Il Festival della letteratura indipendente di Pomigliano d’Arco è alla sua sesta
edizione ma quest’anno si terrà a Casalnuovo di Napoli e non a Pomigliano d’Arco
perché al sindaco di Pomigliano d’Arco non va giù la presenza della libraia e
organizzatrice storica del FLiP Maria Carmela Parisi, e siamo subito in una
pagina di Giovannino Guareschi perché la tragedia del potere ridicolo da sempre
alla letteratura italiana riesce benissimo di raccontarla attraverso la
microlente della provincia.
Ciro Marino, editore&librario Woytek e organizzatore storico del FLiP con Fabio
d’Angelo e Parisi, si conferma essere allergico a ogni retorica tanto
resistenziale quanto vittimistica: “Se mi chiedi dove potrei aver già letto
questa storia io ti rispondo in Se una notte d’inverno un viaggiatore di
Calvino, perché qui siamo di fronte all’assurdo della realtà. A essere state
prese di mira non sono state le nostre proposte, non so neanche se il nostro
programma sia stato letto. Semplicemente abbiamo perso fondi e concessione di
spazi per non aver voluto obbedire all’arbitrarietà di un uomo che non ha voluto
sentire ragioni al di fuori della sua sola.”
La reazione collettiva è stata quella che mi auguravo e mi aspettavo: immediata
e molteplice. È il risultato di una credibilità ottenuta sul campo, per un
festival costruito e che deve la sua forza oltre che la sua lealtà “a chi lo
ama, a chi legge, a chi scrive, a chi partecipa agli incontri e aspetta ogni
nuova edizione”, così si legge nel comunicato ufficiale. Questo invece
l’incipit: “Ci è stato imposto un aut aut: cancellare dal programma del FLIP un
nome”. Marino, raggiunto al telefono, ci ha tenuto a precisare: “La richiesta
sarebbe stata irricevibile chiunque fosse stata la persona sgradita e additata
dal sindaco: organizzatrice o volontario al servizio di sicurezza, sarebbe stato
lo stesso. Assurdo anche solo pensare che il FLiP fosse addomesticabile.”
Che il punto per il quale Marino&co abbiamo perso la cappa di Pomigliano sia
stato quello sulla i di indipendenza del FLiP? Nella risposta Marino ribadisce
che non è in cerca di clamori facili: “L’indipedenza a cui facciamo e
continuiamo a fare riferimento ha una notazione squisitamente tecnica, riguarda
l’editoria indipendente rispetto ai grandi gruppi anche internazionali di
settore, nel tentativo di dare spazio e visibilità a chi fin troppo spesso fa
fin troppa fatica per averne. Non sentiamo il bisogno di sposare grandi cause
aggiuntive e alternative: la letteratura fa tutto da sé, di questo ne restiamo
convinti.”
La gratitudine per la disponibilità e l’ospitalità di Casalnuovo di Napoli da
parte degli organizzatori è autentica come lo è la loro consapevolezza del
valore culturale e mica soltanto culturale che rappresenta la loro quattro
giorni, quest’anno dal 3 al 6 settembre prossimi, di presentazioni e incontri
con autori di riconosciuta fama nazionale e internazionale. “Appena il sindaco
di Pomigliano ci ha sbattuto le porte in faccia non sono state soltanto quelle
di Casalnuovo ad aprirsi subito dopo. Il comunicato termina così: Il FLIP non va
via da Pomigliano perché ha perso. Va via perché non si è piegato. E non se ne
va via da sconfitto.”
Posso immaginare il trambusto per il relativamente poco tempo a disposizione per
dover riorganizzare il tutto da un comune a un altro durante il torrido agosto.
Chiedo: slittamenti nelle date o nel programma? “Nessuno, per quanto ora dovremo
contattare i partecipanti per comunicare i cambiamenti in corso.”
Magari e giusto per fare qualche nome a caso Dario Voltolini e Alessandro
Baricco saranno già pratici dei paraggi oltre che dei malvezzi del costume
nazionale, però vorrei tanto esserci quando dovranno dire a Maylis de Kerangal
quale diga civica abbia dovuto tenere perché lei potesse presentare il suo La
diga alla stessa ora ma in un altro posto, così come mi piacerebbe vedere la
reazione di Irvine Welsh quando gli spiegheranno come mai il palco per il suo dj
set di giovedì 3 settembre dovrà essere montato a diversi chilometri di distanza
dal punto previsto.
Meglio che dover contattare Bruno Tognolini e dovergli ammettere: “Hai presente
l’evento Rime vive per risvegliare il mondo, previsto per sabato 5 settembre
alle 18 e 30? Non se ne fa più niente. Non si fa proprio più la sezione Bambini
del FLiP. Sai perché? È un po’ come nelle fiabe vecchia maniera, con l’orco
inaridito dalla lunga conta degli inverni trascorsi…”
Come lo avevano pensato gli organizzatori l’Atto Sesto del FLiP? Secondo
programma: “𝐈𝐦𝐦𝐨𝐫𝐭𝐚𝐥𝐞: La sesta edizione del FLIP nasce dall’idea che
scrivere sia un modo per non morire del tutto, per cogliere l’eterno dentro il
finito. Quattro giornate per attraversare quel limite con il pensiero e con le
parole.” Mi viene il dubbio e chiedo se il programma sia stato scritto prima o
dopo le intemerate del sindaco, e Ciro Marino: “Assolutamente prima.”
Da ossessivo lettore moreschiano quale sono allora non posso che fargli notare
come per diventare immortali non potevano pretendere di non dover attraversare
primapoi la fine da parte a parte, come in un romanzo di Antonio Moresco
appunto. Neanche gli stessi facendo marameo gli dico proprio: “Siete finiti in
un romanzo di Moresco!” e Marino se la ride di buon gusto, se la ride così
tanto che secondo me lo dirà ad Antonio Moresco la sera di domenica 6 settembre
quando Moresco presenterà al FLiP Il Finimondo. “Siamo finiti in tuo romanzo!”
gli dirà, e se la rideranno assieme.
D’altronde, cosa ce ne si fa dell’immortalità se non si può ridersela su?
L’infantilismo dei potenti di turno passa fin troppo velocemente all’incasso del
meritato oblio e mi sa debba essere questo a incattivirli. La letteratura invece
è fatta per restare e per lei vale la stessa definizione che Aldo Busi ha dato
della felicità: è “uno stato di moto a luogo con sosta brevissima”. La
letteratura, per restare, deve sapersi mettere in movimento sempre.
Righello alla mano, la distanza tra Pomigliano d’Arco e Casalnuovo di Napoli è
cinque chilometri circa: risibile, eppure incolmabile se serve a indicare quella
che c’è tra il potere esercitato quale arbitrio personale e la letteratura
quand’è vissuta come contropotere istintivo.
Modesta proposta swiftiana: e se tutti i cittadini per fare marameo al sindaco e
per traslocare assieme al festival di letteratura indipendente smontassero pezzo
per pezzo Pomigliano d’Arco e la rimontassero dentro Casalnuovo di Napoli
facendola diventare Pomigliano di Napoli o Casalnuovo d’Arco, decidano pure loro
il nome purché sia per alzata di mano di tutti e non per l’indice alzato del
sindaco, il quale sindaco il bel giorno appresso potrà allora risvegliarsi con
la città traslocata, ovvero senza città, riscoprendosi sindaco tutt’al più di
sé stesso, ambito sul quale potrà continuare ad esercitare un imperio lui sì
indiscutibilmente insindacabile?
antonio coda
*In copertina e nel testo: immagini dal “Book of Nonsense” di Edward Lear
L'articolo La letteratura è insindacabile. Qualcosa sul FLiP proviene da
Pangea.
Tag - Letteratura
Evelyn Waugh incarnò il paradosso. Anche se fu uno scrittore satirico, incline
alla risata e allo sberleffo sagace, nell’ultimo ventennio di vita soffrì di una
depressione cronica; donò poi in beneficienza grandi somme di denaro e fu sempre
prodigo di complimenti nei confronti degli altri autori che apprezzava, ma allo
stesso tempo sapeva essere spregevole e arrogante come pochi. Ancora: a un certo
punto della carriera, quando i suoi libri iniziarono a vendere bene e il suo
portafoglio a rimpinguarsi, prese ad atteggiarsi a facoltoso possidente sebbene
gli abiti a quadri e i cappellacci che era solito indossare lo facessero
sembrare un allibratore. Tuttavia i lettori che amarono i suoi romanzi furono in
grado di scorgere al di là della patina corrosiva il cuore pulsante di un uomo
fondamentalmente malinconico ed empatico.
Waugh nacque il 28 ottobre 1903 in una famiglia di letterati – anche suo
fratello Alec divenne romanziere di una certa fama – e dopo gli studi superiori
si immatricolò all’Hertford College di Oxford. Sin da subito, complici i gusti
raffinati in fatto di vestiti e libri, eccelse più che altro nell’arte di
indebitarsi. Non si fece mancare nemmeno frequentazioni omosessuali e con i
sodali fondò l’Hypocrites’ Club, un gruppo dedito alle ubriacature moleste. Si
ritirò nel 1924 senza aver ottenuto la laurea e non gli restò altra soluzione
che darsi all’insegnamento. Finì però per spostarsi irrequieto da una scuola
all’altra, collezionando solo fallimenti e frustrazioni.
Qualcosa iniziò a mutare nella sua esistenza quando, dopo la lettura di un
saggio dedicato agli artisti preraffaeliti, decise di scrivere un libro analogo
su Dante Gabriel Rossetti, completato in sei mesi e pubblicato nel 1928, poco
prima di Declino e caduta, il suo romanzo d’esordio. In quello stesso anno,
cogliendo di sorpresa parenti e amici, si sposò con l’omonima Evelyn Gardner. Fu
una scelta avventata, di pancia, tant’è che il loro matrimonio durò non più di
una manciata di mesi, concludendosi col divorzio.
Intanto la necessità di entrate più regolari aveva spinto Waugh verso i lidi del
giornalismo. Per sua fortuna possedeva i tre requisiti fondamentali del
perfetto freelancer: scriveva bene, era versatile e, soprattutto, aveva trovato
nel leggendario A. D. Peters un agente pronto a procacciargli le migliori
offerte. Nel 1930, oltre al primo di suoi numerosi libri di viaggio, vide la
luce un nuovo romanzo, Corpi vili, accolto con entusiasmo sia dal pubblico che
dalla critica. Ormai i caratteri salienti della sua prosa erano chiaramente
definiti e comprendevano uno stile accuratissimo, una delicata allusività e un
gusto tutto britannico per una satira dal sapore leggermente farsesco.
In quel periodo avvenne anche la sua conversione al cattolicesimo. Tutti
pensavano che la ragione di un passo tanto importante fosse da ricercare nella
recente delusione matrimoniale, ma, stando allo stesso Waugh, i motivi
principali furono altri: nell’immediato disse che la Chiesa di Roma incarnava la
civiltà europea in lotta contro il caos della modernità, mentre un ventennio più
tardi dichiarò che a un certo punto, da giovane, arrivò semplicemente alla
conclusione che «la vita era incomprensibile e insopportabile senza
Dio». Secondo Tom Driberg, al pari di molti convertiti Waugh divenne «più
ultramondano del Papa» e frasi come «Un artista deve essere reazionario. Deve
distinguersi dalla moda del suo tempo» o «La cristianità ebbe inizio con la
Controriforma» non lasciano adito a dubbi. Quando accadeva che venisse
rimproverato per i suoi comportamenti decisamente poco caritatevoli – cosa che,
in verità, capitava di frequente – Waugh replicava ogni volta: «Sarei ancora più
caustico se non fossi cattolico».
Tra gli amici più importanti, in aggiunta alla scrittrice Nancy Mitford e al
critico letterario Cyril Connolly, vi erano le sorelle Lygton, la cui bellissima
abitazione, Madresfield Court, fu una fondamentale fonte d’ispirazione per due
dei suoi romanzi più famosi, ossia Una manciata di polvere e Ritorno a
Brideshead, pubblicati rispettivamente nel 1934 e nel 1945. Waugh fu pure intimo
di Lady Diana Cooper, nobildonna e attrice, con la quale scambiò centinaia di
lettere e cartoline.
Ernest Oldmeadow, direttore del “Tablet”, fu invece uno dei suoi più accaniti
oppositori. Sul settimanale cattolico erano infatti comparse delle recensioni a
sua firma che criticavano aspramente gli ultimi romanzi di Waugh, tra
cui Misfatto negro, del 1932. Questi rispose senza mezzi termini e, quando nel
1935 la direzione del periodico venne affidata a Douglas Woodruff, ne divenne,
quasi per ripicca, un collaboratore regolare. In generale a migliorare i
rapporti con i correligionari più ostili contribuì anche la pubblicazione di una
biografia del gesuita Edmund Campion, martire sotto il regno di Elisabetta, i
cui guadagni furono dati in beneficienza per la ricostruzione di Campion Hall,
il centro della Compagnia di Gesù a Oxford. Il libro gli valse inoltre il
prestigioso Hawthornden Prize.
Ottenuto dal Vaticano l’annullamento del precedente matrimonio, nel 1937 Waugh
convolò a nozze con Laura Herbert, proveniente da un’agiata famiglia
convertitasi di recente alla Chiesa di Roma. Dalla loro unione nacquero sette
figli, uno dei quali morì purtroppo in tenera età. Grazie ai soldi messi a
disposizione dai generosi parenti della moglie e ai proventi del suo ultimo
romanzo, Scoop (1938), la coppia acquistò Piers Court, un bellissimo maniero del
XVIII secolo vicino a Dursley, dove Waugh poté finalmente coronare il sogno di
una vita da aristocratico di campagna con tanto di stemma famigliare
ufficialmente riconosciuto dal College of Heralds.
Sul versante politico in pochi dimostrarono di apprezzare le sue aperture di
credito nei confronti di Mussolini e di Franco. Waugh si lasciò scorrere addosso
le critiche e, anzi, colse l’occasione per rimarcare con malcelato divertimento
come certi intellettuali di sinistra ormai utilizzassero l’epiteto “fascista” a
caso per bollare chiunque non condividesse le loro idee. In un saggio del
1939, Robbery Under Law, dedicato alle ingiustizie perpetrate dal governo
messicano contro la proprietà privata e la Chiesa, lo scrittore fece aperta
confessione del suo conservatorismo:
> «Credo che le diseguaglianze generate dal benessere e dalla posizione siano
> inevitabili e che, di conseguenza, sia inutile discutere dei vantaggi della
> loro eliminazione; l’essere umano si organizza naturalmente in un sistema di
> classi, e tale sistema è necessario per ogni forma di cooperazione, in
> particolare per tenere insieme una nazione».
Va comunque detto che Waugh amava giocare a fare il provocatore, e se dichiarò
che le donne che fumavano meritavano l’arresto, allo stesso tempo dimostrò
sempre un totale disinteresse nei confronti delle sedicenti glorie dell’Impero
britannico, a suo dire un volgare prodotto del protestantesimo.
Allo scoppio del Secondo conflitto mondiale, insieme a molti altri che erano
stati troppo giovani per combattere nella Grande guerra, si arruolò come
volontario, desideroso anch’egli di fare la propria parte. Waugh si fece
crescere i baffi, un abbellimento che ripropose, di tanto in tanto, anche più
avanti, e divenne noto tra i commilitoni per la sua insofferenza nei confronti
dei superiori (in fondo era uno spirito anarchico, mal disposto a ricevere
ordini). Servendo per la maggior parte del tempo nei Commando del colonnello
Laycock, prese parte a tre importanti operazioni, tutte sfortunate: la missione
a Dakar fu un fiasco, quella a Bardia un caos farsesco, mentre a Creta i
britannici andarono incontro a una sonora sconfitta. Con il figlio di Wiston
Churchill, Randolph – a cui aveva dedicato il romanzo Sempre più bandiere (1942)
– nel 1944 volò in Croazia per una missione a sostegno dei titini. Finì in un
litigio, anche perché lo scaltro Waugh intuì quasi subito che i partigiani, tra
una battaglia e l’altra, non si facevano troppi scrupoli a perseguitare i
cattolici. Denunciò la cosa al “Times” con un paio di lettere, ma le proteste
non ebbero alcun seguito.
Dopo la guerra il successo dei suoi romanzi – continuato con Il caro
estinto (1948), Elena (1950) e la trilogia La spada dell’onore (1965) – garantì
a Waugh una discreta ricchezza che però non durò a lungo: lo stile di vita
costoso, che prevedeva hotel di lusso, champagne, sigari cubani e vestiti di
alta sartoria, lo condusse presto sull’orlo del lastrico, costringendolo, tra
l’altro, a vendere i manoscritti dei suoi libri. Riuscì a racimolare quanto
bastò per tenere a galla lui e la famiglia, ma le spese pazze rimasero da allora
solo un lontano ricordo. Fu persino costretto a cedere Piers Court, i cui costi
di gestione erano diventati insostenibili, e a trasferirsi in una nuova dimora,
Combe Florey House, non lontano da Pixton Park, nel Somerset, altrettanto bella
ma meno signorile.
I viaggi in America accrebbero in lui lo spirito del cattolico militante e non
era raro che i suoi amici dovessero sorbirsi lunghe prediche. Disapprovò
l’assenza della religione nei romanzi di George Orwell e non nascose mai il suo
disappunto nei confronti della fede “eretica” dell’amico Graham Greene. A
maggior gloria della Chiesa inglese scrisse inoltre la biografia ufficiale di
mons. Ronald Knox, pubblicata nel 1959.
Col tempo Waugh iniziò a soffrire di una depressione cronica, un misto di
tristezza, ansia, senso di fallimento e paura per il futuro. Accusava poi una
crescente sordità e non era raro vederlo girare con un strano cornetto acustico.
Su consiglio di un sacerdote suo amico, decise infine di affidarsi alle cure
dello psicologo cattolico Eric Strauss che individuò la causa delle sue
allucinazioni nel cloralio e nel bromuro – mischiati all’alcol – che Waugh
assumeva per combattere l’insonnia. Gli prescrisse altri farmaci, ma lo
scrittore era una paziente riottoso, poco avvezzo a seguire le indicazioni, con
la conseguenza che la situazione precipitò. Waugh tentò pure di esorcizzare le
proprie paure mettendole nero su bianco nel romanzo La prova di Gilbert
Pinfold (1960): se l’esperimento non risolse i suoi problemi, almeno gli donò
una parentesi di sollievo.
Mentre era intento a scrivere Little Learning – il primo di tre volumi che
avrebbero dovuto comporre la sua autobiografia e l’unico a venir effettivamente
pubblicato, nel 1964 – arrivò la batosta del Concilio Vaticano II: Waugh non
voleva sentir parlare di aggiornamento né di ecumenismo, men che meno desiderava
veder accantonata, come un vecchio rottame, l’amata messa tridentina. Tentò di
raccogliere le forze “tradizionaliste” inglesi per dare il via a una campagna di
opposizione alle riforme, ma quando si rese conto che anche la gerarchia era
intenzionata a seguire il nuovo corso, gettò la spugna:
> «Prego Dio di non diventare un apostata, ma adesso vado in chiesa solo come
> atto di dovere e di obbedienza».
Morì per un attacco di cuore il 10 aprile 1966, il giorno di Pasqua. Fu così che
la letteratura inglese perse all’improvviso uno dei suoi più geniali alfieri,
che tra l’altro ebbe il merito di ridefinire le coordinate del romanzo
satirico.
Waugh è un autore senza tempo e i suoi libri rimangono utili strumenti per
indagare la superficialità di una società allo sbando, allora come oggi.
Luca Fumagalli
L'articolo “Un artista deve essere reazionario”: Evelyn Waugh, lo scrittore
contro tutti proviene da Pangea.
Giovedì scorso sono salito a Brunnenburg per l’addio a Mary de Rachewiltz
(1925-2026). È stata sepolta nel piccolo cimitero fiorito di Tirolo. È un luogo
che dona molta pace. Una ciocca dei suoi capelli verrà portata a San Michele a
Venezia, l’isola dei morti dove riposano suo padre Ezra Pound e sua madre Olga
Rudge.
Sizzo, il figlio di Mary, mi ha chiesto di preparare un breve saluto finale dopo
la Messa. Per me non è facile nella folla dei ricordi.
La cerimonia è bella e curata. In tedesco, in latino, in italiano. Sulla cassa
bianca circondata da ceri bianchi c’è una foto di Mary in uno scialle blu con il
sorriso di sempre.
I famigliari ricordano la sua vita lunga e feconda. Sizzo per primo, poi i
nipoti, la figlia Patrizia che legge una poesia dolcissima. C’è il prof. Kyle
Dell del Guilford College, i sindaci di Merano e Tirolo. La chiesa è gremita. Mi
commuovono gli anziani con gli abiti antichi di generazioni. Mary diceva che i
funerali tirolesi sono bellissimi. È così. Gli uomini che veglieranno il feretro
con il cero in mano hanno la camicia bianca, un corpetto nero con una sorta di
stola verde. Quelli che porteranno la cassa i calzettoni bianchi, una giubba
rossa e nera e un cappello piumato.
C’è cura in ogni dettaglio, proprio come sarebbe piaciuto a Mary.
I canti sono guidati dal maestro Marcello Fera che nel 2000 riportò a Bolzano
l’opera lirica Cavalcanti di Pound.
Mary, Alessandro Rivali, Cesare Cavalleri
*
Per la dolce Mary
Nei suoi Cantos Pound ripete che “la bellezza è difficile”. È vero. Ma è anche
vero che stare accanto a Mary significava incontrare la bellezza, sentirla a
portata di mano. Per i suoi occhi azzurri, come laghi alpini, come suggeriva
Alessandro Spina pensando a quelli di Pound. Per l’eleganza del suo vestire. Per
il suo amore per ogni forma d’arte, la musica classica come le sculture lignee
del Tirolo. Per il suo amore per i libri ben confezionati. Per la sua passione
grandissima per la poesia.
Tutti la ricorderemo per la sua squisita cortesia.
Quando un anno fa abbiamo festeggiato a Merano i suoi cento anni, avevo letto
alcuni versi del Canto 84 di Pound:
> “Non è forse bello
> aver visite di amici da terre lontane
> non è forse piacevole
> essere indifferenti alla notorietà?
> affetto filiale, fraterno è la radice dell’umanità”.
Mi sembra una sintesi splendida della vita di Mary che ha portato a Brunnenburg
amici e studiosi da ogni parte del mondo, ha custodito e ha difeso la memoria
del padre. Ha incoraggiato tanti ragazzi a trovare la propria strada nel
mondo. Ha trasformato il castello Brunnenburg in un eden di pace, per sognatori
e scrittori. “Udor et Pax”. “Acqua e Pace”. È un frammento dei Cantos che si
legge sulla fontana nel cortile più interno di Brunnenburg. È un manifesto di
vita.
Tra una manciata di giorni sarà la notte di san Lorenzo. La notte delle stelle
cadenti. La vita di Mary è stata, se mi consentite l’espressione, una lunga
“stella ascendente” verso la Casa del padre. È come se vedessi incise nella sua
coda luminosa alcune parole “chiave”:
Amicizia
Memoria
Dedizione
Pace
Poesia
Tante volte nelle nostre conversazioni mi ha ricordato quando Pound stimasse
l’amicizia:
> “Pound si spese per promuovere i giovani e investì su di loro come pochissimi
> altri. Si potrebbe ricordare mio padre con l’appellativo: ‘Pound il generoso’.
> La storia della letteratura gli deve la scoperta, o l’incremento decisivo di
> notorietà, di Eliot, Joyce, Hemingway, William Carlos Williams, Hilda
> Doolittle, gli imagisti e moltissimi altri. Lui non dimenticò mai nessuno,
> mentre alcuni vollero rompere i ponti con lui. Per lui l’amicizia era un
> valore indiscutibile”.
Mary prediligeva la poesia alla prosa e quando gliene chiesi il motivo, mi
confidò:
> “Perché la poesia è più concentrata, perché il poeta non tergiversa. Scava,
> dialogando con sé stesso e chiarificandosi la coscienza. Nella grande poesia
> si può dire tutto una volta per sempre. Così come hanno fatto i Tragici greci
> o Shakespeare”.
Difficile trovare una sintesi migliore. E spero che un giorno Mary sia studiata
anche per la opera in versi.
A proposito di memoria e dedizione, un giorno mi spiegò che dopo decenni di
totale immersione nei Cantos, continuava a scoprire meraviglie:
> “Io continuo a scoprire nuove sorprese nei Cantos, cose che non ricordavo di
> aver tradotto… I Cantos saranno come la Commedia e l’Odissea, studiati,
> ritradotti e interpretati ‘finché ci sarà letteratura’. E chi sa che non ci
> sia qualcuno che magari un giorno li porterà su Marte o sulla Luna… Scherzi a
> parte, il TEMPO mi sfugge di mano e fra le mie carte, fra i libri, nella mia
> stanza regna il caos assoluto…”.
Mary amava molto il buonumore. Era contagiosa nel trasmetterti la gioia. Mi sia
concesso un aneddoto personale. Abbiamo lavorato insieme per nove estati per
preparare un libro di conversazioni. Prima di andare in stampa, mi chiamò al
castello perché le leggessi a voce alta tutto il libro, che peraltro aveva già
approvato in bozza. Impiegai tre giorni nella lettura e ne uscii quasi afono. Al
termine, erano le 16 di una domenica di luglio, Mary con un largo sorriso mi
disse: “Rivali, la vedo un po’ stanchino e qui bisogna festeggiare… le preparo
un bel whisky”. Fu il più indimenticabile whisky della mia vita.
Quando venivo a trovarla e lei mi sapeva in viaggio, Mary accendeva sempre una
candela a San Michele nella piccola cappella del castello perché tutto andasse
bene. Vorrei che adesso la accendesse dal Cielo per tutti perché possiamo
continuare sicuri il nostro Viaggio.
Mary de Rachewiltz (1925-2026)
Mary considerava importante il rapporto tra i luoghi e la letteratura. E un
giorno giustamente mi rimproverò di non conoscere abbastanza i luoghi di Pound a
Venezia. Forse anche per questo mi scrisse una mail con la “to do list” delle
cose da fare a Venezia. È una lettera bellissima. Ritorna la memoria,
l’amicizia, la ricerca della bellezza:
19 febbraio 2018
Caro AR, viaggiatore,
Gli “Armeni” avevano una stamperia e un museo (con un sarcofago) quando
all’Isola andavano i miei genitori. Se va fino CQ 252 [Calle Querini, la casa di
Olga] accanto al Pastor anglicano di St. George (chi sa se il Grand Master Clive
Wilmer, poeta, è già arrivato per allestire la mostra di Ruskin al Palazzo
Ducale?) passerà per forza dalla Madonna della Salute, (e si può entrare gratis,
credo) mentre nella nostra “parrocchia” – Madonna del Rosario – sulle Zattere –,
si deve pagare.
Mio padre la farebbe correre ad accarezzare le sirene nella chiesa di S.M. dei
Miracoli (ma non è più permesso) non lontano dall’Ospedale con la facciata più
bella del mondo, dove ha scelto di chiudere gli occhi.
San Michele resta l’unico luogo non ancora affollato e spero non ci siano troppe
foglie secche o altro sulla tomba… Buon lavoro,
MdeR.
In uno dei suoi ultimi messaggi mi scrisse,
> “Caro A.R. sono contenta che sia tornato alla POESIA: toccare il buio per
> avere luce”.
Ed è con una poesia vorrei congedarmi da lei, una poesia “nata” tra le mura di
Brunenneburg.
Ora che sei stella senza tramonto,
donami il desiderio senza usura:
saper perdere, per essere padre.
Insegnami l’amore per sempre,
che genera, perdona e annienta
le insidie dello sguardo parziale.
Come Pound scrisse nel Paradiso,
portami dove sempre siamo stati,
dove l’acqua si tinge di pervinca.
Perché questa fiumana di porpora
sbiadisca in un estuario azzurro
e io riveda la fonte e i giardini.
Alessandro Rivali
*Le fotografie in copertina e nel servizio sono di Davide Coltro
L'articolo “La radice dell’umanità”. Per la dolce Mary, donna straordinaria,
figlia di “Pound il generoso” proviene da Pangea.
Da Alessandro Ceni a Ivano Ferrari, autori prossimi non tanto sul piano
immediatamente stilistico, poiché le loro scritture mostrano assetti
profondamente differenti, sia nella costruzione sintattica sia nella gestione
dell’immagine poetica, quanto nel modo in cui entrambi interrogano il vivente a
partire da un margine, da una soglia non riconciliata, da un punto di
osservazione decentrato in cui l’umano viene continuamente rimesso in
discussione.
Se in Ceni il “tra” si configurava come spazio di durata conflittuale, in
Ferrari l’instabilità relazionale si traduce in una forma secca, esposta più
brutalmente a un impatto diretto e senza gradazioni col reale, per cui il
margine si esprime attraversando il rimosso: il corpo esposto e sacrificato
nella sofferenza, il residuo biologico, la degradazione, la violenza elementare
inscritta nei processi della vita e della morte.
Il ponte tra i due autori può essere individuato proprio nella comune rinuncia a
un centro pacificato della soggettività. Anche in Ferrari, infatti, il soggetto
poetico non occupa una posizione dominante né ordinatrice: guarda da un orlo, da
una periferia materiale ed esistenziale, dove l’esperienza si presenta come
testimonianza di ciò che eccede ogni misura simbolica rassicurante. Ma mentre in
Ceni questa esposizione si costruisce principalmente attraverso una
proliferazione metamorfica, in Ferrari prevale il gesto della sottrazione, del
taglio, dell’attraversamento netto. La poesia di Ferrari, in sostanza, lavora
spesso come incisione improvvisa, come apertura chirurgica o ferita che non
ammette attenuazioni decorative, eliminando ogni protezione retorica per
collocare il lettore davanti a una realtà nuda, spesso perturbante.
Questa radicalità nasce anche da una precisa postura esistenziale: Ferrari
sceglie sistematicamente luoghi marginali, fisici e simbolici, in cui il vivente
appare nella sua forma più estrema. Non il centro ordinato dell’esperienza, ma
il bordo dove i corpi vengono “lavorati” e abbattuti. In questo senso la sua è
una “poetica senza centro”, perché la centralità ontologica del soggetto è
costantemente dislocata fino alla rottura e alla violenza del gesto, in una
poesia che si pone come materia ustoria che inscenando il degrado allo stesso
tempo lo rivive. La marginalità, in Ferrari, è una vera posizione conoscitiva,
per lui guardare dal limite significa sottrarsi a ogni illusione di pienezza e
accettare che il reale si manifesti innanzitutto come frammento di un ordine
spezzato.
Altra differenza decisiva rispetto a Ceni è ravvisabile nella forte opposizione
tra la tensione visionaria di quest’ultimo – capace di dilatare il dettaglio in
direzione cosmica o ritualizzarlo – e la compressione della visione stessa, in
Ferrari, nel punto preciso in cui il corpo rivela il proprio destino materiale.
In pratica, per Ferrari la “visione” diventa “allucinazione viva”, il cosmo si
ritrae nel materico, sostituito da una fisicità immediata in cui decade ogni
necessità di espansione simbolica. D’altro canto, anche Ferrari lavora su una
crisi della separazione tradizionale tra umano e animale, solo che mentre in
Ceni il rapporto con l’animalità è spesso immerso in una dinamica di scambio,
metamorfosi e prossimità ontologica, in Ferrari l’animale si presenta come corpo
esposto, come materia che obbliga l’umano a confrontarsi con la propria
appartenenza biologica più irriducibile e, se vogliamo, infima. La sua poesia
vede dunque l’animale non come figura allegorica o compensativa, ma come
specchio spietato della continuità tra i viventi, il riconoscimento che la
differenza umana non cancella il comune destino carnale. Per la poesia di
Ferrari si può parlare di “margini esistenziali”, di un “tra” che porta la
lingua nel luogo in cui l’esistenza mostra il proprio limite, una zona estrema,
dove la nominazione deve misurarsi con l’osceno. Anche la sintassi riflette
questa postura: asciutta, spesso breve, priva di mediazioni superflue per cui il
verso si fa tagliente esasperando la frontalità percettiva. In questa direzione
Ferrari costruisce una lingua dell’urto e un ritmo scandito e scabro, calzante
con la sua “poetica senza centro”, fatta di frizioni laterali, di materiali
poveri che non cercano elevazione. La sublimazione in Ferrari diventa
“inlimazione” attraverso la consumazione del rito nella vita quotidiana, per
questo la sua parola non lavora mai sul transfert ma su un altro tipo di
transizione, più definitiva e carnale, anzi, definitiva perché unicamente
carnale, esiziale. L’assedio per Ferrari è talmente radicato nelle relazioni da
esserne già il risultato: la morte è il leitmotiv che ne attraversa tutta
l’opera fino alla pubblicazione conclusiva – ultima licenziata dall’autore
ancora in vita – La morte moglie del 2013.
Per comprendere il percorso poetico di Ivano Ferrari occorre partire da una
particolarità editoriale che già rivela la natura non lineare della sua
affermazione: il testo che oggi appare come uno dei nuclei più radicali e
riconoscibili della sua scrittura, Macello, precede infatti la sua piena
definizione libraria e circola inizialmente in forma parziale, quasi come un
corpo autonomo già perfettamente identificabile ma non ancora restituito nella
sua estensione definitiva. Una prima versione ridotta del poemetto compare nel
1995 nell’antologia einaudiana Nuovi poeti italiani 4, dove il testo si impone
subito come presenza anomala rispetto a molte delle scritture coeve: non
esercizio lirico, ma blocco poematico compatto, già interamente orientato verso
quella frontalità percettiva e quella tensione materica che diventeranno tratti
distintivi dell’autore. La comparsa in quell’antologia mette in evidenza sin
dall’inizio una voce difficilmente assimilabile, capace di portare nella poesia
italiana un lessico, un immaginario e una postura conoscitiva fortemente
decentrati.
È significativo però che la pubblicazione integrale autonoma di Macello avvenga
soltanto nel 2004, dunque dopo la prima raccolta poetica vera e propria, La
franca sostanza del degrado (1999). Questa scansione cronologica mostra come
Ferrari abbia prima consolidato un campo complessivo di poetica e solo
successivamente riportato in piena evidenza il proprio testo più emblematico,
quasi a confermare che il poemetto non costituisce un episodio isolato ma il
punto di massima condensazione di una visione già definita.
La franca sostanza del degrado rappresenta infatti il primo libro in cui il
poeta organizza il proprio sguardo sui margini esistenziali con una coerenza già
pienamente riconoscibile. Il titolo è programmatico: la “franca sostanza”
implica una materia detta senza attenuazioni, senza schermi, come condizione
strutturale del reale e senza, lo dicevamo, elevazioni nobilitanti, ma vediamolo
attraverso i testi:
“L’umanità non batte ciglio
astutissima sostanza aspetta l’arca
le siepi elastiche e il caldo.
La poesia si limita a cantare
la funzione sociale della catastrofe
perché come Dio è in vena di nulla.
L’accetta affonda in cumuli di vapore
la pioggia grigia cade
è l’ora in cui le ombre sembrano più grandi
parte di tempo sospesa nella dimensione
di una geografia anteriore all’esplosione dei dettagli.”
Già dalla prima poesia di La franca sostanza del degrado emerge con estrema
nettezza una scrittura che non costruisce accessi progressivi ma penetra zone di
tensione in cui il visibile convive con una minaccia o con una sospensione
radicale del senso. “L’umanità non batte ciglio”, per cui, in una sorta di
freddezza della specie, l’atonia percettiva è già “catastrofe” ed è decisivo
perché Ferrari non organizza alcunché che renda centrale l’io. La constatazione
impersonale, quasi sentenziosa, spoglia di pathos la dimensione generale
dell’”essere umani”, infatti subito dopo troviamo un’“astutissima sostanza” che
“aspetta l’arca”, cioè una definizione di umanità che, nella risonanza
remotamente biblica, attende una salvezza senza redenzione, nessuno scenario
salvifico bensì una figura evocata forse ironicamente e svuotata di referenza
simbolica. Le “siepi elastiche e il caldo” partecipano di questa attesa
straniante e beffarda, deformata dalla plasticità di parole che potenziano il
senso proprio travalicandolo. Si è immersi sin da subito nell’arena: “La poesia
si limita a cantare/ la funzione sociale della catastrofe”, nel dato di fatto
della “catastrofe” la poesia non salva né redime, ma è “limitata” nel suo stesso
canto, paragonata a un “Dio” senza vena, o meglio, “in vena di nulla”, riducendo
in un’estrema concentrazione semantica il “creatore” e l’atto di creazione (la
“vena”) in un nulla che per avere ancora “senso” deve cambiare prospettiva e
guardare all’agone sociale, alla “giungla degli uomini” per cui il disastro
entra nell’ordine collettivo, divenendone quasi meccanismo strutturale. Così Dio
stesso, nella sua inattività cosmica, abolisce ogni centro trascendente e si
auto-elude.
La seconda strofa introduce un’immagine determinante, tanto da apparire come un
manifesto: “L’accetta affonda in cumuli di vapore”, uno strumento netto,
tagliente, affonda nell’inconsistenza apparente dei “cumuli di vapore”, in una
necessità di incidere il reale anche quando esso appare rarefatto, come le
parole della poesia che del reale sono l’ombra ma anche l’arma che tenta di
trasformare l’effimero in efferatezza, in taglio netto.
“La pioggia grigia cade” nell’”ora in cui le ombre sembrano più grandi”, nel
momento di maggiore espansione dell’illusione la pioggia si fa grigia, sporca
l’orizzonte e sospende il tempo, un solo attimo perché prenda avvio
l’”esplosione dei dettagli” di una geografia del prima, prima dell’avvento di
un’identità che non vuole riconoscersi se non all’interno di parametri
relazionali sempre più scabri, netti appunto, che non concedono l’appiglio di un
qualsivoglia orientamento.
Con Ferrari siamo sempre sul bordo di un abisso carnale, la sua scrittura vive
nell’esigenza di aggredire il corpo del reale nel tentativo di cancellarne i
confini, come avviene in modo anche ingenuo (ma l’ingenuità, come la proverbiale
goffaggine, è spesso dono dei poeti) in questo testo della sezione Quel che si
vede:
> Una sberla d’inchiostro sulle reni
> le ginocchia lievemente imbesuite
> salti, piroette e domande
> quell’altro tutto flora e famiglia
> congestionato
> perché le mani innamorate e un po’ porche
> hanno provato a palpare
> le sculettanti rotondità della poesia.
Il verso iniziale – “Una sberla d’inchiostro sulle reni” – unisce scrittura e
corpo in maniera brusca. L’inchiostro diventa il colpo che lascia un segno
fisico sulle reni, in una zona anatomica, cioè, che appartiene alla struttura
profonda del corpo ma anche alla superficie che figura il sostegno e la fatica
e, infatti, le “ginocchia lievemente imbesuite” proseguono in questa direzione:
il corpo entra nella scena attraverso un dettaglio volutamente dimesso, quasi
antieroico, quell’aggettivo “imbesuite” che suggerisce goffaggine, una perdita
di compostezza, come se il movimento stesso fosse alterato da una condizione di
esitazione o di buffa vulnerabilità. Questo elemento è importante perché nella
scrittura di Ferrari la stessa goffaggine è una forma di verità, un modo in cui
il corpo si mostra senza difese. Il verso “Salti, piroette e domande”
teatralizza il gesto della poesia come fosse un esercizio instabile,
continuamente esposto al rischio di sbilanciarsi e che contrasta con
l’apparizione di “quell’altro tutto flora e famiglia/ congestionato” – figura
quasi caricaturale – che ci presenta un “altro” (poeta?) ma “congestionato”,
appunto, bloccato tra “flora e famiglia” e le “sculettanti rotondità della
poesia” che restano desiderio intangibile per “le mani innamorate e un po’
porche”, per cui è elusa la potenzialità tattile di un inchiostro – palese
metonimia – che sderena ma non tocca, non penetra il reale, e soprattutto
rischia di scivolare nel “poeticume” d’accatto e sdolcinato.
In Ferrari, invece, lo abbiamo ormai capito, la poesia per raggiungere il vero
deve potersi fare anti-poesia, cioè dimensione spiazzante di un corpo mobile,
vivo, persino ironicamente seduttivo, mai pacificato per provare ad aderire al
contesto. Nel tendere alla profondità del rapporto, con “mani esposte”, Ferrari
accetta l’incontro/scontro con il mondo in maniera sempre più virulenta, lo
vedremo soprattutto nel capolavoro, Macello, anche se i germi di quest’urgenza
sono leggibili nella sezione L’ora della specie, forse la più “tossica” per
sarcasmo turbolento di La franca sostanza del degrado:
> Il viale diventò piccola potenza
> e con tanta fine in giro
> conversammo, si può dire, dandoci spallate
> e colpi d’ala.
> Disposti come siamo all’efficienza transitoria
> al ristoro anche distratto
> diventammo ostinatamente superstiti.
> Poi, insuperbiti dal modo conscio
> di invischiarci nell’incanto,
> decidemmo che l’attesa della posta era un’azione,
> perché malgrado le varianze o i lemmi sguardi sulla carta
> scrivere è cercare un paesaggio bello sodo.
In questo testo la lingua procede per scarti improvvisi, torsioni sintattiche
che sembrano voler registrare il momento stesso in cui il rapporto con il mondo
si produce come attrito. “Il viale diventò piccola potenza” colloca la scena in
uno spazio ordinario che, però, viene investito da una forza improvvisa e
l’andamento successivo – “e con tanta fine in giro/ conversammo, si può dire,
dandoci spallate/ e colpi d’ala” – costruisce una dinamica relazionale
instabile, in cui il conversare non ha nulla di pacificato. Il dialogo avviene
attraverso urti, contatti fisici aggressivi – le “spallate” – e di puro slancio
animale – i “colpi d’ala” –, come se la relazione oscillasse continuamente tra
gravità e impeto. Infatti, i tre versi successivi – “Disposti come siamo
all’efficienza transitoria/ al ristoro anche distratto/ diventammo ostinatamente
superstiti” – fanno emergere una condizione molto precisa che Ferrari individua
per la specie: ogni efficienza è “transitoria”, senza possibilità di stabilire
un ordine duraturo e la stessa provvisorietà è ravvisabile in una necessità di
“ristoro distratto”. Dentro questa precarietà, la specie – una tra le tante –
diviene “superstite” in tutta la casualità di un esito imprevedibile, senza
altro scopo se non una permanenza che non ha niente di salvifico, semmai è
limitata dall’insuperbimento periodico e dalla convinzione “di invischiarci
nell’incanto”, cioè di auto-illuderci. Il pensiero si contorce per cadere nella
persuasione – si noti l’insistenza sui prefissi locativi o intensivi “in-“,
“insuperbiti”, “invischiati”, “incanto” – esponendo il linguaggio alla
deliberazione arbitraria, come si suggerisce la chiusa: “decidemmo che l’attesa
della posta era un’azione,/ perché malgrado le varianze o i lemmi sguardi sulla
carta/ scrivere è cercare un paesaggio bello sodo”. I “lemmi sguardi sulla
carta”, in questo contesto, mostrano che la scrittura, pur nascendo dentro una
necessità di orientamento, “cade”, con la specie, nella convenienza
utilitaristica per cui “scrivere è cercare un paesaggio bello
sodo”. L’espressione, intenzionalmente spiazzante, sostituisce a ogni idea
astratta di ispirazione una ricerca quasi carnale della consistenza,
il “paesaggio”, infatti, non è uno scenario contemplativo ma è qualcosa di
“sodo”, concreto nella sua succulenza e capace di opporre materia al gesto della
poesia, disinnescandone l’incanto. Lo spessore dell’attrito, allora, si
confronta dentro uno scenario/soglia in cui la parola incontra l’ipotesi della
sua sconfitta. Il verso di Ferrari vola talmente basso da essere dentro
l’impatto, in un dolore sempre violento e sempre presente, in lotta perenne, per
questo la sua poesia incide e penetra – anche se all’altezza di La franca
sostanza del degrado la parola vuole imprimere un significato forzando e
capovolgendo in molti casi la violenza espressionistica in sospensione
sardonica, come se il soggetto dovesse continuamente conquistare il proprio
contatto con il mondo. Proprio da questa urgenza nascerà, come vedremo, la
tensione estrema di Macello, dove il paesaggio cercato non sarà più
soltanto “sodo”, ma brutalmente corporeo.
L’insistenza sul dolore non esistenziale ma reale trova ancora espressione in
frammenti estremamente compressi, come questo della sezione Poesie laconiche:
> Al centro della carne
> ogni dolore è cosa
> che mal sopporta righe.
A conferma della direzione appena formulata, il frammento rappresenta una
dichiarazione di poetica tanto più significativa perché, per quanto contratta
fin quasi all’aforisma, la scrittura di Ivano Ferrari non attenua ma aumenta la
pressione del detto.
“Al centro della carne” è un avvio che colloca subito il discorso in una zona
primaria e immediatamente fisica, avvalorando l’ipotesi che ogni possibilità di
pensiero prima debba attraversare la consistenza del corpo, cioè il focus in cui
il dolore si fa materia vivente. Per questo, infatti, “ogni dolore è cosa”,
perché la realtà fattiva elimina ogni tentativo di trasfigurazione. L’ultimo
verso – “che mal sopporta righe” –, infine, ci dice che il dolore resiste alla
scrittura, sopporta male le disposizioni del linguaggio, rifiutando di essere
ordinato dentro il tracciato figurato dei versi. Le “righe” sono qui il segno
minimo dell’ordine poetico e, quindi, anche della misura, cui il dolore oppone
una resistenza costitutiva e caotica.
In questo brevissimo testo Ferrari mette in scena la tensione centrale della
propria scrittura: la poesia nasce proprio nelle intercapedini dove ciò che deve
essere detto sembra opporsi alla forma stessa che dovrebbe contenerlo. Il
linguaggio non viene percepito come strumento pienamente adeguato, resta
piuttosto un dispositivo che tenta di avvicinarsi a qualcosa che eccede, che
urta, che non si lascia tradurre. In questo scenario, ogni parola deve arrivare
al lettore manifestandosi per sottrazione (anche questa è una necessità di
compressione del senso), per ridurre al minimo il margine tra esperienza e
formulazione.
I tre versi, inoltre, procedono con un’andatura quasi lapidaria, perché anche il
ritmo si adegua a una scansione senza appoggi descrittivi e senza sviluppo
argomentativo. Se la poesia deve giungere in maniera netta al punto di attrito
tra corpo e parola, allora il dolore, lo ripetiamo, per Ferrari non può essere
allegoria della condizione umana, ma fatto concreto che costringe la lingua a
ridefinire continuamente il proprio limite – il suo “tra” – con il mondo.
Limite che potrebbe apparire definitivo nella morte, ma nulla di pacificato
avviene nella poesia di Ferrari, anche quando questa zona estrema cade con tutto
il suo peso sull’esperienza del soggetto. Vedremo sempre meglio che dimensioni
assumerà il confronto con la morte stessa nello sviluppo delle raccolte
successive – fino a La morte moglie del 2013 –, ma intanto La franca sostanza
del degrado ci propone questo nell’ultima sezione (Smaltitoio) dedicata alla
morte del padre:
Morto
Davanti a me
i tuoi occhi chiari
entrano nel naturale
mondo delle maschere.
Il brevissimo testo introduce il tema della morte familiare senza modificare il
principio fondamentale della scrittura di Ivano Ferrari che, anche davanti a una
perdita intima, può mantenere un registro asciutto, una riduzione all’essenziale
che elimina il pathos e rende più netta la tensione del dettato.
L’attacco – “Davanti a me/ i tuoi occhi chiari” – costruisce una scena di
prossimità frontale con un tu esplicito che il soggetto osserva quasi
immobilizzato nell’istante del distacco. Ferrari non cerca lo sviluppo elegiaco,
non racconta il padre aprendo alla memoria narrativa, ma isola invece un
dettaglio minimo, gli occhi, e affida a quel dettaglio l’intera densità della
scena. La scelta degli occhi, infatti, è decisiva in un quadro di pura
osservazione senza contemplazione, perché conserva per l’attimo della sua
pronuncia qualcosa della singolarità concreta della persona (la parola “padre”
non appare mai nel piccolo ciclo dedicato alla sua morte, anzi, se non fosse per
la parentesi dopo la parola “smaltitoio” nel titolo, dovremmo intuirne il
destinatario e lasciare nel dubbio la nostra stessa intuizione) che si dilegua
dallo sguardo e si sottrae alla sua immediatezza entrando “nel naturale/ mondo
delle maschere”.
Il transito metonimico degli occhi – quindi dello sguardo – ci permette di
oltrepassare la soglia verso un mondo “naturale” dove il volto irrigidito del
defunto, la maschera, non incontra il risarcimento – la spettralità per
induzione etimologica e metaforica, “amletica” oserei dire – al dolore che il
lettore potrebbe cercare nel trapasso, ma più icasticamente la forma concreta
dell’occhio pietrificato dalla morte, cioè una forma materiale di maschera. Fuor
di metafora, quindi, Ferrari ci sottopone all’osservazione cruda di un’evidenza
senza scampo: il volto che diventa figura non più disponibile allo scambio vivo.
Pura superficie? Non credo, perché pur non appartenendo a una dimensione
eccezionale o metafisica, la morte è comunque collocata dentro la continuità
fisica del vivente che rappresenta un passaggio di soglie, un transito appunto,
un “tra”.
A questo punto, dopo aver anche noi attraversato con questo testo il “mondo
delle maschere”, occorre entrare in quel dispositivo di visione che è il
capolavoro di Ferrari, cioè il poemetto per tappe, rinnovata Via Crucis della
carne, Macello.
In Macello, nonostante l’anteriorità di molti testi rispetto a La franca
sostanza del degrado, ciò che appariva in forme singolari, come nel volto
paterno appena osservato, si allargherà fino a investire uno spazio collettivo
con gesti reiterati fino alla routine dell’impiego, del vero e proprio lavoro
quotidiano. I corpi animali “trattati” nel mattatoio cittadino dove Ferrari ha
lavorato saranno anch’essi corpi che entrano in una soglia, corpi che stanno tra
presenza e trasformazione, tra vita residua e riduzione a materia. In Macello la
maschera diventerà quasi condizione generale della carne esposta, dove ogni
corpo perderà progressivamente identità per entrare in una serie di passaggi
materiali regolati da gesti pratici e “violentemente” professionali. È qui che
la scrittura di Ferrari mostrerà in tutta la sua matura evidenza una forma
radicale di tra-esistenza perché in un ambiente integrale, vero nella contiguità
dei corpi, si rende tangibile (“annusabile” verrebbe da dire) l’incontro
quotidiano con la morte che non è solo evento singolare, bensì processo di
esposizione collettiva della carne e bordo in cui il vivente continua a
mostrarsi proprio mentre sta entrando nella propria reiterata sottrazione.
Ferrari, in sintesi, abita il margine in cui il “tra” coincide con la nuda
persistenza della materia attraversata dalla perdita.
Per questo il macello è sì un luogo concreto ma anche “allegoricamente” il
laboratorio estremo in cui la scrittura verifica la propria capacità di restare
aderente al reale nel punto in cui esso si mostra più crudo, nella meccanica
quotidiana del sangue versato dal corpo animale.
Serve una continuità percettiva, quasi una resistenza del linguaggio davanti
alla serialità della materia vivente trasfigurata e degradata, che non può
essere tradotta in semplice accettazione, per questo Ferrari non contempla
alcuna resa e neppure vagheggia altre collocazioni per una poesia che occorre
resti ferrea nel contatto diretto con ciò che normalmente resta escluso dal
centro del discorso poetico, e quindi con il margine. Vedremo come questa
postura “dentro” il margine si articoli in maniera sempre più esplicita e
“sociale” soprattutto in Rosso epistassi del 2008, ma ora è il momento di fare
il primo passo nel Macello:
> La carne morta rivive
> nella sua grande miseria
> col vento che riporta gli odori
> ad un ordine sparso.
> La carne morta è ricamata
> da quelle sinuose presenze
> che gli altri chiamano larve.
L’attacco – “La carne morta rivive” – accosta morte e vita senza enfatizzarne
estaticamente i termini, semmai Ferrari li tiene dentro una sintassi elementare
per ricondurli alla “grande miseria” dei corpi. È proprio questa nudità
dichiarativa a dare forza al verso che assume quasi il valore di una prima
stazione percettiva: la carne è morta ma rivive nel fatto di essere nella sua
continua privazione, è in ciclo, en abîme. Si capisce così che non siamo di
fronte ad alcuna resurrezione, quanto, invece, dentro una condizione terminale
della materia privata di funzione e identità – anche se in controluce possiamo
scorgere una dimensione passionale: nessuna redenzione nella riduzione
esacerbata del corpo a violenza esposta, d’accordo, ma è evidente che la
spregiudicatezza espressionistica chiede al lettore di guardare e sentire. La
parola di Ferrari, per quanto essenziale, comunque è necessariamente ostensiva,
anzi è proprio per questo che dal punto di vista stilistico, i mezzi minimi – la
sintassi lineare, il lessico comune, l’assenza totale di amplificazione lirica –
ottengono l’effetto di farci penetrare “sensorialmente” le stanze del mattatoio
a partire dagli odori, forti e casuali – “col vento che riporta gli odori/ ad un
ordine sparso” –, verso forme concrete di una processualità degradata che
raggiungono la “carne morta […] ricamata” per cui la decomposizione appare come
un lavoro minuto, una tessitura biologica eseguita “da quelle sinuose presenze/
che gli altri chiamano larve”, la traccia mobile che lentamente percorre il
corpo in una scrittura della fine.
La carne è già dentro una stazione avanzata del processo dove il corpo continua
a parlare proprio nel momento in cui perde definitivamente ogni centralità
individuale, e lo fa attraverso i vermi che lo in-scrivono. Solo dopo arriva la
poesia, che diviene riconoscibile attraverso un’agnizione inattesa, la più
bassa, quella delle parole trasformate in “vermi combusti”, come leggiamo nel
testo subito successivo a quello appena analizzato, “scintille in questo buio”.
Sarà un buio ontologico o corporalmente viscerale? Chi può determinare i confini
del senso?
Ferrari non offre alcuna risposta ma continua ad attraversare le stazioni della
“macellazione”, come in questo testo:
> C’è un momento della macellazione,
> quando l’organo di sollevamento
> solleva il gambare a cui è appeso l’animale,
> in cui si ripete il sacrificio della crocifissione
> compreso un S. Longino con pertica uncinata
> che stabilizza il corpo per meglio tagliuzzare.
E poi ci indirizza agli “occhi infantili” “di una giovane manza” che
“custodiscono” “un segreto”. Vediamo quale:
> Un segreto riempie le tempie pelose
> di una giovane manza
> e gli occhi infantili lo custodiscono
> con qualche lacrima,
> una piega rugosa nel suo sorriso
> prima di morire
> ed è l’unica a non riempire di suoni
> lo spazio della morte.
> Mi vede (segno il sesso sulla tabella)
> e confermo complice il messaggio.
> Caricata l’arma
> il boia dalle orbite verdastre
> gli sorride (giaccio tra pezzetti di grasso)
> spara.
> I segreti si ricompongono
> nella estraneità della morte.
Il “segreto” di cui si diceva introduce a una dimensione interna che Ferrari
colloca nelle “tempie pelose” della giovane manza quasi a ribadire che il
linguaggio non può essere separato dalla materia che nomina. Attraverso questa
modalità si è capito già in precedenza che il senso nasce nello spazio
intermedio in cui il corpo non è mai puro oggetto biologico ma neppure presenza
simbolicamente compiuta (la condizione di tra-esistenza che stiamo esplorando).
Il “segreto”, allora, non è un contenuto da interpretare, bensì la soglia che la
poesia tenta di sondare tra il tangibile e il non dicibile. Proseguendo nella
lettura, infatti, altri elementi sembrano confermare questo primo indizio: “e
gli occhi infantili lo custodiscono”, la funzione dello sguardo non è di aprire
il significato – il segreto – ma di trattenerlo e custodirne l’evidenza, così
tutta la scena ci dice che il corpo animale diventa portatore di una eccedenza
muta che il linguaggio può solo lambire. L’aggettivo “infantili” intensifica
questo margine e insinua una vulnerabilità immediatamente percepibile ma senza
trasformarla in sentimentalismo, perché resta saldamente ancorato alla
descrizione visiva. La poesia si colloca esattamente nel limite della relazione:
il soggetto vede l’animale, ma ciò che l’animale porta con sé resta
irriducibile. A seguire – “ed è l’unica a non riempire di suoni/ lo spazio della
morte” – il testo si radicalizza in una sospensione sonora che lascia lo spazio
aperto, quasi un’espansione della “piega rugosa nel suo sorriso/ prima di
morire” (così simile alla crepa di Magrelli) in direzione dell’ineluttabile
scabrosità della fine. Quando poi il soggetto entra direttamente nel testo – “Mi
vede (segno il sesso sulla tabella)/ e confermo complice il messaggio” – la
relazione diventa più complessa, perché il linguaggio umano appare diviso tra
due registri incompatibili e tuttavia simultanei: da un lato c’è lo sguardo
reciproco, “mi vede”, dall’altro c’è la scrittura funzionale, “segno il sesso
sulla tabella”, dove la parola burocratica, classificatoria, attraversa lo
stesso spazio in cui avviene il riconoscimento. In questo punto Ferrari ci
mostra con estrema precisione come il linguaggio stesso abiti il suo limite: per
quanto possa registrare, classificare, nominare secondo procedura, non può però
sottrarsi alla percezione di ciò che eccede quella registrazione, allo scandalo
del verbo. Il termine “complice” esprime senza infingimenti la coabitazione dei
due livelli in cui il soggetto è implicato: dentro il dispositivo di scrittura
e, per questo, non coincidente con la realtà, abitatore di un margine etico
estremo – di chi giace sui “pezzetti di grasso” della materia inerte –, come ci
dice in maniera fatale il finale: “I segreti si ricompongono/ nella estraneità
della morte”, in una forma altra, dentro una “estraneità” che impedisce ogni
appropriazione definitiva. La poesia può arrivare fino al bordo della
comprensione senza oltrepassarlo, ecco perché il corpo animale diviene il
correlativo oggettivo di un dolore intenso, quello in cui il linguaggio vive
carnalmente il proprio limite. Ma, allo stesso tempo, il linguaggio, puntando
tutto sull’aderenza al corpo senza sublimazione, accetta di diventare esso
stesso corpo minimo, materia verbale che resiste senza pretendere di sciogliere
il reale.
In questo senso il margine è il luogo in cui la poesia accade come relazione
incompleta tra due forme di esposizione – il corpo animale e la parola –
entrambe collocate tra presenza e sottrazione.
Gianluca D’Andrea
(continua)
*In copertina: Ivano Ferrari fotografato nel 2008 da Giovanni Giovannetti
L'articolo Discorso intorno all’anti-poesia di Ivano Ferrari proviene da Pangea.
L’edizione del Festival di Cannes del 1969 presentava una novità, la “Quinzaine
des Réalisateurs” (oggi: “Quinzane des Cinéastes”). In sostanza, una sezione
dedicata alle pellicole ‘sperimentali’, provenienti da tutto il mondo. Reduce
dalle contestazioni dell’anno precedente – guidate da Truffaut, Godard, Lelouch
& compagni in regia –, quell’anno la Palma andò a If… di Lindsay Anderson (con
guerresco, giovanissimo Malcolm McDowell), il Premio della giuria premiò Z.
L’orgia del potere di Costa-Gravas; Easy Rider fu eletta “Migliore opera
prima”; Andrej Rublëv fu proiettato fuori concorso. La giuria era presieduta da
Luchino Visconti.
Nella “Quinzaine des Réalisateurs” furono mostrati, tra i tantissimi, un paio di
film di Carmelo Bene (Nostra Signora dei Turchi e Capricci), Partner di Bernardo
Bertolucci – tratto da Il sosia di Dostoevskij –, Così bella, così dolce di
Robert Bresson – tratto da La mite di Dostoevskij – e The Trip (passato da noi
come “Il serpente di fuoco”), film di Roger Corman scritto da Jack Nicholson che
racconta la non-storia di un uomo (Peter Fonda) in preda ad allucinazioni da
LSD.
Uno dei film più curiosi della rassegna veniva dall’Argentina: Invasión, diretto
da Hugo Santiago, narrava – secondo i criteri della Nouvelle Vague – di una
città sotto assedio. Il clima è cupo, l’assedio infinito, l’istinto predatorio
degli assalitori grava sui resistenti, ovunque, e la resistenza finisce per
ledere i tenui legami degli eroi. I protagonisti sono, in sostanza, tre: Don
Porfirio, alla guida dei resistenti, l’inerte Julián Herrera, che comanda chi
combatte, e Irene, la donna che scombina i piani di tutti, un po’ Elena un po’
Atena. La struttura del film – secondo le intenzioni dei creatori – ricalca un
po’ l’Iliade: è Omero nel Sessantotto.
La cosa che incuriosì di Invasión, al di là del tema, era il nome degli
sceneggiatori, annunciato, in tandem, sull’affiche à la Hitchcock: Jorge Luis
Borges e Adolfo Bioy Casares. Borges era già Borges da tempo: quell’anno
pubblicava Elogio dell’ombra; nella poesia omonima lo scrittore accenna alla
vecchiaia e alla cecità (“Vivo tra forme luminose e vaghe”), cita Democrito,
Emerson, Buenos Aires e la neve, accenna al fatto – ci sarà utile più tardi –
che “Posso infine scordare”; il poeta è felice perché “Presto saprò chi sono”.
Con Adolfo Bioy Casares la collaborazione era, ormai, decennale: i Seis
problemas para don Isidro Parodi erano usciti da Emecé nel 1942; due anni prima,
nel ’67, l’editore Losada aveva pubblicato Crónicas de Bustos Domecq. Insieme,
avevano scritto – come sempre, per gioco, con la furia dei costruttori di
labirinti – diverse sceneggiature: qualcuna – come Les autres, del 1974 –
sarebbe stata tradotta in film, altre – Los orilleros, El paraíso de los
creyentes – no, puri, onirici, verbi origami. L’anno dopo, nel 1970 – a dire di
un viso-logo, di un uomo-totem – Borges sarebbe apparso fugacemente – in uno
specchio – in Performance (in Italia: “Sadismo”), pellicola punk di Donal
Cammell e Nicolas Roeg con Mick Jagger protagonista.
Borges, è noto, amava andare al cinema, ha scritto spesso di film; nelle
recensioni cinematografiche era corrosivo: nel 1931, sulla rivista “Sur”
dell’amica Victoria Ocampo, stronca Luci della città; di Chaplin malsopportava
“le trovate primordiali”, i “baffi fasulli”, la “velocità spettrale nell’agire”
– gli preferiva Buster Keaton. Nel 1974 “Sur” dedicherà, su ispirazione di
Borges, un numero speciale al Cine, con articoli di Roger Callois e Eisenstein,
André Malraux e Benjamin Fondane.
Quanto a Invasión, Borges ci tenne a dire che il personaggio principale era
calcato sulla figura di Macedonio Fernández, l’antico amico, il maestro, morto
quindici anni prima. Per il film – per dire quanto ci tenesse – Borges
scrisse Milonga de Manuel Flores (pubblicata in Para las seis cuerdas nel 1965),
interpretata da Aníbal Troilo. Alcuni brani – recitati nella pellicola; qui
nella versione di Domenico Porzio e di Hado Lyria – danno il senso
dell’atmosfera del film:
“Manuel Flores va a morire.
Questa è moneta corrente;
Morire è un’abitudine
Che sa avere la gente.
E tuttavia mi spiace
Dire addio alla vita
Questa cosa che è di sempre
Tanto dolce e conosciuta.
Guardo all’alba le mie mani,
Guardo nelle mani le vene;
Con sorpresa me le guardo
Come se fossero d’altri”.
La sinossi del film – a firma di Borges e da Bioy Casares – recita così:
> “Invasión è la storia di una città – immaginaria eppure reale – assediata da
> potenti nemici e difesa da un manipolo di uomini, non propriamente eroi.
> Combattono fino alla fine, senza sospettare che la loro battaglia è
> infinita”.
La città “immaginaria o reale” è indubbiamente Buenos Aires, ma nel film si
chiama Aquileia. Ne I teologi – tra i racconti più arditi de L’Aleph – Borges
parla di “Aureliano, coadiutore di Aquileia”, micidiale segugio di eresie: una
di queste, professata dai “monotoni (chiamati anche anulari)”, dichiara “che la
storia è un circolo e che nulla esiste che non sia già stato e non sarà
nuovamente”. In questo senso, si capisce perché la battaglia degli anti-eroi
di Invasión sia infima e infinita.
L’amore per i labirinti – cioè: per le mappe –, per gli specchi e per le lotte
all’ultimo sangue (Borges discende da una genia di militari, più o meno
fortunati) è temprata da quello per i libri – anch’essi dei labirinti –, per la
donna come specchio contrario dell’uomo, per i poemi omerici. Invasión, si
diceva, è una sorta di Iliade contemporanea. Il primo racconto
de L’Aleph, L’immortale, è un infinito, circolare elogio di Omero:
> “Io sono stato Omero; tra breve sarò Nessuno, come Ulisse; tra breve sarò
> tutti: sarò morto”.
In L’immortale Borges accenna alla traduzione “in sei volumi in quarto minore
(1715-1720) dell’Iliade di Pope” – è il libro che dà avvio alla vicenda –;
in Las versiones homéricas, articolo del 1932 raccolto in Discusión, scrive di
non disdegnare l’Odissea tradotta da Samuel Butler, gli pareva un “ironico
romanzo borghese”; in Talismani, poesia raccolta in La rosa profonda (1975)
ammette di adorare, insieme alla “prima edizione dell’Edda di Snorri” e
all’opera di Schopenhauer, “I due tomi dell’Odissea di Chapman”.
Nel 1967, ad Harvard, lo scrittore americano Richard Burgin investigò Borges
proprio intorno a Invasión. Il poeta cieco – omerico – disse di essere “un
grande appassionato di cinema”, disse che in quel film, ascrivibile al genere
“fantastico”,
> “gli invasori sono spietati, efficienti, numerosi. La città viene difesa da un
> vecchio e dai suoi amici. I suoi amici, tuttavia, sono scettici, vagamente
> codardi, vincolati dalle loro microscopiche esistenze. Ad esempio: un uomo
> ingaggiato per salvare il paese non può farlo, dice, perché deve andare a una
> festa con la moglie…”.
Borges si diceva certo che “verrà fuori un bel film”; non lo convinceva troppo
il regista, “spero che non lo rovini… mi preoccupa il fatto che Santiago dica di
aver trovato l’attrice più meraviglioso del mondo: si è messo in testa di
sposarla”.
Infine, il film infiammò Bioy Casares: “Credo che Hugo Santiago abbia girato un
film straordinario. Invasión è una versione moderna dell’Iliade: non esalta
l’astuzia e la forza del conquistatore ma il coraggio di una manciata di
impavidi che difendono la loro Troia… Omero mi perdonerà, ma il mio cuore è
sempre dalla parte di chi resiste”. Al contrario, Borges, che non amava la
Nouvelle Vague, trovò il film “piuttosto confuso… lo vidi, mi parve pessimo”.
Santiago lo irretì, “il mio lavoro è stato così trasformato che non l’ho
riconosciuto quando ho visto il film… per questo preferisco non mettere il mio
nome, non voglio essere responsabile di nulla… eppure, si ostinano a usarmi, a
citarmi, dunque mi tocca la parte dell’offeso…”.
Benché nelle intenzioni Invasión non contenesse alcun messaggio politico – “Non
c’è alcun significato politico nel film: non pensavamo, pensando agli invasori,
né ai comunisti né ai fascisti”, così Borges a Burgin – il film fu letto come
una reazione al reazionario governo militare della “Revolución Argentina”; il
regime militare di Videla & Co., in seguito, farà sparire la pellicola, di
fatto, al di là dell’uscita a Cannes, passata inosservata. Fu riesumata,
fortunosamente, nel 2004, e restaurata: Invasión è considerato, oggi, tra i film
più importanti del cinema argentino. All’epoca, il film (“una verdad”), fu
vietato ai minori.
Resta da dire dell’ossessione omerica di Borges, sommo mitografo argentino. A
Borges piaceva l’idea che Omero, il genio della poesia occidentale, fosse
ammantato dall’enigma: che fosse uno e sdoppiato. “Non sappiamo se Omero sia
esistito. Il fatto che sette città si disputassero il suo nome è sufficiente a
farci dubitare della sua storicità. Forse non ci fu un Omero, ma molti greci che
nascondiamo sotto il nome di Omero”, ha detto Borges in una conferenza su La
cecità (riprodotta in Sette sere, Adelphi, 2024). Ogni legame, su questa
zattera, tra Borges e Christopher Nolan lo lasciamo ai lettori; sul tema ha
scritto un libro, pubblicato da Quodlibet nel 2025, Vittoria Martinetto,
s’intitola Un incontro fantastico. Borges e Nolan.
Proprio all’Odissea, in particolare al “Libro vigésimo tercero” del poema,
Borges dedica una delle sue poesie più tenui, raccolta in El otro, el
mismo (1964):
“Ormai la spada di ferro ha eseguito
l’esigente lavoro della vendetta;
ormai gli aspri dardi e la lancia
hanno elargito il sangue dei perversi.
A dispetto di un dio e dei suoi mari
Ulisse è tornato al regno e alla regina,
a dispetto di un dio e dei grigi
venti e della furia di Ares.
Nell’amore del letto condiviso
dorme l’illustre regina sul petto
del suo re; ma dov’è ora l’altro
l’uomo che nelle notti e nei giorni
d’esilio errava nel mondo come un cane
dicendo che il suo nome era Nessuno?”
Borges è affascinato dall’ambivalenza di Ulisse, dal suo essere cane e re, tutto
e nulla. Borges ama l’eroe che si sfracella in Nessuno – il suo Ulisse è simile
all’Alessandro Magno che fugge il regno per arruolarsi, dimentico di sé, in un
esercito mongolo, ai confini delle magioni orientali. Nolan, beh, Nolan no.
*In copertina: Jorge Luis Borges; photo Sara Facio, 1968
L'articolo “Errava nel mondo come un cane”. Borges, Nolan e l’ossessione omerica
proviene da Pangea.
Negli ultimi giorni della sua vita terrena, Andrej Tarkovskij tornava spesso
alla figura di Amleto. “Amleto… A letto tutto il giorno, non riesco ad alzarmi.
Dolore nella parte bassa dello stomaco e nella schiena. E i nervi. Non riesco a
muovere le gambe… Sono molto debole. Morirò?”. È il 15 dicembre del 1986 – il
grande regista morirà due settimane dopo. Aveva messo in scena Amleto dieci anni
prima, a Mosca, con il suo attore prediletto nel ruolo principale, Anatolij
Solonicyn. Non gli piaceva la traduzione di Boris Pasternak (“Pasternak è un
poeta straordinario, ma la sua traduzione di Amleto è straordinariamente
inesatta”) – ne usò un’altra, quella di Mikhail Morozov.
Negli ultimi istanti, Tarkovskij è un Amleto inerme. Per certi aspetti, l’Amleto
shakespeariano è il negativo di Gesù – l’intera vicenda di Amleto è scritta per
essere il contrario di quella evangelica; lavoro di bulino al buio.
Non so se nell’amletica reminiscenza di Tarkovskij vinca il rapporto con il
padre. Il papà di Tarkovskij, Arsenij, aveva lasciato la famiglia nel 1937, per
un’altra donna: Andrej aveva cinque anni. Lo specchio, il più bello e il più
enigmatico tra i film di Tarkovskij, è centrato su questa vicenda. Le poesie di
Arsenij Tarkovskij conferiscono unità lirica al film, ne plasmano la vertigine;
i fotogrammi di cronaca donano alla Storia un valore di effimera eternità. Ciò
che resta di un padre, sono le spoglie – ricordi come piccole corazze di
Achille, come crisalidi di cristallo, facili a rompersi. Al funerale di Andrej,
Rostropovič incoccò una suite per violoncello di Bach; Arsenij morirà tre anni
dopo, mel maggio del 1989.
Luglio 1986, un appunto da Öschelbronn, dove il regista è ricoverato per il
cancro ai polmoni.
> “Personale eccellente. Suor Elizabeth in particolare: parla italiano, è
> cordiale, generosa. Irradia pace e bontà. Ieri sono uscito a fare una
> passeggiata e sono stato colto, all’improvviso, da un impulso inspiegabile: mi
> sono tolto le scarpe e ho camminato a piedi nudi sulla nuda terra, fredda,
> nonostante la febbre, la tosse, i reumatismi. Sono davvero pazzo. Ho la testa
> piena di pensieri cupi”.
Questo fermoimmagine sembra l’emblema della dedizione artistica di Tarkovskij.
La ricerca della bontà dove domina il male; camminare a piedi nudi sulla terra;
attenersi a ciò che si vede – dunque, all’inspiegabile. Levare ogni resistenza
di fronte alla verità delle cose – dire con semplicità ciò che agli altri resta
incomprensibile. La nostra è, all’eccesso, l’epoca che dichiara ‘complicato’ ciò
che ha un candore – per questo Tarkovskij è confortante.
I testi pubblicati in questa pagina provengono da Time Within Time, selezione
dai Diaries di Tarkovskij, con vari materiali in appendice, editi da Faber nel
1994. Un’opera d’arte va estorta con amore dal creato, come si pianta un albero
– a quel punto, l’artista può scomparire, arreso, risolto nell’insoluto, con le
radici divelte in fiumi – non più artista ma uomo.
***
Sono categoricamente contrario al cinema come intrattenimento: è degradante per
l’autore e per il pubblico.
*
L’ispirazione de Lo specchio è l’omelia: guardate questa vita, prendetela come
una icona, come un esempio.
*
Ormai ci sono così tanti film, così tanto diversi, che presto sarà impossibile
pianificarne la distribuzione. Il cinema è la forma d’arte più giovane,
attraverserà un nuovo sviluppo. I film saranno distribuiti in cassette o su
altri supporti, la gente se li porterà a casa, lo spettatore si troverà faccia a
faccia con il film che preferisce.
*
La massa non è un criterio di qualità. Come il numero di persone coinvolte nella
realizzazione di un film. I numeri non sono mai il punto decisivo.
*
Nei miei film le immagini sembrano simboliche, ma a differenza dei simboli
canonici non possono essere decifrate. L’immagine è un grumo di vita
inesplicabile perfino per l’autore. Quando Puškin scrive, “La mia tristezza è
radiosa”, opera per immagini, non per simboli. Allo stesso modo, Ivan Il’ič,
morente, si sente confinato in uno stretto canale intestinale, da cui non può
uscire. Ciò che sente è tanto vivido e reale da cancellare ogni altra cosa, ogni
altra ‘verità’. Già nel Medioevo i poeti giapponesi stigmatizzavano
l’interpretazione dei simboli nell’arte… giusto! Meno simboli ci sono, meglio è!
Il simbolismo è un segno di decadenza.
*
Non c’è bisogno di rendere ‘comprensibile’ Lo specchio – non è che una storia
semplice, diretta.
*
Perché Amleto si vendica? La vendetta è una forma di espressione del legame di
sangue, è un sacro dovere, un sacrificio compiuto in favore dei propri cari.
Amleto si vendica, come sappiamo, per rimettere a posto un tempo “fuori sesto”.
Sarebbe più giusto dire che è l’incarnazione del sacrificio di sé.
*
Spesso mostriamo risolutezza o ostinazione in azioni che ci danneggiano. Anche
questa è una sorta di ricerca del sacrificio di sé – è l’abnegazione, il dovere.
Strani, assurdi istanti in cui si è deliberatamente in debito con qualcuno, si è
in un rapporto di dipendenza, nel ruolo della vittima: cose che il materialista
Freud classificherebbe come masochismo, che l’uomo religioso chiama dovere e che
Dostoevskij dice desiderio di soffrire.
*
Questo desiderio di soffrire senza alcun sistema religioso che lo giustifichi
può sfociare in una vera e propria psicosi.
*
Alla fine: è amore che non trova una forma. Non l’amore freudiano – l’amore
spirituale. L’amore è sempre il dono di se stessi agli altri. Anche se la parola
‘sacrificale’ ha, nell’uso volgare del termine, connotazioni negative,
esteriormente distruttive, quando è applicata a colui che si sacrifica è amore,
cioè un atto positivo, creativo, divino.
*
Amleto è un’opera al contempo molto complessa e incredibilmente semplice. Sono
stati scritti fiumi di libri su Shakespeare e Amleto, ma nessuno è riuscito a
carpire e a spiegare il segreto di quella tragedia. L’unica cosa certa è che
esiste. È una delle più grandi opere di genio della storia dell’arte. In termini
di ispirazione, nobiltà e semplicità non conosco opera teatrale che possa essere
paragonata ad Amleto. L’impressione è che sia stata scritta in una manciata di
minuti di pura ispirazione. Gli enigmi di cui è costellata l’opera si sciolgono
tutti, man mano che si procede, e tutto si fa chiaro, ovvio.
*
Mi piacerebbe lavorare a teatro – il teatro offre possibilità misteriose. Il
teatro è una forma d’arte indipendente e meravigliosa. Non che non mi interessi
il cinema: è che ciò che dovevo dimostrare a me stesso l’ho dimostrato
realizzando Lo specchio. Se avessi altro da dimostrare, non avrei pace – la cosa
più importante in ogni opera è superarsi, è avverarsi. Ora ho bisogno del
teatro. Ora ho bisogno di Amleto: magari ne farò un film.
*
Amleto era molto al di là dei suoi tempi: quando si rende conto che spetta a lui
distruggere il suo mondo, inizia a vendicarsi e diventa uguale a tutti gli altri
– quella è la sua rovina. L’idea di Shakespeare mi perseguita. Può un uomo
giudicare un altro uomo; può un uomo versare il sangue di un altro uomo? Non
credo ne abbia il diritto. Ma la società, purtroppo, sì. Non c’è niente da fare
al riguardo, ma una goccia di sangue versato è pari a un oceano. Un uomo non ha
il diritto di uccidere un altro uomo per il bene comune. Se mi venisse detto,
‘Uccidi quell’uomo e molte persone staranno meglio’, non credo che avrei il
diritto di farlo, farei meglio a uccidermi.
*
Dopo l’incontro con il Fantasma, Amleto dedica la vita alla vendetta – per
questo muore, si uccide, si suicida, non può sopportare il sangue perché il bene
non si ottiene attraverso il sangue.
*
Non spiegare nulla. È un grave errore l’attuale moda di spiegare nell’arte, di
interpretare. Non è questo lo scopo dell’arte.
*
Cosa accade a un regista quando, nel suo paese, può fare soltanto ciò che gli
viene detto di fare? Meglio andare a tagliare la legna.
*
Amleto è l’unica opera teatrale della letteratura mondiale a essere irrisolta.
Per questo è eterna; a differenza delle opere di troppi drammaturghi di oggi che
non vengono rappresentate perché sono nati morti.
*
Un attore deve esprimere con grande semplicità sentimenti molto complessi.
*
Quando, a teatro, un sentimento viene espresso apertamente, con vividezza,
assume un tono falso, diventa ‘teatrale’, ostentato. Nessuna persona esprime i
propri sentimenti, se sono autentici, con tale enfasi – la verità del sentimento
è sempre nascosta da un velo. Solo i falsi, i mentitori seriali ostentano i
propri sentimenti per dimostrare quanto siano mirabilmente sensibili.
*
Gli attori hanno una natura angelica: dobbiamo amarli come si amano i bambini –
soltanto così potremo fare qualsiasi cosa con loro.
Andrej Tarkovskij
L'articolo “Non spiegare nulla”. Catabasi in Andrej Tarkovskij proviene da
Pangea.
Si potrebbe giudicare paradossale l’idea di accostare autori così distanti come
il piemontese – ma nato a Pola – Giovanni Arpino e la statunitense del profondo
sud Flannery O’Connor, che nulla hanno in comune se non il fatto che sono
scrittori – confesso, da me amati – di romanzi e racconti. Ed è proprio tra le
novelle dell’uno e dell’altra, in cui, per una non cercata coincidenza,
imbattendomi in loro, ho scorto una sorta di estrose connessioni. Mi si conceda
la libertà, magari poco esegetica ma da appassionata lettrice, di dare
l’abbrivio a una serie di personalissime osservazioni. O soltanto semplici
suggestioni.
Si tratta de La Babbuina[1] (1967) di Giovanni Arpino, e di Enoch e il
gorilla[2] (1952) di Flannery O’Connor. La prima è una triste e surreale storia
moderna, la seconda s’inscrive in uno scenario tra il realistico e il grottesco.
In entrambe le narrazioni si parla di bestialità nel suo liminale, e mai
concluso, rapporto con l’umanità.
I personaggi infatti sono degli scimpanzè: da un lato c’è una scimmietta,
dall’altro un (finto) gorilla.
Nel racconto del bravo e favoloso e purtroppo dimenticato Giovanni Arpino, il
nome attribuito alla protagonista Babbuina è Gilda: per antifrasi, quasi un
rimbalzo ironico, all’altra più nota Gilda dell’omonimo film diretto da Charles
Vidor (1946), seducentemente interpretato da Rita Hayworth; la nostra però non
ha niente della prorompente fisicità dell’attrice, icona di sensualità e
irrequietezza. Appena un dettaglio di labile prossimità c’è fra loro: entrambe
sono state comprate dai rispettivi mariti.
Ammaestrata ad annullarsi, soggiogata la sua natura ferina, la scimmietta è un
buon affare per l’uomo che, dopo averla scovata in un decadente circo,
l’addomestica tanto da umanizzarla, al fine di averla al suo servizio,
proseguendo in tal modo, nella sua casa, stabilmente in trappola, la sua
cattività. Egli, divenuto marito, con ostentazione tutta virile, da sovrano
domatore, e con la risoluta gonfiezza d’un io gretto e cinico, ne parla in prima
persona.
… corpicino setoloso e gracile… povero mucchietto d’ossa: è una cosa, Gilda, una
nullaggine, una povera diavola. Ed essendo robusta, sana, accuratissima dagli
orecchi alla punta della coda… è tollerata nella bruttura del suo aspetto e
nella sua pochezza mentale soprattutto perché non ha i difetti delle altre
donne, le precedenti mogli, le tre streghe, petulanti, piagnucolose,
spendaccione, inoltre non gli turba l’equilibrio delle giornate, del lavoro. Lei
non disturba, rapida, meglio di una serva, nel rispondere. Con docilità e
servizievole affabilità, con una premura d’incondizionata e disinteressata
amabilità, asseconda ogni richiesta, che sia un’esigenza o un capriccio. Tutta
sollecitudine. In lei non covano malizie, menzogne, aggressività, né pretese,
nessuno sparuto uzzolo, nessun sentimento di odio e di possesso. Gilda: una
fusione di virtù e mansuetudine.
La sposa Babbuina: uno scialbo vivere, sommesso e sottomesso.
Albrecht Dürer, Vergine e Bambino con la scimmia, 1498
Lui, il maschio, il coniuge, padrone vampiro, gongola nella sua sovranità nonché
nel suo furbesco calcolante buonismo: la tiene con sé senza partecipazione
emotiva, in un’intimità che non è familiare confidenza, fratellanza, né
affettuosa attenzione, la signoreggia in quanto suo prodotto, un mero oggetto,
funzionale al suo egoico benestare. Una compiaciuta tirannia la sua che non
lesina, di tanto in tanto, una melliflua pietà, una ipocrita forzata gentilezza,
mischiata a una non rattenuta repulsione.
> Forse, se sogna, torna con la mente al circo, ai suoi esercizi, quando la
> vestivano da nonna che sferruzza, da pagliaccio che rotola, da marinaio che va
> in bicicletta, da cameriera che serve a tavola… Oppure, come è più probabile,
> sogna il suo amore, cioè me. Perché anche di notte la sua mano mi cerca.
> S’accontenta di un tocco leggero, io avverto quei suoi polpastrelli così
> delicati e subito reagisco irrigidendo il muscolo della spalla[3].
Lei, del tutto annichilita, non possiede la parola, la parola per esprimersi,
per nominare, per domandare, quella che può soccorrere; dispone non altro che di
un solo scimmiesco balbettio – Biba – di una lallazione di bimba-babbuina, e di
una qualche lacrimuccia, fiamma di non-parola, ingoiata per sete d’affetto.
> Appena l’ho sgridata, però, mi pento subito. Lei si rincantuccia nel suo
> angolo di poltrona e piange, si copre gli occhi con la mano, poi allarga le
> dita per lanciarmi una guardatina umida, di nuovo alza il lamento con quella
> sua vocetta stridula e disperata[4].
Una fiducia e una fedeltà totale che nulla chiedono se non l’attimo di una
timida grazia, di un accenno fuggevole e distratto, affatto intenzionale: il
tocco bugiardo di una moina.
Con l’hybris e la sicumera del maschio, signore e padrone, dal sentire
atrofizzato, egli è inetto a mettersi in relazione, a capire la natura e la
sensibilità di quell’insignificante creatura, il gemere profondo, il suo essere
sospirante. Di anima-le, di anima-liliale: “luogo della pura semplicità.”[5] Ma
è nell’impensato epilogo che la vicenda devia il suo corso, quando, durante una
visita allo zoo, Gilda si trova di fronte a una gabbia.
> Era alta almeno un metro e ottanta, forse più, e lucida nel pelo nero, una
> granbestia all’erta, dall’occhio violento di catrame, le dita però tenerissime
> intorno al piccolo stretto in grembo[6].
Il confronto con un suo simile, con una madre orango e il suo cucciolo, è
un’esperienza insolita per Gilda: un miscuglio inespresso di empatia, stupore e
sconcerto, a cui s’aggiunge, senza meno, lo scuotimento per l’improvvisa
percezione di un sé altro da sé, il sanguinamento invisibile di un dolore, della
propria mancanza; un’unghiata che risveglia, nella memoria, una chiamata
ancestrale: il tremore di una plutonica sostanza originaria e, presumibilmente,
al contempo un tacito rinnegare ciò che è stata nelle mani degli uomini, l’abuso
violento che hanno fatto del suo corpo, il saccheggio di tutto il suo essere.
E lui, il marito-dominatore, tutto invischiato in sé stesso, neppure un sussulto
d’una fievole compassione, non trae un monito da questo epilogo per un salvifico
mutamento: in lui non c’è disposizione all’accoglimento, non c’è conoscenza
ispirata dall’amore.
Nel deserto di emozioni, di afflati affettivi inveteratamente spenti nell’animo,
non giunge all’acutezza di percepire e com-prendere la sofferenza altrui.
Serrato nel proprio imperturbabile ego, si autoassolve senza rimorsi né
pentimenti. La commozione non attecchisce, asfittico e impagliato resta il cuore
senza mai fiorire.
> Ma poi: cosa vogliono queste donne da me, cosa pretendono, non capiscono
> davvero la fatica che faccio, anche solo per tirare avanti, mettere pace? E
> tuttavia… tuttavia, se rimango solo, se Gilda muore, che saprò fare di un me
> stesso diventato padrone di niente[7]?
*
E pure di scimmie e di pelami si narra nella storia dell’affilata e
destabilizzante Flannery O’Connor. Il quadrumane, in questo caso, è un gorilla
che tuttavia non è il solo personaggio principale perché, come palesemente
indicato dal titolo, il coprotagonista è appunto Enoch. Troviamo anche qui un
nome che è un rimando, in questo caso biblico, al patriarca antidiluviano Enoch,
discendente da Adamo ed Eva, vissuto per oltre trecento anni e che poi disparve
catturato da Dio[8].
Il nostro Enoch è un diciottenne, zoppicante, coi denti buffi, strani, strabico,
con una protuberanza sotto l’occhio, che gli conferiva un’aria ottusa,
insensibile: si direbbe portamento autistico: un coacervo di sgraziataggine e
assenze, così maldestro da non riuscire neppure a ripararsi da una pioggia
torrentizia sotto un vecchio ombrello. Un ragazzotto che non prova simpatia
alcuna verso i bambini; un’avversione alla quale corrisponde un’astiosa
curiosità da parte dei medesimi bambini.
Un beota, estraneo a tutti, Enoch: non ha legami, non entra in amicizia con
alcuno. La stessa gente verso di lui mostra, più che superficialità,
inequivocabile malevolenza. Ma ciò che maggiormente lo appaga e che gli dà forza
e ardimento, è la lettura dei fumetti, quasi un portarsi lontano dal suo solito
mondo, in una dimensione tutta sua, fantastica.
Succede dunque che nella cittadina vengano affissi dei manifesti dove s’annuncia
l’arrivo sensazionale di un divo di Hollywood, evocazione del King Kong nel
colossal di M. C. Cooper ed E. B. Schoedsack del 1933.
> Si trovò a fronteggiare il ritratto, a grandezza naturale e a quattro colori,
> di un gorilla. Sopra la testa del gorilla, a lettere rosse, c’era la scritta:
> “GONGA! Gigantesco re della giungla e divo del cinema! IN CARNE E OSSA!!!” Al
> livello del ginocchio del gorilla, c’era un’altra scritta che diceva: “Gonga
> apparirà in carne e ossa davanti a questo cinematografo alle dodici
> antimeridiane di OGGI! Ingresso gratuito ai primi dieci che avranno il
> coraggio di avvicinarsi e stringergli la mano!”[9]
Un’irripetibile esibizione. Tanta la curiosità. Enoch vuole essere tra quei
primi dieci, vuole dimostrare a sé di essere in grado di affrontare lo
scimmione, di irriderlo, magari con qualche parolaccia o con una delle sue
abituali scurrilità.
> […] c’era una piccola piattaforma, alta una trentina di centimetri. L’animale
> ci salì sopra, si girò verso i bambini e cominciò a ringhiare. Non erano
> ringhi molto sonori, ma velenosi sì; sembravano uscire da un cuore nero.
> Enoch, terrorizzato, sarebbe scappato via di corsa, se non fosse stato
> circondato da tutti quei bambini[10].
È un’occasione unica, una circostanza propizia affinché finalmente sia lui a
sbandellare i cardini di una vita monotona, a governare quella sardonica sorte
che gli è sempre avversa, ad assestarle, lui stesso, almeno per una volta sola,
un sonoro calcio.
Arriva quindi il suo turno: è al cospetto del selvaggio colosso.
> Il suo cervello, entrambe le parti del suo cervello erano completamente vuote.
> […] Il cuore di Enoch batteva violentemente. […] la scimmia […] gli prese la
> mano con gesto automatico[11].
Non una morsa, ma una pressione tenera, un turbamento indefinibile, godibile:
qualcosa di mai provato, una finezza che dura un baleno.
> Il divo del cinema si chinò leggermente in avanti […]: un brutto paio di occhi
> umani si avvicinò a Enoch e lo guardò di traverso da dietro quelli di
> celluloide. “Vai all’inferno,” disse una voce arcigna […], in tono basso ma
> distinto, e la mano si ritrasse bruscamente[12].
Uno shock! La scoperta è sconcertante, deludente: uno smacco alle sue
aspettative, uno sbigottimento: l’energumeno in mostra, la star di Hollywood,
non è un vero gorilla, bensì una maschera, un travestimento, un falso fenomeno:
una laida e miserabile impostura.
Ciononostante non desiste la virtù della speranza in Enoch: qualcosa frulla nel
suo piccolo caliginoso cervello. Diverrà lui l’attrazione, il torvo orango, il
divo del cinema, il villoso bestione che tenderà la mano alle persone in fila
per una stretta che sarà, di certo, altrettanto calda e morbida. L’inutile
smembrato ombrello, che ancora l’accompagna, diverrà lo strumento di una
particolarissima tortura passata di moda, col quale realizzerà il suo furtivo,
imaginificamente diabolico, piano: assumere il sembiante di Gonga, impossessarsi
di lui, rubargli il vestimento, intrufolarsi nelle sue viscere. Così…
> Una figura nera, più pesante, più arruffata, sostituì quella di Enoch […] la
> figura rimase immobile, senza far niente. Poi si mise a ringhiare e a battersi
> il petto: saltava su e giù, agitava le braccia e buttava avanti la testa. I
> ringhi erano incerti e leggeri, da principio, ma si fecero più forti dopo un
> secondo. Si fecero bassi e velenosi, poi ancora più forti, poi di nuovo bassi
> e velenosi; poi smisero del tutto. La figura tese la mano, strinse l’aria e
> scosse vigorosamente il braccio; ritrasse il braccio, tornò a stenderlo,
> strinse l’aria, e lo scosse di nuovo. Ripeté questo gesto quattro o cinque
> volte. […] Nessun gorilla, in nessun posto, in Africa o in California o a New
> York, era più felice di lui[13].
Ma la felicità, si sa, è un ciglio sul precipizio: l’incontro con le persone
sarà rovinoso. Al di là delle sue previsioni, tutte le attese verranno
distrutte: ancora una volta la gente – o forse la rincrudita sorte – frustrerà
ogni suo desiderio e speranza. Risucchiato vertiginosamente nella delusione,
paralizzato nel suo disinganno il Gonga-Enoch, sconfitto…
> restò immobile, come sorpreso, e dopo un po’ lasciò ricadere il braccio lungo
> il fianco[14].
*
Dunque, Gilda ed Enoch, la scimmia e lo sciocco, la babbuina e il babbeo: già
lessicalmente la radice e la consonanza dei sostantivi indicano una particolare
similarità, ma lo stesso vissuto di bizzarra tragicità li accomuna: antieroi
ambedue, sono situati in una cornice di amarezza, di solitudine e
incomunicabilità, di perenne orfanità. Nonché di soffocata e inascoltata
sensibilità.
Se della loro vicenda, inverosimile e insieme drammatica, si volesse
rintracciare un sottotesto e avanzare alcune riflessioni, fors’anche soggettive
e opinabili, si potrebbe individuare un fenomeno che ci riguarda molto da
vicino: non solamente il rapporto difficile tra uomo e bestia, ma pure quello,
tuttora irresoluto, tra normalità e diversità.
L’animale Gilda e il baggiano Enoch sono creature fuori dall’ordinario, dallo
stabilito, da scansare, inadatte al mondo: la raffigurazione del singolare, del
brutto, dell’estraneo, dell’epilettico, dell’idiota: l’altro, per antonomasia.
Così come sintetizza il principe Myškin, cristallizzando nell’aria la disarmata
immagine di sé, dichiarandola al mondo intero con una mitezza che sconcerta:
> Ero così grande, sono sempre così goffo, e anche brutto, lo so… per giunta,
> ero uno straniero[15].
Ovvero l’alieno nei suoi molteplici aspetti: eccolo nella nostra società;
scorgiamolo nelle piazze, nelle vie, inferrato alla mezzanotte dei lampioni:
lui, l’obliquo, il funambolo zoppo, il muso da baraccone, il derviscio nella
tempesta; lei, la mestierante del nulla, l’accattona senza vangeli, la
bracconiera dei venti, la cantatrice calva: loro, il prodotto, per destino,
malriuscito, l’anormale, in mezzo a una massa unica di individui, di uguali.
> Tersite, lui solo, […]
> il più spregevole, fra tutti i venuti all’assedio di Troia.
> Aveva le gambe storte, zoppo da un piede, le spalle
> ricurve, cadenti sul petto; sopra le spalle,
> aveva la testa a pera, e ci crescevano radi i capelli[16].
Il diverso, lo strambo, l’estraneo: razza bandita non omologabile, abitatrice
degli strapiombi. Il loro giorno, una ballata sciancata tra fiumane di schegge;
la loro notte, un’insonne e ammutolita poesia.
L’uguale, il cosiddetto normale, talora con la coscienza allignata
nell’aridezza, ingolfato in un atavico narcisismo che, di fronte all’inusuale, è
incapace di andare oltre sé stesso, di esperire qualcosa che discordi dal
consueto. Questi, pietrificato nello stallo dell’individualismo, barricato nelle
proprie casematte, siano esse concrete o mentali, non apre le finestre del
pensiero, non spalanca porte all’accadimento-avvento, non s’avventura
nell’ignoto, né gli s’avvicina per conoscerlo, per scoprilo, per sfiorarne il
pelo, le setole, il cuore nero di corpo randagio nell’esilio, per percepirne il
sobbalzo d’anima, giù nel più oscuro e negletto anfratto di solitudine, dal
quale provengono, non udite, strozzate grida.
> Barricati, hanno traversato molti deserti, molte paure,
> hanno dormito in caverne ferine sentendo tutta la notte i lupi.
> Il tascapane vuoto, vuota la borraccia. Divisero coi loro muli
> carrube secche e ghiande. […][17]
Essendo la vita della maggioranza della gente ingabbiata in una costante,
inavvertita ed egemonica quotidianità, l’irrompere dell’altro costituisce uno
strappo alla costumanza, un oltraggio alla vita livellata e levigata,
apparentemente priva di sterpi, asperità e crepe. Sicché nel momento in cui il
dissonante, l’inconsueto, il forestiero, sconfinano dal loro recinto, immediato
avviene lo sgretolamento delle fondamenta della norma, la frattura della cieca
uniformità. Il faccia a faccia, il confronto con l’immondo e la menomazione
provoca, dopo qualche malcelata risatina di scherno o un subitaneo moto di
commiserazione, lo scardinamento dal rituale, dal tranquillizzante status quo,
dal socialmente allineato.
> È forse vero però quel che dicono di lui, che è un po’… così[18].
La comparsa del diverso – delle migliaia di altri – evoca i mille spettri
dell’anomalia: infermità, manchevolezza, malformazione, inferiorità,
depravazione, impurità…
> Il suo aspetto normale era deturpato da una ferita, che andava dall’angolo
> delle labbra alla clavicola[19].
L’altro è marcato a fuoco da uno stigma: pericoloso attraversare il suo silenzio
che è silenzio tellurico, di bufera e frane, senza un dopo di appiglio e
soccorso; pericoloso seguirne l’ombra da fuggiasco: lungo il cammino dissemina
agguati di serpi, uste di lebbra e ribrezzo. Pericoloso porsi dinanzi al suo
volto, che ci riporta all’incarnazione della malvagità, così ben espressa in
quella demoniaca figura scimmiesca posta nel fondo, come in un’eterna
irrimediabile notte, nel Compianto sul Cristo deposto di Rosso Fiorentino[20].
Simile incarnazione si individua anche nella descrizione di quel monaco, ex
eretico, dalla ributtante fisionomia, di cui parla Asdo da Mesk:
> L’essere [Salvatore] alle nostre spalle pareva un monaco, anche se la tonaca
> sudicia e lacera lo faceva assomigliare piuttosto a un vagabondo, e il suo
> volto non era dissimile da quello dei mostri che avevo appena visti sui
> capitelli. Non mi è mai accaduto in vita, come invece accade a molti miei
> confratelli, di essere visitato dal diavolo, ma credo che se esso dovesse
> apparirmi un giorno, incapace per decreto divino di celare appieno la sua
> natura anche quando volesse farsi simile all’uomo, esso non avrebbe altre
> fattezze di quelle che mi presentava in quell’istante il nostro interlocutore.
> La testa rasata, ma non per penitenza, bensì per l’azione remota di qualche
> viscido eczema, la fronte bassa, ché se egli avesse avuto capelli sul capo
> essi si sarebbero confusi con le sopracciglia (che aveva dense e incolte), gli
> occhi erano rotondi, con le pupille piccole e mobilissime, e lo sguardo non so
> se innocente o maligno, e forse entrambe le cose, a tratti e in momenti
> diversi[21].
Pericoloso essere fissati dai suoi occhi, sguardo gorgonico, sguardo d’insidia.
Entrare in tale pupilla d’abisso significa affacciarsi, a picco, sull’orrido del
proprio io: si rischia la perdizione, lo specchiamento delle nostre scurità fino
all’annegamento, si spezza la nostra illusoria unità di soggetto, s’apre la
petrigna voragine del male rimosso, si scatena la nostra abietta paura, la paura
dell’immedesimazione in quelle stimmate ustorie. Paura di carbonizzarsi.
Disgusto è “uno stato d’allarme e di emergenza, una crisi acuta
dell’autoaffermazione di contro a un’impossibilità ad assimilare
l’alterità.”[22]
L’impatto con la bestia, col brutto e il malfatto scatena un climax emotivo:
dalla curiosità alla stupefazione, dallo sbigottimento all’orrore: l’orrifico
attrae affascina stupisce atterrisce fino a rivestirci di infausto, di sciagura,
generando inquietudine e angoscia. Scuote il sottosuolo della coscienza,
l’occulto terrore della corruzione, del contagio, risveglia l’ansia del
ferimento nella dimensione esistenziale e lo spietato rinfaccio, vanamente
respinto, della nostra vulnerabilità e finitezza, della nostra nullità.
Incontrare la piaga degli altri è conficcare la lama nella propria nascosta
purulenta tabe.
> E, del resto, mi sembra che siamo persone d’aspetto così diverso… per una
> quantità di circostanze, che forse non possiamo nemmeno aver molti punti di
> contatto; ma sapete, quest’ultima è un’idea alla quale io stesso non credo,
> perché assai spesso sembra solo che non ci siano punti di contatto, e ce ne
> sono invece parecchi… Dipende dall’umana pigrizia se la gente si raggruppa
> così a occhio e non trova nulla di comune… Ma forse ho cominciato un discorso
> noioso[23].
L’alterità rimanda alle intersezioni tra il bestiale e l’umano; rifrange la
nostra anima animalesca, le nostre belluine midolla. La comune e congenita
nostra primordiale appartenenza.
Sarà per questo che la rifuggiamo?
Avviene così che, nel tentativo di esorcizzare l’homo horridus, il ferino, la
bruttezza, la malattia, e finanche la morte, di scongiurare l’urto non
governabile dinanzi al deforme e al paria, prenunzi dell’extra-umano, le
istintive vie di scampo sono la ripugnanza, il rigetto, creare una distanza,
l’allontanamento e la fuga: insomma, azzeramento e negazione dell’altro.
> L’uomo girò la testa proprio in tempo per vedere il gorilla ritto a pochi
> passi di distanza, nero, orribile, con la mano tesa. Tolse il braccio dalle
> spalle della donna e sparì in silenzio nei boschi. Lei, quando voltò gli
> occhi, corse via urlando verso la strada[24].
Nondimeno…
Nondimeno un cristallo di rocca, una purezza primitiva, più che nel raziocinante
e incivilito animale-uomo, sono annidati nel difforme, là, sotto e dentro lo
scimmiesco e lo scimunito; una nudità originaria, un selvatico candore sono
intanati, là, dentro e sotto sussultanti.
Gilda ed Enoch, la bestia e il ritardato: esseri distaccati, stralunati,
sovralunari, dall’elfica indole, sgorganti umori di ingenuità e insapienza.
> […] egli si va riducendo… all’irriducibile: alla verità del suo essere, del
> suo-essere-così, spogliato di tutto, di ragione e di giustificazione. E questo
> è lo stato più vicino all’innocenza.[25]
E piace supporre che il motivo per cui la O’Connor attribuisca il nome di Enoch
al suo protagonista stia a indicare probabilmente il fatto che Dio ami aver
accanto a sé lo sghembo, il tardo, la bestia, lo scarto, così come la ripresa
della figura del patriarca Enoch sembra voglia alludere nel libro della
Sapienza.
> Divenuto caro a dio, fu da lui amato, e lo tolse di mezzo ai peccatori, fra i
> quali viveva. Fu rapito affinché la malizia non mutasse la sua mente e la
> fallacia non traesse in inganno l’anima sua, poiché il fascino del vizio
> oscura il bene e l’agitazione della passione travolge l’animo semplice[26].
*
Così è l’altro, qui personificato nelle figure di Gilda ed Enoch, dal corpo
ondivago nel fallimento, rannicchiato giù nella sconcia ombra, da cui sembra
lanciare, senza rimedio, mimetizzati richiami. Un ronzio sordo, un doloroso
vibrato.
> Mia compagna, mendicante, bambina e mostro! […] Tu aggrappati a noi con la tua
> voce impossibile, la tua voce! unica lusinga di questa disperazione vile[27].
La scimpanzè e l’ottuso: c’è un silenzio lancinante che li accomuna, che non
sfocia a parola: un silenzio di cinigia. Un mutismo dove s’annida una ferita,
pulsa un bisogno. Non si tratta di un capriccio, un insensato prepotente volere,
piuttosto di un’urgenza sottile, di una primaria e vitale necessità: appena un
tocco. Scommessa celeste.
Un tocco di mano come flusso pranico – sciamanico, taumaturgico? – segno
vibratile di pudico scandalo che dà tremiti ed ebbrezze, che reseca il nodo
gordiano delle desolazioni e delle orfanezze, delle vite paralizzate, disgela le
tenebre, sovverte il sangue e fa trasalire la carne tutta: il più esile, il più
oblativo degli eventi addensato in un unico minimo rapinoso gesto: il
tocco-carezza.
Lo scorgiamo nella babbuina:
> «Biba» mi dice ogni tanto sottovoce, chiudendo gli occhi e tremando, e allora
> io so che devo accarezzarla in un certo modo, finché il suo grugnito si perde
> teneramente, diventa un sospiro quasi impercettibile[28].
Il suo è l’inerme mendicare un contatto effimero, la blesa supplica di uno
sfioramento in cui soggiace la fame d’una vita palpitante, di un cuore in attesa
di po’ di tenerezza e calore, di un riconoscimento che neanche momentaneo
avviene.
E così in Enoch:
> Era la prima mano che veniva tesa a Enoch da quando era arrivato in città. Era
> morbida e calda.
>
> Per un secondo rimase semplicemente là, fermo, con quella mano nella sua. Poi
> cominciò a balbettare. “Mi chiamo Enoch Emery,” borbottò. “[…] Lavoro allo zoo
> comunale. Ho visto due tuoi film. Ho solo diciott’anni, ma lavoro già per il
> comune. Il mio papà mi ha mandato…” E la voce gli si spezzò[29].
Nell’insperato godimento, dove il dolore non ha luogo, anche Enoch pronuncia
frasi biascicate senza peso di esattezza, parole non pensate, senza impellenza
di forma e suono. Parole polvere.
> […] so bene anch’io di aver vissuto meno degli altri e di comprendere la vita
> meno di qualunque altro. Forse, io dico a volte delle cose molto strane…
>
> E si confuse del tutto[30].
È risaputo: dagli sguardi, dal movimento dei corpi e dall’epidermide tralucono,
l’indistinto, il taciuto, l’inesprimibile.
Dunque più che il dire, il parlare, sono il linguaggio dei corpi, il frasario
mimico delle mani, e soprattutto la loro aderenza di pacato scorrimento, che
solcano l’apertura, l’entratura in cuore, alle sue lontananze. Il collimare
tattile, il com/baciare pelle su pelle, pelle contro pelle, calore a calore,
diventano, per tutte le creature, soglia aurorale d’incontro: una contiguità che
abolisce le distanze, senza tuttavia abolire le diversità; una vicinanza che
permette la reciprocità – da tu a tu –, la comunicazione dei sensi, il
vicendevole e muto ascolto di sensazioni ed emozioni, che dà espressione e
significazione all’intimo sentimento. All’universa esistenza.
“Il luogo della voluttà è la pelle.”[31]
“Tutta la pelle, infatti, è la superficie dell’amore. Dei baci, delle carezze,
dei brividi.”[32]
Pelle come territorio di conoscenza. Si parla difatti di percezione
aptica[33] cioè di quel processo attivato da un’intuizione cutanea che apre alla
consapevolezza: toccare ed essere toccati, significa scoperta di sé stessi,
scoperta dell’altro che a sua volta ti riconosce, nelle ferite e
nell’incompiutezza.
L’accostamento dermico, anche il solo lieve lambire una guancia, i capelli o un
fianco, purché non sia un distratto e pietistico blandire, può essere capace di
smerigliare le durezze, le resistenze, le callosità, di levigare le rughe di
tristezza, di squassare il pianto di pietra, aderendo empaticamente al palpitare
delle cicatrici, alla loro segreta emorragica struggenza.
Le storia di Gilda ed Enoch sembra essere “una esperienza che parla di tutte le
non-carezze della vita.”[34]
Ed è la mano, organo artefice, più di ogni altra parte del corpo, che,
dispiegata a carezza, nulla piatisce, né vuole né trattiene, e che, porgendosi e
donandosi, si fa pienezza, corpo che ama. La mano, in quell’istante perfetto di
carezza, miccia d’innamoramento, è vastità che bussa alla carne e all’anima.
La delicata potenza di una carezza, quando la mano, palma dischiusa, dopo lunghe
carestie, travasa nutrimento, slancio, caldo respiro, s’offre a baia di
sollecitudine e conforto.
> E poi che la sua mano a mia puose,
> con lieto volto, ond’io mi confortai [35].
In questa nostra tecno-modernità, così estrinseca allo spirito, a ogni autentico
intreccio vitale, dove tutto obbedisce all’imperativo della fretta e del
fragore, dell’apparenza e dell’efficienza, dove ogni cosa scorre e corre nella
mutevolezza e friabilità dei legami, dove inquietudini, depressioni e fragilità
sono interrati da raffiche di un mai saziato consumismo, sempre più necessita
quel gesto sottile e bruciante sulla pelle, al punto da sentirlo, nel gelo della
noncuranza, squarcio d’attenzione, adagio di cura, pausato evanescente tatuaggio
d’amorevolezza, diafano presagio di salvezza.
La carezza, liturgia del cuore, che diviene battesimo di riconoscimento.
Nell’essere guardati, nell’essere ascoltati, nella breccia di un tocco, si
esperisce il ben-essere, la benefica sensazione di sentirsi accolti e amati.
“Per uno stabile sentimento di autostima, dipendo dall’idea di essere importante
per l’altro e di essere amato.” [36]
Accoglienza e amore come affermazione ontologica del proprio esistere.
Gabriel von Max, Scimmie come critici d’arte, 1889
*
Un’ultima riflessione sui nostri personaggi.
Entrambi non svettano né per ragionamenti né per ingegno: in loro nessuna
cabrata mentale, solo abbozzi di pensieri, tracce di sensazioni, attraverso cui
captano la realtà loro intorno, alla quale mandano slabbrati e inudibili
messaggi. Eppure, si sono viste, nel finale dei due racconti, svolte cruciali,
il verificarsi di una penosa implosione, grazie alle quali i nostri sembrano
giungere a una cognizione, seppure fioca, sul mondo e sugli uomini, nonché a
un’inconsapevole epifania di sé: la visita di Gilda allo zoo, seguita dalla
scelta del suicidio, il seppellimento degli abiti di Enoch (quasi una sepoltura
della sua essenza umana?) seguito dall’animalesco vestimento.
È fondato interpetrare tali snodi come riti di passaggio: la transizione da
un’esistenza all’altra? L’abbandono, lo spossessamento della vita passata,
coatta e innaturale, sono l’indubbia espressione di un voler aprire uno iato,
compiere una definitiva rottura, scavare un fossato tra un prima e un dopo: da
parte della babbuina mediante la morte liberatrice, da parte di Enoch col
mascheramento.
A proposito di mascheramenti: fermiamoci. Guardiamo. Guardiamoci un poco
minuziosamente: “Guarda da dietro la tua maschera, vedi un altro.”[37]
Siamo anche noi esseri mutanti?
> La scena è davanti
> vite in metamorfosi
> figure recitanti
> di noi soli
> comparse
> fra verità e inganni
Il denudamento-travestimento di Enoch non ci rinvia forse alle innumeri
esuviazioni, spoliazioni, laceranti scotennature – come non ricordare gli
scuoiamenti di Marsia, il satiro punito da Apollo e di Bartolomeo, l’apostolo
martirizzato? – e alle altrettanti livree, corazzature belluine e camuffamenti,
all’una nessuna centomila fugaci parvenze compiute nelle nostre relazioni
quotidiane? Dunque un destrutturarsi, un cambiar pelle, per esporsi all’esterno,
un mettersi in vetrina con altre sembianze, dietro cui nascondere
l’animale-male, “Lo sento ancora, sotto la cute, dove gemendo la bestia
cresce”[38]: l’altro io, affamato e ringhioso in quel sotterraneo gorgo
profondo, così somigliante al “territorio del diavolo” descritto dalla O’Connor.
Eccolo, laggiù, il nostro doppio: il Mr. Hyde, l’intruso, il verme che tossico
ci abita, il lievitante globulo nero, di cui s’avvertono, a tratti, i minacciosi
sommovimenti.
Non occorre esser camera – né casa –
per essere abitati dallo spettro –
Ci sono nel cervello corridoi
che superan gli spazi materiali –
Più sicuro incontrare a Mezzanotte –
il fantasma esteriore
che imbattersi nell’intimo
in quel più freddo spettro –
Meno tremendo l’impeto di pietre
galoppanti per una badia –
che incontrare se stessi disarmati
in un luogo solitario –
Noi dietro noi nascosti –
terribile pericolo –
L’assassino in agguato nella stanza –
un orrore da poco.
Il corpo prende a prestito un revolver –
spranga le porte –
e non s’accorge di un più altero spettro –
che incombe – più vicino –[39]
Ma si entra dentro un’altra spoglia, d’oro o di cartone, non soltanto per
presentarsi al mondo, ma talvolta anche per coprire l’indifesa epidermide, la
viva carne, per riparare la nuda personalità, la buia esulcerata anima. Quindi
blindarsi in gusci, carapaci, esoscheletri, tramature d’aculei, o larvarsi
rimpannucciandosi ora in bozzoli o velli, ora in squame o piume, non per sfidare
o depredare il mondo, semmai per proteggersi o allontanarsi da esso. Così ci si
spodesta della propria carcassa umana, imbestiandoci, come in un gioco di
specchi deformanti, per risvegliarci un giorno, dentro una biblica arca,
Gregor-Scarafaggio, Aracne-Ragno, Atteone-Cervo, Odile-Cigno nero,
Pinocchio-Asino, David-Kobra[40], Will-Lupo[41].
Tornare all’animale che siamo.
Occorre disfarsi del proprio corpo, scarnirsi, svuotarsi della propria identità;
occorre seppellirsi e morire, affinché si rinasca in altra sostanza, ad altra,
più vera, vita.
Morte e Mascheramento, dunque, in una parola, nascondimento, come congedo dalla
società, che discrimina e rifiuta, un creare un confine tra sé e il mondo, uno
sradicarsi, un portarsi al largo dalle convenzioni-costrizioni, dal gravame – o
dal vacuo – della civiltà, dalle tiranniche sovrastrutture del progresso. E
ancora, un affrancarsi dall’umana indifferenza, nelle cui vene il basilisco del
male insuffla il suo putrefatto fiato; uno strapparsi dal genere umano che,
allignato in un inestirpabile egocentrismo, incombe, abbranca, empiamente
predomina e viola. Bloccando la manifestazione dell’Essere. Disconoscendo
l’amore.
Mascheramento e Morte sono audaci guadi, frontiere sommerse, per sottrarre la
propria presenza dal mondo, per condursi, scivolarsi, disarmati e solitari,
sotto un sudario o in uno speco, in un altrove recondito, dove rimpiccolirsi a
unicellulato sé, all’Uno universale. Altrove che altro non è che un riflusso,
una sorta di rimpatrio all’isola-madre, un molle retrocedere al principio, quel
ridonarsi all’inconoscibile stato embrionale – “rannicchiato feto
d’angelo/mostro incompiuto”[42] –primigenia e privilegiata cripta di quiete e, a
un tempo, di abbandono al Tutto. “Uno spazio dove non devono esserci resistenze,
né possibilità alcuna d’impedimento; dove colui che entra fluttui blando,
aperto, senza legami come un’alga che fluttua nel più vivo della corrente senza
esserne trascinata.”[43]
E infine, ritornando ai gesti dei nostri due protagonisti: la morte, estrema
metamorfosi, di Gilda e la trasmutazione di Enoch in gorilla, non sono da
intendere atti di ribellione o di sfida, un No gridato dal silenzio, vessillo
d’accusa alla crudeltà dell’uomo, e nemmeno una resa, quanto piuttosto un
naturale bisognevole rientro in un grembo prenatale, l’affidarsi a un remoto
baccello di protezione, a un’affettiva e sorgiva respirazione.
Gilda ed Enoch, perduta la strada di casa e del mondo, sciolti da ogni destino,
fuori dal tempo, o semmai ivi entrati per dilatarlo, immersi accolti custoditi
in un primitivo ventre, dolcemente intatti e intangibili nell’onda di una
cosmica deriva amniotica, impasto di luminosa nudità, legati al cordone
ombelicale del mistero – centripeta visceralità inaccessibile a ogni padronanza
– dei sogni e dell’immaginazione – forma feconda di libertà e d’oblio – prendono
quota, sicuri di smarrirsi…
> […] se avessi camminato a lungo a lungo, fino ad oltrepassare quella linea
> dove il cielo s’incontra con la terra, là sarebbe stata la soluzione
> dell’enigma, e avrei conosciuto una nuova vita mille volte più viva[44].
> … a guisa degli angeli
> sperdersi
> o degli sparvieri
Grazia Frisina
*Frida Kahlo, Autoritratto con scimmie, 1943
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[1] G. Arpino, La Babbuina in Racconti di vent’anni, Arnaldo Mondadori, Milano
1974
[2] F. O’Connor, Enoch e il gorilla, in Tutti i racconti, trad. di M. Caramella
e I. Omboni, Bompiani, Milano 2015
[3] G. Arpino, op.cit., p. 30
[4] Ivi, p. 27
[5] M. Zambrano, L’idiota, prefaz. Di R. Mancini, Castelvecchi, Roma 2017, p. 34
[6] G. Arpino, op.cit., p. 31
[7] Ivi, p. 32
[8] Gen. 5, 21-24 “Enoch aveva sessantacinque anni quando generò Matusalemme.
Enoch camminò con Dio; dopo aver generato Matusalemme, visse ancora per trecento
anni e generò figli e figlie. L’intera vita di Enoch fu di
trecentosessantacinque anni. Poi Enoch cammino con Dio e non fu più perché Dio
l’aveva preso.”
[9] F. O’Connor, op. cit., p. 123
[10] Ivi, p. 124-125
[11] Ivi, p. 125
[12] Ivi, p. 126
[13] Ivi, p. 130
[14] Ivi, p. 131
[15] F. Dostoevskij, L’idiota, trad. di A. Polledro, Einaudi, Torino 1994, p. 70
[16] Omero, Iliade, canto II, vv 212-219, trad. di G. Cerri
[17] G. Ritsos, Perseguitati, in Molto tardi nella notte, trad. di N. Crocetti,
Crocetti editore, Milano 2020
[18] F. Dostoevskij, op.cit., p. 164
[19] F. O’Connor, op. cit., p. 130
[20] Rosso Fiorentino, Deposizione di Sansepolcro, 1528, Chiesa di S. Lorenzo,
Sansepolcro
[21] U. Eco, Il nome della rosa, Bompiani ed., Milano 1983, p. 53-54
[22] W. Menninghaus, Disgusto. Teoria e storia di una sensazione forte, a cura
di S. Feloj, Mimesis, Milano 2016, p. 15
[23] F. Dostoevskij, op.cit., p. 28
[24] F. O’Connor, op. cit., p. 131
[25] M. Zambrano, Lettera sull’esilio, in Per abitare l’esilio, a cura di F. J.
Martín, Le Lettere, Firenze 2006, p. 138
[26] Sap. 4, 10-12
[27] A. Rimbaud, Illuminazioni, in Poesie e prose, trad. di D. Grange Fiori,
Oscar Mondadori, Milano 2008, p. 307
[28] G. Arpino, op. cit., p. 28
[29] F. O’Connor, op.cit., p. 125-126
[30] F. Dostoevskij, op.cit., p. 64
[31] B. C. Han, L’espulsione dell’altro, trad. di V. Tamaro, Nottetempo, Milano
2017, p. 81
[32] V. Lingiardi, Corpo, umano, Einaudi, Torino, 2024, p. 59
[33] J. J. Gibson definisce il sistema aptico come la “sensibilità
dell’individuo verso il mondo adiacente al suo corpo”.
<https://it.wikipedia.org/wiki/Percezione_aptica>
[34] G. Tunström, Chiarori, trad. di F. Ferrari, Iperborea, Milano 1999, p. 138
[35] D. Alighieri, Inferno III, vv 19-20
[36] B. C. Han, op. cit. p. 35-36
[37] G. Ritsos, Monocordi, 336 poesie di un verso, n. 53, trad. di N. Crocetti,
Crocetti editore, Milano 2026
[38] C. Lavant, in Poesie, scelte da T. Bernhard, trad. di A. Ruchat, Effigie
ed. Milano 2016, p. 149
[39] E. Dickinson, in Tutte le poesie, n. 670, a cura di M. Bulgheroni,
Meridiani, A. Mondadori, Milano 1997
[40] Kobra (Sssssss), film del 1973, regia di B. L. Kowalski
[41] Wolf – La belva è fuori, film del 1994, regia di M. Nichols
[42] F. Romagnoli, Processo, in Il tredicesimo invitato, da La folle tentazione
dell’eterno, Internopoesia, Latiano 2022, p.120
[43] M. Zambrano, L’idiota, op. cit., p. 37
[44] F. Dostoevskij, op.cit., p. 61
L'articolo La babbuina e il babbeo: Gilda ed Enoch, o della scim(m)unitudine
proviene da Pangea.
Qualche giorno fa, Gian Ruggero Manzoni mi ha inoltrato ai misteri del delta del
Po. Siamo giunti in luoghi di apostati e di apolidi, tra aironi, ibis, immensi
acquitrini. Un aldilà di strade sterrate – il sole a bulino incide strani
alfabeti sull’acqua. Acqua letale, si direbbe, ottima a fondere, da primo giorno
del mondo. Rarissimi gli umani – ville in abbandono – referti di archeologia
industriale. “Sono lo stalker del delta del Po”, ghigna GRM – un po’ Hannibal
Lecter un po’ Humpty Dumpty – potrebbe uccidermi (‘seccarmi’, come dice lui), e
mollarmi qui, a mollo, tra liquami fecondi di insetti e uccelli carnivori. Il
resto – tutto ciò che riguarda GRM è dantesco, nel senso che pertiene alla
redenzione, a un’assoluzione conferita ai fuggiaschi, ai paria pareggiati nel
sangue – non va detto, ora.
Sono pochi gli uomini che sanno dettagliare – con una gioia che è destino –
il genius loci; occorre un genio altrettanto sottile nel riferire il genio di un
uomo. A un certo punto, indicando quella distesa in cui la terra si deforma in
acqua e l’acqua divora il cielo, GRM mi fa, “Non senti il sussurro dell’En
Sof?”. Secondo la Cabala, En Sof è il nome remoto di Dio, che significa – si va
per riduzioni, a banalizzare l’assoluto – infinito, che è poi infinito tutto e
infinito nulla. GRM, sapiente e satiro, danza e balla ripetendo En Sof, come il
Giudice Holden di Meridiano di sangue.
L’allusione mi fa venire in mente un concetto espresso da Emil Cioran. Il
pensatore rumeno dice che scrivere “è come essere soli di fronte al Nulla”.
Cioran paragona la scrittura a una sfida a Dio – scrivere è un modo di
intrappolare Dio. Lo scrittore è un megalomane che vuole detronizzare Dio.
Questa è una storia che vale la pena raccontare.
Alina Diaconú, nata a Bucarest nel 1945, si è trasferita a Buenos Aires all’età
di quattordici anni: il papà era un accanito antistalinista. Ha scritto diversi
libri – tra cui: Los devorados, 1992; Avatar, 2009; Estrellas voladoras, 2022 –,
ha vissuto a Parigi e negli Stati Uniti; ha scritto del sistema coercitivo del
comunismo, è stata censurato dal regime militare argentino. Donna di flagrante
intelligenza e di immediata bellezza, ha il raro talento di penetrare il genio
di un uomo. Querido Cioran (2019), il resoconto della sua decennale amicizia con
Cioran, è stato tradotto in italiano da Criterion nel 2021. Il libro a cui mi
riferisco, però, s’intitola Preguntas con respuestas: pubblicato nel 1998 da
Editorial Vinciguerra, è il racconto – con interviste – degli incontri di Alina
con – tra gli altri – Borges, Ionesco, Cioran, “maestri di pensiero ma
soprattutto maestri di vita”. È ad Alina che Cioran dice che scrivere “Es como
estar solo delante de la Nada”. Soli di fronte al Nulla. En Sof. È a lei che
rivela il suo sogno, “el sueño de mi vida: no ser nada”.
Nada mi penetra in gola come bolo di fuoco. È il groviglio di linguaggi che mi
affascina. Alina e Cioran sono rumeni, probabilmente – per diktat cioraniano –
hanno in francese, il libro esce a Buenos Aires, la Parigi sudamericana, in
spagnolo.
Alina incontra Cioran durante un viaggio in Francia. Telefonò a Gallimard, le
dissero di lasciare un biglietto, sarebbe stato recapitato a Cioran. “Non ho mai
forzato un incontro, credo nella sapienza del caso, nella cospirazione del
destino”. Cioran, incuriosito dalla compaesana, le telefona in albergo. Lei non
c’è. “L’abisso e l’utopia continuavano a separarci. Un’ansia sottile si era
insinuata in me come un solletico, come una puntura di zanzara”. Il giorno dopo,
Cioran richiama. È esitante – voce poco salda, con troppe porte e troppe
maniglie. La invita a casa. Vecchia palazzina presso il Théâtre de l’Odéon,
sesto piano, il pensatore ha lasciato un cartello davanti al suo appartamento,
“Cioran”.
Lei è Alina Diaconú
Alina ci mostra, con arcana delicatezza, il Cioran “umano, amabile,
vulnerabile”. Cioran le dice di Susana Soca (“una donna bellissima, molto ricca,
che imparò il russo per andare in Russia e incontrare Boris Pasternak… morì in
un incidente aereo… Henri Michaux era innamorato di lei, voleva sposarla – lei
non voleva saperne”), dell’infanzia nei Carpazi: “l’unico periodo felice della
mia vita, perché vivevo in montagna”:
> “Indelebile è in me l’immagine del momento in cui, a dieci anni, ho dovuto
> lasciare il villaggio per andare a scuola. Era il 1920, non c’erano
> automobili. Prendemmo una carrozza trainata da cavalli; mio padre e il
> conducente, un contadino, stavano davanti. Nei dodici chilometri che mi
> separavano dalla città mi sentivo così male che avrei voluto urlare. Sapevo
> che qualcosa di definitivo stava accadendo nella mia vita, che qualcosa era
> interrotto per sempre. Si hanno tali premonizioni quando si è giovani. La
> felicità era finita”.
Certo, Cioran resta inafferrabile – quando credi di aver instaurato un rapporto,
egli lo consuma. Il pensatore condivide con Alina le bozze dell’ultimo libro.
Non ha ancora un titolo. “Ho due proposte, mi dica quella che preferisce. Aveux
et Anathemes o Ce maudit moi”. Alina sceglie il secondo, “non ci sono paragoni”.
“Non è un po’ presuntuoso ostentare un ‘io’ alla mia età?”. Lei lo placca, “è un
ottimo titolo, è il titolo”. Brindano con il whisky. Il libro esce un anno e
mezzo dopo. Con il primo titolo, Confessioni e anatemi.
Di diversa intensità è il rapporto con Borges, tessuto sull’allusione, il non
detto, l’indicibile, i demoni della letteratura. Alina intervista Borges
nell’aprile del 1979. In ogni intervista, Alina tocca il tema della morte: quasi
che lo scrittore abbia le chiavi per disserrare l’aldilà. En Sof… La
letteratura: straordinaria preparazione alla morte – dunque: atto di
pura vitalità.
In un articolo pubblicato l’11 giugno scorso sul “Clarín”, Alina svela qualcosa
sulle últimas horas de Jorge Luis Borges. Come si sa, Borges muore il 14 giugno
del 1986. Quando scopre di avere un cancro al fegato, incurabile, sceglie di
spostarsi a Ginevra. Avrebbe voluto morire in Giappone, “ma non conosceva la
lingua”, avrebbe voluto morire nella casa ginevrina dei genitori, dove aveva
vissuto da ragazzo, “ma quella casa non esisteva più”. Nada. Niente. Esproprio
di sé. En Sof.
Un dettaglio degli ultimi giorni di Borges mi stupisce.
> “Due settimane prima di morire, in ospedale, gli fece visita Marguerite
> Yourcenar, la grande scrittrice belga che viveva nel Maine. Lei e Borges si
> conoscevano, stavano bene insieme. Trascorsero un intero pomeriggio in
> discussioni. Borges le diede le chiavi dell’appartamento che María Kodoma
> aveva trovato per loro a Ginevra. Le chiese di descriverlo, ‘Voglio vederlo
> con le tue parole, Marguerite’. Marguerite Yourcenar raccontò l’episodio a
> Héctor Bianciotti in questi termini: ‘L’appartamento era molto bello, con le
> pareti rivestite di legno. Lo descrissi a Borges. Fu molto felice di
> ascoltarmi. Non gli svelai un dettaglio piuttosto importante. All’ingresso
> c’era una parete ricoperta di specchi. Ricordo che Borges era terrorizzato
> dagli specchi’”.
Che dettaglio mirabile. Morire, forse, è vincere il proprio rispecchiamento.
L’anti-morte è una stanza piena di specchi. Bisogna spaccarli.
**
Da: Con Cioran, a Parigi
Essere nulla. “Sono un senza patria. Non ho voluto essere altro che questo: un
senza patria. Il sogno della mia vita: essere nulla. È una sensazione di libertà
straordinaria”.
Competere con Dio. “Scrivere è un atto di megalomania. Lo si fa come si scrive
un testamento. In senso assoluto, scrivere è assurdo – come respirare. Quando
scrivi, sei solo con te stesso, non valuti alle conseguenze né alle reazioni
degli altri. Sei solo di fronte al Nulla. Quando si è così soli, si è dio. Per
questo scrivere è così straordinario: si compete con Dio”.
Filosofo vs. pensatore. “Il filosofo è un asettico, un sistematico che
costruisce qualcosa, un mondo, alieno alla vita. Non è un combattente interiore:
impalca un sistema. Il pensatore, al contrario, si scontra contro l’esistenza,
dice la verità, non costruisce un tutto. Un poeta non deve leggere i filosofi –
dovrebbe leggere i pensatori. Pascal, ad esempio, è fondamentalmente un
pensatore perché tutto ciò che ha scritto scaturisce da esperienze concrete, da
tragedie personali. Shakespeare è il più grande pensatore di tutti i tempi…”.
La bomba atomica: un successo. “L’uomo non ha fatto altro che autodistruggersi:
ora ha trovato il modo esatto per farlo. La bomba atomica non è la conseguenza
logica della scienza ma del destino dell’uomo – è il suo più grande successo”.
Geloni monastici. “Ho letto così tanto sui primi cristiani e sulla vita nel
deserto… ma ho capito molto presto che non potrei mai vivere in un monastero: in
monastero non hanno il riscaldamento. In tutta la mia vita, ho trascorso tre
soli giorni in monastero. Poi sono scappato. Faceva molto, molto freddo…”.
Viva le contraddizioni. “Il buddismo ha influenzato la mia vita. Non perché sia
buddista, non sono niente, ma il buddismo mi ha segnato. Intanto, anch’io, nel
corso della vita, sono stato toccato dall’esperienza di vedere un vecchio che
muore. Ho condiviso con il Buddha il processo che porta alla liberazione. Ho
avuto la sua stessa esperienza: sono stato tentato dalla rinuncia – ma non ho
rinunciato. Vivo di contraddizioni”.
*
Da: Jorge Luis Borges. Maipú 994, 6to piso, ascensor…
Morte. “Sono pronto alla morte. Se mi dicessero che morirò tra mezz’ora, mi
direi, che sollievo, che gioia chiudere con tutto questo, soprattutto con
Borges, che ormai non sopporto più…”
Felicità. “Sì, sono stato felice, e lo sono stato molte volte. Ma questo capita
a molti esseri umani. Non esiste un giorno, o due o tre giorni, o una
circostanza specifica… ci sono momenti in cui si è felici – altri in cui non lo
si è. L’infelicità è fugace quanto la felicità. Sono entrambi stati d’animo
intensi, passeggeri – unici. Ho ormai settantadue anni e mi sono innamorato
sempre di donne uniche, insostituibili, passeggere…”
Religione. “Non sono religioso. Spero che la mia morte sia definitiva. Per
questo in una poesia, El suicida, scrivo: ‘Guardo l’ultimo tramonto/ spegnerò
tutte le stelle/ consumerò la notte’”.
Etica. “Credo nell’etica. Credo che si sappia sempre se ci si comporta bene o
male. Non credo nel sistema retributivo di premi e di punizioni. Non credo nel
meccanismo buddista del karma”.
Cecità. “A volte mi chiedono se sono cieco, allora rispondo ‘Sì, ma lo siete un
po’ anche voi…’. ‘Cieco’ è parola nobile e antica. Oscar Wilde aveva una sua
teoria sulla cecità di Omero. Diceva che i greci si erano immaginati che il
grande poeta fosse cieco per uno scopo esemplare. Volevano insegnarci che la
poesia è prima di tutto ‘musicale’, e poi, in secondo luogo, ‘visiva’. Può
esistere un verso molto bello che non contiene alcuna immagine – non esiste un
verso privo di musica, di tono. È curioso che questa intuizione sia venuta a
Wilde, un poeta estremamente visivo”.
Sogni. “Sogno fondamentalmente, sempre, due o tre cose. La prima ha i tratti
dell’incubo. Sogno il labirinto. Mi trovo sempre in un luogo preciso di Buenos
Aires, and esempio all’angolo tra Santiago del Estero e Chile. Oppure tra
Riobamba e Arenales. Ma questi luoghi, che conosco molto bene, sono
completamente alterati: ci sono paludi, montagne… a volte corridoi e gallerie.
Benché conosca quei luoghi, mi perdo”.
Stupore. “Tutto mi stupisce. In una poesia – perdonatemi se devo citarmi –, El
ingenuo, scrivo di un uomo che si stupisce che siamo arrivati sulla Luna e che
abbiamo inventato la bomba atomica, che razza di progresso… Quanto a me, mi
stupisco che una chiave possa aprire una porta. Mi stupisce – perché non lo
capisco – l’aeroplano; mi stupisce il telefono, lo uso ma non so cosa sia né
come funzioni…”.
Paradossi. “Quando scrivo, cerco di non scrivere come Borges – ce ne sono altri,
tanti, che lo fanno meglio di me, anche se non ricordo di avere discepoli”.
Cosmopolita. “Il nazionalismo è un errore perché esistono le differenze. Che
siamo argentini è importante – non è importante sottolinearlo. Se parlo con un
colombiano non gli dico: beh tu, in quanto colombiano, la pensi così e io, che
vengo dall’Argentina, la penso in quest’altro modo. Piuttosto, mi concentro sul
fatto che condividiamo la stessa lingua spagnola, che significa condividere una
comunità. Gli Stoici dicevano che l’uomo è un ‘cosmopolita’, un cittadino del
mondo, ma ormai questa parola si è corrotta. Di solito si pensa al turismo: ma
io credo, come Melville, nell’essere un ‘patriota del cielo’, patriot to heaven.
Essere patriota del cielo significa non essere leali a una patria ma al ‘cielo’,
cioè alla giustizia, all’altezza”.
Vendetta. “La più grande vendetta possibile è l’oblio. L’unico modo per
vendicarsi è dimenticare – l’unico modo per perdonare è dimenticare. Chi vuole
vendicarsi è costretto continuamente a pensare a ciò che è accaduto. È una
prospettiva sbagliata, infernale. Devo liberarmi dalla vendetta”.
Fantastica. “Mi è piaciuto leggere I demoni di Dostoevskij, ho letto diverse
volte Delitto e castigo, mi annoia a morte I fratelli Karamazov. Ammetto di aver
letto pochissimi romanzi: non sono la mia passione – e i romanzi psicologici lo
sono ancor meno. Amo la letteratura fantastica. Quando ne parlai con un
professore americano, lui mi disse: ‘Il fantasy è un fenomeno di evasione tipico
del nostro tempo’. Gli piaceva molto la parola evasione, se la passava spesso in
bocca. Gli risposi che non era esattamente un fenomeno del nostro tempo. Gli
dissi de Le mille e una notte, mi fissò ribattendo che non conosceva l’arabo…”.
Dante. “Non ho una goccia di sangue italiano, ma se dovessi indicare il
capolavoro assoluto della letteratura direi la Divina Commedia di Dante. Non
sono cattolico e non condivido la teologia riassunta in quel libro, ma ne
apprezzo l’estetica e dunque la verità letteraria”.
L'articolo “Essere nulla: che libertà straordinaria!”. Cioran & Borges al
cospetto di Alina Diaconú proviene da Pangea.
In coda alla mia ricerca La vita è un paese straniero: Kerouac in Italia
1966 avevo ipotizzato una breve riflessione che potesse, a tratti, mostrare
delle connessioni, alla luce della figura di Cristo, fra lo scrittore americano
e Pier Paolo Pasolini.
La potete leggere ora, in parte aggiornata.
*
> Mentre salivamo, l’aria si faceva più fresca e le ragazze indie sulla strada
> portavano scialli sulla testa e sulle spalle. Ci chiamavano disperatamente;
> noi ci fermammo a vedere. Volevano venderci piccoli frammenti di cristallo di
> rocca. I loro grandi innocenti occhi bruni guardavano nei nostri con tale
> intensità d’animo che nessuno di noi ebbe il minimo pensiero carnale su di
> loro; inoltre erano giovanissime, alcune di undici anni e quasi con l’aspetto
> di trentenni. «Guardate quegli occhi!» ansimava Dean. Parevano quelli della
> Vergine Maria quand’era fanciulla. Vedemmo in essi la tenera e indulgente
> espressione di Gesù.
>
> Jack Kerouac, Sulla strada
Alcuni aspetti chiave accomunano le traiettorie di Kerouac e di Pasolini: una
quota di anticonformismo radicale, una critica che forzò in modo dirompente le
regole dello status quo, un’incessante inquietudine nella ricerca e uno slancio
di drammaticità nell’intendere opere, vita e loro intreccio. Kerouac, in modo
più ‘selvaggio’ e diretto, e Pasolini, con modalità più intricate e complesse,
incarnarono anche la figura di scrittori, poeti e creatori quasi costretti o
tortuosamente autocostretti su una propria croce dalla quale, pagina dopo
pagina, confessare la realtà di sofferenza, desolazione e tensione di espiazione
che percepivano dentro di loro e attorno a loro.
Andiamo per ordine, ora, guardando più da vicino il momento in cui l’italiano
sta immaginando un nuovo film:
> L’idea di tradurre il Vangelo in immagini cinematografiche, che Pasolini dice
> di aver maturato nel ‘62 durante un soggiorno ad Assisi, dopo una lettura
> illuminante di Matteo, ha in realtà origini inconsce molto più lontane. “Nelle
> mie fantasie affiorava espressamente il desiderio di imitare Gesù (…) mi vidi
> appeso alla croce, inchiodato. I miei fianchi erano succintamente avvolti da
> quel lembo leggero e un’immensa folla mi guardava. Quel mio pubblico martirio
> finì col diventare un’immagine voluttuosa e un po’ alla volta fui inchiodato
> con il corpo interamente nudo. Con le braccia aperte, con le mani e i piedi
> inchiodati, io ero perfettamente indifeso, perduto”.[1]
Secondo Enzo Siciliano «un tale coinvolgimento in Gesù – irrazionalmente,
inconsciamente – muoveva dentro di lui da due direzioni. Da un lato,
l’investimento che egli compiva di sé, perseguitato, processato, anche acceso da
un imperscrutabile bisogno di espiazione, nella figura di Cristo. Dall’altro, la
ricreazione filmica, già accennata nella Ricotta, di idee e valori “cristiani”
che lo avevano accompagnato come in sordina, fin dagli anni della adolescenza e
della giovinezza»[2].
Il Vangelo, che fu realizzato dopo Accattone, Mamma Roma e La ricotta, si può
considerare l’opera conclusiva di una tetralogia cristologica.[3] Sempre per
Siciliano, questa traiettoria e questa immersione dà all’italiano «una rinnovata
maschera – la pedagogia pasoliniana si incarna nel mito dei miti mediterranei,
il Cristo»[4].
In una nota lettera che, nel febbraio 1963, Pasolini indirizzò a Lucio Settimio
Caruso della Pro Civitate Christiana di Assisi leggiamo infatti:
> In parole molto semplici e povere: io non credo che Cristo sia figlio di Dio,
> perché non sono credente – almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia
> divino: credo cioè che in lui l’umanità sia così alta, rigorosa, ideale da
> andare al di là dei comuni termini dell’umanità. Per questo dico “poesia”:
> strumento irrazionale per esprimere questo mio sentimento irrazionale per
> Cristo.[5]
Un’ altra potenziale connessione fra i due fu quella legata al fatto che
l’americano stesso avrebbe potuto essere uno degli attori selezionati proprio
per Il Vangelo secondo Matteo:
> Pasolini aveva pensato in un primo tempo di affidare il ruolo di Gesù a poeti
> e scrittori ribelli all’ordine costituito come Allen Ginsberg, Jack Kerouac,
> Evtušenko, rivelando così l’evidente intenzione ideologico-politica di
> rappresentare il Cristo come un poeta arrabbiato, come un predicatore della
> Rivoluzione, che si rivolge al proletariato degli sfruttati.[6]
Ci ricorda Dina D’Isa però come: «Il personaggio più difficile da trovare fu il
Cristo che Pasolini volle dai lineamenti forti e decisi».[7] Lineamenti che
avrebbero potuto essere proprio quelli di Kerouac. La realtà andò diversamente
anche perché Pasolini «incontrò per caso, poco prima delle riprese, uno studente
spagnolo, Enrique Irazoqui, dal volto fiero e distaccato simile ai cristi
dipinti dal Goya o da El Greco, e comprese di aver trovato la persona
giusta».[8]
In realtà, rispetto alla figura di Kerouac, vi fu un equivoco e cioè il fatto
che Pasolini aveva visto una sua foto di parecchi anni prima «e gli era parso
che l’autore dei Sotterranei avrebbe potuto essere un Cristo credibile. Ma più
tardi, quando Kerouac (un po’ sorpreso ma entusiasta) aveva risposto alle
lettere di Bini accettando e accludendo alcune foto più recenti, Pasolini capì
che Cristo era ancora da trovare».[9]
Come accennato, l’immagine di Cristo crocifisso affascinava Pasolini e fin
dall’infanzia. Sarà poi presente in tutta la sua prima produzione poetica.
Ricorrerà ossessiva soprattutto ne L’usignolo della Chiesa Cattolica, un’opera
nella quale quasi ad apertura di pagina si possono leggere versi come questi:
“Cristo nel corpo/ sente spirare/ odore di morte (…) Cristo, il tuo corpo/ di
giovinetta/ è crocifisso/ da due stranieri (…) Cristo alla pace/ del Tuo
supplizio/ nuda rugiada/ era il Tuo sangue (…) Cristo ferito/ sangue di viola,/
pietà degli occhi / chiari dei cristiani (…)”[10].
E: «Tutte le piaghe sono al sole/ ed Egli muore sotto gli occhi/ di tutti:
perfino la madre/ sotto il petto, il ventre, i ginocchi,/ guarda il Suo corpo
patire. (…) Noi staremo offerti sulla croce,/ scoprendo all’ironia le stille/
del sangue dal petto ai ginocchi,/ miti, ridicoli, tremando/ d’intelletto e
passione nel gioco/ del cuore arso dal suo fuoco,/ per testimoniare lo
scandalo».[11]
Jack Kerouac con il crocefisso al collo
Secondo Antonio Repetto «la figura del Cristo costituiva per il Pasolini giovane
poeta un modello narcisistico nel quale proiettava la sua passione viscerale per
la morte, la sua vocazione compiaciuta al martirio»,[12] tema che lo affianca,
nuovamente, all’americano. Stessa cosa per la pratica, più o meno celata, alla
confessione di sé spesso dai tratti scandalosi per pubblico, critici e lettori.
Non si dimentichi anche che, in alcune occasioni, Kerouac è ricordato attraverso
una sua autodefinizione in cui non si dichiara beat, ma uno “strano solitario
pazzo mistico cattolico” che mi fa venire sempre alla mente, a mo’ di parallelo,
la breve definizione coniata da Paul Claudel per Arthur Rimbaud, “mistico allo
stato selvaggio”.
Ma non divaghiamo. Torniamo allo scrittore di Lowell che, come replica a una
domanda di Ted Berrigan («Perché non ha mai scritto di Gesù?») disse: «Io non
avrei scritto nulla di Gesù? Non fare l’ipocrita… e… tutto ciò che ho scritto è
Gesù».[13]
Ecco qualche dimostrazione.
Nell’introduzione a Un mondo battuto dal vento, volume postumo che riunisce e
organizza una selezione di pagine dai dell’americano diari relativi al periodo
dal 1947 al 1954, Douglas Brinkley riporta che il volume testimonia la visione
della figura di Gesù Cristo quale principe dei filosofi, in cui Kerouac
scrisse:
> «Gli insegnamenti di Gesù Cristo sono stati una svolta, un modo per
> confrontarsi con il terribile enigma della vita umana e confondersi di fronte
> a esso. Che cosa miracolosa! Quali pensieri deve aver avuto Gesù prima di
> “aprire la sua bocca” e iniziare il Discorso della montagna. Che pensieri
> profondi, oscuri e silenziosi!».[14]
>
> (dalla riflessione che ha per titolo Sugli insegnamenti di Gesù)
Sempre il Brinkley afferma che «non stupisce notare quanto spesso Kerouac
pensasse alla figura di Cristo mentre scriveva La città e la metropoli. Infatti,
lo scrittore teneva il Nuovo Testamento sempre con sé e pregava Gesù prima di
ogni sessione di lavoro. Nei diari relativi a La città e la metropoli sono
scarsi gli elementi di humour e invece rilevanti le riflessioni teologiche e di
mistica cristiana»[15]. Come questo: «Se Gesù sedesse alla mia scrivania questa
notte, guardando fuori dalla finestra tutta quella gente che ride felice per
l’inizio delle vacanze estive, forse sorriderebbe e ringrazierebbe suo Padre.
Non lo so»[16] (26 giugno 1947). O anche: «La gente deve “vivere”, eppure so che
solo Gesù conosce la risposta definitiva. Se riuscirò mai a riconciliare
l’autentico cristianesimo con lo stile di vita americano, lo farò ricordandomi
di mio padre Leo [Kerouac], un uomo che li conosceva entrambi.»[17]
Altre testimonianze le abbiamo da Diario di uno scrittore affamato, anche questo
postumo, dove è contenuta “la preistoria” di Jack Kerouac, il periodo della sua
formazione di scrittore e artista. Risalgono infatti agli anni tra il 1936 e il
1943 gli oltre sessanta testi raccolti: racconti, poesie, saggi, bozzetti, pezzi
teatrali, brani di romanzi.
Nel brano dal titolo Il saggio del banco di sabbia si legge:
> «Ho visto un film sulla vita di Cristo. È stato inchiodato a una croce da una
> mandria di cannibali. Lo sogno tutte le notti. Vorrei che mia madre mi
> lasciasse portare una tunica lunga. Allora sì che sembrerei un profeta»[18].
In Carestia per il cuore:
> Forse la bontà di Cristo splende con la luna e con le lampade tristi? La sua
> voce geme col fischio del treno? Cristo ritorna all’America, di notte. La
> magica notte è il momento in cui la meraviglia si fa strada nei nostri cuori.
> Sappiamo allora, come mai prima, che la vita è un sogno strano e bellissimo, e
> nient’altro. Oh, la vita è una bellezza amara. Oh, la vita è una gloria
> atroce[19].
Kerouac andò anche oltre, interpretando anche alcuni grandi maestri di scrittura
in chiave cristica: «Penso che la grandezza di Dostoevskij stia nel suo
riconoscimento dell’amore umano. Neanche Shakespeare è penetrato così in
profondità sotto il suo orgoglio, che è quello di tutti noi. Dostoevskij è
davvero un ambasciatore di Cristo e per me la sua opera è il moderno
Vangelo»[20].
Si veda anche un testo come Il macchinario radar nel cielo riportato ne Il libro
dei sogni.
Le seduzioni legate ad aspetti cristici, in particolare il fascino e i richiami
alla crocifissione, non si fermano però soltanto a passi di diari e interviste.
Kerouac fu un interessante e ispirato pittore e sviluppò temi direttamente
collegati a quelli toccati qui. A Roma, nel 1966, come ho raccontato nella mia
ricerca, con Franco Angeli completò una Deposizione. Questa tela fu solo una
delle molteplici a carattere religioso. Qualche altro esempio: Cardinal
Montini (1959); Sacred Hearth; una Crocifissione disegnata a matita nel
1958[21]. Per una panoramica ancora più ampia rimando al volume Departed Angels.
Jack Kerouac. The Lost Paintings[22] in cui compaiono, tra gli altri, una
quantità di Crocifissioni o Pietà, scene archetipiche per l’americano: una
Pietà, dipinta nello studio di Twardowicz nel 1962; Androgynous figures,
sormontata da una piccola croce; Old angel midnight over Lowell; Descent from
the cross; Pietà with bolt of lightning; Crucifixion drawing in blue ink; Pietà
in black and gray (questo disegno ad inchiostro è probabilmente quello che
ricorda più da vicino il lavoro fatto con Angeli. L’impianto sembra davvero lo
stesso). E ancora Graffiti sulla porta dello studio di Twardowicz raffiguranti
anche una croce; The crucifix clothesline; Untitled (crucifix) riportata a
pagina 97. Anche questa tela ricorda molto da vicino alcuni elementi della
Deposizione fatta a Roma.
Franco Angeli e Jack Kerouac, Deposizione, 1966
Torniamo a Pasolini. E ad un’altra connessione con Kerouac: «Il Vangelo di
Pasolini non intendeva mettere in discussione dogmatismi o miti, ma voleva
soprattutto far emergere l’idea della morte, uno dei temi fondamentali della sua
poetica».[23] Secondo Repetto «Nei suoi primi film poi (…) la morte degli eroi
sottoproletari veniva contemplata e rappresentata come una versione moderna
della crocifissione: figurativamente sempre più vicina, da Accattone a Ettore a
Stracci, all’archetipo cristologico».[24]
E, come Kerouac, lavora a rendere sempre più propria la materia e le tematiche
trattate: «Nel Vangelo Pasolini, affrontando direttamente la figura del Cristo,
così radicata nel suo immaginario poetico e cinematografico, la rielabora ancora
in modo profondamente autobiografico».[25]
In una lettera Allen Ginsberg scrisse che:
> Man mano che Jack diventava vecchio, disperato e privo dei mezzi per calmare
> la mente e lasciar andare la sofferenza, tendeva sempre di più ad aggrapparsi
> alla Croce. E così, negli ultimi anni, fece molti dipinti della Croce, di
> cardinali, papi, di Cristo crocifisso, di Maria; vedendosi sulla Croce, e
> infine concependosi come crocifisso. Stava subendo la crocifissione nella
> mortificazione del suo corpo mentre era alcolizzato.[26]
Ecco ora una lettera di Pasolini al produttore Alfredo Bini del giugno 1963:
> (…) Dal punto di vista religioso, per me, che ho sempre tentato di recuperare
> al mio laicismo i caratteri della religiosità, valgono due dati ingenuamente
> ontologici: l’umanità di Cristo è spinta da una tale forza interiore, da una
> tale irriducibile sete di sapere e di verificare il sapere, senza timore per
> nessuno scandalo e nessuna contraddizione, che per essa la metafora «divina» è
> ai limiti della metaforicità, fino a essere idealmente una realtà. Inoltre:
> per me la bellezza è sempre una «bellezza morale»: ma questa bellezza giunge
> sempre a noi mediata: attraverso la poesia, o la filosofia, o la pratica.
>
> (…) Quanto al mio rapporto «artistico» col Vangelo, esso è abbastanza curioso:
> tu forse sai che, come scrittore nato idealmente dalla Resistenza, come
> marxista ecc., per tutti gli anni Cinquanta il mio lavoro ideologico è stato
> verso la razionalità, in polemica coll’irrazionalismo della letteratura
> decadente (su cui mi ero fermato e che tanto amavo). L’idea di fare un film
> sul Vangelo, e la sua intuizione tecnica, è invece, devo confessarlo, frutto
> di una furiosa ondata irrazionalistica. Voglio fare pura opera di poesia,
> rischiando magari i pericoli dell’esteticità (Bach e in parte Mozart, come
> commento musicale: Piero della Francesca e in parte Duccio per l’ispirazione
> figurativa; la realtà, in fondo preistorica ed esotica del mondo arabo, come
> fondo e ambiente). Tutto questo rimette pericolosamente in ballo tutta la mia
> carriera di scrittore, lo so. Ma sarebbe bella che, amando così visceralmente
> il Cristo di Matteo, temessi poi di rimettere in ballo qualcosa.[27]
La misura finale a Kerouac, da Un mondo battuto dal vento: «(…) Gesù Cristo è in
terra? Abbiamo bisogno di Gesù? Si sta avvicinando quel momento? E questo
Agnello di Dio rivelerà la verità ultima? Svelerà i segreti della gioia sulla
terra e nella morte? Perché tutto questo è troppo ingarbugliato per me e già
prevedo quello che accadrà, prevedo…»[28].
Alessandro Manca
*In copertina: Pasolini con Enrique Irazoqui/Gesù durante una pausa dalla
lavorazione del “Vangelo secondo Matteo”, a Matera
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[1] Antonio Repetto, Invito al cinema di Pasolini, Mursia, Milano, 1998, pag.
75.
[2] Enzo Siciliano, Vita di Pasolini, Rizzoli, Milano, 1978, pag. 270
[3] Antonio Repetto, cit., pag. 78.
[4] Enzo Siciliano, cit., pag. 266
[5] Citato in Enzo Siciliano, cit., pag. 269
[6] Antonio Repetto, cit., pag. 76.
[7] Da La religiosità di Pasolini e il Cristo Umano nel Vangelo secondo Matteo,
di Dina D’Isa, in «Non sono venuto a portare la pace ma la spada». Il Vangelo
secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, cinquant’anni dopo in Basilicata, a cura
di Maura Locantore, Sinestesie, Avellino, 2015, pag. 44.
[8] ivi.
[9] I dodici apostoli al Premio Strega, 21 giugno 1964, L’Espresso, consultabile
dal sito www.cittapasolini.com/post/kerouac-cristo-nel-vangelo-pasoliniano
[10] Pier Paolo Pasolini, La Passione, in L’usignolo della Chiesa Cattolica,
in Bestemmia I. Tutte le poesie, a cura di G. Chiarcossi e W. Siti, Garzanti,
Milano, 1993, pagg. 291-293.
[11] P. P. Pasolini, La Crocifissione, ibidem, pagg. 376-377.
[12] Antonio Repetto, cit., pagg. 75-76
[13] Antonio Spadaro, E Kerouac disse: «Tutto ciò che scrivo è Gesù Cristo»,
in Avvenire, 20 novembre 2008, p.
29. https://www.benecomune.net/archivio/cultura-e-societa/il-vangelo-come-arte/
[14] Jack Kerouac, Un mondo battuto dal vento. I diari di Jack Kerouac
1947-1954, Mondadori, Milano 2006, pag. 16
[15] Jack Kerouac, Un mondo battuto dal vento, cit., pag. 21
[16] Jack Kerouac, Un mondo battuto dal vento, cit., pag. 62
[17] ivi
[18] Jack Kerouac, Diario di uno scrittore affamato. Racconti, articoli, saggi,
Mondadori, Milano, 2000, pag. 156
[19] Jack Kerouac, Diario di uno scrittore affamato, cit., pag. 277
[20] Jack Kerouac, Diario di uno scrittore affamato, cit., pag. 346
[21] Aa. Vv., Kerouac. Beat painting, Skira, Milano, 2017
[22] Jack Kerouac. Departed Angels: The Lost Paintings, testi di Ed Adler,
Thunder’s Mouth Press, New York, 2004
[23] Da La religiosità di Pasolini e il Cristo Umano nel Vangelo secondo Matteo,
cit., pag. 43.
[24] Antonio Repetto, cit., pag. 76.
[25] Ivi.
[26] Originale contenuto in Un Homme Grand: Jack Kerouac at the Crossroads of
Many Cultures, a cura di P. Anctil, L. Dupont, R. Ferland e E. Waddell, Ottawa,
1995, pag. 56.
[27] Da Il Vangelo secondo Matteo. Un film di Pier Paolo Pasolini, a cura di
Giacomo Gambetti, Garzanti, Milano, 1964, pag. 20.
[28] Jack Kerouac, Un mondo battuto dal vento, cit., pag. 252
L'articolo “Il desiderio di imitare Gesù”. Pasolini & Kerouac, una storia di
anticonformismo e di fede proviene da Pangea.
Richard Millet è tra i rari, vertiginosi scrittori di oggi. Tra i suoi libri –
impubblicati, fieramente impubblicabili – ricordo La Confession
négative (2009), Le Sommeil sur les cendres (2010), Petit éloge d’un
solitaire (2007), tutti editi da Gallimard. Per altro, Millet è stato l’artefice
di diversi successi della casa editrice più importante di Francia. Dietro il
genio de Le benevole di Jonathan Littell, ad esempio – che vinse il Goncourt
giusto vent’anni fa –, c’è lui. Ormai, dileggia quel lavoro come mero
“artigianato letterario” – l’aggettivo che segue è: “estenuante”.
I temi prediletti da Millet sono: la guerra – quella in Libano, vissuta in prima
persona –, Dio, la musica. Millet è un oltranzista della bellezza. Il
suo Journal – pubblicato tomo per tomo, dal 2018, con carismatica costanza, da
diversi piccoli editori e ora tradotto, a bocconi, dall’eccellente Edoardo
Pisani per Editoriale Scientifica come vasta appendice a Un sermone sulla
morte – è fitto di frasi miliari. Eccone alcune:
> “Ho il gusto del fallimento piuttosto che del successo. In ciò sono un
> classico”;
> “Tutti gli scrittori sono ridicoli”;
> “Ogni scrittore deve, dopo un certo tempo, inventarsi un’opera sognata, e
> segreta”;
> “Finire una frase come se si premesse un grilletto”;
> “Non sanno più guardare un albero, ascoltare il vento, aspettare la
> pioggia…”.
Secondo i crismi del Journal – un diario non si scrive per sé, ma in favore di
pubblico, sulla pubblica gogna –, lo stile è sferzante, spiazzante, impegna a
una strenua milizia nel linguaggio. Millet ha la nobiltà degli scrittori fuori
tempo: si dichiara cattolico – “ma non come una pecora sotto il coltello: un
monaco soldato, piuttosto” –, preferisce l’estro di Malaparte e di Manganelli al
talento liofilizzato degli scrittori che vanno per la maggiore (“La prosa di
Tahar Ben Jelloun” è detta “peto di ippopotamo”), sa di essere
“troppo scrittore per non essere detestato”.
Nel 1973 – aveva vent’anni – si fa procurare della morfina dal figlio di Paul
Celan, “che non mi parla di suo padre, uno dei più grandi poeti contemporanei,
morto suicida”. Quarant’anni dopo – nel 2012, ad essere precisi – un appunto
gemellare: “Benefica vertigine dell’idea del suicidio”. Nel frattempo, Richard
Millet è diventato lo scandolo vivente della letteratura francese. Il compianto
Pierre-Guillaume de Roux aveva appena pubblicato Éloge littéraire d’Anders
Breivik, in cui Millet analizza il massacro del terrorista norvegese, ordito nel
luglio del 2011, come un sintomo della crisi dell’Occidente, “del fallimento
dell’Europa mondializzata” (il saggio è tradotto nel 2014 in Lingua fantasma da
Liberilibri, uno dei rarissimi editori italiani a pubblicare Millet). Apriti
cielo. La gauche francese, guidata da Annie Ernaux, giudica il libro “un
pamphlet fascista”; Millet viene letteralmente messo al bando: perde il lavoro
in Gallimard, comincia a pubblicare per piccoli editori. Un sermon sur la mort,
strepitoso racconto, che rimesta nel torbido e nel mistico, esce nel 2015 per
Fata Morgana. L’attacco sbriciola gli scrittori odierni proni al premio e al
successo, inquilini del proprio infimo io; sentite:
> “In fin dei conti, ogni vita lontana da Dio è meno un sogno che un abisso in
> cui il tempo non è percepibile che nella vertigine o nell’indifferenza. Perché
> più di morire dobbiamo temere di essere morti. E forse siamo già morti,
> pensavo entrando a Bruxelles, nel primo pomeriggio di un giorno di
> primavera”.
Allo scandalo pubblico – che Millet osserva a distanza, con la quiete dei
cecchini e dei santi – segue il dramma privato: la scoperta del tumore che
affligge la moglie, Béatrice. “Avranno la mia pelle. Sto perdendo tutto”. Così,
sulla soglia del nulla, termina il diario – da qui, da questo scalpo, dalla nuda
perdita, risorge lo scrittore. Per questo, abbiamo interpellato Richard Millet,
il paria della letteratura europea, l’ultimo scrittore davvero pericoloso.
Cominciamo a gamba tesa, con la domanda ultima: cos’è la morte? Cosa c’è dopo la
morte?
La morte è qualcosa di cui non posso parlare: la imparo “filosofeggiando”, come
diceva Montaigne, studiando dentro di me il progressivo invecchiamento fisico e
psicologico. Un’esperienza banale, fonte di speranza per un cattolico come me.
Un’esperienza quotidiana, tramite la morte di persone care e dello scorrere dei
“mesi” che Proust osservava morire uno dopo l’altro nel corso della nostra
esistenza: non siamo altro che un ammasso di “mesi” morti, su cui viaggiano la
memoria e la scrittura, prima della grande migrazione dell’anima.
La letteratura, la grande moribonda, ci salverà dalla morte?
No, la letteratura non ci salverà; farà fatica a salvare se stessa in un mondo
dove giganteggiano l’ignoranza, il rifiuto della tradizione, il potere
dell’Intelligenza Artificiale, la sovversione di tutti i valori. Siamo rimasti
in pochi a dedicarle la vita. Al pari della musica e del cinema, la letteratura
permette di adattarsi al Tempo, di sospenderlo, di avere una moratoria sulla
morte – illusoria, è vero, ma pur sempre benefica. Strano paradosso che fa della
letteratura al contempo una voluttà e una implacabile rivelazione della nostra
miseria, come quando leggiamo Pascal, Leopardi, Kierkegaard, Nietzsche, Cioran e
Ceronetti, ad esempio.
Quando scrive della scrittura ne scrive come fosse una condanna. Perché dunque
ostinarsi a scrivere?
Mi ostino a scrivere per testimoniare ciò che il linguaggio può ancora compiere,
pur in mondo falsificato, o dannato, e per non lasciare al nemico la vittoria
totale, benché abbia l’impressione che la partita sia perduta, che la
Distrazione generale abbia vinto.
Quale libro sta leggendo? A quale libro torna continuamente?
Sto terminando la quinta lettura di Proust. Mi accompagna dallo scorso
settembre. Poiché non siamo mai la stessa persona, non leggiamo mai lo stesso
libro – soprattutto Proust. Alterno questa rilettura con un saggio sulla fatica
del filosofo Jean-Louis Chrétien e con una traduzione di Trucioli, di Camillo
Sbarbaro. Ritorno spesso a Sant’Agostino come a Simone Weil e a Guy Debord, a
Baudrillard, a Pasolini, a Girard.
Tra i libri che ha scritto, quale la soddisfa?
Domanda ardua, risposta impossibile perché l’autore è il peggior giudice delle
proprie opere. Vorrei aver scritto almeno un libro che mi permetta di essere
ricordato – ma occorre restare umili di fronte a queste questioni.
Tra i libri che ha “elaborato” per Gallimard, quale la soddisfa?
Preferisco non rispondere. La domanda pertiene a un mestiere (l’editoria), non
alla letteratura, che occupa tutta la mia vita.
Dopotutto, non ha forse scritto i libri che ha scritto per garantirsi una totale
marginalità dal milieu letterario francese?
In Francia, la mia situazione è quella di uno scrittore maledetto, senza alcuna
aura “romantica” intorno a questo appellativo: sono bandito, socialmente ed
economicamente, da un Sistema che si è alleato apertamente con il wokismo.
Pubblico con un paio di micro-editori che non hanno accesso alla stampa
mainstream. Ciò che scrivo è necessariamente in contrasto con l’establishment
culturale dominante, per il quale, d’altronde, sono già “morto”.
Se le dico “lettore”, quale immagine le viene in mente?
Scriviamo sempre per un lettore fantasma che ci legge in uno spazio-tempo
incerto e anacronistico, direbbe Borges. Io scrivo per essere letto nel passato
e nel futuro, figure ipotetiche di un presente che mi sfugge ma che desidero
testimoniare. Esiste anche un lettore intimo, la parte di me che mi rifugge.
Se le dico “Dio”, se le dico “guerra”, quali immagini le vengono in mente?
Dio non ha altra immagine che la sua incarnazione in Cristo…
Quanto alla guerra, è la filigrana della mia esistenza, dalle storie dei
veterani di Verdun che ascoltavo da bambino alla mia esperienza in Libano e in
Siria. Ho scritto diversi libri sull’argomento: sono stati accolti con livore in
Francia perché mi sono schierato con i cristiani libanesi e non con i
Palestinesi – il che è sufficiente per una scomunica! Oggi pochi scrittori
scrivono di guerra, eppure è più presente che mai. Per questo, rileggo
Malaparte, Hemingway e pochi altri.
Spesso, nei suoi scritti, ritorna il concetto di solitudine. Una solitudine
concreta, quotidiana, che scaturisce, forse, da una poetica, da una postura
dell’esistere. Può spiegarmi meglio?
Quando mia moglie era ancora viva, la solitudine aveva qualcosa di “letterario”,
dal punto di vista estetico e morale. Negli ultimi sei anni ho vissuto da solo,
in un mondo sempre più violento e incerto. È come se la solitudine avesse
acquisito la sua vera dimensione: umana, incarnata, senza che l’avessi
“prevista” in tale dismisura. La letteratura è una sorta di campo da gioco su
cui tiriamo i dadi, giocando sull’esistenza di Dio (Pascal), sulla nostra vita.
Che cosa sta scrivendo?
Se avrò ancora le forze, vorrei terminare un romanzo che ho cominciato diversi
anni fa; vorrei scrivere un saggio sulla musica e un libro sulla letteratura che
ho appena cominciato, avendo cura di non ripetermi.
L'articolo “La letteratura non ci salverà”. Dialogo con Richard Millet, uno
scandalo vivente proviene da Pangea.