che qualcuno ha fatto diventare “cool” grazie a Instagram. E poi Armani che muore. Il Leonka che chiude. Il Plastic che chiude.  I negozi che chiudono.  I maranza.  I figli di papà. Le mogli degli uomini ricchi che piazzano bambini come pensione di vecchiaia.  Le case che non si trovano o che costano una follia. La gente costretta ad andarsene.  Una città che espelle chi l’ha nutrita.  L’aria che non si respira. Le troppe auto. Il caldo che sale dal cemento e ci soffoca, ci annienta, ci consuma.  Le persone sempre più infelici, sole, nervose, schizzate, di fretta. Non si rendono conto di scappare da sé stesse. Milano è il simbolo della fine di un’epoca, di un mondo stanco che non ha più voglia di appartenere a nessuno se non a sé stesso.  Siamo tutti pronti ad andarcene.  Quando troveremo i soldi e il coraggio.  Dejanira Bada L'articolo Fine di un’epoca. Milano è il simbolo di un mondo stanco, che non appartiene più a nessuno proviene da Pangea.
September 29, 2025 / Pangea