Pozzuoli, Anno 2026. Deciso, ho iniziato a leggere la raccolta delle lettere di
Dostoevskij pubblicata da Aragno, sapidamente intitolata: I demoni quotidiani.
Me la sono tirata in casa da anni, pagata col benefit aziendale, dovuto in
quanto previsto dal CCNL dei metalmeccanici. La prima lettera è del 23 luglio
1837, al padre: “Gentilissimo babbino!”.
Dostoevskij non ha ancora compiuto sedici anni, ne ha tre o quattro più di me
quando l’ho letto la prima volta. Ne avevo tra i dodici e i tredici quando
lessi Delitto e castigo praticamente per caso, perché avevo finito i Dylan
Dog. Se io sono chi sono, chiunque io sia, in buona parte devo a Dostoevskij
l’avere in orrore la violenza, l’aver capito forse troppo presto che non esista
una violenza giusta: l’ingiustizia mi è insopportabile, lo stesso commettere
violenza contro gl’ingiusti è un orrore.
Delitto e castigo è la storia di un uomo che esce sconfitto dal tentativo di
avere la meglio sulla coscienza che ha. Raskol’nikov è sconfitto in partenza
perché non crede in quello a cui vorrebbe credere, che il suo sentirsi vittima
d’ingiustizia giustifichi la volontà di fare vittime sue.
Nel romanzo di Dostoevskij il castigo viene prima della pena, la pena di voler
commettere un delitto e di commetterlo poi per davvero pur di non sentire più
come una debolezza l’imperio della propria coscienza.
Raskol’nikov ha ventitré anni, non fa più in tempo a non avere una coscienza,
non ne ha tredici, magari a tredici fai ancora in tempo a pianificare e mettere
in opera il tentato omicidio della tua professoressa di francese, scrivendo una
lettera con l’incipit che tradotto dall’inglese pare faccia così:
> “Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre. Sono giunto alla
> conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di
> ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo,
> quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione.
> Ucciderò la mia insegnante di francese.”
Raskol’nikov non avrebbe mai potuto scrivere una lettera del genere. Neanche
Franz Kafka, che pure ha avuto più coraggio scrivendola direttamente al padre,
provando ad ucciderlo via lettera, mortificandolo simulando di mortificarsi,
seppure non gliela abbia mai recapitata, neppure spedita. E comunque la lettera
al padre Kafka l’ha scritta nel 1919, quando aveva trentasei anni, uno in più di
Dante quando s’avviò per la dritta via smarrita. E più difficile scrivere al
proprio padre da grande o da piccoli?
Raskol’nikov e Kafka non avrebbero potuto scriverla perché la coscienza e
l’inconscio glielo avrebbero impedito, o meglio: avrebbero fatto in modo che la
coscienza e l’inconscio glielo impedissero.
La tentazione è di dedurre che oggi non abbiamo né coscienza né inconscio? Come
nella storia raccontata in L’avversario da Carrère. Dopo la prima lettera di
Dostoevskij quindicenne, siccome ho deciso non leggerò più di una lettera al
giorno, ho letto le prime pagine de L’avversario. Volgari nel senso pornografico
della volgarità: “La mattina del sabato 9 gennaio 1993, mentre Jean Claude
Romand uccideva sua moglie e i suoi figli, io ero a una riunione all’asilo di
Gabriel, il mio figlio maggiore, insieme a tutta la famiglia.” Chi sa scrivere e
scrive un incipit così lo sento ben capace di scrivere “Non ho trovato il
coraggio di uccidere mio padre”, eccetera eccetera. Lo sento capacissimo di
essere lui lo stupratore anale della gattina a Tor Tre Teste.
Sto dicendo Carrère sia senza coscienza e senza inconscio? Dico sappia scrivere
come se non ne avesse. Come fosse lo scrittore paradigmatico del tempo
toccatogli, come Dostoevskij e Kafka del loro di tempo. Quando ho iniziato a
scrivere della prima lettera letta di Dostoevskij non credevo sarei giunto a
fare questo considerazione su Carrère, che non mi piace particolarmente, che mi
respinge senza riuscire a respingermi del tutto, anzi, attraendomi più di quanto
a tratti mi ripugni, come capitava con Dostoevskij quando avevo dodici o tredici
anni, come è capitato con Kafka letto per la prima volta non molto tempo dopo
Dostoevskij.
Devo giustificare lo strano scollamento mentale che ho provato leggendo la
lettera di Dostoevskij fanciullo? L’ha scritta quasi centonovanta anni fa,
Dostoevskij è morto da circo un secolo e mezzo, ma a me sembra di poterne
guardare ora stesso la nuca giovane china a scrivere la lettera al gentilissimo
babbino, come stessimo entrambi nel pensionato e io fossi il Kostemèrov che sta
preparando lui e suo fratello Michaìl all’esame di ammissione alla Scuola del
Genio Militare.
Leggo la lettera di un quindicenne di nome Fëdor perché diventerà Dostoevskij ma
Fëdor questo non può saperlo, non sa della vita e della lotta che lo attendono.
Il padre a cui scrive verrà ucciso dei suoi servi della gleba meno di due anni
dopo. Il fratello Michaìl assieme al quale firma la lettera al babbino morirà
nel 1864, lasciandogli debiti e la vedova di cui prendersi cura. È ancora presto
per tutto, pure per farsi nascere dentro un Raskol’nikov pur di poter scrivere
di Raskol’nikov. Seppure potessi, non gli anticiperei nulla sul suo futuro.
Dostoevskij saprà misurarcisi, ha saputo misurarcisi, a misura di letteratura,
scriverà romanzi impossibili da leggere una volta soltanto, da leggere soltanto
senza esserne deformati o riformati, e per ora scrive al padre:
> “Ancora a lungo dovrete occuparvi dell’educazione dei figliuoli: siamo
> molti.”
Scrive Fëdor:
> “Quanto al tempo di Pietroburgo, è delizioso, italiano.”
Qui è estate da poco e c’è allerta meteo.
antonio coda
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> “Ruthven non è la rappresentazione di un individuo mitizzato ma di una classe
> mitizzata. Egli è morto e tuttavia non lo è, così come il potere
> dell’aristocrazia all’inizio del XIX secolo era e non era morto; egli esige
> sangue perché il sangue è l’occupazione dell’aristocrazia, il sangue sparso in
> guerra e il sangue di famiglia. Il vampiro, nella cultura inglese, in
> Polidori, in Bram Stoker e altrove, è una figura fondamentalmente
> antiborghese. È elegante, ben vestito, un maestro nell’arte della seduzione,
> un cinico, una persona esente dai codici socio-morali predominanti. Pertanto
> egli prende posto accanto ad altre forme di cattivi del «gotico», come
> partecipe di un mito prodotto dalla classe media per spiegare i propri
> antecedenti e le proprie paure”.
>
> (David Punter, Storia della letteratura del terrore, Editori Riuniti 1997, pp.
> 106-107)
Tornando alla genealogia dei mostri letterari nati in epoca gotico-romantica,
sappiamo che il personaggio di Lord Ruthven, il vampiro ideato dallo sfortunato
John William Polidori, viene messo sulla pagina fra il luglio e l’agosto 1816,
quando l’autore sta ancora villeggiando con George Gordon Byron, Percy Bisshe
Shelley e Mary Godwin nella celebre – e fatidica – Villa Diodati a Ginevra. Il
medico Polidori “ne termina una prima stesura nei giorni precedenti al 15
settembre 1816, quando decide di lasciare Byron (i due si trovano ormai
reciprocamente difficili da sopportare) per intraprendere un avventuroso
viaggio in Italia (dove incontra celebrità letterarie come Vincenzo Monti, e
riesce perfino a farsi arrestare dalla polizia austriaca dopo un alterco con un
graduato asburgico alla Scala di Milano)”.1 Dopo il rientro in Inghilterra e la
pubblicazione di The Vampyre nel marzo 1819, pare proprio che il “povero
Polidori” non avesse colpe nella controversia editoriale scatenata dall’uso
indebito del nome di Byron da parte del furbo editore londinese Colburn, come
abbiamo raccontato, se non quella di essersi ispirato in maniera smaccata al
frammento scritto dal suo datore di lavoro e al modo in cui questi intendeva
svilupparlo; ma, com’era prevedibile, venne trattato dagli amici di Byron come
una sorta di farabutto profittatore e inevitabilmente isolato.
Il polidoriano The Vampyre, che in effetti traccia un ritratto di Lord Byron
come membro degenerato dell’aristocrazia inglese, resta comunque la pietra
fondante nella lunga serie di storie orrifiche che ne è seguita. Il cliché del
vampiro nobile, pallido, amorale, fonte di attrazione sessuale col suo sguardo
gelido che ordina senza dover chiedere, ebbe un successo mai visto, anche
oltremanica. In Inghilterra, in particolare, oltre a ispirare vari romanzi
assurse a vero e proprio eroe popolare in Varney the Vampire; or, The Feast of
Blood, pubblicato – senza indicazione dell’autore – dapprima in volume nel 1847
e successivamente nei tipici fascicoli settimanali venduti a un penny l’uno – i
cosiddetti penny dreadful – che spopolavano presso le classi lavoratrici
bisognose di svago raccapricciante. Benché sia stato attribuito a lungo a Thomas
Preskett Prest (1810-1859), un mestierante specialista del genere, negli anni
Sessanta si trovarono documenti fra le carte di James Malcolm Rymer (1814-1881),
un autore della stessa casa editrice Lloyd, che lo indicavano come collaboratore
della serie: una cosa più che verosimile, visti il tipo di produzione della
Lloyd e il fatto che Varney – lungo più di ottocento pagine – tradisce talvolta
contraddizioni, incongruenze cronologiche, salti di stile.2
Va da sé che Varney the Vampire aveva il compito di tenere sveglia l’attenzione
dei lettori da una settimana all’altra, dunque la storia si tuffa subito nel
vampirismo, senza preamboli o antefatti, dichiarandolo già nel
titolo. L’elegante Sir Francis Varney penetra nella camera da letto della
giovane Flora Bannerworth, di cui sta cercando di acquistare la casa, e la
vampirizza. Da notare che è la prima volta in cui appare il riferimento ai
canini aguzzi, il marchio tipico del vampiro moderno (“With a plunge he seizes
her neck in his fang-like teeth”); egli lascia sul collo la ormai classica
ferita bi-puntuta, dopo esser penetrato attraverso la finestra della camera da
letto per azzannare la ragazza dormiente. Come farà il vampiro classico, ha il
potere di ipnotizzare le sue vittime, oltre a possedere una forza sovrumana;
tuttavia non subisce ancora il terrore paralizzante in presenza delle croci e
dell’aglio. Quando Flora s’indebolisce, i parenti e gli amici pensano subito al
vampirismo (divenuto ormai un tema popolare), ma lo stolido dottor
Chillingworth, medico di famiglia, valuta i buchi nel collo come semplici
punture di insetto. Quindi accade che il boia di Londra riconosce Varney, perché
lo aveva già impiccato – il vampiro è poi risorto quando è stato esposto ai
raggi della luna da un amico, che si rivelerà lo stesso dottor Chillingworth –,
così si raduna una folla minacciosa, decisa a distruggere il mostro. Ma i
Bannerworth, famiglia benestante finita in rovina dopo la morte del padre,
compatisce la tragica esistenza di Varney e, paradossalmente, lo aiuta a
scappare.
Le avventure del vampiro proseguono in Inghilterra e in Italia – a Napoli, in
particolare, Varney salva la vita a un “conte Polidori”, rimarcando così la sua
discendenza diretta dal leggendario byronic-type vampire Lord Ruthven. Sta di
fatto che Varney, a furia di conquiste di giovani fanciulle che vengono
puntualmente vampirizzate, si dibatte fra dubbi e pentimenti, perché soffre per
la sua condizione e vorrebbe porvi fine. Sembra riuscire nell’intento quando
alcuni briganti lo “uccidono”, ma, lasciando il suo corpo esposto ai raggi della
luna, involontariamente gli ridanno vita. Così Varney tenta di annegarsi, ma è
salvato e portato in una fattoria dai fratelli Crofton, di cui vampirizza – fino
a farla morire – la sorella Clara, che diventa anche lei un vampiro. A questo
punto gli abitanti del villaggio si mobilitano per distruggerlo, ma riescono
soltanto a impalare Clara, mentre Varney si dilegua.
A ogni modo, sarà lui stesso a farla finita: la storia si conclude con un
presunto estratto dalla Allgemeine Zeitung dove si racconta la vicenda di un
inglese che, a Napoli, si fa portare da una guida fino al cratere del Vesuvio e,
dopo averle regalato il suo portafoglio, le chiede di riferire “di aver
accompagnato Varney, il Vampiro, fino al cratere del monte Vesuvio, e che egli,
stanco e disgustato da una vita di orrore, vi si gettò dentro per impedire la
possibilità che i suoi resti si rianimassero”. “Poi, prima che la guida potesse
lanciare un solo grido, Varney fece un tremendo salto, e sparì nella bocca
infuocata della montagna”.3
Come Varney sia diventato un mostro non è chiaro: dapprima sembra si tratti di
un monarchico dei tempi di Cromwell, trasformato in vampiro per aver ucciso il
figlio in un accesso di rabbia; altre volte sarebbe stato impiccato molto più
tardi, per aver ucciso un parente, e si sarebbe trasformato in non-morto. La
cosa importante è il suo contributo al processo di formazione del vampiro
classico, che ne ha diffuso il mito letterario fra la gente di ogni
estrazione. Un contributo che è stato ampliato e rafforzato un quarto di secolo
dopo, in modo decisamente rivoluzionario, in “Carmilla” 4 di Joseph Sheridan
LeFanu (1814-1873), prolifico giornalista e scrittore di discendenza ugonotta
irlandese, protagonista della letteratura inglese del soprannaturale, che ha
dato il meglio di sé in racconti e novelle weird e nel sottovalutato
romanzo Uncle Silas (dove gli elementi del genere gotico sono stati mescidati
nella forma più compiuta). Cinque dei suoi racconti migliori, tra cui
“Carmilla”, sono raccolti nel volume In a Glass Darkly, pubblicato nel 1872, “in
cui vedeva la luce anche il personaggio, che funge da tramite, del dottor
Hesselius, un «dottore spiritico»”, che sembra prefigurare il Van Helsing di
Bram Stoker; “Queste storie sono notevoli soprattutto per la loro capacità di
penetrazione nella natura della psiche. La tipica trama di LeFanu è quella in
cui il protagonista, vuoi deliberatamente vuoi altrimenti, scava nella propria
mente in modo tale da diventare ossessionato da una figura che è, senza ombra di
dubbio, una parte del suo stesso io”.5
Il titolo di questa raccolta allude alla prima lettera di San Paolo ai Corinzi,
13,12: “Adesso noi vediamo in modo confuso, oscuro, come in uno
specchio (through a glass, darkly); allora invece vedremo faccia a faccia.
Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come
anch’io sono conosciuto”. Gli specchi dell’antichità erano superfici metalliche
lucidate, dunque riflettevano la realtà in modo approssimativo e deformato, come
accade in queste ghost stories. E dobbiamo riconoscere che la fama di
“Carmilla”, che chiude il volume, non è stata eguagliata da nessun racconto o
romanzo breve dell’epoca classica del vampiro. Di questo racconto è stato detto
che sarebbe una versione in prosa della Christabel di Coleridge, poema narrativo
composto in due parti tra il 1797 e il 1800, pubblicato nel 1816 (quell’anno
Lord Byron lo legge agli amici nelle serate di Villa Diodati); ma nella novella
di LeFanu l’elemento forte – l’incontro di una giovane donna con una figura
femminile sovrannaturale e l’allusione a un legame erotico latente – erompe in
modo esplicito: Carmilla, il vampiro donna che ama le donne, esercita
un’attrazione irresistibile, con l’amore lesbico che si sviluppa senza
reticenze, un fatto inconcepibile in piena epoca vittoriana, se non inserito in
un contesto già mostruoso come quello dei vampiri.
In Coleridge, Christabel è una giovane che una notte, pregando accanto a una
quercia nel bosco, incontra Geraldine, che sostiene di essere stata rapita da
uomini a cavallo; commossa, la introduce nella sua casa, ma subito si
manifestano presagi inquietanti: un cane abbaia nel sonno, le torce si spengono,
mentre Geraldine non riesce a superare un cancello di ferro e un segno
misterioso sul suo corpo incute terrore. Anche il padre di Christabel resta
affascinato dalla giovane ospite, ma il poema s’interrompe prima che la vera
natura di Geraldine venga svelata. In “Carmilla”, invece, l’amore di Laura – la
narratrice – per la creatura metà donna e metà mostro viene introdotto in modo
più accorto e mediato, a partire dall’impianto del racconto: la testimonianza in
prima persona è raccolta dal dottor Hesselius, il cui compito sarebbe quello di
codificare la vicenda riconducendola a un’indagine scientifica, l’unica modalità
che il contesto vittoriano avrebbe potuto ammettere. L’incantesimo, dunque, si
consegna al resoconto dettagliato e razionale: Laura narra il proprio amore per
Carmilla senza reticenze, offrendosi così al giudizio di chi ne farà materia
d’indagine, in modo da assolversi dalla colpa e allo stesso tempo avallare il
“panico” suscitato dall’amore lesbico, in quanto presentato come amore indotto
da un vampiro.
Nella storia, Laura ricorda gli eventi di dieci anni prima, quando viveva col
padre in un castello dell’Europa centrale. La strada per arrivarci è
“antichissima e stretta” e passa davanti al ponte levatoio; il luogo è molto
solitario, a poca distanza “c’è un villaggio in rovina, con la sua pittoresca
chiesetta ora priva del tetto, nella cui navata si trovano le tombe sgretolate
dell’orgoglioso casato dei Karnstein, ormai estinto, un tempo possessori del
castello altrettanto desolato che, nel cuore della foresta, domina le rovine
silenziose del paese”. Una notte, una carrozza che porta alcuni personaggi
enigmatici ha un incidente nei pressi del castello, e Laura e il
padre accolgono in casa una ragazza ferita, Carmilla, che è stata loro
affidata. Come la Geraldine di Coleridge, Carmilla resta molto vaga sul suo
passato; ma da subito esercita su Laura una straordinaria attrazione,
dichiaratamente fisica, e con un lento lavoro di seduzione ne approfitta per
vampirizzarla.
> “ – Mi domando se anche voi vi sentite stranamente attratta da me com’io da
> voi: non ho mai avuto un’amica… Ne troverò una adesso? –. Sospirò e i suoi
> splendidi occhi scuri mi fissarono appassionatamente. A dire il vero io, verso
> la bella sconosciuta, provavo sentimenti contrastanti. Mi sentivo anch’io,
> secondo le sue stesse parole, «attratta da lei», ma c’era anche un po’ di
> repulsione. Nell’ambiguità, comunque, prevaleva enormemente l’attrazione. Ne
> ero interessata e conquistata; era così bella, così affascinante”. […] La sua
> bellezza non perdeva nulla alla luce del giorno: era senza alcun dubbio la più
> splendida creatura che avessi mai visto”.
Carmilla “era più alta della media”, era “snella, e meravigliosamente
aggraziata. Tranne il fatto che i suoi movimenti erano languidi – molto, ma
molto languidi –, non c’era nulla nel suo aspetto che denotasse l’ammalata. La
carnagione era florida e luminosa; i lineamenti piccoli e finemente
tratteggiati; gli occhi grandi, scuri e splendenti; i capelli una vera
meraviglia, mai visto capelli così magnificamente folti e lunghi quando
ricadevano sciolti sulle spalle: spesso ci ho messo sotto le mani, ridendo
stupita per il loro peso. Erano squisitamente fini e morbidi, di un castano
molto scuro e carico, con una punta d’oro, mi piaceva lasciarli ricadere sotto
il loro peso come quando, nella sua stanza, lei si abbandonava all’indietro
sulla sedia, parlando con quella sua voce sommessa e dolce, e io glieli piegavo
e intrecciavo, li scioglievo e ci giocavo”.
Mentre la Christabel di Coleridge subisce passivamente l’influsso soprannaturale
– il fascino di Geraldine la paralizza, poiché è priva di strumenti di
comprensione e resistenza –, l’amore tra Laura e Carmilla implica una tensione
più consapevole: Laura si sforza di comprendere e anche di accettare il
sentimento che la lega a Carmilla, pur sapendo nell’intimo che questa passione
potrebbe portarla all’annientamento. Fra loro la dimensione erotica e quella
mortifera si sovrappongono:
> “Mi gettava al collo le sue braccia leggiadre, mi attirava a sé e, appoggiando
> la guancia alla mia, mi avvicinava le labbra all’orecchio mormorando: –
> Carissima, il tuo cuoricino è ferito; non mi giudicar crudele se obbedisco
> alla legge ineluttabile che governa la mia forza come la mia debolezza; se il
> tuo amato cuore è ferito, il mio cuore selvaggio sanguina col tuo. Nell’estasi
> della mia atroce umiliazione io vivo nella tua calda vita, e tu, tu morirai –
> sì dolcemente – nella mia. Non posso evitarlo: come io mi accosto a te, tu a
> tua volta ti accosterai ad altri e conoscerai l’estasi di quella crudeltà, che
> pure è amore; quindi, per un poco, non cercare di sapere altro di me e della
> mia gente, ma fidati di me con tutto l’affetto che hai nel cuore –. E dopo una
> tale effusione lirica, mi stringeva più forte nel suo abbraccio fremente e le
> sue labbra accendevano dolcemente con teneri baci la mia guancia”.
Laura non comprende perché la sua salute stia declinando. Il medico di famiglia
– che ha riscontrato strani segni sul suo collo – comincia a intuire cosa sta
succedendo e consiglia al padre di proteggerla. Qui l’amore romantico si
configura come un sentimento così forte che non può morire, anche nel pericolo,
e il gotico vittoriano di LeFanu deve confrontarsi con questa persistenza. Laura
ama la giovane Carmilla, che tuttavia è anche un mostro: un amore fra donne che
è consentito solo perché si manifesta come incantesimo.
> “Talvolta, dopo un’ora d’indifferenza, la mia strana e bellissima compagna mi
> prendeva la mano e la stringeva a lungo, sempre con rinnovato affetto:
> arrossiva delicatamente, fissandomi con occhi ardenti e languidi, la
> respirazione così accelerata che la veste le si sollevava e si abbassava nel
> tumulto di quell’ansimare. Era come l’ardore di un innamorato; mi metteva in
> imbarazzo; era odioso eppure soverchiante; con sguardi di cupidigia mi
> attirava a sé e le sue labbra ardenti mi coprivano di baci la guancia mentre
> sussurrava quasi singhiozzando: – Tu sei mia, tu devi essere mia, io e te
> siamo una cosa sola, per sempre –. Poi si abbandonava contro lo schienale
> della sedia, le piccole mani a coprire gli occhi, lasciandomi tutta
> tremante”.
Nel villaggio vicino, intanto, giovani fanciulle muoiono dopo un rapido e
inspiegabile deperimento fisico. Di giorno Carmilla compare solo tardi, mentre
di notte si trasforma in un grosso felino che invade i sogni in dormiveglia
delle sue vittime. Durante una visita alle rovine del vicino castello Karnstein,
il padre di Laura trova il generale Spieldorf, che già avrebbe dovuto fargli
visita con sua nipote, ma che era stato costretto a rinunciarvi per l’improvviso
e fatale declinare della salute della ragazza. Questi gli racconta il tracollo
della sua pupilla, vampirizzata da una misteriosa Millarca a cui aveva dato
ospitalità, che non lasciava la sua stanza fino al pomeriggio inoltrato ma
sapeva uscirne inspiegabilmente con la porta chiusa dall’interno, che il
generale sospetta essere la contessa Mircalla Karnstein, morta da oltre un
secolo e divenuta vampiro per maledizione di stirpe, della quale sta cercando la
tomba nel cimitero abbandonato. Entrambi i nomi sono anagrammi di Carmilla, che
al suo comparire viene subito riconosciuta dal generale e aggredita con una
scure, ma lei con forza sovrumana riesce a disarmarlo e a dileguarsi senza
lasciar traccia. A quel punto compare un cacciatore di vampiri, il barone
Vordenburg, lì convocato, che riesce a trovare la tomba della contessa Mircalla.
Il giorno dopo si svolge un’indagine amministrativa, con “due medici, uno
incaricato ufficialmente, l’altro in qualità di rappresentante del promotore
dell’inchiesta”. Aprendo il sacello, si scopre che i lineamenti di Mircalla
“erano coloriti dal calore della vita”;
> “Gli arti erano perfettamente flessibili, la carne elastica; la bara di piombo
> navigava nel sangue, e il corpo vi era immerso per la profondità di un palmo.
> C’erano pertanto tutti i segni e le prove riconosciute del vampirismo. Di
> conseguenza il corpo, conformemente all’antica prassi, venne sollevato e un
> paletto aguzzo conficcato nel cuore del vampiro che, in quell’istante, lanciò
> un urlo lacerante, in tutto e per tutto simile a quello che sarebbe potuto
> sfuggire a un essere vivente nell’agonia estrema. Dopodiché la testa venne
> spiccata dal busto e un fiume di sangue sgorgò dal collo reciso. Il corpo e la
> testa vennero quindi posti su una catasta di legna e ridotti in cenere, che
> venne a sua volta gettata nel fiume e trascinata via”.
Ma per Laura l’amore resta più forte, e ancora dopo dieci anni prova un
sentimento inalterato che non si estingue: “a tutt’oggi l’immagine di Carmilla
mi torna alla memoria con ambigua alternanza – talora la bellissima fanciulla,
allegra e languida; talaltra il demone convulso che ho visto nella chiesa
diroccata; e spesso mi sono ridestata da una fantasticheria con l’impressione di
udire il passo lieve di Carmilla sull’uscio del salotto”.6
Paolo Ferrucci
1 Massimo Introvigne, La stirpe di Dracula, Mondadori 1997, p. 179.
2 ivi, pp. 196-197.
3 Dall’antologia Thomas P. Prest – James M. Rymer, Varney il vampiro, a cura di
Fabio Giovannini, Datanews 1993, p. 86.
4 Il racconto “Carmilla” venne pubblicato nel 1871 sulla rivista The Dark Blue e
nel 1872 nel volume In a Glass Darkly.
5 David Punter, Storia della letteratura del terrore, Editori Riuniti 1997, p.
200.
6 Le citazioni da “Carmilla” sono prese da Racconti del soprannaturale, a cura
di Malcolm Skey, Edizioni Theoria 1990.
In copertina: Edvard Munch, “Amore e dolore o Il vampiro”, 1893-95
L'articolo “Il mio cuore selvaggio sanguina col tuo”. Carmilla o l’epopea del
vampiro femmina proviene da Pangea.
Anita Brookner è stata una donna complessa e riservata e una scrittrice
affascinante e sfuggente come le protagoniste dei suoi romanzi, con i quali ha
esplorato la solitudine, la malinconia e la dignità di donne e uomini che, quasi
sempre in silenzio, resistono alle durezze della vita. Ha descritto la fragilità
degli esseri umani e le difficoltà nei rapporti tra le persone. Le storie che ha
raccontato non sono certo autobiografiche però non si può fare a meno di notare
come una certa vulnerabilità malinconica sia un tratto comune all’autrice e ai
suoi personaggi.
Nata a Londra nel 1928 in una famiglia ebraico-polacca il cui nome originario
era Bruckner, poi anglicizzato in Brookner negli anni della Prima guerra
mondiale, si è laureata in storia e ha poi conseguito un dottorato in storia
dell’arte, specializzandosi nella pittura francese del Settecento e
dell’Ottocento. Nel 1967 è stata la prima donna a occupare la cattedra Slade di
belle arti all’Università di Cambridge per poi andare a insegnare a lungo al
Courtauld Institute di Londra. Apprezzata dai suoi studenti e ancora oggi
ricordata con affetto, ha molto amato il suo lavoro tanto è vero che non si è
mai definita una scrittrice ma un’insegnante.
> «Il mio vero lavoro era quello di insegnante e lo adoravo. Quello di
> scrittrice di romanzi è solo un modo per riempire il tempo.»
A 53 anni, anche in previsione della pensione che si avvicinava, ha cominciato a
dedicarsi alla narrativa. Nel 1981, durante la pausa estiva quando era libera
dall’insegnamento, ha scritto il suo primo romanzo, A Start in Life, e poi non
si è più fermata, nel senso che per più di venti anni ha pubblicato un libro
all’anno, con una regolarità implacabile. Alla fine saranno ben ventiquattro i
romanzi pubblicati, purtroppo solo in minima parte tradotti in italiano e ormai
spesso fuori catalogo.
Nel 1984, nella sorpresa generale e sua per prima, ha vinto il più prestigioso
premio letterario inglese, il Booker Prize, con Hotel du Lac, la storia di una
timida scrittrice di romanzi rosa che rifiuta un uomo noioso e affidabile per un
affascinante uomo sposato con cui non può esserci un futuro. Su YouTube in un
breve video della serata è possibile vedere l’espressione di stupore e di
incredulità sul volto di Anita Brookner al momento dell’annuncio della sua
vittoria. Non se l’aspettava. Chiamata sul palco, se la cava con una battuta e
poi non dice nient’altro. Ringrazia chi deve essere ringraziato, e se ne torna
il più velocemente possibile al suo tavolo.
Nel corso degli anni la relativa fama letteraria non ha cambiato di una virgola
le sue abitudini e il suo stile di vita. Tutte le mattine usciva di casa, andava
nella vicina King’s Road, dove faceva una frugale colazione, fumava la prima
sigaretta della giornata e comprava
l’Independent, il Mail, il Guardian e ilTelegraph; il Times, invece lo riceveva
direttamente a casa. Alle dieci era di nuovo nel suo appartamento dove passava
il resto della giornata a leggere e a scrivere. Ma la sua vera arma di difesa
davanti al successo è sempre stata l’ironia. Quando le telefonarono per darle la
notizia che era stata inserita nella ristretta rosa dei finalisti al Booker
Prize rispose: «Penso che andrò a farmi risuolare un paio di scarpe. Mi aiuterà
a stare con i piedi per terra». E qualche tempo dopo in una delle sue rare
interviste alla domanda: «Come hanno reagito all’istituto d’arte dove insegna
quando lei è diventata una scrittrice famosa?» osservò: «Sono stati molto
gentili. L’hanno ignorato completamente».
Anita Brookner non si è mai sposata e non aveva figli. Ha continuato a vivere
fino all’ultimo da sola nel suo piccolo appartamento di Chelsea. Nessuno era
autorizzato ad avvicinarsi troppo a lei, né a intromettersi in modo eccessivo
nella sua vita. Nessuno la conosceva veramente, o comunque sapeva molto di lei.
Era una natura riservata, discreta e per molti versi segreta. La sua vita
privata era affar suo e non riguardava nessun altro. Le rare volte che andava a
uno di quei party dove si riuniva tutto il mondo letterario inglese era solita
presentarsi puntualissima, scambiare qualche chiacchiera formale e dopo una
mezz’oretta scomparire nel nulla da cui era arrivata.
Per molti anni è stata bersaglio di battutine e facili ironie perché considerata
triste e malinconica, misery Anita la chiamavano, per il suo immutabile taglio
di capelli, perché vestiva in modo antiquato, perché non amava le femministe e
poi la accusavano di vivere fuori dal suo tempo. Tutte cose che l’hanno sempre
lasciata indifferente. Quello che la interessava veramente non era il facile
consenso.
> «Be’, sono zitella. Non me ne scuso. Mi interessano le persone che vivono da
> sole, quelle che vengono abbandonate, che cadono nella rete, ma che
> sopravvivono. A volte mi sembrano personaggi piuttosto eroici, ma nessuno si
> interessa a loro perché sono persone che fanno a meno di parlare, i cui
> momenti più rumorosi sono interiori.»
La critica letteraria, dopo un iniziale apprezzamento, l’ha giudicata con una
certa sufficienza. Agli occhi di molti tutti i suoi romanzi non sono altro che
un lungo elenco di malinconici sospiri di una vita che si spegne lentamente e si
dissolve nella tristezza. Come detto in precedenza, Brookner scriveva un nuovo
romanzo ogni anno, con un numero totale di pagine e dei singoli capitoli più o
meno sempre della stessa misura. Un modus operandi che era benzina sul fuoco per
quanti la accusavano di pubblicare troppi libri e mettevano in evidenza la
ripetitività dei temi trattati. In pratica sostenevano che ha sempre riscritto
lo stesso romanzo. Giudizi, a mio avviso, del tutto superficiali. I lettori più
attenti riconoscono in lei una voce unica e una sensibilità che trascende di
gran lunga il tempo e il luogo in cui visse.
Certo, nei romanzi di Brookner ci sono situazioni e circostanze ricorrenti.
Quasi sempre i personaggi intorno ai quali sono costruite le storie sono un po’
avanti negli anni e hanno un conflitto irrisolto nelle relazioni con gli altri.
Aldilà delle apparenze esteriori, di fatto la loro è un’esistenza ai margini.
Una invisibile parete di vetro sembra averli tenuti separati; prigionieri della
loro sensibilità, sono condannati a una sorta di esilio esistenziale.
Altro tema ricorrente sono le domeniche, presentate sempre come giornate
silenziose, un po’ tristi, malinconiche:
> «La monotonia di quelle tranquille domeniche mattina, quelle passeggiate
> pacate per le strade silenziose».
Per restare in tema, i libri di Anita Brookner sono intrisi di una sorta di
pervasiva malinconia domenicale, da sera del dì di festa. Anche quando non è
domenica. Le automobili sono una rarità nel mondo di Brookner. I suoi personaggi
preferiscono utilizzare i taxi, gli autobus o la metropolitana. In realtà,
quello che amano fare davvero è muoversi con le proprie gambe, camminando,
camminando e ancora camminando. Proprio come ha sempre fatto lei che è stata una
grande camminatrice per le strade e i parchi di Londra.
Quello che conta e che resta di tutta la sua opera è che, attraverso una
prosa sempre raffinata e contenuta, Anita Brookner ha rivendicato l’intensità
del sottile; ha saputo vedere ciò che molti ignorano, le piccole sconfitte
quotidiane, i silenzi che definiscono una vita, l’impostura del gioco sociale,
le contraddizioni intime che tutti condividiamo. I personaggi principali delle
sue storie vivono in una sorta di esilio interiore incatenati a vita a un
rovello infinito. Una scrittrice capace di creare un universo narrativo dove
l’intimo diventa specchio dell’universale e dove i minimi dettagli nascondono le
grandi verità dell’esperienza umana. Nel mondo brookneriano non c’è posto per i
temi sociali o tanto meno per la politica, anche l’erotismo è bandito per
lasciare spazio a percezioni profonde e a sensazioni quasi impalpabili. La sua è
una letteratura di introspezione, sfumature, atmosfere rarefatte, un promemoria
che la vera forza narrativa si trova nella misura, nella bellezza dell’istante
appena percettibile e nella capacità unica di illuminare l’invisibile.
Leggere Brookner è un’educazione all’osservazione; non va dimenticato che era
una storica dell’arte e quindi osservare era parte del suo lavoro. E lei nei
suoi romanzi osserva senza sosta. Come tutte le nature riservate, era una di
quelle persone a cui non sfugge niente, dotata di una sensibilità quasi
soprannaturale. Il vero fil rouge dei suoi libri è quello di una continua
riflessione interiore e non a tutti i lettori può piacere. Se devo dirla tutta,
sono intimamente convinto che se non sei introverso non puoi apprezzare né
identificarti con uno dei suoi romanzi. Ma se sei introverso, allora ti sentirai
subito a casa.
Per tutta la vita Anita Brookner è stata una grande bevitrice di caffè e
un’accanita fumatrice e, tragicamente, le sigarette hanno finito per ucciderla,
ma non nel modo a cui si potrebbe pensare. Nel febbraio del 2016, quando aveva
87 anni, si appisolò a letto con una sigaretta accesa e diede fuoco alle
lenzuola. Morì tre settimane dopo in ospedale per le inalazioni di fumo. Non
aveva familiari né amici intimi che potessero interessarsi alle sue condizioni e
così durante quelle ultime tre settimane della sua vita rimase abbandonata a se
stessa. In quel letto anonimo d’ospedale Anita Brookner era solo un’anziana
signora molto fragile che nessuno conosceva. E di cui nessuno si è curato.
Silvano Calzini
L'articolo “Mi interessano le persone che vivono da sole, quelle che vengono
abbandonate”. Anita Brookner, la scrittrice sfuggente proviene da Pangea.
Strepitoso Picca. Picca al vertice. Viene di imitarlo, per la sua natura lirica.
Voglio dire che lo scrittore ha un’intonazione che ingloba già tutto il destino
umano. Tant’è vero che all’origine, questa recensione è stata scritta in versi,
versi liberi, naturalmente. Volevo provare, ma la fisicità delle cose, la
descrizione dei luoghi, degli spazi, mi pareva restassero fuori, per giunta ci
sono pochi precedenti letterari in questa direzione, anche se la poesia è vicina
all’autore, trova una corrispondenza capace di tracciare ponti, superstrade,
linee di fuoco amiche che illuminano i racconti. Geografia e uomo s’intrecciano,
come le dita delle mani unite.
Che cosa siamo stati?, che cosa saremo? Domande che s’impongono a sorpresa, che
schiantano la povera domanda principale che siamo, abbiamo in serbo nel
presente. Il numero aureo di questo libro è già nel titolo: Roma mia, non morirò
più (La nave di Teseo, 2025). Il mistero del dolore e della gioia posti a
contrasto, in chiaroscuro, in posa realistica, ma sognata, quindi visionaria.
Anche il Belli è una visione, visto attraverso Citti, Pasolini, Gadda (che non
c’è ma s’indovina).
Mi fa riflettere chi dice che Dio è ingiusto, considerando l’elenco degli uomini
che hanno realizzato sé stessi dopo la croce del Cristo. Opera, idea,
iniziativa, letizia umana e espressione artistica, letteraria, come avviene in
questo libro. Libro vero, che vuole dire tutto e lo dice. Roma è mai stata detta
così totalmente? Non si vede che violenza in giro, sugli schermi, dappertutto,
oleografia del mondo attuale. Invece, uno stormo di uccelli palpita qui, sulla
pagina come in cielo, sono le storie che leggiamo, i loro battiti, i loro
luoghi. Nomi e nomi di luoghi, una mappa incisa sul corpo. Mi ha fatto ricordare
che ero anch’io negli anni Sessanta al quartiere Monteverde. Embeh?, mi sentivo
dire. Misuravo il linguaggio che ascoltavo insieme a quello dei miei poveri
pensieri. Non sapevo ancora.
La rivelazione arriva improvvisa: ma com’è che leggi tutte le parole?, mi
chiedo, una a una, non te le lasci scappare, resti incollato. Alcune le leggi
due volte. Come si spiega questo fenomeno?, è per scrupolo di attenzione?, o è
il linguaggio che lo richiede? Forse perché si parla di una Roma inedita, penso
io, sebbene assai riconoscibile, comunque raccontata da dentro, anche un po’
orientale nei ritmi e nei modi, e quindi ti trovi davanti a degli intarsi, non
se ne può perdere uno di quei pezzi, così precisi di date, orari, vie,
monumenti, incontri, dialoghi. Tralasciarli significa rischiare di offuscare
l’intera pagina.
Bisogna ammettere che ci sono pochi libri scritti così in Italia, si percepisce
l’impeto, la natura che vive nell’esigenza dello scrivere. Mi è venuto in
mente Il re e il lustrascarpe di Domenico Rea, anche quello libro totale,
profondo, quasi enciclopedia di Napoli degli anni Sessanta, coralità e evento
vengono a cumularsi e trascendersi. Il neorealismo incomincia a cambiare
pelle. Ma, a fare la differenza, nel libro di Picca c’è una poesia bellissima, a
pagina 20, poesia che chiude, conclude il brano che ritrae la poetessa Amelia
Rosselli.Perché quella poesia è il cardine su cui si muove l’intera opera, a mio
parere, o almeno la prima parte, e viene a concepirsi il suo mondo attorno a
essa.
> Le tue poesie le ho dimenticate.
> Le poesie degli amici si dimenticano sempre.
> Le poesie degli amici vanno dimenticate.
> Gli amici come te, del resto, sono nati nel 1930:
> la data che porto ricamata sulla camicia di lino bianca.
> La nascita tua e di mio padre.
> Ora avresti riso con fragore spruzzando saliva dalle labbra.
> Bella d’ossa e di capelli neri.
> Identici a quelli di mia madre.
Siamo sulla sponda di un greto, arriva un fiume, ma che dico?, una lava di tempo
incandescente, che scorre intorno a quelle parole, eppure niente le abbatte,
niente le travolge, esse restano. Mettono insieme una genealogia, perciò nulla
si muove da lì, da quel chiodo, su cui si fissano amicizia, padre, madre. Non è
una vita facile che si vuol raccontare.
Questo è il Novecento. Questa è l’opera. Soprattutto la madre rappresenta
un’armonia di legame, mi sembra, che si rispecchia nel rapporto con la poetessa.
È la gestione di un ricordo complesso, fondante, concreto, che permette alla
scrittura di vivere. Punta a un sacrificio.
Vincenzo Gambardella
*In copertina: Giovanni Battista Piranesi, “Mappa di Roma”, 1756
L'articolo Sull’ultimo libro di Aurelio Picca, un libro che vuole dire tutto – e
lo dice proviene da Pangea.
Jorge Luis Borges morì a Ginevra il 14 giugno del 1986. In uno dei suoi libri –
l’enigmatico Atlas, edito da Emecé nel 1984 – Borges si era dettato la sorte
postuma: “So che ritornerò sempre a Ginevra, forse dopo la morte del
corpo”. Soltanto lui – da cieco veggente – sapeva scorgere in Ginevra una
bellezza archetipica – “Tra tutte le città del pianeta”, ha scritto, “è la più
propizia alla felicità”. Lì, diceva – come sempre, mentendo, cioè ideando
labirinti verbali –, aveva scoperto “la dottrina del Buddha” e “del Taoismo”,
aveva letto Conrad e capito quanto gli mancasse Buenos Aires. Insomma: Ginevra è
uno specchio che rimanda all’altro, lo stesso. (Detto in altro modo, benché
l’abito sia inappropriato a questo articolo: Borges, straordinario costruttore
di specchi, eccelle, come scrittore, quando spacca gli specchi).
Nel frammento che segue quello dedicato a Ginebra – s’intitola Piedras y Chile –
Borges scrive il proprio epitaffio:
> “Non mi rimane che cenere. Nulla.
> Assolto dalle maschere che fui,
> sarò morendo il mio totale oblio”.
In spagnolo la parola olvido, oblio, rimanda, nella mia mente etimologica, alla
vita, all’uovo, alla suprema vitalità. Nonostante le sue intenzioni, Borges è
uno degli scrittori più tradotti e interpretati al mondo: forse è questo il
vero totale oblio.
Borges è sepolto nel Cimetière des Rois: sei secoli fa vi seppellivano gli
appestati. Sulla sua tomba, simboli vichinghi, scritti norreni – pare la tomba
di un bardo, di un artefice di incantesimi.
I funerali di Borges si sono svolti il 18 giugno del 1986: così almeno
testimoniano alcune fotografie. María Kodama, l’inconsolabile vedova – morta nel
marzo del 2023, ma sepolta a Buenos Aires, a un continente e un oceano di
distanza da Borges – è al braccio di Franco Tettamanti, all’epoca ambasciatore
argentino in Svizzera. Quel giorno, a Santiago de Querétaro, la Spagna ‘matava’
la Danimarca con quattro gol di Butragueño; il giorno prima l’Italia ne prendeva
due dalla Francia, agli ottavi dei Mondiali di calcio messicani. Inutile
ricordare l’ovvio: i Mondiali dell’86, quelli segnati dalla morte di Borges,
sono legati al messianico Diego Armando Maradona. Dietro la mano de Dios si
nasconde il mignolo di Borges. L’Argentina piegò la Germania Ovest in finale:
nei miei sogni più perversi, Maradona alza la coppa, sulla sua maglia c’è
scritto Yo soy Borges.
Torno in me.
Uno dei repertori più interessanti tra gli inediti di Borges in Italia – almeno,
così mi pare – è un’intervista pubblicata da “La Gaceta” di Tucumán il 26 agosto
del 1979. Borges aveva appena compiuto ottant’anni, io compivo sei mesi – in
febbraio si era registrata una miracolosa nevicata nel deserto del Sahara.
L’intervistatore, Abel Posse (1934-2023), era un diplomatico: aveva esercitato a
Mosca, a Gerusalemme, a Madrid. Nel 1974 ospitò Borges a Venezia, dov’era
console generale; cinque anni dopo, lo scrittore ricambiò l’invito: una
fotografia testimonia l’intervista, realizzata nel piccolo appartamento di
Buenos Aires in cui Borges tentava l’oblio. L’intervista si regola, soprattutto,
intorno ad alcune opinioni letterarie di Borges – non sopportava lo stile di
Proust e quello di Joyce, illeggibili, a suo dire. Le osservazioni di Posse ci
mostrano uno scrittore che persegue la povertà: un mondo interiore così ricco,
da sovrano dei cosmi, non ha bisogno di ingombri mondani, di futili orpelli. Tra
l’altro, Abel Posse è stato uno scrittore piuttosto noto – tra l’altro, ha
scritto un romanzo sul ‘Che’ e uno su Evita Perón, entrambi editi in Italia.
Nonostante le evidenze e le solite chiacchiere – Borges che anela la morte, l’ha
sempre a fior di labbra, come una lebbra –, lo scrittore argentino visse, dal
’79 in qua, anni di prodigiosa vitalità. Scrisse ancora, tanto, troppo –
uscirono i libri in versi La cifra e Los conjurados, benché tutto pareva già
sigillato da decenni, da L’Aleph –, viaggiò molto. Insieme a Franco Maria Ricci
aveva ideato “La Biblioteca di Babele”, la più bella collana editoriale
italiana. Quell’anno uscirono Kipling (La casa dei desideri), Stevenson (L’isola
delle voci), Hawthorne (Il grande volto di pietra), ma soprattutto P’u
Sung-ling, di cui si antologizzavano come L’ospite tigre alcuni racconti del
soprannaturale. Soltanto Borges, con smaliziata nonchalance, può paragonare uno
scrittore cinese vissuto nel XVII secolo a Jonathan Swift, Edgar Allan Poe,
Lewis Carroll. Dopo averci insegnato qualcosa sulla cultura cinese – “non c’è
paese più superstizioso della Cina”: osservazione di cui dovrebbero fare tesoro
i falangisti della geopolitica –, Borges riassume da par suo temi & figure del
libro:
> “Il regno dei sogni, o meglio ancora quello delle gallerie e dei labirinti
> dell’incubo. I morti tornano alla vita, lo sconosciuto che ci fa visita non
> tarda a essere una tigre, la ragazza evidentemente adorabile è una pelle sopra
> un demonio dal volto verde. Una scala si perde nel firmamento; un’altra
> sprofonda in un pozzo, che è dimora di carnefici, di magistrati infernali e di
> maestri”.
In sostanza, Borges non cerca altro che un altro se stesso. Il suo mondo, che
pare tanto oceanico, tanto enciclopedico, è in verità angusto, si risolve in una
camera da letto. Per questo amiamo tanto Borges: ci fa sentire a casa, in
un’alcova. Nessun abisso – ma un abbraccio. La vertigine a portata di mano, sul
comodino.
**
Dialogo con Jorge Luis Borges (in occasione dei suoi 80 anni)
Borges abita in calle Maipú, nel cuore di Buenos Aires, in un modesto
appartamento di tre stanze, in uno di quei palazzi costruiti negli anni Trenta –
i mobili sono moderni. Lo aiuta Fanny, robusta domestica del Paraguay, energica
e poco sensibile agli affari letterari del padrone di casa. “Beppo”, un gatto
bianco piuttosto grosso e piuttosto apatico, si aggira per casa.
Sorprende l’assenza di orpelli e di decorazioni. Sulla credenza c’è un
centrotavola di vetro: le bollette della luce accumulate sopra la medaglia
dell’Ordine Britannico. Alle pareti, scaffali con i libri che Borges ha
sfogliato fino a venticinque anni fa, quando poteva leggerli. Sono quasi tutti
in inglese, rilegati. Spiccano i classici e i libri ‘esotici’ da cui Borges ha
tratto le citazioni che gli sono valse la reputazione di estremo erudito. Nella
piccola stanza di Borges – lo scrittore rifiuta di entrare nella camera della
madre, immutata dopo la sua morte, con quel grande talamo che testimonia un
profondo, perpetuo dolore –, il letto è addossato alla parete: c’è una
biblioteca di classici in lingua spagnola.
Non vedo un solo libro di recente pubblicazione. Si dice che Fanny ne butti a
decine, ogni mese: i libri che giovani scrittori entusiasti inviano a Borges da
tutto il mondo. Alcuni sospettano che le lettere non subiscano sorte migliore.
Se Borges dovesse occuparsi della corrispondenza che riceve, avrebbe bisogno di
un ufficio preposto a quel compito.
Non ci sono nemmeno libri di Borges a casa di Borges – non ne trovo neanche uno
in una delle innumeri lingue in cui è tradotto. Scorgo soltanto una copia delle
sue opere complete.
Borges compie ottant’anni. Il fatto che nessuno lo ritenga un vecchio la dice
lunga su di lui. Ti fa dimenticare la sua età, la sua quasi totale cecità.
Spesso le persone, senza sentirsi a disagio, gli chiedono ‘Ha visto questo?’,
‘Ha notato quell’altro?’.
Quando sono arrivato, stava finendo di radersi. Usa un apparecchio elettrico.
Gli faccio notare l’altura della sua età.
“Non mi parli dell’età. È insignificante. Del resto, non sono vittima del
sistema metrico decimale né dell’egida statistica. Dicono abbia ottant’anni. Se
misurassimo il tempo secondo altri schemi, chessò un anno ogni dodici, avrei
un’altra età…”.
Sta portando avanti una tradizione di famiglia: la longevità.
È vero. Credo che la longevità sia una forma di insonnia.
…sarebbe l’unico caso di insonnia in cui si evita il sonno ristoratore. In
realtà, chi soffre di insonnia vorrebbe dormire – eppure, nessuno vuole morire…
Non è vero: i longevi desiderano morire. Mia madre mi diceva sempre, “Vedi? Un
altro giorno… e non sono ancora morta”. Se mi dicessero che morirò questa notte,
sarebbe una gioia immensa.
Vengo dalla Spagna. Molti amici non hanno accolto bene le sue opinioni sulla
letteratura spagnola.
E perché mai? Cerco di spiegarmi con garbo. La letteratura spagnola inizia
magnificamente, con quegli stupendi romanzi cavallereschi. Poi accadono alcuni
scrittori di genio: frate Luis de León è, a mio giudizio, il maggior poeta
castigliano. Insieme a Giovanni della Croce. Poi c’è Don Chisciotte, un libro
inesauribile. Da lì in poi, già con Quevedo e Góngora, qualcosa si irrigidisce:
si ha l’impressione che i volti siano sostituiti dalle maschere. Il culmine si
raggiunge con Baltasar Gracián, dove non si percepisce passione né sentire. Mero
gioco di forme, come il Cubismo o la letteratura di Joyce… Il XVIII secolo è
poverissimo. Del Romanticismo resta, di fatto, soltanto Bécquer: una replica in
minore del primo Heine…
…e Saavedra Fajardo?
Un grande scrittore, l’ho ripreso proprio l’altro giorno.
Un suo parente stretto, uno stilista.
Farò del mio meglio, allora, per onorare tale legame familiare…
Dopo questa panoramica, c’è un aspetto che vale la pena mettere in luce. Quando
la letteratura si rinnova, soprattutto per influsso francese – le opere di Hugo,
di Verlaine e di Poe, che ci arriva grazie alle traduzioni francesi, non
dimentichiamolo – tale rinnovamento non tocca la Spagna ma questo lato
dell’Atlantico. Penso a Rubén Darío, a Jaimes Freyre, a Lugones, poeti non meno
importanti – e precedenti – di Machado e di Juan Ramón Jiménez.
E Unamuno?
Non ho mai capito del tutto il suo desiderio di immortalità. Più notevole della
sua opera è la sua attitudine a pensare: era un pensatore straordinario. Ricordo
con affetto Pío Baroja: la gente lo ama più delle sue opere. È l’opposto di ciò
che accade con Shakespeare: tutti ricordiamo Amleto, a nessuno interessa l’uomo
che lo ha scritto.
Mi pare che lei sia stato piuttosto ingeneroso nei confronti di García Lorca: lo
ha definito “andaluso di professione”.
Ho letto Yerma – pessimo. García Lorca non mi ha mai interessato – ciò non vuol
dire che abbia qualcosa contro gli andalusi.
Non ha menzionato Garcilao.
Molto bravo, straordinario. Ma lui proviene dalla poetica italiana, da Petrarca,
anche gli spagnoli lo consideravano esotico… Visto che parliamo di letteratura
spagnola, non vorrei dimenticare due miei amici, ma nemici tra loro: Ramón Gómez
de la Serna e Cansinos Assens. Due uomini di genio, completamente diversi uno
dall’altro. Il primo era uno studioso, l’altro un grande artista. Ramón Gómez de
la Serna è uno scrittore straordinario, rimarrà. Buenos Aires gli ha fatto male.
Sarebbe stato un grande poeta. I suoi aforismi, le sue greguerías, lo hanno
privato di diverse possibilità estetiche. Se ci si abitua a pensare in modo così
atomizzato si finisce per atomizzarsi – il poeta si è disintegrato nelle
sue greguerías.
Un caso simile, forse, a quello di Macedonio Fernández: un ottimo scrittore con
pochissime opere.
Macedonio non rimarrà. Soltanto chi lo ha ascoltato raccontare le sue storie può
apprezzarlo davvero… E visto che ho detto così male di García Lorca, vorrei dire
che per me Marcelino Menéndez y Pelayo è un grande poeta, ingiustamente
dimenticato.
E Pérez Galdós?
Ho letto Misericordia con piacere, ma non amo quel genere di libri, quel tipo di
romanzi, intendo, che hanno origine in Flaubert, quei romanzi per cui quando
entri in una stanza devi descrivere tutti i mobili che ci sono.
Eppure, lei ha elogiato Bouvard e Pécuchet, il primo romanzo del secolo…
È vero, ma è Madame Bovary ad aver stabilito uno standard. Stevenson credeva che
tutta la colpa fosse da attribuire a Walter Scott. Scott si giustificava dicendo
che l’eccessivo descrittivismo era necessario per un lettore che non sapeva
nulla di Medioevo.
E Proust?
Non mi interessa. Ha creato un mondo infero, inferiore, meschino. Allo stesso
modo in cui mi pare meschino Joyce, uno scrittore piuttosto illeggibile ma di
cui non possiamo dimenticare il nitore di certe frasi: avrebbe dovuto optare per
la poesia, in fondo è un poeta. Ma quando leggo Proust, beh, mi sento soffocare
in un mare di pettegolezzi. È la stessa cosa che succede leggendo Henry James.
Ma in Proust c’è la nostalgia per un’epoca al tramonto, è un po’ il simbolo di
un mondo perduto…
…già… tutte cose che esulano dalla letteratura.
Lei che nutre così tanto rispetto per Schopenhauer… vorrei chiederle dell’amore,
delle donne e della morte, usando a pretesto il titolo di un suo libro.
Per quanto riguarda le donne, posso dirle che sono assai presenti nella mia
vita. Penso così tanto alle donne da non doverle pensare quando scrivo. Direi
anche che c’è sempre stata una donna, unica, benché non sempre la stessa…
…un concetto piuttosto platonico…
…in quanto archetipo, sì. Ma quella donna è reale, benché molteplice. Nella mia
poesia parlo spesso di amore, anche se i lettori credono che abbia delle riserve
su questo tema. Non è così – è tutto il contrario.
Forse questo giudizio riguarda la reticenza nei confronti delle sue esperienze
personali. Non ne parla mai in pubblico: un atteggiamento molto ‘british’.
Credo sia così. In Inghilterra, se dici a una donna che è una bella donna, lei
s’indigna. È un commento personale inappropriato, che non hai il diritto di
esplicitare.
Gli argentini, al contrario, sono piuttosto sfacciati…
Vero. Le donne, poi, si attendono sempre che gli si dica quanto sono belle. Ma
io non condivido tale abitudine. Ho una serie di amici a cui non ho confidato
nulla riguardo alle mie passioni amorose. E loro si sono comportati allo stesso
modo con me. Vuole i nomi? Macedonio Fernández, Bioy Casares, Manuel Peyrou.
E la morte?
La morte? La sola speranza che mi resta.
Abel Posse
*In copertina: Borges ritratto da Eduardo Comesaña, 1969
L'articolo “Proust? Quando lo leggo mi sembra di annegare in un mare di
pettegolezzi”. Borges, scrittore infinito proviene da Pangea.
Tra il 1909 e il 1920, Franz Kafka visita l’Italia quattro volte. Di questi
viaggi ci restano: gli aeroplani di Brescia; una fotografia in cui K, seminudo,
al Lido di Venezia, ride; una misteriosa diciottenne svizzera, G. W., di esangue
bellezza, con cui K flirta nel sanatorio di Riva; una manciata di lettere
incendiare scritte a Milena da Merano (“Le tue lettere sono un fuoco”, scriveva,
consegnando alla parola fuoco un nitore asciutto, ascetico). Combinati assieme,
questi elementi compongono un affascinante – e spiazzante – Romanzo Kafka.
Secondo Benjamin Balint, kafkologo di genio – autore, tra l’altro, nel 2018,
di Kafka’s Last Trial, studio sul destino romanzesco dei manoscritti kafkiani –,
l’Italia perfeziona la vocazione di K. “I viaggi italiani di Kafka non sono
interruzioni nella sua opera, ma prolungamenti di quella stessa opera
all’interno di un altro mezzo espressivo”, scrive in Kafka in Italia, studio
delizioso edito da Wetlands.
Die Aeroplane in Brescia, pubblicato il 29 settembre del 1909 sulla rivista
praghese di lingua tedesca “Bohemia”, è tra i primi scritti di K in assoluto.
Presso il campo di aviazione di Montichiari, poco lontano da K, spiccava, per
sempre dionisiaco, Gabriele d’Annunzio.
I viaggi italiani riassumono e ricompongono tutti i temi di K: la malattia e
l’ossessione verbale, l’amore enigmatico e quello passionale, la quiete e la
mania. La fuga. Il ritorno. L’attesa. Tornato a Praga dall’Italia, nel 1913, K
scrive a Felice una lettera feroce, “Una convivenza durevole non è possibile per
me senza menzogna come non lo è senza verità”. Rispetto all’Italia ritratta da
tanti scrittori – Thomas Mann e Rainer Maria Rilke, ad esempio – quella di Kafka
è un chiodo di luce, è un guerriero luminoso che ti fa lo scalpo. Immaginare K a
Stresa, nel 1911, sulla riva del Lago Maggiore è come leggere Un messaggio
dell’imperatore. Chiunque sia stato su quel lago sa l’innocenza che diventa
drago, sa che il solo modo di proteggere, a volte, è inghiottire. Quel lago non
rispecchia, infrange, rompe lo specchio.
In qualche modo, il vagabondaggio italiano di K sovverte l’incancrenita idea che
ci siamo fatti dell’aggettivo “kafkiano”. Dunque, abbiamo contattato Balint.
Acqua (Venezia; Riva; Stresa), vento (Brescia), aria (Merano), fuoco (l’amore).
Qual è l’elemento più prossimo a Kafka?
La risposta più allettante è: fuoco. L’amore, per Kafka, brucia davvero. Basti
pensare alle parole con cui descrive Milena Jesenská: “fuoco vivo, mai visto
prima”. Radiosità troppo intensa per abitarvi. Il fuoco si presenta a Kafka
nelle temperature più elevate: impossibile viverci. Può solo scrivere dai
margini – bruciati.
Il vento appartiene allo spettacolo aereo del 1909, a Brescia: quel favoloso
luna park di inizio Novecento, turbinio di eliche e angeli meccanici. Il viaggio
compiuto da Kafka a Brescia insieme a Max Brod rappresenta il passaggio da una
ordinaria flânerie a una nuova relazione tra viaggio e scrittura. Ma Brescia è
un episodio, per quanto brillante, non è il clima permanente di Kafka.
L’acqua esercita un forte richiamo in Kafka. È lì, a Stresa e a Riva, che il
cielo si abbandona alla superficie senza esitazioni, mentre Kafka è
interiormente spezzato. A Venezia l’acqua si sdoppia, si frantuma in fraintesi,
confonde. Venezia, con i suoi canali e i riflessi, mostra a Kafka un mondo in
cui nulla è soltanto se stesso. Ogni palazzo è anche il suo doppio tremolante;
ogni scorcio già visto riappare, sotto la luce obliqua, nuovo. L’acqua è
prossima a Kafka. Ma per lui resta l’elemento percepito dalla banchina.
Quindi, direi: aria. Non la felice aria Adriatica promessa negli opuscoli
turistici, tuttavia, né la brezza tonificante pubblicizzata dalle terme e
neanche l’“aria e luce” somministrate con razionale rigore nei sanatori. L’aria
come elemento irrinunciabile. Possiamo rifiutare l’acqua restando a riva,
evitare il fuoco indietreggiando e ripararci dal vento grazie a un muro. L’aria
penetra senza permesso. È il più intimo degli elementi, quello che non possiamo
possedere. Viviamo dentro l’aria e l’aria vive dentro di noi. Ecco perché la
scrittura di Kafka ci pare eterea nel senso più inquietante del termine. La sua
legge non è su tavole di pietra, non brandisce spade fiammeggianti; è ovunque.
La sua autorità è dappertutto e da nessuna parte. Come l’aria, è invisibile e
necessaria.
1913, Venezia, spiaggia. Kafka ride. Che cose ci dice del ‘kafkiano’ questa
fotografia?
Quella fotografia, in effetti, complica l’aggettivo ‘kafkiano’ riportandolo al
corpo – più precisamente, al corpo illuminato. Abbiamo trasformato ‘kafkiano’ in
un aggettivo per tribunali senza giudici, decreti senza autori, impiegati senza
pietà. È il nostro piccolo aggettivo portatile per descrivere l’esasperazione
moderna. Un ufficio che ci manda da uno sportello all’altro: ‘kafkiano’. Ma
prima che l’aggettivo mutasse in diagnosi, prima che Kafka diventasse lo spettro
incombente dell’angoscia burocratica, c’era quest’uomo in costume da bagno,
seduto sulla spiaggia del Lido, che sorride. Perché sorride? È felice? È
imbarazzato? Flirta? Si tratta di una momentanea assoluzione concessa dall’aria
di mare? La macchina fotografica cattura una superficie, e immediatamente quella
superficie comincia ad accusarci di non comprenderla. Offre evidenze e smobilita
certezze. Ci dice: ecco Kafka, e subito ci interroga: cosa hai visto davvero?
Una fotografia sembra certificare la realtà, ma in Kafka spesso accade il
contrario: separa il visibile dalla spiegazione. L’inquadratura è sempre troppo
stretta. Qualcosa di essenziale è accaduto un attimo prima o un attimo dopo,
fuori scena. La prosa di Kafka funziona più o meno allo stesso modo. Registra
con precisione, per questo rende il reale così strano.
Lei dedica un capitolo alla “funzione Kafka” nella letteratura italiana. Bobi
Bazlen, Italo Svevo, Moravia, Montale, Primo Levi: Kafka pervade gli scrittori
del nostro canone. Sono curioso, tuttavia, di capire meglio i legami tra
Gabriele d’Annunzio e Kafka, a cui accenna nelle prime pagine del libro.
Per quel che ne so, non esiste una vera relazione, nel senso comune del termine,
tra Kafka e d’Annunzio. Nessuna corrispondenza, nessuna segreta affinità
elettiva. Si trovavano per caso sullo stesso spiazzo lombardo, nel settembre del
1909, entrambi con lo sguardo rivolto verso le stesse macchine. Se l’aeroplano è
il segno del futuro, d’Annunzio desidera guidarlo. Kafka, nel frattempo, prende
appunti per quello che sarà uno dei suoi primi scritti pubblicati: Die Aeroplane
in Brescia. Non certo un inno futurista, ma una prosa che narra la facilità con
cui la figura umana può diventare un punto – e meno di un punto. Ecco perché mi
è parso significativo accennare a quell’episodio. D’Annunzio non subisce la
“funzione Kafka”. È una contro-immagine di Kafka. Ci aiuta a vedere ciò che
Kafka non era. Kafka non era inebriato dal potere, non era sedotto dall’estasi
pubblica. Diffidava dei luoghi in cui la folla e la macchina cospirano per
rendere la trascendenza una cosa facile.
Gioco con le coincidenze. Ezra Pound è a Venezia quattro anni prima di Kafka; si
stabilisce a Merano più di trent’anni dopo la morte di Kafka. Esistono a suo
parere connessioni, sovrapposizioni, incroci tra questi scrittori che ci
appaiono agli antipodi?
Benché non conosca alcuna influenza diretta che porti da Kafka a Pound o da
Pound a Kafka, esistono delle connessioni. Entrambi appartengono al secolo
modernista, agli opposti estremi di quel lungo tavolo. Eppure, il campo delle
analogie li avvicina. Sono due grandi modernisti, entrambi legati all’Italia
settentrionale in momenti di crisi e di ridefinizione del sé. Pound è a Venezia
nel 1908. Venezia, per Pound, è il luogo delle maschere, dell’antica repubblica
mercantile, lo scintillante archivio d’Europa. Nei Cantos, Venezia sarà parte
del suo grande meccanismo di memoria culturale. La Venezia di Kafka è diversa.
Quando vi approda, nel 1913, è un uomo depositata in una camera della
riflessione. Per Pound, Venezia è il teatro del possesso culturale. Per Kafka, è
uno specchio che si rifiuta di stare immobile. La Venezia di Pound ci dice: la
civiltà ha lasciato dei segni, al poeta il compito di ricomporli. La Venezia di
Kafka dice: anche i segni hanno le vertigini.
Merano esalta i contrasti. Kafka vi arriva nel 1920, malato di tubercolosi,
sperando non tanto in una guarigione ma in un rinvio. Eppure, è in quella città
termale che si appicca l’incendio delle lettere a Milena. Il corpo cede, il
linguaggio va a fuoco. La Merano di Pound – che è poi Brunnenburg – appartiene a
un capitolo decisamente diverso: il dopoguerra. Dopo il fascismo, dopo le
trasmissioni radiofoniche, dopo l’arresto Pound torna in Italia non più come il
giovane incendiario del 1908, ma come un re ferito, a frammenti. Kafka va a
Merano prima della catastrofe, presagendo la catastrofe delle strutture della
vita ordinaria. Pound approda a Merano dopo ave varcato disastrosamente la
retorica pubblica della catastrofe.
Si tratta, infine, di due tipi di esilio. Pound è l’espatriato per vocazione: un
inventore di se stesso, avido dell’Europa e delle sue eredità pronte all’uso.
Kafka è l’errante interiore: tedesco tra cechi, ebreo tra tedeschi, figlio nella
casa del padre, scrittore in una lingua che al tempo stesso gli appartiene e gli
è estranea.
Dall’Italia, Kafka scrive alle sue due grandi donne “epistolari”: Felice e
Milena. Mi affascina, tuttavia, l’evanescente G. W.: cosa sappiamo di lei?
Kafka fu a Riva due volte: con Max Brod nell’estate del 1909, da solo
nell’autunno del 1913. Nell’ottobre di quell’anno, durante un soggiorno al
sanatorio di Hartungen, sulla sponda settentrionale del Lago di Garda, Kafka
incontrò “una ragazza svizzera dall’aspetto italiano con la voce dolce”, come
scrisse a Brod. Nel diario si riferisce a lei come “G. W.”. Alloggiava nella
stanza sotto la sua: a volte, la ragazza si sporgeva dalla ringhiera per
salutarlo. Amava le fiabe e i bei vestiti, cantava una canzone ogni sera prima
di andare a letto. “La dolcezza del dolore e dell’amore… Radunare il suo sorriso
in barca. Questa era la cosa più bella di tutte”, scrisse Kafka nel suo diario,
il 22 ottobre del 1913. Alcuni mesi dopo confesserà a Felice Bauer:
> “Al sanatorio, mi innamorai di una ragazza, una ragazzina di circa diciotto
> anni, una svizzera che vive in Italia, vicino a Genova, dunque per sangue del
> tutto aliena a me, piuttosto immatura, ma affascinante, e nonostante la
> fragile salute, davvero preziosa, profondamente significativa. Una ragazza
> assai meno affascinante di lei avrebbe potuto conquistarmi nello stato di
> vuoto e di desolazione in cui mi trovavo in quel momento… Era chiaro a me come
> a lei che non eravamo fatti per stare insieme, che, trascorsi i dieci giorni
> che avevano a disposizione, tutto sarebbe finito, che non ci saremmo mai
> scritti, neanche una lettera, neanche una riga. Eppure, significavamo molto
> l’uno per l’altra; ho dovuto fare di tutto per assicurarmi che non scoppiasse
> a piangere davanti a tutti quando ci siamo salutati – non stavo bene”.
Quanto al vero nome della ragazza, occorre procedere con discrezione. Gerti
Wasner è il nome che viene proposto più spesso – una identificazione assai
discussa. Cosa sappiamo allora di G. W.? Che era una persona reale; che non
faceva parte degli amici di Kafka, appartenenti alla Praga ebraica; che anni
dopo Kafka catalogò Riva tra i rari luoghi in cui visse un’autentica intimità
con una donna. Il resto resta nel mistero – ed è bene che resti tale.
Che valore ha il concetto di “ritorno” per Kafka?
Di certo, non è il movimento consolatorio che spesso associamo a questo termine.
Non è Ulisse che ritorna a Itaca ritrovando moglie e regno. Kafka è il grande
anti-Odisseo. Nel suo mondo, tornare non significa ritrovare la propria casa ma
scoprire che la casa è estranea, che la porta di casa è al contempo familiare e
inaccessibile.
In Kafka, dunque, “ritorno” significa: giungere a una soglia. Si torna – o si
crede di tornare – per essere trattenuti sull’orlo del riconoscimento. L’uomo di
campagna di fronte alla Legge; K. Di fronte al Castello; il figlio al cospetto
del padre; l’ebreo praghese di lingua tedesca di fronte alla Germania; il
potenziale emigrante davanti alla Palestina. In ogni caso: una porta, una
convocazione, una promessa di accesso. Una promessa al contempo intimidatoria –
e negata.
Questo vale anche per il ritorno di Kafka nell’ebraismo. Lo yiddish e l’ebraico
non gli offrono una patria definitiva; gli rivelano che ogni patria è di per sé
traduzione. Non ritorna alla tradizione, ma all’energia della trasmissione. Il
cacciatore Gracco è forse la più pura parabola kafkiana sul ritorno. Un
cacciatore arriva in barca a Riva, ma non è davvero arrivato. È morto e non è
morto, è in viaggio e alla deriva. Un errore si è verificato nei meccanismi del
passaggio. La barca che avrebbe dovuto portarlo nell’aldilà ha perso la rotta.
Il ritorno di Gracco non lo riporta in vita.
Per Kafka “ritorno” è il nome di un movimento impossibile, ma inevitabile, verso
ciò che ci reclama senza accoglierci. La famiglia ci reclama. Il linguaggio ci
reclama. L’ebraicità lo reclama. La Legge reclama Josef K. Il Castello reclama
K. Ma nessuna di queste chiamate diventa rifugio. Ciascuno resta soglia.
*In copertina: Kafka sul lido di Venezia, nel 1913 – ride
L'articolo “Al sanatorio, mi innamorai di una ragazza…”. Kafka e l’Italia.
Dialogo con Benjamin Balint proviene da Pangea.
Nella recentissima biografia di Rainer Maria Rilke, Sandra Richter – Direttrice
dell’Archivio letterario di Marbach che ha acquisito il monumentale archivio
familiare Rilke di Gernsbach – dedica pagine intense e commoventi al suo
rapporto con la figlia, uno dei nodi più complessi e problematici della vita del
poeta. Richter affronta questo importante capitolo attraverso una rigorosa e
puntuale tessitura di fonti epistolari finora inedite, custodite a Gernbach per
un secolo: le lettere di Rilke alla figlia Ruth e alla moglie Clara.
Ruth, che prende il nome dalla figura biblica della donna coraggiosa che ha
lottato contro la società patriarcale del suo tempo, entra nella vita di Rilke
come una promessa luminosa, una patria improvvisa, una coscienza incarnata delle
cose, degli alberi e degli animali. Lo apre alle più alte forme d’arte. Con
parole solenni, riprese dal Siracide, Rilke profetizzava a Clara che Ruth doveva
crescere “come una palma vicino all’acqua, e come i cespugli di rose che si
coltivano a Gerico: come un bell’ulivo nel campo aperto […] come sicomori”, che
emanano un “profumo dolce” di cannella e mirra. Ruth aveva molto da vivere e da
fare – doveva essere una bambina libera, nel “suo tempo preistorico”, il tempo
“in cui tutto è ancora forza naturale, corrente che ancora non muove mulini e
fabbriche, vento senza obblighi, cielo pieno di tempesta che si sta formando”.
Rilke considerava la sua famiglia come una comunità di eletti. Lui, la figlia,
la moglie avevano qualcosa che “le persone stupide non vedono e non capiscono,
anche se glielo ripeteremo, ciascuno a suo modo, ancora e ancora, sempre più
realmente e sonoramente”. Questa auto-glorificazione non significava che Ruth
dovesse isolarsi dagli altri bambini, come i genitori di Rilke avevano chiesto a
lui: al contrario, Rilke le consigliava di fare amicizia con altri bambini. Le
regalava cose normali per una bambina: dalle fonti selezionate da Richter
vediamo sfilare bambole, un calamaio, un righello e carta assorbente, un
cuscino, un libro illustrato e gioielli, un cappotto e altri vestiti.
Quando Ruth compì tredici anni, Rilke le fece stampare dei biglietti da visita
per celebrare il suo ingresso in società.
Rilke fu un padre intensamente affettuoso, capace di una tenerezza giocosa,
immaginativa, empatica e infantile – ma “da lontano”. Guarda la figlia come
un’immagine necessaria, che gli appartiene più di ogni altra cosa; la osserva
con tenerezza e devozione; le affida tutto – la libertà, l’indipendenza, la
forza naturale – e proprio in questo affidamento si sottrae. Si ritira in una
paternità epistolare, spazio intermedio della presenza nell’assenza.
Rainer e Clara a Roma, 1903
Le lettere a Ruth sono “tra le più belle e spontanee che abbia mai scritto” –
scrive Richter –: leggere, luminose, ironiche. Il più delle volte Rilke le
componeva attorno a una scena o a un’immagine; alcune contenevano piccole
vignette disegnate da lui stesso: ad esempio, un uomo che solleva il cappello
per porgere gli auguri di compleanno. Ciò che in altre lettere e nell’opera
appare serio e sublime, Rilke lo dipinge per Ruth con colori ingenui e vivaci,
dal tono umoristico. Ad esempio, si prende in giro per il “bagno d’aria” che
celebrava ogni mattina, nel 1912, a Venezia, sulla striscia di sabbia vicino
all’acqua:
> “comunque, i piccoli granchi che si distendono nella sabbia si irritano un po’
> e mi pizzicano i talloni con le loro chele”.
La calura nella città lagunare lo indeboliva, per questo inventò l’immagine
della luna, che nel cuore della notte ha delle gocce di sudore sulla fronte:
> “chiede al suo riflesso nell’acqua di gocciolare un po’ con lui”.
Un’occasione di particolare allegria sono i compleanni di padre e figlia, vicini
nel tempo, il 4 e il 12 dicembre, e che danno inizio ad una sorta di “gioco a
palla” di auguri.
La scrittura diventa così il luogo in cui il padre supplisce all’assenza fisica:
nelle lettere Rilke riesce laddove la vita fallisce. Nelle festività non è
presente, ma si fa sostituire dalla letteratura. Invia poesie con il tono
allegro delle lettere, solo più canore, canti festivi: Il Natale è il giorno più
silenzioso dell’anno descrive con sentimenti infantili la vigilia di Natale del
1910, sotto forma di cinque versi in rime baciate, con un ritornello che sembra
mutuato dal famoso carosello del 1906; Rilke lo descrive con il suo “elefante
bianco”, che appare quando il carosello gira. Il Natale diventa un periodo
magico che fa diventare gli occhi dei bambini più grandi e le donne più materne.
Si fa sera sulla vasta terra, “e nei grandi cieli c’è una stella”.
La leggerezza e l’umorismo trovano il loro contrappunto nell’impegno a educare
Ruth, in modo semplice e giocoso, sui grandi temi culturali ed artistici. Con
l’aiuto di cartoline, il poeta spiegava alla figlia il significato dell’arte e
dell’architettura: il ritratto dei figli di Carlo I di van Dyck, il Ponte Carlo
e la nuova scalinata del Castello di Praga, il Canale dei Carmini a Venezia, la
cattedrale di Rouen, e così via.
Per i suoi genitori Ruth divenne un’opera d’arte: non solo nei versi del padre,
ma anche nella scultura della madre.Alla fine di settembre del 1909, Rilke vide
per la prima volta il busto di Ruth nell’atelier Druet, dove lavorava sua
moglie. Per l’intero pomeriggio ammirò con quanto scrupolo e precisione Clara ne
avesse modellato gli occhi, le sopracciglia, la fronte, le tempie. Nell’ottobre
dello stesso anno tornò diverse volte nell’atelier per studiare i busti della
moglie e soprattutto quello di Ruth; li fotografò e ne fece stampare delle copie
(la famiglia fotografava molto, ma la maggior parte delle foto sembrano al
momento scomparse).
Sulla sua scrivania c’erano sempre le foto di Ruth.
La bambina viene amata, osservata, celebrata, ma raramente accompagnata “per
mano” dal padre nella vita reale. La “vita aperta” di Rilke si apre
sull’arte, ma demanda a Clara la vita quotidiana e la cura di Ruth – che diventa
progressivamente il ‘tramite relazionale’ tra i genitori. Richter mostra con
chiarezza come Rilke proietti sulla figlia un’idea riformista dell’infanzia –
influenzata dall’amica Ellen Key – che si traduce però in una sostanziale
deresponsabilizzazione. Gli ideali riformisti, come l’educazione senza
costrizione, la fiducia assoluta nel bambino, benché progressisti, diventano una
giustificazione teorica dell’assenza, in una sorta di inversione dei ruoli – la
figlia come elemento d’equilibrio, come garante della stabilità familiare.
Per alcuni anni, a Monaco, Rilke segue il suo percorso di studi; si occupa di
raccogliere il denaro necessario per l’istruzione di Ruth presso i suoi mecenati
(da cui attinge a sua volta). Dal 1912 al 1918 si trasferisce anche lui a
Monaco, dove la famiglia può trascorrere dei momenti insieme (anche se vivono in
case separate).
Ruth cresce come una ragazza pronta, felice, testarda, riservata, una “brava
ragazza coraggiosa”, animata da forza, determinazione e desiderio di
realtà. Attratta dalla vera vita, alla fine del 1918, Ruth decise di lasciare la
scuola prematuramente. Nel marzo 1919 venne assunta come cameriera in una
fattoria nella Germania del nord, abitò in una camera “senza stufa”, alle sei
iniziava “il suo lavoro da inserviente”, sprofondava “stanca” alle nove e mezza
nel grezzo letto a scacchi. Stanca morta e felicissima. Altre strade non voleva
percorrere, si lamentava Rilke con Elisabeth von der Heydt, sperando che
l’esperienza rurale di Ruth passasse presto. Alla figlia scriveva amorevolmente
e ironicamente, come se fosse una serva, che improvvisamente prende la penna.
Solo nel maggio 1919, durante i disordini post-rivoluzionari, Rilke fu contento
dell’esistenza rurale di Ruth.
Presto Ruth conobbe il futuro marito, il praticante legale Carl Sieber, figlio
della sorella della madre di Clara, quindi cugino di secondo grado di Ruth, e di
casa in famiglia. Rilke acconsentì al matrimonio precoce. Carl avrebbe dovuto
chiamarlo semplicemente “Väterchen” (papino), come Ruth aveva fatto fino a quel
momento; Rilke ammise col genero la sua “negligenza” nei confronti di Ruth, ma
si difese nello stesso tempo mettendosi nei panni di sua figlia:
> “Fin da piccola, sentiva che ciò non avveniva per mancanza di affetto, per
> arbitrio o leggerezza, ma perché la chiamata esclusiva per la realizzazione
> interiore della mia vita era così grande che il lavoro su quella esteriore,
> dopo un breve tentativo, dovette essere abbandonato”.
Con l’aiuto del suo editore, Anton Kippenberg, Rilke pensò a un regalo di nozze
speciale: nel dicembre del 1920, oltre ai 3.000 marchi, Rilke inviò alla figlia
anche un libretto delle entrate e delle uscite per permetterle di gestire i
conti. Ma non partecipò alle nozze di maggio perché voleva terminare le Elegie
duinesi e i Sonetti a Orfeo. Chiese un invito alla fine del grande trambusto. Ma
subito dopo iniziò la lunga serie di ricoveri che comportò la rinuncia a quel
viaggio. Carl Sieber e la nipote Christine conobbero Rilke solo per lettera, ma
Rilke continuò a sostenere Ruth fino alla fine della sua vita, anche dopo il
matrimonio e la nascita della sua prima figlia. Ruth riceveva un piccolo
emolumento mensile dall’editore dell’Insel, oltreché diversi regali. Anche il
tono allegro delle lettere d’infanzia rimase invariato. Poco prima di morire le
scrisse che lui era come la terra che ha “le sue condizioni e gli anni dei
maggiolini”;
> “io ho quindi una specie di anno dei maggiolini, – la piaga passerà e la mia
> vecchia buona terra troverà sicuramente un modo per rinnovarmi e rimettermi in
> sesto”.
Nel giugno del 1925, Rilke disegnò per sua figlia una delle sue ultime grandi
immagini epistolari. Per fare ciò, reinterpretò la famosa parabola del figliol
prodigo, che aveva già ribaltato nel Malte Laurids Brigge:
> “Il ‘Figliol Prodigo’: si giustifica con la sua giovinezza e inesperienza; ma
> cosa dovrebbe dire il ‘Padre perduto’ a sua discolpa? Il pesce-balena, vedi,
> ha semplicemente ingoiato il piccolo profeta (anche molto timoroso), e nel
> ventre del grande pesce è ormai, dai tempi di Jonas, stata introdotta sia
> acqua fredda che calda e una certa comodità da poltrona da club, ma lì non c’è
> l’ufficio postale”.
Rilke si piega all’evidenza: è consapevole di essere il Padre prodigo, perduto,
e ai confini della sua vita terrena…oltre ai quali non potrà più scrivere a sua
figlia.
L’autoironia maschera appena quanto Rilke aveva scritto a suo genero nel 1921,
per giustificare la sua assenza nella quotidianità della famiglia: non era
riuscito a conciliare vita e poesia:
> “Mi si può rimproverare che la mia forza e la mia intenzione non bastassero a
> fare entrambe le cose; a tale rimprovero non ho nulla da opporre, se non il
> silenzioso richiamo a quei territori in cui ho riversato tutte le mie
> capacità, per aspettare se alla fine sarò accusato o assolto”.
Il giudizio di Ruth non è noto, conclude Richter. Permane dunque una zona muta,
un silenzio delicato, ma denso di significato. E in questo silenzio finale – non
accusatorio, non assolutorio – resta l’immagine del poeta che si piega quanto
basta perché si veda ciò che lo sostiene: un amore vero, pur se contraddittorio
e incompleto, ma continuamente trascritto, continuamente trasfigurato in “spazio
interiore”: il suo modo di amare.
Marilena Garis
*In copertina: Rainer, Clara, Ruth; ogni tanto la famiglia fu felice
L'articolo “La chiamata esclusiva per la realizzazione interiore”. Rilke, un
padre speciale proviene da Pangea.
> “Kama carezzava il suo arco e le sue cinque frecce-fiore. Bastava sfiorare la
> corda di quell’arma e subito si era avvolti da un ronzio di api. «Prima di
> tutto» pensò «occorre la primavera». Guardò Rati, la sua amata, che lo seguiva
> ovunque, come Piacere segue Desiderio, e le fece un cenno d’intesa. Quella
> primavera cominciò fuori tempo. Accerchiò e invase la montagna dove Śiva
> sedeva, immobile. Si insinuò nella Foresta dei Cedri, dove i rși praticavano
> il tapas. La avvertirono come una pena sottile e insostenibile. Assistevano
> allo sgretolarsi della loro fermezza. Perseverarono, tenaci, segretamente
> fiaccati. Intorno a Shiva, il bianco toro Nandin sollevò appena la testa. E i
> Gana, i Geni che lo circondavano come in un accampamento di zingari, fiutavano
> l’aria, curiosi”.
>
> (R. Calasso, Ka, Adelphi, 1996, p.124)
Il desiderio è ciò che irrompe senza preavviso o, quando avvisa, lo fa con il
linguaggio contorto del sogno. Tale è la velocità con cui si presenta e ci
scuote che pare un saettare di freccia, imprevedibile come l’attimo stesso in
cui si stacca un fiore dal ramo. La sua stagione giunge irrimediabilmente “fuori
tempo”, per quanto si possa essere tenaci e accorti, la sua comparsa incrina
l’ordine e apre brecce.
Quando Frank Wedekind scrive nel 1891 Frühlings Erwachen. Eine
Kindertragödie (Risveglio di primavera. Una tragedia di adolescenti; ora:
Adelphi, 2026, traduzione di Matteo Iacovella e Laura Ragone) la società
borghese dell’epoca non è pronta ad accoglierne il terremoto perturbante. Il
testo espone senza veli il trauma del risveglio sessuale adolescenziale,
mostrando l’ingresso brutale nel desiderio, là dove innocenza e morte si
sfiorano sotto il peso di un’educazione incapace di nominare il corpo e i suoi
tremori. Il risveglio non coincide con una progressiva acquisizione di sapere:
è, al contrario, il crollo di ogni certezza. Wendla, Melchior, Moritz abitano
quella soglia in cui il corpo si fa opaco a sé stesso e l’Altro cessa di essere
una figura rassicurante per lasciare spazio alle più irriducibili domande. Chi
sono? Chi ho davanti?
Wendla scoprirà cosí il desiderio fino a esserne travolta, Melchior affronterà
la colpa e la perdita, Moritz, schiacciato dall’impossibilità di dar forma a ciò
che lo scuote, sceglierà il suicidio.
> “DR. PROCUSTE … È vero, le finestre sono al terzo piano e sotto abbiamo
> piantato le ortiche. Ma che vuole che importi delle ortiche, a questi
> degenerati. – L’inverno scorso uno di loro è salito sull’abbaino e abbiamo
> avuto la seccatura di dover andare a prenderlo, riportarlo indietro,
> seppellirlo…”
“Ma che vuoi che importi delle ortiche?” Il desiderio non ha nulla del
solletico, del vellichio infantile, non è una lieve irritazione dei sensi, non è
un capriccio epidermico che si lascia distrarre o placare. Il desiderio è uno
schianto contro l’alterità, e l’Altro, nonostante nell’impatto ci sia arrivato
dritto fino all’osso, non ci risponde mai pienamente. È sempre un’assenza, uno
scarto, una non-coincidenza che si fa desiderio proprio perché impossibile da
saturare. (Lacan)
WENDLA. E se te lo chiedo per favore, Melchior?
MELCHIOR. Ti ha dato di volta il cervello?
WENDLA. Non sono mai stata picchiata in vita mia!
MELCHIOR. Ma come puoi chiedermi una cosa simile…!
WENDLA. Per favore – Per favore –
MELCHIOR. Te lo do io per favore! – (La picchia).
WENDLA. Oddio – non sento proprio niente!
MELCHIOR. Non stento a crederci – con tutti i vestiti che hai addosso…
WENDLA. E allora picchiami sulle gambe!
MELCHIOR. Wendla! – (La picchia più forte).
WENDLA. Ah, ma queste sono carezze! – Sono carezze!
MELCHIOR. Aspetta, strega, te lo scaccio io Satana dal corpo!
Getta via il ramoscello e la colpisce con i pugni con una violenza tale da farle
lanciare un grido spaventoso. Lui non se ne cura, anzi si scaglia come una furia
su di lei, mentre grosse lacrime gli solcano le guance. All’improvviso salta su,
si porta le mani alle tempie e, singhiozzando dal più profondo dell’anima, si
precipita nel bosco.
Così Wendla e Melchior non si incontreranno mai davvero: la violenza sorgerà nel
punto esatto in cui le loro opacità dialogheranno o, meglio, proveranno a farlo;
la loro è la prova dell’incapacità di comunicare e abitare quello strappo: le
loro richieste, i loro gesti saranno il tentativo di attraversare quella nebbia
ronzante di pulsazioni, ma ciò che troveranno sarà solamente il reale del corpo
e il dolore.
Lo stesso Freud riconobbe nell’opera una straordinaria intuizione dei conflitti
pulsionali della pubertà prima ancora della piena elaborazione psicoanalitica.
Stessa frattura che Adorno riconobbe nel Siegfried di Wagner.
(Nella massima agitazione egli fissa lo sguardo sulla dormiente)
incanto ardente
mi palpita nel cuore;
ansia infuocata
ferma i miei occhi:
storditi tremano i miei sensi!
(è preso dalla massima angoscia)
Chi chiamo a soccorso,
perché mi aiuti? –
Madre! Madre!
Pensa tu a me! –
Mormora la foresta. Siegfried giunge sulla rupe, attraversa le fiamme e si china
sulla Valchiria addormentata; è il folle esaltato nel Parsifal, l’«eroe
fanciullo», lo «sciocco», che non ha dimenticato la paura destandosi all’Io, ma
che la paura semplicemente «non conosce». Quando scopre gli occhi della donna,
terrorizzato invoca la madre. Come in Wedekind e nei Veda l’Altro irrompe.
> “Kăma decise di agire in quel momento. Scoccò verso Śiva una freccia vana, che
> avrebbe trafitto chiunque altro. Ma Śiva sa troppo del desiderio. Davanti alle
> tre fanciulle impietrite dal terrore, una vampa emanò da Śiva e avvolse Kama.
> Di lui rimase la cenere, mescolata al pulviscolo in un mulinello che presto si
> placò. Retrocedendo in silenzio, pallida, Párvati si ritirò di nuovo nella
> foresta con le due ancelle, mentre si udiva appena il singulto di Rati che
> tentava di raccogliere, come una folle, particelle di cenere sparse nell’erba.
> Voleva una reliquia del suo amante svanito. Si allontanò con le spalle curve,
> stringendo una pezza annodata di stoffa sgargiante, gonfia di cenere. Fiori,
> api, manghi, cuculi: in voi si disperse Desiderio, quando la vampa di Śiva lo
> incenerì. Ora un sapore, un richiamo, un odore, un ronzio avrebbero aperto una
> ferita in chi è lontano da ciò che ama. Numerosi furono feriti, se è vero che
> «quando vede cose di grande bellezza o ode suoni dolci anche un uomo felice
> può essere colto da una appassionata nostalgia.»
>
> (R. Calasso, ivi, p.125)
Accade che dello struggimento non resti altro che cenere ma, come direbbe
Quevedo: serán ceniza, mas tendrá sentido;/ polvo serán, mas polvo
enamorado (saranno cenere ma avranno sentimento; polvere saranno, ma polvere
innamorata).
Tony Vero
Bibliografia:
Wedekind, F. (2026). Risveglio di primavera (M. Iacovella & L. Ragone, Trad.;
con un saggio di J. Franzen). Adelphi.
Calasso, R. (1996). Ka. Adelphi.
Lacan, J. (2013). Altri scritti (A. Di Ciaccia, Ed.). Einaudi.
Estratto libretto Siegfried tratto da
URL= https://www.flaminioonline.it/Guide/Wagner/Wagner-Sigfrido86c-testo.html
*In copertina: Frank Wedekind con la moglie Tilly nel 1910
L'articolo “Risveglio di Primavera” o della nascita del desiderio proviene da
Pangea.
La formula era sempre la stessa. Si presentava un uomo dall’eleganza antiquata,
normolineo, spesso con i baffi, decisamente anonimo. Parlava poco, tradiva un
accento irlandese, tedesco a tratti, a seconda delle circostanze. Nella destra
stringeva una valigetta con il manoscritto; con la sinistra porgeva un
biglietto. Su un verso c’era, con firma, l’autorizzazione a trattare i diritti
dell’autore, e l’indirizzo, vago: “B. Traven, Tamaulipas, Mexico”. Nel recto era
ricalcata una frase, poi delegata alla leggenda.
> “Le persone creative non dovrebbero avere altra biografia che le proprie
> opere”.
Come è ovvio, quella frase era uno specchio ustorio, la benedizione di ogni
fraintendimento: l’autore, il fantomatico “B. Traven”, superò, per interesse, la
propria opera. Orde di giornalisti, curiosi, anatomisti del mistero e delle sue
sottane si fiondarono in Messico a stanare B. Traven. Agli editori, come è noto,
dello scrittore importa poco – se un enigma fa levitare le vendite, tanto
meglio.
B. Traven nasce alla letteratura il 28 febbraio del 1925, con un racconto
pubblicato su “Vorwärts”, il quotidiano berlinese del Partito
socialdemocratico. Tra i collaboratori di pregio, anni prima, risaltavano
Friedrich Engels e Karl Marx. Sullo stesso giornale, nel 1927, B. Traven
pubblica, a puntate, Il ponte nella giungla; due anni dopo La rosa bianca.
Entrambi i romanzi sono ambientati in Messico: l’impeto politico –
tendenzialmente anarchico – si fonde a panorami esotici, avventure vibranti, una
viva attenzione per la cultura dei nativi. C’è del fago – e del sangue. I libri
funzionavano. Quando, nel 1933, il funzionario del signor B. Traven si affacciò
all’ufficio di Alfred A. Knopf, New York, l’editore non ci pensò troppo a
pubblicare i manoscritti che gli venivano offerti. Tra la versione tedesca e
quella inglese figuravano notevoli differenze: nessuno avanzò problemi. La
pubblicazione de Il tesoro della Sierra Madre, nel 1935,fece di B. Traven un
caso internazionale.
Per alcuni, B. Traven era, in verità, Jack London. Lo scrittore americano,
instancabile poligrafo assediato da un’insperata fama faina, avrebbe inscenato
la morte, nel 1916, per ritirarsi a scrivere in ascetica solitudine, nei recessi
messicani. Secondo altri, quel nome nascondeva Ambrose Bierce, il corrosivo
autore del Dizionario del Diavolo, scomparso nel 1914 tra i fumi della
rivoluzione messicana, inseguendo Pancho Villa. Ci fu chi lo dichiarò figlio
illegittimo di Guglielmo II, l’ultimo Imperatore tedesco. Più sostanza aveva la
teoria dell’anarchico tedesco Erich Mühsam: B. Traven, attore, burattinaio e
giornalista di talento, era stato con lui, nel 1919, durante i furibondi mesi
della Repubblica Sovietica Bavarese; in realtà, si chiamava Ret Marut, scampato
dalla condanna a morte seguita alla rovinosa disfatta dell’utopia socialista. Il
Messico, va detto, in quegli anni era l’Eden dei fuggiaschi, dei fedifraghi, dei
poeti e degli ubriachi: vi erano passati D.H. Lawrence e Malcolm Lowry; Antonin
Artaud si era inerpicato tra i Tarahumara, “la razza degli uomini perduti”, a
suggere il liquido sacro che permette di accedere agli altri mondi;il poeta
pugile Arthur Cravan era scomparso a Salina Cruz, Hart Crane si era gettato nel
Golfo del Messico; dopo un viaggio in quel lato di mondo Graham Greene aveva
scritto il suo romanzo più potente, Il potere e la gloria.
Merita, nella lista, pressoché infinita, delle identità presunte, l’ipotesi
avanzata da Mario Monti, seduttivo factotum di Longanesi – e suo
successore. Longanesi aveva cominciato a tradurre B. Traven nel 1946,
pubblicando tutto. Nel 1954 proprio Mario Monti aveva curato un librone di oltre
ottocento pagine che raccoglieva Il meglio di B. Traven. Qualche anno prima era
entrato in contatto con Esperanza López Mateos, sorella del futuro Presidente
del Messico, traduttrice di B. Traven nel mondo spagnolo. Secondo Monti, sarebbe
proprio lei – bella, sfuggente, di feroce intelligenza – B. Traven. Quando
Esperanza muore, nel settembre del 1951, dopo una vita movimentata – tra
l’altro, fu l’amante della guardia del corpo di Trockij – Monti è ragguagliato
da un commovente biglietto di tale Hal Croves.
Hal Croves è il faccendiere di B. Traven: è lui, per dire, che incontra John
Huston al Bamer Hotel di Mexico City per aggiornarlo sugli ultimi aggiustamenti
da apporre alla sceneggiatura de Il tesoro della Sierra Madre. Il film uscirà
nel 1948, il successo, totale, comprende tre Oscar: uno va anche alla
sceneggiatura. L’uomo che si presenta davanti a Huston è vistosamente elegante,
eccessivamente educato, anonimo. Quando muore, nel 1969, la moglie organizza una
conferenza stampa e sbraita a mezzo mondo: Hal Croves, conosciuto anche come
Traven Torsvan, gestore di un ristorante ad Acapulco e guida di diverse
spedizioni nel Chiapas, che in Germania fu l’anarchico Ret Marut, per la
letteratura era lo scrittore B. Traven. Mistero risolto? Macché. Le affermazioni
della vedova – che sia lei B. Traven? – trafiggono per numero letale di
incongruenze.
Comunque la rivoltiamo, B. Traven ha vinto: ha vissuto appieno i propri
eteronimi, dando a ciascuno un’esistenza autonoma, autentica. “El triunfo de
Traven”, titolava, appunto, nel 2019, Letras Libres, definendo B. Traven “uno
dei più grandi scrittori del XX secolo, il George Orwell tedesco, per la
combinazione, nei suoi libri, di sapienza letteraria e implicazioni morali,
sociali e politiche”. In Italia B. Traven era il diamante di Longanesi: lo
chiamavano, simpaticamente, “Bruno”. Fu ripubblicato, nei primi anni del nuovo
millennio, da Dalai, i grandi editori lo hanno simpaticamente ignorato; sia lode
dunque a WoM Edizioni che meritoriamente, avventurosamente, da qualche anno, va
ripubblicando i grandi libri di B. Traven (Rosa Blanca; La rivolta degli appesi;
Il tesoro della Sierra Madre; La nave morta). Negli Stati Uniti non l’hanno
dimenticato: Farrar, Straus and Giroux ne ha ristampato, qualche anno fa, in una
collana specifica, tutta l’opera, da The Carreta a The Cotton-Pickers. The
Treasure of the Sierra Madre è detto “un modello per l’opera di Roberto Bolaño”.
Nella nota biografica lo definiscono
> “Il più enigmatico scrittore del secolo scorso. La vita dell’autore, dietro
> cui si celano, probabilmente, le elusive identità di Hal Croves, Traven
> Torsvan e Ret Marut, è uno dei misteri letterari più fantomatici di sempre”.
Lui – chiunque sia – ribadiva,
> “Togliete quel dannato ‘misterioso’ dal mio nome. Non c’è nessun mistero.
> Semplicemente, odio i giornalisti strappalacrime, gli scrittori a soggetto, i
> recensori che non sanno nulla del libro di cui parlano”.
Ah, già… i suoi libri… Naturalmente, sono bellissimi.
L'articolo “Non c’è nessun mistero. Semplicemente, odio i giornalisti
strappalacrime”. Entusiastico elogio di B. Traven proviene da Pangea.
Felo de se significa: essere di se stesso fellone. Fellone – dal francese
antico, félon – vuol dire (spulcio la tetragona Treccani) traditore, ribelle,
persona perfida, sleale. Fare fellonia di sé: suicidarsi. Insidiare se stessi
fino a strangolarsi. Il termine latino, incorporato dalla common law inglese,
indicava, appunto, il reato del suicida: a lui, sepoltura maculata di colpa era
inflitta – di notte, privo di sacramentale conforto, di corona di parenti
privato, in un luogo segreto, affinché muschio di preghiera, fungo d’opera pia
non crescessero su quel dannato corpo.
Al suicida, tolto a se stesso, tutto era sottratto.
L’ultima sezione dell’ultimo libro di Alessandro Ceni, I bracciali dello
scudo (Crocetti, 2025), s’intitola “Felo da se”: spiccano alcune bellissime
poesie – Passo all’orso, ad esempio – che contengono, nel nocciolo, nel più
intimo seme, la ragione del titolo dell’antologia. “Felo de se”, nel caso di
Ceni, che dalla lingua inglese è eccezionale traduttore, implica una poetica. Il
poeta è il fellone di se stesso nel senso che deve sterminare il sé, deve farsi
cembalo cavo, tamburo risonante, arma da imbracciare. Arma purissima,
perché l’altro – qualsiasi cosa voglia dire – attraverso il poeta accada. Tutta
qui è la distanza tra il poeta – colui che si fa fuori per far spazio ad altro –
e l’esecutore, che scrive di sé.
Forse è per questo – oltre ai lacci biografici, che sempre ci braccano, ci
rimano tra corde – che a un Libraccio ho preso un libro che s’intitola Felo de
se. Uscito nella mitica collana Feltrinelli ‘Le Comete’ nel 1964, è una
raccolta di racconti del finora a me ignoto Aidan Higgins. La copertina, usata
come trappola per i lettori, spiega di cosa si tratta: “Felo de se: il suicida.
Un libro che rivive la violenza l’acredine la magnificenza
dell’autodistruzione”. Poco sotto: “Una apparizione clamorosa nella letteratura
inglese”. Non so se oggi un editore di primo piano avrebbe il coraggio di uscire
con un libro che in copertina dice del suicida e della magnificenza
dell’autodistruzione – oggi, mi dicono, sarebbe impossibile pubblicare Lolita.
‘Le Comete’ è la collana ‘sperimentale’ di Feltrinelli. Scorro qualche titolo
tra quelli impilati in ultima pagina, vado in orda di miele: Il sole si
spegne di Osamu Dazai; La promessa di Dürrenmatt; Pedro Páramo di Juan
Rulfo; Congetture su Jakob di Uwe Johnson. Tutti autentici capolavori. Si
pubblicavano – per chi ama i reperti archeologici editoriali – Edoardo
Sanguineti (Capriccio italiano) e Alberto Arbasino (La narcisata); da tempo – se
non altro per il titolo – vorrei ripubblicare Scrivo come amo di Andrej
Voznesenskij.
Ad ogni modo – ed è la cosa che più conta –, i racconti – sei, ciascuno con uno
spirito, un ritmo e una lunghezza diversi – sono molto belli. L’autore – ci
arrivo tra un attimo – riesce a conferire la vita ai suoi personaggi, estratti
da una disperazione che, a tratti, conforta. Si tratta, cioè, di una scrittura
sagace, sapida, piena di vitalità, di nero istrionismo, sotto la sovrana di
un’ispirazione pressoché perpetua. Pare Samuel Beckett coniugato a Philip Roth.
Questo, per dire, per dar di morso, è l’attacco de Il campo di Killachter:
“I resti mortali della signorina Emily Norton Kervick vennero affidati alla
tomba in un freddo giorno del marzo 1927. Quel mattino, il terzo del mese, era
stata offerta una messa funebre per la pace della sua anima, ed ella venne
sepolta senza indugi nel cimitero di Griffenwrath.
Il giorno prima il suo corpo era stato deposto sul suo alto letto in una camera
troppo colma dell’odore inebriante dei gigli: era stata la sua camera.
L’arredamento non aveva nulla di straordinario. L’invadente motivo della
tappezzeria, con bambù e generosi virgulti, pareva contrarre le pareti su due
lati, ed entro quell’area, appoggiato su nude assi, bianco e grave, adornato di
fiori, si ergeva il letto di morte. Nonostante la sua panoplia, nonostante il
carattere della sua inequivocabile funzione e la sua occupante, il letto
sembrava muoversi sulle rotelle ad una velocità minima, quasi impercettibile,
come un piccolo naviglio che in una rada difficile si liberi lentamente dagli
ormeggi”.
Questo invece è l’attacco di Lebensraum:
“Fraulein Sevi Klein lasciò la Germania nella primavera del suo trentanovesimo
anno; dopo aver viaggiato sola da Colonia a Ostenda, attraversò la Manica, e da
Folkestone a Londra si trovò in compagnia di sobri cittadini britannici. Sul
treno per Londra prese un posto prenotato che guardava verso la locomotiva, i
piedi sul pavimento della carrozza sistemati come in quei mobili le cui gambe
finiscono in artigli, entrambi con un aspetto minaccioso e ‘accomodati’ secondo
lo stile di siffatte estremità, curvati in basso verso una stretta inesorabile.
Le anche e il dorso facevano la stessa impressione, ma più accentuata,
diventando la testa capovolta di una bestia col muso abbassato come per bere; le
sue palpebre sembravano un peso intollerabile. Le ginocchia erano pudicamente
serrate; aveva mani di notevole bellezza e vestiva in un modo che probabilmente
sarebbe stato più adatto per una donna che avesse avuto dieci anni di meno.
Prese un taxi alla Stazione Victoria, lesse ad alta voce dal suo taccuino il
nome di un albergo di Kensington, e là venne trasportata con il modesto gruppo
di valigie legate al portabagagli. Ciò accadeva nell’estate del 1947”.
Non è difficile capire il moto narrativo. Diversa l’altura cronologica dei testi
e il punto di osservazione – un feretro; una donna. Simile la dinamica, per
accumulo, che ci fa entrare a pieno petto ‘in scena’, e l’uso, nobile, della
similitudine (letto/naviglio; piedi/artigli). In entrambi i casi, la foia
descrittiva prelude all’abulia, ai bolidi dell’oblio, all’intenzione di marcare
l’esatto istante in cui un’anonima esistenza diventa vertigine, maniscalco
dell’abisso.
Nei racconti, la dedizione al dettaglio è necessaria per svelare gli aspetti
oscuri dell’esistere, i fremiti. Su tutto, domina carnalità, implacabile, e una
certa ‘bestialità’. Nel pieno del racconto più lungo – Il ricovero – si fa
l’elogio, a un certo punto, centrale, delle “meravigliose signore del
Settecento”, che con smaliziata sapienza sapevano dirigere il destino di
intellettuali, amanti e lacchè: “Oggi non abbiamo nulla di paragonabile a loro,
neppure remotamente, né per stile né per intelligenza. Le convenienze di questo
nostro maledetto secolo hanno prodotto la donna ‘professionista’”. Per
fortuna, Felo de se è un libro intransigente, cioè, secondo i canoni di un oggi
esangue, scorretto.
Nell’ultimo racconto, Crepuscolo al Capo Piscator, ambientato in Sudafrica, le
ossessioni sessuali del signor Vaschel sono alternate da immagini strazianti: un
pescecane sviscerato, sulla spiaggia; asini tumidi, in estro, che si accoppiano,
ferini, ragliando; donne dalle forme potenti; panorami conradiani (“Vide il
secondo fiume inaridito fino alla foce, e sull’estuario gli ibis che volavano,
scuri e goffi, con i becchi curvi come scimitarre e le ali che battevano
pesantemente l’aria”). La modernità del libro va ascritta, probabilmente, anche
al talento del traduttore, Aldo Tagliaferri, già curatore delle opere di Beckett
e di Joyce, esegeta di Emilio Villa.
All’epoca in cui uscì Felo de se, nel 1960, l’autore, Aidan Higgins, compiva
trentatré anni. Nato a Celbridge, poco distante da Dublino, nel 1927, nei gangli
di una famiglia cattolica, faticò come copywriter, si diede – leggo dalla
noticina Feltrinelli – ai “tipici e disparati mestieri di uno scrittore povero e
d’avanguardia”. Dopo il matrimonio con Jill Damaris Anders, si trasferì in
Sudafrica – i suoi inquieti vagabondaggi lo portarono a Berlino e nell’allora
Rhodesia; quando Felo de se appare in Italia, Aidan risulta “in Spagna con la
moglie e i figli”. Il primo romanzo, Langrishe, Go Down (1966), storia in
costume irlandese ambientata negli anni Trenta, con ménage tra tre sorelle di
alterna verginità e un aitante studente tedesco, gli garantì premi di pregio e
un film. Fu Harold Pinter a trarre dal romanzo la sceneggiatura per la BBC: in
scena, Jeremy Irons interpretava il bel tedesco e Judi Dench una delle sorelle.
Parrebbe il principio di una storia letteraria di successo. Non fu così.
Anarcoide, irascibile, inappetente alle prelibatezze della fama, Aidan Higgins
continuò, con talentuosa ostinazione, a inseguire un’opera soltanto sua. I libri
seguenti – Balcony of Europe, Bornholm Night Ferry e Lions of the Grunwald, ad
esempio –, pur seguiti e assai recensiti, finirono per marginalizzare Higgins
alla stregua di uno scrittore ‘estremista’, perseguitato da un inaccettabile
demone. Fece fatica perfino come editorialista: lo “Spectator” e il “Guardian”
rifiutavano i suoi articoli per lo stile che disprezzava le convenzioni,
involuto, ellittico, eccessivo. La seconda moglie, Alannah Hopkin, censì la
biografia di Aidan Higgins sotto un titolo che dice tutto, A Very Strange Man.
Si erano conosciuti negli anni Ottanta, Alannah e Aidan: lei era decisamente più
giovane di lui; per lei, lui tornò a vivere in Irlanda.
Amato da scrittori e poeti – Derek Mahon, Alice Munro e John Banville su tutti
–, Higgins si disinteressava del cosiddetto ‘pubblico’. Così riassume la
questione Rob Doyle, suo ennesimo sofisticato ammiratore, in un articolo edito
dall’“Irish Times”, Aidan Higgins: a very singular talent: “Una sorta di
aristocratica indifferenza impedì a Higgins permise di capire che il pubblico,
ormai spazientito, desiderava storie lineari. Eppure, Higgins non avrebbe
raggiunto la propria assoluta originalità – una scrittura immersa nella memoria
e nei suoi fraintesi, in una divagante singolarità, spesso indimenticabile – se
fosse stato così convenzionalmente consapevole di se stesso”.
La storia di Aidan Higgins – un autore che con militare onnipotenza decise di
sabotare il proprio successo – apre diverse questioni. Si dovrebbe parlare
dell’autentico significato della parola scrittura, di cosa vuol dire
davvero letteratura, di quale sia la differenza tra il letterato e lo scrittore.
Bisognerebbe dire cosa s’intende per partecipazione del pubblico a un’opera.
Soprattutto, dovremmo dire del carisma avventuriero degli editori, un tempo.
Feltrinelli continuò a insistere su Aidan Higgins. Dopo Felo de se, pubblicò Una
tarda estate (1970) e Lampi d’inverno (1974). Non ripubblicò mai più Aidan
Higgins, lo scrittore che fu il fellone di se stesso.
Finì sfinito, Aidan. Precipitò, all’alba del nuovo millennio, in un buco nero
della mente. Si svuotò di sé, Aidan. Secondo le cronache, morì il 27 dicembre
del 2015, a ottantotto anni. Era già morto molte volte, molto tempo prima, di
molte diverse morti.
L'articolo Aidan Higgins, lo scrittore che uccise se stesso. (O degli editori
quando erano avventurieri) proviene da Pangea.