Con il percorso tracciato attraverso l’opera di Antonella Anedda, abbiamo
osservato come il luogo poetico si trasformi progressivamente da spazio di
esperienza nello spostamento a campo instabile di interrogazione, fino a farsi
frammento aperto, non riconducibile a una sintesi definitiva. Il passaggio
da Anabasi a Geografie mostra infatti uno spostamento decisivo: il luogo non è
più soltanto ciò che accoglie il soggetto o ciò che ne riflette la dislocazione,
ma diventa il punto critico in cui il linguaggio misura i propri limiti e la
propria responsabilità. È a partire da questo esito che si rende necessario
interrogare una diversa postura poetica, capace non solo di attraversare i
luoghi, ma di sostare nei loro resti, nei margini lasciati dalla storia, dalla
trasformazione dei paesaggi, dalla perdita di senso condiviso. Se in Anedda
il “tra” assume la forma di una soglia mobile e di una frammentarietà aperta,
nella poesia di Fabio Pusterla esso si configura sempre più come pratica etica,
come scelta consapevole di permanenza nei punti di attrito tra umano, naturale e
storico.
La poesia di Fabio Pusterla, infatti, si inscrive in una tradizione che
intreccia la riflessione sulla natura e il paesaggio con la dimensione
esistenziale e sociale dell’uomo. Come in Anedda, in Pusterla il paesaggio è
uno spazio di attraversamento e non uno sfondo statico, in cui ogni elemento
naturale diventa soglia e confine da esplorare. Ma, mentre in Anedda lo stesso
paesaggio si connota come luogo di memoria e dissoluzione, in Pusterla è più
legato a una dinamica di resti e tracce che rimangono dopo un movimento che
spesso è conflittuale, ecco perché nei suoi testiincontriamo
luoghi di resistenza e di rivelazione. Ogni spazio sembra essere testimone di un
passato non lineare e di una contemporaneità segnata dalla disgregazione,
il margine si esperisce come zona operativa, come il punto in cui si misura la
vicenda umana – ma non solo – nella perdita di un assetto sicuro e nel faccia a
faccia con l’instabilità. Anche per questo, la sua poetica si nutre di ciò che è
lasciato indietro, di tracce che, seppur frammentarie, possono
suggerire aperture invece che chiusure. L’elemento etico di questa pratica
poetica risiede proprio nella consapevolezza della fragilità del nostro stare
nel mondo, per cui abitare il margine è confrontarsi con la precarietà del
vivere, ma anche con la sua bellezza transitoria. La poesia, così, si fa
più attenta alla realtà, come una luce che filtra attraverso i vetri infranti di
una cattedrale abbandonata, senza l’illusione ma con la speranza che gli stessi
resti possano essere riuniti in un’idea di bellezza sorgiva, indirizzabile verso
un futuro tutto da reimmaginare. Il margine diviene, in questo modo,
il territorio della possibilità, nonostante o proprio a causa della fragilità
del vivente.
Per provare a capire come la poetica del “tra” sia un presupposto nell’opera di
Pusterla, occorre iniziare da un componimento che definirei “inaugurale”, in
quanto la relazione si instaura sin quasi dalle origini non soltanto tra gli
esseri umani, ma tra questi e gli elementi naturali, soprattutto gli animali che
ne percorrono trasversalmente tutta l’opera.
L’anguilla del Reno, dalla raccolta Bocksten (1989), dimostra in primo luogo che
l’attraversamento è una condizione biologica e perciò necessaria. L’anguilla,
infatti, è un essere migrante per definizione, il suo ciclo vitale implica il
passaggio dal fiume al mare aperto, un movimento inscritto nel corpo prima
ancora che nella volontà. Pusterla assume questa figura come emblema di
un’esistenza che continua a muoversi malgrado l’impossibilità concreta del
movimento:
> Adesso sì, sorella, e più di prima,
> se guizzi disperata tra scoli d’atrazina
> e getti d’olio vischioso;
> o se colpisci di coda, estenuata,
> la carezza dell’onda di fosfati che s’annera
> sulla ghiaia della riva
> (la riva, il greto,
> il melmoso sabbione
> frugati dalle torce delle squadre,
> sfrecciano via elicotteri, lampeggiano
> bluastre le sirene bitonali),
> se adesso persino il Baltico è perduto,
> circoscritto il viaggio
> nell’armilla d’incendi e d’esplosioni,
> e ti rituffi ai relitti, ai tesori del fondo,
> chiglie corrose e catene d’ancoraggio,
> a precipizio per correnti verticali, masse d’acqua
> più fredde, dove scopri il tuo brivido,
> un istinto di nuoto, perché il mare
> è un profumo lontanissimo, il sospetto
> di un sogno interrotto poco prima dell’alba,
> quanto basta alla pinna e al tuo testardo
> palpito delle branchie, per strappare
> un attimo all’asfissia, un’idea di vita
> all’evidenza dei fatti, l’ultima sfida all’ansia, un’utopia
> alla paura di tutti.
Il testo si apre con un vocativo – “Adesso sì, sorella” – che instaura subito
una relazione etica, per cui il termine “sorella” – di montaliana, anadiplotica
reminiscenza – sposta il discorso sul piano della prossimità: ciò che accade
all’anguilla chiama in causa direttamente il soggetto umano, non come in
Montale, però, per il quale l’esistenza è guerra costante con le forze
contrastanti della natura (tra l’altro con echi leopardiani concettualmente
evidenti), bensì perché responsabile di un male diffuso che ricade sulla natura
stessa, ormai indifesa e agonizzante. Il correlativo dell’anguilla da tenace si
fa fragile e necessitante cura, mentre si perde tra i nuovi veleni (atrazina,
fosfati, ecc.). Ci vorrebbe un nuovo habitat ma ancora il poeta non riesce a
vederne in prospettiva, perciò, in questo testo, è il margine – una zona di
contiguità tra specie, corpi, destini, in un ambiente compromesso – la speranza
per quel futuro che sembra impraticabile. Il paesaggio, per quanto
identificabile nella presenza invasiva di resti tossici, di sostanze che
impediscono il passaggio e trasformano il fiume in una trappola, manifesta
un’etica dell’attraversamento, perché nonostante tutto lo scempio l’anguilla
continua a muoversi. Il suo guizzo non è eroico, bensì disperato, estenuato; è
vero e proprio per questo radicale. Il viaggio verso il mare – già in altri
contesti, lo abbiamo notato, simbolo di origine e compimento – è dichiarato
impossibile: “persino il Baltico è perduto”. Il movimento, quindi, non conduce
più a una meta, ma si riduce a un restare in vita nel passaggio stesso.
Il testo insiste su una compressione spaziale: il grande viaggio migratorio si
restringe a un’“armilla di incendi ed esplosioni”, una sorta di cerchio
infernale che sostituisce l’orizzonte aperto. Questo è uno spostamento decisivo
rispetto, ad esempio, ad Anedda: mentre in Confini la frammentarietà apre lo
spazio, qui la stessa frammentarietà lo chiude, lo rende verticale,
claustrofobico, fatto di precipizi e masse d’acqua fredde. L’attraversamento
diventa immersione forzata, discesa verso relitti e rovine, “chiglie corrose e
catene d’ancoraggio”.
Eppure, proprio in questo fondo degradato, avviene qualcosa di essenziale, come
abbiamo provato a dire in precedenza: l’anguilla scopre il suo “brivido”, il suo
“istinto di nuoto”, non quindi una speranza in senso consolatorio, ma
una resistenza minima, corporea, quasi automatica (sarebbe interessante
approfondire l’aspetto dell’istintualità come automatismo in ogni forma di
resistenza). Il mare, da luogo raggiungibile, si tramuta in “un profumo
lontanissimo”, “il sospetto/ di un sogno interrotto all’alba”, una pura traccia
sensoriale con la quale la memoria biologica provoca uno scarto fondamentale: lo
spazio è interno al corpo, inscritto nel ritmo delle branchie, nella pinna che
continua a muoversi, nell’idea di sopravvivenza che aspetta nuove definizioni e,
chissà, anche un nuovo linguaggio (cos’è l’anguilla se non la poesia stessa,
cioè il senso dell’umano continuamente in trasformazione e allo stesso tempo
sempre a un passo dalla sua fine?)
La lingua poetica di Pusterla accompagna questo movimento senza mai sublimarlo.
Il verso lungo, cumulativo, quasi asfittico, riproduce la fatica del nuoto, la
mancanza di respiro (con un richiamo evidente, estremo, al testo di Montale –
estremo perché qui il climax è discendente e decostruttivo, in Montale invece è
ascendente e costruttivo, come la sintassi ci suggerisce in entrambi i testi). A
emergere è un’idea di vita ridotta al minimo, ma non per questo arresa e
indirizzata comunque a “strappare/ un attimo all’asfissia, un’idea di vita/
all’evidenza dei fatti”. È qui che si chiarisce ancora una volta la dimensione
etica del testo: l’anguilla non vince, non arriva, non redime nulla, ma nel suo
ostinato movimento produce “l’ultima sfida all’ansia, un’utopia alla paura di
tutti”, dove l’utopia è un gesto infinitesimale senza la costruzione di un
progetto di fuoriuscita, un restare nel passaggio quando ogni passaggio è
negato.
Rispetto ai testi di Anedda o di De Angelis, qui il “tra” è una zona di attrito
violento, in cui il vivente è costretto a negoziare la propria sopravvivenza tra
scarti e distruzione – così spiego anche le scelte espressionistiche evidenti
soprattutto nell’apparato sonoro, quasi un repêchage fonico e lessicale della
petrosità dantesca. Tuttavia, la continuità con i poeti appena citati è
profonda: anche in Pusterla, infatti, il luogo è un campo di forze che espone,
ferisce, e che allo stesso tempo implica risposte altre ai tradizionali
interrogativi etici.
La pratica del margine diventa resistenza senza promessa di riconciliazione
attraverso la poetica dei resti anche in un altro testo, stavolta della
raccolta Pietra sangue (1999), Arazzo:
> Galleggiano detriti. Fili d’erba, una striscia
> di verde, controriva. Dopo, foglie
> bordeggiano di giallo e infine i rami
> chiudono il tricolore dello stagno. Viene un pesce
> già morto ad incagliare il proprio argento
> nella lieta flottiglia delle scorie,
> nell’arazzo che fonde le storie
> di ciascuno e le muta in fanghiglia. E la rana
> che vive tra i due regni sporge un occhio
> fisso, liquido e nero. Poi s’immerge.
Qui il confine non è più attraversato in forma dinamica e migratoria, come
accadeva nell’anguilla, ma abitato come superficie di deposito. Lo spazio è uno
stagno, luogo per definizione intermedio, quasi sospeso tra movimento e stasi
dove la vita stessa galleggia, i resti si accumulano entrando in relazione
concreta con la morte. L’incipit è netto: “Galleggiano detriti”. In questa
realtà residuale, quindi, questi stessi detriti si muovono e sono fili d’erba,
foglie, rami che partecipano dello stesso sistema ontologico delle “scorie”
(addirittura una “lieta flottiglia” che va a incagliarsi nella “fanghiglia” che
tutto impania e riassorbe, perfino il lento movimento dei resti). La distinzione
tra naturale e artificiale si dissolve in una continuità degradativa, in cui
tutto è ugualmente residuo. Anche il colore – il verde, il giallo, il tricolore
che si compone con i rami nello stagno – non produce armonia, ma una
combinazione involontaria, una decorazione nata nella decomposizione. È qui che
il titolo diventa decisivo: l’“arazzo” in questione è un tessuto naturale del
tutto accidentale, prodotto dall’accumulo e dal tempo. Il pesce morto che
“incaglia il proprio argento” introduce una riflessione centrale nella poetica
pusterliana: la vita che entra nel regime del resto e, quindi, dell’eccedenza di
senso nella natura intesa come tragitto esistenziale. La morte, perciò, si
integra nella tessitura, diventa un elemento tra gli altri. L’argento del corpo
morto non risplende come simbolo, ma è invece materia sempre trascinata e la
“lieta flottiglia delle scorie”, di cui si diceva, espone un’immagine
volutamente disturbante, in cui l’aggettivo “lieta” non riscattando
nulla, accentua l’assenza di giudizio morale. Come in De Angelis e soprattutto
Anedda, nulla viene salvato, nulla viene condannato. Ecco perché il punto
cruciale della poesia è rappresentato dall’intuizione per cui l’arazzo “fonde le
storie/ di ciascuno e le muta in fanghiglia”, infatti qui la soglia da spaziale,
si fa narrativa ed etica. Le storie individuali – biologiche, naturali, forse
anche umane – perdono contorno, si confondono, vengono assorbite in una materia
indistinta. Non c’è memoria monumentale, non c’è archivio: c’è una memoria
fangosa, impersonale, che conserva senza ordinare per eventuali future
trasformazioni biologiche. In questo contesto appare la rana, figura liminale
per eccellenza, “che vive tra i due regni”, abitante, dunque, che col suo occhio
“fisso, liquido e nero” registra per un attimo il cammino della materia alla sua
decomposizione per poi immergersi ritraendosi perfino dal senso (Pusterla apre
sempre nella sua opera, con la presenza degli animali, un’altra possibile
visuale: la resa al mero essere che invece l’uomo non riesce ad accettare
trasformando qualunque ecosistema).
A mio avviso, rispetto a L’anguilla del Reno, qui l’etica dell’attraversamento
subisce uno spostamento decisivo, perché se nell’anguilla il movimento resisteva
alla distruzione come gesto vitale estremo, in Arazzo la stessa resistenza
coincide con il restare, con l’essere parte del deposito, con l’accettazione di
una coesistenza non gerarchica tra vita, morte e scarto (la resa di cui dicevo).
Il margine diventa una zona di compresenza opaca, in cui nulla si risolve e che
sembra accettare in una speranza alla seconda potenza anche la disperazione
della fine (anche se in un’accezione materialistica e biologica che non ammette
alcuna trascendenza).
È in questa sospensione che, per Pusterla, la poesia esercita la sua funzione
etica, rendendo visibile ciò che continua a esistere quando ogni orizzonte di
salvezza è venuto meno.
Adesso è il momento di attraversare la soglia che ci trasporta alla seconda fase
del percorso poetico di Pusterla. Quelli più recenti, infatti, sono i libri del
tentativo di ri-apertura del margine, per cui le riflessioni esistenziali si
spingono sempre più sul versante dello sdegno politico e risalgono i crinali
della vita sociale focalizzandone gli errori e manifestando attraverso la parola
una nuova pietas, totalmente laica, nella relazione tra soggetto e mondo.
Ripartiamo da Corpo stellare (2010), forse il capolavoro di Pusterla, e
soffermiamoci su una poesia che ci permetterà di dire qualcosa sulla pietas cui
si è appena accennato. Nello specifico, si tratta del terzo movimento della
serie Abbozzo degli aerei e delle ali, in cui sembra possibile individuare nella
poesia la capacità di trascendere il senso delle cose attraverso l’immaginazione
e, quindi, nella reinvenzione dello stesso (sempre, però, in un orizzonte
concreto e per niente metafisico), ma leggiamo:
“Poi cade un altro aereo, magari.
Scende muto in un mare
assolutamente blu, profondissimo
lento e deciso cala oscillando verso
le zone sconosciute,
traversa le alghe e i sargassi,
colonie di molluschi, torpedini,
trapassa le correnti, si conficca nei fondali
di sabbia e di roccia primaria,
giunge all’origine dei pesci progenitori
degli anfibi e dei rettili,
progenitori degli uccelli e degli angeli
e degli uomini smarriti,
sempre più in basso come una speranza
che deve inabissarsi, una parola
che ha perduto se stessa e va
verso il basso a ritrovare il suo senso
che forse non c’è disperata.
Le ali servono adesso a volare al contrario,
a calare nel buio.
L’ultima planata verso ciò che sta sotto,
nel cielo più grande.
Un’altra stella,
dunque, che adesso ci chiama e ci guida?
Dal fondo,
risale una luce rifratta, una voce inesausta:
dal fondo di un mare.
“le ali e le vele, le piume e le ciglia, le mani:
e poi gli occhi, i colori.
Verso la bellezza, lontani dalla bellezza;
verso il vero e distanti,
perduti e frementi. Nuotare, danzare, cadere
provare a rialzarsi. Poi basta.”
(Come per l’acqua il pesce…
Sopra le nostre parole di tempera e colla,
di polvere e d’olio,
una rotta da inventare senza radar?)
Tempeste magnetiche, corpi guizzanti”.
Nel terzo movimento di Abbozzo degli aerei e delle ali, la scena iniziale è
volutamente dimessa: “Poi cade un altro aereo, magari”. L’avverbio sospensivo e
il tono quasi incidentale sottraggono l’evento a qualsiasi enfasi tragica o
spettacolare. Qualcosa accade, ancora, come parte di una serialità anonima. Da
subito, il testo rifiuta la posizione del giudizio e quella della denuncia,
collocandosi in un registro di osservazione che è già, implicitamente, una forma
di presa in carico. La discesa dell’aereo è al rallenty, non è rappresentata con
un impatto improvviso: «lento e deciso cala oscillando», e infatti il lessico
insiste sull’attraversamento di strati – alghe, correnti, fondali, sabbia,
roccia primaria – che non funzionano come semplici elementi descrittivi, ma sono
livelli di realtà. L’aereo, oggetto tecnico per eccellenza, viene
progressivamente sottratto alla dimensione dell’uso e della funzione per essere
reinscritto in una genealogia più ampia, che include pesci, anfibi, rettili,
uccelli, angeli e uomini. Questa sequenza vive in una continuità senza
gerarchie: il testo lavora per giustapposizione, non per opposizione e così
sfuma la differenziazione tra natura e cultura.
È in questo movimento che si produce un primo slittamento decisivo: ciò che cade
non viene isolato né espulso, viene invece accolto in una trama comune. La
caduta diventa una forma di ritorno, non a un’origine mitica, ma a un fondo
condiviso in cui le differenze di statuto si attenuano, quasi diventando origine
di un nuovo mistero: è lo stesso linguaggio a perdere l’orientamento? (“una
parola / che ha perduto se stessa e va/ verso il basso a ritrovare il suo senso/
che forse non c’è”). Sembrerebbe, ma Pusterla non cerca di riscattare il
fallimento della parola, né di risolverlo. Al contrario, lo stesso fallimento –
la caduta – è accolto come parte dell’esperienza. E tuttavia, proprio in questa
accettazione, il movimento non si arresta. Le ali, simbolo tradizionale
dell’elevazione, non vengono negate, ma riconvertite: “Le ali servono adesso a
volare al contrario”. Non è la funzione a essere abolita, ma il suo
orientamento, il volo così conduce più profondamente dentro al mondo e non fuori
di esso. A questo punto, però, proprio dal fondo risale una voce “inesausta”,
non autoritaria né salvifica che trasporta a un elenco fragile di gesti e di
possibilità nella loro concretezza ed effettività: nuotare, danzare, cadere,
provare a rialzarsi. Il testo non separa il tentativo dal fallimento, l’impulso
dalla rinuncia, ma lo mantiene nello stesso registro di esposizione. La bellezza
è evocata e allo stesso momento problematizzata: “Verso la bellezza, lontani
dalla bellezza”, verso una condizione impermanente, non risolta. Catabasi e
anabasi confondono le loro prospettive e, anzi, grazie alla parola poetica
risultano innecessarie, spostando l’attenzione etica verso il movimento che è la
risultante dell’abbattimento di ogni pregiudiziale spaziale localizzabile e,
perciò, nominabile. Né alto né basso, dunque, ed è da questa dinamica testuale
che emerge ciò che possiamo riconoscere come pietas: un modo di relazionarsi con
ciò che cade, con ciò che perde senso, con ciò che non può essere salvato. La
poesia – e quindi il soggetto che la esplicita, nonché noi che ne leggiamo – ci
accompagna nell’attraversamento, fino al fondo e accettando che dal fondo possa
risalire solo una luce rifratta, mai piena, mai definitiva.
In questo modo, la pietas si configura come una pratica linguistica, cioè una
forma di attenzione che pur non promettendo riconciliazione, comunque continua a
immaginare il reale anche quando il senso è fragile, disperso, incerto. In
questa fedeltà all’attraversamento, quindi, più che in qualsiasi dichiarazione
etica, la poesia di Pusterla trova la sua forza.
Nel passaggio da rappresentazione a esplorazione si gioca proprio il senso della
parola in poesia, il suo essere “tra” mondi come etica del possibile che
continua a interrogarsi, che solo così testimonia la necessità di praticare il
margine. Ma ora occorre vedere come questo nuovo sentire si declini negli ultimi
lavori.
Prendiamo in considerazione un testo dalla penultima
raccolta, Tremalume (2022), Botta e risposta sulle ombre:
Botta e risposta sulle ombre
1.
L’aquila, se era un’aquila, spaziava
roteando su torrioni di roccia
e l’ombra correva nei prati
come uno spettro rapido levando
fischi tra i sassi fughe nei cunicoli.
Poi, dopo giri e giri, finse di scomparire
per invece posarsi astuta o stanca
sullo sperone più alto della cresta,
di lì guardando a capofitto il mondo
con occhio micidiale.
Invisibile, catafratta sugli spalti,
affilava il suo rostro seguiva le prede,
ma le marmotte sapevano da sempre
trattare l’ombra come cosa salda,
non fidarsi mai, prevedere i pericoli.
Era un teatro diverso dal nostro di palude.
Spietato, più sereno. A perpendicolo
crudeltà senza male.
2.
“E senza bene” aggiunge l’altro sornione “senza
progetto di parola, senza storia: nell’eterna
sempre uguale biologia priva di gloria.
Questo rimpiangi? Questo
sostituirebbe scienza, dubbio e memoria, etica?
E la tua aquila, che forse non è aquila: se esiste
sarà un’allegoria che a noi rimanda, o mera cosa
estranea alla parola, non lo vedi? Lo dici, vola via,
si mimetizza”.
“Nessun rimpianto”
ribatto nervoso “resta l’ombra,
quel segno d’ombra da leggere sull’erba
come una via di fuga, un orizzonte
inarrivabile che impedisce di acquietarsi,
forse di disperare. Nel muro dell’umano una finestra
sull’oltre”. “Se ti basta” non cede “ti accontenti
di poco”.
“Del desiderio” gli dico, provo a dire.
“Del desiderio, della ferita e del vento”.
Il contrasto vibra sul margine di un impianto etico. L’aquila, protagonista
della primissima parte è una figura incerta, quasi fantasmatica, una parola
predatoria e appollaiata sulla costruzione naturale-culturale (si veda la
terminologia da assedio: torrioni, catafratta, spalti, rostro, ecc.), pronta
allo scatto decisivo, “micidiale”. Eppure, come non leggere nella capacità delle
marmotte di trattare “l’ombra come cosa salda” una parte altrettanto attiva
nella dialettica della predazione.Per respingere l’agguato – e refutarne quasi
il presupposto linguistico, cioè la predestinazione alla fine sotto gli artigli
del più forte – conoscono e sanno trattare l’aspetto fantasmatico e oscuro del
reale, il segnale dell’agguato, l’ombra del predatore, la minaccia del segno.
Aquila e marmotte sono il “tra” della relazione, sì linguistica ma non per
questo meno concreta, che mette in gioco la continua spoliazione e riattivazione
del senso. L’ammirazione per questo spettacolo scabro – Pusterla lo chiama
“spietato ma anche “più sereno” – è contrapposta a un altro “teatro”,
evidentemente quello umano, “nostro” e “di palude” che richiama ad altre
strategie, meno dirette e più architettate. Come si può capire, già nella prima
parte del contrasto è esposta l’idea del soggetto, il suo presupposto etico che
si basa sulla presunta purezza del mondo naturale, chiarito persino dal dubbio
che ogni suo segnale possa essere frainteso. Il dubbio che qualcosa si sia
esaurito, questo stesso mondo della natura che è possibile osservare solo come
spettacolo, è prodotto dal verbo essere all’imperfetto “era” che avvia l’ultima
strofa del primo movimento. Ed è adesso che ex abrupto interviene l’altro
interlocutore, la controparte che tenta di ribaltare la morale del soggetto,
quasi doppelgänger fantasmatico dello stesso – così come un fantasma poteva
essere l’aquila in precedenza – che rimprovera il rimpianto “naturale” al primo
parlante introducendo attraverso “scienza, dubbio e memoria, etica” la
controparte culturale dell’argomentazione – anche qui è evidente come agisca
l’etica della soglia tanto cara a Pusterla, il suo riflettere “tra” ciò che
finisce e la provocazione di un nuovo inizio che tenti di oltrepassare le
vecchie dialettiche, in maniera nervosa, turbolenta e agonistica.
Nella parte centrale del secondo movimento si scoprono le carte:
> E la tua aquila, che forse non è aquila: se esiste
> sarà un’allegoria che a noi rimanda, o mera cosa
> estranea alla parola, non lo vedi? Lo dici, vola via,
> si mimetizza.
Il soggetto, o l’altro o il suo doppio che è lo stesso, dichiara che l’aquila,
la “micidiale”, verticale e perpendicolare parola, è solo un tropo, un rimando o
un’assenza (è il linguaggio la prima immagine, la prima ombra). Subito dopo la
risposta è “nervosa” e si accanisce proprio sulla parola chiave: l’ombra è ciò
che resta, la poetica del residuo e della traccia di Pusterla è dinamica, sposta
sempre l’asse del significato, si dibatte contro “il muro dell’umano”, prova ad
aprire brecce “sull’oltre” e lo fa proprio attraverso la nominazione. Nella fase
ultima della poesia di Pusterla è sempre più pressante l’esigenza di dire;
l’accumulatio ternaria è presente in molti titoli di poesie e anche come titolo
complessivo della più recente pubblicazione – ma lo vedremo a breve – nonché in
chiusura di Botta e risposta sulle ombre:
> “Del desiderio” gli dico, provo a dire.
> “Del desiderio, della ferita e del vento”.
Quel desiderio, quello che ci ha allontanati dagli astri, dalla speranza dei
buoni presagi, non è perso se leggiamo l’oltranza come trasporto per ciò che è,
senza rimedio o rivalsa. Ci accontentiamo di poco, come vorrebbe farci credere
il luciferino doppelgänger, o aspiriamo al tutto compreso nell’ombra del nome,
nello squarcio aperto dallo spettro del significato e che può abbracciare allo
stesso tempo – nello stesso verso – la “ferita” e il “vento”?
Si è detto che la fase più recente della ricerca di Pusterla sembra rispondere
con più urgenza al confronto con la società, con i suoi “imbarbarimenti” e le
sue violenze, anche se non è una mutazione “civile” la sua, quanto un
allargamento dell’orizzonte del “tra”. Quando la relazione sembra tradita dal
non senso dell’arbitrio non per questo essa è abbandonabile a una nominazione
sempre più rimaneggiata e semplificata, occorre colpire con gli strali del
linguaggio ma anche fare in modo che la pietas ne custodisca le verità profonde,
in primo luogo il continuo movimento dell’esistenza, le sue eterne
trasformazioni.
Per questo, sembra giusto chiudere la riflessione sull’opera di Pusterla,
riportando l’ultimo testo dell’ultimo libro pubblicato, Fiumi nefrite
vortici (2025) – tra l’altro ultimo testo di un poemetto intitolato
emblematicamente Ultimo fiume:
Il mare adesso, un braccio
di mare imprevisto di fronte.
Un mare livido e aperto
termine o nuovo inizio.
Basta un raggio di sole e s’infiamma
basta un colpo di vento e s’increspa.
Ecco quello che resta
ancora da traversare
il mare senza tempo
né immagini o parole
il mare con il vento
il mare con il sole.
Un’esistenza che si confronta con la fine ma che, considerando le eterne
trasformazioni di cui abbiamo detto, è anche l’apertura ad altri orizzonti –
“termine o nuovo inizio”. Scorrendo tutto il libro si capisce che nella rabbia
per un presente che sembra auto-annientarsi si muove anche la tristezza intima
per la scomparsa del proprio mondo personale (all’altezza di Fiumi nefrite
vortici la mamma di Pusterla è, a causa di una malattia, ricoverata in una casa
di riposo mentre il papà è morto da tempo). Il “tra” è adesso quello di un
soggetto che si confronta con il suo invecchiamento – ancora un orizzonte della
fine – e la speranza del rinnovamento. A soccorrere realmente il soggetto, sono
principalmente i nipoti, rappresentanti della vita che si rinnova, psicopompi
della speranza in un mondo che intravede l’estinzione. Il riferimento letterario
del testo finale di Ultimo fiume è in maniera evidente l’Éternité di Rimbaud
nelle cui strofe iniziale e finale troviamo scritto:
> Elle est retrouvée.
> Quoi ? – L’Éternité.
> C’est la mer allée
> Avec le soleil.
Mentre nel finale di Pusterla abbiamo:
Ecco quello che resta
ancora da traversare
il mare senza tempo
né immagini o parole
il mare con il vento
il mare con il sole.
Se il “ritrovare” di Rimbaud si riferisce al paradiso perduto dell’infanzia e
dell’unione/abbandono – “allée” con tutta la sua ambiguità – di femminino e
mascolino simboleggiati dal mare/madre (mer/mère in tutta la sua pregnanza
omofonica) e dal sole/padre per sempre perduto, la “traversata” di Pusterla,
ricollegandosi alla poetica dei resti – “ecco quello che resta” – ribalta
l’assunto e lo proietta verso un raggiungimento sempre in divenire, anche a
dispetto della fine. La speranza della continuazione trascende persino il
soggetto in una fiducia “paradisiaca” che fa del “tra” anche il superamento del
sé nella fiducia della relazione. Un “trasumanar” del soggetto nella sua
scomparsa che lascia così spazio all’avvenire, che ritrova il futuro nel
totalmente altro dell’ignoto (anche per questo diventa necessario il
riferimento/ribaltamento di Rimbaud).
Pusterla scopre, così, sul bordo del mondo, non una sospensione mistica ma un
vuoto fecondo, la stessa memoria crolla e il soggetto si decide verso un altro
attraversamento. Il vero “restare” è questa ostinazione totalmente umana e laica
per l’oltranza – più l’Ulisse dantesco che Dante stesso nel suo viaggio, ma
comunque una peregrinazione –, per un’eternità dinamica e intesa sempre come
sfida etica, per cui il “tra” si fa coraggio e il rischio consapevolezza di
viaggiare senza mappe se non l’esperienza. Pusterla è, nonostante il male e la
fine, ancora il testimone che, giunto al limite della terra (e del libro),
riconosce nel mare infiammato dal sole l’unica direzione possibile, l’unica
foce.
Gianluca D’Andrea
*In copertina: Fabio Pusterla (Fonte: AN|SICH|TEN – SRF Schweizer Literatur)
L'articolo “Verso la bellezza, lontani dalla bellezza”. Intorno alla poesia di
Fabio Pusterla proviene da Pangea.
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> Se la presenza d’un bambino dà effettivamente un altro giro di vite, che ne
> direste di due bambini “Diremmo, effettivamente” – esclamò qualcuno – che
> sarebbero due, i giri di vite. E poi che vogliamo conoscere la storia.
>
> H. James, Giro di vite
Qualora qualcuno sentisse il bisogno di ricercare una descrizione accurata dei
culti pagani o delle eresie del cristianesimo all’alba della sua nascita, non
dovrebbe che rivolgersi ai seguaci più ortodossi della nuova fede; è lo stesso
Santo che tiene in vita l’Avversario. Capita sempre così: colui che ci detesta
ci fa sopravvivere. L’acume dello sguardo che ci vuole ferire, spesso, ci
immortala definitivamente. In Lo spirito errabondo(Adelphi, 2018) Somerset
Maugham traccia un “tenero e spietato” ritratto di Henry James “pomposamente,
perdutamente aggomitolato nei suoi grovigli verbali anche di fronte alla più̀
effimera, scontata chiacchiera salottiera”:
> Henry James manifestò le sue perplessità riguardo al Giardino dei ciliegi,
> com’era prevedibile, visto che i suoi valori drammatici erano fondati sulle
> opere di Dumas e Sardou, e nel secondo intervallo si mise a spiegarci come
> l’incoerenza russa fosse in antitesi con le sue simpatie francesi.
> Affannandosi in frasi tortuose, esitava di tanto in tanto per cercare la
> parola adatta a esprimere con esattezza la sua costernazione; sennonché Mrs
> Clifford, dotata di una mente agile e pronta, la indovinava sempre e, a ogni
> pausa, lo imbeccava. Era l’ultima cosa che Henry James desiderasse. Benché
> troppo educato per protestare, aveva un’espressione quasi impercettibile che
> tradiva irritazione e, rifiutando ostinatamente la parola proposta, si
> industriava a cercarne un’altra, che Mrs Clifford di nuovo gli suggeriva per
> vedersela ancora una volta bocciata. Fu una scena di grande teatro.
Lo stile e la forma sono spesso una Medusa. Tale era per James il loro culto
che, a volte, ne rimaneva paralizzato. Il fatto è che il prezzo da pagare per
essere ininterrottamente sublime è quello di dover dormire davanti a uno
specchio (Baludelaire), auscultare continuamente la propria lingua. Questo
esercizio, per lo scrittore, non si consumava in società, tanto meno nelle
pagine compiute. Avveniva altrove, in una zona più appartata e segreta. È lì che
James si specchiava senza testimoni, o meglio, alla sola e affollata presenza di
lunghe liste di nomi.
> James ha espresso [nei suoi taccuini] alcune delle sue aspirazioni più
> intimamente di quanto non si sia permesso di fare nelle autobiografie
> pubblicate. Ha rievocato la freschezza e la vivacità delle sue prime
> impressioni, sostenendo che mai nessun «altro giovane ingenuo ha atteso con
> più appassionato eppure più paziente desiderio quel che gli riservava la
> vita». Questo miscuglio di passione e di pazienza ne faceva un osservatore
> fuori del comune. Era l’esempio vivente della definizione stendhaliana del
> romanzo come «uno specchio a zonzo per la via», ma nel suo distacco non
> c’erano freddezza o indifferenza.
>
> (F.O. Matthiessen Kenneth B. Murdock, Introduzione in Ormai non poteva
> succedere più nulla, H. James, Adelphi, 2026, p.21)
Verso la fine della sua vita, Henry James distrusse molti documenti personali.
Probabilmente senza volerlo, lasciò nove quaderni o diari, ora depositati presso
la Houghton Library di Harvard. A parte uno, estremamente piccolo, sono vecchi
quaderni di circa 15×20 cm costati pochi centesimi. Nessuno di questi era
destinato a futuri lettori. Quello che tra il 1878 e il 1911, veniva annotato da
James erano “germi” – particolari colti durante le cene o durante le letture –
che sarebbero poi diventati romanzi o racconti.
> Fra i più importanti racconti di Henry James ve ne sono alcuni che James non
> ha scritto. Sono «piccoli sujets de nouvelle», boccioli mai dischiusi se non
> nella forma contratta dei Taccuini. Eppure, si ha talvolta il sospetto che
> proprio quella forma fosse la forma finale, la più adatta a una storia che,
> innumerevoli volte, era nata da una frase detta da qualcuno in conversazione,
> durante una delle innumerevoli occasioni mondane a cui James aveva partecipato
> – e che erano il terreno stesso, continuamente smosso e rimosso, della sua
> opera.
>
> (R. Calasso, Il cacciatore celeste, in Taccuini, Adelphi, 2026, pp.9-10)
Alcuni appunti sono scheletrici, altri si sviluppano in scenari completi; tutti
pongono l’attenzione più sul metodo o sul trattamento del materiale che su un
argomento apparente. I quaderni sono laboratorio sia per la sua narrativa sia
per la sua arte saggistica, come fu per le prefazioni all’edizione newyorkese
delle sue opere, in seguito raccolte in ‘The Art of Fiction da R.P. Blackmur
che le definì “l’opera di critica letteraria più eloquente e originale
esistente”.
Quando James iniziò il primo dei suoi quaderni con il suo schizzo di Confidence,
aveva completato più di dodici anni di apprendistato. Quell’estate Daisy
Miller era uscito sul “Cornhill Magazine”; The Europeans era appena stato
pubblicato a puntate dall’“Atlantic Monthly”. Ma il meglio di James, (questo
glielo riconoscono anche i suoi più feroci detrattori) doveva ancora venire.
Leggere i suoi Taccuini, dunque, significa percorrere la strada della sua
ascesa, scoprire subito i molti modi diversi in cui raggiunse la saturazione di
un certo materiale, quello che riteneva essere il primo requisito per un’arte
valida.
I taccuini sono il suo specchio, come ho già detto, James non aveva in mente
altro lettore se non sé stesso. A volte prendeva il quaderno che aveva a portata
di mano e annotava. Le note non aprono porte indiscrete sulla sua vita privata:
non rivelano scandali né confessioni intime. La lunghezza stessa ne testimonia
l’intensità della preparazione: ogni lavoro successivo, romanzo che fosse,
nasceva da una lunga incubazione, da un pensiero che si avvolge intorno al
proprio oggetto fino a penetrarlo, “l’intima lotta con l’idea particolare, con
il soggetto, la possibilità, il luogo.” James pensa con la penna in mano; smonta
l’episodio tratto dalla vita, lo raffina, lo complica, lo distilla finché l’idea
iniziale si trasfigura in forma compiuta. Il sogno della brevità rimane per lui
un ideale mai davvero raggiunto; certamente non per mancanza di capacità, è la
sostanza che trabocca: le sue “preziose discriminazioni”, le sottili sfumature
psicologiche, sono troppe per essere contenute in uno spazio ristretto. La sua
narrativa si espande perché la coscienza che la anima è densa, stratificata,
irriducibile. In queste pagine preparatorie si intravede il segreto della sua
arte: non l’evento spettacolare, ma la lenta, inesorabile trasformazione
dell’esperienza in coscienza — e della coscienza in parola; “il suo stile è
simile a un cerimoniale, una liturgia solenne, allestita in un mondo senza dei”
(F. Cordelli).
Come osserva Ottavio Fatica nel saggio conclusivo della recente edizione
italiana pubblicata da Adelphi, gli appunti non sono semplici promemoria
narrativi, ma immagini. James scrive per figuram:
> Sull’origine della fictive picture anche Turgenev gli dirà che inizia quasi
> sempre con la visione di una o più persone che lo interessano, lo stimolano,
> che vede disponibles. Basta aprire i Taccuini: James, immaterialista a modo
> suo, percepisce per via di antenne; parte da un flatus vocis gli vengono
> incontro nomi, a questo servono gli elenchi che redige, che all’istante si
> cangiano in presenze, mai descritte nei tratti, nelle caratteristiche fisiche:
> sono clever, e questo dovrebbe bastare, quasi fosse una caratteristica come il
> naso aquilino o le orecchie a sventola; cerebrali ma vivi, questo il dramma,
> perché una volta vivi devono pur vivere, a scapito degli altri.
Le sue immagini non si limitano a rappresentare il mondo: lo filtrano, lo
trasfigurano, lo sospendono in una tensione continua tra visibile e invisibile.
È così che Bly in Giro di vite diventa più reale del reale sotto lo sguardo
diabolico di Quint e Jessel; è così che l’attesa si fa angoscioso destino nella
figura mostruosamente vuota della “bestia della giungla”. Alla fine, ciò che
resta non è il fantasma, non è la bestia, non è nemmeno l’evento che fa sorgere
la narrazione. È l’intensità dello sguardo che li ha evocati. I taccuini sono il
luogo dove si sono affinati l’occhio e la penna; come lo scudo di Perseo le loro
pagine guidano il colpo sino alla testa di Medusa.
> Sabato, 12 gennaio 1895. Segnare il racconto di fantasmi riferitomi a
> Addington (la sera di giovedì 10) dall’arcivescovo di Canterbury: la pura e
> semplice sua traccia, fumosa, imprecisata, vanescente – tutto ciò che aveva
> saputo (molto male e imperfettamente) da una donna che non aveva attitudine al
> racconto, né chiarezza: la storia dei bambini (imprecisato il numero e l’età)
> affidati alla servitù in una vecchia dimora di campagna, probabilmente a
> seguito della morte dei genitori. I domestici, perfidi e depravati, corrompono
> e depravano i bambini; i bambini sono cattivi, pieni di malvagità, in misura
> funesta. I domestici muoiono (il racconto resta vago sul modo) e le loro
> apparizioni, le loro figure, tornano a infestare la casa e i bambini, ai quali
> sembrano far cenni, che invitano e sollecitano, di là da punti pericolosi, il
> cupo affossamento di uno steccato sprofondato, ecc. – in modo che i bambini
> arrivino a distruggersi, a perdersi, rispondendo al loro richiamo, cadendo in
> loro potere. Fintanto che i bambini ne vengono tenuti lontani, non sono
> perduti, ma esse cercano, cercano, cercano, quelle presenze maligne, di
> impadronirsene. Si tratta di vedere se i bambini «passano dalla loro parte». È
> tutto oscuro e impreciso, il quadro, la storia, ma sembra contenere una vena
> di strano raccapriccio. La storia andrebbe narrata abbastanza ovviamente – da
> uno spettatore, un osservatore esterno.
>
> (pp.290-291)
James, più che raccontare storie, ha continuato per tutta la vita a stringere la
vite invisibile dell’immagine e della lingua, fino a farcene sentire, ancora
oggi, il giro e la punta.
Tony Vero
*In copertina: Henry James ritratto da Frederic Hilaire D’Arcis nel 1913
L'articolo “È tutto oscuro e impreciso”. Henry James o dell’ossessione per il
linguaggio proviene da Pangea.
Ralph Waldo Emerson sorrideva spesso: la vita si avvera nella gioia – una gioia,
osava dire, ferina. Tuttavia, era capace di deflagranti asprezze. In uno dei
suoi libri più vertiginosi, The Conduct of Life (1860), il formidabile pensatore
stigmatizza i ciechi al destino, i fannulloni del fato, si scaglia contro le
“creature piagnucolanti, stupide, comatose, sollevate di letto in letto, dal
nulla della vita al nulla della morte”.
Austero, sagace, programmaticamente entusiasta, il sapiente di Concord,
Massachusetts, è l’autentico profeta del messianismo americano. Secondo Harold
Bloom, “Il genio di Emerson continua a essere il genio dell’America: questo
filosofo gettò le basi della nostra vera religione… La fiducia in se stessi non
è una dottrina consolante, perché ci esorta a ricadere sul nostro genio oppure a
cadere verso l’esterno e verso il basso”. Nella sua visione cabbalistica della
letteratura, Bloom installava Emerson nei recessi di Din, la quinta Sefirot, che
soprintende il “Potere”, o meglio, il “Giudizio”. Insieme a lui, confinava Emily
Dickinson, poetessa dall’intelletto faina, suprema nel morso, che a Emerson deve
parte della propria ‘luccicanza’ lirica.
Possiamo dire, in effetti, che Emerson è la grande scaturigine, è il grande sole
della letteratura americana. Amico di Henry David Thoreau – che ha fortificato
nello sgretolato io, con cui ha fondato la rivista “The Dial” –, ha eletto per
primo, con furibonda preveggenza, il genio di Walt Whitman: in una lettera che
ha fatto storia – spedita da Concord il 21 luglio del 1855, ne sfogliate
l’originale, digitalizzato, nel “Walt Whitman Archive”– Emerson riconosce “quel
meraviglioso dono che è Foglie d’erba, opera di arguzia & sapienza tra le più
straordinarie prodotte in America”. Del verbo trascendentalista da lui forgiato
si sono nutriti, con diversi gradi di intensità, Nathaniel Hawthorne e Herman
Melville.
Beh, parrà paradossale ai più ma è proprio Emerson, il fondatore della cultura e
del pensiero autenticamente statunitense, a essere il punto d’unione tra gli
States e l’Iran. O meglio – visto che è vile rimestare nei torbidi della
decantata attualità – tra Stati Uniti e Persia. In due saggi, tra gli altri,
Emerson riconosce la propria filiazione diretta con la cultura persiana antica:
in Persian Poetry – pubblicato nel 1858 sull’“Atlantic Monthly”, oggetto, per i
nostri lettori, di un prossimo PAN – compie, soprattutto, un formidabile elogio
di Hafez, il grande poeta di Shiraz, vissuto nel XIV secolo. Della poesia
persiana, Emerson apprezzava la raffinatezza, il gergo epigrafico, la capacità
morale, poderosa fino all’insidia, in grado di essere, al contempo, caustica e
aggraziata. In un’epoca – l’Ottocento – in cui i poeti anglofoni si davano a
poemi-megafono, esorbitanti, Emerson preferiva il ghazal, il talento di
riassumere un mondo in un distico, una vita in un ritornello, l’effimero
nell’emblema. In Inghilterra aveva conosciuto Coleridge e Wordsworth; non aveva
dubbi nel dire che nell’opera di Hafez “si mescolano il genio di Pindaro, di
Anacreonte, di Orazio e di Robert Burns”.
Nessun fatuo ‘esotismo’ attanagliava Emerson, nessun frainteso da Mille e una
notte, con volgarità di harem e di jinn. Leggeva Firdusi e Attar, Hafez, Enweri
e Nisami dal tedesco, nelle versioni approntate dall’orientalista austriaco
Joseph von Hammer-Purgstall – si lamentava del provincialismo delle accademie
americane “incapaci di produrre una traduzione degna di nota dei poeti
d’Oriente”; allo stesso modo, decenni dopo, Ezra Pound (emersoniano a contrario)
lancerà improperi contro gli accademici ciechi di fronte all’oceanica cultura
cinese. Le prime, notissime, traduzioni (pardon, rifacimenti) di ʿUmar Khayyām a
cura di Edward FitzGerald sarebbero uscite nel 1859; negli States
le Rubáiyát dell’“Astronomer-Poet of Persia” sarebbero state pubblicate soltanto
nel 1878: nel frattempo, Emerson faceva da sé, con arguta audacia:
> “Apri la porta, perché tu sei l’Aperto
> mostra la via, perché tu sei la guida.
> Non ho fede nel pilota né nelle carte
> perché sono transitori – soltanto tu resti”.
Nel volume che raccoglie le Translations di Emerson, spicca la relazione con i
poeti persiani. Il guru americano traduce l’Epitaffio di Hafez così:
> “Misero cuore, che amaro scherzo
> ha giocato il Fato a questo ragazzo:
> per avere il caldo petto di una fanciulla
> ha ricevuto il freddo marmo di una lapide”.
Questo è invece il poeta persiano di origini turche Badr al-Din Hilali, vissuto
nel XVI secolo:
> “Ora grida, ora sussurra il flauto struggente:
> non ha lingua ma i venti fanno gemere le sue
> guance di legno: ‘Amore mio, l’antico sortilegio
> rimane: se io sono e tu sei come essere uno?’”.
Nel 1864 Emerson dedica un lungo saggio a Saadi – cioè: Saʿdi –, l’autore
del Bustan, opera poetico-sapienziale del XIII secolo tradotta in Italia come
“Il roseto”, tra gli altri, da Pio Filippani Ronconi (per l’‘Enciclopedia di
autori classici’ Boringhieri curata da Giorgio Colli).
> “Saadi è il poeta dell’amicizia e dell’amore, della dedizione a se stessi,
> della serenità. Nelle sue pagine l’energia è costante, la gioia trascende in
> grazia. Tali modi non sono frutto della leggerezza né della facile
> convivialità ma di una natura felice, che si libera delle avversità, si libra
> su di esse, sensibile ai piaceri, colma di risorse per fronteggiare il dolore.
> Saadi è consapevole che leggi benevole governano il mondo e ispira nel lettore
> la speranza nel bene. Che contrasto tra il tono cinico di un Byron e la
> benevola sapienza di Saadi!”.
Dicendo di Saadi, Emerson sembra dire di sé. Mirabile la conclusione finale – in
specie, in relazione al tempo presente:
> “Hanno definito i Persiani ‘i francesi dell’Asia’: l’intelligenza superiore,
> la stima con cui ammantano gli uomini di genio, l’accoglienza riservata ai
> viaggiatori occidentali, la tolleranza verso i cristiani che vivono nel loro
> territorio, in contrasto con il fanatismo turco, sembrano derivare dalla
> profonda cultura poetica, consolidata nel corso di cinquecento anni, che ha
> permesso a questa civiltà di raffinare i conquistatori preservando la propria
> identità profonda”.
Era affascinato da una terra in cui il poeta aveva un ruolo tanto preminente,
come profeta, guida ‘morale’ – perfino nel culto dell’ebbrezza, dell’uscita
fuori di sé – e custode del genio del luogo. Nel suo sorriso, per enigmi,
traluceva quello di Saadi.
Estremo, estroso omaggio alla cultura persiana è la ‘maschera’ lirica ideata da
Emerson. Seyd Nimetollah, sapiente del Quhistan, antica regione persiana, è un
derviscio edotto nella “danza astronomica”: i maestri “danzando, imitano la
rotazione dei corpi celesti, ruotando nello stesso tempo intorno al gran
maestro, che funge da sole”. Durante la danza, viene intonato questo Song di
Seyd Nimetollah:
“Ruoto come una sfera! Vago, brucio
non distinguo i piedi dalla testa
né il cuore dal mio amore
né la coppa dal vino.
Quello che faccio non appare
alla mia percezione: perduto
vago tra vorticose sfere –
so solo che devo amare.
Sono un cercatore della pietra
vivente gemma di Salomone;
giunto dalla riva delle anime
mi sono immerso nell’oceano dei sensi;
ma cos’è la terra, cos’è l’oceano
per me che bramo il prezioso?
L’amore è un fuoco intenso
il cuore è l’incenso;
ardo come le radicate fiamme
dell’aloe, ardo ma l’incensiere lo ignora.
So tutto – so nulla
non fermarti, non esitare – va.
Non chiedermi come i Mufti
recitino il Corano: amo la dolcezza
dei significati e calpesto
il libro sotto i miei piedi.
L’amore di Dio arde alto:
al suo cospetto ogni diversità
si estingue. Chi sono i musulmani
chi sono gli infedeli? Tutti
appartengono all’Amore.
Abbraccio i veri credenti
e amo chi mi inganna.
Il mio cuore si stringe al Cielo
incurante delle verità inferiori
sulla terra, sotto i miei piedi
ignoro gli umani affanni”.
La poesia – mistico gioco di specchi – viene pubblicata nel saggio sui Persian
Poetry, a mo’ di diamante; salvo entrare di diritto nel canone lirico di
Emerson. Né traduzione né rifacimento: una sorta di eversione, di evasione
dall’invasione occidentale. Tessitura di paradossi: l’uomo più ‘americano’ di
tutti, trovava ispirazione leggendo i poeti persiani. Lasciamocelo così, a piena
bocca, il paradosso: sa di miele.
L'articolo “So solo che devo amare”. Emerson & il genio della poesia persiana
proviene da Pangea.
La Cabala luriana – il complesso sistema elaborato nel XVI secolo da Isaac Luria
– ha tra i suoi pilastri la “rottura dei vasi”: le luci delle Sephirot, i dieci
attributi di Dio, sovrabbondano, frantumano i contenitori in cui sono raccolte,
i cocci crollano in questo mondo, il più infimo dei cinque postulati dal
misticismo ebraico. La divinità, così, è in esilio; allo stesso modo dei sistemi
gnostici – che raccontano il precipizio della luce, il suo assottigliarsi su
questa terra, il dispiegarsi dell’uno nei molti – “Luria riferisce sulla caduta
delle ‘scintille di luce’ dal regno divino nelle profondità… Questa rottura dei
vasi è l’evento decisivo del processo cosmico. In conseguenza di essa tutte le
cose in qualche misura portano in sé una frattura, e ogni cosa esistente ha una
certa manchevolezza” (così Gershom Scholem nel suo studio canonico, Le grandi
correnti della mistica ebraica, Einaudi, 1993, p.277).
A dire di Harold Bloom, che con genio a tratti sopraffino ha ‘confuso’ la
scienza letteraria con la pratica mistica, le opere dei grandi scrittori e dei
grandi poeti sono affini a quelle “scintille di luce”: sono elementi di
“redenzione”, intesi a “ristabilire il tutto originario” (movimento che nella
Cabala si chiama Tiqqun). Al di là dei vieti esoterismi – buoni a far
sfarfallare fumo su raro arrosto –, Bloom aveva un’idea della letteratura
sostanzialmente sapienziale (si legga, ad esempio, Rovinare le sacre verità,
Garzanti, 1992; Abscondita, 2022). Suona strano ripeterlo oggi quando la
letteratura è, per lo più, presa per materia vile, inadatta al processo
spirituale, a tramutare il cuore – tumulato dal grigiore intorno – in libellula
o lupo. Secondo Bloom, invece, i grandi libri – quelli che lui installava in
un canone per salvaguardarli dagli accademici giacobini della mediocrità –
permettono grandi scoperte: insegnano a vedere cose altrimenti invisibili, ad
ampliare i confini del nostro immaginario, a liberarci dalle imposture
dell’‘attualità’. Infine, i grandi libri avviano a scelte insolite, rendono
probabile l’impossibile, addestrano a vivere nell’imprevisto. Altrimenti, la
letteratura confina con il consueto, perimetra il noto: consola, intrattiene, ci
tiene legati a questa terra. È maceria infima. Su grandezze opposte, viaggia la
letteratura ‘demoniaca’, affine agli inferi – ma non è il tema di questo
articolo.
Oziosi esempi. I romanzi di Thomas Mann, i racconti di Franz Kafka e le poesie
di Georg Trakl dilatano i nostri sensi: dopo averli letti, il mondo ha un altro
sapore, la nostra mente levita, il cuore scalpita. Tutto sembra possibile:
l’invisibile è disteso sul comò. Al contrario, leggere tutti i libri odierni
giunti nella cinquina di un alto premio – dunque, pregiudizialmente, ‘roba
buona’ – non sposta di uno iota il nostro essere. Non levitiamo né precipitiamo.
Magari ci siamo divertiti; magari ci si è acceso il cervello, come quando si
fanno le parole crociate.
Esempi manigoldi, dirà qualcuno: è come paragonare la pantera al gatto
domestico. È vero, ritratto il ritratto. Esistono ancora oggi artisti che
dilatano il nostro immaginario e il nostro pensiero. Ne cito alcuni (ciascuno ha
i suoi): Alessandro Ceni, Gian Ruggero Manzoni, Filippo Tuena, Aurelio Picca,
Tiziana Cera Rosco.
Ma non è questo il tema di questo articolo.
Eccolo, il tema. Fino all’altro ieri si pensava che uno scrittore, rabdomante
del verbo, fosse un sapiente. Secondo Harold Bloom – un ‘matusalemme’ morto nel
2019 – Samuel Beckett era uno degli ultimi sapienti: lo apparentava, per visione
del mondo, agli gnostici. Insieme a lui – qualche grado mistico sotto – metteva
Cormac McCarthy e James Merrill, un grande poeta maldestramente ignorato in
Italia. Al suo livello, ma ad altra aspirazione gnostica, metteva Wallace
Stevens, che è forse il poeta statunitense più talentuoso, per energumena mente
lirica, del Novecento.
Torniamo a Beckett. La visione di Bloom è calcata pari-pari dagli autori – Tom
Bishop e Raymond Federman – che cinquant’anni fa, nel 1976, hanno curato per
L’Herne il “Cahier” dedicato a Beckett. Di fatto, in quella rabdomanzia di
interventi, incontri, “testimonianze” e testi, Samuel Beckett è trattato come un
veggente, come un Apollo delle oscurità. Il testo più sgargiante – manco a dirlo
– di quella ammucchiata è di Emil Cioran, che in Quelques rencontres sciorina
l’amnio della sua amicizia con Beckett. L’attacco è memorabile:
> “Per comprendere un uomo separato qual è Beckett, occorre soffermarsi sulla
> locuzione ‘tenere a distanza’, il tacito motto che regge ogni suo istante, e
> ciò che implica, in solitudine e sotterranea ostinazione, sull’essenza di
> essere estraneo e perseguire un lavoro implacabile, senza fine. Nel buddismo
> si dice che chi aspira all’illuminazione dev’essere implacabile come il topo
> che rosicchia una bara. Ogni scrittore degno di nota compie uno sforzo simile.
> È un distruttore che aggiusta l’esistenza, che l’arricchisce sabotandola”.
La porzione più curiosa del “Cahier”, tuttavia, va sotto il titolo Cent
cinquante citations. Per temi – da “La vita” a “Dio”, da “La verità” a “Il
pensiero” – i curatori del tomo hanno raccolto motti e sentenze dall’opera
difforme di Beckett, teatrale e poetica, ipnotica ed epistolare. Ne viene fuori
una specie di Tao di Beckett, una specie di nebuloso Vangelo nero beckettiano,
in cui l’autore espone – con gergo clownesco prima che misticheggiante – le
proprie investigazioni nel niente. A differenza del guru – chiamato a
‘difendere’ un ‘sistema’, a fare accoliti, a trovare fondi – lo scrittore resta
un anti-sistema, uno in preda all’estasi come all’isteria, in pieno
vagabondaggio nell’io e nel suo labirintico eco, un vero hidalgo nel
contraddirsi, un pioniere dell’indicibile.
Per questo – per il suo essere un assolutista di sussurri, un ussaro nel
perpetuo errare – ci è piaciuto tradurre alcune di queste epigrafi, motti incisi
su pietra filigranata da fragilissime elitre. In Beckett, l’esercizio di
spoliazione è marziale: alla fine, all’osso di sé, non c’è premio – ma il sibilo
delle sabbie, l’argomento del serpente.
**
Samuel Beckett: motti, aforismi, citazioni
La vita
Ciò che conta è essere al mondo – poco importa la postura, un’impostura finché
siamo su questa terra.
*
Ritagliati un regno nella merda universale e cagaci sopra…
*
Sì, credo alle cretinate sull’aldilà – mi riportano nell’aldiquà.
**
La morte
No, non rimpiango nulla se non l’essere nato – morire dura a lungo, l’ho detto,
a lungo andare è una fatica.
*
Non mi sfugge nemmeno la possibilità, è ovvio, benché sia avvilente, che sia già
morto, che tutto continui grosso modo come prima.
*
A volte sorridevo – come fossi già morto.
*
…orrore della morte come rinascita…
**
Dio
Cosa faceva Dio prima della creazione?
*
Dio: inservibile testimone.
*
Essenziale è piroettare fino al fondo dello sfintere, finché ci sono rive e aura
d’acque vive e un Dio sportivo che scatena i cieli per tacchinare la creatura
tramite intermediari.
*
Curioso… non amo gli uomini e non amo bestie. Quanto a Dio, comincia a
disgustarmi.
*
L’Eterno sostiene chi cade. Rialza chi si inchina. Perché cada, ancora.
**
La religione
È più facile erigere un tempio che erodere un culto.
*
Che dire del modo in cui giurano gli irlandesi: la mano destra su una reliquia e
la sinistra sulla minchia?
**
L’umanità
La gente è gentaglia.
*
…è che girando intorno saremmo forse quattro milioni forse un milione – un
milione di gente che si ignora a vicenda, ciascuno che ignora se stesso…
**
Natura
Dobbiamo risolutamente tornare alla natura.
*
La natura osserva il sabato – è un sabba?
**
Accoppiarsi
…allora, a che pro… se è vero che si conosce il carnefice per il tempo
necessario a farsi sbranare, che si sa la vittima per il tempo utile a godere di
lei, e…
**
Solitudine
Nella mia vita, se così si può dire, esistevano soltanto tre cose: impossibilità
di parlare, impossibilità di incontrare, solitudine – fisica, va da sé, con
quella, in fondo, me la cavavo…
**
Abitudine
L’abitudinario si allontana dall’oggetto che non riesce a far corrispondere ai
propri pregiudizi intellettuali.
*
Abitudine: la zavorra che incatena il cane al suo vomito.
**
Follia
Nasciamo folli. Alcuni restano tali.
*
Siamo tutti temporaneamente sani di mente.
**
Il tempo
Mostro bicefalo: una testa salva, l’altra uccide – il Tempo.
**
La memoria
Stai uccidendo poltiglia di rimasugli ricordi.
*
Dov’è la mia testa? L’ho lasciata in Irlanda, in un’osteria.
**
La verità
Non ricordo ciò che ho detto – ricordo soltanto che non era vero.
*
Dico sempre troppo – o troppo poco – il che mi addolora perché sono un
innamorato della verità.
**
La famiglia
Con un brava moglie sarei qualcuno in questo momento: mi crogiolerei al sole
mordendo la pipa, darei qualche pacca sul sedere alla terza o alla quarta
generazione, rispettato e ammirato da tutti, domandandomi cosa c’è per cena,
invece di trascinarmi lungo le solite vecchie strade, senza alcun gusto per
l’avventura.
**
La mente
Questo sedimento che chiamiamo mente.
*
Appena penso, la mente si scioglie. Non ho mai saputo pensare.
**
Il pensiero
Dobbiamo ripensare, cioè pensare vecchi pensieri.
*
Tradizione, tradimento, il pensiero traditore.
*
Ma finisci pure di pensare prima di cagare tutto.
**
La risata
Ridere, in fondo, è come piangere.
**
Il profondo
Esistono profondità più profonde? Profondità a cui si può accedere grazie a
questo sprofondare? Stupida ossessione per la profondità.
**
La creazione artistica
La tensione artistica non è espansiva: è una contrazione. L’arte: apoteosi della
solitudine.
*
Non so da dove iniziare – non so dove finire.
*
Ecco: l’orrore in cui mi sono cacciato.
**
Scrivere
Da un angolo, fisso la mano che scrive, che brucia, offuscata dal contrario
dell’allontanarsi.
**
Parlare
Devo parlare perché non ho nulla da dire se non le parole degli altri.
*
In nessun momento so di cosa parlo, né di chi né quando né dove né di cosa né
perché.
**
Silenzio
Ciò che dico si annulla, perché non ho detto nulla.
**
Il linguaggio
Il linguaggio: scartare il linguaggio – devianza dagli ingaggi del linguaggio.
*
Che una voce sia mai potuta scaturire da gola umana, che sia mai stata udita, se
non dal delirio, durante un sacro sacrificio, una voce allo stesso tempo ripida
e rapida, è difficile da credere.
**
La fine, il fine
Non so dove finisco.
*
Se dovessimo menzionare tutto, non finiremmo mai e tutto sta per finire – è
finito.
Samuel Beckett
*In copertina: Samuel Beckett a Parigi, 1963; photo Lütfi Özkök
L'articolo “L’arte: apoteosi della solitudine”. Il Tao di Samuel Beckett
proviene da Pangea.
Il dominio della storia – che è, in cristallo, il potere sul tempo – è uno dei
‘caratteri’ che rendono grande un poeta. Ciò che però, per norma, ci capita di
leggere, oggi, è sterminio di tale termine. La storia è ridotta a cronaca, il
tempo è miniaturizzato nei minimi fruscii di un occasionale ombelico, a una
poesia continentalepreferiamo quella salottiera, al cosmico l’ovetto in camicia;
l’unico affetto epico rimasto stinge in impegno civico, la morte in palude della
poesia. Quando riesuma gli antichi miti – se non lo fa col passo del passatista
– l’italofono proietta in quelle stanche effigi simboli, stracci psicoanalitici,
secondo una moda – che è ormai usura – anglosassone.
La storia, per noi, genericamente, non ha senso, non si insinua in versi: per lo
più si assiste al piattume dell’attualità, al pattume delle proprie frattaglie
‘interiori’ – come se il poeta, fool, divina faina, possedesse un di
dentro separato dal di fuori, come se fosse preda, altro che dal furore,
dei sentimenti.
Ovvio, si parla per paradossi: in poesia non conta – o quasi – il cosa ma
il come. Eppure, esistono, credo, questioni di geografia lirica. Ad Est –
nell’Europa dell’Est – la storia, il mito, la leggenda, l’esuberanza del ‘testo
sacro’, hanno un peso, scagliano ancora dardi, dardeggiano sulle petroglifiche
rughe dei poeti. Il poeta, laggiù, pare ancora essere la spina che unisce i
mondi, il punto di scolo dei secoli, il pitocco sovrano del tempo. Questo si
vede nei poeti di oggi – il poeta macedone Nikola Madzirov, ad esempio, che
mescola, in Ciò che abbiamo detto ci perseguiterà (Crocetti, 2025) l’arcano e il
contemporaneo – come in quelli di ieri: tra questi, uno dei fari di questa
rivista è il serbo Miodrag Pavlovic.
Uno dei più importanti poeti che hanno agito in quei luoghi, da autentico
vagabondo della poesia, eresiarca del sé, è Bogomil Gjuzel. Nato il 9 febbraio
del 1939 a Čačak, nell’attuale Serbia, da genitori di origine bulgara, ha
studiato a Skopje, ha lavorato come drammaturgo per il teatro della città.
Bogomil Gjuzel si è perfezionato a Edimburgo e negli Stati Uniti, ha tradotto
nel suo paese l’opera di Shakespeare e di Thomas S. Eliot, di Emily Dickinson,
di Seamus Heaney e di Auden – a sentenziare che si appartiene a una tradizione
se si abita in mille altre.
Charles Simić – il poeta di Belgrado eletto Pulitzer negli States –, che lo ha
tradotto in inglese, ha scritto che “L’eleganza dei versi di Gjusel e la potenza
del suo immaginario lo rendono una voce lirica immutabile”. È il poeta serbo
Vasko Popa, tuttavia, ad aver imbragato con documentata completezza il carisma
lirico di Gjusel: “Forme ed elementi arcaici emergono con grazia nei metri
contemporanei; gli antichi incantesimi penetrano nel verso senza ostacolarlo,
anzi: lo rendono più enigmatico e complesso. Così, Bogomil Gjusel si cimenta con
genio nel più difficile compito: restituire un’universalità perduta ai simboli
del passato”.
Morto nell’aprile del 2021, Bogomil Gjusel ha esordito nel 1962, ha ottenuto i
premi letterari più importanti conferiti nel suo paese; un’antologia di suoi
testi è tradotta in inglese come The Wolf at the Door. Ciò che sorprende di
questo poeta, animato da toni profetici, è la dimestichezza con i reperti
antichi: in lui, le figure classiche – Prometeo, le rovine di Troia – si
alternano con episodi tratti dalla Bibbia. A differenza di Miodrag Pavlovic,
però, a Bogomil Gjusel non importa l’icona, l’evento totalizzante, al cui
cospetto inginocchiarsi, ma la rivelazione, l’apocalisse. In Gjusel i secoli si
contorcono nel ‘qui e ora’, in una dinamica lirica che pretende, dal lettore, lo
scatto, l’azione al posto della contemplazione, l’opera del corpo prima di
quella del cuore. La sua Seconda venuta va messa a paragone con The Second
Coming di Yeats: la preveggenza del grande irlandese – una poesia-evocazione – è
sostituita da una specie di danza macabra sul nulla. Per certi versi, le
atmosfere tracciate da Bogomil Gjusel sono quelle che troviamo nei grandi
romanzi della tradizione jugoslava: Il ponte sulla Drina di Ivo Andrić
e Migrazioni di Miloš Crnjanski, ad esempio.
La poesia conserva così l’austero valore di un farmaco: va sfregata sulla ferita
aperta – non è detto che si guarirà: a volte, è nella fioritura del sangue, in
quella salvezza in piena d’addio, che si ausculta l’opera santissima del poeta.
***
Troia
Le porte della città si aprirono
e fece ingresso il vento – come uno
appena libero da un assedio
come l’anima esausta di un conquistatore
che non ha più nulla da conquistare –
una folata folle, inutile
vangava le strade
arrancava agli angoli
con il respiro di un barbone
che cerca riparo e pane.
Gemevano i sassi
tremavano i palazzi.
Ma il vento radunò uomini
che avevano lasciato il vomere a vogare ruggine
uomini solitari che coltivavano il cielo
mietevano nelle notti d’estate
il grano gonfio delle prime stelle
inadatte al setaccio, già giuste.
Usavano le spade, aravano
i corpi, con il cuore pieno di solchi;
sradicavano i cuori come fossero
radici, perforavano i polmoni.
Con i fegati sfamavano gli avvoltoi
che avevano sulla spalla destra.
Infine, usavano i teschi
come pietre d’angolo.
Non c’era tempo per edificare.
Le madri furono estratte dai loro figli
il latte e il pianto si prosciugarono.
Irrigarono le strade con tubature in fasce
simili ad arterie contorte. Affrettarono
i sacrifici, speravano forse di tradurre
i templi in porcile: il fetore era lo stesso.
Il vento srotolò le bandiere e le corde
dei campanari: scodinzolavano
per la città come cani
poi colpirono il gong del sole.
**
Primavera apocalittica
I
La guerra venne con la neve
invece che con il sangue – il sole
mostrava un piumaggio nuziale
calpestavamo stelle
velenose. Il campo
era obbediente:
è un matrimonio
o una guerra? Guerra
di primavera, quando
anche i traditori combattono.
Sono l’unico a morire oggi?
Il campo mi travolge.
*
II
Gli arbusti si annodano
ovunque: forse troveremo
qualcuno tra queste macerie.
Cento gole ridono come animali
trecento teschi plasmano la terra
crudele come una sterile:
così calda, così inseminata
potrebbe concepire il sole –
combattiamo per il suo trono
ma se partorisse un cane?
Il toro apocalittico
irromperà nelle nostre case
per scortarci sulle sue corna insanguinate.
*
III
Doppio sogno:
in uno sono io
nell’altro il mio calco
un seme della terra –
ciò che posso toccare
è accusato di prostituzione.
La mia ombra mi circonda
come una trappola tesa.
*
IV
Bisbiglia il deserto
i tamburi vengono calpestati
da una marcia di guerrieri
e di ospiti – tossiscono
le cornamuse: si spengono
i sussurri uno ad uno
la forma più bella
è il silenzio.
**
La fine dei tempi
“La Roccia, che ti ha generato, hai trascurato;
hai dimenticato il Dio che ti ha creato!” (Dt 32, 18)
Dicono che abbiamo rifiutato la pietra, il dono di Dio
(che al suo posto abbiamo scelto il Frutto e la Caduta)
così la nostra vita è diventata verde e matura, è marcita
e non sarà mai più immortale
Per questo preghiamo invano
e la parola che viene dal cuore
(respirare non è forse perpetuo
sacrificio?) si fa muta
Forse abitiamo già nella pietra
(oscurità interiore più fonda di qualsiasi prigionia)
nella roccia e nel tumulo al bivio che non ha
riparo d’ombra neppure a mezzogiorno
e vi guardiamo da lì dentro come gufi
con scintille negli occhi, preghiamo
in silenzio e accettiamo il Nulla, il ponte
sull’abisso tra noi e Dio
Dicono che dopo la Caduta
Dio si sia esiliato nel Sé
sigillato in Sé
per nascere
Abbiamo acceso un fuoco
che non è mai svanito –
se torniamo all’inesistente
è per splendere
**
La Seconda Venuta
I
Stamattina mi sono seduto
su un morto e la terra mormorava
i morti e la terra sono uno
(la terra si arricchisce della nostra morte)
Attraverso il suo respiro
riconosco i respiri dell’uomo
su cui sono seduto
(Prima di distruggere il mondo
ascolta il tuo respiro
ti salverà)
*
II
Quando i morti risorgeranno
azzannandosi per respirare
sarà vuota la terra?
Vedrò mio padre
il solo uomo
senza ombelico?
*
III
Questo non è frusciare i foglie
ma spettegolare di morte
quelli non sono solchi
ma ferite fresche
decomposizione nel limo
Ci sediamo e mangiamo i morti
non sono le ossa a bucarci la gola
ma i proiettili o la lama
di un coltello che ruggisce
rugginoso di sangue
Invece dei germogli, germogliano
capezzoli in primavera
capezzoli di donne che urlano
e muoiono nel mezzo dell’orgasmo
*
IV
Le cripte si spalancheranno come negozi vuoti
le tombe si apriranno come
fiori carnivori
Le icone diventeranno santi e apostoli
le chiese imploderanno – nella loro
polvere un Cristo calvo correrà felice
(Chi dice che amo il caos?
Unica legge è infrangere le leggi)
Radici bollenti, arterie scrostate
sfondano le rocce
e diventano nuova forza.
*
V
I morti usciranno dalle fondamenta
i muri crolleranno
*
VI
Quando i ragni caleranno dal cielo
io, l’incredulo, riconoscerò l’uomo
e lui riconoscerà me
grazie all’icona che ho nel petto
**
L’eretico
Stelle lanciate come dadi
cielo spaccato da spaventosi segni
naufragano uomini e santi
la corona di spine dell’oblio non li salva.
Ribolle l’inferno e dagli acquitrini
boiardi preti mendicanti raspano le pentole:
nessun cucchiaio è sufficiente
per intaccare il fondo unto della salvezza.
Fratelli, siamo alla fine: abbiamo
ruminato il fuoco e lanciato nuove biglie
nella roulette del cielo. Da ogni direzione
è il vuoto a rendere gravide le vele
una tenue brezza impedisce alla muffa
di attecchire sui nostri sepolcri spalancati.
Da questo nulla apparirà una nuova costellazione
così un verme è nato dalla vostra fede.
**
L’aquila di Prometeo
Anche per me il Caucaso è una gabbia.
Benché non sia incatenata a una rupe
devo bucargli il fegato ogni giorno
e ogni notte – non ho scampo.
Mentre il suo fegato rinasce
sogno lo spazio infinito
dove volavo libera un tempo
prima che gli dei mi inchiodassero
a questo ingrato compito.
Non sanno più cosa vogliono.
Dicono: bucalo – ma non troppo – non
farlo morire. Fallo soffrire – ma a volte
fagli il solletico: confondi con letali
moine la sua mente.
Non capisco le sue parole.
Conosco le sue viscere
so cosa mangia e cosa beve
ma ignoro il linguaggio delle sue cellule.
Dicono di essere dèi, sono ignari di tutto.
I topi divorano i sacrifici
che qualcuno continua a offrire:
i raccolti raccontano di assidue siccità.
Sono così gonfia che non so più volare
e loro che pensano ancora al fegato di Prometeo.
Bogomil Gjuzel
*In copertina: Peter Paul Rubens, Prometeo incatenato, 1612
L'articolo “Unica legge è infrangere le leggi”. La poesia senza tempo di Bogomil
Gjuzel proviene da Pangea.
Roma mia, non morirò più (La Nave di Teseo) di Aurelio Picca non è un semplice
romanzo ma l’autobiografia carnale e celestiale della Capitale. Un coro di voci,
un referto visionario e ruvido dell’Urbe, dei suoi spettri, della plebe antica e
dei nuovi popoli degli abissi che la attraversano; e soprattutto dei mondi che
ancora la distinguono, alludendo al suo segreto.
Terzo capitolo della sua trilogia capitolina, dopo Arsenale di Roma
distrutta e Il più grande criminale di Roma è stato amico mio, con questo libro
Picca, tra gli scrittori italiani più intensi e ancestrali, porta il lettore in
un corpo a corpo con i mille volti della città in un viaggio per “cartoline”,
che va dalle catacombe agli incontri con Amelia Rosselli e Mario Schifano, dalle
erbacce che divorano i monumenti ai riti e miti del suo passato divo e
originario.
Un Atlante, un bestiario e allo stesso tempo un safari urbano – o meglio un
pellegrinaggio frazeriano – nel Cuore di Tenebra di Roma.
Lo stile di Picca, si muove tra questi ‘regni’ alternando pagine verticali,
sacrali, quasi oracolari, a capitoli orizzontali che ricordano la cronaca
trecentesca di Cola di Rienzo e la crudele magnificenza dei sonetti del Belli.
Offrendo al lettore l’affresco balzacchiano, la confessione epistolare di una
città insieme inaccessibile e opulenta, carnale e mutevole, che solo l’autore sa
scorgere e rivelare in tutta la sua grazie maledetta. Per meglio conoscere
quest’opera abbiamo intervistato l’autore all’ultimo piano della torre della sua
Velletri.
Partirei dall’inizio. Perché Roma mia, non morirà più? Come nasce questo libro?
Il titolo mi abita da circa vent’anni. In origine doveva essere il nome di un
poema dedicato a Roma. Mi ronzava in testa l’idea di un’opera civile sulla
Capitale come lo era stata a livello nazionale L’Italia è morta, io sono
l’Italia, e questa formula è rimasta lì, sedimentata. A un certo punto mi è
parso giusto, oltre che bello, consegnarla a questo libro. Anche perché il
titolo contiene una sfumatura che ne racchiude il senso.
Cioè?
Non è “non morirò mai”, è “non morirò più”. Non è l’eternità dichiarata fin
dall’inizio; è una scoperta, una svolta.
Cosa significa?
“Non morirò mai” presuppone che tu sappia da sempre di essere immortale: quasi
fossi una divinità, una creatura eterna. “Non morirò più”, invece, implica
l’aver conosciuto la morte. È la scoperta di una sopravvivenza e di una
rigenerazione dopo aver attraversato una fine. Quel “più” racconta il viaggio
che ho fatto.
Quando inizia questo viaggio?
Se devo dargli dei confini, comincia venticinque anni fa, all’inizio dei
Duemila. Dal punto di vista della scrittura si chiude, formalmente, l’anno
scorso. In questo quarto di secolo ho ripercorso Roma: nord, sud, est, ovest. Ma
“ripercorrere” vuol dire anche rivedere e ricordare: luoghi, paesaggi urbani e
campestri, quartieri, personaggi. Incontro artisti, certo; ma incontro anche
quelli che erano “plebe”, e adesso sono farmacisti, commessi, bodyguard. Ne
viene fuori un libro costruito per “cartoline”. Ogni titolo è una cartolina,
ogni luogo è una cartolina: serve a rendere la misura del viaggio, e forse anche
a sdrammatizzarla. Questo perché la cartolina è leggera, rapida; eppure è pur
sempre una forma di testimonianza, di ricordo, quasi fosse una cicatrice e un
amuleto.
Perché scegliere una sorta di cronaca di Roma, dei suoi regni perduti e dei suoi
regni nascosti?
Negli anni ho scritto molti “pezzi” destinati a raccontare Roma anche con un
taglio realista, da cronachista. Questo mi ha costretto, ma anche permesso, di
realizzare un doppio livello: da una parte l’energia creativa, il desiderio di
raccogliere la profondità della realtà “a sangue caldo”, come se fosse una
faccenda corporea e condizionata da una fisicità sensitiva, sensoriale,
sensuale; dall’altra un elemento “a sangue freddo”, quasi chirurgico, di
osservazione dei dettagli, di dura descrizione. Non solo dei luoghi, ma delle
cose, delle atmosfere, delle persone. C’è, dietro, una vecchia concezione
realista: non soltanto vedere ciò che gli altri non vedono, ma anche restituire
– con un’angolazione diversa – ciò che tutti vedono.
Quindi una cronaca non giornalistica, ma una storia totale, complessa e ricca di
orizzontalità…
Sì, anche se pure nella storia più “oggettiva” avviene sempre una
trasfigurazione. La parola non coincide mai con ciò che racconta: la cambia,
come un colore cambia un oggetto, trasfigurandola in modo da mostrarne l’essenza
nascosta. Però volevo restituire anche il senso della cronaca: un racconto
continuo, un gettare cartoline una dopo l’altra, con l’illusione – necessaria –
di poter raccontare tutta Roma. Un piccolo manuale simbolico, un condensato che
tenta di raccogliere la città intera tramite la sommatoria delle sue sezioni.
Volevo mostrare, quindi, come si faceva nelle macellerie antiche, “tutti i pezzi
della bestia”: i muscoli, le ossa, il cuore, la testa, i quarti sezionati di
questa città mostrati nella loro visceralità, come se fossero appena stati
estratti da un mattatoio. Quartieri, persone, mezzi di trasporto sono così
condensati una emblematica collezione delle membra di quella creatura che è
Roma.
E dentro questa bestia c’è anche la metamorfosi: la fine della Roma plebea e
l’inizio di una Roma in parte demitizzata, ma ancora piena di segreti. Come
cambia tutto questo?
Non parlo di fine, ma di metamorfosi. Restano cocci, schegge e frantumi
dell’antica plebe, ma non si può più chiamarla così. Nel libro restano punti che
richiamano l’antica plebe, ma via via si vede la trasformazione che essa ha
subito. E c’è l’ostinazione di chi cammina, e vorrebbe ancora riconoscerla: la
cerca sotto corpi in mutazione. Quando scrivo di San Basilio, e vado a vedere il
presepe umano di certi angoli, cerco negli anfratti le vestigia del passaggio
della plebe. Ma lì vedo il cambiamento. Ciò che è perduto e ciò che resta. Se
esiste ancora una plebe, non è più la plebe di Belli o di Pasolini. È un’altra
cosa. E ogni tanto riaffiora il criminale, ma non è più l’animale ferito che
esce dal bosco come Atteone, trasformato in cerbiatto, trafitto dai dardi dei
cacciatori. Ora ha i segni di una città che non è mai diventata davvero
metropoli, è diventata piuttosto una distesa, una entità che cresce per
addizione, senza confini, divorando e allargandosi nel Lazio. Ho voluto perciò
scarnificare questa Roma per andare a vederne l’essenza oltre i travestimenti
contemporanei.
In alcuni passaggi Roma sembra un “cuore di tenebra” urbano. In altri sembra un
arcipelago: isole diversissime con un mito comune. Qual è la sua idea di Roma?
Partirei dicendo che il vecchio schema centro/periferia, Parioli e le borgate,
non esiste più per come lo intendiamo. Oggi il centro si è esteso alla periferia
e la periferia ha invaso il centro. Per questo valgono entrambe le immagini.
Roma conserva qualcosa di arcaico, di anacronistico, perciò appare “esotica”: ti
trovi in periferie che sembrano avere un centro e subito dopo in un seguito del
centro che non è più Roma, non è più niente. È Africa conradiana e sommatoria di
isole sconosciute insieme, ma entrambe chiedono di essere esplorate. E poi,
antropologicamente, Roma non è diventata mai metropoli nonostante i tentativi: i
romani restano aggrappati ai luoghi fondativi, ai loro colli. Alla fine è un
arcipelago sgretolato. Ma dentro quella dilatazione c’è una giungla di
stratificazioni: non tutte hanno raggiunto l’ultima fase evolutiva, molte sono
ancora in trasformazione.
Nel libro compaiono anche figure di una Roma che non c’è più: facchini,
madonnari, categorie scomparse o ridimensionate. È una forma di nostalgia?
No. Non sono nostalgico. Se esiste una nostalgia che posso provare è solo
quella per una nudità primigenia, legata a un’infanzia feroce. Strade più nude,
più abbandonate di adesso. Quando Roma era davvero una città più piccola e
perciò immensa. Roma, invece, oggi si dilata, come fa dal dopoguerra in poi,
fino al Grande Raccordo come confine cementizio, mentre facendo ciò continua a
restringersi. La nostalgia, quindi, semmai, è per quella nudità che sapeva
ancora di fraternità con le proprie radici feroci e animiche, con le parentele
con etruschi, latini e albanesi e tutto quel pulviscolo originario.
Una confidenza con radici feroci e arcaiche.
Si. È una Roma più ventrale, più viscerale. Quando non c’era la fuga “a nord”,
non c’era la deriva verso la Cassia che ne ha mutato la geografia e perciò il
carattere. Era una Roma più animale, più istintiva, segnata da ferocia naturale,
non perversa. La ferocia di oggi è, invece, finta e repressa, e perciò
pornografica. Non mi interessa. A me piace la Roma che si ritrova verso il
proprio confine meridionale, quella che va verso i Castelli, i lidi degli
imperatori, Nettuno e Anzio, che è più istintiva e crudele, in cui esitano
ancora le ombre dei fondatori. Però, ad onore del vero, anche in alcune, poche,
parti settentrionali della città si può trovare questo spirito.
Sono mutati anche i romani: che fine hanno fatto ad esempio i fagottari…
Anche loro sono cambiati: quelli antichi erano pellegrini innamorati, che
portavano con sé i loro pasti custoditi in vecchie tovaglie; i nuovi fagottari
sono spesso turisti globali con la busta di plastica e l’acqua minerale. O
peggio sono gli stessi romani che vivono la loro terra da turisti.
In definitiva, cos’è Roma oggi?
È tanta e poca insieme. Arcaica ed espansa, stratificata e nuda. Una città che
si trasforma continuamente senza compiersi mai del tutto. Non morirà più perché
ha già incorporato le proprie morti nella leggenda.
Nel suo libro, oltre all’atlante e al bestiario, c’è una forte presenza di mito,
sacro, visione: elementi che attraversano tutta la tua opera. Che ruolo hanno
qui?
Nascono dalla volontà di non accontentarsi dell’apparente: dalla non
accettazione della realtà così com’è. Attraversare un territorio significa
scioglierlo, retrarlo, costruire una mappa nuova su sé stessi a partire dalle
mappe vecchie, dai ricordi, dagli smarrimenti. In questo attraversamento –
infernale, purgatoriale, perché no paradisiaco – c’è l’intenzione di guardare
nell’abisso: non per fotografarlo, ma per sentirlo. E qui che le cartoline si
fanno cicatrici e talismani.
È quasi una reliquia.
Esatto. È anche un piccolo enigma. Ci sono cartoline scritte con grafie
illeggibili, lingue indecifrabili: devi imparare a leggerle, colme di detti e
non detti. Non tutti conoscono la geografia, pochi hanno la confidenza con i
luoghi e sanno davvero visitarli. E sì, possono essere reliquie: come le
reliquie del Divino Amore. Ogni frammento così conserva un residuo sacro, anche
quando sembra semplice cronaca.
Il mito esce dalla porta e rientra dalla finestra: perde la Roma animale e
popolare, ma può ritornare. Secondo lei il mito rinasce sempre o muore?
Non muore, ma può cambiare. Non sparisce, ma può nascondersi. Il mito è
potentissimo perché è in larga parte indecifrabile. Noi gli diamo nomi – Ercole,
Diana, Atteone – ma in realtà è qualcosa senza nome. Non appartiene alla storia,
forse appartiene di più alla leggenda. E la storia ha infinite riscritture; la
leggenda, invece, è trama invisibile e per questo è più vera: nessuno può
aiutarci, se non i poeti.
Il mito è una calligrafia del mistero?
Sì: è la radice della stessa immaginazione. Io sono legato, per esempio, al mito
dell’approdo di Enea nel Lazio: Virgilio lo consegna come leggenda, ma l’idea
che un uomo arrivi con il fuoco di Troia dentro di sé e con quel fuoco fondi
Roma è una cosa che si deve sentire. Il mito è un racconto antropologico,
sensitivo, sensoriale. Sono i sussurri e i segreti del tempo fuori dalla storia.
È anche sensualità?
Certo. E mi viene da dire, esagerando, che bisogna nascere dentro il mito:
perché il mito è uno stato di grazia. E lo conosci solo se gli appartieni.
Che ruolo ha quest’opera dentro la sua trilogia su Roma e nella sua opera?
La trilogia è “insaputa”: non avevo alcun progetto di scrivere tre libri che
contenessero ogni volta, la parola Roma. Sono venuti da sé. Il primo è una sorta
di racconto lungo: un attraversamento dall’infanzia alla maturità di alcuni
ragazzi che, nel passaggio delle cose, vedono Roma cambiare. È un’avventura di
vita. Il secondo è la storia di un’amicizia, e insieme di un ragazzo che fu
forse l’ultimo criminale feroce romano: e non è improprio parlare di ferocia
“pagana”. La ferocia, a Roma, non è, del resto, un accidente: è pane quotidiano,
è rito pagano che affiora sotto la superficie cristiana. Basta pensare ai miti
del Tempio di Diana, al Ramo d’oro, alla continuità sotterranea tra sacro e
violenza. Quei criminali erano intrisi di quella sostanza.
E quest’ultimo?
Il terzo libro, invece, se vogliamo dirla così, è anche un regalo che mi faccio:
avere attraversato e descritto parti di città che non esisteranno più oltre che
a quel che resta. Alla fine ciò che brilla è anche ciò che non c’è più. Penso a
un luogo come l’ippodromo di Tor di Valle: per un ragazzo di oggi non significa
niente, eppure era un pezzo di mondo. Penso ai “cavallari”.
Che immagine ne ha?
Ricordo che stavano alla Cecchignoletta, dentro un frammento del castello di
Alessandro Borgia — che loro non sapevano nemmeno chi fosse. Questa è una
“vestarella” di Roma e dei romani: mescolare sacro e profano, abitare un luogo
carico di storia e sacralità senza possederne la coscienza. Una partecipazione
inconsapevole al mito e alla leggenda, che per riflesso li rendeva belli: nudi,
grandi, innamorati dei cavalli. Giocavano con quel passato e lo vivevano come
gli antichi, mentre — paradossalmente — i romani di oggi sono schiacciati dal
suo peso anche quando non “sanno” in cosa esso consista. O forse sanno e non
vogliono dirlo. Non vogliono dirselo: non vogliono ammettere di essere ancora,
in qualche forma, quegli uomini nudi e feroci. Anche perché lo sono, ma
diversamente. Ho scritto questo libro anche per ricordarglielo: che sono davvero
così, che quella genìa esiste ancora. Quindi sì: ho raccontato ciò che non
esiste più — perché alcuni luoghi sono stati abbattuti — ma ho raccontato
soprattutto ciò che esiste ancora, cioè l’interiorità di Roma e dei romani. Lo
smemoramento eterno: maschio e femmina, nudo e vestito, nobile e plebeo;
conquistatore e conquistato; arricchito e miserabile; ladro e piccolo borghese;
inquisitore e vittima. Il setaccio della storia cambia le forme, i riti, i
ruoli; ma quell’anima resta. E io la richiamo in faccia a chi finge che non ci
sia.
È un libro testamentario?
Lo è nel senso più concreto: racconta il primo quarto di secolo di questo
millennio con le sue metastasi, senza mai recidere il passato che la città si
porta dentro. Un passato che formalmente è finito, ma in realtà è interminabile:
l’ho limitato per ragioni editoriali, fisiche, e anche per discrezione; però
contiene già in sé il germe dell’illimitatezza, perché ogni punto toccato è un
punto suscettibile di ulteriori dilatazioni. Roma è riconoscibile e insieme
esotica: ci sono luoghi, a cinque chilometri dal centro, senza indicazioni;
entri e diventa concentrazionario, ti stringe, non sai più come entrare e
soprattutto non sai più come uscire.
Il suo stile non nasce solo da Roma. I libri romani sono quasi una parte
minoritaria rispetto a un’opera che attraversa l’Italia e non solo.
Certamente, ciò che faccio con Roma in questo libro l’ho fatto anche altrove.
Pensa a Urbino: ci andai, dopo due giorni scappai perché mi sembrava una città
concentrazionaria che mi strozzava. Poi lessi di via Volta della Morte, seppi di
un omicidio, e rimasi sei mesi: l’ho setacciata quanto Roma e ne è uscito un
romanzo nero, un giallo antropologico. Un racconto nascosto dentro il volto
sfigurato di Federico da Montefeltro nel ritratto di Piero della Francesca. In
fondo è la stessa dinamica degli altri miei libri: attraversare un corpo.
Perché forse sì: la mia opera è un attraversamento dell’Italia come organismo.
E L’Italia è morta, io sono l’Italialo dice brutalmente: l’Italia è un accumulo
di tombe, di cimiteri; il viaggio in Italia è un viaggio cimiteriale, è
conoscere una madre di fantasmi. Questo mi rinnova: sentire, quasi fisicamente,
i galeoni degli spiriti etruschi che ti camminano accanto. Ma non voglio essere
frainteso. Si tratta di un modo di percepire il paesaggio come memoria
incarnata. Ancora oggi rifaccio l’Appennino per “rivalicare la colonna
vertebrale” d’Italia, per immaginare l’accento osco, osco-emiliano, per sentire
la lingua come roccia. È un viaggio corporeo, ma anche animico.
E di cosa si nutre?
Di vita, ma soprattutto di letture: all’inizio, molto Ottocento francese, e poi
la grande tradizione degli scrittori italiani detti provinciali. Io sono sempre
stato attratto più dall’espressione che dalla trama: dalla scrittura come gamma
di colori, come possibilità di figurazione e anche di trasfigurazione.
E allora: cos’è per lei lo stile?
Lo stile è farsi del male. Non nel senso melodrammatico: nel senso che non
accetti nulla che ti scorra addosso. Prendi solo ciò che ti segna, che incide il
corpo, che non può essere cancellato. Io detesto i tatuaggi, ma perché credo che
i veri tatuaggi siano interiori: scie di viaggio, cicatrici. Ferite. La
scrittura è farsi cicatrici e, in un certo senso, grondare sangue. Ma è un
godimento: non ha nulla di doloroso. Deve essere vitale. Io so da sempre che non
sarò uno scrittore “senile”: scriverò finché il mio corpo ragionante regge.
Quando resterà solo la testa, smetterò. La testa senza corpo è poca cosa.
Quindi scrittura come rigenerazione e sofferenza, come fedeltà alla giovinezza.
Un po’ come un rito: muore e rinasce, come il re di Nemi di Frazer.
Sì: è un urlo di giovinezza continuo. Non è che “non prevede” la morte: è che
non è interessato alla morte, e proprio per questo la guarda senza paura. È
quasi amare la morte: una forma di entusiasmo della morte, come un approdo
giusto.
Al termine del libro cita Mishima e Pasolini. Perché proprio loro?
Perché dicono molto della mia idea di scrittura attraverso la loro opera e la
loro fine. Pasolini, da scrittore, non mi turbò; Mishima mi turbò profondamente.
Sentii che Pasolini non era “nel corso del mio destino”, Mishima sì: come se
avesse inaugurato, prima di me, quel destino, indicando che lì c’era un luogo
giusto dove stare. Sono attratto dal convincimento stilistico spietato di
Mishima e dalla sua postura davanti alla morte: una abnegazione, quasi
un’apoteosi verso il sacro. Mishima non è mai pornografico la sua è una morte
non “offesa”: se la procura, la sacralizza. Pasolini invece muore in modo
offeso. Non come martire, ma come una creatura ferita. Più che una morte sembra
una autopunizione. Due scrittori che sono intervenuti nella mia opera
soprattutto per come sono giunti alla fine del loro destino.
E che rapporto ha lei con la morte?
Non ne ho paura. Me ne sono accorto anni fa, dopo un’anestesia: mi svegliai
ricordando solo un buio. Se la morte è solo un sonno senza sogni, è ininfluente.
Se poi esiste un celeste, per dirla con Foscolo, tanto meglio. Mi spaventa
piuttosto il disordine prima della morte: non aver ordinato le mie cose, non
aver completato le mie opere, non aver lasciato un testamento chiaro. La morte,
in sé, è l’essenza della vita, è una forza primordiale. È un orgasmo d’oro che
ti inonda. Per questo non la temo.
Una volta mi hai detto che l’obiettivo dello stile è “lo zaffiro”, la
verticalità assoluta. Come procede questa ricerca?
È sempre quella. Non so se riuscirò a scrivere ancora il libro che ho sognato:
tutto verticale, ottocento-novecento pagine. So che i libri che mi restano da
scrivere sono cinque o sei. Non so se ce la farò. Ma non tradirò la verticalità.
Se non riuscirò a farla tutta insieme, la farò uno alla volta: colpi di lancia.
Colpi di lancia scagliati verso l’azzurro.
Francesco Subiaco
L'articolo “Colpi di lancia scagliati verso l’azzurro”. Dialogo con Aurelio
Picca su Roma, il sacro e la scrittura che deve grondare sangue proviene da
Pangea.
La narrativa della cilena María Luisa Bombal si muove in territori nebbiosi e di
lievi foschie, paesaggi silenziosi oscurati da sagome di alberi. È una
brevissima opera quella di Bombal, una manciata di racconti – di cui due novelle
– interconnessi da atmosfere, ritualità e simboli: trecce, camelie, bare, sogni.
L’autrice sudamericana torna finalmente in libreria dopo anni di assenza – era
stata pubblicata in Italia nel 1997 dalla casa editrice Sellerio – grazie al
lavoro di Edizioni Sur che raccoglie in un unico libro le opere complete di
Bombal, arricchite da una nuova traduzione (a cura di Francesca Lazzarato) e in
appendice dalla recensione che Jorge L. Borges scrisse nel 1938.
Le storie di Bombal – sette, per la precisione – si somigliano per tono e temi:
gli scenari sospesi e isolati di stanze dove viene esplorato l’immobilismo di
figure femminili ipnotiche. Nel racconto che apre la raccolta, L’ultima nebbia,
la protagonista sposa suo cugino Daniel, rimasto vedovo. L’indifferenza tra i
due cresce giorno dopo giorno e il tormento della donna la porta a desiderare la
fuga nella città. Questa è un miraggio lontano, raggiungibile, forse, solo
attraverso la dimensione onirica. Anche quando la protagonista senza nome arriva
in città (“Siamo arrivati in città da diverse ore. Dietro la spessa cortina di
nebbia sospesa immobile intorno a noi, la sento pesare nell’atmosfera”) persiste
l’indefinitezza dello spazio, e lei sembra come essere riassorbita nel suo
isolamento:
> “La foschia, sfumando gli angoli, attutendo i rumori, ha conferito alla città
> la tiepida intimità di una stanza chiusa”.
L’isolamento in Bombal opera all’interno di grandi ville in cui riecheggiano gli
echi della tradizione gotica; ad abitarle non ci sono più figure spettrali, ma
donne inquiete, vincolate in matrimoni asettici, un’ondulazione perenne le
costringe a muoversi avanti e indietro dall’apatia bovaristica alla distrazione
erotica, dal mondo fisico al pensiero ricorsivo, dalla spinta vitalistica
all’avvolgente desiderio di morte. In queste magioni, le protagoniste di Bombal
vivono la condizione femminile delle donne nell’America Latina degli anni
Trenta: un clima asfissiante di prigionia che l’autrice cilena ritraduce
attraverso fenomeni atmosferici e naturalistici:
> “Ogni giorno di più, la nebbia stringe d’assedio la casa. Ha fatto già sparire
> le araucarie, i cui rami colpivano la balaustra della terrazza. Stanotte ho
> sognato che dalle fessure delle porte e delle finestre si infiltrava
> lentamente in casa, nella mia stanza e sfumava il colore delle pareti, il
> contorno dei mobili, e si intrecciava ai miei capelli, mi aderiva al corpo e
> dissolveva tutto, tutto…”
In questo clima angusto, i racconti di Bombal confondono la realtà in una
dimensione onirica, e così la protagonista de L’ultima nebbia, attuata la fuga,
si ritrova in una piazza illuminata solo dalla luce bianca di un lampione, e
tra oscurità e nebbia fa la conoscenza di un uomo con cui, poche ore dopo,
tradirà suo marito, Daniel. Ma il tradimento sembra poter concretizzarsi solo
nella notte, dove l’atmosfera nebbiosa e l’oscurità confondono i piani tra
realtà fisica e fantasticheria, e può avvenire solo una volta, come un sogno
irripetibile: “nel cuore della città, quella piazza che non conoscevo e che
esiste…Posso averla concepita solo in sogno?”.
Da qui il tormento di una passione travolgente che risveglia e concede il senso
a una vita intera, eppure quel sogno non è più ripetibile e sembra come se María
Luisa Bombal fosse riuscita a fermare in modo perfetto, su carta, l’ardente
amore che provò per il ricco aviatore Eulogio Sánchez Errázuriz. María Luisa
Bombal lo aveva incontrato in Cile, nel 1931. I due si innamorarono subito;
altrettanto rapidamente il loro amore sfumò. Ossessionata dalla rottura del
fidanzamento, Bombal scrisse diverse lettere all’amato, senza ricevere risposta.
Lui invitò raramente María ai suoi eventi pubblici e, diverso tempo dopo,
durante una cena a casa sua, in presenza di ospiti, lei tentò di togliersi la
vita sparandosi[1]. Sopravvisse miracolosamente e partì in Argentina insieme
all’amico Pablo Neruda. Otto anni dopo però quella passione non si era ancora
esaurita, e il 21 gennaio del 1941 María Luisa Bombal, appena tornata in Cile,
si diresse lentamente fino all’Hoter Crillón, dove aveva appuntamento con
Eulogio. Puntò la pistola contro l’amato e sparò, ma ancora una volta il tiro
non fu mortale, e Eulogio fu ferito solamente al braccio. Dopo un periodo di
carcere, María dichiarò il movente: “Uccidendolo, ho ucciso la mia sfortuna, ho
ucciso la mia maledizione”[2].
María Luisa Bombal nasce nel 1910 a Viña del Mar, in Cile, da madre tedesca e
padre con ascendenze francesi. A cinque anni sa già leggere e viene iscritta a
una scuola gestita da suore francesi. A otto anni inizia a scrivere poesie e
poco dopo perde suo padre. Dopo la morte del padre, si trasferisce con la
famiglia a Parigi, studiando in un collegio cattolico. A diciotto anni studia
Lettere alla Sorbona e teatro all’Atelier con Charles Dullin, attore e regista
teatrale francese. Abbandona i corsi di letteratura per interpretare alcuni
ruoli a teatro, e proprio in una di queste esibizioni viene scoperta dallo zio e
obbligata a tornare in Cile. A Santiago, dopo essersi avvicinata alla scena
artistica, si riscatta fondando una compagnia teatrale e mettendo in scena Oscar
Wilde. Tra la letteratura e il teatro però sceglie la scrittura. Nel corso di
quegli anni María Luisa Bombal ha già letto le favole di Andersen e dei Grimm
(che ispireranno la vena folkloristica presente nei suoi due racconti più
brevi), ma anche Knut Hamsun, Mérimée, Antoine Artaud. A ventitré anni, nel
1934, pubblica il suo primo libro, La última niebla, che scrive nella casa in
cui vivevano Pablo Neruda e sua moglie, dove lei stessa si era trasferita l’anno
prima. La poesia di Neruda esercitò su di lei un’influenza significativa.Fu
Neruda stesso a dirle di non accettare mai correzioni da nessuno.
> “Rimase sempre fedele a se stessa, anche quando Jorge Luis Borges, durante una
> delle loro numerose passeggiate in città, sentendo parlare del suo progetto
> per il suo secondo romanzo, Avvolta nel sudario, dichiarò che era impossibile
> da realizzare perché non si può mescolare il realistico con il soprannaturale.
> Ma Bombal non ascoltò e continuò a scrivere”[3].
Nel 1946 esce la sua ultima novella, La historia de María Griselda, e Bombal
abbandona la scrittura, lasciando una produzione breve e sofferta: “La cosa
difficile per me non è concepire un’opera, ma costruirla ed elaborarla: il
lavoro di precisione”[4]. La scrittura per Bombal è un abbandono totalizzante
alla solitudine: “Sono sempre stata spaventata dall’immensa solitudine che
circonda lo scrittore; non credo esista una professione più solitaria; forse è
per questo che non ho scritto di più. Mi chiedo se qualcuno trovi piacere nella
solitudine; io no”[5]. Alla fine Bombal decide di non arrendersi a questa
solitudine, perché, si domanda, “A cosa serve essere l’autrice di Avvolta nel
sudario quando la mia solitudine è così grande?”[6].
La produzione narrativa di Bombal sembra venire alla luce con il suono ovattato
di un mondo che si muove in un fondale marino. Nei sogni, ma anche in una piazza
avvolta dalla nebbia, si è isolati, impossibilitati a scrutare sagome umane,
“intorno a noi, la nebbia dà alle cose un carattere di definitiva immobilità”.
Le donne di Bombal sono innanzitutto corpi immobili, passivi, fragili e sospesi.
Nella dimensione patriarcale dove cresce Bombal e dove inserisce le sue
protagoniste, le donne non possono esprimersi attraverso la parola, ma solo con
il rimuginio infinito e la gestualità, i silenzi, le fughe. Nei racconti di
Bombal, i matrimoni sono ritratti come trappole. Gli spazi che in un matrimonio
occupano donne e uomini sono diversi: gli uomini possono vagare all’esterno,
andare a caccia; le donne sono relegate alla casa. Tutto nella narrativa di
Bombal si trasforma in oggetto simbolico di reclusione: la casa, la nebbia, il
sudario, le trecce, e l’ala del racconto Las Islas Nuevas. “Poi mio marito mi ha
costretta a raccogliere quei capelli stravaganti, perché devo sforzarmi di
imitare in tutto e per tutto la sua prima moglie, la prima moglie che secondo
lui era una donna perfetta”. Ma le donne ritratte da María Luisa trovano una
forma di emancipazione nella cura maniacale del pensiero che si trasforma in
scrittura, e si domandano:
> “Perché, perché la natura della donna dev’essere tale da far sempre di un uomo
> il centro della sua vita? […] Il destino delle donne è arrovellarsi su una
> pena d’amore, in una casa ordinata, davanti a un ricamo incompiuto”.
Il sudario avvolge la protagonista di La amortajada (in italiano, “Avvolta nel
sudario”), donna ormai defunta che in uno sdoppiamento mente-corpo (la prima
cosciente, il secondo defunto), mette in rassegna la sua intera vita. Questo
bilancio avviene attraverso il presenziare al suo capezzale di diverse persone
che hanno fatto parte della sua esistenza, in particolare tre uomini: Ricardo –
il primo amore indimenticabile –, Fernando – l’uomo che lei non è mai riuscita
ad amare – e Antonio – il marito infedele. In questa veglia funebre tornano
tutti i temi cari a Bombal, soprattutto il disappunto di una vita vissuta alle
dipendenze di uomini e l’insoddisfazione costante, l’idea di una vita mediocre
che va accettata come irrimediabile:
> “Forse la vera felicità sta nella convinzione di aver perso irrimediabilmente
> la felicità. Allora cominciamo a muoverci nella vita senza speranze né paure,
> capaci di godere finalmente di tutti i piccoli piaceri, che sono i più
> duraturi”.
E poi la morte, che, come detto precedentemente, è il polo che attrae
continuamente le protagoniste di Bombal. “I latinoamericani pensano alla morte
tutto il giorno”, ha detto lo scrittore Juan Rulfo. Entrambi avevano “una
visione violenta e lirica del mondo”, come ha ammesso Bombal dopo aver letto il
capolavoro di Rulfo, Pedro Páramo. Nel loro ultimo incontro, alla Società degli
Scrittori Cileni nel 1972, dove entrambi furono premiati, Rulfo confidò a Bombal
che la lettura della sua opera gli aveva ispirato diverse immagini e percorsi
legati a Comala. Rulfo sarà a suo modo ispiratore di Cent’anni di solitudine di
Márquez, autore che a soli vent’anni aveva esordito con il racconto di un
bambino morto che continua a crescere nella sua tomba, un cadavere cosciente
come la protagonista di Avvolta nel sudario.
È evidente come nel racconto di María Luisa Bombal ci siano due tipi di morte:
la morte che soffrono i vivi – persistente e logorante – e la morte dei morti,
la morte totalizzante. Quest’ultima morte riesce a essere contemporaneamente
dolce abbandono e orrida mascherata, messa in scena come in un racconto di Poe:
> “Ci sono povere donne sepolte, perse in cimiteri immensi come città – e,
> orrore, perfino con strade asfaltate. E nei letti di certi fiumi dalle acque
> nere ci sono suicide che le correnti colpiscono incessantemente, corrodono,
> sfigurano e colpiscono. E ci sono bambine appena sepolte, che parenti ansiosi
> di trovare a propria volta spazio libero in una cripta stretta e buia riducono
> e riducono fino quasi a cancellarle dal mondo delle ossa. E ci sono anche
> giovani adultere che appuntamenti incauti attirano in quartieri appartati e
> che una lettera anonima fa sorprendere e giacere con un colpo di pistola sul
> petto dell’amante, e i cui corpi, profanati dall’autopsia, vengono abbandonati
> per giorni e giorni all’infamia della morgue”.
Persino Borges dovrà ammettere che l’esperimento di Bombal – da lui inizialmente
messo in dubbio – si rivelerà straordinariamente riuscito: inquieto, carico di
una sensibilità per gli oggetti quotidiani e gli elementi naturali che ricorda
certe poesie di Emily Dickinson, feroce ritratto di donne stregonesche, un
“libro che la nostra America non dimenticherà”[7].
Poche pagine María Luisa Bombal ha lasciato al mondo: dopo averle lette rimane
come l’eco d’un sogno, il tentativo di trovarne altre oltre il manto di nebbia,
come quando si era incoscienti, il sole illuminava tutto, tutto era esaudito.
Forse Bombal ha cercato la soddisfazione dell’eterno, ha tentato di fantasticare
davanti ad altre pagine e tutte le volte si è ripetuta non ce ne sono più “ma di
questo sognerò più tardi”.
Leonardo Di Giorgio
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[1] Carolina Melys, «María Luisa Bombal. La soledad de la escritora», Letras
Libres, 15 agosto
2017, https://letraslibres.com/revista/maria-luisa-bombal-la-soledad-de-la-escritora.
[2] Biblioteca Nacional de Chile, «Eulogio Sánchez», Memoria
Chilena, https://www.memoriachilena.gob.cl/602/w3-article-92549.html, traduzione
mia.
[3] Carolina Melys, «María Luisa Bombal. La soledad de la escritora», cit,
traduzione mia.
[4] Ivi
[5] Ivi
[6] Ivi
[7] Jorge L. Borges, Postfazione a L’ultima nebbia di M.L. Bombal, Edizioni Sur,
Roma 2026, p.219.
L'articolo “Forse la vera felicità sta nella convinzione di aver perso la
felicità.”. La narrativa onirica e funerea di María Luisa Bombal proviene da
Pangea.
Nel gennaio del 1923, dal pulpito di una delle riviste praghesi più importanti
dell’epoca, “Národní listy”, Milena Jesenská scrive un articolo, Il diavolo del
focolare, in cui s’interroga – secondo i modi del mitico incipit di Anna
Karenina – su “perché tutti o quasi tutti i matrimoni moderni siano infelici”. È
proprio intorno al diktat – ipocrita, punteggiato di trappole –
della felicità che si scaglia Milena, con febbricitante potenza di stile:
> “A me sembra che, nel momento in cui due persone si sposano perché vogliono
> essere felici insieme in quello stesso istante si derubino e si privino della
> possibilità di essere felici. […] Due persone si sposano per vivere insieme.
> Perché al dono straordinario, sublime di questa possibilità è necessaria anche
> la felicità? Perché gli uomini non possono mai e poi mai accontentarsi di una
> grandezza autentica e non mascherata e scelgono piuttosto una menzogna tirata
> a lucido?”
L’articolo piacque a Franz Kafka, gli dimostrò che Milena era “una creatura
incredibilmente coraggiosa”, esaltante per “incomprensibilità”. Non le scriveva
da tempo; qualche mese prima le aveva scritto, “Lei sa quanto odio le lettere.
Tutta l’infelicità della mia vita… deriva se si vuole, dalle lettere o dalla
possibilità di scrivere lettere. Gli uomini non mi hanno quasi mai ingannato, le
lettere sempre, e precisamente, anche qui, non quelle altrui, ma le mie” (cito
da: Franz Kafka, Lettere a Milena, Giuntina, 2019). Milena riceverà l’ultimo
biglietto da Kafka nel Natale di quell’anno; la prima delle tante lettere
dell’epistolario più sconvolgente della storia della letteratura (pardon, della
storia dell’uomo) era giunta “intorno al marzo 1920”.
Di matrimoni, per altro, Milena diventerà pratica. All’epoca del rapporto
epistolare con Kafka era unita a Ernst Pollack, da cui divorzia nel 1925; due
anni dopo sposa l’architetto Jaromír Krejcar per poi far coppia con il dirigente
comunista Evžen Klinger. Espulsa dal partito nel ’36, giornalista eccezionale
(si legga ad esempio: Qui non può trovarmi nessuno, Giometti & Antonello, 2018),
raccontò con lucidità l’invasione della Cecoslovacchia da parte di Hitler.
Arrestata nel 1940, morì nel maggio del ’44, nel campo di concentramento di
Ravensbrück; è onorata come “Giusta fra le nazioni”.
Dal matrimonio con Krejcar era nata, nel 1928, a metà agosto, la figlia, Jana.
Stigmatizzata dalla figura della madre – la cui disinvoltura era un modo per
disobbedire a un’epoca infausta –, Jana Krejcarová diventò una figura ambigua e
a suo modo decisiva della controcultura praghese, una specie di esagitata Iside.
Per la madre, quasi bambina, girava di notte, in città, in cerca di morfina. Si
sposò quattro volte, ebbe diversi figli da diversi uomini; morì di schianto, il
5 gennaio del 1981, poco più che cinquantenne, in un incidente automobilistico.
Nel mezzo, Jana percorre ogni inferno dell’esistere, autentica creatura
screanzata, da sottosuolo. In poco tempo, da ragazza, dissipa l’eredità di
famiglia, lasciatale dai nonni; si adatta a “un’esistenza nomade e dissipatrice
[…] “per mantenersi, passa da un lavoro all’altro: donna delle pulizie,
bigliettaia sul tram, sguattera” (Peppe Mauro Notturna). Non riesce a occuparsi
dei figli, viene arrestata dalle autorità per parassitismo e incuria familiare.
La testimonianza di Jan Cerny, uno dei figli avuto dal secondo marito, strazia:
> “Noi ci sentivamo amati, lei ci parlava come se fossimo adulti e si aspettava
> anche che noi ci comportassimo come tali. Però mancava la continuità nelle
> piccole cose che sembrerebbero ovvie: noi bambini rimanevamo abbandonati a noi
> stessi per giorni interi e poco tempo dopo fummo affidati alla tutela di
> nostro padre. All’inizio degli anni Sessanta Jana si sposò un’altra volta ed
> ebbe un altro bambino. Solo poco tempo dopo il tribunale affidò il bambino a
> dei genitori adottivi e Jana venne condannata a un anno di detenzione per
> negligenza nella cura dei figli”.
La figura di Jana, con le sue abbaglianti oscurità, è maculata della leggenda
dei fuorilegge. Nota come “Honza”, frequenta i ‘beat’ di Praga, capitanati da
Egon Bondy; è intima amica di Bohumil Hrabal, il grande scrittore di Una
solitudine troppo rumorosa – è proprio lui ad ammantare Jana/Honza di una
descrizione risolutiva:
> “Se la Achmatova dice di se stessa che è un cigno nero, Honza era un cigno
> bianco con un’ala ferita, ma con degli splendidi, grandi e tristi occhi e con
> il cuore di una poetessa maledetta”.
I suoi scritti – radi, feroci – viaggiavano secondo le spire del samizdat; nel
1990 uscì a Praga il suo testo più dolente, Clarissa, tradotto nel 1992 dalle
edizioni e/o – con necessaria appendice di Peppe Mauro Notturna che racconta
l’epopea dei Beatnik a Praga – con un titolo, diciamo così, più efficace, In
culo oggi no. Oggi di Jana Černá, nei gangli dell’editoria italica, non c’è
nulla, neppure la biografia della madre, Vita di Milena, tradotta da Garzanti
nel 1986. Nel libretto di allora – un centinaio di pagine appena – spiccano
pagine di deviante splendore; catalogo alcune frasi:
> “Le odio, mi ripugnano queste persone risolute, che hanno riservato alla
> poesia una parte del proprio tempo, come a qualsiasi altro hobby, per le quali
> quella pappetta diluita, senza sorprese, che spacciano per poesia, si limita
> alla versificazione e all’incontro fortuito con una prostituta di notte,
> quando tornano dai locali notturni. Le odio quanto le zollette di zucchero
> bagnate sull’orlo dei piattini del caffè, e a loro non chiedo mai che cosa
> hanno sognato”;
> “Può esserci qualcosa di più triste dell’attimo in cui baciate il vostro
> amante? È sciocco e insensato, banale e magico, ma è soprattutto terribilmente
> triste. Il primo bacio dato a un nuovo amante ha sempre avuto per me il sapore
> dei baci di mio padre quando mia madre non era a casa. È incestuoso e sembra
> non avrà sviluppi”;
> “Devo dire che l’amoralità ha per me un valore solo quando è artisticamente
> perfetta… Dal momento in cui è posta al servizio dell’autodifesa, rientra
> nella psicologia del profondo e diventa questione leggermente penosa”.
Questo a testimoniare una postura dell’essere, uno stile. Il titolo del libro –
di cui auspichiamo prossima ripubblicazione – trova ragione nel breve canzoniere
erotico pubblicato in calce a Clarissa; poesie di una ventenne con il desiderio
di disobbedire alle norme del vieto lirismo, non per forza belle:
“In culo oggi no
mi fa male
E poi vorrei prima chiacchierare un po’ con te
perché ho stima del tuo intelletto,
Si può supporre
che sia sufficiente
per chiavare in direzione della stratosfera”.
In Francia – paese forse più in sintonia con scritture eversive e controcorrente
– l’opera di Jana Černá è tornata di recente sugli altari editoriali. Le
piccole, eleganti Mater Editions, nate un paio di anni fa con lo scopo di
“redonne vie à des voix de femmes oubliées”, hanno da poco pubblicato come Des
Empreintes d’Âmes i testi di Jana scritti durante la detenzione nel carcere
femminile di Pardubice, subita tra il 1963 e il ’64. Il libro vive in una specie
di clinica quiete, di una ciclica sorgiva dei giorni al cilicio – “Ogni giorno è
identico al prossimo. Stessi volti, stesse divise, stessi detenuti, stesso
personale” –; è una sorta di aggiornata Memorie da una casa di morti, con
sguardi intrisi di coltelli:
> “Una donna, condannata a scontare una pena per negligenza. Ha causato la morte
> di alcuni studenti di diciannove anni: il loro autobus si è scontrato contro
> il treno; non ha abbassato la sbarra in tempo. Anche lei, come tutte le altre,
> si confida: ‘Ho avuto sfortuna. Mi hanno rinchiuso proprio quando stavamo
> comprando un’auto nuova…’”.
Ogni detenuto, scrive Jana, “aspira a qualcosa, sogna un futuro, è sagomato
dalla speranza”; a lei, anatomista del massacro umano, trascrivere queste
aspirazioni, spesso aureolate d’ira. Qui una detenuta le racconta a strappi la
propria vicenda coniugale: “Quel bastardo ha divorziato da me per mettersi con
una spia; mi hanno fregato, quei due, ma non me ne frega nulla perché lui è un
vile, si farebbe trascinare in Francia con un guinzaglio di spaghetti scotti. È
con lei che sono incazzata – quando la avrò tra le mani non sarà altro che
lordume, una zolla di unto”.
Quarant’anni prima, Milena scriveva che nella vita “esistono due vite possibili:
o accettare il proprio destino… oppure cercare il proprio destino”, per
scoprire, cercandolo, che “quello che succede è sempre peggio di quello che
c’era prima”. Destino, parola troppo porosa, che prevede veglia e lupi al
confine; parola con troppi dadi in tasca, destino. Jana fece di tutto per
screditare se stessa e liquefarsi in una malferma idea di paradiso. Preferì i
postriboli del cuore. Agli amici, diceva di essere “la figlia di Kafka”. Per
certi versi, aveva ragione. Le cronologie, gli avvenimenti, le date ben riposte
nei taccuini sono poca cosa al cospetto di chi sa toccarti, di chi sa intaccare
una vita per generazioni. Milena ne fu battezzata – la crocefissione toccò a
Jana.
*In copertina: un’opera di Egon Schiele
L'articolo Storia tragica di Jana Černá, la “figlia di Kafka” proviene da
Pangea.
Breve preambolo non richiesto sulla contiguità tra veglia e sogno. Ho appena
sognato di leggere un libro di Nabokov. Uno splendido inedito dalla copertina
blu intenso incline al violetto. Sensazione di assoluta beatitudine. Al
risveglio, un amaro rimasticare la cenere della trama feriale dei giorni.
Leggere Nabokov è fatale. Avvinti dalla sua voce, tutto ciò che leggiamo in
seguito si rivela un’insipida, geriatrica minestrina al dado.
*
Vyra, località a pochi chilometri di distanza da San Pietroburgo. È il luglio
del 1914 e le notizie dal fronte europeo giungono sempre più minacciose. Alla
fine di quel mese, la Russia dichiara guerra alla Germania. Poco o nulla
interessa al quindicenne dinoccolato Nabokov, aristocraticamente immerso in
un’ovattata adolescenza di uterina e raffinata ispirazione.
La famiglia Nabokov trascorre la breve estate pietroburghese nella residenza di
campagna: una villa principesca, amministrata da operose governanti e
maggiordomi imbellettati. Nel parco privato che si estende a dismisura, il vento
del Baltico sibila tra gli abeti e le betulle. Al centro del bosco, non lontano
da un placido fiume attraversato da un ponte, si trova un padiglione piuttosto
antico. Qui, nel silenzio più totale, immerso in uno stato di totale ascolto
verso ciò che lo circonda, il giovane Nabokov scrive la sua prima poesia.
L’occasione ci viene raccontata dallo scrittore stesso in uno dei capitoli della
sua splendida “autobiografia rivisitata” Parla, ricordo.
Si abbatte sul parco un breve temporale estivo, violento quanto basta per
ridestare una natura assopita nel mite tepore russo di luglio. Imperiose
raffiche di vento scuotono gli alberi, sentieri d’acqua infradiciano la terra,
le finestre del padiglione scricchiolano per la furia degli elementi. Poi, d’un
tratto, la pioggia cessa; il sole penetra tra le nubi che si allontanano. Lo
sguardo del giovane è catturato da una foglia inclinata sotto il peso di una
goccia d’acqua. Questione di pochi, folgoranti secondi: la goccia, simile a una
perla liquida, scivola lungo l’umido corpo vegetale, danza pericolosamente
sull’orlo e infine cade, liberando la foglia dal peso che le era stato inflitto.
In quegli attimi, occhio, cuore e foglia sono stati legati da un unico e
indivisibile fremito: la mano può iniziare a disegnare sul foglio gli svolazzi
del corsivo cirillico.
> “Foglia, inclinata, spoglia, sollevata – l’istante che ci volle perché questo
> accadesse non mi parve tanto una frazione di tempo quanto una fessura nel
> medesimo, una pulsazione omessa, subito compensata da un picchiettio di rime”.
*
Prima di essere romanziere, Nabokov è poeta. Per tutta la vita scrive versi,
soprattutto prima di partire per gli Stati Uniti. Nel corso degli anni, le sue
poesie escono sotto pseudonimo o a suo nome nei giornali dell’emigrazione russa,
poi in quegli americani. Di tanto in tanto, esce una raccolta di poche e
selezionate poesie. In Italia, le pubblica nel lontano 1962 il Saggiatore, con
la traduzione di Alberto Pescetto ed Enzo Sicilano. Il volume è praticamente
introvabile. Appello alla casa editrice Adelphi, che da anni meritoriamente ne
pubblica le opere: restituiteci finalmente il Nabokov poeta.
*
Le poesie, la maggior parte scritte in russo, sono forse parte di
un’autobiografia non ufficiale in versi. Mai come nel dettato poetico s’infiamma
il ricordo della Russia, dominato dalla consapevolezza di essere stato sottratto
brutalmente a una giovinezza edenica. Le prime poesie si muovono in un’atmosfera
impregnata di malinconia, la stessa dove prende vita Mašen’ka, incantevole
primizia narrativa di Nabokov. (Ah, qualcuno dovrebbe descrivere la purezza
estatica e impubere delle opere prime, al di qua di ogni divenire –
come Novembre di Flaubert o i love poems di Joyce).
Nabokov raggiunge gli Stati Uniti nel 1940. Fino a quel momento aveva scritto
centinaia e centinaia di poesie in lingua russa. Nei quasi quattro decenni che
seguiranno, e che coincidono con la scrittura in inglese di tutte le sue opere,
Nabokov compone a malapena una ventina di poesie.No, non si tratta di una
coincidenza, né di una rinuncia a una forma espressiva che aveva sempre
coltivato. Lo scrittore stesso, in una celebre intervista, aveva detto che per
lui l’inglese era una scelta di testa, mentre il russo una scelta di cuore.
Diventa chiaro che giovinezza, poesia, esilio e Russia sono le facce lucenti e
trasparenti di un unico cristallo. Brodskij ha scritto che la natura di Nabokov
era quella di un poeta. E poeta è soprattutto Fëdor, il giovane protagonista
de Il dono, ultimo magnifico romanzo scritto in russo. Versi e prosa si
alternano in Fuoco Fatuo. E non dimentichiamo la somma ammirazione per Pushkin,
di cui Nabokov traduce l’Eugene Onegin.
*
Che cos’è la poesia, per Nabokov?
Non uno scorrere insieme al tempo, ma trovare una fessura nell’ordito dei
giorni, e qui rincantucciarsi e trovare la propria voce e il proprio canto,
sentirsi compresi infine nell’ orizzonte sempre sognato, come nell’abbraccio di
una donna, nelle possibilità offerte dal futuro, nei versi da scrivere a bordo
di un transatlantico che conduce altrove, lontano da un continente sconvolto da
guerra e distruzione.
> “Il genere di versi che scrivevo in quei giorni era poco più di un segnale da
> me emesso per significare che ero vivo, che passavo, o che ero passato, o che
> speravo di passare attraverso certe emozioni intense”.
Chi ha sentito dischiudersi in sé le porte della poesia, sempre avrà natura di
poeta, oltre il tumulto della storia e dei gesti del vivere quotidiano. Il
poeta, nemico di Crono, elegge quella fessura dentro la carne viva del tempo a
sua fortezza eterna, suo baluardo ed argine, faro luminoso nei marosi in notti
buie e tempestose. Quegli istanti miracolosi rubati al fluire rapinoso dei
giorni – quegli attimi da cui ogni traccia di inquietudine, violenza e stupidità
è stata bandita, risplendono come diamanti puri: nel silenzio di quella
fenditura il poeta finalmente coincide con il proprio autentico destino.
> “In realtà credo che un giorno qualcuno rovescerà il giudizio e proclamerà che
> lungi dall’essere stato un frivolo uccello di fuoco, ero un rigido moralista
> che prendeva a calci il peccato, dava schiaffi alla stupidità, metteva in
> ridicolo ciò che è volgare e crudele – e attribuiva poteri sovrani alla
> tenerezza, al talento e alla fierezza”.
Lorenzo Giacinto
***
Ancora taccio
Ancora taccio e mi fortifico nel silenzio.
I profili distanti delle opere future
ancora si celano nella bruma della mia anima,
come vette montane nella nebbia che precede l’alba.
Ti saluto, mio giorno inevitabile.
Sempre più ampia la distanza, più chiara, più varia,
e sul primo gradino squillante
salgo, colmo di beatitudine e di timore.
Crimea, 1919
*
Amo la montagna
Amo la montagna, avvolta
nella nera pelliccia degli abeti,
perché nell’ombra straniera delle alture
mi sento più vicino alla mia casa.
Come non riconoscere quegli aghi fitti,
come non perdere il senno
per una sola bacca di palude
che si fa azzurra lungo il cammino?
Più s’inerpicano, oscuri e umidi,
i sentieri fra le balze,
più limpidi riaffiorano i segni
cari dall’infanzia
della mia pianura del nord.
Non così, forse, sui declivi del paradiso
saliremo nell’ora estrema,
incontrando, uno ad uno,
tutto ciò che abbiamo amato,
tutto ciò che nella vita ci innalzava?
Feldberg, 1925
*
La Madre
Si fa notte. Egli è stato giustiziato. Dal Golgota,
la folla scende serpeggiando lenta tra gli ulivi
e le madri guardano Giovanni portar via
nella nebbia Maria, canuta, atterrita.
La metterà a letto e anche lui si sdraierà,
e fino al mattino, nel sonno, tenderà l’orecchio
ai suoi singhiozzi e al suo tormento.
E se le fosse rimasto Cristo accanto,
a far il falegname e a cantare? E se la nostra redenzione
non valesse le sue lacrime?
Risorgerà il Figlio di Dio, circonfuso di splendore;
al sepolcro, il terzo giorno, una visione accoglierà le donne
che invano hanno comprato la mirra;
Tommaso palperà la carne luminosa,
al vento dei prodigi la terra impazzirà,
e molti saranno crocifissi.
Maria, che t’importa dei deliri dei pescatori!
Inafferrabili, sopra il tuo dolore,
i giorni scorrono, e né al terzo
né al centesimo, mai si leverà al tuo richiamo
il tuo bruno primogenito, che modellava passeri
di fango sotto il sole cocente, a Nazareth.
Berlino, 1925
*
Come pallida aurora
Come pallida aurora, il mio verso è sommesso,
breve è la sua sonora esistenza,
e difficilmente uno scrupoloso postero
ricorderà il mio soprannome d’uccello. *
Che fare, musa, vita mia. Vivremo
modestamente in una nota a piè di pagina…
Non mi è dato risuonare, non mi è dato dire agli uomini
che occorre custodire l’ombra di Dio.
Che l’ombra increspata di Dio, attraverso
le nostre cortine variopinte, è visibile;
che il giorno e la notte sono due coppe preziose
d’acqua viva e di vino stellato.
Non mi è dato risuonare, non mi è dato dire — e presto
la mia pallida aurora sarà dimenticata,
e per prima dimenticherà colei
alla quale ho donato gli ultimi raggi.
E tuttavia, o mia musa, sono felice… Tu sei tenerezza,
sei silenzio; con te non si può essere tristi;
tu, nel canto dei giorni, il tumulto mondano,
come una sillaba di troppo, non puoi ammetterlo.
1923
*Sotto il nome di Sirin, Nabokov scrisse nove romanzi tra il 1920 e il 1940.
Nella cultura russa, il Sirin è una creatura leggendaria con il corpo di uccello
(solitamente un gufo o un’aquila) e il busto e volto di una donna bellissima.
*
I poeti
Dalla stanza al vestibolo la candela passa
e si spegne. L’impronta continua a fluttuare negli occhi
finché la notte senza stelle non ritrova
i propri contorni nei rami blu scuro.
È tempo, ce ne andiamo – ancora giovani,
con l’elenco dei sogni non ancora sognati,
con l’ultimo, appena visibile bagliore della Russia
nelle rime fosforiche dei nostri ultimi versi.
Eppure, chissà, l’ispirazione l’abbiamo conosciuta,
sembrava dovessimo vivere e i libri dovessero crescere,
ma muse senza patria ci hanno sfiniti,
e ora è tempo per noi di andare.
E non perché temiamo di offendere
con la nostra libertà le persone dabbene.
È semplicemente ora, e forse è meglio non vedere
tutto ciò che è celato agli altri occhi:
non vedere tutta la pena e l’incanto del mondo,
una finestra che in lontananza cattura un raggio;
docili sonnambuli in uniformi militari,
l’alto cielo, le nuvole attente;
la bellezza, il rimprovero; i bambini
che giocano a nascondino attorno e dentro
il gabinetto che ruota nei bagliori estivi;
la bellezza e il rimprovero del crepuscolo;
tutto ciò che opprime, si avvolge, ferisce;
il singulto di una pubblicità sull’altra riva,
i suoi smeraldi fluidi nella nebbia,
tutto ciò che ormai non so più dire.
Ora varchiamo la soglia del mondo
verso quella regione… chiamala come vuoi:
deserto, morte, distacco dalla parola,
o forse più semplicemente: silenzio dell’amore.
Silenzio di una lontana strada di carri,
dove la carreggiata si perde in un’onda di fiori,
silenzio della patria – amore senza speranza –
silenzio del lampo lontano, silenzio del seme.
Parigi, 1939
*
Non importa
Non importa quanto scintilli lo sfarzo sovietico
sul quadro che raffigura una battaglia;
non importa quanto l’anima si dissolva in pietà,
non mi piegherò, non cesserò
di detestare la fetida crudeltà e la noia
della silenziosa servitù. No, no, grido,
lo spirito è ancora vivo, ancora affamato d’esilio,
escludetemi, sono ancora un poeta!
Massachusetts, 1944
Traduzione di Lorenzo Giacinto
*In copertina: Vladimir Nabokov fotografato da Philippe Halsman nel 1968
L'articolo “Eppure, o mia Musa, sono felice”. Appunti sulla poesia di Vladimir
Nabokov proviene da Pangea.
Il signore delle mosche (1954), al pari di altri romanzi di William Golding,
vincitore del Nobel nel 1983, contiene nelle prime pagine, in nuce, i temi
destinati a essere sviluppati nel resto della narrazione.
Ralph e Piggy – soprannome che significa “maialino” – sono i primi che si
incontrano, e non potrebbero essere ragazzi più diversi: biondo e di
bell’aspetto il primo, asmatico e in sovrappeso il secondo, costretto pure a
portare gli occhiali. Sono tra i pochi superstiti di un volo aereo che
trasportava alcuni scolari inglesi di buona famiglia verso l’Australia, unico
luogo sicuro in un mondo distopico devastato dalla guerra atomica.
I due, dopo essersi presentati, discutono animatamente sul da farsi, valutando
ogni possibile opzione. Per il momento la cosa più intelligente sembra quella di
scoprire se ci siano altri sopravvissuti e decidono perciò di suonare una grande
conchiglia, trovata sulla spiaggia. Poco alla volta compaiono una ventina di
ragazzi, tra i sei e i dodici anni, mentre degli adulti non vi è alcuna
traccia.
Viene quindi indetta un’assemblea con lo scopo di organizzarsi al meglio e Ralph
è eletto capo nonostante le proteste di Jack, del tutto simile a lui per età e
carisma. A quest’ultimo, come risarcimento morale, viene lasciata la guida dei
membri del coro che diventano i cacciatori del gruppo.
Il primo capitolo si chiude con una missione esplorativa che vede impegnati
Ralph e Jack, affratellati momentaneamente in un legame simile a quello tra
Abele e Caino. Giungono al limite estremo della spiaggia e capiscono di essere
su un’isola, con una montagna centrale e un’ampia foresta tutt’intorno.
Pochi fatti, chiari, cronologicamente ordinati e una semplicità di linguaggio
che non lascia spazio a fraintendimenti: come in The Coral Island di Ballantyne,
l’anti-modello ottocentesco del libro di Golding, i giovani protagonisti si
ritrovano in luogo affascinante, misterioso, che conserva qualcosa del mito di
Wells e dello spirit of place di Lawrence Durrell; e le loro prime azioni,
orientate al governo e all’esplorazione, sono un perfetto esempio di pragmatismo
britannico. Eppure, anche in questa comunità quasi originaria, assoluta,
disseminate un po’ ovunque si avvertono piccole avvisaglie di quello che accadrà
successivamente, di come, almeno a partire dalla seconda metà del romanzo, la
situazione andrà precipitando.
La conchiglia, ad esempio, se da un verso è lo strumento che riconduce i ragazzi
sperduti all’ordine, dall’altro produce una nota profonda che suscita
inquietudine. Durante l’assemblea, poi, solo chi l’ha in mano ha diritto di
parola, ma la pace è più volte turbata da Jack che si oppone all’elezione
democratica del capo. Infine è sintomatica la scelta di affidare il ruolo dei
cacciatori proprio ai ragazzi del coro, generalmente reputati docili e pacati.
Pure in questo particolare si cela un silenzioso avvertimento.
Il momento in cui il lettore percepisce più chiaramente il senso di diffusa
incertezza è però la scena in cui Jack, visto un maialino intrappolato in un
intrico di rampicanti, si avvicina per ucciderlo con il suo coltello a
serramanico, fermandosi solo all’ultimo momento.
Intanto, mentre alcuni irresponsabili preferiscono divertirsi anziché aiutare
gli altri a costruire dei rifugi per la notte, appaiono sempre più nette le
differenze tra i due leader. Ralph è preso da un istinto civilizzatore, vuole
ricostruire sull’isola un ambiente domestico e si prodiga per accendere un
grande fuoco di segnalazione. Anche Jack, sulle prime, sembra voler ripercorrere
la via della civiltà quando si offre di mantenerlo sempre acceso e declama,
certo inconsapevole, un elogio del tipo umano promosso dal Defoe di Robinson:
«Dopo tutto, non siamo selvaggi. Siamo inglesi, e gli inglesi sono i più bravi
in tutto. Dunque dobbiamo fare quello che è giusto». Malgrado ciò, similmente
alle fiamme che si propagano indomabili distruggendo mezzo chilometro quadrato
di foresta, Jack inizia a praticare l’arte della caccia trascinato da
un’impulsività violenta che solo qualche tempo prima lo avrebbe ripugnato, una
mancanza di contegno che si mostra anche nei volti dipinti e nei capelli lunghi
e scarmigliati dei cacciatori.
Altro personaggio rilevante nell’economia della storia è il piccolo Simon.
Considerato strano da tutti, è sensibile alle sofferenze altrui ed è colui che
entra in un contatto quasi mistico con la natura. Si rende subito conto che
l’isola non è un Eden, ma un luogo terribile in cui si nasconde la presenza del
male, chiuso in quella giungla nera che un po’ assomiglia alle loro anime. Non a
caso sarà lui che, suo malgrado, dovrà portare la croce per tutti, allo stesso
modo del cireneo omonimo descritto nei Vangeli.
A Roger, che lancia dei sassi vicino a un compagno, è invece affidato il compito
di preconizzare quella globale inversione di atteggiamenti che ha il suo inizio
poco dopo, quando Jack rompe gli occhiali di Piggy e, impegnato in una caccia
furiosa che lo porta ad uccidere un maiale, non nota che il fuoco si è spento
proprio nel momento in cui passava una nave. Ma la cosiddetta civiltà, quella
che dovrebbe tenere legati i ragazzi alla giustizia e al rispetto reciproco, è
lacerata da un conflitto senza soluzione e pertanto non può offrire alcuna reale
speranza di salvezza. Anche gli occhiali rotti, immagine di chi giudica le cose
da un punto di vista limitato e parziale, raccontano tutta la precarietà della
visione razionale del proprietario, che si sgretola quando lo stesso implora
ridicolmente Jack per avere un pezzo di carne.
A Ralph non resta che convocare una nuova assemblea nella speranza di poter
riportare un po’ di ordine. Si tratta tuttavia di una pia illusione e, come se i
problemi non fossero già abbastanza, i bambini più piccoli cominciano a temere
che l’isola sia abitata da un mostro, soprannominato “la bestia”. Jack, che nel
frattempo ha deciso di stabilirsi con i cacciatori su un lembo roccioso vicino
alla spiaggia, si adopera allora per uccidere un grande maiale, la cui testa
viene conficcata su un palo a mo’ di offerta per la misteriosa creatura che li
intimorisce.
Quando Simon vede per la prima volta il macabro trofeo, sanguinante e attorniato
dagli insetti, ne rimane scioccato. Intuisce con una folgorazione improvvisa che
il male, simbolicamente rievocato dal “Signore delle Mosche” di biblica memoria,
ossia Belzebù, è una tentazione con cui ogni essere umano deve fare i conti e ha
la definitiva conferma che il mostro non è nella giungla, ma vive in ognuno di
loro.
Dopo essersi ripreso dallo spavento, si dirige verso la montagna, dove si dice
che la creatura abbia la sua dimora. Scopre invece il corpo di un paracadutista
deceduto e, sollevato, corre a riferirlo agli altri. Ha la possibilità di
raccontare a tutti la verità e, come in una sorta di rito catartico, di
liberarli dalle paure irrazionali, costringendoli davanti alla loro nuda
anima. In un crescendo di macabra ironia, però, tra le ombre della sera il
ragazzo viene scambiato per la “bestia” e ucciso.Quella verità che poteva
generare consapevolezza è sfuggita per sempre, inafferrabile, lontana come
l’orizzonte marino verso cui si dirigono il paracadute e il cadavere del
fanciullo.
La morte di Simon getta un’ombra sinistra sull’intera vicenda. Se, da una parte,
Ralph è dilaniato dal dubbio e della paura, Jack, per esorcizzare il senso di
colpa, ordina di far punire uno dei compagni, accusato ingiustamente di essere
l’assassino. Ciononostante passa poco tempo prima che si compia un nuovo
delitto: un masso, fatto cadere da Roger, uccide Piggy sul colpo e manda in
frantumi la conchiglia che il ragazzo teneva in mano, a sottolineare come ogni
composizione pacifica sia ormai compromessa e come sull’isola non ci sia più
nulla in grado di frenare la violenza.
L’ultimo capitolo, in cui la sete di sangue si fa incontenibile, invita
implicitamente il lettore al confronto con la prima parte del romanzo. Rimasto
solo, Ralph capisce che Jack e i suoi non hanno ancora finito e che la loro
intenzione è quella di fare di lui la nuova offerta per la “bestia”. Il giorno
successivo ha dunque inizio una spietata caccia all’uomo con gli ex coristi che
appiccano il fuoco all’intera isola pur di stanarlo. Alla fine, ansimante sulla
spiaggia, Ralph si ritrova ai piedi di un ufficiale: una nave ha avvistato il
fumo e alcuni soldati sono giunti per salvarli (la paradossalità della
circostanza è palese). Quando arrivano anche i cacciatori, la prima reazione del
mondo adulto è quella di ridurre tutto ad un gioco. L’ufficiale non comprende
cosa stia accadendo realmente, guarda i giovani dall’alto in basso e non si
rende conto che il loro male è anche il suo. Ogni speranza è morta, dissolta in
un attimo, e Ralph non può fare altro se non abbassare lo sguardo:
> «Piangeva per la fine dell’innocenza, la durezza del cuore umano».
Il signore delle mosche è un romanzo che nasconde una rivelazione, con giovani
protagonisti – gli incolpevoli per definizione – che si scoprono rei come tutti
gli altri. D’altronde il fuoco che avvolge l’isola al termine del libro, quasi
fosse una sorta di cartolina infernale, sembra suggerire l’impossibilità per
l’uomo di edificare qualcosa di sano e duraturo. Tutto è contaminato, rovinato e
abbruttito anche solo dalla sua semplice presenza. A essere messe in discussione
sono le banalizzazioni di un Hobbes e di un Rousseau, le quali non reggono il
confronto con una realtà che dimostra come il peccato originale sia tutt’altro
che un’invenzione di matrice religiosa.
Il pessimismo radicale di Golding, quasi luterano, lascia spazio solo
occasionalmente a momenti in cui emerge impellente un desiderio di salvezza, di
qualcosa che, in un certo senso, possa riscattare le persone dalla loro
condizione disperata. Ma nulla è in grado di farsi antidoto efficace al male
dilagante. Tutto quello che rimane dell’esperienza dei ragazzi è il grido
inascoltato negli occhi di Ralph.
In questi giorni è uscita anche in Italia una mini-serie TV, targata BBC, tratta
da Il signore delle mosche. È l’esordio del capolavoro di Golding sul piccolo
schermo, mentre per il cinema erano già stati proposti due adattamenti, datati
rispettivamente 1963 e 1990. Il primo, diretto da Peter Brook, è contraddistinto
da un bianco e nero sferzante, con chiare valenze simboliche. L’altro, per la
regia di Harry Hook, convince molto meno soprattutto a causa di alcune
discutibili scelte di sceneggiatura, lontane dallo spirito del romanzo. Si spera
che la nuova mini-serie, possa fare di meglio, restituendo allo spettatore tutto
il fascino tragico dell’opera originale.
Luca Fumagalli
*In copertina: un fotogramma dal “Signore delle Mosche” nella versione di Peter
Brook (1963)
L'articolo “Il signore delle mosche”: a precipizio nel cuore di tenebra
dell’uomo proviene da Pangea.