> «Negli anni Ottanta del Cinquecento a Stratford, in Henley Street, abitava una
> coppia con tre figli: Susanna e i gemelli Hamnet e Judith. Il maschio, Hamnet,
> morì nel 1596 a undici anni. Più o meno quattro anni dopo il padre scrisse una
> tragedia intitolata Hamlet»[1].
È con questa nota storica che nel romanzo Hamnet. Nel nome del figlio (2020)
l’autrice Maggie O’Farrell accoglie il lettore sulla soglia di una vita come
tante altre, una tragicommedia come se ne vivono ogni giorno, di quelle che
squarciano il petto ora con lacrime ora con risate, talvolta confuse nello
stesso, catartico, momento. Se non fosse che questa vita, questa storia, è
divenuta immortale.
È la storia di Will e Agnes e del loro piccolo Hamnet, passati alla Storia come
William Shakespeare, Anne Hathaway e quel figlio il cui nome, forse, ispirò
l’Amleto; una storia che in fondo è la storia di una famiglia, di due infanzie
dolorose che si incontrano, di un amore e di un’ambizione che andava oltre una
vita nascosta, di sacrificio e rabbia, di lutto e rinascita. Di vita e
morte, essere e non essere.
E questa storia, dalle pagine del pluripremiato romanzo della scrittrice
nordirlandese, è approdata in un primo momento a teatro, e non poteva essere
altrimenti: l’adattamento ha debuttato nel 2023 nella sua Stratford-upon-Avon, e
proprio sul palco del rinnovato Swan Theatre della Royal Shakespeare Company,
per poi trasferirsi a Londra nello stesso anno. L’opera era però già destinata a
infrangere non solo la quarta parete, ma addirittura le mura dei teatri stessi,
raggiungendo una platea potenzialmente infinita: ancor prima della pubblicazione
del romanzo, la produttrice Liza Marshall aveva acquisito i diritti
cinematografici, e nel 2025 Hamnet, tra i cui produttori figura anche Steven
Spielberg, ha bucato il grande schermo, arrivando nelle sale italiane lo scorso
febbraio e aggiudicandosi ben 8 candidature all’Oscar (tra cui miglior film,
miglior regia e miglior sceneggiatura non originale). La statuetta è andata
all’attrice protagonista Jessie Buckley, per la sua ferina Agnes/Anne Hathaway:
già candidata all’Oscar alla miglior attrice non protagonista per La figlia
oscura (2021), ha regalato alcune memorabili interpretazioni sia sulla scena
teatrale (aggiudicandosi nello stesso anno l’Olivier Award con il ruolo di Sally
nel revival del musical Cabaret) sia sul piccolo schermo (nel 2018 è un’intensa
Marian nella miniserie BBC The Woman in White, tratta dal capolavoro di Wilkie
Collins).
Non era la prima volta che in un film la misteriosa vita del Bardo si
intrecciava alla sua arte rievocando l’espediente narrativo a lui tanto caro
della “play within the play”, il teatro nel teatro, e conquistando il favore di
pubblico e critica. Shakespeare in love (1998) aveva infatti raccontato la
nascita di Romeo e Giulietta in un continuo scambio di ruoli tra finzione e
realtà, leggendovi in trasparenza un’immaginaria storia d’amore tra Shakespeare
e la nobildonna e aspirante attrice Viola (Joseph Fiennes e Gwyneth Paltrow).
Questo intreccio di arte e vita ritorna in Hamnet, con la sua sceneggiatura dal
passo lento e silente, composta a quattro mani dall’autrice del romanzo e dalla
regista Chloé Zhao (Premio Oscar per il miglior film e per il miglior regista
nel 2021 con Nomadland); una partitura dove «tutto il resto è silenzio», dove
le pause parlano un linguaggio altrettanto pregno di significato, ben accordato
con l’intima colonna sonora di Max Richter (anch’essa candidata all’Oscar), che
cede il passo a suoni e rumori di una quotidiana vita di campagna del XVI
secolo, scandita dai ritmi della natura e di un’umanità che ancora armonizzava
il proprio tempo al suo. E così Agnes: si sussurra essere figlia di una strega
arrivata un giorno dal bosco e al bosco torna sempre, come a un immenso grembo
pulsante di vita, intonando come una litania una formula nata per ricordare le
proprietà delle erbe, quasi fosse un incantesimo, o una preghiera. È qui che
partorirà la prima figlia, nello stesso luogo dove un tempo aveva chiesto al
futuro sposo William (Paul Mescal, Il gladiatore II), così impacciato nel
trovare le parole che sulla bocca degli altri suonavano così naturali, di
raccontarle una storia, e lui aveva scelto quella di Orfeo ed Euridice. Una
storia che si sarebbe rivelata profetica.
Sarà infatti il suo canto, la sua poesia, a strappare agli inferi Agnes,
dilaniata dall’indicibile dolore per la morte del figlio, che aveva affrontato
sola, senza il marito accanto; e a strappare sé stesso all’abisso del non
essere, una notte in cui era sospeso sopra l’abisso del Tamigi. Sarà
la finzione, il teatro, a riportare in vita, per il tempo di una messa in scena
e per sempre, Hamnet-Hamlet, quel figlio a cui Will non aveva potuto rendere
l’estremo saluto. Lo farà componendo l’immensa tragedia e prendendo il suo posto
nella morte, quando sceglierà di interpretare il ruolo del fantasma del re e
padre di Amleto.
Non diversamente dai giochi che facevano in famiglia, quando il piccolo Hamnet e
la sua gemella si scambiavano i vestiti e interpretavano l’uno il ruolo
dell’altra, per «gabbare» i genitori. Un gioco che si fece sacrificio, quando la
morte venne per Judith e Hamnet, percependo il suo passaggio grazie alla
particolare sensibilità ereditata dalla madre, decise di gabbare anche la nera
signora, scambiandosi di posto con la sorella e morendo di peste in sua vece.
Ma, grazie a quel padre fisicamente lontano e al suo dono di trascendere con la
propria poesia confini ed epoche, e forse addirittura il velo tra vita e morte,
gli sarà concesso il tempo di rivivere sulla scena come Amleto e di esaudire il
proprio sogno di bambino, interpretare il ruolo di un prode cavaliere e vincere
un epico duello, prima dell’inesorabile morte inflitta dal veleno. Una morte che
però questa volta non è avvolta dal sudario della solitudine, ma è salutata da
entrambi i genitori, lui dietro le quinte e lei sotto il palco, e da ogni
singola persona che ha assistito allo spettacolo, quel giorno e nel corso dei
secoli.
Una catarsi e una comunione che continua a perpetuarsi ogni volta che questa
storia va in scena, o che emerge dalle pagine di un libro, tangibile come
l’apparizione del fantasma del re; o ancora quando la “marcia” Elsinor si
trasforma nelle terre del branco illuminate dal sole di un’Africa disneyana (Il
re leone, 1994), e in ogni adattamento o rivisitazione che Amleto anima o
ispira, per tornare a scegliere l’essere sul non essere e a «vivere con il cuore
aperto».
Stratford, nella dimora di Shakespeare
E non importa se la storia di Amleto, o quella di suo “padre” è sempre
diversa: ciò che resta, in quel silenzio che va oltre la trama della finzione o
della realtà, sono i dolmen dell’umanità: amore e morte, lutto e
rinascita. Questa non è la storia di uno dei più grandi poeti di tutti i tempi o
di un principe tragicamente in bilico tra essere e non essere, e non è un caso
che nel film vengano usati solo i nomi di battesimo, spesso nelle varianti meno
note, come nel caso di Agnes. Questa è la storia dell’umanità e di chiunque,
piccolo o grande che sia secondo i nostri canoni, l’abbia abitata.
Ed è forse questo ciò che pellegrini e curiosi hanno cercato attraverso i secoli
visitando Stratford e la casa natale del Bardo: la scintilla dell’ispirazione
nella quotidianità domestica, lo spirito della creazione nella normalità quieta
di un semplice cottage dalle travi a vista. Affacciandosi a una sua finestra,
non è raro scorgere nel giardino, tra le siepi e la lavanda, un cerchio magico
di persone raccolte attorno ad artisti ambulanti, che insieme fanno rivivere nel
rito dell’oralità le opere shakespeariane proprio nel luogo dove forse ne fu
piantato il seme.
Sulla semplice porta in legno svetta lo stemma della famiglia Shakespeare, una
lancia su banda nera in campo oro. Una lancia che però, per suggestione
dell’eredità del poeta, ricorda una penna, quella penna che ha reso immortali
William, Agnes e Hamnet. Forse ora la morte, se si trovasse a visitare quella
soglia, di fronte a un tale marchio passerebbe oltre.
Chiara Bianchi
*Si pubblica per gentile concessione, in anteprima, l’articolo di Chiara Bianchi
che figurerà nel prossimo numero di “Studi Cattolici”
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[1] M. O’ Farrell, Hamnet. Nel nome del figlio, trad. it. di S. De Franco, Ugo
Guanda Editore, Milano 2021.
L'articolo “Amleto” è la storia dell’umanità. Su “Hamnet”, o dell’ispirazione
domestica proviene da Pangea.