Esiste un cinema segreto, bellissimo, underground e soprattutto indipendente
realizzato con pochissimi mezzi e tante idee. In America, terra di ambite
libertà e di arti non convenzionali, si muove sin dagli anni Novanta un regista
bislacco e controverso, Larry Wessel, che porta avanti la sua idea di cinema
documentaristico in modo sagace, carbonaro e brillante. Nel corso del tempo
Wessel, dotato solo di camere super VHS, ha realizzato lungometraggi su corride
messicane, drag performance e travestiti, scene metropolitane losangeline,
artisti controversi. Il tutto in nome di una libertà espressiva che riporta a
certi esperimenti degli anni Sessanta, ad un certo innato yuppismo e soprattutto
ad una grazia registica che supera il concetto di “bello” per restituire
finalmente allo spettatore quell’immagine grezza di cinema che è immagine in
movimento.
Mr. Wessel, potrebbe raccontarci come è iniziato il suo percorso nel cinema? Che
tipo di formazione ha avuto e come sono nati i suoi primi film?
Ho iniziato a realizzare film nel 1968, quando avevo undici anni, utilizzando
una cinepresa 8mm presa in prestito. Non ho avuto alcuna formazione accademica:
solo un grande amore per il buon cinema.
Lei non sembra seguire le logiche di mercato né il sistema hollywoodiano. I suoi
film appaiono come opere artigianali, espressione di una mente libera e
indipendente. Cosa l’ha spinta a compiere una scelta così radicale e
anticonvenzionale?
Entrambi i miei genitori erano grandi cinefili. Mi hanno trasmesso l’amore per i
loro film preferiti attraverso la televisione di casa; spesso, nei fine
settimana, mi portavano al cinema. Per noi la sala cinematografica era come una
chiesa e il cinema era la nostra religione.
Quale tipo di cinema la affascina maggiormente e quali autori o movimenti hanno
contribuito a formare la sua visione artistica?
Tra i registi che hanno maggiormente influenzato il mio immaginario ci sono
Frederick Wiseman, Alfred Hitchcock, Federico Fellini, Orson Welles, Sergio
Leone, Stanley Kubrick, Roman Polanski, Ken Russell, Sam Peckinpah, Michelangelo
Antonioni, Werner Herzog, Alejandro Jodorowsky e Charlie Chaplin, solo per
citarne alcuni.
Oltre al cinema e al documentario, immagino che lei abbia un forte legame con
altre forme d’arte, come la musica e la letteratura. Quali libri e musiche sono
stati più determinanti nella sua formazione artistica?
Per quanto riguarda la letteratura, i miei autori preferiti includono Charles
Bukowski, William Burroughs, Henry Miller, Robert Service, Ernest Hemingway,
Alan Watts, Barnaby Conrad, Richard Brautigan, Shelley, Omar Khayyam, Rudyard
Kipling, John Steinbeck, J.D. Salinger, James Joyce e Joseph Campbell. In ambito
musicale amo artisti come Dizzy Gillespie, Bob Dorough, Art Pepper, Chet Baker,
Jack Sheldon, Herb Alpert & The Tijuana Brass, Nino Rota, Ennio Morricone, Spike
Jones, Louis Prima, Billie Holiday, Frank Sinatra, David Bowie, i Doors, Alice
Cooper, i Beatles, i Rolling Stones, Miles Davis, Sun Ra, Rahsaan Roland Kirk…
la lista potrebbe continuare all’infinito.
Il suo film d’esordio, Taurobolium, è un’opera straordinaria: un documentario
sulla corrida come non se ne erano mai visti prima. Come è nata l’idea del film?
Quanto è durato il montaggio e quali strumenti ha utilizzato?
Tutto è iniziato quando un mio amico, Brendan Leech, mi mostrò alcune fotografie
che aveva scattato alle corride di Tijuana, in Messico. Rimasi sconvolto: fu
l’inizio di un’ossessione durata sei anni. Lessi poi il libro La Fiesta Brava di
Barnaby Conrad e, l’estate successiva, portai la mia videocamera Super VHS alla
prima corrida della stagione a Tijuana. Per i cinque anni successivi ho
documentato ogni singolo evento. Il montaggio mi ha impegnato per un anno,
utilizzando un sistema di editing analogico con due monitor video.
Con Sugar and Spice entra nel mondo delle Drag Queen e delle identità trans, ma
senza l’estetica patinata tipica dei nostri tempi. Il film ha un approccio punk,
diretto, quasi brutale. Come è nato questo progetto?
La mia passione per la drag performance come forma d’arte è nata sfogliando un
enorme album fotografico realizzato dal mio amico Jon Aes-Nihil, dedicato a The
Goddess Bunny. All’epoca vivevo con Jon Aes-Nihil e Glen Meadmore in una grande
casa su Hollywood Boulevard. Frequentavamo regolarmente i locali drag e io
portavo sempre con me la videocamera per documentare spettacoli e retroscena. In
seguito, ho esplorato anche la scena di San Francisco.
Ultramegalopolis è stato descritto come un viaggio infernale di due ore e mezza
nel caos urbano di Los Angeles. Come è nato questo progetto?
Volevo realizzare un documentario che fosse un ritratto unico di Los Angeles, in
cui la città potesse rivelare la sua vera personalità.
Iconoclast è spesso considerato il suo capolavoro: un ritratto potente di Boyd
Rice, figura controversa dell’arte underground. Come è nata la vostra
collaborazione e quali sono state le principali sfide del film?
Anton Szandor LaVey era un grande estimatore di Taurobolium e lo proiettava
spesso agli ospiti della Church of Satan. Una sera lo mostrò a Boyd Rice, che in
seguito mi contattò per propormi di realizzare un documentario su di lui. Mi
mise in contatto con i suoi collaboratori e iniziai a viaggiare regolarmente a
Denver per intervistarlo nel suo “bunker”, un appartamento sotterraneo in cui
viveva in completo isolamento. Iconoclast è stato il primo lungometraggio
documentario che ho montato in digitale, utilizzando Final Cut Pro. Una volta
completato, è stato proiettato nei cinema di tutto il mondo.
Dal 2021, secondo il suo sito, non ha pubblicato nuovi documentari. Su cosa sta
lavorando attualmente?
Sto scrivendo un libro di memorie intitolato King of the Underground and Other
Moments of Clarity. È ancora un work in progress e intendo autopubblicarlo su
Amazon. Una volta terminato il libro, inizierò il montaggio di due documentari
che ho girato negli ultimi due anni in Messico: Hecho en Mexico e The Eyes of
Jesús León.
La sua visione cinematografica, così originale, rimane relativamente poco
conosciuta in Europa. Pensa che in futuro ci sarà una distribuzione più ampia
delle sue opere?
In realtà i miei film sono stati proiettati nei cinema di tutta Europa.
Attualmente è disponibile un’edizione Blu-ray limitata
di Ultramegalopolis pubblicata da Saturn’s Core, che presto distribuirà
anche Sex, Death & The Hollywood Mystique.
Per concludere, che consiglio darebbe a un giovane filmmaker che desidera
realizzare film o documentari in modo indipendente?
Fatelo e basta. Non è necessario frequentare una scuola di cinema: basta usare
un iPhone o un iPad Pro e iniziare a girare. Per il montaggio consiglio
vivamente Final Cut Pro. E se avete domande, non esitate a contattarmi tramite
il mio sito: wesselmania.bigcartel.com.
Giosuè Gorinzi
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