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“Sogno troppo”. Le poesie di Hart Crane, l’Orfeo americano
In Hart Crane si fondono l’energia di Walt Whitman e la fatale ritrosia di Emily Dickinson. Da Whitman, Crane mutua la deforme bellezza del verso – un verso ‘plastico’, un verso-argilla che gli permette letteralmente qualsiasi costruzione –; a Emily Dickinson dedicò una delle ultime poesie, raccolte nel brogliaccio intitolato Key West. A Island Sheaf. L’attacco è, in fondo, un autoritratto: > “Tu che tanto hai desiderato – che invano hai chiesto –  > hai nutrito la tua fame come un infinito compito…” Quando doveva difendersi dalle accuse “di essere un poeta ‘oscuro’, cosa per me del tutto oscura” – qui a Waldo Frank, in una lettera del 1925 – citava John Donne, Arthur Rimbaud e Emily Dickinson. Se Whitman era la sua torcia – legata in cima a una biga trainata da ghepardi – la Dickinson era la sua stanza. In The Bridge, “Il Ponte”, suo supremo capolavoro, Hart Crane cita entrambi: Whitman è il demone che domina nella sesta porzione del poema, Capo Hatteras – “Walt, dimmi, Walt Whitman, se l’infinito è ancora come/ quando tu passeggiavi sulla spiaggia vicino a Paumanok –/ nel tuo solitario vagare” –; Emily, invece, appare, passerotto leonessa, nella sesta sezione, Quarter Hill, in cui spiccano infiorescenze verbali magnifiche, come questa: > “Così dobbiamo, dalla vista lontana arginante del falco, > scendere al pari di un occhio di verme per costruire > il nostro amore per tutto ciò che tocchiamo…” Hart Crane, tra l’altro, è un sommo ‘imitatore di voci’: il suo poema, al contempo fisico – si apre con un inno To Brooklyn Bridge – e metafisico – il poeta è pontiere e pontefice, costruisce ponti tra questo e gli altri mondi; l’opera si chiude con una sezione intitolata Atlantide – intende essere una summa della letteratura statunitense e della sapienza occidentale. Tra i lari che accompagnano Hart Crane nel suo progetto ci sono Platone, Herman Melville, William Blake, il libro di Giobbe, i miti dei nativi americani. Secondo Roberto Sanesi, “The Bridge è il tentativo di creare un mito della creazione. E anche questo è un mito americano”.  L’opera – che Hart Crane elaborò nell’arco di sei anni –, come si sa, strangolò il suo autore, che si uccise, perduto tra i meandri della mania, nell’aprile del ’32, gettandosi nel Golfo del Messico, mentre tornava a New York, imbarcato sull’“Orizaba”. The Bridge, per lo più frainteso, era uscito  due anni prima per la Black Sun Press: piccola casa editrice fondata dai coniugi Crosby, americani espatriati a Parigi. I due, andavano pazzi per i ‘modernisti’, per i libri stravaganti: nel loro catalogo spiccano titoli di James Joyce e di D.H. Lawrence, di Faulkner e di Hemingway. Nello stesso anno in cui Crane pubblicava The Bridge – in 283 copie, con una fotografia di Walker Evans per copertina –, Pound mandava alle stampe, per gli stessi tipi, il suo Imaginary Letters.  Hart Crane (1899-1932) Sintetizzando. The Bridge è uno dei libri in versi più importanti del canone americano. Se Foglie d’erba è la Bibbia della poesia statunitense, Il ponte ne è il vangelo – gnostico, se preferite. La figura autenticamente messianica di Crane – un Messia a contrario, un Messia che si rivolge contro se stesso, abbandonato dal suo unico dio, la poesia – fa il resto. Secondo Harold Bloom, The Bridge è un libro d’importanza non inferiore a La terra desolata di Eliot – anzi, per certi versi, per la versificazione pindarica, entusiasta, è più grande. La “Comprehensive Research and Study Guide” dedicata da Harold Bloom ad Hart Crane (Chelsea House Publishers, 2003; uno strumento esegetico fondamentale per perdersi tra i penetrali del poeta) è una specie di dichiarazione d’amore: > “O Tu Conoscenza d’acciaio, che col tuo balzo impegni/ gli agili limiti del > ritorno dell’allodola…Ricordo di aver letto questi versi a dieci anni, chino > sul poema di Crane in una biblioteca del Bronx. Questi e molti altri versi di > quel libro mi hanno avvicinato alla poesia, una conversione o un investimento > del destino piuttosto tipico per gli studiosi della mia generazione. Ho ancora > il libro di Crane che mi ha regalato mia sorella, sotto costrizione, per i > miei dodici anni – è il primo che abbia mai posseduto. Tra i miei amici, ce ne > sono diversi che come me hanno letto Crane prima di ogni altro libro. > Crescendo negli anni Trenta, ci siamo innamorati della poesia di Crane: benché > altri poeti siano seguiti – quanto a me, passai poco dopo da Crane a Blake – > la forza del primo amore è indimenticabile”.  Secondo Harold Bloom, Crane “è il profeta dell’orfismo americano”. La sua poesia, dunque, rabbonisce le fiere, fa camminare gli alberi, muove gli spettri a pietà. Il ponte, cioè, dona un tesoro sapienziale estraneo ad altre, pur bellissime, opere. L’attacco della Biography of Hart Crane – vergata da Bloom – spiega meglio il paradosso, la natura sistematicamente fuori dal tempo – e fuori dal ‘sistema’ – del poeta: > “Crane visse fino all’età di 32 anni. Si è suicido perché, tra le altre cose, > dubitava della propria abilità lirica. Non avrebbe mai immaginato che col > tempo le sue circa cento poesie – scritte nell’arco di sedici anni – sarebbe > state accolte con tanto favore. In effetti, sono più che sufficienti per > insediarlo nella stretta cerchia dei più geniali poeti americani: Whitman, > Dickinson, Frost, Stevens, Eliot, Emerson”.  Nonostante la sua centralità nella letteratura americana, in Italia Hart Crane – non fosse per lo sforzo delle Edizioni Grenelle di Potenza – è sostanzialmente un paria. La traduzione di Sanesi del Ponte, ad esempio, con notevole commento, è uscita dai regimi editoriali da un po’. Garzanti l’ha ripresa negli anni Ottanta; uscì in prima edizione nel 1967, per Guanda, nella collana ‘Fenice’. A leggere i libri editi in quegli anni – da Robert Graves a Octavio Paz, da Supervielle a Hopkins alle antologie sulla Lirica ungherese, sui Preromantici inglesi, sui Poeti romeni del dopoguerra e la Nuova poesia jugoslava – si rimane stupiti, soprattutto, dal talento avventuriero di questi editori, pronti a conficcarsi nell’ignoto (segno che c’era ancora un pubblico per la poesia).  In calce, dall’edizione dei Complete Poems di Crane – usciti al n. 168 della Library of America –, abbiamo tradotto qualcosa investigando gli Unpublished Poems and Fragments (di prossima pubblicazione, in altra versione, per Grenelle). Si tratta di lacerti, imperfezioni, schegge: aiutano a entrare nella meccanica verbale di Crane. Se nei grandi libri la visione, vorticosa, è tenuta tra briglie formali impeccabili – che seguono la dinamica dei Metafisici e di Whitman – qui, prima di tutto, è il sovvertimento del senso, il supremo superamento della poesia. Fantomatico profetismo di un inascoltato. Che il poeta sia il primo traditore di se stesso è perfino ovvio: se si capisse, sarebbe un mentitore – non avrebbe più bisogno di scrivere. ** Alla terra Sii onesta, Terra – e gentile.  Il fiore che è sbocciato sotto la tempesta è sfiorito quando è tornata la quiete.  Sii onesta, Terra – e gentile.  * L’indiano triste Cuore corroso, questo ginnasta dell’inerzia non conta le ore né i giorni – a malapena sa del sole e della luna –  l’ordito è nella trama – e il suo occhio da falco sillaba ciò che lingua possiede – soltanto quello –  cos’altro? – senza la sferza ogni vantaggio è perso – e la prigione che i suoi padri davano per scontata da secoli – così egli incombe più lontano della traccia solare – più lontano delle ali e perfino della loro ombra – ora non servono più.  Non conosce il nuovo ragliare del cielo va al contrario – non è così che volano le aquile? * Medusa “Crolla con me tra frigide stelle: crolla con me tra luci lebbrose: mordi dove non è canto ma soltanto i bianchi capelli dei vecchi venti.  Insegui nel tutto nel caos verticale l’eterno ribollire delle mie ciocche! Ecco la tua amante pietra!” * Purgatorio  Mio paese, terra mia, amici miei –  sono solo – qui, in una terra dove brillano le luci – facce – sputacchi glamour –  solo come qualcosa di dimenticato – eccomi, io –  e queste sono stelle – l’altopiano – l’odore dell’Eden – e l’albero pericoloso – eccoli  i panorami della confessione… – e se da confessione procede assoluzione? Mi svegliano i pini – i pini del risveglio.  Sogno troppo – troppo sidro – e troppo soffice neve. Dove sono le baionette che impediscono allo scorpione di crescere? Qui i terremoti fanno crollare le case –  e i miei connazionali corrono verso le bancarelle.  L’esilio, dunque, è un purgatorio – non quello ideato da Dante ma, più che altro, qualcosa come una coperta, una trapunta e non so decidermi – è verde o marrone quella che preferisco per la città o per la campagna? Sono svelato, ancora ombelicale.  Suonano le campane qui in Messico –  (Suonano insistentemente per udire il mio bisogno di chiamata) saprò presto a che ora dimenticheranno di suonare come una la cui altitudine era chiara, un tempo.  * Inorgoglisco la mia rassegnazione mentre usurpo le vedette – ascolto i riflessi dell’esplosione su un cervo sotto l’aeroplano – e vedo la coda-pennello della volpe pinneggiare silenziosa sotto il dirupo della rossa collina  – l’estinzione preme da entrambe le parti perché l’amore meraviglia e mantiene allegri –  Morite, secoli, morite, come ha detto Dioniso eppure sopravvive la mia rassegnazione –  è il momento in cui adesso, tutti –  slacciano le stringhe del cuore – oh, tu, demone             questa è la pace dei padri 1929 * I rami del frutteto qui accanto con le mele d’agosto – non spillate spine  accumulate insieme al vino nuziale come colline alla deriva nello splendore autunnale. * I suoi occhi avevano l’azzurro dei disperati giorni la stessa gelida luminosità; ho visto i capelli sciogliersi: nulla le era autorizzato sapere ma seppe che il Paradiso non è questione di uova; se non altro, spogliarsi era il suo privilegio in silenzio, nel piatto a cui aveva fatto  la guardia, correggendo gli stati precedenti.  Fu così quando le ho chiesto come fosse morta.  Così mi chiese lei, finché il suo ultimo grido di gioia non  trovò fondamento nell’eco, da qualche parte: ero di fronte a lei come di fronte a un muro. Ho sentito il respiro di Oloferne brindare nel freddo petto di Giuditta, durante gli irregimentati anni.  * Post scriptum  L’amicizia agonizza le parole arrivano retrattili. I miei ultimi unici amici –  lo scricciolo e il tordo, tracciano un’orma per me sull’arco spezzato dell’alba. No; sì… o forse fu un rumoroso ricatto il simbolo della mia fede verso le cose lontane, ora più lontane che mai? Ricordo i gigli color lilla all’alba i loro chilometrici nastri vicino alla ferrovia mentre andavamo a New Orleans, dolci trincee di fianco  al treno, dopo i deserti occidentali e magioni di muggini e altre gratuità come facchini, burle, rose… L’arco spezzato dell’alba! La stanza arredata dal mezzogiorno! Eppure, era rara la fede nei giusti, nei gentili di cuore. C’erano biglietti e sveglie. C’erano contatori e formulari e una donna paralitica su un’isola delle Indie dita delle Antille che contano il mio battito, il mio sempiterno amore.  * Al Buddha Tu non sei invischiato in tali questioni: dal fondo limpido della tua sonora fonte insegni a fendere i cieli, conosci  le vie del desiderio che altri tacciono.  * I maestri Il loro cervelli sono lucide macchine che colonizzano il sole – i loro occhi atomi di uno scismatico aldilà.  Ragionano su ogni gemito, su ogni risata poi formulano didascalie; suddividono e sovvertono ogni precedente entità * * * * Li ho visti allontanare i vecchi dèi dal palco e deridere i loro cuori perché i loro cuori dibattevano meglio ed elaborare tutto, scuola per scuola.  * La circostanza A Xochipilli La pietra consacrata, la corusca corona il drastico trono, i dolci e disperati bulbi di un brigante clown straniero sdraiato in una piscina di sangue su cui galleggiano le ossa di un popolo spezzato… Se tu potessi acquistare le pietre accumulare le ossa che tremano sollecitare i tuo ignari stinchi a sos- tenere nulla di questo tempo ma il Tempo mercurialmente potrei allungarlo e  alienare e concentrare… se tu potessi bere il sole come ha fatto e fa Xochipilli – come lo fanno loro… dèi dei fiori arresi alla pietra… d’amore –  Se potessi morire, allora moriresti di fame per vivere più forte della morte che sorride tra le fiorite pietre; potresti fermare il tempo, dare fluorescenza al tempo che impiega tempo per ogni risposta (fulmini con la calvizie, nell’ola piena di venti del tempo) impiega tempo per dare duratura risposta come è sempre stato, come sempre sarà… * Geroglifico Ha visto ciò che ha visto o ha capito di essere osservato? * Per conquistare la varietà ho visto il mio spettro spezzarsi la carne benedetta e l’Eden zappato dal petto di mia madre quando è scoccata la sentenza amore spossessato e il sigillo si è rotto… 1931-1932 ca. 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May 30, 2026 / Pangea