Io credo nei libri appuntamenti. Non ignoro le fatiche che ho voluto affrontare
per giungere puntuale a quel terribile appuntamento. Libri palazzi, libri piani,
che l’uno sull’altro si costruiscono spazi per cercare la luce in mezzo alla
folla metropolitana, in mezzo alle altezze delle promesse di lettura.
L’appuntamento è arrivato. 52: assomiglia a un civico, è proprio e non solo un
numero, come per le case che sono state abitate dai nostri scrittori preferiti.
Certo Giorgio Manganelli rientra fra questi, ma ora s’aggiunge Mariagiulia
Colace che prende quel racconto da Centuria e lo mette in scena per Balena Gobba
(2024), rendendolo iconico nel senso letterale e letterario e visuale del
termine (in – manco a dirlo – 52 pagine).
Voleva un teatro Colace, il teatro che l’ha formata e in cui si è formata, dove
anche lei ha dovuto e voluto uccidere il suo drago da buona cavaliera. Esordisce
così come illustratrice, e mi pare un abbrivio luminoso, scoppiettante, da
sognatrice professionista. Nei suoi colori si sente lo scrocchiare arrugginito
delle armature dei cavalieri, il vento tra i fili dei pupi – e non sfugga la
dedica a “Mimmo” Cuticchio scarabocchiata su una gamba di un banco della classe
dei cavalieri.
Colace si lascia condurre e sedurre da uno dei cento romanzi fiume del
Manganelli autore di un «testo emblematico: luogo d’osservazione privilegiato
delle metamorfosi del fantastico nel Novecento». Una metamorfosi che di fatto
assume una forma nuova a cui quella forza dissacrante e disarmante è debitrice:
gli illustratori rimettono a posto oggi quanto è stato divelto dalle avanguardie
del secolo scorso, proseguono un discorso interrotto che prova a chiudere un
cerchio. In fondo Colace aggiunge una “intervista impossibile” a quelle già
raccolte da Manganelli proprio pochi anni prima di Centuria: con la
pubblicazione di 52 oggi è lei a intervistare lo scrittore morto nel 1990.
La chiave, certo evidentemente inconscia, è il drago come metafora
dell’infanzia. Ribaltata nelle immagini iniziale e finale: un bambino veste un
elmo di fronte a un uovo che già mostra i segni del cedimento, un’inevitabile
covata rottura. Il bambino non sta sotto l’armatura – il bambino non sa niente
dell’armatura, ma abita dentro la membrana testacea di quel guscio mezzo
crepato. La nuova cre(p)atura sta, nell’illustrazione che chiude il racconto a
mo’ di poscritto, ora appena fuori dal guscio, in braccio al bambino, che è di
spalle, non ci guarda, e se pure ha smesso l’elmo non ne vediamo il viso, al
contrario del draghino tutto pronto e fresco all’avventura, figlio di un
parricidio.
*
Ora operazione postmanganelliana: sostituire al drago proprio l’infanzia, nel
testo come nelle illustrazioni.
*
Solo un cavaliere può uccidere un’infanzia.
Un cavaliere predestinato. Un cavaliere-evento: come non ricordare il giorno in
cui la nostra infanzia è terminata? Quella immagine, quel momento. Messo via
l’istinto panico del tutto: la sopraggiunta impossibilità.
*
L’infanzia giace trafitta, dissanguata e tuttavia esangue, in mezzo a bisce,
rane, conchiglie: codesti animali non mostrano la parentela dell’infanzia, ma al
contrario la sua totale estraneità. Infatti, il punto che non deve sfuggire, è
che l’infanzia è eterogenea rispetto al luogo della propria morte, rispetto agli
animali, al cielo e soprattutto rispetto al cavaliere.
Accanto a quel momento giace la nostra infanzia. Non perduta, sì morta, ma con
onorata sepoltura. Infanzia come altrove, infanzia come altro. La stagione più
fisicamente e metaforicamente vicina alla natura, che al contempo se ne distacca
completamente; l’età che appartiene all’uomo e al contempo è altro da essa.
*
Delle infanzie non si sa molto, ma in genere i cavalieri ignorano anche il poco
che se ne conosce.
Dei bambini non si sa molto, dei bambini non si sa niente e lo sappiamo anche da
quello splendido libro di Simona Vinci che esplora l’inesplorabile, che segue le
infanzie capire il mondo con lo sguardo.
*
Che esistano regioni in cui le infanzie dimorano, regioni lontane e forse
tecnicamente inaccessibili, molti credono, e pare verosimile.
«I bambini costituiscono di per sé una razza, una società umana speciali, una
unica nazione», così Thomas Mann in Mario e il mago. L’infanzia come una regione
– lo sostengo con convinzione – una terra abitata da un popolo che non
conosciamo e che chiamiamo Bambini, creature che vivono secondo proprie regole –
non avere regole è pure una regola – che parlano un linguaggio ai più
sconosciuto e cogli sconosciuti parlano sempre e soprattutto, che si esprimono
in balbettii, lallazioni, segni, illuminazioni, disegni, nuovi conii, suoni
inauditi.
*
Da quelle regioni si allontanano, viaggiano sempre sole: nessuno ha mai saputo
di una coppia di infanzie, una famiglia, due infanzie amiche.
Ogni bambino è solo, ogni bambino viaggia da solo. Non c’è bisogno di famiglie,
di istituzioni. Nessuna infanzia è uguale a un’altra – e possono amicarsi come
inimicarsi, ma forse mai a coppia, mai soltanto a coppie di due, ma coppie
multiple, molteplici, fluide.
*
L’infanzia si dirige verso il luogo della propria uccisione. Che si sappia,
questo è il solo modo di morire consentito alle infanzie.
Lo hanno rappresentato benissimo Collodi e Chiostri. Pinocchio, quel drago di
legno, sapeva di dover morire, Collodi aveva provato in tutti i modi più cruenti
a farlo morire, e pure se risorge infine crolla in quella immagine del Pinocchio
in carne e ossa che guarda il suo “pupo” ormai morto, esanime, su una sedia. Lì
giace per sempre l’infanzia. (Dove giacciono per sempre quelle infanzie sepolte?
Le abbiamo portate in un camposanto comune? Di notte fanno paura?).
*
Talora l’infanzia si apparta in una grotta, se ne fa ricetto, accumula sassi
sulla soglia. L’infanzia emette dalla bocca fuoco: che tiene luogo di favella.
Ella ha verosimilmente molte cose da dire, ma la lunga solitudine l’ha resa
disavvezza, e l’intima fatica esce in lingue di fiamma.
Non in lingua di fiamme, ma proprio lingua di fiamma: perché l’infanzia incarna
i linguaggi dei fuochisti – gioca col fuoco, si direbbe. Quante lingue roventi
nella letteratura per l’infanzia, questo topos della parola – in-fans – che
albeggia – un’albagia – di fuoco in ogni nuova creatura. L’infanzia vuole
parlare perché così è scritto, così è detto. Appena parla, discorre, sputa fuoco
e piano piano cancella se stessa, si dirige per destino incontro alla propria
sparizione. (Chissà dove si raccolgono infine le lingue di fuoco delle infanzie,
di tutte le infanzie).
*
Colpisce, in tutta la vicenda dell’infanzia e del cavaliere, la assoluta
inintelligenza del cavaliere nei confronti dell’infanzia. Non ne avverte le
distanze, la solitudine, la grandezza immane e deforme, né decifra i segni del
fuoco, ignora le fatiche che l’infanzia ha voluto affrontare, per giungere
puntuale ad un terribile appuntamento.
L’adulto – l’uomo munito di spada – è pressoché assolutamente inintelligente
rispetto all’infanzia. Non è cattiveria, gente: è intraducibilità, è tutto
quanto si perde nella traduzione (né decifra i segni…). Forse ogni bambino che
imbraccia una finzione – che sia una spada o un linguaggio, entrambi simboli –
sta lottando contro se stesso.
*
Se, fermo sul suo bel cavallo, poggiasse la lancia al suolo, reggendola
pienamente, senza ira e paura, il drago, vedendo delusa la sua brama di morte,
forse inizierebbe il colloquio.
L’iniziazione è iniziata. La morte è morta. Ora non resta che intendersi, che
vuol dire volgersi verso. Tendere un verso su cui possano in equilibrio
camminare queste due lingue. Ormai si parlano, cavaliere e infanzia stringono
un’alleanza. Qualcosa è andato perduto per sempre, qualcosa qui sarà acquisito.
Ormai si scrive un’altra storia.
Sono rimasti elmi vuoti, burattini esausti: la matita di Colace ha pensato a
riempire anche questi, con un tratto grafico che è deciso sin da questo primo
appuntamento e delinea una cifra stilistica che pare già matura, come cresciuta
dentro mentre il corpo si dedicava ad altro. Al teatro, al teatro del crescere,
ai centomila teatri fiume delle infanzie. Gialli, rossi, blu – che peccato blu
al plurale sia omografo del singolare: colori il cui nome ora risuona così
banale al cospetto dell’operazione luminosa compiuta da Colace, che al colore dà
una forza e un coraggio e una fantasia che sono uno specchio della stagione cui
(si) riferisce. Atmosfere che mi piace definire meridiane, come una fiaba chiara
in cui l’eroe – o antieroe? – attraversa la macchia mediterranea in sella a un
cavallo di ferro, e nel frattempo sente odore di rosmarino e gli cade in faccia
la resina dei pini, e parla un fuoco che ha tramature coralline. Poi intravvede
“mille papaveri rossi”, il segnale che infine si sta addentrando in città,
attraverso strade e ferrovie, ancora in un altro altrove.
Tutti i draghi saranno uccisi, non v’è dubbio: è bene tuttavia preservare esatta
memoria del quando e del dove in cui il fatto è avvenuto, onorare il defunto,
visitarlo. Il drago è esistito il tempo di una infanzia.
Simone di Biasio
*Le immagini in copertina e nel testo sono di Mariagiulia Colace
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popolo che non conosciamo e che chiamiamo Bambini proviene da Pangea.