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Bolle di sapone, ovvero: ritratto dell’intellettuale come amministratore di condominio
I cieli, da tempo opalescenza di vampe e fumi, sono ingombri di minacce, l’aria è torbida di veleni e false promesse. Poche inossidabili gole proseguono la gogna di ogni possibile civiltà. Ululano, minacciano, sfoderano l’arroganza tipica dei vili, che non vivono di passioni, ma di ossessioni. Facce imballate nella menzogna, fra botox, epidermidi all’orangina abbrustolite da raggi UVA, smorfie rabbiose, mascelle contratte, sguardi mimetici, e, per qualcuno di loro, quel cipiglio suadente che vuol rassicurare sull’avvento di una giustizia incontaminata, ineluttabile.  Avete mai guardato, a fondo, appena sotto i pori, i volti del potere? Per carità, non intendiamo qui riabilitare Lombroso; vogliamo soltanto osservare l’infezione delle loro facce, maldestramente tamponata con gli espedienti di cui sopra. Se passiamo un dito sopra quei volti finiscono in pus. Il pus di una menzogna che li accomuna tutti, meschini mescitori dei loro ombelichi. Ecco chi sono i vari Trump, Netanyahu, Putin, e tutti gli altri che, come loro, prendono oggi decisioni miliari, mortifere, arrangiano, maneggiano, soppesano, negoziano e poi violano, giocano, berciano, ricattano, vaneggiano, volgarizzano, minacciano, condannano, mistificano, complottano. Ma soprattutto, mentono, mentono e ancora mentono, mentre gravano i cieli di deflagrazioni, la terra di morti, e svaligiano ogni legge del germe sano che ne giustifica il gravoso esistere. Godono, in fin dei conti, di una sicurezza che scaturisce dalla perpetua, periscopica distruzione di un nemico, reale o immaginario che sia, in un girotondo schizofrenico di alleanze e ostilità che mutano al primo colpo di tosse sgradito. I singoli nazionalismi contano ormai poco nella disamina di un declino manifestamente inarrestabile; conta semmai l’amplesso esiziale di potentati che pencolano sul baratro delle personalità narcisistiche, ossessive e tragiche dei loro leaders. Jean-Baptiste-Siméon Chardin, Bolle di sapone, 1740 ca. Ma sono davvero loro, i capi di stato, i soli responsabili della suppurazione che sta colpendo i paesi che essi governano, con ogni conseguenza in ambito internazionale? Non ne siamo convinti. Come potremmo, del resto, accusare il potere di essere se stesso, di prestarsi alle storture e alle perversioni che gli sono connaturate? Come possiamo evitare l’eterna trappola di Tucidide? Non sono i potenti i soli responsabili cui augurare una pena commisurata a ognuna di quelle decisioni che – ormai è innegabile – stanno conducendo allo stravolgimento dell’ordine mondiale, per come avevamo imparato a conoscerlo, almeno dalla pace di Westfalia in poi. Altrettanto responsabili, e senz’altro più vili, sono coloro che dovrebbero orientare e combattere il fatale deragliamento verso il quale siamo avviati. I più vili, i più deresponsabilizzati – e dunque i colpevolmente inutili – sono gli intellettuali contemporanei, o quel che di loro rimane.  Coloro che furono un tempo i sacerdoti della ragione, latori di ideali alieni a interessi personalistici e a vanità egotiche, coloro che, idealmente, avrebbero dovuto allearsi alle masse, orientandone e riordinandone le istanze (per natura destrutturate e ferine), coloro che furono i promotori di valori supremi, speculatori di un’educazione universale, di una società ideale, di certo talvolta ibridi nell’affiancarsi al potere, fra cortigianeria e indipendenza, ma quasi sempre capaci – per citare Lucien Herr – “di anteporre il diritto e un ideale di giustizia ai loro interessi personali, ai loro istinti naturali e ai loro egoismi di gruppo”, ecco, dove sono oggi costoro? Dove si riuniscono, se si riuniscono, di cosa dibattono? Hanno ancora un ruolo nell’influenzare una possibile “guerra di posizione” (per dirla nel senso traslato del sempre comodo Gramsci)? Noi, purtroppo, non li vediamo. Non li vediamo nelle redazioni dei giornali, longa manus sciatta e funambolica dei partiti che rappresentano; non li vediamo nelle università e nelle scuole, anch’esse ormai scleroticamente politicizzate. Non li vediamo nelle redazioni delle case editrici, asservite – e come rimproverarlo loro? – a bilanci gravemente deficitari. Insomma, dove sono? Si riuniscono forse clandestinamente in qualche scantinato per discutere di un cambiamento giusto, per indurre la politica o noi partecipanti di una massa sempre più (dis)informata e meno colta, a esigere quel cambiamento?  No, non stanno nemmeno in uno scantinato, a meno che non sia provvisto di una connessione wifi.  Perché, invero, i cenacoli fumosi d’antan, le redazioni, le università e le scuole sono stati oggi rimpiazzati da una pluralità di condomìni virtuali – oggi chiccosamente definiti “bolle social” –, i cui amministratori, in perpetua competizione fra loro, sono gli avatar dei maîtres à penser di un altro secolo. Ecco, ci pare di poter dire, senza timor d’eresia, che gli intellettuali odierni sono amministratori di condominio.  Harry Willson Watrous, La perditempo, 1914 Alcuni si limitano al condominio facebookiano, altri, grafomani e più disciplinati, hanno una pagina sulla piattaforma Substack, spesso a pagamento, così guadagnano due soldini che fanno sempre comodo. Quando si stancano di gestire la bolla, o non trovano abbastanza prestigioso farlo, firmano qualche articolessa per giornali molto in voga fra lettori che confondono cultura con citazionismo, e scambiano un’analisi teorica per una fonte documentale, sulla quale poi edificano convinzioni da rivendere, di bolla in bolla, con la bava alla bocca. Bene, ma cosa fanno, concretamente, questi intellettuali condominiali? Come esercitano il loro ruolo? Come influenzano la società e il pensiero dei potentati? Quali sono le loro battaglie? In favore o contro chi si schierano? È tempo che li osserviamo e dobbiamo dirlo: siamo costernati.  Anche coloro ai quali riconosciamo una certa arguzia di pensiero, peraltro supportata da conoscenze teoriche formidabili, anche loro, alla prova dei fatti, sono inutili come un paio d’occhiali messi sul naso di un cieco inoperabile. Trascorrono le giornate scrivendo almeno un post al giorno, spesso anche due o tre, sorta di “circolari condominiali”, in cui passano agilmente dalla pubblicità del loro ultimo libro, o del loro intervento sulle recenti frontiere pornofemministe, si concedono qualche rutto qua e là sul delitto modaiolo di turno (Garlasco vince su tutti), irridono flottillas e manifestazioni di pace, distribuiscono patenti, a casaccio e in alternanza, di antisemitismo, di terrorismo, di nazismo, di fascismo, di revanscismo, di inclusivismo, di rossobrunismo, di ismoebasta, a politici, istituzioni e personaggi pubblici che non riscontrano il loro gradimento, contabilizzano morti, sentenziano, insultano e disprezzano i loro condòmini, oppure li ignorano olimpicamente, propinano quotidie una mescolanza di elucubrazioni su politica interna e internazionale, tutte deliziosamente e irrimediabilmente eteree, dunque inani; ma soprattutto non ci fanno mai mancare prove muscolari di citazionismo, quasi sempre di stampo novecentesco, il quale, ne siamo certi, scatena erotici sussulti in qualche attempato accademico e nei bibliofili patologici (chissà perché il Novecento fa sempre questo effetto).  I loro nomi si confondono nella caligine di un ultracrepidarismo ridicolo, che vive e si autoalimenta fra lampi di vanità e intemerate sprezzanti, in un agone inconsistente come quello virtuale. Peccato che le loro parole siano destinate a svanire al primo (auspicato) attacco informatico che getterà nella notte eterna questi contenitori digitali incrostati di un venefico Nulla. O, molto più probabilmente, svaporeranno ancor prima, quando gli accreditati di oggi saranno rimpiazzati dagli accreditati di domani, più performanti in termini di intrattenimento, o da qualche intelligenza artificiale che batterà in citazionismo anche quelli fra loro affetti da ipermnesia. Un volumetto edito da Treccani un paio d’anni fa, ci permette di rileggere alcuni interventi di Zygmunt Bauman, risalenti alla fine degli anni Novanta e relativi al ruolo dell’intellettuale. In un passaggio, il sociologo polacco evoca lo scrittore George Steiner e la sua teoria secondo cui il mercato promuove una cultura di “massimo impatto e di obsolescenza istantanea”, la quale diventa “un casinò cosmico” (espressione sempre di Steiner), in cui “si giocano solo giochi retorici” (addendum di Bauman).  Già alla fine degli anni Novanta, il sociologo evidenziava l’avvicendarsi di mode e tendenze culturali, la labilità dell’attenzione dei fruitori della cultura, l’appiattimento della dimensione storica a un “eterno presente”. E affermava: > “A volte questi [n.d.r.: i giochi retorici di cui sopra] possono avere un > significato profondo, ma per poter essere giocati in pubblico e avere almeno > una parvenza di impatto devono sempre essere divertenti, devono avere un > ‘valore di intrattenimento’ per poter catturare, sia pure per un breve > istante, l’attenzione del pubblico. «Un individuo esiste solo nella misura in > cui gli altri parlano di lui: lo lodano, lo citano, lo criticano, lo > diffamano, lo deridono ecc.» (Debray, 1979, p. 168). La fama è stata > rimpiazzata dalla notorietà: non un ponderato riconoscimento per i risultati > conseguiti, il ripagamento di un debito per i servizi resi alla causa > pubblica, ma il fatto di imporsi con ogni mezzo a disposizione all’attenzione > del pubblico. Se gli intellettuali annoveravano sé stessi tra la minoranza > scelta che poteva rivendicare uno speciale diritto alla fama, essi non possono > rivendicare alcun diritto privilegiato alla notorietà. Al contrario le > tradizionali attività degli intellettuali – principale causa della loro gloria > passata – non si prestano a essere esibite davanti agli occhi del pubblico né > a riscuotere un applauso immediato. Quando la notorietà anziché la fama > diventa il criterio dell’influenza pubblica, gli intellettuali si trovano in > competizione con i campioni sportivi, le pop stars, i vincitori di lotterie, i > terroristi e i serial killers. In questa competizione non hanno molte speranze > di vincere, ma per gareggiare devono giocare il gioco della notorietà > seguendone le regole, ossia adeguando la propria attività al principio di > «massimo impatto e di obsolescenza istantanea». La giustezza o la verità delle > idee sono sempre più irrilevanti come richiamo nei confronti dell’attenzione > pubblica; ciò che conta sono le loro ripercussioni, la quantità di tempo e di > spazio che a esse dedicano i media, e ciò dipende principalmente dal loro > “valore di intrattenimento”. Ma l’intrattenimento, ahinoi, è un lusso imbelle, non ha alcuna influenza a livello politico, e nemmeno nell’orientamento delle masse, ormai volubilissime, poiché viziate da innumerevoli e sempre nuove offerte culturali (di vaglia più o meno comprovata, s’intende). E i potentati ne sono consci. Per questo ci lasciano scrollare compulsivamente facebook, si divertono a vederci leggere e commentare i Soloni di turno che amministrano le varie bolle condominiali: in fondo, noi siamo gratificati poiché ci sentiamo parte di una presunta cultura elitaria, loro, i governanti, continuano ad agire indisturbati, giacché qualche saltuario ronzio nelle orecchie causato da un intellettuale che si contorce stizzito sul proprio canapé è, in fin dei conti, uno scotto sopportabile. Niente di nuovo sotto il sole, starete pensando.  Dopo tutto, quella creatura proteiforme, tanto amata, temuta e disprezzata – che, almeno dall’affaire Dreyfus in poi, abbiamo cominciato a chiamare intellettuale – si è sempre mossa sulle sabbie mobili, vittima di un’ambiguità e di un’impotenza irriducibili. Noi, invece, che non siamo altro che spaesati osservatori di passaggio, di irriducibile abbiamo soltanto la predisposizione a un infantile romanticismo. Per tale ragione, questi disperati intellettuali contemporanei, preferiamo immaginarceli giocare sul selciato dell’infanzia, quando le sole bolle che conoscevano, non erano quelle virtuali, ma quelle di sapone.  Un destino crudele, il loro, dall’inizio alla fine. Maura Baldini *In copertina: Hendrick Goltzius, Quis evadet?, 1594, incisione L'articolo Bolle di sapone, ovvero: ritratto dell’intellettuale come amministratore di condominio proviene da Pangea.
March 17, 2026 / Pangea
Chi soffre non è profondo. Una visione agonistica della letteratura
Circostanze varie mi stanno obbligando a riaprire vecchi faldoni di lettere, manoscritti, materiali letterari vari, così una polvere di riflessioni, più o meno fastidiosa, si solleva. Vale la pena provare a raccoglierla sulla pagina? Sebbene il buon senso lo preventivasse, ci si stupisce sempre di quanto si perda, in termini di energia, di intelligenza, di affetti, di intuizioni, di possibilità, di umori, quando le vicende letterarie diventano saggi, narrazioni più o meno accurate, persino approfondimenti specialistici, infine retrospettive conchiuse. Solo per i classici, passato il tempo necessario, forse si arriva a un’analisi più capillare, ed è normale che sia così. Altre ricerche accurate, quand’anche ce ne fossero, finiscono negli archivi delle accademie. S’impone, per inerzia, sempre un racconto semplificatorio, con un alto grado di mistificazione. (Ogni tanto levo lo sguardo agli scaffali sopra la scrivania, verso i volumi della Letteratura di Marzorati, con interi tomi dedicati ai “minori”. Oggi l’impresa sarebbe impossibile). Non ci sono alternative alla giustizia sommaria. Si auspica che il grado di approssimazione ai fatti sia sempre più preciso, ma si fa quel che si può, anche perché non siamo più una civiltà di corte: la nostra è la società di massa, in cui tutti scrivono e pochi leggono. E il “sottobosco” letterario, fertilissimo, resta indistinto, alluso, omesso. Prima di ammazzare con una fotografia un periodo storico, anche quello poeticamente meno significativo, la letteratura è stata però vivissima. I suoi protagonisti erano pimpanti, animati da passioni, attraversati da tensioni, guidati da progetti e ideali che, per esempio, quando si riaprono gli epistolari, si colgono vividamente. (Non sono esperto di carteggi, ma fra quelli letti il mio preferito è Eusebio e Trabucco, fra Montale e Contini, curato da Isella per Adelphi).  Di tanto in tanto, ce ne accorgiamo, ci sono eruzioni che testimoniano le energie telluriche delle vicende letterarie: dibattiti, stroncature, polemiche. Ma questi fuochi fatui rischiano di non rendere ragione del magma soggiacente, che modella il territorio in segreto. Pensiamo al caso delle riviste. Restiamo anzitutto a quelle cartacee, alla situazione prima dell’esplosione del web. A fine Novecento e nel primo decennio del Duemila erano centinaia (lo sono ancora, ma sono superate dalle offerte online). Solo alcune verranno ricordate: anzitutto quelle legate ai maggiori centri di potere, con sostegni economici, garanzie di visibilità, per natura inserite nel circuito letterario maggiore. Ma come ben sappiamo le novità spesso nascono dalle pagine più militanti, che circolano in modo carbonaro. Quale criterio fa giungere nelle mani di uno studioso attento a queste fonti una rivista piuttosto che un’altra? Negli anni della giovinezza, ho sentito parlare di talune riviste come di esperienze segrete e dirompenti. Quando le ho avute tra le mani, mi sono sembrate ben poca cosa (e spiegherò a breve perché). La storia è scritta dai vincitori, si sa. Quindi chi ha il merito di imporsi sulla scena dà lustro anche ai fascicoli su cui ha esordito. Eppure, mentre mi documentavo su “Niebo” o “Scarto minimo” o “Braci”, giusto per proporre qualche esempio, non di rado trovavo articoli più interessanti su riviste di cui oggi nessuno si rammenta. Sia chiaro, non è mio intento sminuire l’esperienza dei periodici citati, di cui nemmeno mi considero esperto. Testimonio i vicoli ciechi, le vie che si perdono nel nulla, i cortocircuiti della memoria. Le logiche della selezione, la legge cinica dell’economia. Le potenzialità che non sono state intercettate e sviluppate. I protagonisti di tali e di altre riviste erano animati, dicevamo, da passioni e ideali, da tensioni e persino da insofferenze: poteva essere diversamente? Eppure, ecco il punto che spiega la mia delusione, ben poco in quelle pagine emergeva in modo limpido. Direi, anzi, che solo una parte minima si traduceva nel meticoloso lavoro di cui si nutre la riflessione letteraria. Immagino che nelle riunioni redazionali i dibattiti fossero accesi, ma spesso nelle riviste comparivano solo testi poetici e qualche spunto teorico, magari un po’ fumoso. Raramente, qualche lettura critica, per lo più di apprezzamento verso un “maestro”. È la logica, comprensibile, di ogni vicenda “giovanile”. Ma tale logica mi pare deficitaria. Perché in quelle falde non si sedimentavano in modo palese i contrasti poetici, che sono il lievito di una cultura letteraria? Quando si riaprono certe lettere o si ripensano a certi discorsi con determinati autori, le correnti soffiano, i fastidi emergono, le simpatie zampillano. Poi, però, tutto sommato, la carta non canta mai. E la letteratura, il pensiero letterario profondo, non si fa con le battute di Ungaretti su Montale (secondo il primo, un “poeta di merda”), non si fa con gli epigrammi di Pasolini su Luzi. Quel poco che filtra dagli umori dei poeti vivi, quando non si limita ad allietare i noiosi studi accademici, rischia di generare ulteriori semplificazioni ed equivoci. Carmelo Bene che stronca in diretta televisiva Giovanni Raboni per le sue Canzonette mortali è l’icona di un’occasione perduta. Due giganti contrapposti, capaci comunque di riconoscere la reciproca grandezza. Forse la battuta di Bene era anche questo, il segno di una stima, la delusione rispetto a un percorso nuovo. E il silenzio di Raboni era il sintomo di uno smacco oppure la riprova di una consapevolezza aristocratica? Fine del tempo concesso alle trasmissioni: resteremo con le domande in sospeso. Sto cercando di mettere in luce l’elemento reattivo, agonistico, che racconta di una “società letteraria” viva, pronta a scattare in modo anche imprevisto rispetto agli eventi e a dribblare le previsioni: quella società ideale (ma non da idealizzare, e forse mai veramente esistita) di cui oggi ci si lamenta sempre, quando per esempio, come è capitato recentemente a Loredana Lipperini, si torna sull’assenza e sull’inutilità delle recensioni sempre positive (Le recensioni letterarie in Italia stanno diventando inutili, Lucy sulla cultura, online). È sulla spinta di tale motore che, alla fine del secolo scorso, avevo dato vita all’esperienza della rivista “Atelier”. Già nel 1996 si percepiva come l’orizzonte fosse piatto, atomizzato. Sbuca, tra i miei archivi, una lettera di Giancarlo Pontiggia, datata 27 gennaio 1998: “sono già tre numeri di ‘Atelier’ che ho ricevuto, e debbo dire non solo con piacere, ma anche con un certo senso di stupore, di felice e progressivo stupore se così mi è permesso esprimermi, perché la rivista sembra come uscita miracolosamente da un vuoto di anni criticamente desolanti (per non dire altro)”. Finché l’ho diretta (dicembre 2013, n. 72), ho cercato di mantenere viva tale forza propulsiva, ma, come è facile intuire, muoversi controcorrente non è stato agevole. Non lo è stato anzitutto all’interno della redazione, che non si è mai identificata in una poetica comune, in una visione univoca, ma già in sé stessa sperimentava la tensione ideale condivisa a vantaggio della crescita di ciascuno. All’esterno, liquidare ogni polemica senza entrare nel merito era fin troppo facile. La prassi era consolidata da decenni: ogni voce dissonante si leva solo per interessi personali e i bollori della giovinezza lasciano il tempo che trovano, quindi va ignorata. Ma il punto è che, sulle pagine di “Atelier”, si è compiuto un lavoro certosino e curato, nei limiti delle capacità.  Prendiamo ad esempio il caso De Angelis. Già all’epoca – era chiaro a tutti – si trattava del nostro maggiore poeta. La sua grandezza non era in discussione. Scrissi, con la stima e persino l’ammirazione che provavo nei suoi confronti, un saggio, che tuttavia entrava nelle pieghe controverse della sua opera e sollevava perplessità sugli ultimi esiti. Ho tentato di compiere un lavoro filologicamente corretto. Non ho mancato di coraggio nel tirare le somme. Il risultato? Un evidente imbarazzo da parte di molti coetanei, ammirazione da parte di studiosi non poeti (e quindi meno impelagati nelle “buone maniere” prescritte nei rapporti fra scrittori), un disagio generale. De Angelis mi rispose in modo lapidario: mi scrisse che riteneva il mio studio un approccio sbagliato alla poesia e, sul piano personale, un’offesa. Avevo peccato di lesa maestà. Gli risposi, a quel punto, in modo altrettanto lapidario, citando due suoi passaggi in versi: “Chi soffre non è profondo” e “La vittoria è di chi/ dedica e dimentica”. Ma perché non entrare nel merito? In che cosa il mio approccio letterario era sbagliato in partenza? Quali argomenti andavano falsificati, anziché rigettati autoritariamente? L’innesco per il confronto era apparecchiato, bastava entrare nel merito, se non da parte del poeta, attraverso l’intervento degli studiosi interessati, a cominciare da quelli in disaccordo rispetto al giudizio espresso. Non è proprio su quella soglia che comincia il pensiero? Non è la discussione sui testi l’atto fondativo di una società letteraria? Ma era solo il 2000 e De Angelis era già De Angelis, mentre io non ero ancora nemmeno Andrea Temporelli. (Il che si traduce così: se un giovanotto si permette di criticare, lo fa solo per darsi un tono, per ansia di identificazione. E il sottinteso è: se si vuole fare carriera, occorre stare attenti a chi si infastidisce e lusingare piuttosto chi può risultare utile. Ma esplicito strategie note a chiunque, anche in ambiti diversi dalla letteratura). Ho citato solo uno degli svariati episodi che hanno generato diffidenza e imbarazzi. Potrei raccontare come persino nella duplice direzione della rivista i conflitti erano all’ordine del giorno. Ma se padri e figli non discutono, significa che i padri sono narcisisti e i figli debosciati. Così “Atelier” ha lavorato per anni alla luce di questa tensione, finché non si sono aperte divergenze insormontabili o la vita non ha imposto altri percorsi. Anche all’esterno del gruppo, appena mi capitava di incontrare un autore su cui avevo sollevato dubbi, non ho mai avuto remore nel presentarmi e offrire la mano, proprio perché l’espressione di un’opinione è un punto di partenza per un confronto reale, non ipocrita. Ma le logiche che si impongono sono altre, lo sappiamo. I poeti preferiscono esprimere giudizi in camera caritatis, oppure sbottano solo quando si sentono protetti all’interno di una consorteria già ben posizionata rispetto alle altre. O, ancora, si attende che maturino i tempi, così da giudicare un morto o, al più, un moribondo che non è più in grado di mettere i bastoni tra le ruote. Se di tanto in tanto esplode, giornalisticamente, qualche polemica, se non è una piccola bega di quartiere, resterà comunque un’eruzione estemporanea, uno spreco di fuochi d’artificio, una valvola di sfogo che fischia mentre già si spegne il fornello. Conta di più il costante lavorio sotterraneo, l’omertà, l’ipocrisia, il rancore, la disillusione, l’inettitudine, la remissività, l’opportunismo, l’autocensura, la delegittimazione dell’avversario e, per chi ha il potere, persino la damnatio memoriae. Sono questi i valori che stanno disegnando il paesaggio della nostra letteratura? Degli aneddoti citati mi ero persino dimenticato. Sono lontani, non mi riguardano più. Ma mi tornano congeniali per rendere ragione di un problema che trovo enucleato anche nel recente volume di Matteo Marchesini, Cos’è la poesia contemporanea in Italia. Dal Novecento a oggi (Castelvecchi). Basta la citazione riportata in quarta di copertina: “Pasolini e Sanguineti avevano una lingua comune in cui litigare; le generazioni successive, fino a noi, no. Di questa condizione nessuno ha colpa; ma colpevole è fingere di non vederla”. Perché, in effetti, stagioni di memorabili litigi ce ne sono state: ora, invece, nessuna disputa costruttiva pare più possibile. Dove si è perso il fuoco della controversia, che alimentava la letteratura? Non è solo questione di linguaggio, di ideologie. La società è cambiata radicalmente. C’è un mutamento antropologico di cui prendere atto. Siamo sempre tutti troppo soli e fragili per tenere la schiena dritta e osare. Siamo rassegnati. Così Marchesini:  > “L’assenza di dibattito è causa e conseguenza di un fatto che è tanto negato > quanto palese: non esiste più un’élite attendibile di ‘addetti ai lavori’. In > genere, oggi i cosiddetti lettori comuni sono più intelligenti dei tipi > clericali che gravitano intorno al milieu letterario e poetico”.  E chi è stato improvvidamente consacrato dal pensiero dominante del momento si sente legittimato a ignorare chiunque rifiuti la complicità culturale di fondo: “ci si basa”, prosegue Marchesini, “su un finto ecumenismo di cordata, su un’aura d’essai attribuita dal chiacchiericcio di un milieu che non sa riconoscere il proprio conformismo di idee ricevute: così vedi cultori della neoavanguardia sdilinquirsi per i testi più vaporosamente bigongiareschi di De Angelis, o antisentimentalisti ai quali basta l’evocazione del QR Code per assolvere il grezzo sentimentalismo di Magrelli, e la sua idea banalmente giornalistica dell’attualità”. Non concordo pienamente con le analisi di Marchesini. Tra le righe, suppongo si riferisca anche a me quando parla di un eccessivo ecumenismo (ho da poco licenziato un “catalogo semiserio” con centinaia di poeti, con intenti che però non sono compresi nelle sue allusioni, posto che davvero mi riguardino. Si leggano le pagine in cui dà per esempio spazio, e quindi elegge, ciò che semplicemente ha raggiunto la sua cassetta delle lettere: dovrebbe funzionare così?). Ma parto dalle sue medesime constatazioni. La caduta delle élite non va rimpianta, sebbene dalla democratura attuale occorrerebbe risollevarsi. E come? Rieccoci al punto. Attraverso il dibattito culturale: si avverte la necessità della concertazione dei diversi punti di vista che permettano la scoperta, di volta in volta, di voci autorevoli (non autoritarie), di giudizi illuminanti, di prese di posizione gravide di prospettive. Come a dire: mentre siamo interconnessi, ognuno in realtà è una monade, un cavernicolo postmoderno, il produttore e insieme il consumatore di una letteratura e di un canone prêt-à-porter, che ci si sforza di piegare a propria misura. Nessuno rimpiange la società aristocratica di un tempo e nemmeno si vuol far passare surrettiziamente l’idea che il dissenso rispetto al pensiero dominante sia di per sé prova di verità. Si soffre la mancanza di volontà di costruire, più che una lingua condivisa, una disponibilità e un’apertura mentale, un desiderio di attrito con l’altro, affinché le controversie letterarie, anziché elidersi a vicenda, si sostengano reciprocamente. Mancano anche i luoghi in cui il confronto letterario possa svolgersi (la piazza del web è troppo esposta oppure troppo personalizzata; gli editori non hanno più prestigio; gli eventi culturali sono ben perimetrati per consolidare le “buone maniere” di cui si è detto; e così via). Ma prima dei luoghi occorre la volontà. I luoghi si inventano, come fu per me quando poco più che ventenne ideai “Atelier”, nel cuore della provincia. E il fatto che la rivista raggiungesse comunque un cospicuo numero di lettori importanti (venivano inviate cinquecento copie gratuitamente a poeti, scrittori, critici, ecc., in tutta Italia; fu per esempio Giovanni Giudici a dirottare verso di noi Riccardo Ielmini) dimostra che il desiderio e l’impegno contano più del punto di partenza. Ma se non esiste una soluzione al problema, che valore ha questa polvere di riflessioni che si deposita sulla pagina? Si tratta dell’ennesima lamentazione? Mi auspico di no. Preferirei parlare quantomeno di testimonianza, se non di un tacito appello. Se non si possono innescare soluzioni strutturali (nessuno ne ha il potere), individualmente si può decidere di assumere una postura diversa. Sarebbe il trapianto di una cellula staminale capace forse di rigenerare almeno in parte il tessuto della fantomatica società letteraria che non si compirà mai, ma che portiamo dentro di noi come un’utopia che ci autorizza a tentare l’impresa. Una cellula staminale: ecco che cosa voleva essere l’opera comune. È forse un’ipotesi realizzabile solo negli anni della giovinezza, quando ancora le differenze stilistiche e le vicende della vita non impongono la dedizione a un numero ristretto di compagni di viaggio, se non una solitudine marcata.  In fondo, si tratterebbe solo di eliminare dalla mente la colonna, più o meno segreta, in cui si annotano i “nemici” (com’era il titolo di Giudici? L’intelligenza col nemico…). Questo sì che sarebbe un cambiamento di stile rivoluzionario. Non un trucco sulla pagina, ma un clic che scatta prima di piegarsi sull’opera. A meno che esista anche una visione davvero pacificata della letteratura, questa sì sospettosamente ecumenica, in cui tutto va bene così com’è. Ne dubito. Il rispetto della diversità non è tolleranza passiva, non è suddivisione di spazi e creazione di barriere. La letteratura non è un giardino artificioso. La parola è abbraccio, fecondazione, irrobustimento dei geni attraverso la commistione: chi si accoppia solo tra consanguinei apparecchia la propria estinzione. Non è, questa, una legge della vita? E allora, queste riflessioni, magari davvero fastidiose come polvere, siano dedicate ai giovani trascinati dalle passioni fino al punto di infrangere i tabù che hanno invece soffocato, in tanti che li hanno preceduti, l’amore che premeva e non ha trovato modo di esprimersi. Per quel che riguarda me, preparo i faldoni per il falò con cui benedire anche la dimenticanza. Andrea Temporelli *In copertina: George Wesley Bellows, Stag at Sharkey’s, 1909 L'articolo Chi soffre non è profondo. Una visione agonistica della letteratura proviene da Pangea.
February 21, 2026 / Pangea
All’esselunga (con la minuscola) insieme all’amico poeta, a immaginare rivoluzioni letterarie…
Mancano luoghi dove la cultura possa farsi di nuovo relazione tra persone parlanti, mancano librerie, biblioteche, sgabuzzini, cenacoli, angoli, salotti, cabine telefoniche, garage, cantine, solai, soffitte, tinelli, cucine, sale d’aspetto, saune, privé, pub? O che cosa manca veramente? Mancano le persone? Manca chi è in grado di sostenere con noi una conversazione non sui “libri” (a questo basta Radio Tre), ma sul mondo che i libri sollecitano in ciascuno entro un tempo libero da sovrastrutture comunicative;con qualcuno che possa con noi trasvolare non solo su titoli e autori più o meno noti, ma su epoche, critica, autori totalmente sconosciuti e magari avventurosamente scoperti, raccontandosi a vicenda storie di caccia che vedono protagoniste librerie segrete nascoste nelle pieghe di centri storici, di piccoli paesi, mimetizzate da cartolerie o mercerie di cinquant’anni fa ed esibenti fior di volumi fuori catalogo perfettamente intonsi e anzi incellophanati, dentro un cestone posto a lato dell’ingresso, come residui di un passato glorioso, e poi, dopo cernita attenta, trasportati con una specie di frenesia gioiosa sul banco, residuato anch’esso, ma bellico, davanti al vecchio titolare odorante di antitarme per lana? Oppure ci si vorrebbe confessare desideri da collocare in un orizzonte di attesa di una qualche grande letteratura, o magari in nessun orizzonte di attesa se non quello della cena, ma almeno preceduta da una caduta vertiginosa nei reciproci vortici critici e analitici in prosa o in versi, passanti per silenzi complici, per pause d’intesa? Si tratta a ben vedere della vecchia necessità di poter contare su un amico (o su un gruppo di amici) con cui stare a racconto su cose che la veglia continua al consumo ricaccia nelle pieghe dello stato depressivo, e che dunque devono essere estirpate o nascoste nello sgabuzzino dei materiali di risulta impresentabili… D’altra parte, non volendo eleggere ad argomenti degni le cose della vita di tutti i giorni o i programmi serali in tivù o dello sport che cosa si può fare che ci induca a esorbitare da ogni ragionevolezza e buon senso mercantile? Poco o nulla, in effetti. Si può tutt’al più sfiorare qualche tema spinoso, salvo poi vederlo precipitare nel taschino dimenticato dell’imbarazzo con cui ci si saluta guadagnando l’uscita con osservazioni sul meteo sempre più scientificamente improbabili, per giunta aggiornabili di secondo in secondo sul web, dunque coeve all’osservazione diretta e perciò perfettamente inutili o, al più, equivalenti al dorso di mano sporto in fuori. Dovremmo farci parlanti ripetitori indeterminati del flusso magmatico delle informazioni che grondano da ogni dispositivo? Estensioni di software umane (si spera, ancora), con variante di matrice linguale e salivale? Sarebbe meglio di no, sarebbe meglio farsi parlanti di linee di faglia, di sommovimenti dialettici, di subbugli filosofici, di concrezioni di domande irrisolte, di aperture al coraggio del dubbio. Sarebbe meglio usare la lingua parlante come strumento di scavo fra persone che si guardano negli occhi cadere ogni difesa, ogni senso di opportunità, ogni necessità di rappresentanza, ogni diagramma di potere implicito nel discorso e nelle posture fisiche-vocali sue proprie. Uno per esempio legge i Ritratti italiani di Alberto Arbasino (è quanto sta accadendo all’estensore di questo articolo – ci si perdoni gli involontari calchi di un grande) e ci ritrova le trattorie, i ristoranti, le case, le camere, le piazze, i teatri, i caffè, dove il confronto tra menti pensanti è continuo e tesse un reticolo di intuizioni, idee, invenzioni, improvvisazioni. D’accordo, erano altri tempi. Ma così lontani che sembra naturale sia venuto il momento di riavvicinarli. Così come si fa delle vecchie mode, o musiche, che di colpo appaiono nuovissime. Come? Le persone si nascondono dietro i tavoli e gli schermi di casa. Tolte le occasioni culturali pubbliche di un certo interesse (nella provincia della provincia nella quale vivo molto poche in verità), non esiste nulla, men che meno i caffè, se non come mera succursale della pratica degustatoria che imperversa a ogni livello (assaggi e spuntini, cucina molecolare e tonni vitellati, stuzzichini e apericene apriticielo con tutta quella roba distesa sui tavoloni che ci si sputacchia su e aperòl), e spegne i residui moti di pensiero nelle infinite varianti degli accostamenti gourmet. Non solo, ma la pianificazione ha i metri cubi contati. Ogni tavolino deve rispondere alla misura metrica minima del movimento umano funzionale, non permettere esondazioni gestuali, se non quelle debitamente finalizzate al manovrare le posate o il bicchiere (in pizzeria, ad esempio), e anche lì: la linea aggettante  del gomito esteso nell’atto di portare il bicchiere alle labbra ecco sfiorare lo spazio vitale del tavolo vicino, entrare nello schema degli sguardi casuali senza accoglienza o complicità ma solo con subitaneo imbarazzo. Perché la vicinanza imposta per calcolo catastale non può essere la stessa della vicinanza improvvisata sul caso di uno sfioramento di sguardi e gesti: insomma la distanza crea l’occasione della vicinanza, la vicinanza coatta fa sorgere il disagio della programmazione, o al massimo un sorrisino d’imbarazzo per aver visto i denti del dirimpettaio mostrarsi nelle masticature in corso d’opera o per lo scivolare a latere dello zaino sulla caviglia affianco impostata alla correttezza ortopedica della seduta. Dunque, come? Vernissage della mostra Dada Max Ernst alla libreria Au Sans Pareil, Parigi, 2 maggio 1921 Ma scappando da queste mecche del sovrappopolamento ingerente o ingestionale o digestimolante, dove per giunta la lettura del menù è quasi simultanea al pin digitato sul pos, tanto il ragazzo ti sta addosso che vuole si liberi il tavolo per la coppia entrante (sì, come le settimane degli appuntamenti di lavoro), e tu ricorderai più le parole della lista che quelle su cui dovevi costruire liste di temi e di consigli di lettura da scambiarsi nel luccichio delle posate operanti in pietanza, pia danza di tagli e imboccature, spiate però sempre dal cameriere in disparte (con arte, bisogna ammettere)… E, aggiungerei, per andare dove? Infatti, non lo sappiamo. L’amico poeta mi ha chiamato dicendomi che sta arrivando, ma è un appuntamento volante il nostro, a seconda di dove ci troveremo in qualche punto dello spazio tempo di qui al futuro immediato, lì troveremo il modo di comunicarci le coordinate; del resto la posizione con Whatsapp è precisa al metro quadro, non ti può mancare. È come la battaglia navale che si giocava da bambini con foglietti coperti e schema a rete parallele e incrociate: F5 e zac! ti ho individuato. Qui non si tira mica a indovinare però, si apre il programmino ed è fatta, come far “ciao ciao” dalla superficie della terra verso l’alto, subito individuati dal cecchino satellitare – come può mancarti e mancare lui, l’amico poeta, all’appuntamento, con il suo aiuto?   Sta di fatto che adesso sono impegnato in una infinita querelle con l’ufficio clienti di un negozio di elettronica, e non posso muovermi da lì, in che punto sarà lui ora su Maps, quale traiettoria starà seguendo? E bisogna ancora risolvere il problema del dove andare. Ho sempre percepito i bar dei centri commerciali come dei luoghi di assoluto passaggio; non c’è nulla da vedere dalla prospettiva del tavolino, se non schiene, nuche, gomiti di chi sta insaccando la spesa alla fine del tapis roulant della giostra comandata dalla signorina in grembiule. Oppure si viene abbagliati, inseguiti, scovati, dalla luce continua in schermata spiovente dalle lontanissime capriate e dai controsoffitti. Non mi ero mai soffermato sul fatto che in quei posti c’è bivacco di gente. Tornandoci, vedi le stesse facce e noti che sui tavoli non ci sono segni di consumazione. Dapprima la cosa ti appare insignificante; un’altra volta invece capita che il piccolo-borghese fascistoide razzista che pure in te in qualche modo alberga si lamenti del fatto che se volesse sedere per consumare un quaicoss non troverebbe posto, e dunque via questa gente che occupa senza diritto, ché poi son tutti veci bamba, con gozzi, gobbe e tripli menti e la decadenza della carne evidente su tutti le parti di pelle visibili, perciò smammare! Poi, un’altra volta ancora, più rilassato, dopo aver chiuso in gabbia il membro interno urlante in manganello, avendo trovato un posto, avverti: aria (certo, artificiale, ma calda – fuori c’è meno due), nessun cameriere che ti importuna, spazio tra i tavoli, peraltro liberamente spostabili, brusio di fondo diffuso, non singole voci con il loro importuno gracchiare, ma un rumore bianco consolante, quasi protettivo. Prospettive? Dovunque ti volti puoi inquadrare: campo medio verso le casse, piani americani degli avventori, campo lungo e lunghissimo verso le uscite, addirittura possibilità di piano sequenza ininterrotto ruotando sulla sedia di 180 gradi (ma anche di tre e sessanta). Non ci avevi mai pensato, eppure, ecco, intuizione: qui darai appuntamento all’amico poeta. ****** Siamo stati due ore, seduti alla periferia della parte più densa della costellazione casuale dei tavolini. Agio totale, potevi urlare (dovevi, per sovrastare il brusio) senza che nessuno sentisse quello che dicevi; potevi cambiare posizione alla sedia, spostare a volontà il tavolino di metallo (leggerissimo); cambiare punti di vista, andare e tornare dal bancone con le consumazioni. Sembrerà strano dirlo, ma la mia concentrazione è migliorata, il pensiero si è sbrigliato, la fantasia si è messa a galoppare; volendo, avrei potuto alzarmi in piedi e fare un balletto, ne avrei avuto agio e spazio, e nessuno si sarebbe stupito. Dov’eravamo? Lo dirò in un orecchio. All’esselunga – sì. Ma con la e minuscola, come fosse un bosco, una piazzola, una radura, un’area pic-nic; un’esselunga. E mi è venuto questo pensiero, bislacco. E se potessimo immaginare che lì, proprio lì, avrebbero agio di nascere le nuove discussioni, le nuove battaglie culturali, le nuove riviste, le nuove-star-lì-a-fantasticare-in-gruppo, rivoltando dall’interno la logica consumistica che invade, privatizza, sequestra gli spazi pubblici brandizzandoli? Appropriarsi degli spazi privati, brandizzarli in proprio sbrandizzandoli, allargando il minimo margine di funzione pubblica prevista e concessa dalla logica del consumo su larga scala per renderli veramente pubblici, questi spazi?   E se poeti, romanzieri, critici, attori, registi, musicisti, compositori, cineasti, pittori, performer, artisti visivi, insieme a barboni, perditempo, ubriaconi, flâneur, storti, disgraziati, disagiati, gente stufa ci prendessero casa? Allons enfants de la poésie… Franco Acquaviva *In copertina: André Breton, René Hilsum, Louis Aragon, Paul Eluard con DADA #3, gennaio 1919 © Paris, Bibliothèque littéraire Jacques Doucet L'articolo All’esselunga (con la minuscola) insieme all’amico poeta, a immaginare rivoluzioni letterarie… proviene da Pangea.
February 18, 2026 / Pangea
Cosa vuol dire fare poesia oggi? Ovvero: la poesia-facile e l’assenza dei critici
Nei giorni scorsi su “Pangea” è apparso un articolo di Gianfranco Lauretano e Salvatore Ritrovato, in cui i due critici letterari segnano i loro punti fermi intorno al poiein, cioè al “fare” poesia oggi. È un anticipazione de “L’anello critico 2025” e il loro intervento mi ha ispirato (dopo vari articoli sul tema che avevo scritto in passato proprio su “Pangea”) a cimentarmi di nuovo intorno all’argomento del fare poesia, che può apparire superfluo e invece risulta dirimente se si vuole provare a fare un po’ d’ordine valutativo nella società della poesia. Società ancora vitale, ma piena di commercianti del do-ut-des, tifosi e amichettisti (come tuonerebbe Abbate). Ma, a parte questo mio rigo moraleggiante, Lauretano e Ritrovato pongono alcune questioni – con cui mi trovo in parte in sintonia – che vale la pena analizzare. Premetto soltanto che uno dei problemi maggiori per la poesia (come invece hanno cercato di ovviare i giovani critici che, sotto l’ala di Alberto Casadei, hanno prodotto il saggio La poesia attuale) è la mancanza di critici tout court. Ma di questo parleremo più avanti. Tutto il discorso di Lauretano e Ritrovato è attraversato da una forte critica alla neo-avanguardia, come punto di cesura con le precedenti voci poetiche novecentesche, quelle importanti e di riferimento, da Montale a Sereni, da Caproni a Luzi, Da Bertolucci a Giudici. Ma c’è anche un mancato apprezzamento di certe nuove contemporanee avanguardie-avanguardie. Per parte mia non posso negare l’importanza contingente della rottura del “Gruppo 63” nella storia letteraria nazionale e tuttavia c’è differenza tra chi innova e chi rompe, come ho anche scritto nella poesia io non vorrei che nanni, edoardo…, dove si mostrano alcuni stilemi della neo-avanguardia e dove la conclusione definisce la contraddizione interna al movimento: “loro erano così impegnati/ che manco si accorsero del/ sacco di palermo, era il 1963”. Autodichiararsi neo-qualcosa prevede forti velleità, e alla fine c’è sempre qualcuno più nuovo di te, c’è sempre un gruppo più avanguardista di qualsiasi avanguardia. Mentre su questa linea io porrei piuttosto il tema abusato del “contemporaneo” come enfasi di un mondo odierno che non sa più cosa c’era prima e quindi non può inventarsi un dopo, un futuro descrivibile. Un altro elemento messo in rilievo da Lauretano e Ritrovato è la necessità per la poesia di uscire da certi limiti veicolari, dal proprio ambiente, o meglio da quella che loro chiamano (gaddianamente) ambienza, cioè l’aspetto astratto dell’ambiente. Certamente non può esserci poesia senza una partenza: serve abbandonare qualcosa per cominciare a scrivere con le emozioni che andranno a cementare il lessico profondo in un impegno nella lingua. È il viaggio che non si è ancora fatto a decretare lo stimolo più tenace. E in questo i due critici mostrano bene come i circolini e le consonanze artificiose dei gruppi di stile, delle squadre omogenee di temi, addormentano i versi nella ricorsività. Ritrovato in particolare spiega che la prima caratteristica della poesia è di essere contro i tempi. Personalmente non so se la poesia abbia necessariamente questo compito avverso, penso però che bisogna allontanarsi per capire dove siamo. In termini militari si pensa che allontanandosi dal campo di battaglia e mettendosi in una posizione alta, in rilievo, si possa vedere meglio la totalità della situazione e quindi si possa capire meglio come attaccare il nemico. Nel caso della scrittura il nemico è lo scrittore stesso che passa le giornate a scrivere e cancellare, cambiare e ripristinare ciò che ha scritto. È questo un lavorio nella lingua che il poeta opera nella società che si trova a vivere, ma da questo parola abusata del contemporaneo, da questo presente egli deve anche fuggire con uno scarto temporale. Se nella scrittura io fossi totalmente o’clock non potrei avere lo scarto di visione che mi permette di non essere qui e ora, e permette ai versi che scrivo di portare con loro un modo differente, una musica che non andrebbe a Sanremo, per dirla con una similitudine. Credo che la tensione nella poesia sia – almeno questa è la mia maniera – quella che tende al classico. Perché c’è uno stile classico che ricerco sempre, fuori dalla mondanità del regime poetico contemporaneo. Nell’articolo di Lauretano e Ritrovato si parla di un periodo attuale in cui si incrocia sempre più un approccio sciatto alla scrittura. Ma non è soltanto la scrittura, è il mondo attuale a essere sciatto. L’accumulo di informazioni annulla l’informazione stessa. Questa è pura sciatteria. Oggi, quando leggiamo una notizia non possiamo chiederci da che parte stiamo, ma se quella notizia è vera o falsa. Non solo noi non sappiamo più cosa è vero e cosa è falso, ma il flusso ininterrotto di byte offusca la nostra memoria e pure la capacità cognitiva del cervello, che non è più in grado di cimentarsi verso l’inabissamento creativo e lo scavo nella coscienza. Siamo continuamente sollecitati. Siamo nel periodo in cui il contemporaneo annulla ogni abilità metacognitiva. In un mondo del genere la meravigliosa definizione di poesia data dal poeta italo-americano Jude Luciano Mezzetta suona ormai beffarda. Lui dice che “la poesia sono le notizie che restano per sempre notizie”. E io gli credo, ma serve il cimento di un esploratore indefesso per tenere barra dritta su questo tipo di poesia. Oggi, infatti, è più semplice scrivere la poesia-facile, al posto della poesia-poesia (definizioni che ho usato in un articolo uscito su “Pangea”). Ma come si fa a tenere barra dritta sulla poesia-poesia quando, come raccontano Lauretano e Ritrovato, gli editori di poesia cercano spesso l’autore con più like sui social, per tentare di riprodurre quei like in vendita copie? Il fenomeno del passaggio repentino dai social alla carta stampata (come dai talent al concerto al Circo Massimo) esprime il nostro zeitgeist. Loro parlano di un periodo in cui siamo passati dalla “democratizzazione” della cultura alla sua “plebeizzazione”. È vero che stiamo vivendo un momento di sconfortante ignoranza (del resto pure Platone nella Repubblica scriveva che “non ci sono più i giovani di una volta”), ed è questo argomento che cambia il tema da come si fa poesia a che cosa è la poesia, cioè si passa dal poiein all’einai, dal fare all’essere. Se è vero che c’è un percorso immanente al genere letterario della poesia, cioè il genere letterario della poesia come tradizione da rigenerare ogni volta, è anche vero che esiste un percorso della poesia in confronto alla cultura presente, cioè a un universo numerico dipendente, dove quella che qualcuno di noi definisce ignoranza si basa sulle capacità di muoversi, in maniera più o meno disinvolta, sui dispositivi elettronici e digitali, più che conoscere a memoria il primo canto della Divina Commedia o L’Infinito di Leopardi, o anche soltanto capire il legame analogico che esiste tra l’Iliade, i sentimenti e le relazioni che esprimono e agiscono nella storia narrata i personaggi di quel poema e la costruzione dei sentimenti e delle relazione di un adolescente ai primi anni di un qualsiasi liceo. Ha ragione Lauretano quando dice che questo nostro sistema digitale dei social è il vero distacco dal Novecento. È anche per questo che i parametri di giudizio odierni non possono più guardare soltanto a quel sistema critico e a quelle impostazioni strutturali nel campo dell’analisi poetica. Ma certo ci sarà ancora un posto per la poesia. E se c’è questo posto non è nelle leziose antologie amicali o in un fantastico credo buono e oggettivo, ma nella capacità che si avrà, da parte di chi si occupa di poesia come studioso, di far emergere alla superficie quelle voci poetiche, quegli autori che stanno fuori da chiese e segreterie di consorterie poetiche, brillanti come cartelloni pubblicitari. Ciò che manca come l’aria oggi alla poesia sono i critici. Tutti vogliono fare i poeti e nessuno si è ancora piazzato convintamente e soltanto dalla parte della critica. Si contano sulle dita di una mano coloro che hanno deciso di fare questo lavoro e sanno farlo. Ma sono come i medici di base: meno ce ne sono più perdono il senno perché hanno troppi mutuati… La critica ha dismesso al proprio ruolo. Se ci sono stati grandi poeti è perché hanno avuto accanto interlocutori autorevoli e competenti. Parlo di personalità come quelle di Debenedetti, Blasucci, Garboli, Berardinelli, ecc. Critici che hanno provato a scegliere e consigliare, male o bene, ma almeno hanno indicato delle rotte possibili. Oggi tutti fanno tutto. E se tutti fanno tutto e nessuno osa più una scelta precisa di competenza, al di fuori delle accademie, sarà sempre più difficile fare una adeguata cernita tra il grano e il loglio, tra il buono e il meno buono nella produzione poetica. Oggi vediamo tanta poesia-facile pubblicata presso grandi editori. Nessuno nega che McDonald’s venda tanti panini, ma nessun McDonald’s è citato in una guida Michelin. Oggi che nessuno si prende più la briga di scrivere per la poesia una guida Michelin seria (e non amichettistica), chiunque approfitta di equiparare poesia-facile e poesia-poesia, come fossero la stessa cosa, come avessero la solita funzione. Non starò qui a ripetere quale funzione abbia una poesia vera. Ne abbiamo parlato con gli amici Fierro e Tomada su due riviste (“farevoci” e “Il Ponte”) nei mesi scorsi. Qui provo a difendere un lavoro in poesia che in un percorso lungo di anni (e non nel furore di un solo libro, o di una carriera sempre uguale a se stessa) sappia ordinare un discorso ininterrotto e forte con la tradizione e nel novero di una voce attuale ma separata dal continuum temporale del qui e ora. Sono meno d’accordo quando Lauretano e Ritrovato si soffermano sul fatto che dopo i grandi autori novecenteschi (Caproni, Montale, Giudici) cade l’interesse verso la poesia, perché i programmi scolastici arrivano a Pascoli e D’Annunzio, il resto viene saltato… Insomma, vedo un grande interesse per la poesia, ancora oggi. Ma è un interesse curativo, un interesse immediato, prêt-à-porter: interesse per la poesia-facile. Lauretano e Ritrovato pongono la questione di un dialogo che si è interrotto e la pongono come dialogo dei poeti di oggi con quelli del Novecento, pensando a esso come punto di arrivo e caparbio momento di crescita di fronzosi rami letterari. Per parte mia sono interessato più al dialogo con la lunga tradizione poetica italiana. Ho avuto la fortuna, da giovane, di poter avere a che fare con Giovanni Giudici, cioè di avere la faccia tosta di organizzare a Pisa alcuni incontri e seminari con lui. E tengo al suo lascito per tre cose: il rapporto creativo e appassionato con la tradizione poetica, a partire dalle origini, dai trovatori e dai Siciliani in avanti; il lavoro nella lingua, dove una parola non è soltanto ciò che significa ma significa ciò che è; i principi costruttivi del verso che ha una sua logica musicale, perché la poesia deve rispondere a una sua armonia interna che diventa musica nella lettura. E poi c’è questo “io” poetico, di cui tutti parlano. È un “io” particolare, una specie di feticcio se trattato “egoisticamente”. Ma non si deve pensare che questo “io” sia inderogabile. Intanto gli io di uno scrittore, di un’artista, non sono uno solo, sono molteplici. E poi possono dispiegarsi in altre persone. Io uso molto il “tu” come protagonista dei miei versi. Il libro Baltico, per esempio, è quasi un romanzo in versi che racconta, in seconda persona singolare, il rapporto reale e fantasmatico di un personaggio lontano da casa, col mal di schiena, che riflette di fronte a uno specchio obliquo in relazione alle guerre di ieri e di oggi. Quindi qui il mio “io” non è più soltanto io. Siamo in quella che Caproni chiamava la profondissima zona della poesia in cui un io passa subito alla pluralità, dove chi scrive diventa un noi, un individuo che parla universalmente. Anche questa è una dote che la poesia-poesia dovrà tutelare. Alessandro Agostinelli *In copertina: un’incisione di Roland Topor (1938-1997) L'articolo Cosa vuol dire fare poesia oggi? Ovvero: la poesia-facile e l’assenza dei critici proviene da Pangea.
February 5, 2026 / Pangea
La vita agrissima 3. Inganno, soldi, caos. Ovvero: sui metodi per costruirsi una reputazione letteraria
Per quanto mi riguarda questo è l’ultimo capitolo della triade divinatoria de “La Vita Agrissima”, cioè un attraversamento ironico, un po’ crudele e un po’ veritiero sui comportamenti degli scrittori. E – si badi bene – di tutte le tipologie di scrittori: scriventi, poeti, poetastri, critici, narratori, cantastorie, ecc. Insomma, tutti coloro che tentano di salire sulla barca che affonda dell’editoria tradizionale, dove ormai non più soltanto le persone serie, ma anche “i nani e le ballerine” degli anni Ottanta spadroneggiano di qua e di là dalla scrivania. Questo ultimo round riguarda un aspetto importante nella vita bibliografica di ogni autore: come si creano le reputazioni letterarie? Si creano nei fasti del palcoscenico, o nelle ombre del retropalco? Siamo in un momento storico in cui gli attori letterari si mescolano più che in anni passati, trattenendo in loro più mestieri e ruoli, soprattutto i critici fanno gli scrittori, gli accademici fanno i poeti, i giornalisti fanno i narratori, i magistrati fanno i giallisti e gli acrobati insegnano nelle scuole di scrittura creativa. Siamo tutti noi, sconsiderati esercitatori di ego, che viviamo una vita agrissima a resistere in un mondo sempre più a caccia di una specie in via di estinzione: la lettrice e il lettore. Ma torniamo alla domanda sulla reputazione di questa terza puntata de “La Vita Agrissima”. La reputazione è un valore positivo che parla di qualcuno per come gli altri lo vedono, quindi un vero e proprio giudizio esterno che può determinare in positivo una carriera e custodirla post mortem. E anche nella storia di un autore vale forse un buon inizio, come a scuola, per cui la reputazione procederà secondo il primo giudizio rilevato. Ma non è sempre così. E comunque: come si creano le reputazioni letterarie? Ecco un elenco di modalità, divise per cinque tipologie. La prima sono i modi canonici. Intendo, per esempio, il potere – non proprio il potere politico o economico, ma piuttosto il potere relazionale, la capacità di porsi favorevolmente di fronte agli altri. In questo caso è sempre utile una presentazione autorevole di qualcuno che conta qualcosa, o ne ha l’aria. Oppure i soldi possono aiutare nel breve periodo a una degna pubblicità, che però ha le gambe corte. Su questa falsa riga si può citare pure il sesso, come veicolo attrattivo di attenzione e considerazione. Infine l’esercizio della pietà: saperla usare in maniera efficace ponendosi in una condizione di minorità può suscitare forti emozioni nell’interlocutore o nei giovani critici che si addentrano nella selva oscura letteraria e hanno il futuro a disposizione per tenere un autore a galla, oppure ignorarlo. La seconda sono i modi impersonali. Vale a dire il caso: una serie di situazioni fortunate inanellate dietro una serie di presentazioni eccellenti. Oppure il caos, come quando uno accompagna l’amico a presentare un romanzo a un editore e l’editore sceglie l’accompagnatore… Un altro elemento è la fortuna che, come da tradizione, è cieca. La terza tipologia sono i modi fantasiosi. Cioè il vero talento, oppure l’inganno, o l’uso di un nome falso che richiama qualcosa di grande. L’inganno è quello che mi affascina più di altri, perché richiede astuzia e mente criminale in chi lo esercita. È l’unico tipo per cui porto un esempio: Max Aub quando inventò la biografia di un pittore che non era mai esistito e la critica d’arte cadde nell’inganno, fino a pretendere una mostra dei suoi quadri che Max Aub organizzò: al vernissage dichiarò la falsità dei suoi propositi. Il nome falso è interessante: con uno pseudonimo si può ovviare a pregiudizi incancreniti sul proprio nome – serve sangue freddo, alla Mr. Ripley. Il talento sta nei modi fantasiosi perché è una condizione cui credo poco, o almeno la metto in posizione condizionata dalla fortuna e dall’impegno, e ritengo possa essere anche la maniera del soggetto di presentarsi. Il talento esiste, ma non è direttamente proporzionale alla reputazione. Si può avere un gran talento sprecato. La quarta tipologia sono i modi borghesi. Per esempio la costruzione del merito, la parrocchia e la bandina. La costruzione del merito pare quasi una reputazione composta con pedissequa costanza ingegneristica, attenti a nominare sempre le persone giuste, ringraziare a dovere chi si deve, ossequiare grandemente e financo idolatrare chi bisogna, insomma darsi da fare per darsi un’aria di merito. La parrocchia e la bandina potrebbero stare insieme. Tuttavia la parrocchia nasce su un precetto morale, o su un manifesto ideologico: si fa parte della solita parrocchia se costruiamo un cerchio tribale dentro cui gli adepti sono famiglia e gli esterni rimangono inconsapevoli e incolti, gentaglia che non può capire la profondità dei militanti. La parrocchia aiuta a mantenere una degna reputazione anche una volta scomparsi, perché ci sarà sempre un discepolo disposto a tramandare la carriera di chi lo ha preceduto nel posto dove nessuno vorrebbe mai andare. La bandina invece, potrebbe essere un’alleanza momentanea per un fine temporaneo, che serve comunque a far crescere la reputazione dei soci della bandina, ma non ha vincoli morali, piuttosto è contraddistinta da un mero utilitarismo. Infine ci sono i modi strani. Insomma, un po’ il My Way sinatriano, cioè faccio a modo mio. E di modi “a modo mio” se ne possono trovare moltissimi, per questo sono difficilmente catalogabili, e al momento mi sfuggono… Alessandro Agostinelli  *In copertina: una litografia di Roland Topor del 1968 L'articolo La vita agrissima 3. Inganno, soldi, caos. Ovvero: sui metodi per costruirsi una reputazione letteraria proviene da Pangea.
November 27, 2025 / Pangea
Elogio dell’analfabetismo, o della poesia pura. Contro i legionari dell’algoritmo
È ormai difficile capire cosa intendesse José Bergamín per analfabetismo. L’analfabeta è stato sostituito dall’ignorante, l’alfabetizzato dal regime del logaritmo, dalle ragioni del risultato, dai legionari dell’io. Fiero di non leggere, leggiadro in ipocrisia, l’ignorante ostenta la gioia di essere mondano – non certo di essere al mondo, di questo mondo –, il genio pratico – l’opposto del dotarsi di una pratica – il corrispondere ai desideri del proprio intestino, l’unico interiore che contempli. Né anima né animale, l’ignorante di oggi è come l’intellettuale di ieri: l’uomo alfabetico, che costringe ogni fatto in dimora di misura, si diletta in statistiche, celebra il proprio status, bieco figlio dell’istituzione – sentendosi, naturalmente, libero, bonificato dallo Stato, anarca nel proprio ano, anodino.  L’analfabeta – cioè: il bambino, il popolo, l’apostolo, dunque il poeta – pare scomparso. La logica algoritmica, che crea umani-manovali, umani-replicanti, umanoidi mercenari dell’ego, in fondo, un’appendice del proprio portafogli, sembra aver finalmente ucciso l’analfabeta, l’uomo lordo di vita, lordo di Dio, in pieno possesso dell’essere mondo, dell’essere qui.  L’analfabeta non classifica le piante, le conosce; l’analfabeta non entra in contatto con gli animali ma con le anime; sa la pericolosità della bestia e la sua salvezza, e la riproduce in sé, nelle fattezze del viso e dell’agire. Così, l’uomo analfabeta, ostile ai nomi e alle definizioni, è corvo e volpe, è larice e airone, è luccio e luce, è acero e acerrimo nemico di chi alla persona sostituisce la personalità, l’ennesima menzogna.  L’analfabeta non comprende – apprende per apprensione, per trasalimento e assalto. Apprende per tradimento. L’analfabeta non conosce il linguaggio dacché è verbo.  Allo stesso modo, l’analfabeta assoluto, il poeta, non stuzzica la retorica, la stravolge; non sta al gioco del retore ma alla ferocia del re; non è al passo coi tempi e coi poseur, autentico passeur, trapper tra i regni; è incauto, fuori tono, scurrile, scomodo, senz’arte né parte, idiota ai più. È l’inosservato assoluto, perché non ha niente da dire e nulla da dare – è il dato di fatto, il dono, il detto e la contraddizione. Tutt’altro che incolto, il poeta legge divorando, legge sottraendosi – mentre l’intelligenza algoritmica procede per accumulo (norma bulimica, in cui non è contemplato l’eccedente, l’eccezionale, l’eccesso che non offre via di accesso), il poeta opera per sottrazione: toglie toglie toglie fino alla parola suprema, alla parola-stalattite, alla parola-stilita. Parola che non dice ma agisce.  L’analfabeta, il mago. L’analfabeta, il perpetuo orante. Analfabeta: altro modo di dire, vocazione. Essere chiamati; dunque: invasione di voci. Non vocalizzo, non vocalità. Restare veritieri alla voce. Il che implica: impunità da serpe, impurità, putridume nel dire. Allora: la vocale diventa angelo e a noi resta l’eccomi, il sì come si assiste alla cosa sgozzata, alla cosa benedetta, alla cosa cosmica.  Tommaso Scarponi, che figura tra i sapienti – leggete Distruzione e analogia, Castelvecchi, 2025 – mi volta un brano tratto dal memorabile scritto di José Bergamín. Eccolo:  > Quando Gesù era fanciullo analfabeta o analfabeta come un fanciullo (ché > analfabeta fu sempre: come fanciullo, come uomo e come Dio), quando era > fanciullo, Gesù si smarrì e fu trovato nel tempio. Lì insegnava ai dottori > della legge, dottori della legge scritta, della lettera legale (gli stessi che > poi lo avrebbero crocifisso per questo: perché era analfabeta); lì insegnò > loro la dottrina spirituale dell’ignoranza, che essi non ascoltarono e non > intesero. Perciò, quando poi lo condannarono a morte come analfabeta, lo > crocifissero letteralmente, cioè a piè della lettera o delle lettere, > collocando sulla sua testa un cartello o insegna su cui il letterato Pilato > fece scrivere appositamente: Io sono il Re dei Giudei; fece scrivere ciò per > mostrare a tutti che avevano preso alla lettera le parole di Cristo e che lo > avevano crocifisso prendendolo così, letteralmente. Sotto questo INRI > letterale, Cristo rese lo spirito a Dio; “dando un gran grido”, dice > l’apostolo: divinamente e umanamente analfabeta. Lo spirito muore sempre > crocifisso a piè della lettera. Ma muore per resuscitare. José Bergamín scrive La decadencia del analfabetismo nel 1933, pubblicando sulla rivista appena fondata, “Cruz y Raya”. Si premurava di far conoscere al mondo l’opera di Federico García Lorca, uno dei rari ‘analfabeti’; quattro anni dopo avrebbe guidato la delegazione spagnola del “II Congreso Internacional de Escritores para la Defensa de la Cultura” (tra i tanti, erano convenuti André Malraux e Wystan H. Auden, Pablo Neruda e Octavio Paz). Tradotto in italiano nel 1972, da Rusconi, riprodotto da Bompiani nel 2000, Decadenza dell’analfabetismo è un libro uscito dai ranghi del consesso editoriale come altri testi di José Bergamín. Nel 2003, Marco Dotti usò brandelli di Decadenza dell’analfabetismo – insieme a testi di Céline e di Artaud – come ‘manifesto’ per il “Primo festival della letteratura resistente dedicato agli scrittori analfabeti”, in atto a Pitigliano. Si reagiva – as usual – al “nuovo regime culturale, blindato ed escludente, intento solo a perpetuare se stesso a discapito di ogni scampolo di novità e impulso al rinnovamento” (così Marcello Baraghini autore della deliziosa antologia, La vita si scrive, per Stampa Alternativa).  Alla dinamica natura vs. cultura, José Bergamín ne pone un’altra, a vertigine, sacro vs. letterale. La lettera uccide il sacro, la legge fa massacro del cuore. Al linguaggio babelico – algoritmico – che fermenta burocrazia, si oppone il brigantaggio del linguaggio, il verbo nel roveto, l’annuncio, il miracolo. Al poeta cortigiano si preferisce il poeta ladro, il poeta in caccia aperta. Al poeta impegnato si sostituisca il poeta impari, il paria assoluto. Al linguaggio dell’istituzione, costituito dai vocabolari, il vocabolo onnivoro, parola che vive tra le piante e le pietre, vivo dire dei mari, parola vespertina che si sorseggia a colpo d’ala, insoluto sole.  L’attacco di Decadenza dell’analfabetismo – “Tutti i bambini, finché sono tali, sono analfabeti” – pare memore del Fanciullino di Pascoli: “È dentro noi un fanciullino… ma noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia”. Pascoli mirava all’anonimato, al sovvertimento dei nomi (“Quando fioriva la vera poesia; quella, voglio dire, che si trova, non si fa, si scopre, non s’inventa; si badava alla poesia e non si guardava al poeta; se era vecchio o giovane, bello o brutto, calvo o capelluto, grasso o magro: dove nato, come cresciuto, quando morto”); scriveva che il poeta “non deve avere, non ha altro fine… che quello di riconfondersi nella natura, donde uscì”. Ma noi temiamo il selvaggio, la via senza ancoraggio di gloria o di nomea, così i poeti vengono stivati nelle storie della letteratura, inermi, come strane bestie in formaldeide, per lo più innocue. Parole sotto vuoto, parole disinnescate. E dei grandi autori che hanno operato verso il ritorno all’analfabetismo, cioè verso i modi della mania lirica, l’unica – chessò, Benjamin Fondane, Ted Hughes, Robinson Jeffers… – non si dice, si traduce a sprazzi, li si imbraga tra criteri accademici, tra erbari e mostre di lepidotteri.  Tra l’incolto che si bea della propria arrogante ignoranza e l’elegante istrione che si muove tra cadaverici tomi, non c’è differenza: entrambi sono i sacerdoti di un mondo morto; entrambi, alieni da un’eccezionalità individuale, erigono santuari intorno al proprio io, si credono i migliori, gli scaltri, i pronti a tutto. Di tutto privo, detto depravato dai doge di questo tempo, il poeta – se è tale e non la sua maschera, l’infame implume – è l’unica creatura libera, liberata: ripete le sue parole al vento – e se ne ritrae, perché nulla è invano e tutto opera secondo la scia dell’angelo e dell’agnello. *** Da Decadenza dell’analfabetismo Ciò che un popolo serba del bambino, e ciò che l’uomo serba del popolo, ovvero ciò che in lui è ancora bambino, è l’analfabetismo. Analfabetismo è la denominazione poetica di uno stato autenticamente spirituale. Possiamo assistere al processo di decadenza dell’analfabetismo nelle nostre vite come in quelle dei popoli più colti, i più letterati. Guai a noi – guai a loro – se accettassimo superstiziosamente come ineluttabile il monopolio del letterale, del letterario, della cultura! Esiste una cultura letterale. Esiste una cultura spirituale. La prima perseguita l’analfabetismo, il suo nemico. Ed è oggi – non ieri né domani – la più diffusa. È quella che ha disordinato il mondo: quella che ha disordinato le cose e ha soppresso le gerarchie. Quando il senso delle gerarchie è razionalmente perduto, tutto deve essere disposto in ordine alfabetico. L’ordine alfabetico, però, è un ordine falso. L’ordine alfabetico è il disordine spirituale: quello dei dizionari, dei vocaboli letterali, più o meno enciclopedico, in cui la cultura letterale tenta di ridurre l’universo.  Il monopolio letterale della cultura ha disordinato le cose disorganizzando le parole, che sono anch’esse cose, non lettere; e poiché sono cose (cose di idee o idee di cose, cose della ragione, cose del gioco) sono pura realtà razionale o poetica, realtà autenticamente spirituale o analfabeta. * C’è stata una sistematica esibizione stilistica della poesia. Attraverso questi sottili lambicchi, la poesia viene sterilizzata: sterilizzazione immaginativa del pensiero. La poesia distillata, lambiccata, sterilizzata, non è pura poesia: è poesia letterata, letteralizzata. La poesia diventa letterata, alfabetica, cercando la musica in una vocalizzazione esclusivamente letterale. Esiste un’intera letteratura lirica che ha testi e musicalità, ma è priva di poesia.  * La poesia pura è semplicemente la più impura: poesia analfabeta. La poesia è analfabetismo integrale perché integra spiritualmente ogni cosa. La poesia è il campo analfabeta della gravitazione universale di tutte le costruzioni spirituali dell’uomo.  * Lo stato poetico è uno stato del desiderio infantile o popolare: un desiderio di analfabetismo; desiderio paradisiaco dello stato dell’uomo puro. Il poeta anela all’ignoranza, all’infanzia, all’innocenza, all’ignoranza analfabeta che ha perduto; anela all’analfabetismo perduto: pura ragione spirituale della sua opera.  * La parola, la viva parola, non si conforma nell’ordine alfabetico: perché la vita accade tramite la parola, non la parola tramite la vita; così come la verità è tramite la parola e non viceversa: tramite la parola divina. (In principio era il Verbo e il Verbo era Dio e il Verbo era in Dio… così attacca Giovanni nel suo Vangelo poetico, che è il Vangelo dell’analfabetismo spirituale più puro).  * Al termine del primo libro sulla Dotta ignoranza, che è dottrina spirituale dell’analfabetismo, Nicola Cusano scrive che la verità risplende incomprensibilmente nell’oscurità della nostra ignoranza. Il potere dell’oscurità della nostra ignoranza, il potere spirituale dell’analfabetismo, è quello di far risplendere incomprensibilmente in noi la precisione della verità. Non esiste poesia che non richieda tale lucidità spirituale, rintracciabile soltanto nell’oscurità della nostra ignoranza, approfondendo, direbbe Giordano Bruno, la profondità della nostra ombra. * Il declino dell’analfabetismo è la decadenza della cultura spirituale quando la cultura letterale la perseguita e la distrugge. Tutti i valori spirituali si sbriciolano quando la lettera o le morte lettere sostituiscono la parola, che si esprime tramite vive voci. Il valore spirituale di un popolo è inversamente proporzionale al declino del suo analfabetismo pensante e parlante. Perseguitare l’analfabetismo significa proseguire strisciando nel retro del pensare: perseguire le tracce luminose e poetiche della parola. Le conseguenze letterali di questa persecuzione è la morte del pensiero.  Chiunque si allontani dal gioco poetico del pensare è perduto, irrimediabilmente perduto, perché abbandona la verità della vita, che è l’unica vera vita – quella della fede, della poesia – per la menzogna della morte. Prendere tutto alla lettera, confidando in essa: ma ciò che è letterale è morto.  Il declino dell’analfabetismo è, semplicemente, il declino della poesia. È il declino del nostro pensiero da quando abbiamo perso la fede nella poesia, da quando siamo diventati alfabetizzati: non abbiamo fede quando siamo orfani della vera ragione, la ragione pura, quando sradichiamo dal nostro pensare la poesia.  * La ragione poetica del pensare dell’uomo è la fede. La poesia appartiene sempre agli uomini di fede, mai a quelli di lettere, ai letterati. Gli apostoli, in quanto uomini di fede e dunque analfabeti, hanno dato la più perfetta espressione poetica alla vita di Cristo. Confrontate i loro testi, poeticamente puri, con una qualsiasi delle innumerevoli vite letterarie o da letterati di Gesù Cristo: quella di Renan, di Strauss, di Papini… o qualsiasi altra (tranne le visioni analfabete ed extra-letterarie dei mistici come Anna Katharina Emmerick). Quelle vite letterate di Cristo contengono pagine e pagine di letteratura vaga, amena, senza una parola di verità: non una sola parola di verità né di menzogna perché ciò che pronunciano non sono parole ma lettere; la parola può essere pronunciata soltanto come l’hanno pronunciata gli apostoli e i santi: poeticamente. Non tutti gli analfabeti sono santi, ma tutti i santi devono essere analfabeti.  * Per apprendere il vero timore di Dio bisogna varcare la soglia poetica dell’analfabetismo; l’altro, il timore letterale della morte – o della vita –, il timore alfabetico del vuoto, non è timore di Dio: è terror panico.  Terror panico, cioè panteismo letterario, cioè letteralità del divino: la confusione di Dio con il Demonio non è, letteralmente, altro che confusione infernale, confusione di tutti i demoni; pandemonio, come lo fu la confusione letterale di Babele, ma senza un dono illetterato delle lingue a succedergli: senza Pentecoste spirituale redentrice.  * L’ordine alfabetico internazionale della cultura, nato dagli enciclopedisti – specie di mortale anticipazione dell’Inferno – è giunto, come logica e naturale conseguenza, a trasformare per noi la rappresentazione totale del mondo e del cosmo in un enorme Dizionario Enciclopedico Generale, alfabeticamente organizzato. La progressiva alfabetizzazione della cultura ha agito sulla vita umana come una progressiva paralisi del pensiero.  * La lettera uccide lo spirito.  L’analfabeta ha dei diritti spirituali da difendere contro la dominazione alfabetica di qualsiasi cultura, più o meno letterale o alfabetizzata. Se parliamo dei diritti del bambino come possiamo ignorare i diritti dell’analfabeta che sono, in origine, quelli del bambino, i più puri interessi spirituali dell’infanzia? Diritti sacri perché esprimono l’unica indiscutibile libertà sociale: quella dello spirito, quella del linguaggio creativo, quella del pensiero immaginativo. L’analfabetismo spirituale e creativo dei popoli è ciò che i popoli hanno in comune con i bambini, la loro infanzia permanente. * Se i bambini e i popoli cessano di essere analfabeti, cosa diventeranno? Se i bambini e i popoli vengono privati dell’analfabetismo – quella vita spirituale immaginativa del loro pensiero che chiamiamo analfabetismo – cosa resta di loro? Un bambino e un popolo si snaturano quando vengono alfabetizzati, cominciano a corrompersi, a cessare di essere; a cessare di essere ciò che sono: bambini, popoli.  * L’alfabetizzazione, o alfabetizzazione culturale è il nemico mortale del linguaggio in quanto tale, nella misura in cui il linguaggio è spirito, è parola. L’alfabetizzazione è il nemico giurato di ogni linguaggio spirituale, cioè, in ultima analisi, della poesia.  José Bergamín *Traduzione di Compiuta Donzella In copertina: José Bergamín (1895-1983) L'articolo Elogio dell’analfabetismo, o della poesia pura. Contro i legionari dell’algoritmo proviene da Pangea.
October 18, 2025 / Pangea
“Continuare a inseguire l’arcobaleno”. Carlo Bo e Giovanni Spadolini: appunti di cultura politica
Autorevole, serioso, taciturno. Per noi, poveri studenti, incontrarlo era un problema: “Saluto o non saluto”, il dilemma. Un cenno rapido del capo era la risposta a chi osava salutare. Questo il mio ricordo di Carlo Bo, il Rettore Magnifico che ha cambiato tra il 1947 e il 2001 le sorti di una città, Urbino, e della sua Università che ora debitamente porta il suo nome. Che sapevamo di lui? Che era un critico letterario di grande rilievo, un senatore a vita per meriti culturali e ben poco altro. Solo dopo la laurea la curiosità mi aveva spinto a leggere almeno Letteratura come vita.  Oggi il suo nome ritorna accostato a quello di Giovanni Spadolini grazie ad Anna T. Ossani. Una duplice straordinaria sorpresa: Anna T. Ossani legge gli scritti di Bo su Spadolini, prefandoli e annotandoli e aggiunge in appendice le lettere di Spadolini a Bo in un corposo volume pubblicato da Raffaelli editore Rimini come dodicesimo volume della Collana “Quaderni della Fondazione Bo” e intitolato Carlo Bo, Giovanni Spadolini “Uno storico che è uno scrittore”, a cura, appunto, di Anna T. Ossani. Il volume è già in libreria. Duplice sorpresa per il nome della curatrice, una dei docenti preferiti dei miei tempi universitari e perché i saggi si muovono tra letteratura, storia politica restituendoci un panorama storico-politico-letterario che va dagli anni ’60 alla morte di Spadolini nel ’94 (cinque i saggi di Bo pubblicati dopo la morte di Spadolini, compresi nel volume). Il saggio introduttivo, “Continuare a inseguire l’arcobaleno senza fermarsi” mi ha affascinato subito, sin dal titolo; gli avant-propos ai singoli testi di Bo danno la misura della competenza di chi scrive.  Oggi incontro Anna T. Ossani, la professoressa che mi ha insegnato ad amare il teatro e parlo con lei della recentissima pubblicazione. Sono stato uno studente impertinente e vorrei fare una impertinente prima domanda, posso?  “Sentiamo quanto è impertinente”. È vero che nella tua ricca biblioteca ci sono scaffali pieni di libri di storia e di politica, oltre che di letteratura, teatro, musica, ma tu sei un’italianista, ci hai insegnato a leggere i testi, ad amare il teatro. Come mai questa scelta che mi sembra quasi estravagante rispetto alla tua storia, alla tua carriera? “Estravagante proprio no. Sin dalla tesi di laurea dedicata a Giuseppe Mazzini, a come si coniugava nella sua opera il rapporto tra letteratura e politica, divenuto poi il mio primo libro, sin dal secondo, Mario Morasso, agli studi su Futurismo e Fascismo, Tommaso Monicelli, Francesco Meriano, la prima linea di ricerca è stata quella. Poi ragioni accademiche hanno fatto il resto”.  Insisto: perché proprio Spadolini e Bo, anzi Bo che legge Spadolini e attraverso le sue recensioni, i suoi elzeviri, le sue note sul politico toscano ci fa capire il rapporto di amicizia, di vera e propria sodalità nato tra loro in più di trent’anni di frequentazioni? “Amo le intersezioni: e qui le intersezioni non stavano solo tra un critico letterario che legge uno storico, tra un cattolico che legge un laico, ma nell’oggetto stesso della ricerca. Da subito sfogliando le lettere di Spadolini e leggendo i saggi di Bo, la connessione era evidente: Storia, Letteratura, Politica; culture intrecciate; passato e presente; la grande Firenze dell’umanesimo civile e la Firenzina di oggi; il destino dell’Italia e un’Italia e un’Europa che non sono state in grado di compiersi. Stupefacenti, attualissime e concordanti le posizioni di entrambi. Bo non è stato solo uno straordinario critico letterario, ma anche un commentatore libero, anzi un libero commentatore di ragioni di attualità. Bargellini lo aveva invitato a  scrivere per i giornali; e Bo negli anni Cinquanta non può non avere curiosità per quel giovanissimo storico che  già aveva terremotato  gli studi non solo con un approccio diverso alla materia storica (condotto attraverso documenti filologicamente probanti spiegati al lettore, panorami amplissimi e folgoranti ritratti, restituiti magari con pennellate rapide, ironia toscana, lingua smaltata), ma perché da cattolico leggeva con attenzione e condivisione le parole di un laico su Giolitti e i cattolici, L’opposizione cattolica, ad esempio, e capiva soprattutto di trovarsi di fronte ad un abilissimo comunicatore che spiazzava il lettore sin dai titoli dei suoi libri (penso al Papato socialista, alle Due Rome,Il Tevere più largo, eccetera). Un libro dal titolo Il Papato socialista non può non incuriosire, forse da subito spiazza. Non solo: la distanza tra un cattolico ligure taciturno, ombroso, che vive – diceva Spadolini – “ai confini e oltre i confini del dubbio”, e un laico dall’oratoria fluente che ostenta una quasi olimpica serenità è solo apparente. Li accomuna l’amore per la lettura che è per entrambi una continuo riconoscersi, un continuo esame di coscienza, la bibliofilia, l’onestà intellettuale, la cultura, l’attenzione al lettore sempre coinvolto, l’apertura all’Europa, a discipline diverse, a culture diverse, il rifiuto degli sgambetti, dei magheggi della politica, delle divisioni interne ai singoli partiti che continuavano (forse è meglio usare il presente) a rallentare un vero processo unitario del paese e l’invito continuo ad ascoltare la ragione e il dialogo tra le parti. Saranno allora i grandi fondi di Bo negli anni delle aspre polemiche sul divorzio a cementare la loro sodalità contro una “guerra di religione”, come Bo scriveva sul “Corriere della sera” diretto, tra il 1968 e il 1972, proprio da Spadolini. Spadolini e Bo hanno accompagnato il lavoro storico, il lavoro letterario, quello giornalistico e quello politico seguendo una precisa idea di Cultura che mancava e manca nel Palazzo; che è anche un modo nuovo di guardare gli avvenimenti, di cercarne le ragioni, non di fare chiasso attorno ai fatti. Ed è il primo grande merito del giornalista Spadolini e di Bo giornalista: testimoni lucidi e distaccati interpreti. Non solo: dai 26 testi che ho pubblicato e annotato emerge un comune destino che per entrambi ha origine a Firenze (l’uno perché vi è nato, l’altro perché vi ha studiato e letto a San Miniato, nel 1938, Letteratura come vita, involontario manifesto dell’Ermetismo), ma finirà per svolgersi altrove: a Bologna, a Milano, a Roma per Spadolini, a Urbino, Milano e Roma per Bo. Entrambi sono due scrittori, due costruttori”. Carlo Bo (1911-2001) Fermati un attimo: cosa significa quando dici due scrittori, due costruttori? “Non basta scrivere bene per essere scrittori. Spadolini non ha solo lucida consapevolezza del tempo in cui vive, ma un’ipotesi progettuale, una responsabilità etica e un messaggio da offrire al lettore. Insomma, si tratta di cultura, di politica culturale da leggersi sia sul piano intellettuale che su quello pratico, concreto. Ecco perché parlo di due costruttori. Non è stato, il loro, “Un vivere di carta”, ma l’unica possibilità di vivere durante il Fascismo. Sono stati ‘costruttori di ponti’, di relazioni, operatori culturali nel senso gobettiano del termine ma anche concretamente operativi: cosa è stata la Fondazione se non il voler riportare a Firenze una nuova cultura e anche tramite la Nuova Antologia darle nuova vita e slancio? Firenze riportata culturalmente a una nuova grandezza. Urbino rivoluzionata nelle sue strutture universitarie, nelle sue facoltà, nei suoi docenti. E per entrambi, da Roma, dal Senato un lungo inflessibile monito a dire basta alle partigianerie, alle miserie quotidiane, entrambi testimoni e interpreti di una nuova cultura anche politica”. Come hai insegnato, comincio dalle soglie del testo. Cosa significa il titolo del tuo intervento introduttivo: “Continuare a inseguire l’arcobaleno senza fermarsi”? “Una delle accuse mosse a Spadolini durante la lunga carriera politica è stata quella di essere sì un mediatore ma di non avere coraggio, di essere fragile. Accuse mosse prima e dopo la morte di Spadolini all’interno dell’agone politico ma anche fuori di esso. Ebbene: Bo respinge fortemente questa tesi e la frase di Calamandrei, amico del padre, grande uomo di cultura e grande politico, l’ha assunta come monito per tutta la vita. Avere un progetto di vita e cercare di portarlo sino alla sua conclusione senza fermarsi anche se l’arcobaleno non si raggiunge mai, se si sposta anche il tuo obiettivo e si accresce e si allarga nonostante le batoste. Per questo dico che Bo e Spadolini sono stati due costruttori: di ‘ponti’, per riprendere titolo della rivista di Calamandrei; ponti tra culture, tradizioni, momenti storici, posizioni politiche dissimili, ponti da costruire tra partiti, nazioni, culture nel segno di un’Europa che deve portare ancora a compimento il sogno del Manifesto di Ventotene, di un Mediterraneo che deve porsi come luogo di incontro e non di scontro tra civiltà. Consiglio vivamente ai politici di oggi di leggere certe pagine dei Bloc-Notes (anche sul Manifesto di Ventotene). Mauriac e oltre Mauriac, scrive Bo. Basterebbe pensare a Spadolini che ha istituito il Ministero per i Beni culturali, a che cosa ha fatto nella breve durata di questo incarico per capire cosa significa essere dei costruttori”.  Giovanni Spadolini (1925-1994) Cosa pensava Bo di Spadolini giornalista e cosa pensava Spadolini di Bo giornalista? “Bo distingue subito Spadolini dagli altri giornalisti quando ancora Spadolini era il direttore del Resto del Carlino per il suo essere un uomo di cultura: ciò lo distinguerà, secondo Bo, anche dagli uomini del Palazzo che ‘rodomonteggiano’ per inutili problemi, ‘tacciono’ per cose gravissime. Sono parole di Bo: gravi, pesanti. Ognuno le legga come vuole o come può. Grandissimo giornalista Spadolini per Bo, capace di cogliere l’essenza del problema, del fatto, in poche righe, di tenere il discorso e di far pensare. Quando Bo inizia a scrivere per il Corriere della sera e poi arriva la direzione Spadolini, la collaborazione tra i due si fa più stretta; la libertà del giornalista si accompagna alla sapienza del direttore consapevole di avere accanto non solo un grande critico, ma anche un grande commentatore di ragioni di attualità. Gli interventi di Bo sul “Corriere della sera” vanno in entrambe le direzioni”. Quale è il sotterraneo intento di questo libro? “Nessun intento sotterraneo. Volevo leggere pagine di Bo mai lette, volevo leggere un po’ di più di Spadolini che conoscevo in parte come politico, poco come storico. La sua scrittura ha un fascino che avvolge, nutre, ti costringe a pensare. E Bo, con la sua linea curva, con il suo procedimento ‘aggirante’, con i suoi giudizi non dati, con il suo bulino incide poco a poco e mette a nudo l’uomo segreto, lo scrittore segreto del Capanno di Pian dei giullari e lo storico straordinario, almeno per me, dei Bloc-Notes dove puoi capire perché ci troviamo, oggi, in questa dolorosa situazione culturale, prima ancora che politica. Una preveggenza che affascina e stupisce. Bo lo ha scoperto subito e ce lo ha restituito in tutta la sua grandezza come storico, come politico e soprattutto come uomo”. Alessandro Carli *In copertina: J.M.W. Turner, L’arcobaleno, 1817 L'articolo “Continuare a inseguire l’arcobaleno”. Carlo Bo e Giovanni Spadolini: appunti di cultura politica proviene da Pangea.
April 9, 2025 / Pangea