Il Porto sepolto – stampato nel 1916 a Udine, dal commilitone Ettore Serra, “in
edizione di 80 esemplari” –, ricorda Ungaretti, fu scritto di fretta, a
precipizio, “in presenza della morte, in presenza della natura” – dunque: preda
della pura rivelazione – su “foglietti: cartoline in franchigia, margini di
vecchi giornali, spazi bianchi di care lettere ricevute”. Fogli di via della
vita, “portati a vivere con me nel fango della trincea”.
Bisognerebbe scrivere una storia della letteratura a partire dai materiali di
scarto, perituri, fragili, marginali, su cui sono state scritte imperiture
opere. È una specie di contrappasso: perché un’opera viva, deve sopravvivere a
se stessa; è tanto potente, tanto presente, quanto più ha rischiato di
annientarsi, raspata dall’incuria, dall’oblio, dalla santa dissipazione di sé.
Michelangelo appuntava poesie nottambule, bellissime, sul lembo dei disegni
preparatori, sul crinale di progetti scultorei di titaniche proporzioni. È
nell’abbozzo, nell’endecasillabo fuggiasco, nel pensiero che si pensava
abortito, orrido, nel provvido imprevisto il nucleo di un’opera-creatura.
Soprattutto, è nell’opera che non si crede opera l’autentica operosità
dell’arte: un’opera al cubo. Hermann Broch che scrive La morte di
Virgilio dettandola a se stesso, “chiuso in una cella delle prigioni naziste, da
cui è convinto di non poter uscire vivo” (Ladislao Mittner); Franz Kafka che
sperimenta un esagitato genio su quaderni, diari e lettere che non crede di
salvare dai deliri del caso; Emily Dickinson che scrive con grafia da elfo
poesie destinate a esasperare la pinguetudine del proprio cassonetto; Gerard
Manley Hopkins che confina in taccuini pieni di nuvole e di cherubiniche
scritture una delle avventure letterarie più folli mai tentate in lingua
inglese. Credo sia in questa disattenzione, una sprezzatura che potremo chiamare
disfatta la quintessenza di un’opera letteraria memorabile: ha superato le spire
della superfluità e del caos; ha passato la prova – è qui, a noi, offerta, in
assenza del creatore, tanto autorevole da aver decapitato ogni petulante ipotesi
di “autorialità”.
Il caso di Robert Walser, in quest’ottica, è fenomenale. Tra il 1924 e il 1933
lo scrittore svizzero redige a matita i cosiddetti Microgrammi – raccolti, in
porzione esemplare, da Adelphi, per la cura di Lucas Marco Gisi, Reto Sorg e
Peter Stocker e la traduzione di Giusi Drago – su 526 “fogli e foglietti di
carta”, secondo una scrittura alfabetica e un linguaggio propri. Il frainteso è
implicito in ogni frase: così questa scrittura segreta – accanimento accadico,
direi – si fa, disfacendosi, poliedrica, tentacolare, proteiforme. Consegnati da
Walser all’amico Carl Seelig – autore del formidabile Passeggiate con Robert
Walser, in catalogo Adelphi – i Microgrammi avrebbero dovuto, “per desiderio
dell’autore stesso”, essere bruciati – o smembrati dalla smemoratezza. Tra il
1980 e il 2000, Bernhard Echte e Werner Morlang hanno interpretato e
pubblicato i Microgrammi di Walser in sei volumi, per Suhrkamp: si tratta di una
delle opere più folgoranti della letteratura occidentale. Pur in traduzione,
percepiamo l’ebbrezza verbale di Walser, la licenziosa libertà creativa:
soltanto morendo come scrittore “pubblico”, pare, un autore comincia davvero a
scrivere.
In uno dei Microgrammi – quello che ha per protagonisti “La signora Rotondetti”,
padronale per istinto, di “splendido portamento”, e il suo “giovane poeta
oltremodo perbene” – Walser descrive con microscopica minuzia la grazia di una
mosca senza testa, che “si muoveva come un fantoccio”, aveva “belle manine e
graziosi piedini”: va affratellata al Ghost of a Flea di William Blake. In uno
dei Microgrammi più belli, una fanciulla – ariostesca, nuda, di bellezza
marziale, più Andromeda che Biancaneve – si arrabbia con “il liberatore” perché
ha ucciso il drago che la teneva prigioniera.
> “Questa creatura orrenda mi amava, proprio come sanno amare i mostri, tu
> invece, liberatore, non mi ami, ti importava soltanto di esibire la tua forza
> davanti a me”.
La fierezza della fanciulla – dal mostruoso cuore – non si flette di fronte alla
forza del cavaliere dall’armatura che “abbaglia”: è il prototipo della virgo
virilis e delle donne che uccidono gli uomini (in rafting letterario troviamo
tali attributi in Perpetua, l’Amazzone cristiana santificata negli Acta
Perpetuae et Felicitatis, e nella protagonista del Tatuaggio, il micidiale
racconto di Jun’ichiro Tanizaki, la sedicenne che fa “concime” dei poseur che
vogliono sedurla). “Diventerò cattiva, irriderò questa gente fidata”, promette
“la liberata”, per poi sfidare il beota cavaliere: “perché non mi dai il colpo
di grazia?”.
Quando Robert Walser descrive l’uomo che simboleggia “la nostra epoca”, ci fa il
ritratto. Eccolo qui, l’emblema dell’era grigia, questa: “Il lavoratore che ha
smesso del tutto di credere in se stesso”, che pensa al lavoro come a “un male
necessario”, “irrevocabilmente deciso a rappresentare il nudo egoismo”. Tale
tipo umano “è, per costituzione, un borioso… di apprezzabile per lui esiste
soltanto il successo effimero”; per lui
> “non esiste nulla di divino, e di conseguenza nemmeno di autenticamente lieto,
> e dato che non conosce alcune letizia proveniente dal cuore, dato che per lui
> la religione è qualcosa di completamente sconosciuto, egli manca del tutto di
> carattere”.
Eccolo, l’esangue eroe del nostro tempo, lo scaltro scoglionato, il pieno di
cose e il pieno di sé, “lo schiavo del mercato mondiale che lavora
all’infinito”, incapace del bel gesto come della schietta, inutile generosità –
tacciata, dai più, per idiozia.
I Microgrammi, scritti a matita, su carta – perciò, a rischio di estinguersi, di
svanire – posseggono potenza epigrafica. Proprio questo è il talento dello
scrittore: tramutare in pietra la materia corrotta, dare la vita alle cose
morte, concedere splendore al moribondo.
A colpi d’ago – astuzia d’istrice del verbo – i Microgrammi occlusero
l’ispirazione di Robert Walser, gli cucirono la mente: dal 1933 lo scrittore non
scrisse più nulla. Recluso in sanatorio, morì ventitré anni dopo, il giorno di
Natale, nella neve. La grafia di Walser assomiglia a una trama di tracce – il
periglio della grande caccia –: s’intuisce il segno della volpe e la zampa
dell’angelo, il celeste predatore.
*In copertina: un esempio dai “mikrogramme” di Robert Walser, scrittura minuta,
‘sumera’, su supporti di scarto
L'articolo Il celeste predatore. Robert Walser o della santa dissipazione di sé
proviene da Pangea.
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Ciascun poeta – il cui crisma è una sorta di disabilità (cioè: super-abilità, un
modo di stare al mondo con molti occhi sul corpo, con troppe ali addosso) – si
costruisce il proprio pantheon privato. La schiera dei lari: amici, divinità in
peluche, un profilo andino di pupazzi. Non appartenendo a questo mondo, il poeta
guarda il mondo con amore – la vita non gli è sufficiente. Nel pantheon di Tor
Ulven spiccano Schopenhauer e Nietzsche – che sono un po’ l’abbecedario di ogni
poeta – poi André Breton, Maurice Blanchot e René Char, tradotto, dicono i
critici, con inesorabile trasporto.
Nato nel 1953, a metà novembre, in una famiglia di operai, alla periferia di
Oslo, Tor Ulven aveva imparato il francese e il tedesco per i fatti suoi. A
scuola zoppicava: bocciato, disertò gli studi. Preferiva suonare nei locali –
eccelleva nell’armonica, che suonava secondo lo stile di Little Walter,
leggendario virtuoso del blues. Guadagnava qualcosa con le traduzioni: a neppure
vent’anni aveva trapiantato Hans Arp in norvegese; leggeva – a proposito di
lari, di impareggiabili pari – Paul Celan e Georg Trakl. Nel 1977 uscì la prima
raccolta di versi, Skyggen av urfuglen (che significa, pressappoco, “L’ombra e
il rapace”); l’ultima, Søppelsolen – a dire di un percorso, di un processo –
vuol dire “sole spazzatura”.
Il vero maestro di Tor Ulven, tuttavia – almeno, nell’indicare l’orbita di una
poetica –, era Giacomo Leopardi. Al grande poeta italiano dedicò un saggio, in
cui scrisse, tra l’altro:
> “L’arte è e sarà sempre un’esca nella gabbia di uno scoiattolo. Non può
> soddisfare il nostro desiderio insaziabile. Neppure la vita può farlo… Il
> segreto dell’arte, allora, è nel ricordarci l’impossibilità di soddisfare quel
> desiderio insaziabile, infinito, e che proprio in questa impossibilità si cela
> una gioia amara: siamo separati da tutto ciò che potremmo avere o essere, ma
> possiamo immaginarlo. Sappiamo di non poter entrare in quel paesaggio
> splendidamente dipinto per dimorarvi”.
In una rara intervista – qui tradotta in inglese – il poeta disse che
> “per principio preferisco scrivere libri ostili. Libri che turbano e che forse
> tormentano il lettore. Lo ammetto. D’altronde, ci sono così tanti modi per
> trovare sollievo dalle nostre sofferenze. Nella scrittura, preferisco
> insistere sulle miserie dell’esistenza. C’è troppa morfina in giro”.
Alla base della letteratura norvegese moderna, dicono ci sia Tor Ulven: la vera
fonte dei messianici successi di Jon Fosse e di Karl Ove Knausgård, dicono, è
lui. Ma di Tor Ulven si trova poco, pochissimo in giro – in Italia è il nulla,
qualcosa si setaccia nel mondo inglese. Merito – dacché per noi il demerito è
la facilità, la felicità del quieto leggere – di un’opera oltranzista, che tiene
il lettore sotto tiro. Tor Ulven indaga il morbo del nulla, il tedio dietro le
tendine perbeniste; elabora crotali di carta, versi al veleno, disseziona la
luce fino al nero sangue. Insieme a Stig Dagerman e a Thomas Bernhard – di cui
costituisce, piuttosto, una via mediana – Tor Ulven appartiene alla schiera
degli scrittori ‘oscuri’, quelli che hanno reso con impeccabile chiarezza il
senso della nostra quieta disperazione.
Nato poeta – tra i più innovativi del mondo nordico – sterzò verso la prosa: la
poesia – così letale, sintetica, armata – gli pareva, disse, assassina. Scrisse
racconti – ne abbiamo riprodotto uno, in calce all’articolo – umbratili,
tremendi, imitatissimi – alcune atmosfere ricordano Il decalogo di
Kieślowski. Nel 1993 pubblicò l’unico romanzo, Avløsning, glaciale referto di
anime in pena: secondo i critici – anche per via dello stile, da belva scuoiata,
sotto costante irritazione – è il suo capolavoro. Il romanzo è stato tradotto
negli Usa, nel 2012 come Replacement, da Dalkey Archive Press, casa editrice di
Dallas specializzata in letteratura nordica, con un certo successo. Così recita
la quarta:
> “Tor Ulven è uno dei grandi scrittori norvegesi del XX secolo: iniziato alla
> poesia, ha concluso la carriera letteraria esplorando le più inclassificabili
> proprietà della prosa. I suoi libri ricordano, per certi toni, l’opera di
> Laura Riding e di Peter Handke. Nel suo unico romanzo, Replacement, si
> alternano quindici personaggi: ciascuno, giunto a un punto di svolta della
> propria vita, prende le redini del libro. Ognuno di questi personaggi ricorda,
> sogna, osserva, parla con se stesso; ciascuno, intrappolato nel proprio io,
> fantastica su come avrebbe potuto essere la propria vita”.
Tor Ulven aveva il viso di un angelo derelitto – un viso innocente, cioè:
setacciato dall’ascia. Sapeva guidare le gru: per un po’, lavorò nell’edilizia.
Innalzare equivale, forse, a distruggere; issare è un modo per dare assoluto
alla caduta. Scrisse di Edward Hopper e di Samuel Beckett, altri autori a lui
congeniali. Il male della mente, il male oscuro, lo straziava a strappi. Una
compagna di scuola, Anne, gli aveva dato una figlia, Lena, quando aveva
vent’anni. Si sentì l’abbandonato, il puro & folle. Gli agi dell’intelletto non
fecero presa su di lui; i suoi libri gli infliggevano una marginalità, in fondo,
cercata. Tor Ulven finì per inabissarsi sempre di più nella casa di periferia
ereditata dai genitori – tumulò lì il suo talento. Si uccise nel 1995, a maggio,
quando i fiori incendiano i viali; aveva quarantuno anni. Poi, è vero, Tor Ulven
diventò un autore ‘di culto’, un autore da maneggiare con cura, un autore-arma,
ancora in grado di offendere – in questo momento, ci interessa l’autore
inarginabile, il poeta che volle farsi scorpione ma restò per sempre angelo.
**
La figlia morta dell’orafo
1
io sto sotto un albero dalle mani fameliche
no
io sto sotto il nulla
*
2
vado verso l’assoluto
isolamento solitudine nulla
chilometri di deserto dietro di me
l’ultima urbe passata da tempo
vado verso la disperazione
e il dubbio che può
essere sconfitto soltanto da un dubbio più grande
*
3
perché silenzio se ho una bocca
perché immobile se ho i piedi
perché cieco se ho gli occhi
perché privazione di urla in questa miniera
perché sono fatto di pietra
*
4
qualcosa che non posso raggiungere
non so cosa sia
forzo le braccia per prendere
aria aria aria
*
5
cosa cerchi in cielo
voglio la costellazione che non esiste
*
6
nell’umana sfera non ci si sono
tante cose significative:
unghie cervello ossa
*
con i miei occhi devo
appiccare l’oscurità.
e la quiete
all’altro capo.
chi può dire cosa
divide
il nero dal verde?
chi vive
e si muove
tra le tue mani
mentre esamini la luce
per un istante?
i molti – gli stessi
che non sono mai
esistiti.
chi esiste e non esiste
esattamente
ora?
la foresta è viva
ne senti l’odore
di duro abete
nel cuore della notte. il vento
sibila
in te – in noi.
*
andrò
a Eridu
a forgiare i miei vasi
rotti con rosse figure
di capra e rosse corna
e acqua che scorre
che sterza
e ci inghiotte.
andrò
a casa
a Eridu
a sposare
la figlia morta
dell’orafo.
seduto sulla soglia
di sera: il vicino ride
e le mosche risorgono
intorno allo squittio della lampada.
*
il dolore
non ha un luogo
su cui posare.
insegui le querce
dentro una chiesa.
d’improvviso, vedo
il castagno
che stagna nella tua
oscurità – i fiori
sono bianchi e noi
siamo polvere.
un sorriso
slitta. sulla siepe
in una tarda notte d’estate
sono stampate le ombre
di insetti che forse
inseguono
una rondine.
**
Da Avløsning (“La sostituzione”)
Un sussulto, un tic nervoso, per cosi dire, alla luce – o al buio –, uno spasmo
occasionale, brezza che sfiora lo spiraglio tra le tende e lascia penetrare un
frammento della notte estiva, stretta fessura che si apre per poi scomparire,
lasciando tracce di oscurità improvvisa, provvisoria, prima del nuovo sussulto,
dell’ancora nuovo nero; così ogni volta che il vento – ha lasciato le finestre
aperte per via del caldo – apre uno spiraglio tra le tende, che si gonfiano,
ondeggiano – proprio come le tende di un teatro, mentre attori e maestranze si
affannano dietro di esse – poi si ripiegano, pieghe immobili, come quelle di una
gonna. Uno gonna con uno spacco alto e tutto un mondo nascosto dietro di essa.
In teoria, basta aprire la porta e partire per trovate tutto, assolutamente
tutto, tutto ciò che chiami assoluto.
È buio. Lui è immobile nel buio, vaga immobile tra il riposo e il sonno. Ci è
abituato – è amico dell’oscurità, è amico di quel breve istante di buio, prima
che le tende siano tirate, prima di accendere la piccola lampada. Quando ogni
cosa è al suo posto, può procedere, come ha appena fatto, dalla finestra al
letto. Del resto, non è tutto inghiottito dal buio, ma una parte, un resto: il
sole, dopotutto, si riflette ancora, ardente, sulle finestre più alte del
grattacielo, mentre l’ombra, l’oscurità, la penombra, sale e si fa densa,
lentamente, di piano in piano, come acqua – presto la terra sarà sommersa. La
sera è entrata nell’appartamento, nei suoi odori, come uno sconosciuto: ora
riconosce il rassicurante olezzo metallico dell’olio per armi – è ancora vicina
al letto, come sempre, carica, come sempre. È pronto. Le munizioni hanno la metà
dei suoi anni – quaranta. Forse dovrebbe comprarne di nuove. Eppure, non le
userà, non arrecheranno alcun piacere in lui, mero spreco di soldi.
**
Da Fortæring (“Inghiottire”)
La predatoria oscurità di agosto non fallisce mai, mi stringe nella sua
malinconia, mi sorprende ogni anno. Gli alberi anneriscono, raggrinziti; le
lampade ad olio tremano nelle case, i volti intorno ad esse si fanno liquidi,
esatti – le tende sono aperte, nell’ultimo tentativo di trattenere l’ultimo
barlume di luce verde che s’intravede oltre la collina.
Potrei dirvi cosa mi è accaduto questa estate – non voglio. Potrebbe essere la
storia di una sbandata, di uno sbandato, di un innamoramento inatteso, o forse
si tratta di un incidente – la macchina troppo carica, il guidatore troppo
stanco, la giornata troppo lunga, la stanchezza troppo violenta – che ha
cambiato la mia vita e quella di un altro; ma no, non è questo, non c’è nessuna
storia da raccontare. Perché dovrei dire soltanto dell’oscurità di agosto,
dell’asfalto grigio che brilla, dell’acqua piovana evaporata sotto il lampione.
Ciò che mi è accaduto resterà per voi un mistero, come il compost, lì,
nell’angolo del giardino, che contemplo: non so cosa ci sia, laggiù, che ha
fatto proliferare quel grumo di coleotteri, non conosco l’epopea delle larve che
si sono fatte strada tra quei cumoli di rifiuti, dirette verso qualcosa che noi,
le non-larve, non conosceremo mai. Intorno al caldo bagliore del lampione, uno
sciame di altri insetti – i loro corpi flebili, le flebili ombre, come i fili di
un maglione o i capelli attratti dall’elettricità statica – che quando comincia
l’autunno afferrano la vita sbattendo contro i vetri delle finestre, come i
ninnoli di una giostra invisibile, finché non scompaiono, senza che nessuno se
ne accorga.
Tor Ulven
L'articolo “Preferisco scrivere libri ostili”. L’opera disperata di Tor Ulven
proviene da Pangea.
In una delle rare, leggendarie interviste, Cormac McCarthy dice di essere stato
influenzato da Moby Dick e dai Fratelli Karamazov, “perché si occupano
essenzialmente della vita e della morte” – apprezzava i romanzi di Faulkner. A
Marcel Proust e Henry James – romanzieri in cui non trovava nulla di
interessante – preferiva la “King James”, la Bibbia di re Giacomo, massimo
esempio della lingua inglese, al contempo limpida e sanguinaria, un Leviatano di
cristallo. Era l’aprile del 1992, Cormac McCarthy aveva appena
pubblicato Cavalli selvaggi e in quell’intervista rilasciata a Richard B.
Woodward del “New York Times”, dal titolo folgorante – “Cormac McCarthy’s
Venomous Fiction” –, il più grande scrittore degli Stati Uniti d’America dettava
la propria agiografia.
Negli anni, l’immagine di McCarthy avrebbe confermato quell’antico ritratto.
Ruvido, solitario, refrattario ai fasti della fama, lo scrittore sembrava aver
poco a che fare con la letteratura. A Santa Fe, l’ultima dimora, dialogava con
astrofisici, matematici, geologi – malsopportava i letterati. I suoi romanzi, in
effetti, paiono scaturire da un mondo arcano dove la teoria dei quanti si fonde
al libro dell’Apocalisse. In realtà, come ha dimostrato Michael Lynn Crews in un
utilissimo studio edito dalla University of Texas Press, Books Are Made Out of
Books, McCarthy era un lettore esigente, raffinato, colto. Nella “Guide to
Cormac McCarthy’s Literary Influences”, commentata con l’arguzia di un
anatomopatologo della letteratura, compaiono nomi ovvi: Joyce, Goethe, Flaubert,
Kierkegaard, Thomas Wolfe, Oswald Spengler. McCarthy leggeva poca poesia. Tra i
poeti che lo hanno segnato – almeno, a consultare i manoscritti custoditi presso
la “Wittliff Collections”, Texas State University – spicca Francis
Thompson. Pressoché sconosciuto alle nostre latitudini, Thompson è stato una
specie di “Messia dei bassifondi”, il sacro paria della poesia inglese.
Nato a Preston, Lancashire, nel 1859, da genitori cattolici, avviato senza
successo a studi medici, dimostrò fin da subito un talento febbrile per la
scrittura. Vestiva di scuro, si incupiva spesso, ostentava un’ostile umiltà.
Eccelleva nella pallamano, era trafitto da visioni. Leggeva Eschilo e Blake,
fece di Thomas De Quincey il proprio autore di culto; l’abuso di oppio lo
sigillò all’abisso. A ventisei anni, sfiancato dai rimproveri paterni, Thompson
lasciò casa, s’inoltrò a Londra, precipitando nella miseria. Lavorò come
calzolaio in Leicester Square poi come tipografo; si mise a vendere fiammiferi.
Nulla sapeva infiammarlo quanto la scrittura: poetava per sé, nel sottosuolo
londinese, scrivendo su fogli di ripiego, sui rifiuti. Dilaniato dalla
nevralgia, il poeta visse da senzatetto: nella prostituta che gli diede
ospitalità riconobbe il profilo della Maddalena.
Messianico. Francis Thompson è lui (1859-1907)
Assieme al suicidio, tentò a vanvera la via letteraria. Wilfrid Meynell, autore
di vaglia – scrisse la biografia di John Henry Newman e di papa Leone XIII –,
direttore della rivista “Merry England”, fu sbalordito dal talento di quel
nullatenente. La moglie, Alice – poetessa, suffragetta, amica, tra gli altri, di
D.H. Lawrence; la sua diafana bellezza è immortalata da John Singer Sargent –,
s’innamorò di lui. In breve, Francis Thompson passò dalle stalle alle stelle:
nel 1893 gli amici pubblicarono un’edizione dei suoi Poems; presto si diffuse la
notizia del poeta “messianico”, morto e risorto dagli inferi della metropoli.
Presto le sue poesie furono tradotte un po’ ovunque: in Francia trovò un
complice in Valéry Larbaud; in Italia fu ‘maneggiato’ da Mario Praz; nel 1925 la
Libreria Fratelli Treves approntò un’edizione delle Poesie. Più di recente, si
deve a Maura Del Serra un’attenzione verso questo singolarissimo poeta: nel 2000
esce per l’Editrice C.R.T. Il Segugio del Cielo e altre poesie, volume ora
irreperibile. È grazie a Giulio Solzi Gaboardi, invece, che possiamo leggere una
nuova, sgargiante antologia di Thompson, edita da Magog come Primo alfabeto
stellare.
Secondo Michael Lynn Crews, McCarthy è stato influenzato dalla biografia di
Francis Thompson – è autore ostile agli altari letterari – e dalla sua torbida
teologia. Il poemetto più noto di Thompson, The Hound of Heaven – reso con genio
da Solzi Gaboardi come Il Vetro del Paradiso, memorabile l’incipit: “Fuggo da
Lui, per le notti e per i giorni./ Fuggo da Lui, per le volte degli anni./ Fuggo
da Lui, per i labirinti della psiche” – pare, a dire dello studioso, uno dei
capisaldi mistici di Meridiano di sangue. In Thompson, in effetti, l’entità
divina – pur sempre benevola – si presenta con aspetti ferini, di molosso, di
iena all’assalto. Affiliato alla stirpe dei ‘maledetti’ della poesia inglese –
insieme ai suoi pari: Thomas Chatterton, William Blake, Percy Bysshe Shelley, a
cui dedica un saggio struggente – Francis Thompson dimostra, semmai ce ne fosse
bisogno, che il Vangelo è il ‘grande codice’ del poeta occidentale, che la
figura di Cristo è luce all’ispirazione. In una poesia programmatica (A un poeta
che rompe il silenzio), Thompson scrive di aver abbandonato “l’Elicona e le
Muse/ per il Sinai e i Serafini”; un’altra (In virtù della tua legge) ci fende
con celestiale ferocia:
> “Il Falconiere del Paradiso esclude il mio cuore
> dal nutrimento di ogni delizia
> e doma con un buio tremendo
> chi giunge in ritardo
> al Suo richiamo”.
Tra tutte, McCarthy amava The Poppy, “Il papavero”. Negli anni in cui
scrive Suttree – rievocando la vita in “quasi totale povertà” a Louisville, in
una baracca – ricalca diversi versi di quel poemetto. Vi si narra di “un uomo e
una bimba… fianco a fianco”, che camminano agli “estremi della sera”. La bimba,
“un’onda i suoi capelli di Sud”, regala all’uomo un papavero, che “dona/
risveglio dal sonno/ ricordo dall’oblio”. Nasce da qui un tenue e truce discorso
sulla consistenza dell’amore, sulla violenza del tempo, sulla regalità della
poesia, argine all’incessante mutare di tutte le cose. Questa “malinconica
riflessione intorno alla mortalità” conquistò McCarthy.
La voracità visionaria di Thompson si insinuò in molti. William Butler Yeats –
un poeta tutt’altro che ‘cattolico’ – rimase abbacinato dalla sua figura, tesa
tra Peter Pan e l’idiota di Dostoevskij; secondo Gilbert Keith Chesterton,
Thompson era il maggior poeta della sua generazione; Tolkien confessò al figlio
Christopher di essere stato ispirato a lungo dai suoi versi, acquistati nel
1913. Un secolo fa, nel 1926, Everard Meynell – uno degli otto figli avuti da
Wilfrid e da Alice – compilò una “Vita” di Francis Thompson di quasi
quattrocento pagine, ricca di aneddoti ‘miracolosi’, santificandolo. Ad ogni
modo, i ricoveri in un monastero francescano nel Galles del Nord e l’amicizia di
nuovi mecenati non lenirono la quintessenziale inquietudine di Francis Thompson.
Il poeta, roso dalla tubercolosi, morì il 13 novembre del 1907; fu sepolto al St
Mary’s Catholic Cemetery, in Kensal Green. Sulla lapide spicca ancora un suo
verso, “Cercatemi negli asili del Paradiso”. Postumo, uscì il suo studio
biografico su Sant’Ignazio di Loyola.
Dicono che avesse mani sottili come foglie, parevano staccarsi da un momento
all’altro – più di tutto, il poeta amava il cricket.
*In copertina: Cormac McCarthy in Galles, nel 1966. Ogni tanto rideva
L'articolo “Il Falconiere del Paradiso esclude il mio cuore”. Francis Thompson,
il poeta amato da Cormac McCarthy proviene da Pangea.
L’episodio biblico di Tobia e l’Angelo ha dato vita a un copioso topos pittorico
particolarmente diffuso in Italia durante il Rinascimento. La storia è nota: il
giovane Tobia, incaricato dal padre di riscuotere del denaro in Media, viene
scortato durante il lungo e periglioso viaggio dall’arcangelo Raffaele, il quale
lo aiuterà a recuperare i soldi, a prender moglie e a guarire miracolosamente la
cecità del padre al rientro a casa. Tra le raffigurazioni artistiche
rinascimentali, Tobia e l’Angelo è quella preferita da Nina
Berberova. Nell’interpretazione di Tiziano, Tobia serra la mano dell’Angelo e lo
segue fiducioso mentre gli mostra rassicurante il cammino. Chi di noi non si
sente, nel lungo viaggio della vita, timoroso e smarrito come Tobia? Chi, come
lui, non ha bisogno del conforto di una guida, di una mano tesa, di qualcuno che
vede già tutto ciò che a noi non è ancora concesso vedere? La marcia serena dei
due compagni di viaggio accompagna simbolicamente le peregrinazioni di Nina
Berberova. Anche noi, sparuti avventurieri dell’ignoto, affidiamo a loro le
nostre vulnerabili preci.
Camminare per San Pietroburgo è come elevare una sorta di preghiera. Ricordo di
aver visto, là dove la Neva si offre ai venti del Baltico, uno dei tramonti più
intensi di sempre: il disco aranciato del sole versava il suo oro sulle acque e
sui palazzi della città. E ancora, il rumore della neve fresca sotto gli
scarponi, i riflessi dei lampioni sul lungofiume, la casa dove ha vissuto Puškin
(eccola in veste neoclassica, stranamente non ha niente di così diverso dalle
altre e perché mai dovrebbe, perché arriva sempre prima la letteratura e poi
tutto il resto, è sempre stato così). I bagliori delle notti bianche per un
attimo facevano pensare alla cupola di Sant’Isacco come a un bastoncino di
zucchero filato. In questa città, nella città dipinta evocata creata da
Dostoevskij, Gogol’ e Belyj, nasce nel 1901 da padre armeno e madre russa Nina
Berberova. Le sue foto da giovane ci consegnano il ritratto di una vestale della
semplicità. Nina è bella e austera, nulla fa per sembrare diversa da quella che
è: porta i capelli corti, appena un filo di rossetto sulle labbra. Quello
superiore disegna un cuore perfetto e lo offre a due fossette che lo uniscono a
un naso leggermente aquilino. Lo sguardo non è quasi mai sorridente, a volte
velato di tristezza, eppure non privo di una certa scanzonata ironia. Gli occhi,
splendidi, rubati agli altopiani armeni.
A soli dieci anni, fulminea lepre del destino, fiuta quella che sarà la sua
“professione” da grande: la scrittrice. Sin dall’infanzia, fioriscono nella
Berberova sia un senso di avversione verso tutto ciò che potrebbe ingabbiare il
libero sviluppo della personalità, sia un’imperiosa e sempre presente esigenza
di controllo su ogni sfera della sua vita. Alla luce di questo precoce spirito
d’indipendenza, talvolta non pienamente compreso, si spiegano le decisioni
nette, le ferree convinzioni, gli eventi di opposta fortuna vissuti con feroce
consapevolezza. Scrive con furia romantica versi a non finire per un
“traboccamento dell’anima”; ricalca Lermontov ai limiti del plagio. Recita
poesie su una nave che solca le acque del Mare del Nord, come un giullare o un
cantastorie che incanta alle feste. A una serata di lettura incontra Blok e
l’Achmatova, il primo già una leggenda, la seconda un astro nascente. Già in
quegli anni, seppur ancora in maniera confusa e istintiva, la Berberova sente di
vivere un periodo di forte cesura, avverte che lei stessa e la sua vita ne sono
il riflesso perfetto: come la doppia natura del dio Giano, ella è sospesa tra
passato e futuro, tra un mondo che ormai svanisce come le nebbie di Pietroburgo
e un domani che sopraggiunge a volto coperto dal tumulto della storia…
La scomparsa del vecchio mondo, almeno di quello letterario, ha una data
precisa: il 7 agosto 1921. Aleksandr Blok, da anni in uno stato di allarmante
deperimento fisico e nervoso, muore a soli quarant’ anni. A San Pietroburgo, per
i funerali, si raccoglie una folla enorme. Accorrono scrittori, poeti,
intellettuali e semplici ammiratori da ogni parte del paese. Durante una serata
in un circolo letterario, la Berberova conosce Vladislav Chodasevič. L’incontro
è di quelli decisivi: i due decidono di vivere insieme e di lasciare la Russia.
Hanno pochi soldi, ancor meno certezze. Lei è attratta dalla sua innata eleganza
e dallo spessore poetico; lui, più grande di quindici anni, scopre in Nina una
donna intelligente, determinata, pronta a seguirlo e a sostenerlo nelle sue
scelte e nei suoi momenti di scoramento. Nel giugno del 1922, Nina e Vladislav
partono alla volta dell’Europa.
Sorrento, 1925: Nina Berberova con il marito, Vladislav Chodasevič
**
Il simbolo di Berlino è un orso e in effetti la città porta con sé una traccia
di ferina natura. Negli anni Venti, per varie ragioni, la città tedesca diventa
la capitale della comunità di émigrés russi. Qui hanno sede giornali e riviste
di lingua russa, associazioni filantropiche, organizzazioni politiche. Nelle
strade, il russo è la seconda lingua che si sente parlare. Vladimir Nabokov si
aggira tra Charlottenburg e il Tiergarten. Tra non molto, la crisalide si
tramuterà in una farfalla pronta a spiccare il volo verso i reami del genio.
L’altra capitale della diaspora russa è Parigi. Città meretrice, si dà a tutti e
da tutti esige un tributo di sangue e umori. Città di deambulazioni notturne e
di insonnie condivise per affinità di destini, di incontri peregrini a
Montparnasse e a Montmartre, di conversazioni fino all’alba che un giorno,
trasfigurate nell’arte, diventeranno dei libri per la vita. A Parigi, al termine
di peregrinazioni durate quasi tre anni, si stabilisce definitivamente nel 1925
Nina Berberova. Parigi, la capitale delle arti, la città-ombelico nei ruggenti
anni Venti. La comunità russa che abita a Parigi, ancora una volta, fa storia a
sé. Pur essendo formidabile luogo di estro creativo e fermento artistico, non è
per i russi la Parigi della Festa Mobile di Hemingway, degli esuli sudamericani
spinti da suggestioni letterarie, dei surrealisti intenti a tappezzarla dei loro
sogni e manifesti. Le vicende di Sylvia Beach e Gertrude Stein appaiono sullo
sfondo, distanti. Berberova intravede James Joyce in un ristorante di Rue Jacob.
È colpita dal fatto che con la moglie e i figli parla in italiano. Avvista anche
Henry Miller, dinoccolato, aggirarsi con postura di vorace dinosauro tra i caffè
di Parigi con la moglie June. No, non è questa la Parigi degli émigrés. La
comunità russa è fatta di individui colpiti da uno stesso destino che si è
imposto senza lasciare scelta. Tra di loro c’è “un legame critico, nevrotico,
instabile”. Talvolta, i sentieri si incontrano e proseguono uniti per un certo
periodo, oppure si separano verso direzioni diverse. All’interno di questo
contesto che ha una sua geografia e un suo ritmo prende vita una galleria
palpitante di personaggi russi: scrittori giovani e vecchi, premi Nobel e
scribacchini, vecchie promesse e meteore letterarie. Entriamo attraverso lo
sguardo di Nina negli appartamenti, ne ascoltiamo le conversazioni e i dialoghi,
assistiamo ai momenti di ira e a quelli di allegria: avvertiamo tra le pagine
quello che si può definire “il colore” di un’epoca o il “rumore del tempo”,
parafrasando Mandel’štam.
La Berberova entra nel circolo di Gor’kij, ormai una sorta di mummia letteraria.
Con lui e i suoi accoliti trascorre brevi periodi di vacanza sul Baltico e in
Italia. Qui, conosce i primi momenti di vaga spensieratezza durante l’esilio.
Visita Roma con Pavel Muratov, indimenticato autore di Immagini dell’Italia. Si
innamora di Venezia (c’è una Venezia russa – la canta anche Brodskij nel
suo Fondamenta degli incurabili), forse perché con San Pietroburgo la città
italiana condivide il riverbero dei giorni e delle notti nell’acqua, il colore
pastello dei palazzi in centro, la sensazione che la bellezza sia in agguato
oltre un canale, là dove esso abbraccia lo scintillante sfolgorio del mare.
Conosce anche Bunin, fresco poeta Nobel, che dipinge piuttosto impietosamente
come un uomo iracondo afflitto da una forte invidia verso chiunque potesse
oscurare la sua fama.
Ma qui ci dobbiamo fermare un attimo e parlare di Chodasevič. Alto, esile,
l’ovale lungo del viso incorniciato da capelli lunghi, acmeista per
classificazione cronologica, simbolista nella sua austera e selettiva
solitudine, classico nella versificazione e nella scelta filologica delle
parole. Caterina Graziadei, che del poeta russo ha curato una recente antologia,
definisce senile l’intonazione del dettato poetico di Chodasevič. Ma la senilità
è una condizione tipica di chi sta ancora dentro l’esistenza. Bisogna spingersi
oltre: Chodasevič si installa in un punto che è al di fuori della vita, alieno
al passato come al futuro. Il presente è un buco nero che attira verso di sé le
immagini della realtà: dall’altro lato dell’abisso c’è il nulla vestito di
algida ironia. Sono rari i momenti in cui il disincanto del poeta russo viene
meno, trafitto da esili raggi di speranza. Né contribuiscono i frequenti episodi
di malattia che lo affliggono ormai da decenni. Talvolta, il ricordo di
un’infanzia serena o l’immagine di una donna passata entrano dalla finestra
della sua esistenza come sentore di acacia, e per qualche sparuto attimo di
tempo la sua anima si raccoglie in un fugace sorriso. Inesausto Chirone russo,
Chodasevič dedica le sue esigue energie soprattutto agli altri: Nabokov lo
elegge come uno dei suoi maestri. Molti dei dialoghi che animano Il dono – dice
la Berberova – sono stati pronunciati in una stanza tra Nabokov e Chodasevič,
tra giochi a carte, carezze al gatto e tazze di tè fino a notte fonda. Berberova
e Chodasevič condividono un decennio tra traslochi, malattie, qualche viaggio:
quasi dieci anni vissuti in gravi ristrettezze economiche e materiali. Nel 1931,
ormai estenuata dalle frequenti ricadute fisiche e nervose del poeta, Nina
Berberova decide di separarsi da Chodasevič, al quale fino ad allora l’aveva
unita un legame simile a quello che si instaura tra un’allieva e il suo maestro,
o tra due compagni di viaggio. I due continueranno comunque a frequentarsi e a
volersi bene, fino alla dipartita di lui, nel 1939.
**
Annunciata da inquietanti voli di corvi e anomalie nei raccolti, arriva infine
la guerra. La topografia della comunità russa in Europa è sconvolta: è il tempo
di un primo e decisivo bilancio. Uno: la letteratura degli emigrés russi ha in
gran parte fallito, e ha fallito perché, secondo la Berberova, non è riuscita a
creare un suo stile unico e inconfondibile capace di risuonare nitidamente nella
musica della storia. Due: per paradossale che possa sembrare, “la letteratura fu
l’unica cosa che rimase di quegli anni”, capace di dar voce, più o meno
compiutamente, a quel movimento storico e culturale gigantesco che è stato la
diaspora russa. Soltanto uno scrittore emigré si distanzia talmente tanto, per
talento e per stile, da diventare ben presto un marziano: si tratta di Vladimir
Nabokov. La Berberova lo conosce a Parigi, dove si trasferisce negli anni Trenta
con la moglie Vera e il figlio. Partecipano a incontri letterari e sedute di
lettura. Mangiano insieme quantità industriali di bliny. Una notte, Nabokov
confessa a cuor leggero di non aver letto I racconti di Sebastopoli di Tolstoj,
provocando le ire funeste di Bunin. Un giorno la Berberova va a casa sua – un
piccolo e scomodo appartamento ai limiti del praticabile. Nabokov è influenzato,
ma fa comunque gli onori di casa. A un certo punto, egli va dal piccolo Dimitri,
gli dà il suo guantone da boxe e lo prega di colpirlo il più forte possibile.
Poi, lascia la stanza del bambino soddisfatto, sorridente e forse anche un po’
dolorante. La Berberova legge i primi capitoli di La difesa di Lužin, apparsi
nel 1929 su Sovremennye Zapiski.
> “Li rilessi due volte. Avevo davanti a me uno scrittore contemporaneo eccelso,
> maturo, complesso; uno scrittore russo straordinario, nato, come la fenice,
> dal fuoco e dalle ceneri della rivoluzione e dell’esilio. Da quel momento la
> nostra esistenza ebbe un senso. Tutta la mia generazione fu assolta… La mia
> generazione vivrà in lui, non scomparirà, non si dissolverà tra i cimiteri di
> Billancourt, di Shanghai, di New York e di Praga; noi tutti, fortunati (se ce
> ne sono) e sfortunati (un’intera dozzina), pendiamo da lui come una zavorra.
> Nabokov è vivo, quindi lo sono anch’io!”
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Alla fine del quinto capitolo, Fiere polene sulla prua delle navi, assistiamo
allo svolgersi dolente di una sorta di ballata in prosa su ciò che è rimasto di
quella che un tempo era la comunità russa. Cessata la tempesta portata dalla
guerra, sono rimaste solo le rovine. Ma come penetra nel libro il soffio
violento dei sei anni di guerra? La risposta è in una costola del libro stesso,
o meglio in un piccolo satellite che si è staccato dall’opera principale e che
non è stato inserito nell’edizione adelphiana di Il corsivo è mio (c’è in quella
francese): Il quaderno nero. Si tratta di un vero e proprio diario tenuto dalla
scrittrice. Inizia il giorno della firma del patto Molotov-Ribbentrop e dura
fino alla fine del conflitto. Alla data del 6 gennaio 1944 si legge: “Oggi c’è
stato lo sbarco in Normandia”.
Ma torniamo a Il corsivo è mio. La prima, tragica manifestazione concreta della
barbarie è l’arresto dell’ultima moglie ebrea di Chodasevič, Olja. Nina
Berberova fa quello che può per sottrarla alla deportazione nei campi nazisti,
ma a nulla vale il suo disperato tentativo. Entriamo ad occhi aperti
nell’oscurità di una delle più drammatiche pagine della storia: la stella gialla
cucita sugli impermeabili, i volti sanguinanti per le percosse, la burocrazia
nazista della morte, l’incertezza di un futuro già scritto…
La guerra è finita. Resta un persistente senso di convalescenza. Le immagini e i
gesti del mondo giungono ovattati, quasi da un’altra dimensione, come se
qualcuno avesse tolto il sonoro. La Berberova ha perso quasi tutto e tutti.
Mentre passeggia nei giardini del Trocadéro, un lampo balena nella sua mente:
ancora una volta, è deciso, lei partirà. Dopo 25 anni passati a Parigi, decide
di lasciare la Francia. Non solo le condizioni economiche sono disastrose, ma
ormai anche quel manipolo di persone consacrate alla poesia e con le quali si
era creato un certo “esprit de corps” è scomparso. Inoltre, il clima culturale
degli anni dopo la guerra è particolarmente scoraggiante, votato alla fame
spirituale e al filisteismo. Giunta quasi alla conclusione del suo libro, Nina
si interroga sulla parabola tragica della sua vita e della sua generazione. “Ora
che la tragedia è finita”, dice, “è iniziato l’epos”. E lo humour ha diritto di
esistere nell’epos. Nel 1950, a bordo di un transatlantico, Nina Berberova
raggiunge New York. Sbarca in una fredda alba di novembre. Il primo dialogo, in
un inglese alquanto stentato, è con il medico alla dogana. Viene sottoposta a
una radiografia. Le sue costole sono come la gabbia di un pappagallo e al centro
lui, il pappagallo-cuore, con l’aorta scura simile alla cresta di un uccello
tropicale. Poi, la Berberova si perde tra le altezze vertiginose di New York. È
l’inizio di un’altra storia.
**
La Berberova è sicura di non fare più ritorno in Russia (la sua lunga vita la
smentirà). C’è però un episodio che ha il sentore di un vaticinio. A Parigi, nel
1965, Nina incontra Anna Achmatova a bordo del vagone che la riporterà a Mosca.
Le due scambiano qualche parola, gli sguardi si aprono a un timido sorriso. Sono
passati quarantatré anni dal loro ultimo incontro. Il treno sbuffa per
annunciare la sua partenza imminente e la Berberova scende. Poco dopo, i vagoni
cominciano a muoversi e a sfilare lentamente. L’Achmatova, affacciata a un
finestrino, agita la mano in segno di saluto prima di scomparire, dopo l’ultima
svolta, verso l’orizzonte.
La Russia è stata un sogno – dice Remizov, con sguardo malinconico, in un
passaggio del libro. La Berberova, quel sogno l’ha realizzato nel 1989, anche se
nel libro non c’è traccia del suo viaggio in Russia. Quando abbiamo la fortuna
di ricongiungerci con gli angeli della nostra infanzia, è bene che il silenzio
sigilli il miracolo dentro la diafana luce del destino.
Lorenzo Giacinto
L'articolo “La Russia è stata un sogno”. Nina Berberova, l’avventuriera
dell’ignoto proviene da Pangea.
Chiedi alla polvere (Ask the dust) di John Fante, edito nel 1939, secondo
romanzo della cosiddetta “Trilogia di Bandini” e giudicato oggi il capolavoro
dell’autore americano, è testo che, pur nella sua apparente linearità stilistica
e narrativa, costruisce una delle più drastiche e ingegnose rappresentazioni
della coscienza moderna nella letteratura americana del Novecento. Passato
pressoché inosservato, al tempo, per lo stile crudo, cinico e diretto, non
conforme ai gusti del pubblico coevo (il bestseller del 1939 fu Furore di John
Steinbeck e i lettori cercavano storie che narrassero la crisi economica e le
lotte sociali o tuttalpiù romanzi noir, robusti ma di intrattenimento, alla
Chandler, o storici e romantici alla Via col vento), il romanzo fu comunque
pubblicato da Stackpole Sons: poco dopo l’uscita la casa editrice fallì,
interrompendo la promozione e la distribuzione del libro, che rimase sugli
scaffali, dimenticato. Venne poi rivalutato negli anni Settanta grazie
all’apprezzamento di Bukowski che fece dell’autore un proprio punto di
riferimento e cavalcò il “realismo sporco” di cui Fante fu in qualche modo
precursore.
La vicenda di Arturo Bandini, ganglio tematico del libro e coestensiva di tutti
e tre i romanzi di questo “ciclo”, non va tradotta soltanto come la storia di un
giovane aspirante scrittore nella Los Angeles della Grande Depressione, ma come
un dispositivo narrativo che mette in scena la frattura tra desiderio e realtà,
tra costruzione simbolica del sé e fallimento concreto di un’esistenza, in fondo
invischiata come una mosca nel bicchiere.
La narrazione in prima persona, spesso eccessiva e melodrammatica, non è
simulacro formale dell’identità del protagonista, ma l’espediente attraverso cui
Fante produce un effetto di incertezza epistemologica: tutto ciò che il lettore
conosce è setacciato dalla coscienza di Bandini, una coscienza ipertrofica,
ridondante, inaffidabile, tale da descrivere un pendolo tra delirio di grandezza
e auto-dissoluzione. Questa oscillazione non è un mera scialbatura formale, ma
strutturale: Bandini vagheggia continuamente una versione eroica di sé (il
grande scrittore destinato alla gloria) per poi demolirla attraverso
comportamenti meschini, crudeli o autolesionistici. In questo senso, Fante non
racconta semplicemente un fallimento, ma mette in luce come il fallimento sia
intrinseco fin dall’inizio alla modalità con cui il soggetto si percepisce e
narra sé.
La scrittura, per Bandini, non è solo un mezzo espressivo, ma una forma di
auto-poiesi. Egli esiste nella misura in cui riesce a raccontarsi come
scrittore. Tuttavia, questo processo è inevitabilmente fragile: ogni rifiuto
editoriale, ogni umiliazione sociale, ogni fallimento relazionale incrina la
narrazione di sé, generando un collasso identitario che si manifesta in forme di
aggressività, misoginia e razzismo, come trasfigurati in versioni infantili di
cliché insinceri. La violenza verbale e simbolica che Bandini esercita sugli
altri, poi, in particolare su Camilla Lopez, non è altro che il correlativo
della sua incapacità di sostenere il peso della propria inadeguatezza.
Il rapporto con Camilla, ragazza messicana conosciuta in una tavola calda di Los
Angeles in cui serve ai tavoli con le sue scarpette da ginnastica consunte,
cenerentola meticcia e urbana, è uno dei nodi più complessi del romanzo. Si
palesano subito l’infantile autostima di Arturo, laddove presentandosi fa
seguire al suo nome la qualifica di “scrittore”, quasi come un ideale biglietto
da visita, e la risposta secca di Camilla, che dichiara tra l’altro che non gli
piacciono gli italiani. V’è subito tra i due una distonia che rimarrà indelebile
nel corso del loro rapporto. Camilla non è soltanto oggetto d’amore, ma una
figura fuyant che destabilizza profondamente Bandini perché raffigura tutto ciò
che egli rifiuta di sé anche se gli è proprio: marginalità, alterità etnica,
precarietà sociale. L’attrazione che prova per lei è inseparabile dal disprezzo,
e questa ambivalenza produce una dinamica distruttiva in cui il desiderio si
trasforma continuamente in negazione o approssimazione irrisolta. Camilla, a sua
volta, è intrappolata in una logica simile, proiettiva e velleitaria quanto ad
aspettative di riconoscimento da parte di uomini in verità assai dissimili da
Bandini , e che rimangono però puntualmente frustrate. Fin dall’inizio appare
orgogliosa, impulsiva e spesso aggressiva nei modi, soprattutto nei confronti di
Bandini. Il loro rapporto è segnato da continui giochi di contrasto: attrazione
e rigetto, desiderio e disprezzo si alternano costantemente sfociando quasi nel
parossismo e nel paradosso.
Camilla incarna anche il tema della fragilità emotiva, di una natura ondivaga
del desiderio e della percezione di sé, unita a una marginalità di ruolo
sociale; dietro alla sua apparente durezza si nasconde una profonda insicurezza
e una sete disperata di amore e riconoscimento. Il suo comportamento è spesso
irrazionale e autodistruttivo, fino a condurla verso un destino tragico. Il
momento decisivo arriva quando Camilla, ormai vulnerabile e consumata dall’abuso
di alcool e di droga, psicologicamente instabile, si conduce in una baracca nel
pieno deserto californiano e disegna quasi, per il proprio personaggio, quella
che in un linguaggio filmico corrisponderebbe a una “dissolvenza” – scomparendo
dalla narrazione come l’immagine vaga di una lontananza che stempera
nell’assenza più irrevocabile. La sorte della ragazza messicana resta ambigua:
non viene mostrata esplicitamente la sua morte, ma la si lascia intuire e la sua
figura sembra disfarsi come polvere nella smisurata polvere del deserto del
sud-est, unica testimone incorrotta che accoglie a sé la sua deriva fisica e
spirituale.
Il rapporto tra Camilla e Arturo, nel romanzo, non evolve mai verso una forma di
autenticità e riconoscimento dell’altro in valore assoluto, spogliato cioè degli
orpelli e dello status di censo e successo cui entrambi aspirano, perché sono
incapaci di riconoscere l’altro come soggetto fondativo di sé, che chiama ad
essere riconosciuto: l’altro diventa una leva per sollevare alle guglie del
cielo la propria favolistica versione di sé. In questo contesto l’episodio in
cui Arturo e Camilla si recano al mare è una parentesi luminosa che però non
salva, non redime: è un respiro ampio dentro una storia che resta stretta, per
sentimento, come un armadietto.
Il mare si apre davanti a loro come una promessa antica, quasi innocente. La
luce dilata ogni cosa, cancella per un attimo la polvere, la miseria, le stanze
chiuse e offre un tripudio sensoriale vivissimo. Sembra che lì, sull’orlo
dell’acqua, tutto possa ricominciare, ma sarà solo un breve interludio di
felicità e libertà. Sembra che nonostante la vicinanza fisica i due non riescano
ad abitare davvero quello spazio condiviso: vi stanno come controfigure del film
della loro stessa vita, come ospiti incerti di una parentesi sul punto di
dissolversi, intermittenti, incapaci di riconoscersi, così tanto distanti dal
veritativo motto che fu di Edmund Pollard nell’Antologia di Spoon River.
Camilla è mobile, sfuggente, attraversata da un’inquietudine che la rende simile
alle onde: si avvicina e si ritrae, si lascia intravedere ma non si concede mai
completamente. Bandini, invece, vorrebbe fermare quell’istante, possederlo,
trasformare anch’esso in una conferma di sé. Ma più tenta di afferrare, più
tutto gli scivola via. Il mare, allora, non è più promessa ma allegoria di una
distanza infinita e testimone ieratico e indifferente della loro incapacità di
vivere all’unisono.
C’è qualcosa di tenero e insieme crudele in questo ambito. Tenero perché, per un
attimo, sembra possibile una vicinanza genuina; crudele perché proprio
quell’apertura rende più evidente il fallimento. L’orizzonte, vasto e
silenzioso, non li unisce: sembra separarli ancora di più, mostrando quanto
ciascuno sia chiuso nel proprio desiderio irrisolto.
V’è poi l’episodio della festa in cui Camilla conduce Arturo, che si svolge in
un’atmosfera densa, quasi irreale, in un ambiente simile a una sordida tana: il
fumo della marijuana non è solo un dettaglio, ma avvolge tutto, altera e carica
la percezione, crea una dimensione sospesa e confusa. Per Bandini, che già si
sente fuori posto, questo ambiente diventa ancora più destabilizzante. Non
riesce a integrarsi davvero, resta a margine, osserva più che partecipare; e il
gesto di Camilla che condivide il joint si imprime in lui come un tratto di
ribellione autodistruttiva (Fante stesso risente di un clima un po’ “isterico”,
quasi da tabù, nella lettura dell’utilizzo di droghe leggere), sembra
simboleggiare la sua perdita di presa e di controllo su lei, appartenente a un
mondo che lui non domina né sa gestire. Ora la ragazza messicana appare ancora
più lontana, immersa in una dimensione torpida e distaccata, che sfugge alle
categorie morali di Arturo e al suo bisogno di ordinarle e riordinarle a proprio
uso e consumo. Camilla appare inquieta, instabile, spesso sfuggente. Durante la
festa, il suo comportamento è contraddittorio: alterna momenti di vicinanza ad
altri di distanza, mostrando chiaramente il suo tormento interiore e la sua
ossessione per Sammy (l’uomo malaticcio che ama davvero e la tratta con
freddezza e disprezzo, apostrofandola spesso con toni razzisti nel luogo dove
lavorano entrambi), che diviene il rivale di un triangolo amoroso “anomalo” (il
“rivale” è tale solo nei vagheggi di Camilla e nel conseguente risentimento di
Arturo) ed è sempre presente nelle parole di lei, le quali finiscono per
punteggiare di ulteriore asprezza l’esperienza amorosa del protagonista;
costruita, del resto, su un modello di possesso e di dominio virili che non può
invece attuare. La festa che potrebbe essere un momento agapico e di
condivisione, se non aderire a un quadretto romantico così in carattere col
desiderio di Arturo, diviene distanza incolmabile, incertezza e disagio da parte
di questi.
Altro tema è quello della dimensione etnica, che Arturo condivide con Camilla, e
che assume un ruolo cruciale. Bandini è italoamericano, di una formazione
cattolica che urta contro i suoi pruriti e la sua sete di ambizione e denaro
(mai bastante, non avendo ottenuto il successo ambito), e rifiuta le proprie
origini, interiorizzando i valori della cultura dominante costruiti sul mito del
denaro e della fama, e sviluppando un atteggiamento di auto-disprezzo
reciprocato da una ingiustificata e parossistica autostima. Il rifiuto che
permea il suo comportamento non lo integra, ma lo rende ancora più alienato e
sperso: uno spettro alla deriva sociale, che non si incarna pienamente né nella
comunità d’origine né in quella americana. La sua identità è quindi fondata
sulla negazione, su una belligeranza contro l’odore di miseria che ancora si
porta appresso e dovuto alle sue umili origini, su un rifiuto prolettico,
infine, della naturale transizione che occorrerebbe a guadagnargli un certo
seguito come scrittore – tutto questo calato in un senso di vuoto, di mancanza o
scarsità costante. Fante anticipa qui una problematica che sarà centrale nella
letteratura delle minoranze: l’identità come ambito di conflitto, attraversato
da tensioni irrisolvibili tra assimilazione e appartenenza.
La città di Los Angeles svolge un ruolo determinante in questa dinamica. Non è
semplicemente un luogo scenico, ma un organismo vivo che produce simboli
concreti e che amplifica le contraddizioni del protagonista. La città è permeata
dal sogno americano nella sua forma più pura e originaria (promessa di successo,
mobilità sociale, realizzazione personale e individuale) ma anche dalla sua
dissoluzione. È uno spazio che produce desiderio e allo stesso tempo lo frustra,
un luogo in cui tutto sembra possibile ma nulla si realizza e compie veramente.
L’unico vero successo editoriale di Arturo Bandini è la pubblicazione del
racconto intitolato “The Little Dog Laughed” (“Il cagnolino rise”) pubblicato
dalla rivista “The American Mercury”, una delle più importanti riviste
letterarie dell’epoca negli Stati Uniti. Questo dettaglio non è affatto
marginale: si tratta di una rivista prestigiosa, associata a un ambiente
culturale elitario, e quindi la pubblicazione è per Arturo Bandini un
riconoscimento di enorme investitura simbolica.
Sbilanciato e ossessivo, il rapporto tra lui e l’editore (o meglio, il redattore
della rivista) è mediato principalmente attraverso la corrispondenza, e assume
un significato sproporzionato rispetto alla sua effettiva consistenza.
L’editor – modellato sulla figura di H. L. Mencken, che fu direttore di “The
American Mercury” –diventa per Bandini una figura mitica, una sorta di autorità
suprema capace di legittimare la sua esistenza come scrittore e quindi la sua
esistenza e punto.
Egli attribuisce all’editor un ruolo quasi paterno e salvifico: qualcuno che
finalmente “vede” il suo talento e lo distingue dalla folla, mai in difetto di
entità, dei falliti e degli sconfitti; quasi fosse un deus ex machina capace di
risolvere ogni suo guaio e ristrettezza. In realtà, il rapporto è totalmente
asimmetrico e unilaterale. L’editor non conosce davvero Bandini, né mostra un
interesse personale per lui; la relazione esiste quasi esclusivamente come
spettro, figlio dell’involontaria mistificazione e dell’esagerazione cui Bandini
spesso indulge in modo puerile, che aleggia nella mente del protagonista.
L’editor non è una persona concreta, ma una funzione simbolica: raffigura
l’accesso al mondo letterario, alla legittimità culturale, alla possibilità di
esistere nel solo modo che Bandini riconosce per sé: quello di scrittore di
accertata fama. In questo, tutti i colori emotivi, di cui è carica la tela del
rapporto con l’editor e che Bandini pennella, sono inevitabilmente giustapposti,
eccessivi e non condivisi.
C’è anche una dimensione ironica implicita: il lettore avverte la distanza tra
la percezione grandiosa di Bandini e la realtà modesta dell’evento. Questo iato
è tipico della scrittura di Fante e costituisce uno degli elementi più moderni
del romanzo. Il riconoscimento esiste, ma è solo un frammento slogato di una
vita che invece vuole farne il solo perno, e in ogni caso non ha il potere
trasformativo che Bandini gli attribuisce.
Questa discrepanza è centrale per comprendere il romanzo: mostra come Bandini
edifichi continuamente narrazioni illusorie come fondamento, fragile se visto
alla giusta distanza, della propria esistenza e identità, narrazioni destinate a
scontrarsi come flutti marosi contro gli scogli di una realtà scostante e
indifferente che li frange in evanescenti rivi. L’editor, più che un
personaggio, è dunque uno specchio, dal pedissequo riflesso, delle aspirazioni e
delle illusioni del protagonista.
L’isolamento di Bandini nella propria modesta stanza d’albergo e il protratto
consumo di grosse arance californiane per penuria di soldi, diventano una
metafora della condizione urbana moderna: circondato da torme di persone, egli è
radicalmente solo, incapace di stabilire relazioni sincere e veritative, genuine
o anche solo più che sbozzate. A tale proposito, il rapporto tra Arturo Bandini
e il vecchio inquilino del suo stesso albergo, che si costruisce su gesti
minimi, silenzi e una vicinanza ambigua ma quasi ellittica nel testo, non è
un’amicizia né un vero legame affettivo ma può essere letto come una
caduca convivenza di solitudini, in cui i due personaggi si sfiorano senza mai
conoscersi davvero, simili a due navi che si incrociano ma su rotte diverse.
L’anziano, di nome Hellfrick, veterano di guerra, alcolista cronico e facente
parte del misero sottobosco delle misere figure che attorniano Bandini, appare
come silhouette consumata, fragile, ormai quasi esonerata dalla vita, e come
tale è l’emblema, per Arturo, del suo possibile fallimento futuro. Bandini, che
si riconosce destinato alla grandezza, si trova inconsapevolmente davanti
all’esempio fattuale di ciò che potrebbe diventare: un uomo dimenticato,
umbratile, povero, solo e senza riconoscimento alcuno nella propria patetica
maschera incartapecorita. Tuttavia, invece di elaborare pienamente questa
somiglianza tra la sua vita e la summa della recente vita ante
acta dell’anziano, reagisce, comprensibilmente, in modo duale, oscillando
tra fastidio/disgusto e pietà, conditi però da curiosità e bisogno di
riconoscimento.
Bandini e Hellfrick condividono la miseria, a volte si scambiano favori o
piccole somme di denaro, spesso legati alla capacità di uno dei due di rimediare
qualcosa (soldi o cibo) sul momento. Sono coabitanti della disperazione e della
solitudine di Bunker Hill. Il vecchio appare petulante e sempre voglioso di
ottenere la compagnia di Bandini, spesso insistente e inopportuno… L’incontro
ambiguo tra i due, sul filo forse di una postura omoerotica da parte del
vecchio, nella percezione implicita di Bandini che legge i suoi gesti e la sua
parola in termini “disturbanti” (Bandini lo osserva e rimane colpito dai suoi
modi “delicati” e innaturali, dal modo in cui si muove e parla, con un tono che
gli sembra molle e artificioso), guadagna allo scrittore in male arnese, almeno
in un’occasione, del denaro con cui compera latte e altre derrate. Il latte è
tradizionalmente legato a qualcosa di puro, semplice, quasi innocente. Ma
Bandini sembra ottenerlo attraverso un’esperienza tale da rendere avverse fame e
dignità. E segna anche, al contempo, un bisogno primario, quello di Arturo di
nutrirsi, che era divenuto per lui quasi un lusso; tanto da aver rubato, in
precedenza, il latte delle consegne campeggiante fuori dalle porte degli
inquilini. L’anziano non è solo un personaggio secondario, ma una figura che
mette in realtà critica, attraverso una presenza decadente, isolata e
sottilmente laida, anche se solo implicitamente, le illusioni di Bandini: in lui
si intravede il grigio stampo del destino di chi non ce l’ha fatta.
Bandini, per contro, scrive lettere mirabolanti alla madre in cui millanta il
ruolo di scrittore già affermato e che svolge una vita di lusso, raccontando di
frequentare locali eleganti e di essere ammirato da donne bellissime
(contrariamente alla sua solitudine in una squallida camera) ma ciò non gli
impedisce di chiedere denaro sfruttando i magri risparmi materni. Le missive
acuiscono la percezione del lettore di un Bandini immaturo, infantile e incapace
di fare i conti con il proprio insuccesso e al contempo di tagliare il cordone
ombelicale con la madre e con le proprie pur disprezzate origini.
Altro elemento fondamentale è la dimensione religiosa, che attraversa il romanzo
in modo ctonio ma persistente. Il cattolicesimo di Bandini non è una fede
consolatoria, ma una architettura interiore di colpa interiorizzata, figlia del
risentimento e della negazione. Egli incarna e reciproca peccato e desiderio di
redenzione, senza mai trovare una sintesi tra essi. Questo plasma una forma di
nevrosi morale che si amalgama con la sua ambizione artistica: diventare
scrittore assume anche il significato di legittimare la propria esistenza, di
ottenere una sorta di salvezza laica. Tuttavia, questa salvezza rimane sempre
procrastinata, mai pienamente raggiunta.
Il titolo stesso del romanzo suggerisce una chiave interpretativa
radicale. Chiedi alla polvere implica l’idea che ogni ricerca di senso sia
destinata a dissolversi e che l’orizzonte sia come una scia delebile che si
scioglie, nella terra adusta del deserto californiano, fino a confondersi con la
polvere. E la polvere è tutto ciò che resta, ciò che non risponde, ciò che
testimonia silenziosamente, come fosse irrisoria, la caducità di ogni
aspirazione umana. È, in fondo, la vanità del progetto identitario moderno:
Bandini è continuo artefice di un’immagine di sé, ma questa immagine è destinata
a tornare polvere.
Dal punto di vista stilistico, Fante realizza un equilibrio estremamente
sofisticato tra immediatezza e profondità. La lingua è apparentemente semplice,
quasi colloquiale, ma questa semplicità è il risultato di una costruzione
attentissima e puntuale. L’andamento della prosa segue le oscillazioni emotive
del protagonista, passando rapidamente dall’euforia alla disperazione,
dall’autoesaltazione alla denigrazione di sé. Questo stile “quantistico”,
oscillante e indefinibile, rispecchia la frammentazione della coscienza moderna
e anticipa forme narrative che diventeranno centrali nella seconda metà del
Novecento. Si assiste poi a un registro che alterna l’autoironia all’ironia
involontaria del protagonista, spesso amara, quale emerge dalle antinomie tra
ciò che ambisce e la sua effettiva condizione: anche nel rapporto con Camilla
egli vuole mostrarsi virile e vecchia maniera ma è semplicemente goffo e
insicuro.
Un confronto con Charles Bukowski è inevitabile: Bukowski riconobbe in Fante un
esempio fondamentale, soprattutto per la rappresentazione degli ambienti
marginali e proletari e per l’uso di una lingua diretta, brachilogica: immediata
e non ipotattica. Tuttavia, mentre Bukowski tende verso un nichilismo più
esibito, Fante mantiene un lirismo che rende il fallimento di Bandini non solo
brutale, ma anche profondamente tragico. Rispetto a John Steinbeck, invece,
Fante si distacca dalla dimensione collettiva, dall’epopea del coraggio e della
solidarietà degli ultimi (come descritti nell’esplicito finale di Furore) per
concentrarsi su un individualismo radicale: la crisi non è sociale,
evenemenziale, ma esistenziale.
In definitiva, Chiedi alla polvere può essere considerato come
un anti-Bildungsroman, un romanzo di formazione alla rovescia in cui il
protagonista non cresce, fa esperienze stracciate, rapsodiche e trasfigurate,
deformate dal suo trasmodante ego, rivelandosi sostanzialmente incapace di
trasformazioni reali e compiute. La sua storia non conduce a una maturazione, ma
a una presa di coscienza parziale e dolorosa, soggettiva come la narrazione,
della propria inadeguatezza e della propria marginalità. Eppure, proprio in
questa incapacità risiede la potenza del romanzo: Fante non offre soluzioni
spicce né redenzioni, ma mette a nudo la meccanica del fallimento in cui
l’individuo moderno fa e disfa se stesso.
Se lo leggiamo in questa prospettiva, Arturo Bandini non è solo un personaggio
retorico, ma una figura paradigmatica della modernità: un soggetto che desidera
essere eccezionale in un mondo che continuamente lo riporta alla sua
insignificanza insettiforme, che cerca senso in un universo che risponde col
solo silenzio della polvere.
Massimo Triolo
L'articolo “Chiedi alla polvere”, l’anti-romanzo di formazione che ha cambiato
la storia della letteratura. Sia lode a John Fante proviene da Pangea.
> «Quando uno sceglie la strada della minoranza, deve essere minoranza fino in
> fondo: voce di catacomba, destinata a risonare in uno spazio consapevolmente
> sotterraneo».
Con queste parole il personaggio dell’editor rigetta una bizzarra serie di
manoscritti, confidando d’aver inteso alla perfezione il perverso desiderio
dell’oblio che agita lo scrittore. Siamo alla fine del romanzo post-moderno Il
settimo giorno di Giorgio Calcagno e rivela, curiosamente, il destino stesso
dell’autore (quello vero, non quello di finzione). Perché Calcagno sembra aver
scelto, con consapevolezza, proprio lo spazio sotterraneo della letteratura.
Nel 2024 è tornato disponibile Il settimo giorno grazie a Cantoni Editore: la
copertina rigida e di tela, una carta interna gradevole al tatto, insomma, un
libro fatto bene, una qualità elevata che riflette la peculiarità dei testi
pubblicati. Si tratta di un’opera aliena nel panorama letterario, apparsa per la
prima volta nel 1981 da Rusconi; viene definito romanzo sperimentale (anche se
del romanzo ha poco) e incomincia con un gioco letterario, ma rovesciato: capita
spesso che i romanzi si aprano con il ritrovamento di un manoscritto; qui, al
contrario, i manoscritti sono sei e sono loro a trovare il primo narratore, come
se questi testi gli fossero stati consegnati per errore, e decidesse quindi di
spedirli a sua volta a un editor. Se il filo conduttore di questi sei “racconti”
è sempre il sacro, questo viene però declinato nei più laici o addirittura
profani dei modi possibili, non solo nel contenuto, ma soprattutto nella forma.
Così i testi prendono la forma di una indagine statistica sull’esistenza di Dio
(con tanto di lettere di protesta di comitati e sezioni di partiti), o la forma
di una sceneggiatura fantasma sull’eterno peregrinare di colui che cerca un
campo da acquistare coi trenta denari, o la forma di uno scambio di rimproveri,
querele e gossip sulla mancata realizzazione di un telefilm su una Madonna in
versione femminista, o di un saggio a più voci su un affresco scomparso (o
cancellato di proposito?) sul sacrificio di Isacco, e così via.
I racconti si sviluppano come un borgesiano affastellarsi di finzioni, una serie
di dotte scatole cinesi, continue falsificazioni, punti di vista che si
sovrappongono. Il tutto a mostrare che il continuo interrogarsi, lo sproloquio e
l’accanimento investigativo, non fanno che far scappare Dio; più lo si cerca,
meno lo si trova. Ai fini statistici, si mostrerà che non importa se la gente
creda o no in Dio, importa solo se è utile a qualcosa («se è utile, che esista
pure. Non svegliamolo, mentre la gente lavora»); alla giovane attrice viene
rimproverata «una gioia quasi infantile» quando apprende di dover interpretare
la Madonna, e i comitati femministi incominciano a strattonarla da ogni parte,
così preoccupati di far emergere le qualità della donna moderna, da non
accorgersi di calpestarne la figura proprio nel suo aspetto più alto.
Questa cacofonia di voci, lettere, trascrizioni, rimandi, note redazionali,
vanno a costituire l’affannoso chiacchiericcio intorno a Dio: estromesso,
offeso, abolito, superato, Calcagno ci mostra come Dio si manifesti con maggiore
evidenza in tutta la sua complessità proprio in questo disperato Novecento, e la
totale inadeguatezza dell’intelletto umano quando tenta di coglierne la voce.
Nel leggere Il settimo giorno non può non venire in mente il Pasolini
di Teorema o de La ricotta, dove certa esasperazione del sacro porta a un
impoverimento spirituale o alla diaspora. Il vero protagonista di questo
pseudo-romanzo è proprio il linguaggio, in tutte le sue più varie forme, da
quello saggistico ed erudito a quello giornalistico, da quello cinematografico a
quello politico. E forse Calcagno vuole dirci che in tutto questo parlare l’uomo
si priva del silenzio necessario per ascoltare Dio:
> «il messaggio domenicale sarebbe da cogliere nei segni senza segno – il
> fruscio del disco, il nero della fotografia, lo stop del telegramma».
Forse perché Dio si nasconde a chi lo cerca con la testa anziché col cuore.
Valerio Ragazzini
*In copertina: Piero della Francesca, Natività, 1475 ca.
L'articolo “Voce di catacomba”. Giorgio Calcagno o della letteratura sotterranea
proviene da Pangea.
[Sebastiano Caputo ha scritto un romanzo. È vero: lo fanno tutti. Tutti, cioè,
scrivono un romanzo per scopri estranei alla letteratura. Tutti, prima o poi,
arretrano nel romanzo: perché stanno invecchiando; perché devono darsi un’aria e
un’aura da intellettuali; perché hanno bisogno di ‘un biglietto da visita’;
perché sono alla canna del gas. Quest’ultima, invero, è la sola ragione che, a
tratti, potrebbe dar vita a un bel romanzo, nel senso che un romanzo è un aut
aut, un ora-o-mai-più, un assalto all’arma bianca, altrimenti è soltanto
belletto, un inutile balletto. Tra tutte le cose che potrebbe fare Sebastiano
Caputo mettiamo: l’inviato speciale, il free lance in qualche territorio
terremotato da guerre, il politico, il capo d’azienda, il capo di Stato, il
portavoce, il portachiavi, il portaborse, il borseggiatore, il portinaio, il
portiere, il prestanome, il prestante esteta, il protestante, il protestatario,
il palazzinaro dell’io, il nobilastro, il galantuomo… Invece. Sebastiano Caputo
ha scritto un romanzo. S’intitola Daua, un nome che evoca un enigma – come Dune,
il suo vero archetipo – lo ha pubblicato Paesi Edizioni; è, così si legge nello
spigliato sottotitolo, “Una spy story”. Dietro la maschera pubblica, Sebastiano
Caputo – lo sa chi lo conosce bene – è un cavaliere d’altri tempi, un uomo
antico, che legge nelle viscere degli occhi, che studia i segni e li
riconosce. Daua è un libro che va scrivendo da anni, secondo i suoi modi e i
suoi toni – che non sono quelli del ‘letterato’ né quelli di chi vuol far
credere di essere ciò che non è. Non si vanta di invadere altri campi che il suo
cuore non sappia contenere – sa cos’è il mare e cos’è il cielo, intendo, sa
cos’è il mondo, il mondano, l’immondo. Come primo gesto di ‘benedizione’, così,
abbiamo deciso di pubblicare una lettera privata di Stenio Solinas, che è poi
una stroncatura – feroce fintantoché benevola – alla prima versione del romanzo,
che s’intitolava (in una sorta di sintesi tra Giovanni Verga e Piero Buscaroli)
“Il codice dei vinti”. In questo caso, la stroncatura – arte nitida, appropriata
ai samurai della scrittura – è la stimmate inferta da un maestro, è la ferita
che fa zampillare oro dal sasso. Un maestro non dà carezze. Neanche se vinci il
record del mondo. Il maestro insiste sul vuoto perché pretende la tua pienezza;
invoca l’ascesa. La lettera, redatta in origine un paio di anni fa, è stata,
come si dice, maieutica. Sebastiano Caputo ha raccolto le rovine, ripreso gli
attrezzi, smobilitato, ricominciato a scrivere. Come si coltiva un campo, come
si sbozza, dal crudo legno, una seggiola. Perché un romanzo esista davvero,
bisogna ucciderne almeno un paio, almeno una truppa di altri possibili – non si
tratta sulla parola sacrificio].
*
Caro Sebastiano,
scusa il ritardo a proposito del tuo romanzo, ma ho avuto mesi complicati e poco
tempo a disposizione. Se, come spero, Il codice dei vinti ha intanto trovato un
editore, queste mie considerazioni ti potranno magari essere utili in futuro.
Tieni presente, comunque, che io non sono un critico letterario e che ragiono in
base a quelli che sono i miei gusti (e disgusti) in materia. Tieni anche
presente che io non scrivo romanzi perché il paragone con quelli degli scrittori
che amo, da Conrad a Céline, mi paralizza. Il capolavoro, insomma, non è alla
mia portata. Tieni infine presente che queste sono critiche di stima, nonché di
affetto.
Parto da ciò che in generale per me non funziona:
1) Lo stile. Non c’è un tono d’insieme, un ritmo, una musica insomma di
sottofondo. È un po’ tutto a sbalzi, senza amalgama fra considerazioni e
dialoghi. C’è anche un po’ di sciatteria sintattico-grammaticale. Soprattutto,
c’è molto giornalese, con inserti a mo’ di bignami
storico-politico-medico-naturalistici che risultano come applicati alla storia.
2) La trama. Non c’è una trama, ce ne sono troppe. Non si fa a tempo ad andare
in Siria che si è già in Afghanistan (dove poi non è chiaro perché Giovanni
debba andare…). Il povero Alessandro appare un momento per poi scomparire per
tutto il libro… Ci sono anche troppe figure sapienziali: il benedettino, il
filosofo caprese, il generale, il giornalista morente e redento a Capri… C’è una
festa romana di troppo, nel senso che una è un doppione dell’altra e c’è troppa
Roma in stile e formato Grande bellezza che ormai è uno stereotipo e quindi un
dejà vu.
L’impressione generale è quella di una giostra-baedeker dove si scende e si
sale, si entra e si esce, ma non si capisce il perché…
3) Considerazioni a margine. L’idea del “Grande Fratello” (il programma
televisivo, ndr) è divertente, ma un po’ esagerata e, paradossalmente, invecchia
il romanzo, perché lo inchioda a un‘ attualità cronachistica. Il confino-Covid
che si trasforma in una vacanza caprese fa, ahimè, cadere le braccia.
Ciò che funziona o meglio, mi piace:
1) Giovanni è un idealista e/o un avventuriero. Gli manca forse un po’ di
cinismo e una storia pregressa, anche soltanto accennata, per renderlo più
credile e con maggior spessore. È una mosca bianca rispetto alla sua
generazione, a cui è superiore per cultura e per aspirazioni. È arrivato anche
lui alla sua “linea d’ombra”, ovvero al passaggio dalla giovinezza alla
maturità, ed è un po’ intorno a questo passaggio che la sua figura, e quindi la
sua storia, dovrebbe evolvere.
2) Il codice dei vinti è un buon titolo o meglio, un buon sottotitolo. Il titolo
deve essere Daua, anche se non spieghi mai cosa significhi, ma potresti farlo
come exergo all’inizio del libro.
PER CONCLUDERE
Nella media della narrativa italiana contemporanea il tuo romanzo non sfigura,
anzi spesso è meglio della media, perché segna un percorso diverso, non si
compiange, è sì ombelicale, ma ha una sua originalità che lo riscatta.
Caro Sebastiano, diceva Montanelli: “È un libro brutto. Se ne può parlare bene”.
Se io ne parlo “male” è perché sotto invece c’è un bel libro, ma sta a te
tirarlo fuori. Ci devi insomma lavorare intorno, costruirlo, come fa ogni
artista-artigiano degno di questo nome. Forse ti conviene passare dalla prima
alla terza persona, per evitare l’autobiografismo troppo facile, alternare le
voci dei narratori, costruire scenari diversi per i capitoli, eccetera.
PS Nel dattiloscritto ho fatto delle note a margine di correzioni e/o refusi. Se
ti interessano, ti darò il tutto di persona.
Stenio Solinas
*In copertina: un’opera di Utagawa Kuniyoshi (1798-1861)
L'articolo Elogio del maestro, un samurai della scrittura. Stenio Solinas
stronca Sebastiano Caputo proviene da Pangea.
Poco prima di morire scrisse al suo mentore, Maxwell Perkins; gli scrisse “della
stranezza e della gloria e della potenza della vita”; gli scrisse “penserò
sempre a te”. L’avevano ricoverato a Baltimora, la tubercolosi aveva intaccato
il cervello. Spirò il 15 settembre, spirava l’ultimo fetore dell’estate, avrebbe
compiuto trentotto anni due settimane dopo, era il 1938. Di sé, lasciò diversi
libri, tutti, naturalmente, esagerati, naturalmente inarginabili, a piantumare
leggende. Le settecento pagine di The Web and the Rock, ad esempio, e le
ottocento di You Can’t Go Home Again; la quarta di The Hills Beyond, uscito tre
anni dopo la sua morte – quasi quattrocento pagine – ricalcava una recensione
del “New York Post”:
> “È uno dei più eloquenti e stupefacenti scrittori americani di ogni tempo, una
> specie di Gargantua sul corpo di Walt Whitman”.
Dicevano fosse One of America’s Immortals.
In effetti, pareva immortale, Thomas Wolfe.
Alto quasi due metri, un Sansone, nato per rovesciare i pilastri della
letteratura occidentale. Il ‘coccodrillo’ del “New York Times” disse di uno
scrittore dall’“energia incontenibile, dalla forza instancabile,
dall’insaziabile fame di vita”; scrissero della giovinezza, della morte
improvvisa, delle “stimmate di un genio indisciplinato e imprevedibile”. È
proprio in questi elementi contraddittori il nucleo della narrativa di Thomas
Wolfe: il gigante fragile, la forza spezzata, l’infaticabile fame,
l’insoddisfazione perenne. Che restasse, in sostanza, un incompiuto fece di lui,
di quel ragazzone esagitato, un Don Chisciotte yankee, l’eroe del Grande Romanzo
Americano. Mentre gli altri – i Faulkner, gli Hemingway – veleggiavano verso i
fasti-disastri del successo, lui, Thomas Wolfe, come Ettore e Sansone, come Moby
Dick, di cui era l’umano emblema, lo scrittore-capodoglio, issato in oceanica
furia, moriva, tra epiche lacrime.
In un’epoca in cui si scriveva distillando parole dal calamaio dell’intelletto,
scrisse che il romanzo, per lui, era “come lava dal cratere di un vulcano”. Ne
sapeva qualcosa Maxwell Perkins, l’editor che ha ‘inventato’ Fitzgerald e
Hemingway, eternato da Colin Firth in Genius, il bel film di Michael Grandage
uscito nel 2016. Quando lesse il manoscritto di Angelo, guarda il passato –
titolo mirabile, tratto da un passo dal Lycidas di Milton –, che in origine
s’intitolava “O Lost”, capì di trovarsi di fronte a un capolavoro. Il lavoro di
revisione fu catartico, catastrofico: dall’epopea quotidiana di Eugene Gant
furono cestinate sessantamila parole; il libro uscì per Scribner’s nel settembre
del 1929, con un successo più che discreto.
I critici furono spiazzati da quel romanzo assieme lirico e frugale; “The World”
scrisse di un “libro corposo, carnale, secondo la moda di Thackeray, che
racconta di una comune famiglia americana in una squallida cittadina americana”;
in quella saga qualcuno – il “New York Evening Post”, ad esempio – ravvisò i
tratti di James Joyce e di Sherwood Anderson. Il romanzo uscì in Italia nel
1949, per Einaudi, nella versione di Jole Jannelli Pintor: in copertina, il
dettaglio di un quadro di Pieter Bruegel avrebbe dovuto dare l’idea della
Carolina del Nord; pochi anni prima, Cesare Pavese aveva teorizzato i legami
tra Middle West e Piemonte.
Nel saggio pubblicato a conclusione della sua vulcanica, nuova traduzione
di Angelo, guarda il passato(Mattioli 1885, 2026), Nicola Manuppelli paragona
l’opera di Thomas Wolfe alle Argonautiche di Apollonio Rodio. Al di là delle
audacie generiche, condivisibili (“Le Argonautiche non racconta soltanto una
spedizione, racconta un modo vorace di stare al mondo”), non sono d’accordo.
Apollonio Rodio accade alla fine di un mondo, quello epico: lo sigilla con
sfoggio di cultura esuberante. Thomas Wolfe è posseduto dal genio
dell’ingenuità: vuole fondare l’epica romanzesca del suo ‘nuovo mondo’,
l’America. Più che alla cultura greco-classica, Angelo, guarda il passato guarda
a quella biblica: racconta le peripezie di un figlio, i tumulti del padre, la
barbarica madre; racconta del luogo natale, quello del sangue, del tradimento e
del ritorno. Dice cosa significhi dimenticare le origini – e rinnegare se
stessi. Sembra una storia desunta da Genesi. In questo senso, Thomas Wolfe è un
grande narratore del Sud degli Stati Uniti: se in Faulkner agisce il profetismo
biblico, in Cormac McCarthy l’apocalittica e in Flannery O’Connor l’etica
paolina, Wolfe è una specie di Adamo che tenta di ricordare ai sopravvissuti i
fasti di Eden, il suo perduto regno. Tutto, in Thomas Wolfe – la figura,
dinoccolata, ingombrante; la scrittura, eccessiva, eccezionale, per lo più
incompresa; la morte, nel fiore – simboleggia il messianico: egli è il Messia
della letteratura americana, il sommo toro sacrificale. Dopo di lui, a diversi
gradi di complessità, ogni impresa letteraria è stata possibile: scrittori che
in apparenza poco hanno a che fare con Wolfe – chessò, Thomas Pynchon, David
Foster Wallace, William T. Vollmann – gli devono tutto quanto a postura, ad
azzardo, a razzia verbale senza sicurezza alcuna.
Scrivere qualcosa intorno ad Angelo, guarda il passato significherebbe spezzarne
l’oracolo: il libro va aperto, va lasciato lì, come un ruggito, come una pianta
carnivora – fatevi divorare. Se insegna qualcosa, Thomas Wolfe insegna che è
irrilevante cosa si scrive – conta il come. Ogni singolo frantume della nostra
grigia esistenza da espatriate marionette ha, in nuce, un’Iliade, una Divina
Commedia: basta manovrare il verbo come una torcia, come una cazzuola. Angelo,
guarda il passato, soprattutto, è il grande romanzo della memoria – nato “dal
più profondo recesso dell’antica mente dell’uomo ossessionata da sciami di
ricordi”, ha scritto Thomas Wolfe ripercorrendo la Storia di un romanzo (Fazi,
1997) – e dell’oblio (“Ho dimenticato i nomi. Ho dimenticato i volti”, sussurra
Eugene nel momento cardinale del romanzo). È il romanzo che si scrive chiamando
a raccolta
> “la grande legione perduta di tanti sé, le mille forme che comparivano e
> svanivano, che si intrecciavano e cambiavano senza sosta, e che restavano,
> immutabili, sempre Lui”.
Pura teurgia dell’io, edificato – come il Myself di Walt Whitman, il levito
Leviatano della letteratura americana – per disfarsene. A cosa servono,
d’altronde, quegli angeli di marmo, leonini, chimerici, messi a guardia delle
tombe nel cimitero di Oakdale, a cosa serve l’angelo confitto davanti al negozio
di William Oliver Wolfe, il papà di Thomas, talentuoso forgiatore di lapidi, se
non a dimostrare che ogni vita è vitrea e tornerà cenere, che ogni colosso sarà
incenerito dallo sguardo di Dio? Eppure, questo romanzo nato sotto l’egida di
“una pietra, una foglia, una porta mai trovata… e tutti i volti dimenticati” è
ancora qui. Gigantesco, è vero. Fragile, è vero. Ti si sbriciola in mano.
Lapidario. Effimero. Come è la vita.
L'articolo Thomas Wolfe, il Don Chisciotte yankee. Elogio di un “mostro”
proviene da Pangea.
Siano benedetti i diplomatici: raccolgono dagli altri il meglio di sé, hanno la
stessa funzione che i mecenati avevano un tempo negli imperi.
La biografia di Carl Jacob Burckhardt è stringata, perché più che vivere
desiderò contenere in sé i racconti delle esistenze degli altri. Svizzero, nato
a Basilea nel 1891, studiò in diverse università europee per poi entrare, nel
1918, nella delegazione diplomatica di Vienna. Fu qui che la sua esistenza si
mise sulle tracce di Hugo von Hofmannsthal. Ricordi di Hofmannsthal, pubblicato
da Cederna nel 1948 nella classica traduzione di Ervino Pocar, ne è il commosso
resoconto, impreziosito da una raccolta di lettere di cui pubblichiamo un
estratto in calce all’articolo. Per capire la grandezza dei personaggi e la
favolosità degli intrecci, basta ricordare che quando il giovane Ervino Pocar si
cimentò nelle traduzioni dei primi drammi del poeta, ricevette una lettera
inaspettata in cui Hofmannsthal si congratulava per il lavoro esprimendogli la
più profonda gratitudine (una ristampa di questa testimonianza irripetibile si
trova nell’edizione Rusconi dei Piccoli drammi di Hofmannsthal).
Vienna, nel 1918, era sporca, affamata, senza luce e nella più squallida
carestia. Ma nonostante la sconfitta, la città non cessava di recitare la sua
parte. Un amico di Burckhardt gli diede una lettera di raccomandazione per
assistere a una rappresentazione di burattini. Quel teatrino, scrisse
Burckhardt, “fu la migliore istruzione che io abbia avuto in fatto di storia
austriaca e sociologia del passato”.
Lì, in quella sala, un visitatore si fece notare per il cappello nero e il
pastrano. I contorni del viso, alla luce della lampada ad acetilene, erano
“vividamente illuminati”. La rappresentazione incespicava. Allora il visitatore
si alzò e disse: “perdoni, oggi non ci siamo, è ancora tutto troppo vicino”. Si
alzò dalla sedia e, con una stretta di mano, fece per presentarsi: era
Hofmannsthal.
Come Pasternak fanciullo davanti a Rilke in Russia, anche Burckhardt riconosce
il miracolo. “Parlava in un modo che non ho mai udito da altri né prima né poi”.
Peculiare tristezza e amara preveggenza si mescolavano nei suoi toni senza
sopraffarsi. Per Burckhardt parlare con Hofmannsthal era “come un colloquio con
più persone, quasi riverbero del lontano lampeggiare di una amara e precisa
saggezza derivante dal più antico retaggio che questa natura univa a tante altre
cose”. Questa ubiquità dello spirito disperso in più dimensioni era una delle
caratteristiche principali dell’Hofmannsthal poeta e prosatore: si immedesimava
in ogni contesto da protagonista ed era l’unico a leggere “Shakespeare o Racine
con la sensibilità del contemporaneo al quale tutti i posteri guardano
severamente negli occhi”. Non a caso, quando Burckhardt deve stringere
Hofmannsthal in una definizione, non ha dubbi: “contemporaneamente vicino a
tutti”.
Il riconoscimento tra spiriti affini è immediato e ogni cerimoniale decade
frettolosamente. Burckhardt si dimostra per quello che è: il Plutarco portatile
dei poeti moderni. Anche il suo incontro con Rilke in libreria a Parigi vale,
come episodio, più di molta retorica sulla comunità europea, perché attraverso
un casuale incontro in libreria dimostra che la passione condivisa per gli
stessi libri è la vera intesa tra lo spirito delle nazioni.
Burkhardt seguì Hofmannsthal sulla via del ritorno e in poco tempo divennero
amici. Quella sera, passeggiando per Vienna, il poeta fece da guida: raccontò di
come Peter Altenberg rincasava a notte fonda, e di come avvenne il suo battesimo
poetico. Aveva diciotto anni quando una notte, a palazzo Herberstein, entrò
improvvisamente un uomo dall’aspetto inquietante e imperioso, che gli si
avvicinò dicendo di essere venuto a Vienna soltanto per incontrarlo. Quell’uomo
era Stefan George.
Dopo poche settimane, Hofmannsthal invitò Burckhardt a Rodaun, ai margini di
Vienna, dove il poeta si ritirava per scrivere. Dopo l’inflazione seguita alla
Prima guerra mondiale, aveva perduto il suo piccolo patrimonio. Nell’estate del
1913, mentre lavorava a Parigi con Diaghilev, ebbe una premonizione bellica e
improvvisamente partì per Vienna. “Come uno che affoghi, aveva sentito ciò che
pendeva sulla sua patria e sul continente”. A Rodaun, però, regnava “un
Settecento intatto e molto italiano”, quell’Italia che “aveva nel sangue, ne era
tutto preso”, mentre i rapporti con Francia e Germania scricchiolavano: “la
nostra conversazione coi francesi è pur sempre il banchetto della volpe con la
cicogna: un perpetuo malinteso”. A Rodaun poteva nutrirsi di quel “senso di
radici affondate nel suolo”, e sempre a Rodaun, facendo delle camminate,
ascoltando un uomo suonare deliziosamente un valzer e due persone eseguire
Beethoven mentre poco più avanti una voce femminile cantava, Hofmannsthal
ritrovava la vecchia Austria intatta e incontaminata.
Sapeva che “le decisioni metafisiche sono ricche di spaventi”. Allontanandosi da
Vienna aveva deciso di trascendere i confini personali per dedicarsi a qualcosa
di più vasto. Fronteggiava le ristrettezze economiche e i disagi domestici
ricorrendo al proverbio arabo: “solo il gelo doma il fango”. Si dedicò all’opera
teatrale La torre, una rivisitazione moderna del dramma di Calderon, La vita è
sogno. A chi gli chiedeva perché lavorasse con più costanza alle opere teatrali,
con una predilezione per le commedie, rispondeva con il detto di Novalis: “dopo
una guerra perduta si devono scrivere commedie”. Secondo lui, erano un pretesto
per testimoniare l’uscita di scena di una intera società.
Di notte, mentre il vento sibilava tra i campi, Hofmannsthal prese a leggergli
l’Egmont di Goethe e si commosse. Ma non aveva un rapporto disteso con tutte le
espressioni dello spirito tedesco. “Egli sapeva valutare tutti i grandi
Tedeschi, ma non si lasciava mai sedurre dalla grandezza”. In Lutero, in certi
romantici e in alcuni aspetti di Hegel notava qualcosa di dannoso; ma anche in
alcune scene del Faust, che riteneva “torbide e rozze”; Fichte gli sembrava
cieco e borioso e Nietzsche “dolorosamente esagerato”. Fu proprio in questo
periodo che, allontanandosi dalle influenze esterne, si volse alla grande
tradizione teatrale spagnola e inglese, con un movimento uguale e contrario a
quello di Walter Benjamin, che nel Dramma barocco tedesco setacciò le stesse
fonti. Anche il destino di Hofmannsthal, come quello di Benjamin, fu tragico. Il
13 luglio il figlio Franz si suicidò con un colpo alla tempia. Due giorni dopo,
mentre si preparava ad accompagnarlo al cimitero, la morte raccolse anche
Hofmannsthal.
Andrea Muratore
**
Hofmannsthal a Burckhardt
Rodaun, 20 dicembre 1927
Il mio piccolo dono di Natale Le viene spedito direttamente dal mio libraio di
Lipsia. È la Rivolta nel deserto di T. E. Lawrence. È uno dei libri più belli
ch’io abbia mai letto. Quest’uomo è il vero tipo dell’eroe, appartenente alla
nostra epoca come a tutte le epoche passate, e altrettanto ammirevole quanto
dotato di un’incomparabile eleganza e grazia interiore – e oltre ciò è uno
scrittore grande come Sallustio. Non so che cosa darei per incontrarlo. Oggi
avrà appena quarant’anni – ma si è ritirato, dalla strada maestra, nei cespugli
che la fiancheggiano. Dicono che sotto falso nome faccia oggi il semplice
soldato in India. L’esistenza di simili uomini non può che rasserenare…
*
Bad Aussee, 29 novembre 1927
Nel romanzo di Conrad che ho appena terminato di leggere (nella traduzione
tedesca è intitolato Sieg e mi sembra l’opera più ammirevole di questo grande
autore, per quanto lo conosco), si tratta pure di un omicidio su un’isola
deserta. La combinazione fra gli eventi, narrati con la massima precisione, e la
determinatezza sociale dei personaggi riesce assai avvincente. Molto si può
apprendere da questo libro, ma mi faccio scrupolo a mandarglielo in questo
momento, perché potrebbe forse confonderla con la somiglianza dei soggetti e
intimorirla con la sua straordinaria maestria (dev’essere stato scritto negli
anni della piena maturità)…
*
Rodaun, 11 luglio 1928
Noi abbiamo in comune una cosa molto profonda, questo nostro desiderio di
afferrare le radici delle cose e di conservarle – ma intorno a questa cosa più
profonda c’è ancora una comunione infinita. Il fatto che per Lei o per la fase
presente della Sua vita la storia sia diventata il centro, è molto importante
anche per me. Il quesito: in che senso esista ancora la storia, condensa oggi
molte cose – da questo punto si scorgono i problemi più profondi. Ultimamente
leggevo con molta commozione un volume delle opere di Gotthelf che Lei mi ha
donato: La domenica del nonno, e i miei pensieri furono indirizzati quasi
violentemente verso di Lei e verso la nostra amicizia: ma non già per
quell’associazione di pensieri esteriore, bensì per un sentimento del tutto
diverso: tutte le cose profonde sono infatti di una sola natura, e quando il
nostro cuore è realmente tocco, il contenuto del cuore stesso si scuote e vibra
insieme; così il sentimento della nostra amicizia si agitò alla lettura di
quelle pagine perennemente belle, inesauribili…
L'articolo “Parlava in un modo che non ho mai udito da altri né prima né poi”.
Su Hofmannsthal proviene da Pangea.
> In quest’anno 1964 compio cinquant’anni. Ho un sacco di fobie non viaggio in
> treno né in aereo né in nave, non salgo oltre il quarto piano delle case, non
> mi chiudo nelle sale da concerto, non vado ai funerali, non m’intaso con la
> macchina nelle strade del centro, non mangio frutta né verdura, non saluto le
> persone antipatiche potrei continuare per un pezzo. Sono quindi ancora malato
> e credo che non guarirò mai.
Allergico alle mode, insofferente delle correnti letterarie e politiche
dominanti, isolato, scorbutico, tormentato, incompreso, ma soprattutto uno
straordinario scrittore. Questo è stato Giuseppe Berto (1914 -1978), l’autore
de Il male oscuro, il più grande romanzo della letteratura italiana dal
dopoguerra a oggi per distacco, che, in ossequio alla migliore tradizione
italiana, in un primo tempo venne rifiutato da varie case editrici e stroncato
dalla critica ufficiale, sempre diffidente e ostile verso chi non fa parte dei
“soliti noti” e non si allinea al conformismo imperante. Poi per fortuna,
seppure a denti stretti, arrivarono anche i riconoscimenti e Il male oscuro nel
1964 vinse sia il premio Viareggio sia il Campiello. Tuttavia Berto continuò a
restare un alieno per il mondo culturale italiano; non gli venne mai perdonata
l’adesione giovanile, in buona fede e per questo mai rinnegata, al fascismo e il
suo essere un antiretorico per eccellenza in un Paese che della retorica ha
fatto una religione. Illuminanti a questo proposito queste parole di Berto:
> «In Italia quando ci accorgiamo che qualcosa difetta di sostanza, noi la
> scriviamo con l’iniziale maiuscola, in questo modo conferendole una specie di
> garanzia immunitaria, che mette al riparo dal buon senso e dalla critica».
Approdato alla scrittura al ritorno dalla guerra e dalla lunga prigionia negli
Stati Uniti, quando pubblicò Il cielo è rosso, che fu subito un successo
internazionale, Berto fu iscritto d’ufficio nel novero degli scrittori
neorealisti, ma, non essendo uomo incline ad accettare di essere incasellato in
un filone di successo, ben presto prese le distanze dal mondo culturale
imperante:
> «Fu così che mi trovai intruppato con i neorealisti. Noi intellettuali
> superstiti alla guerra, avevamo l’illusione di poter contare qualcosa
> nell’organizzazione della società. Cademmo, invece, in un grosso imbroglio».
Questo rifiuto del neorealismo lo portò a scontrarsi con l’establishment
letterario e all’isolamento, ma, armato solo della sua grande onestà
intellettuale, Berto non scese mai a compromessi con le varie correnti e cricche
imperanti, pagandone fino in fondo le conseguenze.
Leggere Il male oscuro è un’esperienza indimenticabile. Come ebbe a dire Indro
Montanelli, è un libro che una volta iniziato costringe il lettore ad andare
«fino in fondo con la stessa galoppante furia con cui si ha l’impressione che
Berto lo abbia scritto». Il romanzo è la storia, autobiografica, di una nevrosi
da angoscia che affligge il protagonista, originata dal conflitto irrisolto con
la figura del padre; una discesa dentro se stesso e dentro la malattia descritta
in uno stile originalissimo, con periodi lunghissimi e senza punteggiatura che
rappresentano in modo perfetto e coinvolgente il fluire ininterrotto della
memoria con tutte le angosce e le emozioni dell’io narrante.
Viaggio nel male di vivere e nella complessità dell’animo umano, e nello stesso
tempo viaggio in un’Italia che stava affrontando il passaggio dai valori della
società contadina e patriarcale (incarnata dalla figura autoritaria del padre) a
quelli della società industriale e dei consumi.
Un libro rivoluzionario e modernissimo sia per il tema trattato, la depressione,
che allora veniva chiamata esaurimento nervoso, sia per lo stile di scrittura
che trascina il lettore in un vortice di pensieri, libere associazioni, ricordi,
ossessioni. Un romanzo coraggioso che esplora come pochi altri, una parte di noi
stessi che di solito non abbiamo il coraggio di guardare, ma che, come diceva
Berto, c’è, esiste in noi, e nasconderla non serve che a renderci sempre più
ammalati e infelici.
Silvano Calzini
L'articolo “Ho un sacco di fobie”. Sia lode a Giuseppe Berto, un alieno proviene
da Pangea.