No, noi non le ascoltiamo le urla del genocidio, che perseverano, nonostante il
silenzio stampa. No, noi non le ascoltiamo più le grida ‒ quella carne
maciullata di fanciullo come di uomo o donna, che nella lontananza forse nemmeno
ci sfiora, se non per un attimo.
Perché a noi interessa il fermo immagine ‒ la moviola! ‒, o il boato di un fuoco
d’artificio nella notte. Missili che sembra capodanno!
Ma io, quelle sirene, me le sento nel cuore – nel sangue. Forse perché da
bambino mia madre mi raccontava che quand’era lei bambina bombardavano Milano,
e, al suono dell’allarme, si correva a più non posso attraversando il torrente
Sorgiorile, che allora era a cielo aperto, e ci si bagnava, e si provava
innocente fottuta paura.
Ma se nemmeno poi li ascoltiamo anche gli strazi della mente, combattendo sul
posto di lavoro, dove tutto è pena e lacerazione. Ingiustizia su ingiustizia e
presa per i fondelli. Si arriva al fine settimana, che si trascura persino la
pulizia della casa, per recuperare energie e forze.
No! Noi non sappiamo nulla di nulla. Generazione al macero. Discarica di
egoismo.
Noi no. Ma Nelly Sachs sì che ha vissuto pienamente i suoi drammi. E la
letteratura le è stata accanto.
La poesia. La poesia soltanto rivela. La poesia amuleto. Poesia bellezza ‒
persino nello strazio.
(Giorgio Anelli)
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Catena di enigmi
al collo della notte
parola regale scritta assai lontano
illeggibile
forse nell’orbita delle comete
quando la ferita del cielo spalancata
dolora
là
nel mendicante che ha spazio
e ha misurato in ginocchio
ogni strada maestra
con il suo corpo
poiché tutto si deve soffrire
ciò che è leggibile
e imparare la morte
nella pazienza ‒
Nelly Sachs
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