Promossa e ospitata prima dal Museo Lercaro di Bologna, in collaborazione con la
Galleria Stefano Forni, la mostra Oltre la polvere, costituita da venti opere di
Gianriccardo Piccoli (Milano 1941), è visitabile fino al 30 giugno 2026 presso
l’Ex Colorificio Migliavacca, a Bergamo, la città nella quale l’artista ha da
tempo deciso di stabilirsi.
Il titolo dell’esposizione, voluta ora in un contesto abbandonato dall’uomo che
vi lavorava, dunque un ambiente espulso dalla scena della civiltà, evoca quello
di una raccolta poetica di Nelly Sachs (1891-1970), berlinese di famiglia
ebraica integrata, Al di là della polvere, a cura di Ida Porena, edita da
Einaudi nel 1966. “Cose che passano”, è così che le chiama il curatore della
mostra, Giuliano Zanchi, nel suo testo per il catalogo edito dall’Associazione
Gianriccardo Piccoli: oggetti, persone, strati di civiltà. E il loro “passare”,
abbandonare trasformandosi, permette l’accumulo di quella polvere che pare quasi
essere un invito a dimenticare, a non cercare alcun tipo di contatto con ciò
che, in un modo o nell’altro, è “passato”.
Zanchi, che segue da tempo, accompagnandolo, il lavoro di Piccoli, ricorda come
quella dell’ultraottantenne sia una poetica fondata fin dall’inizio su di un
“senso di straziante passione per le cose che passano”. Posso confermarlo,
avendo apprezzato una dozzina d’anni fa, condividendone la curatela con Giuseppe
Frangi, la mostra che Piccoli volle dedicare alle “cose” di un grande artista
rinascimentale, Lorenzo Lotto: al suo libro dei conti, ai suoi occhiali, al suo
ultimo dipinto, ora nel Museo Pontificio di Loreto (la Presentazione di Gesù al
Tempio), al materasso venduto dopo la sua morte per pochi soldi.
Le opere della mostra bergamasca, per lo più in carbone su velina, ma anche a
olio con carta, ferro, garza su tela o in carbone su carta intelata, sono
raccolte in piccoli gruppi seriali. Uno di questi, Oltre la polvere, comprende
quattro pezzi dedicati a Sachs, alla sua scrittura poetica, alle sue parole
evocanti l’incendio e il consumarsi, fino a fare di persone e cose cenere,
polvere.
Piccoli è lettore attento, oltre che ironico osservatore del reale. Per questo
motivo non sarà inutile tornare, accompagnati dalle sue opere, a leggere la
fonte prima di buona parte dei lavori ora esposti a Bergamo.
Negli appartamenti della morte (traduzione di Anna Ruchat, Giuntina, 2024) venne
dedicato da Nelly Sachs ai suoi morti, “fratelli e sorelle”. Il volume contiene
poesie scritte tra il 1943 e il 1946 durante l’esilio in Svezia, un periodo nel
quale la donna era condizionata dalle notizie sui Lager nazionalsocialisti, ma
anche dalla persecuzione da lei stessa subita, dalle perdite personali di quegli
anni e dallo smarrimento di fronte al destino del popolo ebraico e allo
sterminio di massa. Le composizioni ruotano dunque intorno a due nuclei
tematici: quello cui è affidato il compito di tenere in qualche modo in vita i
morti, il popolo sterminato, e l’altro, quello che prova a dar voce ai rifugiati
e ai sopravvissuti.
Al lettore italiano viene dunque proposta qui non solo la prima raccolta poetica
della berlinese (che nel dopoguerra disconobbe quanto scritto in precedenza), ma
anche la prima tradotta integralmente, dopo quella curata da Ida Porena, Al di
là della polvere, edita da Einaudi nel 1966. L’edizione originale cui ha fatto
riferimento la traduttrice è quella curata da Matthias Weichelt, contenuta
all’interno dell’intera opera commentata pubblicata da Suhrkamp nel 2010. Grazie
al lavoro di Weichelt il mistero intorno alla scrittura poetica di Sachs,
relativo soprattutto alle fonti ispiratrici, ai “testi sui quali ha costruito il
suo dialogo con i morti” (così Ruchat), è diventato parzialmente “decifrabile”.
Nel volume le poesie sono raccolte in quattro cicli: “Il tuo corpo in fumo per
l’aria”, “Preghiere per il fidanzato morto”, “Epitaffi scritti nell’aria” e
“Cori dopo la mezzanotte”. La lingua poetica di Sachs cerca sempre l’immagine, è
una lingua pittorica, ma ricca anche di parole utili per esprimere stati
emotivi, sentimenti negativi e tristi soprattutto, come il dolore e il desiderio
insoddisfatto, ma anche positivi, come l’amore. A caratterizzare lo stile sono
anche ripetizioni ed esclamazioni. Gruppi di persone parlano spesso in forma di
coro, ma ad elevare la loro voce sono anche singoli io lirici. A prendere la
parola sono bambini che vengono separati dalle loro madri, madri che vedono i
loro figli morire, suicidi. Le poesie evocano persone che vengono spinte nelle
camere a gas, perdono i loro cari, impazziscono nel campo o sono sole con i loro
orrori in esilio.
Scritte tutte con cognizione di quale sia stata la realtà nei campi di sterminio
(“Oh i camini / Sugli ingegnosamente progettati appartamenti di morte/ Quando il
corpo di Israele saliva in fumo/ nell’aria”, questo l’incipit della prima),
attraverso le sue poesie Sachs si rivolge ai carnefici e ai tanti che li hanno
seguiti:
> “Voi che state a guardare
> Sotto i cui sguardi fu data la morte.
> Come si avverte uno sguardo alle spalle
> Così voi avvertite sul vostro corpo
> Gli sguardi dei morti”.
Struggenti le poesie del ciclo “Preghiere per il fidanzato morto”, tutte
ruotanti intorno all’uomo che Sachs amava prima della fuga, senza che vi sia
stata una relazione, e che morì durante il nazismo. Scritte per lui, spesso lei
gli si rivolge:
> “Se solo sapessi
> Dove si è posato il tuo ultimo sguardo.
> Forse su una pietra, che già aveva bevuto tanti
> Ultimi sguardi, finché questi non caddero, accecati,
> Sul cieco”.
Dialoghi immaginari con gli uccisi sono anche le poesie di “Epitaffi scritti
nell’aria”. Qui Sachs evoca nomi individuali e storie di vita di persone
assassinate che nella vita le erano state vicine: una venditrice del mercato, lo
studioso di Spinoza, la ballerina, il demente e altri.
Nel ciclo conclusivo “Cori dopo la mezzanotte”, attraverso la scrittura poetica
di Sachs cantano i salvati, le cose invisibili, i morti, i non nati, gli orfani,
ma anche le stelle, le pietre, gli alberi, le nuvole. Ma è con Voce dalla Terra
Santa (particolarmente significativa anche per l’oggi), poesia alimentata da
fuoco di speranza, che si chiude la raccolta:
> “Posate sul campo le armi della vendetta
> Perché diventino silenziose –
> Anche il ferro e il grano infatti sono fratelli
> Nel grembo della terra”.
Vito Punzi
*In copertina e nel testo: opere di Gianriccardo Piccoli
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per le cose che passano proviene da Pangea.