Evelyn Waugh incarnò il paradosso. Anche se fu uno scrittore satirico, incline
alla risata e allo sberleffo sagace, nell’ultimo ventennio di vita soffrì di una
depressione cronica; donò poi in beneficienza grandi somme di denaro e fu sempre
prodigo di complimenti nei confronti degli altri autori che apprezzava, ma allo
stesso tempo sapeva essere spregevole e arrogante come pochi. Ancora: a un certo
punto della carriera, quando i suoi libri iniziarono a vendere bene e il suo
portafoglio a rimpinguarsi, prese ad atteggiarsi a facoltoso possidente sebbene
gli abiti a quadri e i cappellacci che era solito indossare lo facessero
sembrare un allibratore. Tuttavia i lettori che amarono i suoi romanzi furono in
grado di scorgere al di là della patina corrosiva il cuore pulsante di un uomo
fondamentalmente malinconico ed empatico.
Waugh nacque il 28 ottobre 1903 in una famiglia di letterati – anche suo
fratello Alec divenne romanziere di una certa fama – e dopo gli studi superiori
si immatricolò all’Hertford College di Oxford. Sin da subito, complici i gusti
raffinati in fatto di vestiti e libri, eccelse più che altro nell’arte di
indebitarsi. Non si fece mancare nemmeno frequentazioni omosessuali e con i
sodali fondò l’Hypocrites’ Club, un gruppo dedito alle ubriacature moleste. Si
ritirò nel 1924 senza aver ottenuto la laurea e non gli restò altra soluzione
che darsi all’insegnamento. Finì però per spostarsi irrequieto da una scuola
all’altra, collezionando solo fallimenti e frustrazioni.
Qualcosa iniziò a mutare nella sua esistenza quando, dopo la lettura di un
saggio dedicato agli artisti preraffaeliti, decise di scrivere un libro analogo
su Dante Gabriel Rossetti, completato in sei mesi e pubblicato nel 1928, poco
prima di Declino e caduta, il suo romanzo d’esordio. In quello stesso anno,
cogliendo di sorpresa parenti e amici, si sposò con l’omonima Evelyn Gardner. Fu
una scelta avventata, di pancia, tant’è che il loro matrimonio durò non più di
una manciata di mesi, concludendosi col divorzio.
Intanto la necessità di entrate più regolari aveva spinto Waugh verso i lidi del
giornalismo. Per sua fortuna possedeva i tre requisiti fondamentali del
perfetto freelancer: scriveva bene, era versatile e, soprattutto, aveva trovato
nel leggendario A. D. Peters un agente pronto a procacciargli le migliori
offerte. Nel 1930, oltre al primo di suoi numerosi libri di viaggio, vide la
luce un nuovo romanzo, Corpi vili, accolto con entusiasmo sia dal pubblico che
dalla critica. Ormai i caratteri salienti della sua prosa erano chiaramente
definiti e comprendevano uno stile accuratissimo, una delicata allusività e un
gusto tutto britannico per una satira dal sapore leggermente farsesco.
In quel periodo avvenne anche la sua conversione al cattolicesimo. Tutti
pensavano che la ragione di un passo tanto importante fosse da ricercare nella
recente delusione matrimoniale, ma, stando allo stesso Waugh, i motivi
principali furono altri: nell’immediato disse che la Chiesa di Roma incarnava la
civiltà europea in lotta contro il caos della modernità, mentre un ventennio più
tardi dichiarò che a un certo punto, da giovane, arrivò semplicemente alla
conclusione che «la vita era incomprensibile e insopportabile senza
Dio». Secondo Tom Driberg, al pari di molti convertiti Waugh divenne «più
ultramondano del Papa» e frasi come «Un artista deve essere reazionario. Deve
distinguersi dalla moda del suo tempo» o «La cristianità ebbe inizio con la
Controriforma» non lasciano adito a dubbi. Quando accadeva che venisse
rimproverato per i suoi comportamenti decisamente poco caritatevoli – cosa che,
in verità, capitava di frequente – Waugh replicava ogni volta: «Sarei ancora più
caustico se non fossi cattolico».
Tra gli amici più importanti, in aggiunta alla scrittrice Nancy Mitford e al
critico letterario Cyril Connolly, vi erano le sorelle Lygton, la cui bellissima
abitazione, Madresfield Court, fu una fondamentale fonte d’ispirazione per due
dei suoi romanzi più famosi, ossia Una manciata di polvere e Ritorno a
Brideshead, pubblicati rispettivamente nel 1934 e nel 1945. Waugh fu pure intimo
di Lady Diana Cooper, nobildonna e attrice, con la quale scambiò centinaia di
lettere e cartoline.
Ernest Oldmeadow, direttore del “Tablet”, fu invece uno dei suoi più accaniti
oppositori. Sul settimanale cattolico erano infatti comparse delle recensioni a
sua firma che criticavano aspramente gli ultimi romanzi di Waugh, tra
cui Misfatto negro, del 1932. Questi rispose senza mezzi termini e, quando nel
1935 la direzione del periodico venne affidata a Douglas Woodruff, ne divenne,
quasi per ripicca, un collaboratore regolare. In generale a migliorare i
rapporti con i correligionari più ostili contribuì anche la pubblicazione di una
biografia del gesuita Edmund Campion, martire sotto il regno di Elisabetta, i
cui guadagni furono dati in beneficienza per la ricostruzione di Campion Hall,
il centro della Compagnia di Gesù a Oxford. Il libro gli valse inoltre il
prestigioso Hawthornden Prize.
Ottenuto dal Vaticano l’annullamento del precedente matrimonio, nel 1937 Waugh
convolò a nozze con Laura Herbert, proveniente da un’agiata famiglia
convertitasi di recente alla Chiesa di Roma. Dalla loro unione nacquero sette
figli, uno dei quali morì purtroppo in tenera età. Grazie ai soldi messi a
disposizione dai generosi parenti della moglie e ai proventi del suo ultimo
romanzo, Scoop (1938), la coppia acquistò Piers Court, un bellissimo maniero del
XVIII secolo vicino a Dursley, dove Waugh poté finalmente coronare il sogno di
una vita da aristocratico di campagna con tanto di stemma famigliare
ufficialmente riconosciuto dal College of Heralds.
Sul versante politico in pochi dimostrarono di apprezzare le sue aperture di
credito nei confronti di Mussolini e di Franco. Waugh si lasciò scorrere addosso
le critiche e, anzi, colse l’occasione per rimarcare con malcelato divertimento
come certi intellettuali di sinistra ormai utilizzassero l’epiteto “fascista” a
caso per bollare chiunque non condividesse le loro idee. In un saggio del
1939, Robbery Under Law, dedicato alle ingiustizie perpetrate dal governo
messicano contro la proprietà privata e la Chiesa, lo scrittore fece aperta
confessione del suo conservatorismo:
> «Credo che le diseguaglianze generate dal benessere e dalla posizione siano
> inevitabili e che, di conseguenza, sia inutile discutere dei vantaggi della
> loro eliminazione; l’essere umano si organizza naturalmente in un sistema di
> classi, e tale sistema è necessario per ogni forma di cooperazione, in
> particolare per tenere insieme una nazione».
Va comunque detto che Waugh amava giocare a fare il provocatore, e se dichiarò
che le donne che fumavano meritavano l’arresto, allo stesso tempo dimostrò
sempre un totale disinteresse nei confronti delle sedicenti glorie dell’Impero
britannico, a suo dire un volgare prodotto del protestantesimo.
Allo scoppio del Secondo conflitto mondiale, insieme a molti altri che erano
stati troppo giovani per combattere nella Grande guerra, si arruolò come
volontario, desideroso anch’egli di fare la propria parte. Waugh si fece
crescere i baffi, un abbellimento che ripropose, di tanto in tanto, anche più
avanti, e divenne noto tra i commilitoni per la sua insofferenza nei confronti
dei superiori (in fondo era uno spirito anarchico, mal disposto a ricevere
ordini). Servendo per la maggior parte del tempo nei Commando del colonnello
Laycock, prese parte a tre importanti operazioni, tutte sfortunate: la missione
a Dakar fu un fiasco, quella a Bardia un caos farsesco, mentre a Creta i
britannici andarono incontro a una sonora sconfitta. Con il figlio di Wiston
Churchill, Randolph – a cui aveva dedicato il romanzo Sempre più bandiere (1942)
– nel 1944 volò in Croazia per una missione a sostegno dei titini. Finì in un
litigio, anche perché lo scaltro Waugh intuì quasi subito che i partigiani, tra
una battaglia e l’altra, non si facevano troppi scrupoli a perseguitare i
cattolici. Denunciò la cosa al “Times” con un paio di lettere, ma le proteste
non ebbero alcun seguito.
Dopo la guerra il successo dei suoi romanzi – continuato con Il caro
estinto (1948), Elena (1950) e la trilogia La spada dell’onore (1965) – garantì
a Waugh una discreta ricchezza che però non durò a lungo: lo stile di vita
costoso, che prevedeva hotel di lusso, champagne, sigari cubani e vestiti di
alta sartoria, lo condusse presto sull’orlo del lastrico, costringendolo, tra
l’altro, a vendere i manoscritti dei suoi libri. Riuscì a racimolare quanto
bastò per tenere a galla lui e la famiglia, ma le spese pazze rimasero da allora
solo un lontano ricordo. Fu persino costretto a cedere Piers Court, i cui costi
di gestione erano diventati insostenibili, e a trasferirsi in una nuova dimora,
Combe Florey House, non lontano da Pixton Park, nel Somerset, altrettanto bella
ma meno signorile.
I viaggi in America accrebbero in lui lo spirito del cattolico militante e non
era raro che i suoi amici dovessero sorbirsi lunghe prediche. Disapprovò
l’assenza della religione nei romanzi di George Orwell e non nascose mai il suo
disappunto nei confronti della fede “eretica” dell’amico Graham Greene. A
maggior gloria della Chiesa inglese scrisse inoltre la biografia ufficiale di
mons. Ronald Knox, pubblicata nel 1959.
Col tempo Waugh iniziò a soffrire di una depressione cronica, un misto di
tristezza, ansia, senso di fallimento e paura per il futuro. Accusava poi una
crescente sordità e non era raro vederlo girare con un strano cornetto acustico.
Su consiglio di un sacerdote suo amico, decise infine di affidarsi alle cure
dello psicologo cattolico Eric Strauss che individuò la causa delle sue
allucinazioni nel cloralio e nel bromuro – mischiati all’alcol – che Waugh
assumeva per combattere l’insonnia. Gli prescrisse altri farmaci, ma lo
scrittore era una paziente riottoso, poco avvezzo a seguire le indicazioni, con
la conseguenza che la situazione precipitò. Waugh tentò pure di esorcizzare le
proprie paure mettendole nero su bianco nel romanzo La prova di Gilbert
Pinfold (1960): se l’esperimento non risolse i suoi problemi, almeno gli donò
una parentesi di sollievo.
Mentre era intento a scrivere Little Learning – il primo di tre volumi che
avrebbero dovuto comporre la sua autobiografia e l’unico a venir effettivamente
pubblicato, nel 1964 – arrivò la batosta del Concilio Vaticano II: Waugh non
voleva sentir parlare di aggiornamento né di ecumenismo, men che meno desiderava
veder accantonata, come un vecchio rottame, l’amata messa tridentina. Tentò di
raccogliere le forze “tradizionaliste” inglesi per dare il via a una campagna di
opposizione alle riforme, ma quando si rese conto che anche la gerarchia era
intenzionata a seguire il nuovo corso, gettò la spugna:
> «Prego Dio di non diventare un apostata, ma adesso vado in chiesa solo come
> atto di dovere e di obbedienza».
Morì per un attacco di cuore il 10 aprile 1966, il giorno di Pasqua. Fu così che
la letteratura inglese perse all’improvviso uno dei suoi più geniali alfieri,
che tra l’altro ebbe il merito di ridefinire le coordinate del romanzo
satirico.
Waugh è un autore senza tempo e i suoi libri rimangono utili strumenti per
indagare la superficialità di una società allo sbando, allora come oggi.
Luca Fumagalli
L'articolo “Un artista deve essere reazionario”: Evelyn Waugh, lo scrittore
contro tutti proviene da Pangea.
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Il 15 agosto del 1822, sulla spiaggia di Viareggio, le fiamme consumavano il
corpo di Percy Bysshe Shelley. Era morto annegato l’8 luglio precedente, mentre
una tempesta nel Golfo della Spezia intrappolava la sua goletta Ariel. Con lui
l’amico Edward Williams e il marinario Charles Vinian, che li aveva accompagnati
da Byron e Leigh Hunt, per gli ultimi dettagli della rivista radicale “The
Liberal”. Shelley non sapeva nuotare, aveva ventinove anni, ne avrebbe compiuti
trenta il 4 agosto.
Dieci giorni dopo il mare restituiva i tre corpi. Poiché la legge proibiva la
sepoltura di quelli ritrovati in mare per motivi di “sanità pubblica”, Byron,
Hunt e Trelawny, che aveva identificato Shelley, decisero di cremarne il corpo
sulla spiaggia, secondo il rituale funebre ellenico descritto nell’Eneide. A
ricordarne la morte per acqua, i versi inscritti sulla sua pietra tombale al
cimitero acattolico di Roma, dove riposa vicino a Keats con il figlio William,
riportano il canto di Ariel dalla Tempesta shakesperiana: “Nothing of him that
doth fade/ But doth suffer a sea change/ Into something rich and strange”,
“Niente di lui si svanisce/ Ma per metamorfosi marina/ Diventa qualcosa di ricco
e strano”.
Il fuoco riduceva in cenere uno dei maggiori poeti romantici, ma non la sua
visione, destinata a riemergere cambiata in più “ricca e strana” eredità:
espulso da Oxford appena diciottenne per aver scritto il pamphlet The Necessity
of Atheism e per le sue idee radicali, Shelley dedicherà tutta la vita ai propri
ideali di libertà politica, religiosa e sociale.
Forse meno noto è lo Shelley vegetariano ante litteram, convinto assertore dei
diritti degli animali, persuaso che l’umanità abbia capacità e dovere di
riconoscere in loro non oggetti o risorse, bensì compagni di esistenza. Se è
improprio definirlo “vegano” nel senso moderno del termine (il veganismo,
formulato da Donald Watson nel 1944, implica il rifiuto di ogni sfruttamento
animale, compresi latticini, uova, lana, pelle e sperimentazione), Shelley parla
comunque di “vegetable diet”, “dieta vegetale” e condanna l’uccisione degli
animali per l’alimentazione umana. Il fondamento etico della sua riflessione –
il riconoscimento della sensibilità animale e il rifiuto della violenza
evitabile – costituisce uno dei più importanti antecedenti filosofici del
pensiero animalista contemporaneo. Il grande poema filosofico Queen Mab, che gli
vale l’ammirazione e l’amicizia di Byron, non contiene semplicemente un elogio
del vegetarianismo, ma propone una vera e propria utopia ecologica in cui
giustizia sociale, pace tra gli uomini, rispetto degli animali e armonia con la
natura sono aspetti inseparabili di un unico progetto morale. Due secoli dopo,
nell’epoca della crisi climatica e degli allevamenti intensivi, la sua voce
continua a interrogare la nostra coscienza. Questa linea ideale che affiora dal
Romanticismo inglese, e lega sensibilità poetica e responsabilità etica verso la
natura, connette poesia e giustizia, natura e coscienza – in termini moderni: un
“filo verde” o “ecologico” – porta il nome di Percy Bysshe Shelley. La parola
“vegano” ancora non esiste, ma il poeta ha già scelto: niente carne, niente
sangue nel piatto, nessuna complicità con la violenza.
In Queen Mab, la riflessione filosofica la scelta vegetariana assume dimensione
cosmica e politica:non costituisce cioè un’appendice morale, ma si colloca al
centro di una più vasta riflessione sul rapporto fra violenza, potere e
civiltà. La regina Mab conduce l’anima della protagonista, Ianthe, attraverso la
storia dell’umanità, le mostra come guerre, monarchie, religioni oppressive e
sfruttamento della natura abbiano la stessa genealogia della sopraffazione:
l’uccisione degli animali per nutrirsi è tra i primi anelli di questa catena.
Nel celebre canto VIII Shelley immagina una futura rigenerazione, in cui anche
il rapporto tra uomo e animali sarà finalmente liberato dalla violenza: “Non
più/ Uccide l’agnello che lo guarda negli occhi,/ Né orribilmente ne divora le
membra straziate”. Lo sguardo dell’agnello è uno specchio: la creatura è capace
d’incontrare e ricambiare quello umano, e l’incontro, frattura morale, rende
impossibile l’uccisione. Due secoli prima che filosofi come Emmanuel Levinas
attribuiscano al volto dell’altro un valore etico assoluto, Shelley individua
nello sguardo dell’animale il luogo originario della responsabilità morale.
La descrizione di un mondo riconciliato – “Il leone dimentica la sete di
sangue;/ Lo si vede giocare al sole/ Accanto al capretto ormai senza paura” –
richiama Isaia – “il lupo dimorerà con l’agnello” –, ma qui non è il miracolo
divino a instaurare la pace, bensì il cambiamento etico dell’uomo. Quando
quest’ultimo rinuncia alla violenza, anche la natura sembra riconquistare il
proprio equilibrio. Il canto contiene versi tra i più celebri del poema, “Mai
più il sangue di uccello o di animale/ Contamini con il suo velenoso flusso il
banchetto umano”, in cui il sangue versato è un veleno che corrompe prima la
coscienza che il corpo: ogni banchetto fondato sulla brutalità lascia una
traccia nell’anima di chi lo consuma. Il modo in cui cibarsi diventa simbolo del
rapporto che l’uomo decide di avere con l’universo vivente.
La conclusione è eloquente, “Tutte le cose vengono ricreate, e la fiamma/ Di un
amore concorde anima ogni forma di vita”, dove l’espressione “amore concorde” è,
forse, il nucleo della filosofia shelleyana: armonia universale fra tutte le
creature del mondo vivente, che l’uomo non domina ma a cui partecipa. Mentre
stende le note a Queen Mab, nel saggio coevo, A Vindication of Natural Diet, il
poeta sostiene che l’uomo non è carnivoro per natura: una dieta vegetale non
cruenta gli sembra un ritorno all’innocenza originaria. Infatti l’uomo non
possiede né artigli né dentatura dei carnivori, e l’attrazione per la carne
sembra più una costruzione culturale, perché solo la cucina rende accettabile
quanto per natura susciterebbe disgusto. Per paradosso, la civiltà non
giustifica il consumo di carne, lo rende semplicemente più facile da
dimenticare. È l’esordio della Vindication:
> “Solo grazie all’arte culinaria, che ammorbidisce e occulta la carne morta,
> essa diventa tollerabile alla masticazione e alla digestione”.
In altre parole, il gusto per la carne è artificiale, solo la cottura riesce a
mascherare la ripugnanza per quella “morta”.
Nella Defence of Poetry, una sorta di filosofia morale dell’empatia, Shelley
scrive che “Il più grande strumento del bene morale è l’immaginazione”. E
ancora: “Per raggiungere una bontà autentica, l’uomo deve esercitare
un’immaginazione intensa e universale; deve porsi nella posizione altrui”,
ovvero, la bontà nasce dalla capacità di comprendere l’altro, un’empatia da
estendere non solo agli altri uomini, ma a ogni creatura vivente. La poesia
amplia così la sfera della nostra specificità morale, “La poesia dilata il
cerchio dell’immaginazione”, allarga gli argini delle percezioni e dunque anche
della compassione, “La poesia fortifica la facoltà che dà voce alla natura
morale dell’uomo”, principio che include anche gli esseri senzienti non umani.
Perciò il poeta considera il consumo di carne espressione di un’abitudine alla
violenza.
La Defence of Poetry non tratta direttamente l’essere vegetariano, ma fonda una
teoria dell’immaginazione morale che, per coerenza, comprende nella compassione
gli animali non umani, tema chiarito nella Vindication. Che, con On the Vegtable
System of Diet, auspica un mondo senza violenza anche nei confronti di quelli
che Shelley definisce “my fellow animals”, “i miei compagni animali”, dall’uomo
ridotti a materiale organico, resi preda non già per natura, ma per scelte
utilitaristiche.
Solo gli animali infatti uccidono per fame, per necessità di sopravvivenza.
L’uomo invece può scegliere. En passant, l’Italia è l’unico paese europeo che
nel 2023 ha proibito di produrre e commercializzare la carne creata in
laboratorio da cellule staminali animali: detta anche “cell-based meat” o
“cultured meat”, ossia prodotta a partire dalle loro cellule ma senza allevare e
macellare animali. In Europa è considerata “novel food”, ancora da approvare ma
non necessariamente da proibire in futuro.
I due piccoli e preziosi libelli di Shelley descrivono con passione la capacità
di sentire, di provare dolore ed emozioni degli animali, la loro capacità di
stringere legami tra loro e con noi, di conoscere il mondo e riconoscere un
linguaggio. Mangiare è un gesto politico, un atto quotidiano che può perpetuare
o interrompere la catena della sofferenza. Per il poeta uccidere per nutrirsi
corrisponde a indurire il cuore, abituarsi al sangue, normalizzare la
violenza: la crudeltà sugli animali e la crudeltà tra gli uomini hanno radici
comuni.
Oggi, in un mondo che produce carne su scala industriale, quell’intuizione
appare profetica. Gli allevamenti intensivi consumano risorse, distruggono
foreste, inquinano acque. Il cambiamento climatico non è un’astrazione, ha il
suono delle foreste che bruciano e il silenzio degli ecosistemi impoveriti.
Scegliere un’alimentazione non cruenta implica ridurre il dolore inimmaginabile
degli animali, moderare l’impatto ambientale, limitare lo sfruttamento,
sottrarre domanda a un sistema fondato sulla sofferenza. Gli studi contemporanei
hanno poi ormai dimostrato che una dieta vegetale ben bilanciata può ridurre il
rischio di malattie cardiovascolari e altre patologie. Shelley parlava di
“purity” e “lightness”: oggi potremmo parlare di prevenzione e sostenibilità. Il
lessico cambia, la sostanza resta.
E tuttavia il cuore della sua scelta è poetico.
Per Shelley la natura non è uno scenario né un deposito di risorse: è una
comunità di destini, una trama vivente di cui l’uomo è solo un filo. Rinunciare
alla carne è un gesto di coerenza cosmica: vivere senza infliggere dolore, per
quanto è possibile al singolo. Non perfezione morale, ma tensione verso la
gentilezza. In tempi di slogan, la scelta vegetariana o vegana è spesso ridotta
a identità o ideologia. Shelley ci invita a pensarla diversamente: come atto
d’immaginazione morale. Possiamo nutrirci senza distruggere? Possiamo
trasformare il bisogno in cura? Possiamo evitare che per nutrire me un animale
patisca paura, terrore, sofferenza psichica e fisica?
Non si tratta solo di dieta. Si tratta di sguardo.
Essere vegetariani o vegani significa riconoscere che la sofferenza animale non
è trascurabile, provare responsabilità ecologica, sapere che ogni scelta
alimentare ha un impatto globale. E coerenza etica, che è l’allineare
convinzioni e comportamenti quotidiani.
Shelley è stato inghiottito dal mare nel 1822, ma la sua visione sopravvive
intatta: l’idea che la civiltà si misuri dalla capacità di non ferire. Forse la
sua “vegetable diet” non è solo una scelta alimentare, forse è il luogo in cui
la poesia smette di essere parola e diventa gesto. Un modo di abitare il mondo
senza aggiungere altro dolore al suo dolore.
Paola Tonussi
*In copertina: Percy Bysshe Shelley secondo Alfred Clint
L'articolo “Per raggiungere una bontà autentica”. Sia lode a Shelley, il poeta
vegano proviene da Pangea.
Giovedì scorso sono salito a Brunnenburg per l’addio a Mary de Rachewiltz
(1925-2026). È stata sepolta nel piccolo cimitero fiorito di Tirolo. È un luogo
che dona molta pace. Una ciocca dei suoi capelli verrà portata a San Michele a
Venezia, l’isola dei morti dove riposano suo padre Ezra Pound e sua madre Olga
Rudge.
Sizzo, il figlio di Mary, mi ha chiesto di preparare un breve saluto finale dopo
la Messa. Per me non è facile nella folla dei ricordi.
La cerimonia è bella e curata. In tedesco, in latino, in italiano. Sulla cassa
bianca circondata da ceri bianchi c’è una foto di Mary in uno scialle blu con il
sorriso di sempre.
I famigliari ricordano la sua vita lunga e feconda. Sizzo per primo, poi i
nipoti, la figlia Patrizia che legge una poesia dolcissima. C’è il prof. Kyle
Dell del Guilford College, i sindaci di Merano e Tirolo. La chiesa è gremita. Mi
commuovono gli anziani con gli abiti antichi di generazioni. Mary diceva che i
funerali tirolesi sono bellissimi. È così. Gli uomini che veglieranno il feretro
con il cero in mano hanno la camicia bianca, un corpetto nero con una sorta di
stola verde. Quelli che porteranno la cassa i calzettoni bianchi, una giubba
rossa e nera e un cappello piumato.
C’è cura in ogni dettaglio, proprio come sarebbe piaciuto a Mary.
I canti sono guidati dal maestro Marcello Fera che nel 2000 riportò a Bolzano
l’opera lirica Cavalcanti di Pound.
Mary, Alessandro Rivali, Cesare Cavalleri
*
Per la dolce Mary
Nei suoi Cantos Pound ripete che “la bellezza è difficile”. È vero. Ma è anche
vero che stare accanto a Mary significava incontrare la bellezza, sentirla a
portata di mano. Per i suoi occhi azzurri, come laghi alpini, come suggeriva
Alessandro Spina pensando a quelli di Pound. Per l’eleganza del suo vestire. Per
il suo amore per ogni forma d’arte, la musica classica come le sculture lignee
del Tirolo. Per il suo amore per i libri ben confezionati. Per la sua passione
grandissima per la poesia.
Tutti la ricorderemo per la sua squisita cortesia.
Quando un anno fa abbiamo festeggiato a Merano i suoi cento anni, avevo letto
alcuni versi del Canto 84 di Pound:
> “Non è forse bello
> aver visite di amici da terre lontane
> non è forse piacevole
> essere indifferenti alla notorietà?
> affetto filiale, fraterno è la radice dell’umanità”.
Mi sembra una sintesi splendida della vita di Mary che ha portato a Brunnenburg
amici e studiosi da ogni parte del mondo, ha custodito e ha difeso la memoria
del padre. Ha incoraggiato tanti ragazzi a trovare la propria strada nel
mondo. Ha trasformato il castello Brunnenburg in un eden di pace, per sognatori
e scrittori. “Udor et Pax”. “Acqua e Pace”. È un frammento dei Cantos che si
legge sulla fontana nel cortile più interno di Brunnenburg. È un manifesto di
vita.
Tra una manciata di giorni sarà la notte di san Lorenzo. La notte delle stelle
cadenti. La vita di Mary è stata, se mi consentite l’espressione, una lunga
“stella ascendente” verso la Casa del padre. È come se vedessi incise nella sua
coda luminosa alcune parole “chiave”:
Amicizia
Memoria
Dedizione
Pace
Poesia
Tante volte nelle nostre conversazioni mi ha ricordato quando Pound stimasse
l’amicizia:
> “Pound si spese per promuovere i giovani e investì su di loro come pochissimi
> altri. Si potrebbe ricordare mio padre con l’appellativo: ‘Pound il generoso’.
> La storia della letteratura gli deve la scoperta, o l’incremento decisivo di
> notorietà, di Eliot, Joyce, Hemingway, William Carlos Williams, Hilda
> Doolittle, gli imagisti e moltissimi altri. Lui non dimenticò mai nessuno,
> mentre alcuni vollero rompere i ponti con lui. Per lui l’amicizia era un
> valore indiscutibile”.
Mary prediligeva la poesia alla prosa e quando gliene chiesi il motivo, mi
confidò:
> “Perché la poesia è più concentrata, perché il poeta non tergiversa. Scava,
> dialogando con sé stesso e chiarificandosi la coscienza. Nella grande poesia
> si può dire tutto una volta per sempre. Così come hanno fatto i Tragici greci
> o Shakespeare”.
Difficile trovare una sintesi migliore. E spero che un giorno Mary sia studiata
anche per la opera in versi.
A proposito di memoria e dedizione, un giorno mi spiegò che dopo decenni di
totale immersione nei Cantos, continuava a scoprire meraviglie:
> “Io continuo a scoprire nuove sorprese nei Cantos, cose che non ricordavo di
> aver tradotto… I Cantos saranno come la Commedia e l’Odissea, studiati,
> ritradotti e interpretati ‘finché ci sarà letteratura’. E chi sa che non ci
> sia qualcuno che magari un giorno li porterà su Marte o sulla Luna… Scherzi a
> parte, il TEMPO mi sfugge di mano e fra le mie carte, fra i libri, nella mia
> stanza regna il caos assoluto…”.
Mary amava molto il buonumore. Era contagiosa nel trasmetterti la gioia. Mi sia
concesso un aneddoto personale. Abbiamo lavorato insieme per nove estati per
preparare un libro di conversazioni. Prima di andare in stampa, mi chiamò al
castello perché le leggessi a voce alta tutto il libro, che peraltro aveva già
approvato in bozza. Impiegai tre giorni nella lettura e ne uscii quasi afono. Al
termine, erano le 16 di una domenica di luglio, Mary con un largo sorriso mi
disse: “Rivali, la vedo un po’ stanchino e qui bisogna festeggiare… le preparo
un bel whisky”. Fu il più indimenticabile whisky della mia vita.
Quando venivo a trovarla e lei mi sapeva in viaggio, Mary accendeva sempre una
candela a San Michele nella piccola cappella del castello perché tutto andasse
bene. Vorrei che adesso la accendesse dal Cielo per tutti perché possiamo
continuare sicuri il nostro Viaggio.
Mary de Rachewiltz (1925-2026)
Mary considerava importante il rapporto tra i luoghi e la letteratura. E un
giorno giustamente mi rimproverò di non conoscere abbastanza i luoghi di Pound a
Venezia. Forse anche per questo mi scrisse una mail con la “to do list” delle
cose da fare a Venezia. È una lettera bellissima. Ritorna la memoria,
l’amicizia, la ricerca della bellezza:
19 febbraio 2018
Caro AR, viaggiatore,
Gli “Armeni” avevano una stamperia e un museo (con un sarcofago) quando
all’Isola andavano i miei genitori. Se va fino CQ 252 [Calle Querini, la casa di
Olga] accanto al Pastor anglicano di St. George (chi sa se il Grand Master Clive
Wilmer, poeta, è già arrivato per allestire la mostra di Ruskin al Palazzo
Ducale?) passerà per forza dalla Madonna della Salute, (e si può entrare gratis,
credo) mentre nella nostra “parrocchia” – Madonna del Rosario – sulle Zattere –,
si deve pagare.
Mio padre la farebbe correre ad accarezzare le sirene nella chiesa di S.M. dei
Miracoli (ma non è più permesso) non lontano dall’Ospedale con la facciata più
bella del mondo, dove ha scelto di chiudere gli occhi.
San Michele resta l’unico luogo non ancora affollato e spero non ci siano troppe
foglie secche o altro sulla tomba… Buon lavoro,
MdeR.
In uno dei suoi ultimi messaggi mi scrisse,
> “Caro A.R. sono contenta che sia tornato alla POESIA: toccare il buio per
> avere luce”.
Ed è con una poesia vorrei congedarmi da lei, una poesia “nata” tra le mura di
Brunenneburg.
Ora che sei stella senza tramonto,
donami il desiderio senza usura:
saper perdere, per essere padre.
Insegnami l’amore per sempre,
che genera, perdona e annienta
le insidie dello sguardo parziale.
Come Pound scrisse nel Paradiso,
portami dove sempre siamo stati,
dove l’acqua si tinge di pervinca.
Perché questa fiumana di porpora
sbiadisca in un estuario azzurro
e io riveda la fonte e i giardini.
Alessandro Rivali
*Le fotografie in copertina e nel servizio sono di Davide Coltro
L'articolo “La radice dell’umanità”. Per la dolce Mary, donna straordinaria,
figlia di “Pound il generoso” proviene da Pangea.
Quando Empiria pubblicò l’opera poetica completa di Aldo Braibanti, ricevetti
una sua telefonata. Mi invitava a ritirare una copia di quella splendida
edizione.
Nella sede romana della casa editrice, in via dei Serpenti, dietro i Fori
Imperiali, era stato organizzato un piccolo aperitivo. Tra un ricordo e l’altro,
prima ancora di sfogliare il volume, Braibanti mi informò che in quelle pagine
era apparsa una poesia e che molti lettori si chiedevano chi fosse “Fosco
Flosodaco”: una persona, un titolo, un personaggio. Fu allora, con un certo
imbarazzo, che io e gli altri presenti comprendemmo che quei versi erano
dedicati a me.
Non lo presi come un riconoscimento. Non ho mai amato apparire. Forse avrei
dovuto essere lusingato, cosa che non sopporto. Eppure, fino a quel momento
ignoravo l’esistenza di quel testo: quando era stato scritto, in che anni, in
quali circostanze.
Gli anni di amicizia e collaborazione con Aldo Braibanti rappresentarono, per
chi come noi frequentava il suo teatro e la sua casa, una vera scuola. Ci
sembrava di essere tornati all’Accademia delle origini, all’Accademia di Platone
o a quella di Marsilio Ficino. Con lui si studiava il “corpo unico” della natura
e la critica al dualismo mente-corpo. Si parlava di libertà dell’individuo, di
Spinoza come pensatore anti-Orwell, di metamorfosi. Della consonanza tra Spinoza
e i maestri orientali e taoisti. Di corpi simili che, potenziandosi a vicenda,
confluiscono in un corpo unico. Di mirmecologia e di superorganismo. Con la
stessa urgenza discutevamo sulla violenza e sul male che il potere può
esercitare sui cittadini non funzionali al proprio sistema, quelli segnati dalla
diversità che ogni intellettuale rappresenta rispetto allo stato borghese,
dell’ingiustizia come crimine contro la libertà.
In quell’occasione, però, ignoravo che quella poesia fosse per me: una richiesta
d’illuminazione, l’invito a salire sul veliero degli Argonauti e a partire per
l’avventura poetica.
Aldo Braibanti parlava con reticenza della propria poesia, che considerava un
esercizio privato. Come il suo teatro più recente rifiutava l’ideologia della
rappresentazione e del palcoscenico tradizionale, così la poesia, a suo avviso,
avrebbe dovuto sottrarsi all’ideologia della pubblicazione. Era una posizione
dichiaratamente anti-ideologica. Su quel “vascello” ci siamo scontrati molte
volte, nel tentativo di governare le nostre ansie di militanti culturali
immaginari. Lo ascoltavo leggere versi su fogli non disinfettati. Era splendido
anche quando l’approvazione lo metteva in difficoltà. Un grande poeta.
Avevo studiato il suo teatro engagé, i collage, gli objet trouvé e criticavo
spesso il suo progetto scenografico e oggettuale. Per questo avevamo interrotto
i rapporti più volte. Ma alla lettura dei suoi primi testi teatrali, di matrice
pirandelliana, e delle sue poesie, riaffiorava intatto il suo grande stile.
I nostri dibattiti vertevano sull’estetica e sull’idea di bellezza. Aldo
Braibanti sosteneva che nelle relazioni affettive agisse una forma di “razzismo
estetico”: la bellezza, assunta a criterio di selezione, orientava le scelte
sentimentali. Questo meccanismo, a suo avviso, non era naturale ma il risultato
di propagande estetiche e dogmi sociali che monopolizzavano il linguaggio della
bellezza, determinando ciò che veniva percepito come desiderabile e ciò che
veniva escluso. Riteneva che l’amicizia fosse la forma più alta d’amore. Forse
aveva ragione.
Io sostenevo invece una differenza tra la concezione estetica dell’amore e della
bellezza propria dei poeti, e quella degli artisti visivi. A dividerci era una
questione metafisica. Da artista visivo, ponevo al centro il primato del canone
estetico delle proporzioni e l’idea di bellezza. Per Aldo Braibanti, il canone
estetico delle proporzioni e l’idea di bellezza erano l’anima stessa del libero
arbitrio. La posta in gioco non riguardava soltanto l’arte, ma la natura
dell’essere umano e della creatività. Io proponevo invece un compatibilismo tra
volontà e causa: nell’opera d’arte non si manifesta soltanto la volontà
dell’artista, ma l’intero sistema di relazioni, simboli e forze che agiscono
attraverso di lui.
Il giorno della presentazione di Frammento frammenti evitai di coglierlo in
contraddizione. Non ci vedevamo da tempo e la vita, si sa, è difficile…
Rimanemmo amici. Divisi, semmai, dal libero arbitrio e dal compatibilismo.
Fosco Valentini
**
Provincia
A dodici anni s’impicca e prima scrive: ciao mamma tanti saluti a Dracula
La gente dice cuore e vorrebbe dire culo
Uno prende il carbone e lo mette nel brodo per cambiarlo in diamante
Questa sera si recita la farsa del clown e del fachiro
Ogni romanzo d’appendice ha la gioventù bruciata che si merita
C’è chi avvelena l’aria coll’atomo e c’è chi inventa il rumore plurilingue
Ha suggestioni sottili il labirinto di vetro e alluminio della periferia
Ho paura di amarti e soffoco il panico nell’acqua bollente
Faccio scongiuri – scrivo un libro – cammino
– Dico sassi che intendo – e noi non ci possiamo capire
[Fiorenzuola, 12 agosto 1959]
*
Dov’è scritto noia cancello e scrivo ruggine
Credevo fosse virtù era solo paura
Dove è scritto pietà cancello e scrivo rondine
Credevo fosse colpa era solo coraggio
Dove è scritto infinito cancello e scrivo vita
Credevo fosse notte era solo lo sforzo
Dove è scritto amore cancello e scrivo te
Credevo fosse facile era solo l’aurora
[Fiorenzuola, 16 agosto 1959]
*
se dico non so credilo è vero
vera è l’estate
vera la pietra tarlata delle menzogne civili
vero il tremolio della mano che stringe parole pesci silenzi
se dico resto credilo è vero
vera è l’onda che lambisce il mio subbuglio
vera questa protesta di molte ottuse distanze
vera questa grande voglia di pace
veri gli spazi inattesi agli occhi spalancati fino allo spasimo
[Roma, 1970]
*
Tano
eravamo cani alla catena
abbiamo lacerato con i nostri denti
la gabbia degli altri
ora siamo cani sciolti
davanti a noi ci sono nuove catene
e praterie per correre e cantare
compagni amare è cantare
noi non vogliamo più aggettivi
vogliamo essere solo dei cani
[7 marzo 1974]
*
non ho mai pensato che la poesia fosse un lamento
poemata non sono stivali d’alterezza
parole in libertà non sono catene programmate
canto non è funerea esibizione
non ombra vacua delle memorie sepolte
non statua incensata e turpe dell’eterno ideale
ma solo un uomo intero anche quando la sua carne è sterile e avvilita
è tutto qui – la mia carezza disegna il tuo profilo sul legno della notte
la mia carezza è il tuo scudo nell’attesa dell’alba
la tua carezza è la scala verso il reportage della vita
la tua carezza finge nel mio corpo il ricettacolo dell’universo
[27 marzo 1981]
*Le poesie sono tratte da: Aldo Braibanti, Frammento frammenti, Empiria, 2003
L'articolo “Ora siamo cani sciolti”. Dialoghi con Aldo Braibanti, il poeta
proviene da Pangea.
> “La verità è che per me non c’era soccorso su questa terra. E ora addio; possa
> il Cielo donarti una morte soltanto a metà così gioiosa e indicibilmente
> tenera come la mia: questo è l’augurio più cordiale e più profondo che io
> possa concepire per te”.
Nel novembre del 1811, dopo aver affidato queste parole a una lettera per la
sorella Ulrike, Heinrich von Kleist si siede sulla riva del Wannsee insieme a
Henriette Vogel. Le spara al petto, poi rivolge l’arma contro se stesso. Ha
trentaquattro anni. Non è solo l’epilogo di una biografia tormentata, ma il
riflesso fedele, quasi cinico, di una violenza strutturale che ha dominato
l’intera esistenza kleistiana. Un’ossessione febbrile, un moto perpetuo che lo
costringe a tornare, opera dopo opera, sulla stessa identica questione: cosa
succede quando le strutture che danno ordine al mondo smettono improvvisamente
di funzionare?
Il trauma, in Kleist, precede la parola. Nato nel 1777, rimasto orfano di padre
a undici anni e di madre a quindici, viene arruolato precocemente nel Reggimento
della Guardia di Potsdam. È, a tutti gli effetti, un bambino soldato, costretto
a subire una disciplina ferrea e una violenza istituzionalizzata di cui non
parlerà mai nelle sue infinite lettere. Questo silenzio ostinato, questo
sopportare l’adolescenza con un buco nel petto, segnerà profondamente la sua
estetica.
> “Felice, Guglielmina, vorrei essere felice e allora non è forse lecito il
> timore di sbagliare strada?”
Nei suoi racconti e nei suoi drammi manca quasi del tutto lo spazio per la
malinconia o per i riflessi della vergogna; i personaggi non hanno il tempo di
piangere, perché sono costantemente costretti a scontrarsi con la superficie
degli eventi. Questo radicale silenzio nei confronti del proprio tempo, questo
isolamento psichico e letterario, troverà un’eco cauta, un secolo dopo, nelle
parole di Robert Walser:
> “È terribile come tutto appaia addormentato, polveroso e privo di vita […] Io
> non vivo, grida, e non sa da che parte volgersi con occhi, mani, gambe e
> respiro. Un sogno. Per niente. Non voglio sogni”.
Per Kleist, il colpo di grazia a qualsiasi illusione di armonia vitale arriva
nel 1801 con la lettura di Kant. Lo devasta. La scoperta che la verità oggettiva
è inattingibile, che la realtà potrebbe essere solo una nostra deformazione
ottica, demolisce il suo intero sistema di valori. “Il mio unico, il mio più
alto scopo è crollato e non ne ho più alcuno”, scrive disperato a Wilhelmine. Se
la ragione fallisce, se il linguaggio non può nominare le cose per come sono,
allora ogni struttura, la legge, lo Stato, l’identità, la verità stessa, si
rivela una finzione fragile, pronta a spaccarsi al primo urto.
E nel momento in cui crollano le barriere che ordinano il mondo, a fallire,
tragicamente, è anche l’amore. È su questo crinale che precipita Pentesilea,
un’opera sacrale in cui il desiderio rivela la sua natura più arcaica,
distruttiva e ingovernabile.
> “Guerriera ardita,
> che succinta, e ristretta in fregio d’oro
> l’adusta mamma, ardente e furïosa
> tra mille e mille, ancor che donna e vergine,
> di qual sia cavalier non teme intoppo.”
Quando, nel 1808, Kleist termina la scrittura di questa tragedia, le critiche
dell’epoca non tardano ad arrivare. Il comportamento della regina Pentesilea,
che si scaglia contro una legge di Stato, viene visto come un affronto
all’ordine sociale e rigido e l’opera viene utilizzata come prova schiacciante
delle condizioni mentali precarie dell’autore.
Un secolo dopo, però, Pentesilea raggiungerà il riconoscimento meritato, quella
di un dramma che non solo aggredisce il perbenismo borghese, bensì che se lo
divora non lasciandone nemmeno le ossa.
> “Essendo tutto questo nient’altro che un desiderio, la fantasia ha giuoco
> illimitato e non deve legarsi ai ceppi della realtà…”
L’opera si svolge sul campo di battaglia di Troia, dove le Amazzoni sono pronte
a combattere i Greci. Rimane fondamentale appuntare che lo Stato delle
Amazzoni non è una comunità utopica, bensì una macchina sociale ferrea, spietata
e programmaticamente innaturale. La loro costituzione nasce da un trauma
originario, ovvero la sottomissione, lo stupro e lo sterminio che il popolo subì
in passato da parte dei barbari Etiopi.
La regina fondatrice, Tanaïs, istituisce uno Stato teocratico e matriarcale
retto da tre vincoli indissolubili: un’Amazzone non può scegliere l’uomo da
amare; gli uomini non sono soggetti, ma funzioni biologiche e religiose per la
riproduzione durante la Festa dei Fiori (Das Rosenfest); e infine la mutilazione
corporea come prezzo della libertà: per tendere l’arco con la massima forza e
combattere alla pari con il maschio, ogni Amazzone subisce l’asportazione della
mammella destra (da qui l’etimo a-mazos, “senza seno”).
Questa struttura d’ordine, tuttavia, funziona a un’unica, stringente condizione:
gli uomini devono rimanere ombre, astrazioni, simulacri privi di volto.
Il dramma si consuma quando Pentesilea commette l’errore tragico, squisitamente
moderno e romantico, di rompere questa barriera simbolica. Di fronte
all’esercito greco, lei non vede un archetipo o una preda anonima da portare
all’altare di Marte: lei vede Achille. Vuole quel guerriero, individualizzato e
amato come soggetto.
> “O lasciami, Protoe! Lascia che questo cuore, come un bambino insudiciato, si
> getti per un istante qui nel torrente del desiderio”.
Nel momento in cui il desiderio rifiuta la mediazione della legge dello Stato,
l’intera impalcatura sociale delle Amazzoni va in frantumi. Cacciando il Pelide
non per dovere istituzionale ma per scelta intima, Pentesilea spalanca un vuoto
che il suo popolo non ha gli strumenti per descrivere. E se la lingua non
possiede più le parole per mediare la relazione con l’alterità, l’unica forma di
possesso rimasta si sposta sul piano biologico e distruttivo
dell’incorporazione. L’amante e la preda finiscono per coincidere.
È in questo vuoto semantico che si consuma il celebre gioco di parole
kleistiano tra Küsse (baci) e Bisse (morsi). Il bacio è, per antonomasia, la
massima espressione della vicinanza che rispetta l’alterità dell’altro; il
morso, al contrario, ne esige la cancellazione. Se non posso stringerti
attraverso il patto amoroso della parola, devo assimilarti fisicamente.
> “Amore, orrore: fa rima, e chi ama di cuore può scambiare l’uno con l’altro.”
Non è un caso che, di fronte a una simile dismisura, l’olimpico classicismo
di Goethe abbia avvertito un senso di totale e viscerale rigetto. Rispondendo ad
alcuni estratti del dramma inviati dall’autore, egli scrive:
> “Non riesco ancora a sentirmi a mio agio… si muove in una regione talmente a
> me lontana che mi occorrerà del tempo… E poi permettetemi di dirvi […] che mi
> turba e impensierisce sempre vedere giovani di grande intelligenza e talento
> aspettare un teatro che è ancora di là da venire”.
L’uccisione di Achille cessa così di essere un banale omicidio passionale per
configurarsi come un codice sacrificale arcaico: lo Sparagmos, ovvero lo
smembramento rituale tipico del culto dionisiaco che Friedrich Nietzsche,
all’interno de La nascita della Tragedia, indicherà come il motore segreto della
tragedia greca originaria.
Nel momento in cui Pentesilea si scaglia sul Pelide, assistiamo alla distruzione
violenta del principium individuationis. L’umanità si azzera:
> “Pentesilea, per terra, unita alle cagne inferocite, lei che è stata partorita
> da un grembo umano, e strazia… e strazia le membra del Pelide!”
Non vi è odio in questo strazio, ma l’estasi intollerabile di un amore che, non
avendo uno spazio sociale o linguistico in cui abitare, deve farsi letteralmente
carne digerita. Questo sconfinamento della passione nel cannibalismo rituale
anticipa sotterraneamente le intuizioni che Elias Canetti esporrà, un secolo e
mezzo più tardi, nel celebre Massa e potere. Nella sua disamina delle dinamiche
ataviche del controllo, Canetti individua nella metamorfosi e nell’assimilazione
biologica le forme più radicali di esercizio del potere. Il predatore che caccia
la preda.
> “Il vero e proprio ‘atto di incorporare’ la preda comincia dalla bocca. Là
> conduceva originariamente la via di tutto ciò che era commestibile: dalla mano
> alla bocca”.
Pentesilea porta questa logica all’estremo. Nel mondo kleistiano, squassato dal
fallimento delle mediazioni formali, l’altro non basta più amarlo. Bisogna
possederlo interamente.
> “Oh, com’è fragile l’uomo, o dèi!”
Achille va incontro a Pentesilea disarmato, spogliato della sua corazza greca,
muovendosi verso di lei con dolci presentimenti per seguirla nei riti di Diana,
convinto di celebrare finalmente la Festa dei Fiori. Ma l’eroina è ormai
sprofondata nell’anarchia dei sensi. Il Pelide, torcendosi nel sangue, le tocca
le guance gridando:
> “Pentesilea! Mia sposa! Cosa fai! È questa la festa delle rose che mi hai
> promesso?”
Quando l’estasi dionisiaca si placa e l’effetto dello Sparagmos svanisce, a
Pentesilea non resta che contemplare l’orrore delle proprie mani e della propria
bocca grondanti di sangue. Il risveglio coincide con la presa d’atto del
collasso semantico:
> “L’ho baciato a morte? No? non l’ho baciato? Dilaniato, davvero? Parlate!”
In questo urlo straziante si consuma la tragedia dell’assimilazione canettiana.
Nel tentativo di possedere Achille in modo assoluto, di renderlo parte
inscindibile del proprio corpo, Pentesilea ne ha provocato la scomparsa come
soggetto esterno.
Di fronte alle membra dilaniate del Pelide, l’unica azione coerente rimasta a
Pentesilea è il suicidio:
> “Perché adesso mi calo nel mio petto, come in un pozzo, e per me scavo, freddo
> come minerale, un sentimento annichilente […] lo pongo sull’incudine eterna
> della speranza e lo trasformo in un pugnale affilato e appuntito; a questo
> pugnale, adesso, porgo il mio petto: così! Così! Così! Così! E ancora!… Adesso
> è fatto!”
Questo cortocircuito tragico, in cui la tenerezza più pura si emancipa
attraverso la ferocia del morso e l’autodistruzione, non concede sconti né
consolazioni.
Thomas Mann annotava che: “Kleist sa metterci alla tortura… e fare in modo che
gliene siamo grati”. Una gratitudine masochistica, che nasce dalla nostra stessa
attrazione per quel nucleo traumatico dell’esistenza che Kleist ha avuto il
coraggio di mettere a nudo senza finzioni.
Kleist smette di essere un relitto del Romanticismo e si rivela come il primo
dei nostri contemporanei. Se noi moderni abbiamo imparato a sopravvivere
sottomettendoci alla nevrosi del compromesso, riducendo la felicità a un
freudiano evitare l’infelicità, addomesticando il desiderio dentro confini di
sicurezza e relazioni a distanza controllata, i personaggi di Kleist ci
ricordano il prezzo spaventoso di questa anestesia.
L’alternativa a un desiderio civilizzato e castrato non è la libertà idilliaca,
ma la distruzione muta. Pentesilea che sbrana Achille non è un delirio di
follia; è l’onestà brutale di un amore che preferisce divorare l’assoluto
piuttosto che vederlo ridotto a una funzione di Stato.
> “La quercia morta resiste alla bufera, ma quella sana ne è schiantata e
> travolta, perchè la tempesta può afferrarla per le fronde.”
L’essere umano non può essere e mai sarà libero. Nudo, spogliato di ogni etica
di fronte alla sua stessa ferocia divina, ha catene cucite di amore e orrore. E
in universo del crollo, dove la realtà non ha più linguaggio con cui essere
definita, l’unico modo per sottrarre l’assoluto al fallimento della storia è
consumarlo fino all’osso, non lasciandone intatto nemmeno un brandello.
Tommaso Filippucci
*In copertina: testa di Amazzone, Ercolano, 25 a.C.-15 d.C. ca.
L'articolo Sbranare Achille. Heinrich von Kleist tra baci e morsi proviene da
Pangea.
Marguerite Duras pubblica Moderato cantabile, “il primo libro durassiano di
Duras” (così Rosella Postorino), nel 1958. Sette anni prima Marguerite Yourcenar
aveva pubblicato Memorie di Adriano. La nota non è inutile: le due Marguerite
hanno cambiato la storia della letteratura francese – e continuano, a differenza
di altre donne d’altro stile (Simone de Beauvoir, ad esempio), ad avere
imitatori e moltiplicati lettori che tributano a entrambe una specie di culto.
Qualcosa accomuna Duras a Yourcenar: l’assertività nel dire, una scrittura
‘marziale’. Molto le distanzia: i libri più grandi di Yourcenar sviscerano
personaggi maschili; Duras tratteggia come nessuno la donna e le sue ombre.
Benché questa asserzione abbia il conforto dell’errore – bisognerebbe avvicinare
la Sophie de Il colpo di grazia e l’indimenticabile “Anna, soror…” ad Anne
Desbaresdes, Lol V. Stein e “l’amant” – tutto ruota sullo ‘stile’ – che è poi un
modo di stare al mondo. Yourcenar sta a Duras come Vermeer sta a Morandi – o,
meglio ancora, a Giacometti. Yourcenar vuole costruire un mondo, Duras ci mostra
ciò che resta dopo la distruzione di un mondo. Duras issa il sopravvissuto. Se
Yourcenar descrive il pieno, Duras lavora il vuoto – al buio. Il livello della
predazione – che è al cuore della scrittura – muove su piani inclinati,
all’osso. Una guarda dalla finestra – l’altra quella stessa finestra la
spacca.
Credo che Michel de Certeau abbia ‘visto’ con particolare profondità il genio di
Duras. In Fabula mistica lo studioso gesuita cita India song, affascinato dalla
figura della “mendicante” che “rimane invisibile. Senza nome e senza figura”.
Lì, in quella sparizione, in quell’azzeramento – che è poi la zona franca dove
tutto può accadere –, è il genio di Duras. Quell’innominata donna, innominabile,
è pari alla santa serva che compare nella Storia lausiaca di Palladio, “la
spugna del monastero”, “battuta, ingiuriata, caricata di maledizione e trattata
con ripugnanza” dalle consorelle, che si scoprirà, invece, “la più religiosa”,
l’ammirata dagli angeli.
Ecco cosa fa Duras: di una storia dice l’invisibile – accenna, come fa la Pizia
– fila il verbo fino al punto primo, artico, in cui potrebbe non essere più.
Tra le varie recensioni che uscirono intorno a Moderato cantabile, preferisco
quella di Claude Roy pubblicata il primo marzo del ’58 su “Libération”. Il poeta
francese – espulso dal partito comunista l’anno prima per aver condannato
l’invasione sovietica dell’Ungheria – scrisse che Moderato cantabile “potrebbe
essere definito così: Madame Bovaryriscritto da Béla Bartók”. In quel romanzo,
continua, Duras “scrive, con ragionevolezza, di chi ha ragioni che la ragione
non può comprendere”. Postorino, nella postfazione alla bella traduzione
di Moderato cantabile edita da Feltrinelli, dice qualcosa di simile, spostando
in vertigine il discorso: “Per Duras le donne sono sempre abitate dalla follia,
sono capaci di intuire le forze ignote della natura e del corpo, sono
imprudenti, piegate dalla paura e dalla passione, e soprattutto sono
perseguitate in quanto donne”.
Il talento di Duras, dico io, è dire di una vita lo scavo – anzi, il feto. Un
primordiale che urla – i primordi sott’acqua. Quando, in narrativa, da una vita
trai il feto le soluzioni sono due: il grido – il silenzio. Duras trova la terza
via – la sua.
Credo che ogni scrittore abbia i suoi lari – che è un modo arcano per dire: le
proprie ossessioni. Rosella Postorino – autrice di Le
assaggiatrici (Feltrinelli, 2018); l’ultimo romanzo, Mi limitavo ad amare
te (Feltrinelli, 2023) è ritornato quest’anno in economica – ha un rapporto
esclusivo con Marguerite Duras: oltre a Moderato cantabile ha tradotto Testi
segreti (Nonostante, 2015); non intende darsi ad altri autori. La coincidenza
quasi ‘medianica’ con alcuni scrittori – chi pratica l’arte ha il proprio
‘zodiaco’ di prediletti – non significa riprodurne l’irriproducibile voce. Ogni
scrittore traduce per chiarire – a contrario – la propria origine. Il resto è la
forma naturale dell’essere: il tradimento.
Cosa ci dice oggi, ancora Duras?
Che il desiderio è un gesto politico, perché è una rivendicazione di esistenza.
Che l’oscenità non resta sempre fuori scena. Che la letteratura è etica perché è
il contrario del moralismo. Che uomo e donna sono inconciliabili, per questo
l’amore tra uomo e donna è condanna e splendore. Che venire al mondo è una
violenza. Che la scrittura è un’affollata solitudine.
Scrittura ‘cantabile’ di Duras. Come la sua scrittura penetra la tua? Come l’hai
conosciuta, quando hai iniziato a leggerla? Perché tradurla?
La lessi per la prima volta da adolescente, tra i quindici e i sedici anni.
Avevo visto in seconda serata L’amante di Jean-Jacques Annaud, che lei aveva
detestato. Non conoscevo il romanzo, Prix Goncourt nel 1984 (io allora avevo sei
anni), né l’autrice. Nel film la voice over pronuncia intere frasi del libro: mi
folgorarono. Era una storia di potere, in cui l’esercizio del potere era
chiastico. La protagonista quindicenne, povera ma bianca, ha il potere della
propria desiderabilità e della propria etnia, di fronte al cinese ricco, ma ai
margini della società coloniale perché non è bianco. Era una storia di
emancipazione dalla famiglia. Una storia di soprusi, privati e istituzionali.
Era la storia di una ragazza che, pur non essendo cresciuta in una famiglia di
letterati, voleva diventare scrittrice. Lo sapeva a dodici anni, come lo sapevo
io. Andai nella biblioteca di Imperia a cercare il romanzo, ma non c’era.
Trovai La vita materiale, un libro di frammenti, tuttora uno dei miei preferiti:
l’ho riletto talmente tante volte che alcune pagine si sono staccate. Poi girai
altre biblioteche della provincia, Sanremo, Diano Marina, e lessi tutto quel che
era disponibile. Per il mio compleanno alcune amiche mi regalarono quattro suoi
romanzi usciti nell’Universale Economica Feltrinelli. Infine, sapendo della mia
passione, la prof di francese assegnò Moderato cantabile come lettura estiva a
tutta la classe. Alcuni compagni mi odiarono, altri mi ringraziarono.
All’università, mi regalavo un libro di Duras dopo ogni esame. Nella biblioteca
di Lettere a Siena lessi molti suoi testi in lingua originale. Cominciai a
leggere anche saggi critici su di lei. Vidi i suoi film. La mia prima
pubblicazione in assoluto è un breve saggio in un’antologia di saggi italiani
dedicati a lei (si intitola Malati di intelligenzaed è dentro la raccolta Duras
mon amour 3). È senza dubbio la scrittrice della mia vita. Perché racconta
dell’ingiustizia radicale della Terra – il colonialismo, la Shoah, la guerra, la
bomba atomica, lo sfruttamento degli esseri umani, la sopraffazione maschile, la
morte, l’indifferenza di Dio – e lo fa attraverso i corpi, attraverso
l’attrazione fra i corpi. Tradurla era un sogno che si è realizzato. Non sono
propriamente una traduttrice, credo di potere e volere tradurre solo Duras. Per
me è una missione farla leggere nel nostro Paese, dove purtroppo è letta poco.
In Francia è una scrittrice di culto, di quelle studiate in tutte le università
del mondo, ma anche entrata – per la sua esposizione mediatica – in un
immaginario che potrei definire pop.
C’è anche l’aspetto ‘politico’ dell’attività artistica di Duras. Che dimensione
ha il ‘politico’ nella tua scrittura?
Per me politico, o meglio ancora etico, significa non oscurare l’ambivalenza
umana, renderne conto, al di là di ogni pensiero preconfezionato, al di là di
ogni senso comune, di ogni polarizzazione. Significa non aver paura di
riconoscere le pulsioni umane più vergognose, e raccontare il mondo come fosse
sempre la prima volta. Questa ricerca (quasi ottusa, ingenua, perché
fallimentare) di verità è un gesto politico. Per me, come per Duras.
Mi è sempre parso che Duras sia all’opposto dell’altra Marguerite, Yourcenar.
Che rapporto hai con quest’ultima?
Non so se siano opposte, e non so perché queste due scrittrici dovrebbero essere
confrontate: perché hanno lo stesso prénom? Sono diversissime, ma lo sono anche
Duras e de Beauvoir, per dire, che potrebbero essere associate e confrontate,
volendo, perché nello stesso periodo abitavano nello stesso quartiere di Parigi.
Mi parrebbe un criterio altrettanto poco significativo. In ogni caso, non ho
amato nessun’autrice francese come Duras. Credo che per certi versi Ernaux le
somigli, ma Duras ha sperimentato di più, ha scritto testi molto diversi tra
loro, in fasi diverse del suo percorso, ha scritto tanto teatro, ha scritto e
girato molti film, ed è un’autrice impossibile da incasellare.
A che pro la scrittura, oggi? A che serve?
Non credo debba servire a qualcosa. Se non a chi scrive: per sopravvivere. Non
intendo economicamente.
C’è sempre qualcosa di ‘perturbante’ in ciò che scrive – o dice – Duras. C’è lo
‘scandalo’, cioè il ridurre tutto alla sua suprema purezza, di cristallo e di
foglia. Tu: cosa cerchi scrivendo? Cos’è per te lo ‘scandaloso’?
Scandaloso è addentrarsi in un territorio senza riparo prendendosi il rischio di
essere fraintesa o giudicata o accusata. Per esempio assumere il punto di vista
di una donna che ha lavorato per il regime nazista, che con il suo stesso corpo,
con i suoi organi digestivi, ha salvaguardato la vita di Hitler, costringere il
lettore in quel corpo per fargliene sentire ragioni e desideri, bisogni e paure,
può essere scandaloso. È scandaloso raccontare il desidero fisico come una forma
di sovversione – l’unica possibile – dentro quel regime. Non per il sesso,
ovviamente, che è anzi sdoganatissimo. Ma perché il rischio che gli altri
leggano con la loro griglia di stereotipi è molto alto. Tra Rosa e Ziegler ne Le
assaggiatrici ci sono tenerezza e gioco, come banalmente fra tutti gli amanti,
ma qualcuno, inconsapevole degli stereotipi che ha interiorizzato, ha detto
(senza giudizio, in modo neutrale): rapporto sadomaso – benché di sadomaso non
ci sia nulla. È l’eredità di una certa narrazione del nazismo sedimentata e
incancrenita. Qualcun altro ha visto nella presenza di una relazione erotica in
un romanzo che si potrebbe anche definire storico, scritto da una donna,
qualcosa che probabilmente non lo avrebbe infastidito se lo stesso romanzo fosse
stato scritto da un uomo: la relazione privata dentro il meccanismo feroce della
Storia. Come se la Storia fosse un’astrazione, come se non riguardasse i corpi.
Quando Duras scelse, nella sua sceneggiatura per Alain Resnais che sarebbe stata
candidata all’Oscar, di sovrapporre i corpi sudati di un amplesso alle scorie
della bomba di Hiroshima, fu scandalosa. Non è scandaloso soltanto mettere la
Storia sullo stesso piano dei corpi – la Storia, lo ripeto, è fatta di corpi che
nascono, interagiscono e muoiono, da millenni, è fatta delle storie degli esseri
umani. È scandaloso esporsi alla lettura stereotipata, al perbenismo, al
moralismo, al cinismo, allo snobismo, cioè a varie forme di disumanizzazione che
deformano la lettura stessa. Assumersi il rischio di essere senza difese, eppure
credere che sia inevitabile farlo. È scandalosa la fiducia nel lettore, insomma,
la fede nella letteratura.
L'articolo Tra condanna e splendore. Dialogo con Rosella Postorino intorno a
Marguerite Duras proviene da Pangea.
Qualche giorno fa, Gian Ruggero Manzoni mi ha inoltrato ai misteri del delta del
Po. Siamo giunti in luoghi di apostati e di apolidi, tra aironi, ibis, immensi
acquitrini. Un aldilà di strade sterrate – il sole a bulino incide strani
alfabeti sull’acqua. Acqua letale, si direbbe, ottima a fondere, da primo giorno
del mondo. Rarissimi gli umani – ville in abbandono – referti di archeologia
industriale. “Sono lo stalker del delta del Po”, ghigna GRM – un po’ Hannibal
Lecter un po’ Humpty Dumpty – potrebbe uccidermi (‘seccarmi’, come dice lui), e
mollarmi qui, a mollo, tra liquami fecondi di insetti e uccelli carnivori. Il
resto – tutto ciò che riguarda GRM è dantesco, nel senso che pertiene alla
redenzione, a un’assoluzione conferita ai fuggiaschi, ai paria pareggiati nel
sangue – non va detto, ora.
Sono pochi gli uomini che sanno dettagliare – con una gioia che è destino –
il genius loci; occorre un genio altrettanto sottile nel riferire il genio di un
uomo. A un certo punto, indicando quella distesa in cui la terra si deforma in
acqua e l’acqua divora il cielo, GRM mi fa, “Non senti il sussurro dell’En
Sof?”. Secondo la Cabala, En Sof è il nome remoto di Dio, che significa – si va
per riduzioni, a banalizzare l’assoluto – infinito, che è poi infinito tutto e
infinito nulla. GRM, sapiente e satiro, danza e balla ripetendo En Sof, come il
Giudice Holden di Meridiano di sangue.
L’allusione mi fa venire in mente un concetto espresso da Emil Cioran. Il
pensatore rumeno dice che scrivere “è come essere soli di fronte al Nulla”.
Cioran paragona la scrittura a una sfida a Dio – scrivere è un modo di
intrappolare Dio. Lo scrittore è un megalomane che vuole detronizzare Dio.
Questa è una storia che vale la pena raccontare.
Alina Diaconú, nata a Bucarest nel 1945, si è trasferita a Buenos Aires all’età
di quattordici anni: il papà era un accanito antistalinista. Ha scritto diversi
libri – tra cui: Los devorados, 1992; Avatar, 2009; Estrellas voladoras, 2022 –,
ha vissuto a Parigi e negli Stati Uniti; ha scritto del sistema coercitivo del
comunismo, è stata censurato dal regime militare argentino. Donna di flagrante
intelligenza e di immediata bellezza, ha il raro talento di penetrare il genio
di un uomo. Querido Cioran (2019), il resoconto della sua decennale amicizia con
Cioran, è stato tradotto in italiano da Criterion nel 2021. Il libro a cui mi
riferisco, però, s’intitola Preguntas con respuestas: pubblicato nel 1998 da
Editorial Vinciguerra, è il racconto – con interviste – degli incontri di Alina
con – tra gli altri – Borges, Ionesco, Cioran, “maestri di pensiero ma
soprattutto maestri di vita”. È ad Alina che Cioran dice che scrivere “Es como
estar solo delante de la Nada”. Soli di fronte al Nulla. En Sof. È a lei che
rivela il suo sogno, “el sueño de mi vida: no ser nada”.
Nada mi penetra in gola come bolo di fuoco. È il groviglio di linguaggi che mi
affascina. Alina e Cioran sono rumeni, probabilmente – per diktat cioraniano –
hanno in francese, il libro esce a Buenos Aires, la Parigi sudamericana, in
spagnolo.
Alina incontra Cioran durante un viaggio in Francia. Telefonò a Gallimard, le
dissero di lasciare un biglietto, sarebbe stato recapitato a Cioran. “Non ho mai
forzato un incontro, credo nella sapienza del caso, nella cospirazione del
destino”. Cioran, incuriosito dalla compaesana, le telefona in albergo. Lei non
c’è. “L’abisso e l’utopia continuavano a separarci. Un’ansia sottile si era
insinuata in me come un solletico, come una puntura di zanzara”. Il giorno dopo,
Cioran richiama. È esitante – voce poco salda, con troppe porte e troppe
maniglie. La invita a casa. Vecchia palazzina presso il Théâtre de l’Odéon,
sesto piano, il pensatore ha lasciato un cartello davanti al suo appartamento,
“Cioran”.
Lei è Alina Diaconú
Alina ci mostra, con arcana delicatezza, il Cioran “umano, amabile,
vulnerabile”. Cioran le dice di Susana Soca (“una donna bellissima, molto ricca,
che imparò il russo per andare in Russia e incontrare Boris Pasternak… morì in
un incidente aereo… Henri Michaux era innamorato di lei, voleva sposarla – lei
non voleva saperne”), dell’infanzia nei Carpazi: “l’unico periodo felice della
mia vita, perché vivevo in montagna”:
> “Indelebile è in me l’immagine del momento in cui, a dieci anni, ho dovuto
> lasciare il villaggio per andare a scuola. Era il 1920, non c’erano
> automobili. Prendemmo una carrozza trainata da cavalli; mio padre e il
> conducente, un contadino, stavano davanti. Nei dodici chilometri che mi
> separavano dalla città mi sentivo così male che avrei voluto urlare. Sapevo
> che qualcosa di definitivo stava accadendo nella mia vita, che qualcosa era
> interrotto per sempre. Si hanno tali premonizioni quando si è giovani. La
> felicità era finita”.
Certo, Cioran resta inafferrabile – quando credi di aver instaurato un rapporto,
egli lo consuma. Il pensatore condivide con Alina le bozze dell’ultimo libro.
Non ha ancora un titolo. “Ho due proposte, mi dica quella che preferisce. Aveux
et Anathemes o Ce maudit moi”. Alina sceglie il secondo, “non ci sono paragoni”.
“Non è un po’ presuntuoso ostentare un ‘io’ alla mia età?”. Lei lo placca, “è un
ottimo titolo, è il titolo”. Brindano con il whisky. Il libro esce un anno e
mezzo dopo. Con il primo titolo, Confessioni e anatemi.
Di diversa intensità è il rapporto con Borges, tessuto sull’allusione, il non
detto, l’indicibile, i demoni della letteratura. Alina intervista Borges
nell’aprile del 1979. In ogni intervista, Alina tocca il tema della morte: quasi
che lo scrittore abbia le chiavi per disserrare l’aldilà. En Sof… La
letteratura: straordinaria preparazione alla morte – dunque: atto di
pura vitalità.
In un articolo pubblicato l’11 giugno scorso sul “Clarín”, Alina svela qualcosa
sulle últimas horas de Jorge Luis Borges. Come si sa, Borges muore il 14 giugno
del 1986. Quando scopre di avere un cancro al fegato, incurabile, sceglie di
spostarsi a Ginevra. Avrebbe voluto morire in Giappone, “ma non conosceva la
lingua”, avrebbe voluto morire nella casa ginevrina dei genitori, dove aveva
vissuto da ragazzo, “ma quella casa non esisteva più”. Nada. Niente. Esproprio
di sé. En Sof.
Un dettaglio degli ultimi giorni di Borges mi stupisce.
> “Due settimane prima di morire, in ospedale, gli fece visita Marguerite
> Yourcenar, la grande scrittrice belga che viveva nel Maine. Lei e Borges si
> conoscevano, stavano bene insieme. Trascorsero un intero pomeriggio in
> discussioni. Borges le diede le chiavi dell’appartamento che María Kodoma
> aveva trovato per loro a Ginevra. Le chiese di descriverlo, ‘Voglio vederlo
> con le tue parole, Marguerite’. Marguerite Yourcenar raccontò l’episodio a
> Héctor Bianciotti in questi termini: ‘L’appartamento era molto bello, con le
> pareti rivestite di legno. Lo descrissi a Borges. Fu molto felice di
> ascoltarmi. Non gli svelai un dettaglio piuttosto importante. All’ingresso
> c’era una parete ricoperta di specchi. Ricordo che Borges era terrorizzato
> dagli specchi’”.
Che dettaglio mirabile. Morire, forse, è vincere il proprio rispecchiamento.
L’anti-morte è una stanza piena di specchi. Bisogna spaccarli.
**
Da: Con Cioran, a Parigi
Essere nulla. “Sono un senza patria. Non ho voluto essere altro che questo: un
senza patria. Il sogno della mia vita: essere nulla. È una sensazione di libertà
straordinaria”.
Competere con Dio. “Scrivere è un atto di megalomania. Lo si fa come si scrive
un testamento. In senso assoluto, scrivere è assurdo – come respirare. Quando
scrivi, sei solo con te stesso, non valuti alle conseguenze né alle reazioni
degli altri. Sei solo di fronte al Nulla. Quando si è così soli, si è dio. Per
questo scrivere è così straordinario: si compete con Dio”.
Filosofo vs. pensatore. “Il filosofo è un asettico, un sistematico che
costruisce qualcosa, un mondo, alieno alla vita. Non è un combattente interiore:
impalca un sistema. Il pensatore, al contrario, si scontra contro l’esistenza,
dice la verità, non costruisce un tutto. Un poeta non deve leggere i filosofi –
dovrebbe leggere i pensatori. Pascal, ad esempio, è fondamentalmente un
pensatore perché tutto ciò che ha scritto scaturisce da esperienze concrete, da
tragedie personali. Shakespeare è il più grande pensatore di tutti i tempi…”.
La bomba atomica: un successo. “L’uomo non ha fatto altro che autodistruggersi:
ora ha trovato il modo esatto per farlo. La bomba atomica non è la conseguenza
logica della scienza ma del destino dell’uomo – è il suo più grande successo”.
Geloni monastici. “Ho letto così tanto sui primi cristiani e sulla vita nel
deserto… ma ho capito molto presto che non potrei mai vivere in un monastero: in
monastero non hanno il riscaldamento. In tutta la mia vita, ho trascorso tre
soli giorni in monastero. Poi sono scappato. Faceva molto, molto freddo…”.
Viva le contraddizioni. “Il buddismo ha influenzato la mia vita. Non perché sia
buddista, non sono niente, ma il buddismo mi ha segnato. Intanto, anch’io, nel
corso della vita, sono stato toccato dall’esperienza di vedere un vecchio che
muore. Ho condiviso con il Buddha il processo che porta alla liberazione. Ho
avuto la sua stessa esperienza: sono stato tentato dalla rinuncia – ma non ho
rinunciato. Vivo di contraddizioni”.
*
Da: Jorge Luis Borges. Maipú 994, 6to piso, ascensor…
Morte. “Sono pronto alla morte. Se mi dicessero che morirò tra mezz’ora, mi
direi, che sollievo, che gioia chiudere con tutto questo, soprattutto con
Borges, che ormai non sopporto più…”
Felicità. “Sì, sono stato felice, e lo sono stato molte volte. Ma questo capita
a molti esseri umani. Non esiste un giorno, o due o tre giorni, o una
circostanza specifica… ci sono momenti in cui si è felici – altri in cui non lo
si è. L’infelicità è fugace quanto la felicità. Sono entrambi stati d’animo
intensi, passeggeri – unici. Ho ormai settantadue anni e mi sono innamorato
sempre di donne uniche, insostituibili, passeggere…”
Religione. “Non sono religioso. Spero che la mia morte sia definitiva. Per
questo in una poesia, El suicida, scrivo: ‘Guardo l’ultimo tramonto/ spegnerò
tutte le stelle/ consumerò la notte’”.
Etica. “Credo nell’etica. Credo che si sappia sempre se ci si comporta bene o
male. Non credo nel sistema retributivo di premi e di punizioni. Non credo nel
meccanismo buddista del karma”.
Cecità. “A volte mi chiedono se sono cieco, allora rispondo ‘Sì, ma lo siete un
po’ anche voi…’. ‘Cieco’ è parola nobile e antica. Oscar Wilde aveva una sua
teoria sulla cecità di Omero. Diceva che i greci si erano immaginati che il
grande poeta fosse cieco per uno scopo esemplare. Volevano insegnarci che la
poesia è prima di tutto ‘musicale’, e poi, in secondo luogo, ‘visiva’. Può
esistere un verso molto bello che non contiene alcuna immagine – non esiste un
verso privo di musica, di tono. È curioso che questa intuizione sia venuta a
Wilde, un poeta estremamente visivo”.
Sogni. “Sogno fondamentalmente, sempre, due o tre cose. La prima ha i tratti
dell’incubo. Sogno il labirinto. Mi trovo sempre in un luogo preciso di Buenos
Aires, and esempio all’angolo tra Santiago del Estero e Chile. Oppure tra
Riobamba e Arenales. Ma questi luoghi, che conosco molto bene, sono
completamente alterati: ci sono paludi, montagne… a volte corridoi e gallerie.
Benché conosca quei luoghi, mi perdo”.
Stupore. “Tutto mi stupisce. In una poesia – perdonatemi se devo citarmi –, El
ingenuo, scrivo di un uomo che si stupisce che siamo arrivati sulla Luna e che
abbiamo inventato la bomba atomica, che razza di progresso… Quanto a me, mi
stupisco che una chiave possa aprire una porta. Mi stupisce – perché non lo
capisco – l’aeroplano; mi stupisce il telefono, lo uso ma non so cosa sia né
come funzioni…”.
Paradossi. “Quando scrivo, cerco di non scrivere come Borges – ce ne sono altri,
tanti, che lo fanno meglio di me, anche se non ricordo di avere discepoli”.
Cosmopolita. “Il nazionalismo è un errore perché esistono le differenze. Che
siamo argentini è importante – non è importante sottolinearlo. Se parlo con un
colombiano non gli dico: beh tu, in quanto colombiano, la pensi così e io, che
vengo dall’Argentina, la penso in quest’altro modo. Piuttosto, mi concentro sul
fatto che condividiamo la stessa lingua spagnola, che significa condividere una
comunità. Gli Stoici dicevano che l’uomo è un ‘cosmopolita’, un cittadino del
mondo, ma ormai questa parola si è corrotta. Di solito si pensa al turismo: ma
io credo, come Melville, nell’essere un ‘patriota del cielo’, patriot to heaven.
Essere patriota del cielo significa non essere leali a una patria ma al ‘cielo’,
cioè alla giustizia, all’altezza”.
Vendetta. “La più grande vendetta possibile è l’oblio. L’unico modo per
vendicarsi è dimenticare – l’unico modo per perdonare è dimenticare. Chi vuole
vendicarsi è costretto continuamente a pensare a ciò che è accaduto. È una
prospettiva sbagliata, infernale. Devo liberarmi dalla vendetta”.
Fantastica. “Mi è piaciuto leggere I demoni di Dostoevskij, ho letto diverse
volte Delitto e castigo, mi annoia a morte I fratelli Karamazov. Ammetto di aver
letto pochissimi romanzi: non sono la mia passione – e i romanzi psicologici lo
sono ancor meno. Amo la letteratura fantastica. Quando ne parlai con un
professore americano, lui mi disse: ‘Il fantasy è un fenomeno di evasione tipico
del nostro tempo’. Gli piaceva molto la parola evasione, se la passava spesso in
bocca. Gli risposi che non era esattamente un fenomeno del nostro tempo. Gli
dissi de Le mille e una notte, mi fissò ribattendo che non conosceva l’arabo…”.
Dante. “Non ho una goccia di sangue italiano, ma se dovessi indicare il
capolavoro assoluto della letteratura direi la Divina Commedia di Dante. Non
sono cattolico e non condivido la teologia riassunta in quel libro, ma ne
apprezzo l’estetica e dunque la verità letteraria”.
L'articolo “Essere nulla: che libertà straordinaria!”. Cioran & Borges al
cospetto di Alina Diaconú proviene da Pangea.
Quaranta gradi: affonda nel gelato. In pasto al solleone siamo figli di Ugolino.
Estate orbita di una freccia conficcata nella contingenza.
*
A un certo punto della mia vita ho capito che un bosco aveva più cose da dire
rispetto a una persona.
Io, con spirito umile e cavalleresco, mi son messo ad ascoltare.
Namasté: sto entrando nei miei polpacci apro le porte del cammino.
E poi spazi acuminati e finti monti laddove la profusione dei secoli naturali si
incollava al paesaggio come una Polaroid.
Mangiare è un’azione che mi annoia profondamente.
Io cerco di pensare alla cintura di Orione quando compro i panini all’olio, ma
difficilmente ci riesco, in special modo se attorno a me gravitano in abbondanza
massaie e donne in carriera, giovani papà coi figli nella mano o ragazzi
spettinati che parlano di feste.
Penso però che la mia amigdala è parecchio più rilassata al momento. So di aver
deluso Freud e ho imparato, durante il cammino, di non essere stato il solo.
Quando mi son svegliato nel bosco ho pensato che le virgole sono quel che ci
contraddistingue. Il collagene che si profonde nell’incavo dello sterno quando
grondiamo un’immagine, una scultura, un dipinto, fa sì che si liberino circuiti
neuronali.
La solitudine mi ha spinto a credere solo nelle sigarette.
I Tintoretto della Scuola Grande di San Rocco mi piacciono. Anche Susanna mi
interessa.
A lei piace il dialogo a tavola, a me no.
Gradisco osservare i cumuli di terra rossa e le piccole pozze create dagli
irrigatori.
Che fai dopo?
Yoga.
Mi vengono in mente le guardie napoleoniche.
A me i camaleonti.
Perché ti sei fatta quel tatuaggio sul collo?
Per andare contro me stessa.
Stasera sei bella magari domani non lo sarai più.
Tu sei bello perché non sei bello.
Ti danno ancora fastidio i rumori?
Sì.
Sembravamo due bolle di orizzonti in disfacimento che affrontano il loro declino
ristorandosi col tè made in Albione.
Eravamo due cani che respirano dai finestrini e abbaiano ai fantasmi nei campi
lesi e offesi.
Briciole, note e banconote, taccuini di Narciso in ansia, perché i momenti
eccelsi sono tre, non di più.
Gomitoli di sogni rattrappiti e cipria che ci cola sulla strada, facendo
pozzanghere dei nostri umori. Andiamo avanti solamente perché risuona lontano
il gong monastico di una grande emozione.
*
Bisogna solo far scorrere le giornate. Mettiti sotto al tempo. Il resto sono
sovrastrutture. Abita la tenda del tempo, il campo mobile dell’inazione. Non
fare. La gente fa discorsi occasionali. Non senti mai parlare ‒ che so io ‒ dei
boscimani.
*
Quando finiremo di abbronzarci senza volerlo tutti avremo cassette di marionette
nel cervello, sperimenteremo i serpenti a sonagli della sete e la metafisica del
telecomando sempre acceso. Costruiremo prigioni per noi stessi, saremo come
ettari di insetti, schifosi coleotteri volanti sempre voraci alla ricerca del
fast-food più vicino. E vedremo gli stolti sputare sui poveri e i maligni
tracannare incenso rubato.
Amen.
Quello è il succo. Però il contenitore è molto più abbozzato graffiato da non si
sa bene cosa un motore gonfio di obbrobri magnetici metteteci dentro voi se è
rancore eccetera non è questo il mio sport preferito non son bravo a riempire le
tracolle di male.
*
Il lavoro dello scrittore è un lavoro non pagato. Il mio amico Henry ne sa
qualcosa. Ha questa condizione di sofferenza pedissequa che lo spinge a
respirare male. Dice che non riesce ad allargare gli orizzonti, sostiene che non
serve colorare gli arcobaleni e che le balene non volano. Margot gli dice neghi
l’evidenza così Henry si arrampica in cielo e le fa vedere che non serve
colorare gli arcobaleni e che le balene anche se sembra non volano. «Saltano e
basta» dice da lassù e si vedono solo slot machine, una distesa di slot a
profusione, come balconate volanti e il verme solitario che abita lo stomaco dei
poveri resta sempre a bocca aperta a vedere tutti quei gettoni che piovono dal
cielo.
*
Io, Susanna, Henry e Margot. Famiglie occitane e deserti di spigole. Gli
arroccamenti del paesaggio sono mastodontici e fumosi lillà al prosciutto. Io
sono uguale a te tu sei uguale a me. Il controllo non ci giova poi troppo.
Crateri di noia divoratori di mostre e divertissement. Pensiero dopo
pensiero Viale dei Pensieri abitato da salici che hanno smesso di piangere e
ridono a crepapelle vedendo bambini con lo zucchero filato che non sanno quel
che li aspetta. Orizzonti di vapori, di macchine agricole. Stantuffi in disparte
dietro le carte di un’insegnante da film erotico. Macrobiotico è il costume
abituale della vestale ferma a mangiare il gelato in una folla che la incolla al
soffitto di un appartamento sfitto e soprattutto inesistente. Pourquoi
pourquoi. La narrativa è stata inghiottita nel museo delle cere da chi si è
messo a bere per dimenticare la figura dello scrittore così come Henry sospeso
tra il mojito bevuto in verticale e l’ambiente di pellerossa con il narghilè che
gli fanno cerchi attorno e ballano senza sosta mentre la polizia fa i controlli
autostradali e le prove col palloncino. E allora da tutti gli uffici si
affacciano i cani rimasti ad abbaiare sui balconi nei deserti di ciclamini
quando passa il camion della spazzatura sulla spina dorsale di madre chiesa e
mete e singulti per i turisti che non hanno il biglietto del tram.
«Avremo penso sofferenze da mordere» esclama Henry che mi ha fregato un panino e
guarda Margot orizzontale che dipana sole dalla sua muscolatura e ricerca il
senso di un cruciverba ma poi lo abbandona per dedicarsi a un lecca-lecca e
assumere la forma di una Lolita tropicale che sta male ma non lo dà a vedere.
«Siamo spugne perciò di guai seri» dice mentre sorseggia il caffè che dovrebbe
svegliarla dal suo sonno di vita. Ho proprio deciso che in questa storia avrò
occhi verdi un giorno e un altro cobalto, come un’allegoria. Danzerò con
Arlecchino il tango malandrino di quel mio cugino che se ne andava a dividere i
covoni di fieno per far dispetti ai contadini. Filari d’ignavia a cantar canzoni
sotto agli ombrelloni il panico attaccato sopra i trentacinque gradi l’asperità
diffusa di un giradischi che brucia nel cantuccio di una grotta dove si riparava
dal frinire delle cicale inscalettate su stragi del bosco diffuso.
*
Henry mi mette un braccio intorno alla vita dice che stasera vuole andare al
karaoke, Margot separa i pesci pescati in giornata, «c’è tutto un mare che ci
prende per il culo» dice. Susanna sta sotto la doccia e io la immagino mentre
boccheggio dalla pipa del nonno di Henry e penso ad Amsterdam e alla vita
laggiù. Penso alle strade e ai canali e alle virtù. C’è tutto un cosmo di
relazioni personali che si sposano nuziali coi comandamenti dei venti che
soffiano quaggiù. Il maestrale mi ha insegnato a odiare le persone e a capire le
gesta dell’autocontrollo, l’anima umana graffiata, i graffiti e gli ascensori.
Le cassette postali e i doni lasciati vicino ai portoni dalle ditte di consegna
che la fanno da padrone e i campeggi affollati intonano una melodia svecchiata
così folle e inurbata gracchiante come le voci dei grilli e i muuuudelle mucche
spezzano l’idillio riportando a immagini di bistecche e sughi al ragù.
Quando Susanna esce dalla doccia e Margot ha smesso di farsi bella posando un
uovo nero sulle sue palpebre lunari siamo pronti per andare in una cittadina
tutta stereotipi diffusi dove si mangia economia pranzo e cena e si giudica il
prossimo con le bombole del gas mentre la luna pare uno scherzetto da due soldi
amena come un cormorano di città. Sarà la zona paludosa che interferisce con le
zanzare o sarà la tracotanza animale degli esseri umani della zona impigriti
come feltri di vecchi divani usurati che spezza la spina dorsale e ci rende
molluschi che vanno a una sagra a deglutire vino e assaggiare maiali. Mi fermo
un momento prima ordinando solo pomodori tra lo sconcerto degli astanti – peli
lunghi sulle braccia – che mi guardano come fossi Armstrong che scende dalla
luna e ho tutto questo accumulo di ossigeno mancato che mi dà al cervello e mi
fa vedere scoiattoli dove non ci sono e bollette. C’è sempre un filo di panico
che mi accompagna assordante mi ronza nelle orecchie Susanna lo vede e lo sa in
questa schiera d’apparenza dove soldati citrici ricalcano le orme di pastori
butterarti screziati dai venti che fischiano alle zanzare ubriachi di rosso. Noi
siamo civilizzati urbanoidi eclettici alla ricerca di sdegno per spezzare
l’omologazione di questo cantone di mondo eccentrico in cui ciascuno è
protagonista pur non essendo nessuno. «Saremo presto a Sparta» dice Henry che
accende la pipa col suo viso buffo e cicciotto dà boccate senza senso che
portano il fumo qua e là. Saranno i vicini del termosifone quelli del campione
per la pubblicità.
*
Termometri di seta dove imparare lo sdegno per rivedere I Ching e sperare che
possano tornare i papaveri a incantare i pipistrelli e cacciarli via. Saremo
allora tutti come Vincent esegeti di noi stessi con l’orecchio tagliato a
procurar ferite all’aria e tagliare l’acqua con le forbici come Pino Pascali, a
riassumere gli orizzonti fra due virgole, portarci il substrato più inurbato
delle sentinelle che abitano le ville dentro le pozzanghere con gli occhi
all’insù come mostri audaci del controllo che spiano il nostro passato di
bambini nei cortili delle scuole materne coi palloni di carta e le orecchie di
cerume che non sentivano i consigli dei grandi come se non lo saremmo diventati.
Vincent dice che la composizione è il soggetto poetico, ergo il soggetto poetico
è la composizione: chiedilo a Keith.
Siamo esuli del divenire noi senza telecomando senza chiavi per aprire gli
scrigni della tecnologia.
Per sdrammatizzare il solstizio dannunziano e l’umidità che è calata come un
uovo sbattuto sui nostri odori naturali sugli umori e i respiri inquieti che
stanno quaggiù su questi tavoli imbanditi di tristezza ed egocentrismo senza
difese nella rete locale del clamore e della prepotenza e la preponderanza della
logica – delle spade e dei brufoli – calda come un soffio del non vento che c’è
qui, dove siamo carcerati putridi sotto le ascelle di madre natura ad imparare
la radura e la fedeltà obbligata a un programma sbagliato che ci rende sconfitti
e lacerati dalle catene e dai pugnali dell’offesa del sé.
«Passami l’insalata» mi fa Margot ma l’insalata non ce l’abbiamo solo del tè
portato alla rinfusa infilato nello zaino di caucciù.
*
Fare niente è fare tutto. Le cose sono più vicine durante la bella stagione.
Disseminazione.
*
I graffi nell’aria saremo come bambini quando i putti di fiele verranno a
incartare i magazzini dell’infinito e saremo corde e code di lucertola sparate
per vicissitudine verso l’atrio del confine e guarderemo le nuvole soffocare in
un sigaro, smorzarsi col vento levantino, apriremo boccali di vino da
pasteggiare insieme alle bestie audaci del Caucaso e le ragnatele sotto ai
vestiti spalancheranno temporali da mangiare nell’incurvatura dei cimiteri lato
fila di cipressi.
*
Divoreranno le altalene e le atmosfere di basalti magnetici che credono nelle
spie fino a quando Giuda sarà dei nostri. Compreranno vocali al mercato, panini
con l’alba da gustare al mare, sotto le braci del mondo perpetuo, nelle affinità
degli spiriti indigeni del selvaggio West.
Margot stasera vuole solo insalata ‒ non fanno insalata. Susanna la invita a
ballare Henry si incurva per raccogliere la coda di una lucertola assassinata da
un felino.
Il tizio coi capelli grassi adagiato sui sassi vende patate in frittura a
cartocci e ti spiega dei blocchi e del muro di Berlino, ti narra della Corea da
nord a sud, del confine segreto che c’è nel greto dell’anima e separa gli
alveoli dal substrato e ci spinge a raccogliere anemoni di mare per dimenticare
che non abbiamo bracciali né collane e si son guastati i simboli e i significati
da quando il demone si è arroccato vomitando frasi a dismisura con la lingua
imposta ad usura e per il peccato.
*
«Vedrete che fra gli ombrelloni troverete il petrolio potrete andare a gasolio
per questa riva e quella opposta sarà balneare oppure occipitale a seconda delle
occasioni».
*
Miriadi di coccole miriadi di chiocciole sul tappeto arsenico del mattino che
verrà domani. Oggi ancora inchiodati all’ora, alle patate, ai trenini, alle
vocali di Henry che prova il salto con l’asta del merito per guadagnarsi il
paradiso. Henry sostiene che amniotico non è tanto lo sguardo quanto il puerile
atteggiamento consunto delle nuvole specchio di indecisione. Una canzone
proletaria verrà a guardare questi fazzoletti eccentrici poggiati sui visi e
torneranno le piume della carestia in infiniti maglioni da indossare come
putride canne di giungle blu da ereditare mettendosi cravatta e camicia.
I paraculi cercano di saltare la fila. Le ingordigie dei candidi non hanno senso
quando smettono di lavarsi i denti e si issano su cedri altri sedici metri da
cui dominare la costa obbrobriosa unta dal sole e il lavico dominio del demonio
di luglio che accende la pelle malandata. Henry vuole leggere un romanzo ad alta
voce, non una parte, tutto. Vorrebbe cominciare qui e ora davanti agli astanti
in questa giungla ipertrofica sentire i muscoli delle mascelle lenire il dolore
del silenzio e dar spazio alla passione impura delle vere emozioni diagnosticate
come schizofrenia se il prezzo da pagare è la borghesia. «Dammi le carte» mi fa
e poi si allontana comincia a mescolare sapori e umori dice di Piazza Navona di
quanto gli piace la pizza romana cavalca un’onda a forma di cavallo e un rapace
gli tarpa le ali. Micidiali sono le assenze quando pensiamo di aver completato
un percorso ormai usurato dal tempo sghembo ed effimero del quotidiano.
*
Corri sulla schiena dei lupi, dei dromedari, disegna giaguari nel tuo cuore il
posto dove riponiamo la bellezza e le alture da cui guardare i panorami inca e
le rovine maya e sorridere all’orizzonte come fosse una scarpa slacciata con cui
pettinare l’aria e far rivoltelle di tessuto per ammorbidire i contrasti e
interagire col passato. Nelle lunghe ore pomeridiane dipingere pastorali e
iniettare fotografie a colori di chiesette barocche e falsi indiani che
parcheggiano male. Dal dirupo universale vedo le finestre occhiello blasfeme che
trascinano cariche di elettricità sulle suppellettili visive a cavallo tra i
filamenti delle orecchie e il candore del naso dove risplendono acri di
lampadine accese e c’è un magma di matasse stressanti di fango appollaiato sopra
un pino dove una civetta canta inni alla notte alla faccia dei visigoti e dei
diavoli rossi che esplorarono il terriccio di seta. Adoro andare incontro alle
giostre come in questo caso vedere i barbagli degli schizzi adolescenziali
appesi ai muri sovrastare la pila di bollette da pagare e sento il coccodrillo
dello stomaco provare a mangiare le farfalle senza riuscire. L’eleganza di
Margot stasera non ha pari e cerca con gli occhi un piatto di ostriche a una
sagra curando le ferite sugli stinchi con il rosmarino. Rimedia fazzoletti alla
ventura, ha deciso che scambierà muco stasera. Proprio quando le aragoste del
cielo cominciano a intonare la litania capiamo che è ora di rientrare, che le
nostre fetide ascelle reclamano il sapone, che il nostro fiato si sta facendo
corto e non ci sono più segni zodiacali.
La nuvola è un ferro da stiro che schiaccia la terra lasciando intravedere i
volti dei sumeri.
Bene e male tutto insieme, wow: friggi il cielo. Il cielo è una cartolina del
cuore: dentro c’è il simbolo. Il simbolo è universale chiedilo agli acmeisti.
L’orologio è una truffa per impiegati, il volo degli iniziati è sul calar del
sole. Il sole mente.
*
Nella villa di Henry sono i pendagli ad accoglierci in un maleficio di seta che
si intona sulla cravatta che non ha messo sostituendola col fischietto
immaginario. Ci sono ancora le mucche a stupirsi sotto il nostro orizzonte
quando decidiamo di coricarci, su quelle brande che chiamano letti che l’uomo ha
inventato per dormire.
In questo periodo dormire è rifugio dalla calura, con noi che ci spariamo i
ventilatori addosso manco fossero cascate e dentro l’inconscio andiamo a cercare
tutta la riparazione che la giornata ha destrutturato, come un operaio malconcio
di ritorno dal cantiere. Mi metto a leggere un libro di poesie in aramaico e
butto l’albero magico all’arancia che pendeva dal soffitto. Ucronismi e
sincretismi bordeaux sulla pelle vegliarda delle stoffe antiche. Immagino una
rana che salta un arcobaleno. I panini con l’alba non li fa più nessuno. È
difficile mettere l’alba dentro a un panino. Il nocchiere delle paranoie sta
sempre all’erta. È un cortocircuito sfiduciante. Le meduse sono buone a
colazione per chi ha il palato fino. L’impossibilità è la vegliarda regola
sovrana. E allora verrò sui castelli di sabbia a porgere vento alle guance e le
ancelle della sera si sposteranno per dar spazio alle bistecche di manzo. Gli
assoluti sono in un’altra categoria. È difficile stare al passo coi pensieri. La
banalità è sempre dietro l’angolo. L’autocontrollo piange come un salice. Le
nicchie bordeaux spaventano i passeri. Gli arcobaleni sono sempre di scorta nel
portafogli. I castelli medievali hanno mura arroccate buone per le civette di
notte che cantano disegnano indiani e furbastri. Giovenale era un poeta latino.
Tarquinia è bella. L’alce lo trovi in Alaska se ti va bene.
*
Mettiti col compasso da stella a stella pensando alla maestra che ti faceva
arrossire. Supera la maestra supera il maestro. Il cantore della Turingia si
urlava in gola con parole di upupa e crusca amara. Per far tornare in auge
l’enfiteusi essendo amante dei muri a secco. Il paese non è pronto. Oggi ha le
ore larghe. L’allunaggio del mio genetliaco in bilico su una statua di
Thorvaldsen: la città è cuspide. Le donne in burqa sui risciò a Villa Borghese
non le ha viste Franco, le canto io. Le risposte vengono da nordest
attraversando due sillabe.
Edoardo Piazza
*In copertina: “Tuttomondo”, il murale di Keith Haring realizzato nel 1989 sulla
parete della canonica della chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa; nel testo, un
po’ di Haring a casaccio
L'articolo Luglio simbolista proviene da Pangea.
Considero Idria Pilogallo una di quelle rare e nuove voci autoriali del nuovo
millennio in grado di traghettare brani di un meridionalismo che andrebbe ancora
indagato, autentico, distante anni luce dall’uso ruffiano e pretenzioso,
fasullo, da laboratorio editoriale (storytelling da batterie), attraverso cui sì
è coltivata una certa narrazione del sud, tutta Marianna Ucrìa o rosolio e
guantiere, mulattiere e rocche sulla cima, a strapiombo sullo Ionio, funestate
da saghe criminali o peggio famigliari o qualcosa di questo tipo. Idria
Pilogallo ha origini calabresi, benché dimori in Toscana. Trascina con sé il
vigore di una voce lavorata dal suono e dal furore (colori, sentori, paesaggi)
di taluni luoghi, così precisi e imprescindibili nel procedere di uno scrittore.
Il racconto che vi propone si distanzia dalla luce cieca e violenta di altri
suoi scritti, ambientati nelle lande aride e assolate della Calabria, eppure,
malgrado sia ambientato nella capitale, ne traduce ugualmente la potenza, non
decriptabile, una qualche segreta virtù affabulatoria, c’è, l’ascoltiamo, a un
livello di percezione che vibra, ma non in superficie. Avrei voluto inserire
Idria in una antologia di nuove voci del Sud, di un Sud vero, sciagurato,
confuso in un meticciato dalle molte incavature, inflessioni, lingue, come in
una Babilonia del transumanesimo. Idria Pilogallo è una voce letteraria
definita, io direi persino potente, che meriterebbe una diffusione adeguata, la
pubblicazione dei suoi scritti senz’altro. Ringrazio Davide Brullo per averla
accolta e averle dato una possibilità, qui su Pangea, chiedendomi infine di
introdurla. L’ho fatto.
Buona lettura.
Veronica Tomassini
**
Trenta sacchi di buio
Roma, Corviale, estate 1995
C’erano trentaquattro gradi all’ombra ma il riparo al Serpentone era solo
cemento armato che sudava miseria. Avevo giurato a me stesso che in quel
chilometro di alveare umano non ci avrei rimesso piede. Nemmeno sotto minaccia,
nemmeno per un carico di roba pura.
Eppure, eccomi lì.
La porta di Maria, al piano seminterrato, era socchiusa. Quel genere di invito
che un uomo con un briciolo di cervello rifiuta, a meno che non stia cercando il
proprio conto finale.
Dall’interno usciva un odore denso, una miscela di muffa e segreti sepolti. Lo
riconosceresti tra mille: è il puzzo dei bassifondi e dei cessi degli squat dove
avevo buttato via i miei anni migliori.
«Maria?» chiamai.
Nessuna risposta. Solo il silenzio della periferia.
Feci un passo e qualcosa scricchiolò sotto la mia scarpa. Mi chinai. Era una
fotografia calpestata. Qualcuno aveva ritagliato la mia faccia, quella di
vent’anni prima, e l’aveva incollata sul corpo di un bambino. Mi si irrigidirono
le mani.
Il monolocale era una discarica di ricordi inutili. Maria aveva vissuto in
quella casa, immersa nelle carte e nei gingilli che andava raccattando in giro
per la capitale. Vasi sbeccati, cestini, pile di quotidiani ingialliti che
svettavano come colonne in un tempio in rovina. Ovunque c’erano oggetti senza
nome che lei raccoglieva per le strade della capitale e portava a casa come
offerte votive.
Poi mi arrivò la zampata d’aria calda. Un lezzo insopportabile si insinuò nelle
narici. Mi coprii la bocca con la mano e mi trascinai fino alla finestra. Ai
piedi del tavolo mi si bloccò il fiato.
Una coperta viva di scarafaggi, larve e mosche ballava intorno a un corpo.
Maria.
Il capo reclinato, le braccia inerti lungo i fianchi. Al collo, un pendente di
San Giuseppe inviolato.
Caddi all’indietro su una montagna di vecchi libri ammuffiti. Unii le mani in un
gesto che assomigliava a una preghiera ma era solo un modo per non guardare il
mio peccato in faccia.
Lo spettro di quella donna non mi avrebbe dato tregua.
I vicini la chiamavano “Asso pigliatutto”. Gli uomini sanno essere squali quando
vedono qualcuno che affoga. Per loro era solo la matta del quartiere che
riempiva la casa di spazzatura. Non capivano che quella spazzatura era l’unico
collante che teneva insieme i suoi pezzi.
L’avevo incontrata sul bus 773, la linea che trasporta i disperati dal centro ai
margini. Destinazione Porta Portese. Io ci andavo con una scimmia nelle vene che
mi mordeva il cervello per trenta sacchi di eroina; lei con i sacchi di plastica
vuoti per raccogliere gli avanzi del mercato.
Due ferite aperte, due errori nel sistema urbano che la città cerca di
dimenticare tenendoli a distanza.
Fu su quel bus che vidi la scatola. Una vecchia latta di biscotti Gentilini,
roba di Natale sbiadita dal tempo. La stringeva al petto come fosse un
reliquiario. Dentro c’erano centinaia di ritagli di giornale. Cronache diverse,
anni diversi ma lo stesso volto sgranato.
Ci avevo messo un’eternità di eroina a capire, con la testa annebbiata dalla
roba. Poi, l’intuizione mi aveva colpito come una lama fredda nello stomaco.
Quel volto era la mia faccia di vent’anni prima.
Il ricordo riemerse come una serie di scatti bruciati che sanno di ferro
arrugginito e ozono, di freni surriscaldati e pioggia sui binari.
Erano le sei di un pomeriggio di novembre, uno di quelli in cui Roma è una
distesa di fango e travertino sporco, sotto un cielo color piombo. Mi trovavo in
stazione ed ero in astinenza dura, quella sensazione di formiche sotto la pelle
che ti fa desiderare di strapparti la carne di dosso.
Mi servivano trenta sacchi. Solo trenta.
Lui era seduto su una panchina di ferro. Un ragazzino, sedici anni al massimo.
Lo zaino tra le gambe, le cuffie alle orecchie. Troppo pulito per quel posto.
Aveva un orologio al polso che brillava blu sotto i neon della banchina. Un
regalo, forse.
«Dammelo», dissi. La mia voce uscì come un rantolo.
Lui non mi sentì, aveva le cuffie. Gli misi una mano sulla spalla. Sussultò, mi
vide troppo tardi.
Lo strattonai per strappargli l’orologio, lui spinse, io risposi con un colpo
secco. Un riflesso schifoso da tossico per comprare qualche ora di pace. Il suo
piede scivolò sul cemento viscido.
Poi arrivò il fischio. Un merci in transito a settanta all’ora. L’aria si spostò
con la violenza di uno schiaffo, puzzando di gasolio e freni surriscaldati. Lo
vidi oscillare nel vuoto, gli occhi nei miei per un millesimo di secondo.
Poi cadde.
Nessun grido, solo un urto sordo contro il metallo e il sibilo dei freni
d’emergenza.
Non guardai giù. Mi voltai e corsi finché i polmoni non presero fuoco, finché il
quartiere non mi inghiottì. Per vent’anni mi ero raccontato che fosse stato un
incidente.
La stampa liquidò la faccenda in cinque righe “Giovane cade sui binari, tragedia
alla stazione”. Nessun colpevole da cercare. Caso archiviato”
Ma in quel seminterrato a Corviale la verità venne a galla come un cadavere
rimasto troppo a lungo sul fondo del Tevere. Quel treno non si era mai fermato,
aveva continuato a correre nella testa di Maria per vent’anni, portandosi via la
sua lucidità pezzo per pezzo.
Il ragazzo della banchina era suo figlio.
Mi chinai sul cadavere. Schiacciata sotto il suo peso c’era la scatola di latta
Gentilini.
La sfilai e la aprii. Dentro c’erano i frammenti di una vita che avevo cercato
di dimenticare nei cucchiai bruciati. Maria aveva incollato la mia faccia su
foto di riviste: corpi di uomini in carriera, padri di famiglia, viaggiatori. Mi
aveva fatto crescere sulla carta. Mi aveva inventato un futuro.
In fondo alla scatola trovai un quaderno a quadretti gonfio di umidità.
Ogni riga era un appunto preso sul bus 773.
“Oggi ha la tosse.”
“Si è addormentato al posto del finestrino. Respira.”
“Ha litigato con l’autista. È vivo.”
“Oggi non c’era. Ho aspettato.”
Mi mancò l’aria. Nel suo delirio non cercava l’assassino di suo figlio. Aveva
adottato me. Ero il sopravvissuto miracoloso di quella banchina, condannato a
una morte lenta che lei cercava disperatamente di fermare tra le sue carte.
L’Asso Pigliatutto aveva raccolto me, la spazzatura più schifosa. Mi aveva
tenuto in vita con lo sguardo, aspettando un cenno o un perdono che non sapevo
nemmeno di dover chiedere.
Afferrai la scatola e la strinsi al petto. Uscii da quel buco risalendo le
scale. La luce del mattino mi colpì gli occhi come una condanna a morte. Nel
piazzale, tra carcasse di auto bruciate e asfalto spaccato, Corviale sembrava un
monumento al fallimento umano.
Il 773 spuntò come un relitto arancione tra le buche. Salii. L’autista mi
squadrò nello specchietto ma, in periferia, impari presto a non fare domande a
chi ha gli occhi vitrei.
Mi sedetti nell’ultimo posto in fondo, la vecchia postazione di Maria. Poggiai
la scatola sulle ginocchia. Presi il ritaglio con la mia faccia e lo guardai.
Poi, lo ridussi in coriandoli. Aprii il finestrino e lasciai che il vento della
Portuense se li portasse via, tra i piloni di cemento e il gas di scarico.
Il bus morì alla stazione di Trastevere. Scesi. Stessa banchina, stesso sapore
di gasolio nell’aria.
Mi sedetti sulla stessa panchina di ferro, la stessa di vent’anni prima.
Qualcuno ci aveva inciso sopra nuove scritte. In fondo al binario c’era un
ragazzino. Sedici anni, forse, cuffie bianche alle orecchie, zaino a terra. Mi
diede un’occhiata distratta e tornò allo schermo del suo cellulare.
In quel momento capii il piano di Maria. Non era pazza. Era stata la mente più
lucida e spietata del mondo. Mi aveva costretto a esistere finché lei avesse
avuto la forza di guardarmi. Ora che se n’era andata, toccava a me.
Il fischio del treno arrivò da lontano. Le rotaie iniziarono a cantare il loro
pezzo metallico. Mi alzai.
La scatola di latta, ormai vuota, mi scivolò dalle dita e rimbalzò sul cemento
prima di finire giù, tra le traversine. Mi portai sul ciglio della banchina, il
vento del convoglio in arrivo mi schiaffeggiò la faccia proprio come quella
sera. I binari brillavano sotto il sole.
«Maria,» sussurrai.
Il boato inghiottì il nome. Non servivano spinte. Il cerchio si chiudeva con la
precisione di un conto che viene saldato. Un piede che scivola, il vuoto che si
spalanca e il buio che smette di inseguirti perché gli vai incontro.
Qualche ora dopo, sul bus 773, un’altra anima persa trovò una scatola di latta
abbandonata sull’ultimo sedile in fondo.
La girò tra le mani e la aprì. Era vuota. L’uomo guardò il grigio della
periferia scorrere fuori dal vetro per tutto il tragitto.
Poi, con la lentezza di chi non ha nessun posto dove andare frugò in tasca, tirò
fuori una vecchia fotografia sbiadita, la guardò per un istante e la lasciò
cadere sul fondo della scatola.
Chiuse il coperchio.
Il bus continuò la sua corsa verso il Serpentone dove niente va mai perduto, ma
tutto ritorna.
Idria Pilogallo
*In copertina: Félix Vallotton, “L’homme poignardé”, 1916
L'articolo “Trenta sacchi di buio”. Un racconto di Idria Pilogallo proviene da
Pangea.
Richard Millet è tra i rari, vertiginosi scrittori di oggi. Tra i suoi libri –
impubblicati, fieramente impubblicabili – ricordo La Confession
négative (2009), Le Sommeil sur les cendres (2010), Petit éloge d’un
solitaire (2007), tutti editi da Gallimard. Per altro, Millet è stato l’artefice
di diversi successi della casa editrice più importante di Francia. Dietro il
genio de Le benevole di Jonathan Littell, ad esempio – che vinse il Goncourt
giusto vent’anni fa –, c’è lui. Ormai, dileggia quel lavoro come mero
“artigianato letterario” – l’aggettivo che segue è: “estenuante”.
I temi prediletti da Millet sono: la guerra – quella in Libano, vissuta in prima
persona –, Dio, la musica. Millet è un oltranzista della bellezza. Il
suo Journal – pubblicato tomo per tomo, dal 2018, con carismatica costanza, da
diversi piccoli editori e ora tradotto, a bocconi, dall’eccellente Edoardo
Pisani per Editoriale Scientifica come vasta appendice a Un sermone sulla
morte – è fitto di frasi miliari. Eccone alcune:
> “Ho il gusto del fallimento piuttosto che del successo. In ciò sono un
> classico”;
> “Tutti gli scrittori sono ridicoli”;
> “Ogni scrittore deve, dopo un certo tempo, inventarsi un’opera sognata, e
> segreta”;
> “Finire una frase come se si premesse un grilletto”;
> “Non sanno più guardare un albero, ascoltare il vento, aspettare la
> pioggia…”.
Secondo i crismi del Journal – un diario non si scrive per sé, ma in favore di
pubblico, sulla pubblica gogna –, lo stile è sferzante, spiazzante, impegna a
una strenua milizia nel linguaggio. Millet ha la nobiltà degli scrittori fuori
tempo: si dichiara cattolico – “ma non come una pecora sotto il coltello: un
monaco soldato, piuttosto” –, preferisce l’estro di Malaparte e di Manganelli al
talento liofilizzato degli scrittori che vanno per la maggiore (“La prosa di
Tahar Ben Jelloun” è detta “peto di ippopotamo”), sa di essere
“troppo scrittore per non essere detestato”.
Nel 1973 – aveva vent’anni – si fa procurare della morfina dal figlio di Paul
Celan, “che non mi parla di suo padre, uno dei più grandi poeti contemporanei,
morto suicida”. Quarant’anni dopo – nel 2012, ad essere precisi – un appunto
gemellare: “Benefica vertigine dell’idea del suicidio”. Nel frattempo, Richard
Millet è diventato lo scandolo vivente della letteratura francese. Il compianto
Pierre-Guillaume de Roux aveva appena pubblicato Éloge littéraire d’Anders
Breivik, in cui Millet analizza il massacro del terrorista norvegese, ordito nel
luglio del 2011, come un sintomo della crisi dell’Occidente, “del fallimento
dell’Europa mondializzata” (il saggio è tradotto nel 2014 in Lingua fantasma da
Liberilibri, uno dei rarissimi editori italiani a pubblicare Millet). Apriti
cielo. La gauche francese, guidata da Annie Ernaux, giudica il libro “un
pamphlet fascista”; Millet viene letteralmente messo al bando: perde il lavoro
in Gallimard, comincia a pubblicare per piccoli editori. Un sermon sur la mort,
strepitoso racconto, che rimesta nel torbido e nel mistico, esce nel 2015 per
Fata Morgana. L’attacco sbriciola gli scrittori odierni proni al premio e al
successo, inquilini del proprio infimo io; sentite:
> “In fin dei conti, ogni vita lontana da Dio è meno un sogno che un abisso in
> cui il tempo non è percepibile che nella vertigine o nell’indifferenza. Perché
> più di morire dobbiamo temere di essere morti. E forse siamo già morti,
> pensavo entrando a Bruxelles, nel primo pomeriggio di un giorno di
> primavera”.
Allo scandalo pubblico – che Millet osserva a distanza, con la quiete dei
cecchini e dei santi – segue il dramma privato: la scoperta del tumore che
affligge la moglie, Béatrice. “Avranno la mia pelle. Sto perdendo tutto”. Così,
sulla soglia del nulla, termina il diario – da qui, da questo scalpo, dalla nuda
perdita, risorge lo scrittore. Per questo, abbiamo interpellato Richard Millet,
il paria della letteratura europea, l’ultimo scrittore davvero pericoloso.
Cominciamo a gamba tesa, con la domanda ultima: cos’è la morte? Cosa c’è dopo la
morte?
La morte è qualcosa di cui non posso parlare: la imparo “filosofeggiando”, come
diceva Montaigne, studiando dentro di me il progressivo invecchiamento fisico e
psicologico. Un’esperienza banale, fonte di speranza per un cattolico come me.
Un’esperienza quotidiana, tramite la morte di persone care e dello scorrere dei
“mesi” che Proust osservava morire uno dopo l’altro nel corso della nostra
esistenza: non siamo altro che un ammasso di “mesi” morti, su cui viaggiano la
memoria e la scrittura, prima della grande migrazione dell’anima.
La letteratura, la grande moribonda, ci salverà dalla morte?
No, la letteratura non ci salverà; farà fatica a salvare se stessa in un mondo
dove giganteggiano l’ignoranza, il rifiuto della tradizione, il potere
dell’Intelligenza Artificiale, la sovversione di tutti i valori. Siamo rimasti
in pochi a dedicarle la vita. Al pari della musica e del cinema, la letteratura
permette di adattarsi al Tempo, di sospenderlo, di avere una moratoria sulla
morte – illusoria, è vero, ma pur sempre benefica. Strano paradosso che fa della
letteratura al contempo una voluttà e una implacabile rivelazione della nostra
miseria, come quando leggiamo Pascal, Leopardi, Kierkegaard, Nietzsche, Cioran e
Ceronetti, ad esempio.
Quando scrive della scrittura ne scrive come fosse una condanna. Perché dunque
ostinarsi a scrivere?
Mi ostino a scrivere per testimoniare ciò che il linguaggio può ancora compiere,
pur in mondo falsificato, o dannato, e per non lasciare al nemico la vittoria
totale, benché abbia l’impressione che la partita sia perduta, che la
Distrazione generale abbia vinto.
Quale libro sta leggendo? A quale libro torna continuamente?
Sto terminando la quinta lettura di Proust. Mi accompagna dallo scorso
settembre. Poiché non siamo mai la stessa persona, non leggiamo mai lo stesso
libro – soprattutto Proust. Alterno questa rilettura con un saggio sulla fatica
del filosofo Jean-Louis Chrétien e con una traduzione di Trucioli, di Camillo
Sbarbaro. Ritorno spesso a Sant’Agostino come a Simone Weil e a Guy Debord, a
Baudrillard, a Pasolini, a Girard.
Tra i libri che ha scritto, quale la soddisfa?
Domanda ardua, risposta impossibile perché l’autore è il peggior giudice delle
proprie opere. Vorrei aver scritto almeno un libro che mi permetta di essere
ricordato – ma occorre restare umili di fronte a queste questioni.
Tra i libri che ha “elaborato” per Gallimard, quale la soddisfa?
Preferisco non rispondere. La domanda pertiene a un mestiere (l’editoria), non
alla letteratura, che occupa tutta la mia vita.
Dopotutto, non ha forse scritto i libri che ha scritto per garantirsi una totale
marginalità dal milieu letterario francese?
In Francia, la mia situazione è quella di uno scrittore maledetto, senza alcuna
aura “romantica” intorno a questo appellativo: sono bandito, socialmente ed
economicamente, da un Sistema che si è alleato apertamente con il wokismo.
Pubblico con un paio di micro-editori che non hanno accesso alla stampa
mainstream. Ciò che scrivo è necessariamente in contrasto con l’establishment
culturale dominante, per il quale, d’altronde, sono già “morto”.
Se le dico “lettore”, quale immagine le viene in mente?
Scriviamo sempre per un lettore fantasma che ci legge in uno spazio-tempo
incerto e anacronistico, direbbe Borges. Io scrivo per essere letto nel passato
e nel futuro, figure ipotetiche di un presente che mi sfugge ma che desidero
testimoniare. Esiste anche un lettore intimo, la parte di me che mi rifugge.
Se le dico “Dio”, se le dico “guerra”, quali immagini le vengono in mente?
Dio non ha altra immagine che la sua incarnazione in Cristo…
Quanto alla guerra, è la filigrana della mia esistenza, dalle storie dei
veterani di Verdun che ascoltavo da bambino alla mia esperienza in Libano e in
Siria. Ho scritto diversi libri sull’argomento: sono stati accolti con livore in
Francia perché mi sono schierato con i cristiani libanesi e non con i
Palestinesi – il che è sufficiente per una scomunica! Oggi pochi scrittori
scrivono di guerra, eppure è più presente che mai. Per questo, rileggo
Malaparte, Hemingway e pochi altri.
Spesso, nei suoi scritti, ritorna il concetto di solitudine. Una solitudine
concreta, quotidiana, che scaturisce, forse, da una poetica, da una postura
dell’esistere. Può spiegarmi meglio?
Quando mia moglie era ancora viva, la solitudine aveva qualcosa di “letterario”,
dal punto di vista estetico e morale. Negli ultimi sei anni ho vissuto da solo,
in un mondo sempre più violento e incerto. È come se la solitudine avesse
acquisito la sua vera dimensione: umana, incarnata, senza che l’avessi
“prevista” in tale dismisura. La letteratura è una sorta di campo da gioco su
cui tiriamo i dadi, giocando sull’esistenza di Dio (Pascal), sulla nostra vita.
Che cosa sta scrivendo?
Se avrò ancora le forze, vorrei terminare un romanzo che ho cominciato diversi
anni fa; vorrei scrivere un saggio sulla musica e un libro sulla letteratura che
ho appena cominciato, avendo cura di non ripetermi.
L'articolo “La letteratura non ci salverà”. Dialogo con Richard Millet, uno
scandalo vivente proviene da Pangea.