Luca Barachetti è giornalista, musicista, poeta, avanguardista. Da Bergamo
scruta il mondo con quel suo sguardo da saggio e quel suo fare quieto che
nasconde urgenza di raccontare – tramite canoni non convenzionali tra arte,
musica e poesia – di malattie, nevrosi, provincia, tempi moderni, nostalgie. Il
suo ultimo lavoro, Rilascio, è un disco di sola carriola preparata. Una vera
carriola da cantiere (arrugginita, scalfita, provata dalle intemperie e dal
tosto lavoro di muratura) fatta suonare splendidamente grazie ad un sapiente
utilizzo percussivo filtrato attraverso pedali per chitarra e microfoni. Penso
che Luca sia l’unica persona al mondo che riesca a tirare fuori suoni da una
semplice carriola da cantiere.
“Bancale”, band di provincia che sfodera testi sorprendenti, chitarre graffiate,
calma e rumore. Dentro c’era già, seppur in maniera minore, il suono da
“cantiere” della carriola che oggi ha preso il sopravvento su tutto. Cosa
ricordi di quel periodo e di quell’esordio?
Di quel periodo mi ricordo di essermi divertito molto, di avere imparato tante
cose – prima di tutto come si sta su un palco – di aver messo a fuoco piano
piano un immaginario e provato a imbastire una poetica. Ricordo però anche le
tensioni interne che paradossalmente, ma neanche poi tanto, mentre ci dividevano
rendevano i live sempre più intensi e travolgenti. Quella tensione ha portato
allo scioglimento, ma ho una memoria bella e feconda di quel periodo,
soprattutto dal vivo. È in quest’ultimo contesto, dal vivo, che ho introdotto la
carriola: allora la picchiavo selvaggiamente, oggi l’approccio è totalmente
diverso. Ma è innegabile che se non fossi passato da lì, oggi non ci sarebbe la
carriola preparata e il disco Rilascio. Confrontando il presente rispetto ad
allora quello che manca, che ho deciso di abbandonare, è l’immaginario della
provincia. Sia perché me ne sono distaccato io, andando verso altri ascolti e
letture, sia perché la malattia che mi ha colpito cinque anni fa, oltre a darmi
un bel po’ di problemi, mi ha aperto delle questioni non secondarie su temi come
la materia, il dolore, la malattia e la morte. Temi per i quali non trovato
nella carriola preparata una compagnia inaspettata.
Giornalista, direttore di un ufficio stampa per musicisti ma anche poeta con la
raccolta Fuoco prendi tutto. Ricordo bene la tua svolta, da cantante di una band
alternativa a poeta. Mi piacerebbe che ci raccontassi di questa urgenza, di
questo cambio di rotta perché scrivere poesie è diverso dallo scrivere canzoni.
La linea sottile dei versi si divide, ci sono regole da seguire, ci sono logiche
differenti.
Scrivere poesie è diverso da scrivere canzoni; ma io nei “Bancale” non scrivevo
propriamente canzoni e certamente nemmeno poesie. Scrivevo una cosa a metà, che
fosse bella e incisiva da dire, su cui poi Alessandro e Fabrizio costruivano una
musica. Il passaggio dalla canzone alla poesia non è stato molto razionale. Sono
da sempre un lettore abbastanza forte di poesia. Ad un certo punto, diciamo
quattro anni prima della pubblicazione di Fuoco prendi tutto, che è del 2018
(sto andando a memoria, quindi potrei sbagliare data) ho iniziato a sentirmi
attratto magneticamente dai frammenti di Eraclito che già conoscevo perché li
avevo letti – come prima ero stato attratto magneticamente dalla carriola. Così
decisi di scrivere delle poesie dove “incastravo” i frammenti di Eraclito o
delle poesie che germinavano da un determinato frammento. Se devo pensare a
oggi, alla carriola preparata, la scrittura di quel libro è stata molto
importante per fare quello che faccio adesso. Perché la poesia è un gesto sonoro
e da quando ho scritto quel libro – e a dirla tutta ho lavorato in due
fondamentali workshop sul gesto di Virgilio Sieni – per me il gesto sonoro è
stata la priorità assoluta. Difatti non ho quasi più scritto poesie se non
saltuariamente, anche perché ho preso atto di avere intorno a me persone che
sono veramente poeti (ne dico due, che consiglio: Anna Lamberti-Bocconi e
Alessandro Ardigò) e poi perché sentivo il bisogno di andare oltre la parola,
pur senza alcuna intenzione di rinnegarla.
Una disabilità inaspettata che sorprende e che in qualche modo ti porta via dal
quotidiano ordinario ti ha allontanato dalle scene per diversi anni. Cosa è
successo?
È successo che da un giorno all’altro ho avuto una malattia rara, talmente rara
che allora, nel 2021, non era stata ancora classificata e che oggi si chiama,
credo comunque provvisoriamente, Sindrome da deficit di folati celebrali. Si
tratta di una sindrome – quindi di un insieme di malattie – di stampo
neurologico-metabolico. Sarebbe lungo e complesso spiegare in cosa consiste
effettivamente. Credo però che rispetto alla carriola preparata, su cui ho
iniziato a lavorare circa due anni dopo che mi sono ammalato, sia stato
importante il sorgere di due acufeni continui ad entrambe le orecchie,
qualitativamente e quantitativamente differenti (fruscii, soffioni, suoni
digitali e tanti altri). Ma pure la malattia in sé è stata importante. Fermo
restando che me la sarei risparmiata molto volentieri, senza questa malattia
probabilmente non avrei intrapreso il percorso con la carriola preparata e non
ci sarebbe il disco Rilascio. Tuttavia, a parte tutto questo, il “ritiro dalle
scene” non è stato tanto per la malattia, quanto perché ho lavorato per quattro
anni, in un modo molto intenso, all’Eco di Bergamo. Quando ho lasciato perché la
malattia e quel lavoro non andavano d’accordo, ho iniziato a lavorare in modo
serio, sia a livello teorico che pratico, sulla carriola preparata.
Il ritorno dopo anni e la condivisione quotidiana con questa forma di disabilità
è appunto: Rilascio, un disco dove la carriola, strumento inusuale legato alla
manodopera nei cantieri, diventa finalmente protagonista assoluta. La carriola
si trasforma e si fa strumento percussivo per un suono rotto, atmosferico,
distorto, delicato. Tra gli Einsturzende Neubauten degli esordi e le logiche
minimali di Harry Partch o Phil Niblock. Nel panorama italiano è qualche cosa di
unico ed originale. Sei forse l’unica persona al mondo che riesce a tirare fuori
suoni da una carriola da cantiere. Mi racconti la genesi di questo tuo approccio
e come hai pensato ad un disco in solo per questo strumento così inusuale nel
mondo musicale?
La genesi è semplice. La carriola che “suono” è una vecchia carriola da cantiere
piena di incrostazioni, scalfitture, zone arrugginite. Già di per sé,
semplicemente toccandola, produce un sacco di suoni differenti. Se poi
aggiungiamo che le possibilità di tocco con le mani e i piedi sono tantissime
(per me è tutt’oggi incredibile assistere a quanti suoni può fare una mano) e
che ai manubri della carriola ho aggiunto due fili di metallo tesi che
pizzicandoli vibrano, e che il tutto viene preso da due microfoni a contatto
capaci di prendere anche tocchi molto lievi (microfoni a contatto che tocco,
come tocco i cavetti che li collegano al mixer e i quattro nastri adesivi che li
fermano sulla carriola), mentre tutto è poggiato su un tappeto su cui struscio
la carriola – ed essa sembra respirare – capisci che è difficile, per uno che ha
sempre amato il suono come me, non innamorarsi di un oggetto così bello e
vitale. I riferimenti che fai mi lusingano, ma se dovessi citare i riferimenti
strettamente musicali a cui mi sono sentito vicino in questi anni di lavoro
sulla carriola preparata sono: Keith Jarett, i Matmos e Loren Mazzacane Connors.
Almeno, questi sono i primi tre che mi vengono in mente.
Ti ho sempre visto con quel fare da vecchio saggio che scruta il mondo in
maniera beffarda, sorniona, dietro le tue lenti, dietro la barba lunga, lungo la
linea lombarda. Un artista “differente” che è riuscito a spingersi oltre senza
l’utilizzo dei riflettori social. Qual è il tuo vero sguardo sul mondo, su
questo mondo dell’oggi, così diverso da quello di ieri?
Grazie della descrizione, ma non credo di essere quella persona lì. Magari lo
fossi. Sicuramente sono molto beffardo, chi mi conosce lo sa bene, anche un po’
sornione. Però a me piace andare nei centri commerciali e mangiare da
“McDonald”. Credo che se si voglia capire qualcosa di noi, oggi, nel tempo del
tardo liberismo prestazionale, si debba andare in quei posti e anche inquinarsi
un po’. Lì, più che nei cimiteri, che sono didascalie della morte, c’è il
dolore, la malattia e appunto la morte. La morte-in-vita, che a me pare
diffusissima, e la morte-in-morte, che è ovviamente ancora più diffusa. Poi,
certo, mi piace tanto anche la grande letteratura, il cinema, i musei. Ma non
credo che per me ci sia nulla di più generativo di significati di un “Big
Mac”. Perderò dei fans dopo questa dichiarazione, ma tant’è.
Luca Barachetti chino sul suo strumento
Sono anni duri, difficili. Ma sono decenni ormai che ce lo ripetiamo. Non
usciremo mai da questa impasse? La musica riuscirà a risollevare almeno gli
animi da tutta questa polvere?
Rispondo alla domanda rimanendo alla situazione italiana, sarebbe troppo lungo e
complesso andare oltre. Io credo molto nella musica, nella letteratura,
nell’arte in generale. Ma non mi pare che oggi i meccanismi dell’industria
culturale siano diversi da quelli che inducono le persone a fare la fila davanti
all’Apple Store per il nuovo modello di iPhone. La differenza però è che l’arte
non ti dà scampo: è la massima espressione di libertà che abbiamo. Quindi se non
sei totalmente libero nello scrivere o nel suonare, se pensi invece di
assecondare il pubblico con dei surrogati di rock o di canzone d’autore, allora
io preferisco Annalisa ed Elodie, due di cui è molto chiaro quello che fanno e
non si spacciano per cultura. Questo declino, che a me pare diffuso in ogni
forma d’arte, non è dato dal fatto che non ci sono più nuovi De André, nuovi
Petri o nuovi Moravia, ma è dato dal fatto che c’è stata negli ultimi trent’anni
almeno, ma forse anche di più, una precisa strategia al ribasso qualitativo che
da un lato ha marginalizzato chi poteva ereditare i nomi di coloro che hanno
fatto grande la nostra arte, ma dall’altro ha soprattutto impoverito il gusto
del pubblico. Il quale una volta aveva ben chiaro che da una parte ci stava De
André e dall’altra i Ricchi e Poveri e sceglieva in base a quello che cercava
dalla musica. Invece oggi a me pare ci sia una larga fetta di pubblico che non
ha gli strumenti, la sensibilità e il tempo per distinguere ciò che è buono da
ciò che non lo è. E io non mi sento estraneo del tutto da questo tipo di
pubblico, non mi sento superiore, forse un po’ diverso ma neanche così tanto.
Perché anche io ho respirato l’aria di questo paese negli ultimi
trenta-quarant’anni. E che aria è stata? Èstata l’aria che ha lasciato respirare
il declino artistico del nostro Paese. Un Paese che, come altre volte è capitato
nella Storia, ha le caratteristiche di una sorta di enorme installazione
artistico-sociologica d’avanguardia. Mi spiego: nel Novecento siamo stati tra i
primi ad avere una dittatura e a sparare per questioni politiche (non mi
riferisco alla Resistenza, ma al terrorismo); siamo stati tra i primi, con il
riflusso, a sgonfiare ogni intenzione di dissenso radicale marginalizzandolo o
lasciando che venisse inglobato dal liberismo; siamo stati i primi ad avere un
imprenditore prima e un politico poi che, con le televisioni, ha trasformato
antropologicamente il paese nei suoi valori, nel suo immaginario e
nell’orizzonte sentimentale. E potrei andare avanti ancora. Come se ne esce?
Premettendo che non ho poi tutti questi strumenti per prevedere cosa accadrà, a
me sembra che non se ne esca e non se ne uscirà se non con enormi sforzi di
immaginazione. Lo dico riprendendo a modo mio il pensiero di Mark Fisher.
Dobbiamo avere la capacità di immaginare un mondo totalmente altro da quello in
cui siamo, bucare lo schermo di quella presunta realtà irrimediabile in cui
viviamo. E c’è chi lo sta facendo, ciascuno come sa: con la musica, i libri, il
cibo, la tecnologia. Queste forme di resistenza sono ciò su cui dobbiamo puntare
e fare rete; chi pratica queste forme di contropotere talmente visionarie da
essere quasi psichedeliche deve trovarsi e guardarsi. Una cosa difficilissima,
perché viviamo vite che fra tecnologia, lavoro, angoscia per il presente e
ancora di più per il futuro, individualismo ed egocentrismo, devitalizzazione
del singolo senza grandi narrazioni a cui affidarsi, ad eccezione di quella
liberista, e molto altro, sono inumane e invivibili. Ma non credo ci siano molte
altre possibilità di cambiamento. E soprattutto sono convinto che questi sforzi
di immaginazione siano una delle forme più alte di godimento sociale che
possiamo permetterci. Perché non voglio che l’alternativa alla realtà sia
pauperistica e triste. Ma feconda e gioiosa.
Giosuè Gorinzi
L'articolo “Dobbiamo immaginare un mondo totalmente altro”. Dialogo con Luca
Barachetti, l’uomo che fa suonare la carriola proviene da Pangea.
Tag - Giosuè Gorinzi
> La poesia racconta?
> Certo che racconta
> tutto l’abbandono
> nel coro di ombre
> si arcipelaga il silenzio
> mescolando rive
> e la pienezza sanguina.
Transitori e risorti (Crocetti, 2026) è una raccolta postuma, piena zeppa di
inediti, del grande e indimenticato poeta Ivano Ferrari. Quando anni fa lessi
per la prima volta il suo La morta moglie capitolai; aveva senso leggere altro?
Cercai il numero su internet (pagine bianche): era l’unico Ivano Ferrari di
Mantova. Mi ricordo che si sorprese quando gli dissi che lo chiamavo da Parigi,
dove all’epoca vivevo. Lo ringraziai per i suoi versi e ci salutammo. Nelle sue
liriche, glielo dissi, c’è il marcio, viscido, ubriaco d’una poesia
antiborghese, poetica blasfema e spiritualità palpabile.
Ivano Ferrari è nato nel 1948 a Mantova, dove è morto nel 2022. Ha militato in
formazioni politiche extraparlamentari, ha fatto il lattoniere, l’operaio nel
macello cittadino squartando vacche, lavandole, timbrandole e preparandole per
farle trasformare in bistecche. Negli anni è diventato custode di Palazzo Te e
ha pubblicato poco, pochissimo in vita. A forma d’errore, nel 1986 e poi il
bellissimo La franca sostanza del degrado per Einaudi nel 1999, la
raccolta Macello – che racconta del suo periodo operaio nel sangue, tra le
bestie (2004) –, Rosso epistassi per Effigie nel 2008 si muove in territori
politici e l’ultimo, il sublime e funereo La morte moglie (2013) sempre per
Einaudi, dove indaga, attraverso liriche sempre più taglienti e minimali, la
malattia e la morte dell’amata moglie (oltre ad una sezione ritrovata delle
poesie scritte negli anni del macello).
È stato amico fraterno di Antonio Moresco, con cui ha condiviso passioni
politiche, litigi, cadute e risalite (ne parlo in un podcast qui: Ivano Ferrari
– Il macellaio ermetico – THE OUTSIDER | Podcast on Spotify )
> Cara evidenza
> di desolazione
> qui nel giacere
> più vecchi che nudi
> tra impudichi brividi
> di grigio riamare.
Ivano Ferrari, nelle sue poesie brevi, nei suoi inediti lancinanti, racconta la
sua visione disincantata e angusta del mondo, ottuso per via della banale
malignità dell’uomo contemporaneo.
> Se fossi un intellettuale
> col cranio pieno di dolore
> e di impalpabile angoscia
> volteggerei come una libellula vestita di fiori.
> Ma per tornare al concreto non lo sono.
> Voglie di iena mi vengono non soffrendo di insonnia
> e se non fosse per il nome che porto
> mi sigillerei in una conchiglia
> e in quell’antro molliccio affinerei i denti.
> Ma devo accontentarmi di quel che passa il cervello
> ed è un abisso di stelle.
La figlia Valeria mi racconta del rapporto con il padre: ha cominciato a capire
la sua poesia, dice, troppo tardi e sempre in maniera distante.
> “Quando è morto e ho cominciato a liberare la casa ho ritrovato questa massa
> di scritti. L’unica persona che mi è venuta in mente è stata Antonio Moresco,
> perché amico fraterno, mentore e grande conoscitore della poesia di mio padre.
> Tra le carte e i testamenti scherzosi che ho trovato (tra cui quello in cui
> desiderava avere due badanti, una umbra e una parigina) c’era uno scritto in
> cui dichiarava Moresco suo erede testamentario. Così ho affidato tutto a lui
> sapendo che ne avrebbe ricavato il meglio possibile perché dal punto di vista
> poetico era la persona a lui più vicina”.
Così raggiungo al telefono Antonio Moresco, che mi racconta la genesi di questo
meraviglio libro inedito. “Quando muore, Ivano mi fa la sorpresa di rendermi
erede testamentario di tutta la sua opera, compresi un sacco di inediti, 103
cartelle mischiate nel più assoluto ordine temporale. Cartelle che mi porto a
casa e che occupano vari scaffali nella mia libreria in corridoio. Sono rimasto
sgomento davanti a quella mole senza saper come metterci le mani, non essendo
specialista, uno studioso abituato a fare questo tipo di lavori e così sono
rimasto almeno un anno fermo, a guardare nel corridoio quella montagna di
cartelle. Poi mi è venuta l’idea di proporre all’editore Crocetti un libro di
inediti. Mi sono incontrato con Crocetti, che ha subito trovato il titolo del
libro, sfogliando una vecchia raccolta di poesie di Ivano, Rosso
Epistassi (Effige, 2008). Così mi sono deciso di mettere le mani nel mare di
inediti, leggendoli tutti, cartella per cartella, numerandole. C’erano poesie
pubblicate o non pubblicate; altre cose erano rifacimenti, modifiche a poesie
che già conoscevo. Inoltre, c’erano anche tantissimi materiali che non erano
poesia; lettere, appunti, interviste, scritti vari, addirittura alcuni miei
manoscritti che gli avevo fatto leggere all’epoca, quando entrambi eravamo
autori inediti. Ne è nata una raccolta che non è solo una raccolta di poesie
inedite, ma un volume libero, senza successione temporale, diviso più per
‘contaminazioni’ (il periodo del macello, la morte, l’amore, l’osceno – tutto
quello che attraversa la sua opera). Molti inediti si riferiscono allo stesso
tempo e allo stesso clima delle opere precedenti. Ho pensato anche di inserire
quindi alcune lettere, appunti, e certi fulminanti racconti brevi dove viene
fuori il suo sarcasmo, la sua pietà, il dolore, la tenerezza, l’ironia. Infine,
ho aggiunto anche i fotomontaggi (le fotocopie) che Ivano faceva spesso –
purtroppo gli originali a colori sono andati perduti, ma, chissà, forse prima o
poi riusciremo a ritrovarli”.
Un libro nuovo, insomma, che è poi una vera grande raccolta di inediti, non
quelle pseudo raccolte che raschiano il fondo del barile dell’autore à la
page. Qui siamo davvero davanti a qualche cosa di nuovo che completa l’opera di
questo autore meraviglioso. Un libro che testimonia la sua officina, la sua
furia sperimentale. Un libro che ci fa entrare nella mente dello scrittore.
Raccolta preziosa che mette in luce un grandissimo autore ancora poco
celebrato.
Una raccolta, come dice ancora Moresco “che deve rilanciare il lavoro di Ivano
nel mondo editoriale italiano, che possa fare da leva per una possibile
ripubblicazione di tutte le sue opere. È la riscoperta di una figura centrale, a
mio avviso, per la poesia italiana.”
La cosa che possiamo fare noi è goderci quest’opera potente, viscerale, che ci
porta oltre i canoni classici, in un deserto di parole pesate e di argomenti
strazianti.
Ivano Ferrari è il poeta del nostro tempo.
Giosuè Gorinzi
*In copertina: Antonio Moresco e Ivano Ferrari; photo Giovanni Giovannetti
L'articolo “Ed è un abisso di stelle”. Indagine nell’opera di Ivano Ferrari, il
poeta del nostro tempo proviene da Pangea.
Esiste un cinema segreto, bellissimo, underground e soprattutto indipendente
realizzato con pochissimi mezzi e tante idee. In America, terra di ambite
libertà e di arti non convenzionali, si muove sin dagli anni Novanta un regista
bislacco e controverso, Larry Wessel, che porta avanti la sua idea di cinema
documentaristico in modo sagace, carbonaro e brillante. Nel corso del tempo
Wessel, dotato solo di camere super VHS, ha realizzato lungometraggi su corride
messicane, drag performance e travestiti, scene metropolitane losangeline,
artisti controversi. Il tutto in nome di una libertà espressiva che riporta a
certi esperimenti degli anni Sessanta, ad un certo innato yuppismo e soprattutto
ad una grazia registica che supera il concetto di “bello” per restituire
finalmente allo spettatore quell’immagine grezza di cinema che è immagine in
movimento.
Mr. Wessel, potrebbe raccontarci come è iniziato il suo percorso nel cinema? Che
tipo di formazione ha avuto e come sono nati i suoi primi film?
Ho iniziato a realizzare film nel 1968, quando avevo undici anni, utilizzando
una cinepresa 8mm presa in prestito. Non ho avuto alcuna formazione accademica:
solo un grande amore per il buon cinema.
Lei non sembra seguire le logiche di mercato né il sistema hollywoodiano. I suoi
film appaiono come opere artigianali, espressione di una mente libera e
indipendente. Cosa l’ha spinta a compiere una scelta così radicale e
anticonvenzionale?
Entrambi i miei genitori erano grandi cinefili. Mi hanno trasmesso l’amore per i
loro film preferiti attraverso la televisione di casa; spesso, nei fine
settimana, mi portavano al cinema. Per noi la sala cinematografica era come una
chiesa e il cinema era la nostra religione.
Quale tipo di cinema la affascina maggiormente e quali autori o movimenti hanno
contribuito a formare la sua visione artistica?
Tra i registi che hanno maggiormente influenzato il mio immaginario ci sono
Frederick Wiseman, Alfred Hitchcock, Federico Fellini, Orson Welles, Sergio
Leone, Stanley Kubrick, Roman Polanski, Ken Russell, Sam Peckinpah, Michelangelo
Antonioni, Werner Herzog, Alejandro Jodorowsky e Charlie Chaplin, solo per
citarne alcuni.
Oltre al cinema e al documentario, immagino che lei abbia un forte legame con
altre forme d’arte, come la musica e la letteratura. Quali libri e musiche sono
stati più determinanti nella sua formazione artistica?
Per quanto riguarda la letteratura, i miei autori preferiti includono Charles
Bukowski, William Burroughs, Henry Miller, Robert Service, Ernest Hemingway,
Alan Watts, Barnaby Conrad, Richard Brautigan, Shelley, Omar Khayyam, Rudyard
Kipling, John Steinbeck, J.D. Salinger, James Joyce e Joseph Campbell. In ambito
musicale amo artisti come Dizzy Gillespie, Bob Dorough, Art Pepper, Chet Baker,
Jack Sheldon, Herb Alpert & The Tijuana Brass, Nino Rota, Ennio Morricone, Spike
Jones, Louis Prima, Billie Holiday, Frank Sinatra, David Bowie, i Doors, Alice
Cooper, i Beatles, i Rolling Stones, Miles Davis, Sun Ra, Rahsaan Roland Kirk…
la lista potrebbe continuare all’infinito.
Il suo film d’esordio, Taurobolium, è un’opera straordinaria: un documentario
sulla corrida come non se ne erano mai visti prima. Come è nata l’idea del film?
Quanto è durato il montaggio e quali strumenti ha utilizzato?
Tutto è iniziato quando un mio amico, Brendan Leech, mi mostrò alcune fotografie
che aveva scattato alle corride di Tijuana, in Messico. Rimasi sconvolto: fu
l’inizio di un’ossessione durata sei anni. Lessi poi il libro La Fiesta Brava di
Barnaby Conrad e, l’estate successiva, portai la mia videocamera Super VHS alla
prima corrida della stagione a Tijuana. Per i cinque anni successivi ho
documentato ogni singolo evento. Il montaggio mi ha impegnato per un anno,
utilizzando un sistema di editing analogico con due monitor video.
Con Sugar and Spice entra nel mondo delle Drag Queen e delle identità trans, ma
senza l’estetica patinata tipica dei nostri tempi. Il film ha un approccio punk,
diretto, quasi brutale. Come è nato questo progetto?
La mia passione per la drag performance come forma d’arte è nata sfogliando un
enorme album fotografico realizzato dal mio amico Jon Aes-Nihil, dedicato a The
Goddess Bunny. All’epoca vivevo con Jon Aes-Nihil e Glen Meadmore in una grande
casa su Hollywood Boulevard. Frequentavamo regolarmente i locali drag e io
portavo sempre con me la videocamera per documentare spettacoli e retroscena. In
seguito, ho esplorato anche la scena di San Francisco.
Ultramegalopolis è stato descritto come un viaggio infernale di due ore e mezza
nel caos urbano di Los Angeles. Come è nato questo progetto?
Volevo realizzare un documentario che fosse un ritratto unico di Los Angeles, in
cui la città potesse rivelare la sua vera personalità.
Iconoclast è spesso considerato il suo capolavoro: un ritratto potente di Boyd
Rice, figura controversa dell’arte underground. Come è nata la vostra
collaborazione e quali sono state le principali sfide del film?
Anton Szandor LaVey era un grande estimatore di Taurobolium e lo proiettava
spesso agli ospiti della Church of Satan. Una sera lo mostrò a Boyd Rice, che in
seguito mi contattò per propormi di realizzare un documentario su di lui. Mi
mise in contatto con i suoi collaboratori e iniziai a viaggiare regolarmente a
Denver per intervistarlo nel suo “bunker”, un appartamento sotterraneo in cui
viveva in completo isolamento. Iconoclast è stato il primo lungometraggio
documentario che ho montato in digitale, utilizzando Final Cut Pro. Una volta
completato, è stato proiettato nei cinema di tutto il mondo.
Dal 2021, secondo il suo sito, non ha pubblicato nuovi documentari. Su cosa sta
lavorando attualmente?
Sto scrivendo un libro di memorie intitolato King of the Underground and Other
Moments of Clarity. È ancora un work in progress e intendo autopubblicarlo su
Amazon. Una volta terminato il libro, inizierò il montaggio di due documentari
che ho girato negli ultimi due anni in Messico: Hecho en Mexico e The Eyes of
Jesús León.
La sua visione cinematografica, così originale, rimane relativamente poco
conosciuta in Europa. Pensa che in futuro ci sarà una distribuzione più ampia
delle sue opere?
In realtà i miei film sono stati proiettati nei cinema di tutta Europa.
Attualmente è disponibile un’edizione Blu-ray limitata
di Ultramegalopolis pubblicata da Saturn’s Core, che presto distribuirà
anche Sex, Death & The Hollywood Mystique.
Per concludere, che consiglio darebbe a un giovane filmmaker che desidera
realizzare film o documentari in modo indipendente?
Fatelo e basta. Non è necessario frequentare una scuola di cinema: basta usare
un iPhone o un iPad Pro e iniziare a girare. Per il montaggio consiglio
vivamente Final Cut Pro. E se avete domande, non esitate a contattarmi tramite
il mio sito: wesselmania.bigcartel.com.
Giosuè Gorinzi
L'articolo The King of Underground. Dialogo duro & puro con Larry Wessel
proviene da Pangea.
In questi giorni, in questo periodo, su varie testate (anche su Pangea, qui) si
parla molto della Milano che è stata e che non è più, di una Milano differente,
diversa, più alternativa, più identitaria e meno vetrina di lustri post yuppies,
di grattacieli alberati e di olimpiadi di Cortina in città. Tutto vero e tutto
molto giusto.
Soprattutto la lente d’ingrandimento è puntata sulla Milano degli anni Novanta
(perché chi scrive di questo, compreso il sottoscritto, era adolescente
all’epoca) e la lamentela solitamente è legata a certi luoghi che non esistono
più, a locali come il Rolling Stones (da anni una palazzina) il Plastic (che
però ha chiuso quest’anno dopo anni di perdita d’identità) il Leoncavallo (anche
questo chiuso da poco, ma da quanto tempo era fuori dai radar musicali?) Le
Scimmie (ma chi ci andava davvero?) e proseguendo con negozi di dischi, sale
prove, locali ed altri locali e sempre ancora locali. Io, che come tutti in
quegli anni (ma a dire il vero più dal 2000 in poi) ho frequentato quei club,
quei posti di ritrovo, quei bar, quelle sale da ballo o da concerti oggi mi
sento sicuramente un po’ orfano (ma ho anche quarantacinque anni, come gli
altri, e ad un certo punto ha ancora un senso parlare di posti che frequentavo a
venti?) ma anche soddisfatto, forse, di averli vissuti e frequentati.
E oggi? Oggi Milano è cambiata totalmente. I locali e le sale da ballo tanto
amate dai giovani alternativi si sono trasformati in negozi, bar newyorkesi che
fanno ancora il caffè americano usando l’espresso allungato con l’acqua, palazzi
vertiginosi che sfidano nuvole e traffico aereo, spazi modaioli e offrono altre
realtà, altre possibilità, altri servizi per altri fruitori. Non solo agli
studenti stranieri e ai turisti ma anche a nuovi giovani, a ventenni che, nati
dopo il duemilaedieci, se ne fottono (giustamente) del Rolling Stones,
del Leoncavallo, del Govinda, della Stecca perché sono nati con altro (meglio o
peggio non importa, è solo il nostro parere di “vecchi”) e in quell’altro ci
sguazzano a colpi di Instagram, di social, di incontri gestiti in maniera
differente da come venivamo gestiti i nostri.
Ora mi domando; ma se i quarantenni/quarantacinquenni di oggi sono anche loro in
balia di Instagram, dei social, delle uscite notturne fino alle quattro del
mattino che cosa pretendono? Pure gli stessi locali di allora? Non si accorgono
di essere fuori tempo massimo? E allora, chi negli anni Novanta aveva più di
quarant’anni che cosa avrebbe dovuto rimpiangere? I night? Gli american bar? Il
festival del proletariato giovanile al Parco Lambro?
Chi ha detto che Milano era fatta solo di aggregazione dovuta a locali notturni
e centri sociali? Le gallerie, i palazzi, il rumore del tram, certi parchi (come
quello di Trenno) e qualche pizzeria sono ancora lì a testimoniare una città
bellissima (solo per i milanesi, sia chiaro) proprio perché anonima e anomala.
Milano cambia perché il tempo cambia, la società cambia. Punto. Non c’è altro. E
che sia meglio o peggio è qualche cosa di ingiudicabile. Certo, ci mancano
i Sonic Youth in questo o in quel posto ma è solo un nostro pallido e smorzato
ricordo. Milano è piena di locali dove si suona musica. Arci Bellezza,
Torchiera, Spazio Pontano, Teatro dell’arsenale, Auditorium San Fedele, e molto
altro ancora. Una città che dal punto di vista musicale, teatrale,
cinematografico è più viva che mai e forse anche più di allora. Certo, il
contesto attorno è cambiato e oggi ci sono meno case a ringhiera e più piste
ciclabili (ma un tempo non ci si lamentava che a Milano non c’erano le piste
ciclabili?) ma l’essenza è la stessa. Le sale prova aggregative come il Jungle
Sound (dove provavano Ritmo Tribale e Afterhours) sono scomparse ma è scomparsa
anche una scena (ed è giusto così, le scene evolvono e cambiano, le cose per
fortuna finiscono e Agnelli è finito a X-Factor) e ne sono riapparse altre.
Nessun allarme per la trap o scemate varie. Negli anni Novanta la maggior parte
delle persone ascoltava gli Ace of Base e i Backstreet Boys e, alla fine,
togliendo l’enfasi social, non è la stessa cosa che accade oggi? La differenza
con allora è l’algoritmo, che ha scardinato tutto facendoci vivere in un
infinito tempo presente dove tutto accade senza considerare che; quando tutto
accade alla fine non accade proprio niente.
Certo, nel mio nostalgico ricordo da bambino di una Milano sparita c’è lo zoo ai
giardini di Porta Venezia, il lunapark le Varesine e il primo Burghy. Oggi però,
se ancora ci fosse, io farei chiudere lo zoo, non andrei mai al lunapark e
sicuramente digiunerei piuttosto che concedermi un panino in un fast food. Le
cose cambiano, non restano le stesse. Così Milano ha perso un’identità che non
era di tutti ma solo di alcuni o di pochi. Era la nostra visione della
città(perché la maggior parte delle persone non andava al Teatro Smeraldo a
sentire Paolo Conte e nemmeno a sentire qualche concerto underground al Rainbow
Club, preferiva fare avanti e indietro tra Duomo e San Babila come fa ancora
oggi). Una visione elitaria e anche un po’ stronza perché era la “nostra” Milano
e non una Milano che aveva identità. Milano, purtroppo, l’identità non ce l’ha
mai avuta. Eccetto forse nel dopoguerra (guardate come è fotografata nel film
“Cronaca di un amore” di Rossellini).
Certo anche a me non piace questa versione ruspante di New York (la New York di
oggi chiaramente mica quella degli anni Ottanta) fatta di centri commerciali,
catene di ristoranti ovunque, locali costosissimi e continui week anche
piuttosto inutili. Ma non ci posso fare niente, l’unica cosa buona da fare è
vivere altrove (l’ho fatto e alla fine torno sempre qui, chissà perché…) oppure
cercare le tracce vere della Milano di ieri che ancora oggi è rimasta. E non
sono i locali, i centri sociali o la fiera di Sinigallia che bisogna andare a
stanare. Ma la città in sé, le vie e i vialoni rimasti come allora. Viale
Vincenzo Monti, Via Mac Mahon, le zone di Bande Nere, Primaticcio, Baggio. E poi
ancora Piazzale Buonarroti, viale Gran Sasso ecc… Milano sono strade, case,
portoni. Le città sono anche questo. Senza considerare quartieri che si sono
trasformati (in bene o in male giudicate voi) in zone arabe, peruviane, cinesi e
che offrono una Milano comunque differente da quella Milano che splende tanto
suoi giornali con i suoi alberi dentro grattacieli, i suoi vetri riflettenti o i
suoi dirompenti palazzi inaccessibili.
Le città saranno sempre fatte così e la stessa cosa vale per Parigi, New York,
Lisbona, Londra, Berlino. Sempre in continuo cambiamento asfaltando tutto quello
che c’era in favore di altro. Bello o brutto ha poca importanza. Quello è
importante solo per noi e purtroppo è troppo poco.
Giosuè Gorinzi
*In copertina: Antonio Lafrery, La Grande Città di Milano, 1573; Milano, Civica
Raccolta Achille Bertarelli
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