La storia della decadenza di un’epoca e di una civiltà, con tutto il bagaglio di
paure e malinconie che la fine di un mondo si porta dietro. Racconti, romanzi e
lavori teatrali per rappresentare la società viennese di fine Ottocento e inizio
Novecento. Sto parlando di Arthur Schnitzler (1862-1931), figlio della ricca
borghesia ebraica di Vienna, che con il progressivo successo letterario
abbandonò gradualmente la professione di medico per dedicarsi solo alla
scrittura.
Su tutta la sua opera aleggia la lezione di Sigmund Freud, suo concittadino e
contemporaneo, e sui rapporti tra i due molto è stato detto, arrivando sino a
definire Schnitzler il “doppio letterario” del padre della psicoanalisi per la
sua capacità di scavare oltre le apparenze della chiusa e conformista società
viennese del tempo e di portare in superficie i sentimenti rimossi: passione,
eros, aggressività, angoscia. Tutto verissimo, ma attenzione a non vedere
Schnitzler come uno scrittore cupo e pessimista. Le sue storie, oltre a essere
un esempio di eleganza e limpidezza, spesso assomigliano a dei divertissementin
cui si alternano immaginazione e realtà. Basti pensare a Doppio sogno, una
novella dalle atmosfere rarefatte, imperniata sul tema dell’amore sotto forma di
gioco erotico, desiderio, illusione.
Schnitzler è abilissimo a muoversi sulle punte e a danzare sull’orlo del
baratro. È un meraviglioso cronista dell’“Austria felix”, ben consapevole che
dietro l’angolo è in agguato la “finis Austriae”. Utilizzando tecniche narrative
nuove per l’epoca come il monologo interiore e il flusso di coscienza, descrive
la solitudine, gli errori e le debolezze degli uomini del suo tempo, ma senza
mai assumere il tono del giudice arcigno.
Schnitzler non è uno scrittore tragico, semmai tragicomico e giustamente è stato
definito uno “spensierato malinconico”. Il suo sguardo scava nei recessi
dell’animo umano, tra conscio e inconscio, porta in superficie le falsità e le
ambiguità represse come in Doppio sogno:
> «Si, tradire, ingannare, mentire, far la commedia, dovunque, davanti ad
> Albertine, davanti al mondo intero; condurre una specie di doppia vita, essere
> il medico valente e fidato dal promettente avvenire, il buon marito e padre di
> famiglia – e allo stesso tempo un libertino, un seduttore, un cinico che
> giocava con la gente, con uomini e donne a seconda dell’estro – tutto ciò gli
> sembrò in quel momento molto attraente».
Anche nel bellissimo La signorina Else, in cui la tensione del racconto si
sviluppa tra partite di tennis ed escursioni in montagna, la tragedia che sta
per consumarsi rispetta le abitudini e le regole di quel mondo. Si può dire che
la protagonista corre inesorabilmente verso il dramma finale ma lo fa a passo di
walzer.
> «Tutto a casa nostra si risolve sempre con scherzi e battute, anche se nessuno
> di noi ha voglia di scherzare. Abbiamo paura gli uni degli altri, in verità,
> ed ognuno di noi è solo.»
Solo una volta Schnitzler si rivela impietoso. Nel magnifico racconto Fuga nelle
tenebre, la drammatica cronistoria minuto per minuto della perdita di identità
dell’Io del protagonista:
> «Passò di volata accanto al cadavere del fratello e corse fuori, attraverso il
> corridoio buio, giù per le scale, per l’atrio e attraverso il portone […];
> corse per la piazza deserta e la lunga strada del villaggio verso l’aperta
> campagna, arrancò nella neve alta, gettò via il cappotto che gli era
> d’impaccio nel camminare, precipitò sempre avanti, sempre più lontano, non
> avendo altro in animo che la ferma volontà di non ritornare in sé – in una
> notte azzurra, risonante, che mai doveva avere fine per lui.»
Un racconto duro e perfetto come un diamante, scritto tra il 1912 e il 1917, ma
che verrà pubblicato solo nel 1931, poco prima della morte dell’autore.
Silvano Calzini
*In copertina: un disegno di Gustav Klimt
L'articolo “…e ognuno di noi è soli”. Arthur Schnitzler: narrare l’abisso a
passo di walzer proviene da Pangea.
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Forse l’opera più grande di Paul Verlaine – di cui l’anno scorso Gallimard ha
pubblicato il secondo tomo delle Œuvres complètes, a cura di Olivier
Bivort, tumulando il poeta nella ‘Pléiade’ – è l’antologia dei Poètes maudits.
Resta un’opera rivoluzionaria: prima che i poeti – ciascuno, in fondo, maledetto
a modo suo: è difficile trovare analogie di poetica tra Mallarmé, Corbière e
Villiers de l’Isle-Adam, se non un lirico andare contro la cultura dominante –
conta il logo, il marchio, l’idea scenica. Nella folgorante introduzione,
Verlaine dice che i maudit sono in verità poètes absolus, sono gli assolutisti
del verbo, gli antichi re – absolus comme les Reys-Netos – detronizzati dai
tempi moderni. Si respira un’aria tra circo e Messia – in fondo, Verlaine (che
si antologizza, nell’edizione del 1888, come ‘Pauvre Lelian’) compila
l’antologia come atto d’amore, in forma di lunga lettera indirizzata all’amante
per cui, maledetto, si è ammalato, quel ragazzo “alto, atletico, viso d’angelo
in esilio, perfettamente ovale, capelli castano-chiari, mai in ordine, e
inquietanti occhi azzurri”, che si chiama Rimbaud.
L’intuizione di Verlaine – l’antologia non come raccolta di poeti ma come
veicolo di una poetica – sarà, in forme diverse, imbracciata fino all’abuso. Le
avanguardie, in fondo, si saldano intorno a falò antologici: nel 1912 Marinetti
raduna in libro I poeti futuristi; due anni dopo Ezra Pound s’inventa – per
amore di H.D. – Des Imagistes. Spesso le riviste (penso a “Dada”; “La révolution
surréaliste”; “Le Grand Jeu”) fungono da antologica fungaia; a tratti – visto il
carattere ‘d’azione’ delle avanguardie – funziona ancora meglio la messa in
scena contro la massa critica, la rissa, il ‘ready made’. Pur calibrate da
intenti critici, antologie come Lirici nuovi (sotto tutela di Luciano Anceschi,
era il 1943) e I Novissimi (a cura di Alfredo Giuliani, era il 1961) impugnano
una poetica: quella degli ermetici la prima, quella del Gruppo 63 la seconda.
Come sempre, ai poeti in campo ogni gabbia metodologica sta stretta: il poeta –
se è tale – è una singolarità che non sta in sigle, resta single, non lascia
eredi, non fa prigionieri.
A volte, l’antologia è un atto di guerra – strategia bellica contro una stagione
di vecchi mestieranti del verbo.
È pur vero che antologie-gregge, a più larghe maglie – chessò, la
scoppiettante Poesia italiana del Novecentodi Edoardo Sanguineti o Poeti
italiani del Novecento di Mengaldo (la prima preme sul genere la seconda sulle
genericità degli autori), ma anche Poeti d’oggi di Papini-Pancrazi, edita nel
’20 da Vallecchi – ricalcano, grosso modo, la medesima ideologia. In questo
caso, l’antologia premia, prima di tutto, il critico, il vero mattatore in quel
mattatoio poetico. Antologie in cui l’intento critico è tenue – per
dire: L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo ideata da Giuseppe
Ravegnani e da Giovanni Titta Rosa – e la massa poetica abnorme, rischiano di
normalizzare il contesto, dando l’idea di una palude di usignoli più che di
un’ascesa tra le aquile.
Restando nel Novecento, è ancora più estrema l’operazione di William Butler
Yeats: l’autorialità regale ma pure civettuola del suo The Oxford Book of Modern
Verse (uscito nel 1936), lo rende un libro unico. Ombelicale diranno i maligni
– I have tried to include in this book…, attacca il grande poeta, redigendo, in
fondo, la mappa stellare del proprio ingombrante ‘io’ – non fosse che l’ombelico
di Yeats è vasto, pressappoco, quanto il Pacifico, quanto la Via Lattea.
L’antologia, così, alterna intuizioni assolute – la presenza di Gerard Manley
Hopkins, di Francis Thompson e di George Barker, ad esempio –, assoluti giganti
– da Thomas Hardy a Ezra Pound, da Joyce e Lawrence a Auden e Kipling – a
idiosincrasie, amicizie, scommesse – Dorothy Wellesley, eccellente poetessa
ingiustamente dimenticata da troppi repertori antologici, la musa-immusonita
Margot Ruddock, il sodale guru Shri Purohit Swami, ma pure Tagore e Lady
Gregory. In questo caso – per nostra gioia – è il genio pantocratore del poeta,
un genio in generosità, a prevalere.
Come è cambiata, nei secoli, l’idea di antologia. Alle origini era, per lo più,
un modo per vincere la morte. Una raccolta di meraviglie con cui sigillare
un’epoca: l’anima etimologica del termine – florilegio, raccolta di fiori – ne
sancisce, in qualche modo, la bellezza e la transitorietà. Un’antologia dura
quanto una fioritura, quanto i fiori recisi e imposti in un vaso, in salotto.
L’odore, penetrante al principio, presto sfascia in sentore cadaverico. L’oblio
è il segno che qualcosa è davvero imperituro. Chi si salverà tra gli autori
antologizzati?
Per gli imperatori giapponesi, pubblicare un’antologia di poesia equivaleva a
erigere un monumento, a conquistare una città. Che civiltà mirabile quella che
credeva di tenere i posteri sotto ostaggio di meraviglia. In questo senso,
il Man’yōshū (VIII secolo) e il Kokinwakashū (X secolo) sono gli esempi più
celebri. Introducendo il Kokinwakashū (che vuol dire “Raccolta di poesie
giapponesi antiche e moderne”), il poeta di corte Ki no Tsurayuki insiste sulla
paradossale fragilità della poesia, garante della sua longevità: “La poesia
giapponese, avendo come seme il cuore umano, si realizza in migliaia di foglie
di parole”. Il fatto che sia peritura – come i fiori del ciliegio – fa sì che la
poesia s’imprima in noi con misteriosa, percussiva forza. È curioso che un poeta
vissuto un millennio fa si lamenti dei cattivi costumi lirici del proprio tempo,
avvelenati dall’oggi (“Dal momento che il mondo d’oggi tende al decoro esteriore
e che il cuore umano inclina ai fasti appariscenti, nascono soltanto poesie
futili o versi volubili”): segno dell’incontentabile, incontenibile, scontrosa
indole del poeta.
La Shinshokukokin Wakashū fu pari a una piramide: ideata sotto gli auspici
dell’imperatore Go-Hanazono, la compilazione durò sei anni; furono accolti quasi
ottocento poeti per oltre duemila poesie. Era il 1439: formidabile operazione
‘politica’ a censimento di un impero ‘solare’.
Nei secoli, le antologie hanno imposto mode e stilemi – in pastorizia letteraria
inglese, ad esempio, i diversi fascicoli della “Georgian Poetry” –; tra le
varie, preferisco quelle che si avventurano in luoghi ignoti, le antologie
avventate. In questo caso, l’antologia è una sorta di wunderkammer, una raccolta
di esotiche preziosità – quando non: una collezione di fantomatiche farfalle. In
questo caso, è l’atmosfera, l’altro mondo appena intuito, il sussurro da sirena
a conquistare e a confondere. Che stellati inni compongono i Tuareg; che poesie
lunari scrivono i poeti vietnamiti e del Myanmar; che bello scrivere nell’albume
di una iurta… nel 2004 il poeta neozelandese Bill Manhire ha costruito
un’antologia, Wide White Page, sull’immaginario lirico antartico.
Alcuni poeti, con straordinaria leggiadria – esistono poeti-condor e
poeti-libellula, poeti che si librano e poeti che divorano –, passano da
un’antologia ‘ideologica’ all’altra: penso ad autori difformi come George Barker
e David Gascoyne oppure a poeti/scrittori come Robert Graves, D.H. Lawrence e
perfino Joyce, al contempo ‘apocalittici’ e ‘tradizionalisti’, ‘modernisti’,
‘imagisti’, ‘vorticisti’. Prima di scoprirsi ‘classicista’, Thomas S. Eliot
pubblicava le sue poesie – in particolare: Preludes e Rhapsody on a Windy
Night – sulla rivista avanguardista e guerresca “BLAST”. Che ci fanno,
d’altronde, Antonio Porta e Elio Pagliarani nella stessa antologia? D’altronde,
Govoni e Palazzeschi sono futuristi indisciplinati.
Questo a dire dell’incoercibile individualità di un poeta per cui stare
intruppato in una qualsiasi trippa antologica è, in fondo, un’offesa.
Tra i più formidabili antologizzatori del secolo scorso va citato l’americano
Kenneth Rexroth: ha curato raccolte di poeti spagnoli e francesi, cinesi e
giapponesi; il suo The New British Poets (edito da New Directions nel 1949) è un
libro riuscito: centrato sul talento cristologico di Dylan Thomas, accoglie, tra
i tanti, Stephen Spender e Denise Levertov, David Gascoyne e Lawrence Durrell.
Le introduzioni di Rexroth – poeta dal talento poligrafo – brillano ancora per
sagacia.
In questo senso, Roman Beat Generation – l’antologia edita da Magog, ideata da
Fabrizia Sabbatini e curata da Edoardo Piazza, tra qualche giorno nei migliori
sobborghi e sottoscala e sottintesi del Paese – sfugge dalle generiche
generalità delle antologie di oggi, nate sotto le effemeridi dell’effimero, con
tanatologici intenti critici quando non promozionali. A differenza di altre
antologie, che operano per esclusione, per sigillare i tratti di un ‘gruppo’,
questa si propone come opera ‘aperta’: Roman Beat Generation è il primo atto di
un’azione che si svilupperà in più rivoli – non soltanto librari. ‘Generazione’,
qui, è inteso in senso lato più che cronologico: nessuna data spartiacque – i
poeti nati negli anni Settanta, Ottanta, Novanta; la generazione X-Y-Z – ma
genia di gente ‘votata’ alla poesia, che di quel voto non fa vanto ma vita,
attiva. Quanto al beat, più che Ginsberg & Co., qui, a ben vedere, s’intuisce il
muso di Fellini: il genio di provincia che trasmigra l’Urbe in una specie di
circo permanente, di spazio onirico selvaggio. Il poeta come trapezista,
domatore di leoni, mangiafuoco. Intento critico al mercatino delle pulci. Qui,
si trama col fuoco, si intramano tuoni in un uncinetto di acquazzoni.
Come sempre, poi, ogni forma di autentica adesione a un progetto è l’eversione.
Questo insegna il genio antologico: a distruggere ogni antologia.
*In copertina: Wyndham Lewis, The reader, 1936
L'articolo Qualcosa su antologie & mangiafuoco. Ovvero: modesto invito
all’eversione proviene da Pangea.
Il Porto sepolto – stampato nel 1916 a Udine, dal commilitone Ettore Serra, “in
edizione di 80 esemplari” –, ricorda Ungaretti, fu scritto di fretta, a
precipizio, “in presenza della morte, in presenza della natura” – dunque: preda
della pura rivelazione – su “foglietti: cartoline in franchigia, margini di
vecchi giornali, spazi bianchi di care lettere ricevute”. Fogli di via della
vita, “portati a vivere con me nel fango della trincea”.
Bisognerebbe scrivere una storia della letteratura a partire dai materiali di
scarto, perituri, fragili, marginali, su cui sono state scritte imperiture
opere. È una specie di contrappasso: perché un’opera viva, deve sopravvivere a
se stessa; è tanto potente, tanto presente, quanto più ha rischiato di
annientarsi, raspata dall’incuria, dall’oblio, dalla santa dissipazione di sé.
Michelangelo appuntava poesie nottambule, bellissime, sul lembo dei disegni
preparatori, sul crinale di progetti scultorei di titaniche proporzioni. È
nell’abbozzo, nell’endecasillabo fuggiasco, nel pensiero che si pensava
abortito, orrido, nel provvido imprevisto il nucleo di un’opera-creatura.
Soprattutto, è nell’opera che non si crede opera l’autentica operosità
dell’arte: un’opera al cubo. Hermann Broch che scrive La morte di
Virgilio dettandola a se stesso, “chiuso in una cella delle prigioni naziste, da
cui è convinto di non poter uscire vivo” (Ladislao Mittner); Franz Kafka che
sperimenta un esagitato genio su quaderni, diari e lettere che non crede di
salvare dai deliri del caso; Emily Dickinson che scrive con grafia da elfo
poesie destinate a esasperare la pinguetudine del proprio cassonetto; Gerard
Manley Hopkins che confina in taccuini pieni di nuvole e di cherubiniche
scritture una delle avventure letterarie più folli mai tentate in lingua
inglese. Credo sia in questa disattenzione, una sprezzatura che potremo chiamare
disfatta la quintessenza di un’opera letteraria memorabile: ha superato le spire
della superfluità e del caos; ha passato la prova – è qui, a noi, offerta, in
assenza del creatore, tanto autorevole da aver decapitato ogni petulante ipotesi
di “autorialità”.
Il caso di Robert Walser, in quest’ottica, è fenomenale. Tra il 1924 e il 1933
lo scrittore svizzero redige a matita i cosiddetti Microgrammi – raccolti, in
porzione esemplare, da Adelphi, per la cura di Lucas Marco Gisi, Reto Sorg e
Peter Stocker e la traduzione di Giusi Drago – su 526 “fogli e foglietti di
carta”, secondo una scrittura alfabetica e un linguaggio propri. Il frainteso è
implicito in ogni frase: così questa scrittura segreta – accanimento accadico,
direi – si fa, disfacendosi, poliedrica, tentacolare, proteiforme. Consegnati da
Walser all’amico Carl Seelig – autore del formidabile Passeggiate con Robert
Walser, in catalogo Adelphi – i Microgrammi avrebbero dovuto, “per desiderio
dell’autore stesso”, essere bruciati – o smembrati dalla smemoratezza. Tra il
1980 e il 2000, Bernhard Echte e Werner Morlang hanno interpretato e
pubblicato i Microgrammi di Walser in sei volumi, per Suhrkamp: si tratta di una
delle opere più folgoranti della letteratura occidentale. Pur in traduzione,
percepiamo l’ebbrezza verbale di Walser, la licenziosa libertà creativa:
soltanto morendo come scrittore “pubblico”, pare, un autore comincia davvero a
scrivere.
In uno dei Microgrammi – quello che ha per protagonisti “La signora Rotondetti”,
padronale per istinto, di “splendido portamento”, e il suo “giovane poeta
oltremodo perbene” – Walser descrive con microscopica minuzia la grazia di una
mosca senza testa, che “si muoveva come un fantoccio”, aveva “belle manine e
graziosi piedini”: va affratellata al Ghost of a Flea di William Blake. In uno
dei Microgrammi più belli, una fanciulla – ariostesca, nuda, di bellezza
marziale, più Andromeda che Biancaneve – si arrabbia con “il liberatore” perché
ha ucciso il drago che la teneva prigioniera.
> “Questa creatura orrenda mi amava, proprio come sanno amare i mostri, tu
> invece, liberatore, non mi ami, ti importava soltanto di esibire la tua forza
> davanti a me”.
La fierezza della fanciulla – dal mostruoso cuore – non si flette di fronte alla
forza del cavaliere dall’armatura che “abbaglia”: è il prototipo della virgo
virilis e delle donne che uccidono gli uomini (in rafting letterario troviamo
tali attributi in Perpetua, l’Amazzone cristiana santificata negli Acta
Perpetuae et Felicitatis, e nella protagonista del Tatuaggio, il micidiale
racconto di Jun’ichiro Tanizaki, la sedicenne che fa “concime” dei poseur che
vogliono sedurla). “Diventerò cattiva, irriderò questa gente fidata”, promette
“la liberata”, per poi sfidare il beota cavaliere: “perché non mi dai il colpo
di grazia?”.
Quando Robert Walser descrive l’uomo che simboleggia “la nostra epoca”, ci fa il
ritratto. Eccolo qui, l’emblema dell’era grigia, questa: “Il lavoratore che ha
smesso del tutto di credere in se stesso”, che pensa al lavoro come a “un male
necessario”, “irrevocabilmente deciso a rappresentare il nudo egoismo”. Tale
tipo umano “è, per costituzione, un borioso… di apprezzabile per lui esiste
soltanto il successo effimero”; per lui
> “non esiste nulla di divino, e di conseguenza nemmeno di autenticamente lieto,
> e dato che non conosce alcune letizia proveniente dal cuore, dato che per lui
> la religione è qualcosa di completamente sconosciuto, egli manca del tutto di
> carattere”.
Eccolo, l’esangue eroe del nostro tempo, lo scaltro scoglionato, il pieno di
cose e il pieno di sé, “lo schiavo del mercato mondiale che lavora
all’infinito”, incapace del bel gesto come della schietta, inutile generosità –
tacciata, dai più, per idiozia.
I Microgrammi, scritti a matita, su carta – perciò, a rischio di estinguersi, di
svanire – posseggono potenza epigrafica. Proprio questo è il talento dello
scrittore: tramutare in pietra la materia corrotta, dare la vita alle cose
morte, concedere splendore al moribondo.
A colpi d’ago – astuzia d’istrice del verbo – i Microgrammi occlusero
l’ispirazione di Robert Walser, gli cucirono la mente: dal 1933 lo scrittore non
scrisse più nulla. Recluso in sanatorio, morì ventitré anni dopo, il giorno di
Natale, nella neve. La grafia di Walser assomiglia a una trama di tracce – il
periglio della grande caccia –: s’intuisce il segno della volpe e la zampa
dell’angelo, il celeste predatore.
*In copertina: un esempio dai “mikrogramme” di Robert Walser, scrittura minuta,
‘sumera’, su supporti di scarto
L'articolo Il celeste predatore. Robert Walser o della santa dissipazione di sé
proviene da Pangea.
Ciascun poeta – il cui crisma è una sorta di disabilità (cioè: super-abilità, un
modo di stare al mondo con molti occhi sul corpo, con troppe ali addosso) – si
costruisce il proprio pantheon privato. La schiera dei lari: amici, divinità in
peluche, un profilo andino di pupazzi. Non appartenendo a questo mondo, il poeta
guarda il mondo con amore – la vita non gli è sufficiente. Nel pantheon di Tor
Ulven spiccano Schopenhauer e Nietzsche – che sono un po’ l’abbecedario di ogni
poeta – poi André Breton, Maurice Blanchot e René Char, tradotto, dicono i
critici, con inesorabile trasporto.
Nato nel 1953, a metà novembre, in una famiglia di operai, alla periferia di
Oslo, Tor Ulven aveva imparato il francese e il tedesco per i fatti suoi. A
scuola zoppicava: bocciato, disertò gli studi. Preferiva suonare nei locali –
eccelleva nell’armonica, che suonava secondo lo stile di Little Walter,
leggendario virtuoso del blues. Guadagnava qualcosa con le traduzioni: a neppure
vent’anni aveva trapiantato Hans Arp in norvegese; leggeva – a proposito di
lari, di impareggiabili pari – Paul Celan e Georg Trakl. Nel 1977 uscì la prima
raccolta di versi, Skyggen av urfuglen (che significa, pressappoco, “L’ombra e
il rapace”); l’ultima, Søppelsolen – a dire di un percorso, di un processo –
vuol dire “sole spazzatura”.
Il vero maestro di Tor Ulven, tuttavia – almeno, nell’indicare l’orbita di una
poetica –, era Giacomo Leopardi. Al grande poeta italiano dedicò un saggio, in
cui scrisse, tra l’altro:
> “L’arte è e sarà sempre un’esca nella gabbia di uno scoiattolo. Non può
> soddisfare il nostro desiderio insaziabile. Neppure la vita può farlo… Il
> segreto dell’arte, allora, è nel ricordarci l’impossibilità di soddisfare quel
> desiderio insaziabile, infinito, e che proprio in questa impossibilità si cela
> una gioia amara: siamo separati da tutto ciò che potremmo avere o essere, ma
> possiamo immaginarlo. Sappiamo di non poter entrare in quel paesaggio
> splendidamente dipinto per dimorarvi”.
In una rara intervista – qui tradotta in inglese – il poeta disse che
> “per principio preferisco scrivere libri ostili. Libri che turbano e che forse
> tormentano il lettore. Lo ammetto. D’altronde, ci sono così tanti modi per
> trovare sollievo dalle nostre sofferenze. Nella scrittura, preferisco
> insistere sulle miserie dell’esistenza. C’è troppa morfina in giro”.
Alla base della letteratura norvegese moderna, dicono ci sia Tor Ulven: la vera
fonte dei messianici successi di Jon Fosse e di Karl Ove Knausgård, dicono, è
lui. Ma di Tor Ulven si trova poco, pochissimo in giro – in Italia è il nulla,
qualcosa si setaccia nel mondo inglese. Merito – dacché per noi il demerito è
la facilità, la felicità del quieto leggere – di un’opera oltranzista, che tiene
il lettore sotto tiro. Tor Ulven indaga il morbo del nulla, il tedio dietro le
tendine perbeniste; elabora crotali di carta, versi al veleno, disseziona la
luce fino al nero sangue. Insieme a Stig Dagerman e a Thomas Bernhard – di cui
costituisce, piuttosto, una via mediana – Tor Ulven appartiene alla schiera
degli scrittori ‘oscuri’, quelli che hanno reso con impeccabile chiarezza il
senso della nostra quieta disperazione.
Nato poeta – tra i più innovativi del mondo nordico – sterzò verso la prosa: la
poesia – così letale, sintetica, armata – gli pareva, disse, assassina. Scrisse
racconti – ne abbiamo riprodotto uno, in calce all’articolo – umbratili,
tremendi, imitatissimi – alcune atmosfere ricordano Il decalogo di
Kieślowski. Nel 1993 pubblicò l’unico romanzo, Avløsning, glaciale referto di
anime in pena: secondo i critici – anche per via dello stile, da belva scuoiata,
sotto costante irritazione – è il suo capolavoro. Il romanzo è stato tradotto
negli Usa, nel 2012 come Replacement, da Dalkey Archive Press, casa editrice di
Dallas specializzata in letteratura nordica, con un certo successo. Così recita
la quarta:
> “Tor Ulven è uno dei grandi scrittori norvegesi del XX secolo: iniziato alla
> poesia, ha concluso la carriera letteraria esplorando le più inclassificabili
> proprietà della prosa. I suoi libri ricordano, per certi toni, l’opera di
> Laura Riding e di Peter Handke. Nel suo unico romanzo, Replacement, si
> alternano quindici personaggi: ciascuno, giunto a un punto di svolta della
> propria vita, prende le redini del libro. Ognuno di questi personaggi ricorda,
> sogna, osserva, parla con se stesso; ciascuno, intrappolato nel proprio io,
> fantastica su come avrebbe potuto essere la propria vita”.
Tor Ulven aveva il viso di un angelo derelitto – un viso innocente, cioè:
setacciato dall’ascia. Sapeva guidare le gru: per un po’, lavorò nell’edilizia.
Innalzare equivale, forse, a distruggere; issare è un modo per dare assoluto
alla caduta. Scrisse di Edward Hopper e di Samuel Beckett, altri autori a lui
congeniali. Il male della mente, il male oscuro, lo straziava a strappi. Una
compagna di scuola, Anne, gli aveva dato una figlia, Lena, quando aveva
vent’anni. Si sentì l’abbandonato, il puro & folle. Gli agi dell’intelletto non
fecero presa su di lui; i suoi libri gli infliggevano una marginalità, in fondo,
cercata. Tor Ulven finì per inabissarsi sempre di più nella casa di periferia
ereditata dai genitori – tumulò lì il suo talento. Si uccise nel 1995, a maggio,
quando i fiori incendiano i viali; aveva quarantuno anni. Poi, è vero, Tor Ulven
diventò un autore ‘di culto’, un autore da maneggiare con cura, un autore-arma,
ancora in grado di offendere – in questo momento, ci interessa l’autore
inarginabile, il poeta che volle farsi scorpione ma restò per sempre angelo.
**
La figlia morta dell’orafo
1
io sto sotto un albero dalle mani fameliche
no
io sto sotto il nulla
*
2
vado verso l’assoluto
isolamento solitudine nulla
chilometri di deserto dietro di me
l’ultima urbe passata da tempo
vado verso la disperazione
e il dubbio che può
essere sconfitto soltanto da un dubbio più grande
*
3
perché silenzio se ho una bocca
perché immobile se ho i piedi
perché cieco se ho gli occhi
perché privazione di urla in questa miniera
perché sono fatto di pietra
*
4
qualcosa che non posso raggiungere
non so cosa sia
forzo le braccia per prendere
aria aria aria
*
5
cosa cerchi in cielo
voglio la costellazione che non esiste
*
6
nell’umana sfera non ci si sono
tante cose significative:
unghie cervello ossa
*
con i miei occhi devo
appiccare l’oscurità.
e la quiete
all’altro capo.
chi può dire cosa
divide
il nero dal verde?
chi vive
e si muove
tra le tue mani
mentre esamini la luce
per un istante?
i molti – gli stessi
che non sono mai
esistiti.
chi esiste e non esiste
esattamente
ora?
la foresta è viva
ne senti l’odore
di duro abete
nel cuore della notte. il vento
sibila
in te – in noi.
*
andrò
a Eridu
a forgiare i miei vasi
rotti con rosse figure
di capra e rosse corna
e acqua che scorre
che sterza
e ci inghiotte.
andrò
a casa
a Eridu
a sposare
la figlia morta
dell’orafo.
seduto sulla soglia
di sera: il vicino ride
e le mosche risorgono
intorno allo squittio della lampada.
*
il dolore
non ha un luogo
su cui posare.
insegui le querce
dentro una chiesa.
d’improvviso, vedo
il castagno
che stagna nella tua
oscurità – i fiori
sono bianchi e noi
siamo polvere.
un sorriso
slitta. sulla siepe
in una tarda notte d’estate
sono stampate le ombre
di insetti che forse
inseguono
una rondine.
**
Da Avløsning (“La sostituzione”)
Un sussulto, un tic nervoso, per cosi dire, alla luce – o al buio –, uno spasmo
occasionale, brezza che sfiora lo spiraglio tra le tende e lascia penetrare un
frammento della notte estiva, stretta fessura che si apre per poi scomparire,
lasciando tracce di oscurità improvvisa, provvisoria, prima del nuovo sussulto,
dell’ancora nuovo nero; così ogni volta che il vento – ha lasciato le finestre
aperte per via del caldo – apre uno spiraglio tra le tende, che si gonfiano,
ondeggiano – proprio come le tende di un teatro, mentre attori e maestranze si
affannano dietro di esse – poi si ripiegano, pieghe immobili, come quelle di una
gonna. Uno gonna con uno spacco alto e tutto un mondo nascosto dietro di essa.
In teoria, basta aprire la porta e partire per trovate tutto, assolutamente
tutto, tutto ciò che chiami assoluto.
È buio. Lui è immobile nel buio, vaga immobile tra il riposo e il sonno. Ci è
abituato – è amico dell’oscurità, è amico di quel breve istante di buio, prima
che le tende siano tirate, prima di accendere la piccola lampada. Quando ogni
cosa è al suo posto, può procedere, come ha appena fatto, dalla finestra al
letto. Del resto, non è tutto inghiottito dal buio, ma una parte, un resto: il
sole, dopotutto, si riflette ancora, ardente, sulle finestre più alte del
grattacielo, mentre l’ombra, l’oscurità, la penombra, sale e si fa densa,
lentamente, di piano in piano, come acqua – presto la terra sarà sommersa. La
sera è entrata nell’appartamento, nei suoi odori, come uno sconosciuto: ora
riconosce il rassicurante olezzo metallico dell’olio per armi – è ancora vicina
al letto, come sempre, carica, come sempre. È pronto. Le munizioni hanno la metà
dei suoi anni – quaranta. Forse dovrebbe comprarne di nuove. Eppure, non le
userà, non arrecheranno alcun piacere in lui, mero spreco di soldi.
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Da Fortæring (“Inghiottire”)
La predatoria oscurità di agosto non fallisce mai, mi stringe nella sua
malinconia, mi sorprende ogni anno. Gli alberi anneriscono, raggrinziti; le
lampade ad olio tremano nelle case, i volti intorno ad esse si fanno liquidi,
esatti – le tende sono aperte, nell’ultimo tentativo di trattenere l’ultimo
barlume di luce verde che s’intravede oltre la collina.
Potrei dirvi cosa mi è accaduto questa estate – non voglio. Potrebbe essere la
storia di una sbandata, di uno sbandato, di un innamoramento inatteso, o forse
si tratta di un incidente – la macchina troppo carica, il guidatore troppo
stanco, la giornata troppo lunga, la stanchezza troppo violenta – che ha
cambiato la mia vita e quella di un altro; ma no, non è questo, non c’è nessuna
storia da raccontare. Perché dovrei dire soltanto dell’oscurità di agosto,
dell’asfalto grigio che brilla, dell’acqua piovana evaporata sotto il lampione.
Ciò che mi è accaduto resterà per voi un mistero, come il compost, lì,
nell’angolo del giardino, che contemplo: non so cosa ci sia, laggiù, che ha
fatto proliferare quel grumo di coleotteri, non conosco l’epopea delle larve che
si sono fatte strada tra quei cumoli di rifiuti, dirette verso qualcosa che noi,
le non-larve, non conosceremo mai. Intorno al caldo bagliore del lampione, uno
sciame di altri insetti – i loro corpi flebili, le flebili ombre, come i fili di
un maglione o i capelli attratti dall’elettricità statica – che quando comincia
l’autunno afferrano la vita sbattendo contro i vetri delle finestre, come i
ninnoli di una giostra invisibile, finché non scompaiono, senza che nessuno se
ne accorga.
Tor Ulven
L'articolo “Preferisco scrivere libri ostili”. L’opera disperata di Tor Ulven
proviene da Pangea.
La morte di Orfeo, in Gustave Moreau, avviene in un tempo che non coincide più
con quello dell’azione. Sulla tela tutto è già accaduto, e tuttavia tutto
continua. Il gesto assassino si è consumato altrove. E ciò che resta del
misfatto è una presenza. L’immagine non trattiene l’evento, ma il suo effetto
più profondo: la coscienza che, separata dal corpo, permane come figura.
Così isolata ed esposta, la testa di Orfeo non appare un membro disperso di
alcunché. Sembra piuttosto raccogliere, in un punto dello spazio, ciò che in un
altro spazio-tempo era diffuso e compartecipato: la voce, il pensiero, il flusso
del canto. La separazione della testa dal resto carnale del poeta non ha
dissolto niente; al contrario, ha concentrato. Ciò che – colui il quale – non ha
più possibilità di agire continua a esistere come pura intensità. La coscienza,
privata della sua estensione corporea, si è contratta e si è resa interamente
visibile.
Moreau sembra indugiare proprio su questo passaggio cruciale. Il canto ha
cessato di muovere il mondo, ma non ha cessato di essere, di darsi. Se non
ordina più la natura, se non ne placa le forze e non persuade più nessuno,
permane come attività senza soggetto, autosufficiente. Il canto, perduto il suo
potere, nell’aldilà fisico di Orfeo è diventato esso stesso oggetto di
contemplazione.
Orfeo ha sempre vissuto nella tensione tra la sua voce e ciò che
l’accoglieva. La sua musica si rivolgeva agli alberi, alle pietre, agli animali,
alle divinità sotterranee. Trovava il suo miglior ascolto prima e oltre
l’umano. Quando doveva rientrare nell’orbita di uno spazio “troppo” umano,
quella tensione si accentuava, e la sua voce, semidivina, non trovava più una
misura condivisibile. Il canto poteva essere solo subito o respinto. Ora la
morte non lo ha per nulla interrotto: soltanto, lo ha separato dalla vita
del medium che fu chiamato a portarlo a presenza.
In Moreau, la morte di Orfeo è l’esposizione per allegoria di una frattura che
s’è data, ormai, fra corpo fisico e coscienza, ma che non spezza affatto il loro
simbolo. La voce di Orfeo, per Moreau, ha preceduto e oltrepassato il corpo
mortale del cantore. Come una sorta d’iperbolico correlativo, la testa mozzata
custodisce questa relazione essenziale. Una volta ridotta a feticcio, la
coscienza di Orfeo non agisce più in relazione al mondo e non rientra più nella
vita, ma neanche ne fuoriesce: permane sulla soglia fra mondo e oltre-mondo in
foggia di simulacro, come una pura presenza senza soggetto.
La violenza che ha prodotto questa frattura non occupa il centro del quadro. È
già stata assorbita, come se fosse stata necessaria per rendere visibile ciò che
prima rimaneva implicito. Il gesto collettivo che ha distrutto Orfeo appartiene
a una logica diversa: quella dell’urto, della massa, dell’immediatezza. La
coscienza, invece, non coincide né con l’istante né con l’intelligenza degli
atti e dei misfatti che fanno storia: emerge soltanto in quella che potremmo
dire, forse, l’ineluttabilità della sua durata.
Moreau sembra interessato soprattutto a questo scarto: da una parte, evoca ex
post la violenza dell’atto distruttivo (anche sul piano iconografico – si pensi
alle tartarughe poste nell’angolo in basso a destra sulla tela, come memorie del
mito di Ermes fanciullo, che creò la prima lira uccidendo una tartaruga,
appunto, utilizzandone il guscio come cassa armonica); dall’altra, la qualità
eterica della forma spirituale che rimane. La cosa è comprensibile e ci
educa. La coscienza non compete con la forza. Le sopravvive, ma trasfigurandosi:
diventando immagine. Un’immagine che non rimanda a una vittoria, allo schiudersi
di un Significato, ma rende ai nostri sensi interroganti l’idea di ciò che,
altrimenti, per molti fra di noi sarebbe impensabile: la persistenza di una
coscienza priva di mondo.
Forse Orfeo non è morto quando ha perso Euridice, ma quando il canto ha smesso
di poter accompagnare qualcuno o qualcosa: quando la sua voce è rimasta sola con
se stessa e il canto non ha più avuto una funzione dialogica, ma, simile a un
falco metafisico, ha incominciato a ruotare intorno al mistero della propria
origine.
Gustave Moreau, Orphée, 1865; Museo d’Orsay, Parigi
Così intesa, la testa di Orfeo non è soltanto un simbolo della sopravvivenza
dell’arte. È figura di una coscienza che si è internata nell’archè, dove
continua a scaturire la sua ragion d’essere.
Moreau osserva e moralizza in un unico colpo d’occhio, con riassuntiva
letteralità (e con vigore didascalico). Il suo Orfeo ridotto a Monsieur Teste in
pietosa mano di tracia non è un martire, né un vincitore. È una presenza, come
ho detto. Una presenza, ripeto adesso, che non è per nulla eterna, ma che dura.
In questa durata sottratta all’idolatria della spiegazione storica della realtà
si può riconoscere una fertile attitudine dell’esperienza estetica novecentesca
e, poi, contemporanea: quella di un pensiero poetante che riesce a sopravvivere
anche al proprio tradizionale mandato e si guarda esistere, adesso, come forma
separata.
La morte di Orfeo non coincide con la morte della poesia. Non chiude il destino
del canto: lo immobilizza. Ed è proprio in questa immobilità che il canto torna
disponibile all’occhio e all’orecchio del cuore, offrendosi come visione
intellettuale, nella forma.
Massimo Morasso
L'articolo La persistenza del canto. Intorno all’Orfeo di Gustave Moreau
proviene da Pangea.
In una delle rare, leggendarie interviste, Cormac McCarthy dice di essere stato
influenzato da Moby Dick e dai Fratelli Karamazov, “perché si occupano
essenzialmente della vita e della morte” – apprezzava i romanzi di Faulkner. A
Marcel Proust e Henry James – romanzieri in cui non trovava nulla di
interessante – preferiva la “King James”, la Bibbia di re Giacomo, massimo
esempio della lingua inglese, al contempo limpida e sanguinaria, un Leviatano di
cristallo. Era l’aprile del 1992, Cormac McCarthy aveva appena
pubblicato Cavalli selvaggi e in quell’intervista rilasciata a Richard B.
Woodward del “New York Times”, dal titolo folgorante – “Cormac McCarthy’s
Venomous Fiction” –, il più grande scrittore degli Stati Uniti d’America dettava
la propria agiografia.
Negli anni, l’immagine di McCarthy avrebbe confermato quell’antico ritratto.
Ruvido, solitario, refrattario ai fasti della fama, lo scrittore sembrava aver
poco a che fare con la letteratura. A Santa Fe, l’ultima dimora, dialogava con
astrofisici, matematici, geologi – malsopportava i letterati. I suoi romanzi, in
effetti, paiono scaturire da un mondo arcano dove la teoria dei quanti si fonde
al libro dell’Apocalisse. In realtà, come ha dimostrato Michael Lynn Crews in un
utilissimo studio edito dalla University of Texas Press, Books Are Made Out of
Books, McCarthy era un lettore esigente, raffinato, colto. Nella “Guide to
Cormac McCarthy’s Literary Influences”, commentata con l’arguzia di un
anatomopatologo della letteratura, compaiono nomi ovvi: Joyce, Goethe, Flaubert,
Kierkegaard, Thomas Wolfe, Oswald Spengler. McCarthy leggeva poca poesia. Tra i
poeti che lo hanno segnato – almeno, a consultare i manoscritti custoditi presso
la “Wittliff Collections”, Texas State University – spicca Francis
Thompson. Pressoché sconosciuto alle nostre latitudini, Thompson è stato una
specie di “Messia dei bassifondi”, il sacro paria della poesia inglese.
Nato a Preston, Lancashire, nel 1859, da genitori cattolici, avviato senza
successo a studi medici, dimostrò fin da subito un talento febbrile per la
scrittura. Vestiva di scuro, si incupiva spesso, ostentava un’ostile umiltà.
Eccelleva nella pallamano, era trafitto da visioni. Leggeva Eschilo e Blake,
fece di Thomas De Quincey il proprio autore di culto; l’abuso di oppio lo
sigillò all’abisso. A ventisei anni, sfiancato dai rimproveri paterni, Thompson
lasciò casa, s’inoltrò a Londra, precipitando nella miseria. Lavorò come
calzolaio in Leicester Square poi come tipografo; si mise a vendere fiammiferi.
Nulla sapeva infiammarlo quanto la scrittura: poetava per sé, nel sottosuolo
londinese, scrivendo su fogli di ripiego, sui rifiuti. Dilaniato dalla
nevralgia, il poeta visse da senzatetto: nella prostituta che gli diede
ospitalità riconobbe il profilo della Maddalena.
Messianico. Francis Thompson è lui (1859-1907)
Assieme al suicidio, tentò a vanvera la via letteraria. Wilfrid Meynell, autore
di vaglia – scrisse la biografia di John Henry Newman e di papa Leone XIII –,
direttore della rivista “Merry England”, fu sbalordito dal talento di quel
nullatenente. La moglie, Alice – poetessa, suffragetta, amica, tra gli altri, di
D.H. Lawrence; la sua diafana bellezza è immortalata da John Singer Sargent –,
s’innamorò di lui. In breve, Francis Thompson passò dalle stalle alle stelle:
nel 1893 gli amici pubblicarono un’edizione dei suoi Poems; presto si diffuse la
notizia del poeta “messianico”, morto e risorto dagli inferi della metropoli.
Presto le sue poesie furono tradotte un po’ ovunque: in Francia trovò un
complice in Valéry Larbaud; in Italia fu ‘maneggiato’ da Mario Praz; nel 1925 la
Libreria Fratelli Treves approntò un’edizione delle Poesie. Più di recente, si
deve a Maura Del Serra un’attenzione verso questo singolarissimo poeta: nel 2000
esce per l’Editrice C.R.T. Il Segugio del Cielo e altre poesie, volume ora
irreperibile. È grazie a Giulio Solzi Gaboardi, invece, che possiamo leggere una
nuova, sgargiante antologia di Thompson, edita da Magog come Primo alfabeto
stellare.
Secondo Michael Lynn Crews, McCarthy è stato influenzato dalla biografia di
Francis Thompson – è autore ostile agli altari letterari – e dalla sua torbida
teologia. Il poemetto più noto di Thompson, The Hound of Heaven – reso con genio
da Solzi Gaboardi come Il Vetro del Paradiso, memorabile l’incipit: “Fuggo da
Lui, per le notti e per i giorni./ Fuggo da Lui, per le volte degli anni./ Fuggo
da Lui, per i labirinti della psiche” – pare, a dire dello studioso, uno dei
capisaldi mistici di Meridiano di sangue. In Thompson, in effetti, l’entità
divina – pur sempre benevola – si presenta con aspetti ferini, di molosso, di
iena all’assalto. Affiliato alla stirpe dei ‘maledetti’ della poesia inglese –
insieme ai suoi pari: Thomas Chatterton, William Blake, Percy Bysshe Shelley, a
cui dedica un saggio struggente – Francis Thompson dimostra, semmai ce ne fosse
bisogno, che il Vangelo è il ‘grande codice’ del poeta occidentale, che la
figura di Cristo è luce all’ispirazione. In una poesia programmatica (A un poeta
che rompe il silenzio), Thompson scrive di aver abbandonato “l’Elicona e le
Muse/ per il Sinai e i Serafini”; un’altra (In virtù della tua legge) ci fende
con celestiale ferocia:
> “Il Falconiere del Paradiso esclude il mio cuore
> dal nutrimento di ogni delizia
> e doma con un buio tremendo
> chi giunge in ritardo
> al Suo richiamo”.
Tra tutte, McCarthy amava The Poppy, “Il papavero”. Negli anni in cui
scrive Suttree – rievocando la vita in “quasi totale povertà” a Louisville, in
una baracca – ricalca diversi versi di quel poemetto. Vi si narra di “un uomo e
una bimba… fianco a fianco”, che camminano agli “estremi della sera”. La bimba,
“un’onda i suoi capelli di Sud”, regala all’uomo un papavero, che “dona/
risveglio dal sonno/ ricordo dall’oblio”. Nasce da qui un tenue e truce discorso
sulla consistenza dell’amore, sulla violenza del tempo, sulla regalità della
poesia, argine all’incessante mutare di tutte le cose. Questa “malinconica
riflessione intorno alla mortalità” conquistò McCarthy.
La voracità visionaria di Thompson si insinuò in molti. William Butler Yeats –
un poeta tutt’altro che ‘cattolico’ – rimase abbacinato dalla sua figura, tesa
tra Peter Pan e l’idiota di Dostoevskij; secondo Gilbert Keith Chesterton,
Thompson era il maggior poeta della sua generazione; Tolkien confessò al figlio
Christopher di essere stato ispirato a lungo dai suoi versi, acquistati nel
1913. Un secolo fa, nel 1926, Everard Meynell – uno degli otto figli avuti da
Wilfrid e da Alice – compilò una “Vita” di Francis Thompson di quasi
quattrocento pagine, ricca di aneddoti ‘miracolosi’, santificandolo. Ad ogni
modo, i ricoveri in un monastero francescano nel Galles del Nord e l’amicizia di
nuovi mecenati non lenirono la quintessenziale inquietudine di Francis Thompson.
Il poeta, roso dalla tubercolosi, morì il 13 novembre del 1907; fu sepolto al St
Mary’s Catholic Cemetery, in Kensal Green. Sulla lapide spicca ancora un suo
verso, “Cercatemi negli asili del Paradiso”. Postumo, uscì il suo studio
biografico su Sant’Ignazio di Loyola.
Dicono che avesse mani sottili come foglie, parevano staccarsi da un momento
all’altro – più di tutto, il poeta amava il cricket.
*In copertina: Cormac McCarthy in Galles, nel 1966. Ogni tanto rideva
L'articolo “Il Falconiere del Paradiso esclude il mio cuore”. Francis Thompson,
il poeta amato da Cormac McCarthy proviene da Pangea.
L’episodio biblico di Tobia e l’Angelo ha dato vita a un copioso topos pittorico
particolarmente diffuso in Italia durante il Rinascimento. La storia è nota: il
giovane Tobia, incaricato dal padre di riscuotere del denaro in Media, viene
scortato durante il lungo e periglioso viaggio dall’arcangelo Raffaele, il quale
lo aiuterà a recuperare i soldi, a prender moglie e a guarire miracolosamente la
cecità del padre al rientro a casa. Tra le raffigurazioni artistiche
rinascimentali, Tobia e l’Angelo è quella preferita da Nina
Berberova. Nell’interpretazione di Tiziano, Tobia serra la mano dell’Angelo e lo
segue fiducioso mentre gli mostra rassicurante il cammino. Chi di noi non si
sente, nel lungo viaggio della vita, timoroso e smarrito come Tobia? Chi, come
lui, non ha bisogno del conforto di una guida, di una mano tesa, di qualcuno che
vede già tutto ciò che a noi non è ancora concesso vedere? La marcia serena dei
due compagni di viaggio accompagna simbolicamente le peregrinazioni di Nina
Berberova. Anche noi, sparuti avventurieri dell’ignoto, affidiamo a loro le
nostre vulnerabili preci.
Camminare per San Pietroburgo è come elevare una sorta di preghiera. Ricordo di
aver visto, là dove la Neva si offre ai venti del Baltico, uno dei tramonti più
intensi di sempre: il disco aranciato del sole versava il suo oro sulle acque e
sui palazzi della città. E ancora, il rumore della neve fresca sotto gli
scarponi, i riflessi dei lampioni sul lungofiume, la casa dove ha vissuto Puškin
(eccola in veste neoclassica, stranamente non ha niente di così diverso dalle
altre e perché mai dovrebbe, perché arriva sempre prima la letteratura e poi
tutto il resto, è sempre stato così). I bagliori delle notti bianche per un
attimo facevano pensare alla cupola di Sant’Isacco come a un bastoncino di
zucchero filato. In questa città, nella città dipinta evocata creata da
Dostoevskij, Gogol’ e Belyj, nasce nel 1901 da padre armeno e madre russa Nina
Berberova. Le sue foto da giovane ci consegnano il ritratto di una vestale della
semplicità. Nina è bella e austera, nulla fa per sembrare diversa da quella che
è: porta i capelli corti, appena un filo di rossetto sulle labbra. Quello
superiore disegna un cuore perfetto e lo offre a due fossette che lo uniscono a
un naso leggermente aquilino. Lo sguardo non è quasi mai sorridente, a volte
velato di tristezza, eppure non privo di una certa scanzonata ironia. Gli occhi,
splendidi, rubati agli altopiani armeni.
A soli dieci anni, fulminea lepre del destino, fiuta quella che sarà la sua
“professione” da grande: la scrittrice. Sin dall’infanzia, fioriscono nella
Berberova sia un senso di avversione verso tutto ciò che potrebbe ingabbiare il
libero sviluppo della personalità, sia un’imperiosa e sempre presente esigenza
di controllo su ogni sfera della sua vita. Alla luce di questo precoce spirito
d’indipendenza, talvolta non pienamente compreso, si spiegano le decisioni
nette, le ferree convinzioni, gli eventi di opposta fortuna vissuti con feroce
consapevolezza. Scrive con furia romantica versi a non finire per un
“traboccamento dell’anima”; ricalca Lermontov ai limiti del plagio. Recita
poesie su una nave che solca le acque del Mare del Nord, come un giullare o un
cantastorie che incanta alle feste. A una serata di lettura incontra Blok e
l’Achmatova, il primo già una leggenda, la seconda un astro nascente. Già in
quegli anni, seppur ancora in maniera confusa e istintiva, la Berberova sente di
vivere un periodo di forte cesura, avverte che lei stessa e la sua vita ne sono
il riflesso perfetto: come la doppia natura del dio Giano, ella è sospesa tra
passato e futuro, tra un mondo che ormai svanisce come le nebbie di Pietroburgo
e un domani che sopraggiunge a volto coperto dal tumulto della storia…
La scomparsa del vecchio mondo, almeno di quello letterario, ha una data
precisa: il 7 agosto 1921. Aleksandr Blok, da anni in uno stato di allarmante
deperimento fisico e nervoso, muore a soli quarant’ anni. A San Pietroburgo, per
i funerali, si raccoglie una folla enorme. Accorrono scrittori, poeti,
intellettuali e semplici ammiratori da ogni parte del paese. Durante una serata
in un circolo letterario, la Berberova conosce Vladislav Chodasevič. L’incontro
è di quelli decisivi: i due decidono di vivere insieme e di lasciare la Russia.
Hanno pochi soldi, ancor meno certezze. Lei è attratta dalla sua innata eleganza
e dallo spessore poetico; lui, più grande di quindici anni, scopre in Nina una
donna intelligente, determinata, pronta a seguirlo e a sostenerlo nelle sue
scelte e nei suoi momenti di scoramento. Nel giugno del 1922, Nina e Vladislav
partono alla volta dell’Europa.
Sorrento, 1925: Nina Berberova con il marito, Vladislav Chodasevič
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Il simbolo di Berlino è un orso e in effetti la città porta con sé una traccia
di ferina natura. Negli anni Venti, per varie ragioni, la città tedesca diventa
la capitale della comunità di émigrés russi. Qui hanno sede giornali e riviste
di lingua russa, associazioni filantropiche, organizzazioni politiche. Nelle
strade, il russo è la seconda lingua che si sente parlare. Vladimir Nabokov si
aggira tra Charlottenburg e il Tiergarten. Tra non molto, la crisalide si
tramuterà in una farfalla pronta a spiccare il volo verso i reami del genio.
L’altra capitale della diaspora russa è Parigi. Città meretrice, si dà a tutti e
da tutti esige un tributo di sangue e umori. Città di deambulazioni notturne e
di insonnie condivise per affinità di destini, di incontri peregrini a
Montparnasse e a Montmartre, di conversazioni fino all’alba che un giorno,
trasfigurate nell’arte, diventeranno dei libri per la vita. A Parigi, al termine
di peregrinazioni durate quasi tre anni, si stabilisce definitivamente nel 1925
Nina Berberova. Parigi, la capitale delle arti, la città-ombelico nei ruggenti
anni Venti. La comunità russa che abita a Parigi, ancora una volta, fa storia a
sé. Pur essendo formidabile luogo di estro creativo e fermento artistico, non è
per i russi la Parigi della Festa Mobile di Hemingway, degli esuli sudamericani
spinti da suggestioni letterarie, dei surrealisti intenti a tappezzarla dei loro
sogni e manifesti. Le vicende di Sylvia Beach e Gertrude Stein appaiono sullo
sfondo, distanti. Berberova intravede James Joyce in un ristorante di Rue Jacob.
È colpita dal fatto che con la moglie e i figli parla in italiano. Avvista anche
Henry Miller, dinoccolato, aggirarsi con postura di vorace dinosauro tra i caffè
di Parigi con la moglie June. No, non è questa la Parigi degli émigrés. La
comunità russa è fatta di individui colpiti da uno stesso destino che si è
imposto senza lasciare scelta. Tra di loro c’è “un legame critico, nevrotico,
instabile”. Talvolta, i sentieri si incontrano e proseguono uniti per un certo
periodo, oppure si separano verso direzioni diverse. All’interno di questo
contesto che ha una sua geografia e un suo ritmo prende vita una galleria
palpitante di personaggi russi: scrittori giovani e vecchi, premi Nobel e
scribacchini, vecchie promesse e meteore letterarie. Entriamo attraverso lo
sguardo di Nina negli appartamenti, ne ascoltiamo le conversazioni e i dialoghi,
assistiamo ai momenti di ira e a quelli di allegria: avvertiamo tra le pagine
quello che si può definire “il colore” di un’epoca o il “rumore del tempo”,
parafrasando Mandel’štam.
La Berberova entra nel circolo di Gor’kij, ormai una sorta di mummia letteraria.
Con lui e i suoi accoliti trascorre brevi periodi di vacanza sul Baltico e in
Italia. Qui, conosce i primi momenti di vaga spensieratezza durante l’esilio.
Visita Roma con Pavel Muratov, indimenticato autore di Immagini dell’Italia. Si
innamora di Venezia (c’è una Venezia russa – la canta anche Brodskij nel
suo Fondamenta degli incurabili), forse perché con San Pietroburgo la città
italiana condivide il riverbero dei giorni e delle notti nell’acqua, il colore
pastello dei palazzi in centro, la sensazione che la bellezza sia in agguato
oltre un canale, là dove esso abbraccia lo scintillante sfolgorio del mare.
Conosce anche Bunin, fresco poeta Nobel, che dipinge piuttosto impietosamente
come un uomo iracondo afflitto da una forte invidia verso chiunque potesse
oscurare la sua fama.
Ma qui ci dobbiamo fermare un attimo e parlare di Chodasevič. Alto, esile,
l’ovale lungo del viso incorniciato da capelli lunghi, acmeista per
classificazione cronologica, simbolista nella sua austera e selettiva
solitudine, classico nella versificazione e nella scelta filologica delle
parole. Caterina Graziadei, che del poeta russo ha curato una recente antologia,
definisce senile l’intonazione del dettato poetico di Chodasevič. Ma la senilità
è una condizione tipica di chi sta ancora dentro l’esistenza. Bisogna spingersi
oltre: Chodasevič si installa in un punto che è al di fuori della vita, alieno
al passato come al futuro. Il presente è un buco nero che attira verso di sé le
immagini della realtà: dall’altro lato dell’abisso c’è il nulla vestito di
algida ironia. Sono rari i momenti in cui il disincanto del poeta russo viene
meno, trafitto da esili raggi di speranza. Né contribuiscono i frequenti episodi
di malattia che lo affliggono ormai da decenni. Talvolta, il ricordo di
un’infanzia serena o l’immagine di una donna passata entrano dalla finestra
della sua esistenza come sentore di acacia, e per qualche sparuto attimo di
tempo la sua anima si raccoglie in un fugace sorriso. Inesausto Chirone russo,
Chodasevič dedica le sue esigue energie soprattutto agli altri: Nabokov lo
elegge come uno dei suoi maestri. Molti dei dialoghi che animano Il dono – dice
la Berberova – sono stati pronunciati in una stanza tra Nabokov e Chodasevič,
tra giochi a carte, carezze al gatto e tazze di tè fino a notte fonda. Berberova
e Chodasevič condividono un decennio tra traslochi, malattie, qualche viaggio:
quasi dieci anni vissuti in gravi ristrettezze economiche e materiali. Nel 1931,
ormai estenuata dalle frequenti ricadute fisiche e nervose del poeta, Nina
Berberova decide di separarsi da Chodasevič, al quale fino ad allora l’aveva
unita un legame simile a quello che si instaura tra un’allieva e il suo maestro,
o tra due compagni di viaggio. I due continueranno comunque a frequentarsi e a
volersi bene, fino alla dipartita di lui, nel 1939.
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Annunciata da inquietanti voli di corvi e anomalie nei raccolti, arriva infine
la guerra. La topografia della comunità russa in Europa è sconvolta: è il tempo
di un primo e decisivo bilancio. Uno: la letteratura degli emigrés russi ha in
gran parte fallito, e ha fallito perché, secondo la Berberova, non è riuscita a
creare un suo stile unico e inconfondibile capace di risuonare nitidamente nella
musica della storia. Due: per paradossale che possa sembrare, “la letteratura fu
l’unica cosa che rimase di quegli anni”, capace di dar voce, più o meno
compiutamente, a quel movimento storico e culturale gigantesco che è stato la
diaspora russa. Soltanto uno scrittore emigré si distanzia talmente tanto, per
talento e per stile, da diventare ben presto un marziano: si tratta di Vladimir
Nabokov. La Berberova lo conosce a Parigi, dove si trasferisce negli anni Trenta
con la moglie Vera e il figlio. Partecipano a incontri letterari e sedute di
lettura. Mangiano insieme quantità industriali di bliny. Una notte, Nabokov
confessa a cuor leggero di non aver letto I racconti di Sebastopoli di Tolstoj,
provocando le ire funeste di Bunin. Un giorno la Berberova va a casa sua – un
piccolo e scomodo appartamento ai limiti del praticabile. Nabokov è influenzato,
ma fa comunque gli onori di casa. A un certo punto, egli va dal piccolo Dimitri,
gli dà il suo guantone da boxe e lo prega di colpirlo il più forte possibile.
Poi, lascia la stanza del bambino soddisfatto, sorridente e forse anche un po’
dolorante. La Berberova legge i primi capitoli di La difesa di Lužin, apparsi
nel 1929 su Sovremennye Zapiski.
> “Li rilessi due volte. Avevo davanti a me uno scrittore contemporaneo eccelso,
> maturo, complesso; uno scrittore russo straordinario, nato, come la fenice,
> dal fuoco e dalle ceneri della rivoluzione e dell’esilio. Da quel momento la
> nostra esistenza ebbe un senso. Tutta la mia generazione fu assolta… La mia
> generazione vivrà in lui, non scomparirà, non si dissolverà tra i cimiteri di
> Billancourt, di Shanghai, di New York e di Praga; noi tutti, fortunati (se ce
> ne sono) e sfortunati (un’intera dozzina), pendiamo da lui come una zavorra.
> Nabokov è vivo, quindi lo sono anch’io!”
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Alla fine del quinto capitolo, Fiere polene sulla prua delle navi, assistiamo
allo svolgersi dolente di una sorta di ballata in prosa su ciò che è rimasto di
quella che un tempo era la comunità russa. Cessata la tempesta portata dalla
guerra, sono rimaste solo le rovine. Ma come penetra nel libro il soffio
violento dei sei anni di guerra? La risposta è in una costola del libro stesso,
o meglio in un piccolo satellite che si è staccato dall’opera principale e che
non è stato inserito nell’edizione adelphiana di Il corsivo è mio (c’è in quella
francese): Il quaderno nero. Si tratta di un vero e proprio diario tenuto dalla
scrittrice. Inizia il giorno della firma del patto Molotov-Ribbentrop e dura
fino alla fine del conflitto. Alla data del 6 gennaio 1944 si legge: “Oggi c’è
stato lo sbarco in Normandia”.
Ma torniamo a Il corsivo è mio. La prima, tragica manifestazione concreta della
barbarie è l’arresto dell’ultima moglie ebrea di Chodasevič, Olja. Nina
Berberova fa quello che può per sottrarla alla deportazione nei campi nazisti,
ma a nulla vale il suo disperato tentativo. Entriamo ad occhi aperti
nell’oscurità di una delle più drammatiche pagine della storia: la stella gialla
cucita sugli impermeabili, i volti sanguinanti per le percosse, la burocrazia
nazista della morte, l’incertezza di un futuro già scritto…
La guerra è finita. Resta un persistente senso di convalescenza. Le immagini e i
gesti del mondo giungono ovattati, quasi da un’altra dimensione, come se
qualcuno avesse tolto il sonoro. La Berberova ha perso quasi tutto e tutti.
Mentre passeggia nei giardini del Trocadéro, un lampo balena nella sua mente:
ancora una volta, è deciso, lei partirà. Dopo 25 anni passati a Parigi, decide
di lasciare la Francia. Non solo le condizioni economiche sono disastrose, ma
ormai anche quel manipolo di persone consacrate alla poesia e con le quali si
era creato un certo “esprit de corps” è scomparso. Inoltre, il clima culturale
degli anni dopo la guerra è particolarmente scoraggiante, votato alla fame
spirituale e al filisteismo. Giunta quasi alla conclusione del suo libro, Nina
si interroga sulla parabola tragica della sua vita e della sua generazione. “Ora
che la tragedia è finita”, dice, “è iniziato l’epos”. E lo humour ha diritto di
esistere nell’epos. Nel 1950, a bordo di un transatlantico, Nina Berberova
raggiunge New York. Sbarca in una fredda alba di novembre. Il primo dialogo, in
un inglese alquanto stentato, è con il medico alla dogana. Viene sottoposta a
una radiografia. Le sue costole sono come la gabbia di un pappagallo e al centro
lui, il pappagallo-cuore, con l’aorta scura simile alla cresta di un uccello
tropicale. Poi, la Berberova si perde tra le altezze vertiginose di New York. È
l’inizio di un’altra storia.
**
La Berberova è sicura di non fare più ritorno in Russia (la sua lunga vita la
smentirà). C’è però un episodio che ha il sentore di un vaticinio. A Parigi, nel
1965, Nina incontra Anna Achmatova a bordo del vagone che la riporterà a Mosca.
Le due scambiano qualche parola, gli sguardi si aprono a un timido sorriso. Sono
passati quarantatré anni dal loro ultimo incontro. Il treno sbuffa per
annunciare la sua partenza imminente e la Berberova scende. Poco dopo, i vagoni
cominciano a muoversi e a sfilare lentamente. L’Achmatova, affacciata a un
finestrino, agita la mano in segno di saluto prima di scomparire, dopo l’ultima
svolta, verso l’orizzonte.
La Russia è stata un sogno – dice Remizov, con sguardo malinconico, in un
passaggio del libro. La Berberova, quel sogno l’ha realizzato nel 1989, anche se
nel libro non c’è traccia del suo viaggio in Russia. Quando abbiamo la fortuna
di ricongiungerci con gli angeli della nostra infanzia, è bene che il silenzio
sigilli il miracolo dentro la diafana luce del destino.
Lorenzo Giacinto
L'articolo “La Russia è stata un sogno”. Nina Berberova, l’avventuriera
dell’ignoto proviene da Pangea.
Chi l’ha vista in scena, probabilmente, ha misura della parola sortilegio.
Qualcosa – esaltiamo il Ciclope etimologico, diamo al linguaggio filigrana di
Frankenstein – tra la sorte e la legge. Dalla legge – la ‘norma del testo’ messo
in atto – sortisce qualcos’altro. Voce, apparizione, figura, spettro. Dalla
norma, l’anormale.
Disciplina dell’estrema spoliazione, l’attore. Al termine del rito scenico,
resta, a noi spettatori, la carcassa di un’ombra – che ne è dell’attore? Spirato
– cioè: a se stesso risorto.
Clara Galante, insomma – come dicono diversi repertori biografici – è “autrice
protagonista del teatro italiano”. Ha operato con Peter Brook e Luca Ronconi – e
della loro maestria si è invischiata – è stata interprete per Federico Tiezzi,
Marco Bellocchio, Giorgio Albertazzi, Andrea Camilleri, tra i tanti. Di certo,
l’avete vista al cinema o in qualche serie tivù – eccelle nel canto, dote che
l’ha portata a lavorare al fianco di Riccardo Muti, Nicola Piovani, Ennio
Morricone. Tutto questo, però, l’anamnesi di un’attrice di vasto talento, è,
infine, ininfluente. Chi ha conosciuto Clara Galante sa che è una donna legata
all’ora-e-qui – è una donna in ricerca, come direbbe lei, che fa ricerca. Cioè:
creatura in perpetuo mutamento. Donna-crisalide.
Più che altro, Clara Galante si è conficcata, con gioia da ricercatrice,
appunto, da astronoma di anime, nell’esistenza di diverse, inarginabili donne.
Il legame con Marina Cvetaeva, su tutte, intorno a cui realizza un progetto –
andato assai in giro – centrato su Indizi terrestri; poi Etty Hillesum, Medea,
Irene Brin, Karen Blixen… donne infinite, ma anche, di contrasto, donne anonime;
le imperdonabili e le martoriate (mi riferisco a Non sono stata finita, il
“poemetto per corpo e voce contro la violenza sulle donne”).
Ritorno al sortilegio. Sfoglio il ‘Pianigiani’, lo sfido. “Predizione
dell’avvenire per via d’incantamento, o meglio coll’estrazione a sorte di fogli
su cui aveva scritto dei versi il sortilegio”. Il sortilegio: cartiglio – testo;
testo poetico che si scrive da sé – che, recitato, opera incantamento. Tra
benedizione e maleficio.
Clara Galante è, anche, autrice di sortilegi. Cioè di testi che mettono
all’opera le anime. È su quello che ci orientiamo, nel dialogo. Ho il
privilegio, così, di entrare in alcuni poemi-per-il-teatro di Clara Galante: Una
Antigone senza leggenda (“Comincia a parlare come per riempire il vuoto o per
scongiurare l’approssimarsi di qualcosa di sconveniente”) e Io sono prima del
cavallo, io sono il galoppo, ad esempio, dove “dell’eroina da tutti osannata”
(“Esistevo prima di Giocasta,/ prima di Laio, prima di Edipo,/ esistevo da
prima/ molto prima delle sventure”) l’attrice-autrice mette in luce “i lati
‘negativi’… un carattere incapace di chiedere scusa e di sentire la
responsabilità delle conseguenze che le proprie azioni provocheranno”. Il testo
che mi avvince è l’“Oggetto gridante” dedicato a Clarice Lispector – di cui in
calce sono riprodotte alcune lasse –, la cui figura – impastata di enigma, di un
fascino che spaura – ricorda, per echi ed economia dell’essere, quella della
Galante. Il primo fascio di versi indirizza al carisma dell’opera:
“Mi profumo tutta
poi mi metto a scrivere di getto
non pianifico, lavoro con l’indiretto,
l’informale, l’imprevisto
non è necessario avere un ordine per scrivere
non c’è un modello da seguire,
non c’è un modello.
Una cosa nasce, nasce e basta.”
Ciò che sgorga sorgivo disseta – ferisce. Clara Galante non lenisce le ombre, ne
esaurisce il sangue, semmai – ciò che resta è uno scavo, l’incavo dove si entra
con piccole candele, serrature che sibilano, sibilline.
Farsi voce, dare voce. Parto da una domanda che esplicita una poetica. Come si
salda la scrittura nel tuo lavoro di interprete? Dal palco alla pagina: sono
‘regni’ diversi, inconciliabili oppure che si nutrono vicendevolmente?
Sono regni diversi ma dallo stesso seme nel momento in cui ambiscono a
comunicare. Quindi è la voce a saldarli. La voce è un gesto che restituisce la
complessità di una intenzione. È una trama. Quando scrivo, spesso lo faccio in
voce o immaginandola. Il testo è come la sinfonia. Kandinskij scriveva che i
colori sono come i tasti e il pianoforte è l’anima. Per me le parole sono i
tasti, e la voce è l’anima. Tutto è connesso nella sinfonia del gioco teatrale
ed io ne sono lo strumento. Abito il palcoscenico non come mera rappresentazione
della realtà, ma come il medium, che mi aiuti ad esprimere una necessità
interiore o una verità, attraverso il linguaggio sintetico della
rappresentazione. In questo, la scrittura apre la strada. Ho scoperto di avere
una percezione sensoriale atipica, che mi permette di dare consistenza fisica a
una sensazione, un’emozione o circostanza interiore e proiettarla nella voce,
sia che stia facendo Shakespeare o la Livella di Totò. È diverso dal semplice
recitare. Si tratta di superare la pagina, portando più vita, e il pubblico
aspetta sempre la vita, anche nella tragedia più nera.
Tra i rapporti eletti, scritti, quelli con Marina Cvetaeva e Clarice Lispector.
Perché proprio loro?
Una è la forza ardente del Fuoco, l’altra è la forza fluida dell’Acqua. Marina è
l’incendio dell’Anima. Clarice l’abisso della Coscienza. Mi aggiro in questi
ambiti, cerco la loro tensione, il ritmo, lo scatto, il fluire. Marina e Clarice
sono due creature fuori dal mondo pur vivendo al presente. Forse hanno sbagliato
secolo; una troppo in ritardo, l’altra troppo in anticipo. Ma hanno vinto
entrambe perché oggi le amiamo più di quanto siano state amate in vita. Questo è
bellissimo e da speranza a tutti.
Clarice Lispector (1920-1977)
Scrivi “Non essere nata animale/ è la mia segreta nostalgia”. Che animale sei?
In quale bestia vorresti rinascere?
Amo la Natura, sono cresciuta con lei, prendo ispirazione dalla sua
osservazione. È capitato recentemente, di trovarmi più da sola, di fronte ad
animali liberi e inaspettati. Incontri straordinariamente ravvicinati con un
barbagianni, una civetta, un furetto e perfino un insetto, mai visto prima, un
esserino verde smeraldo alto cinque centimetri circa, bellissimo, con testa
orizzontale tipo ET, occhietti grandi e sporgenti, che beatamente si era posato
sulla mia coscia. È restato a fissarmi immobile per più di dieci minuti. Un
insetto dolce e curioso che non sono riuscita ancora ad identificare. Ognuno di
questi incontri è stato come un dono che parlava di cose antiche e presenti.
Dovessi scegliere una creatura animale in cui rinascere, sceglierei un uccello.
Un merlo. Il suo canto è un richiamo, è casa per me, è pace.
…e poi: rinasceremo, esiste forse l’Ade, il Paradiso, il niente? In cosa
crede Clara Galante?
Ho sempre fatto il mio lavoro per scoprire cose che non so. Infinite. Qualche
anno fa, ho avuto la fortuna di lavorare con Luca Ronconi su un soggetto
straordinario a questo proposito, Infinities, un saggio del matematico John
Barrow. Tutta una profonda riflessione sulla vita e sulla morte, sul nostro
vivere il tempo nelle sue infinite possibilità quantistiche. Quindi, per
rispondere alla tua domanda: a cosa credo? A tutto. Cercando sempre una ragione,
una spiegazione possibile alle cose… e la trovo anche solo per testardaggine.
Sono spesso in burrasca, poiché a una risposta data, si affaccia sempre una
nuova domanda. In cosa credo? Al Vuoto che esiste per essere riempito.
All’Amore, capace di tutto. A Dio. A questo mi affido.
Qual è il personaggio femminile che Clara Galante ha interpretato con maggior
gioia – in cui ha ‘aderito’, in libertà, meglio?
Direi che quasi ognuno dei personaggi che ho interpretato è stato liberato del
mio ego. Quindi posso dire che insieme abbiamo goduto di un certo senso di
libertà.
Qual è la donna che avrebbe voluto interpretare Clara Galante?
Fino ad ora ci sono stati bellissimi ruoli; anche dal mondo greco non ne sono
mancati: interpretare i classici è una esperienza enorme. Nella tragedia come
nella commedia, non fanno altro che chiedersi “di chi è la responsabilità?”.
Direi che abbiamo ancora bisogno di loro. Poi ci sono opere che aspetto, autori
come Čechov, Tolstoj, Tennessee Williams, Beckett…
Qual è – quale è stata – la donna-guida della donna Clara Galante?
La guida non è mai una, ne arrivano diverse a seconda dei bisogni che
caratterizzano i momenti della vita, o i progetti a cui sto lavorando. C’è stata
Artemisia Gentileschi però, e per molto tempo.
Il potere delle donne, il rapporto tra donne e potere. Ti domando, da artista,
una riflessione.
Il mondo greco romano può venirci incontro e raccontarci da dove si è partiti.
Sebbene si siano raggiunti alcuni traguardi, l’uguaglianza tra uomini e donne
appartiene al futuro. Il Potere non ha sesso in realtà. È una preziosissima
attitudine che pratico, cerco di nutrire. Amo il Potere quando è per me stessa.
È una grande forza, la volontà. Noi siamo un flusso informazionale che cammina e
che ha il potere di trasformare le cose. Ma se si parla del potere esercitato
sugli altri, del suo abuso quindi, la stima che nutro per l’essere umano, uomini
e donne indistintamente, si disintegra in un attimo.
*…e ora, cosa fa Clara Galante?
Peter Brook uno dei miei maestri, diceva “il più grande errore di un attore è
credere di essere solo sé stesso”.In verità, che sia in scena o meno, vivo:
approfondendo questo, non si finisce mai. La cosa che mi piace di più è la
ricerca, in essa c’è il senso di tutta la vita, che cerco, ogni giorno.
**
Da: Clarice Lispector. Come Medusa in un magma sonoro. Oggetto gridante
Non essere nata animale
è la mia segreta nostalgia,
deve essere il richiamo del bosco
la selva non conosce divieto
nel bosco non esiste malvagità
è un tale mistero questa foresta…
adesso sento che proprio ci siamo
mi trovo nel suo midollo
nel centro vivo, molle
bevo un sorso di sangue
mi riempio tutta,
sento cembali, trombe,
tamburelli, sento la pianta carnivora
che rimpiange tempi memorabili,
la liturgia degli sciami
dissonanti,
vengono fuori dalla nebbia
insetti, rospi, api,
mi lecco il muso
come la tigre
dopo aver divorato il cervo
si, deve essere il richiamo del bosco.
Il senso dell’ occulto possiede
un’intensità che ha luce,
è come più un presagio di vita,
l’eros nitido di ciò che è vivo
sparso nell’aria, nelle piante,
in noi, sparso nella mia voce
che più si accosta a Dio…
Ho già visto cavalli selvaggi
lanciare al cielo il loro lungo nitrito di gloria
Un giorno ho detto
“io posso tutto”
era il desiderio di poter un giorno
cadere elastica
in una profonda allegria,
un’estasi segreta,
sessualmente viva,
di un sesso mitico, infinito spaziale
del colore dell’aria!
È di una tale purezza questo contatto
con la grande potenza della potenzialità
da una libertà così grande
da scandalizzare un primitivo!
Ma so che tu non ti scandalizzerai…
Una volta, guardai fisso negli occhi la tigre
e quella guardò fissa nei miei,
ci trasmutammo.
Messaggi telegrafici,
intensi, muti, in cui immergere la mano
– anche le mani guardano –
tirarla fuori
facendo sgocciolare via
i riflessi di questa acqua dura che è lo specchio
anzi no non esiste la parola specchio
esiste solamente specchi
giacché un unico specchio è già
una infinità di specchi…
La tigre era ferita. Mi avvicino
senza paura di toccarla
le strappo via la freccia,
la belva fa un giro lento intorno a me,
esita, si lecca una zampa,
mi osserva, e lentamente in silenzio
quieta si allontana
forse vale la pena essere nati
affinché un giorno cercando aiuto
tacitamente si riceva
#
Mi prendo cura del mondo,
è l’orribile dovere di andare fino in fondo
senza l’aiuto di nessuno che…..
Così per soffrire meno,
ottundermi un po’
perché non posso caricarmi sulle spalle i dolori del mondo!
Mi prendo cura del bambino vestito di stracci,
ha nove anni ed è magrissimo
Mi prendo cura dello sguardo di migliaia
di piante, di alberi,
mi obbliga a ricordarmi del volto inespressivo
quindi spaventoso, della donna che ho visto per strada,
con questi occhi mi prendo cura della miseria
di quelli che vivono nelle baracche
Quando sento totalmente ciò che le altre persone sono
e sentono, che posso fare?
Le vivo ma non ho più forza.
Da bambina mi ero presa cura di una serie di formiche,
nella piccola formica che porta una foglia
c’è racchiuso tutto il mondo che mi sfugge.
Prendersi cura esige molta pazienza
come quando appoggi l’orecchio alla terra
e senti l’estate che piano si fa strada da sotto
Io già sapevo con che peso di dolcezza
l’estate faceva maturare centomila arance,
e sapevo che le arance erano mie
perché Io volevo.
La senti, la paziente brutalità della terra
serrata che comincia ad aprirsi
da dentro
Ma è quando arriva l’inverno che do,
accolgo nidiate di persone
nel mio seno tiepido.
Devo darmi come il latte
se non fluisce fa scoppiare il seno!
C’è qualcosa nell’aria
è profumo di pioggia ancora un inverno che arriva
e di nuovo darò, avrò dato, darò…
comunque lo dica è presente
perché che lo dico adesso
Do!
Clara Galante
*Si ringrazia Clara Galante per averci permesso di pubblicare in anteprima parte
del suo progetto letterario e teatrale su Clarice Lispector ; in copertina:
Clara Galante in un ritratto fotografico di Azzurra Primavera
L'articolo “Non essere nata animale è la mia segreta nostalgia”. Dialogo con
Clara Galante e le sue ombre proviene da Pangea.
> «Quando uno sceglie la strada della minoranza, deve essere minoranza fino in
> fondo: voce di catacomba, destinata a risonare in uno spazio consapevolmente
> sotterraneo».
Con queste parole il personaggio dell’editor rigetta una bizzarra serie di
manoscritti, confidando d’aver inteso alla perfezione il perverso desiderio
dell’oblio che agita lo scrittore. Siamo alla fine del romanzo post-moderno Il
settimo giorno di Giorgio Calcagno e rivela, curiosamente, il destino stesso
dell’autore (quello vero, non quello di finzione). Perché Calcagno sembra aver
scelto, con consapevolezza, proprio lo spazio sotterraneo della letteratura.
Nel 2024 è tornato disponibile Il settimo giorno grazie a Cantoni Editore: la
copertina rigida e di tela, una carta interna gradevole al tatto, insomma, un
libro fatto bene, una qualità elevata che riflette la peculiarità dei testi
pubblicati. Si tratta di un’opera aliena nel panorama letterario, apparsa per la
prima volta nel 1981 da Rusconi; viene definito romanzo sperimentale (anche se
del romanzo ha poco) e incomincia con un gioco letterario, ma rovesciato: capita
spesso che i romanzi si aprano con il ritrovamento di un manoscritto; qui, al
contrario, i manoscritti sono sei e sono loro a trovare il primo narratore, come
se questi testi gli fossero stati consegnati per errore, e decidesse quindi di
spedirli a sua volta a un editor. Se il filo conduttore di questi sei “racconti”
è sempre il sacro, questo viene però declinato nei più laici o addirittura
profani dei modi possibili, non solo nel contenuto, ma soprattutto nella forma.
Così i testi prendono la forma di una indagine statistica sull’esistenza di Dio
(con tanto di lettere di protesta di comitati e sezioni di partiti), o la forma
di una sceneggiatura fantasma sull’eterno peregrinare di colui che cerca un
campo da acquistare coi trenta denari, o la forma di uno scambio di rimproveri,
querele e gossip sulla mancata realizzazione di un telefilm su una Madonna in
versione femminista, o di un saggio a più voci su un affresco scomparso (o
cancellato di proposito?) sul sacrificio di Isacco, e così via.
I racconti si sviluppano come un borgesiano affastellarsi di finzioni, una serie
di dotte scatole cinesi, continue falsificazioni, punti di vista che si
sovrappongono. Il tutto a mostrare che il continuo interrogarsi, lo sproloquio e
l’accanimento investigativo, non fanno che far scappare Dio; più lo si cerca,
meno lo si trova. Ai fini statistici, si mostrerà che non importa se la gente
creda o no in Dio, importa solo se è utile a qualcosa («se è utile, che esista
pure. Non svegliamolo, mentre la gente lavora»); alla giovane attrice viene
rimproverata «una gioia quasi infantile» quando apprende di dover interpretare
la Madonna, e i comitati femministi incominciano a strattonarla da ogni parte,
così preoccupati di far emergere le qualità della donna moderna, da non
accorgersi di calpestarne la figura proprio nel suo aspetto più alto.
Questa cacofonia di voci, lettere, trascrizioni, rimandi, note redazionali,
vanno a costituire l’affannoso chiacchiericcio intorno a Dio: estromesso,
offeso, abolito, superato, Calcagno ci mostra come Dio si manifesti con maggiore
evidenza in tutta la sua complessità proprio in questo disperato Novecento, e la
totale inadeguatezza dell’intelletto umano quando tenta di coglierne la voce.
Nel leggere Il settimo giorno non può non venire in mente il Pasolini
di Teorema o de La ricotta, dove certa esasperazione del sacro porta a un
impoverimento spirituale o alla diaspora. Il vero protagonista di questo
pseudo-romanzo è proprio il linguaggio, in tutte le sue più varie forme, da
quello saggistico ed erudito a quello giornalistico, da quello cinematografico a
quello politico. E forse Calcagno vuole dirci che in tutto questo parlare l’uomo
si priva del silenzio necessario per ascoltare Dio:
> «il messaggio domenicale sarebbe da cogliere nei segni senza segno – il
> fruscio del disco, il nero della fotografia, lo stop del telegramma».
Forse perché Dio si nasconde a chi lo cerca con la testa anziché col cuore.
Valerio Ragazzini
*In copertina: Piero della Francesca, Natività, 1475 ca.
L'articolo “Voce di catacomba”. Giorgio Calcagno o della letteratura sotterranea
proviene da Pangea.
Poco prima di morire scrisse al suo mentore, Maxwell Perkins; gli scrisse “della
stranezza e della gloria e della potenza della vita”; gli scrisse “penserò
sempre a te”. L’avevano ricoverato a Baltimora, la tubercolosi aveva intaccato
il cervello. Spirò il 15 settembre, spirava l’ultimo fetore dell’estate, avrebbe
compiuto trentotto anni due settimane dopo, era il 1938. Di sé, lasciò diversi
libri, tutti, naturalmente, esagerati, naturalmente inarginabili, a piantumare
leggende. Le settecento pagine di The Web and the Rock, ad esempio, e le
ottocento di You Can’t Go Home Again; la quarta di The Hills Beyond, uscito tre
anni dopo la sua morte – quasi quattrocento pagine – ricalcava una recensione
del “New York Post”:
> “È uno dei più eloquenti e stupefacenti scrittori americani di ogni tempo, una
> specie di Gargantua sul corpo di Walt Whitman”.
Dicevano fosse One of America’s Immortals.
In effetti, pareva immortale, Thomas Wolfe.
Alto quasi due metri, un Sansone, nato per rovesciare i pilastri della
letteratura occidentale. Il ‘coccodrillo’ del “New York Times” disse di uno
scrittore dall’“energia incontenibile, dalla forza instancabile,
dall’insaziabile fame di vita”; scrissero della giovinezza, della morte
improvvisa, delle “stimmate di un genio indisciplinato e imprevedibile”. È
proprio in questi elementi contraddittori il nucleo della narrativa di Thomas
Wolfe: il gigante fragile, la forza spezzata, l’infaticabile fame,
l’insoddisfazione perenne. Che restasse, in sostanza, un incompiuto fece di lui,
di quel ragazzone esagitato, un Don Chisciotte yankee, l’eroe del Grande Romanzo
Americano. Mentre gli altri – i Faulkner, gli Hemingway – veleggiavano verso i
fasti-disastri del successo, lui, Thomas Wolfe, come Ettore e Sansone, come Moby
Dick, di cui era l’umano emblema, lo scrittore-capodoglio, issato in oceanica
furia, moriva, tra epiche lacrime.
In un’epoca in cui si scriveva distillando parole dal calamaio dell’intelletto,
scrisse che il romanzo, per lui, era “come lava dal cratere di un vulcano”. Ne
sapeva qualcosa Maxwell Perkins, l’editor che ha ‘inventato’ Fitzgerald e
Hemingway, eternato da Colin Firth in Genius, il bel film di Michael Grandage
uscito nel 2016. Quando lesse il manoscritto di Angelo, guarda il passato –
titolo mirabile, tratto da un passo dal Lycidas di Milton –, che in origine
s’intitolava “O Lost”, capì di trovarsi di fronte a un capolavoro. Il lavoro di
revisione fu catartico, catastrofico: dall’epopea quotidiana di Eugene Gant
furono cestinate sessantamila parole; il libro uscì per Scribner’s nel settembre
del 1929, con un successo più che discreto.
I critici furono spiazzati da quel romanzo assieme lirico e frugale; “The World”
scrisse di un “libro corposo, carnale, secondo la moda di Thackeray, che
racconta di una comune famiglia americana in una squallida cittadina americana”;
in quella saga qualcuno – il “New York Evening Post”, ad esempio – ravvisò i
tratti di James Joyce e di Sherwood Anderson. Il romanzo uscì in Italia nel
1949, per Einaudi, nella versione di Jole Jannelli Pintor: in copertina, il
dettaglio di un quadro di Pieter Bruegel avrebbe dovuto dare l’idea della
Carolina del Nord; pochi anni prima, Cesare Pavese aveva teorizzato i legami
tra Middle West e Piemonte.
Nel saggio pubblicato a conclusione della sua vulcanica, nuova traduzione
di Angelo, guarda il passato(Mattioli 1885, 2026), Nicola Manuppelli paragona
l’opera di Thomas Wolfe alle Argonautiche di Apollonio Rodio. Al di là delle
audacie generiche, condivisibili (“Le Argonautiche non racconta soltanto una
spedizione, racconta un modo vorace di stare al mondo”), non sono d’accordo.
Apollonio Rodio accade alla fine di un mondo, quello epico: lo sigilla con
sfoggio di cultura esuberante. Thomas Wolfe è posseduto dal genio
dell’ingenuità: vuole fondare l’epica romanzesca del suo ‘nuovo mondo’,
l’America. Più che alla cultura greco-classica, Angelo, guarda il passato guarda
a quella biblica: racconta le peripezie di un figlio, i tumulti del padre, la
barbarica madre; racconta del luogo natale, quello del sangue, del tradimento e
del ritorno. Dice cosa significhi dimenticare le origini – e rinnegare se
stessi. Sembra una storia desunta da Genesi. In questo senso, Thomas Wolfe è un
grande narratore del Sud degli Stati Uniti: se in Faulkner agisce il profetismo
biblico, in Cormac McCarthy l’apocalittica e in Flannery O’Connor l’etica
paolina, Wolfe è una specie di Adamo che tenta di ricordare ai sopravvissuti i
fasti di Eden, il suo perduto regno. Tutto, in Thomas Wolfe – la figura,
dinoccolata, ingombrante; la scrittura, eccessiva, eccezionale, per lo più
incompresa; la morte, nel fiore – simboleggia il messianico: egli è il Messia
della letteratura americana, il sommo toro sacrificale. Dopo di lui, a diversi
gradi di complessità, ogni impresa letteraria è stata possibile: scrittori che
in apparenza poco hanno a che fare con Wolfe – chessò, Thomas Pynchon, David
Foster Wallace, William T. Vollmann – gli devono tutto quanto a postura, ad
azzardo, a razzia verbale senza sicurezza alcuna.
Scrivere qualcosa intorno ad Angelo, guarda il passato significherebbe spezzarne
l’oracolo: il libro va aperto, va lasciato lì, come un ruggito, come una pianta
carnivora – fatevi divorare. Se insegna qualcosa, Thomas Wolfe insegna che è
irrilevante cosa si scrive – conta il come. Ogni singolo frantume della nostra
grigia esistenza da espatriate marionette ha, in nuce, un’Iliade, una Divina
Commedia: basta manovrare il verbo come una torcia, come una cazzuola. Angelo,
guarda il passato, soprattutto, è il grande romanzo della memoria – nato “dal
più profondo recesso dell’antica mente dell’uomo ossessionata da sciami di
ricordi”, ha scritto Thomas Wolfe ripercorrendo la Storia di un romanzo (Fazi,
1997) – e dell’oblio (“Ho dimenticato i nomi. Ho dimenticato i volti”, sussurra
Eugene nel momento cardinale del romanzo). È il romanzo che si scrive chiamando
a raccolta
> “la grande legione perduta di tanti sé, le mille forme che comparivano e
> svanivano, che si intrecciavano e cambiavano senza sosta, e che restavano,
> immutabili, sempre Lui”.
Pura teurgia dell’io, edificato – come il Myself di Walt Whitman, il levito
Leviatano della letteratura americana – per disfarsene. A cosa servono,
d’altronde, quegli angeli di marmo, leonini, chimerici, messi a guardia delle
tombe nel cimitero di Oakdale, a cosa serve l’angelo confitto davanti al negozio
di William Oliver Wolfe, il papà di Thomas, talentuoso forgiatore di lapidi, se
non a dimostrare che ogni vita è vitrea e tornerà cenere, che ogni colosso sarà
incenerito dallo sguardo di Dio? Eppure, questo romanzo nato sotto l’egida di
“una pietra, una foglia, una porta mai trovata… e tutti i volti dimenticati” è
ancora qui. Gigantesco, è vero. Fragile, è vero. Ti si sbriciola in mano.
Lapidario. Effimero. Come è la vita.
L'articolo Thomas Wolfe, il Don Chisciotte yankee. Elogio di un “mostro”
proviene da Pangea.