Con Romanzo olandese (Scritturapura, 2025), Marino Magliani ci propone una
trilogia costituita dai racconti lunghi “La talpa”, “Le vetrate di Rembrandt” e
“Biografia di un paesaggio anfibio”, ma anche una diade i cui poli sono Zeewijk,
quartiere di Amsterdam, e la provincia ligure di Imperia. Ne “La talpa” troviamo
il personaggio Magliani, che non coincide perfettamente con l’autore, intento a
redigere una guida turistica di Amsterdam per i tanti viaggiatori ecologisti che
vogliono percorrerla in bicicletta. Roland Fagel, il traduttore dei suoi libri,
gli insegna come “dosare il ritmo” dei pedali, perché non basta citare la bici
nella guida, bisogna tenere il passo di un turista appassionato di ciclismo.
Fagel è un personaggio ambiguo, che funge da alter ego di Magliani: “Stai
tentando di trasferire la malinconia autogeografica della tua maledetta valle ad
Amsterdam… ma Amsterdam non è agonia ligure, è vita […]. È della tua Liguria,
ancora una volta, che vuoi scrivere. Tu non solo non sai scrivere altro, ma fai
di tutto per non vendere i tuoi libri”. D’altro canto, annota Magliani,
Amsterdam per Fagel era “una religione e il suo era il tentativo di convertire
anche me alla sua fede”.
Zaino con merenda in spalla, i due ciclisti partono dall’imboccatura del
Noordzeekanaal, il canale che collega Amsterdam al mare, e attraversano la città
in bici, imparando l’arte di legarla alle ringhiere durante le loro escursioni a
piedi. Ben presto alla coppia si affianca Welmoet, cittadina rinnegata che
preferisce all’urbe la vita in campagna e la coltivazione della verdura
biologica. Se Fagel è misterioso, Welmoet appare fin dal principio un
personaggio ingannevole, provocatorio e seducente, che indaga sulla vita privata
di Magliani Cosa fai quando non scrivi? Guardo le vetrine.
Il racconto ecologico iniziale, dove tutto avviene all’aria aperta, diventa
un’avventura (letteralmente) underground quando Michael van der Vlis, assessore
in pensione, spiega a Magliani l’esistenza di un sotterraneo segreto costruito
durante l’edificazione della Centraal Station a inizio Novecento. I tre ciclisti
si trasformano in speleologi e insieme al cane di Welmoet, un Breton bianco e
arancione di nome Bolero, attraversano dei tunnel interrati con l’obiettivo di
arrivare alla Stazione. La comitiva cammina curva lungo cunicoli chiamati
“condotti morti”, dove la mano di Welmoet può palpare furtiva le chiappe di
Magliani, attraversa pancia a terra pericolosi sottopassaggi e arriva financo a
tuffarsi con la muta in un canale d’acqua oleosa. Ma al posto della Centraal
Station, gli speleologi trovano una “zona franante, con precipizi di almeno
cinquanta metri”. Impavidi, proseguono con elmo e torcia circondati da grandi
ratti d’acqua (Arvicola terrestris), tanto che Magliani arriva a pensare di
“scrivere sul calcare i dolori della mia civiltà, il mio testamento”.
Giungono infine a una porta che si apre sulla Stazione. Si tolgono la muta per
camuffarsi con le divise dei ferrovieri e recuperano le biciclette. Ma a questo
punto si sentono sotto controllo, forse spiati dai Servizi segreti. Magliani si
rifugia in un bar, Fagel viene arrestato per strada dalla polizia.
Il racconto termina con la fuga di Magliani in Italia.
Prima di andare all’aeroporto incontra di nuovo Welmoet, con cui ha un dialogo
enigmatico. Gli viene il dubbio che non sia una contadina, che lo conosca molto
più di quel che faceva credere:
> “un vizio, più che una costante, dei miei romanzi è che la Liguria dopo un po’
> frana. […] Una regione intera galleggia al largo, tra Corsica e Piemonte. La
> gruviera carsica e piena di tane servite da rifugio ai disertori e ai
> partigiani. Welmoet doveva avermi letto per conoscere le mie ossessioni
> underground”.
Nel secondo racconto, “Le vetrate di Rembrandt”, siamo alle prese con un
Magliani cartografo che nota una perfetta sovrapposizione tra la mappa di
Zeewijk e la provincia di Imperia. Da qui parte un esercizio
letterario-topografico dove il paesaggio olandese si alterna, contrappone e
mescola con quello ligure (rigorosamente di Ponente).
Il Magliani personaggio descrive Zeewijk come un quartiere costruito sulla
sabbia, su rocce clastiche, substrati tutt’altro che stabili adatti ad abitanti
poco raccomandabili: lavoratori in nero, truffaldini galeotti. “Non faccio lo
scaricatore [di porto] da anni, al posto della fatica ho scelto di scrivere le
storie della fatica e questa sabbia. Un’attività che secondo me richiede ancora
più fatica”. Nel confronto con l’amico Piet van Bert, il “disoccupato di
professione” che lo porta a vedere Lezione di anatomia di Rembrandt, scopriamo
che Magliani non è “adatto ai lavori del tutto legali. Per certi aspetti neanche
la scrittura lo dev’essere”. Questa letteratura clandestina ci rimanda al primo
racconto parlando del suo ritorno in Liguria dopo l’arresto di Fagel e la
perdita del lavoro.
Il Magliani ligure è un girovago con il taccuino, un uomo selvatico che ama
“esplorare le campagne e vagare da mattina a sera per i costoni – la mia
passione per i rovi”. Dopo il manuale sulla città di Amsterdam in bicicletta, un
altro editore gli propone un libro su Amsterdam vista attraverso le vetrate
trasparenti delle case. Ma Magliani concepisce le abitazioni olandesi affiancate
agli orti liguri: sembra stia compilando una mappa catastale accavallando
Zeewijk alle valli di Ponente. “Tu getti ancora occhiate ingorde nelle vetrate
altrui?” gli chiede Piet. “Sempre”, ammette. “È un rito. Di più. Un dovere.”
Così come per gli olandesi è un dovere di ascendenza calvinista la trasparenza
delle case: non vogliono avere nulla da nascondere – nemmeno nella vita privata.
Ed è grazie a (quel) Calvino che il Magliani personaggio può stalkerizzare una
donna che lavora al centro commerciale Zeewijkpassage. La osserva al lavoro, la
segue per strada, la spia attraverso le vetrate. Si chiama Anneke.
Lui è Marino Magliani (forse)
Piet gli suggerisce di prendere un cagnolino, così può soffermarsi a guardare
senza dare dell’occhio. E così Magliani il voyeur si diverte a scrivere
biglietti per Anneke, ma inizialmente non li appende… Poi arriva a comunicare
con lei appiccicandoli sulle vetrate di casa sua. Le parla dei tramonti liguri e
Anneke lo lusinga: “bella la sciarpa, bambino dei tramonti”. La rivede spesso
attraverso le vetrate, le racconta di Piet van Bert, l’olandese che
“pratica flanerismo pigro sabbioso”. Ma la liaison con Anneke termina
all’improvviso: “Non capisci cos’è successo?” gli chiede Piet. “È finita la
storia tra voi quando è finito il libro”.
Nel terzo racconto, “Biografia di un paesaggio anfibio”, l’autore-personaggio
descrive la natura intorno al canale Noordzeekanaal. Racconto metaletterario,
Magliani narra le sue difficoltà a scrivere la bio-geografia di un canale che è
“muto, non si muove, e per complicarti la vita non è nemmeno stagnante”. Parlare
dell’acqua “non è un caso. Succede di cercarla a chi a un certo punto della vita
se n’è andato e crede per questo di essere un esule”.
Piet gli consiglia di “seguirne il corso da casa tua, oltre le dune e le isole,
fino a perderlo, perché a una certa altezza ti accorgerai che il canale diventa
altro”. Per studiare i movimenti dell’acqua Magliani si sdraia sulla scogliera,
dove scopre di essere in compagnia di un altro esule: il moscerino danzante
giapponese. Andando verso il porto, passa sugli scogli attorno al faro e scopre
un campo di bocce dove gioca una donna molto brava. Attratto dalla muscolosa
giocatrice, le chiede se gli lascia provare le bocce – il suo secco rifiuto lo
umilia, ma al contempo lo affascina. Seduttore seriale, torna alla bocciofila
nei giorni successivi, ma non la trova più. Nel frattempo si accorge che
il Paese piatto gli ha fatto perdere la sana paura del ligure per l’oscurità:
> “il buio ligure è pericoloso, la verticalità stende sul terreno le sue
> trappole, esci nel buio e rischi di cadere da una fascia e di ritrovarti senza
> saperlo sul bordo di un pozzo”.
Il Noordzeekanaal è attivo dal 1876, quando aveva solo due chiuse. Nel 1883 ne
venne progettata un’altra, nel 1928 la quarta; esistono anche dei canali
laterali, nove, nominati Zijkanaal A, Zijkanaal B e così via fino a Zijkanaal I.
Gli olandesi sono ordinati. E Magliani li ringrazia di facilitargli il lavoro.
Ogni giorno esce di casa dopo colazione, prende il bus e scende alle fermate
della linea Amsterdam-Sloterdijk. Presso le chiuse del canale Magliani diventa
uno zoologo che classifica l’acqua salmastra (brak water) in base al grado di
salinità. Attratto dagli animali presenti, si sofferma a osservare perfino i
vermi policheti. Scopre e fotografa il “pesce quattrocchi”, originario
dell’Amazzonia, specie Anableps anableps – com’è arrivato fin lì? Va in
biblioteca a fare ricerche, poi riparte per la sua perlustrazione acquatica,
novello naturalista ottocentesco sulla scia di Charles Darwin. La Liguria
all’esule permette di tenere il passo. Attraversa le chiuse e arriva oltre
l’edificio dei pompaggi, dove compare un’oasi, un’area agricola naturale con una
torretta di avvistamento degli uccelli. Qui il novello Darwin riporta, specie
per specie, la varietà dell’avifauna segnalata dagli appassionati.
Nell’avventura finale Magliani attraversa il canale alla ricerca dei campi di
patate immersi nel terreno fertile zeeklei. Incontra il contadino del luogo, un
po’ scontroso, che lo indirizza all’azienda agricola. Magliani insiste, non gli
interessa la produzione industriale, vuole parlare proprio con lui, che
riconosce come suo simile – da provinciale a provinciale, da sapiens selvatico
a sapiens salvatico. Già il fatto che il contadino gli porga il polso – e non la
mano – lo rende simpatico. I due guardano l’orizzonte e si scambiano poche
parole. Magliani assapora l’odore delle patate, che gli ricorda il “giugno
ligure, quando il contadino vanga il terreno e alza le patate”.
Mi viene in mente ciò che Vincent Van Gogh scriveva al fratello Theo a proposito
del quadro “I mangiatori di patate”:
> “Ho cercato di sottolineare come questa gente che mangia patate al lume della
> lampada ha zappato la terra con le stesse mani che ora protende nel piatto, e
> quindi parlo del lavoro manuale e di come essi si siano onestamente guadagnato
> il cibo”.
Magliani e il coltivatore di patate, due uomini che vivono il senso dell’abitare
la propria terra. L’epitaffio finale del romanzo potrebbe essere questa massima
“vertiginosa”:
> “La mia terra è molto verticale, signore, [ma] ci sono diversi tipi di
> vertigine, quella delle montagne e quella della pianura. Lei forse conosce la
> vertigine della pianura”.
In Romanzo olandese troviamo una scrittura itinerante, piena di paesaggi,
animali e pietre. E acqua: il Mare del Nord, i canali di Amsterdam che irrorano
una terra scabra dove si coltivano le patate. Magliani è un autore che consuma
il suo personaggio, lo leviga, lo trasforma in un vagabondo inurbato.
Uno scrittore territoriale.
Lorenzo Galbiati
*In copertina: Rembrandt, Autoritratto, 1629 ca.
L'articolo “La mia terra è molto verticale”. Intorno a Marino Magliani,
scrittore vagabondo proviene da Pangea.