La storia della decadenza di un’epoca e di una civiltà, con tutto il bagaglio di
paure e malinconie che la fine di un mondo si porta dietro. Racconti, romanzi e
lavori teatrali per rappresentare la società viennese di fine Ottocento e inizio
Novecento. Sto parlando di Arthur Schnitzler (1862-1931), figlio della ricca
borghesia ebraica di Vienna, che con il progressivo successo letterario
abbandonò gradualmente la professione di medico per dedicarsi solo alla
scrittura.
Su tutta la sua opera aleggia la lezione di Sigmund Freud, suo concittadino e
contemporaneo, e sui rapporti tra i due molto è stato detto, arrivando sino a
definire Schnitzler il “doppio letterario” del padre della psicoanalisi per la
sua capacità di scavare oltre le apparenze della chiusa e conformista società
viennese del tempo e di portare in superficie i sentimenti rimossi: passione,
eros, aggressività, angoscia. Tutto verissimo, ma attenzione a non vedere
Schnitzler come uno scrittore cupo e pessimista. Le sue storie, oltre a essere
un esempio di eleganza e limpidezza, spesso assomigliano a dei divertissementin
cui si alternano immaginazione e realtà. Basti pensare a Doppio sogno, una
novella dalle atmosfere rarefatte, imperniata sul tema dell’amore sotto forma di
gioco erotico, desiderio, illusione.
Schnitzler è abilissimo a muoversi sulle punte e a danzare sull’orlo del
baratro. È un meraviglioso cronista dell’“Austria felix”, ben consapevole che
dietro l’angolo è in agguato la “finis Austriae”. Utilizzando tecniche narrative
nuove per l’epoca come il monologo interiore e il flusso di coscienza, descrive
la solitudine, gli errori e le debolezze degli uomini del suo tempo, ma senza
mai assumere il tono del giudice arcigno.
Schnitzler non è uno scrittore tragico, semmai tragicomico e giustamente è stato
definito uno “spensierato malinconico”. Il suo sguardo scava nei recessi
dell’animo umano, tra conscio e inconscio, porta in superficie le falsità e le
ambiguità represse come in Doppio sogno:
> «Si, tradire, ingannare, mentire, far la commedia, dovunque, davanti ad
> Albertine, davanti al mondo intero; condurre una specie di doppia vita, essere
> il medico valente e fidato dal promettente avvenire, il buon marito e padre di
> famiglia – e allo stesso tempo un libertino, un seduttore, un cinico che
> giocava con la gente, con uomini e donne a seconda dell’estro – tutto ciò gli
> sembrò in quel momento molto attraente».
Anche nel bellissimo La signorina Else, in cui la tensione del racconto si
sviluppa tra partite di tennis ed escursioni in montagna, la tragedia che sta
per consumarsi rispetta le abitudini e le regole di quel mondo. Si può dire che
la protagonista corre inesorabilmente verso il dramma finale ma lo fa a passo di
walzer.
> «Tutto a casa nostra si risolve sempre con scherzi e battute, anche se nessuno
> di noi ha voglia di scherzare. Abbiamo paura gli uni degli altri, in verità,
> ed ognuno di noi è solo.»
Solo una volta Schnitzler si rivela impietoso. Nel magnifico racconto Fuga nelle
tenebre, la drammatica cronistoria minuto per minuto della perdita di identità
dell’Io del protagonista:
> «Passò di volata accanto al cadavere del fratello e corse fuori, attraverso il
> corridoio buio, giù per le scale, per l’atrio e attraverso il portone […];
> corse per la piazza deserta e la lunga strada del villaggio verso l’aperta
> campagna, arrancò nella neve alta, gettò via il cappotto che gli era
> d’impaccio nel camminare, precipitò sempre avanti, sempre più lontano, non
> avendo altro in animo che la ferma volontà di non ritornare in sé – in una
> notte azzurra, risonante, che mai doveva avere fine per lui.»
Un racconto duro e perfetto come un diamante, scritto tra il 1912 e il 1917, ma
che verrà pubblicato solo nel 1931, poco prima della morte dell’autore.
Silvano Calzini
*In copertina: un disegno di Gustav Klimt
L'articolo “…e ognuno di noi è soli”. Arthur Schnitzler: narrare l’abisso a
passo di walzer proviene da Pangea.