La narrativa della cilena María Luisa Bombal si muove in territori nebbiosi e di
lievi foschie, paesaggi silenziosi oscurati da sagome di alberi. È una
brevissima opera quella di Bombal, una manciata di racconti – di cui due novelle
– interconnessi da atmosfere, ritualità e simboli: trecce, camelie, bare, sogni.
L’autrice sudamericana torna finalmente in libreria dopo anni di assenza – era
stata pubblicata in Italia nel 1997 dalla casa editrice Sellerio – grazie al
lavoro di Edizioni Sur che raccoglie in un unico libro le opere complete di
Bombal, arricchite da una nuova traduzione (a cura di Francesca Lazzarato) e in
appendice dalla recensione che Jorge L. Borges scrisse nel 1938.
Le storie di Bombal – sette, per la precisione – si somigliano per tono e temi:
gli scenari sospesi e isolati di stanze dove viene esplorato l’immobilismo di
figure femminili ipnotiche. Nel racconto che apre la raccolta, L’ultima nebbia,
la protagonista sposa suo cugino Daniel, rimasto vedovo. L’indifferenza tra i
due cresce giorno dopo giorno e il tormento della donna la porta a desiderare la
fuga nella città. Questa è un miraggio lontano, raggiungibile, forse, solo
attraverso la dimensione onirica. Anche quando la protagonista senza nome arriva
in città (“Siamo arrivati in città da diverse ore. Dietro la spessa cortina di
nebbia sospesa immobile intorno a noi, la sento pesare nell’atmosfera”) persiste
l’indefinitezza dello spazio, e lei sembra come essere riassorbita nel suo
isolamento:
> “La foschia, sfumando gli angoli, attutendo i rumori, ha conferito alla città
> la tiepida intimità di una stanza chiusa”.
L’isolamento in Bombal opera all’interno di grandi ville in cui riecheggiano gli
echi della tradizione gotica; ad abitarle non ci sono più figure spettrali, ma
donne inquiete, vincolate in matrimoni asettici, un’ondulazione perenne le
costringe a muoversi avanti e indietro dall’apatia bovaristica alla distrazione
erotica, dal mondo fisico al pensiero ricorsivo, dalla spinta vitalistica
all’avvolgente desiderio di morte. In queste magioni, le protagoniste di Bombal
vivono la condizione femminile delle donne nell’America Latina degli anni
Trenta: un clima asfissiante di prigionia che l’autrice cilena ritraduce
attraverso fenomeni atmosferici e naturalistici:
> “Ogni giorno di più, la nebbia stringe d’assedio la casa. Ha fatto già sparire
> le araucarie, i cui rami colpivano la balaustra della terrazza. Stanotte ho
> sognato che dalle fessure delle porte e delle finestre si infiltrava
> lentamente in casa, nella mia stanza e sfumava il colore delle pareti, il
> contorno dei mobili, e si intrecciava ai miei capelli, mi aderiva al corpo e
> dissolveva tutto, tutto…”
In questo clima angusto, i racconti di Bombal confondono la realtà in una
dimensione onirica, e così la protagonista de L’ultima nebbia, attuata la fuga,
si ritrova in una piazza illuminata solo dalla luce bianca di un lampione, e
tra oscurità e nebbia fa la conoscenza di un uomo con cui, poche ore dopo,
tradirà suo marito, Daniel. Ma il tradimento sembra poter concretizzarsi solo
nella notte, dove l’atmosfera nebbiosa e l’oscurità confondono i piani tra
realtà fisica e fantasticheria, e può avvenire solo una volta, come un sogno
irripetibile: “nel cuore della città, quella piazza che non conoscevo e che
esiste…Posso averla concepita solo in sogno?”.
Da qui il tormento di una passione travolgente che risveglia e concede il senso
a una vita intera, eppure quel sogno non è più ripetibile e sembra come se María
Luisa Bombal fosse riuscita a fermare in modo perfetto, su carta, l’ardente
amore che provò per il ricco aviatore Eulogio Sánchez Errázuriz. María Luisa
Bombal lo aveva incontrato in Cile, nel 1931. I due si innamorarono subito;
altrettanto rapidamente il loro amore sfumò. Ossessionata dalla rottura del
fidanzamento, Bombal scrisse diverse lettere all’amato, senza ricevere risposta.
Lui invitò raramente María ai suoi eventi pubblici e, diverso tempo dopo,
durante una cena a casa sua, in presenza di ospiti, lei tentò di togliersi la
vita sparandosi[1]. Sopravvisse miracolosamente e partì in Argentina insieme
all’amico Pablo Neruda. Otto anni dopo però quella passione non si era ancora
esaurita, e il 21 gennaio del 1941 María Luisa Bombal, appena tornata in Cile,
si diresse lentamente fino all’Hoter Crillón, dove aveva appuntamento con
Eulogio. Puntò la pistola contro l’amato e sparò, ma ancora una volta il tiro
non fu mortale, e Eulogio fu ferito solamente al braccio. Dopo un periodo di
carcere, María dichiarò il movente: “Uccidendolo, ho ucciso la mia sfortuna, ho
ucciso la mia maledizione”[2].
María Luisa Bombal nasce nel 1910 a Viña del Mar, in Cile, da madre tedesca e
padre con ascendenze francesi. A cinque anni sa già leggere e viene iscritta a
una scuola gestita da suore francesi. A otto anni inizia a scrivere poesie e
poco dopo perde suo padre. Dopo la morte del padre, si trasferisce con la
famiglia a Parigi, studiando in un collegio cattolico. A diciotto anni studia
Lettere alla Sorbona e teatro all’Atelier con Charles Dullin, attore e regista
teatrale francese. Abbandona i corsi di letteratura per interpretare alcuni
ruoli a teatro, e proprio in una di queste esibizioni viene scoperta dallo zio e
obbligata a tornare in Cile. A Santiago, dopo essersi avvicinata alla scena
artistica, si riscatta fondando una compagnia teatrale e mettendo in scena Oscar
Wilde. Tra la letteratura e il teatro però sceglie la scrittura. Nel corso di
quegli anni María Luisa Bombal ha già letto le favole di Andersen e dei Grimm
(che ispireranno la vena folkloristica presente nei suoi due racconti più
brevi), ma anche Knut Hamsun, Mérimée, Antoine Artaud. A ventitré anni, nel
1934, pubblica il suo primo libro, La última niebla, che scrive nella casa in
cui vivevano Pablo Neruda e sua moglie, dove lei stessa si era trasferita l’anno
prima. La poesia di Neruda esercitò su di lei un’influenza significativa.Fu
Neruda stesso a dirle di non accettare mai correzioni da nessuno.
> “Rimase sempre fedele a se stessa, anche quando Jorge Luis Borges, durante una
> delle loro numerose passeggiate in città, sentendo parlare del suo progetto
> per il suo secondo romanzo, Avvolta nel sudario, dichiarò che era impossibile
> da realizzare perché non si può mescolare il realistico con il soprannaturale.
> Ma Bombal non ascoltò e continuò a scrivere”[3].
Nel 1946 esce la sua ultima novella, La historia de María Griselda, e Bombal
abbandona la scrittura, lasciando una produzione breve e sofferta: “La cosa
difficile per me non è concepire un’opera, ma costruirla ed elaborarla: il
lavoro di precisione”[4]. La scrittura per Bombal è un abbandono totalizzante
alla solitudine: “Sono sempre stata spaventata dall’immensa solitudine che
circonda lo scrittore; non credo esista una professione più solitaria; forse è
per questo che non ho scritto di più. Mi chiedo se qualcuno trovi piacere nella
solitudine; io no”[5]. Alla fine Bombal decide di non arrendersi a questa
solitudine, perché, si domanda, “A cosa serve essere l’autrice di Avvolta nel
sudario quando la mia solitudine è così grande?”[6].
La produzione narrativa di Bombal sembra venire alla luce con il suono ovattato
di un mondo che si muove in un fondale marino. Nei sogni, ma anche in una piazza
avvolta dalla nebbia, si è isolati, impossibilitati a scrutare sagome umane,
“intorno a noi, la nebbia dà alle cose un carattere di definitiva immobilità”.
Le donne di Bombal sono innanzitutto corpi immobili, passivi, fragili e sospesi.
Nella dimensione patriarcale dove cresce Bombal e dove inserisce le sue
protagoniste, le donne non possono esprimersi attraverso la parola, ma solo con
il rimuginio infinito e la gestualità, i silenzi, le fughe. Nei racconti di
Bombal, i matrimoni sono ritratti come trappole. Gli spazi che in un matrimonio
occupano donne e uomini sono diversi: gli uomini possono vagare all’esterno,
andare a caccia; le donne sono relegate alla casa. Tutto nella narrativa di
Bombal si trasforma in oggetto simbolico di reclusione: la casa, la nebbia, il
sudario, le trecce, e l’ala del racconto Las Islas Nuevas. “Poi mio marito mi ha
costretta a raccogliere quei capelli stravaganti, perché devo sforzarmi di
imitare in tutto e per tutto la sua prima moglie, la prima moglie che secondo
lui era una donna perfetta”. Ma le donne ritratte da María Luisa trovano una
forma di emancipazione nella cura maniacale del pensiero che si trasforma in
scrittura, e si domandano:
> “Perché, perché la natura della donna dev’essere tale da far sempre di un uomo
> il centro della sua vita? […] Il destino delle donne è arrovellarsi su una
> pena d’amore, in una casa ordinata, davanti a un ricamo incompiuto”.
Il sudario avvolge la protagonista di La amortajada (in italiano, “Avvolta nel
sudario”), donna ormai defunta che in uno sdoppiamento mente-corpo (la prima
cosciente, il secondo defunto), mette in rassegna la sua intera vita. Questo
bilancio avviene attraverso il presenziare al suo capezzale di diverse persone
che hanno fatto parte della sua esistenza, in particolare tre uomini: Ricardo –
il primo amore indimenticabile –, Fernando – l’uomo che lei non è mai riuscita
ad amare – e Antonio – il marito infedele. In questa veglia funebre tornano
tutti i temi cari a Bombal, soprattutto il disappunto di una vita vissuta alle
dipendenze di uomini e l’insoddisfazione costante, l’idea di una vita mediocre
che va accettata come irrimediabile:
> “Forse la vera felicità sta nella convinzione di aver perso irrimediabilmente
> la felicità. Allora cominciamo a muoverci nella vita senza speranze né paure,
> capaci di godere finalmente di tutti i piccoli piaceri, che sono i più
> duraturi”.
E poi la morte, che, come detto precedentemente, è il polo che attrae
continuamente le protagoniste di Bombal. “I latinoamericani pensano alla morte
tutto il giorno”, ha detto lo scrittore Juan Rulfo. Entrambi avevano “una
visione violenta e lirica del mondo”, come ha ammesso Bombal dopo aver letto il
capolavoro di Rulfo, Pedro Páramo. Nel loro ultimo incontro, alla Società degli
Scrittori Cileni nel 1972, dove entrambi furono premiati, Rulfo confidò a Bombal
che la lettura della sua opera gli aveva ispirato diverse immagini e percorsi
legati a Comala. Rulfo sarà a suo modo ispiratore di Cent’anni di solitudine di
Márquez, autore che a soli vent’anni aveva esordito con il racconto di un
bambino morto che continua a crescere nella sua tomba, un cadavere cosciente
come la protagonista di Avvolta nel sudario.
È evidente come nel racconto di María Luisa Bombal ci siano due tipi di morte:
la morte che soffrono i vivi – persistente e logorante – e la morte dei morti,
la morte totalizzante. Quest’ultima morte riesce a essere contemporaneamente
dolce abbandono e orrida mascherata, messa in scena come in un racconto di Poe:
> “Ci sono povere donne sepolte, perse in cimiteri immensi come città – e,
> orrore, perfino con strade asfaltate. E nei letti di certi fiumi dalle acque
> nere ci sono suicide che le correnti colpiscono incessantemente, corrodono,
> sfigurano e colpiscono. E ci sono bambine appena sepolte, che parenti ansiosi
> di trovare a propria volta spazio libero in una cripta stretta e buia riducono
> e riducono fino quasi a cancellarle dal mondo delle ossa. E ci sono anche
> giovani adultere che appuntamenti incauti attirano in quartieri appartati e
> che una lettera anonima fa sorprendere e giacere con un colpo di pistola sul
> petto dell’amante, e i cui corpi, profanati dall’autopsia, vengono abbandonati
> per giorni e giorni all’infamia della morgue”.
Persino Borges dovrà ammettere che l’esperimento di Bombal – da lui inizialmente
messo in dubbio – si rivelerà straordinariamente riuscito: inquieto, carico di
una sensibilità per gli oggetti quotidiani e gli elementi naturali che ricorda
certe poesie di Emily Dickinson, feroce ritratto di donne stregonesche, un
“libro che la nostra America non dimenticherà”[7].
Poche pagine María Luisa Bombal ha lasciato al mondo: dopo averle lette rimane
come l’eco d’un sogno, il tentativo di trovarne altre oltre il manto di nebbia,
come quando si era incoscienti, il sole illuminava tutto, tutto era esaudito.
Forse Bombal ha cercato la soddisfazione dell’eterno, ha tentato di fantasticare
davanti ad altre pagine e tutte le volte si è ripetuta non ce ne sono più “ma di
questo sognerò più tardi”.
Leonardo Di Giorgio
--------------------------------------------------------------------------------
[1] Carolina Melys, «María Luisa Bombal. La soledad de la escritora», Letras
Libres, 15 agosto
2017, https://letraslibres.com/revista/maria-luisa-bombal-la-soledad-de-la-escritora.
[2] Biblioteca Nacional de Chile, «Eulogio Sánchez», Memoria
Chilena, https://www.memoriachilena.gob.cl/602/w3-article-92549.html, traduzione
mia.
[3] Carolina Melys, «María Luisa Bombal. La soledad de la escritora», cit,
traduzione mia.
[4] Ivi
[5] Ivi
[6] Ivi
[7] Jorge L. Borges, Postfazione a L’ultima nebbia di M.L. Bombal, Edizioni Sur,
Roma 2026, p.219.
L'articolo “Forse la vera felicità sta nella convinzione di aver perso la
felicità.”. La narrativa onirica e funerea di María Luisa Bombal proviene da
Pangea.
Tag - Letterature
I
Da qualche tempo la notte porta con sé questo velo umido che mi incastra al
lenzuolo, mi fa sentire malato, madido di colpa. È settembre, ma tutto questo
non può essere normale. C’è da dire che ieri sera ci ho messo del mio: la stanza
gira, il fiato sa ancora di alcol, sono le undici di mattina e nessuno mi ha
cercato. Mi affaccio alla finestra e la Polo è ancora lì. È storta sul
marciapiede, con la targa anteriore appoggiata a un paletto di metallo.
Arrivo in bagno che sono già nudo, mi stendo nella vasca e faccio scendere
l’acqua, caldissima. Da quando ho avuto l’incidente ho preso una quindicina di
chili: il mio corpo mi piace talmente poco che anche quando faccio la vasca tiro
indentro la pancia, perché non riesco a sopportarmi. Per il grasso sui fianchi
c’è poco da fare: Dio non ci ha dato muscoli da flettere in quella zona.
Mi sto asciugando i capelli quando vedo il telefono vibrare. È Filippo. È il
proprietario della Polo, abita a due vie di distanza, e ieri sera era ancora più
ubriaco di me, al punto da avermi fatto guidare, in un impeto di razionalità. È
il mio migliore amico.
«Sergio, la macchina è ancora lì?»
«Sì coglione, se ti muovi fai ancora in tempo a spostarla prima che ti fanno la
multa»
«Arrivo».
Filippo fa la guardia giurata non armata. In sostanza, si tratta di prendere il
lavoro più sfigato possibile e rimuovere anche l’unico elemento di interesse, la
pistola. Una sorta di castrazione preventiva, che nel caso di Filippo non mi
sento di sconfessare totalmente. Si presenta trafelato sotto casa mia con
pantaloni bianchi gessati, una camicia simil-hawaiana, occhiali tondi modello
Antonio Gramsci.
Tira fuori le chiavi e saliamo sulla Polo. È già quasi mezzogiorno e nessuno dei
due ha ancora fatto colazione; gli propongo di andare all’all you can eat, a
celebrare l’ennesima festa triste delle nostre vite disgustosamente marginali.
Mi fa male l’anca e mi aggiusto sul sedile. Due anni fa un pazzo mi ha tirato
sotto con un Classe G, mi ha trascinato per mezzo chilometro, poi mi ha lasciato
per strada credendo che stessi per morire. Gli abbiamo fatto il culo e mi ha
dovuto dare centoventimila euro di risarcimento, per il danno biologico e
l’invalidità parziale che mi ha cagionato. Da allora ho tutto il tempo del mondo
per autodistruggermi.
Il ristorante è vuoto e ci sistemiamo nel solito separé dagli arredi
finto-giapponesi. «Prendiamo due Asahi da 66 e due bocce di sakè caldo». Appena
arriva il sakè, Filippo butta giù d’un sorso il primo bicchierino ed emette un
suono di soddisfazione, simile all’onomatopea di uno sparo per come potrebbe
pensarla un bambino di otto anni.
L’euforia dura poco. Dopo pochi minuti, Filippo comincia a lamentarsi di come
abbia mandato gli ultimi pezzi che ha scritto a una piccola etichetta
indipendente, che non gli ha mai risposto, dopo aver manifestato un tiepido
interesse iniziale. Anche io per alcuni anni ho tentato di fare il cantante.
«È come se queste persone non si rendessero conto che giocano con la vita delle
persone», lo aizzo col nigiri in bocca.
«Io, Sergio, sono stanco di inseguire questi pezzi di merda, però se faccio solo
la guardia mi ammazzo».
Mi limito a pensare che la tentazione di ammazzarmi ce l’ho anche senza fare la
guardia, per giunta senza pistola, e intanto inzuppo troppo a lungo la palletta
di riso nella salsa di soia.
La cameriera romena in livrea asiatica continua a portare sakè incalzata da
Filippo. Non è neanche l’una e siamo entrambi già piuttosto alticci, in quello
stato di ubriachezza prandiale a metà tra il sonno, l’euforia e il volo planato,
così diverso dalle sbronze serali. Filippo beve più di me e ordina una ferale
grappa alla rosa. Io gioco con le afte che ho in bocca e, dopo i sudori
notturni, scorgo in esse un altro motivo per temere di aver contratto l’HIV. Che
poi nessuno lo chiama così: c’ho l’AIDS, ad andà con lei ci pigli l’AIDS, un
c’avrai mica l’AIDS.
Filippo è lì che continua a parlare dell’etichetta, delle registrazioni in
analogico, delle nostre ridicole, velleitarie, comprensibilissime frustrazioni,
ma io me lo sento, stavolta c’ho l’AIDS. L’ho presa a giugno con l’amica di
Ester. Tutto il litio di questo mondo non può stabilizzarmi al punto da ignorare
questa verità fondamentale.
«Pippo ascolta, secondo te c’ho l’AIDS?».
*
II
Ci alziamo e paghiamo. Io erodendo ancora le mie finanze di invalido, lui il suo
ridicolo stipendio, che rende di fatto obbligatorie innumerevoli ore di
straordinario. Filippo barcolla e si sbottona la camicia floreale, scoprendo la
pancia; poi si lascia scappare che in teoria dovrebbe essere a casa, in
malattia. Mi scappa un sorriso – non sono ancora l’ultimo della classe.
Usciamo dal ristorante e il caldo dei primi giorni di settembre ci investe, dopo
l’aria condizionata del locale. Le strade sono vuote, si schiva qualche padrone
col cane, un avvocato in pausa pranzo grondante nel completo scuro. Io e Filippo
sembriamo due personaggi di un film che probabilmente esiste solo nelle nostre
teste, e che per le altre persone è una realtà fatta di aggettivi e sostantivi
che non siamo sicuri di voler conoscere. Quando eravamo ragazzi questa
sensazione di separazione dagli altri ci creava una strana esaltazione, come
appunto essere a parte di una storia non condivisa, solo nostra. Poi, a furia di
non condividere, siamo finiti ad essere diversi per davvero, e in momenti come
questo ne sentiamo di colpo tutto il peso.
Andiamo a prendere il caffè al circolo ARCI Piero Pieri, ma finiamo per bere
ancora. Nel cuore dei quartieri industriali, ci sistemiamo in un
piccolo dehors incastonato tra i muri alti e scrostati, con le sedie bianche di
plastica e i tavolini della Sammontana. C’è un vecchio secco con la camicia a
quadri che fuma. Davanti a lui, un tizio poco più giovane, alle ultime fatiche
prima della pensione. La sua polo blu di una ditta idraulica è chiazzata di
sudore.
I due parlano del ragazzo ucciso pochi giorni prima. Fuori dal circolo uno
striscione ricorda Jonathan, con la data della sua morte e la promessa di
giustizia ad ogni costo. Ad un certo punto non resisto dall’intervenire,
scagliandomi anche io contro la piaga degli sputapalline tunisini che hanno
rovinato la nostra bella città. Subumani, prodotto deteriore della cultura
islamica e rappresentazione plastica della sua radicale incompatibilità con i
nostri valori. «Questi non hanno voglia di lavorare», fa l’idraulico, e io e
Pippo assentiamo con slancio, finendo le nostre grappe.
Mi sento un po’ stupido perché la verità è che io non odio nessuno. Mi piace far
arrabbiare le persone, ma quando quelle stesse cose che normalmente mi procurano
l’indignazione altrui vengono accolte apertamente, scopro che dirle non mi dà in
alcun modo la stessa soddisfazione. Io, sembrerà una cosa un po’ da frocio, non
sono mai riuscito a odiare davvero nessuno se non me stesso. Non so perché, sarà
l’educazione cattolica; più probabilmente, perché penso di essere talmente
incredibilmente in gamba che ogni cosa brutta che mi succede devo averla in
fondo causata io, com’è come non è.
Ad alzarmi dalla sedia di plastica per andare a pagare sento che sono davvero
ubriaco. Filippo strascica le parole, e ciondola appoggiandosi al tavolino dei
vecchi. Io raggiungo il bancone di metallo e allungo venti euro di carta alla
barista. Intuisco la forma delle mutande dentro i leggings neri, il tatuaggio
per la nipote con la data di nascita che spunta sul braccio sinistro. Sfodero il
mio miglior sorriso ma è evidente che la donna non vede l’ora che andiamo via.
C’è qualcosa nel modo in cui la guardiamo che odora di voglia e di bisogno.
«Andiamo da Ester» propongo a Filippo. Ester ha ventun anni, lavora al
ristorante del mercato che ha la cucina sempre aperta ed è pieno di turisti che
vogliono pranzare alle undici e cenare alle cinque. È molto bella. I padroni del
ristorante la tengono praticamente solo per farle i reel mentre serve i clienti.
Lei è nera di quel tipo rassicurante, caffellatte, con gli occhi materni.
Proietta indubbiamente un’immagine di inclusività su tutto il locale, che dico,
su tutto il mercato, su tutta la città. Che ci sia una Ester ad ogni incrocio,
una Ester ogni venti cameriere, perdio! Io e Filippo l’abbiamo conosciuta una
sera che smontava e ci abbiamo fatto nottata a bere. Lei preferisce Filippo, ma
io mi contento della sua amicizia, e che la gente creda che stiamo insieme
quando la accompagno a casa dopo il lavoro.
Quando usciamo dal circolo ARCI la canicola è allucinante. È ormai metà
pomeriggio, siamo completamente ubriachi, la calura sembra promanare
dall’asfalto insieme alle blatte. L’erba che sbuca tra i marciapiedi e nelle
squallide aree di vegetazione urbana è completamente secca. Su tutto il
quartiere aleggia un odore di piscio e come una stretta soffocante alla gola, di
fumo e cloro.
La Polo grigia è poco lontana: l’orgoglio di Pippo, frutto dei suoi
straordinari.
Il tragitto dal circolo al mercato è breve, pochi minuti in auto. Faccio appena
in tempo a salire dal lato del passeggero che Filippo parte, senza neanche che
io abbia finito di chiudere la portiera. Anche se abbiamo trent’anni siamo
esaltati, sembriamo degli adolescenti. «C’è voluto dell’impegno ad invecchiare
senza diventare adulti, Pippo». Nel mentre armeggio col bluetooth della macchina
e faccio partire Battiato. Ma il siciliano ci rompe presto i coglioni, e lo
facciamo ritornare nel suo paradiso sufi del cazzo. A quel punto Filippo
comincia a pensare alla sua ex e piazza Superclassico di Ernia, mentre guida in
maniera indicibile ormai prossimo alle lacrime.
Davanti all’ospedale ci incolonniamo nella lunga fila per girare a destra e
avvicinarci al centro. Levo a Filippo il telefono dalle mani e faccio per
mettere un pezzo dei Morphine. Filippo però lotta e con la mano destra tenta di
riprendere il telefono per impedirmi di cambiare canzone, mentre con la sinistra
tiene la mano sul volante, pronto a scattare alla luce verde del semaforo.
«È verde!»
*
III
«Non accettate pagamenti con la carta?»
L’accento partenopeo del pizzaiolo è irresistibile. Conscio di trovarmi in una
situazione stereotipica, me ne beo e, trascinando fuori la mia quattro formaggi
con salsiccia, esco in cerca di contante.
«Pippo, hai dieci euro di carta?»
Filippo mi guarda con aria allucinata mentre, appoggiato a uno dei tavolini
esterni della pizzeria, solleva gli occhi dalla constatazione amichevole che sta
compilando.
Al semaforo ci è un po’ sfuggita la frizione e abbiamo preso in pieno la moto
davanti. Ne è sceso un calabrese pelato, pieno di tatuaggi, anche in volto; la
persona più genuinamente gradevole di questo mondo, al contrario della compagna,
che ha invece finto complicazioni mediche di ogni sorta. Entrambi hanno però
fortunatamente accettato di non richiamare l’attenzione delle forze
dell’ordine.
«Grazie Rosario, grazie di cuore», faccio al pelato. Rosario mi dà di gomito e,
preso il contatto di Filippo e calmata la falsa invalida, sfreccia via.
«Ne vuoi un po’?»
A Filippo gira palesemente il cazzo, ma una fetta di pizza la prende lo stesso.
Mangiamo in silenzio la quattro formaggi nei tavolini che danno sul viale
dell’ospedale, coi fumi delle auto e il caldo a incollarci la pelle. Ormai è
quasi sera, e anche se non sembra è quasi autunno.
Una notifica sul telefono mi ricorda della partita. È quel prete, don Enrique.
Argentino, non trova niente di meglio da fare che cercare di evangelizzare alla
vecchia maniera: con il calcio. Rimesso in piedi Filippo facciamo un rapido
salto a casa a cambiarci e infilarci gli scarpini. Mi porta Filippo, mi aspetta
giù, poi faccio lo stesso sotto casa sua, e andiamo al campo. Ci viene da
vomitare, ma il dovere è dovere.
Qui però non ci sono oratori, e non ci sono bambini. Ci sono trentenni persi
come me e Filippo, c’è un poliziotto con il figlio che non vede mai, c’è una
nutrita schiera di peruviani che parlano solo in spagnolo e solo fra loro. Un
cinquantenne palesemente destrorso fa da coach. A volte si presenta con una
maglia con scritto “Dio, patria, famiglia”, attirandosi sguardi a metà tra
l’astioso e l’incuriosito. Di fronte a queste attenzioni, noi a volte ci
vergogniamo della natura così palesemente confessionale della nostra compagine.
Gli avversari sono, come sempre, molto più agguerriti. Hanno i tatuaggi con le
carpe giapponesi o con le clessidre, le maglie attillate. Quasi tutti hanno
corpi scolpiti, quelli sovrappeso rimediano con più tatuaggi, tagli di capelli
improbabili, scarpe verdi fluo.
Mentre facciamo i giri di campo di riscaldamento, il tramonto trafigge il cielo
di un ricordo, una promessa di semplicità andata perduta. La città sembra quasi
bella nella gloria del calasole, e i prati incolti accanto al terreno da gioco
si riempiono della prima umidità di settembre. Ancora quindici anni fa, questi
erano i giorni prima che tutto ricominciasse; ora, tutto è già finito. Quello
che sto vivendo, mi dico, è un capitolo aggiuntivo e non necessario; i
personaggi principali della mia vita hanno completato il loro arco narrativo, o
se ne sono andati. Restano da sbrigare alcune questioni minori, ma il grosso è
fatto, la Messa è finita, e sarebbe forse dignitoso andarsene, piuttosto che
rimanere a pregare davanti a un altare spoglio.
La partita è un incubo. Ho come dirimpettaio sulla fascia un ragazzino di
vent’anni, che sembra aver capito perfettamente con chi ha a che fare, e mi
aggredisce con ferocia ogni volta che ricevo palla. Il più delle volte perdo il
possesso, e sono costretto a fingere di inseguirlo mentre si invola verso la
nostra area.
Dopo una ventina di minuti ne ho abbastanza e chiedo il cambio. Le gambe mi
tremano, le tempie pulsano della disidratazione di tutta una giornata. Mi butto
contro la rete di recinzione e mi metto a guardare il cellulare,
disinteressandomi della partita e della prestazione di Filippo, che pure non sta
sfigurando nonostante gli eccessi. L’anca sinistra mi fa male; il ginocchio
sbucciato e pieno di sangue rosso vivo mi ricorda della mia paventata
sieropositività. Guardo su internet gli orari del centro prelievi, e decido di
andare domani, appena sveglio: non posso più rimandare, devo sapere.
Fatta la doccia, chi può rimane per il classico panino dopo la partita. Andiamo
sempre al solito punto ristoro adiacente al campo, ricavato in una specie di
prefabbricato con davanti cinque o sei tavoli di legno. Nonostante faccia fresco
e sia ormai buio, ci sediamo tutti fuori: i peruviani tra loro, io e Filippo
vicino al coach, don Enrique di fronte. È passato a trovarlo un altro prete. Ha
l’abito talare bianco, con la fascia nera; parla con un fortissimo accento
francese.
«In Gabon va molto bene», dice entusiasta il prete. «Abbiamo tanti bambini per
la scuola e anche qualche vocazioni. La cosa peggiore sono le zanzare, che non
si riesce a dormire e bisogna stare attenti alla malaria». Poi si mette a
raccontare a don Enrique di come sopravvivono quando nel villaggio va via la
luce, a volte anche per giorni. È l’ultima sera in Europa per don Rémy. Domani
mattina, dice, probabilmente nei minuti in cui io sarò in coda all’ospedale,
prenderà l’aereo e tornerà in Africa. Ammetto di non aver mai visto un uomo così
genuinamente felice in tutta la mia vita.
Io sono mai stato felice? Me lo chiedo mentre Filippo mi riporta a casa e vedo
scorrere nella notte le strade che dalla periferia portano al centro, con i
soliti oleandri seccati, i soliti semafori, i soliti oceani di silenzio. Anche
il passato mitico che vagheggio non era altro che una sorta di feroce lotta per
la vita, in cui avevo momentaneamente pescato delle buone carte. Ho cercato con
tutto me stesso di rimanere aggrappato ai miei desideri, ai miei affetti, a
tutte quelle cose create che potessero farmi sentire vincente, amato, riempito.
Mi sembra però che il destino dell’uomo sia perdere, perdere tutte le cose prima
o dopo, fino a rimanere completamente nudo, completamente solo.
Credo anche che l’infelicità derivi in qualche modo dall’opporsi disperato che
ognuno di noi fa a questa continua, inoppugnabile perdita. Per un po’ di anni il
saldo è in credito o in pari, e si ha l’illusione che il gioco valga la pena.
Poi arriva una perdita diversa dalle altre, che strappa il velo ai giorni, che
non può e non vuole essere compensata, che urla nelle notti fino a scorticarle,
fino a far intravedere il non senso. A quel punto l’unica soluzione è lasciare
la presa.
Don Rémy, però, il prete francese che domani torna in Africa, ha trovato il modo
di fottere tutti e suicidarsi restando vivo. Cos’è il suicidio se non perdere,
dopo tutto il resto, anche se stessi? Vivere degnamente vuol dire non lasciare
impronte sulla terra. Lo si può fare perché si resta appesi per il collo, o
perché si è imparato a viaggiare molto leggeri.
Abbraccio Filippo e gli auguro la buona notte, poi chiudo lo sportello della
Polo. Dalla strada vuota arriva un soffio di umidità e un lontano odore di
pizzeria; penso a domani mattina. Ho un po’ meno paura.
Eugenio Sournia
*Eugenio Sournia vive, scrive, lavora a Livorno. È stato il leader dei Siberia,
con cui ha pubblicato tre dischi. Nel 2023 ha pubblicato l’EP “Eugenio Sournia”,
con cui ha vinto il Premio Ciampi. Lo ascoltate, in parte, qui.
In copertina e nel testo: fotografie di Walker Evans (1903-1075)
L'articolo Restare vivi. Un racconto di Eugenio Sournia proviene da Pangea.
Il quaderno grigio di Josep Pla (Settecolori, 2025) è molto più di un diario: è
un’opera-soglia della modernità europea, un testo labirintico in cui l’io si
costruisce attraverso l’osservazione del reale. Per Javier Cercas è stato il
“diario più influente del XX secolo: l’Iliade dell’uomo comune”, mentre per Mario
Vargas Llosa è un monumento letterario unico nel suo genere. L’opera si presenta
infatti come una sorta di Zibaldone catalano, scritto tra il 1918 e il 1919 e
rielaborato fino al 1966, che diventa l’incipit dell’immensa opera omnia di Pla
(tra gli autori più curiosi e interessanti della sua generazione) trasformando
l’ordinario in letteratura grazie a una prosa limpida, mediterranea, ironica e
sensoriale. Settecolori restituisce così al pubblico italiano un classico del
Novecento, valorizzandone la portata culturale. Amato da Vargas Llosa, lodato
dai principali criticità europei con questo testo Pla, consegna al catalano il
massimo capolavoro moderno. Per comprendere lo spessore di quest’opera abbiamo
intervistato Xavier Pla, professore dell’Università di Girona, massimo esperto
dello scrittore catalano e autore della migliore biografia sul suo omonimo (Un
cor furtiu. Vida de Josep Pla, Ediciones Destino), che, senza agiografie né
moralismi, ricostruisce con rigore l’uomo dietro il mito, illuminando il legame
profondo tra vita, scrittura e storia.
Come presenterebbe la figura di Josep Pla al lettore italiano?
Non è facile presentare ai lettori italiani un personaggio tanto eccessivo e
affascinante quanto, allo stesso tempo, contraddittorio e sfuggente come il
catalano Josep Pla. “Scrisse. Visse. Amò”: fin da giovane, Pla non smette di
pensare ai tre verbi in italiano che Stendhal fece incidere sull’epitaffio della
propria lapide nel cimitero parigino di Montmartre. Nato nel 1897 e morto nel
1981, Pla ha vissuto nell’Empordà, una comarca catalana nota per la Costa Brava,
per la bellezza dei suoi paesaggi e dei suoi borghi medievali, ma anche per le
sue radici iberiche, greche, romane e mediterranee. Pla si è dedicato con
passione alla letteratura e al giornalismo per sei decenni. Grazie alla sua
straordinaria vitalità, si può dire che sia stato un autentico “grafomane”,
arrivando a pubblicare circa settemila articoli e centoventi libri. Era una
penna polemica, ha partecipato a tutti i dibattiti ideologici, culturali e
letterari della Barcellona del Novecento. Per il carattere provocatorio,
insolente e ironico, si è attirato molti detrattori, come quando ha avanzato la
proposta di abbattere la Sagrada Familia o la statua di Cristoforo Colombo sulle
Ramblas di Barcellona. Tuttavia Pla è anche un autore iconico e carismatico, che
ha sempre avuto un grande successo di critica e di pubblico raggiungendo una
vera dimensione popolare grazie ai suoi articoli, ai ritratti biografici di
architetti come Antoni Gaudí, ai libri sulla cucina domestica e alle cronache di
viaggio che spaziano da piccoli centri come Cadaqués fino alle grandi capitali
internazionali come Parigi, Berlino o New York. In Catalogna, Pla è una
leggenda: il suo nome e i suoi aneddoti compaiono giorno dopo giorno sulla
stampa, è presente nei programmi scolastici, non c’è ristorante che non lo citi
nel menù e tutti i grandi chef dei ristoranti Michelin lo rivendicano come “il
profeta della dieta mediterranea”. Ma, come il suo grande amico Salvador Dalí,
Pla è anche un uomo contraddittorio.
Mi spieghi meglio…
Se Dalí obbligava il pubblico a soffermarsi sui suoi baffi, Pla si nasconde
dietro la sua maschera più celebre: quella del payés catalano, portatore di una
saggezza virgiliana. È stato un uomo ironico e dissacratore, materialista,
talvolta amorale, talvolta misogino, talvolta cinico, che non si presenta mai
come scrittore ma soltanto come “un uomo che scrive”, come “un rústico
sofisticado por la cultura”, che tenta di fare una letteratura nient’affatto
letteraria, ma che scorra con naturalezza, seguendo la massima del conte de
Buffon: “un uomo è il suo stile”.
E come autore?
Come scrittore, si potrebbe dire che Pla abbia anticipato alcuni tratti del
nostro tempo, come la non-fiction e l’autofiction. Ha scritto sempre in prima
persona, non si sentiva a suo agio nel romanzo d’invenzione, ha pubblicato
essenzialmente opere autobiografiche: memorie, autoritratti, diari, biografie,
cronache politiche e giornalistiche, reportage di viaggio, eccetera. La sua
posizione critica nei confronti del romanzo gli procurò molte contestazioni,
soprattutto per due affermazioni spesso ripetute: per Pla “chi legge romanzi
dopo i quarant’anni è un cretino”; a suo giudizio “il romanzo è il genere
infantile degli adulti”.
Soprattutto, credo sia necessario sottolineare il suo sguardo sensuale e
mediterraneo. Pla è uno scrittore essenzialmente paesaggista: la sua retina
ultrasensibile sa restituire con straordinario lirismo la bellezza del paesaggio
e del mare, al punto da poter scrivere un saggio sul vento o dedicare mezza
pagina al colore di una foglia d’ulivo.
Che rapporto aveva con la sua terra, sulla quale scrisse in modo così memorabile
in “Viatge a a la Catalunya”?
Per Pla, la Catalogna è un’ossessione permanente, che si concentra sul
paesaggio, sulla gente e, soprattutto, sulla lingua catalana. I suoi sforzi sono
dedicati alla modernizzazione del catalano, con l’obiettivo di allontanarlo dal
dialettalismo e dal regionalismo e di farne una lingua nazionale paragonabile
allo spagnolo, al francese o all’italiano. La grande ferita della sua vita,
destinata a lasciare cicatrici morali profondissime, fu l’essersi schierato con
i franchisti durante la guerra civile e il constatare amaramente che coloro ai
quali aveva dato il proprio appoggio vietarono l’uso pubblico della lingua
catalana, bruciarono libri e biblioteche, chiusero le case editrici e i giornali
in catalano ed eliminarono il catalano dalle scuole. Pla rimarrà per sempre
segnato da questa scelta, ma la sua fedeltà alla lingua catalana e il suo
ostinato proposito di sfruttare ogni spiraglio della censura franchista per
recuperare quella letteratura gli faranno conquistare, fino a oggi, la
complicità dei settori progressisti e delle giovani generazioni.
Xavier Pla insegna all’Università di Girona
Che cos’è Il quaderno grigio? Quale posto occupa all’interno della produzione
letteraria del suo autore?
È un diario di gioventù, ma in realtà è il libro di un’intera vita, che non è
stato pubblicato fino al 1966, quando Pla aveva ormai quasi settant’anni. Esiste
un quaderno reale, quasi telegrafico, una sorta di aide-mémoire che il giovane
Pla scrisse negli anni 1918 e 1919 e che in seguito riscrisse, ampliò
e letterarizzò. A mio avviso, Il quaderno grigio racconta la storia della
nascita di uno scrittore. Il protagonista è Pla e non è Pla. Lo si può mettere
in relazione con strategie utilizzate da Pessoa o da Pirandello. È la storia
della formazione di un’identità che si sdoppia, che si costruisce attraverso la
scrittura, all’interno della letteratura. È infatti molto chiaro che non si
tratta soltanto di un’opera giovanile, ma di un testo riscritto nella maturità,
nel quale Pla dà forma a una storia paragonabile a un romanzo di formazione, a
un vero Bildungsroman, in cui il protagonista impara a leggere e a scrivere,
impara a essere uno scrittore. È il giovane che avrebbe voluto essere? In ogni
caso, è l’immagine che vuole lasciare fissata del giovane che forse fu: una
versione sublimata del proprio io.
Aprendo il diario con l’università di Barcellona chiusa a causa della “influenza
spagnola”, Pla sceglie con grande intuito un fatto collettivo trascendentale
della Storia, ma che lo riguarda personalmente. Così, le prime riflessioni sulla
letteratura nascono sotto il segno della morte. Pla associa la letteratura alla
sensazione di vivere con la morte, di aver fatto esperienza della morte, della
morte degli altri, simboleggiata dall’epidemia. Ma, oltre alla paura di morire a
causa della malattia, vi sono anche altri timori che si configurano come
sottotrame del diario: la paura di non avere denaro, esemplificata da un padre
che si rovina con affari mal gestiti; la paura delle relazioni sociali, dovuta a
una timidezza estrema, fondata soprattutto sul timore dei rapporti con le donne
e sul ricorso sbrigativo alla prostituzione; e, naturalmente, la paura di non
arrivare mai a saper scrivere, rappresentata dai dubbi costanti su concetti come
la sincerità letteraria o le difficoltà dello stile. Alla fine, in una sorta
di happy ending, Pla supera queste paure e comincia a scrivere un diario, che è
il libro che il lettore ha tra le mani.
Non lo sembra, ma è un libro assai elaborato a partire dai modelli letterari di
Pla: Michel de Montaigne, il grande moralista conservatore e fondatore del
genere saggistico; Stendhal, il romanziere che più lo interessò per la sua
indipendenza personale e la nonchalance, ma soprattutto per il gusto per i
dettagli minuti, quelli che producono un effetto di realtà; e, naturalmente, il
grande autore del suo tempo, Marcel Proust, scrittore dell’introspezione e della
memoria. A questi si potrebbe aggiungere un grande romanziere in lingua
spagnola, Pío Baroja, completando così il mondo letterario di Pla al momento
della stesura del Quaderno.
Ma non posso tralasciare un’ultima, fondamentale riferimento: uno dei suoi
autori prediletti…
Chi?
Leopardi. Credo, infatti, si possa sostenere che Pla, con Il quaderno grigio,
abbia voluto scrivere un nuovo Zibaldone.
Nel contesto ideologico e culturale della Spagna dei primi decenni del
Novecento, come e dove si colloca Pla?
Pla è un importante cronista dell’attualità politica catalana, spagnola ed
europea. Il potere lo interessa, anche se lo disprezza. Dal punto di vista
ideologico è un catalanista conservatore e pragmatico, vale a dire qualcuno che
ricerca per la Catalogna un regime politico di massima libertà, e che nel tempo
è passato dal separatismo al nazionalismo moderato e infine al regionalismo
durante la dittatura franchista. Ha il talento di trovarsi sempre nel momento e
nel luogo decisivi: poté intervistare Mussolini a Roma nel 1922 e, dopo una
prima impressione, lo considerò un semplice “venditore di fumo”. Parlò anche con
Hitler nel novembre del 1923, poche ore prima del celebre putsch in una birreria
di Monaco. L’esperienza dell’iperinflazione tedesca durante la Repubblica di
Weimar lo influenzò profondamente e lo aiutò a sviluppare un pensiero economico
di matrice keynesiana. Tornò dal viaggio a Mosca nell’estate del 1925 convinto
che il regime sovietico fosse destinato al fallimento e che il comunismo avrebbe
reso i cittadini più poveri. Si trovava a Madrid il 14 aprile 1931, quando fu
proclamata la Repubblica spagnola, e assistette con sgomento all’incendio delle
chiese. Il 26 gennaio 1939 era a Barcellona insieme alle truppe franchiste che
occupavano la città. Pla fu certamente un sostenitore dell’ordine, ma con un
criterio fortemente indipendente. Non si legò mai a nessuno. Né repubblicano né
monarchico, durante la guerra civile spagnola appoggiò i franchisti; tuttavia
non lodò mai alcun totalitarismo e tanto Hitler quanto Stalin, Franco o
Mussolini gli provocarono una vera e propria repulsione fisica.
“Così, quanto più si mostra, tanto più si nasconde. Questa è una delle grandi
paradossi della sua vita”, scrive lei a proposito dell’autore. Parliamo
dell’uomo Pla: com’era il suo carattere e quali esperienze ne hanno segnato il
destino?
Fin dall’inizio, la personalità di Pla mi appare scissa, disgregata, sfocata.
Pla è sempre doppio: timido e sfrontato, cinico e sentimentale, egoista e
generoso, localista e cosmopolita. La timidezza è molto evidente, e gli sforzi
per superarla, per esorcizzarla, sono enormi e visibili a tutti. Si nasconde, ma
ama farsi notare, esibirsi. Pla sembra incarnare uno dei migliori aforismi di
Nietzsche, l’autore che ha esercitato su di lui la maggiore influenza negli anni
della formazione. In Al di là del bene e del male, il filosofo tedesco scrive:
“Parlare molto di sé è anche un modo per nascondersi”. Così, quanto più parla di
sé, tanto meno dice di sé stesso. Questa è una delle grandi paradossi della sua
vita e una delle maggiori difficoltà nello scriverne la biografia. Credo infatti
che Pla sia un personaggio di tipo faustiano.
Cosa lo avvicina al personaggio goethiano?
Il fatto che Pla è disposto a patteggiare con il diavolo pur di essere
scrittore. È sempre pronto a vendere la propria anima se in cambio ottiene la
letteratura e il riconoscimento del mondo. La figura di Faust, poi, lo
ossessiona: per lui il Faust di Goethe è una delle più profonde esplorazioni
dell’individualismo contemporaneo, fondato sul cinismo e sull’amoralità.
Che rapporto ha con la scrittura?
Pla è consapevole che questa vocazione lo spinge in modo esclusivo e ossessivo
ad abbandonare tutto per la essa. La “diabolica mania di scrivere” che lo
accompagna è la sua scelta di vita. Scrivere è un’attività frenetica e
compulsiva che lo soddisfa, che lo riempie, che colma letteralmente un vuoto
interiore. Scrivere equilibra Pla, lo completa, dà un senso alla sua esistenza.
La letteratura gli crea un’identità stabile e continuativa. Ancor di più: la
letteratura ordina una vita che di per sé è instabile e disordinata. Vive in un
altro. Si consuma nello scrivere e conosce bene i rischi che corre.
Durante il suo esilio — che diede origine alla falsa leggenda secondo cui
sarebbe stato una spia — visitò l’Italia. Che rapporto ebbe con il Paese e con
la letteratura italiana?
Pla aveva studiato la lingua italiana alla Casa degli Italiani di Barcellona,
come racconta nel Quaderno grigio. La sua passione per la letteratura italiana
lo porta a leggere molti autori, da Dante e Boccaccio fino a Leopardi, ma anche
D’Annunzio e Pirandello. Quando però arriva per la prima volta in Italia, nella
primavera del 1922, rimane profondamente colpito dal contatto con la società del
Paese transalpino. Più che i musei, Pla preferisce conoscere la gente,
frequentare giornalisti, andare nei caffè, parlare con i camerieri, uscire la
sera. Ebbe persino una fidanzata genovese, Rosetta Lagomarsino, figlia di un
venditore di giornali che gestiva un’edicola in piazza Carignano. Pla scrive con
grande ammirazione dell’intelligenza degli italiani e di ciò che definisce la
loro “freddezza”, ma una parte significativa del suo giornalismo in Italia è
dedicata alla cucina familiare, alla qualità dei vini e alla scoperta del caffè
espresso.
C’è poi la passione per il Mediterraneo. Pla si considerava un “isolomane”, un
amante delle isole. Viaggiò con amici ad Alghero, percorse più volte tutta la
Sardegna e la Sicilia, arrivando fino all’isola d’Elba. In totale visse in
Italia quasi quattro anni. La fase più enigmatica è quella trascorsa a Roma
nella primavera del 1938, in piena guerra civile spagnola, a stretto contatto
con alcuni dei banchieri che finanziavano Franco, come il catalano Francesc
Cambó o il maiorchino Joan March. Nell’estate del 1938 viaggiò fino a Trieste e
si stabilì per alcune settimane nelle allora città italiane di Fiume e Abbazia,
svolgendo attività di propaganda contro la Repubblica spagnola.
Nella sua monumentale biografia lei ha ampiamente utilizzato gli archivi della
Fundació Josep Pla di Palafrugell. Che cosa l’ha sorpresa o colpita di più nelle
sue ricerche?
La famiglia di Pla viveva in un enorme mas — una tipica casa rurale catalana —
fin dal XIV secolo. Lo spazio non mancava. Mi ha colpito constatare che, a
partire dai quindici anni, Pla decise di conservare qualsiasi carta legata al
suo passaggio nel mondo. Non solo manoscritti o documenti letterari o
professionali, ma anche centinaia di ricevute di luce e acqua, pagamenti per
taxi e fattorini, fatture di alberghi e ristoranti, biglietti della
metropolitana, del treno, dell’aereo o della nave, lettere e cartoline,
telegrammi, appunti manoscritti, ricette mediche, biglietti da visita, inviti a
feste, cene o eventi letterari, partecipazioni di battesimo e di matrimonio,
ricordini funebri, volantini di propaganda. Questa sterminata massa di carte
colpisce perché consente di redigere il verbale della vita di un uomo giorno per
giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno. E non è poco.
Questa fattualità possiede un valore morale, soprattutto negli anni della guerra
civile spagnola. La biografia era lì; occorreva darle una forma creativa e
un’interpretazione logica dei fatti. Una biografia è la storia di una vita e
questa storia va raccontata, come ho cercato di fare in Un cuore furtivo.
L’impressione che ricavai da tutta questa documentazione è che Pla pensasse che
un giorno sarebbe stata utile a qualcuno che avesse deciso di scriverne la
biografia. Così è nata la mia, cercando di prescindere, per quanto possibile,
dalla montagna di parole con cui Pla si copriva e si ricopriva.
Per concludere, come ha conosciuto Pla e come è nato il suo interesse per la sua
opera?
Non ho conosciuto Pla personalmente: quando è morto avevo quindici anni. Forse è
meglio così. Per me Pla è, prima di tutto, il piacere della lettura: una
letteratura che rilassa e consola, che, per così dire, è capace di fermarsi un
istante e di rimettere ordine nel mondo. È un autore che si rivela sempre un
ottimo disintossicante, quasi un disinfettante, di fronte alla contraddittoria
attualità e alla fretta con cui tutti viviamo. Come ha detto una volta il poeta
Salvador Espriu, leggere i suoi articoli e i suoi libri è come iniettarsi una
“penicillina mentale”.
Francesco Subiaco
*In copertina: Josep Pla (1897-1981)
L'articolo “L’Iliade dell’uomo comune”. Alla scoperta di Josep Pla, una leggenda
proviene da Pangea.
Lilith, Lina, Alina – torna qui – dove sei? Torna tra noi. È Lilith, la piccola
Lilith, ma è Alina, inseguita da un lupo, o da un branco, la donna dei lupi,
sente la loro fame, i denti, il tuonare del petto, il tremito delle gambe, la
sua corsa è senza tempo, senza limiti, forse li ha seminati, ma li sente
comunque alle calcagna nella foresta fittissima, in cui inciampa e si rialza,
inciampa e si rialza.
Alina corre controvento, si stanca, ma non riesce a smettere di correre. Non è
in strada, è in un bosco illuminato obliquamente dalla luce di un sole pallido.
L’odore delle primule è tanto forte quanto l’umidità. Quando ha iniziato a
correre era inseguita da un lupo, gli è sfuggita, ne sono arrivati altri, è
riuscita a fuggire, ma non ha smesso di correre. Sa che presto il bosco
s’interromperà, vede una fascia più ampia di luce, diventa sempre più ampia,
sempre di più. Alina si ferma, qui la terra è piana, non ci sono piante o
sterpi, comincia una montagna che non può scalare. Dall’alto del monte il
fischio del vento si sparge infilandosi nella sua pelle. Le sembra che il vento
stesso sia un’entità. Una forza che non controlla, che non riconosce umana.
Questa forza di vento le avvolge il viso, scarmigliandole i capelli, si posa
sulle sue spalle. Lei si volta con il cuore che batte forte, si volta per
afferrarla. Vede l’incarnato di una donna anziana, non anziana, antica, un volto
che viene dal tramestio dei secoli, e un corpo bianco evanescente.
Devi salire, dice l’entità.
Non posso, dice Alina.
Devi, ti stanno aspettando.
Dove? E chi?
Gli altri.
Gli altri cosa?
Tutti gli altri ti aspettano là sopra, dove non avrai il fardello.
Quale?
Questa tuta che ora indossi.
Non indosso una tuta.
La indossi.
Mi prenderà il lupo.
Non ti prenderà.
Perché no? Voleva sbranarmi.
L’hai superato. Sopra ti aspettano altre prove.
Quali?
I rapaci.
Non voglio correre questo pericolo.
Lo correrai, non sarà un pericolo, sarà un superamento.
Comincia la scalata con le gambe, le membra pesanti, una fame d’aria. E, dopo,
terrore. Non può continuare. È bloccata. Viene l’allocco e le becca le
caviglie. Alina si scherma, cade a terra, grida al vento: Perché?
Perché sei sciocca, dice lui con la lingua dell’aria, perché non conosci la
misura, e gli animali lo sentono, perciò ti attaccano.
Per questo m’inseguiva il lupo?
Perché eri giovane e innocente, e non avevi difese, dice l’allocco.
John Collier, Lilith, 1887
Alina torna in piedi a fatica, con il sangue alla caviglia destra. L’allocco
vola via in una nube purpurea, si dissolve sulle prime altezze del monte.
Viene il corvo, le strappa via il giubbotto, le becca la pancia, Alina lo caccia
via, lui le becca le braccia, il petto, il cuore.
Basta, urla lei, Perché anche tu mi fai questo?
Perché sei nera, dice lui, guarda nel fondo della tua anima, quest’antica
mestizia, e chiediti a chi e a cosa serva.
Non serve, ma è ciò che provo, io sento questo, esclusione, incomprensione,
solitudine.
Allora, dice il corvo, Cerca le radici della tua solitudine, trasformale in
potenza. Apri questo cuore sbarrato.
Non posso, m’inseguiranno i lupi, e gli stessi uomini mi hanno lasciato
intendere l’abbandono, nessuno è venuto a riprendermi nella foresta.
Dipende solo da te, di solito basta nascondere, non mostrare le ferite, non
esporre la propria vita sul tavolo operatorio.
Alina si volta, coprendosi il petto, si stringe tra le proprie braccia, il corvo
vola fino al centro della vetta e si dissolve in una nube nera.
Alina avanza ancora tra larici e abeti, l’odore della brina e delle foglie è
forte quanto il vento, il sole entra nelle chiazze di cielo libere dalle nubi.
L’aquila reale spiega le sue ali marroni, grigie e nere, il portamento elegante,
lo sguardo presente, lo sguardo vigile, non fa sconti. Alina è quasi sulla
vetta, l’aquila le becca i capelli, la testa, la fronte, un occhio. Alina è
cieca da un occhio, il sinistro, piange singhiozzando; cade sulle ginocchia,
implora pietà. Non ha altre parole.
La tua superbia, la tua vanità, la tua brama, certo, ti hanno portato in cima,
ma a quale prezzo? La solitudine, la mutilazione, adesso anche di occhio te n’è
rimasto soltanto uno.
Quanto basta affinché io veda il paesaggio e la distanza che mi separa
dall’ultima vetta.
E, una volta raggiunta, sola, abbandonata e storpia, cosa farai? Quale gioia
proverai nel vedere il mondo ai tuoi piedi quando non ti resta più nulla del tuo
corpo e della tua mente?
Resta la mia anima, e non guarderò il mondo, ma il cielo, sarò così vicina al
sole da somigliargli, da farmi tutt’uno con questa luce potente, con il calore
dei raggi.
Sali ancora un po’, c’è ghiaccio e neve, la tua vetta è deserta, il tuo Dio
assente.
L’aquila si vanifica in una nube bianca.
Alina sale ancora, ormai senza l’uso della gamba destra, bucata alle radici, con
il sangue sull’addome, sul petto, un cuore pesante, lacerato, ancora vivo, e
cieca dall’occhio sinistro. Sale carponi, aggrappandosi ai rami, si punge, si
sfregia le braccia, e arriva in cima. La vetta innevata, tutta bianca, un
piccolo santuario del III secolo, scarno, in pietra, aperto nel gelo. Le nubi
spazzate dal vento liberano un cielo chiarissimo, il sole senza confini brucia
gli occhi e la pelle. Alina sente freddo e caldo, i piedi scalzi nella neve, non
li sente più, dagli occhi non vede i contorni ma luce, pura luce senza inizio né
fine. Prima di aprire la porta una vipera la minaccia, le striscia tra i piedi,
sibila e si arrotola alla caviglia sanguinolenta.
Il tuo nome dice che puoi volare, t’invito a strisciare invece, per consolare la
terra, le tue radici.
Mordimi, dice Alina, non è rimasto nulla di me, vivere o morire non fa
differenza.
John Collier, La strega, 1893
Non ti morderò, mi limito a manifestarmi, per mostrarti l’errore della tua
futile scalata, avresti dovuto rivolgerti a me e a me sola. Alina ride, non ha
più nulla da perdere. Non sente più dolore nel corpo, non sente il corpo. La
vipera diventa bianca sull’aspide, come facesse la muta, s’immobilizza, si
pietrifica, resta lì, bloccata accanto a una pietra bianca e non sembra essere
mai stata altro che un segno inciso sulla roccia. Alina apre la porta del
santuario, con il poco di vista che resta, il sole dalle vetrate dai molti
colori, le aulenti primule e un incenso leggero nelle narici, e dopo, nulla. Si
guarda da tutto e da tutti, anche se qui non esiste nessuno. La Bibbia è aperta
sul Salmo 91. Legge:
> Tu che abiti al riparo dell’Altissimo
> e dimori all’ombra dell’Onnipotente,
> dì al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza,
> mio Dio, in cui confido».
> Egli ti libererà dal laccio del cacciatore,
> dalla peste che distrugge.
> Ti coprirà con le sue penne
> sotto le sue ali troverai rifugio.
> La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza;
> non temerai i terrori della notte
> né la freccia che vola di giorno,
> la peste che vaga nelle tenebre,
> lo sterminio che devasta a mezzogiorno.
> Mille cadranno al tuo fianco
> e diecimila alla tua destra;
> ma nulla ti potrà colpire.
> Solo che tu guardi, con i tuoi occhi
> vedrai il castigo degli empi.
> Poiché tuo rifugio è il Signore
> e hai fatto dell’Altissimo la tua dimora,
> non ti potrà colpire la sventura,
> nessun colpo cadrà sulla tua tenda.
> Egli darà ordine ai suoi angeli
> di custodirti in tutti i tuoi passi.
> Sulle loro mani ti porteranno
> perché non inciampi nella pietra il tuo piede.
> Camminerai su aspidi e vipere,
> schiaccerai leoni e draghi.
> Lo salverò, perché a me si è affidato;
> lo esalterò, perché ha conosciuto il mio nome.
> Mi invocherà e gli darò risposta;
> presso di lui sarò nella sventura,
> lo salverò e lo renderò glorioso.
> Lo sazierò di lunghi giorni
> e gli mostrerò la mia salvezza.
Adesso vede senza indugi un coro di anime bianche dalle lunghe vesti salire
dalla cripta, attorniare l’altare, sembrano cantare, anche se non ne comprende
la lingua, è un canto altissimo, di voci innocenti, e le anime non hanno sesso,
i volti ialini, senza segni del tempo, docili e privi di emozioni basse,
l’avvolgono nell’abbraccio celeste, sembra vogliano portarla con sé, ma dopo
averla avvolta, una di queste – dal viso di donna – bianca trasparente, le dice:
Adesso torna giù, e ricomincia daccapo, ma fai in modo che nel ricominciare
qualcosa cambi, e nel piccolo gesto mutato, non dovrai temere la foresta, le
fiere, le ferite. Non sarai loro preda.
Alina non domanda le ragioni, si sente per un istante abbandonata da quella
luce, da quell’abbraccio, ma non può altro che eseguire, la discesa sarà meno
ardua. Esce dal santuario, con i piedi in una neve non più fredda, gli occhi
persi nell’occhio di un sole che non brucia più, ma resta scolpito nella memoria
animica, nella presenza lieta, di un giorno senza fine.
Ilaria Palomba
*In copertina: John Collier, Marian Huxley, 1883
L'articolo “Alina”. Un racconto di Ilaria Palomba proviene da Pangea.
Nel gennaio del 1923, dal pulpito di una delle riviste praghesi più importanti
dell’epoca, “Národní listy”, Milena Jesenská scrive un articolo, Il diavolo del
focolare, in cui s’interroga – secondo i modi del mitico incipit di Anna
Karenina – su “perché tutti o quasi tutti i matrimoni moderni siano infelici”. È
proprio intorno al diktat – ipocrita, punteggiato di trappole –
della felicità che si scaglia Milena, con febbricitante potenza di stile:
> “A me sembra che, nel momento in cui due persone si sposano perché vogliono
> essere felici insieme in quello stesso istante si derubino e si privino della
> possibilità di essere felici. […] Due persone si sposano per vivere insieme.
> Perché al dono straordinario, sublime di questa possibilità è necessaria anche
> la felicità? Perché gli uomini non possono mai e poi mai accontentarsi di una
> grandezza autentica e non mascherata e scelgono piuttosto una menzogna tirata
> a lucido?”
L’articolo piacque a Franz Kafka, gli dimostrò che Milena era “una creatura
incredibilmente coraggiosa”, esaltante per “incomprensibilità”. Non le scriveva
da tempo; qualche mese prima le aveva scritto, “Lei sa quanto odio le lettere.
Tutta l’infelicità della mia vita… deriva se si vuole, dalle lettere o dalla
possibilità di scrivere lettere. Gli uomini non mi hanno quasi mai ingannato, le
lettere sempre, e precisamente, anche qui, non quelle altrui, ma le mie” (cito
da: Franz Kafka, Lettere a Milena, Giuntina, 2019). Milena riceverà l’ultimo
biglietto da Kafka nel Natale di quell’anno; la prima delle tante lettere
dell’epistolario più sconvolgente della storia della letteratura (pardon, della
storia dell’uomo) era giunta “intorno al marzo 1920”.
Di matrimoni, per altro, Milena diventerà pratica. All’epoca del rapporto
epistolare con Kafka era unita a Ernst Pollack, da cui divorzia nel 1925; due
anni dopo sposa l’architetto Jaromír Krejcar per poi far coppia con il dirigente
comunista Evžen Klinger. Espulsa dal partito nel ’36, giornalista eccezionale
(si legga ad esempio: Qui non può trovarmi nessuno, Giometti & Antonello, 2018),
raccontò con lucidità l’invasione della Cecoslovacchia da parte di Hitler.
Arrestata nel 1940, morì nel maggio del ’44, nel campo di concentramento di
Ravensbrück; è onorata come “Giusta fra le nazioni”.
Dal matrimonio con Krejcar era nata, nel 1928, a metà agosto, la figlia, Jana.
Stigmatizzata dalla figura della madre – la cui disinvoltura era un modo per
disobbedire a un’epoca infausta –, Jana Krejcarová diventò una figura ambigua e
a suo modo decisiva della controcultura praghese, una specie di esagitata Iside.
Per la madre, quasi bambina, girava di notte, in città, in cerca di morfina. Si
sposò quattro volte, ebbe diversi figli da diversi uomini; morì di schianto, il
5 gennaio del 1981, poco più che cinquantenne, in un incidente automobilistico.
Nel mezzo, Jana percorre ogni inferno dell’esistere, autentica creatura
screanzata, da sottosuolo. In poco tempo, da ragazza, dissipa l’eredità di
famiglia, lasciatale dai nonni; si adatta a “un’esistenza nomade e dissipatrice
[…] “per mantenersi, passa da un lavoro all’altro: donna delle pulizie,
bigliettaia sul tram, sguattera” (Peppe Mauro Notturna). Non riesce a occuparsi
dei figli, viene arrestata dalle autorità per parassitismo e incuria familiare.
La testimonianza di Jan Cerny, uno dei figli avuto dal secondo marito, strazia:
> “Noi ci sentivamo amati, lei ci parlava come se fossimo adulti e si aspettava
> anche che noi ci comportassimo come tali. Però mancava la continuità nelle
> piccole cose che sembrerebbero ovvie: noi bambini rimanevamo abbandonati a noi
> stessi per giorni interi e poco tempo dopo fummo affidati alla tutela di
> nostro padre. All’inizio degli anni Sessanta Jana si sposò un’altra volta ed
> ebbe un altro bambino. Solo poco tempo dopo il tribunale affidò il bambino a
> dei genitori adottivi e Jana venne condannata a un anno di detenzione per
> negligenza nella cura dei figli”.
La figura di Jana, con le sue abbaglianti oscurità, è maculata della leggenda
dei fuorilegge. Nota come “Honza”, frequenta i ‘beat’ di Praga, capitanati da
Egon Bondy; è intima amica di Bohumil Hrabal, il grande scrittore di Una
solitudine troppo rumorosa – è proprio lui ad ammantare Jana/Honza di una
descrizione risolutiva:
> “Se la Achmatova dice di se stessa che è un cigno nero, Honza era un cigno
> bianco con un’ala ferita, ma con degli splendidi, grandi e tristi occhi e con
> il cuore di una poetessa maledetta”.
I suoi scritti – radi, feroci – viaggiavano secondo le spire del samizdat; nel
1990 uscì a Praga il suo testo più dolente, Clarissa, tradotto nel 1992 dalle
edizioni e/o – con necessaria appendice di Peppe Mauro Notturna che racconta
l’epopea dei Beatnik a Praga – con un titolo, diciamo così, più efficace, In
culo oggi no. Oggi di Jana Černá, nei gangli dell’editoria italica, non c’è
nulla, neppure la biografia della madre, Vita di Milena, tradotta da Garzanti
nel 1986. Nel libretto di allora – un centinaio di pagine appena – spiccano
pagine di deviante splendore; catalogo alcune frasi:
> “Le odio, mi ripugnano queste persone risolute, che hanno riservato alla
> poesia una parte del proprio tempo, come a qualsiasi altro hobby, per le quali
> quella pappetta diluita, senza sorprese, che spacciano per poesia, si limita
> alla versificazione e all’incontro fortuito con una prostituta di notte,
> quando tornano dai locali notturni. Le odio quanto le zollette di zucchero
> bagnate sull’orlo dei piattini del caffè, e a loro non chiedo mai che cosa
> hanno sognato”;
> “Può esserci qualcosa di più triste dell’attimo in cui baciate il vostro
> amante? È sciocco e insensato, banale e magico, ma è soprattutto terribilmente
> triste. Il primo bacio dato a un nuovo amante ha sempre avuto per me il sapore
> dei baci di mio padre quando mia madre non era a casa. È incestuoso e sembra
> non avrà sviluppi”;
> “Devo dire che l’amoralità ha per me un valore solo quando è artisticamente
> perfetta… Dal momento in cui è posta al servizio dell’autodifesa, rientra
> nella psicologia del profondo e diventa questione leggermente penosa”.
Questo a testimoniare una postura dell’essere, uno stile. Il titolo del libro –
di cui auspichiamo prossima ripubblicazione – trova ragione nel breve canzoniere
erotico pubblicato in calce a Clarissa; poesie di una ventenne con il desiderio
di disobbedire alle norme del vieto lirismo, non per forza belle:
“In culo oggi no
mi fa male
E poi vorrei prima chiacchierare un po’ con te
perché ho stima del tuo intelletto,
Si può supporre
che sia sufficiente
per chiavare in direzione della stratosfera”.
In Francia – paese forse più in sintonia con scritture eversive e controcorrente
– l’opera di Jana Černá è tornata di recente sugli altari editoriali. Le
piccole, eleganti Mater Editions, nate un paio di anni fa con lo scopo di
“redonne vie à des voix de femmes oubliées”, hanno da poco pubblicato come Des
Empreintes d’Âmes i testi di Jana scritti durante la detenzione nel carcere
femminile di Pardubice, subita tra il 1963 e il ’64. Il libro vive in una specie
di clinica quiete, di una ciclica sorgiva dei giorni al cilicio – “Ogni giorno è
identico al prossimo. Stessi volti, stesse divise, stessi detenuti, stesso
personale” –; è una sorta di aggiornata Memorie da una casa di morti, con
sguardi intrisi di coltelli:
> “Una donna, condannata a scontare una pena per negligenza. Ha causato la morte
> di alcuni studenti di diciannove anni: il loro autobus si è scontrato contro
> il treno; non ha abbassato la sbarra in tempo. Anche lei, come tutte le altre,
> si confida: ‘Ho avuto sfortuna. Mi hanno rinchiuso proprio quando stavamo
> comprando un’auto nuova…’”.
Ogni detenuto, scrive Jana, “aspira a qualcosa, sogna un futuro, è sagomato
dalla speranza”; a lei, anatomista del massacro umano, trascrivere queste
aspirazioni, spesso aureolate d’ira. Qui una detenuta le racconta a strappi la
propria vicenda coniugale: “Quel bastardo ha divorziato da me per mettersi con
una spia; mi hanno fregato, quei due, ma non me ne frega nulla perché lui è un
vile, si farebbe trascinare in Francia con un guinzaglio di spaghetti scotti. È
con lei che sono incazzata – quando la avrò tra le mani non sarà altro che
lordume, una zolla di unto”.
Quarant’anni prima, Milena scriveva che nella vita “esistono due vite possibili:
o accettare il proprio destino… oppure cercare il proprio destino”, per
scoprire, cercandolo, che “quello che succede è sempre peggio di quello che
c’era prima”. Destino, parola troppo porosa, che prevede veglia e lupi al
confine; parola con troppi dadi in tasca, destino. Jana fece di tutto per
screditare se stessa e liquefarsi in una malferma idea di paradiso. Preferì i
postriboli del cuore. Agli amici, diceva di essere “la figlia di Kafka”. Per
certi versi, aveva ragione. Le cronologie, gli avvenimenti, le date ben riposte
nei taccuini sono poca cosa al cospetto di chi sa toccarti, di chi sa intaccare
una vita per generazioni. Milena ne fu battezzata – la crocefissione toccò a
Jana.
*In copertina: un’opera di Egon Schiele
L'articolo Storia tragica di Jana Černá, la “figlia di Kafka” proviene da
Pangea.
Il signore delle mosche (1954), al pari di altri romanzi di William Golding,
vincitore del Nobel nel 1983, contiene nelle prime pagine, in nuce, i temi
destinati a essere sviluppati nel resto della narrazione.
Ralph e Piggy – soprannome che significa “maialino” – sono i primi che si
incontrano, e non potrebbero essere ragazzi più diversi: biondo e di
bell’aspetto il primo, asmatico e in sovrappeso il secondo, costretto pure a
portare gli occhiali. Sono tra i pochi superstiti di un volo aereo che
trasportava alcuni scolari inglesi di buona famiglia verso l’Australia, unico
luogo sicuro in un mondo distopico devastato dalla guerra atomica.
I due, dopo essersi presentati, discutono animatamente sul da farsi, valutando
ogni possibile opzione. Per il momento la cosa più intelligente sembra quella di
scoprire se ci siano altri sopravvissuti e decidono perciò di suonare una grande
conchiglia, trovata sulla spiaggia. Poco alla volta compaiono una ventina di
ragazzi, tra i sei e i dodici anni, mentre degli adulti non vi è alcuna
traccia.
Viene quindi indetta un’assemblea con lo scopo di organizzarsi al meglio e Ralph
è eletto capo nonostante le proteste di Jack, del tutto simile a lui per età e
carisma. A quest’ultimo, come risarcimento morale, viene lasciata la guida dei
membri del coro che diventano i cacciatori del gruppo.
Il primo capitolo si chiude con una missione esplorativa che vede impegnati
Ralph e Jack, affratellati momentaneamente in un legame simile a quello tra
Abele e Caino. Giungono al limite estremo della spiaggia e capiscono di essere
su un’isola, con una montagna centrale e un’ampia foresta tutt’intorno.
Pochi fatti, chiari, cronologicamente ordinati e una semplicità di linguaggio
che non lascia spazio a fraintendimenti: come in The Coral Island di Ballantyne,
l’anti-modello ottocentesco del libro di Golding, i giovani protagonisti si
ritrovano in luogo affascinante, misterioso, che conserva qualcosa del mito di
Wells e dello spirit of place di Lawrence Durrell; e le loro prime azioni,
orientate al governo e all’esplorazione, sono un perfetto esempio di pragmatismo
britannico. Eppure, anche in questa comunità quasi originaria, assoluta,
disseminate un po’ ovunque si avvertono piccole avvisaglie di quello che accadrà
successivamente, di come, almeno a partire dalla seconda metà del romanzo, la
situazione andrà precipitando.
La conchiglia, ad esempio, se da un verso è lo strumento che riconduce i ragazzi
sperduti all’ordine, dall’altro produce una nota profonda che suscita
inquietudine. Durante l’assemblea, poi, solo chi l’ha in mano ha diritto di
parola, ma la pace è più volte turbata da Jack che si oppone all’elezione
democratica del capo. Infine è sintomatica la scelta di affidare il ruolo dei
cacciatori proprio ai ragazzi del coro, generalmente reputati docili e pacati.
Pure in questo particolare si cela un silenzioso avvertimento.
Il momento in cui il lettore percepisce più chiaramente il senso di diffusa
incertezza è però la scena in cui Jack, visto un maialino intrappolato in un
intrico di rampicanti, si avvicina per ucciderlo con il suo coltello a
serramanico, fermandosi solo all’ultimo momento.
Intanto, mentre alcuni irresponsabili preferiscono divertirsi anziché aiutare
gli altri a costruire dei rifugi per la notte, appaiono sempre più nette le
differenze tra i due leader. Ralph è preso da un istinto civilizzatore, vuole
ricostruire sull’isola un ambiente domestico e si prodiga per accendere un
grande fuoco di segnalazione. Anche Jack, sulle prime, sembra voler ripercorrere
la via della civiltà quando si offre di mantenerlo sempre acceso e declama,
certo inconsapevole, un elogio del tipo umano promosso dal Defoe di Robinson:
«Dopo tutto, non siamo selvaggi. Siamo inglesi, e gli inglesi sono i più bravi
in tutto. Dunque dobbiamo fare quello che è giusto». Malgrado ciò, similmente
alle fiamme che si propagano indomabili distruggendo mezzo chilometro quadrato
di foresta, Jack inizia a praticare l’arte della caccia trascinato da
un’impulsività violenta che solo qualche tempo prima lo avrebbe ripugnato, una
mancanza di contegno che si mostra anche nei volti dipinti e nei capelli lunghi
e scarmigliati dei cacciatori.
Altro personaggio rilevante nell’economia della storia è il piccolo Simon.
Considerato strano da tutti, è sensibile alle sofferenze altrui ed è colui che
entra in un contatto quasi mistico con la natura. Si rende subito conto che
l’isola non è un Eden, ma un luogo terribile in cui si nasconde la presenza del
male, chiuso in quella giungla nera che un po’ assomiglia alle loro anime. Non a
caso sarà lui che, suo malgrado, dovrà portare la croce per tutti, allo stesso
modo del cireneo omonimo descritto nei Vangeli.
A Roger, che lancia dei sassi vicino a un compagno, è invece affidato il compito
di preconizzare quella globale inversione di atteggiamenti che ha il suo inizio
poco dopo, quando Jack rompe gli occhiali di Piggy e, impegnato in una caccia
furiosa che lo porta ad uccidere un maiale, non nota che il fuoco si è spento
proprio nel momento in cui passava una nave. Ma la cosiddetta civiltà, quella
che dovrebbe tenere legati i ragazzi alla giustizia e al rispetto reciproco, è
lacerata da un conflitto senza soluzione e pertanto non può offrire alcuna reale
speranza di salvezza. Anche gli occhiali rotti, immagine di chi giudica le cose
da un punto di vista limitato e parziale, raccontano tutta la precarietà della
visione razionale del proprietario, che si sgretola quando lo stesso implora
ridicolmente Jack per avere un pezzo di carne.
A Ralph non resta che convocare una nuova assemblea nella speranza di poter
riportare un po’ di ordine. Si tratta tuttavia di una pia illusione e, come se i
problemi non fossero già abbastanza, i bambini più piccoli cominciano a temere
che l’isola sia abitata da un mostro, soprannominato “la bestia”. Jack, che nel
frattempo ha deciso di stabilirsi con i cacciatori su un lembo roccioso vicino
alla spiaggia, si adopera allora per uccidere un grande maiale, la cui testa
viene conficcata su un palo a mo’ di offerta per la misteriosa creatura che li
intimorisce.
Quando Simon vede per la prima volta il macabro trofeo, sanguinante e attorniato
dagli insetti, ne rimane scioccato. Intuisce con una folgorazione improvvisa che
il male, simbolicamente rievocato dal “Signore delle Mosche” di biblica memoria,
ossia Belzebù, è una tentazione con cui ogni essere umano deve fare i conti e ha
la definitiva conferma che il mostro non è nella giungla, ma vive in ognuno di
loro.
Dopo essersi ripreso dallo spavento, si dirige verso la montagna, dove si dice
che la creatura abbia la sua dimora. Scopre invece il corpo di un paracadutista
deceduto e, sollevato, corre a riferirlo agli altri. Ha la possibilità di
raccontare a tutti la verità e, come in una sorta di rito catartico, di
liberarli dalle paure irrazionali, costringendoli davanti alla loro nuda
anima. In un crescendo di macabra ironia, però, tra le ombre della sera il
ragazzo viene scambiato per la “bestia” e ucciso.Quella verità che poteva
generare consapevolezza è sfuggita per sempre, inafferrabile, lontana come
l’orizzonte marino verso cui si dirigono il paracadute e il cadavere del
fanciullo.
La morte di Simon getta un’ombra sinistra sull’intera vicenda. Se, da una parte,
Ralph è dilaniato dal dubbio e della paura, Jack, per esorcizzare il senso di
colpa, ordina di far punire uno dei compagni, accusato ingiustamente di essere
l’assassino. Ciononostante passa poco tempo prima che si compia un nuovo
delitto: un masso, fatto cadere da Roger, uccide Piggy sul colpo e manda in
frantumi la conchiglia che il ragazzo teneva in mano, a sottolineare come ogni
composizione pacifica sia ormai compromessa e come sull’isola non ci sia più
nulla in grado di frenare la violenza.
L’ultimo capitolo, in cui la sete di sangue si fa incontenibile, invita
implicitamente il lettore al confronto con la prima parte del romanzo. Rimasto
solo, Ralph capisce che Jack e i suoi non hanno ancora finito e che la loro
intenzione è quella di fare di lui la nuova offerta per la “bestia”. Il giorno
successivo ha dunque inizio una spietata caccia all’uomo con gli ex coristi che
appiccano il fuoco all’intera isola pur di stanarlo. Alla fine, ansimante sulla
spiaggia, Ralph si ritrova ai piedi di un ufficiale: una nave ha avvistato il
fumo e alcuni soldati sono giunti per salvarli (la paradossalità della
circostanza è palese). Quando arrivano anche i cacciatori, la prima reazione del
mondo adulto è quella di ridurre tutto ad un gioco. L’ufficiale non comprende
cosa stia accadendo realmente, guarda i giovani dall’alto in basso e non si
rende conto che il loro male è anche il suo. Ogni speranza è morta, dissolta in
un attimo, e Ralph non può fare altro se non abbassare lo sguardo:
> «Piangeva per la fine dell’innocenza, la durezza del cuore umano».
Il signore delle mosche è un romanzo che nasconde una rivelazione, con giovani
protagonisti – gli incolpevoli per definizione – che si scoprono rei come tutti
gli altri. D’altronde il fuoco che avvolge l’isola al termine del libro, quasi
fosse una sorta di cartolina infernale, sembra suggerire l’impossibilità per
l’uomo di edificare qualcosa di sano e duraturo. Tutto è contaminato, rovinato e
abbruttito anche solo dalla sua semplice presenza. A essere messe in discussione
sono le banalizzazioni di un Hobbes e di un Rousseau, le quali non reggono il
confronto con una realtà che dimostra come il peccato originale sia tutt’altro
che un’invenzione di matrice religiosa.
Il pessimismo radicale di Golding, quasi luterano, lascia spazio solo
occasionalmente a momenti in cui emerge impellente un desiderio di salvezza, di
qualcosa che, in un certo senso, possa riscattare le persone dalla loro
condizione disperata. Ma nulla è in grado di farsi antidoto efficace al male
dilagante. Tutto quello che rimane dell’esperienza dei ragazzi è il grido
inascoltato negli occhi di Ralph.
In questi giorni è uscita anche in Italia una mini-serie TV, targata BBC, tratta
da Il signore delle mosche. È l’esordio del capolavoro di Golding sul piccolo
schermo, mentre per il cinema erano già stati proposti due adattamenti, datati
rispettivamente 1963 e 1990. Il primo, diretto da Peter Brook, è contraddistinto
da un bianco e nero sferzante, con chiare valenze simboliche. L’altro, per la
regia di Harry Hook, convince molto meno soprattutto a causa di alcune
discutibili scelte di sceneggiatura, lontane dallo spirito del romanzo. Si spera
che la nuova mini-serie, possa fare di meglio, restituendo allo spettatore tutto
il fascino tragico dell’opera originale.
Luca Fumagalli
*In copertina: un fotogramma dal “Signore delle Mosche” nella versione di Peter
Brook (1963)
L'articolo “Il signore delle mosche”: a precipizio nel cuore di tenebra
dell’uomo proviene da Pangea.
> Invece della patria
> stringo le metamorfosi del mondo
>
> (Nelly Sachs)
Stamani il cielo tenta una virata, un’imprevista rivolta metamorfica: per pochi
minuti, al diffondersi della prima luce, l’incarnato lattiginoso degli ultimi
mesi si arrende a qualche screzio di colore. Una macchia color mimosa – quel
giallo soffuso di certe albe marine estive – dilaga nella culla tracciata
dall’incrocio dei rami di due querce. Sopra la chiazza, l’opalescente neutralità
dello spazio si tinge di un fragile azzurro, sul cui sfondo spiccano le cortecce
brune degli alberi, ricoperte di licheni verdognoli. Un conversare di tinte,
delicate e discrete, ma capaci di una folata di meraviglia in un’aria che, da
tempo indefinibile, è smorta, ostile. Gli inverni, a Ginevra, possono essere
privi di qualsiasi identità, vocati all’anonimato di una parabola stagionale che
si ripete senza concessioni al fortuito. Inevitabile indagare similitudini con
l’impallidire della propria identità per certi casi della vita.
Un tema, quello dell’identità, che interpella chiunque, e interpella me da
quando ho lasciato l’Italia. L’arma impugnata per far fronte all’esilio – che,
seppur elettivo, ha caratteri di feroce durezza, poiché spariglia le coordinate,
segnando ritmi di (dis)appartenenza – è la pratica ossessiva della lingua
materna, nonostante i miei giorni e le mie notti abbiano sonorità francofone,
con incursioni anglosassoni di tanto in tanto.
Il 28 ottobre 1964, Hannah Arendt, nel corso di una conversazione
televisiva[1] con Günter Gaus (diplomatico tedesco, e giornalista noto, in
particolare, per le sue interviste politiche nella Germania del dopoguerra),
quando le viene chiesto cosa rimanga dopo la perdita della patria, indica, senza
esitazione, la lingua materna. Nonostante negli ultimi anni abbia scritto le sue
opere in inglese, Arendt afferma, più o meno testualmente, che in tedesco può
permettersi cose che in inglese non potrebbe mai permettersi. La frase mi pare
interessante: sprigiona ambiguità, sottende un ardire di cui ignoriamo
intenzioni e confini. Per quale ragione possiamo osare soltanto nella lingua
materna? La risposta, credo, è che tutto si gioca nella sfumatura, nella
minuzia, in quella vena del linguaggio che non sa di pulsare, eppure lo fa.
Perché per quanto si possa diventare pressoché bilingui, per quanto ci si possa
imbevere della cultura nel cui alveo una lingua a noi aliena nasce ed evolve,
per quanto si possa far proprio l’intero armamentario di espressioni
idiomatiche, il gergo giovanile e persino certi arcaismi utilizzati da
generazioni scomparse, per quanto si giunga addirittura a corrompere la fonetica
della propria lingua con un’inflessione straniera, tanto da stranire i propri
interlocutori al ritorno in patria, per osare occorre sempre far ritorno alla
lingua materna.
Osare, in ogni campo, è questione liminare, di soglia, di sfumatura, appunto. Si
osa quando si è predisposti allo sconfinamento, dunque al rischio e all’ardire
di sopportarne le conseguenze. Osare ha a che fare, molto banalmente, con una
libertà non concessa, ma conquistata. La sfumatura, nel linguaggio, permette il
disvelarsi di un’intimità altrimenti impossibile da condividere; e condividere
l’intimità, in qualunque modo lo si faccia, significa essere liberi di
possedersi e di lasciarsi possedere dall’altro.
Immaginiamo, ora, di essere privati, a un certo punto della vita, della
possibilità non dico di comunicare per contingenze di sopravvivenza, ma della
capacità di trascegliere le parole, di concepire fra esse alleanze inedite,
schermaglie audaci, oppure giochi ingenui, argentini, in ogni caso voluti, o
spontaneamente sgorgati dal nostro inconscio, allo scopo di schiuderci
all’altro, in una caleidoscopica pienezza di intenti e inconsce fioriture.
Immaginiamo cosa significhi perdere la libertà di esprimere la propria identità,
poiché in una lingua che non è nostra ci sfuggono le sfaccettature essenziali.
Sempre Hannah Arendt, in Noi rifugiati, scrive che il trauma dell’esilio
consiste nel fatto – tra gli altri – che “la nostra voce non è più ascoltata.”
E, quando la nostra voce non è più ascoltata, si spegne, disorientando, per
l’appunto, l’identità, relegandola in un interludio atemporale di offuscamento.
Eppure, l’agiografia letteraria annovera molti altri autori esuli, oltre alla
filosofa tedesca, che si sono appropriati con accanimento e genio della lingua
del paese di adozione, e, in quella lingua, ci hanno consegnato opere eccelse.
Forse perché, come afferma Sebald, “Per chi scrive la sventura dell’esilio può
essere superata solo attraverso il linguaggio”[2].
Sarà vero? Si può trovare in una lingua adottiva la propria patria e
sopravvivere così, in una terra che non ci appartiene per sigillo di nascita,
alla perdita di tutto, ma soprattutto di se stessi? Oppure siamo destinati a uno
smarrimento definitivo, al perpetuo pencolare fra silenzio, balbettii e maschere
– anche linguistiche – d’occasione, per sentirci, se non noi stessi, parte di
una comunità che ci ha accolti più o meno benevolmente?
Tento una riflessione, poiché una risposta, in via assoluta, ovviamente, non
esista, e lo faccio accostando tre scrittori che hanno vissuto l’esilio in
maniere e con esiti differenti, ma anche con qualche elemento in comune.
Nabokov & moglie (Vera Slonim) mentre giocano a scacchi, a Montreux
*
Comincio da Vladimir Nabokov, il quale, dopo aver lasciato la Russia e
peregrinato fra Londra e Berlino, approda, intorno al 1940, negli Stati
Uniti; prima di allora, pur dichiarandosi trilingue sin dall’infanzia[3], lascia
che sia lingua materna a primeggiare nel gesto della scrittura.
Prendiamo Mašen’ka, romanzo pubblicato in russo per la prima volta nel 1926;
Nabokov narra qui la storia dell’esule Ganin, dimidiato dalla perdita di una
patria amata ed empia – incarnata, appunto, dall’amata Mašen’ka – il quale è
convinto che un “Domani gli sarà restituita tutta la sua gioventù, la sua
Russia”. Anni dopo, nel 1970, lo scrittore deciderà di tradurre il romanzo in
inglese, intitolandolo Mary. Sì, perché dal momento in cui approda in America,
Nabokov comincia a licenziare le sue opere in lingua inglese, un inglese che gli
regalerà la gloria e che, come sappiamo, sfida un virtuosismo pressoché
irraggiungibile.
Ricordate Pale fire (Fuoco Pallido)? Se avete avuto la fortuna di leggerlo in
lingua originale, vi sarete accorti che questo libro di illusioni e inganni è un
affresco di minuziosi arabeschi, è ambrosia di verbi dall’allure seducente.
Provare per credere (in nota la traduzione in italiano):
> “My sublime neighbor’s face had something about it that might have appealed to
> the eye, had it been only leonine or only Iroquoian; but unfortunately, by
> combining the two it merely reminded one of a fleshy Hogarthian tippler of
> indeterminate sex. His misshapen body, that gray mop of abundant hair, the
> yellow nails of his pudgy fingers, the bags under his lusterless eyes, were
> only intelligible if regarded as the waste products eliminated from his
> intrinsic self by the same forces of perfection which purified and chiseled
> his verse. He was his own cancellation.”[4]
Insomma, la lingua adottiva è, per Nabokov, patrimonio acquisito sin
dall’infanzia, dunque agevolmente spendibile, e, in effetti, lo condurrà a
scrivere i suoi capolavori più celebri. L’America, inoltre, si rivela una
congeniale seconda patria per lo scrittore, il quale – in un’intervista
rilasciata nel 1962 alla BBC[5] – confessa che non intende più rientrare in
Russia, poiché incapace di cancellare dalla mente “l’ombra grottesca di uno
stato poliziesco”.
> “La Russia di cui ho bisogno – aggiunge – è sempre qui con me: la letteratura,
> la lingua, la mia infanzia […] In America sto meglio che in qualsiasi altro
> paese. È in America che ho trovato i miei lettori migliori, le menti più
> vicine alla mia. Dal punto di vista intellettuale, in America mi sento a casa
> mia. È una seconda patria nel vero senso della parola.”
Insomma, dopo quello londinese e quello berlinese, l’esilio americano assurge,
per Nabokov, a rifugio definitivo, che si tramuta senza troppi indugi in una
dimensione di vita appagante, di successo; ricordiamo che, proprio negli Stati
Uniti, lo scrittore ricopre ruoli di prestigio, come quello di professore di
letteratura russa alla Cornell University.
E la Russia? La Russia rimane la patria leggendaria del passato, un lucore
soffuso, remoto, uno spettro prostrato che sopravvive nella memoria, e, in
particolare, nelle reminiscenze dell’infanzia. È il paese della memoria, una
memoria che ha il volto bifronte della brama e del fiele, di un’esecrazione che
ha radici nel tradimento degli ideali prerivoluzionari.
Dai confini oltreoceano, Nabokov sembra non provare nostalgia verso la terra
natale, ma unicamente verso il suo passato. L’esilio, ancorché vissuto senza
afflizione – come invece fu per Arendt, ad esempio –, semina tracce di quella
nostalgia nelle opere, dove l’infanzia diventa memoria estetica e i personaggi
di certi romanzi appaiono sradicati, labili e malinconici, come le loro
identità.
Ricordate la storia di Pnin? Pnin è un professore di russo emigrato in America,
goffo e grottesco, che – contrariamente al suo inventore – soccombe alla
condizione di emarginazione linguistica e sociale, dopo aver tentato, in ogni
modo, l’adattamento a una nuova civiltà, in cui tutto pare ribellarglisi
contro. Nabokov tratteggia questo personaggio in maniera buffa, ironica, ma non
senza tradire un affetto che scaturisce, probabilmente, dalla condivisione di
certe esperienze e stati d’animo. Ma la vera nostalgia, per lo scrittore, quella
che, nonostante l’appagamento raggiunto in terra americana, fa di lui un esule
come qualsiasi altro, è quella verso la lingua materna; il che pare inverosimile
se consideriamo l’inglese trascendentale cui si è consacrato con deliziosa
acribia. Eppure, leggendo la citata intervista del 1962 alla BBC, scopriamo che
la perdita della lingua russa travolge e turba Vladimir più di quanto il suo
dichiarato trilinguismo riesca a dissimulare.
> “La mia tragedia privata, – afferma lo scrittore rispondendo a una domanda dei
> giornalisti britannici – che non può e non deve riguardare nessun altro, è che
> ho dovuto abbandonare la mia lingua naturale, il mio idioma naturale, la mia
> ricca, infinitamente ricca e docile lingua russa, per una marca di inglese di
> seconda qualità”.
Ecco, dunque, la confessione dell’inconfessabile, il dramma intimo e occulto di
uno scrittore ubiquitariamente venerato che è stato capace di appropriarsi di un
idioma adottivo nel più sofisticato dei modi, che ha affrontato l’esilio con la
mannaia dell’estetismo, ma che non è riuscito a evitare la lacerazione
conseguente alla perdita di una prerogativa essenziale della sua identità. Una
perdita che sanguina proprio nel perfezionismo parossistico, al di sotto del
quale brucia la percezione dell’irrecuperabile naturalezza consustanziale
soltanto alla lingua materna, un suggello ineliminabile, un patrimonio che
precede la nostra stessa nascita e non smette di perseguitarci oltre ogni
geografia immaginabile. Non è un caso che lo scrittore, dopo averli scritti in
inglese, traduca in russo certi suoi lavori (e viceversa), in un andirivieni
linguistico che sempre oscillerà fra caparbietà e smarrimento.
Nel 1961, Nabokov e la moglie Véra Slonim si trasferiscono a Montreux, cittadina
svizzera di lingua francese, pensando di trascorrervi alcuni mesi. Vi
resteranno, invece, sino alla morte dello scrittore, nel 1977, esiliati, questa
volta, fra il gioco degli scacchi e i lepidotteri, in una suite del Fairmont Le
Montreux Palace, da cui lo sguardo precipita in un lago che, fra sbocchi di luce
e increspature, invera la più gloriosa delle solitudini.
*
Parzialmente antitetico rispetto a quello di Nabokov è l’esilio
di Ágota Kristóf, emigrata nella Svizzera romanda per fuggire all’invasione
dell’Ungheria da parte dell’Armata Rossa, insieme al marito e alla figlioletta
di quattro mesi.
Al suo arrivo a Neuchâtel, cittadina abbarbicata attorno a un castello di
ascendenza medievale, da cui lo sguardo spicca, questa volta, verso un lago
turchese con ambizioni marine, Kristóf comincia a lavorare in una fabbrica di
orologi. I risvegli hanno il buio delle albe invernali, i turni sono estenuanti
e la scrittrice, che ancora scrittrice non è, ha una neonata da accudire ogni
sera. Ma, durante il lavoro, al ritmo cadenzato delle macchine – il solo stimolo
che mantiene desta la mente, altrimenti destinata al torpore della penuria di
pensieri – Ágota scandisce i suoi primi versi in ungherese. Riappropriarsi della
propria lingua, facendolo per giunta attraverso la poesia, è gesto di
sopravvivenza, significa rincasare dando vita a un immaginario che scaturisce
nelle retrovie dell’inconscio.
Ágota Kristóf (1935-2011)
L’appartamento dove Ágota vive con la famiglia è di certo più confortevole della
sua casa natale in Ungheria, nel fangoso paesino di Csikvand, un grumo di
abituri privi di acqua ed elettricità, attraversato da una sola strada e
attorniato da seminagioni di grano e mais. Eppure, l’acqua corrente, una stanza
in più, del carbone per scaldarsi e cibo a sufficienza non scagionano la cupezza
di giornate che, immediatamente, sentenziano la condanna dell’esule alla
solitudine, nella dilagante desolazione sociale e culturale della cittadina
svizzera. Ágota, peraltro, non può appagare il proprio ossessivo desiderio di
lettura, poiché ignora il francese, e rarissimi sono i libri che riesce a
procurarsi nella sua lingua materna.
Ma ascoltiamo le sue parole, tratte dall’accorata confessione che ci ha
consegnato nel breve scritto L’analfabeta (i cui passi di seguito ricalcati sono
stati tradotti dalla scrivente):
> “In principio, esisteva una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i sentimenti, i
> colori, i sogni, le lettere, i libri, i giornali, erano questa lingua. Non
> potevo immaginare che potesse esistere un’altra lingua, che un essere umano
> potesse pronunciare una parola che io non sapessi comprendere. […] È così che
> all’età di ventun’anni, al mio arrivo in Svizzera, e del tutto casualmente in
> una città dove si parla il francese, affronto una lingua a me completamente
> sconosciuta. È qui che ha inizio la mia lotta per conquistare questa lingua,
> una lotta lunga e accanita che durerà per il resto dei miei giorni. Parlo il
> francese da più di trent’anni, lo scrivo da più di vent’anni, ma ancora non lo
> conosco. Non sono in grado di parlare senza errori, e posso scrivere soltanto
> con l’aiuto di dizionari che consulto frequentemente. È questa la ragione per
> la quale definisco il francese una lingua nemica. Ma vi è un’ulteriore
> ragione, ed è la più grave: questa lingia sta ammazzando la mia lingua
> materna”[6].
Ágota prende l’autobus ogni mattina, incontra sempre lo stesso controllore, la
sua corpulenza è rassicurante, premurosa; eppure, si sente smarrita, tenta di
rendersi invisibile agli altri passeggeri, poiché il dialogo, in quella
cittadina quieta e terracquea, è pur sempre asperità, vetta inattingibile, e le
parole, talismano e infatuazione di un passato dissolto, sono ora una muraglia,
il pungolo di un sentimento di inadeguatezza che la tormenta. Non sono i russi a
spaventare la giovane Ágota, non teme il loro approdo in Svizzera, e non li
avrebbe temuti nemmeno se fosse rimasta in Ungheria (la scrittrice, infatti, non
perdonerà mai il primo marito di averle “imposto” la fuga). Il nemico, per
Kristóf, non ha un corpo, né una carne che può ferire, il nemico è,
paradossalmente, quella sicurezza anelata durante la fuga dall’Ungheria e
divenuta, in breve tempo, fio, apatia, ripetitività, solitudine, inettitudine
all’espressione di sé, ma soprattutto “impossibilità di tornare. Non solo in un
luogo, ma anche in una lingua, in un tempo, in una se stessa che non c’è
più”[7].
Ágota Kristóf, in definitiva, lincia l’esilio, lo bolla come una “malattia
incurabile”. Vive la perdita della lingua materna come un’amputazione che non
può essere risolta ricorrendo a una protesi, l’altra lingua, “la lingua
nemica”. Eppure, la mutilazione svolta in breve tempo in paradosso: con
implacabile tenacia, Ágota diventa scrittrice proprio quando comincia a scrivere
in francese, raggiunge il successo, ed è persino tradotta in altre lingue.
Tuttavia, a differenza di Nabokov, l’autrice ungherese non cerca rifugio
nell’estetismo parossistico, come dimostrazione della propria adeguatezza, non
tende a un perfezionismo che sa, in fondo, esserle precluso; Kristóf fa tana in
una lingua per lei nuova, e lo fa disseccandola, spingendola verso una
semplificazione radicale, epurandola, insomma, da ogni orpello che le
rammenterebbe lo scarto ineliminabile fra l’idioma appreso, seppur in maniera
ragguardevole, e l’idioma naturale che integra, ancor prima della nascita,
l’identità.
Lo strazio dell’esilio traluce, seppur in guisa allegorica, anche dalla sua
opera più celebre, Trilogia della città di K. Nel primo dei tre romanzi (Il
grande quaderno), la prosa di Kristóf – la cui andatura è stata paragonata da
Manganelli a una “marionetta omicida” – riflette la crudeltà che i due gemelli
protagonisti si auto-infliggono, in un esercizio del martirio come strategia di
sopravvivenza alla guerra, all’abbandono materno, alla miseria, alla solitudine,
alla morte, e agli abusi di una nonna-strega che pare sgusciata fuori da una
favola dei fratelli Grimm.
Qui, in questo primo volume della trilogia, già stride la ferita della
frontiera, balena l’idea di fuga per sottrarsi alla sopraffazione dell’esercito
straniero che occupa la città di K; quella ferita e quella fuga che Ágota ha
vissuto e che travasa letterariamente in luoghi indefiniti, innominati, da una
parte e dall’altra del confine; luoghi che sono, in realtà, emblema di una
scissione cui, nella storia, Claus e Lucas, i gemelli, tentano di rimediare
rendendosi inseparabili in un Noi che è anche la voce narrante del romanzo. Ma
la separazione, prima o dopo, accade, e nel secondo capitolo della trilogia (La
prova), la dualità infranta si traduce in una lancinante frattura identitaria
dei singoli, che – ne siamo convinti – è iconografia, ancora una volta, del
percorso esistenziale di Kristóf.
Nell’ultimo episodio della trilogia (La terza menzogna), la scrittrice spariglia
le carte, lasciando emergere addirittura il dubbio sull’esistenza dei due
gemelli; forse uno soltanto è il giovane adulto sopravvissuto a un’infanzia e a
una adolescenza dilaniate dalla ferocia della vita. Forse tutto è menzogna,
allucinazione; in ogni caso, la verità, nelle parole scabre e staffilanti di
Kristóf, si frantuma, alla stessa stregua della dualità gemellare, plausibile
simbolo di ogni identità in perenne smarrimento e ricostruzione, come quella
della stessa autrice.
Dopo tutto, la scelta, stoica e gloriosa, di scrivere nella “lingua nemica” non
ha risparmiato ad Ágota lo strazio della perdita di sé; una perdita così
destabilizzante che, verso la fine della vita, nel romanzo breve Ieri, giungerà
alla blasfemia del proprio Io, scrivendo “Non scrivo più”. Perché la scrittura,
che, per molto tempo, le era parsa il solo luogo d’accoglienza contro lo
spaesamento, le discriminazioni e l’indifferenza di una società “cimiteriale”,
in altre parole, la sola patria possibile, si rivela, in fin dei conti, una
crudele trafittura, l’ossessione che non cessa di alimentare il senso di
abbandono, nutrendo profonde e irrimediabili ulcerazioni.
Scrivere, oserà dire Kristòf, è come suicidarsi.
Ma non si darà la morte, lo sappiamo. Soccomberà, nel 2011, a una lunga
malattia, nella sua casa di Neuchâtel, attorniata dalle placide e ambiziose
acque di un lago che mai ha sentito suo.
*
Rainer Maria Rilke è un viandante, un pellegrino, come il monaco del
lucente Libro d’ore, opera mistica che segna la sua prima fase di maturità
poetica. Trascorre la vita in viaggio, con la frenesia di vivere ogni cosa,
possedendola nella sua oscura e più autentica essenza, in ogni sua appendice,
nell’estasi e nella disperazione.
Dopo aver lasciato la nativa Praga, il poeta, che ancora non sa d’esser tale, si
dedica allo studio delle materie più disparate, dalla Giurisprudenza alla
Filosofia, fino alla Storia dell’Arte; nel frattempo, attraversa un’Europa in
procinto di deflagrare nel primo conflitto mondiale, errando fra la Germania –
dove vive un primo breve periodo di convivenza con la consorte, la scultrice
Clara Westhoff, e la figlioletta Ruth, entrambe poi sacrificate sull’altare
dell’opera – la Francia e l’Italia.
Insieme a Lou Andreas von Salomé, donna ineffabile e apicale che egli amerà
senza tregua, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, Rainer si
spinge a esplorare più volte la Russia, terra nutrice di spiriti millenari che
gli si manifesta subito come un destino, come la sola patria possibile, anche
se, in realtà, non lo diverrà mai. È la stessa Lou, nel suo amorevole ricordo
del poeta, a declinare le ragioni di questo sentimento di appartenenza alla
terra moscovita.
> “A determinare questo sentimento contribuisce un elemento concreto:
> l’estensione su due continenti del territorio russo, la quale toglie al
> concetto di patria quella limitatezza che trova il proprio presupposto nella
> separazione di un paese da un altro. Qui non si ha mai per così dire
> l’impressione di essere lontani dalla patria, e neppure dalla società umana,
> come se questa fosse già garanzia di una stretta parentela di sangue.”[8]
Attraverso l’esperienza in quell’avamposto estremo, dove il raccoglimento è il
companatico di giorni nevosi e di notti scandite dalle campane del Cremlino,
Rilke avverte l’identità perfetta fra preghiera e poesia, un apprendistato che
confluirà nel già menzionato Libro d’ore, e che sarà il primo passo verso
l’approdo a una patria ultraterrena in terra, id est l’opera poetica. Ma occorre
tempo prima che Rilke varchi quella soglia. Occorre una moltitudine d’altri
esili, non tutti enumerabili in questa sede.
Tornato dai viaggi moscoviti, nel 1902, Rainer si stabilisce, per circa un anno,
a Parigi. Ma la ville française si tramuta in un esilio insopportabile,
annichilente: meglio l’erranza senza sosta del fragore e dell’esagitazione
parigina. In effetti, è proprio nella città francese, crocevia internazionale
letterario, che Rilke, dopo un primo acuirsi dello sguardo creativo, grazie alla
molteplicità di esperienze vissute, comincia ad avvertire lo sfinimento di sé,
quell’angosciosa sensazione di dissanguamento, apatia ed estenuazione che lo
accompagnerà sino alla fine dei suoi giorni.
Eppure a Parigi, nonostante tutto, egli torna ricorsivamente, dopo numerosi,
rinnovati soggiorni in Italia, in Germania e dopo aver abitato, per qualche
tempo, persino in Scandinavia; ed è sempre nella ville française che il poeta
torna per lavorare accanto all’infaticabile Rodin, di cui sfiora l’opera
numinosa in una quotidianità che si fa presto burrasca, separando i loro cammini
(per poi, più tardi, riunirli); ed è ancora a Parigi che Rainer s’imbatte
nell’impetuoso genio di Cézanne, il quale – come afferma il poeta – lavora senza
gioia, in un perpetuo fluire di furore.
Il poeta cammina sul piccolo sentiero che costeggia Muzot, la reggia delle
Elegie
Da entrambi gli artisti, in ogni caso, Rilke apprende un ascetismo
rigorosissimo, e una solitudine che non è soltanto creativa, ma
ontologica. Negli anni parigini, il poeta assimila, da un lato, il vivificante
slancio verso il lavoro, ma, dall’altro, avverte, impellente, il desiderio di
alienazione da una mondanità che alimenta ed esacerba la solitudine urbana, che
è un tipo di solitudine infetta, del tutto inadatta alla creazione; la stessa
solitudine vissuta dal protagonista del suo unico romanzo (I quaderni di Malte
Laurids Brigge), poeta danese che sperimenta l’esilio in una Parigi spietata e
alienante, in cui si soffre e si muore, e in cui egli, arreso al giogo della
poesia, tenta in ogni modo di allenare lo sguardo all’Invisibile.
Nel 1911, dopo essere stato in Egitto, in Algeria e in Tunisia, Rilke torna in
Italia, questa volta a Duino, accettando l’invito della principessa Marie von
Thurn und Taxis a soggiornare nel suo castello incastonato su di una rupe
bianca. Qui il poeta si esilia fra la sua stanza e il sentiero di frutici che
costeggia le numerose falesie calcaree a precipizio sull’Adriatico; e sempre
qui, come sappiamo, scriverà il dirompente principio delle Elegie Duinesi, opera
che, più tardi, lo consacrerà nell’empireo dei poeti di lingua tedesca.
Ma è in un castello ancora più appartato, spartano (quello di Muzot), e in un
esilio ancora più claustrale – quello finale – che Rilke, dopo altre
peregrinazioni, giungerà a infrangere la maledizione della caducità, portando a
compimento le Elegie e contestualmente scrivendo, in un deliquio di qualche
settimana, I sonetti a Orfeo. Qui, in Svizzera, per qualche anno, poco prima di
morire, tradurrà Paul Valéry in tedesco e scriverà anche alcuni cicli di poesie
in un francese di raro nitore (ricordiamo, in particolare, le
raccolte Vergers e Quatrains Valeisans).
In ogni caso, quel tonfo finale in una poesia capace di sconfiggere persino la
morte pone fine all’erranza di Rilke, non soltanto perché il 29 dicembre 1926
morirà in una clinica nei pressi di Montreux per una leucemia fulminante, ma
perché egli avrà trovato finalmente tutto il mondo in sé, realizzando così
l’opera alla quale ha sacrificato la vita.
Rilke è stato un esule impenitente, perenne, forse fra i più radicali. È stato
esule in ogni terra che ha abitato, e lo è stato persino nell’amore, fra le
innumerevoli peregrinazioni sentimentali sempre interrotte per consacrarsi alla
poesia. Nessun luogo è stato patria, nessun amore, neppure quello per l’eterna
Lou, neppure quello per la figlia Ruth. Rilke non ha abitato nessuna dimora,
nessun castello, ne è stato semmai accolto. Rilke, coerentemente con una vita
all’insegna di un generalizzato e incessante parossismo, è riuscito a esiliarsi
persino da se stesso. Ma in ogni cosa e in ogni luogo del mondo egli ha trovato
quello che sempre è andato cercando: la poesia.
Anni prima, scrivendo il Libro d’ore, lo diceva così:
“Vivo la mia vita in cerchi che si allargano,
che passano sopra le cose.
L’ultimo, forse, non potrò portarlo a compimento,
ma voglio protendermi, tentare.
Giro attorno a Dio, alla torre antica dell’inizio,
le giro attorno da migliaia d’anni:
e ancora non so: sono un falco, o una tempesta,
o un canto, forse – e grande”[9].
*
Abbiamo ricordato Rilke per ultimo, poiché, forse, a differenza degli altri, ha
incarnato con lucidità l’esilio, vivendolo non già come perdita, ma come
condizione stessa della letteratura, la quale si muove, per sua stessa essenza,
in una zona friabile, un luogo di non appartenenza. Lo scrittore, nel gesto
creativo, esilia sempre se stesso, in qualunque lingua decida di scrivere.
E la patria d’origine, come sabbia, scivola via, è uno spettro sfocato, che si
illumina forse soltanto nel ricordo. Ma l’appartenenza, per uno scrittore, che
si tratti di una lingua, di un lago, o di un luogo, è un’illusione. La parola è
il cristallo in cui si specchia ogni identità, poiché entrambe mutano insieme
davanti a ogni nuova pagina bianca.
In fin dei conti, la patria di uno scrittore è sempre e soltanto quella pagina
bianca.
Maura Baldini
*In copertina: Lycaeides melissa samuelis abbozzata da Vladimir Nabokov
--------------------------------------------------------------------------------
[1] L’intervista è reperibile nel volumetto intitolato La lingua materna – La
condizione umana e il pensiero plurale, a cura di Alessandro Dal Lago, Hannah
Arendt, Mimesis, Piccola Biblioteca (2019).
[2] W.G. Sebald, Tessiture di sogno, Adelphi, 2022.
[3] Nabokov conosceva, sin da bambino, oltre al russo, l’inglese e il francese.
[4] “Il viso del mio sublime vicino possedeva qualcosa che l’occhio
avrebbe potuto gradire, se fosse stato soltanto leonino o soltanto irochese; ma,
per sfortuna, la combinazione delle due cose ricordava semplicemente la faccia
di un grasso beone hogarthiano di sesso indefinito. Il corpo deforme, quel
ciuffo grigio e folto di capelli, le unghie gialle, le dita massicce e tozze, le
borse sotto gli occhi velati erano intelligibili solo considerandoli come i
materiali di scarto eliminati dal suo io intrinseco, ad opera di quelle medesime
tensioni perfezionistiche che purificavano e cesellavano i suoi versi. Egli era
l’obliterazione di se stesso”. Vladimir Nabokov, Fuoco Pallido, a cura di Anna
Raffetto, traduzioni di Franca Pece e Anna Raffetto, Adelphi, 2002.
[5] L’intervista è inclusa nel volume Intransigenze, Vladimir
Nabokov, Biblioteca Adelphi, Vol. 294, 2015.
[6] La versione in ligua francese è tratta da L’analphabète – Récit
autobiographique, Àgota Kristòf, Éditions Zoè, 2021, Genève.
[7] Da L’analphabète – Récit autobiographique, Ágota Kristóf, Éditions Zoè,
2021, Genève.
[8] Lou Andreas-Salomé, Rainer Maria Rilke – Un incontro, a cura di Amelia
Valtolina, Edizioni SE, 2012, traduzione di Chiara Allegra.
[9] Rainer Maria Rilke, Libro d’ore, a cura di e tradotto da Lorenzo Gobbi,
Servitium, 2008.
L'articolo “Abbandonare la mia lingua”. Nabokov, Kristóf, Rilke: scritture
dall’esilio proviene da Pangea.
> “Sono nato in Russia. Mio padre era russo, mia madre romana. A sei mesi di età
> mia madre mi riportò in Italia e qui crebbi… D’improvviso, appena arrivato a
> Milano, verso i diciotto anni, divenni straniero. Fuori dalla mia famiglia, in
> una città dove nessuno mi conosceva, rimaneva soltanto il mio nome, che era
> Vladimir Scerbanenko… Io tolsi la k da Scerbanenko e feci Scerbanenco, tolsi
> anche il Vladimir e usai il mio secondo nome Giorgio”.
In poche parole così si presentava quello che è stato definito il grande rivale
di Simenon, l’autore che ha creato e dato dignità al genere poliziesco nel
nostro Paese, il padre del noir italiano.
Per quello che mi riguarda non sono né un esperto né un grande appassionato di
gialli, ma Giorgio Scerbanenco (1911-1969) è uno di quegli scrittori che nel
cuor mi stanno. Forse per la storia della sua vita così poco italiana.
Abbandonata prestissimo la scuola e trasferitosi da Roma a Milano, prima di
diventare scrittore ha passato anni di vera miseria facendo i lavori più
diversi, operaio alla Borletti, addetto al pronto soccorso della Croce Rossa,
contabile in una ditta, leggendo e studiando alla sera. Ogni tanto qualche
intermezzo in sanatorio, ricoverato più per denutrizione che per malattia, e
dove veniva curato a suon di zabaioni. Poi l’ingresso nel mondo dei periodici
femminili dove cominciò a collaborare all’inizio come correttore di bozze per
poi rivelarsi “una formidabile macchina per scrivere umana” (la definizione è di
Oreste Del Buono), sfornando migliaia di articoli e racconti rosa, curando la
rubrica di posta del cuore sotto vari pseudonimi, e dando il meglio di sé come
caposcuola del giallo all’italiana. Anche quando arrivò il successo e il
benessere economico Scerbanenco gli anni duri se li portava addosso come lui
stesso ricordava:
> “Ero arrivato fin lì dopo troppa, troppa miseria. Veramente troppa. Ci vollero
> anni perché mi liberassi di quel complesso di inferiorità, e non me ne sono
> mai liberato del tutto”.
Molto probabilmente la mia simpatia nasce anche dall’aspetto fisico di
Scerbanenco: magrissimo, allampanato, con quella faccia un po’ così, a metà
strada tra Totò e Marty Feldman, il comico inglese con gli occhi a palla.
L’immagine che ho sempre presente è quella di lui fotografato davanti alla
macchina per scrivere, in maniche di camicia e con l’eterna sigaretta in bocca.
Mi sarebbe piaciuto conoscerlo uno così.Un tipo fuori dal comune, molto simile a
Duca Lamberti, il protagonista di tanti suoi romanzi, un ex medico radiato
dall’albo che si è messo a fare il detective. E poi quelle storie ambientate
nella Milano degli anni Cinquanta e Sessanta mi prendono il cuore. Se devo
essere sincero fino in fondo più che a seguire l’intreccio delle vicende mi sono
sempre divertito a ricostruire i percorsi delle sue storie milanesi. Camminando
tra piazza della Repubblica e la Stazione Centrale, o passando davanti agli
alberghetti di via Vitruvio per arrivare a Porta Venezia mi capita spesso di
pensare a I milanesi ammazzano al sabato, Venere privata, Traditori di tutti o
ai bellissimi racconti di Milano calibro 9.
Quella di Scerbanenco è la Milano in bianco e nero degli anni compresi fra il
dopoguerra e l’affermarsi del boom economico e dalle sue pagine esce il profumo,
o il lezzo se volete, di un’atmosfera, il sapore di una città dove dilagano il
crimine e l’indifferenza. C’è il mondo dei night fumosi, della droga, della
prostituzione, ci sono le rapine a mano armata e il gioco d’azzardo con qualche
incursione nell’ambiente della Milano bene. È un ritratto duro, spietato, senza
sconti o concessioni all’agiografia, ma da cui traspare un amore fortissimo per
Milano.
Nel 1969 Scerbanenco morì improvvisamente quando era al culmine del successo
italiano ed europeo, lasciando una produzione sterminata di racconti, alcuni
brevissimi, in ognuno dei quali è possibile trovare una sottile magia fatta di
mistero e realtà intrecciati insieme, di cinismo e allo stesso tempo di pietà
per la parte più oscura delle cose e dell’umanità.
Silvano Calzini
L'articolo “D’improvviso, divenni straniero”. Su Giorgio Scerbanenco, il grande
rivale di Simenon proviene da Pangea.
“Mille sbarre soltanto ovunque vede/ E dietro mille sbarre nessun mondo”. Una
pantera gira intorno a se stessa, il ferro che la rinchiude è visibile, netto,
solido. La sua prigione ha confini, ha senso; il suo limite può essere sfidato.
Rilke descriveva così la pantera dello zoo di Parigi, ma cosa succede quando
tale gabbia è invisibile, quando è più sottile e più crudele? Qui il prigioniero
si muove e il mondo non cambia. La libertà si mostra solo per togliere
respiro; il tempo non scorre, c’è solo pressione, ovunque, sempre.
> “Franz Biberkopf voleva il “bene”, ma cos’era altro se non una parola?“
>
> Alfred Döblin
È in questo contesto che si manifesta la lingua di Alfred Döblin in Berlin
Alexanderplatz; corre, inciampa, urta contro se stessa, parla, sibila, taglia.
Le immagini e le scene di Berlin Alexanderplatz scorrono davanti al lettore come
in un film. Ma c’è un abisso oltre tecnica e acutezza; tra le basi di un’opera
cardine regna amorfa una divinizzazione nichilista della forza bruta e della
cupidigia.
> “Döblin, come ho già detto, è un narratore epico gigantesco. Con la mano
> destra crea arte, e con il mignolo fa più di quasi tutti gli altri
> romanzieri”.
>
> Gottfried Benn
Alfred Döblin, scrittore, drammaturgo e psichiatra, nasce nel 1878 a Stettino,
in Polonia, da una famiglia ebrea assimilata. Nei suoi primi anni è ritenuto uno
degli autori più innovativi dell’avanguardia letteraria. Uno scrittore che non
tiene in conto le aspettative dei lettori, dell’editoria o della critica. Non
vuole essere fedele a nessuna scuola, a nessuno stile.
Al culmine del riconoscimento pubblico, il partito nazionalsocialista sferra il
suo attacco più vile; nel febbraio 1933, dopo l’incendio del Reichstag, in
quanto ebreo, è costretto a lasciare la Germania passando per la Svizzera verso
Parigi, divenendo cittadino francese per poi emigrare negli Stati Uniti.
> “Vi assicuro: non sono un uomo che piange, ma ciò che stava accanto a me e
> nasceva da buone circostanze, non si vantava di essere emigrazione esterna o
> interna, piangeva semplicemente a modo suo”.
Nel 1945 Döblin torna in Europa e nella sua Germania; è uno dei primi a farlo.
Tenta di ricostruire una nuova vita letteraria in patria e riesce a riunire
alcuni giovani autori, tra cui Günter Grass, allievo fedele.
> “Döblin non era al posto giusto. Non riusciva ad affermarsi. Per la sinistra
> progressista era troppo cattolico, per i cattolici troppo anarchico, […] il
> valore di Döblin non era e non è rispettato”.
>
> Günter Grass
La cerchia di stima verso Döblin non era per nulla ristretta o di poco
conto. Stefan Zweig gli riconosce gran parte della sua formazione; Thomas Mann,
riferendosi a Berlin Alexanderplatz, parla di “un tentativo magnificamente
riuscito” di “portare la realtà proletaria del nostro tempo nella sfera
dell’epico”.
Ma Döblin verso la fine della Repubblica di Weimar si considerava superfluo,
inutile da qualunque punto di vista; le sue opere non decollavano più, il suo
schieramento politico azzardato lo portava al dimenticatoio; morì, dopo anni di
Parkinson, il 26 giugno 1957 a Emmendingen, tra il rumore silenzioso di chi fa
la rivoluzione e la quiete di chi mai ha voluto nulla.
> “Questo mondo è un mondo di due dèi. È un mondo insieme di costruzione e di
> disfacimento. Questo confronto avviene nel tempo, e noi vi siamo
> coinvolti. […] Vi sono ordine e disfacimento. Ma non è vero che l’ordine, e
> nemmeno la sua forma o la sua esistenza, sia reale senza la tendenza al
> disfacimento e la distruzione fattuale”.
>
> Alfred Döblin
In una recensione del 1930, dal titolo Crisi del romanzo, Walter
Benjamin annunciava la forma cinematografica come l’unica via di sopravvivenza
del romanzo moderno. L’opera di Döblin è di fatto proroga, linfa, siero di
immortalità che fonda la scrittura su nuove basi nell’epoca dei media e della
riproducibilità tecnica. Quando Döblin incorpora il cinema nella scrittura, non
lo fa per modernizzare il romanzo, ma per incrinarlo. Il montaggio, i tagli, i
cambi di scena non rendono la narrazione più fluida: la rendono instabile.
Costringono il lettore a vivere la stessa discontinuità dei personaggi.
> “Biberkopf è inoltre un ‘bambino bruciato’ e teme il fuoco. E quando entra nel
> mondo, ecco, vuole comportarsi onestamente, vuole eseguire le leggi di questo
> mondo, come le concepisce, in maniera sincera e leale – e – non ci riesce! Non
> ci riesce. Colpo su colpo lo travolge e lo annienta; potrei anche dire che
> annienta la sua posizione di pensiero”.
Il protagonista del romanzo si muove tra truffatori, protettori, piccoli
criminali; reagisce spesso con la violenza; trascina con sé anche chi gli è
vicino. La narrazione, però, non lo giudica. Döblin osserva e registra i
comportamenti come fenomeni sociali e biologici. Colpa, dipendenza, aggressività
non sono deviazioni individuali, ma elementi di un sistema in cui il singolo è
solo una particella, quasi sempre impotente.
Alcuni capitoli si svolgono nella Berlino sotterranea, resa incredibilmente
reale. Qui si incontra con la Dreigroschenoper di Brecht e Weill; le due opere
sono affini nella critica sociale e nell’atteggiamento artistico. Distanza e
riflessione, entrambe rispecchiano la tensione dell’atmosfera tedesca, percepite
come rivoluzionarie pur agendo in opposizione indiretta, con linee politiche
differenti; tutto diviene laboratorio, l’autore siede con una sigaretta in mano
e osserva ciò che il mondo ha da offrire, senza alcun filtro.
> “La punizione ha inizio. Si scrollò, deglutì. Si diede un calcio sul piede.
> Poi prese la rincorsa e si sedette sul tram. In mezzo alla gente. Si parte”.
L’uomo non è mai isola, bensì organismo immerso in correnti più grandi di lui,
legato da fili invisibili a forze arcaiche, biologiche, sociali, spirituali.
Questa dipendenza emerge con particolare evidenza nel ritmo incessante della
metropoli. Basta osservare una folla, una strada, una piazza, per coglierla. Nei
quartieri poveri, poi, l’effetto è ancora più netto. Non esiste alcuno spazio
per l’estetizzazione impressionista dei boulevard, ma solo per l’urto diretto
tra corpi, bisogni, desideri.
Frammenti solo in apparenza disordinati nascondono un’architettura interna
rigorosa. Il celebre “montaggio” döbliniano rende visibile un sistema
rivoluzionario. Pensieri, cronache minime, notizie di giornale, slogan
pubblicitari, canzoni, citazioni bibliche, descrizioni collettive si intrecciano
in una struttura quasi cinematografica. Ne nasce una percezione stratificata
della realtà urbana, in cui nessun punto di vista è definitivo. Figure
marginali, esterne alla società borghese, eppure dotate di una vita interiore
complessa, dolorosa, contraddittoria. L’uomo moderno che pensa, soffre, spera.
> “Ho potuto osservare questo tipo di persone in epoche e situazioni diverse, e
> cioè osservare nel modo che considero l’unico vero modo: vivendo con loro,
> agendo con loro, soffrendo con loro. Ho visto la pace qui”.
Il vero antagonista di Biberkopf è Berlino stessa. Una macchina che ingloba,
stimola, confonde, tradisce. Un moloc moderno fatto di strade, rumori, messaggi,
promesse, minacce. Berlin Alexanderplatz è di fatto un intreccio di riflessi,
fratture, voci, traiettorie. Un epos urbano che conquista territori nuovi sul
piano linguistico e narrativo, trasformando la storia di un manovale e venditore
ambulante in un evento letterario. Il pandemonio che osserva Döblin viene
estratto e ricostruito in un mormorio oscuro; un babelico frastuono di voci.
Prima di Döblin, mai la Germania aveva letto un testo simile. La rivoluzione del
romanzo inizia qui, e con le sue tracce in opere maestre come l’Ulysses di Joyce
o Manhattan Transfer di John Dos Passos.
Da questo punto in poi, l’arte tedesca comincia a parlare la lingua della crisi.
Kokoschka dipinge corpi e strade come se fossero attraversati da una scossa
continua; Kirchner espone la nudità commerciale della metropoli; Grosz riduce la
società a una processione di spettri. Georg Heym, con le sue poesie, registra lo
stesso tremore sotterraneo. In Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny, già nel
1929, la città canta la propria fine. Come se la modernità avesse sempre portato
in sé il germe del suo collasso.
> “Tra le nostre città ci sono fogne.
> Non c’è nulla in esse e sopra di esse c’è fumo.
> Noi siamo ancora dentro. Non abbiamo goduto nulla.
> Noi scompariamo in fretta e lentamente pure esse”.
Tradurre Berlin Alexanderplatz è, insieme, impossibile e inevitabile.
Impossibile, perché il romanzo di Döblin è attraversato da una pluralità di
voci: lingua parlata, dialetto berlinese, gerghi, slogan, registri burocratici e
frammenti colti si intrecciano senza mai stabilizzarsi. Ogni personaggio porta
con sé una posizione sociale inscritta nella lingua, difficilmente trasferibile
senza perdite. Ma proprio per questo la traduzione è necessaria. Berlin
Alexanderplatz è uno dei grandi laboratori narrativi della modernità europea, e
lasciarlo confinato all’originale significherebbe ridurne la forza e la
circolazione. Le diverse edizioni italiane,principalmente basate sul lavoro
pionieristico di Alberto Spaini, testimoniano questa tensione irrisolta.Ogni
versione è un tentativo provvisorio, una scelta parziale, una mediazione
imperfetta.
> “Poiché Berlino restava ciò che era, spettava al condannato cambiare se
> stesso. Il tema centrale, dunque, è questo: significa sacrificarsi, offrirsi
> come vittima”.
C’è qualcosa che va oltre Franz Biberkopf, oltre Berlino, oltre il Novecento. La
condizione di un uomo non coincide mai con se stesso; il sè continuamente
spostato, deviato, consumato dal flusso in cui è immerso. Vorrebbe fermarsi, ma
vive dentro un mondo che non conosce tregua. Ogni voce, in questo romanzo, lotta
contro la propria dissoluzione. Parlare è già un modo di resistere alla
scomparsa. In mezzo al rumore della città, l’uomo cerca un varco, un punto di
silenzio, una forma fragile di permanenza. Si perde la forma, lentamente. E
forse pensare, oggi, significa proprio questo; guardare senza illusioni la
nostra instabilità, senza trasformarla in spettacolo o consolazione.
Tommaso Filippucci
*In copertina: George Grosz, Ritratto del dottor Felix J. Weil, 1926
L'articolo “Non sono un uomo che piange”. Alfred Döblin e “Berlin
Alexanderplatz”, il romanzo inevitabile proviene da Pangea.
Su Arno Schmidt c’è una buona voce di Wikipedia che mi esime dal ripercorrerne
vita e opere. Quanto al romanzo breve di cui si dà qui un’anteprima, scritto nel
1953 e pubblicato due anni dopo, due parole su trama e stile.
Agli albori del boom economico con relativi prodromi del turismo di massa, due
reduci della Wehrmacht che si erano persi di vista decidono di passare una
settimana di vacanza ai bordi di un laghetto della Bassa Sassonia. Uno, il
protagonista, è come l’autore un traduttore seriale e squattrinato, l’altro si è
specializzato in pittura di esterni con tanto di squadra agli ordini, e
ovviamente paga tutto per due. Nella pensione Joachim ed Erich incontrano due
giovani dattilografe pur esse in ferie, Selma e Annemie. Fatale l’accoppiamento
direi quasi da affinità elettive, nonostante le apparenze. Eros e natura la
fanno da padroni, con a rinforzo una buona dose di politica, cultura, ateismo e
ironia.
Quanto allo stile Schmidt, riprendendo un frammento di Novalis, aveva già
affermato altrove che, come la memoria al pari della vita stessa non è nessun
continuum ma una serie di momenti disgiunti e in sé conclusi, così il romanzo
non dev’essere nessun continuum, ma una serie di periodi staccati e perfetti in
sé.
Da qui la struttura formale di Paesaggio lacustre con Pocahontas (ora: Del
Vecchio Editore, 2026): 18 capitoletti sormontati in posizione di esergo (a dx
quindi, in formato simile a una foto che qui per motivi tecnici non è possibile
riprodurre) e da un breve testo ciascuno denominato “foto” che ritrae un momento
particolarmente significativo della trama, mentre ciascun capitoletto riporta in
sequenza cronologica una serie di periodi separati ciascuno da una barra.
Il romanzo all’uscita colpì molto il magistrato che lo accusò per blasfemia e
pornografia, ma un lustro dopo in altro senso Günther Grass, che pronunciò il
discorso di conferimento del prestigioso Premio Theodor Fontane affermando a
proposito di Paesaggio lacustre con Pocahontas che “nessuno come Arno Schmidt ha
saputo descrivere la pioggia”, e mezzo secolo dopo Walter Kempowski, che definì
il romanzo “la più bella storia d’amore del secondo Novecento”.
Tale e tanta è la ricchezza scoppiettante del tutto, che mi son visto costretto
ad apporre in appendice un commentario di dimensione uguale al testo: qui in
compenso mi limito a riportare un paio di “foto” inquadrandole
stenograficamente.
***
La foto 3 ritrae il primo incontro dei quattro nella sala-pranzo della pensione:
L’una : alta 6 piedi; inanellata di giallobianco nel vestitino da vespa
stecchita, “come gli antichi rappresentavano la morte”; interminabili
braccia-stanghe, marron scuro, stavano genuflesse davanti a lei sul tavolo;
presumibile anello di fidanzamento; seno almeno per ora non identificabile.
Poianesco uncinava il naso dal profilo irochese; la bocca informe, quasi priva
di labbra; lenti senza bordo cavalcavano innanzi a tanto d’occhi sbarrati :
“Hetcì !” (e ciò apparì comunque desolante e incriccato, come se sternutisse un
edificio gotico in mattoni o un traliccio dell’alta tensione). / L’altra :
piccola e campagnolmente tonda; bocca ricamata di rosso su viso giallo sego da
slava; dita stavano sparpagliate attorno alla tazza, bianche e storte come
trucioli; e dalla grassa miscela di vocali sprizzavano arzille le “r” dure :
«Ah, Gleiwitz o giù di lì» riconobbe eccitato Erich la nazionalità. La ragazza
color inferno piegò verso noi l’esile stelo, occhi aprirono per poco il
diaframma, la piccola scilinguò nel merito; e anche a Erich dalla rubrica
“Bisbiglii amorosi dell’Alta Slesia” tornò in mente senza necessità veruna :
»Perrché usi dito ? Ma usa LUI !»
Nella foto 4 il primo tête à tête in acqua bassa, alla fine del quale Joachim
battezzerà Selma col nome della principessa indiana:
«Si chiama Selma : ci ho fatto caso subito !» confessai. L’acqua, spessa come
una stoffa blu, ci faceva aderente da pareo. «Sul libro, al momento di
registrarci»; anche le spalle erano magrissime. Aprì goffamente la gran bocca,
poi rise stridula, divenne ancora più color mattone, e confidò al lago : «Pure
noi. Ma lei è Joachim, no ? !» e fece un respiro di sollievo. Billeri delle
nuvole. Inspirai così forte, che guardò affascinata il mio torace, lungo cui
poté andare come lungo una muraglia gialla : «Torniamo insieme !» asserii, e lei
annuì tra timidezza e zelo (ma si dette pro forma anche un moto di ripulsa).
Anatre decollarono come clipper. Entrambi senza cuffia. Ridemmo stoltamente, e
giocammo per imbarazzo con l’acqua. Anche mi rimase impresso : forcine di canna
nei capelli; la figura trista e rigida; pinne nerastre falciformi; nella
sinistra una pianta lacustre; tenere antenne rosso salmone a mo’ di fiori dietro
ciascun orecchio : ciò sortiva assai carino e ukulele. «Volevamo riposarci», mi
confidò ancora innocente.
Nella foto 7 il primo bacio, di ritorno da una passeggiata notturna di gruppo:
Mondo dei segni : quello arenario della luna; i triangoli simili dei frontoni;
millepodalico avanzava il viale; lampioni offuscavano il puro nerume, arrotavano
grilli, di nuovo inveì un cane alle nostre spalle. Tanto per cantare Annemie
intonò, su molli labbra lussuriose a foglia larga, un’aritmetica perversa : 1
notte di maggio, 2 chitarre in riva al mare, 3 moschettieri; e così sparì in
sordina la jazzosa creatura nell’inconsistente crepuscolo, davanti a noi,
abraccioderich. Mondo dei segni : i nostri dischi occhialuti si sovrapposero
l’uno all’altro, il suo rostro punse forte, le mani mi si annodarono
tutt’intorno (luna andò allora alla deriva qual brulotto tra fregate di nubi), i
suoi denti stringevano assai : – – e poi brancicammo oltre, sopra le bianche
sezioni coniche. Al ritorno. Case nerocutanee; un’auto passò borbottando; «hai
visto prima il serpente di nuvole rosse ?»
Saltando (io) il primo coito, nella foto 10 ecco il post:
Ancora lampeggiarono le ombre dalla nostra camera di piombo : sopra lo schienale
della sedia sottili tubi nudi, il triangolo e una doppia ciotolina rosa. Non
ebbi pace finché non si accomodarono i due minuscoli calzini, poi sotto, i
sandali marrone. «Che numero porti ?». Gemé disperata : «Non chiedere …»; poi
così affranta : «Quarantatré !», che accorsi subito e la consolai di carezze :
«Pocahontas ! – !». (Sbucare da foreste verdescuro con solo un rosso straccio
iliaco. Dovrebbe. Cercò un pochino nella sua valigia : – –, tirò fuori un
foulard e lo provò pudica : – –, fece il nodo finale sul lato : – – ?. Stava lì
zitta, braccia penzoloni : seria spuntava e scarna l’interminabile anca a destra
dalle lingue di stoffa arlecchinesche, era dunque il suo lato sinistro, e attese
devota e anelante finché la nominai e liberai : «Pocahontas !» – Una chiazza di
velluto rosso venne dalle sue labbra, si fece a punta, spinse impacciata, e mi
sgusciò poi giù fondo in bocca …).
Copertina ideata dall’autore e cassata dall’editore
Con un salto sestuplo di giorni dedicati, oltreché all’eros, a natura, politica
e cultura (dove la coppia via via si affiata svelando insospettate dosi di acume
nella partner), la penultima foto 17 fissa in una squallida torbiera il momento
del distacco per fine ferie:
Vagliare in parole il sondabile; burlarsi tranquillamente dell’insondabile : Un
albero si piegò nel luogo deserto; gli si rivoltarono tutte le foglie; uccelli
neri uscirono dai rami e urlarono; al cielo, che zampillava uniforme. Stava
sempre al mio fianco, muta ed eumenide abbastanza : passi da uomo, dalle tasche
della cerata sporgevano braccia oblique, nel viso di cuoio rosso una fessura
schiaccianoci ghermiva ogni tanto il suo intruglio di pioggia & lacrime :
«Pocahontas –»; si volse lentamente, e pianse impassibile più forte : – – finché
di botto le crollò l’intero viso, in gonfiori, in angoli rossi, ellissi
auricolari, l’asse per lavare della fronte – poi si strappò di traverso, con un
suono corvino, che scosso poggiai la tragica maschera alla guancia, premei,
cullai, ancora il suo lamento faceva voltigare rebbi neri attorno alle nostre
teste : «Cara Pocahontas !». Un segnavia ci barcollò legnoso incontro, allargò
ruffiano tre braccia imbellettate : Damme, Osterfeine, Hunteburg : per ciascuno
di essi la pioggia passò a noi cortesemente il filo di seta grigia. Ah, la greve
risacca dell’aria ! Un battello di nebbia scialuppò a lungo nel porto erboso, e
naufragò poi esitante sotto gli alberi. Lasciò cadere mani assieme a dure
lacrime nelle acque nere, la sua voce strisciò al suolo; le spalle uno poteva
già tirarle a sé, il viso non ancora.
*
Già da qui il lettore avrà visto, o subodora, come il comico nel romanzo viri
verso la fine, con serietà, nel tragico: sarà anche questo il motivo della sua
eccezionale bellezza?
*In copertina: Arno Schmidt (1914-1979) fa Pocahontas
L'articolo “Paesaggio lacustre con Pocahontas”. Il romanzo maledetto di Arno
Schmidt proviene da Pangea.