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“Un artista deve essere reazionario”: Evelyn Waugh, lo scrittore contro tutti
Evelyn Waugh incarnò il paradosso. Anche se fu uno scrittore satirico, incline alla risata e allo sberleffo sagace, nell’ultimo ventennio di vita soffrì di una depressione cronica; donò poi in beneficienza grandi somme di denaro e fu sempre prodigo di complimenti nei confronti degli altri autori che apprezzava, ma allo stesso tempo sapeva essere spregevole e arrogante come pochi. Ancora: a un certo punto della carriera, quando i suoi libri iniziarono a vendere bene e il suo portafoglio a rimpinguarsi, prese ad atteggiarsi a facoltoso possidente sebbene gli abiti a quadri e i cappellacci che era solito indossare lo facessero sembrare un allibratore. Tuttavia i lettori che amarono i suoi romanzi furono in grado di scorgere al di là della patina corrosiva il cuore pulsante di un uomo fondamentalmente malinconico ed empatico.   Waugh nacque il 28 ottobre 1903 in una famiglia di letterati – anche suo fratello Alec divenne romanziere di una certa fama – e dopo gli studi superiori si immatricolò all’Hertford College di Oxford. Sin da subito, complici i gusti raffinati in fatto di vestiti e libri, eccelse più che altro nell’arte di indebitarsi. Non si fece mancare nemmeno frequentazioni omosessuali e con i sodali fondò l’Hypocrites’ Club, un gruppo dedito alle ubriacature moleste. Si ritirò nel 1924 senza aver ottenuto la laurea e non gli restò altra soluzione che darsi all’insegnamento. Finì però per spostarsi irrequieto da una scuola all’altra, collezionando solo fallimenti e frustrazioni. Qualcosa iniziò a mutare nella sua esistenza quando, dopo la lettura di un saggio dedicato agli artisti preraffaeliti, decise di scrivere un libro analogo su Dante Gabriel Rossetti, completato in sei mesi e pubblicato nel 1928, poco prima di Declino e caduta, il suo romanzo d’esordio. In quello stesso anno, cogliendo di sorpresa parenti e amici, si sposò con l’omonima Evelyn Gardner. Fu una scelta avventata, di pancia, tant’è che il loro matrimonio durò non più di una manciata di mesi, concludendosi col divorzio.  Intanto la necessità di entrate più regolari aveva spinto Waugh verso i lidi del giornalismo. Per sua fortuna possedeva i tre requisiti fondamentali del perfetto freelancer: scriveva bene, era versatile e, soprattutto, aveva trovato nel leggendario A. D. Peters un agente pronto a procacciargli le migliori offerte. Nel 1930, oltre al primo di suoi numerosi libri di viaggio, vide la luce un nuovo romanzo, Corpi vili, accolto con entusiasmo sia dal pubblico che dalla critica. Ormai i caratteri salienti della sua prosa erano chiaramente definiti e comprendevano uno stile accuratissimo, una delicata allusività e un gusto tutto britannico per una satira dal sapore leggermente farsesco.  In quel periodo avvenne anche la sua conversione al cattolicesimo. Tutti pensavano che la ragione di un passo tanto importante fosse da ricercare nella recente delusione matrimoniale, ma, stando allo stesso Waugh, i motivi principali furono altri: nell’immediato disse che la Chiesa di Roma incarnava la civiltà europea in lotta contro il caos della modernità, mentre un ventennio più tardi dichiarò che a un certo punto, da giovane, arrivò semplicemente alla conclusione che «la vita era incomprensibile e insopportabile senza Dio». Secondo Tom Driberg, al pari di molti convertiti Waugh divenne «più ultramondano del Papa» e frasi come «Un artista deve essere reazionario. Deve distinguersi dalla moda del suo tempo» o «La cristianità ebbe inizio con la Controriforma» non lasciano adito a dubbi. Quando accadeva che venisse rimproverato per i suoi comportamenti decisamente poco caritatevoli – cosa che, in verità, capitava di frequente – Waugh replicava ogni volta: «Sarei ancora più caustico se non fossi cattolico». Tra gli amici più importanti, in aggiunta alla scrittrice Nancy Mitford e al critico letterario Cyril Connolly, vi erano le sorelle Lygton, la cui bellissima abitazione, Madresfield Court, fu una fondamentale fonte d’ispirazione per due dei suoi romanzi più famosi, ossia Una manciata di polvere e Ritorno a Brideshead, pubblicati rispettivamente nel 1934 e nel 1945. Waugh fu pure intimo di Lady Diana Cooper, nobildonna e attrice, con la quale scambiò centinaia di lettere e cartoline.  Ernest Oldmeadow, direttore del “Tablet”, fu invece uno dei suoi più accaniti oppositori. Sul settimanale cattolico erano infatti comparse delle recensioni a sua firma che criticavano aspramente gli ultimi romanzi di Waugh, tra cui Misfatto negro, del 1932. Questi rispose senza mezzi termini e, quando nel 1935 la direzione del periodico venne affidata a Douglas Woodruff, ne divenne, quasi per ripicca, un collaboratore regolare. In generale a migliorare i rapporti con i correligionari più ostili contribuì anche la pubblicazione di una biografia del gesuita Edmund Campion, martire sotto il regno di Elisabetta, i cui guadagni furono dati in beneficienza per la ricostruzione di Campion Hall, il centro della Compagnia di Gesù a Oxford. Il libro gli valse inoltre il prestigioso Hawthornden Prize. Ottenuto dal Vaticano l’annullamento del precedente matrimonio, nel 1937 Waugh convolò a nozze con Laura Herbert, proveniente da un’agiata famiglia convertitasi di recente alla Chiesa di Roma. Dalla loro unione nacquero sette figli, uno dei quali morì purtroppo in tenera età. Grazie ai soldi messi a disposizione dai generosi parenti della moglie e ai proventi del suo ultimo romanzo, Scoop (1938), la coppia acquistò Piers Court, un bellissimo maniero del XVIII secolo vicino a Dursley, dove Waugh poté finalmente coronare il sogno di una vita da aristocratico di campagna con tanto di stemma famigliare ufficialmente riconosciuto dal College of Heralds. Sul versante politico in pochi dimostrarono di apprezzare le sue aperture di credito nei confronti di Mussolini e di Franco. Waugh si lasciò scorrere addosso le critiche e, anzi, colse l’occasione per rimarcare con malcelato divertimento come certi intellettuali di sinistra ormai utilizzassero l’epiteto “fascista” a caso per bollare chiunque non condividesse le loro idee. In un saggio del 1939, Robbery Under Law, dedicato alle ingiustizie perpetrate dal governo messicano contro la proprietà privata e la Chiesa, lo scrittore fece aperta confessione del suo conservatorismo:  > «Credo che le diseguaglianze generate dal benessere e dalla posizione siano > inevitabili e che, di conseguenza, sia inutile discutere dei vantaggi della > loro eliminazione; l’essere umano si organizza naturalmente in un sistema di > classi, e tale sistema è necessario per ogni forma di cooperazione, in > particolare per tenere insieme una nazione».  Va comunque detto che Waugh amava giocare a fare il provocatore, e se dichiarò che le donne che fumavano meritavano l’arresto, allo stesso tempo dimostrò sempre un totale disinteresse nei confronti delle sedicenti glorie dell’Impero britannico, a suo dire un volgare prodotto del protestantesimo.   Allo scoppio del Secondo conflitto mondiale, insieme a molti altri che erano stati troppo giovani per combattere nella Grande guerra, si arruolò come volontario, desideroso anch’egli di fare la propria parte. Waugh si fece crescere i baffi, un abbellimento che ripropose, di tanto in tanto, anche più avanti, e divenne noto tra i commilitoni per la sua insofferenza nei confronti dei superiori (in fondo era uno spirito anarchico, mal disposto a ricevere ordini). Servendo per la maggior parte del tempo nei Commando del colonnello Laycock, prese parte a tre importanti operazioni, tutte sfortunate: la missione a Dakar fu un fiasco, quella a Bardia un caos farsesco, mentre a Creta i britannici andarono incontro a una sonora sconfitta. Con il figlio di Wiston Churchill, Randolph – a cui aveva dedicato il romanzo Sempre più bandiere (1942) – nel 1944 volò in Croazia per una missione a sostegno dei titini. Finì in un litigio, anche perché lo scaltro Waugh intuì quasi subito che i partigiani, tra una battaglia e l’altra, non si facevano troppi scrupoli a perseguitare i cattolici. Denunciò la cosa al “Times” con un paio di lettere, ma le proteste non ebbero alcun seguito. Dopo la guerra il successo dei suoi romanzi – continuato con Il caro estinto (1948), Elena (1950) e la trilogia La spada dell’onore (1965) – garantì a Waugh una discreta ricchezza che però non durò a lungo: lo stile di vita costoso, che prevedeva hotel di lusso, champagne, sigari cubani e vestiti di alta sartoria, lo condusse presto sull’orlo del lastrico, costringendolo, tra l’altro, a vendere i manoscritti dei suoi libri. Riuscì a racimolare quanto bastò per tenere a galla lui e la famiglia, ma le spese pazze rimasero da allora solo un lontano ricordo. Fu persino costretto a cedere Piers Court, i cui costi di gestione erano diventati insostenibili, e a trasferirsi in una nuova dimora, Combe Florey House, non lontano da Pixton Park, nel Somerset, altrettanto bella ma meno signorile. I viaggi in America accrebbero in lui lo spirito del cattolico militante e non era raro che i suoi amici dovessero sorbirsi lunghe prediche. Disapprovò l’assenza della religione nei romanzi di George Orwell e non nascose mai il suo disappunto nei confronti della fede “eretica” dell’amico Graham Greene. A maggior gloria della Chiesa inglese scrisse inoltre la biografia ufficiale di mons. Ronald Knox, pubblicata nel 1959. Col tempo Waugh iniziò a soffrire di una depressione cronica, un misto di tristezza, ansia, senso di fallimento e paura per il futuro. Accusava poi una crescente sordità e non era raro vederlo girare con un strano cornetto acustico. Su consiglio di un sacerdote suo amico, decise infine di affidarsi alle cure dello psicologo cattolico Eric Strauss che individuò la causa delle sue allucinazioni nel cloralio e nel bromuro – mischiati all’alcol – che Waugh assumeva per combattere l’insonnia. Gli prescrisse altri farmaci, ma lo scrittore era una paziente riottoso, poco avvezzo a seguire le indicazioni, con la conseguenza che la situazione precipitò. Waugh tentò pure di esorcizzare le proprie paure mettendole nero su bianco nel romanzo La prova di Gilbert Pinfold (1960): se l’esperimento non risolse i suoi problemi, almeno gli donò una parentesi di sollievo. Mentre era intento a scrivere Little Learning – il primo di tre volumi che avrebbero dovuto comporre la sua autobiografia e l’unico a venir effettivamente pubblicato, nel 1964 – arrivò la batosta del Concilio Vaticano II: Waugh non voleva sentir parlare di aggiornamento né di ecumenismo, men che meno desiderava veder accantonata, come un vecchio rottame, l’amata messa tridentina. Tentò di raccogliere le forze “tradizionaliste” inglesi per dare il via a una campagna di opposizione alle riforme, ma quando si rese conto che anche la gerarchia era intenzionata a seguire il nuovo corso, gettò la spugna:  > «Prego Dio di non diventare un apostata, ma adesso vado in chiesa solo come > atto di dovere e di obbedienza». Morì per un attacco di cuore il 10 aprile 1966, il giorno di Pasqua. Fu così che la letteratura inglese perse all’improvviso uno dei suoi più geniali alfieri, che tra l’altro ebbe il merito di ridefinire le coordinate del romanzo satirico.  Waugh è un autore senza tempo e i suoi libri rimangono utili strumenti per indagare la superficialità di una società allo sbando, allora come oggi.    Luca Fumagalli L'articolo “Un artista deve essere reazionario”: Evelyn Waugh, lo scrittore contro tutti proviene da Pangea.
August 6, 2026 / Pangea
“Per raggiungere una bontà autentica”. Sia lode a Shelley, il poeta vegano
Il 15 agosto del 1822, sulla spiaggia di Viareggio, le fiamme consumavano il corpo di Percy Bysshe Shelley. Era morto annegato l’8 luglio precedente, mentre una tempesta nel Golfo della Spezia intrappolava la sua goletta Ariel. Con lui l’amico Edward Williams e il marinario Charles Vinian, che li aveva accompagnati da Byron e Leigh Hunt, per gli ultimi dettagli della rivista radicale “The Liberal”. Shelley non sapeva nuotare, aveva ventinove anni, ne avrebbe compiuti trenta il 4 agosto.  Dieci giorni dopo il mare restituiva i tre corpi. Poiché la legge proibiva la sepoltura di quelli ritrovati in mare per motivi di “sanità pubblica”, Byron, Hunt e Trelawny, che aveva identificato Shelley, decisero di cremarne il corpo sulla spiaggia, secondo il rituale funebre ellenico descritto nell’Eneide. A ricordarne la morte per acqua, i versi inscritti sulla sua pietra tombale al cimitero acattolico di Roma, dove riposa vicino a Keats con il figlio William, riportano il canto di Ariel dalla Tempesta shakesperiana: “Nothing of him that doth fade/ But doth suffer a sea change/ Into something rich and strange”, “Niente di lui si svanisce/ Ma per metamorfosi marina/ Diventa qualcosa di ricco e strano”.  Il fuoco riduceva in cenere uno dei maggiori poeti romantici, ma non la sua visione, destinata a riemergere cambiata in più “ricca e strana” eredità: espulso da Oxford appena diciottenne per aver scritto il pamphlet The Necessity of Atheism e per le sue idee radicali, Shelley dedicherà tutta la vita ai propri ideali di libertà politica, religiosa e sociale.  Forse meno noto è lo Shelley vegetariano ante litteram, convinto assertore dei diritti degli animali, persuaso che l’umanità abbia capacità e dovere di riconoscere in loro non oggetti o risorse, bensì compagni di esistenza. Se è improprio definirlo “vegano” nel senso moderno del termine (il veganismo, formulato da Donald Watson nel 1944, implica il rifiuto di ogni sfruttamento animale, compresi latticini, uova, lana, pelle e sperimentazione), Shelley parla comunque di “vegetable diet”, “dieta vegetale” e condanna l’uccisione degli animali per l’alimentazione umana. Il fondamento etico della sua riflessione – il riconoscimento della sensibilità animale e il rifiuto della violenza evitabile – costituisce uno dei più importanti antecedenti filosofici del pensiero animalista contemporaneo. Il grande poema filosofico Queen Mab, che gli vale l’ammirazione e l’amicizia di Byron, non contiene semplicemente un elogio del vegetarianismo, ma propone una vera e propria utopia ecologica in cui giustizia sociale, pace tra gli uomini, rispetto degli animali e armonia con la natura sono aspetti inseparabili di un unico progetto morale. Due secoli dopo, nell’epoca della crisi climatica e degli allevamenti intensivi, la sua voce continua a interrogare la nostra coscienza. Questa linea ideale che affiora dal Romanticismo inglese, e lega sensibilità poetica e responsabilità etica verso la natura, connette poesia e giustizia, natura e coscienza – in termini moderni: un “filo verde” o “ecologico” – porta il nome di Percy Bysshe Shelley. La parola “vegano” ancora non esiste, ma il poeta ha già scelto: niente carne, niente sangue nel piatto, nessuna complicità con la violenza. In Queen Mab, la riflessione filosofica la scelta vegetariana assume dimensione cosmica e politica:non costituisce cioè un’appendice morale, ma si colloca al centro di una più vasta riflessione sul rapporto fra violenza, potere e civiltà. La regina Mab conduce l’anima della protagonista, Ianthe, attraverso la storia dell’umanità, le mostra come guerre, monarchie, religioni oppressive e sfruttamento della natura abbiano la stessa genealogia della sopraffazione: l’uccisione degli animali per nutrirsi è tra i primi anelli di questa catena. Nel celebre canto VIII Shelley immagina una futura rigenerazione, in cui anche il rapporto tra uomo e animali sarà finalmente liberato dalla violenza: “Non più/ Uccide l’agnello che lo guarda negli occhi,/ Né orribilmente ne divora le membra straziate”. Lo sguardo dell’agnello è uno specchio: la creatura è capace d’incontrare e ricambiare quello umano, e l’incontro, frattura morale, rende impossibile l’uccisione. Due secoli prima che filosofi come Emmanuel Levinas attribuiscano al volto dell’altro un valore etico assoluto, Shelley individua nello sguardo dell’animale il luogo originario della responsabilità morale. La descrizione di un mondo riconciliato – “Il leone dimentica la sete di sangue;/ Lo si vede giocare al sole/ Accanto al capretto ormai senza paura” – richiama Isaia – “il lupo dimorerà con l’agnello” –, ma qui non è il miracolo divino a instaurare la pace, bensì il cambiamento etico dell’uomo. Quando quest’ultimo rinuncia alla violenza, anche la natura sembra riconquistare il proprio equilibrio. Il canto contiene versi tra i più celebri del poema, “Mai più il sangue di uccello o di animale/ Contamini con il suo velenoso flusso il banchetto umano”, in cui il sangue versato è un veleno che corrompe prima la coscienza che il corpo: ogni banchetto fondato sulla brutalità lascia una traccia nell’anima di chi lo consuma. Il modo in cui cibarsi diventa simbolo del rapporto che l’uomo decide di avere con l’universo vivente. La conclusione è eloquente, “Tutte le cose vengono ricreate, e la fiamma/ Di un amore concorde anima ogni forma di vita”, dove l’espressione “amore concorde” è, forse, il nucleo della filosofia shelleyana: armonia universale fra tutte le creature del mondo vivente, che l’uomo non domina ma a cui partecipa. Mentre stende le note a Queen Mab, nel saggio coevo, A Vindication of Natural Diet, il poeta sostiene che l’uomo non è carnivoro per natura: una dieta vegetale non cruenta gli sembra un ritorno all’innocenza originaria. Infatti l’uomo non possiede né artigli né dentatura dei carnivori, e l’attrazione per la carne sembra più una costruzione culturale, perché solo la cucina rende accettabile quanto per natura susciterebbe disgusto. Per paradosso, la civiltà non giustifica il consumo di carne, lo rende semplicemente più facile da dimenticare. È l’esordio della Vindication:  > “Solo grazie all’arte culinaria, che ammorbidisce e occulta la carne morta, > essa diventa tollerabile alla masticazione e alla digestione”. In altre parole, il gusto per la carne è artificiale, solo la cottura riesce a mascherare la ripugnanza per quella “morta”. Nella Defence of Poetry, una sorta di filosofia morale dell’empatia, Shelley scrive che “Il più grande strumento del bene morale è l’immaginazione”. E ancora: “Per raggiungere una bontà autentica, l’uomo deve esercitare un’immaginazione intensa e universale; deve porsi nella posizione altrui”, ovvero, la bontà nasce dalla capacità di comprendere l’altro, un’empatia da estendere non solo agli altri uomini, ma a ogni creatura vivente. La poesia amplia così la sfera della nostra specificità morale, “La poesia dilata il cerchio dell’immaginazione”, allarga gli argini delle percezioni e dunque anche della compassione, “La poesia fortifica la facoltà che dà voce alla natura morale dell’uomo”, principio che include anche gli esseri senzienti non umani. Perciò il poeta considera il consumo di carne espressione di un’abitudine alla violenza. La Defence of Poetry non tratta direttamente l’essere vegetariano, ma fonda una teoria dell’immaginazione morale che, per coerenza, comprende nella compassione gli animali non umani, tema chiarito nella Vindication. Che, con On the Vegtable System of Diet, auspica un mondo senza violenza anche nei confronti di quelli che Shelley definisce “my fellow animals”, “i miei compagni animali”, dall’uomo ridotti a materiale organico, resi preda non già per natura, ma per scelte utilitaristiche.  Solo gli animali infatti uccidono per fame, per necessità di sopravvivenza. L’uomo invece può scegliere. En passant, l’Italia è l’unico paese europeo che nel 2023 ha proibito di produrre e commercializzare la carne creata in laboratorio da cellule staminali animali: detta anche “cell-based meat” o “cultured meat”, ossia prodotta a partire dalle loro cellule ma senza allevare e macellare animali. In Europa è considerata “novel food”, ancora da approvare ma non necessariamente da proibire in futuro.  I due piccoli e preziosi libelli di Shelley descrivono con passione la capacità di sentire, di provare dolore ed emozioni degli animali, la loro capacità di stringere legami tra loro e con noi, di conoscere il mondo e riconoscere un linguaggio. Mangiare è un gesto politico, un atto quotidiano che può perpetuare o interrompere la catena della sofferenza. Per il poeta uccidere per nutrirsi corrisponde a indurire il cuore, abituarsi al sangue, normalizzare la violenza: la crudeltà sugli animali e la crudeltà tra gli uomini hanno radici comuni. Oggi, in un mondo che produce carne su scala industriale, quell’intuizione appare profetica. Gli allevamenti intensivi consumano risorse, distruggono foreste, inquinano acque. Il cambiamento climatico non è un’astrazione, ha il suono delle foreste che bruciano e il silenzio degli ecosistemi impoveriti. Scegliere un’alimentazione non cruenta implica ridurre il dolore inimmaginabile degli animali, moderare l’impatto ambientale, limitare lo sfruttamento, sottrarre domanda a un sistema fondato sulla sofferenza. Gli studi contemporanei hanno poi ormai dimostrato che una dieta vegetale ben bilanciata può ridurre il rischio di malattie cardiovascolari e altre patologie. Shelley parlava di “purity” e “lightness”: oggi potremmo parlare di prevenzione e sostenibilità. Il lessico cambia, la sostanza resta. E tuttavia il cuore della sua scelta è poetico. Per Shelley la natura non è uno scenario né un deposito di risorse: è una comunità di destini, una trama vivente di cui l’uomo è solo un filo. Rinunciare alla carne è un gesto di coerenza cosmica: vivere senza infliggere dolore, per quanto è possibile al singolo. Non perfezione morale, ma tensione verso la gentilezza. In tempi di slogan, la scelta vegetariana o vegana è spesso ridotta a identità o ideologia. Shelley ci invita a pensarla diversamente: come atto d’immaginazione morale. Possiamo nutrirci senza distruggere? Possiamo trasformare il bisogno in cura? Possiamo evitare che per nutrire me un animale patisca paura, terrore, sofferenza psichica e fisica? Non si tratta solo di dieta. Si tratta di sguardo.  Essere vegetariani o vegani significa riconoscere che la sofferenza animale non è trascurabile, provare responsabilità ecologica, sapere che ogni scelta alimentare ha un impatto globale. E coerenza etica, che è l’allineare convinzioni e comportamenti quotidiani. Shelley è stato inghiottito dal mare nel 1822, ma la sua visione sopravvive intatta: l’idea che la civiltà si misuri dalla capacità di non ferire. Forse la sua “vegetable diet” non è solo una scelta alimentare, forse è il luogo in cui la poesia smette di essere parola e diventa gesto. Un modo di abitare il mondo senza aggiungere altro dolore al suo dolore. Paola Tonussi *In copertina: Percy Bysshe Shelley secondo Alfred Clint L'articolo “Per raggiungere una bontà autentica”. Sia lode a Shelley, il poeta vegano proviene da Pangea.
August 4, 2026 / Pangea
“La radice dell’umanità”. Per la dolce Mary, donna straordinaria, figlia di “Pound il generoso”
Giovedì scorso sono salito a Brunnenburg per l’addio a Mary de Rachewiltz (1925-2026). È stata sepolta nel piccolo cimitero fiorito di Tirolo. È un luogo che dona molta pace. Una ciocca dei suoi capelli verrà portata a San Michele a Venezia, l’isola dei morti dove riposano suo padre Ezra Pound e sua madre Olga Rudge. Sizzo, il figlio di Mary, mi ha chiesto di preparare un breve saluto finale dopo la Messa. Per me non è facile nella folla dei ricordi. La cerimonia è bella e curata. In tedesco, in latino, in italiano. Sulla cassa bianca circondata da ceri bianchi c’è una foto di Mary in uno scialle blu con il sorriso di sempre.  I famigliari ricordano la sua vita lunga e feconda. Sizzo per primo, poi i nipoti, la figlia Patrizia che legge una poesia dolcissima. C’è il prof. Kyle Dell del Guilford College, i sindaci di Merano e Tirolo. La chiesa è gremita. Mi commuovono gli anziani con gli abiti antichi di generazioni. Mary diceva che i funerali tirolesi sono bellissimi. È così. Gli uomini che veglieranno il feretro con il cero in mano hanno la camicia bianca, un corpetto nero con una sorta di stola verde. Quelli che porteranno la cassa i calzettoni bianchi, una giubba rossa e nera e un cappello piumato.  C’è cura in ogni dettaglio, proprio come sarebbe piaciuto a Mary.  I canti sono guidati dal maestro Marcello Fera che nel 2000 riportò a Bolzano l’opera lirica Cavalcanti di Pound.  Mary, Alessandro Rivali, Cesare Cavalleri * Per la dolce Mary Nei suoi Cantos Pound ripete che “la bellezza è difficile”. È vero. Ma è anche vero che stare accanto a Mary significava incontrare la bellezza, sentirla a portata di mano. Per i suoi occhi azzurri, come laghi alpini, come suggeriva Alessandro Spina pensando a quelli di Pound. Per l’eleganza del suo vestire. Per il suo amore per ogni forma d’arte, la musica classica come le sculture lignee del Tirolo. Per il suo amore per i libri ben confezionati. Per la sua passione grandissima per la poesia. Tutti la ricorderemo per la sua squisita cortesia. Quando un anno fa abbiamo festeggiato a Merano i suoi cento anni, avevo letto alcuni versi del Canto 84 di Pound:  > “Non è forse bello  > aver visite di amici da terre lontane  > non è forse piacevole  > essere indifferenti alla notorietà?  > affetto filiale, fraterno è la radice dell’umanità”. Mi sembra una sintesi splendida della vita di Mary che ha portato a Brunnenburg amici e studiosi da ogni parte del mondo, ha custodito e ha difeso la memoria del padre. Ha incoraggiato tanti ragazzi a trovare la propria strada nel mondo. Ha trasformato il castello Brunnenburg in un eden di pace, per sognatori e scrittori. “Udor et Pax”. “Acqua e Pace”. È un frammento dei Cantos che si legge sulla fontana nel cortile più interno di Brunnenburg. È un manifesto di vita.  Tra una manciata di giorni sarà la notte di san Lorenzo. La notte delle stelle cadenti. La vita di Mary è stata, se mi consentite l’espressione, una lunga “stella ascendente” verso la Casa del padre. È come se vedessi incise nella sua coda luminosa alcune parole “chiave”:  Amicizia Memoria Dedizione Pace Poesia Tante volte nelle nostre conversazioni mi ha ricordato quando Pound stimasse l’amicizia:  > “Pound si spese per promuovere i giovani e investì su di loro come pochissimi > altri. Si potrebbe ricordare mio padre con l’appellativo: ‘Pound il generoso’. > La storia della letteratura gli deve la scoperta, o l’incremento decisivo di > notorietà, di Eliot, Joyce, Hemingway, William Carlos Williams, Hilda > Doolittle, gli imagisti e moltissimi altri. Lui non dimenticò mai nessuno, > mentre alcuni vollero rompere i ponti con lui. Per lui l’amicizia era un > valore indiscutibile”. Mary prediligeva la poesia alla prosa e quando gliene chiesi il motivo, mi confidò:  > “Perché la poesia è più concentrata, perché il poeta non tergiversa. Scava, > dialogando con sé stesso e chiarificandosi la coscienza. Nella grande poesia > si può dire tutto una volta per sempre. Così come hanno fatto i Tragici greci > o Shakespeare”.  Difficile trovare una sintesi migliore. E spero che un giorno Mary sia studiata anche per la opera in versi.  A proposito di memoria e dedizione, un giorno mi spiegò che dopo decenni di totale immersione nei Cantos, continuava a scoprire meraviglie:  > “Io continuo a scoprire nuove sorprese nei Cantos, cose che non ricordavo di > aver tradotto… I Cantos saranno come la Commedia e l’Odissea, studiati, > ritradotti e interpretati ‘finché ci sarà letteratura’. E chi sa che non ci > sia qualcuno che magari un giorno li porterà su Marte o sulla Luna… Scherzi a > parte, il TEMPO mi sfugge di mano e fra le mie carte, fra i libri, nella mia > stanza regna il caos assoluto…”. Mary amava molto il buonumore. Era contagiosa nel trasmetterti la gioia. Mi sia concesso un aneddoto personale. Abbiamo lavorato insieme per nove estati per preparare un libro di conversazioni. Prima di andare in stampa, mi chiamò al castello perché le leggessi a voce alta tutto il libro, che peraltro aveva già approvato in bozza. Impiegai tre giorni nella lettura e ne uscii quasi afono. Al termine, erano le 16 di una domenica di luglio, Mary con un largo sorriso mi disse: “Rivali, la vedo un po’ stanchino e qui bisogna festeggiare… le preparo un bel whisky”. Fu il più indimenticabile whisky della mia vita. Quando venivo a trovarla e lei mi sapeva in viaggio, Mary accendeva sempre una candela a San Michele nella piccola cappella del castello perché tutto andasse bene. Vorrei che adesso la accendesse dal Cielo per tutti perché possiamo continuare sicuri il nostro Viaggio.  Mary de Rachewiltz (1925-2026) Mary considerava importante il rapporto tra i luoghi e la letteratura. E un giorno giustamente mi rimproverò di non conoscere abbastanza i luoghi di Pound a Venezia. Forse anche per questo mi scrisse una mail con la “to do list” delle cose da fare a Venezia. È una lettera bellissima. Ritorna la memoria, l’amicizia, la ricerca della bellezza: 19 febbraio 2018 Caro AR, viaggiatore, Gli “Armeni” avevano una stamperia e un museo (con un sarcofago) quando all’Isola andavano i miei genitori. Se va fino CQ 252 [Calle Querini, la casa di Olga] accanto al Pastor anglicano di St. George (chi sa se il Grand Master Clive Wilmer, poeta, è già arrivato per allestire la mostra di Ruskin al Palazzo Ducale?) passerà per forza dalla Madonna della Salute, (e si può entrare gratis, credo) mentre nella nostra “parrocchia” – Madonna del Rosario – sulle Zattere –, si deve pagare. Mio padre la farebbe correre ad accarezzare le sirene nella chiesa di S.M. dei Miracoli (ma non è più permesso) non lontano dall’Ospedale con la facciata più bella del mondo, dove ha scelto di chiudere gli occhi. San Michele resta l’unico luogo non ancora affollato e spero non ci siano troppe foglie secche o altro sulla tomba… Buon lavoro, MdeR. In uno dei suoi ultimi messaggi mi scrisse,  > “Caro A.R. sono contenta che sia tornato alla POESIA: toccare il buio per > avere luce”. Ed è con una poesia vorrei congedarmi da lei, una poesia “nata” tra le mura di Brunenneburg.  Ora che sei stella senza tramonto, donami il desiderio senza usura: saper perdere, per essere padre. Insegnami l’amore per sempre, che genera, perdona e annienta le insidie dello sguardo parziale. Come Pound scrisse nel Paradiso, portami dove sempre siamo stati, dove l’acqua si tinge di pervinca.  Perché questa fiumana di porpora sbiadisca in un estuario azzurro e io riveda la fonte e i giardini. Alessandro Rivali *Le fotografie in copertina e nel servizio sono di Davide Coltro L'articolo “La radice dell’umanità”. Per la dolce Mary, donna straordinaria, figlia di “Pound il generoso” proviene da Pangea.
August 3, 2026 / Pangea
“Ora siamo cani sciolti”. Dialoghi con Aldo Braibanti, il poeta
Quando Empiria pubblicò l’opera poetica completa di Aldo Braibanti, ricevetti una sua telefonata. Mi invitava a ritirare una copia di quella splendida edizione.  Nella sede romana della casa editrice, in via dei Serpenti, dietro i Fori Imperiali, era stato organizzato un piccolo aperitivo. Tra un ricordo e l’altro, prima ancora di sfogliare il volume, Braibanti mi informò che in quelle pagine era apparsa una poesia e che molti lettori si chiedevano chi fosse “Fosco Flosodaco”: una persona, un titolo, un personaggio. Fu allora, con un certo imbarazzo, che io e gli altri presenti comprendemmo che quei versi erano dedicati a me. Non lo presi come un riconoscimento. Non ho mai amato apparire. Forse avrei dovuto essere lusingato, cosa che non sopporto. Eppure, fino a quel momento ignoravo l’esistenza di quel testo: quando era stato scritto, in che anni, in quali circostanze. Gli anni di amicizia e collaborazione con Aldo Braibanti rappresentarono, per chi come noi frequentava il suo teatro e la sua casa, una vera scuola. Ci sembrava di essere tornati all’Accademia delle origini, all’Accademia di Platone o a quella di Marsilio Ficino. Con lui si studiava il “corpo unico” della natura e la critica al dualismo mente-corpo. Si parlava di libertà dell’individuo, di Spinoza come pensatore anti-Orwell, di metamorfosi. Della consonanza tra Spinoza e i maestri orientali e taoisti. Di corpi simili che, potenziandosi a vicenda, confluiscono in un corpo unico. Di mirmecologia e di superorganismo. Con la stessa urgenza discutevamo sulla violenza e sul male che il potere può esercitare sui cittadini non funzionali al proprio sistema, quelli segnati dalla diversità che ogni intellettuale rappresenta rispetto allo stato borghese, dell’ingiustizia come crimine contro la libertà. In quell’occasione, però, ignoravo che quella poesia fosse per me: una richiesta d’illuminazione, l’invito a salire sul veliero degli Argonauti e a partire per l’avventura poetica. Aldo Braibanti parlava con reticenza della propria poesia, che considerava un esercizio privato. Come il suo teatro più recente rifiutava l’ideologia della rappresentazione e del palcoscenico tradizionale, così la poesia, a suo avviso, avrebbe dovuto sottrarsi all’ideologia della pubblicazione. Era una posizione dichiaratamente anti-ideologica. Su quel “vascello” ci siamo scontrati molte volte, nel tentativo di governare le nostre ansie di militanti culturali immaginari. Lo ascoltavo leggere versi su fogli non disinfettati. Era splendido anche quando l’approvazione lo metteva in difficoltà. Un grande poeta. Avevo studiato il suo teatro engagé, i collage, gli objet trouvé e criticavo spesso il suo progetto scenografico e oggettuale. Per questo avevamo interrotto i rapporti più volte. Ma alla lettura dei suoi primi testi teatrali, di matrice pirandelliana, e delle sue poesie, riaffiorava intatto il suo grande stile. I nostri dibattiti vertevano sull’estetica e sull’idea di bellezza. Aldo Braibanti sosteneva che nelle relazioni affettive agisse una forma di “razzismo estetico”: la bellezza, assunta a criterio di selezione, orientava le scelte sentimentali. Questo meccanismo, a suo avviso, non era naturale ma il risultato di propagande estetiche e dogmi sociali che monopolizzavano il linguaggio della bellezza, determinando ciò che veniva percepito come desiderabile e ciò che veniva escluso. Riteneva che l’amicizia fosse la forma più alta d’amore. Forse aveva ragione.   Io sostenevo invece una differenza tra la concezione estetica dell’amore e della bellezza propria dei poeti, e quella degli artisti visivi. A dividerci era una questione metafisica. Da artista visivo, ponevo al centro il primato del canone estetico delle proporzioni e l’idea di bellezza. Per Aldo Braibanti, il canone estetico delle proporzioni e l’idea di bellezza erano l’anima stessa del libero arbitrio. La posta in gioco non riguardava soltanto l’arte, ma la natura dell’essere umano e della creatività. Io proponevo invece un compatibilismo tra volontà e causa: nell’opera d’arte non si manifesta soltanto la volontà dell’artista, ma l’intero sistema di relazioni, simboli e forze che agiscono attraverso di lui. Il giorno della presentazione di Frammento frammenti evitai di coglierlo in contraddizione. Non ci vedevamo da tempo e la vita, si sa, è difficile…   Rimanemmo amici. Divisi, semmai, dal libero arbitrio e dal compatibilismo. Fosco Valentini ** Provincia  A dodici anni s’impicca e prima scrive: ciao mamma tanti saluti a Dracula La gente dice cuore e vorrebbe dire culo Uno prende il carbone e lo mette nel brodo per cambiarlo in diamante Questa sera si recita la farsa del clown e del fachiro Ogni romanzo d’appendice ha la gioventù bruciata che si merita C’è chi avvelena l’aria coll’atomo e c’è chi inventa il rumore plurilingue Ha suggestioni sottili il labirinto di vetro e alluminio della periferia Ho paura di amarti e soffoco il panico nell’acqua bollente Faccio scongiuri – scrivo un libro – cammino  – Dico sassi che intendo – e noi non ci possiamo capire [Fiorenzuola, 12 agosto 1959] * Dov’è scritto noia cancello e scrivo ruggine Credevo fosse virtù era solo paura Dove è scritto pietà cancello e scrivo rondine Credevo fosse colpa era solo coraggio Dove è scritto infinito cancello e scrivo vita Credevo fosse notte era solo lo sforzo Dove è scritto amore cancello e scrivo te Credevo fosse facile era solo l’aurora [Fiorenzuola, 16 agosto 1959] * se dico non so credilo è vero vera è l’estate vera la pietra tarlata delle menzogne civili vero il tremolio della mano che stringe parole pesci silenzi se dico resto credilo è vero vera è l’onda che lambisce il mio subbuglio vera questa protesta di molte ottuse distanze vera questa grande voglia di pace veri gli spazi inattesi agli occhi spalancati fino allo spasimo [Roma, 1970] * Tano  eravamo cani alla catena abbiamo lacerato con i nostri denti la gabbia degli altri ora siamo cani sciolti davanti a noi ci sono nuove catene e praterie per correre e cantare compagni amare è cantare noi non vogliamo più aggettivi vogliamo essere solo dei cani [7 marzo 1974] * non ho mai pensato che la poesia fosse un lamento poemata non sono stivali d’alterezza parole in libertà non sono catene programmate canto non è funerea esibizione non ombra vacua delle memorie sepolte non statua incensata e turpe dell’eterno ideale ma solo un uomo intero anche quando la sua carne è sterile e avvilita è tutto qui – la mia carezza disegna il tuo profilo sul legno della notte la mia carezza è il tuo scudo nell’attesa dell’alba la tua carezza è la scala verso il reportage della vita la tua carezza finge nel mio corpo il ricettacolo dell’universo [27 marzo 1981] *Le poesie sono tratte da: Aldo Braibanti, Frammento frammenti, Empiria, 2003 L'articolo “Ora siamo cani sciolti”. Dialoghi con Aldo Braibanti, il poeta proviene da Pangea.
July 22, 2026 / Pangea
Sbranare Achille. Heinrich von Kleist tra baci e morsi
> “La verità è che per me non c’era soccorso su questa terra. E ora addio; possa > il Cielo donarti una morte soltanto a metà così gioiosa e indicibilmente > tenera come la mia: questo è l’augurio più cordiale e più profondo che io > possa concepire per te”. Nel novembre del 1811, dopo aver affidato queste parole a una lettera per la sorella Ulrike, Heinrich von Kleist si siede sulla riva del Wannsee insieme a Henriette Vogel. Le spara al petto, poi rivolge l’arma contro se stesso. Ha trentaquattro anni. Non è solo l’epilogo di una biografia tormentata, ma il riflesso fedele, quasi cinico, di una violenza strutturale che ha dominato l’intera esistenza kleistiana. Un’ossessione febbrile, un moto perpetuo che lo costringe a tornare, opera dopo opera, sulla stessa identica questione: cosa succede quando le strutture che danno ordine al mondo smettono improvvisamente di funzionare? Il trauma, in Kleist, precede la parola. Nato nel 1777, rimasto orfano di padre a undici anni e di madre a quindici, viene arruolato precocemente nel Reggimento della Guardia di Potsdam. È, a tutti gli effetti, un bambino soldato, costretto a subire una disciplina ferrea e una violenza istituzionalizzata di cui non parlerà mai nelle sue infinite lettere. Questo silenzio ostinato, questo sopportare l’adolescenza con un buco nel petto, segnerà profondamente la sua estetica. > “Felice, Guglielmina, vorrei essere felice e allora non è forse lecito il > timore di sbagliare strada?” Nei suoi racconti e nei suoi drammi manca quasi del tutto lo spazio per la malinconia o per i riflessi della vergogna; i personaggi non hanno il tempo di piangere, perché sono costantemente costretti a scontrarsi con la superficie degli eventi. Questo radicale silenzio nei confronti del proprio tempo, questo isolamento psichico e letterario, troverà un’eco cauta, un secolo dopo, nelle parole di Robert Walser: > “È terribile come tutto appaia addormentato, polveroso e privo di vita […] Io > non vivo, grida, e non sa da che parte volgersi con occhi, mani, gambe e > respiro. Un sogno. Per niente. Non voglio sogni”. Per Kleist, il colpo di grazia a qualsiasi illusione di armonia vitale arriva nel 1801 con la lettura di Kant. Lo devasta. La scoperta che la verità oggettiva è inattingibile, che la realtà potrebbe essere solo una nostra deformazione ottica, demolisce il suo intero sistema di valori. “Il mio unico, il mio più alto scopo è crollato e non ne ho più alcuno”, scrive disperato a Wilhelmine. Se la ragione fallisce, se il linguaggio non può nominare le cose per come sono, allora ogni struttura, la legge, lo Stato, l’identità, la verità stessa, si rivela una finzione fragile, pronta a spaccarsi al primo urto. E nel momento in cui crollano le barriere che ordinano il mondo, a fallire, tragicamente, è anche l’amore. È su questo crinale che precipita Pentesilea, un’opera sacrale in cui il desiderio rivela la sua natura più arcaica, distruttiva e ingovernabile. > “Guerriera ardita, > che succinta, e ristretta in fregio d’oro > l’adusta mamma, ardente e furïosa > tra mille e mille, ancor che donna e vergine, > di qual sia cavalier non teme intoppo.” Quando, nel 1808, Kleist termina la scrittura di questa tragedia, le critiche dell’epoca non tardano ad arrivare. Il comportamento della regina Pentesilea, che si scaglia contro una legge di Stato, viene visto come un affronto all’ordine sociale e rigido e l’opera viene utilizzata come prova schiacciante delle condizioni mentali precarie dell’autore. Un secolo dopo, però, Pentesilea raggiungerà il riconoscimento meritato, quella di un dramma che non solo aggredisce il perbenismo borghese, bensì che se lo divora non lasciandone nemmeno le ossa. > “Essendo tutto questo nient’altro che un desiderio, la fantasia ha giuoco > illimitato e non deve legarsi ai ceppi della realtà…” L’opera si svolge sul campo di battaglia di Troia, dove le Amazzoni sono pronte a combattere i Greci. Rimane fondamentale appuntare che lo Stato delle Amazzoni non è una comunità utopica, bensì una macchina sociale ferrea, spietata e programmaticamente innaturale. La loro costituzione nasce da un trauma originario, ovvero la sottomissione, lo stupro e lo sterminio che il popolo subì in passato da parte dei barbari Etiopi. La regina fondatrice, Tanaïs, istituisce uno Stato teocratico e matriarcale retto da tre vincoli indissolubili: un’Amazzone non può scegliere l’uomo da amare; gli uomini non sono soggetti, ma funzioni biologiche e religiose per la riproduzione durante la Festa dei Fiori (Das Rosenfest); e infine la mutilazione corporea come prezzo della libertà: per tendere l’arco con la massima forza e combattere alla pari con il maschio, ogni Amazzone subisce l’asportazione della mammella destra (da qui l’etimo a-mazos, “senza seno”).  Questa struttura d’ordine, tuttavia, funziona a un’unica, stringente condizione: gli uomini devono rimanere ombre, astrazioni, simulacri privi di volto. Il dramma si consuma quando Pentesilea commette l’errore tragico, squisitamente moderno e romantico, di rompere questa barriera simbolica. Di fronte all’esercito greco, lei non vede un archetipo o una preda anonima da portare all’altare di Marte: lei vede Achille. Vuole quel guerriero, individualizzato e amato come soggetto. > “O lasciami, Protoe! Lascia che questo cuore, come un bambino insudiciato, si > getti per un istante qui nel torrente del desiderio”. Nel momento in cui il desiderio rifiuta la mediazione della legge dello Stato, l’intera impalcatura sociale delle Amazzoni va in frantumi. Cacciando il Pelide non per dovere istituzionale ma per scelta intima, Pentesilea spalanca un vuoto che il suo popolo non ha gli strumenti per descrivere. E se la lingua non possiede più le parole per mediare la relazione con l’alterità, l’unica forma di possesso rimasta si sposta sul piano biologico e distruttivo dell’incorporazione. L’amante e la preda finiscono per coincidere. È in questo vuoto semantico che si consuma il celebre gioco di parole kleistiano tra Küsse (baci) e Bisse (morsi). Il bacio è, per antonomasia, la massima espressione della vicinanza che rispetta l’alterità dell’altro; il morso, al contrario, ne esige la cancellazione. Se non posso stringerti attraverso il patto amoroso della parola, devo assimilarti fisicamente.  > “Amore, orrore: fa rima, e chi ama di cuore può scambiare l’uno con l’altro.” Non è un caso che, di fronte a una simile dismisura, l’olimpico classicismo di Goethe abbia avvertito un senso di totale e viscerale rigetto. Rispondendo ad alcuni estratti del dramma inviati dall’autore, egli scrive: > “Non riesco ancora a sentirmi a mio agio… si muove in una regione talmente a > me lontana che mi occorrerà del tempo… E poi permettetemi di dirvi […] che mi > turba e impensierisce sempre vedere giovani di grande intelligenza e talento > aspettare un teatro che è ancora di là da venire”. L’uccisione di Achille cessa così di essere un banale omicidio passionale per configurarsi come un codice sacrificale arcaico: lo Sparagmos, ovvero lo smembramento rituale tipico del culto dionisiaco che Friedrich Nietzsche, all’interno de La nascita della Tragedia, indicherà come il motore segreto della tragedia greca originaria.  Nel momento in cui Pentesilea si scaglia sul Pelide, assistiamo alla distruzione violenta del principium individuationis. L’umanità si azzera: > “Pentesilea, per terra, unita alle cagne inferocite, lei che è stata partorita > da un grembo umano, e strazia… e strazia le membra del Pelide!” Non vi è odio in questo strazio, ma l’estasi intollerabile di un amore che, non avendo uno spazio sociale o linguistico in cui abitare, deve farsi letteralmente carne digerita. Questo sconfinamento della passione nel cannibalismo rituale anticipa sotterraneamente le intuizioni che Elias Canetti esporrà, un secolo e mezzo più tardi, nel celebre Massa e potere. Nella sua disamina delle dinamiche ataviche del controllo, Canetti individua nella metamorfosi e nell’assimilazione biologica le forme più radicali di esercizio del potere. Il predatore che caccia la preda. > “Il vero e proprio ‘atto di incorporare’ la preda comincia dalla bocca. Là > conduceva originariamente la via di tutto ciò che era commestibile: dalla mano > alla bocca”. Pentesilea porta questa logica all’estremo. Nel mondo kleistiano, squassato dal fallimento delle mediazioni formali, l’altro non basta più amarlo. Bisogna possederlo interamente.  > “Oh, com’è fragile l’uomo, o dèi!” Achille va incontro a Pentesilea disarmato, spogliato della sua corazza greca, muovendosi verso di lei con dolci presentimenti per seguirla nei riti di Diana, convinto di celebrare finalmente la Festa dei Fiori. Ma l’eroina è ormai sprofondata nell’anarchia dei sensi. Il Pelide, torcendosi nel sangue, le tocca le guance gridando:  > “Pentesilea! Mia sposa! Cosa fai! È questa la festa delle rose che mi hai > promesso?” Quando l’estasi dionisiaca si placa e l’effetto dello Sparagmos svanisce, a Pentesilea non resta che contemplare l’orrore delle proprie mani e della propria bocca grondanti di sangue. Il risveglio coincide con la presa d’atto del collasso semantico:  > “L’ho baciato a morte? No? non l’ho baciato? Dilaniato, davvero? Parlate!” In questo urlo straziante si consuma la tragedia dell’assimilazione canettiana. Nel tentativo di possedere Achille in modo assoluto, di renderlo parte inscindibile del proprio corpo, Pentesilea ne ha provocato la scomparsa come soggetto esterno. Di fronte alle membra dilaniate del Pelide, l’unica azione coerente rimasta a Pentesilea è il suicidio: > “Perché adesso mi calo nel mio petto, come in un pozzo, e per me scavo, freddo > come minerale, un sentimento annichilente […] lo pongo sull’incudine eterna > della speranza e lo trasformo in un pugnale affilato e appuntito; a questo > pugnale, adesso, porgo il mio petto: così! Così! Così! Così! E ancora!… Adesso > è fatto!” Questo cortocircuito tragico, in cui la tenerezza più pura si emancipa attraverso la ferocia del morso e l’autodistruzione, non concede sconti né consolazioni.  Thomas Mann annotava che: “Kleist sa metterci alla tortura… e fare in modo che gliene siamo grati”. Una gratitudine masochistica, che nasce dalla nostra stessa attrazione per quel nucleo traumatico dell’esistenza che Kleist ha avuto il coraggio di mettere a nudo senza finzioni. Kleist smette di essere un relitto del Romanticismo e si rivela come il primo dei nostri contemporanei. Se noi moderni abbiamo imparato a sopravvivere sottomettendoci alla nevrosi del compromesso, riducendo la felicità a un freudiano evitare l’infelicità, addomesticando il desiderio dentro confini di sicurezza e relazioni a distanza controllata, i personaggi di Kleist ci ricordano il prezzo spaventoso di questa anestesia. L’alternativa a un desiderio civilizzato e castrato non è la libertà idilliaca, ma la distruzione muta. Pentesilea che sbrana Achille non è un delirio di follia; è l’onestà brutale di un amore che preferisce divorare l’assoluto piuttosto che vederlo ridotto a una funzione di Stato. > “La quercia morta resiste alla bufera, ma quella sana ne è schiantata e > travolta, perchè la tempesta può afferrarla per le fronde.” L’essere umano non può essere e mai sarà libero. Nudo, spogliato di ogni etica di fronte alla sua stessa ferocia divina, ha catene cucite di amore e orrore. E in universo del crollo, dove la realtà non ha più linguaggio con cui essere definita, l’unico modo per sottrarre l’assoluto al fallimento della storia è consumarlo fino all’osso, non lasciandone intatto nemmeno un brandello. Tommaso Filippucci  *In copertina: testa di Amazzone, Ercolano, 25 a.C.-15 d.C. ca.  L'articolo Sbranare Achille. Heinrich von Kleist tra baci e morsi proviene da Pangea.
July 16, 2026 / Pangea
Tra condanna e splendore. Dialogo con Rosella Postorino intorno a Marguerite Duras
Marguerite Duras pubblica Moderato cantabile, “il primo libro durassiano di Duras” (così Rosella Postorino), nel 1958. Sette anni prima Marguerite Yourcenar aveva pubblicato Memorie di Adriano. La nota non è inutile: le due Marguerite hanno cambiato la storia della letteratura francese – e continuano, a differenza di altre donne d’altro stile (Simone de Beauvoir, ad esempio), ad avere imitatori e moltiplicati lettori che tributano a entrambe una specie di culto. Qualcosa accomuna Duras a Yourcenar: l’assertività nel dire, una scrittura ‘marziale’. Molto le distanzia: i libri più grandi di Yourcenar sviscerano personaggi maschili; Duras tratteggia come nessuno la donna e le sue ombre. Benché questa asserzione abbia il conforto dell’errore – bisognerebbe avvicinare la Sophie de Il colpo di grazia e l’indimenticabile “Anna, soror…” ad Anne Desbaresdes, Lol V. Stein e “l’amant” – tutto ruota sullo ‘stile’ – che è poi un modo di stare al mondo. Yourcenar sta a Duras come Vermeer sta a Morandi – o, meglio ancora, a Giacometti. Yourcenar vuole costruire un mondo, Duras ci mostra ciò che resta dopo la distruzione di un mondo. Duras issa il sopravvissuto. Se Yourcenar descrive il pieno, Duras lavora il vuoto – al buio. Il livello della predazione – che è al cuore della scrittura – muove su piani inclinati, all’osso. Una guarda dalla finestra – l’altra quella stessa finestra la spacca.   Credo che Michel de Certeau abbia ‘visto’ con particolare profondità il genio di Duras. In Fabula mistica lo studioso gesuita cita India song, affascinato dalla figura della “mendicante” che “rimane invisibile. Senza nome e senza figura”. Lì, in quella sparizione, in quell’azzeramento – che è poi la zona franca dove tutto può accadere –, è il genio di Duras. Quell’innominata donna, innominabile, è pari alla santa serva che compare nella Storia lausiaca di Palladio, “la spugna del monastero”, “battuta, ingiuriata, caricata di maledizione e trattata con ripugnanza” dalle consorelle, che si scoprirà, invece, “la più religiosa”, l’ammirata dagli angeli.  Ecco cosa fa Duras: di una storia dice l’invisibile – accenna, come fa la Pizia – fila il verbo fino al punto primo, artico, in cui potrebbe non essere più.  Tra le varie recensioni che uscirono intorno a Moderato cantabile, preferisco quella di Claude Roy pubblicata il primo marzo del ’58 su “Libération”. Il poeta francese – espulso dal partito comunista l’anno prima per aver condannato l’invasione sovietica dell’Ungheria – scrisse che Moderato cantabile “potrebbe essere definito così: Madame Bovaryriscritto da Béla Bartók”. In quel romanzo, continua, Duras “scrive, con ragionevolezza, di chi ha ragioni che la ragione non può comprendere”. Postorino, nella postfazione alla bella traduzione di Moderato cantabile edita da Feltrinelli, dice qualcosa di simile, spostando in vertigine il discorso: “Per Duras le donne sono sempre abitate dalla follia, sono capaci di intuire le forze ignote della natura e del corpo, sono imprudenti, piegate dalla paura e dalla passione, e soprattutto sono perseguitate in quanto donne”. Il talento di Duras, dico io, è dire di una vita lo scavo – anzi, il feto. Un primordiale che urla – i primordi sott’acqua. Quando, in narrativa, da una vita trai il feto le soluzioni sono due: il grido – il silenzio. Duras trova la terza via – la sua.  Credo che ogni scrittore abbia i suoi lari – che è un modo arcano per dire: le proprie ossessioni. Rosella Postorino – autrice di Le assaggiatrici (Feltrinelli, 2018); l’ultimo romanzo, Mi limitavo ad amare te (Feltrinelli, 2023) è ritornato quest’anno in economica – ha un rapporto esclusivo con Marguerite Duras: oltre a Moderato cantabile ha tradotto Testi segreti (Nonostante, 2015); non intende darsi ad altri autori. La coincidenza quasi ‘medianica’ con alcuni scrittori – chi pratica l’arte ha il proprio ‘zodiaco’ di prediletti – non significa riprodurne l’irriproducibile voce. Ogni scrittore traduce per chiarire – a contrario – la propria origine. Il resto è la forma naturale dell’essere: il tradimento.   Cosa ci dice oggi, ancora Duras?  Che il desiderio è un gesto politico, perché è una rivendicazione di esistenza. Che l’oscenità non resta sempre fuori scena. Che la letteratura è etica perché è il contrario del moralismo. Che uomo e donna sono inconciliabili, per questo l’amore tra uomo e donna è condanna e splendore. Che venire al mondo è una violenza. Che la scrittura è un’affollata solitudine.  Scrittura ‘cantabile’ di Duras. Come la sua scrittura penetra la tua? Come l’hai conosciuta, quando hai iniziato a leggerla? Perché tradurla? La lessi per la prima volta da adolescente, tra i quindici e i sedici anni. Avevo visto in seconda serata L’amante di Jean-Jacques Annaud, che lei aveva detestato. Non conoscevo il romanzo, Prix Goncourt nel 1984 (io allora avevo sei anni), né l’autrice. Nel film la voice over pronuncia intere frasi del libro: mi folgorarono. Era una storia di potere, in cui l’esercizio del potere era chiastico. La protagonista quindicenne, povera ma bianca, ha il potere della propria desiderabilità e della propria etnia, di fronte al cinese ricco, ma ai margini della società coloniale perché non è bianco. Era una storia di emancipazione dalla famiglia. Una storia di soprusi, privati e istituzionali. Era la storia di una ragazza che, pur non essendo cresciuta in una famiglia di letterati, voleva diventare scrittrice. Lo sapeva a dodici anni, come lo sapevo io. Andai nella biblioteca di Imperia a cercare il romanzo, ma non c’era. Trovai La vita materiale, un libro di frammenti, tuttora uno dei miei preferiti: l’ho riletto talmente tante volte che alcune pagine si sono staccate. Poi girai altre biblioteche della provincia, Sanremo, Diano Marina, e lessi tutto quel che era disponibile. Per il mio compleanno alcune amiche mi regalarono quattro suoi romanzi usciti nell’Universale Economica Feltrinelli. Infine, sapendo della mia passione, la prof di francese assegnò Moderato cantabile come lettura estiva a tutta la classe. Alcuni compagni mi odiarono, altri mi ringraziarono. All’università, mi regalavo un libro di Duras dopo ogni esame. Nella biblioteca di Lettere a Siena lessi molti suoi testi in lingua originale. Cominciai a leggere anche saggi critici su di lei. Vidi i suoi film. La mia prima pubblicazione in assoluto è un breve saggio in un’antologia di saggi italiani dedicati a lei (si intitola Malati di intelligenzaed è dentro la raccolta Duras mon amour 3). È senza dubbio la scrittrice della mia vita. Perché racconta dell’ingiustizia radicale della Terra – il colonialismo, la Shoah, la guerra, la bomba atomica, lo sfruttamento degli esseri umani, la sopraffazione maschile, la morte, l’indifferenza di Dio – e lo fa attraverso i corpi, attraverso l’attrazione fra i corpi. Tradurla era un sogno che si è realizzato. Non sono propriamente una traduttrice, credo di potere e volere tradurre solo Duras. Per me è una missione farla leggere nel nostro Paese, dove purtroppo è letta poco. In Francia è una scrittrice di culto, di quelle studiate in tutte le università del mondo, ma anche entrata – per la sua esposizione mediatica – in un immaginario che potrei definire pop.  C’è anche l’aspetto ‘politico’ dell’attività artistica di Duras. Che dimensione ha il ‘politico’ nella tua scrittura? Per me politico, o meglio ancora etico, significa non oscurare l’ambivalenza umana, renderne conto, al di là di ogni pensiero preconfezionato, al di là di ogni senso comune, di ogni polarizzazione. Significa non aver paura di riconoscere le pulsioni umane più vergognose, e raccontare il mondo come fosse sempre la prima volta. Questa ricerca (quasi ottusa, ingenua, perché fallimentare) di verità è un gesto politico. Per me, come per Duras.  Mi è sempre parso che Duras sia all’opposto dell’altra Marguerite, Yourcenar. Che rapporto hai con quest’ultima? Non so se siano opposte, e non so perché queste due scrittrici dovrebbero essere confrontate: perché hanno lo stesso prénom? Sono diversissime, ma lo sono anche Duras e de Beauvoir, per dire, che potrebbero essere associate e confrontate, volendo, perché nello stesso periodo abitavano nello stesso quartiere di Parigi. Mi parrebbe un criterio altrettanto poco significativo. In ogni caso, non ho amato nessun’autrice francese come Duras. Credo che per certi versi Ernaux le somigli, ma Duras ha sperimentato di più, ha scritto testi molto diversi tra loro, in fasi diverse del suo percorso, ha scritto tanto teatro, ha scritto e girato molti film, ed è un’autrice impossibile da incasellare.  A che pro la scrittura, oggi? A che serve? Non credo debba servire a qualcosa. Se non a chi scrive: per sopravvivere. Non intendo economicamente. C’è sempre qualcosa di ‘perturbante’ in ciò che scrive – o dice – Duras. C’è lo ‘scandalo’, cioè il ridurre tutto alla sua suprema purezza, di cristallo e di foglia. Tu: cosa cerchi scrivendo? Cos’è per te lo ‘scandaloso’? Scandaloso è addentrarsi in un territorio senza riparo prendendosi il rischio di essere fraintesa o giudicata o accusata. Per esempio assumere il punto di vista di una donna che ha lavorato per il regime nazista, che con il suo stesso corpo, con i suoi organi digestivi, ha salvaguardato la vita di Hitler, costringere il lettore in quel corpo per fargliene sentire ragioni e desideri, bisogni e paure, può essere scandaloso. È scandaloso raccontare il desidero fisico come una forma di sovversione – l’unica possibile – dentro quel regime. Non per il sesso, ovviamente, che è anzi sdoganatissimo. Ma perché il rischio che gli altri leggano con la loro griglia di stereotipi è molto alto. Tra Rosa e Ziegler ne Le assaggiatrici ci sono tenerezza e gioco, come banalmente fra tutti gli amanti, ma qualcuno, inconsapevole degli stereotipi che ha interiorizzato, ha detto (senza giudizio, in modo neutrale): rapporto sadomaso – benché di sadomaso non ci sia nulla. È l’eredità di una certa narrazione del nazismo sedimentata e incancrenita. Qualcun altro ha visto nella presenza di una relazione erotica in un romanzo che si potrebbe anche definire storico, scritto da una donna, qualcosa che probabilmente non lo avrebbe infastidito se lo stesso romanzo fosse stato scritto da un uomo: la relazione privata dentro il meccanismo feroce della Storia. Come se la Storia fosse un’astrazione, come se non riguardasse i corpi. Quando Duras scelse, nella sua sceneggiatura per Alain Resnais che sarebbe stata candidata all’Oscar, di sovrapporre i corpi sudati di un amplesso alle scorie della bomba di Hiroshima, fu scandalosa. Non è scandaloso soltanto mettere la Storia sullo stesso piano dei corpi – la Storia, lo ripeto, è fatta di corpi che nascono, interagiscono e muoiono, da millenni, è fatta delle storie degli esseri umani. È scandaloso esporsi alla lettura stereotipata, al perbenismo, al moralismo, al cinismo, allo snobismo, cioè a varie forme di disumanizzazione che deformano la lettura stessa. Assumersi il rischio di essere senza difese, eppure credere che sia inevitabile farlo. È scandalosa la fiducia nel lettore, insomma, la fede nella letteratura.  L'articolo Tra condanna e splendore. Dialogo con Rosella Postorino intorno a Marguerite Duras  proviene da Pangea.
July 15, 2026 / Pangea
“Essere nulla: che libertà straordinaria!”. Cioran & Borges al cospetto di Alina Diaconú
Qualche giorno fa, Gian Ruggero Manzoni mi ha inoltrato ai misteri del delta del Po. Siamo giunti in luoghi di apostati e di apolidi, tra aironi, ibis, immensi acquitrini. Un aldilà di strade sterrate – il sole a bulino incide strani alfabeti sull’acqua. Acqua letale, si direbbe, ottima a fondere, da primo giorno del mondo. Rarissimi gli umani – ville in abbandono – referti di archeologia industriale. “Sono lo stalker del delta del Po”, ghigna GRM – un po’ Hannibal Lecter un po’ Humpty Dumpty – potrebbe uccidermi (‘seccarmi’, come dice lui), e mollarmi qui, a mollo, tra liquami fecondi di insetti e uccelli carnivori. Il resto – tutto ciò che riguarda GRM è dantesco, nel senso che pertiene alla redenzione, a un’assoluzione conferita ai fuggiaschi, ai paria pareggiati nel sangue – non va detto, ora.  Sono pochi gli uomini che sanno dettagliare – con una gioia che è destino – il genius loci; occorre un genio altrettanto sottile nel riferire il genio di un uomo. A un certo punto, indicando quella distesa in cui la terra si deforma in acqua e l’acqua divora il cielo, GRM mi fa, “Non senti il sussurro dell’En Sof?”. Secondo la Cabala, En Sof è il nome remoto di Dio, che significa – si va per riduzioni, a banalizzare l’assoluto – infinito, che è poi infinito tutto e infinito nulla. GRM, sapiente e satiro, danza e balla ripetendo En Sof, come il Giudice Holden di Meridiano di sangue.   L’allusione mi fa venire in mente un concetto espresso da Emil Cioran. Il pensatore rumeno dice che scrivere “è come essere soli di fronte al Nulla”. Cioran paragona la scrittura a una sfida a Dio – scrivere è un modo di intrappolare Dio. Lo scrittore è un megalomane che vuole detronizzare Dio.  Questa è una storia che vale la pena raccontare.  Alina Diaconú, nata a Bucarest nel 1945, si è trasferita a Buenos Aires all’età di quattordici anni: il papà era un accanito antistalinista. Ha scritto diversi libri – tra cui: Los devorados, 1992; Avatar, 2009; Estrellas voladoras, 2022 –, ha vissuto a Parigi e negli Stati Uniti; ha scritto del sistema coercitivo del comunismo, è stata censurato dal regime militare argentino. Donna di flagrante intelligenza e di immediata bellezza, ha il raro talento di penetrare il genio di un uomo. Querido Cioran (2019), il resoconto della sua decennale amicizia con Cioran, è stato tradotto in italiano da Criterion nel 2021. Il libro a cui mi riferisco, però, s’intitola Preguntas con respuestas: pubblicato nel 1998 da Editorial Vinciguerra, è il racconto – con interviste – degli incontri di Alina con – tra gli altri – Borges, Ionesco, Cioran, “maestri di pensiero ma soprattutto maestri di vita”. È ad Alina che Cioran dice che scrivere “Es como estar solo delante de la Nada”. Soli di fronte al Nulla. En Sof. È a lei che rivela il suo sogno, “el sueño de mi vida: no ser nada”.  Nada mi penetra in gola come bolo di fuoco. È il groviglio di linguaggi che mi affascina. Alina e Cioran sono rumeni, probabilmente – per diktat cioraniano – hanno in francese, il libro esce a Buenos Aires, la Parigi sudamericana, in spagnolo.  Alina incontra Cioran durante un viaggio in Francia. Telefonò a Gallimard, le dissero di lasciare un biglietto, sarebbe stato recapitato a Cioran. “Non ho mai forzato un incontro, credo nella sapienza del caso, nella cospirazione del destino”. Cioran, incuriosito dalla compaesana, le telefona in albergo. Lei non c’è. “L’abisso e l’utopia continuavano a separarci. Un’ansia sottile si era insinuata in me come un solletico, come una puntura di zanzara”. Il giorno dopo, Cioran richiama. È esitante – voce poco salda, con troppe porte e troppe maniglie. La invita a casa. Vecchia palazzina presso il Théâtre de l’Odéon, sesto piano, il pensatore ha lasciato un cartello davanti al suo appartamento, “Cioran”. Lei è Alina Diaconú Alina ci mostra, con arcana delicatezza, il Cioran “umano, amabile, vulnerabile”. Cioran le dice di Susana Soca (“una donna bellissima, molto ricca, che imparò il russo per andare in Russia e incontrare Boris Pasternak… morì in un incidente aereo… Henri Michaux era innamorato di lei, voleva sposarla – lei non voleva saperne”), dell’infanzia nei Carpazi: “l’unico periodo felice della mia vita, perché vivevo in montagna”: > “Indelebile è in me l’immagine del momento in cui, a dieci anni, ho dovuto > lasciare il villaggio per andare a scuola. Era il 1920, non c’erano > automobili. Prendemmo una carrozza trainata da cavalli; mio padre e il > conducente, un contadino, stavano davanti. Nei dodici chilometri che mi > separavano dalla città mi sentivo così male che avrei voluto urlare. Sapevo > che qualcosa di definitivo stava accadendo nella mia vita, che qualcosa era > interrotto per sempre. Si hanno tali premonizioni quando si è giovani. La > felicità era finita”.  Certo, Cioran resta inafferrabile – quando credi di aver instaurato un rapporto, egli lo consuma. Il pensatore condivide con Alina le bozze dell’ultimo libro. Non ha ancora un titolo. “Ho due proposte, mi dica quella che preferisce. Aveux et Anathemes o Ce maudit moi”. Alina sceglie il secondo, “non ci sono paragoni”. “Non è un po’ presuntuoso ostentare un ‘io’ alla mia età?”. Lei lo placca, “è un ottimo titolo, è il titolo”. Brindano con il whisky. Il libro esce un anno e mezzo dopo. Con il primo titolo, Confessioni e anatemi.  Di diversa intensità è il rapporto con Borges, tessuto sull’allusione, il non detto, l’indicibile, i demoni della letteratura. Alina intervista Borges nell’aprile del 1979. In ogni intervista, Alina tocca il tema della morte: quasi che lo scrittore abbia le chiavi per disserrare l’aldilà. En Sof… La letteratura: straordinaria preparazione alla morte – dunque: atto di pura vitalità. In un articolo pubblicato l’11 giugno scorso sul “Clarín”, Alina svela qualcosa sulle últimas horas de Jorge Luis Borges. Come si sa, Borges muore il 14 giugno del 1986. Quando scopre di avere un cancro al fegato, incurabile, sceglie di spostarsi a Ginevra. Avrebbe voluto morire in Giappone, “ma non conosceva la lingua”, avrebbe voluto morire nella casa ginevrina dei genitori, dove aveva vissuto da ragazzo, “ma quella casa non esisteva più”. Nada. Niente. Esproprio di sé. En Sof.  Un dettaglio degli ultimi giorni di Borges mi stupisce.  > “Due settimane prima di morire, in ospedale, gli fece visita Marguerite > Yourcenar, la grande scrittrice belga che viveva nel Maine. Lei e Borges si > conoscevano, stavano bene insieme. Trascorsero un intero pomeriggio in > discussioni. Borges le diede le chiavi dell’appartamento che María Kodoma > aveva trovato per loro a Ginevra. Le chiese di descriverlo, ‘Voglio vederlo > con le tue parole, Marguerite’. Marguerite Yourcenar raccontò l’episodio a > Héctor Bianciotti in questi termini: ‘L’appartamento era molto bello, con le > pareti rivestite di legno. Lo descrissi a Borges. Fu molto felice di > ascoltarmi. Non gli svelai un dettaglio piuttosto importante. All’ingresso > c’era una parete ricoperta di specchi. Ricordo che Borges era terrorizzato > dagli specchi’”.  Che dettaglio mirabile. Morire, forse, è vincere il proprio rispecchiamento. L’anti-morte è una stanza piena di specchi. Bisogna spaccarli. ** Da: Con Cioran, a Parigi Essere nulla.  “Sono un senza patria. Non ho voluto essere altro che questo: un senza patria. Il sogno della mia vita: essere nulla. È una sensazione di libertà straordinaria”. Competere con Dio. “Scrivere è un atto di megalomania. Lo si fa come si scrive un testamento. In senso assoluto, scrivere è assurdo – come respirare. Quando scrivi, sei solo con te stesso, non valuti alle conseguenze né alle reazioni degli altri. Sei solo di fronte al Nulla. Quando si è così soli, si è dio. Per questo scrivere è così straordinario: si compete con Dio”.  Filosofo vs. pensatore. “Il filosofo è un asettico, un sistematico che costruisce qualcosa, un mondo, alieno alla vita. Non è un combattente interiore: impalca un sistema. Il pensatore, al contrario, si scontra contro l’esistenza, dice la verità, non costruisce un tutto. Un poeta non deve leggere i filosofi – dovrebbe leggere i pensatori. Pascal, ad esempio, è fondamentalmente un pensatore perché tutto ciò che ha scritto scaturisce da esperienze concrete, da tragedie personali. Shakespeare è il più grande pensatore di tutti i tempi…”. La bomba atomica: un successo. “L’uomo non ha fatto altro che autodistruggersi: ora ha trovato il modo esatto per farlo. La bomba atomica non è la conseguenza logica della scienza ma del destino dell’uomo – è il suo più grande successo”.  Geloni monastici. “Ho letto così tanto sui primi cristiani e sulla vita nel deserto… ma ho capito molto presto che non potrei mai vivere in un monastero: in monastero non hanno il riscaldamento. In tutta la mia vita, ho trascorso tre soli giorni in monastero. Poi sono scappato. Faceva molto, molto freddo…”.  Viva le contraddizioni. “Il buddismo ha influenzato la mia vita. Non perché sia buddista, non sono niente, ma il buddismo mi ha segnato. Intanto, anch’io, nel corso della vita, sono stato toccato dall’esperienza di vedere un vecchio che muore. Ho condiviso con il Buddha il processo che porta alla liberazione. Ho avuto la sua stessa esperienza: sono stato tentato dalla rinuncia – ma non ho rinunciato. Vivo di contraddizioni”.  * Da: Jorge Luis Borges. Maipú 994, 6to piso, ascensor… Morte. “Sono pronto alla morte. Se mi dicessero che morirò tra mezz’ora, mi direi, che sollievo, che gioia chiudere con tutto questo, soprattutto con Borges, che ormai non sopporto più…” Felicità. “Sì, sono stato felice, e lo sono stato molte volte. Ma questo capita a molti esseri umani. Non esiste un giorno, o due o tre giorni, o una circostanza specifica… ci sono momenti in cui si è felici – altri in cui non lo si è. L’infelicità è fugace quanto la felicità. Sono entrambi stati d’animo intensi, passeggeri – unici. Ho ormai settantadue anni e mi sono innamorato sempre di donne uniche, insostituibili, passeggere…” Religione. “Non sono religioso. Spero che la mia morte sia definitiva. Per questo in una poesia, El suicida, scrivo: ‘Guardo l’ultimo tramonto/ spegnerò tutte le stelle/ consumerò la notte’”.  Etica. “Credo nell’etica. Credo che si sappia sempre se ci si comporta bene o male. Non credo nel sistema retributivo di premi e di punizioni. Non credo nel meccanismo buddista del karma”.  Cecità. “A volte mi chiedono se sono cieco, allora rispondo ‘Sì, ma lo siete un po’ anche voi…’. ‘Cieco’ è parola nobile e antica. Oscar Wilde aveva una sua teoria sulla cecità di Omero. Diceva che i greci si erano immaginati che il grande poeta fosse cieco per uno scopo esemplare. Volevano insegnarci che la poesia è prima di tutto ‘musicale’, e poi, in secondo luogo, ‘visiva’. Può esistere un verso molto bello che non contiene alcuna immagine – non esiste un verso privo di musica, di tono. È curioso che questa intuizione sia venuta a Wilde, un poeta estremamente visivo”.  Sogni. “Sogno fondamentalmente, sempre, due o tre cose. La prima ha i tratti dell’incubo. Sogno il labirinto. Mi trovo sempre in un luogo preciso di Buenos Aires, and esempio all’angolo tra Santiago del Estero e Chile. Oppure tra Riobamba e Arenales. Ma questi luoghi, che conosco molto bene, sono completamente alterati: ci sono paludi, montagne… a volte corridoi e gallerie. Benché conosca quei luoghi, mi perdo”. Stupore. “Tutto mi stupisce. In una poesia – perdonatemi se devo citarmi –, El ingenuo, scrivo di un uomo che si stupisce che siamo arrivati sulla Luna e che abbiamo inventato la bomba atomica, che razza di progresso… Quanto a me, mi stupisco che una chiave possa aprire una porta. Mi stupisce – perché non lo capisco – l’aeroplano; mi stupisce il telefono, lo uso ma non so cosa sia né come funzioni…”. Paradossi. “Quando scrivo, cerco di non scrivere come Borges – ce ne sono altri, tanti, che lo fanno meglio di me, anche se non ricordo di avere discepoli”.  Cosmopolita. “Il nazionalismo è un errore perché esistono le differenze. Che siamo argentini è importante – non è importante sottolinearlo. Se parlo con un colombiano non gli dico: beh tu, in quanto colombiano, la pensi così e io, che vengo dall’Argentina, la penso in quest’altro modo. Piuttosto, mi concentro sul fatto che condividiamo la stessa lingua spagnola, che significa condividere una comunità. Gli Stoici dicevano che l’uomo è un ‘cosmopolita’, un cittadino del mondo, ma ormai questa parola si è corrotta. Di solito si pensa al turismo: ma io credo, come Melville, nell’essere un ‘patriota del cielo’, patriot to heaven. Essere patriota del cielo significa non essere leali a una patria ma al ‘cielo’, cioè alla giustizia, all’altezza”. Vendetta. “La più grande vendetta possibile è l’oblio. L’unico modo per vendicarsi è dimenticare – l’unico modo per perdonare è dimenticare. Chi vuole vendicarsi è costretto continuamente a pensare a ciò che è accaduto. È una prospettiva sbagliata, infernale. Devo liberarmi dalla vendetta”.  Fantastica. “Mi è piaciuto leggere I demoni di Dostoevskij, ho letto diverse volte Delitto e castigo, mi annoia a morte I fratelli Karamazov. Ammetto di aver letto pochissimi romanzi: non sono la mia passione – e i romanzi psicologici lo sono ancor meno. Amo la letteratura fantastica. Quando ne parlai con un professore americano, lui mi disse: ‘Il fantasy è un fenomeno di evasione tipico del nostro tempo’. Gli piaceva molto la parola evasione, se la passava spesso in bocca. Gli risposi che non era esattamente un fenomeno del nostro tempo. Gli dissi de Le mille e una notte, mi fissò ribattendo che non conosceva l’arabo…”. Dante. “Non ho una goccia di sangue italiano, ma se dovessi indicare il capolavoro assoluto della letteratura direi la Divina Commedia di Dante. Non sono cattolico e non condivido la teologia riassunta in quel libro, ma ne apprezzo l’estetica e dunque la verità letteraria”.  L'articolo “Essere nulla: che libertà straordinaria!”. 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July 11, 2026 / Pangea
Luglio simbolista
Quaranta gradi: affonda nel gelato. In pasto al solleone siamo figli di Ugolino. Estate orbita di una freccia conficcata nella contingenza. * A un certo punto della mia vita ho capito che un bosco aveva più cose da dire rispetto a una persona.  Io, con spirito umile e cavalleresco, mi son messo ad ascoltare.  Namasté: sto entrando nei miei polpacci apro le porte del cammino. E poi spazi acuminati e finti monti laddove la profusione dei secoli naturali si incollava al paesaggio come una Polaroid.  Mangiare è un’azione che mi annoia profondamente.  Io cerco di pensare alla cintura di Orione quando compro i panini all’olio, ma difficilmente ci riesco, in special modo se attorno a me gravitano in abbondanza massaie e donne in carriera, giovani papà coi figli nella mano o ragazzi spettinati che parlano di feste.  Penso però che la mia amigdala è parecchio più rilassata al momento. So di aver deluso Freud e ho imparato, durante il cammino, di non essere stato il solo.  Quando mi son svegliato nel bosco ho pensato che le virgole sono quel che ci contraddistingue. Il collagene che si profonde nell’incavo dello sterno quando grondiamo un’immagine, una scultura, un dipinto, fa sì che si liberino circuiti neuronali. La solitudine mi ha spinto a credere solo nelle sigarette.  I Tintoretto della Scuola Grande di San Rocco mi piacciono. Anche Susanna mi interessa. A lei piace il dialogo a tavola, a me no.  Gradisco osservare i cumuli di terra rossa e le piccole pozze create dagli irrigatori. Che fai dopo? Yoga. Mi vengono in mente le guardie napoleoniche. A me i camaleonti. Perché ti sei fatta quel tatuaggio sul collo? Per andare contro me stessa. Stasera sei bella magari domani non lo sarai più. Tu sei bello perché non sei bello. Ti danno ancora fastidio i rumori? Sì. Sembravamo due bolle di orizzonti in disfacimento che affrontano il loro declino ristorandosi col tè made in Albione.  Eravamo due cani che respirano dai finestrini e abbaiano ai fantasmi nei campi lesi e offesi. Briciole, note e banconote, taccuini di Narciso in ansia, perché i momenti eccelsi sono tre, non di più.  Gomitoli di sogni rattrappiti e cipria che ci cola sulla strada, facendo pozzanghere dei nostri umori. Andiamo avanti solamente perché risuona lontano il gong monastico di una grande emozione. * Bisogna solo far scorrere le giornate. Mettiti sotto al tempo. Il resto sono sovrastrutture. Abita la tenda del tempo, il campo mobile dell’inazione. Non fare. La gente fa discorsi occasionali. Non senti mai parlare ‒ che so io ‒ dei boscimani. * Quando finiremo di abbronzarci senza volerlo tutti avremo cassette di marionette nel cervello, sperimenteremo i serpenti a sonagli della sete e la metafisica del telecomando sempre acceso. Costruiremo prigioni per noi stessi, saremo come ettari di insetti, schifosi coleotteri volanti sempre voraci alla ricerca del fast-food più vicino. E vedremo gli stolti sputare sui poveri e i maligni tracannare incenso rubato. Amen. Quello è il succo. Però il contenitore è molto più abbozzato graffiato da non si sa bene cosa un motore gonfio di obbrobri magnetici metteteci dentro voi se è rancore eccetera non è questo il mio sport preferito non son bravo a riempire le tracolle di male. * Il lavoro dello scrittore è un lavoro non pagato. Il mio amico Henry ne sa qualcosa. Ha questa condizione di sofferenza pedissequa che lo spinge a respirare male. Dice che non riesce ad allargare gli orizzonti, sostiene che non serve colorare gli arcobaleni e che le balene non volano. Margot gli dice neghi l’evidenza così Henry si arrampica in cielo e le fa vedere che non serve colorare gli arcobaleni e che le balene anche se sembra non volano. «Saltano e basta» dice da lassù e si vedono solo slot machine, una distesa di slot a profusione, come balconate volanti e il verme solitario che abita lo stomaco dei poveri resta sempre a bocca aperta a vedere tutti quei gettoni che piovono dal cielo. * Io, Susanna, Henry e Margot. Famiglie occitane e deserti di spigole. Gli arroccamenti del paesaggio sono mastodontici e fumosi lillà al prosciutto. Io sono uguale a te tu sei uguale a me. Il controllo non ci giova poi troppo. Crateri di noia divoratori di mostre e divertissement. Pensiero dopo pensiero Viale dei Pensieri abitato da salici che hanno smesso di piangere e ridono a crepapelle vedendo bambini con lo zucchero filato che non sanno quel che li aspetta. Orizzonti di vapori, di macchine agricole. Stantuffi in disparte dietro le carte di un’insegnante da film erotico. Macrobiotico è il costume abituale della vestale ferma a mangiare il gelato in una folla che la incolla al soffitto di un appartamento sfitto e soprattutto inesistente. Pourquoi pourquoi. La narrativa è stata inghiottita nel museo delle cere da chi si è messo a bere per dimenticare la figura dello scrittore così come Henry sospeso tra il mojito bevuto in verticale e l’ambiente di pellerossa con il narghilè che gli fanno cerchi attorno e ballano senza sosta mentre la polizia fa i controlli autostradali e le prove col palloncino. E allora da tutti gli uffici si affacciano i cani rimasti ad abbaiare sui balconi nei deserti di ciclamini quando passa il camion della spazzatura sulla spina dorsale di madre chiesa e mete e singulti per i turisti che non hanno il biglietto del tram.  «Avremo penso sofferenze da mordere» esclama Henry che mi ha fregato un panino e guarda Margot orizzontale che dipana sole dalla sua muscolatura e ricerca il senso di un cruciverba ma poi lo abbandona per dedicarsi a un lecca-lecca e assumere la forma di una Lolita tropicale che sta male ma non lo dà a vedere. «Siamo spugne perciò di guai seri» dice mentre sorseggia il caffè che dovrebbe svegliarla dal suo sonno di vita. Ho proprio deciso che in questa storia avrò occhi verdi un giorno e un altro cobalto, come un’allegoria. Danzerò con Arlecchino il tango malandrino di quel mio cugino che se ne andava a dividere i covoni di fieno per far dispetti ai contadini. Filari d’ignavia a cantar canzoni sotto agli ombrelloni il panico attaccato sopra i trentacinque gradi l’asperità diffusa di un giradischi che brucia nel cantuccio di una grotta dove si riparava dal frinire delle cicale inscalettate su stragi del bosco diffuso.  * Henry mi mette un braccio intorno alla vita dice che stasera vuole andare al karaoke, Margot separa i pesci pescati in giornata, «c’è tutto un mare che ci prende per il culo» dice. Susanna sta sotto la doccia e io la immagino mentre boccheggio dalla pipa del nonno di Henry e penso ad Amsterdam e alla vita laggiù. Penso alle strade e ai canali e alle virtù. C’è tutto un cosmo di relazioni personali che si sposano nuziali coi comandamenti dei venti che soffiano quaggiù. Il maestrale mi ha insegnato a odiare le persone e a capire le gesta dell’autocontrollo, l’anima umana graffiata, i graffiti e gli ascensori. Le cassette postali e i doni lasciati vicino ai portoni dalle ditte di consegna che la fanno da padrone e i campeggi affollati intonano una melodia svecchiata così folle e inurbata gracchiante come le voci dei grilli e i muuuudelle mucche spezzano l’idillio riportando a immagini di bistecche e sughi al ragù.  Quando Susanna esce dalla doccia e Margot ha smesso di farsi bella posando un uovo nero sulle sue palpebre lunari siamo pronti per andare in una cittadina tutta stereotipi diffusi dove si mangia economia pranzo e cena e si giudica il prossimo con le bombole del gas mentre la luna pare uno scherzetto da due soldi amena come un cormorano di città. Sarà la zona paludosa che interferisce con le zanzare o sarà la tracotanza animale degli esseri umani della zona impigriti come feltri di vecchi divani usurati che spezza la spina dorsale e ci rende molluschi che vanno a una sagra a deglutire vino e assaggiare maiali. Mi fermo un momento prima ordinando solo pomodori tra lo sconcerto degli astanti – peli lunghi sulle braccia – che mi guardano come fossi Armstrong che scende dalla luna e ho tutto questo accumulo di ossigeno mancato che mi dà al cervello e mi fa vedere scoiattoli dove non ci sono e bollette. C’è sempre un filo di panico che mi accompagna assordante mi ronza nelle orecchie Susanna lo vede e lo sa in questa schiera d’apparenza dove soldati citrici ricalcano le orme di pastori butterarti screziati dai venti che fischiano alle zanzare ubriachi di rosso. Noi siamo civilizzati urbanoidi eclettici alla ricerca di sdegno per spezzare l’omologazione di questo cantone di mondo eccentrico in cui ciascuno è protagonista pur non essendo nessuno. «Saremo presto a Sparta» dice Henry che accende la pipa col suo viso buffo e cicciotto dà boccate senza senso che portano il fumo qua e là. Saranno i vicini del termosifone quelli del campione per la pubblicità.  * Termometri di seta dove imparare lo sdegno per rivedere I Ching e sperare che possano tornare i papaveri a incantare i pipistrelli e cacciarli via. Saremo allora tutti come Vincent esegeti di noi stessi con l’orecchio tagliato a procurar ferite all’aria e tagliare l’acqua con le forbici come Pino Pascali, a riassumere gli orizzonti fra due virgole, portarci il substrato più inurbato delle sentinelle che abitano le ville dentro le pozzanghere con gli occhi all’insù come mostri audaci del controllo che spiano il nostro passato di bambini nei cortili delle scuole materne coi palloni di carta e le orecchie di cerume che non sentivano i consigli dei grandi come se non lo saremmo diventati. Vincent dice che la composizione è il soggetto poetico, ergo il soggetto poetico è la composizione: chiedilo a Keith. Siamo esuli del divenire noi senza telecomando senza chiavi per aprire gli scrigni della tecnologia.  Per sdrammatizzare il solstizio dannunziano e l’umidità che è calata come un uovo sbattuto sui nostri odori naturali sugli umori e i respiri inquieti che stanno quaggiù su questi tavoli imbanditi di tristezza ed egocentrismo senza difese nella rete locale del clamore e della prepotenza e la preponderanza della logica – delle spade e dei brufoli – calda come un soffio del non vento che c’è qui, dove siamo carcerati putridi sotto le ascelle di madre natura ad imparare la radura e la fedeltà obbligata a un programma sbagliato che ci rende sconfitti e lacerati dalle catene e dai pugnali dell’offesa del sé. «Passami l’insalata» mi fa Margot ma l’insalata non ce l’abbiamo solo del tè portato alla rinfusa infilato nello zaino di caucciù. * Fare niente è fare tutto. Le cose sono più vicine durante la bella stagione. Disseminazione. * I graffi nell’aria saremo come bambini quando i putti di fiele verranno a incartare i magazzini dell’infinito e saremo corde e code di lucertola sparate per vicissitudine verso l’atrio del confine e guarderemo le nuvole soffocare in un sigaro, smorzarsi col vento levantino, apriremo boccali di vino da pasteggiare insieme alle bestie audaci del Caucaso e le ragnatele sotto ai vestiti spalancheranno temporali da mangiare nell’incurvatura dei cimiteri lato fila di cipressi.  * Divoreranno le altalene e le atmosfere di basalti magnetici che credono nelle spie fino a quando Giuda sarà dei nostri. Compreranno vocali al mercato, panini con l’alba da gustare al mare, sotto le braci del mondo perpetuo, nelle affinità degli spiriti indigeni del selvaggio West.  Margot stasera vuole solo insalata ‒ non fanno insalata. Susanna la invita a ballare Henry si incurva per raccogliere la coda di una lucertola assassinata da un felino.  Il tizio coi capelli grassi adagiato sui sassi vende patate in frittura a cartocci e ti spiega dei blocchi e del muro di Berlino, ti narra della Corea da nord a sud, del confine segreto che c’è nel greto dell’anima e separa gli alveoli dal substrato e ci spinge a raccogliere anemoni di mare per dimenticare che non abbiamo bracciali né collane e si son guastati i simboli e i significati da quando il demone si è arroccato vomitando frasi a dismisura con la lingua imposta ad usura e per il peccato.  * «Vedrete che fra gli ombrelloni troverete il petrolio potrete andare a gasolio per questa riva e quella opposta sarà balneare oppure occipitale a seconda delle occasioni». * Miriadi di coccole miriadi di chiocciole sul tappeto arsenico del mattino che verrà domani. Oggi ancora inchiodati all’ora, alle patate, ai trenini, alle vocali di Henry che prova il salto con l’asta del merito per guadagnarsi il paradiso. Henry sostiene che amniotico non è tanto lo sguardo quanto il puerile atteggiamento consunto delle nuvole specchio di indecisione. Una canzone proletaria verrà a guardare questi fazzoletti eccentrici poggiati sui visi e torneranno le piume della carestia in infiniti maglioni da indossare come putride canne di giungle blu da ereditare mettendosi cravatta e camicia.  I paraculi cercano di saltare la fila. Le ingordigie dei candidi non hanno senso quando smettono di lavarsi i denti e si issano su cedri altri sedici metri da cui dominare la costa obbrobriosa unta dal sole e il lavico dominio del demonio di luglio che accende la pelle malandata. Henry vuole leggere un romanzo ad alta voce, non una parte, tutto. Vorrebbe cominciare qui e ora davanti agli astanti in questa giungla ipertrofica sentire i muscoli delle mascelle lenire il dolore del silenzio e dar spazio alla passione impura delle vere emozioni diagnosticate come schizofrenia se il prezzo da pagare è la borghesia. «Dammi le carte» mi fa e poi si allontana comincia a mescolare sapori e umori dice di Piazza Navona di quanto gli piace la pizza romana cavalca un’onda a forma di cavallo e un rapace gli tarpa le ali. Micidiali sono le assenze quando pensiamo di aver completato un percorso ormai usurato dal tempo sghembo ed effimero del quotidiano.  * Corri sulla schiena dei lupi, dei dromedari, disegna giaguari nel tuo cuore il posto dove riponiamo la bellezza e le alture da cui guardare i panorami inca e le rovine maya e sorridere all’orizzonte come fosse una scarpa slacciata con cui pettinare l’aria e far rivoltelle di tessuto per ammorbidire i contrasti e interagire col passato. Nelle lunghe ore pomeridiane dipingere pastorali e iniettare fotografie a colori di chiesette barocche e falsi indiani che parcheggiano male. Dal dirupo universale vedo le finestre occhiello blasfeme che trascinano cariche di elettricità sulle suppellettili visive a cavallo tra i filamenti delle orecchie e il candore del naso dove risplendono acri di lampadine accese e c’è un magma di matasse stressanti di fango appollaiato sopra un pino dove una civetta canta inni alla notte alla faccia dei visigoti e dei diavoli rossi che esplorarono il terriccio di seta. Adoro andare incontro alle giostre come in questo caso vedere i barbagli degli schizzi adolescenziali appesi ai muri sovrastare la pila di bollette da pagare e sento il coccodrillo dello stomaco provare a mangiare le farfalle senza riuscire. L’eleganza di Margot stasera non ha pari e cerca con gli occhi un piatto di ostriche a una sagra curando le ferite sugli stinchi con il rosmarino. Rimedia fazzoletti alla ventura, ha deciso che scambierà muco stasera. Proprio quando le aragoste del cielo cominciano a intonare la litania capiamo che è ora di rientrare, che le nostre fetide ascelle reclamano il sapone, che il nostro fiato si sta facendo corto e non ci sono più segni zodiacali.  La nuvola è un ferro da stiro che schiaccia la terra lasciando intravedere i volti dei sumeri. Bene e male tutto insieme, wow: friggi il cielo. Il cielo è una cartolina del cuore: dentro c’è il simbolo. Il simbolo è universale chiedilo agli acmeisti. L’orologio è una truffa per impiegati, il volo degli iniziati è sul calar del sole. Il sole mente.  * Nella villa di Henry sono i pendagli ad accoglierci in un maleficio di seta che si intona sulla cravatta che non ha messo sostituendola col fischietto immaginario. Ci sono ancora le mucche a stupirsi sotto il nostro orizzonte quando decidiamo di coricarci, su quelle brande che chiamano letti che l’uomo ha inventato per dormire.  In questo periodo dormire è rifugio dalla calura, con noi che ci spariamo i ventilatori addosso manco fossero cascate e dentro l’inconscio andiamo a cercare tutta la riparazione che la giornata ha destrutturato, come un operaio malconcio di ritorno dal cantiere. Mi metto a leggere un libro di poesie in aramaico e butto l’albero magico all’arancia che pendeva dal soffitto. Ucronismi e sincretismi bordeaux sulla pelle vegliarda delle stoffe antiche. Immagino una rana che salta un arcobaleno. I panini con l’alba non li fa più nessuno. È difficile mettere l’alba dentro a un panino. Il nocchiere delle paranoie sta sempre all’erta. È un cortocircuito sfiduciante. Le meduse sono buone a colazione per chi ha il palato fino. L’impossibilità è la vegliarda regola sovrana. E allora verrò sui castelli di sabbia a porgere vento alle guance e le ancelle della sera si sposteranno per dar spazio alle bistecche di manzo. Gli assoluti sono in un’altra categoria. È difficile stare al passo coi pensieri. La banalità è sempre dietro l’angolo. L’autocontrollo piange come un salice. Le nicchie bordeaux spaventano i passeri. Gli arcobaleni sono sempre di scorta nel portafogli. I castelli medievali hanno mura arroccate buone per le civette di notte che cantano disegnano indiani e furbastri. Giovenale era un poeta latino. Tarquinia è bella. L’alce lo trovi in Alaska se ti va bene.  * Mettiti col compasso da stella a stella pensando alla maestra che ti faceva arrossire. Supera la maestra supera il maestro. Il cantore della Turingia si urlava in gola con parole di upupa e crusca amara. Per far tornare in auge l’enfiteusi essendo amante dei muri a secco. Il paese non è pronto. Oggi ha le ore larghe. L’allunaggio del mio genetliaco in bilico su una statua di Thorvaldsen: la città è cuspide. Le donne in burqa sui risciò a Villa Borghese non le ha viste Franco, le canto io. Le risposte vengono da nordest attraversando due sillabe.  Edoardo Piazza *In copertina: “Tuttomondo”, il murale di Keith Haring realizzato nel 1989 sulla parete della canonica della chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa; nel testo, un po’ di Haring a casaccio L'articolo Luglio simbolista proviene da Pangea.
July 11, 2026 / Pangea
“Trenta sacchi di buio”. Un racconto di Idria Pilogallo
Considero Idria Pilogallo una di quelle rare e nuove voci autoriali del nuovo millennio in grado di traghettare brani di un meridionalismo che andrebbe ancora indagato, autentico, distante anni luce dall’uso ruffiano e pretenzioso, fasullo, da laboratorio editoriale (storytelling da batterie), attraverso cui sì è coltivata una certa narrazione del sud, tutta Marianna Ucrìa o rosolio e guantiere, mulattiere e rocche sulla cima, a strapiombo sullo Ionio, funestate da saghe criminali o peggio famigliari o qualcosa di questo tipo. Idria Pilogallo ha origini calabresi, benché dimori in Toscana. Trascina con sé il vigore di una voce lavorata dal suono e dal furore (colori, sentori, paesaggi) di taluni luoghi, così precisi e imprescindibili nel procedere di uno scrittore. Il racconto che vi propone si distanzia dalla luce cieca e violenta di altri suoi scritti, ambientati nelle lande aride e assolate della Calabria, eppure, malgrado sia ambientato nella capitale, ne traduce ugualmente la potenza, non decriptabile, una qualche segreta virtù affabulatoria, c’è, l’ascoltiamo, a un livello di percezione che vibra, ma non in superficie. Avrei voluto inserire Idria in una antologia di nuove voci del Sud, di un Sud vero, sciagurato, confuso in un meticciato dalle molte incavature, inflessioni, lingue, come in una Babilonia del transumanesimo. Idria Pilogallo è una voce letteraria definita, io direi persino potente, che meriterebbe una diffusione adeguata, la pubblicazione dei suoi scritti senz’altro. Ringrazio Davide Brullo per averla accolta e averle dato una possibilità, qui su Pangea, chiedendomi infine di introdurla. L’ho fatto. Buona lettura. Veronica Tomassini  ** Trenta sacchi di buio Roma, Corviale, estate 1995 C’erano trentaquattro gradi all’ombra ma il riparo al Serpentone era solo cemento armato che sudava miseria. Avevo giurato a me stesso che in quel chilometro di alveare umano non ci avrei rimesso piede. Nemmeno sotto minaccia, nemmeno per un carico di roba pura. Eppure, eccomi lì.  La porta di Maria, al piano seminterrato, era socchiusa. Quel genere di invito che un uomo con un briciolo di cervello rifiuta, a meno che non stia cercando il proprio conto finale.  Dall’interno usciva un odore denso, una miscela di muffa e segreti sepolti. Lo riconosceresti tra mille: è il puzzo dei bassifondi e dei cessi degli squat dove avevo buttato via i miei anni migliori. «Maria?» chiamai. Nessuna risposta. Solo il silenzio della periferia. Feci un passo e qualcosa scricchiolò sotto la mia scarpa. Mi chinai. Era una fotografia calpestata. Qualcuno aveva ritagliato la mia faccia, quella di vent’anni prima, e l’aveva incollata sul corpo di un bambino. Mi si irrigidirono le mani. Il monolocale era una discarica di ricordi inutili. Maria aveva vissuto in quella casa, immersa nelle carte e nei gingilli che andava raccattando in giro per la capitale. Vasi sbeccati, cestini, pile di quotidiani ingialliti che svettavano come colonne in un tempio in rovina. Ovunque c’erano oggetti senza nome che lei raccoglieva per le strade della capitale e portava a casa come offerte votive. Poi mi arrivò la zampata d’aria calda. Un lezzo insopportabile si insinuò nelle narici. Mi coprii la bocca con la mano e mi trascinai fino alla finestra. Ai piedi del tavolo mi si bloccò il fiato.  Una coperta viva di scarafaggi, larve e mosche ballava intorno a un corpo. Maria. Il capo reclinato, le braccia inerti lungo i fianchi. Al collo, un pendente di San Giuseppe inviolato. Caddi all’indietro su una montagna di vecchi libri ammuffiti. Unii le mani in un gesto che assomigliava a una preghiera ma era solo un modo per non guardare il mio peccato in faccia.  Lo spettro di quella donna non mi avrebbe dato tregua. I vicini la chiamavano “Asso pigliatutto”. Gli uomini sanno essere squali quando vedono qualcuno che affoga. Per loro era solo la matta del quartiere che riempiva la casa di spazzatura. Non capivano che quella spazzatura era l’unico collante che teneva insieme i suoi pezzi. L’avevo incontrata sul bus 773, la linea che trasporta i disperati dal centro ai margini. Destinazione Porta Portese. Io ci andavo con una scimmia nelle vene che mi mordeva il cervello per trenta sacchi di eroina; lei con i sacchi di plastica vuoti per raccogliere gli avanzi del mercato. Due ferite aperte, due errori nel sistema urbano che la città cerca di dimenticare tenendoli a distanza.  Fu su quel bus che vidi la scatola. Una vecchia latta di biscotti Gentilini, roba di Natale sbiadita dal tempo. La stringeva al petto come fosse un reliquiario. Dentro c’erano centinaia di ritagli di giornale. Cronache diverse, anni diversi ma lo stesso volto sgranato. Ci avevo messo un’eternità di eroina a capire, con la testa annebbiata dalla roba. Poi, l’intuizione mi aveva colpito come una lama fredda nello stomaco. Quel volto era la mia faccia di vent’anni prima.  Il ricordo riemerse come una serie di scatti bruciati che sanno di ferro arrugginito e ozono, di freni surriscaldati e pioggia sui binari. Erano le sei di un pomeriggio di novembre, uno di quelli in cui Roma è una distesa di fango e travertino sporco, sotto un cielo color piombo. Mi trovavo in stazione ed ero in astinenza dura, quella sensazione di formiche sotto la pelle che ti fa desiderare di strapparti la carne di dosso.  Mi servivano trenta sacchi. Solo trenta.  Lui era seduto su una panchina di ferro. Un ragazzino, sedici anni al massimo. Lo zaino tra le gambe, le cuffie alle orecchie. Troppo pulito per quel posto. Aveva un orologio al polso che brillava blu sotto i neon della banchina. Un regalo, forse. «Dammelo», dissi. La mia voce uscì come un rantolo. Lui non mi sentì, aveva le cuffie. Gli misi una mano sulla spalla. Sussultò, mi vide troppo tardi.  Lo strattonai per strappargli l’orologio, lui spinse, io risposi con un colpo secco. Un riflesso schifoso da tossico per comprare qualche ora di pace. Il suo piede scivolò sul cemento viscido. Poi arrivò il fischio. Un merci in transito a settanta all’ora. L’aria si spostò con la violenza di uno schiaffo, puzzando di gasolio e freni surriscaldati. Lo vidi oscillare nel vuoto, gli occhi nei miei per un millesimo di secondo. Poi cadde. Nessun grido, solo un urto sordo contro il metallo e il sibilo dei freni d’emergenza.  Non guardai giù. Mi voltai e corsi finché i polmoni non presero fuoco, finché il quartiere non mi inghiottì. Per vent’anni mi ero raccontato che fosse stato un incidente. La stampa liquidò la faccenda in cinque righe “Giovane cade sui binari, tragedia alla stazione”. Nessun colpevole da cercare. Caso archiviato” Ma in quel seminterrato a Corviale la verità venne a galla come un cadavere rimasto troppo a lungo sul fondo del Tevere. Quel treno non si era mai fermato, aveva continuato a correre nella testa di Maria per vent’anni, portandosi via la sua lucidità pezzo per pezzo. Il ragazzo della banchina era suo figlio. Mi chinai sul cadavere. Schiacciata sotto il suo peso c’era la scatola di latta Gentilini.  La sfilai e la aprii. Dentro c’erano i frammenti di una vita che avevo cercato di dimenticare nei cucchiai bruciati. Maria aveva incollato la mia faccia su foto di riviste: corpi di uomini in carriera, padri di famiglia, viaggiatori. Mi aveva fatto crescere sulla carta. Mi aveva inventato un futuro. In fondo alla scatola trovai un quaderno a quadretti gonfio di umidità. Ogni riga era un appunto preso sul bus 773. “Oggi ha la tosse.” “Si è addormentato al posto del finestrino. Respira.” “Ha litigato con l’autista. È vivo.” “Oggi non c’era. Ho aspettato.” Mi mancò l’aria. Nel suo delirio non cercava l’assassino di suo figlio. Aveva adottato me. Ero il sopravvissuto miracoloso di quella banchina, condannato a una morte lenta che lei cercava disperatamente di fermare tra le sue carte. L’Asso Pigliatutto aveva raccolto me, la spazzatura più schifosa. Mi aveva tenuto in vita con lo sguardo, aspettando un cenno o un perdono che non sapevo nemmeno di dover chiedere.  Afferrai la scatola e la strinsi al petto. Uscii da quel buco risalendo le scale. La luce del mattino mi colpì gli occhi come una condanna a morte. Nel piazzale, tra carcasse di auto bruciate e asfalto spaccato, Corviale sembrava un monumento al fallimento umano. Il 773 spuntò come un relitto arancione tra le buche. Salii. L’autista mi squadrò nello specchietto ma, in periferia, impari presto a non fare domande a chi ha gli occhi vitrei. Mi sedetti nell’ultimo posto in fondo, la vecchia postazione di Maria. Poggiai la scatola sulle ginocchia. Presi il ritaglio con la mia faccia e lo guardai. Poi, lo ridussi in coriandoli. Aprii il finestrino e lasciai che il vento della Portuense se li portasse via, tra i piloni di cemento e il gas di scarico. Il bus morì alla stazione di Trastevere. Scesi. Stessa banchina, stesso sapore di gasolio nell’aria. Mi sedetti sulla stessa panchina di ferro, la stessa di vent’anni prima. Qualcuno ci aveva inciso sopra nuove scritte. In fondo al binario c’era un ragazzino. Sedici anni, forse, cuffie bianche alle orecchie, zaino a terra. Mi diede un’occhiata distratta e tornò allo schermo del suo cellulare. In quel momento capii il piano di Maria. Non era pazza. Era stata la mente più lucida e spietata del mondo. Mi aveva costretto a esistere finché lei avesse avuto la forza di guardarmi. Ora che se n’era andata, toccava a me. Il fischio del treno arrivò da lontano. Le rotaie iniziarono a cantare il loro pezzo metallico. Mi alzai.  La scatola di latta, ormai vuota, mi scivolò dalle dita e rimbalzò sul cemento prima di finire giù, tra le traversine. Mi portai sul ciglio della banchina, il vento del convoglio in arrivo mi schiaffeggiò la faccia proprio come quella sera. I binari brillavano sotto il sole. «Maria,» sussurrai. Il boato inghiottì il nome. Non servivano spinte. Il cerchio si chiudeva con la precisione di un conto che viene saldato. Un piede che scivola, il vuoto che si spalanca e il buio che smette di inseguirti perché gli vai incontro. Qualche ora dopo, sul bus 773, un’altra anima persa trovò una scatola di latta abbandonata sull’ultimo sedile in fondo. La girò tra le mani e la aprì. Era vuota. L’uomo guardò il grigio della periferia scorrere fuori dal vetro per tutto il tragitto.  Poi, con la lentezza di chi non ha nessun posto dove andare frugò in tasca, tirò fuori una vecchia fotografia sbiadita, la guardò per un istante e la lasciò cadere sul fondo della scatola.  Chiuse il coperchio. Il bus continuò la sua corsa verso il Serpentone dove niente va mai perduto, ma tutto ritorna. Idria Pilogallo *In copertina: Félix Vallotton, “L’homme poignardé”, 1916   L'articolo “Trenta sacchi di buio”. Un racconto di Idria Pilogallo proviene da Pangea.
July 10, 2026 / Pangea
“La letteratura non ci salverà”. Dialogo con Richard Millet, uno scandalo vivente
Richard Millet è tra i rari, vertiginosi scrittori di oggi. Tra i suoi libri – impubblicati, fieramente impubblicabili – ricordo La Confession négative (2009), Le Sommeil sur les cendres (2010), Petit éloge d’un solitaire (2007), tutti editi da Gallimard. Per altro, Millet è stato l’artefice di diversi successi della casa editrice più importante di Francia. Dietro il genio de Le benevole di Jonathan Littell, ad esempio – che vinse il Goncourt giusto vent’anni fa –, c’è lui. Ormai, dileggia quel lavoro come mero “artigianato letterario” – l’aggettivo che segue è: “estenuante”.  I temi prediletti da Millet sono: la guerra – quella in Libano, vissuta in prima persona –, Dio, la musica. Millet è un oltranzista della bellezza. Il suo Journal – pubblicato tomo per tomo, dal 2018, con carismatica costanza, da diversi piccoli editori e ora tradotto, a bocconi, dall’eccellente Edoardo Pisani per Editoriale Scientifica come vasta appendice a Un sermone sulla morte – è fitto di frasi miliari. Eccone alcune:  > “Ho il gusto del fallimento piuttosto che del successo. In ciò sono un > classico”;  > “Tutti gli scrittori sono ridicoli”;  > “Ogni scrittore deve, dopo un certo tempo, inventarsi un’opera sognata, e > segreta”;  > “Finire una frase come se si premesse un grilletto”;  > “Non sanno più guardare un albero, ascoltare il vento, aspettare la > pioggia…”.  Secondo i crismi del Journal – un diario non si scrive per sé, ma in favore di pubblico, sulla pubblica gogna –, lo stile è sferzante, spiazzante, impegna a una strenua milizia nel linguaggio. Millet ha la nobiltà degli scrittori fuori tempo: si dichiara cattolico – “ma non come una pecora sotto il coltello: un monaco soldato, piuttosto” –, preferisce l’estro di Malaparte e di Manganelli al talento liofilizzato degli scrittori che vanno per la maggiore (“La prosa di Tahar Ben Jelloun” è detta “peto di ippopotamo”), sa di essere “troppo scrittore per non essere detestato”.  Nel 1973 – aveva vent’anni – si fa procurare della morfina dal figlio di Paul Celan, “che non mi parla di suo padre, uno dei più grandi poeti contemporanei, morto suicida”. Quarant’anni dopo – nel 2012, ad essere precisi – un appunto gemellare: “Benefica vertigine dell’idea del suicidio”. Nel frattempo, Richard Millet è diventato lo scandolo vivente della letteratura francese. Il compianto Pierre-Guillaume de Roux aveva appena pubblicato Éloge littéraire d’Anders Breivik, in cui Millet analizza il massacro del terrorista norvegese, ordito nel luglio del 2011, come un sintomo della crisi dell’Occidente, “del fallimento dell’Europa mondializzata” (il saggio è tradotto nel 2014 in Lingua fantasma da Liberilibri, uno dei rarissimi editori italiani a pubblicare Millet). Apriti cielo. La gauche francese, guidata da Annie Ernaux, giudica il libro “un pamphlet fascista”; Millet viene letteralmente messo al bando: perde il lavoro in Gallimard, comincia a pubblicare per piccoli editori. Un sermon sur la mort, strepitoso racconto, che rimesta nel torbido e nel mistico, esce nel 2015 per Fata Morgana. L’attacco sbriciola gli scrittori odierni proni al premio e al successo, inquilini del proprio infimo io; sentite:  > “In fin dei conti, ogni vita lontana da Dio è meno un sogno che un abisso in > cui il tempo non è percepibile che nella vertigine o nell’indifferenza. Perché > più di morire dobbiamo temere di essere morti. E forse siamo già morti, > pensavo entrando a Bruxelles, nel primo pomeriggio di un giorno di > primavera”.  Allo scandalo pubblico – che Millet osserva a distanza, con la quiete dei cecchini e dei santi – segue il dramma privato: la scoperta del tumore che affligge la moglie, Béatrice. “Avranno la mia pelle. Sto perdendo tutto”. Così, sulla soglia del nulla, termina il diario – da qui, da questo scalpo, dalla nuda perdita, risorge lo scrittore. Per questo, abbiamo interpellato Richard Millet, il paria della letteratura europea, l’ultimo scrittore davvero pericoloso.  Cominciamo a gamba tesa, con la domanda ultima: cos’è la morte? Cosa c’è dopo la morte? La morte è qualcosa di cui non posso parlare: la imparo “filosofeggiando”, come diceva Montaigne, studiando dentro di me il progressivo invecchiamento fisico e psicologico. Un’esperienza banale, fonte di speranza per un cattolico come me. Un’esperienza quotidiana, tramite la morte di persone care e dello scorrere dei “mesi” che Proust osservava morire uno dopo l’altro nel corso della nostra esistenza: non siamo altro che un ammasso di “mesi” morti, su cui viaggiano la memoria e la scrittura, prima della grande migrazione dell’anima.  La letteratura, la grande moribonda, ci salverà dalla morte? No, la letteratura non ci salverà; farà fatica a salvare se stessa in un mondo dove giganteggiano l’ignoranza, il rifiuto della tradizione, il potere dell’Intelligenza Artificiale, la sovversione di tutti i valori. Siamo rimasti in pochi a dedicarle la vita. Al pari della musica e del cinema, la letteratura permette di adattarsi al Tempo, di sospenderlo, di avere una moratoria sulla morte – illusoria, è vero, ma pur sempre benefica. Strano paradosso che fa della letteratura al contempo una voluttà e una implacabile rivelazione della nostra miseria, come quando leggiamo Pascal, Leopardi, Kierkegaard, Nietzsche, Cioran e Ceronetti, ad esempio.  Quando scrive della scrittura ne scrive come fosse una condanna. Perché dunque ostinarsi a scrivere? Mi ostino a scrivere per testimoniare ciò che il linguaggio può ancora compiere, pur in mondo falsificato, o dannato, e per non lasciare al nemico la vittoria totale, benché abbia l’impressione che la partita sia perduta, che la Distrazione generale abbia vinto.   Quale libro sta leggendo? A quale libro torna continuamente? Sto terminando la quinta lettura di Proust. Mi accompagna dallo scorso settembre. Poiché non siamo mai la stessa persona, non leggiamo mai lo stesso libro – soprattutto Proust. Alterno questa rilettura con un saggio sulla fatica del filosofo Jean-Louis Chrétien e con una traduzione di Trucioli, di Camillo Sbarbaro. Ritorno spesso a Sant’Agostino come a Simone Weil e a Guy Debord, a Baudrillard, a Pasolini, a Girard.  Tra i libri che ha scritto, quale la soddisfa? Domanda ardua, risposta impossibile perché l’autore è il peggior giudice delle proprie opere. Vorrei aver scritto almeno un libro che mi permetta di essere ricordato – ma occorre restare umili di fronte a queste questioni. Tra i libri che ha “elaborato” per Gallimard, quale la soddisfa? Preferisco non rispondere. La domanda pertiene a un mestiere (l’editoria), non alla letteratura, che occupa tutta la mia vita.  Dopotutto, non ha forse scritto i libri che ha scritto per garantirsi una totale marginalità dal milieu letterario francese?  In Francia, la mia situazione è quella di uno scrittore maledetto, senza alcuna aura “romantica” intorno a questo appellativo: sono bandito, socialmente ed economicamente, da un Sistema che si è alleato apertamente con il wokismo. Pubblico con un paio di micro-editori che non hanno accesso alla stampa mainstream. Ciò che scrivo è necessariamente in contrasto con l’establishment culturale dominante, per il quale, d’altronde, sono già “morto”.  Se le dico “lettore”, quale immagine le viene in mente? Scriviamo sempre per un lettore fantasma che ci legge in uno spazio-tempo incerto e anacronistico, direbbe Borges. Io scrivo per essere letto nel passato e nel futuro, figure ipotetiche di un presente che mi sfugge ma che desidero testimoniare. Esiste anche un lettore intimo, la parte di me che mi rifugge.   Se le dico “Dio”, se le dico “guerra”, quali immagini le vengono in mente? Dio non ha altra immagine che la sua incarnazione in Cristo… Quanto alla guerra, è la filigrana della mia esistenza, dalle storie dei veterani di Verdun che ascoltavo da bambino alla mia esperienza in Libano e in Siria. Ho scritto diversi libri sull’argomento: sono stati accolti con livore in Francia perché mi sono schierato con i cristiani libanesi e non con i Palestinesi – il che è sufficiente per una scomunica! Oggi pochi scrittori scrivono di guerra, eppure è più presente che mai. Per questo, rileggo Malaparte, Hemingway e pochi altri.  Spesso, nei suoi scritti, ritorna il concetto di solitudine. Una solitudine concreta, quotidiana, che scaturisce, forse, da una poetica, da una postura dell’esistere. Può spiegarmi meglio? Quando mia moglie era ancora viva, la solitudine aveva qualcosa di “letterario”, dal punto di vista estetico e morale. Negli ultimi sei anni ho vissuto da solo, in un mondo sempre più violento e incerto. È come se la solitudine avesse acquisito la sua vera dimensione: umana, incarnata, senza che l’avessi “prevista” in tale dismisura. La letteratura è una sorta di campo da gioco su cui tiriamo i dadi, giocando sull’esistenza di Dio (Pascal), sulla nostra vita.  Che cosa sta scrivendo? Se avrò ancora le forze, vorrei terminare un romanzo che ho cominciato diversi anni fa; vorrei scrivere un saggio sulla musica e un libro sulla letteratura che ho appena cominciato, avendo cura di non ripetermi.  L'articolo “La letteratura non ci salverà”. Dialogo con Richard Millet, uno scandalo vivente proviene da Pangea.
July 4, 2026 / Pangea