Nulla si conosce della vera vita di Gabrielle Wittkop, si ricorda solo la
leggenda che lei stessa ha forgiato. Nata a Nantes il 27 maggio 1920, con il
nome di Marguerite Louise Gabrielle Ménardeau, perde la madre all’età di tredici
anni. In una Parigi occupata, incontra Franz Justus Wittkop, disertore tedesco;
lui omosessuale, lei ambiguamente schiva agli ordini della sessualità. Decide di
nasconderlo nella sua mansarda in rue de Seine fino alla liberazione, dove venne
arrestata e mandata a Drancy. Inizia a scrivere racconti pubblicati sulla
rivista “Claudine” nel 1945 e nel 1946; dopo essersi riunita a Justus in
Germania, si sposano a Francoforte sul Meno, città in cui, dopo un breve
passaggio per Bad Homburg, Gabrielle vivrà fino alla sua morte. Insieme formano
quella che lei stessa definisce un’“alleanza intellettuale”.
Gabrielle inizia a guadagnarsi da vivere nel campo della bibliofilia illustrando
opere con i suoi acquerelli. Collabora inoltre con vari giornali tedeschi, il
che la porterà a viaggiare in Asia, un continente caro al suo istinto
intellettuale, che nutrirà il suo lavoro e dove ritrae un pensiero della sua
arte nei “Taccuini d’Asia” (pubblicati poi postumi da Verticales, un marchio
Gallimard).
Nonostante il suo attaccamento alla lingua francese, è incoraggiata da Justus a
scrivere in tedesco, sua lingua di adozione. Diverse opere sono state
pubblicate, tra cui una biografia di Hoffmann. Dal 1964 al 1969, diventa
traduttrice per le edizioni Gallimard, contribuendo a far conoscere il primo
romanzo di Peter Handke, Le Colporteur. Abbandona poi tutte le sue attività per
dedicarsi puramente alla scrittura e alla pubblicazione della sua opera in
francese. Definendosi pronipote di De Sade, elabora testi in cui unisce il suo
gusto per il macabro, il repentino fascino per la morte, questa sensualità
marginale a una forma di stranezza sottolineati da uno stile unico e raffinato,
volutamente provocatorio. Potremmo definirla un incrocio tra il Marchese e
Marcel Schwob, ma sarebbe ridurre la sua opera sui generis.
Nel 1972, quando Gabrielle ha 52 anni, Régine Deforges pubblica Le Nécrophile.
Lo scandalo è assoluto, la censura se ne impadronisce e il libro è vietato in
nome della morale. Gabrielle replica: “la mia unica morale è non incasinare gli
altri”. Continua a scrivere, pubblica raramente. Nel 1986 Justus, affetto dal
morbo di Parkinson, decide di porre fine alla sua vita, incoraggiato e sostenuto
da Gabrielle. È solo nel 2000, grazie a Bernard Wallet, che la Wittkop riesce a
ripubblicare la sua opera nelle edizioni Verticales.
Gabrielle muore a 82 anni il 22 dicembre 2002. Secondo alcune versioni, si
sarebbe suicidata, secondo altre il cancro ai polmoni di cui era affetta
l’avrebbe portata via prima che arrivasse al gesto estremo. Le ultime parole,
inviate al suo editore, riassumono la vita e l’opera di una donna
anticonformista:
> “Ho voluto morire come ho vissuto: da uomo libero”.
Nel 1998 SE pubblica nella riuscita traduzione di Renato Baldassini Il necrofilo
con una nota e le illustrazioni dell’autrice. La critica quasi non si esprime.
Il libro finisce presto per divenire un libro di culto, venduto a prezzi
esorbitanti e oggi introvabile. Antiquario a Parigi, Lucien N. è ossessionato
dai netsuke giapponesi, statuette burlesque che raffigurano vigorosi giochi con
i morti. Gli piace anche possedere cadaveri strappati dalle tombe. In un diario,
in parte ambientato a Napoli, questo macabro collezionista distilla la storia
segreta dei suoi amori necrofili. Giovane o vecchio, uomo o donna, ogni defunto
diventa oggetto di un meticoloso fervore erotico. Nel corso delle pagine
l’esteta inquietante torna alle origini di questo godimento, dei corpi dal sesso
congelato, dalla carne blu e dal profumo di bombice.
Ricordo soltanto adesso, dopo averlo fatto leggere ad un amico molto sensibile,
che l’impegno di una Gabrielle esordiente non era quello di stupire e
sconvolgere, quanto avvolgersi del dono più prezioso che le toccò in dote:
fornire una perlustrazione necessaria nel mito e nella storia di Eros e
Thanatos. Solo dopo la lettura, la tagliente lanterna della Wittkop getta un
bagliore dentro, scoprendo così una delle aree cimiteriali più antiche della
città: le catacombe di San Gaudioso. Il linguaggio di Gabrielle Wittkop,
freddamente sensuale e privo di ogni tentazione morale, offre il ritratto di
un’amante senza pari.
> “Figlia illegittima dell’archeologia, la necrofilia, che ha avuto minor
> fortuna della madre è meno radicale del suicidio, ma ad esso simile in quanto
> atto trasgressivo, la necrofilia presenta il vantaggio di poter essere
> ripetuta senza tuttavia scadere nella routine, giacché le difficoltà pratiche
> che il necrofilo deve superare lo preservano da quel che di macchinale e di
> irriflessivo può avere l’appagamento della sua pulsione. Pur scatenandosi con
> il favore delle circostanze, tale pulsione non può raggiungere i
> propri fini se non ricorrendo a stratagemmi, ardui
> da concepire e pericolosi da attuare, che innalzano il necrofilo al rango dei
> grandi amatori. Inventivo ed eroico come loro, il necrofilo però vive in un
> profondo isolamento sfidando, fiero della sua solitudine imperiale, tutti i
> pericoli e la morale benpensante”.
>
> (dalla nota dell’autrice all’edizione italiana de Il necrofilo, SE 1998)
La signorina fiore-del-male scrive però un’altra intensa ode al veleno, ovvero
Sérénissime assassinat che Verticales pubblica nel 2000: questo esile romanzo è
fecondo e marcio in egual misura, come un frutto succoso e troppo maturo, pieno
di vermi e corruzione. Scritto in modo sontuoso, sagoma la decadenza di una
Venezia del XVIII secolo piena di orrori e della quotidiana vita in morte. Un
cadavere e il suo contenuto sono descritti con un romanticismo struggente, come
una cornucopia traboccante; luoghi comuni come un picnic o un bosco pietrificato
sono descritti con una lama altrettanto sfaccettata. Tutto è riccamente
decorato; ovunque ci sono mosche grasse e affamate.
> “Ci sono tanti omicidi in questa città. Vengono assassinati senza tregua nel
> labirinto del Minotauro.”
La Wittkop ci propone una singolare riscoperta nel suo “Serenissimo assassinato”
– macabri enigmi nella cornice di quella smagliante Venezia che raccontava
Hofmannsthal nell’Andreas, addobbata dai dipinti di Longhi, Tiepolo il Giovane e
Guardi. Un libro così magnifico che è impossibile riassumerlo. Diciamo che è un
testo in cui c’è un omicidio implacabile… Atrocemente intelligente, questo brano
con intermezzo evoca le grandi tragedie shakespeariane.
> “Restiamo fino all’ora in cui il Canal Grande assume un colore plumbeo prima
> di scomparire sotto le barche degli ortolani. Tuttavia, dietro l’ansa di
> giardini segreti dove muoiono mosche dal ventre bianco, all’angolo di palazzi
> fiancheggiati da leoni rognosi, uno Stige senza salici né canne, un fiume
> d’inchiostro lambisce lugubremente. Forse la città sarà inghiottita in un
> istante. La notte porta sempre qualcosa quando gli specchi bevono
> nell’oscurità. Le lanterne passano veloci su un ponte. Canti sinistri e osceni
> provengono chissà da dove. Un lungo grido risuona. Una lanterna da galea arde
> nel cortile di un palazzo. Ci si può incontrare di nascosto all’Uomo
> Selvaggio, una locanda malfamata dove le cameriere tengono compagnia ai
> clienti e che serve un vino scadente chiamato Alfabeto, a cinque soldi a
> coppa. È una pozione insidiosa che versa vetriolo nel sangue, lascia salnitro
> sulla lingua, una pozione disgustosa e acre che fa parlare. Lei e lui sono lì
> in maschera. Con l’indice traccia delle figure sul tavolo, in una pozza di
> vino”.
>
> (Gabrielle Wittkop, Sérénissime Assassinat, Editions Verticales, 2000)
Di cosa parla questa storia? Un mistero. Indossa l’elaborato costume di un
giallo: tutte le mogli del Conte Lanzi subiscono una morte avvelenata. Chi è il
responsabile? Il lettore passa senza preavviso da un narratore gelido e
distaccato a diverse prospettive veneziane, dove la marionettista Gabrielle, ci
coglie impreparati come indossando le maschere di Pietro Longhi; un libro che fa
rivivere quella sprezzatura nell’arte di questa Signora della prosa, intrisa di
inganni e frivolezze come gravità sulla tristezza dei giorni. Gabrielle dice
che
> «Sì, si vive pienamente quando si pensa alla morte – è la forza selvaggia che
> ci accompagna sempre. Io detesto tutto ciò che aliena l’indipendenza e
> l’amore».
**
Da Sérénissime Assassinat
Mascherato da un cappuccio e vestito di nero, il burattinaio del bunraku che
anima le sue marionette non cessa mai di essere visibile al pubblico, il quale
dimentica la sua implacabile ingerenza come si dimentica quella di ogni
fatalità. Le figure respirano, camminano, tremano e mentono, si amano o si
massacrano, ridono o gemono, ma non si nutrono mai, se non di qualche veleno.
Così sia dunque: io resto presente, mascherata per convenzione, mentre in una
Venezia alla vigilia della sua caduta, donne colme di veleno scoppieranno come
otri. Mi compiaccio nel darle in spettacolo, mentre costituiscono anche il mio.
Se accade che, contrariamente alle regole del bunraku, le mie figure mangino o
bevano, è per meglio sventare le congetture. Non si saprà sempre se le vivande
siano innocue; talvolta si penserà, a torto, che potrebbero non esserlo, a meno
che, al contrario, non si resti senza sospetto quando invece bisognerebbe stare
in guardia.
Come nel bunraku il delitto del mattino si spiega solo al calare della sera,
dopo il susseguirsi di episodi drammatici che non vi si ricollegano se non per
vie occulte e labirintiche, l’azione si svilupperà secondo i ritmi di due archi
temporali, passando dal 1766 al 1797, secondo il mio giudizio. Uno di questi due
è molto lento, poiché si estende su un gran numero d’anni; l’altro, al
contrario, è rapidissimo, procedendo svelto da una data all’altra. Si direbbe un
saltatore in lungo che, con un balzo, scavalca profondi precipizi, poi
trotterella, quindi salta ancora, attraversando così vasti deserti.
Come il ricorso all’economia universale nello spazio concavo, quello
spazio-tempo inaccessibile che puerilmente vogliamo adattare alle nostre misure,
non permette alcuno sviluppo, e come, d’altra parte, ogni traduzione delle
nozioni temporali è condannata al fallimento, bisogna accontentarsi degli
artifici di una cronologia che obbedisce soltanto all’immaginario. Ogni
scorciatoia, ogni condensazione, non riuscendo a escludere la polverizzazione,
la frantumazione, farà avvertire l’infermità che si accompagna alle datazioni.
Una progressione, tuttavia, risiede nel crescendo verso la catastrofe,
nell’usura della corda destinata a spezzarsi. Nel duplice regime del racconto,
le scene non si sovrapporranno alla maniera di un palinsesto, ma piuttosto come
diapositive nettamente leggibili e intente a concordare. Le figure portano i
costumi del loro tempo, della loro città, la più asiatica d’Europa. Al posto di
qualche kimono magenta segnato da una farfalla, si accetterà dunque il rigore di
un tabarro d’inchiostro e di una bauta gessosa, chini sul dorso d’asino di un
ponte.
In questa metropoli delle mascherate, della delazione e della spiata, le
continue vedovanze di Alvise Lanzi si intrecciano misteriosamente. Non cercate,
e sarete certi di trovare. Ogni conclusione sillogistica in fondo è priva
d’interesse, solo le premesse e l’ornamento che le circonda sanno divertire. Il
bell’ornamento. Venezia malva e oro, il taffetà cangiante e il piombo del cielo,
grido di morte nelle tenebre, terrore di chi scopre una incandescenza letale
nelle proprie viscere.
***
“Non si può dunque leggere senza essere disturbati a ogni momento?”
In piedi davanti a lui, Rosetta torce il grembiule:
“È che, Signor… vostra moglie è morta…”
“Ancora?!”
Sì, ancora, e per la quarta volta in trent’anni: una serie ostinata e dolorosa,
che già tre volte aveva fatto parlare Venezia ed era stata invano scrutata dalla
giustizia, tra interrogatori serrati e delazioni. Ora è Luisa Lanzi, nata Calmo,
antica attrice del Teatro San Samuele, che, sposata per passione – così si
diceva – riporta Alvise nella vedovanza.
Alvise impallidisce. Già si odono passi precipitosi nei corridoi. Si sente anche
il lieve scricchiolio del parquet dietro le porte. Nascondete, oh nascondete
sotto i merletti queste macchie nere e livide che deturpano il ventre. L’aveva
sposata per un capriccio passionale, poiché ella non possedeva uno zecchino ed
era perfino indebitata presso le noleggiatrici di abiti e maschere. Aveva
tuttavia brillato per qualche tempo nella Nina pazza per amore. No, non era lei
che sarebbe impazzita per amore, certamente no. Del resto, era brutta. Brutta,
rossa e infinitamente desiderabile. Poiché aveva avuto come amante un maestro
vetraio di Murano, il Consiglio, che sempre teme la fuga dei suoi segreti
artigianali, la sorvegliava senza che ella lo sapesse. Alvise non ne sapeva
nulla, naturalmente. Nascondete queste macchie. Ha sofferto terribilmente. Il
giovane medico è sconcertato. Dice che molti sono morti allo stesso modo per
aver mangiato orecchie di mare che si crede si possano consumare impunemente
d’inverno. Non si può decentemente lasciarle il volto scoperto. Sarà sepolta
cristianamente o le si negherà il riposo in terra consacrata?
Ci si può porre altre domande, in verità.
Gennaio 1796. Ha nevicato tutta la notte e, questa mattina, i fiocchi cadono
ancora, verticali nell’aria immobile. Dalla Fondamenta Rezzonico, il raschiare
delle pale che rimuovono la neve, gettata nel rio San Barnaba da facchini
seminudi, è l’unico rumore a turbare il silenzio del salone Lanzi, dove si sono
raccolti gli intimi in attesa delle esequie. Seduti sotto gli stucchi bianchi e
grigi, osservano alternativamente i cristalli sui quali lacrima la neve, le
braci del fuoco e l’effige cinese di Piramo e Tisbe, evitando così di guardarsi
l’un l’altro.
A sinistra del camino, Alvise Lanzi. Alto, ancora abbastanza bello nonostante i
cinquantatré anni e un volto equino, ha occhi grigi che mutano con la luce e
mani sottili come quelle di una donna. Rifiuta la propria calvizie e, curando
che la parrucca sia perfettamente aggiustata, le dedica senza sosta
un’attenzione timida. Farebbe meglio a controllare i suoi affari: la filanda che
possiede a est della Giudecca non va troppo bene. Da tempo ha affidato la
direzione dell’impresa a Mario Martinelli, seduto allora alla sua sinistra.
Già segretario di un fornitore di armamenti navali, Martinelli governa la
filanda da padrone assoluto, poiché Alvise non se ne occupa affatto. Celibe,
dominato dalla passione del gioco, vi si sacrifica ogni sera, sotto il riparo
della maschera che si conserva anche ai tavoli della bassetta e del faraone.
Gioca anche a scommettere, come tutti, poiché si scommette su ogni cosa, perfino
nelle chiese, purché si paghi una decima al clero. Martinelli avrebbe ben poco
bisogno di maschera, poiché lo si dimentica appena lo si è visto: statura
mediocre, volto regolare, nulla di notevole se non il vizio di rosicchiarsi le
unghie e il portare amuleti nascosti che talvolta si odono tintinnare. Non gli
si conosce né amata né amante.
In fondo a una bergère, Ottavia Lanzi, grande donna di settantun anni, ancora
slanciata nella sua contouche di raso nero. Un tempo bruna, incipria i capelli
in una sfumatura argentea che ravviva il fuoco del suo sguardo. Vedova a
diciotto anni, poche settimane prima della nascita di Alvise, non si è mai
risposata. Ha scritto poesie burlesche e un saggio piuttosto notevole, Il canone
principale della poetica venexiana. Ama circondarsi di spiriti brillanti, ma
l’assolutismo dei suoi giudizi ha allontanato i più divertenti tra essi, senza
che ella ne percepisse la causa. Nulla le piace quanto sviluppare analisi che
cessano di essere sottili non appena le sue simpatie o le sue avversioni
prendono il sopravvento. Convinta della propria estrema franchezza, interpreta
con zelo il suo ruolo sempre che non debba nascondere qualche segreto. Ne ha
diversi. Il suo pensiero è governato dallo spirito dei Lumi, qualcosa in
profonda contraddizione con la sua natura oscura, ctonia, arcaica, con quei suoi
trance da antica Pizia.
Emilia Laumer, ventidue anni, è seduta su uno sgabello, alla destra del camino.
Nipote del libraio Zamponi, che possiede un negozio lungo il Rio Terà degli
Assassini, lo aiuta nell’attività e porta libri a casa dei Lanzi. Da qualche
tempo, Ottavia, che ha problemi di vista, l’ha trasformata nella sua lettrice.
Emilia ha i capelli spenti e li porta raccolti alla maniera antica, uno stile
ormai fuori moda a Venezia. Più istruita della maggior parte delle ragazze
borghesi, parla poco ed è incline all’introspezione. Seduto vicino a un
tavolino, Giacomo Biri, antico cicisbeo della defunta, sarebbe gradevole alla
vista se non fosse per la sua cattiva dentatura. Nel suo intimo decide di
evitare, d’ora in poi, ogni contatto con i Lanzi e, di fatto, ricomparirà una
sola volta, a titolo puramente decorativo. La porta si apre e appare Rosetta
Lupi, settantatré anni, che arriva per servire il caffè. Porta un piccolo
fazzoletto annodato a mo’ di turbante e un grembiule bordato di pizzo. Antica
contadina di Malamocco, è la domestica personale di Ottavia da quando era
adolescente e l’adora ciecamente, come una cagna.
Altre figure appariranno a tempo debito, quasi sempre con un ruolo
retrospettivo, come quello delle mogli defunte. Ora qualcuno si compiace per un
successo nella grande e triste stanza che né le finestre, che occupano tutta la
larghezza della facciata, né l’Arcadia dipinta da Zuccarelli sugli architravi
delle porte riescono a rallegrare. Alvise si annoia, soprattutto, e si chiede
chi verrà alle esequie. Ha passato tutta la notte della veglia nella biblioteca.
Si tratta di una bella stanza, non solo perché, essendo in parte un arrivista,
si sforza di conferire alla sua dimora uno stile al di sopra delle sue
possibilità, ma soprattutto perché, per lui, i libri rappresentano l’ancora
della speranza. Le marionette non solo parlano, ma scrivono anche, cosicché
conviene esporre le loro lettere agli spettatori.
Venezia, maggio 1766
***
Che dirvi, mia cara sirena, se non che l’architetto Massari è appena morto, che
Guarana sta per portare a termine dei magnifici affreschi per la cappella del
Senato e che ora il colore di moda è il raso grigio, ravvivato dal rosa scuro?
In Campo San Stefano hanno esibito una donna con due teste e non si è mai visto
nulla di tanto singolare; ma poiché le avevano rotto le gambe per impedirle di
fuggire, non è sopravvissuta. Così ci siamo visti privati di un piccolo piacere.
A parte questo, non ci sono grandi novità.
I Lanzi hanno acquistato il palazzo Zolpan sulla Fondamenta Rezzonico, e Marcia
Zolpan, il cui padre è morto, è tornata all’antica residenza di famiglia
sull’altra riva del rio. A quanto pare, nel corso delle trattative Alvise Lanzi,
ventitré anni, si sarebbe innamorato di Marcia Zolpan, della stessa età. La voce
di una loro fuga a Fusina correva nei caffè, tanto che si arrivò a credere
imminente un matrimonio, ma la signora Lanzi non diede il suo consenso. È un
peccato, perché Marcia è una ragazza bella, anche se con poco seno. Dei baffetti
che le erano spuntati da giovanissima non resta traccia, il che lascia supporre
che se li depili con la cera. In ogni caso, Marcia è intelligente e di carattere
fermo, qualità piuttosto eccezionali ai nostri giorni.
Alvise, nondimeno, si sposa, e con un partito di gran lunga migliore. Contrae
matrimonio con Catarina Pellegrini, molto dolce e in tutto opposta a Marcia.
Naturalmente conoscete i Pellegrini e saprete come il vecchio Zanni sia
riuscito, per vie oscure e labirintiche, a investire all’estero nel traffico
degli schiavi. Catarina, che possiede terre nel Friuli, ha commissionato il
proprio ritratto alla migliore allieva della defunta Rosalba Carriera. E lo
sapevate che Catarina è epilettica? A presto, cara, ricevete un tenero bacio.
*
Eccolo, dunque, Alvise a ventitré anni. Ha ancora i capelli e, da qualche tempo,
si sforza di seguire le mode. Ottavia e lui sono l’uno di fronte all’altra, in
piedi nel salone con le persiane abbassate per ripararsi dal sole di maggio. Lei
non cederà facilmente. Potrebbe persino irrigidirsi del tutto. Ottiene sempre
ciò che vuole, e senza fatica. Lui non è un oratore abile: la sua dialettica è
tanto goffa quanto brillante il suo pensiero. I libri gli forniscono ciò che
egli non è in grado di offrire. Un parapetto si erge tra l’argomento e la sua
formulazione. Accenna alla fuga a Fusina e all’obbligo morale che ne
deriverebbe. Ottavia scoppia a ridere e abbozza l’immagine di una città
tollerante e dissoluta. Lui evoca l’eleganza e la distinzione di Marcia Zolpan,
fattori tutt’altro che trascurabili per il credito sociale. Ottavia scrolla le
spalle. Infine, egli elogia un’intelligenza quantomeno notevole, ed è il suo
argomento peggiore, qualcosa che, in verità, non avrebbe dovuto dire.
Nell’istante stesso in cui Ottavia sta per proferire una fulminante obiezione,
Rosetta entra per annunciare il venditore di ventagli e la Signora esce, non
senza prima lanciare uno sguardo indecifrabile al figlio.
Obiezione di Ottavia: Marcia Zolpan è lesbica. In effetti, Marcia Zolpan è
lesbica, inclinazione alla quale si abbandona più con regolarità che con
discrezione. Non si affeziona mai, ma evita anche cambiamenti troppo frequenti o
temerari che possano metterla in evidenza. Il che prova la sua prudenza e la sua
disciplina: virtù che costituiscono, appunto, la base di un’unione armoniosa.
Ottavia dovrebbe capirlo, ma ne è incapace […] Ridete perché, durante il vostro
crudele e breve soggiorno nei nostri cuori, avete visto solo l’aspetto più
affascinante di una città dove, si dice, nulla pesa o dura. Ma che dire allora
di queste gelosie, di queste cupidigie omicide? Qual è il significato di questi
pugnali, di questi veleni, di questi sacchi gettati nel canali notturni?
Gabrielle Wittkop
Introduzione di Marius Ghencea
Traduzione dal francese di Tony Vero
L'articolo “Fiera della sua solitudine imperiale”. Storia torbida di Gabrielle
Wittkop, una leggenda proviene da Pangea.
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Perché gli artisti suicidi ci affascinano? Quodlibet riporta nelle librerie
l’ultimo libro di Édouard Levé, Suicidio, che Levé consegnò al proprio editore
pochi giorni prima di suicidarsi, nel 2007. Tuttavia nel libro Levé non scrive
di sé bensì di un amico suicidatosi tempo prima, a venticinque anni, una morte
che lo segnò profondamente e che forse – dato l’argomento del libro – ha
motivato la sua stessa scelta. Se qualcuno che conosciamo si toglie la vita il
suicidio diventa d’un tratto possibile anche per noi. Parafrasando Duchamp, si
potrebbe dire che sono sempre gli altri a suicidarsi, ma se il ricordo di un
amico suicida ci perseguita allora l’idea del suicidio – del nostro stesso
suicidio – non è più del tutto insensata. Ci si può suicidare anche per
imitazione.
In un appunto compreso nel secondo ‘Meridiano’ a lui dedicato, Claudio Magris,
parlando del suicidio di Carlo Michelstaedter, dice che si può capire un
suicidio solo “fino al penultimo gradino” e che perciò di fronte a esso bisogna
saper tacere. Édouard Levé però non tace, pur non interrogandosi sui motivi
della scelta del suo amico; ripercorre a grandi linee l’esistenza del suicida,
soffermandosi su alcuni piccoli gesti che in qualche maniera ne definiscono il
carattere e forse anche il destino, oppure su delle stranezze, come quando il
suo amico – a cui è rivolto lo scritto, come se si potesse scrivere a un morto:
e forse si può – compra in un negozio di vestiti usati delle vecchie scarpe che
poi scoprirà essere appartenute a un ragazzo a sua volta suicidatosi, quasi che
ogni suicida sia anche uno spettro famelico di altri suicidi, di altre vite
disperate e a lui offerte.
“La tua vita è stata un’ipotesi” scrive Levé all’amico, nella traduzione di
Sergio Claudio Perroni.
> “Chi muore da vecchio è un cumulo di passato. Si pensa a lui, e compare ciò
> che è stato. Si pensa a te, e compare ciò che avresti potuto essere. Sei stato
> e rimarrai un cumulo di possibilità.”
Di fatto leggendo Suicidio ci si chiede se per taluni il suicidio non sia un
modo di dare un senso a una vita che senso non può avere. Specialmente per un
artista, che a volte vive il morire delle cose intorno a sé con una sensibilità
anche disperata che può portarlo, appunto, alla tentazione di farla finita prima
del tempo.
Chi rimane in vita, chi si duole di un proprio caro morto suicida, porta nel
cuore non soltanto il dolore e l’assenza ma anche l’assurdità del suicidio di
chi ha amato. Quando l’amico di Édouard Levé si spara un colpo di fucile in
bocca lascia un fumetto aperto sul tavolo. Sua moglie vede il cadavere e, in
preda al terrore, si appoggia al tavolo e fa cadere il fumetto sul pavimento. Il
padre del suicida passerà il resto della vita a leggere e rileggere quel
fumetto, persino a regalarlo agli amici chiedendosi a quale pagina fosse aperto
e cosa volesse dirgli il figlio prima di morire.
Ma i suicidi devono per forza dirci qualcosa? Se la frase non suonasse infelice,
si potrebbe affermare che un artista che si ammazza non è un suicida come un
altro. Jonathan Franzen, per esempio, in Più lontano ancora osserva, a proposito
del suo amico David Forster Wallace, che il suicidio aveva “saziato la sua
detestabile fame di carriera”, come a dire che per un artista il suicidio può
anche essere un lasciapassare per la posterità. Analogamente, in Lessico
famigliare Natalia Ginzburg scrive, riguardo al suicidio di Cesare Pavese:
> “Pavese non aveva, in fondo, per uccidersi, alcun motivo reale. Ma compose
> insieme più motivi e ne calcolò la somma, con precisione fulminea, e ancora li
> compose insieme e ancora vide, assentendo col suo sorriso maligno, che il
> risultato era identico e quindi esatto. Guardò anche oltre la sua vita, nei
> nostri giorni futuri, guardò come si sarebbe comportata la gente, nei
> confronti dei suoi libri e della sua memoria.”
Sono parole dure. D’altra parte chi rimane in vita dopo il suicidio di una
persona che ha amato può reagire tanto con il dolore quanto con la rabbia. Anzi,
forse la rabbia si manifesta proprio per proteggere la fragile intoccabilità del
nostro dolore e della nostra incredulità, perché un suicidio è anche un
tradimento nei confronti dei vivi, di ciò che siamo e che dobbiamo continuare a
essere. Non sempre sappiamo sopportarlo. Non sempre possiamo accettarlo, e
perciò attacchiamo. Chi resta in vita è costretto a difendersi dall’insensatezza
della morte altrui. Il suicidio non è un gesto amichevole, dice una vecchia
pagina di Sandra Petrignani (in Come fratello e sorella, Baldini&Castoldi,
1998).
Édouard Levé è stato un artista più che uno scrittore. L’anno scorso Quodlibet
ha pubblicato il suo Autoritratto, un libro che è anche un tentativo di cercare
una nuova forma espressiva, una sorta di istantanea – Léve amava molto le
fotografie – in veste di memoir. Invece non è ancora stato
tradotto Oeuvres, Opere, che mette in elenco 533 opere d’arte non realizzate, un
catalogo immaginario che Georges Perec – grande cultore degli elenchi e autore
amato da Levé – avrebbe senz’altro apprezzato.
Édouard Levé è un minore fra i minori, però ha una peculiarità stilistica e
formale che ce lo rende caro. È uno scrittore atipico il cui suicidio, lo si
voglia o meno, fa parte dell’opera. Leggerlo è sempre interessante, perché la
morte è il nostro più grande mistero ma per lui – con coraggio e tristezza – è
stata anche un sottile esercizio di creazione.
Edoardo Pisani
*In copertina: Käthe Kollwitz, Frau mit totem Kind, 1903
L'articolo Il suicidio come esercizio di creazione. Su Édouard Levé proviene da
Pangea.
I narratori delle pianure li conosciamo bene, come no: celati (anzi, Celati con
la c maiuscola) fra nuvole ariostesche e nebbie felliniane, sempre ansiosi di
perdersi nell’indeterminato orizzonte di bruma. Ma i narratori delle colline
sono un filino diversi… Praticamente il contrario. Amano i dettagli precisi
quanto i primi inclinano alla vaghezza; le trame solide con un inizio, uno
sviluppo e uno scioglimento invece del libero vagabondaggio della scrittura.
Sarà per via dei monti che scolpiscono il paesaggio e precludono lo sguardo a
perdita d’occhio, obbligandoli a “stare al punto”? Non lo so, ma a prima vista
l’idea che mi sono fatto leggendo A prima vista, il divertente screwball
mystery di Alessandra Calanchi edito da Galaad, ambientato durante un’estate dei
primi anni Settanta in un paesino dell’Appennino bolognese, è che ci sia davvero
un certo mood comune fra gli scrittori di pascolo e d’altura. Qualcosa che al di
là d’ogni giudizio di valore li differenzia profondamente da quelli di pianura e
li spinge a consumar sandali «battendo i sentieri da capre dell’Italia», come
Osip Mandel’štam pellegrino sulle tracce di Dante, per braccare indizi
enigmatici e impronte sfuggenti che aiutino a risolvere qualche mistero
cruciale, in modo da far tornare i conti. Da Celati a Benati, da Cavazzoni a
Mammi, i narratori delle pianure di far tornare i conti invece se ne
infischiano; amano andare in giro a vanvera fino a perdersi nella fumana; il
loro ideale rimane Astolfo che cavalca l’ippogrifo fin sulla luna alla ricerca
del senno perduto d’ Orlando.
Tutto diverso è il panorama se ci si arrampica su per i greppi e le cime avare
dell’Appennino. Pensateci bene: non è strano? In una certa zona a cavallo tra
l’Emilia e la Toscana, in un’area geografica limitatissima lungo la linea
sinuosa che va da Montombraro di Zocca a Pàvana, da Porretta Terme a Fiumalbo, è
tutto un gran fiorire d’enigmi d’autore: dal venerabile Loriano Macchiavelli in
coppia con il non meno venerabile Francesco Guccini al fiumalbino d’Algeria
Claudio Nizzi, sceneggiatore principe di Tex Willer dopo la scomparsa di
Gianluigi Bonelli, ma anche autore di umorosi romanzi dove la detection svolge
un ruolo capitale.
Ultima ma non ultima, Alessandra Calanchi s’aggiunge a questa consorteria di
scrittori d’altura con un romanzo fresco e leggibile, che va giù come un
sorbetto. Scritto in modo piano e affabile da chi ben conosce, per passione e
per studi, tutti i trucchi e le risorse del thriller, A prima vista è anche un
concentrato di sapori perduti: conserve della nonna e stoviglie color nostalgia,
streghe di campagna e donnoni felliniani, magici tarocchi e interminabili
partite a briscola, comari pettegole e ubriaconi esibizionisti. Macchiette d’un
tempo che fu, sulle quali si staglia, per potenza scatologica e carisma di
stampo rabelesiano, quel Mangiacristiani di nome e di fatto, Bestemmiatore
ufficiale del paese, che avrà un ruolo capitale nello scioglimento della trama.
Ma che razza di paese sarà mai questo Porto Apollo collinare dove non «c’era il
mare, e non c’era nemmeno un laghetto», un posto il cui maggior vanto stava
nell’aver dato i natali a un pittore, tale Giovannino da C. detto anche il
Pittorucolo, un villano che nella Felsina pittrice dell’eccelso Malvasia è
dileggiato perché s’illudeva di saper dipingere senza averne la minima
disposizione? Una veloce detection su internet farebbe presto a fornirci
l’identikit del paese reale che si cela dietro il microcosmo caricaturale così
saporosamente tratteggiato da Alessandra. Procedimento più che lecito, se
vogliamo seguire il profumo intenso delle spezie memoriali che l’autrice ha
sparso a piene mani sul “mondo piccolo” di Porto Apollo: un posto meraviglioso
per le scorribande fluviali e boscherecce della banda di ragazzini guidata dalla
Castellana (vistoso autoritratto dell’autrice come Giamburrasca), ma anche un
autentico mortorio per una combriccola che vorrebbe divertirsi un po’ alla sera,
ma può scegliere solo fra pomiciare di nascosto al cimitero o pomiciare ballando
un lento davanti allo sfavillante juke-box a gettoni nel bar del paese, emblema
sonoro della civiltà di massa che sta avanzando, con i suoi miti canori
importati dall’America. Perfino il prete del borgo, don Maicol, ha un nome made
in Usa, italianizzato storpiandolo secondo una voga che prenderà sempre più
piede negli anni; mentre il gobbo del paese si chiama semplicemente Mino, un
diminutivo alla vecchia maniera che nessuno dei tanti che vorrebbero toccargli
la gobba-portafortuna può in alcun modo storpiargli.
Magari mi sbaglio, ma è proprio in questo personaggio scempiato e marginale, un
sempliciotto dotato d’una doppia diversità insieme fisica e cognitiva, che
Alessandra è andata a nascondersi per esprimere al meglio lo sgomento dello
scrittore davanti al mondo delle parole che gli vorticano in testa e a cui
vorrebbe dare forma:
> «Che ironia della sorte! Sentire voci, pensieri, parole, e non poterne fare
> nulla se non farle danzare nella propria testa; farle accoppiare, mescolare,
> separare, in una continua giravolta di toni, accenti, significati?».
È quasi una confessione. Tutto il resto: l’immancabile delitto, il ritrovamento
del cadavere da parte della Castellana e dei suoi “sudditi”, il groviglio da
romanzo gotico che tira in ballo nel plot anche un convento (con tanto di suora
in giardino che prende il sole in bikini), fino al decisivo scioglimento servito
su un piatto d’argento al lettore, fa parte della strategia narrativa d’una
scrittrice che – non contenta di scherzare coi fanti – si guarda bene dal
lasciar stare i santi. Anzi, si diverte a scovare la gobba che ciascuno di loro
(e di noi) si porta addosso, pronto all’occorrenza a ingannare gli altri
spostandola da una spalla all’altra come l’irresistibile Igor di Frankenstein
Junior.
Davanti alla libera giravolta di parole e pensieri che s’affollano sulla pagina
Alessandra Calanchi non si ritrae, anzi la governa con piglio ironico ma deciso,
lo stesso che la Castellana sfoggiava, in quella distesa estate degli anni
Settanta, dominando i ragazzini suoi coetanei. Se fosse stata una scrittrice di
pianura, Alessandra si sarebbe forse abbandonata ai piaceri (e ai doveri) della
vanvera fino a volare con l’ippogrifo sulla luna come a volte succede, da
ragazzi, quando ci si smarrisce completamente in un gioco. Ma non c’è bisogno
della seconda vista per accorgersi che l’autrice di A prima vista non ama i
viaggi verso l’ignoto: i narratori delle colline non possono fissare troppo a
lungo un orizzonte che si spalanca all’infinito, neppure per riderci
sopra. Nella partita a nascondino con il lettore giunge allora il sospirato
«Tana libera tutti» che ci riconsegna, con qualche nostalgia, alla cosiddetta
realtà.
Roberto Barbolini
*In copertina: fotografia di scena da “Otto e mezzo”, il film di Federico
Fellini del 1963
L'articolo Dei narratori di pianura e di quelli di collina… Discorso intorno
allo “screwball mistery” di Alessandra Calanchi proviene da Pangea.
La prima sensazione che mi lascia Salisburgo è che sia un luogo kafkiano.
L’aggettivo non è usato a sproposito, dal momento che l’elegante cittadina è
dominata da una fortezza che sovrasta i tetti e i campanili. Un’immagine di
severa austerità si fonde con un senso di oppressione morale. Né il favoloso
paesaggio alpino riesce, con le sue linee di fuga e le ampie vallate, a
stemperare un vagamente ossessivo martellar di pensieri.
All’inizio della sua Autobiografia, Thomas Bernard riporta che Salisburgo
detiene in Austria il numero più alto di suicidi. In questa città è nato Georg
Trakl, sulla cui tomba Paul Celan amorevolmente poserà un mazzo di fiori.
Da tempo ho smesso di credere nelle coincidenze, soprattutto in letteratura.
Forse, è per questa strana associazione di vite e di poeti che, camminando per
le vie di Salisburgo, mi viene in mente Paul Celan.
All’inizio, quando ancora il pallore della carta mi fissava implacabile,
immaginavo di scrivere qualcosa sul dettato poetico di Celan. Ho letto e riletto
le sue poesie, sottolineato i passi più intensi di quel capolavoro che
è Microliti. Nulla da fare, mi rendevo conto che ogni appunto, nota e
osservazione si arrestavano sempre così al di qua delle cose. Tutto quello che
scrivevo mi sembrava superfluo, così esile e disarmato di fronte alla tangibile
ed impronunciabile evidenza della tragedia.
Cosa dire che non fosse già stato detto e ripetuto? Come riuscire a scrivere
qualcosa che non suonasse retorico, falsamente accorato, inerme di fronte
all’impenetrabile dolore di una vicenda storica e ancor prima umana? Con quale
diritto possiamo pensare di entrare nella vita di Celan, esplorarne il mortale
silenzio, misurare infine la traiettoria dell’ultimo salto, oltre il parapetto,
verso le gelide e torbide acque della Senna?
A quel punto, ho deciso di cambiare radicalmente rotta. Ho abbandonato
definitivamente l’idea di scrivere qualcosa di minimamente sensato sulle sue
poesie. Allora, senza tema di essere presuntuoso, ho immaginato che la
sofferenza si potesse trasformare, come nelle incisioni di Escher, in
qualcos’altro, per esempio in una serie di piccole rondini o di pesci dalle
forme bizzarre. Mi sono umilmente avvalso delle forze dell’immaginazione che –
come ha scritto il mio amato Nabokov – alla lunga sono le forze del bene.
Ho pensato a Celan e alle persone che ne hanno costellato l’esistenza. Ho
immaginato che avesse infine trovato conforto e riparo dentro il sorriso della
vita che tutto accetta e rasserena in una calda e commossa intimità. Che
l’incontro con Heidegger gli avesse suscitato quel lampo di complicità che
proviamo quando capiamo di essere stati compresi nel profondo. Che il rapporto
intessuto nel tempo con René Char, fatto di lettere simili a preghiere e
incontri sempre rimandati, gli avesse infine fatto comprendere pienamente il
valore dell’umana amicizia. Che i caldi abbracci delle donne, di Ruth, Rosa,
Ingeborg e Gisele, lo avessero infine indotto a credere nelle linee della mano,
negli oroscopi e nei fondi di caffè. Che, infine, nella lingua tedesca non
avesse trovato solo l’eco dei carnefici ma anche la promessa di un riscatto,
l’ipotesi realistica di una patria.
Ho immaginato tutto questo, e chiedo scusa se qualcuno inarcherà seccato le
sopracciglia.
D’altronde, con Celan accade come con gli esploratori di terre lontane: la sua
poesia è uno stendardo mosso dal vento feroce di lande antartiche, l’orma di un
astronauta su un pianeta remoto. Come a dire: con Celan tutto è finito, almeno
tutto quello che ci sembrava di conoscere. Tutto è da rifare.Ecco perché ogni
suo verso, ogni singola parola, reca in sé l’assordante vastità del silenzio,
vestita di azzurro infinito.
Leggi la poesia di Celan: all’erta, cerchi l’attimo che incrina il filo
invisibile teso tra le tempie. Oltre il nodo del filo spinato, forse si trova
l’orizzonte della speranza.
Lorenzo Giacinto
L'articolo “Le forze dell’immaginazione sono le forze del bene”. Breve omaggio a
Paul Celan proviene da Pangea.
La vegetariana di Han Kang (Adelphi, 2016) mi ha fatto subito pensare a Doppio
sogno di Schnitzler, a causa dell’atmosfera, per lo stile alto e novecentesco,
dove – finalmente – senza lo scabro minimalismo cui siamo abituati negli ultimi
tempi, la vastità dell’animo umano trova spazio per essere osservata
minuziosamente, sino al mostruoso. Mi ha fatto pensare a Schnitzler anche per il
frangente iniziate di un erotismo conturbante e violento, quando il marito
sembra essere indeciso tra il punire la moglie, a causa della sua decisione di
non mangiare più carne, e il desiderarla più di prima, forse in quanto
frastornante intreccio di disobbedienza e alterazione sensoriale.
Il desiderio si traduce in punizione, in quanto chi si sottrae attrae, e attrae
anche senza alcun desiderio, perciò abbiamo un’immagine d’improvvisa estraneità
tra marito e moglie, in cui la sessualità ci appare al più strumento di
violenza.
Di Yeong-hye, la protagonista, osserviamo l’interiorità solo mediante la
disperazione magistralmente urlata nelle pagine del diario, laddove ci appare di
umore nero, del tutto fuori contesto all’interno del ménage familiare. Dopo un
incontro inquietante, però, rivela una nuova prospettiva, un nuovo gioco di luci
e ombre. Ci liberiamo dello sguardo di un marito incapace di comprendere la
sofferenza profonda nell’animo della moglie, e osserviamo il punto di vista di
una terza persona, il cognato della protagonista, apparso in un momento che
sembra diverso dal resto del romanzo: osserviamo Yeong-hye lasciarsi dipingere
un fiore sulla pelle accanto a quella che il cognato definisce macchia
mongolica. Costui le provoca desiderio e terrore, consapevolezza di star facendo
qualcosa di estremamente sbagliato, ma di cui non può fare a meno. Ciò che in
quell’istante potrebbe sembrare un tradimento, da un’altra prospettiva potrebbe
essere accostato a un incantesimo volto a trasformare Yeong-hye in pianta.
Nella prima parte, intitolata La vegetariana, assistiamo inermi alla
trasformazione nerissima della coppia marito/moglie da intima a estranea, nella
logica freudiana del perturbante. Nella seconda parte, La macchia mongolica, ci
inoltriamo in un nuovo, e nuovamente perturbante, altrove scaturito
dall’estraneità apparente che si fa tramite di passione smodata, e
incantesimo. In questa seconda parte Yeong-hye sembra non essere la stessa della
prima parte, sembra non avere nome, non è la donna di prima, è un’estranea,
un’altra. È cominciato quindi il tempo della metamorfosi.
Nella terza parte, Fiamme verdi, il punto di vista è della sorella – di nome
In-hye –, la narrazione torna più volte sul dipinto floreale, in quanto il
desiderio di Yeong-hye di smettere di mangiare carne si traduce in anoressia.
Infine, la vediamo al culmine delle forze, in un ospedale psichiatrico, laddove
la diagnosi non è più di anoressia ma di schizofrenia, e ricorda tanto il caso
di Ellen West analizzato dallo psichiatra svizzero Ludwig Binswanger.
Hang Kang vince il Nobel nel 2024 anche grazie a questo libro; raramente mi è
capitato di pensarlo negli ultimi anni di altri, questa volta sì: è un Nobel per
la letteratura meritatissimo. Non si tratta di un libro sul vegetarianesimo,
sull’anoressia, o sulla schizofrenia, o quantomeno solo nella dimensione in cui
tutto ciò si configura come una lotta, una forma di desiderio silente di
sparire. Vi è qui esposto il sinthómo del Seminario XXIII di
Lacan. Il sinthòmo è la vita oltre la vita, l’oltrepassamento, l’assoluto, la
scelta immutabile di abitare pienamente il reale aprendo tutte le porte, senza
chiuderne alcuna o, meglio, chiudendo la porta al principio di realtà. È una
rivolta, una guerra silenziosa, un desiderio di tornare al ventre materno,
all’origine minerale di tutte le cose. Il desiderio di sparire è equiparabile
al desiderio di essere vista realmente dagli uomini che dicono di amarla, dalla
società coreana contemporanea, in ultimo, di sottrarsi ai rapporti di forza del
proprio contesto, ed è questa la ragione principe di ogni malattia dell’anima e
di ogni suicidio: il tentativo estremo di sottrarsi una volta per tutte
all’identità sociale che non abbiamo scelto ma da cui siamo costantemente scelti
senza essere interpellati, così come la protagonista del romanzo viene osservata
da tre punti di vista diversi, ma mai dal proprio.
L’inversione primordiale sperimentata dalla protagonista rende chiarissimo il
momento in cui, in un dialogo con la sorella, costei definisca il proprio stato
patologico con il riso fanciullesco di chi abbia trovato la sorgente, concetto
tanto caro a Hölderlin, per dire. Un momento icastico, struggente, è nella terza
parte, quello in cui – in una posa naturalissima – la troviamo ribaltata in
verticale, nella stanza d’ospedale, quando sembra aver finalmente compreso che
gli alberi siano rovesciati e le loro braccia siano radici, mentre i rami e le
foglie costituirebbero gli arti inferiori e, perciò, del tutto logicamente, la
protagonista non avrebbe bisogno di cibo ma di acqua. Fino alla fine le cure
prescritte e in un secondo momento somministrate con la forza dal personale
della clinica appaiono inadeguate, il desiderio trascendente di non vivere ha
messo radici profondissime in lei, e qualsiasi tentativo di cura le appare quale
riverbero dell’umana violenza, del principio per cui ha iniziato il suo viaggio
a ritroso verso la sparizione, la mineralizzazione. Reperto di se stessa, non
può essere curata dai medici, dal marito né dalla sorella, ma è fiore più che
frutto di tutta la congerie familiare, capro espiatorio ebefrenico dell’intera
astuzia e violenza dell’umano, così come la follia nel suo testimoniare diviene
martirio cristico, che si fa carico in croce dei mali di ogni essere vivente,
senza saperlo, forse senza neppure volerlo; al di là del desidero del soggetto,
nell’acuminato sentiero di espiazione cosmica.
Ilaria Palomba
*In copertina: Alberto Giacometti, Senza titolo, 1949
L'articolo A tutto sottratta. Intorno a “La vegetariana”, ovvero: di
trascendenza, rivolta e sparizione proviene da Pangea.
Nel fatidico “Canone Occidentale”, tra Don DeLillo e Cormac McCarthy, Thomas
Pynchon, Flannery O’Connor e Saul Bellow, Harold Bloom conficca Ursula K. Le
Guin, una scrittrice ‘di genere’, genericamente eccezionale: preferiva La mano
sinistra del buio, romanzo di fantascienza ritornato di recente negli alti
ranghi editoriali – Mondadori sta rieditando i romanzi più noti di Ursula. A suo
dire, la Le Guin ha mutato definitivamente genere al ‘genere’: ha fondato – dopo
i sommi pionieri: Tolkien & Lewis – l’aristocrazia del fantasy e della science
fiction. Per la Library of America, Bloom – ossessionato dal suo genio radicale
e marginale – ha curato i Collected Poems della Le Guin: le sue poesie –
pubblicate nell’arco di una vita – “mi ricordano, pur restando la testimonianza
di una inimitabile individualità, alcuni accenti di William Butler Yeats e il
‘tocco’ di Robinson Jeffers”. Per intenderci: nel “Canone Occidentale” Bloom non
canonizza Philip K. Dick (che pure piaceva molto alla Le Guin).
Figlia di un grande antropologo, Alfred Kroeber, Ursula scrisse il primo
racconto a dieci anni: alternava la lettura di Orgoglio e pregiudizio e di
Virginia Woolf a quella dei miti degli Yana, i nativi americani della
California, raccolti dalla madre; era nata a Berkeley, nel 1929. Scrittrice per
lo più inafferrabile, Ursula Le Guin è una creatrice di mondi: di recente mi
sono tuffato in “Earthsea” – reso in italiano come “Terramare” –, un universo
parallelo costituito da arcipelaghi, isole, golfi e draghi. Il protagonista del
ciclo – inaugurato nel 1968 e concluso nel 2001, tra i più importanti per
longevità –, Ged, è un mago dal fascino ambiguo. Nel primo libro del ciclo –
tradotto da Roberta Rambelli nel 1979 per Editrice Nord come ll mago di
Earthsea, ora in catalogo Mondadori nella versione di Ilva Tron come Un mago di
Terramare – Ged deve affrontare la propria Ombra, “uno dei Poteri della
non-vita”, “quel suo nero io”. L’inseguimento – che è poi una sequela dentro se
stessi – lo porterà fino ai confini di “Terramare”. L’Ombra – evocata per gioco,
per un delirio dell’essere – sarà per sempre la controparte del mago, lacerato
fin nel volto.
Tutto l’addestramento di Ged – che si compie, al principio, nel piccolo
villaggio nativo, poi alla scuola di Roke –, e dei maghi in genere, si focalizza
sull’esatta conoscenza dei nomi. Chi conosce il vero nome di una cosa – reso
invisibile dall’incuria, dalla disattenzione, dai licheni del tempo, dalla
‘caduta’ – può agirla, può agitarla, può mutarla per contatto. Conoscere il nome
di una cosa – di un uomo, di una pianta, di un drago – non significa
impossessarsi di essa, ma sprigionarla – liberarla, nella migliore delle
situazioni. Liberare i nomi, librarsi tra i nomi. Trovare di ogni creatura
l’autentico nome – rinominarla, cioè: rinnovare gli affetti.
> “Il mio nome, il tuo, e il nome vero del sole, di una sorgente d’acqua o di un
> fiore non ancora sbocciato sono tutte sillabe di un’unica grande parola che
> viene lentissimamente pronunciata dal brillare delle stelle. Non esiste altro
> potere. Non esiste altro nome”.
I poteri oscuri sono detti “Innominabili”: non hanno nome, sono lì dal principio
del mondo. Su di essi presiede una bambina – che non muore mai ma si reincarna
in perpetue bambine sacrificali – “Colei che è stata Divorata”. Vuota di sé,
piena del tutto, questa bambina è iniziata al silenzio e al buio.
Oltre alla mitologia dei nativi, la Le Guin leggeva Jung, maneggiava l’I-Ching;
la sua traduzione del Tao Te Ching (uscita nel 1997) è particolarmente
riuscita.
Il ciclo di “Terramare” è pensato per lettori-ragazzi: niente a che fare con
libri totali come La morte di Virgilio o il Doctor Faustus; eppure, quei
romanzi, nitidi, prodigiosi in immaginario, sono bellissimi. La loro lettura
s’intreccia, nel mio penare di mente, con quella della liturgia, in particolare
con il primo libro di Samuele. Addestrato dal sacerdote Eli, Samuele è detto
“veggente” (1 Sam 9, 11). In ebraico ro’eh, veggente, deriva dal verbo raah, che
significa, appunto, vedere. Il Testo spiega il contesto: “quello che oggi si
chiama profeta, allora si chiamava veggente” (1 Sam 9, 9). Il profetismo è
fenomeno specificamente biblico (leggersi l’introduzione di Gianfranco Ravasi
a I libri dei profeti, Bur, 2004): i profeti – di cui il prototipo compiuto è
Mosè – sono i portavoce di Dio, i chiamati che richiamano l’uomo all’obbedienza.
In ebraico profeta – colui che parla, a cui è incorporata la lingua di Dio – si
dice nabi. La parola del profeta è parola ‘efficace’, che agisce – il profeta
penetra negli spiragli della Storia e la sovverte. Sfacciata, sfaccettata è la
sua natura: il profeta abita il deserto – il luogo in cui Dio parla è però il
luogo in cui bisogna vincere l’idolo, il demone, l’illusione – e si scaglia
contro il palazzo (un prototipo che per lignaggio giunge fino a Giovanni
Battista). A volte, però, il profeta è incardinato nel palazzo, a giustificare –
più che a saggiare – l’operato del re sotto opera di Dio, assumendo funzioni
sacerdotali.
La parola-voce del profeta si fa, in esuberanza visionaria, parola scritta.
Parola, però, che non si fa legge né norma, quella del profeta, ma lievito – è,
la sua, parola vivente, parola scarcerata.
C’è un terzo termine che designa l’uomo preda di Dio: chozeh, l’ispirato
(da chazah: percepire, vedere con la mente, contemplare). Questi tre termini –
profeta, veggente, ispirato – sono usati spesso come sinonimi, testimoniano la
stratificazione storica del Testo; eppure, possiamo intenderli come un diverso
modo di approccio al divino; come una sorta di ascesi. Un conto è essere
consacrati a Dio, abitarLo continuamente; un conto, ad esempio, è stringere un
voto – che, per natura, dev’essere ‘svuotato’, realizzato.
La profezia, in questo senso, è l’eccellenza della vita eccedente, dedita a Dio.
Il profeta è legato alla bocca e alla scrittura, la sua è una regalità da
spelonca, da speleologo di Dio, da stilo-locusta. Il veggente – il cui organo è
l’occhio – interviene in alcuni momenti capitali, ‘a chiamata’; non scrive. La
figura dell’ispirato – che vive sulla soglia di Dio, lo assume per sussurri, in
spiragli – è direttamente legata alla corte: agli ispirati compete la redazione
delle cronache (“Le gesta di re Davide, dall’inizio alla fine, sono descritte
nei libri del veggente Samuele, del profeta Natan, dell’ispirato Gad”, 1 Cr 29,
29; a dire del legame tra storia e profezia ma anche del diverso livello
d’iniziazione a Dio) ma soprattutto la composizione di musiche per il rito. Asaf
“l’ispirato” (2 Cr 29, 30) scrive i testi intonati dai leviti in lode di Dio:
capo dei cantori, alla corte di Davide, a lui sono ascritti alcuni Salmi. L’arte
del cembalo e della voce, dell’arpa e della cetra è propria dell’ispirato: la
musica facilita l’ascesa, il ‘rapimento’.
Con ciò non s’intende sintetizzare una gerarchia – profeta, veggente, ispirato
–, assente nel Testo, ma intuire il mistero dei ‘chiamati’. Anche la Didaché,
l’antico testo dottrinario cristiano, parla di diverse cariche – di diversi
incarichi e servizi –, ispirate o ‘elettive’: “apostoli”, “episcopi e diaconi”,
“profeti e dottori”. La venuta di Cristo, però, ha sovvertito i canoni
sacerdotali: l’evento pentecostale (At 2, 14 ss.) realizza la profezia
pronunciata da Gioele: “e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie;/
i vostri anziani faranno sogni/ i vostri giovani avranno visioni” (3, 1). Nulla
di pacificato nell’ardire a Dio, bensì di ‘apocalittico’: “Diventare
profeta significa comportarsi in modo straordinario, perdere il dominio di se
stesso, essere travolto dalla forza irresistibile del Signore” (così i curatori
della Bibbia Tob). La profezia che adombrava la fine del mondo, ora prepara il
mondo nuovo. Che oggi si sia per lo più supini in merito al sacro, resi
all’acquiescenza quando non a un isterico gracidio dell’io – come se avessimo
cose da difendere, cose di cui disfarci – è un segno.
*In copertina: un fotogramma da “I racconti di Terramare” (2006) di Gorō
Miyazaki
L'articolo “I vostri giovani avranno visioni”. Dal mago di Terramare al genio
della profezia proviene da Pangea.
Rimbaud e Ducasse non poterono eludere i loro tormenti rifugiandosi in un
sistema da cui predicare con profitto. Non si infatuarono della loro stessa
impostura verbale al punto da insistervi fino allo sconveniente, né presero, a
lungo, posizione – adagiandosi su dei sofismi, magici o meno che fossero
– perché schierarsi significa aver trovato una soluzione, e concludere vuol dire
cancellare l’assurdità e la tragicità del vivere.
L’angoscia precluse loro la salvezza. Nel loro caso, ci è impossibile parlare di
felicità, e, tuttavia, furono tanto sensibili e lucidi da non trovare
consolazione nel suo contrario. Mai trovarono «il luogo e la formula»[1].
Ambedue cedettero solo per poco tempo al cattivo gusto di spiegare e spiegarsi,
di condividere col mondo le proprie nausee e collere, di piangere in pubblica
piazza e compiacersene. Si disgustarono presto – la specificità delle esistenze
e i rispettivi epiloghi, pur nelle loro differenze esteriori, lo prova – dei
loro stessi trucchi. Perché cos’è la poesia se non un trucco per forzare il
reale, per tentare di evaderne? Una fuga di rango, ma pur sempre una fuga. Per
loro, come per ogni autentico poeta, la poesia fu una maniera per far fronte,
disperatamente, al proprio istinto suicida; fu un modo per rivoltarsi contro la
morte e installarsi, con violenza, nella vera vita.
Ma, presto, la seppero assente.
Si gettarono a capofitto nell’impresa, ma senza fede, mai realmente ignorando la
loro «disfatta senza avvenire»[2]. Vertiginosa fuga dall’immanente causata dal
bisogno d’infinito, dalla smania di trascendere. Ma, presto, scoprirono tanto
l’inconsistenza del qui quanto l’inesistenza dell’altrove. Rimbaud inaridì,
Ducasse si uccise. Non scelsero; le cause dei fatti, gravi o lievi che siano,
delle gioie alate e di quell’altro accecante sogno – l’infelicità – rotolano giù
per abissi infiniti: nelle pieghe del carattere, del destino.
Con quale diritto Rimbaud volta le spalle all’Europa e alla nostra vigliaccheria
per non fare più ritorno, sprofondato in un silenzio definitivo e per nulla
conciliante, invece di uccidersi come Ducasse? O meglio, perché l’uno si ammazza
e l’altro no? Perché, come dice Kafka nei suoi Diari, ci si sente soggiogati
dalla stranezza di un imperativo silenzioso che ci impedisce di farla finita? Lo
scrittore praghese – nello stesso appunto datato 30 ottobre 1921 – arriva
addirittura a scrivere:
> «Si è sospinti verso l’assurdità dell’“io per parte mia sarei già perduto da
> tempo”. Io per parte mia»[3].
Qui, lo stesso dualismo psichico di fondo rinvenuto sia in Rimbaud, sia in
Lautréamont. Ma si tratta di un’ingegnosa invenzione da parte di questi illustri
autori volta a migliorare il proprio arsenale letterario, e con esso strappare
degli applausi, oppure, più atrocemente, della constatazione di una duplicità
che, sia pure in diversa misura, infesta e costituisce ciascuno di noi?
Un’intima contraddittorietà che si fa lacerazione d’identità. Convergenza fra sé
e altro da sé, il manifestarsi dell’uno nell’altro, coincidendo tra loro per
separarsi sempre di nuovo.
L’io è dunque costituito da un altro se stesso che lo precede, nella misura in
cui lo sopravanza ed eccede, e, l’io, sollecitato da qualcosa che non è lui,
tenta di fuggirsi, di oltrepassare la propria eternità, l’eternità della sua
angoscia. Non possiamo, a piacimento, disfarci di noi stessi, non possiamo
sradicare volontariamente la sola cosa che realmente abbiamo in noi, o che ci
possiede, poiché «la maestà dell’uomo è presa a prestito»[4]. Sarebbe senz’altro
comodo disporre di sé fino al suicidio. Abbiamo un bel lamentare l’insensatezza,
la noia, e le brutture dell’esistere, dell’esser nati, con i toni della più
dotta geremiade, facendoci portatori dell’antica saggezza del Sileno, imprecando
e disperando, dinanzi a un Dio irritante e assente, come gli Edipo e i Giobbe.
Eppure, una forza oscura permane, una forza che grida di non voler affatto
morire, che ha paura di morire – in Ducasse, semplicemente, questa forza, da lui
indipendente, si estinse, venne meno. Fondane, a tal proposito, nel suo mirabile
scritto su Rimbaud, scrive che «la Ragione ha deciso che ci mancano delle
ragioni per vivere – come se avessimo deciso di vivere –»[5]. La Ragione
vorrebbe, talvolta, mettere fine ai nostri giorni; si rivela impotente.
Impotente a risolvere il benché minimo problema, fors’anche a porlo, certamente
impotente a determinare i nostri atti che, comunque, non corrispondono alla vera
vita. D’altronde «l’azione non è la vita, ma un modo di sciupare le forze, uno
snervarsi. La morale è la debolezza del cervello»[6].
Questo arrivare sempre a cose fatte, questo continuo incespicare in ciò che
abbiamo già compiuto e detto, e l’atto di indagarne il senso – l’essere colui
che indaga – sono una costrizione che riguarda, sia pure in diverso grado e
intensità, ciascuno di noi. Con quali parole, che siano universalmente
comprensibili, l’io, il condannato a morte, può dire che il boia è fatto della
sua stessa materia? Come comunicare che qualcosa in noi, che siamo e non siamo,
parte e si allontana, e con lui, controvoglia, ci porta, ci traina? Chi, dunque,
si ostina a vivere e chi, invece, persevera altrettanto caparbiamente nel suo
contrario? Bounoure, nel saggio intitolato Il silenzio di Rimbaud, ci riporta
che, per Nietzsche, in fondo «ad ogni anima nobile c’è “qualcosa che non si può
cercare né trovare e forse neppure perdere”»[7], e che anche Kafka ha visto «che
questo segreto dentro noi stessi “è qualcosa di indistruttibile”»8. Questa
scissione è sempre esistita, è una cifra innata di quell’animale vago che è
l’uomo, oppure è stata acquisita e coltivata nel corso di lunghissimi anni,
aggravando così la nostra condizione? Allo stadio acuto del civilizzato, in cui
da millenni ci troviamo, è possibile opporsi all’evidente ipertrofia della
coscienza, di questa coscienza tetica che soffre del disporsi dinanzi a se
stessa? Perché raffinare il nostro sapere – e in particolar modo il sapere chi
noi stessi siamo – se ciò ci addolora? A che pro tappezzare di specchi la stanza
della propria intima angoscia, così da non potersi più giovare con disinvoltura
dei propri piccoli e quotidiani imbrogli, dei propri autoinganni? È auspicabile
– e, soprattutto, possibile – una relativizzazione del ruolo assunto dalla
conoscenza, dal sapere? In definitiva, è in nostro potere fare a pezzi la
conoscenza, dopo essersene imbevuti, per salvare l’esistenza, possiamo
disprezzare e gettare via l’intelligenza così da aggrapparci all’assurdo per far
tacere questa coscienza infelice – o meglio, per non compromettere la nostra
eternità –, oppure quel che è accaduto non è reversibile? Ducasse, riguardo ciò,
scrive che «il male che l’uomo ha fatto non può più essere disfatto»[8], che
«tutta l’acqua del mare non basterebbe a lavare una macchia di sangue
intellettuale»[9]. Viviamo nell’antivita, in una sorta di automatismo della
coscienza. Ritenerlo scabroso e provarne orrore, oppure esserne indifferenti
fino a quasi compiacersene; ecco le due posizioni che, alternativamente – o,
peggio, simultaneamente – adottiamo. Esclamare, con Rimbaud, «allora, – oh! –
povera anima cara, sarebbe perduta per noi l’eternità»[10] – perché proprio
questo comporta la caduta nel tempo, nel linguaggio – oppure, sulla scia di
Ducasse, crogiolarsi in una simile declamazione: «Spettatore impassibile delle
mostruosità acquisite o naturali che decorano le aponeurosi e l’intelletto di
chi parla, getto un lungo sguardo di soddisfazione sulla dualità che mi
compone»12.
Nella Genesi, l’Albero della Conoscenza ci viene presentato quale Albero della
Morte. Insomma, l’Albero della Scienza non è l’Albero della Vita. Non è
possibile barare. Non si può – attraverso le tecniche, le pratiche e le formule
della scienza – raggiungere la vera vita. Da qui, l’inevitabile ciarlataneria
dell’arte di cui parla Baudelaire. Da qui, la ferocissima contestazione di
Rimbaud al cristianesimo quale ennesima dichiarazione della scienza. Da qui,
l’orrore che Ducasse patisce per essere volontariamente precipitato nella
bassezza dei propri simili asservendo se stesso e la propria rivolta al
linguaggio. La vera vita è la realtà che volatilizza il pensiero, che rovescia
la parola nel silenzio da cui proviene; ha a che fare con ciò che si situa al di
là del linguaggio-pensiero, e cioè un universo immediatamente buio, senza
immagini.
Occorre qui una breve precisazione. Se per Ducasse, com’egli esplicita nella
prima sezione delle sue Poesie, dalle parole alle idee non c’è che un balzo, per
Rimbaud invece, all’altezza della Lettera del Veggente, ogni parola è già
un’idea. Per Jean Paulhan, Rimbaud, così facendo, stabilisce una confusione tra
le parole e le idee. Non esisterebbe più retorica senza la separazione tra
linguaggio e pensiero; non sarebbe più possibile distinguere un sofisma da una
proposizione vera, buona, giusta. Ma è proprio così; Rimbaud nega il
linguaggio-pensiero in blocco, senza sconti, quale magico quanto vano sofisma.
Ducasse, in ciò, meno radicale, in apertura alle Poesie, sostiene, per
denigrarli e superarli, che i gemiti poetici del proprio secolo non sono altro
che sofismi. Torniamo a noi. L’intero scibile umano impedisce il salto.
Impieghiamo la conoscenza per tentare di proteggerci dalle forze aggressive del
reale, per provare ad aggirare la pericolosità dell’esistenza terrestre, che
temiamo. La lucidità è terribile, non dà alcuna presa sul mondo né su di sé; è
soltanto un raffinato strumento di tortura. Il miracolo è ostacolato dal sapere,
non si può forzare la grazia. Per alcuni spiriti di rango, come i due poeti che
stiamo considerando, risultò parimenti impossibile, e fors’anche penoso,
abbracciare la gioia della rinuncia. Troppo fieri e riottosi per accogliere
l’invito che, a ben vedere, ci propone ogni forma di saggezza umana: inebriarsi
dei fumi della rassegnazione, asservirsi alla necessità, sottomettersi a una
ragione qualsiasi – glorificando la propria sconfitta, la propria vocazione al
fallimento. Una lotta impari, votata allo scacco, alla disperazione, alla
demenza, alla morte – ma, tuttavia, una lotta. L’Albero della Vita oppone
l’ignoranza, la libertà libera e il nulla – solo abbrutendosi si rischia
l’eternità – a «quella promessa, quella demenza!»[11] dell’Albero della Scienza.
Ma non è possibile abbrutirsi fino in fondo, fino a farsi bifolchi. Hanno
imbrogliato; quel che Fondane dice di Rimbaud crediamo che, in questo caso,
valga anche per Ducasse, e cioè che «mangiando il frutto dell’albero della
Scienza, ha voluto far credere a Dio d’aver mangiato esclusivamente il frutto
dell’Albero della Vita»[12]. Ed è questa la tragedia: non si può vivere con la
ragione, né si può vivere senza. Non si può superare la Ragione impiegandola.
Aver, anche solo per una volta, voluto sapere ci ha condotti sin qui, a non
avere fra le mani che le categorie del pensiero, incapaci di mostrare altro che
se stesse. E il terrore di divenire realmente stupidi o folli, l’attaccamento a
quest’intelligenza che pure disprezziamo, e che ci disprezza. L’insopportabile
nulla e la vacuità della scienza. Un inestricabile groviglio di miseria e
grandezza.
Baudelaire è il primo grande brivido della modernità, con le parole di Rimbaud:
«È il primo veggente, re dei poeti, un vero Dio. È però vissuto in un ambiente
troppo artista; e la forma in lui tanto vantata è meschina: le invenzioni di
ignoto reclamano forme nuove»[13]. Ma non è tutto qua. Come ben nota Fondane,
Baudelaire pagò ogni lascivia, affettazione e impudicizia con una severa dose di
rimorsi. Furono autentici gemiti di sofferenza, i suoi. Si impiantò sillogismi
sul viso e lacrime negli occhi, e componimenti come Colui che si autopunisce lo
provano, sin nel titolo. Fu, insomma, cattolico finanche nel suo dandysmo. Ecco
la definizione che Baudelaire, ancora preso nella morsa della stretta idealista,
dà del dandy, il quale, secondo lui, dovrebbe aspirare a essere –
incessantemente – sublime: «“Deve vivere e dormire davanti a uno
specchio”»16. Ma è possibile vivere e dormire davanti a uno specchio? Si può
vedersi vivere – questa è, precisamente, la condizione dell’intellettuale –, ma
non è certo possibile vedersi dormire. E, più ancora, è da considerare
desiderabile l’atto di osservarsi?
L’osservarsi stesso non compromette in partenza una reale aspirazione al
sublime? Avere uno specchio davanti a sé – oppure essere lo specchio in cui
l’altro, che pure siamo, si osserva – significa valutarsi, giudicarsi,
travestirsi, soppesarsi, recitare, falsarsi, lusingarsi o torturarsi, esaltarsi
o farsi preda di lugubri scoramenti e, in ultima analisi, sprecarsi in un
mimetismo allucinante. L’Altro, il Dio, si guarda e opera nella nostra cecità –
nell’assenza dell’umano, nel retroterra dello sguardo dell’uomo –, oppure,
essendo l’atto di vedere stesso cecità, l’Altro agisce ed esiste
indipendentemente dallo sguardo umano? Un’alterità che, comunque, sembra
necessitare la parola; la invoca perché crede abbia il potere di lenire la sua
infelicità, la sua angoscia. Lui ha popolato il buio di specchi e incubi – di
parole. Ha agognato il proprio riflesso, che non tollera, che gli è, nel
migliore dei casi, inutile. Si è creato la propria duplicazione e, in questa
moltiplicazione, ogni entità non deve sapere dell’altra. Siamo un nodo di
innumerevoli vite, in conflitto tra loro, che si ignorano reciprocamente.
Spezzato lo specchio, ferita la parola – facente parte di quell’ampio sistema
ostruttivo che ci impedisce di vivere –, inginocchiarsi di fronte al buio e,
impedendosi di pregare, sostare nelle fonti dello stupore. Entrambi, Rimbaud e
Ducasse, provarono a spogliarsi della tristezza e dei prodotti del dubbio per
riguadagnare l’eternità perduta – che mai dimenticarono e di cui soffrirono la
mancanza. Allo stesso tempo, non furono disposti a rinunciare alla propria
intelligenza, alla propria lucidità. Soffrirono tanto nel sonno quanto nella
veglia. La parola, che a volte lusinga l’angoscia che siamo, più spesso la
fomenta. La nascita del linguaggio è già la separazione dall’eternità.
> «L’ardore dell’estate fu affidato a uccelli muti e l’indolenza richiesta a una
> barca di lutti incalcolabili per anse d’amori morti e di profumi
> esausti»[14].
Angelo Albani
*In copertina: Max Ernst, Senza titolo, 1921
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[1] A. Rimbaud, Illuminazioni, in Opere complete, trad. it. a cura di M.
Richter, Torino: Einaudi-Gallimard, 1992, p. 405.
[2] A. Rimbaud, Versi nuovi e canzoni, in Opere complete, cit., p. 259.
[3] Franz Kafka, Diari, in Confessioni e Diari, a cura di Ervino Pocar, Milano:
Mondadori, 1972, p. 602.
[4] Lautréamont, I canti di Maldoror. Poesie. Lettere, trad. it. a cura di L.
Binni, Milano: Garzanti Editore, 2021, p. 35.
[5] B. Fondane, Rimbaud la canaglia, cit., p. 136.
[6] A. Rimbaud, Una stagione all’inferno, in Opere complete, cit., p. 361.
[7] Gabriel Bounoure, Il silenzio di Rimbaud, a cura di Riccardo Corsi, Milano:
Edizioni degli Animali, 2013, cit., p. 32.
[8] Lautréamont, I canti di Maldoror. Poesie. Lettere, cit., p. 253.
[9] Ivi, cit., p. 443.
[10] A. Rimbaud, Una stagione all’inferno, in Opere complete, cit., p.
369. 12 Lautréamont, I canti di Maldoror. Poesie. Lettere, cit., p. 381.
[11] A. Rimbaud, Illuminazioni, in Opere complete, cit., p. 393.
[12] B. Fondane, Rimbaud la canaglia, cit., p. 76.
[13] A. Rimbaud, Lettera del Veggente, in Opere complete, cit., p. 145. 16 B.
Fondane, Rimbaud la canaglia, cit., p. 57.
[14] A. Rimbaud, Illuminazioni, in Opere complete, cit., p. 423.
L'articolo Rimbaud & Lautréamont: i poeti che hanno disintegrato la poesia
proviene da Pangea.
L’introduzione è utile a capire il carisma dello scrittore – la sua catarsi
catastrofe.
Si era ritirato a Georgeham, nel Devon, con l’idea di scrivere l’epopea di una
lontra. Il Taw, che scorre per una settantina di chilometri in quella contea,
aprendosi in selvaggi meandri, donando il senso di una vita tra giungle a
ventre, a ventaglio, diventò la sua casa. Henry William Williamson era nato il
primo dicembre del 1895 in un sobborgo di Londra, è vero, ma le escursioni nel
Kent lo avevano addestrato all’amore per la natura. Neppure ventenne, si era
arruolato nel London Regiment: la Prima guerra era stata per lui l’autentica
balia. Henry imparò a lottare, a sopportare, a indignarsi. Fu sottotenente, poi
ufficiale; usava la mitraglia, si piegò a ogni impegno, chiese di essere
arruolato nella Raf – gli effetti dei gas respirati in trincea lo avevano
falciato. Odiava i politici – che chiacchierano facendo far la guerra agli altri
–, credeva nell’aristocrazia dei veterani, si scoprì pacifista. Decise di
dedicare la vita alla scrittura.
Per scrivere il suo capolavoro impiegò quattro anni. L’ultimo fu il più duro. Si
era ritirato in una baracca con il primo figlio da badare; la prima moglie – Ida
Letizia, che gli avrebbe dato altri cinque pupi – era convalescente.
> “Mentre lavoravo alla diciassettesima stesura del manoscritto, mia moglie si
> ammalò e dovetti prendermi cura del bambino… Mi mettevo al tavolo verso le
> dieci di sera, quando tutto era calmo, e continuavo per tre, quattro o anche
> cinque ore, reggendo il bambino con il braccio sinistro. Sedevo davanti al
> tavolo da stiro smaltato di bianco, l’orgoglio di Letizia – un mobiletto da
> cucina riadattato – con i pannolini che avevo lavato e steso ad asciugare su
> una corda attraverso la stanza. Una stufa a petrolio riscaldava l’ambiente”.
Aveva passato tre anni a scrivere – spesso a vanvera – e a raccogliere mappe,
documenti, leggende; aveva auscultato i segreti dei cacciatori, degli
allevatori, dei vagabondi del Taw – qualcuno si diceva erede dei druidi. Voleva
scrivere ciò che non era mai stato scritto prima. Un libro che non parlasse di
animali o che facesse parlare, da umani, gli animali – ce n’erano già
tantissimi, alcuni bellissimi, i romanzi di Rudyard Kipling su tutti. Voleva
scrivere un libro-animale, un libro animalesco, in cui la bestia occupa tutto lo
spazio, tutto lo sguardo, tutto l’orizzonte grammaticale, e l’uomo è una
creatura spaventevole e lontana, distante, ormai, dal sempiterno naturale,
dalla natura delle cose. Per farlo, non scelse un animale esotico – la tigre, il
leone, il condor – né un animale simbolico – il lupo, il cervo, l’orso – o
domestico – il coniglio, il passerotto – ma la lontra, la regina del Taw,
creatura di terra e d’acqua, scaltra, sagace, impareggiabile nell’arte di
nascondersi a famelici occhi – famelica. All’epoca, la lontra era l’estremo
oggetto del desiderio dei cacciatori inglesi: la inseguivano con flotte di cani,
ne facevano sterminio, a frotte.
Il libro uscì, in edizione privata – secondo la tipica sprezzatura editoriale
del mondo inglese – nel 1927, in cento copie, poi per G.P. Putnam’s Sons: in
copertina, un’incisione naif di Hester Sainsbury. Il titolo completo suonava
così: Tarka the Otter: His Joyful Water Life and Death in the Country of the Two
Rivers. Il libro, come si dice, ‘fece rumore’: nessuno prima di Henry Williamson
aveva scritto in quel modo dell’animale e del bosco, del fiume e della vita
ferina, delle vallate inglesi e degli enigmi che le abitano, le vivificano.
L’incipit, memorabile (“Crepuscolo sui prati e sull’acqua, la stella della sera
brilla sulla collina e Vecchio Piuolo, l’airone, grida kra-a-ark! librandosi
sulle ali scure che planano verso l’estuario. Qualcosa di bianco si è mosso sui
giunchi secchi della riva, la civetta ha spiccato il volo di sotto l’arco
centrale del ponte di pietra, che un tempo portava il canale attraverso il
fiume”), narra, dalla ghianda all’oggi, la crescita sghemba della “quercia più
vicina alla Stella del Nord”: dopo due secoli di gelo, piogge, sassate di sole,
era crollata, diventando la tana della lontra. Con velocità narrativa
spregiudicata – in picchiata –, l’autore tiene insieme il corso del fiume, il
volo dell’airone, le api che dormono e i topi che corrono; la lontra
“raggomitolata nella cavità più alta e asciutta della quercia caduta”, un
picchio, l’odore persistente dei cani da caccia, poco lomtano, e “il tempo in
cui le galere romane si spingevano fin sotto le colline”, a quel tempo ricoperte
dal mare. Che grazia – che vitalità.
Il libro vinse l’Hawthornden Prize, importante riconoscimento inglese alla
“narrativa d’immaginazione” che l’anno prima era andato a Vita Sackville-West
per The Land e che sarebbe andato, tra gli altri, a Robert Graves e a Evelyn
Waugh, a Naipaul e a Bruce Chatwin (per In Patagonia). Il premio conferì a Henry
Williamson una certa notorietà e la certezza di poter vivere come scrittore;
soprattutto, gli consegnò l’ammirazione incondizionata di Thomas Hardy e
l’amicizia di T.E. Lawrence. Era stato Edward Garnett, mitico editor di Joseph
Conrad e confidente letterario di ‘Lawrence d’Arabia’, ad avergli inviato, a
Karachi, dov’era di stanza, nei ranghi della Raf, come “338171”, il libro di
Williamson. Lawrence ne restò affascinato: in una lettera a Garnett del 20
gennaio 1928 scrive, “Tarka mi ha riempito di gioia per tre settimana. È la cosa
più bella che abbia letto finora”; chiamava “Everest” il suo autore.
Illustrazione di C.F. Tunnicliffe per Tarka la lontra, 1932
Anni dopo, Williamson avrebbe trovato un esagitato lettore in Ted Hughes: a suo
dire, Tarka era “un grande poema mitico”. Anche Hughes, per altro, amava i
meandri del Taw, che appare, per australi, primordiali frammenti,
in River (1983), una delle sue raccolte più belle.
Nel libro, in sostanza, non succede nulla. Williamson non instrada la bestia in
una trama ‘umana’: segue, con scrittura ferma, mai fiabesca, insieme lirica e
marziale, la vita di una lontra dalla nascita alla morte. Per lo più, assistiamo
a scene di caccia (dopo aver ucciso una trota, la madre di Tarka “la divorò
ingordamente, semisdraiata nell’acqua bassa, masticava, inghiottiva, emetteva un
sibilo minaccioso all’apparire di ogni ombra”, poi, con un regesto da vita vera,
da vita-vita, da enormità del creato, “Tornò a tuffarsi dopo quattro sorsate
affrettate. Catturò un’anguilla, ne mangiò una parte, poi tornò al covo. Ma
aveva ancora fame, e lasciò i cuccioli una seconda volta, corse lungo la riva e
si rizzò in direzione del vento aspirando a piene narici. Nel bosco i merli
continuavano a lanciare le loro strida ai gufi bruni fino a che questi ultimi
non strillavano in risposta”), all’esistere in purezza, senza idillio: si chiama
iniziazione. Williamson sembra squadernare su carta i più fondi misteri delle
creature – la loro origine, la loro ragione.
Alcune immagini sono meravigliose, si stagliano per perseveranza di splendore,
per vigore visionario; qui, ad esempio, parlando delle rondini:
> “Quando le prime stelle brillarono nell’acqua cominciarono a cinguettare tra
> loro perché avevano ricevuto il segnale di lasciare i verdi prati che amavano
> tanto. Parlavano con la loro voce non canora – che raramente gli uomini odono
> tanto è bassa e dolce – aggrappate ai baccelli ancora chiusi delle code di
> gatto. Parlavano di mari bianchi e grigi, di venti che spezzavano la forza
> delle ali, di terribili scoppi di tuono fra nubi illuminate dal sole, di
> piogge violente, di fame e di fatiche da sostenere prima di poter rivedere lo
> scintillio delle schiume sulle spiagge africane. Ma nessuna parlava delle
> compagne che sarebbero cadute nel mare e che si sarebbero spezzate il collo
> contro le invetriate dei fari, poiché questi uccelli estivi dalla coda forcuta
> non avevano pensieri di tali cose, né della morte. erano creature gioiose e
> pure di spirito, estranee alle angosce umane”.
È un libro in cui l’uomo è un estraneo.
Una delle grandi scene del romanzo, che descrive la lotta all’ultimo sangue tra
Tarka e Deadlock, il segugio, “con la testa nera segnata da antiche lotte”,
vale, da sola, Il richiamo della foresta di London e I cani rossi, il più bello
e il più crudo dei racconti “della giungla” di Kipling.
Come Tarka la lontra, il capolavoro di Henry Williamson – degno di stare tra i
grandi libri del secolo –, fu tempestivamente tradotto dalla Fratelli Treves nel
1930. Nel 1969, in nuova traduzione – di Fiore Genovese –, entrò ne ‘I delfini
d’acciaio’ Bompiani. Io l’ho letto nella riedizione Bompiani del 1981: era nella
biblioteca di mio figlio; ne dicevano di un libro “per ragazzi”, oggi dovrebbero
impilarvi intorno delle tesi di dottorato. In realtà, è un libro per la vita,
per impratichirsi con il mondo autentico; insegna, per altro, l’arte
dell’osservazione e della dedizione: a riconoscere nel rio sotto casa
un’Amazzonia, nella piccola cincia sul balcone una creatura divina. Ogni singolo
angolo di questo pianeta è pieno di creature che attendono il nostro sguardo – e
imparare a ridire i perduti nomi.
Va detto che dopo Tarka la vita di Henry Williamson fu in caduta libera. Si
invaghì di Hitler, “il solo vero pacifista in Europa”; nel 1935 cercò di
organizzare un incontro tra Führer e il suo amico T.E. Lawrence, non poteva
credere che inglesi e tedeschi arrivassero alle armi. Non si ricredette mai del
tutto. Per un po’, fece parte del British Union of Fascists di Oswald Mosley,
avendo sempre in spregio le macchinose strategia della politica. Nel ’36 si
ritirò in una fattoria, nel Norfolk, con l’idea di fare il contadino. Divorziò
dalla prima moglie, Letizia, dieci anni dopo; si risposò con Christine, una
giovane insegnante; non durò neppure quel legame: Henry aveva una passione per
le jeunes filles.
I suoi estremismi lo marchiarono a fuoco; pur estremamente noto, Henry
Williamson rimase un paria delle patrie lettere. Ciò non gli impedì di ideare
una delle più folli imprese letterarie del secolo: il ciclo semiautobiografico
“A Chronicle of Ancient Sunlight”, costituito da quindici romanzi pubblicati tra
il 1951 e il 1969, per un totale di oltre seimila pagine. La tortuosa storia di
Philip Maddison, alter ego dell’autore, doveva essere “il mio Guerra e pace”; fu
un fenomenale fallimento. Williamson morì poco prima di ferragosto, nel 1977,
svanito nella demenza senile; lo seppellirono nei luoghi amati, dove aveva
scritto Tarka.
In Italia uscirono altri suoi libri – Il falco d’oro e Salar il salmone – che
non eguagliarono il successo di Tarka la lontra, per altro uscita da tempo dal
paddock dei grandi editori: la pubblica, da un po’, Franco Muzzio Editore. È
forse un libro troppo difficile, toppo ispirato, troppo troppo per l’epoca delle
passioni controllate, della natura da cartolina, a scopo turistico.
In un quadro di Charles Tunnicliffe, efficace pittore inglese, Henry Williamson
è ritratto, quarantenne, con un falco al polso, accerchiato da nuvole
pachiderma. Lo sguardo, al contempo duro e mistico, incute un po’ di timore.
*In copertina: un’opera di Charles Tunnicliffe, amico di Henry Williamson e
illustratore di “Tarka la lontra”
L'articolo “Tarka la lontra”, il feroce capolavoro di Henry Williamson proviene
da Pangea.
«Ma la morte, in un certo senso, è il culmine della vita, sia che giunga troppo
presto, sia al momento giusto, se ce n’è uno. Non intendo l’apice della fortuna,
ma il punto dal quale tutta la propria vita appare nella sua vera luce. È allora
che si deve giudicare, una volta per tutte, se è stata degna di essere vissuta.
Non siete d’accordo con me? Non trovate che la morte sia la misura della vita?»
Björn Larsson, classe 1953, filologo, scrittore, traduttore, professore di
letteratura francese presso l’Università di Lund e appassionato velista, è
pubblicato in Italia dalle case editrici Iperborea e Raffaello Cortina
editore con la traduzione affidata, fra gli altri, a Katia De Marco, Laura
Cangemi, Francesco Peri.
Larsson nella sua esperienza di scrittura resta sul confine fra la vita e la
morte, prestando l’anima della sua scrittura ad entrambe, senza mai smettere di
ricercare un’essenza di vita o di morte che possa soccorrere e lasciar annegare,
consolare e distruggere le sue persone e i suoi personaggi. Sempre disposto al
brivido delle soglie, sceglie il mare come suo punto di partenza e di arrivo. È
il mare infatti il metro attraverso il quale misurare gioia e turbamento, fatica
e liberazione. Ma la vera, immensa protagonista nei romanzi di Larsson come
nella sua saggistica è la libertà. Libertà che si conquista attraverso ogni
forma di rischio, disagio, prigionia. Libertà come scelta morale che non accetta
alcun tipo di compromesso, una scelta che si paga, a caro prezzo.
> «Se c’è qualcosa che dà un senso alla vita, è senz’altro il fatto di non
> essere soggetto ad alcuna legge, di non avere mani e piedi legati. E non
> importa chi ha stretto il nodo. È la corda stessa il male».
Dentro il contrasto fra prigionia etica e morale e il bisogno di libertà
germoglia l’attenzione alla contemplazione, al movimento e ancor più alla stasi.
Germoglia, anche, l’attenzione per come la intendeva Simone Weil, come «la forma
più rara e più pura della generosità.» L’Altro, in Larsson è sempre presente. La
vita è viaggio, avventura, coraggio, ma è anche e sempre salvare la pelle
dell’altro oltre la propria. Libertà è dolore e memoria, rispetto e gratitudine.
Nel testo Essere o non esseri umani: Ripensare l’uomo fra scienza e altri
saperi (Raffaello Cortina, 2024) a proposito della condizione umana spiega:
> «La nostra condizione umana di specie simbolica ci fa vivere in una tensione
> permanente tra la conoscenza e l’immaginazione, tra la significazione e la
> realtà, tra la coscienza e i livelli non coscienti, tra il passato, il
> presente e il futuro. […] Trovare un equilibrio armonioso fra le diverse
> possibilità che ineriscono alla nostra condizione di esseri umani non è un
> compito facile».
Dunque, in Larsson l’armonia non è né un punto di partenza né un punto di mira,
ma una presenza con la quale confrontarsi giorno dopo giorno nel viaggio della
vita. E se raggiungere un equilibrio è una pratica ostica e complessa,
passeggiare fra i venti della vita è ciò che l’uomo mai deve temere, ostentare o
osteggiare. Il viaggio richiede e restituisce presenza, richiama conoscenza e
immaginazione, e realtà, significazione e realtà, coscienza e incoscienza. Il
viaggio è il passo nel vuoto accolto dalla ricerca di armonia.
Quella dell’armonia fra gli esseri umani è una vera e propria fede per Larsson,
come spiega in La lettera di Gertrud (Iperborea, 2019), romanzo in cui affronta
il tema dell’identità e il peso e la leggerezza delle radici.
> «So che non credi in un Dio verticale, né verso l’alto né verso il basso, ed
> è tuo pieno diritto, ma spero che tu non abbia perso la fede nel dio
> orizzontale, quello tra gli esseri umani».
Quanto influiscono i segreti di chi ci ha generato sulla nostra vita? La verità
è un diritto inalienabile. Chi siamo stati, chi potremmo ancora essere quanto si
insinua e quanto dice nel nostro patrimonio genetico? Quanto il destino
dell’essere umano è predeterminato e quanto può essere rimodellato, stravolto,
ripensato, rieducato, ricreato?
Il destino stesso è il viaggio con cui si confronta costantemente. Il viaggio è
dentro il tempo e per comprendere a fondo il legame fra viaggio e tempo in
Larsson è importante immergersi nelle sue acque, nei suoi mari.
Il tempo vive e permane in un abbraccio, così cita Agata Tuszynska «Siamo una
memoria, siamo quello che ricordiamo.» Il tempo è ricordo e memoria, è il
presente che si rivolge al passato, il passato che guarda fiducioso al futuro,
il futuro non promette ma allarga le braccia e in qualche modo dà calore. Il
tempo è un abbraccio. La libertà è ciò che salva dal soffocamento. Il
turbamento, il dolore, il disagio, si affida al mare. Il mare sa, anche quando
non dice. Anche quando restituisce furia. Mantiene e trattiene il grido del
mondo.
> «È un paradosso, naturalmente. In una barca in mezzo al mare si è prigionieri
> come in nessun altro luogo. Ma al tempo stesso si è più liberi che mai».
Attraverso la libertà del mare Larsson compone e scompone, costruisce e
decostruisce un tempo che si curi delle soglie, un tempo della libertà e per la
libertà, un tempo della verità.
Un tempo per la vita e un tempo per la morte.
Milena Dobellini
*In copertina: Winslow Homer, Three Man in a Boat, 1890
L'articolo Il tempo della morte e il tempo della vita in Björn Larsson proviene
da Pangea.
In principio fu una poesia, di cui va riferito un passo, di cristallina
bellezza:
> “Immobile e non mai mosso è quanto è vero;
> le vele delle barche dei pescatori, là fuori,
> brune e nere, triangoli accanto a triangoli,
> si rispecchiano appena nei flutti placati, nei
> flutti dell’anima e
> non oscilla la bilancia della verità”.
S’intitola Paesaggio virgiliano; il paesaggio lirico in cui si muove è quello
ideato da Friedrich Hölderlin, una stessa mania agita il suo autore, Hermann
Broch. È stata scritta nel 1945: qualche anno prima, Broch era riuscito,
rocambolescamente, ad approdare negli Stati Uniti. Proprio quell’anno, in marzo,
la Pantheon Books pubblicava il suo capolavoro, La morte di Virgilio – lo
scrittore aveva dovuto, tramite qualche stratagemma, trovare i soldi per la
stampa. Iniziato una decina di anni prima, quel libro, che rischiava di restare
per sempre manoscritto (“per motivi estrinseci – Hitler – non vedevo più la
possibilità di pubblicare”), si configurava come un romanzo-tutto, un romanzo
definitivo, un romanzo che dilagava negli indicibili. Allo stesso tempo, Hermann
Broch adopera i più aggiornati strumenti ‘scientifici’ del romanzo occidentale
(il ‘flusso di coscienza’ e soprattutto la dinamica del tempo adottati da Joyce
nell’Ulisse) e l’antica sapienza d’Occidente; nel suo libro – che si basa, come
canovaccio, sulle leggende medioevali intorno alla figura di Virgilio e racconta
l’ultimo giorno di vita del grande poeta dell’Eneide – convergono Dante e
Bergson, la Lettera di Lord Chandos di Hofmannsthal (l’atrofia del dire, di
cui La morte di Virgilio, che dice tutto e soprattutto il Tutto, è una risposta)
e Tommaso d’Aquino, Agostino e Heidegger, Eraclito e Einstein.
Paesaggio virgiliano era stata inserita da Ladislao Mittner a puntellare la sua
introduzione a La morte di Virgilio; l’attacco non poteva che colpire un ragazzo
in cerca del libro ‘assoluto’:
> “Chiuso in una cella delle prigioni naziste, da cui è convinto di non poter
> uscire, uno scrittore più che cinquantenne, già favorevolmente noto al
> pubblico degli intenditori, ma dolorosamente consapevole di non aver saputo
> creare ancora il proprio capolavoro, fa il suo esame di coscienza…”
Edito in Italia da Feltrinelli nel 1962, nella versione di Aurelio Ciacchi, quel
libro di Broch – un libro-vita, un libro vivente – portava agli estremi il
genere romanzo, già ‘aggiornato’ come mai prima da Thomas Mann e da Robert
Musil. Broch osava porre le questioni ultime – quelle che riguardano la
vita-e-la-morte e il senso dell’arte e il significato della Storia e il ruolo
dell’artista nel biologico scorrere delle cose e il valore del ‘potere’ e la
ricerca di Dio e la ventura nell’aldilà –; il suo romanzo (se ancora si può
chiamare romanzo) si sporge sulle soglie dell’indicibile, in una no man’s
land della letteratura. È il romanzo della fine e della resurrezione della cosa
chiamata Occidente; è il romanzo del principio e della fine del linguaggio come
siamo certi di definirlo, in oltraggio a ogni esegesi ed ermeneutica, per
sporgersi verso l’“inesprimibile”, l’“al di là della lingua”.
Hermann Broch (1886-1951)
Il fatto che La morte di Virgilio sia sostanzialmente un libro reietto, un libro
apolide ai lettori, alieno rispetto ad altri più appetibili autori e libri
(chessò, Céline, o, in tempi più recenti, Pynchon), inabile a farsi ‘merce’, lo
rende – e lo rendeva quando galoppavo al liceo –, graniticamente,
grammaticalmente, una chimera, il mio libro eletto. Quanto a Broch – ricco,
elegante, sciupafemmine, matematico e filosofo per formazione, per lo
più altro rispetto agli alti letterati della Vienna pre-nazi – basta il ritratto
che ne fa Elias Canetti nel mirabile Il gioco degli occhi: al contempo feroce e
dinoccolato, ingenuo e ferino, carnale e celestiale. “Mi pareva di vedere in lui
un uccello, grande e bellissimo ma con le ali mozze… lui, il grande uccello, non
sapeva rassegnarsi all’idea che gli avessero mozzato le ali”: che meravigliosa
definizione per uno scrittore-aquila, per un uomo rapace.
Iniziai comunque dalla poesia di Hermann Broch – quella è l’autentica
iniziazione. Una poesia che reagisce ai crismi della crisi, una poesia-Alpi,
vertiginosa, fuori da ogni ‘storia della letteratura’, scritta, occasionalmente,
lungo l’arco di una vita. Pubblicate in prima versione nel 2009, per Città
Nuova, le poesie di Broch sono uscite in versione definitiva nel 2021, per De
Piante, come La verità solo nella forma. In particolare – anche per la filigrana
biografica – amo Lago Maggiore, una poesia mirabile, avventata per vastità –
“Potente e clemente si rivela qui/ il divino” – con parentele hölderliniane;
chiude così:
> “Chi può chiamare Dio, quando lui ride?
> Chi può ascoltarlo, quando lui canta?
> E attraverso i rami
> del sereno albero frondoso
> riluce il lago
> eco.
> Isola dell’anima
> mio cuore”.
Il curatore, Vito Punzi, va conosciuto. Germanista, marchigiano, ha sempre la
barba, fa l’effetto di un burbero, dirige il Museo Pontificio della Santa Casa
di Loreto. Tra l’altro, ha tradotto Kafka – una selezione di racconti è edita
come Sciacalli e arabi da De Piante, 2024 – e ha pubblicato un romanzo, Occhi
dopo la polvere (Marietti, 2007). Da anni si dedica all’opera di Broch, con il
genio della gratuità e il talento dei folli; un percorso che culmina,
quest’anno, nella pubblicazione de La morte di Virgilio, per l’editore
Bibliotheka. Dopo oltre sessant’anni, la nuova traduzione di uno dei capolavori
assoluti della letteratura occidentale: c’è da esultare. Inutile ritagliare
brani, deturpare la prosa fluviale di questo romanzo-cosmo dai rilievi
‘astrologici’ – ogni poeta, in fondo, non fa che leggere le stelle, comparandole
alle proprie mani –: La morte di Virgilio è un libro che non si legge in un fine
settimana; dura, infallibile, per una vita.
Ne parliamo allora con Vito Punzi.
La nuova traduzione de La morte di Virgilio, a cura di Vito Punzi
Qual è l’importanza de “La morte di Virgilio”, a mio parere il più frainteso – o
mai letto – dei romanzi ‘totali’ del Novecento?
Bisogna rifarsi allo stesso Broch. Già prima di decidersi per quella che sarebbe
stata l’ultima opera, aveva sperimentato la scrittura romanzesca (vedi la
trilogia “I sonnambuli”) e quella saggistica (vedi Hofmannsthal e il suo tempo)
alla ricerca di nuove forme, in sostanza di una nuova lingua, attraverso la
quale attraversare la crisi di civiltà che l’Occidente stava attraversando.
Laddove “nuova lingua” sottintendeva la possibilità di tornare a nominare con un
senso, secondo il loro senso, le cose, il mondo, la bellezza, l’orrore, la
morte. Certamente a rendere meno “attraente” La morte di Virgilio rispetto ad
altri grandi opere novecentesche c’è tutto quanto vi confluisce attraverso
l’immaginazione di come potrebbe aver vissuto Virgilio le sue ultime ore di
vita. Broch stesso ha descritto il tempo speso per la scrittura del
poema-romanzo come un tempo che, sottoposto lui insieme al resto degli ebrei
occidentali alla persecuzione nazista, “costringeva in modo sempre più pressante
ad una preparazione alla morte, per così dire a una preparazione privata alla
morte”. “E in una tale preparazione”, continua Broch in una lettera, “si
trasformò il lavoro di composizione del Virgilio”. L’opera, nel suo corpo a
corpo linguistico con l’approssimarsi del mistero ultimo, è in realtà uno
straordinario inno a tutto ciò che è vita, di tutto ciò che l’uomo può nominare
nel “qui e ora”.
C’è stato un lungo fraintendimento, certamente, nel modo in cui il romanzo-poema
venne valutato e presentato dai germanisti accademici, fin da quando uscì la
traduzione italiana di Aurelio Ciacchi per Feltrinelli, nel 1962, l’unica
disponibile per oltre sessant’anni (fatto piuttosto straordinario, in negativo,
per un’opera simile).
Cosa significa imbarcarsi nell’impresa folle di ritradurre “La morte di
Virgilio”? Perché, poi? Qualche esempio dal tuo oceanico lavoro.
Negli anni si sono accumulati vari “perché”. Anzitutto c’è stata la
constatazione che la traduzione di Ciacchi, per quanto di grande spessore,
propone un numero rilevante di soluzioni attingendo ad un italiano che oggi,
necessariamente, risulta “attempato”. Al cospetto dell’originale, poi, in gran
parte, se non interamente, frutto di “pazzia geniale” (così Hannah Arendt), la
sua versione tenta troppo spesso semplificazioni, perfino allontanamenti dalla
complessità della scrittura di Broch, finendo col tradirne lo stile. Tentativi
magari mossi dal buon intento di rendere, per il lettore italiano, più
“digeribile” il romanzo-poema, col risultato, tuttavia, che l’“opera poetica”
(così ancora Arendt) risulta troppo indebolita nella sua tensione, così
vibrante, in tedesco, al pari di una fune tesa, sospesa su di un abisso. C’è
stato infine l’incontro con l’esercizio della scrittura poetica cui Broch è
stato sempre fedele. Composizioni in parte pubblicate in vita, che mai erano
state prese in considerazione prima, in Italia. Di fatto mi si sono rivelate
come il percorso segreto intrapreso da sempre dall’austriaco, “poeta contro la
propria volontà” (sempre Arendt). In quelle poesie (tradotte come La verità solo
nella forma per De Piante, 2021), in nuce, c’è tutto quanto Broch ha ripreso ed
elaborato negli anni per scrivere i suoi saggi e i suoi romanzi, fino alla
“grandiosa opera poetica” (ancora Arendt) che è La morte di Virgilio. Affrontata
la traduzione delle poesie, quindi, bisognava mettere mano alla sua ultima
grande fatica.
Un’”impresa folle”, sì, è ciò che ho detto a me stesso, perché, con una
presunzione mai celata, ritenevo migliorabile la pur bella traduzione di Ciacci
principalmente nell’aderenza allo stile di Broch, i cui tratti più evidenti, in
particolare in quest’opera, sono la presenza ridondante di lunghi periodi, le
ripetizioni lessicali e lo sfruttamento, fino all’estremo, dell’infinita
possibilità che il tedesco offre di creare parole composte, spesso accompagnate
da avverbi modali. Aderire allo stile significava poi accogliere il libro per
come l’ha voluto Broch, cioè romanzo-poema. E qui, senza essere poeta, ho
cercato di far tesoro del lavoro fatto in precedenza sulle composizioni
specificatamente poetiche dell’austriaco. Il giudizio sul risultato lo lascio
ovviamente a chi legge. Se mai fosse positivo, vorrà dire che, grazie a Broch, è
emersa una parte di me che non conoscevo.
La prima traduzione italiana de La morte di Virgilio (Feltrinelli, 1962), a cura
di Aurelio Ciacchi
A me pare che Broch, insieme a Thomas Mann, a Musil e al suo aedo, Canetti, sia
uno degli scrittori capitali in lingua tedesca di ogni tempo. Eppure, lo si
pubblica sbadatamente, a strappi, per lo più – fatto salvo il ciclo dei
“Sonnambuli” – per piccoli, volenterosi editori. Perché?
La domanda va posta pensando anche a molti altri romanzieri e poeti di lingua
tedesca, anche viventi, del tutto ignorati dall’editoria italiana. Le
responsabilità, almeno da dopo il baratro nazista, va ripartita tra tanti. In
primo luogo tra i protagonisti della germanistica italiana della seconda metà
del Novecento, in gran parte ideologicamente orientati, poco avvezzi a formare e
supportare la curiosità e il desiderio di conoscenza di giovani lettori e
studiosi e ancor meno capaci di rendere in qualche modo “attraente” lo studio
della lingua tedesca, anche nelle sue forme ed espressioni più complesse e
difficili. C’è stata poi la responsabilità degli editori, troppo a lungo – e
ancora oggi in buona misura – dipendenti dagli “indirizzi” della cosiddetta
“accademia” e poco propensi a rischiare, elaborando una propria linea
editoriale. Va detto che negli ultimi anni si sono moltiplicati i tentativi di
invertire il consolidato e poco efficace modo di scegliere chi e cosa tradurre
dal tedesco. Tuttavia, c’è anche tanto da fare, da scoprire. Per quanto mi
riguarda, non posso che essere grato all’editore Bibliotheka, in particolare al
suo direttore editoriale, Roberto Alessandrini, per il coraggio che ha
dimostrato, accogliendo la proposta di una nuova traduzione de La morte di
Virgilio.
Broch: ebreo convertito al cattolicesimo. Perché? Spiegaci come – e se – penetra
nella sua ricerca letteraria la fede.
Nella Vienna d’inizio Novecento, il motivo fu del tutto formale: per sposare
Franziska von Rothermann, figlia come lui di un imprenditore, dovette
convertirsi al cattolicesimo. Al di là di questo dato nudo e crudo, la
riflessione di Broch dedicata alla civiltà europea segnata dalla presenza del
cristianesimo, sia cattolico che riformato, è riscontrabile diffusamente nelle
opere narrative e saggistiche. In Di Hugenau o il realismo, la terza parte de “I
sonnambuli”, emerge in particolare lo studioso di matematica. Lì la speculazione
novecentesca viene accostata da Broch a quell’epoca di grande fioritura
religiosa che fu il Medio Evo. “Certo la discussione medievale degli infiniti
non si svolgeva sul terreno matematico”, scrive l’austriaco, “ma l’infinità
etica, come ben si potrebbe chiamarla, e quale si manifesta, ad esempio, nella
sfera dei problemi riguardanti gli attributi infiniti di Dio, contiene tutte le
questioni dell’infinito attuale e potenziale, presenta quella stessa struttura
di regione estrema dove troviamo le antinomie e le difficoltà della matematica
moderna.” Anche ne La morte di Virgilio ritengo vi siano più che semplici tracce
di un uomo, Broch, che con poca o tanta convinzione ha fatto esperienza di un
Dio che ha attraversato e da allora continua ad attraversare la carne
dell’essere umano, per redimerlo, insieme all’intero creato, quando tornerà a
manifestarsi, definitivamente. Propongo un passaggio dal romanzo-poema:
> «Non ancora, eppure già!» Chi aveva appena detto questo, il ragazzo o lo
> schiavo?
> Entrambi guardavano verso est, uniti in una nuova comunanza nel loro sguardo
> rivolto a est, e nel firmamento orientale sorgerà la stella.
> «La stella di Giulio Cesare splende a occidente», così parlò l’invisibilità di
> Cesare, «e tuttavia tu non vuoi più vederla, Virgilio…il tuo odio non verrà
> mai meno?»
> «Per amore ho dedicato l’Eneide ad Augusto, ma al di là del suo essere, sorge
> la nuova stella».
Il rapporto tra Broch e Hannah Arendt. Puoi circostanziarlo, darcene dei
ragguagli?
È significativo, perché nasce proprio in relazione con l’uscita de La morte di
Virgilio, nel 1945. I due si conoscono negli Usa, dove sono entrambi esuli,
all’inizio del 1946, dunque qualche mese dopo la pubblicazione del
romanzo-poema. E qualche settimana dopo inizia la loro corrispondenza, durata
fino alla morte di Broch (vedi H. Arendt-H. Broch, Carteggio 1946-1951,
Marietti, 2021). Il rapporto tra i due sarà semplicemente di stima reciproca
(lei gli fece capire che non intendeva diventare una delle sue tante amanti) e
il carteggio testimonia un confronto costante su una varietà infinita di temi,
tuttavia la prima lettera di Hannah ha per oggetto proprio La morte di Virgilio,
che aveva letto e di cui stava scrivendo una recensione. Si tratta di una
missiva di lode, una lode che lei stessa definisce “cruda”, perché è l’“opera
poetica” stessa (non lo considerava un romanzo) ad attenersi “irremovibile al
poco che vi è di fondamentalmente elementare” e sua principale qualità è quella
di “togliere il respiro, di essere scritta al di là di ogni dimensione
romanzesca intesa nel senso comune”. Secondo Arendt, ne La morte di Virgilio
> “il contenuto speculativo e quello poetico sono diventati realmente e, per
> così dire, aprioristicamente identici, fatto che produce una tensione nella
> quale riflessione e speculazione diventano azione.”
Qual è il paragrafo della “Morte di Virgilio” che continua a scuoterti?
A “scuotere” più di altre, per bellezza e difficoltà, è senz’altro l’ultima
parte, “Etere – Il ritorno a casa”, perché sintesi estrema dell’ascesi
linguistica compiuta da Broch: lui come Virgilio afferrato dal “desiderio
doloroso che contiene ogni paura per il congedo e vuole trattenere l’ultimo
volto”, con “il passato e il futuro intrecciati in un unico risplendere”. Finché
l’universo svanisce “al cospetto della parola, dissolto e abolito nella parola,
eppure contenuto e preservato nella parola” che “si librava al di sopra del
nulla”, diretta verso casa, che ha i tratti di “un mare sospeso, un fuoco
sospeso”.
La prima edizione de La morte di Virgilio edita da Pantheon Books, New York,
1945
…e ora, verso quale impresa ti dirigi?
Verso Heinrich e Thomas Mann. Ma anche Hölderlin, attraverso un suo biografo,
Christoph Theodor Schwab.
*In copertina: un’opera di Egon Schiele
L'articolo “Togliere il respiro”. Intorno a “La morte di Virgilio”, il
romanzo-poema sulla fine (e la resurrezione) dell’Occidente proviene da Pangea.