Che paradosso: ormai Wikipedia, l’“enciclopedia online, libera e collaborativa”
– due aggettivi (libera, collaborativa) che non mi rassicurano affatto –
“disponibile in oltre 340 lingue”, è diventata una ‘fonte’. Quando ho cominciato
a fare il giornalista – un tempo talmente ubiquo e obliquo che è ora di fare
altro – Wikipedia era una specie di sfottò, un’intimidazione. Per fare ricerca,
per snocciolare le fonti, si andava in biblioteca – io facevo diverse soste in
‘Sormani’, Milano.
Le cose, poi, con funerea rapidità, cambiano: si sublimano o scollinano nel
nulla. Wikipedia è diventata ciò che voleva essere – un’enciclopedia –, con
ciclopico stuolo di note, link, bibliografia, apparati. Ormai, la consultiamo
tutti. Restano, almeno per me, almeno due problemi di massima. Il primo è
l’assertività asettica delle voci. Non c’è stile. E assenza di stile non
significa oggettività bensì mancanza di autorevolezza. Il secondo è legato al
mezzo. È vero, i link permettono di ‘navigare’ tra le voci dell’enciclopedia
digitale – è pur vero che il recinto è quello: angusto, claustrofobico, grigio.
Ciò che pareva un oceano si rivela una tinozza.
In altre parole: su Wikipedia trovi ciò che vuoi trovare. Il bello di
un’enciclopedia, invece, era che, sfogliando, trovavi quasi sempre ciò
che non ti attendevi di trovare. Trovavi il tutt’altro. Era un tuffo
nell’inatteso. È vero: l’enciclopedia di carta è molto più piccola di quella
digitale, molto meno ‘mobile’, sicuramente statuaria. Eppure, quella zattera
pareva un veliero; quella stanza pareva un continente.
Esempio. Il Dizionario letterario Bompiani. Stampato tra il 1956 e il 1961,
“ideato e diretto” da Valentino Bompiani, coordinato da una serie di “Direttori
di sezione” – chessò, Francesco Gabrieli per la Letteratura arabo-persiana,
Mario Praz per quella Inglese e Americana, Ettore Lo Gatto per quella Russa e
Ceca, Federico Caffè per la sezione Economia – è un vero capolavoro del genere
enciclopedico. Il primo tra gli autori catalogati è Jeppe Aakjær, nato “nella
Jutlandia… da famiglia contadina rigidamente pietista”, morto nel 1930 “nella
sua tenuta di Selling”; l’ultimo è Huldrych Zwingli, il riformatore svizzero.
Prima di lui, c’è Stefan Zweig, il grande scrittore viennese: un paragrafo in
bello stile – austero ma sentito – ne sigilla l’esistenza: “Nel 1940 emigrò
negli Stati Uniti e poi si stabilì in Brasile. Lo spettacolo dell’Europa
distrutta, la stanchezza della vita nomade, il crollo d’un mondo fondato sulla
cultura e sulla comprensione umana, lo indussero a cercare il riposo nella
morte; e insieme con la giovane moglie si uccise”. Ogni voce è siglata – in
quest’ultimo caso V.M.V. sta per Vincenzo Maria Villa –, a consegnarci, pur
nelle maglie del genere, il genio di una singolarità. L’enciclopedia era, cioè,
esempio di ‘bello stile’, testimoniava lo stigma di uno studioso e perfino le
sue idiosincrasie. Si entrava nell’agone di un giudizio – si operava nell’opera.
Tra Wikipedia e il Dizionario letterario Bompiani c’è la stessa differenza che
separa un museo dei calchi e dei ricalchi da una ‘galleria’ d’arte, un corpo
morto da anatomizzare da un corpo vivo da conoscere. Così, ad esempio, in questo
cammeo dedicato a Walter Pater – magnifico autore del dimenticatissimo Mario
l’epicureo – riconosciamo l’eleganza di Praz:
> “Le pagine che esaltavano il culto della Bellezza, e insegnavano all’anima a
> ‘ardere di un’intensa fiamma gemmea’, impressionarono la nuova generazione…
> Tutti i suoi personaggi ànno un’aria di famiglia, e riflettono l’anima dello
> scrittore, la cui autorivelazione nel Fanciullo nella casa già pare anticipare
> il Proust. Con questa uniformità s’armonizza lo stile, tutto delicate
> distinzioni ed eccessivo, carico di aggettivi e di parentesi che gli
> conferisce un’aria di preziosa sottigliezza. La morte, per mancamento
> cardiaco, chiuse una vita dal ritmo lento, scandito in indugi contemplativi”.
In realtà, siamo umani: non c’importa poi troppo della ‘correttezza’, tanto meno
della ‘completezza’ – le voci di Wikipedia sono stilate in marmo, non permettono
alcuna immersione –, ma verificare la vertigine di un ‘personaggio’. In questo
senso, sfogliare il Dizionario letterario è un’avventura, una specie di viaggio
nel tempo.
Perché il Dizionario – per sua natura incompiuto e perfino effimero: di ogni
‘dato’ non resterà che pula, della ‘voce’ rimarrà, semmai, la voce dello scriba
– completi il suo senso, dev’essere ‘giocato’. Aprirlo a caso, setacciare nomi
ignoti, vagabondare nel caos. Ad esempio: P’u Sung-ling, scrittore cinese,
“forse di origine mongola”, vissuto nel XVII secolo; “la tradizione lo descrive
assorto, a tarda notte, nella sua opera, alla tremula luce di una candela,
mentre fuori imperversa l’urlo del vento” (nota di Martino Benedikter, il
sinologo che diede ad Einaudi una molto celebre traduzione delle Trecento poesie
T’ang). La voce di Alfonsina Storni risuona nello stile di Giuseppe Bellini:
> “Si gettò nelle acque del Río de la Plata per porre termine a quell’intimo
> dissidio che sentiva opprimente tra le sue aspirazioni di ordine superiore e
> la volgarità della vita. Il mare aveva esercitato sempre un’attrazione
> singolare sulla poetessa, che lo cantò regno di assoluta pace, immaginando più
> di una volta nelle sue liriche se stessa già discesa nella liquida tomba”.
È ad Angelo Maria Ripellino – per dire delle ‘firme’ presenti – che si deve, tra
le altre, la nota biografica di Božena Němcová, scrittrice ceca a me altrimenti
ignota, vissuta nell’Ottocento, morta poco più che quarantenne. Costretta a
sposare un uomo che non amava – e a cui diede quattro figli –, molto
intelligente e intelligentemente bella, visse a Praga diversi amori. “Altri
uomini entrarono nella sua vita: e da queste fugaci amicizie e avventure tornò
sempre con le ali spezzate al grigiore della sua umida casa, alla povera
famiglia che si dibatteva in angosciose condizioni finanziarie. Unico suo
conforto fu la creazione letteraria”.
Dalla vita – notissima – di Jack London, Nicola D’Agostino ha saputo trarre un
formidabile sunto, da giornalista di razza:
> “Dai suoi 50 volumi, London ricavò più di un milione di dollari e li spese
> tutti: voleva erigersi un castello fantastico, la ‘Casa del Lupo’, che
> s’incendiò prima di essere ultimato. Si costruì il più grande e lussuoso ranch
> della California e vi ospitò i suoi amici con prodigalità principesca. Nel
> 1913 i suoi romanzi erano tradotti in undici lingue ed egli era il più
> popolare e il più ricco scrittore del mondo, l’angelo vendicatore per i
> poveri, il ribelle a ogni convenzione per i ricchi. In realtà, era un
> romantico solitario e tragico in un mondo ostile, che era diventato per lui
> un’ossessione”.
Il Dizionario delle opere, poi, permette autentiche escursioni borgesiane. Il
gioco è il medesimo: aprire a caso per profilare la sagoma della propria
corsara, corsiva idiozia. Quanto vorrei leggere il Sagoromo Monogatari– di cui
non mi risulta voce Wikipedia –, ad esempio, romanzo giapponese dell’XI secolo
che narra le gesta del “generale Sagoromo, nipote prediletto dell’imperatore”;
si dice che in quelle pagine “vivissimo è il contrasto tra il dolore e la
tristezza che consumano all’interno l’animo dei personaggi e lo sfarzo e il
lusso che circondano la loro vita esteriore, apparentemente felice”. L’incipit
‘pittato’ da Giovanni Pioli mi fa venir voglia di sfogliare il De Sapientie di
Charles de Bovelles, pubblicato a Parigi nel 1511:
> “L’uomo è il centro e l’epilogo dell’universo, riassumendo in sé tutti gli
> aspetti della natura: sostanza materiale; vivente; senziente; razionale; e
> partecipando dell’accidia della pietra, dell’avidità della pianta, della
> lussuria della bestia, dell’intelligenza dell’anima ragionevole”.
Qualcuno ha per caso nella sua biblioteca la traduzione di Zu e le Tavole del
destino? Si tratta di un testo assiro che racconta, appunto, del “mito di Zu e
del rapimento delle tavole del destino, il possesso delle quali conferisce il
supremo potere”. C’è già da ipotizzare un geopolitico fantasy… o un film con
assortimento di supereroi.
Sconfitto dall’onniscienza, mi consolo sfogliando il Dizionario dei personaggi:
tra Clara Peggotty – “la ‘serva dal gran cuore’ dell’epopea borghese
dickensiana”, David Copperfield – e Ettore Fieramosca, tra Michele Kohlhaas –
dal racconto di Kleist, il cui dilemma è tremendamente attuale: “come un uomo
giusto, un ottimo marito e padre di famiglia, un cittadino pacifico e benefico
possa, sotto l’azione di una grande ingiustizia, trasformarsi in un brigante
omicida e incendiario, rovinoso alla società, alla famiglia, a se stesso” – e
Mastro Don Gesualdo, c’è anche Davide, saggio e poeta, senza dubbio, ma
soprattutto, “nella sua gioiosa santità, vittima e fautore di delitti e colpe
interminabili, vittima di amori incontrastabili, lui stesso spietato e criminale
nelle ambizioni” (così il sommo David Turoldo, estensore della voce).
Che meraviglia quando erano possibili le imprese insensate, al di là delle
economie, per il gusto del bene, dell’esuberanza, del superare stessi – per il
gusto di vivere.
*In copertina: Rogier van der Weyden, Uomo che
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