La questione, in fondo, è tutta lì. Fecondare il sottosuolo.
Svaginarlo. Complicarlo in sangue.
In un’intervista registrata nel 2008, a Malaga. “Amavo la poesia – non ricavavo
abbastanza dalla scrittura. Ero solo, povero, ignorato e la poesia, per quanto
la scrivessi bene, non avrebbe cambiato nulla. Ero irrequieto – ero inquieto –
ero insoddisfatto. Volevo dare una scossa alle cose, non soltanto a quella
minuscola parte di mondo interessata alla poesia. Volevo essere al centro del
mondo”.
Richard Hell nasce a Lexington nel 1949; orfano di padre a sette anni, molla la
scuola per tentare la sorte a New York. S’infila nei bassifondi – è la iena
della controcultura. È il nero bimbo della musica ‘alternativa’ americana. Gli
esperti dicono che sia lui, Richard Hell, ad avere imposto per primo la moda e
il mito del ‘punk’. Insieme ai Voidoids registra album ‘seminali’ come Blank
Generation (1977) e Destiny Street (1982); aveva già fondato i Neon Boys – poi
Television – e gli Heartbreakers. Preferirà, infine, la vita nascosta. In mezzo,
un matrimonio con Patricia ‘Patty’ Smyth, leader degli Scandal, attuale moglie
di John McEnroe.
Tutto, comunque, sempre, ruota intorno alla poesia.
> “I miei modelli erano i poeti francesi del XIX secolo, Lautréamont,
> Baudelaire, Rimbaud, più che i Beat, molto di moda in quegli anni. Amavo i
> francesi perché non erano poeti socialmente impegnati. Non erano
> ideologizzati. Erano semplicemente sovversivi. Certo, Rimbaud simpatizzava con
> gli oppressi, credeva nella libertà totale, si ribellava alle imposizioni
> dell’autorità, ma gli importava l’estasi, l’illuminazione e squarciare il velo
> delle composte convinzioni e creare opere sorprendenti più che essere il
> missionario di una qualche riforma sociale”.
Negli anni, Richard Hell alterna discografia – sempre più rarefatta – a
bibliografia: quest’anno la New York Review Books ha ristampato, in edizione
‘critica’, il suo libro più noto, Godlike (uscito in origine nel 2005). Così la
quarta: “Questo romanzo di delirante originalità e di trascendente bellezza del
leggendario musicista e poeta Richard Hell, traduce la storia d’amore tra Paul
Verlaine e Arthur Rimbaud nell’East Village, nel suo squallido periodo d’oro,
nel pieno degli anni Settanta”. Il libro è passato per un attimo anche in Italia
con il titolo Come Dio, per Coniglio Editore, era il 2007.
Di recente, sulla rivista “Poetry”, è uscito un suo breve saggio, On Despair:
It’s All a Charade, che traduciamo in calce. Il tema, atavico, è interessante
(come si può descrivere lo stato umano troppo umano della disperazione?), lo
svolgimento un poco ovvio (l’universo è pura insensatezza, l’uomo un burattino
che agisca per impulso e per repulsione), fortunatamente derubato da un finale
che ricorda la celebre battuta di Nicole Kidman in Eyes Wide Shut, “Fuck”. Nel
testo, Richard Hell cita, tra le sue poesie-totem, in grado di orientare un
esistenza, A se stesso di Giacomo Leopardi.
Sia lode allora all’oltreoceanico Giacomo, poeta autenticamente punk.
Richard Hell all’epoca dei Voidoids
**
La disperazione è indescrivibilmente straziante: se riesci a descriverla,
significa che non l’hai mai provata per savvero. È patetica, imbarazzante, la
disperazione – e questo aumenta la difficoltà. La condizione subita preclude
ogni azione che non sia meccanica; perfino l’attività mentale, se sei disperato,
è misera, minima, ripetitiva. Uno scrittore può sollevare cautamente soltanto un
lembo dell’abisso, rubarne uno sguardo, per amore dell’arte. (Siamo mai stati
sufficientemente disperati?).
Per me la disperazione è un’infamia, liquido informe dove tutto ciò che potrebbe
essere via o sentiero non porta da alcuna parte, è circolare, come la curvatura
dell’universo; non c’è via d’uscita, è un anello ellittico… (Si dice che
l’ellisse sia la forma dell’universo). La vita è radicalmente circoscritta,
molte cose sono impossibili da conoscere: non difficili – impossibili.
L’esperienza del vivere è pura impotenza e disperazione. Pensate al senso di
colpa dei sopravvissuti nei campi di sterminio: disperazione all’ennesima
potenza. Quel senso di colpa deriva, più che altro, dalla certezza che la
propria sopravvivenza non ha nulla a che fare con la virtù; la predisposizione
al suicidio proviene dall’essere stati esposti per mesi, per anni, all’infinita
crudeltà di gente comune – una ‘comunità’ da cui nessuno è escluso.
Per me, la disperazione deriva dal constatare che tutti i miei presupposti
fondamentali – anche quelli profondi, quelli inconsapevoli – sono illusioni.
Illusioni prive di senso. Questo mi disorienta, mi avvicina al concetto di
abisso: un luogo infinito, non localizzabile, all’interno del quale l’assenza di
orientamento è totale, tanto da minare l’intera esistenza. Ci si rende conto che
non solo non esiste alcun significato, ma che non riusciremo mai a comprendere
neppure il fenomeno più banale. Non sappiamo nulla. Saremo per sempre manipolati
dalle nostre meschine, forzate predilezioni e illusioni – questa abissale stasi
è la più completa forma di comprensione della realtà di cui siamo capaci, la più
profonda profondità conoscibile.
Giacomo Leopardi ha scritto una poesia decisiva su questa condizione, A se
stesso, che comincia così:
> Or poserai per sempre,
> Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
> Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
> In noi di cari inganni,
> Non che la speme, il desiderio è spento.
> Posa per sempre. Assai
> Palpitasti. Non val cosa nessuna
> I moti tuoi, né di sospiri è degna
> La terra. Amaro e noia
> La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
La disperazione è la forma più privata di infelicità. Parlarne, a differenza di
tutte le altre emozioni negative, non la dissipa né la diluisce: annoia e
infastidisce chi ascolta, imbarazza e avvilisce chi ne parla.
Per il cristianesimo, la disperazione è il solo peccato imperdonabile. È lo
speciale carisma dei poeti, il loro stigma, forse perché è un’esperienza tanto
privata e così condannabile. Il famoso neurologo Oliver Sacks ha scritto, in una
lettera inviata il 25 maggio 1969 a Mike Warvarovsky:
> La neurofisiologia dimostra ciò che i poeti e i filosofi hanno sempre saputo:
> che siamo – in senso fondamentale – automi, macchine riflesse che riflettono;
> e che siamo compositi. Poiché siamo passivi e compositi, possiamo essere utili
> a scopi quotidiani, attivi, unificati. Ma non esiste ‘anima’ né ‘volontà’ –
> sono tutte finzioni, universali finzioni, come il Giardino di Eden.
Queste constatazioni non sembrano aver intaccato la consolidata allegria di
Sacks, la sua generosa predisposizione verso il mondo; eppure, sapere di essere
una marionetta mi deprime.
Le nostre ataviche lotte non ci impongono sull’universo: sono dettate
dall’universo – siamo semplicemente l’anello locale di una catena “cosciente”. È
tutta una farsa. L’io è una finzione. E lo sono anche le persone che “amiamo”.
Perfino molti dei nostri vari sistemi mentali, psicologici, fisici sono
sostanzialmente indipendenti uno dall’altro (siamo ‘compositi’), spesso dunque
risultano incoerenti. Dentro di me, infine, non c’è nessuno.
Da giovane mi chiedevo perché fossi più triste degli altri – sembravo sempre
disperato. I miei sentimenti erano principalmente di perdita e di inadeguatezza.
Mio padre è morto quando avevo sette anni: ho sempre respinto il pensiero –
azzardato di tanto in tanto da mia sorella, da mia madre o da un amico di
passaggio – che la sua morte abbia avuto un effetto dannoso su di me. Mi dava
fastidio l’idea di essere soggetto a ogni tipo di alterazione esterna. Ho capito
con il tempo che il temperamento è in gran parte biologico, appreso
involontariamente: ‘riflesso’ come dice Sacks.
Siamo burattini, la natura ci è indifferente.
Di recente, ho avuto un momento di autentica disperazione. È stato innescato da
una serie di eventi ordinari, accaduti nel giro di pochi giorni. Ero al buio,
nel cuore della notte, mi dimenavo, cercavo di uscire da questo buco, da questa
fossa, contorcendomi intorno alla mia ragazza. Ricordo: volevo urlare. Non so
quanto tempo sia durato questo contorcimento interiore. Poi mi è venuto in mente
che io e la mia ragazza potevamo fare sesso. Era calda, profumava di buono,
voleva essere toccata. Il sesso risolve tutto, ho pensato, stupefatto da questa
candida banalità. Abbiamo “fatto” “l’amore”. Tutti i miei problemi sono
scoparsi. Quanto è deprimente ammetterlo.
Richard Hell
*
Sono io il test
umano, lo strano essere
per cui tutti sono reclusi
in un autobus da cinque giorni.
Fisso una porzione del loro corpo
alla volta, per mutare emozioni:
labbra-malinconia, occhi-innocenza…
Oh, mio Dio, ho 14 anni!
Che ci faccio in questo corpo?
*
Le bestie latrano
perché è buio. Una è alla
mia finestra, al quarto piano. Entra
vecchia fiamma, sei la mia tipa. Avvinghiami
i fianchi. Senza guardarmi
riconosco la chiazza marrone
sulla guancia da quella bianca
i peli dell’aria, nel nero caldo
come l’erba, su quelle strade
in vinile, anni fa. Siediti
spalanca quella mole di carne
sul pavimento. Mi alzo, chiudo
la finestra, fisso l’aperto e non voglio
voltarmi più. Poi è lei a radunare me
con me stesso, un chiodo che non
ha più valore alla festa.
*
Era il giorno del mio compleanno
compivo 21 anni, abbiamo
preso un acido e la mia ragazza
ha detto: Non compirai mai più
21 anni – la mente è diventata
un’eclisse – ho pianto.
Non voglio che il 2001
finisca. Non voglio
che finisca l’Uno
non voglio che lo Zero
interrompa il suo essere.
Non voglio azzannare il passato
ma avere tutto, ora. Credo che sia
per questo che hanno inventato Cristo
e l’hanno messo sette giorni prima
di Capodanno, così tutti si fanno
i regali. Vorrei
profetizzare la fine dei tempi
la venuta di gambe supreme e dorate
di aurore sulle cime dei colli ma questo
non accadrà mai perché forse
è già successo. Non vi basta
bastare a voi stessi?
I poeti sono folli e non me ne fotte più niente.
La vita è bella solo se è scritta bene.
*
Saggio sull’amore
Da tempo ho disintegrato la consueta immagine di me
davanti ai tuoi occhi in atti creativi che rasentano
l’autodistruzione per riorganizzare le mie ambizioni
[o la loro apparente sostanza] come strati di vetro
oltre ogni regale possibilità di giustificare le mie doti
fino ad arrivare qui: esistenza provvisoria e del tutto
incardinata alla tua – a volte mi terrorizza il pensiero
che tutto ciò che so di me non sia altro che amore e odio per te.
*
Dilemma
Se questo è ciò che voglio non
sarebbe comunque ciò che vorrei.
*
Anni
Carta profumata avvolge i sassi
si rompe come una cascata nella
penombra di un’isola. Sembra
scrivere a mano. Mano che si allunga
fino a farsi traslucida, transatlantica.
E mi raggiunge lungo gli anni
come quando, da solo, stringevo una mano
che immaginavo tua. Mi hai reso questa
specie di mostruoso poeta con una
astuzia tale che
mi piacerebbe farti il culo.
L'articolo “La vita è tutta una farsa, l’io è una finzione”. Un testo di Richard
Hell, il re del punk proviene da Pangea.