I cieli, da tempo opalescenza di vampe e fumi, sono ingombri di minacce, l’aria
è torbida di veleni e false promesse. Poche inossidabili gole proseguono la
gogna di ogni possibile civiltà. Ululano, minacciano, sfoderano l’arroganza
tipica dei vili, che non vivono di passioni, ma di ossessioni. Facce imballate
nella menzogna, fra botox, epidermidi all’orangina abbrustolite da raggi UVA,
smorfie rabbiose, mascelle contratte, sguardi mimetici, e, per qualcuno di loro,
quel cipiglio suadente che vuol rassicurare sull’avvento di una giustizia
incontaminata, ineluttabile.
Avete mai guardato, a fondo, appena sotto i pori, i volti del potere? Per
carità, non intendiamo qui riabilitare Lombroso; vogliamo soltanto osservare
l’infezione delle loro facce, maldestramente tamponata con gli espedienti di cui
sopra. Se passiamo un dito sopra quei volti finiscono in pus. Il pus di una
menzogna che li accomuna tutti, meschini mescitori dei loro ombelichi. Ecco chi
sono i vari Trump, Netanyahu, Putin, e tutti gli altri che, come loro, prendono
oggi decisioni miliari, mortifere, arrangiano, maneggiano, soppesano, negoziano
e poi violano, giocano, berciano, ricattano, vaneggiano, volgarizzano,
minacciano, condannano, mistificano, complottano.
Ma soprattutto, mentono, mentono e ancora mentono, mentre gravano i cieli di
deflagrazioni, la terra di morti, e svaligiano ogni legge del germe sano che ne
giustifica il gravoso esistere. Godono, in fin dei conti, di una sicurezza che
scaturisce dalla perpetua, periscopica distruzione di un nemico, reale o
immaginario che sia, in un girotondo schizofrenico di alleanze e ostilità che
mutano al primo colpo di tosse sgradito. I singoli nazionalismi contano ormai
poco nella disamina di un declino manifestamente inarrestabile; conta semmai
l’amplesso esiziale di potentati che pencolano sul baratro delle personalità
narcisistiche, ossessive e tragiche dei loro leaders.
Jean-Baptiste-Siméon Chardin, Bolle di sapone, 1740 ca.
Ma sono davvero loro, i capi di stato, i soli responsabili della suppurazione
che sta colpendo i paesi che essi governano, con ogni conseguenza in ambito
internazionale? Non ne siamo convinti. Come potremmo, del resto, accusare il
potere di essere se stesso, di prestarsi alle storture e alle perversioni che
gli sono connaturate? Come possiamo evitare l’eterna trappola di Tucidide? Non
sono i potenti i soli responsabili cui augurare una pena commisurata a ognuna di
quelle decisioni che – ormai è innegabile – stanno conducendo allo
stravolgimento dell’ordine mondiale, per come avevamo imparato a conoscerlo,
almeno dalla pace di Westfalia in poi. Altrettanto responsabili, e senz’altro
più vili, sono coloro che dovrebbero orientare e combattere il fatale
deragliamento verso il quale siamo avviati. I più vili, i più
deresponsabilizzati – e dunque i colpevolmente inutili – sono gli intellettuali
contemporanei, o quel che di loro rimane.
Coloro che furono un tempo i sacerdoti della ragione, latori di ideali alieni a
interessi personalistici e a vanità egotiche, coloro che, idealmente, avrebbero
dovuto allearsi alle masse, orientandone e riordinandone le istanze (per natura
destrutturate e ferine), coloro che furono i promotori di valori supremi,
speculatori di un’educazione universale, di una società ideale, di certo
talvolta ibridi nell’affiancarsi al potere, fra cortigianeria e indipendenza, ma
quasi sempre capaci – per citare Lucien Herr – “di anteporre il diritto e un
ideale di giustizia ai loro interessi personali, ai loro istinti naturali e ai
loro egoismi di gruppo”, ecco, dove sono oggi costoro? Dove si riuniscono, se si
riuniscono, di cosa dibattono? Hanno ancora un ruolo nell’influenzare una
possibile “guerra di posizione” (per dirla nel senso traslato del sempre comodo
Gramsci)?
Noi, purtroppo, non li vediamo. Non li vediamo nelle redazioni dei
giornali, longa manus sciatta e funambolica dei partiti che rappresentano; non
li vediamo nelle università e nelle scuole, anch’esse ormai scleroticamente
politicizzate. Non li vediamo nelle redazioni delle case editrici, asservite – e
come rimproverarlo loro? – a bilanci gravemente deficitari. Insomma, dove sono?
Si riuniscono forse clandestinamente in qualche scantinato per discutere di un
cambiamento giusto, per indurre la politica o noi partecipanti di una massa
sempre più (dis)informata e meno colta, a esigere quel cambiamento?
No, non stanno nemmeno in uno scantinato, a meno che non sia provvisto di una
connessione wifi.
Perché, invero, i cenacoli fumosi d’antan, le redazioni, le università e le
scuole sono stati oggi rimpiazzati da una pluralità di condomìni virtuali – oggi
chiccosamente definiti “bolle social” –, i cui amministratori, in perpetua
competizione fra loro, sono gli avatar dei maîtres à penser di un altro
secolo. Ecco, ci pare di poter dire, senza timor d’eresia, che gli intellettuali
odierni sono amministratori di condominio.
Harry Willson Watrous, La perditempo, 1914
Alcuni si limitano al condominio facebookiano, altri, grafomani e più
disciplinati, hanno una pagina sulla piattaforma Substack, spesso a pagamento,
così guadagnano due soldini che fanno sempre comodo. Quando si stancano di
gestire la bolla, o non trovano abbastanza prestigioso farlo, firmano qualche
articolessa per giornali molto in voga fra lettori che confondono cultura con
citazionismo, e scambiano un’analisi teorica per una fonte documentale, sulla
quale poi edificano convinzioni da rivendere, di bolla in bolla, con la bava
alla bocca.
Bene, ma cosa fanno, concretamente, questi intellettuali condominiali? Come
esercitano il loro ruolo? Come influenzano la società e il pensiero dei
potentati? Quali sono le loro battaglie? In favore o contro chi si schierano?
È tempo che li osserviamo e dobbiamo dirlo: siamo costernati.
Anche coloro ai quali riconosciamo una certa arguzia di pensiero, peraltro
supportata da conoscenze teoriche formidabili, anche loro, alla prova dei fatti,
sono inutili come un paio d’occhiali messi sul naso di un cieco
inoperabile. Trascorrono le giornate scrivendo almeno un post al giorno, spesso
anche due o tre, sorta di “circolari condominiali”, in cui passano agilmente
dalla pubblicità del loro ultimo libro, o del loro intervento sulle recenti
frontiere pornofemministe, si concedono qualche rutto qua e là sul delitto
modaiolo di turno (Garlasco vince su tutti), irridono flottillas e
manifestazioni di pace, distribuiscono patenti, a casaccio e in alternanza, di
antisemitismo, di terrorismo, di nazismo, di fascismo, di revanscismo, di
inclusivismo, di rossobrunismo, di ismoebasta, a politici, istituzioni e
personaggi pubblici che non riscontrano il loro gradimento, contabilizzano
morti, sentenziano, insultano e disprezzano i loro condòmini, oppure li ignorano
olimpicamente, propinano quotidie una mescolanza di elucubrazioni su politica
interna e internazionale, tutte deliziosamente e irrimediabilmente eteree,
dunque inani; ma soprattutto non ci fanno mai mancare prove muscolari di
citazionismo, quasi sempre di stampo novecentesco, il quale, ne siamo certi,
scatena erotici sussulti in qualche attempato accademico e nei bibliofili
patologici (chissà perché il Novecento fa sempre questo effetto).
I loro nomi si confondono nella caligine di un ultracrepidarismo ridicolo, che
vive e si autoalimenta fra lampi di vanità e intemerate sprezzanti, in un agone
inconsistente come quello virtuale. Peccato che le loro parole siano destinate a
svanire al primo (auspicato) attacco informatico che getterà nella notte eterna
questi contenitori digitali incrostati di un venefico Nulla. O, molto più
probabilmente, svaporeranno ancor prima, quando gli accreditati di oggi saranno
rimpiazzati dagli accreditati di domani, più performanti in termini di
intrattenimento, o da qualche intelligenza artificiale che batterà in
citazionismo anche quelli fra loro affetti da ipermnesia.
Un volumetto edito da Treccani un paio d’anni fa, ci permette di rileggere
alcuni interventi di Zygmunt Bauman, risalenti alla fine degli anni Novanta e
relativi al ruolo dell’intellettuale. In un passaggio, il sociologo polacco
evoca lo scrittore George Steiner e la sua teoria secondo cui il mercato
promuove una cultura di “massimo impatto e di obsolescenza istantanea”, la quale
diventa “un casinò cosmico” (espressione sempre di Steiner), in cui “si giocano
solo giochi retorici” (addendum di Bauman).
Già alla fine degli anni Novanta, il sociologo evidenziava l’avvicendarsi di
mode e tendenze culturali, la labilità dell’attenzione dei fruitori della
cultura, l’appiattimento della dimensione storica a un “eterno presente”. E
affermava:
> “A volte questi [n.d.r.: i giochi retorici di cui sopra] possono avere un
> significato profondo, ma per poter essere giocati in pubblico e avere almeno
> una parvenza di impatto devono sempre essere divertenti, devono avere un
> ‘valore di intrattenimento’ per poter catturare, sia pure per un breve
> istante, l’attenzione del pubblico. «Un individuo esiste solo nella misura in
> cui gli altri parlano di lui: lo lodano, lo citano, lo criticano, lo
> diffamano, lo deridono ecc.» (Debray, 1979, p. 168). La fama è stata
> rimpiazzata dalla notorietà: non un ponderato riconoscimento per i risultati
> conseguiti, il ripagamento di un debito per i servizi resi alla causa
> pubblica, ma il fatto di imporsi con ogni mezzo a disposizione all’attenzione
> del pubblico. Se gli intellettuali annoveravano sé stessi tra la minoranza
> scelta che poteva rivendicare uno speciale diritto alla fama, essi non possono
> rivendicare alcun diritto privilegiato alla notorietà. Al contrario le
> tradizionali attività degli intellettuali – principale causa della loro gloria
> passata – non si prestano a essere esibite davanti agli occhi del pubblico né
> a riscuotere un applauso immediato. Quando la notorietà anziché la fama
> diventa il criterio dell’influenza pubblica, gli intellettuali si trovano in
> competizione con i campioni sportivi, le pop stars, i vincitori di lotterie, i
> terroristi e i serial killers. In questa competizione non hanno molte speranze
> di vincere, ma per gareggiare devono giocare il gioco della notorietà
> seguendone le regole, ossia adeguando la propria attività al principio di
> «massimo impatto e di obsolescenza istantanea». La giustezza o la verità delle
> idee sono sempre più irrilevanti come richiamo nei confronti dell’attenzione
> pubblica; ciò che conta sono le loro ripercussioni, la quantità di tempo e di
> spazio che a esse dedicano i media, e ciò dipende principalmente dal loro
> “valore di intrattenimento”.
Ma l’intrattenimento, ahinoi, è un lusso imbelle, non ha alcuna influenza a
livello politico, e nemmeno nell’orientamento delle masse, ormai volubilissime,
poiché viziate da innumerevoli e sempre nuove offerte culturali (di vaglia più o
meno comprovata, s’intende). E i potentati ne sono consci. Per questo ci
lasciano scrollare compulsivamente facebook, si divertono a vederci leggere e
commentare i Soloni di turno che amministrano le varie bolle condominiali: in
fondo, noi siamo gratificati poiché ci sentiamo parte di una presunta cultura
elitaria, loro, i governanti, continuano ad agire indisturbati, giacché qualche
saltuario ronzio nelle orecchie causato da un intellettuale che si contorce
stizzito sul proprio canapé è, in fin dei conti, uno scotto sopportabile.
Niente di nuovo sotto il sole, starete pensando.
Dopo tutto, quella creatura proteiforme, tanto amata, temuta e disprezzata –
che, almeno dall’affaire Dreyfus in poi, abbiamo cominciato a
chiamare intellettuale – si è sempre mossa sulle sabbie mobili, vittima di
un’ambiguità e di un’impotenza irriducibili. Noi, invece, che non siamo altro
che spaesati osservatori di passaggio, di irriducibile abbiamo soltanto la
predisposizione a un infantile romanticismo. Per tale ragione, questi disperati
intellettuali contemporanei, preferiamo immaginarceli giocare sul selciato
dell’infanzia, quando le sole bolle che conoscevano, non erano quelle virtuali,
ma quelle di sapone.
Un destino crudele, il loro, dall’inizio alla fine.
Maura Baldini
*In copertina: Hendrick Goltzius, Quis evadet?, 1594, incisione
L'articolo Bolle di sapone, ovvero: ritratto dell’intellettuale come
amministratore di condominio proviene da Pangea.
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Circostanze varie mi stanno obbligando a riaprire vecchi faldoni di lettere,
manoscritti, materiali letterari vari, così una polvere di riflessioni, più o
meno fastidiosa, si solleva. Vale la pena provare a raccoglierla sulla pagina?
Sebbene il buon senso lo preventivasse, ci si stupisce sempre di quanto si
perda, in termini di energia, di intelligenza, di affetti, di intuizioni, di
possibilità, di umori, quando le vicende letterarie diventano saggi, narrazioni
più o meno accurate, persino approfondimenti specialistici, infine retrospettive
conchiuse. Solo per i classici, passato il tempo necessario, forse si arriva a
un’analisi più capillare, ed è normale che sia così. Altre ricerche accurate,
quand’anche ce ne fossero, finiscono negli archivi delle accademie. S’impone,
per inerzia, sempre un racconto semplificatorio, con un alto grado di
mistificazione. (Ogni tanto levo lo sguardo agli scaffali sopra la scrivania,
verso i volumi della Letteratura di Marzorati, con interi tomi dedicati ai
“minori”. Oggi l’impresa sarebbe impossibile).
Non ci sono alternative alla giustizia sommaria. Si auspica che il grado di
approssimazione ai fatti sia sempre più preciso, ma si fa quel che si può, anche
perché non siamo più una civiltà di corte: la nostra è la società di massa, in
cui tutti scrivono e pochi leggono. E il “sottobosco” letterario, fertilissimo,
resta indistinto, alluso, omesso.
Prima di ammazzare con una fotografia un periodo storico, anche quello
poeticamente meno significativo, la letteratura è stata però vivissima. I suoi
protagonisti erano pimpanti, animati da passioni, attraversati da tensioni,
guidati da progetti e ideali che, per esempio, quando si riaprono gli
epistolari, si colgono vividamente. (Non sono esperto di carteggi, ma fra quelli
letti il mio preferito è Eusebio e Trabucco, fra Montale e Contini, curato da
Isella per Adelphi).
Di tanto in tanto, ce ne accorgiamo, ci sono eruzioni che testimoniano le
energie telluriche delle vicende letterarie: dibattiti, stroncature, polemiche.
Ma questi fuochi fatui rischiano di non rendere ragione del magma soggiacente,
che modella il territorio in segreto.
Pensiamo al caso delle riviste. Restiamo anzitutto a quelle cartacee, alla
situazione prima dell’esplosione del web. A fine Novecento e nel primo decennio
del Duemila erano centinaia (lo sono ancora, ma sono superate dalle offerte
online). Solo alcune verranno ricordate: anzitutto quelle legate ai maggiori
centri di potere, con sostegni economici, garanzie di visibilità, per natura
inserite nel circuito letterario maggiore. Ma come ben sappiamo le novità spesso
nascono dalle pagine più militanti, che circolano in modo carbonaro. Quale
criterio fa giungere nelle mani di uno studioso attento a queste fonti una
rivista piuttosto che un’altra? Negli anni della giovinezza, ho sentito parlare
di talune riviste come di esperienze segrete e dirompenti. Quando le ho avute
tra le mani, mi sono sembrate ben poca cosa (e spiegherò a breve perché).
La storia è scritta dai vincitori, si sa. Quindi chi ha il merito di imporsi
sulla scena dà lustro anche ai fascicoli su cui ha esordito. Eppure, mentre mi
documentavo su “Niebo” o “Scarto minimo” o “Braci”, giusto per proporre qualche
esempio, non di rado trovavo articoli più interessanti su riviste di cui oggi
nessuno si rammenta. Sia chiaro, non è mio intento sminuire l’esperienza dei
periodici citati, di cui nemmeno mi considero esperto. Testimonio i vicoli
ciechi, le vie che si perdono nel nulla, i cortocircuiti della memoria. Le
logiche della selezione, la legge cinica dell’economia. Le potenzialità che non
sono state intercettate e sviluppate.
I protagonisti di tali e di altre riviste erano animati, dicevamo, da passioni e
ideali, da tensioni e persino da insofferenze: poteva essere diversamente?
Eppure, ecco il punto che spiega la mia delusione, ben poco in quelle pagine
emergeva in modo limpido. Direi, anzi, che solo una parte minima si traduceva
nel meticoloso lavoro di cui si nutre la riflessione letteraria. Immagino che
nelle riunioni redazionali i dibattiti fossero accesi, ma spesso nelle riviste
comparivano solo testi poetici e qualche spunto teorico, magari un po’ fumoso.
Raramente, qualche lettura critica, per lo più di apprezzamento verso un
“maestro”. È la logica, comprensibile, di ogni vicenda “giovanile”. Ma tale
logica mi pare deficitaria. Perché in quelle falde non si sedimentavano in modo
palese i contrasti poetici, che sono il lievito di una cultura letteraria?
Quando si riaprono certe lettere o si ripensano a certi discorsi con determinati
autori, le correnti soffiano, i fastidi emergono, le simpatie zampillano. Poi,
però, tutto sommato, la carta non canta mai. E la letteratura, il pensiero
letterario profondo, non si fa con le battute di Ungaretti su Montale (secondo
il primo, un “poeta di merda”), non si fa con gli epigrammi di Pasolini su
Luzi. Quel poco che filtra dagli umori dei poeti vivi, quando non si limita ad
allietare i noiosi studi accademici, rischia di generare ulteriori
semplificazioni ed equivoci. Carmelo Bene che stronca in diretta televisiva
Giovanni Raboni per le sue Canzonette mortali è l’icona di un’occasione perduta.
Due giganti contrapposti, capaci comunque di riconoscere la reciproca grandezza.
Forse la battuta di Bene era anche questo, il segno di una stima, la delusione
rispetto a un percorso nuovo. E il silenzio di Raboni era il sintomo di uno
smacco oppure la riprova di una consapevolezza aristocratica? Fine del tempo
concesso alle trasmissioni: resteremo con le domande in sospeso.
Sto cercando di mettere in luce l’elemento reattivo, agonistico, che racconta di
una “società letteraria” viva, pronta a scattare in modo anche imprevisto
rispetto agli eventi e a dribblare le previsioni: quella società ideale (ma non
da idealizzare, e forse mai veramente esistita) di cui oggi ci si lamenta
sempre, quando per esempio, come è capitato recentemente a Loredana Lipperini,
si torna sull’assenza e sull’inutilità delle recensioni sempre positive (Le
recensioni letterarie in Italia stanno diventando inutili, Lucy sulla cultura,
online).
È sulla spinta di tale motore che, alla fine del secolo scorso, avevo dato vita
all’esperienza della rivista “Atelier”. Già nel 1996 si percepiva come
l’orizzonte fosse piatto, atomizzato. Sbuca, tra i miei archivi, una lettera di
Giancarlo Pontiggia, datata 27 gennaio 1998: “sono già tre numeri di ‘Atelier’
che ho ricevuto, e debbo dire non solo con piacere, ma anche con un certo senso
di stupore, di felice e progressivo stupore se così mi è permesso esprimermi,
perché la rivista sembra come uscita miracolosamente da un vuoto di anni
criticamente desolanti (per non dire altro)”. Finché l’ho diretta (dicembre
2013, n. 72), ho cercato di mantenere viva tale forza propulsiva, ma, come è
facile intuire, muoversi controcorrente non è stato agevole. Non lo è stato
anzitutto all’interno della redazione, che non si è mai identificata in una
poetica comune, in una visione univoca, ma già in sé stessa sperimentava la
tensione ideale condivisa a vantaggio della crescita di ciascuno. All’esterno,
liquidare ogni polemica senza entrare nel merito era fin troppo facile. La
prassi era consolidata da decenni: ogni voce dissonante si leva solo per
interessi personali e i bollori della giovinezza lasciano il tempo che trovano,
quindi va ignorata. Ma il punto è che, sulle pagine di “Atelier”, si è compiuto
un lavoro certosino e curato, nei limiti delle capacità.
Prendiamo ad esempio il caso De Angelis. Già all’epoca – era chiaro a tutti – si
trattava del nostro maggiore poeta. La sua grandezza non era in discussione.
Scrissi, con la stima e persino l’ammirazione che provavo nei suoi confronti, un
saggio, che tuttavia entrava nelle pieghe controverse della sua opera e
sollevava perplessità sugli ultimi esiti. Ho tentato di compiere un lavoro
filologicamente corretto. Non ho mancato di coraggio nel tirare le somme. Il
risultato? Un evidente imbarazzo da parte di molti coetanei, ammirazione da
parte di studiosi non poeti (e quindi meno impelagati nelle “buone maniere”
prescritte nei rapporti fra scrittori), un disagio generale. De Angelis mi
rispose in modo lapidario: mi scrisse che riteneva il mio studio un approccio
sbagliato alla poesia e, sul piano personale, un’offesa. Avevo peccato di lesa
maestà. Gli risposi, a quel punto, in modo altrettanto lapidario, citando due
suoi passaggi in versi: “Chi soffre non è profondo” e “La vittoria è di chi/
dedica e dimentica”. Ma perché non entrare nel merito? In che cosa il mio
approccio letterario era sbagliato in partenza? Quali argomenti andavano
falsificati, anziché rigettati autoritariamente? L’innesco per il confronto era
apparecchiato, bastava entrare nel merito, se non da parte del poeta, attraverso
l’intervento degli studiosi interessati, a cominciare da quelli in disaccordo
rispetto al giudizio espresso. Non è proprio su quella soglia che comincia il
pensiero? Non è la discussione sui testi l’atto fondativo di una società
letteraria? Ma era solo il 2000 e De Angelis era già De Angelis, mentre io non
ero ancora nemmeno Andrea Temporelli. (Il che si traduce così: se un giovanotto
si permette di criticare, lo fa solo per darsi un tono, per ansia di
identificazione. E il sottinteso è: se si vuole fare carriera, occorre stare
attenti a chi si infastidisce e lusingare piuttosto chi può risultare utile. Ma
esplicito strategie note a chiunque, anche in ambiti diversi dalla letteratura).
Ho citato solo uno degli svariati episodi che hanno generato diffidenza e
imbarazzi. Potrei raccontare come persino nella duplice direzione della rivista
i conflitti erano all’ordine del giorno. Ma se padri e figli non discutono,
significa che i padri sono narcisisti e i figli debosciati. Così “Atelier” ha
lavorato per anni alla luce di questa tensione, finché non si sono aperte
divergenze insormontabili o la vita non ha imposto altri percorsi. Anche
all’esterno del gruppo, appena mi capitava di incontrare un autore su cui avevo
sollevato dubbi, non ho mai avuto remore nel presentarmi e offrire la mano,
proprio perché l’espressione di un’opinione è un punto di partenza per un
confronto reale, non ipocrita.
Ma le logiche che si impongono sono altre, lo sappiamo. I poeti preferiscono
esprimere giudizi in camera caritatis, oppure sbottano solo quando si sentono
protetti all’interno di una consorteria già ben posizionata rispetto alle altre.
O, ancora, si attende che maturino i tempi, così da giudicare un morto o, al
più, un moribondo che non è più in grado di mettere i bastoni tra le ruote.
Se di tanto in tanto esplode, giornalisticamente, qualche polemica, se non è una
piccola bega di quartiere, resterà comunque un’eruzione estemporanea, uno spreco
di fuochi d’artificio, una valvola di sfogo che fischia mentre già si spegne il
fornello. Conta di più il costante lavorio sotterraneo, l’omertà, l’ipocrisia,
il rancore, la disillusione, l’inettitudine, la remissività, l’opportunismo,
l’autocensura, la delegittimazione dell’avversario e, per chi ha il potere,
persino la damnatio memoriae. Sono questi i valori che stanno disegnando il
paesaggio della nostra letteratura?
Degli aneddoti citati mi ero persino dimenticato. Sono lontani, non mi
riguardano più. Ma mi tornano congeniali per rendere ragione di un problema che
trovo enucleato anche nel recente volume di Matteo Marchesini, Cos’è la poesia
contemporanea in Italia. Dal Novecento a oggi (Castelvecchi). Basta la citazione
riportata in quarta di copertina: “Pasolini e Sanguineti avevano una lingua
comune in cui litigare; le generazioni successive, fino a noi, no. Di questa
condizione nessuno ha colpa; ma colpevole è fingere di non vederla”. Perché, in
effetti, stagioni di memorabili litigi ce ne sono state: ora, invece, nessuna
disputa costruttiva pare più possibile. Dove si è perso il fuoco della
controversia, che alimentava la letteratura? Non è solo questione di linguaggio,
di ideologie. La società è cambiata radicalmente. C’è un mutamento antropologico
di cui prendere atto. Siamo sempre tutti troppo soli e fragili per tenere la
schiena dritta e osare. Siamo rassegnati.
Così Marchesini:
> “L’assenza di dibattito è causa e conseguenza di un fatto che è tanto negato
> quanto palese: non esiste più un’élite attendibile di ‘addetti ai lavori’. In
> genere, oggi i cosiddetti lettori comuni sono più intelligenti dei tipi
> clericali che gravitano intorno al milieu letterario e poetico”.
E chi è stato improvvidamente consacrato dal pensiero dominante del momento si
sente legittimato a ignorare chiunque rifiuti la complicità culturale di fondo:
“ci si basa”, prosegue Marchesini, “su un finto ecumenismo di cordata, su
un’aura d’essai attribuita dal chiacchiericcio di un milieu che non sa
riconoscere il proprio conformismo di idee ricevute: così vedi cultori della
neoavanguardia sdilinquirsi per i testi più vaporosamente bigongiareschi di De
Angelis, o antisentimentalisti ai quali basta l’evocazione del QR Code per
assolvere il grezzo sentimentalismo di Magrelli, e la sua idea banalmente
giornalistica dell’attualità”.
Non concordo pienamente con le analisi di Marchesini. Tra le righe, suppongo si
riferisca anche a me quando parla di un eccessivo ecumenismo (ho da poco
licenziato un “catalogo semiserio” con centinaia di poeti, con intenti che però
non sono compresi nelle sue allusioni, posto che davvero mi riguardino. Si
leggano le pagine in cui dà per esempio spazio, e quindi elegge, ciò che
semplicemente ha raggiunto la sua cassetta delle lettere: dovrebbe funzionare
così?). Ma parto dalle sue medesime constatazioni. La caduta delle élite non va
rimpianta, sebbene dalla democratura attuale occorrerebbe risollevarsi. E come?
Rieccoci al punto. Attraverso il dibattito culturale: si avverte la necessità
della concertazione dei diversi punti di vista che permettano la scoperta, di
volta in volta, di voci autorevoli (non autoritarie), di giudizi illuminanti, di
prese di posizione gravide di prospettive. Come a dire: mentre siamo
interconnessi, ognuno in realtà è una monade, un cavernicolo postmoderno, il
produttore e insieme il consumatore di una letteratura e di un canone
prêt-à-porter, che ci si sforza di piegare a propria misura.
Nessuno rimpiange la società aristocratica di un tempo e nemmeno si vuol far
passare surrettiziamente l’idea che il dissenso rispetto al pensiero dominante
sia di per sé prova di verità. Si soffre la mancanza di volontà di costruire,
più che una lingua condivisa, una disponibilità e un’apertura mentale, un
desiderio di attrito con l’altro, affinché le controversie letterarie, anziché
elidersi a vicenda, si sostengano reciprocamente. Mancano anche i luoghi in cui
il confronto letterario possa svolgersi (la piazza del web è troppo esposta
oppure troppo personalizzata; gli editori non hanno più prestigio; gli eventi
culturali sono ben perimetrati per consolidare le “buone maniere” di cui si è
detto; e così via). Ma prima dei luoghi occorre la volontà. I luoghi si
inventano, come fu per me quando poco più che ventenne ideai “Atelier”, nel
cuore della provincia. E il fatto che la rivista raggiungesse comunque un
cospicuo numero di lettori importanti (venivano inviate cinquecento copie
gratuitamente a poeti, scrittori, critici, ecc., in tutta Italia; fu per esempio
Giovanni Giudici a dirottare verso di noi Riccardo Ielmini) dimostra che il
desiderio e l’impegno contano più del punto di partenza.
Ma se non esiste una soluzione al problema, che valore ha questa polvere di
riflessioni che si deposita sulla pagina? Si tratta dell’ennesima lamentazione?
Mi auspico di no. Preferirei parlare quantomeno di testimonianza, se non di un
tacito appello. Se non si possono innescare soluzioni strutturali (nessuno ne ha
il potere), individualmente si può decidere di assumere una postura diversa.
Sarebbe il trapianto di una cellula staminale capace forse di rigenerare almeno
in parte il tessuto della fantomatica società letteraria che non si compirà mai,
ma che portiamo dentro di noi come un’utopia che ci autorizza a tentare
l’impresa. Una cellula staminale: ecco che cosa voleva essere l’opera comune. È
forse un’ipotesi realizzabile solo negli anni della giovinezza, quando ancora le
differenze stilistiche e le vicende della vita non impongono la dedizione a un
numero ristretto di compagni di viaggio, se non una solitudine marcata.
In fondo, si tratterebbe solo di eliminare dalla mente la colonna, più o meno
segreta, in cui si annotano i “nemici” (com’era il titolo di
Giudici? L’intelligenza col nemico…). Questo sì che sarebbe un cambiamento di
stile rivoluzionario. Non un trucco sulla pagina, ma un clic che scatta prima di
piegarsi sull’opera.
A meno che esista anche una visione davvero pacificata della letteratura, questa
sì sospettosamente ecumenica, in cui tutto va bene così com’è. Ne dubito. Il
rispetto della diversità non è tolleranza passiva, non è suddivisione di spazi e
creazione di barriere. La letteratura non è un giardino artificioso. La parola è
abbraccio, fecondazione, irrobustimento dei geni attraverso la commistione: chi
si accoppia solo tra consanguinei apparecchia la propria estinzione. Non è,
questa, una legge della vita?
E allora, queste riflessioni, magari davvero fastidiose come polvere, siano
dedicate ai giovani trascinati dalle passioni fino al punto di infrangere i tabù
che hanno invece soffocato, in tanti che li hanno preceduti, l’amore che premeva
e non ha trovato modo di esprimersi. Per quel che riguarda me, preparo i faldoni
per il falò con cui benedire anche la dimenticanza.
Andrea Temporelli
*In copertina: George Wesley Bellows, Stag at Sharkey’s, 1909
L'articolo Chi soffre non è profondo. Una visione agonistica della letteratura
proviene da Pangea.
Mancano luoghi dove la cultura possa farsi di nuovo relazione tra persone
parlanti, mancano librerie, biblioteche, sgabuzzini, cenacoli, angoli, salotti,
cabine telefoniche, garage, cantine, solai, soffitte, tinelli, cucine, sale
d’aspetto, saune, privé, pub? O che cosa manca veramente?
Mancano le persone? Manca chi è in grado di sostenere con noi una conversazione
non sui “libri” (a questo basta Radio Tre), ma sul mondo che i libri sollecitano
in ciascuno entro un tempo libero da sovrastrutture comunicative;con qualcuno
che possa con noi trasvolare non solo su titoli e autori più o meno noti, ma su
epoche, critica, autori totalmente sconosciuti e magari avventurosamente
scoperti, raccontandosi a vicenda storie di caccia che vedono protagoniste
librerie segrete nascoste nelle pieghe di centri storici, di piccoli paesi,
mimetizzate da cartolerie o mercerie di cinquant’anni fa ed esibenti fior di
volumi fuori catalogo perfettamente intonsi e anzi incellophanati, dentro un
cestone posto a lato dell’ingresso, come residui di un passato glorioso, e poi,
dopo cernita attenta, trasportati con una specie di frenesia gioiosa sul banco,
residuato anch’esso, ma bellico, davanti al vecchio titolare odorante di
antitarme per lana?
Oppure ci si vorrebbe confessare desideri da collocare in un orizzonte di attesa
di una qualche grande letteratura, o magari in nessun orizzonte di attesa se non
quello della cena, ma almeno preceduta da una caduta vertiginosa nei reciproci
vortici critici e analitici in prosa o in versi, passanti per silenzi complici,
per pause d’intesa?
Si tratta a ben vedere della vecchia necessità di poter contare su un amico (o
su un gruppo di amici) con cui stare a racconto su cose che la veglia continua
al consumo ricaccia nelle pieghe dello stato depressivo, e che dunque devono
essere estirpate o nascoste nello sgabuzzino dei materiali di risulta
impresentabili…
D’altra parte, non volendo eleggere ad argomenti degni le cose della vita di
tutti i giorni o i programmi serali in tivù o dello sport che cosa si può fare
che ci induca a esorbitare da ogni ragionevolezza e buon senso mercantile?
Poco o nulla, in effetti.
Si può tutt’al più sfiorare qualche tema spinoso, salvo poi vederlo precipitare
nel taschino dimenticato dell’imbarazzo con cui ci si saluta guadagnando
l’uscita con osservazioni sul meteo sempre più scientificamente improbabili, per
giunta aggiornabili di secondo in secondo sul web, dunque coeve all’osservazione
diretta e perciò perfettamente inutili o, al più, equivalenti al dorso di mano
sporto in fuori.
Dovremmo farci parlanti ripetitori indeterminati del flusso magmatico delle
informazioni che grondano da ogni dispositivo? Estensioni di software umane (si
spera, ancora), con variante di matrice linguale e salivale?
Sarebbe meglio di no, sarebbe meglio farsi parlanti di linee di faglia, di
sommovimenti dialettici, di subbugli filosofici, di concrezioni di domande
irrisolte, di aperture al coraggio del dubbio. Sarebbe meglio usare la lingua
parlante come strumento di scavo fra persone che si guardano negli occhi cadere
ogni difesa, ogni senso di opportunità, ogni necessità di rappresentanza, ogni
diagramma di potere implicito nel discorso e nelle posture fisiche-vocali sue
proprie.
Uno per esempio legge i Ritratti italiani di Alberto Arbasino (è quanto sta
accadendo all’estensore di questo articolo – ci si perdoni gli involontari
calchi di un grande) e ci ritrova le trattorie, i ristoranti, le case, le
camere, le piazze, i teatri, i caffè, dove il confronto tra menti pensanti è
continuo e tesse un reticolo di intuizioni, idee, invenzioni,
improvvisazioni. D’accordo, erano altri tempi. Ma così lontani che sembra
naturale sia venuto il momento di riavvicinarli. Così come si fa delle vecchie
mode, o musiche, che di colpo appaiono nuovissime.
Come?
Le persone si nascondono dietro i tavoli e gli schermi di casa. Tolte le
occasioni culturali pubbliche di un certo interesse (nella provincia della
provincia nella quale vivo molto poche in verità), non esiste nulla, men che
meno i caffè, se non come mera succursale della pratica degustatoria che
imperversa a ogni livello (assaggi e spuntini, cucina molecolare e tonni
vitellati, stuzzichini e apericene apriticielo con tutta quella roba distesa sui
tavoloni che ci si sputacchia su e aperòl), e spegne i residui moti di pensiero
nelle infinite varianti degli accostamenti gourmet.
Non solo, ma la pianificazione ha i metri cubi contati. Ogni tavolino deve
rispondere alla misura metrica minima del movimento umano funzionale, non
permettere esondazioni gestuali, se non quelle debitamente finalizzate al
manovrare le posate o il bicchiere (in pizzeria, ad esempio), e anche lì: la
linea aggettante del gomito esteso nell’atto di portare il bicchiere alle
labbra ecco sfiorare lo spazio vitale del tavolo vicino, entrare nello schema
degli sguardi casuali senza accoglienza o complicità ma solo con subitaneo
imbarazzo. Perché la vicinanza imposta per calcolo catastale non può essere la
stessa della vicinanza improvvisata sul caso di uno sfioramento di sguardi e
gesti: insomma la distanza crea l’occasione della vicinanza, la vicinanza coatta
fa sorgere il disagio della programmazione, o al massimo un sorrisino
d’imbarazzo per aver visto i denti del dirimpettaio mostrarsi nelle masticature
in corso d’opera o per lo scivolare a latere dello zaino sulla caviglia affianco
impostata alla correttezza ortopedica della seduta.
Dunque, come?
Vernissage della mostra Dada Max Ernst alla libreria Au Sans Pareil, Parigi, 2
maggio 1921
Ma scappando da queste mecche del sovrappopolamento ingerente o ingestionale o
digestimolante, dove per giunta la lettura del menù è quasi simultanea al pin
digitato sul pos, tanto il ragazzo ti sta addosso che vuole si liberi il tavolo
per la coppia entrante (sì, come le settimane degli appuntamenti di lavoro), e
tu ricorderai più le parole della lista che quelle su cui dovevi costruire liste
di temi e di consigli di lettura da scambiarsi nel luccichio delle posate
operanti in pietanza, pia danza di tagli e imboccature, spiate però sempre dal
cameriere in disparte (con arte, bisogna ammettere)…
E, aggiungerei, per andare dove?
Infatti, non lo sappiamo. L’amico poeta mi ha chiamato dicendomi che sta
arrivando, ma è un appuntamento volante il nostro, a seconda di dove ci
troveremo in qualche punto dello spazio tempo di qui al futuro immediato, lì
troveremo il modo di comunicarci le coordinate; del resto la posizione con
Whatsapp è precisa al metro quadro, non ti può mancare. È come la battaglia
navale che si giocava da bambini con foglietti coperti e schema a rete parallele
e incrociate: F5 e zac! ti ho individuato. Qui non si tira mica a indovinare
però, si apre il programmino ed è fatta, come far “ciao ciao” dalla superficie
della terra verso l’alto, subito individuati dal cecchino satellitare – come può
mancarti e mancare lui, l’amico poeta, all’appuntamento, con il suo aiuto?
Sta di fatto che adesso sono impegnato in una infinita querelle con l’ufficio
clienti di un negozio di elettronica, e non posso muovermi da lì, in che punto
sarà lui ora su Maps, quale traiettoria starà seguendo?
E bisogna ancora risolvere il problema del dove andare.
Ho sempre percepito i bar dei centri commerciali come dei luoghi di assoluto
passaggio; non c’è nulla da vedere dalla prospettiva del tavolino, se non
schiene, nuche, gomiti di chi sta insaccando la spesa alla fine del tapis
roulant della giostra comandata dalla signorina in grembiule. Oppure si viene
abbagliati, inseguiti, scovati, dalla luce continua in schermata spiovente dalle
lontanissime capriate e dai controsoffitti. Non mi ero mai soffermato sul fatto
che in quei posti c’è bivacco di gente. Tornandoci, vedi le stesse facce e noti
che sui tavoli non ci sono segni di consumazione. Dapprima la cosa ti appare
insignificante; un’altra volta invece capita che il piccolo-borghese fascistoide
razzista che pure in te in qualche modo alberga si lamenti del fatto che se
volesse sedere per consumare un quaicoss non troverebbe posto, e dunque via
questa gente che occupa senza diritto, ché poi son tutti veci bamba, con gozzi,
gobbe e tripli menti e la decadenza della carne evidente su tutti le parti di
pelle visibili, perciò smammare!
Poi, un’altra volta ancora, più rilassato, dopo aver chiuso in gabbia il membro
interno urlante in manganello, avendo trovato un posto, avverti: aria (certo,
artificiale, ma calda – fuori c’è meno due), nessun cameriere che ti importuna,
spazio tra i tavoli, peraltro liberamente spostabili, brusio di fondo diffuso,
non singole voci con il loro importuno gracchiare, ma un rumore bianco
consolante, quasi protettivo.
Prospettive? Dovunque ti volti puoi inquadrare: campo medio verso le casse,
piani americani degli avventori, campo lungo e lunghissimo verso le uscite,
addirittura possibilità di piano sequenza ininterrotto ruotando sulla sedia di
180 gradi (ma anche di tre e sessanta). Non ci avevi mai pensato, eppure, ecco,
intuizione: qui darai appuntamento all’amico poeta.
******
Siamo stati due ore, seduti alla periferia della parte più densa della
costellazione casuale dei tavolini.
Agio totale, potevi urlare (dovevi, per sovrastare il brusio) senza che nessuno
sentisse quello che dicevi; potevi cambiare posizione alla sedia, spostare a
volontà il tavolino di metallo (leggerissimo); cambiare punti di vista, andare e
tornare dal bancone con le consumazioni. Sembrerà strano dirlo, ma la mia
concentrazione è migliorata, il pensiero si è sbrigliato, la fantasia si è messa
a galoppare; volendo, avrei potuto alzarmi in piedi e fare un balletto, ne avrei
avuto agio e spazio, e nessuno si sarebbe stupito.
Dov’eravamo? Lo dirò in un orecchio. All’esselunga – sì. Ma con la e minuscola,
come fosse un bosco, una piazzola, una radura, un’area pic-nic; un’esselunga.
E mi è venuto questo pensiero, bislacco.
E se potessimo immaginare che lì, proprio lì, avrebbero agio di nascere le nuove
discussioni, le nuove battaglie culturali, le nuove riviste, le
nuove-star-lì-a-fantasticare-in-gruppo, rivoltando dall’interno la logica
consumistica che invade, privatizza, sequestra gli spazi pubblici
brandizzandoli? Appropriarsi degli spazi privati, brandizzarli in proprio
sbrandizzandoli, allargando il minimo margine di funzione pubblica prevista e
concessa dalla logica del consumo su larga scala per renderli veramente
pubblici, questi spazi?
E se poeti, romanzieri, critici, attori, registi, musicisti, compositori,
cineasti, pittori, performer, artisti visivi, insieme a barboni, perditempo,
ubriaconi, flâneur, storti, disgraziati, disagiati, gente stufa ci prendessero
casa?
Allons enfants de la poésie…
Franco Acquaviva
*In copertina: André Breton, René Hilsum, Louis Aragon, Paul Eluard con DADA #3,
gennaio 1919 © Paris, Bibliothèque littéraire Jacques Doucet
L'articolo All’esselunga (con la minuscola) insieme all’amico poeta, a
immaginare rivoluzioni letterarie… proviene da Pangea.
Nei giorni scorsi su “Pangea” è apparso un articolo di Gianfranco Lauretano e
Salvatore Ritrovato, in cui i due critici letterari segnano i loro punti fermi
intorno al poiein, cioè al “fare” poesia oggi. È un anticipazione de “L’anello
critico 2025” e il loro intervento mi ha ispirato (dopo vari articoli sul tema
che avevo scritto in passato proprio su “Pangea”) a cimentarmi di nuovo intorno
all’argomento del fare poesia, che può apparire superfluo e invece risulta
dirimente se si vuole provare a fare un po’ d’ordine valutativo nella società
della poesia. Società ancora vitale, ma piena di commercianti del do-ut-des,
tifosi e amichettisti (come tuonerebbe Abbate). Ma, a parte questo mio
rigo moraleggiante, Lauretano e Ritrovato pongono alcune questioni – con cui mi
trovo in parte in sintonia – che vale la pena analizzare. Premetto soltanto che
uno dei problemi maggiori per la poesia (come invece hanno cercato di ovviare i
giovani critici che, sotto l’ala di Alberto Casadei, hanno prodotto il saggio La
poesia attuale) è la mancanza di critici tout court. Ma di questo parleremo più
avanti.
Tutto il discorso di Lauretano e Ritrovato è attraversato da una forte critica
alla neo-avanguardia, come punto di cesura con le precedenti voci poetiche
novecentesche, quelle importanti e di riferimento, da Montale a Sereni, da
Caproni a Luzi, Da Bertolucci a Giudici. Ma c’è anche un mancato apprezzamento
di certe nuove contemporanee avanguardie-avanguardie.
Per parte mia non posso negare l’importanza contingente della rottura del
“Gruppo 63” nella storia letteraria nazionale e tuttavia c’è differenza tra chi
innova e chi rompe, come ho anche scritto nella poesia io non vorrei che nanni,
edoardo…, dove si mostrano alcuni stilemi della neo-avanguardia e dove la
conclusione definisce la contraddizione interna al movimento: “loro erano così
impegnati/ che manco si accorsero del/ sacco di palermo, era il 1963”.
Autodichiararsi neo-qualcosa prevede forti velleità, e alla fine c’è sempre
qualcuno più nuovo di te, c’è sempre un gruppo più avanguardista di qualsiasi
avanguardia. Mentre su questa linea io porrei piuttosto il tema abusato del
“contemporaneo” come enfasi di un mondo odierno che non sa più cosa c’era prima
e quindi non può inventarsi un dopo, un futuro descrivibile.
Un altro elemento messo in rilievo da Lauretano e Ritrovato è la necessità per
la poesia di uscire da certi limiti veicolari, dal proprio ambiente, o meglio da
quella che loro chiamano (gaddianamente) ambienza, cioè l’aspetto astratto
dell’ambiente. Certamente non può esserci poesia senza una partenza: serve
abbandonare qualcosa per cominciare a scrivere con le emozioni che andranno a
cementare il lessico profondo in un impegno nella lingua. È il viaggio che non
si è ancora fatto a decretare lo stimolo più tenace. E in questo i due critici
mostrano bene come i circolini e le consonanze artificiose dei gruppi di stile,
delle squadre omogenee di temi, addormentano i versi nella ricorsività.
Ritrovato in particolare spiega che la prima caratteristica della poesia è di
essere contro i tempi. Personalmente non so se la poesia abbia necessariamente
questo compito avverso, penso però che bisogna allontanarsi per capire dove
siamo. In termini militari si pensa che allontanandosi dal campo di battaglia e
mettendosi in una posizione alta, in rilievo, si possa vedere meglio la totalità
della situazione e quindi si possa capire meglio come attaccare il nemico. Nel
caso della scrittura il nemico è lo scrittore stesso che passa le giornate a
scrivere e cancellare, cambiare e ripristinare ciò che ha scritto. È questo un
lavorio nella lingua che il poeta opera nella società che si trova a vivere, ma
da questo parola abusata del contemporaneo, da questo presente egli deve anche
fuggire con uno scarto temporale. Se nella scrittura io fossi
totalmente o’clock non potrei avere lo scarto di visione che mi permette di non
essere qui e ora, e permette ai versi che scrivo di portare con loro un modo
differente, una musica che non andrebbe a Sanremo, per dirla con una
similitudine. Credo che la tensione nella poesia sia – almeno questa è la mia
maniera – quella che tende al classico. Perché c’è uno stile classico che
ricerco sempre, fuori dalla mondanità del regime poetico contemporaneo.
Nell’articolo di Lauretano e Ritrovato si parla di un periodo attuale in cui si
incrocia sempre più un approccio sciatto alla scrittura. Ma non è soltanto la
scrittura, è il mondo attuale a essere sciatto. L’accumulo di informazioni
annulla l’informazione stessa. Questa è pura sciatteria. Oggi, quando leggiamo
una notizia non possiamo chiederci da che parte stiamo, ma se quella notizia è
vera o falsa. Non solo noi non sappiamo più cosa è vero e cosa è falso, ma il
flusso ininterrotto di byte offusca la nostra memoria e pure la capacità
cognitiva del cervello, che non è più in grado di cimentarsi verso
l’inabissamento creativo e lo scavo nella coscienza. Siamo continuamente
sollecitati. Siamo nel periodo in cui il contemporaneo annulla ogni abilità
metacognitiva.
In un mondo del genere la meravigliosa definizione di poesia data dal poeta
italo-americano Jude Luciano Mezzetta suona ormai beffarda. Lui dice che “la
poesia sono le notizie che restano per sempre notizie”. E io gli credo, ma serve
il cimento di un esploratore indefesso per tenere barra dritta su questo tipo di
poesia. Oggi, infatti, è più semplice scrivere la poesia-facile, al posto della
poesia-poesia (definizioni che ho usato in un articolo uscito su “Pangea”).
Ma come si fa a tenere barra dritta sulla poesia-poesia quando, come raccontano
Lauretano e Ritrovato, gli editori di poesia cercano spesso l’autore con più
like sui social, per tentare di riprodurre quei like in vendita copie? Il
fenomeno del passaggio repentino dai social alla carta stampata (come dai talent
al concerto al Circo Massimo) esprime il nostro zeitgeist.
Loro parlano di un periodo in cui siamo passati dalla “democratizzazione” della
cultura alla sua “plebeizzazione”. È vero che stiamo vivendo un momento di
sconfortante ignoranza (del resto pure Platone nella Repubblica scriveva che
“non ci sono più i giovani di una volta”), ed è questo argomento che cambia il
tema da come si fa poesia a che cosa è la poesia, cioè si passa
dal poiein all’einai, dal fare all’essere. Se è vero che c’è un percorso
immanente al genere letterario della poesia, cioè il genere letterario della
poesia come tradizione da rigenerare ogni volta, è anche vero che esiste un
percorso della poesia in confronto alla cultura presente, cioè a un universo
numerico dipendente, dove quella che qualcuno di noi definisce ignoranza si basa
sulle capacità di muoversi, in maniera più o meno disinvolta, sui dispositivi
elettronici e digitali, più che conoscere a memoria il primo canto della Divina
Commedia o L’Infinito di Leopardi, o anche soltanto capire il legame analogico
che esiste tra l’Iliade, i sentimenti e le relazioni che esprimono e agiscono
nella storia narrata i personaggi di quel poema e la costruzione dei sentimenti
e delle relazione di un adolescente ai primi anni di un qualsiasi liceo.
Ha ragione Lauretano quando dice che questo nostro sistema digitale dei social è
il vero distacco dal Novecento. È anche per questo che i parametri di giudizio
odierni non possono più guardare soltanto a quel sistema critico e a quelle
impostazioni strutturali nel campo dell’analisi poetica.
Ma certo ci sarà ancora un posto per la poesia. E se c’è questo posto non è
nelle leziose antologie amicali o in un fantastico credo buono e oggettivo, ma
nella capacità che si avrà, da parte di chi si occupa di poesia come studioso,
di far emergere alla superficie quelle voci poetiche, quegli autori che stanno
fuori da chiese e segreterie di consorterie poetiche, brillanti come cartelloni
pubblicitari.
Ciò che manca come l’aria oggi alla poesia sono i critici. Tutti vogliono fare i
poeti e nessuno si è ancora piazzato convintamente e soltanto dalla parte della
critica. Si contano sulle dita di una mano coloro che hanno deciso di fare
questo lavoro e sanno farlo. Ma sono come i medici di base: meno ce ne sono più
perdono il senno perché hanno troppi mutuati…
La critica ha dismesso al proprio ruolo. Se ci sono stati grandi poeti è perché
hanno avuto accanto interlocutori autorevoli e competenti. Parlo di personalità
come quelle di Debenedetti, Blasucci, Garboli, Berardinelli, ecc. Critici che
hanno provato a scegliere e consigliare, male o bene, ma almeno hanno indicato
delle rotte possibili. Oggi tutti fanno tutto. E se tutti fanno tutto e nessuno
osa più una scelta precisa di competenza, al di fuori delle accademie, sarà
sempre più difficile fare una adeguata cernita tra il grano e il loglio, tra il
buono e il meno buono nella produzione poetica.
Oggi vediamo tanta poesia-facile pubblicata presso grandi editori. Nessuno nega
che McDonald’s venda tanti panini, ma nessun McDonald’s è citato in una guida
Michelin. Oggi che nessuno si prende più la briga di scrivere per la poesia una
guida Michelin seria (e non amichettistica), chiunque approfitta di equiparare
poesia-facile e poesia-poesia, come fossero la stessa cosa, come avessero la
solita funzione. Non starò qui a ripetere quale funzione abbia una poesia vera.
Ne abbiamo parlato con gli amici Fierro e Tomada su due riviste (“farevoci” e
“Il Ponte”) nei mesi scorsi. Qui provo a difendere un lavoro in poesia che in un
percorso lungo di anni (e non nel furore di un solo libro, o di una carriera
sempre uguale a se stessa) sappia ordinare un discorso ininterrotto e forte con
la tradizione e nel novero di una voce attuale ma separata
dal continuum temporale del qui e ora.
Sono meno d’accordo quando Lauretano e Ritrovato si soffermano sul fatto che
dopo i grandi autori novecenteschi (Caproni, Montale, Giudici) cade l’interesse
verso la poesia, perché i programmi scolastici arrivano a Pascoli e D’Annunzio,
il resto viene saltato… Insomma, vedo un grande interesse per la poesia, ancora
oggi. Ma è un interesse curativo, un interesse immediato, prêt-à-porter:
interesse per la poesia-facile.
Lauretano e Ritrovato pongono la questione di un dialogo che si è interrotto e
la pongono come dialogo dei poeti di oggi con quelli del Novecento, pensando a
esso come punto di arrivo e caparbio momento di crescita di fronzosi rami
letterari. Per parte mia sono interessato più al dialogo con la lunga tradizione
poetica italiana. Ho avuto la fortuna, da giovane, di poter avere a che fare con
Giovanni Giudici, cioè di avere la faccia tosta di organizzare a Pisa alcuni
incontri e seminari con lui. E tengo al suo lascito per tre cose: il rapporto
creativo e appassionato con la tradizione poetica, a partire dalle origini, dai
trovatori e dai Siciliani in avanti; il lavoro nella lingua, dove una parola non
è soltanto ciò che significa ma significa ciò che è; i principi costruttivi del
verso che ha una sua logica musicale, perché la poesia deve rispondere a una sua
armonia interna che diventa musica nella lettura.
E poi c’è questo “io” poetico, di cui tutti parlano. È un “io” particolare, una
specie di feticcio se trattato “egoisticamente”. Ma non si deve pensare che
questo “io” sia inderogabile. Intanto gli io di uno scrittore, di un’artista,
non sono uno solo, sono molteplici. E poi possono dispiegarsi in altre persone.
Io uso molto il “tu” come protagonista dei miei versi. Il libro Baltico, per
esempio, è quasi un romanzo in versi che racconta, in seconda persona singolare,
il rapporto reale e fantasmatico di un personaggio lontano da casa, col mal di
schiena, che riflette di fronte a uno specchio obliquo in relazione alle guerre
di ieri e di oggi. Quindi qui il mio “io” non è più soltanto io. Siamo in quella
che Caproni chiamava la profondissima zona della poesia in cui un io passa
subito alla pluralità, dove chi scrive diventa un noi, un individuo che parla
universalmente. Anche questa è una dote che la poesia-poesia dovrà tutelare.
Alessandro Agostinelli
*In copertina: un’incisione di Roland Topor (1938-1997)
L'articolo Cosa vuol dire fare poesia oggi? Ovvero: la poesia-facile e l’assenza
dei critici proviene da Pangea.
Per quanto mi riguarda questo è l’ultimo capitolo della triade divinatoria de
“La Vita Agrissima”, cioè un attraversamento ironico, un po’ crudele e un po’
veritiero sui comportamenti degli scrittori. E – si badi bene – di tutte le
tipologie di scrittori: scriventi, poeti, poetastri, critici, narratori,
cantastorie, ecc. Insomma, tutti coloro che tentano di salire sulla barca che
affonda dell’editoria tradizionale, dove ormai non più soltanto le persone
serie, ma anche “i nani e le ballerine” degli anni Ottanta spadroneggiano di qua
e di là dalla scrivania.
Questo ultimo round riguarda un aspetto importante nella vita bibliografica di
ogni autore: come si creano le reputazioni letterarie? Si creano nei fasti del
palcoscenico, o nelle ombre del retropalco? Siamo in un momento storico in cui
gli attori letterari si mescolano più che in anni passati, trattenendo in loro
più mestieri e ruoli, soprattutto i critici fanno gli scrittori, gli accademici
fanno i poeti, i giornalisti fanno i narratori, i magistrati fanno i giallisti e
gli acrobati insegnano nelle scuole di scrittura creativa. Siamo tutti noi,
sconsiderati esercitatori di ego, che viviamo una vita agrissima a resistere in
un mondo sempre più a caccia di una specie in via di estinzione: la lettrice e
il lettore.
Ma torniamo alla domanda sulla reputazione di questa terza puntata de “La Vita
Agrissima”. La reputazione è un valore positivo che parla di qualcuno per come
gli altri lo vedono, quindi un vero e proprio giudizio esterno che può
determinare in positivo una carriera e custodirla post mortem. E anche nella
storia di un autore vale forse un buon inizio, come a scuola, per cui la
reputazione procederà secondo il primo giudizio rilevato. Ma non è sempre così.
E comunque: come si creano le reputazioni letterarie?
Ecco un elenco di modalità, divise per cinque tipologie.
La prima sono i modi canonici. Intendo, per esempio, il potere – non proprio il
potere politico o economico, ma piuttosto il potere relazionale, la capacità di
porsi favorevolmente di fronte agli altri. In questo caso è sempre utile una
presentazione autorevole di qualcuno che conta qualcosa, o ne ha l’aria. Oppure
i soldi possono aiutare nel breve periodo a una degna pubblicità, che però ha le
gambe corte. Su questa falsa riga si può citare pure il sesso, come veicolo
attrattivo di attenzione e considerazione. Infine l’esercizio della pietà:
saperla usare in maniera efficace ponendosi in una condizione di minorità può
suscitare forti emozioni nell’interlocutore o nei giovani critici che si
addentrano nella selva oscura letteraria e hanno il futuro a disposizione per
tenere un autore a galla, oppure ignorarlo.
La seconda sono i modi impersonali. Vale a dire il caso: una serie di situazioni
fortunate inanellate dietro una serie di presentazioni eccellenti. Oppure
il caos, come quando uno accompagna l’amico a presentare un romanzo a un editore
e l’editore sceglie l’accompagnatore… Un altro elemento è la fortuna che, come
da tradizione, è cieca.
La terza tipologia sono i modi fantasiosi. Cioè il vero talento, oppure
l’inganno, o l’uso di un nome falso che richiama qualcosa di grande. L’inganno è
quello che mi affascina più di altri, perché richiede astuzia e mente criminale
in chi lo esercita. È l’unico tipo per cui porto un esempio: Max Aub quando
inventò la biografia di un pittore che non era mai esistito e la critica d’arte
cadde nell’inganno, fino a pretendere una mostra dei suoi quadri che Max Aub
organizzò: al vernissage dichiarò la falsità dei suoi propositi. Il nome falso è
interessante: con uno pseudonimo si può ovviare a pregiudizi incancreniti sul
proprio nome – serve sangue freddo, alla Mr. Ripley. Il talento sta nei modi
fantasiosi perché è una condizione cui credo poco, o almeno la metto in
posizione condizionata dalla fortuna e dall’impegno, e ritengo possa essere
anche la maniera del soggetto di presentarsi. Il talento esiste, ma non è
direttamente proporzionale alla reputazione. Si può avere un gran talento
sprecato.
La quarta tipologia sono i modi borghesi. Per esempio la costruzione del merito,
la parrocchia e la bandina. La costruzione del merito pare quasi una reputazione
composta con pedissequa costanza ingegneristica, attenti a nominare sempre le
persone giuste, ringraziare a dovere chi si deve, ossequiare grandemente e
financo idolatrare chi bisogna, insomma darsi da fare per darsi un’aria di
merito. La parrocchia e la bandina potrebbero stare insieme. Tuttavia
la parrocchia nasce su un precetto morale, o su un manifesto ideologico: si fa
parte della solita parrocchia se costruiamo un cerchio tribale dentro cui gli
adepti sono famiglia e gli esterni rimangono inconsapevoli e incolti, gentaglia
che non può capire la profondità dei militanti. La parrocchia aiuta a mantenere
una degna reputazione anche una volta scomparsi, perché ci sarà sempre un
discepolo disposto a tramandare la carriera di chi lo ha preceduto nel posto
dove nessuno vorrebbe mai andare. La bandina invece, potrebbe essere un’alleanza
momentanea per un fine temporaneo, che serve comunque a far crescere la
reputazione dei soci della bandina, ma non ha vincoli morali, piuttosto è
contraddistinta da un mero utilitarismo.
Infine ci sono i modi strani. Insomma, un po’ il My Way sinatriano, cioè
faccio a modo mio. E di modi “a modo mio” se ne possono trovare moltissimi, per
questo sono difficilmente catalogabili, e al momento mi sfuggono…
Alessandro Agostinelli
*In copertina: una litografia di Roland Topor del 1968
L'articolo La vita agrissima 3. Inganno, soldi, caos. Ovvero: sui metodi per
costruirsi una reputazione letteraria proviene da Pangea.
È ormai difficile capire cosa intendesse José Bergamín per analfabetismo.
L’analfabeta è stato sostituito dall’ignorante, l’alfabetizzato dal regime del
logaritmo, dalle ragioni del risultato, dai legionari dell’io. Fiero di non
leggere, leggiadro in ipocrisia, l’ignorante ostenta la gioia di essere mondano
– non certo di essere al mondo, di questo mondo –, il genio pratico – l’opposto
del dotarsi di una pratica – il corrispondere ai desideri del proprio intestino,
l’unico interiore che contempli. Né anima né animale, l’ignorante di oggi è come
l’intellettuale di ieri: l’uomo alfabetico, che costringe ogni fatto in dimora
di misura, si diletta in statistiche, celebra il proprio status, bieco figlio
dell’istituzione – sentendosi, naturalmente, libero, bonificato dallo Stato,
anarca nel proprio ano, anodino.
L’analfabeta – cioè: il bambino, il popolo, l’apostolo, dunque il poeta – pare
scomparso. La logica algoritmica, che crea umani-manovali, umani-replicanti,
umanoidi mercenari dell’ego, in fondo, un’appendice del proprio portafogli,
sembra aver finalmente ucciso l’analfabeta, l’uomo lordo di vita, lordo di Dio,
in pieno possesso dell’essere mondo, dell’essere qui.
L’analfabeta non classifica le piante, le conosce; l’analfabeta non entra in
contatto con gli animali ma con le anime; sa la pericolosità della bestia e la
sua salvezza, e la riproduce in sé, nelle fattezze del viso e dell’agire. Così,
l’uomo analfabeta, ostile ai nomi e alle definizioni, è corvo e volpe, è larice
e airone, è luccio e luce, è acero e acerrimo nemico di chi alla persona
sostituisce la personalità, l’ennesima menzogna.
L’analfabeta non comprende – apprende per apprensione, per trasalimento e
assalto. Apprende per tradimento. L’analfabeta non conosce il linguaggio dacché
è verbo.
Allo stesso modo, l’analfabeta assoluto, il poeta, non stuzzica la retorica, la
stravolge; non sta al gioco del retore ma alla ferocia del re; non è al passo
coi tempi e coi poseur, autentico passeur, trapper tra i regni; è incauto, fuori
tono, scurrile, scomodo, senz’arte né parte, idiota ai più. È l’inosservato
assoluto, perché non ha niente da dire e nulla da dare – è il dato di fatto, il
dono, il detto e la contraddizione. Tutt’altro che incolto, il poeta legge
divorando, legge sottraendosi – mentre l’intelligenza algoritmica procede per
accumulo (norma bulimica, in cui non è contemplato l’eccedente, l’eccezionale,
l’eccesso che non offre via di accesso), il poeta opera per sottrazione: toglie
toglie toglie fino alla parola suprema, alla parola-stalattite, alla
parola-stilita. Parola che non dice ma agisce.
L’analfabeta, il mago. L’analfabeta, il perpetuo orante. Analfabeta: altro modo
di dire, vocazione. Essere chiamati; dunque: invasione di voci. Non vocalizzo,
non vocalità. Restare veritieri alla voce. Il che implica: impunità da serpe,
impurità, putridume nel dire. Allora: la vocale diventa angelo e a noi resta
l’eccomi, il sì come si assiste alla cosa sgozzata, alla cosa benedetta, alla
cosa cosmica.
Tommaso Scarponi, che figura tra i sapienti – leggete Distruzione e analogia,
Castelvecchi, 2025 – mi volta un brano tratto dal memorabile scritto di José
Bergamín. Eccolo:
> Quando Gesù era fanciullo analfabeta o analfabeta come un fanciullo (ché
> analfabeta fu sempre: come fanciullo, come uomo e come Dio), quando era
> fanciullo, Gesù si smarrì e fu trovato nel tempio. Lì insegnava ai dottori
> della legge, dottori della legge scritta, della lettera legale (gli stessi che
> poi lo avrebbero crocifisso per questo: perché era analfabeta); lì insegnò
> loro la dottrina spirituale dell’ignoranza, che essi non ascoltarono e non
> intesero. Perciò, quando poi lo condannarono a morte come analfabeta, lo
> crocifissero letteralmente, cioè a piè della lettera o delle lettere,
> collocando sulla sua testa un cartello o insegna su cui il letterato Pilato
> fece scrivere appositamente: Io sono il Re dei Giudei; fece scrivere ciò per
> mostrare a tutti che avevano preso alla lettera le parole di Cristo e che lo
> avevano crocifisso prendendolo così, letteralmente. Sotto questo INRI
> letterale, Cristo rese lo spirito a Dio; “dando un gran grido”, dice
> l’apostolo: divinamente e umanamente analfabeta. Lo spirito muore sempre
> crocifisso a piè della lettera. Ma muore per resuscitare.
José Bergamín scrive La decadencia del analfabetismo nel 1933, pubblicando sulla
rivista appena fondata, “Cruz y Raya”. Si premurava di far conoscere al mondo
l’opera di Federico García Lorca, uno dei rari ‘analfabeti’; quattro anni dopo
avrebbe guidato la delegazione spagnola del “II Congreso Internacional de
Escritores para la Defensa de la Cultura” (tra i tanti, erano convenuti André
Malraux e Wystan H. Auden, Pablo Neruda e Octavio Paz). Tradotto in italiano nel
1972, da Rusconi, riprodotto da Bompiani nel 2000, Decadenza
dell’analfabetismo è un libro uscito dai ranghi del consesso editoriale come
altri testi di José Bergamín. Nel 2003, Marco Dotti usò brandelli di Decadenza
dell’analfabetismo – insieme a testi di Céline e di Artaud – come ‘manifesto’
per il “Primo festival della letteratura resistente dedicato agli scrittori
analfabeti”, in atto a Pitigliano. Si reagiva – as usual – al “nuovo regime
culturale, blindato ed escludente, intento solo a perpetuare se stesso a
discapito di ogni scampolo di novità e impulso al rinnovamento” (così Marcello
Baraghini autore della deliziosa antologia, La vita si scrive, per Stampa
Alternativa).
Alla dinamica natura vs. cultura, José Bergamín ne pone un’altra, a vertigine,
sacro vs. letterale. La lettera uccide il sacro, la legge fa massacro del cuore.
Al linguaggio babelico – algoritmico – che fermenta burocrazia, si oppone il
brigantaggio del linguaggio, il verbo nel roveto, l’annuncio, il miracolo. Al
poeta cortigiano si preferisce il poeta ladro, il poeta in caccia aperta. Al
poeta impegnato si sostituisca il poeta impari, il paria assoluto. Al linguaggio
dell’istituzione, costituito dai vocabolari, il vocabolo onnivoro, parola che
vive tra le piante e le pietre, vivo dire dei mari, parola vespertina che si
sorseggia a colpo d’ala, insoluto sole.
L’attacco di Decadenza dell’analfabetismo – “Tutti i bambini, finché sono tali,
sono analfabeti” – pare memore del Fanciullino di Pascoli: “È dentro noi un
fanciullino… ma noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi
un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia”.
Pascoli mirava all’anonimato, al sovvertimento dei nomi (“Quando fioriva la vera
poesia; quella, voglio dire, che si trova, non si fa, si scopre, non s’inventa;
si badava alla poesia e non si guardava al poeta; se era vecchio o giovane,
bello o brutto, calvo o capelluto, grasso o magro: dove nato, come cresciuto,
quando morto”); scriveva che il poeta “non deve avere, non ha altro fine… che
quello di riconfondersi nella natura, donde uscì”. Ma noi temiamo il selvaggio,
la via senza ancoraggio di gloria o di nomea, così i poeti vengono stivati nelle
storie della letteratura, inermi, come strane bestie in formaldeide, per lo più
innocue. Parole sotto vuoto, parole disinnescate. E dei grandi autori che hanno
operato verso il ritorno all’analfabetismo, cioè verso i modi della mania
lirica, l’unica – chessò, Benjamin Fondane, Ted Hughes, Robinson Jeffers… – non
si dice, si traduce a sprazzi, li si imbraga tra criteri accademici, tra erbari
e mostre di lepidotteri.
Tra l’incolto che si bea della propria arrogante ignoranza e l’elegante istrione
che si muove tra cadaverici tomi, non c’è differenza: entrambi sono i sacerdoti
di un mondo morto; entrambi, alieni da un’eccezionalità individuale, erigono
santuari intorno al proprio io, si credono i migliori, gli scaltri, i pronti a
tutto. Di tutto privo, detto depravato dai doge di questo tempo, il poeta – se è
tale e non la sua maschera, l’infame implume – è l’unica creatura libera,
liberata: ripete le sue parole al vento – e se ne ritrae, perché nulla è invano
e tutto opera secondo la scia dell’angelo e dell’agnello.
***
Da Decadenza dell’analfabetismo
Ciò che un popolo serba del bambino, e ciò che l’uomo serba del popolo, ovvero
ciò che in lui è ancora bambino, è l’analfabetismo. Analfabetismo è la
denominazione poetica di uno stato autenticamente spirituale. Possiamo assistere
al processo di decadenza dell’analfabetismo nelle nostre vite come in quelle dei
popoli più colti, i più letterati. Guai a noi – guai a loro – se accettassimo
superstiziosamente come ineluttabile il monopolio del letterale, del letterario,
della cultura!
Esiste una cultura letterale. Esiste una cultura spirituale.
La prima perseguita l’analfabetismo, il suo nemico. Ed è oggi – non ieri né
domani – la più diffusa. È quella che ha disordinato il mondo: quella che ha
disordinato le cose e ha soppresso le gerarchie. Quando il senso delle gerarchie
è razionalmente perduto, tutto deve essere disposto in ordine alfabetico.
L’ordine alfabetico, però, è un ordine falso. L’ordine alfabetico è il disordine
spirituale: quello dei dizionari, dei vocaboli letterali, più o meno
enciclopedico, in cui la cultura letterale tenta di ridurre l’universo.
Il monopolio letterale della cultura ha disordinato le cose disorganizzando le
parole, che sono anch’esse cose, non lettere; e poiché sono cose (cose di idee o
idee di cose, cose della ragione, cose del gioco) sono pura realtà razionale o
poetica, realtà autenticamente spirituale o analfabeta.
*
C’è stata una sistematica esibizione stilistica della poesia. Attraverso questi
sottili lambicchi, la poesia viene sterilizzata: sterilizzazione immaginativa
del pensiero. La poesia distillata, lambiccata, sterilizzata, non è pura poesia:
è poesia letterata, letteralizzata. La poesia diventa letterata, alfabetica,
cercando la musica in una vocalizzazione esclusivamente letterale. Esiste
un’intera letteratura lirica che ha testi e musicalità, ma è priva di poesia.
*
La poesia pura è semplicemente la più impura: poesia analfabeta. La poesia è
analfabetismo integrale perché integra spiritualmente ogni cosa. La poesia è il
campo analfabeta della gravitazione universale di tutte le costruzioni
spirituali dell’uomo.
*
Lo stato poetico è uno stato del desiderio infantile o popolare: un desiderio di
analfabetismo; desiderio paradisiaco dello stato dell’uomo puro. Il poeta anela
all’ignoranza, all’infanzia, all’innocenza, all’ignoranza analfabeta che ha
perduto; anela all’analfabetismo perduto: pura ragione spirituale della sua
opera.
*
La parola, la viva parola, non si conforma nell’ordine alfabetico: perché la
vita accade tramite la parola, non la parola tramite la vita; così come la
verità è tramite la parola e non viceversa: tramite la parola divina. (In
principio era il Verbo e il Verbo era Dio e il Verbo era in Dio… così attacca
Giovanni nel suo Vangelo poetico, che è il Vangelo dell’analfabetismo spirituale
più puro).
*
Al termine del primo libro sulla Dotta ignoranza, che è dottrina spirituale
dell’analfabetismo, Nicola Cusano scrive che la verità risplende
incomprensibilmente nell’oscurità della nostra ignoranza. Il potere
dell’oscurità della nostra ignoranza, il potere spirituale dell’analfabetismo, è
quello di far risplendere incomprensibilmente in noi la precisione della verità.
Non esiste poesia che non richieda tale lucidità spirituale, rintracciabile
soltanto nell’oscurità della nostra ignoranza, approfondendo, direbbe Giordano
Bruno, la profondità della nostra ombra.
*
Il declino dell’analfabetismo è la decadenza della cultura spirituale quando la
cultura letterale la perseguita e la distrugge. Tutti i valori spirituali si
sbriciolano quando la lettera o le morte lettere sostituiscono la parola, che si
esprime tramite vive voci. Il valore spirituale di un popolo è inversamente
proporzionale al declino del suo analfabetismo pensante e parlante. Perseguitare
l’analfabetismo significa proseguire strisciando nel retro del pensare:
perseguire le tracce luminose e poetiche della parola. Le conseguenze letterali
di questa persecuzione è la morte del pensiero.
Chiunque si allontani dal gioco poetico del pensare è perduto, irrimediabilmente
perduto, perché abbandona la verità della vita, che è l’unica vera vita – quella
della fede, della poesia – per la menzogna della morte. Prendere tutto alla
lettera, confidando in essa: ma ciò che è letterale è morto.
Il declino dell’analfabetismo è, semplicemente, il declino della poesia. È il
declino del nostro pensiero da quando abbiamo perso la fede nella poesia, da
quando siamo diventati alfabetizzati: non abbiamo fede quando siamo orfani della
vera ragione, la ragione pura, quando sradichiamo dal nostro pensare la poesia.
*
La ragione poetica del pensare dell’uomo è la fede. La poesia appartiene sempre
agli uomini di fede, mai a quelli di lettere, ai letterati. Gli apostoli, in
quanto uomini di fede e dunque analfabeti, hanno dato la più perfetta
espressione poetica alla vita di Cristo. Confrontate i loro testi, poeticamente
puri, con una qualsiasi delle innumerevoli vite letterarie o da letterati di
Gesù Cristo: quella di Renan, di Strauss, di Papini… o qualsiasi altra (tranne
le visioni analfabete ed extra-letterarie dei mistici come Anna Katharina
Emmerick). Quelle vite letterate di Cristo contengono pagine e pagine di
letteratura vaga, amena, senza una parola di verità: non una sola parola di
verità né di menzogna perché ciò che pronunciano non sono parole ma lettere; la
parola può essere pronunciata soltanto come l’hanno pronunciata gli apostoli e i
santi: poeticamente. Non tutti gli analfabeti sono santi, ma tutti i santi
devono essere analfabeti.
*
Per apprendere il vero timore di Dio bisogna varcare la soglia poetica
dell’analfabetismo; l’altro, il timore letterale della morte – o della vita –,
il timore alfabetico del vuoto, non è timore di Dio: è terror panico.
Terror panico, cioè panteismo letterario, cioè letteralità del divino: la
confusione di Dio con il Demonio non è, letteralmente, altro che confusione
infernale, confusione di tutti i demoni; pandemonio, come lo fu la confusione
letterale di Babele, ma senza un dono illetterato delle lingue a succedergli:
senza Pentecoste spirituale redentrice.
*
L’ordine alfabetico internazionale della cultura, nato dagli enciclopedisti –
specie di mortale anticipazione dell’Inferno – è giunto, come logica e naturale
conseguenza, a trasformare per noi la rappresentazione totale del mondo e del
cosmo in un enorme Dizionario Enciclopedico Generale, alfabeticamente
organizzato. La progressiva alfabetizzazione della cultura ha agito sulla vita
umana come una progressiva paralisi del pensiero.
*
La lettera uccide lo spirito.
L’analfabeta ha dei diritti spirituali da difendere contro la dominazione
alfabetica di qualsiasi cultura, più o meno letterale o alfabetizzata. Se
parliamo dei diritti del bambino come possiamo ignorare i diritti
dell’analfabeta che sono, in origine, quelli del bambino, i più puri interessi
spirituali dell’infanzia? Diritti sacri perché esprimono l’unica indiscutibile
libertà sociale: quella dello spirito, quella del linguaggio creativo, quella
del pensiero immaginativo. L’analfabetismo spirituale e creativo dei popoli è
ciò che i popoli hanno in comune con i bambini, la loro infanzia permanente.
*
Se i bambini e i popoli cessano di essere analfabeti, cosa diventeranno? Se i
bambini e i popoli vengono privati dell’analfabetismo – quella vita spirituale
immaginativa del loro pensiero che chiamiamo analfabetismo – cosa resta di loro?
Un bambino e un popolo si snaturano quando vengono alfabetizzati, cominciano a
corrompersi, a cessare di essere; a cessare di essere ciò che sono: bambini,
popoli.
*
L’alfabetizzazione, o alfabetizzazione culturale è il nemico mortale del
linguaggio in quanto tale, nella misura in cui il linguaggio è spirito, è
parola. L’alfabetizzazione è il nemico giurato di ogni linguaggio spirituale,
cioè, in ultima analisi, della poesia.
José Bergamín
*Traduzione di Compiuta Donzella
In copertina: José Bergamín (1895-1983)
L'articolo Elogio dell’analfabetismo, o della poesia pura. Contro i legionari
dell’algoritmo proviene da Pangea.
Autorevole, serioso, taciturno. Per noi, poveri studenti, incontrarlo era un
problema: “Saluto o non saluto”, il dilemma. Un cenno rapido del capo era la
risposta a chi osava salutare. Questo il mio ricordo di Carlo Bo, il Rettore
Magnifico che ha cambiato tra il 1947 e il 2001 le sorti di una città, Urbino, e
della sua Università che ora debitamente porta il suo nome. Che sapevamo di lui?
Che era un critico letterario di grande rilievo, un senatore a vita per meriti
culturali e ben poco altro. Solo dopo la laurea la curiosità mi aveva spinto a
leggere almeno Letteratura come vita.
Oggi il suo nome ritorna accostato a quello di Giovanni Spadolini grazie ad Anna
T. Ossani. Una duplice straordinaria sorpresa: Anna T. Ossani legge gli scritti
di Bo su Spadolini, prefandoli e annotandoli e aggiunge in appendice le lettere
di Spadolini a Bo in un corposo volume pubblicato da Raffaelli editore Rimini
come dodicesimo volume della Collana “Quaderni della Fondazione Bo” e
intitolato Carlo Bo, Giovanni Spadolini “Uno storico che è uno scrittore”, a
cura, appunto, di Anna T. Ossani. Il volume è già in libreria.
Duplice sorpresa per il nome della curatrice, una dei docenti preferiti dei miei
tempi universitari e perché i saggi si muovono tra letteratura, storia politica
restituendoci un panorama storico-politico-letterario che va dagli anni ’60 alla
morte di Spadolini nel ’94 (cinque i saggi di Bo pubblicati dopo la morte di
Spadolini, compresi nel volume). Il saggio introduttivo, “Continuare a inseguire
l’arcobaleno senza fermarsi” mi ha affascinato subito, sin dal titolo; gli
avant-propos ai singoli testi di Bo danno la misura della competenza di chi
scrive.
Oggi incontro Anna T. Ossani, la professoressa che mi ha insegnato ad amare il
teatro e parlo con lei della recentissima pubblicazione.
Sono stato uno studente impertinente e vorrei fare una impertinente prima
domanda, posso?
“Sentiamo quanto è impertinente”.
È vero che nella tua ricca biblioteca ci sono scaffali pieni di libri di storia
e di politica, oltre che di letteratura, teatro, musica, ma tu sei
un’italianista, ci hai insegnato a leggere i testi, ad amare il teatro. Come mai
questa scelta che mi sembra quasi estravagante rispetto alla tua storia, alla
tua carriera?
“Estravagante proprio no. Sin dalla tesi di laurea dedicata a Giuseppe Mazzini,
a come si coniugava nella sua opera il rapporto tra letteratura e politica,
divenuto poi il mio primo libro, sin dal secondo, Mario Morasso, agli studi su
Futurismo e Fascismo, Tommaso Monicelli, Francesco Meriano, la prima linea di
ricerca è stata quella. Poi ragioni accademiche hanno fatto il resto”.
Insisto: perché proprio Spadolini e Bo, anzi Bo che legge Spadolini e attraverso
le sue recensioni, i suoi elzeviri, le sue note sul politico toscano ci fa
capire il rapporto di amicizia, di vera e propria sodalità nato tra loro in più
di trent’anni di frequentazioni?
“Amo le intersezioni: e qui le intersezioni non stavano solo tra un critico
letterario che legge uno storico, tra un cattolico che legge un laico, ma
nell’oggetto stesso della ricerca. Da subito sfogliando le lettere di Spadolini
e leggendo i saggi di Bo, la connessione era evidente: Storia, Letteratura,
Politica; culture intrecciate; passato e presente; la grande Firenze
dell’umanesimo civile e la Firenzina di oggi; il destino dell’Italia e un’Italia
e un’Europa che non sono state in grado di compiersi. Stupefacenti, attualissime
e concordanti le posizioni di entrambi. Bo non è stato solo uno straordinario
critico letterario, ma anche un commentatore libero, anzi un libero commentatore
di ragioni di attualità. Bargellini lo aveva invitato a scrivere per i
giornali; e Bo negli anni Cinquanta non può non avere curiosità per quel
giovanissimo storico che già aveva terremotato gli studi non solo con un
approccio diverso alla materia storica (condotto attraverso documenti
filologicamente probanti spiegati al lettore, panorami amplissimi e folgoranti
ritratti, restituiti magari con pennellate rapide, ironia toscana, lingua
smaltata), ma perché da cattolico leggeva con attenzione e condivisione le
parole di un laico su Giolitti e i cattolici, L’opposizione cattolica, ad
esempio, e capiva soprattutto di trovarsi di fronte ad un abilissimo
comunicatore che spiazzava il lettore sin dai titoli dei suoi libri
(penso al Papato socialista, alle Due Rome,Il Tevere più largo, eccetera). Un
libro dal titolo Il Papato socialista non può non incuriosire, forse da subito
spiazza. Non solo: la distanza tra un cattolico ligure taciturno, ombroso, che
vive – diceva Spadolini – “ai confini e oltre i confini del dubbio”, e un laico
dall’oratoria fluente che ostenta una quasi olimpica serenità è solo apparente.
Li accomuna l’amore per la lettura che è per entrambi una continuo riconoscersi,
un continuo esame di coscienza, la bibliofilia, l’onestà intellettuale, la
cultura, l’attenzione al lettore sempre coinvolto, l’apertura all’Europa, a
discipline diverse, a culture diverse, il rifiuto degli sgambetti, dei magheggi
della politica, delle divisioni interne ai singoli partiti che continuavano
(forse è meglio usare il presente) a rallentare un vero processo unitario del
paese e l’invito continuo ad ascoltare la ragione e il dialogo tra le parti.
Saranno allora i grandi fondi di Bo negli anni delle aspre polemiche sul
divorzio a cementare la loro sodalità contro una “guerra di religione”, come Bo
scriveva sul “Corriere della sera” diretto, tra il 1968 e il 1972, proprio da
Spadolini. Spadolini e Bo hanno accompagnato il lavoro storico, il lavoro
letterario, quello giornalistico e quello politico seguendo una precisa idea
di Cultura che mancava e manca nel Palazzo; che è anche un modo nuovo di
guardare gli avvenimenti, di cercarne le ragioni, non di fare chiasso attorno ai
fatti. Ed è il primo grande merito del giornalista Spadolini e di Bo
giornalista: testimoni lucidi e distaccati interpreti. Non solo: dai 26 testi
che ho pubblicato e annotato emerge un comune destino che per entrambi ha
origine a Firenze (l’uno perché vi è nato, l’altro perché vi ha studiato e letto
a San Miniato, nel 1938, Letteratura come vita, involontario manifesto
dell’Ermetismo), ma finirà per svolgersi altrove: a Bologna, a Milano, a Roma
per Spadolini, a Urbino, Milano e Roma per Bo. Entrambi sono due scrittori, due
costruttori”.
Carlo Bo (1911-2001)
Fermati un attimo: cosa significa quando dici due scrittori, due costruttori?
“Non basta scrivere bene per essere scrittori. Spadolini non ha solo lucida
consapevolezza del tempo in cui vive, ma un’ipotesi progettuale, una
responsabilità etica e un messaggio da offrire al lettore. Insomma, si tratta di
cultura, di politica culturale da leggersi sia sul piano intellettuale che su
quello pratico, concreto. Ecco perché parlo di due costruttori. Non è stato, il
loro, “Un vivere di carta”, ma l’unica possibilità di vivere durante il
Fascismo. Sono stati ‘costruttori di ponti’, di relazioni, operatori culturali
nel senso gobettiano del termine ma anche concretamente operativi: cosa è stata
la Fondazione se non il voler riportare a Firenze una nuova cultura e anche
tramite la Nuova Antologia darle nuova vita e slancio? Firenze riportata
culturalmente a una nuova grandezza. Urbino rivoluzionata nelle sue strutture
universitarie, nelle sue facoltà, nei suoi docenti. E per entrambi, da Roma, dal
Senato un lungo inflessibile monito a dire basta alle partigianerie, alle
miserie quotidiane, entrambi testimoni e interpreti di una nuova cultura anche
politica”.
Come hai insegnato, comincio dalle soglie del testo. Cosa significa il titolo
del tuo intervento introduttivo: “Continuare a inseguire l’arcobaleno senza
fermarsi”?
“Una delle accuse mosse a Spadolini durante la lunga carriera politica è stata
quella di essere sì un mediatore ma di non avere coraggio, di essere fragile.
Accuse mosse prima e dopo la morte di Spadolini all’interno dell’agone politico
ma anche fuori di esso. Ebbene: Bo respinge fortemente questa tesi e la frase di
Calamandrei, amico del padre, grande uomo di cultura e grande politico, l’ha
assunta come monito per tutta la vita. Avere un progetto di vita e cercare di
portarlo sino alla sua conclusione senza fermarsi anche se l’arcobaleno non si
raggiunge mai, se si sposta anche il tuo obiettivo e si accresce e si allarga
nonostante le batoste. Per questo dico che Bo e Spadolini sono stati due
costruttori: di ‘ponti’, per riprendere titolo della rivista di Calamandrei;
ponti tra culture, tradizioni, momenti storici, posizioni politiche dissimili,
ponti da costruire tra partiti, nazioni, culture nel segno di un’Europa che deve
portare ancora a compimento il sogno del Manifesto di Ventotene, di un
Mediterraneo che deve porsi come luogo di incontro e non di scontro tra civiltà.
Consiglio vivamente ai politici di oggi di leggere certe pagine
dei Bloc-Notes (anche sul Manifesto di Ventotene). Mauriac e oltre Mauriac,
scrive Bo. Basterebbe pensare a Spadolini che ha istituito il Ministero per i
Beni culturali, a che cosa ha fatto nella breve durata di questo incarico per
capire cosa significa essere dei costruttori”.
Giovanni Spadolini (1925-1994)
Cosa pensava Bo di Spadolini giornalista e cosa pensava Spadolini di Bo
giornalista?
“Bo distingue subito Spadolini dagli altri giornalisti quando ancora Spadolini
era il direttore del Resto del Carlino per il suo essere un uomo di cultura: ciò
lo distinguerà, secondo Bo, anche dagli uomini del Palazzo che ‘rodomonteggiano’
per inutili problemi, ‘tacciono’ per cose gravissime. Sono parole di Bo: gravi,
pesanti. Ognuno le legga come vuole o come può. Grandissimo giornalista
Spadolini per Bo, capace di cogliere l’essenza del problema, del fatto, in poche
righe, di tenere il discorso e di far pensare. Quando Bo inizia a scrivere per
il Corriere della sera e poi arriva la direzione Spadolini, la collaborazione
tra i due si fa più stretta; la libertà del giornalista si accompagna alla
sapienza del direttore consapevole di avere accanto non solo un grande critico,
ma anche un grande commentatore di ragioni di attualità. Gli interventi di Bo
sul “Corriere della sera” vanno in entrambe le direzioni”.
Quale è il sotterraneo intento di questo libro?
“Nessun intento sotterraneo. Volevo leggere pagine di Bo mai lette, volevo
leggere un po’ di più di Spadolini che conoscevo in parte come politico, poco
come storico. La sua scrittura ha un fascino che avvolge, nutre, ti costringe a
pensare. E Bo, con la sua linea curva, con il suo procedimento ‘aggirante’, con
i suoi giudizi non dati, con il suo bulino incide poco a poco e mette a nudo
l’uomo segreto, lo scrittore segreto del Capanno di Pian dei giullari e lo
storico straordinario, almeno per me, dei Bloc-Notes dove puoi capire perché ci
troviamo, oggi, in questa dolorosa situazione culturale, prima ancora che
politica. Una preveggenza che affascina e stupisce. Bo lo ha scoperto subito e
ce lo ha restituito in tutta la sua grandezza come storico, come politico e
soprattutto come uomo”.
Alessandro Carli
*In copertina: J.M.W. Turner, L’arcobaleno, 1817
L'articolo “Continuare a inseguire l’arcobaleno”. Carlo Bo e Giovanni Spadolini:
appunti di cultura politica proviene da Pangea.