> «Negli anni Ottanta del Cinquecento a Stratford, in Henley Street, abitava una
> coppia con tre figli: Susanna e i gemelli Hamnet e Judith. Il maschio, Hamnet,
> morì nel 1596 a undici anni. Più o meno quattro anni dopo il padre scrisse una
> tragedia intitolata Hamlet»[1].
È con questa nota storica che nel romanzo Hamnet. Nel nome del figlio (2020)
l’autrice Maggie O’Farrell accoglie il lettore sulla soglia di una vita come
tante altre, una tragicommedia come se ne vivono ogni giorno, di quelle che
squarciano il petto ora con lacrime ora con risate, talvolta confuse nello
stesso, catartico, momento. Se non fosse che questa vita, questa storia, è
divenuta immortale.
È la storia di Will e Agnes e del loro piccolo Hamnet, passati alla Storia come
William Shakespeare, Anne Hathaway e quel figlio il cui nome, forse, ispirò
l’Amleto; una storia che in fondo è la storia di una famiglia, di due infanzie
dolorose che si incontrano, di un amore e di un’ambizione che andava oltre una
vita nascosta, di sacrificio e rabbia, di lutto e rinascita. Di vita e
morte, essere e non essere.
E questa storia, dalle pagine del pluripremiato romanzo della scrittrice
nordirlandese, è approdata in un primo momento a teatro, e non poteva essere
altrimenti: l’adattamento ha debuttato nel 2023 nella sua Stratford-upon-Avon, e
proprio sul palco del rinnovato Swan Theatre della Royal Shakespeare Company,
per poi trasferirsi a Londra nello stesso anno. L’opera era però già destinata a
infrangere non solo la quarta parete, ma addirittura le mura dei teatri stessi,
raggiungendo una platea potenzialmente infinita: ancor prima della pubblicazione
del romanzo, la produttrice Liza Marshall aveva acquisito i diritti
cinematografici, e nel 2025 Hamnet, tra i cui produttori figura anche Steven
Spielberg, ha bucato il grande schermo, arrivando nelle sale italiane lo scorso
febbraio e aggiudicandosi ben 8 candidature all’Oscar (tra cui miglior film,
miglior regia e miglior sceneggiatura non originale). La statuetta è andata
all’attrice protagonista Jessie Buckley, per la sua ferina Agnes/Anne Hathaway:
già candidata all’Oscar alla miglior attrice non protagonista per La figlia
oscura (2021), ha regalato alcune memorabili interpretazioni sia sulla scena
teatrale (aggiudicandosi nello stesso anno l’Olivier Award con il ruolo di Sally
nel revival del musical Cabaret) sia sul piccolo schermo (nel 2018 è un’intensa
Marian nella miniserie BBC The Woman in White, tratta dal capolavoro di Wilkie
Collins).
Non era la prima volta che in un film la misteriosa vita del Bardo si
intrecciava alla sua arte rievocando l’espediente narrativo a lui tanto caro
della “play within the play”, il teatro nel teatro, e conquistando il favore di
pubblico e critica. Shakespeare in love (1998) aveva infatti raccontato la
nascita di Romeo e Giulietta in un continuo scambio di ruoli tra finzione e
realtà, leggendovi in trasparenza un’immaginaria storia d’amore tra Shakespeare
e la nobildonna e aspirante attrice Viola (Joseph Fiennes e Gwyneth Paltrow).
Questo intreccio di arte e vita ritorna in Hamnet, con la sua sceneggiatura dal
passo lento e silente, composta a quattro mani dall’autrice del romanzo e dalla
regista Chloé Zhao (Premio Oscar per il miglior film e per il miglior regista
nel 2021 con Nomadland); una partitura dove «tutto il resto è silenzio», dove
le pause parlano un linguaggio altrettanto pregno di significato, ben accordato
con l’intima colonna sonora di Max Richter (anch’essa candidata all’Oscar), che
cede il passo a suoni e rumori di una quotidiana vita di campagna del XVI
secolo, scandita dai ritmi della natura e di un’umanità che ancora armonizzava
il proprio tempo al suo. E così Agnes: si sussurra essere figlia di una strega
arrivata un giorno dal bosco e al bosco torna sempre, come a un immenso grembo
pulsante di vita, intonando come una litania una formula nata per ricordare le
proprietà delle erbe, quasi fosse un incantesimo, o una preghiera. È qui che
partorirà la prima figlia, nello stesso luogo dove un tempo aveva chiesto al
futuro sposo William (Paul Mescal, Il gladiatore II), così impacciato nel
trovare le parole che sulla bocca degli altri suonavano così naturali, di
raccontarle una storia, e lui aveva scelto quella di Orfeo ed Euridice. Una
storia che si sarebbe rivelata profetica.
Sarà infatti il suo canto, la sua poesia, a strappare agli inferi Agnes,
dilaniata dall’indicibile dolore per la morte del figlio, che aveva affrontato
sola, senza il marito accanto; e a strappare sé stesso all’abisso del non
essere, una notte in cui era sospeso sopra l’abisso del Tamigi. Sarà
la finzione, il teatro, a riportare in vita, per il tempo di una messa in scena
e per sempre, Hamnet-Hamlet, quel figlio a cui Will non aveva potuto rendere
l’estremo saluto. Lo farà componendo l’immensa tragedia e prendendo il suo posto
nella morte, quando sceglierà di interpretare il ruolo del fantasma del re e
padre di Amleto.
Non diversamente dai giochi che facevano in famiglia, quando il piccolo Hamnet e
la sua gemella si scambiavano i vestiti e interpretavano l’uno il ruolo
dell’altra, per «gabbare» i genitori. Un gioco che si fece sacrificio, quando la
morte venne per Judith e Hamnet, percependo il suo passaggio grazie alla
particolare sensibilità ereditata dalla madre, decise di gabbare anche la nera
signora, scambiandosi di posto con la sorella e morendo di peste in sua vece.
Ma, grazie a quel padre fisicamente lontano e al suo dono di trascendere con la
propria poesia confini ed epoche, e forse addirittura il velo tra vita e morte,
gli sarà concesso il tempo di rivivere sulla scena come Amleto e di esaudire il
proprio sogno di bambino, interpretare il ruolo di un prode cavaliere e vincere
un epico duello, prima dell’inesorabile morte inflitta dal veleno. Una morte che
però questa volta non è avvolta dal sudario della solitudine, ma è salutata da
entrambi i genitori, lui dietro le quinte e lei sotto il palco, e da ogni
singola persona che ha assistito allo spettacolo, quel giorno e nel corso dei
secoli.
Una catarsi e una comunione che continua a perpetuarsi ogni volta che questa
storia va in scena, o che emerge dalle pagine di un libro, tangibile come
l’apparizione del fantasma del re; o ancora quando la “marcia” Elsinor si
trasforma nelle terre del branco illuminate dal sole di un’Africa disneyana (Il
re leone, 1994), e in ogni adattamento o rivisitazione che Amleto anima o
ispira, per tornare a scegliere l’essere sul non essere e a «vivere con il cuore
aperto».
Stratford, nella dimora di Shakespeare
E non importa se la storia di Amleto, o quella di suo “padre” è sempre
diversa: ciò che resta, in quel silenzio che va oltre la trama della finzione o
della realtà, sono i dolmen dell’umanità: amore e morte, lutto e
rinascita. Questa non è la storia di uno dei più grandi poeti di tutti i tempi o
di un principe tragicamente in bilico tra essere e non essere, e non è un caso
che nel film vengano usati solo i nomi di battesimo, spesso nelle varianti meno
note, come nel caso di Agnes. Questa è la storia dell’umanità e di chiunque,
piccolo o grande che sia secondo i nostri canoni, l’abbia abitata.
Ed è forse questo ciò che pellegrini e curiosi hanno cercato attraverso i secoli
visitando Stratford e la casa natale del Bardo: la scintilla dell’ispirazione
nella quotidianità domestica, lo spirito della creazione nella normalità quieta
di un semplice cottage dalle travi a vista. Affacciandosi a una sua finestra,
non è raro scorgere nel giardino, tra le siepi e la lavanda, un cerchio magico
di persone raccolte attorno ad artisti ambulanti, che insieme fanno rivivere nel
rito dell’oralità le opere shakespeariane proprio nel luogo dove forse ne fu
piantato il seme.
Sulla semplice porta in legno svetta lo stemma della famiglia Shakespeare, una
lancia su banda nera in campo oro. Una lancia che però, per suggestione
dell’eredità del poeta, ricorda una penna, quella penna che ha reso immortali
William, Agnes e Hamnet. Forse ora la morte, se si trovasse a visitare quella
soglia, di fronte a un tale marchio passerebbe oltre.
Chiara Bianchi
*Si pubblica per gentile concessione, in anteprima, l’articolo di Chiara Bianchi
che figurerà nel prossimo numero di “Studi Cattolici”
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[1] M. O’ Farrell, Hamnet. Nel nome del figlio, trad. it. di S. De Franco, Ugo
Guanda Editore, Milano 2021.
L'articolo “Amleto” è la storia dell’umanità. Su “Hamnet”, o dell’ispirazione
domestica proviene da Pangea.
Tag - William Shakespeare
Ognuno di noi serba nell’animo il ricordo di una lettura folgorante, un libro
che ha segnato tutta una vita, confermato il presagio di una vocazione e
illuminato la possibile traiettoria di un’esistenza. Un libro totem, un libro
talismano – fatto per essere conservato come un amuleto o da indossare come
un’armatura contro gli agguati del tempo, un orizzonte di privata salvezza in
fondo alle nostre piccole e grandi apocalissi.
La mia copia dei Sonetti di Shakespeare, nella versione in prosa di Lucifero
Darchini, risale ormai a più di venti anni fa. L’avevo comprata, se la memoria
non m’inganna, durante le vacanze estive tra il secondo e il terzo anno di
liceo. Mi aveva sedotto la copertina color blu cobalto con al centro un piccolo
ritratto del poeta inglese, la famosa incisione di Martin Droeshout. Una
copertina senza orpelli, piuttosto minimalista. Tante volte mi sono interrogato,
nel corso degli anni, sulle ragioni che fanno dei Sonetti un’opera per me
totalmente invulnerabile all’usura del tempo, del dolore e degli affetti. Ora, a
distanza di due decenni, quel blu si è schiarito, le pagine si sono
irrimediabilmente ingiallite. Resiste quell’odore inconfondibile e familiare dei
libri che abbiamo portato in giro per il mondo, pieni di note e piccole
illuminazioni scritte alla luce fievole di un abat-jour. Persiste anche,
inalterabile, quella voglia di serrare il libro al petto, come si fa con le
persone più care. Forse, è questa la migliore risposta alle mie domande.
*
Sugli interlocutori dei sonetti, sulla datazione, così come sulle misteriose
vicende della pubblicazione, sono stati scritti e si continuano a scrivere fiumi
d’inchiostro. Poco importa, in fondo, dare un nome e un cognome al “fair youth”,
alla “dark lady” e al “rival poet”. Qualcuno ha scritto che in questi versi
Shakespeare ha messo a nudo il suo cuore. Che in quei 14 pentametri giambici
disposti in tre quartine in rima alternata più un distico finale in rima
baciata, il poeta abbia voluto drammatizzare le tensioni più intime del suo
poetico sentire. Per me, i Sonetti coincidono da sempre con la meridiana che
segna il mezzogiorno della Poesia.
*
Cerco di indagare le ragioni del senso di meraviglia che i 154 sonetti
sprigionano. Da cosa deriva il loro fascino irresistibile? Con quale lingua mi
parlano, accarezzando il dolce mistero della poesia, aggirando le mie
arrendevoli difese?
Forse – mi dico – il motivo è nell’intreccio tra la sfera del privato e
dell’eterno, inscritta cioè nell’orizzonte delle umane passioni. O forse la
ragione si trova nell’unione tra l’universale e il particolare – cioè
l’irripetibile, o nella commistione miracolosa e al tempo stesso naturale tra il
solenne e il sublime ordinario. Qualsiasi cosa sia, so che ad incantarmi è la
drammatizzazione del discorso lirico, in cui sempre il dettato oscilla tra la
prima, la seconda e la terza persona singolari. È già qualcosa, ma non basta
ancora. Provo a mettere a fuoco, quanto basta per vedere più da vicino il
mistero, ma senza correre il rischio di svelarlo. I Sonetti – una bussola con
l’ago magnetico rivolto verso il Nord della poesia. Il che vuol dire nutrire in
sé la perenne convinzione che quel libro attraverserà tempeste e schiarite della
giovinezza, l’ingannevole saggezza della maturità, le vaste distanze marine e
aeree, le possenti montagne dove mulina la neve, nel regno delle nubi.
*
I Sonetti compaiono per la prima volta nel 1609, mentre a Londra infuria la
peste. Quasi tre secoli e mezzo dopo, un altro tipo di piaga affligge l’Europa e
il mondo intero – la Seconda Guerra Mondiale. In una Roma che inizia a patire i
primi bombardamenti, esce a cavallo tra il 1943 e il ’44, a firma di Giuseppe
Ungaretti, la traduzione di 22 sonetti in 498 esemplari di lusso. S’era già
cimentato, il sommo poeta italiano, nella traduzione di diversi poeti – diversi
per indole, lingua e cultura – come Gongora, Esenin, Saint-John Perse, Blake e
Paulhan. Ma è proprio il corpo a corpo con il poeta inglese, durato quasi
quindici lunghi anni, a rivestire un’importanza decisiva nella vita e nell’opera
ungarettiana. Ce lo dice il poeta stesso nella breve e fulminante nota
introduttiva alla sua traduzione. Ungaretti inizia ad accostarsi ai versi di
Shakespeare nel 1931. Lo assale, in quegli anni, un’esigenza profonda di
rinnovamento formale, che s’accompagna a un inaridimento dell’ispirazione.
Ungaretti sognava una poesia
> “dove la segretezza dell’animo, non tradita né falsata negli impulsi, si
> conciliasse a un’estrema sapienza del discorso”.
Desiderava quindi, il sommo poeta italiano, pervenire a un miracoloso equilibrio
grazie a una lingua alleata ad un tempo con l’arcano e il popolare. Accogliere
la rotonda inquietudine del Petrarca e l’angolosa asprezza dei versi
michelangioleschi. Rinvenire, scegliendo le parole, quelle in grado di
sollecitare lo spirito e i suoi moti, al di là delle leggi della prosodia. Di
nuova linfa aveva bisogno Ungaretti, per volgersi di nuovo con sguardo fiducioso
verso la poesia. Un vento proveniente da altro quadrante doveva gonfiare le sue
vele, tirando fuori l’ispirazione dalla secca in cui era finita. Cosa spinge
allora Ungaretti verso il canzoniere di Shakespeare? Perché la scelta, da poeta
a poeta, cade proprio sul bardo inglese?
*
La lunga gestazione della traduzione dei Sonetti è da collocare in un decennio
decisivo per Ungaretti. La morte della madre, una crisi mistica che sfocia nella
conversione religiosa, la pubblicazione nel 1933 della raccolta Sentimento del
tempo, la scomparsa durissima del figlio di appena nove anni nel 1939, portano
il poeta a confrontarsi direttamente con il senso della finitudine umana e del
dolore gratuito. E proprio l’intensa meditazione sulla morte e su come opporvisi
costituisce uno degli accenti più vibranti dei versi di Shakespeare. Solo la
poesia – giusta essenziale e retta –, per dirla con Elitis, può valere come
argine contro la morte. Solo quel miracolo nato in mezzo all’Egeo, più di due
millenni fa, è in grado di sgambettare la furiosa corsa del tempo verso l’oblio
eterno. Poco importa se il tema è un topos letterario inaugurato da Orazio.
Nei Sonetti, non avverti la maniera, l’esercizio freddo in ossequio al canone.
L’io lirico riesce, sempre e comunque, a soffiar vita dentro i versi. Lo stesso
si dica per l’amore. Cantato in tutte le sue gradazioni, dall’ammirazione alla
procreazione, dalla gelosia alla sete di immortalità, l’amore evocato da
Shakespeare è un amore nel quale senti il grido trasferirsi dal privato
all’universale, “pieno d’echi di popolo, urlo”. Ecco “il diretto, il segreto
contatto” che Ungaretti sentiva verso il poeta inglese, ancor prima di mettersi
a tradurre i Sonetti. Nel sovrapporsi di figure diverse, nel colloquio
incessante e drammatico tra intime e condivise passioni, noi siamo, rispetto
ai Sonetti,spettatori ammirati, e Ungaretti insieme a noi. Uomo di teatro e per
il teatro, Shakespeare riesce a proiettare anche tra quelle rime il palcoscenico
dove si esibiscono le vaste esperienze umane. E tuttavia, anche nelle
composizioni che si aprono al tepore di una primavera d’ispirazione, financo
nello sbocciare armonioso e meridiano delle immagini e dei temi, senti la
vibrazione tellurica di un mistero che è il nucleo stesso della grande poesia.
Scrive Ungaretti nella nota introduttiva, e la citazione è di quelle che non
lasciano spazio a repliche:
> “Non esisterà mai poesia che non rechi in sé, traendone vita, un segreto
> inviolabile”.
Pare quasi di sentirlo parlare in una delle sue interviste, Ungà, con quel tono
di voce cantilenante e magnetico – ogni frase cade come un meteorite di
amorevole saggezza. Lo sguardo dolce, che lascia intuire tutto il dolore
vissuto, ma trasfigurato ormai in qualcos’altro – una vaga serena docile
consapevolezza. Quell’aria un po’esotica che sa di adolescenza e pleniluni
africani, quel suo abitare la poesia con la giustezza di una vita interamente
dedicata, senza compromessi, ai versi. Poesia come vocazione, poesia come
destino. Che viaggi allora nel tempo, Ungaretti, con la speranza
dell’immortalità, insieme alla sua traduzione del sonetto 55 di William
Shakespeare:
“Non il marmo, né gli aurei monumenti
Di principi, potranno alla potenza delle mie rime sopravvivere;
Ed in esse voi contenuto, splenderete più splendido
Che non nella negletta pietra, dal sozzo tempo deturpata.
Quando la guerra che devasta rovescerà le statue
E le fazioni scalzeranno il lavoro di muratura,
Non la sua spada Marte offenderà, né incendio di battaglie
I vivi archivi del ricordo vostro.
Contro ogni morte e ogni obliosa nimicizia
Non si arresterà il vostro passo, ed avrà stanza il vostro elogio
In tutti gli occhi di quante generazioni postere
Avranno questo mondo da esaurire per l’ultimo giudizio.
Così sino allo squillo che vi farà risorgere,
Quaggiù vivrete e abiterete in sguardi innamorati”.
Lorenzo Giacinto
*In copertina: Giuseppe Ungaretti. © Archivio Fotografico Paolo Di Paolo
L'articolo “Un segreto inviolabile”. I “Sonetti” di Shakespeare nella traduzione
di Giuseppe Ungaretti proviene da Pangea.
Non è un caso che gli ultimi due testi del canzoniere scespiriano, i sonetti
gemelli 153 e 154, siano dedicati a Cupido, variando un motivo tratto da un
epigramma di un poeta bizantino incluso nell’Antologia greca. “L’epigramma narra
di come Cupido si fosse addormentato e di come le ninfe avessero deciso di
spegnere in una pozza d’acqua la sua torcia infuocata (la più antica “arma” di
Cupido, con cui egli accende d’amore i cuori degli uomini, prima che gli
venissero attribuiti arco e frecce), ottenendo però il risultato di infuocare
per sempre quelle acque” (Camilla Caporicci). “La ninfa di Diana approfittò /
tuffando la sua torcia infiammacuori/ in una fredda fonte nella valle,/ così dal
sacro fuoco l’acqua attinse/ un eterno calore inesauribile,/ che fu bagno
bollente e che si dice/ sia la sovrana cura a malattie” (153).
Nel mito, dunque, uno spirito femminile è inviato dalla dea Diana a cercare un
rimedio alle fiamme accese dal dio scugnizzo e tenta di trasformare il fuoco che
brucia in acqua che plachi: “e così il Generale di passioni/ fu disarmato in
sonno da una donna./ Spense la torcia in una fredda fonte/ che divenne calore
con quel fuoco,/ bagno termale e cura per malati” (154). Questo racconta il
mito, ci dice Will, ma aggiunge che si tratta di un falso, di un estremo
inganno, che lui ha esperito sulla propria pelle: “Dolente, cercai aiuto in
quella fonte/ ma, triste, non ne ebbi cura alcuna”: a quel punto del canzoniere
l’unica cura sono, come da tradizione cortese e petrarchista, “gli occhi della
donna” (153).
Pubblicati nel 1609 molto probabilmente senza il consenso dell’autore,
i Sonetti di William Shakespeare hanno come si sa due dedicatari: un giovane di
grande bellezza, il fair youth, e una misteriosa (o)scura donna, la dark
lady. Il corpus principale del canzoniere ci offre la celebrazione della
giovinezza, poi il doloroso scarto tra bellezza e virtù, e da qui i tormenti del
cuore, la gelosia per altre/i amanti del giovane narcisista, quindi la
disperazione per l’impietoso avanzare dell’orologio e l’appressarsi della morte,
ma anche la sfida tra Will e la propria Musa e la più mondana rivalità con gli
scrittori suoi contemporanei. Lo scacco esistenziale è però compensato
dall’assoluta certezza di aver consegnato l’amato fair youthall’eternità, grazie
all’arte poetica.
Quando poi dal sonetto 127 fa la sua entrata in scena la dark lady, c’è un
deciso definitivo cambio di registro: le atmosfere si intorbidano, la lingua
s’infiamma, il lirismo estatico del corpus principale viene sommerso da una
materia infuocata, pietra lavica composta di lussuria, sfide, minacce,
maledizioni. Se poi l’innamoramento omosessuale per il fair youth era di natura
ideale, l’amore di carne e seme per la donna pare richiedere a Will una prova di
forza tale che le sue forze vitali ne risultano vinte, conquistate: “Ma se m’hai
quasi ucciso, tuttavia, / finiscimi di sguardi e così sia” (139).
Arresosi alla sua padrona e tiranna, conclude il magnifico canzoniere con una
dolente consapevolezza, che è anche un supremo inno all’amore: tra Cupido e
Diana non c’è partita, il vincitore è il bimbo capriccioso per le cui ferite non
c’è fonte d’acqua né bagno termale, né mai potrà esistere cura alcuna. E,
citando il Cantico dei Cantici, si congeda così: “Ma io, schiavo di lei, ci
andai e vi dico:/ fuoco d’amore all’acqua dà calore,/ invece l’acqua non
raffredda amore” (154). (Massimiliano Palmese)
**
129
È uno spreco di linfa, è una vergogna
quando in corpo s’accende la lussuria.
È spergiura e colpevole, è sanguigna,
è selvaggia e bugiarda quando infuria.
Non appena appagata è disprezzata.
È rincorsa in maniera animalesca
poi pazzamente odiata, come l’esca
che rende pazzo chi l’abbia ingoiata.
Pazzo sia nel possesso che al bisogno.
Prima, durante e dopo è sempre estrema:
buona la prima volta, poi gran pena.
Promette gioia, sì, ma è solo un sogno.
E tutto il mondo sa, e non sa evitare
un cielo che all’inferno può portare.
*
137
Tu cieco pazzo amore, che sai fare
all’occhio mio che guarda ma non vede!
Sa la bellezza, sa dove risiede,
però confonde il bene con il male.
Se occhio sviato da affrettati sguardi
s’àncora nella sua baia affollata,
perché, ingannati gli occhi, fai altri ganci
per raggirare un’anima assennata?
Penserà che sia pascolo privato
un terreno che sa che è aperto al mondo?
O dai miei occhi ciò sarà negato
per dare aspetto onesto a un viso immondo?
Il cuore e gli occhi hanno sbagliato via,
precipitando in questa malattia.
*
139
Non mi chiedere di scusare i danni
che la tua crudeltà infligge al mio cuore:
non con gli occhi, feriscimi a parole,
usa forza con forza, e non inganni.
Dimmi che hai amori altrove ma di giorno,
cuore caro, non ti guardare intorno:
perché ingannarmi quando puoi più offesa
di quanto può l’esausta mia difesa?
Ma io ti scuso: “L’amor mio lo sa
che i suoi sguardi mi furono fatali,
e dal mio viso li distoglierà,
perché lancino ad altri i propri strali”.
Ma se m’hai quasi ucciso, tuttavia,
finiscimi di sguardi e così sia.
*
147
Il mio amore è una febbre, cerca sempre
ciò che più a lungo ne alimenti il male,
nutrendosi di quel che lo conserva
per appagare una morbosa fame.
La ragione, che dell’amore è medico,
furiosa per ricette che non sèguito,
m’ha lasciato e ora scopro disperato
che desiderio è morte, e era vietato.
Sono incurabile, la mente è a un bivio,
pazzo furioso e sempre più in delirio.
Dei pazzi ho sia i discorsi che i pensieri,
tutti sconnessi, vani e poi non veri.
Ti pensai bella e ti ho giurato pura:
sei nero inferno, sei la notte oscura.
*
149
Dici, crudele, che Will non ti ama
se contro me sto sempre dalla tua?
Dici che non ti penso, mia sovrana,
quando per gioia tua scordo la mia?
Chi ti odia forse prendo per mio amico?
Lodo qualcuno di cui ti lamenti?
E se con me t’imbronci, io poi non grido
vendetta su me stesso tra i tormenti?
Quale merito vuoi mai che mi tocchi
da scordare che sono qui a servirti,
se tutto in me ancora ama i tuoi vizi
a comando di un cenno dei tuoi occhi?
Odiami, amore, ora che ho imparato:
vuoi chi ti ammiri, e io sono accecato.
Traduzione di Massimiliano Palmese
*I testi sono tratti da: William Shakespeare, Sonetti, trad. it. di
Massimilliano Palmese, Marcos y Marcos, 2025
*In copertina: John Henry Fuseli: Self-portrait (1790), Victoria and Albert
Museum, London
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alla dark lady proviene da Pangea.