A Lume Spento è uno dei libri leggendari della storia della poesia moderna. Ezra
Pound pubblica il suo primo libro a Venezia, nel 1908, presso lo stampatore
Antonini, in 150 copie, pullulanti di refusi – aveva ventitré anni, era sbarcato
in Europa con ottanta dollari in tasca. Per un po’, giocò a fare l’impresario di
Katherine Ruth Heyman: la pianista americana – ‘Kitty’ per gli amici – fu una
poderosa interprete di Aleksandr Skrjabin; introdusse Pound all’esoterismo.
L’anno dopo, la svolta: Pound conosce Yeats, a Londra, divenendone lo
scalpitante segretario; conosce Olivia Shakespear, scrittrice, mecenate,
matrona, intima di Yeats, di cui sposerà la figlia, Dorothy, nel 1914.
El Dorado dei collezionisti, libro a lungo tenuto remoto, a lungo temuto, A Lume
Spento dice, soprattutto, del desiderio di Pound di imporsi come poeta: giunto
in Europa, ‘Ez’ doveva testimoniare le proprie ambizioni tramite un tomo,
un’opera-martire, pubblicata a sue spese. Sul libro, tuttavia, gravano le
riserve dell’autore: l’edizione del 1965 di A Lume Spento & Other Early Poems,
voluta dalla figlia, Mary de Rachewiltz, reca l’epigrafico giudizio di Pound –
vergato da “San Ambrogio”, Liguria –, “Una raccolta di bignè stantii. ‘Cremini
al cioccolato, chi vi ha dimenticato?’”. Nel 1958, in duemila esemplari
numerati, Scheiwiller aveva approntato una traduzione parziale di A Lume Spento,
raccogliendo le versioni di Margherita Guidacci, Salvatore Quasimodo, Giuseppe
Ungaretti. Il ‘Meridiano’ che setaccia tra le Opere sceltedi Pound – a cura di
Mary, uscito per Mondadori nel 1970, poi nel 1992 – lascia di stucco l’esagitato
esegeta: di A Lume Spento vengono proposte una manciata appena di traduzioni, a
testimonianza di un libro reietto, di un libro-eresiarca. Eppure, si tratta pur
sempre del libro d’esordio del più influente poeta del Novecento; nel titolo –
una sorta di stimmate – s’intravede, per specchi e per spettri, il destino di
Pound. Nel terzo canto del Purgatorio, infatti, Dante narra la storia di
Manfredi, figlio di Federico II, il cui corpo morto fu disseppellito per ordine
di papa Clemente IV – “dov’ei le trasmutò a lume spento” – e gettato nel fiume
Liri. Dante pone Manfredi nell’Antipurgatorio perché si sarebbe convertito in
punto di morte – “io mi rendei/… a quel che volentier perdona” –, falciato, nel
1266, durante la battaglia di Benevento. Nell’eroe scomunicato, nel corpo
straziato, nel contrasto contro i poteri del tempo, e perfino in alcune
circostanze geografiche – Dante dice di uno spazio di rupi irte, vertiginose,
pari a quelle che si trovano “tra Lerici e Turbia”, in Liguria, in luoghi poco
lontani a quelli dell’ultima dimora di Pound prima dell’arresto – riconosciamo
il pazzesco epos di Pound.
Più in particolare, A Lume Spento squaderna – certo, ancora allo stato di
abbozzo – le ossessioni letterarie di Pound: Dante e i provenzali, il
neoplatonismo, Ovidio; una poesia è dedicata alla Decadenza, una
alla Nicotina (“Un inno alla droga”), su tutto aleggia un sentore di Swinburne e
di Ernest Dowson (un poeta ‘seminale’ e presto superato, ma che andrebbe
riscoperto). Una poesia, Aegupton, tra le più spiazzanti, piena di iniziatici
intenti, denuncia la precoce passione di Pound per l’egittologia (di lì a poco,
penderà però per la Cina antica):
“Io – proprio io – sono colui che conosce le strade
traverso il cielo, e il vento è il mio corpo.
Io ho visto la Signora della Vita,
io, proprio io, che con le rondini volo…
Io sono fiamma generata dal sole,
io, proprio io, che con le rondini volo,
poiché la luna è sulla mia fronte,
sotto il mio bacio spirano i venti”.
Spicca, nel giovane Pound, il gesto panico, l’alta sapienza nella simbologia
degli alberi – l’olmo, il frassino, la quercia – necessaria al poeta-mago per
orientare a sé il mondo, il tempo (si legga La Dea Bianca di Robert Graves, nato
poeta in quell’aura di segni e di simboli). A Lume Spento è dedicato a William
Brooke Smith, pittore, amico di Pound all’epoca della University of
Pennsylvania. Morì ragazzo, William, di tubercolosi, nel 1908; Pound lo
dice Painter, Dreamer of dreams. In lui, forse, vedeva lo specchio di se stesso
– la morte stessa della giovinezza. Il libro, allora, è atto salvifico più che
onorifico, gesto di teurgia prima che requiem. Resurrezione. Sul corpo morto di
un amico – dissotterrato “a lume spento” dall’oblio – nasce l’opera del poeta
totale.
Ora, dopo troppi decenni, A Lume Spento torna tra noi: Pietro Comba –
bravissimo, giovanissimo – ha curato la prima edizione integrale del primo libro
di Pound. Edita da Lindau, l’edizione di A Lume Spento è uno strumento
indispensabile per gli amanti di Pound: le trecento pagine di Note alle
poesie danno un’idea della cultura onnivora, onniveggente di ‘Ez’, e ci
accompagnano verso il grande salto nei Cantos. In sostanza, si tratta di un
vagabondaggio nell’oceanica mente di Pound.
Il primo libro di Pound ha ulteriore valore, d’abisso: Venezia, il luogo in cui
Pound nasce poeta, è anche quello in cui muore, nel 1972 – e dove è sepolto.
L’anello si chiude; sopra il caos della storia, armonia trionfa.
Ventitreenne, americano in Italia, Ezra Pound pubblica a sue spese A Lume
Spento, un esordio a suo modo leggendario. Che cosa si prefigge ‘Ez’ con questo
libro? Nella premessa alla ristampa di A lume spento, nel 1964, Pound è
estremamente severo con quel libro, “una raccolta di bignè stantii”, da cui
avrebbe imparato “la profondità dell’ignoranza”: perché?
Tra la fine del 1907 e l’inizio del 1908, Pound si trovò di fronte a un vero e
proprio bivio: cercare un nuovo impiego accademico (dopo avere perso la cattedra
di lingue romanze al Wabash College di Crawfordsville), perseguendo la carriera
universitaria in vista della quale aveva tanto studiato, oppure inseguire il
sogno del poeta “a tempo pieno”, tentando di dare una possibilità alle sue opere
poetiche e dunque fuggendo da quella terra, la sua terra, che già le aveva
rifiutate? La scelta di Pound – lo sappiamo – ricadde sulla seconda opzione,
benché le modalità di ricerca e la curiosità rimasero sempre quelle dello
studioso. Eppure, in realtà, da A Lume Spento Pound non si aspettava affatto il
successo: era, nelle sue intenzioni, un’opera di presentazione tramite la quale
cominciare a far circolare il proprio nome; aveva uno scopo principalmente
pubblicitario. E fu infatti un’opera sulla cui qualità Pound espresse i propri
dubbi fin dall’inizio. Non soltanto subito dopo la pubblicazione, in una lettera
a William Carlos Williams dell’ottobre 1908 (quando già si trovava a Londra) in
cui confessò di ritenere A Lume Spento «un’opera alquanto cupa e sgradevole», ma
addirittura prima di mandare in stampa il lavoro, in un momento di sconforto
veneziano ricordato diversi anni dopo nei Pisan Cantos:
> Dovrei buttare il lotto a mare?
> le bozze «A Lume Spento»/
> e alla colonna di Tòdaro
> dovrei raggiungere l’altra riva,
> o aspettare 24 ore
L’ambivalente incertezza di Pound nei confronti della sua opera d’esordio e in
generale della sua intera produzione giovanile, a causa soprattutto di uno stile
che risentiva in maniera importante di fonti tardo-ottocentesche (Swinburne,
Rossetti, Browning, Dowson, MacLeod, Thompson, Carman, Hovey, ecc.), andò
trasformandosi in acredine soprattutto a partire dagli anni ’40, quando
l’argomento poetico-economico costituiva ormai il fulcro degli interessi
poundiani. Così, quando Mary de Rachewiltz, la figlia, gli propose di ristampare
le sue prime due opere giovanili – A Lume Spento e A Quinzaine for This Yule –
insieme con una selezione di poesie inedite risalenti al primo periodo veneziano
del 1908, Pound si oppose inizialmente in modo radicale. Tuttavia, a seguito
dell’insistenza della figlia rispetto all’importanza della sua poesia giovanile
come «testimonianza di quale stoffa dovrebbero essere fatti i sogni di un
giovane poeta», Pound infine approvò la pubblicazione di A Lume Spento & Other
Early Poems (1965), anche se con l’inserimento di una esplicita riserva
rappresentata dalla sua Prefazione, in cui appunto definì le sue composizioni
giovanili «una raccolta di bignè stantii» e criticò il giovane sé stesso per
profonda ignoranza poetica.
In realtà, il tuo lavoro fa di A Lume Spento il primo cantiere ‘in opera’
dei Cantos. In che senso possiamo ravvisare una continuità tra libri altrimenti,
a una lettura superficiale, imparagonabili?
A Lume Spento è, a mio avviso, un’opera d’esordio piuttosto particolare, se
paragonata a quelle della grande maggioranza degli autori della nostra storia
letteraria. In essa si trovano, infatti, una serie di questioni, strumenti,
influenze, argomenti che non solo ritorneranno, ma che in certi casi saranno
sviluppati fino a divenire centrali nel magma dei Cantos. Faccio soltanto
qualche esempio affinché ciò che affermo sia più chiaro. Come i Cantos, A Lume
Spento è un’opera estremamente eclettica, frutto dell’influenza di una folta
varietà di autori, culture, tradizioni e tecniche stilistico-formali. A Lume
Spento anticipa inoltre diverse tematiche dei Cantos e della produzione
successiva in generale, come per esempio l’utilizzo delle maschere (o personae)
e del monologo drammatico, la metamorfosi, l’opposizione contro la realtà gretta
e mercantilista (che in seguito Pound definirà usurocratica) della società
contemporanea, la spinta a rinnovare la letteratura e l’epoca presenti tramite
il ricorso ad aspetti significativi della letteratura e dell’epoca del passato
(remoto e/o presente). Anche a livello tecnico-strumentale, infine, A Lume
Spento precorre i Cantos sotto molteplici punti di vista: vi troviamo, per
esempio, un grado importante di plurilinguismo («Non può star tutto in una sola
lingua», scriverà Pound nel Canto 86); l’incedere allusivo – e la conseguente
richiesta completiva al lettore – di quello che sarà il metodo ideogrammico;
l’uso della traduzione, dell’imitazione e dell’adattamento come meccanismi di
critica letteraria e produzione poetica originale.
Come Pitagora è il cuore esoterico delle Metamorfosi di Ovidio – libro caro a
Pound – così Plotino lo è di A Lume Spento. Spiegaci, in sostanza, come Plotino
e il neoplatonismo agiscono nella poetica di Pound.
La filosofia neoplatonica fu una componente fondamentale della poetica giovanile
di Pound, e che per altro rimase tale anche nei Cantos, specialmente in
relazione alla tematica della luce, elemento centrale del neoplatonismo greco e
rinascimentale. Un buon numero di componimenti di A Lume Spento – tra cui
spicca, in particolare, Plotinus, che porta appunto il nome del più noto
filosofo neoplatonico – è intriso di (neo)platonismo (e la particella “neo-” va
tra parentesi in quanto Plotino riteneva se stesso un pensatore essenzialmente
platonico). Per chi non conosce le Enneadi, Plotinus è semplicemente un
esperimento con la forma del sonetto a tema – per riassumere brutalmente –
solitudine cosmica; per chi invece ha avuto modo di studiarle più o meno a
fondo, esso si presenta sulla pagina come una vera e propria riproposizione
poetica della sezione conclusiva del maius opus plotiniano.
L’interesse di Pound per il pensiero di Plotino sorge però nell’ambito di una
più generale curiosità giovanile nei confronti dell’esoterismo e, per certi
versi, dell’occultismo, soprattutto in virtù dei suoi incontri con la pianista
Katherine Ruth Heyman, che ebbe un ruolo importante nella sua formazione
esoterica, in seguito alimentata da numerose letture (Swedenborg e Blake, per
fare due esempi) suggerite dalla stessa Heyman, e diversi altri incontri con
personalità influenti dell’ambito teosofico, come Yeats, Olivia Shakespear
(madre della futura moglie Dorothy), Allen Upward e G. R. S. Mead. Proprio da
quest’ultimo, che nel 1895 aveva riproposto in nuova edizione la traduzione
inglese di una miscellanea plotiniana contenente perlopiù passi tratti
dalle Enneadi, Pound derivò la centralità della figura di Plotino come guida. Un
ruolo che per Pound ha non solo un valore teoretico-filosofico (come accade
nella poesia giovanile), bensì anche una valenza spirituale, religiosa e
pratico-morale; e ciò è evidente, come già anticipato, nei Cantos, e in
particolare nel Canto 15, dove Plotino è per Pound il «savio duca» che guida il
poeta fuori dall’inferno verso il purgatorio.
Pullula di stilnovisti e di trovatori il ‘canzoniere’ poundiano: di lì a poco
saranno affiancati dai mistici poeti dell’antica Cina. Sono mere Masks indossate
da “vecchi cantori semimmemori delle loro melodie” o si tratta di elementi che
fondano la nuova poetica poundiana?
L’avvicinamento di Pound alla poesia provenzale e del Medioevo italiano è da
rintracciarsi, da un lato, nella sua formazione accademica, che s’incentrò sulla
filologia romanza (il saggio The Spirit of Romance, pubblicato nel 1910, ne è la
prova più eloquente), e, dall’altro lato, nell’approfondita lettura delle poesie
e traduzioni di Dante Gabriel Rossetti, di cui Pound stesso, nell’Introduzione
ai Sonnets and Ballate of Guido Cavalcanti (1912), avrebbe scritto: «Per quanto
concerne queste traduzioni e la mia conoscenza della poesia toscana, Rossetti è
mio padre e mia madre». E benché Pound ricercasse con una certa assiduità il
distacco da Rossetti e dai suoi altri maestri (come Browning e Swinburne), la
loro influenza su di lui fu – per aspetti diversi – davvero fondamentale. Da
questo punto di vista, l’opera rossettiana condusse Pound a individuare nella
poesia dei trovatori, di Dante e soprattutto di Cavalcanti un nuovo punto di
partenza per la propria personale tradizione poetica, in cui sono inclusi per
esempio Chaucer e Shakespeare, ma dalla quale viene estromesso in una maniera
alquanto netta Milton. Allo stesso modo, l’incontro con gli studi manoscritti di
Ernest Fenollosa qualche anno più tardi avrebbe portato Pound a introdurre nella
sua tradizione la poesia di Confucio e Li Po.
Quando, in A Lume Spento, Pound indossa le maschere di Bertran de Born, di Cino
da Pistoia, del tardo trovatore-bandito Villon facendo di esse delle personae,
lo fa anzitutto per instaurare un dialogo con il passato e per rinvenire in
questo passato qualcosa di significativo da riproporre – rinnovato («make it
new!») – nel presente. Emblematici, in questo senso, saranno Hugh Selwyn
Mauberley e, ancora di più, Homage to Sextus Propertius, in cui la letteratura
si fa in primo luogo critica politica e sociale della contemporaneità. Ma è già
così in A Lume Spento, dove forti e molte sono le invettive contro la deriva
mercantilista della società borghese ai danni dell’arte. Famam Librosque Cano è
forse l’esempio più chiaro:
> Scheletrico, occhialuto, trasandato,
> uno che dal mondo è reputato
> una sorta di sciagura contro il suo scialacquio
> e il suo secolare pantano di rossa avidità,
> eppure, a massima velocità,
> benché debba correre verso il guadagno,
> sogghignante si volterà
> perché egli non ha
> denaro, né volontà di arraffare il prodotto
> di Mammona.
Si tratta quindi, con tutta evidenza, di qualcosa di ben più profondo di un mero
gioco letterario. È, in buona sostanza, una ricerca poetica e di una nuova
poetica che Pound avrebbe sviluppato negli anni e nelle opere a seguire.
La più bella poesia di A Lume Spento è intitolata L’albero; l’intera raccolta si
muove sotto l’aura del frassino, albero sacro per antonomasia. Una sorta di
‘botanica simbolica’ soggiace al libro: che cosa vuole dirci Pound, che cosa
cerca?
Il tema della metamorfosi, mutuato da Ovidio, è uno dei cardini di A Lume
Spento, in cui è trattato specialmente in ottica arborea: soltanto in La
Fraisne, per esempio, Pound fa riferimento al frassino (albero in cui si
trasforma il protagonista Miraut de Garzelas e che ritorna anche in La Regina
Avrillouse), al corniòlo, alla quercia (di cui è fatto il trono del re in Ballad
Rosalind) e all’olmo; quercia e olmo sono, per altro, due alberi che in The
Tree, insieme con il lauro legato a Dafne, identificano gli ovidiani Filemone e
Bauci (benché questa, nelle Metamorfosi, si trasformi in tiglio e non in olmo).
La metamorfosi arborea di matrice ovidiana – da cui Pound mostrò di essere
particolarmente affascinato sin dalle sue primissime poesie consacrate a Hilda
Doolittle in Hilda’s Book, permeate da una generale atmosfera silvaneggiante –
denota nella sua produzione giovanile un potente sentimento panico, che fu
alimentato dall’influsso del crepuscolarismo celtico yeatsiano e che assolveva
una funzione ben precisa. La metamorfosi rappresenta infatti il ritorno del
poeta – delle e tramite le sue personae – alla natura, primo passo verso la
(ri)unione plotiniana con la silenziosa eternità del divino. Il componimento The
Tree, in questo senso, è certamente significativo, in quanto in esso Pound
descrive come il poeta, dopo avere finalmente abbandonato la sua forma umana e
dunque i dolori che la contraddistinguono per essenza (come Dafne, Filemone e
Bauci), si è potuto (ri)congiungere con il mondo naturale attraverso la
conoscenza dei suoi misteri più profondi, mere stravaganze per una mente umana:
> Restai immobile e fui un albero nel bosco,
> conoscendo la verità di cose prima ignote:
> di Dafne e del ramo d’alloro
> e di quell’anziana coppia che gli dèi ospitò
> e divenne tra le colline quercia-olmo.
> Non prima che gli dèi fossero stati
> benevolmente pregati e accolti
> al focolare dell’amata casa
> poterono compiere un tal miracolo.
> Nondimeno sono stato un albero nel bosco
> e molte cose nuove ho inteso
> che prima alla mia mente parevano follie.
Appare, per cupi splendori, anche l’Egitto – preveggenza di Boris, l’egittologo
esoterista futuro marito di Mary, la figlia di Pound… –: di che natura è questo
fascino, da dove giunge a Pound?
Si è soliti far risalire l’interesse poundiano per l’antico Egitto agli anni
Cinquanta-Sessanta e al confronto sul tema con il genero egittologo Boris de
Rachewiltz, a seguito del quale Pound fu spinto a misurarsi con le iscrizioni
geroglifiche (del Nuovo Regno in particolare) in studi e ricerche che maturarono
nelle pubblicazioni di Section: Rock Drill (1956) e della piccola antologia Love
Poems of Ancient Egypt (1962). In realtà, l’attenzione che Pound mostrò verso la
cultura e la simbologia dell’antico Egitto in questa fase della sua vita,
durante e dopo la dodicennale reclusione al St. Elizabeths Hospital di
Washington, non era che un ritorno a una tematica che – come molte fra quelle
care al poeta – aveva già trovato espressione nelle opere giovanili, a partire
proprio da A Lume Spento.
Nella Note Precedent to “La Fraisne”, una breve nota in prosa scritta nello
stile dello Yeats crepuscolare che anticipa e contestualizza una delle poesie
più importanti della raccolta, Pound inserisce una citazione esplicitamente
tratta dal Libro dei Morti (cap. 58), con probabile riferimento al dio Anubi:
«essendo passato uno che diceva come quello nel Libro dei Morti: “Io, proprio
io, sono l’assembratore d’anime”». Ma il riferimento all’Egitto è ancora più
evidente in Aegupton (in seguito ripubblicata come De Aegypto), un componimento
di matrice preraffaellita e simbolista il cui titolo contribuisce a fornire
suggestioni egizie altrimenti implicite nel testo (eccetto un paio di
riferimenti). È curioso notare come, per il refrain di Aegupton, Pound abbia
scelto un verso molto simile a quello già utilizzato nella nota a La Fraisne:
«Io – proprio io – sono colui che conosce le strade / traverso il cielo, e il
vento è il mio corpo», traendolo ancora una volta dal Libro dei Morti (cap. 78).
In entrambi i casi, e in generale per quanto concerne la fase poetica precedente
l’ingresso in famiglia di Boris, Pound ricavò la sua conoscenza della cultura
egizia dagli studi dell’egittologo e orientalista britannico E. A. T. Wallis
Budge (1857-1934), curatore della sezione di antichità assire ed egizie del
British Museum e autore di una importante traduzione inglese del Libro dei
Morti pubblicata nel 1895 (nella versione basata sul papiro di Ani, scoperto nel
1888) e poi ripubblicata nel 1898 (nella versione comparata tra più papiri). Ed
è proprio da queste traduzioni di Wallis Budge che derivano le due citazioni
egizie di A Lume Spento.
Negli anni della sua produzione giovanile, Pound dovette comunque affrontare un
importante dilemma poetico, ben espresso nel primo dei cosiddetti Ur-Cantos,
nucleo originario della sua grande opera, apparsi su rivista nell’estate del
1917:
> How shall we start hence, how begin the progress?
> Pace naif Ficinus, say when Hotep-Hotep
> Was a king in Egypt […]
> (Confucius later taught the world good manners,
> Started with himself, built out perfection.)
> With Egypt!
> Daub out in blue of scarabs, and with that greeny turquoise?
> Or with China, O Virgilio mio, and gray gradual steps
> Lead up beneath flat sprays of heavy cedars.
Insomma: da che punto partire per progredire poeticamente? Dall’Egitto o dalla
Cina? In un primo momento, Pound optò per la filosofia confuciana e l’ideogramma
cinese. Ma, durante la fase finale della sua produzione poetica, chiuse un
cerchio (ri)trovando spunti densi di significato nel geroglifico.
Dall’inno alla Nicotina alla poesia per Michelangelo, dalla poesia per Swinburne
all’ode decadente: Pound sembra provare un po’ tutti i linguaggi per
rintracciare la propria ‘voce’, già ambisce, forse, al poema che raccolga ogni
poesia possibile, fusione di storia e profezia, lirismo e filosofia, prassi
economica e pratica di vita. È così?
Si è già fatto cenno all’eclettismo che caratterizza A Lume Spento: un
eclettismo che è per Pound una caratteristica strutturale della sua poesia
(Cantos compresi), in quanto funzionale alla ricerca di una propria voce, di una
propria identità poetica che è per natura sempre in itinere, sempre malleabile.
Benché si possano rintracciare a posteriori numerose affinità tra A Lume
Spento e i Cantos, individuando nel poema una conseguenza quasi necessaria delle
ricerche condotte e dei risultati conseguiti da Pound durante gli anni di
noviziato poetico, è bene precisare che si tratta di affinità concernenti
l’applicazione di metodi e di tecniche, non di intenzioni esplicite o
chiaramente definite. In A Lume Spento emerge tuttavia un indizio quantomeno
curioso in tal senso, e si trova in uno dei componimenti più lunghi della
raccolta: Scriptor Ignotus. Qui Pound, indossando la maschera di un ignoto poeta
e dantista settecentesco di nome Bertold Lomax (derivato con molta probabilità
da Loomis, secondo nome di Pound e dunque ironico doppelgänger), si rivolge alla
donna amata, promettendole gloria eterna tramite la propria poesia:
> allora ti conforterei,
> dalle altezze in cui dimoro, quando
> quel grande senso di potere è su di me
> e sento il mio spirito più profondo piegarsi
> sibillinamente verso quella grande epica quarantennale
> di cui tu sai, ancora non scritta,
> ma come un giocattolo tra le mie dita.
La «grande epica quarantennale» di Lomax rimane però eternamente «non scritta»,
«allo stato di mera ombra» (come specifica Pound in nota), con la conseguenza
che il destino di Lomax, contrariamente alle proprie aspettative, è quello di
restare uno scriptor ignotus e della sua promessa all’amata di essere in ultima
istanza vacua e vanagloriosa. Lomax, insieme con diverse altre maschere di A
Lume Spento (su tutte, il trasandato poeta di Famam Librosque Cano e i tristi
figuri di Masks), è la concreta rappresentazione del timore del fallimento che
assillava nel profondo il giovane poeta: «Sopravvivrò come una rarità», scrisse
alla madre nell’ottobre 1910, paragonando la sua sorte a quella del grande
Yeats.
Ad ogni modo, a partire da questi versi di Scriptor Ignotus, credo si possa
affermare che in qualche modo fosse già presente nel giovane Pound l’ambizione
di comporre un’opera monumentale, grandiosa e roboante: ne parlò egli stesso in
questi termini in una lettera alla madre del giugno 1909. Si tratta di pensieri
certamente significativi, eppure ancora estemporanei, troppo incerti e
indefiniti per poter individuare in essi – come invece fecero l’amico Williams
nel 1931 e lo stesso Pound nel 1962 (retrodatando la nascita
dei Cantos addirittura al 1904) – il fondamento originario dei Cantos.
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Djuna Barnes è da annoverarsi nella folta schiera di artisti americani expat che
negli anni ’20 trovarono rifugio a Parigi. Tra questi, è sicuramente una delle
figure meno note al grande pubblico, soprattutto se paragonata a personaggi del
calibro di Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald. Ritornata negli Stati
Uniti scelse di vivere, anche a causa dell’alcolismo, in quasi totale isolamento
per il resto dell’esistenza. Terminò la sua vita da reclusa in un modesto
appartamento in Patchin Place, nel Greenwich Village.
Eccentrica e sessualmente polimorfa, femminista ante litteram, generò uno dei
capolavori “minori”della letteratura americana degli anni
’30, Nightwood (1936); Bosco di notte secondo la traduzione di Filippo Donini
(1968), La foresta della notte secondo quella di Giulia Arborio Mella (1983). Se
l’autrice non appartenesse al côté modernista, il libro potrebbe anche essere
dantescamente intitolato La selva oscura. Non è superfluo ricordare che il
volume gode del raro privilegio di aver ricevuto in dono un’introduzione firmata
niente meno che da Thomas Stearns Eliot.
A tutta prima, si direbbe un romanzo senza trama che consiste più che altro di
una galleria di personaggi giustapposti fra di loro e tenuti insieme da un
personaggio-amalgama che fa da collante, il dottor Matthew O’Connor. Senonché –
prima di confermare perentoriamente la correttezza di quest’impressione – per
timore reverenziale non si può non tener conto di quello che scrive Eliot:
> «Questo libro non è una semplice raccolta di tratti isolati; i personaggi sono
> tutti strettamente legati l’uno all’altro, come accade nella vita reale, più
> che dalla scelta volontaria della reciproca compagnia, da ciò che possiamo
> chiamare caso o destino; è il disegno complessivo di questi rapporti,
> piuttosto che ciascuna componente individuale, a costituire il fulcro
> dell’interesse».
Anche se l’autore della Terra desolata, nella sua introduzione, dopo aver
asserito che «Quando descrissi La foresta della notte per invogliare i lettori
all’edizione inglese, dissi che “sarebbe piaciuto innanzi tutto ai lettori di
poesia”», predispone immediatamente una palinodìa («[…] non intendo dire che lo
stile di Miss Barnes sia “prosa poetica”»), non si può negare che lo stile
adottato dalla Barnes nella Foresta della notte sia molto vicino a quello della
prosa lirica. D’altronde, è stato uno dei massimi poeti del Novecento, Dylan
Thomas, ad aver sostenuto che quello della Barnes è «uno dei tre grandi libri di
prosa scritti da una donna» e il suo è senza ombra di dubbio un elogio da
collega a collega (la Barnes era anche poetessa). E, comunque, Eliot precisa:
> «Dire che La foresta della notte piacerà innanzi tutto ai lettori di poesia
> non significa che esso non sia un romanzo, significa che è un romanzo così
> bello che soltanto una sensibilità formatasi sulla poesia può apprezzarlo fino
> in fondo».
È difficile, però, riuscire a comprendere quanto ci sia di esornativo nello
stile della scrittrice e quanto di effettivamente necessario e conforme al
contenuto dell’opera dal punto di vista espressivo. Eliot mette subito le mani
avanti, insinua nel lettore il dubbio che il romanzo sia inconsistente ma, al
tempo stesso, con un trucco da illusionista, lo dissolve: «Non voglio dar
l’impressione che i meriti di questo libro siano soprattutto verbali, e ancor
meno che questo stupefacente linguaggio nasconda una vacuità di contenuto. Se il
termine “romanzo” non si è troppo svilito, e se sta a indicare un libro nel
quale si creino personaggi vivi e li si mostri in rapporti non gratuiti, questo
libro è un romanzo». Certo, le frasi che potrebbero essere considerate “ad
effetto” si sprecano e, a dire il vero, riescono di frequente a blandire e a
incantare il lettore: «[…] il riso è il denaro del povero»; «Rendere omaggio al
nostro passato è il solo gesto che includa anche il futuro»; «Chi ama tutto
viene disprezzato da tutto»; «L’amore è la prima menzogna; la saggezza
l’ultima». Qualcuna di queste frasi si dibatte tra l’aporia e l’ossimòro:
«L’uomo è nato dannato e innocente fin dall’inizio». Qualche altra ha un sapore
nichilista: «Il vero bene che incontra il vero male (Santa Madre di
Misericordia! ma esistono?)». Qualche altra ancora è a più stretto contatto con
l’essenza stessa della storia: «[…] la notte fa qualcosa alla tua identità,
anche mentre dormi»; «La vita non si lascia comandare».
Un tentativo di ricostruire la trama del libro (i cui temi portanti sono
l’identità, il desiderio, la sessualità e il dolore per la perdita della persona
amata), per quanto esile e incerta questa possa essere, bisogna pur farlo.
La location della storia è Parigi. In particolare, i luoghi più citati sono
situati nei dintorni di Saint-Sulpice e nel quartiere di Montparnasse. Felix
Volkbein – un ebreo non tradizionalista che si sente «attirato verso la
chiesa», di nazionalità austriaca e «ascendenza italiana», sedicente barone con
la fissa dei nobili natali – ha il desiderio di procurare una discendenza al
proprio “casato”. Sposa Robin Vote – conosciuta in circostanze fortuite
nell’Hôtel Récamier, in cui entrambi soggiornano – che gli dà un figlio maschio,
il quale in seguito si rivelerà per lui una profonda delusione (il dottor
O’Connor lo aveva avvertito: «l’ultimo figlio dell’aristocrazia è talvolta un
idiota»). Prima di decidersi ad avere il bambino, Robin si fa cattolica ed esce
spesso di casa, prendendo treni per chissà dove, mettendosi a vagare assorta in
misteriose meditazioni, elaborando «pensieri spopolati» e muovendosi con una
«calma ostinata, catalettica».
Difficile sostenere che tra i due coniugi ci sia vero amore. Il marito dà più
che altro l’impressione di aver voluto prendere un “utero in affitto”. Dopo la
nascita del figlio, la moglie non è quasi mai a casa, riprende a viaggiare, si
mette a frequentare i caffè e a bere. Finché un giorno sbotta, riferendosi al
bambino: «Io non lo volevo!». E abbandona la famiglia, facendo perdere le sue
tracce per tre o quattro mesi. Quando ricompare è in compagnia di Nora Flood,
con la quale ha una relazione sentimentale. Sonnambula, in preda alla
dromomania, raccolta in «una meditazione informe», Robin esce di casa sempre più
di frequente, soprattutto di notte, inseguita da Nora che la osserva andare «di
tavolo in tavolo, di bicchiere in bicchiere, di persona in persona». Vaga per
le strade della capitale francese, spostandosi da un caffè all’altro, a caccia
di fugaci incontri, irrimediabilmente persa tra i fumi dell’alcol.
Per quanto le storie possano essere frutto della fantasia dello scrittore, c’è
spesso un aggancio con la realtà: se la figura di Felix Volkbein è modellata su
quella di Guido Bruno, editore della Barnes per un certo periodo di tempo, i
personaggi di Nora e Robin sono ispirati rispettivamente all’autrice stessa e a
una delle sue amanti, Thelma Wood (che Djuna pedinava e inseguiva nei suoi
continui cruising notturni). Alla fine, anche Nora subisce il tradimento di
Robin che si trova un’altra compagna, Jenny Petherbridge (una tizia che vive
un’esistenza di seconda mano; la cui vita è vissuta attraverso quelle altrui,
sottraendo affetti e oggetti e prendendo in prestito le parole; come Robin un
personaggio beckettiano che meriterebbe una trattazione a parte proprio a causa
della sua significativa insignificanza), con cui poi va via da Parigi per
stabilirsi in America. Il finale è melodrammatico e, per non togliere ai
potenziali lettori il gusto della sorpresa, non è opportuno svelarlo in
anticipo.
Come già detto, tra i vari personaggi del racconto fa da collante il dottor
Matthew O’Connor, nordamericano di origini irlandesi, confidente privilegiato di
Felix e Nora. Quest’ultima si rivolge a lui per chiedergli di dirle tutto quello
che sa a proposito della notte e implicitamente di sapere cos’è di per sé la
notte. Il dottore, «che indossava una veste da notte di flanella, da donna […]
pesantemente imbellettato, le ciglia dipinte», glielo spiega in maniera criptica
in una lunga tirata, con ampie digressioni, che occupa un intero capitolo
(«Guardiano, com’è la notte?»), di cui si riportano di seguito alcune delle
frasi chiave: «vi dirò come il giorno e la notte siano collegati dalla loro
divisione»; «La struttura stessa del crepuscolo è una favolosa ricostruzione
della paura»; «la notte non si premedita»; «la notte è una pelle tesa sulla
testa del giorno perché il giorno sia tormentato»; «Il dormiente è proprietario
di una terra sconosciuta»; «Il sonno esige da noi una colpevole impunità»; «Dice
Donne: ‘Tutti siamo concepiti in un cieco carcere, tutti, nel grembo di nostra
madre, siamo prigionieri isolati in una cella buia. Quando nasciamo, nasciamo
solo alla libertà della casa – tutta la nostra vita non è che un camminare verso
l’uscita, dove sono il patibolo e la morte’». E, infine, una delle frasi già
citate: «[…] la notte fa qualcosa alla tua identità, anche mentre dormi».
Sciamano e sacerdote dell’inconscio, una sorta di novello Tiresia, considerato
da Felix «un gran bugiardo, ma un bugiardo prezioso», secondo alcuni il primo
personaggio en travesti della letteratura moderna, il dottor O’Connor, che di
notte si cambia d’abito e indossa vesti femminili, si lascia invasare
dall’Es, esibendosi in un profluvio di parole incontrollate e incontrollabili e,
in parte, apparentemente senza senso. Il suo eloquio è una manifestazione
dell’inconscio stesso che sembra incarnarsi in lui. La casa in cui vive è una
palpabile epifania della sua essenza e della sua esistenza. Più che
un’abitazione è un tetro abitacolo, un antro angusto in cui O’Connor mette in
scena se stesso, svelando la propria natura “femminea” attraverso gli oggetti
che ha disseminato al suo interno, in primis lo chiffonier da cui traboccano
abiti, biancheria e ornamenti mulìebri. Se nelle oscure foreste la luce spiove
filtrando attraverso i folti rami degli alberi, nella stanza del dottore essa
penetra da «un finestrino a grata», unica apertura verso l’esterno di cui
l’abitazione è dotata.
La foresta della notte che O’Connor descrive a Nora, è una
metafora dell’inconscio, degli istinti primordiali, di quella parte buia e
misteriosa della mente umana che – percorrendo sentieri tortuosi – finisce per
far perdere all’individuo la propria identità e che – conducendolo in luoghi
inesplorati – genera in lui terrore e angoscia. Il dottore, pur assumendo
un’aria professorale si guarda bene, com’è uso dei veggenti, dal
propinare all’amica una soluzione chiara ai problemi e agli interrogativi che
gli pone. Egli stesso – in quanto animale uomo – è in preda a istinti
bestiali, inconfessabili e, in una certa misura, ineffabili. È ossessionato
dall’inconscio.
È una tendenza comune a tutti gli esseri umani quella di cercare di sottrarsi,
di tanto in tanto, al dominio dell’Io e del Super-io e a far ritorno, anche se
per breve tempo, alla propria “animalità”. Djuna dà conto di questo anche in una
sua poesia in cui compare nuovamente il motivo del bosco o foresta («woods»).
Nei versi che seguono, i bambini si svezzano («be un-parented») dai genitori (il
Super-io) per far ritorno alla natura (l’Es), simboleggiata dalle foglie degli
alberi («the leaves») e dall’intera foresta:
All children, at some time, and hand in hand,
Go to the woods to be un-parented
And ministered in the leaves.
(“The Bo Tree”)
I personaggi della storia narrata dalla Barnes non sono affatto a tutto tondo.
Sono appena abbozzati e, in qualche caso, quasi completamente privi di
personalità. E, da quel che sembra di capire, molto probabilmente questa è una
scelta deliberata dell’autrice.
Nel leggere la storia, il lettore si trascina da una pagina all’altra incantato,
stupefatto e costernato, proprio come fosse in transfert con il personaggio più
misterioso di tutta La foresta della notte, Robin Vote, la sonnambula «consunta
dal sonno», anche lei personificazione dell’inconscio in quanto creatura
notturna, in preda a impulsi irrazionali che non riesce a dominare. Robin Vote,
il personaggio che ha la personalità meno delineata di tutti gli altri
personaggi del libro (il dottor O’Connor confessa al barone di non aver mai
avuto «un’idea veramente chiara di lei») proprio in quanto individuo perduto
nell’indistinto magma della notte, «essere in letargo», che pur essendo in
apparenza qui e ora è, in realtà, altrove («Non voglio essere qui» confessa a
Nora, senza spiegare dove vorrebbe essere), in una dimensione – quella onirica –
per sua natura precaria, situata sull’incerto confine tra essere e non
essere, perennemente in bilico e – dunque – sempre prossima alla dissoluzione.
E questa eterna transience non è forse la condizione stessa della poesia?
Angelo Guida
*In copertina: ritratto fotografico di Djuna Barnes (1892-1982) di Berenice
Abbott
L'articolo “La notte fa qualcosa alla tua identità”. Intorno al romanzo insonne
di Djuna Barnes proviene da Pangea.
Il Pasolini poeta maturo si inserisce in un generale movimento verso la ‘prosa’
che caratterizza la poesia italiana del dopoguerra. Sarà sufficiente fare i nomi
di Attilio Bertolucci, di Vittorio Sereni, di Mario Luzi. In realtà Pasolini
nelle Ceneri di Gramsci (1957) unisce questa passione prensile e quasi plastica
della scrittura poetica, che si direbbe tipica di una prosa saggistica (tra i
suoi maestri ci fu il grande storico dell’arte Roberto Longhi), a un uso
raffinato e insieme libero della metrica. Il Pasolini delle Ceneri innesta la
prosa nel furore metrico (che fu proprio ad esempio di un altro poeta decisivo
del secondo Novecento, Giorgio Caproni). La gettata lavica del discorso
pasoliniano, che potrebbe tracimare, annullare la poesia, viene fatta
solidificare dentro la forma metrica, in particolare la terzina, dantesca e
pascoliana (ma anche in altre forme: ad esempio l’imitazione e la ripresa della
forma-canzone o i distici tendenzialmente a rima baciata).
Questo ci porta al cuore stesso della poesia pasoliniana, che è tutta nutrita
del sentimento di una contraddizione. Non per caso una delle figure fondamentali
del suo discorso poetico è l’ossimoro (si pensi, ad esempio, al titolo di un
poemetto del libro Poesia in forma di rosa, del 1964: Una disperata vitalità).
Pasolini nutre la sua poesia di un sentimento irrisolto e lacerante della vita e
della cultura: all’altezza delle Ceneri di Gramsci, in particolare, vorrebbe da
una parte aderire a una visione chiara, razionale, lucida, ispirata
all’ideologia marxista (ma Pasolini stesso nell’introduzione alle Poesie del
1970 parlerà del suo «marxismo mai ortodosso», rimproveratogli del resto da un
lettore come Fortini); dall’altra è trascinato da una pulsione vitalistica,
irrazionale, che prende corpo nel mito dei ragazzi delle borgate romane, del
proletariato pre-ideologico, quasi pre-storico (si ricordi il romanzo Ragazzi di
vita, 1955). Pasolini ha piena coscienza di questa contraddizione e ne fa il
tema della sua poesia.
Nel poemetto che intitola la raccolta del 1957, all’inizio della parte quarta si
mette a tema lo scandalo della contraddizione, con riferimento a Gramsci e al
suo pensiero. È un passo celebre, spesso riportato nei saggi e nei manuali:
“Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere
con te e contro te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;
[…] attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione
la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza […]”.
Nella sua produzione poetica (peraltro di vastissime proporzioni e quasi
ingovernabile, come documentano i due tomi di Tutte le poesie nei “Meridiani”, a
cura e con uno scritto di Walter Siti, Saggio introduttivo di Fernando Bandini,
Cronologia a cura di Nico Naldini, Mondadori, 2003, da cui provengono tutte le
citazioni) Pasolini ha tentato molte forme diverse: è partito dalla poesia in
dialetto, dal sogno delle origini romanze, in una lingua vergine (il friulano di
una piccola località) e in una forma rigorosa, quasi arcaizzante, con le Poesie
a Casarsa del 1942. Anche in italiano, Pasolini ha scritto una poesia lirica e
solitaria, ispirata al mondo marginale della campagna e del borgo: si pensi
a L’Usignolo della Chiesa Cattolica (uscito nel 1958 solo per ragioni
editoriali, ma precedente alle Ceneri di Gramsciquanto a composizione). Nei
libri seguenti alle Ceneri, che è in qualche modo il libro-cerniera della sua
carriera di poeta, cioè La religione del mio tempo (1961), Poesia in forma di
rosa (1964), Trasumanar e organizzar (1971), si verifica una compresenza di
ragionamento e impegno ideologico, da una parte, e persistenza di una certa
forma di lirismo, se anche impura, dall’altra (già nelle Ceneri un poemetto
come Una polemica in versi andava verso l’uso della poesia come strumento
oratorio e di intervento).
Così si capisce che la poesia è per Pasolini e per molti poeti del secondo
Novecento un organismo instabile, un ibrido tenuto in equilibrio di un soffio
sopra la prosa in modo sempre compromissorio. Si diceva delle tante forme
esperite da Pasolini: ne La religione del mio tempo (1961) ci sono due sezioni
di epigrammi, in cui Pasolini polemizza con poeti e intellettuali o prende a
bersaglio altre figure pubbliche. Come esempio di questo genere prendiamo dalla
serie Nuovi epigrammi il testo A Luzi: “Questi servi (neanche pagati) che ti
circondano,/ chi sono? A che vera necessità rispondono?/ Tu taci, dietro a loro,
con la faccia di chi fa poesie:/ ma essi non sono i tuoi apostoli, sono le tue
spie”. Nel rivolgersi al poeta fiorentino, di qualche anno maggiore di lui (nato
nel 1914), Pasolini (nato nel 1922) si rifà ad una propria recensione a Onore
del vero uscita in rivista nel 1958 e poi raccolta in Passione e
ideologia (1960), che contestava a Luzi, pur ammirato dal punto di vista
estetico, “una insensibilità di fronte ai fenomeni della vita umana e della
storia”; rifluisce inoltre nell’epigramma una discussione maturata sulle pagine
della rivista “La Chimera” sul tema del realismo (1954), che vide contrapposti
appunto Luzi e Pasolini. Queste punte polemiche, neanche satiriche, che appaiano
Pasolini a un altro epigrammista inflessibile del Novecento, cioè Fortini,
rivelano un aspetto irriducibile della personalità del poeta: il suo porsi come
contraddittore, arbitro, giudice, polemista, in nome parte di una ideologia,
parte (è la solita contraddizione) del suo superamento vitale e narcisistico.
Le polemiche di Pasolini, letterarie e ideologiche, sono state numerose. Alcune
ci appaiono ingenerose. È il caso, credo, di quella con Montale, attaccato
duramente su “Nuovi argomenti” per Satura, libro definito, pur con qualche
affondo di intelligente critica stilistica, come un “pamphlet antimarxista” e
ancora come un libro “tutto fondato sulla naturalezza del potere”, con un esito,
per il poeta dalla lunga storia, “reazionario e quasi teppistico”. Montale
rispose con discrezione e insieme con forza, scrivendo un testo poetico tutto
centrato su Pasolini ma che di Pasolini tace il nome sotto un senhal,
cioè Lettera a Malvolio, in Diario del ’71 e del ’72. Al di là della reticenza,
il bersaglio è colpito con decisione da Montale, mentre la polemica non fa che
portare alla luce una incomprensione di fondo tra i due covata a lungo. Ecco i
versi 17-29 del testo montaliano, che mettono a fuoco dal lato del ligure la
situazione culturale del dopoguerra e una figura come quella di Pasolini:
“Ma dopo che le stalle si vuotarono
l’onore e l’indecenza stretti in un solo patto
fondarono l’ossimoro permanente
e non fu più questione
di fughe e di ripari. Era l’ora
della focomelia concettuale
e il distorto era il dritto, su ogni altro
derisione e silenzio.
Fu la tua ora e non è finita.
Con quale agilità rimescolavi
materialismo storico e pauperismo evangelico,
pornografia e riscatto, nausea per l’odore
di trifola, il denaro che ti giungeva”.
Si noterà che l’“ossimoro permanente” sembra proprio stigmatizzare, prima di
accuse più virulente e dirette, la posizione sempre contraddittoria di Pasolini
(pur essendo anche il contrassegno di un’epoca), il quale come
poeta-intellettuale continua ad apparirci nelle vesti di un provocatore assai
ideologico e non privo di acredine (si prendano ancora in Trasumanar e
organizzar le punture denigratorie e maldicenti verso questo o quel collega:
“[…] – e mettiamoci anche/ un po’ di tenerezza per le vecchie tettine di
Palazzeschi”; “[…] e lo scialbo Pavese”).
D’altra parte nella poesia di Pasolini, come già Le ceneri ci insegnano, c’è
sempre una pulsione alla verità, alla confessione dolente, alla visceralità: è
il meccanismo di quello che Montale, con tagliente acume, definirà appunto
“ossimoro permanente”. Così in Poesia in forma di rosa si legge un componimento
come Supplica a mia madre, da cui si possono citare alcuni versi (si tratta di
distici):
“Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia”.
Si può avvicinare a questo impulso alla confessione anche un’altra celebre
dichiarazione pasoliniana, ancora da Poesia in forma di rosa:
> “Io sono una forza del Passato.
> Solo nella tradizione è il mio amore.
> Vengo dai ruderi, dalle chiese,
> dalle pale d’altare, dai borghi
> abbandonati sull’Appennino o le Prealpi,
> dove sono vissuti i fratelli”.
E poi, in chiusa: “E io, feto adulto, mi aggiro/ più moderno di ogni moderno/ a
cercare fratelli che non sono più” (Poesie mondane, brano 10 giugno 1962).
Il libro poetico forse più impuro di Pasolini è Trasumanar e organizzar (1971):
fin dal titolo, esso mette insieme l’esperienza dantesca del trasumanar
(Paradiso I 70-71: “Trasumanar significar per verba/ non si poria […]”, brano
evocato in più punti del libro da Pasolini, così come più volte è allusa la
figura di san Paolo e il suo essere rapito al Terzo cielo) e l’organizzare
politico, la prassi, vale a dire due dimensioni tra loro incommensurabili. Molti
testi sono ragionamenti in versi, discorsi, declamazioni, dibattiti: la poesia è
messa in questione nella sua autonomia, eppure non è del tutto negata. Continua,
si direbbe, a vivere dall’interno della sua messa in crisi, nella sospensione
delle sue forme riconosciute, dunque in modo problematico. Viene meno la
funzione della metrica chiusa, si tende a uno stile informale. Certamente
Pasolini mira a rovesciare il suo discorso precedente, in particolare la
stabilità e saldezza formale faticosamente raggiunta nelle Ceneri di Gramsci. E
quanto a questo movimento di auto-negazione, di palinodia tutta in negativo si
potrà pensare al caso esemplare della Seconda forma de “La meglio gioventù”, la
raccolta che nel 1974 (per essere poi ripresa ne La nuova gioventù del 1975)
riscrive a contrasto La meglio gioventù del 1954, a partire dalle Poesie a
Casarsa (basta leggere la riscrittura del testo d’apertura, la Dedica).
D’altra parte, a confermare la pluralità delle forme e degli esperimenti, tra il
1971 e il 1973 Pasolini compone una serie di sonetti, ritornando dunque ad una
forma chiusa (mentre nella sua poesia ufficiale, pubblica, liquida
quell’esperienza), anche se si tratta di una forma usata con grande libertà
(l’autore l’aveva del resto già sperimentata: si ricordi in particolare la
serie Sonetto primaverile, costituita da 14 sonetti, risalente al 1953 e
pubblicata nel 1960). La corona L’hobby del sonetto, tutta dedicata a Ninetto
Davoli e uscita solo postuma, è una straziata confessione affettiva, di una
natura che si direbbe privata (è costituita da 112 esemplari, ma alcuni sono
allo stato di abbozzo o di frammento). È l’ultima riprova: la verità di Pasolini
sta nel suo contraddirsi, nel suo essere contro di sé e contro ogni principio
acquisito e raggiunto, contro ogni programma e progetto. Pasolini vive di una
continua tensione vitalistico-mortuaria, come se la vita e l’opera fossero un
tutt’uno, anelanti a uno sbocco, a una catastrofe, a un martirio, a un togliersi
di mezzo per sanare (come fosse l’unico modo possibile) la lacerazione, il
contrasto, la pretesa assoluta e narcisistica del soggetto, prepotente e
distruttiva insieme. La notte del suo assassinio all’idroscalo di Ostia, tra l’1
e il 2 novembre 1975, giusto cinquant’anni fa, era in qualche modo preannunciata
e forse presupposta dal poeta.
Daniele Piccini
**
Le ceneri di Gramsci
IV
Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere
con te e contro te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;
del mio paterno stato traditore
– nel pensiero, in un’ombra di azione –
mi so ad esso attaccato nel calore
degli istinti, dell’estetica passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione
la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza; è la forza originaria
dell’uomo, che nell’atto s’è perduta,
a darle l’ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica: ed altro più
io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto
amore, non accorante simpatia…
Come i poveri povero, mi attacco
come loro a umilianti speranze,
come loro per vivere mi batto
ogni giorno. Ma nella desolante
mia condizione di diseredato,
io possiedo: ed è il più esaltante
dei possessi borghesi, lo stato
più assoluto. Ma come io possiedo la storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato:
ma a che serve la luce?
*
Da Poesia in forma di rosa
Supplica a mia madre
È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo con te, in un futuro aprile…
Pier Paolo Pasolini
*Si pubblica per gentile concessione il servizio di Daniele Piccini edito
nell’ultimo numero di “Poesia” (n. 34, Crocetti, 2025)
In copertina: Pasolini durante le riprese romane de “Il fiore delle Mille e una
notte” (1973). Foto di Gideon Bachmann
L'articolo “Fu la tua ora e non è finita”. Pier Paolo Pasolini, il poeta
proviene da Pangea.
Qualcun altro per lui ha seminato bene crepuscoli. Sotto lo sguardo vigile di
Cerbero, vendemmia grappoli di tenebra nei suoi occhi prima ancora che nel
cielo. Al ritmo di un precipitare, dà coordinate esatte alla disperazione.
Grodek, 1914, novanta commilitoni squarciati nella carne e nell’anima che
chiedono sollievo e l’inutile perché di una guerra: troppo esili le sue spalle
per farsi carico di quel dolore, solo e senza farmaci – non resta che spingere
la prosodia fino alle porte dell’Orco per strapparla un’ultima volta alla sua
morsa. C’è Grete, “oscuro amore/ d’una selvaggia stirpe” e solo per questo casa
vuol dire ancora qualcosa. Compagna di sangue e di abisso; sorella di
un’innocenza che hanno perduto insieme, mano nella mano. Distilla bagliori
autunnali in punta di dita, come “oro di stelle cadute” (Al fanciullo Elis).
Si cammina in giorni bui come nei boschi fitti – che riparo c’è, dove –, nella
stagione signora del freddo e delle foglie ingiallite, non si capisce, nel tempo
che impiegano a cadere dondolando, se la musica muta che le muove è giuramento
di una prossima, lontana rifioritura o memoria volatile di un verde
irripetibile. L’eterno, ciclico incedere pare spezzarsi e le pupille inchiodano
un tramonto dove anche Dio, per un istante tutto umano, si raccoglie in
solitudine al termine della battaglia quotidiana col poeta. L’orlo di un
bicchiere di vino promette naufragi di porpora per domande troppo oscure, mentre
il sambuco tace e “presto s’annideranno stelle nelle ciglia dell’estenuato”
(L’autunno del solitario).
Georg Trakl, nato dipartito. Con perizia di aruspice indaga le viscere del
mondo, in un allucinato andare e tornare tra sogno e veglia ma sempre verso sé
stesso, come scrive in una lettera ad Irene Amtmann. L’amico fraterno Karl
Kraus, il bianco pontefice della Verità in una poesia a lui dedicata, non
comprende del tutto come Georg possa vivere. E infatti, come si vive quaggiù non
essendo di quaggiù? Sempre straniero in questa distesa sublunare che lacrima
sangue nel clamore delle armi, dentro il quale tutti gli orizzonti cortissimi
dell’eclissi del sacro cadono uno dopo l’altro, anche loro come soldati.
L’indigenza dell’arrischiato, scritta con la calma dei passi inesorabili, è la
frantumazione del centro. Schegge di uno specchio rotto, le immagini familiari
(la casa, un vecchio album di famiglia, il padre, la madre, etc…) sono ombre e
volti di pietra; tutte le cose, dice Trakl, tacciono mentre gli enigmi
dell’anima si sottraggono ad una chiarezza.
Nella poesia di Trakl – secondo Angelo Lumelli giocata tutta contro le
aspettative del discorso – il poeta raccoglie e accoglie come compagnia, lungo
la strada della parola, fantasmi, cioè silenzi che non redimono le domande più
ostinate, rinunciando a scioglierle in risposte comode ma fragili. Sacrifica la
tentazione di dire l’indicibile e per questo apre varchi ad azzurri diversi da
quelli del pensiero.
[…] Sotto cupi abeti
due lupi mescolavano il loro sangue
in abbraccio pietroso; d’oro
si perdeva la nuvola sul varco,
pazienza e silenzio dell’infanzia.
Di nuovo s’incontra il tenero cadavere
Sullo stagno del Tritone
Assopito nella sua chioma di giacinto.
Oh finalmente s’infrangesse il fresco capo!
Ché sempre segue, azzurra fiera,
un occhieggiare tra ombre crepuscolari d’alberi,
questi varchi più bui
vegliando e mossa da notturna armonia,
dolce delirio;
o suonava di oscura estasi
piena la musica
ai freschi piedi dell’espiatrice
nella città di pietra.
Cosa va distruggendo in poesia, mentre tocca ad una “fiera azzurra” la custodia
dell’”armonia degli anni spirituali” (Declino dell’estate)? Qui disperazione non
è semplicemente sprofondare; è il tentativo di recuperare la durata, di
strappare la vita alla marcescenza dell’epoca.
Ogni grande poeta va capito nel paradosso. Proprio perché si sottrae alle
allodole del discorso, Trakl non canta la morte, ma dice, sanguinando, dunque
proprio morendo, la vita. Al piano di sopra, noi che non siamo poeti e crediamo
di essere al riparo dei paradossi, dei loro agguati, chiamiamo vita
quest’andatura più o meno ordinata, regolare, ignari che c’è un poeta, proprio
dove non osiamo scendere, pronto ad ingaggiare per il troppo amore quel duello
decisivo contro il sole falso che abbiamo posto a misura dei nostri destini
traditi. Sui passi di quella fiera azzurra, torna il poeta verso la sua
infanzia, verso sé stesso con sfrontatezza da angelo caduto.
III
Voi grandi città
innalzate di pietra
Sulla pianura!
Così muto segue
chi non ha patria
con oscura fronte il vento,
alberi spogli sul colle.
Voi correnti che lontane albeggiate!
Potente affanna
orrore d’un tramonto
nei nembi della tempesta
Voi popoli morenti!
Pallida onda
che si rompe alla spiaggia della notte,
cadenti stelle.
(Occidente)
(I versi citati sono nella traduzione di Leone Traverso)
Livia Di Vona
L'articolo “Azzurra fiera”. Inseguire Georg Trakl nel suo allucinato andare tra
sogno e veglia proviene da Pangea.
Paradosso, sospensione, spazio; all’interno dei microcosmi in cui impulso e
controllo, violenza e ironia convivono sotto la polvere, vige un luogo dove
fragilità e maestà si concedono al minimalista. In modo preciso e frammentario,
senza ridurre la complessità, si fa della poesia un laboratorio d’etica. Nel
panorama del materiale ci si confronta con la forza residua della parola, e gli
svizzeri rispondono audacemente con un equilibrio profondamente umano, fin
troppo.
Tra le voci più singolari della letteratura svizzera del secondo Novecento, Kuno
Raeber occupa un posto che sfugge a ogni definizione. Ex gesuita, visse la
scrittura come una forma di fede personale, e concepiva il suo lavoro “per sé
stesso, ‘L’art pour l’art’”, come confidò nel suo diario nel 1982. Questa
intransigenza lo rese un outsider, anche quando sembrava vicino al centro. Negli
anni del Gruppo 47 diventò amico di Ingeborg Bachmann e di Enzensberger, ma fu
presto respinto da quel mondo. L’insulto di Walter Jens in un convegno lo segnò
a fondo. La sua risposta fu radicale; fare della lingua il proprio rifugio
cosmico, un equilibrio di forze polari.
> “L’artista può solo essere identico a se stesso. Altrimenti non è nessuno”.
Dopo essere stato definito “un monomaniaco delle parole”, i suoi diari furono
paragonati a quelli di Kafka; entrambi scrivono come chi lotta per sopravvivere
alla parola stessa. Al cuore del suo pensiero, però, sta la teoria della memoria
artistica. Le cose cambiano con lo sguardo che le pensa. L’arte, per Raeber, non
inventa ma ricorda. Scava nella materia del mondo (Weltstoff) per far
riaffiorare significati nascosti. Da qui la sua avversione per l’astrazione e
per ogni forma di illusione mimetica. Il linguaggio, diceva, deve restare
“flessibile, chiaro e profondo”.
Nei suoi testi, mito e quotidiano si sovrappongono come in un palinsesto.
Influenzato da Ovidio e Borges, intreccia figure sacre e terrestri, corpi e
simboli, in una prosa densa e incantata. Negli anni Ottanta tornò alla poesia,
come se volesse chiudere il cerchio.
Morì di AIDS nel 1992, durante una visita a Basilea.
> “Tutto per me si riferisce sempre più decisamente ad esso. Per me non è altro
> che questo enorme poema, questa montagna di parole, questo libro totale che
> cerco di realizzare.”
Oggi Raeber è considerato un poeta di microcosmi lirici, capace di concentrare
in pochi versi la complessità dell’esperienza umana: violenza e ironia, presenza
e assenza, impulso e controllo. La sua poesia, tradotta in modo frammentario in
Italia, ha influenzato lettori e poeti contemporanei che cercano di esplorare la
fragilità della parola e la densità emotiva dei testi brevi. Raeber dà
importanza alla sonorità delle parole e al modo in cui esse possono diventare
esistenza autonoma. Tende a concentrare la sua attenzione sulla persistenza
della voce come residuo della presenza. In questa poesia, da me tradotta, si
trova l’immensità di una voce soavemente stridula.
Kuno Raeber (1922-1992)
Zikade (Cicala)
Einst bleibt (un giorno resterà)
von mir nur noch die Stimme. (di me soltanto la voce.)
Du wirst mich in allen (Tu mi cercherai)
Zimmern suchen, (in tutte le stanze,)
auf den Treppen, in den langen (sulle scale, nei lunghi)
Fluren, in den Gärten, (corridoi, nei giardini,)
du wirst mich suchen im Keller, (tu mi cercherai in cantina,)
du wirst mich suchen unter den Treppen. (tu mi cercherai sotto le scale.)
Einst wirst du mich suchen. (Un giorno mi cercherai.)
Und überall wirst du nur meine Stimme (E ovunque tu soltanto la mia voce)
hören, meine hoch monoton (sentirai, la mia alta, monotona,)
singende Stimme, überall wird (voce cantante,ovunque )
sie dich treffen, überall (ti troverà, ovunque)
wird sie dich foppen, in allen (ti prenderà in giro, in tutte)
Zimmern, auf den Treppen, in den langen (le stanze, sulle scale, nei lunghi)
Fluren, in den Gärten, im Keller, (corridoi, nei giardini, in cantina,)
unter den Treppen. Einst (sotto le scale. Un giorno)
wirst du mich suchen. Einst (tu mi cercherai. Un giorno)
bleibt von mir nur noch die Stimme. (resterà di me soltanto la voce
Già dall’incipit – “Einst bleibt von mir nur noch die Stimme” – Raeber rovescia
la concezione tradizionale della morte e della sopravvivenza poetica. Non è il
corpo a permanere, né l’opera in senso materiale, ma la voce; ciò che
dell’essere è destinato a risuonare oltre la fine. Il poeta non parla più come
un soggetto incarnato, ma come ciò che di lui continua a farsi udire nel mondo,
come pura vibrazione, come resto sonoro. L’idea di voce in Raeber non è dunque
fisica, bensì ontologica: essa è la traccia del passaggio dell’essere nella
parola. È la sopravvivenza del suono come forma di presenza, anche quando ogni
presenza concreta è scomparsa.
In questa prospettiva la poesia si avvicina a quella dimensione
che Heidegger definisce Stimme des Seins, la “voce dell’essere”. La voce, per
Heidegger, non è semplicemente il mezzo con cui l’uomo comunica, ma il luogo in
cui l’essere si apre all’ascolto. Essa richiama il Dasein, lo convoca nel mondo,
lo fa desto alla propria finitudine. La voce è ciò che resta dell’essere quando
il soggetto è venuto meno, il luogo in cui l’essere continua a dire se stesso.
Ma in Raeber questo è un gesto inquieto, quasi ossessivo. La voce che rimane è
“hoch monoton singende”, alta, monotona e cantante. Non consola, non lenisce,
ma perseguita chi ascolta. È una voce che non smette di ritornare, un suono che
non si placa mai.
Qui la riflessione di Raeber si avvicina a quella di Derrida, per il quale la
voce rappresenta la promessa e insieme l’impossibilità della presenza.
Nella trace, nella traccia, la voce si mostra come ciò che resta dell’assenza. È
presenza che non cessa di mancare, segno che rimanda sempre a un’origine
perduta. Così la voce di Zikade (Cicala) è ciò che resta del soggetto, ma anche
ciò che testimonia la sua dissoluzione; non è più “la mia voce”, bensì una voce
che parla al mio posto, che continua a risuonare quando il soggetto non è più.
Il tu lirico a cui la voce si rivolge – “du wirst mich in allen Zimmern suchen”
– rappresenta l’esperienza del lutto. È colui che cerca una presenza perduta,
che tenta di ricomporre la figura dell’altro attraverso ciò che di lui
rimane. Ma la voce di Raeber non conduce al ritrovamento. Essa sfugge e deride
chi la cerca. È una voce spettrale, che non si lascia afferrare né localizzare,
che risuona “überall”, dappertutto, nei giardini, nei corridoi, nella
cantina. Il suo essere ovunque è anche il suo essere in nessun luogo. Come lo
spettro descritto da Derrida in Spectres de Marx, la voce di Raeber non
appartiene né al regno dei vivi né a quello dei morti: è una presenza sospesa,
un’esistenza che insiste.
L’intera architettura del testo riflette questa condizione. Il poema è costruito
come una figura speculare, in cui la seconda metà ripete e varia la prima. Le
stesse parole (Zimmer, Treppen, Fluren, Gärten, Keller) ritornano, dispiegandosi
in un movimento di eco continuo. Questa ripetizione non è semplice insistenza
formale, ma incarnazione del tema stesso: la voce che ritorna, che si
rispecchia, che si ripete fino a svuotarsi. Il ritmo trocheo, con la sua caduta
regolare, e la predominanza dei suoni acuti e del dittongo ei, creano una
struttura sonora che traduce materialmente la “monotonia alta” evocata nel
testo. La poesia non parla della voce, È voce. Non rappresenta il suono, ma lo
produce; non descrive l’eco, ma lo diventa.
Il titolo Zikade chiarisce ulteriormente questa concezione. La cicala, nella
mitologia greca, è la creatura che ha rinunciato al corpo per vivere soltanto
nel canto. In Platone, nel Fedro, si racconta che le cicale erano un tempo
uomini, i quali, rapiti dal piacere del canto, dimenticarono di nutrirsi e
morirono. Le Muse li ricompensarono trasformandoli in esseri che non hanno più
bisogno di cibo né di riposo, e che possono cantare ininterrottamente fino alla
morte. Raeber recupera questa immagine, ma ne rovescia la valenza. Il suo canto
non è celebrazione, ma condanna; la cicala di Zikade è una voce che non sa
tacere, un suono che non trova pace, un canto che osa continuare dopo la vita.
> “L’opera d’arte, intesa non solo come espressione momentanea, ma come mondo
> completo, come progetto di un mondo alternativo, ha preso il posto della
> Chiesa.”
In questo senso la poesia di Raeber si colloca in uno spazio di confine tra voce
e scrittura. La voce di Zikade vive soltanto nella pagina, nella ripetizione
tipografica delle parole, e tuttavia quella scrittura si comporta come suono. La
poesia tiene insieme i due poli che la filosofia occidentale ha spesso
contrapposto; la voce come immediatezza della presenza e la scrittura come
distanza e rinvio. Raeber, invece, mostra che la voce poetica è possibile solo
dentro la scrittura, e che la scrittura è viva solo in quanto risuona.
La ripetizione, il minimalismo, gli enjambements e l’uso dello spazio fisico e
mentale creano una densità lirica che invita a sostare, a confrontarsi con la
complessità dell’altro e con le tensioni morali e psicologiche della vita. Tra
muse, cicale, scale e cantine, la sua voce, alta, monotona, ossessiva, continua
a vibrare oltre la morte. Come se alla fine non l’uomo, ma la lingua, fosse la
vera sopravvissuta.
Tommaso Filippucci
*In copertina: un’opera di Alfred Kubin (1877-1959)
L'articolo “Questo libro totale che cerco di realizzare”. Kuno Raeber,
monomaniaco delle parole proviene da Pangea.
Un dannato della vita. Non trovo definizione migliore per riferirmi a Edgar
Allan Poe (1809-1849). La sua fu un’esistenza breve, tormentata, trascorsa tra
il disordine e gli eccessi, segnata da una compagna fedele e inseparabile:
un’angoscia assoluta. Sul piano sentimentale ebbe una vita, per usare un
eufemismo, complessa; il matrimonio, celebrato due volte a distanza di otto
mesi, con una tredicenne che per di più era sua cugina la dice lunga al
riguardo. Però, nonostante, mi correggo, grazie a questo grande guazzabuglio, lo
scrittore americano ci ha lasciato una serie di racconti straordinari. Tra i
tanti il mio preferito resta sempre Un uomo tra la folla, anche perché, secondo
me, incarna nel modo migliore il suo autore. A tutti gli effetti è un
autoritratto di Poe.
Si svolge a Londra ed è la storia di un uomo che, dopo una lunga malattia, esce
per la prima volta e si mette a osservare la folla da dietro le vetrate di un
caffè. Comincia a guardare i passanti prima in modo impersonale, poi a poco a
poco, attraverso i vestiti, il modo di incedere, l’espressione dei volti, cerca
di capire a quale categoria sociale appartengano. A un tratto un vecchio
dall’aspetto cupo e singolare cattura la sua attenzione e, spinto da un bisogno
irrinunciabile di saperne di più su quella figura, l’uomo esce dal caffè e si
mette a seguirlo attraverso le strade della città. Da lì ha inizio una furibonda
cavalcata che dura tutta una notte e una giornata intera, con il vecchio sempre
immerso tra la folla e terrorizzato all’idea di rimanere anche per pochi istanti
da solo. L’inseguimento è tanto assillante quanto vano e terminerà senza nessun
risultato se non la consapevolezza dell’impossibilità di capire il segreto
dell’uomo della folla.
> «Annientato dalla fatica com’ero, al cader della seconda sera, affrontai
> risolutamente lo sconosciuto e lo fissai negli occhi. Ma egli fece la vista di
> non accorgersene. E riprese, d’un subito la sua solenne andatura, mentre io
> rimanevo immobile a guardarlo, e a seguirlo non mi bastava più l’animo.
> ‘Questo vecchio – dissi allora a me stesso – è il genio caratteristico del
> delitto più efferato. Egli non vuole rimanere solo, è l’uomo della folla.
> Sarebbe invano che io continuassi a seguirlo, giacché non riuscirei a sapere
> di lui e delle sue azioni nulla più di quanto egli già non mi abbia fatto
> sapere’.»
Il significato del racconto è evidente: l’impossibilità di arrivare a una vera
conoscenza e testimonia come il percorso della vita sia lungo, tortuoso,
faticoso e ahimé senza alcun risultato perché alla fine non ci sarà nessuna
scoperta della verità. Ma, come tutte le storie di Poe, anche questa è una fonte
inesauribile di riflessioni. Prima di tutto pensiamo a quella smisurata folla, a
tutti gli effetti la vera protagonista del racconto, così opprimente da togliere
il fiato e in mezzo alla quale ci rendiamo tragicamente conto di essere immersi
anche noi ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Proprio come il vecchio del
racconto, tutti sembriamo avere un bisogno coattivo della folla; una condanna
tanto primitiva quanto incomprensibile che ci portiamo sulle spalle come le
lumache con la loro conchiglia. Usciamo al mattino e andiamo al lavoro
incolonnati insieme a una moltitudine di nostri simili; appena abbiamo un
momento libero corriamo a distrarci in luoghi pieni di gente, sia un locale
pubblico, uno stadio o un cinema; quando arrivano le vacanze ci muoviamo tutti
insieme per poi ritrovarci ancora una volta in posti affollati da una
moltitudine di nostri simili. Siamo perennemente nello stesso tempo uomini tra
la folla e uomini sempre più soli, del tutto estranei a noi stessi come agli
altri.
Con il suo racconto Poe dimostra di essere ben consapevole del destino crudele e
beffardo a cui sembra costretta in modo inesorabile l’esistenza umana. Una folle
corsa in fondo alla quale cerchiamo disperatamente di scorgere un barlume di
luce, ma che invece ci vede già condannati in partenza alla sconfitta. Poe parla
al nostro cuore. La sua angoscia non può non essere anche la nostra. A questo
serve la letteratura. Quella vera si intende. Come il protagonista di Un uomo
tra la folla siamo spinti da forze misteriose e a noi del tutto sconosciute a
muoverci, ad agire, a parlare, ad andare sempre avanti senza sosta sotto la
spinta inesorabile della nostra perenne ansia, piccole rotelline di un
meccanismo infernale di cui non riusciamo a capire né l’origine né la fine.
Per tornare alla vita di Poe di cui si diceva all’inizio, va detto che anche la
sua fine fu tragica e misteriosa, avvolta in una imperscrutabile miserevole
grandezza, una scena che sembra uscire da uno dei suoi racconti. La mattina del
3 ottobre 1849 un uomo in preda al delirium tremens venne trovato in una lurida
stanza di un alberghetto da due soldi di Baltimora. Nessuno lo conosceva, venne
trasportato d’urgenza all’ospedale della città dove morì dopo qualche giorno
senza riprendere conoscenza. Le ipotesi sulla causa della morte sono tutto un
programma: cardiopatia, epilessia, sifilide, meningite, colera e, tanto per non
farsi mancare niente, rabbia. Era Edgar Allan Poe, un uomo tra la folla.
Silvano Calzini
L'articolo Edgar Allan Poe parla al nostro cuore: la sua angoscia è anche la
nostra proviene da Pangea.
Offro la mia anima martoriata alla poltrona ergonomica, alla scrivania di
laminato, alla luce gialla, al gabbiotto. La offro all’asfalto gangrenoso; al
moto ondoso dei semirimorchi, alla luna sul campanile, il tuo volto
trasfigurato. Offro al timbratore, divinità del tempo – non all’azienda, non ai
colleghi – ogni minuto di questa litania che è la mia vita.
*
Il contratto scade il trenta novembre, e ti penso. Non ho più voglia di dolore,
solo voglio il caldo buono di un qualche oblio nuovo e diverso, una scapola, un
neo, depositati nel mio letto e poi nei pensieri della giornata. Possono
accomodarsi le immagini tra queste mura di plastica e metallo, e ristorare le
sette, le otto, le nove poi le dieci.
*
Io mi ricordo! E mi sembrava un gioco così semplice la sera, nell’angolo soffuso
io con la camicia appena aperta tu ancora col cappotto freddo di strada e
profumo. Dio doveva pur star guardando, dal basso della mia anima, doveva pur
aver visto quanto ero felice: non andava bene, dovevo soffrire, dovevo vomitarmi
ancora e ancora, fino all’apice. Quando sarò umiliato tutti finalmente mi
potranno vedere.
*
Io non sono Cristo e dalla mia umiliazione nessuno trarrà alcuna salvezza. Il
risultato pratico e concreto è un lievissimo aumento percentuale dell’efficienza
nella registrazione dei semirimorchi, lavoro al quale sono tornato con malcelato
autocompiacimento. Alzo la sbarra all’ingresso del piazzale, l’autista scende,
mi dà targa e documento, io batto tutto al computer, poi è libero di
andare. Quando cala la notte la larga vallata dei container sembra un villaggio
che dorme, un gioco di bambino in cui le case di ferro sono targate MSC, Maersk,
Lilliu, Sarda Trasporti. Immagino tra quelle case la mia. Il mare è a poche
centinaia di metri, ma non ci penso mai.
*
Valentin scarica e gli chiedo una sigaretta. Vedo la torcia olimpica tatuata sul
braccio e mi metto a chiedergli se era un atleta, che atleta, ma mi risponde in
maniera dolce e sgrammaticata; annuisco senza capire. Gli sciorino le mie dieci
parole di russo chiedendomi, come in tutti questi casi, se gli faccia piacere o
meno – non importa, ne ho voglia. La sua faccia ha la forma di una pera che sta
marcendo e diventando grigia, mangiata dalle vespe.
Lui è Eugenio Sournia
*
Vorrei tenermi la sigaretta che mi ha dato Valentin per fumarmela da solo; però
decide di accenderne una anche lui e per qualche minuto si crea questa breve e
strana intimità virile, in cui entrambi tacciamo e guardiamo la cancellata di
metallo, la città che dorme al di là di quella, ormai vuota di promesse, sempre
la stessa.
*
Alla fine Valentin riparte e mi metto di nuovo a registrare i trasferimenti
della giornata. XA245RS, AE33811, XD490EE. È un lavoro intelligente e bello: non
penso mai, non penso mai, tutto il pensiero è tuo tuo e solo tuo. Mi dico un po’
di rosario e ricomincio la decina ogni volta che passa un camion e lo devo
registrare, ma ogni Ave Maria è per te, Virginia, per la tua conversione, perché
coincida col tuo ritorno, finalmente redenta, finalmente pronta, finalmente mia
davvero.
*
Poi appoggio il telefono alla base del computer e metto il timer a cinque
secondi. La luce è pessima, le pareti annerite da una melma senza nome, un
cancro in potenza. In atto, la mia faccia più stralunata possibile, mi scatto
una foto con l’unico scopo di riguardarla e riderne quando finalmente vivaddio
sarò felice. Sarà un post su Instagram da far uscire il giorno dell’uscita di un
disco, o di un libro, con una frase del tipo “il dolore è una porta”. Sono un
uomo molto stupido.
*
Insomma Dio mi guarda dal cielo fondo e nero sopra l’Intercontainer,
dall’asfalto gangrenoso, dalla scrivania di laminato, dalla luce gialla e sporca
del gabbiotto. Io se non bestemmio è solo per ingraziarmelo, una sorta di
pensiero magico che so bene non servire a niente, ma che mi è
irrinunciabile: perché comunque spero, animalmente spero, che ci sia un’assurda
imponderabile giustizia che cali da tutta questa bellezza a strapiombo.
*
Ah, anche l’anima mia fu bella, ma la deturpai col peccato: mi resta la
tenerezza. Da una macchina di tedeschi che mi passa davanti esce Bette Davis
Eyes.
Eugenio Sournia
*Eugenio Sournia vive, scrive, lavora a Livorno. È stato il leader dei Siberia,
con cui ha pubblicato tre dischi. Nel 2023 ha pubblicato l’EP “Eugenio Sournia”,
con cui ha vinto il Premio Ciampi. Lo ascoltate, in parte, qui.
In copertina: Gabriele Basilico, Dunkerque, 1984; copy Gabriele Basilico/Studio
Basilico Milano
L'articolo Ballata dell’Intercontainer proviene da Pangea.
Vergogna, modestia, umiliazione o persino narcisismo; dissolversi per durare è
un gesto antico e modernissimo che cela un desiderio paradossale. D’altronde, se
anche l’autore del creato è l’innominato per eccellenza, allora tacere il
proprio nome è, in fondo, un atto teologico; una restituzione al divino
dell’atto di creare.
> “Là dove il nome tace, parla lo spirito.”
>
> Meister Eckhart
Tutto comincia quando l’autore si ritira. È allora che la voce dell’opera
diventa più nitida, che tutto si distrugge e resta soltanto la parola, sospesa,
come un respiro senza volto. Lungi dall’essere una semplice mancanza di firma,
l’anonimato letterario è stato un dispositivo di libertà, censura e
sopravvivenza, e, nonostante possa apparire come un mero residuo arcaico, forse
è l’ultimo atto di libertà possibile.
Nel Settecento europeo, di fatto epoca di censura e illuminazione, si fece
dell’anonimato una pratica necessaria e quasi stilistica. In Italia, il nome
poteva divenire condanna. La firma, un azzardo politico. Nel mondo editoriale
del tempo, la scelta di non apparire non era sempre dettata da modestia, ma da
una prudenza colta, da un senso di difesa intellettuale.
Michel Foucault ha scritto – in Che cos’è un autore?,1969 – che
> “L’autore non è più che una funzione del discorso.”
Eppure, proprio quando il nome scompare, la voce si amplifica. Molti dei
repertori bibliografici nati tra Sette e Ottocento sono, infatti, tentativi
di restaurare il nome perduto, di restituire una biografia all’ombra. Lì dove il
frontespizio tace, i filologi cercano indizi, sigle, dediche, scaglie di
calligrafia; una sorta di archeologia del soggetto.
Inizialmente, le opere anonime appartenevano a generi precisi. Le grammatiche,
gli abbecedari, i manuali di divulgazione scientifici; testi utili, collettivi,
spesso di larga circolazione. Ancora più importanti però sono i viaggi, i
romanzi, i testi satirici e teatrali; generi più insidiosi, dove l’io autoriale
poteva essere compromettente.
> “L’uomo raggiunge la sua vera grandezza quando scompare dietro ciò che crea.”
>
> Antoine de Saint-Exupéry, Terra degli uomini
Soprattutto nella frammentata Italia pre-unità, tra censura, inquisizione e
gelosie accademiche, il nome poteva essere una ghigliottina. Il monaco Norberto
Caimo, ad esempio, nel 1761 pubblica le Lettere d’un vago italiano ad un suo
amiconascondendo il proprio nome e perfino il luogo di stampa, indicando
l’inesistente città di Pittburgo. Qui si descrivevano i viaggi dell’autore in
Spagna, Portogallo, Inghilterra, Belgio e Francia tra il 1755 e il 1756 in
un anonimato etico, figlio della vocazione religiosa ma anche di una sensibilità
politica; il religioso che scrive, osserva, giudica, ma che non può esporsi.
Una sorte ben diversa tocca a Saverio Bettinelli: gesuita e critico fu
richiamato all’ordine dopo aver firmato le Lettere virgiliane. Quando pubblica
le Lettere inglesi, è costretto a scegliere il buio; una rinuncia al nome per
salvare la voce.
Vi sono poi i casi in cui l’anonimato diventa maschera politica, come
per Ludovico Bianconi, medico bolognese che nel 1764 pubblica a Lucca, in un
contesto di scontro feroce tra censura ecclesiastica e libertà ducale,
le Lettere al marchese Filippo Hercolani. Qui, osservando la vita tedesca, egli
annota con finezza i contrasti tra protestanti e cattolici, e l’omissione
tipografica diventa, così, una scappatoia etica e politica; pubblicare altrove,
fingere.
> “Il nome è la più antica catena dell’uomo.”
>
> Elias Canetti, Massa e potere
Ci fu anche, però, chi il proprio nome lo volle difendere. Carlo Goldoni, nella
Venezia delle tipografie e dei plagi, capì che la vera censura non era quella
del doge, ma quella degli stampatori e direttori di teatro (in questo caso
Giuseppe Bettinelli e Girolamo Medebach). Le sue commedie – “sfigurate,
scorrette, ad onta mia” – gli sfuggivano di mano. Così la firma divenne per lui
un’arma, un atto di proprietà, quasi un testamento.
Ogni prefazione, ogni ritratto inciso in frontespizio erano un modo per dire “io
sono questo volto, questa voce”. Nel suo teatro la lotta per la verità non è
solo drammatica, è editoriale.
Scrivere significava difendersi dal furto, dal silenzio, dall’oblio. Il suo
teatro è un tribunale dove l’autore, l’editore e lo spettatore si contendono il
diritto alla verità.
> “Chi avrà coraggio di por mano nelle opere mie?”
>
> Carlo Goldoni
Goldoni è il primo autore italiano moderno, perché intuisce che il nome, in
fondo, è già una maschera. E che ogni maschera, prima o poi, diventa
necessaria. Il nome proprio, diceva, non designa un uomo, ma una certa modalità
dell’esistenza dei discorsi. Eppure, siamo certi che comunicare non significa
per forza trasmettere; un nome vende, un concetto insegna.
Naturalmente, però, la società evolve, il tempo scorre, e nel XX secolo,
l’anonimato non è più soltanto difesa o prudenza, bensì esperimento, gioco,
filosofia. Samuel Beckett, durante una conferenza nel 1969:
> “Cosa importa chi parla?”
La voce, non il volto, è ciò che conta. L’opera deve bastare a se stessa. Lo
stesso Foucault, citandolo, immaginava una cultura “in cui i discorsi
circolerebbero nell’anonimato del mormorio”, come se la letteratura potesse
finalmente liberarsi dal peso dell’identità.
A questa dissoluzione partecipano anche gli autori che scelgono di
moltiplicarsi: Italo Calvino, ad esempio, gioca con la maschera dell’autore, con
l’idea di un io che si disgrega e si ricompone nella pagina, fino a farsi pura
voce narrativa. Ancora più radicale è stato il portoghese Fernando Pessoa, che
ha fatto della scissione il proprio metodo creativo:Ricardo Reis, Álvaro de
Campos, Bernardo Soares, Alberto Caeiro – quattro volti, tra le miriadi, per un
solo silenzio.
L’anonimato moderno, dunque, non nega il sé, lo moltiplica. È un paradosso
produttivo, una dissimulazione che genera nuove voci, nuovi corpi testuali.
Barthes, nella sua celebre formula, ne sancisce la fine apparente – la morte
dell’autore – ma in realtà ne proclama la trasfigurazione. L’autore che si
dissolve nel testo, nel lettore, nel linguaggio stesso.
E cosa resta oggi di quel gesto antico, nell’epoca dei profili e degli
algoritmi?
Nel mondo digitale, l’anonimato non è più un atto di modestia né di difesa,
bensì un campo di tensione. Da un lato, è la maschera libertaria dell’individuo
che sfugge al controllo, dall’altro, è lo strumento della dissimulazione, del
falso, del moltiplicarsi dei sé. L’anonimato come simulacro.
Ogni commento senza firma, ogni voce che si dissolve nella rete, ripete in forma
tecnologica l’antico gesto del monaco o del filosofo. Ma oggi la sottrazione non
coincide più con la purezza. Si tratta di un rumore di fondo, un eccesso di
presenza spacciato per assenza.
Eppure, anche qui, in questo nuovo paesaggio, sopravvive il nucleo originario
del gesto anonimo, la sua nostalgia di non appartenere a nessuno.
> “I miei libri, la mia opera […] Il lato grottesco di questi possessivi. Tutto
> si è guastato da quando la letteratura ha smesso di essere anonima. La
> decadenza risale al primo autore.”
>
> Emil Cioran, Confessioni e anatemi, 1987
Forse solo chi tace il proprio nome può ancora pronunciare parole vere. Forse
ogni opera, anche la più firmata, tende segretamente all’anonimato, a quel punto
in cui il linguaggio non ha più bisogno di padrone. Scrivere senza nome
significa non dover più difendere nulla, né un’identità, né una carriera, né una
vanità. È l’esperimento più radicale di sincerità; in fondo, non si puo’ morire
se non si ha un corpo da seppellire.
Tommaso Filippucci
*In copertina: gli “sfregi” di Nicola Samorì
L'articolo Sfigurare il nome. Solo chi è nessuno può dire la verità: discorso
sull’immortalità dell’anonimato proviene da Pangea.
C’è come una voluttà nel farsi imprendibile – imprenditore dell’imprendibile –
la sequela disseccata. Una pratica dell’elusione portata al punto di rottura:
alla soglia del fantasma.
Ovvio: ci piacciono i libri impossibili. Quelli che sfuggono alla gabbia stessa
del libro – questo sono le parole, d’altronde: corde, coltelli, cani da slitta,
strumenti di evasione dalla massa. Le parole non stanno ben intruppate in un
libro: il libro non è un pollaio, non è una caserma. Il libro non è un
parlamento. Sta allo scrittore forzare i sigilli del libro; al lettore il
coraggio di cavalcare a pelo nudo un simile destriero.
Ci piacciono i libri disabili all’editoria odierna. Ci piace questo scalpitio di
libri che obbligano l’ascesi al lettore – cercalo, affrontalo, sfiatalo.
Torno a Dominique Rouche, lo scrittore più elusivo della letteratura francese.
Anche la parola scrittore lo irrita; anche dire letteratura. Dominique scrive –
e vive. Le notizie sul suo conto sono rade, le fotografie inaffidabili; l’anno
prossimo dovrebbe compiere ottant’anni – nel 1973, per Gallimard, ha pubblicato
Hiulques Copules, libro di spiazzante bellezza, ascritto, senza troppa ragione,
al magma ‘sperimentale’. In realtà – come ha compreso Michel de Certeau, mistico
fan del poeta – Dominique Rouche si muove a ritroso, verso l’origine del
linguaggio, all’Ur del Verbo. Di qui, il disastro grammaticale, la dizione
animale, la lacerazione tra trafittura eraclitea e glossolalia. Più che i
nouveau, a qualsiasi sigla appartengano, in Rouche agisce, semmai, il dire di
Angelus Silesius, l’angelologia dello Pseudo-Dionigi, il razzolare tra locuste
aforistiche, tra spine verbose.
Togliere il vello al linguaggio, fare lo scalpo al logos. Che questo deambulare
tra gli estremi comporti un romitaggio da sé, l’occlusione, il silenzio è ovvio.
Chi scrive, vive – scrivendo, c’è chi si inscrive in una storia, la propria,
illusoria, con le ecchimosi della fama, e chi, meticolosamente, si cancella.
Ricalcare uno scritto, screpolandolo.
Ad ogni modo, Dominique mi scrive da Parigi – una città, immagino, in cui si può
vivere sparendo, come in un anfratto della Tebaide.
Un giorno, allo zenit dell’estate, nel suo italiano inventato, un Petrarca col
cilicio, Dominique mi reclama:
> “Ho baciato l’alba estiva. È davvero Rimbaud a dettare questo a tutti coloro
> che sono coinvolti in questa ineffabile avventura alla quale siamo destinati?
> In quale lotta siamo impegnati? La letteratura potrebbe essere quest’arma di
> cui non comprendiamo appieno la portata? Quindi siamo gettati in questa lotta
> senza armi a proteggerci.
>
> A questo proposito, come da lei richiesto, le invio uno dei miei libri
> intitolato Dieue, al quale sono molto affezionato. Vorrei permettermi di
> elencare alcuni requisiti essenziali per la lettura di quest’opera prematura:
> aprire il libro a caso e decifrarne l’intera portata; leggere lentamente ogni
> riga in cui il testo è affrontato nella sua interezza. Privo di qualsiasi
> cronologia narrativa, questo racconto frammentato non ha né inizio né fine:
> incarna il ciclo della scrittura di cui forse abbiamo ignorato la portata.
> Tutto questo vi sembrerà vano, dal momento che sapete già leggere tutto ciò
> che conta in questo vangelo, in questa apocalisse in cui dispieghiamo il
> nostro talento, così modesto e tuttavia così ambizioso. Ho baciato l’alba
> d’estate: questo è tutto ciò che c’è da ripetere”.
Poco più tardi, mi arriva il libro. Dieue – spietata sintesi tra dieu, dio, e to
die, morire – è un libro introvabile, fuori mercato, fuori da tutto. Lo ha
pubblicato, nel 2006, Editions QUE; il sito dell’editore risulta attualmente
scomparso. Stampato senza troppa grazia, in copertina reca una voragine scura,
qualcosa tra il buco nero e la mammella – il nutrimento e la sete, il corpo e la
stella – su fondo bianco. Sottotitolo: Hymne à la déesse blanche. In esergo:
frasi sparse di Jacques Lacan, Thomas de Quincey, Goethe, Franz Rosenzweig. Il
biglietto di Dominique è in una calligrafia che non riesco a districare; il
libro è stato tirato in cinquecento copie; l’ultima parola: “l’essere
soggiogato”.
Trecentocinquanta pagine: fitte, nottambule, che alternano il racconto mitico,
la quest, all’apoftegma, la ‘regola’ all’epica, l’impennata lirica al dire tra
gli stenti. Coltivazione di apparizioni; spettri in quantità – spesso malevoli.
E poi: una purezza, una tenerezza, come di chi, ovunque, scavi fino al latte,
fino al sì. Uno scrivere a stalattiti.
I supporti al libro sono fatti per dissuadere. Si dice che “Dieue è linguaggio
crollato nell’abisso della soggettività. Leggere, a questo punto, equivale a
essere posseduti dal lirismo della trasgressione”. Dei libri di Dominique Rouche
si dice che hanno “messo in scacco la critica”; viene citata una frase tratta da
un articolo uscito su “Le Monde”: “un capolavoro dell’inafferrabile”.
Nonostante i manichini e le quinte teatrali, le turbe da impossessato, Dominique
non sobilla le ombre. Mi scrive: “Mehr licht: questo è lo scopo di un’opera del
genere. ‘Più luce’ implica l’oscurità in cui siamo tutti immersi”.
Qui si traducono le prime pagine di Dieue. Genesi e Apocalisse paiono rimeditate
alla luce di Lautréamont – ma c’è un momento in cui anche il gioco delle
assonanze, il gioco delle discendenze e della specie reietta e della specie
rettile non ha più senso. Il linguaggio si usura per esaltazione, qui, con i
capitelli della luce: ciò che ne esce già urla, già va a mensura di latrato.
Che bello: c’è qualcosa da cui siamo espulsi, qualcosa che nessuna intelligenza
può più comprendere.
Ed esserne grati, al colmo.
***
Dieue
Sì, il serpente addormentato sotto il tripode si agita, dilaga, come una
scrittura sacra che, con le sue spire, compone tutta la verità furente e ancora
con le travi: ebbro, allora, legge i lemmi scavati sul bordo dell’altare, sente
l’offerta in sangue devota alla Sua furia, alla Sua collera. Offre alla lettura
un manoscritto disfatto che la falesia del deserto contesta radicalmente con
tutto l’ardore della sua negata altezza.
L’eroe – perché è qui che inizia il nuovo canto, che non sarà smentito dal cielo
occluso di stelle, dalle inverate costellazioni, le enervate – mostra il viso,
illuminato da un sole dimentico, dissimulato dalla lava, eclissi sublimata di
uno stile senza ornamenti. Apre al nuovo e all’allarmato il dire: apre i
bastioni a un’avventura a cui solo lui può donarsi, su cui misura le passioni
dimenticate.
Solleva il viso: a precipizio la scrittura su cui grava l’interdetto
dell’incesto e del parricidio. Attribuisco la mia furia d’amare al nulla, ai
calcoli di chi nega, e i filatteri del cielo rimandano alla parola incarnata del
dio crocefisso che s’incarica di ogni verità perduta ai confini di un Oriente
travestito.
Parla – la sua violenza trafigge la verginità della pagina dove il nome del dio
senza imperfezioni illumina la finestra di una stanza misteriosa, gelida. Il
fuoco cova nel camino, sdraiato sui tappeti di una calcolata resurrezione conta
le crepe sul soffitto, sempre sul punto di crollare, sempre sotto il tiro di un
cataclisma annunciato.
Il lettore, immagino, è pallido, è nello sconcerto come chi legge di nascosto,
strappa il manoscritto del sogno e ne sparge i frammenti a casaccio,
nell’eternità – e comprende l’intera portata della sua perdita. Le pagine,
questo paradiso, questa colpa, volano nel cielo moribondo: cosmo e caos sono una
colonna di marmo che sprofonda nell’abside dove giace il corpo verginale, le sue
vesti, blu o viola.
Pronuncio il sacro nome, la grafia segreta, e verso di me crollano i carri della
fama – sul sentiero geme la voce esausta, sotto dettatura.
*
Infallibile, freddo avanzo su questa terra dannata e la maschera
dell’interiorità è slacciata: il volto si inchina al mago mitridatizzato in cui
vita e morte sono mescolate. Ma lui parla, la sua violenza irrompe nella nube e
io scrivo per un morto che continua a esistere in me – diluvia, e i mondi sono
riverginati nei primi fondamenti.
Esiste un lettore perfetto: ha letto il vangelo della crudeltà e la sua ferocia
irrompe, incide chiose ai margini del dire in fiamme. La trappola di una prosa
troppo complessa si chiude sul lettore, in gabbia, davanti ai cancelli di una
verità inappropriata.
*
Ma egli calcola, fracassa il sogno dalle invise pareti, sfiora l’adolescente che
riposa sui tappetti ammonticchiati: penetrerà nel regno che gli è dato e il suo
rifiuto scalpita sotto la ragione, esposta ai quattro angoli di un cielo
veritiero. Perché: non esiste passaggio obbligato alla realtà del desiderio: non
esiste barriera infinita al verbo incarnato: egli regna, assiso sul vuoto, e il
discorso, contorto, si avvolge tra le sue mani – anelli di zaffiro lo accertano.
*
Cosa dice la volontà del padrone, presto dimenticata perché non ha rimpiazzi?
Enuncia la legge della menzogna e della crudeltà: enuncia la paratia del vero
che si offre a chi varca soglie che non ammettono ritorno, in cui egli, adorato
e solo, è affrancato dalla trasgressione, dall’obbligo del candore. Graffi
incisi sulla pella di una vittima assetata di verità: scrittura che traccia
scogliere: inchiostro misto a sangue.
*
La ferocia del dire e del nominare comporta l’aldilà della voce, una voce
rappresa che ruggisce nella scrittura, dove riversa ogni conoscenza, ogni
calcolo del destino: la castrazione è un inganno, è ingiuria al vero: esiste
solo un solo passaggio: l’essere che distrugge l’istante della sua morte
annunciata: la seconda morte è rinviata ai residui dell’essere – sole che si
eclissa sul deserto e illumina senza sfarzo il poeta, accucciato tra gli
stracci.
Dorme o finge di sonnecchiare – perché gli è apparecchiata una via dove può
avanzare libero dalle sue presunte catene –, le mani scarnificate: perdura nella
morte che gli si oppone ma non lo scalfisce: rivive nel discepolo designato la
voce impossibile di Colui che per primo lo ha insultato.
Se muore è per approdare sulla riva dove l’eroe torna carico dei fiori
dell’immortalità, il petto nudo che erutta nubi e sangue, la sostanza del suo
corpo universale. Il maestro crolla nella replica della sconfitta e il discepolo
gli vela il viso: eco che riverbera ai quattro angoli di un cielo trafitto, che
si spiega sul nulla.
Il mondo torna sull’inveterato asse, il logos riappare all’orizzonte della
volontà. Castrazione e morte si scambiano – l’impossibile può essere realizzato
nell’essenza della libertà.
Dominique Rouche
*In copertina: un’opera di Pierre Soulages
L'articolo “L’aldilà della voce”. Intorno a un libro impossibile di Dominique
Rouche proviene da Pangea.
Non sono molte le fotografie in cui Joyce guarda dritto di fronte a sé. Quasi
sempre si offre di profilo, in una posa a tre quarti che ricorda i ritratti
rinascimentali. Lo sguardo vaga verso misteriose zone del pensiero. Ne nasce
l’impressione di trovarsi davanti a un predone del futuro, un contrabbandiere
d’infinito. Chi osserva ne riceve una scossa segreta. Joyce è un campione
d’eleganza: veste sempre in modo impeccabile, con cravatte raffinate sulle
camicie inamidate, talvolta un papillon più svolazzante, la bombetta calata sul
capo da cui, con timidezza combattuta, spuntano orecchie appena a sventola.
Non fosse per la sua graduale cecità – negli ultimi anni era costretto a
indossare una benda nera sull’occhio sinistro, da pirata – nel mio bestiario
affettivo di scrittori e poeti Joyce sarebbe un falco. Come un rapace, irrompe
nel cielo squarciando il velo del presente, lanciato in una forsennata ricerca
del futuro. Meglio allora accostarlo a un rapace notturno, un barbagianni capace
di volteggiare silenziosamente nelle tenebre. Nell’antichità gli àuguri
scrutavano gli uccelli per cogliervi presagi divini: il futuro si rivelava
attraverso la direzione e la provenienza del volo. Allo stesso modo, leggere
Joyce è presagio di futuro: lo schiudersi delle infinite possibilità del reale
nell’orizzonte della vita.
D’altronde, in un passo magnifico del suo Ritratto, libro-amuleto da tenere
sempre in tasca contro le trappole della maturità, Joyce affida a Dedalus queste
parole:
> “…e per secoli gli uomini hanno guardato in alto come lui ora guardava gli
> uccelli in volo. Il porticato sopra di lui gli ricordava vagamente un tempio
> antico e il bastone al quale si appoggiava stancamente gli ricordava quello
> ricurvo di un augure.”
Poche pagine prima di questa epifania, dall’avamposto di Howth, Dedalus
contempla la spuma proteiforme delle nuvole che solcano il mutevole cielo
irlandese. Sono in viaggio verso il Continente, verso quell’Europa misteriosa
fatta di idiomi stranieri, valli e cittadelle cinte di boschi, da cui sembra
levarsi una musica confusa, prefigurazione dell’esilio di Joyce. Da qui inizia
una delle più grandi e radicali avventure creative dei nostri tempi, che non ha
ancora esaurito – e forse non esaurirà mai – la sua dirompente carica
rivoluzionaria.
Grandi, anche grandissimi scrittori, una volta letti danno l’impressione di aver
detto fino in fondo ciò che avevano da dire. Con Joyce, questo non accade: la
partita resta sempre aperta. Negli anni Venti del Novecento, Arthur Power, un
altro dublinese trapiantato in Francia, lo incontra per caso al Bal Bullier di
Parigi. Nasce così un rapporto d’amicizia destinato a durare oltre un
decennio. Power ne ha lasciato testimonianza in Conversations with Joyce,
apparso nel 1974 e oggi introvabile in italiano. In un passaggio del libro,
parlando di John Donne e degli elisabettiani, Joyce finisce in realtà per
tracciare uno dei ritratti più luminosi di sé stesso e della propria poetica.
> “Con Donne si entra in un labirinto di pensiero e sentimento. Ogni sua poesia
> è un’avventura nella quale non sai dove andrai a finire, che è esattamente
> quello che dovrebbe essere un’opera d’arte. Quando vivi non sai dove ti
> condurrà esattamente un’esperienza, e così con la letteratura. È proprio
> questo che la rende così folgorante”.
Si è detto che il Dedalus è la testimonianza di una precoce formazione
intellettuale. Senza dubbio, ma c’è molto di più. Forse, solo nelle pagine
conclusive de Il dono di Nabokov, si avverte con uguale intensità l’emozione di
un’energia creativa pienamente cosciente di sé stessa, pronta a spiccare il volo
verso un orizzonte sconfinato. Da quelle scogliere di Howth, che in primavera si
ricoprono di fiori di campo, si leva il grido interiore di un giovane che vuole
essere il primo artista sulla terra. Attraverso “silenzio, esilio e astuzia”, un
ragazzo di neanche vent’anni diventerà il più grande demiurgo della parola.
Tra i lungosenna di Parigi, le piazze triestine percorse dalla Bora e i vicoli
dell’incompresa Roma si compirà una memorabile parabola esistenziale e
letteraria, alla fine della quale la paura dell’ignoto si trasformerà nella
tavoletta su cui Thoth, il dio degli artisti, scrive con una canna di palude,
reggendo sulla stretta testa di ibis la luna falcata. L’etimologia della parola
“avventura”, d’altronde, ci insegna che lo spostamento nello spazio coincide
anche con quello nel tempo.
E nella curva di un’emozione – come l’ha definita Franca Cavagnoli – trova
spazio anche l’amore. Alla fine del quarto capitolo del Ritratto, l’apparizione
di una ragazza sola e immobile nell’acqua suscita in Dedalus una vera epifania,
decisiva per la coscienza della sua vocazione. Il giovane scrive versi, versi
d’amore. Rievoca un colloquio sommesso con Emma a bordo di un tram, nella notte
limpida e ricca di promesse. I capelli della ragazza profumano di pioggia. Il
suo corpo emana un odore selvatico e languido, distilla afrori e rugiada.
In Stephen Hero, altra incantevole primizia joyciana, la lettura della Vita
Nuova di Dante suggerisce al protagonista di comporre una raccolta di versi
d’amore. Non c’è posto per l’avarizia del cuore: in amore – dice Daedalus – si
deve dare tutto. La creazione si fonde con la biografia. Il primo libro di Joyce
appare nel 1907 – Music Chamber –, una raccolta di trentasei poesie di
ispirazione amorosa. “Go seek her out all courteously”, recita il primo verso di
una lirica che ricorda la fiera e appassionata ritrosia di Guido Cavalcanti.
Un 6 aprile di inizio Novecento, nel suo diario esplosivo, Dedalus-Joyce scrive:
> “Desidero stringere tra le braccia la grazia che non è ancora venuta al mondo”
Parole che potrebbero stare a epigrafe dell’intera opera joyciana. Esiste una
definizione più esatta della giovinezza, o un antidoto migliore alla senescenza
interiore?
Joyce ci salva, come ha scritto Borges nella chiusa della bellissima Invocazione
a Joyce.
> “Io sono gli altri. Tutti coloro
> Che il tuo ostinato rigore ha riscattato
> Sono coloro che non conosci e salvi.”
Proviamo allora a misurare insieme al grande argentino la vastità dell’opera
joyciana: la dispersione e l’esilio nel mondo, il battesimo delle parole – di
ogni parola – per riscrivere la Genesi verbale del creato, cercare l’ispirazione
nei declivi e nelle feritoie della vita, rigenerare le consuetudini dell’uomo
affinché dall’umile esercizio del quotidiano affiorino frammenti di meraviglia.
Soprattutto, riscaldarci al fuoco ardente della sua fede, trattenere almeno un
poco l’oro della sua ombra e gli attimi sparuti di felicità, addestrarci a
inseguire la fiera biforme o la rosa nei dedali della memoria e delle città,
aggrapparci ai nostri talismani esercitando l’arte del coraggio.
Un altro grande irlandese, Seamus Heaney, nel dodicesimo frammento di Station
Island, si lascia visitare dal fantasma di Joyce. L’incontro avviene in un
paesaggio di impronta dantesca: non a caso l’autore di Ulisse assume quasi le
sembianze di Virgilio, diventando a sua volta “duca, signore e maestro”. Joyce
raggiunge una statura shakespeariana: la sua voce, dal timbro liquido, sembra
racchiudere in sé le vocali di tutti i fiumi. Avanza con passo solenne, tastando
il terreno con il bastone di frassino. Poi prende a parlare, e dalle pagine di
Heaney ci raggiungono versi memorabili:
> “Il tuo dovere
> non viene assolto da nessun rito comune.
> Quello che fai lo devi fare da solo.
> L’essenziale è scrivere
> per la gioia di farlo. Coltiva la brama del lavoro
> che immagina il suo porto come le tue mani di notte
> sognano il sole nella macchia solare di un seno.
> Ora tu sei digiuno, stordito, pericoloso.
> Parti da qui. E non esser così zelante,
> così pronto al saio e alle ceneri.
> Lasciati andare, buttati, dimentica.
> Hai ascoltato abbastanza. Ora suona la tua nota”.
Poco importa che Joyce appaia illuminato dalla sensibilità di un grande poeta.
Ciò che resta è l’esuberanza, la gioia, la fiera gagliardia. Sposare
l’ispirazione al fuoco che arde nel petto e tra le mani. Scrivere come si ama:
percorrere il corpo di una donna come le strade del mondo. Assecondare il
vortice, le maree, la corrente che travolge. Dare voce a “scandagli sonori,
esplorazioni, sonde, allettamenti, luccichi d’anguilla nel buio del mare
aperto”. Scalpare il già detto, smettere una volta per tutte di rimestare fuochi
spenti, rimasticare vecchi mugugni. Quando Joyce si allontana, un attimo dopo
aver pronunciato quelle parole, il cielo si squarcia in un biblico nubifragio.
Il giorno dopo, l’alba si leva su un mondo nuovo.
Lorenzo Giacinto
L'articolo “Lasciati andare, buttati, dimentica”. Per un omaggio a James Joyce
proviene da Pangea.