Le mattine d’estate, a ridosso delle scogliere di Castro o tra i vicoli bianchi
di Specchia, la luce del Salento non ammette sfumature. È una luce spietata, che
taglia le ombre con la nettezza di un colpo di scure e costringe a chiudere gli
occhi. Lei si muoveva in quella stessa luce come se ne fosse la proprietaria
esclusiva. Possedeva quel magnetismo antico, quasi ancestrale, tipico delle
creature nate in una terra stretta tra due mari, dove lo Scirocco e la
Tramontana si contendono il respiro degli uomini.
Chiunque la incontrasse ne rimaneva folgorato. Aveva un’intelligenza affilata,
rapace, unita a una parlata che conservava la cadenza calda e ipnotica del Sud,
capace di trasformare ogni conversazione in un rito di seduzione. Era una donna
speciale, di quelle che la natura sembra forgiare per rompere la monotonia del
mondo. Ma la sua eccezionalità era la stessa delle sirene nei racconti dei
vecchi pescatori d’Otranto: un prodigio estetico e intellettuale progettato per
un fine unico, la cattura e il naufragio della preda.
Sotto la superficie della sua grazia barocca, infatti, del suo evidente calore,
batteva il cuore freddo e geometrico di una manipolatrice assoluta. Una
narcisista da manuale, incapace di concepire l’esistenza altrui se non in
funzione del proprio nutrimento.
Attorno a lei si estendeva una corte invisibile, un ecosistema di affetti devoti
che lei aveva colonizzato con metodica pazienza. Il suo compagno era il sole
intorno a cui diceva di orbitare, ma la sua luce si irradiava ovunque,
catturando amici d’infanzia, nuove conoscenze, amiche intime che credevano di
aver trovato in lei una confidente d’anima, una sorella. Stare vicino a lei dava
l’illusione dell’elezione: se lei ti sceglieva, significava che eri speciale.
Per questo diceva di sé, compiaciuta, “non rimarrò mai sola”.
Ed era proprio all’interno di questo cerchio magico che si consumava il suo
capolavoro di predatrice:un abuso psicologico, ma soprattutto economico,
sistematico, spietato, eppure esercitato con la leggerezza di chi raccoglie un
fiore sul ciglio della strada. Per lei, il denaro degli altri non era un mezzo
di scambio o un debito da onorare; era un tributo naturale dovuto alla sua
statura.
Al compagno prosciugava le risorse con un’eleganza spaventosa. Ogni conto
svuotato, ogni carta di credito tesa al limite, ogni debito contratto a suo nome
veniva ribattezzato come un “investimento sul futuro” accanto a lei. Lo riduceva
al lastrico emotivo e materiale, convincendolo che la sua generosità fosse
l’unico modo per dimostrarsi degno di stare al suo fianco, l’ape regina. Agli
amici e alle amiche sottraeva somme grandi e piccole usando una dote teatrale
superba. C’era sempre un’emergenza improvvisa, un conto bancario bloccato per un
errore burocratico, un progetto imminente che necessitava di un acconto.
Guardava le sue vittime con gli occhi lucidi di pianto, mescolando la richiesta
di denaro a confessioni di finta vulnerabilità, lasciando l’amica di turno con
la sensazione di aver compiuto un gesto d’amore eroico.
Nessuno chiedeva mai la restituzione. Farlo significava essere banditi dal suo
paradiso, essere accusati di meschinità e mancanza di cuore. E nessuno voleva
essere il mostro che feriva una creatura così magnifica.
La verità, per lei, non era un dato di fatto, ma una materia plastica che
rimodellava ogni mattina a seconda della convenienza. Mentiva su tutto: sul suo
passato, sulle sue finanze, sui suoi sentimenti, le sue conquiste
imprenditoriali, persino sulle minuzie della giornata. Ma non c’era vergogna nel
suo inganno; c’era la superba convinzione di avere il diritto di riscrivere la
realtà.
Mentre con la mano destra accarezzava il viso del compagno, con la sinistra
tesseva trame e tradimenti alle sue spalle, spesso consumati proprio all’interno
della stessa cerchia di amici. Il tradimento non era un impulso carnale o una
debolezza momentanea, ma l’ennesima conferma del suo potere, la prova che le
regole del mondo a lei non si applicavano. Se per un errore di calcolo veniva
scoperta, la sua reazione era un manuale vivente di gaslighting. Non vacillava,
non si scusava. Guardava l’accusatore dritto negli occhi con un disprezzo
sovrano, ribaltando la colpa con una ferocia psicologica disarmante. Era il
compagno ad essere paranoico e ossessivo; erano le amiche ad aver frainteso le
sue parole per invidia; erano i fatti a essersi distorti, mai lei. Sotto il suo
sguardo, le prove svanivano come nebbia al sole: i messaggi sul telefono
diventavano allucinazioni altrui, i soldi spariti una dimenticanza burocratica.
Godeva segretamente nel mettere gli amici gli uni contro gli altri. Diventava la
custode dei segreti di tutti per poi usarli come moneta di scambio, creando
microscopiche guerre fratricide all’interno del gruppo. Finché gli altri
litigavano tra loro, nessuno avrebbe unito i puntini. Nessuno avrebbe guardato
verso l’unica, vera regista del caos.
La vera tragedia di aver incrociato il suo cammino non risiedeva nei conti in
banca svuotati, né nelle macerie dei rapporti distrutti. Tutto questo si poteva,
in qualche modo, ricostruire. Il vero dramma era la delusione. Una delusione
gelida, cosmica, che lasciava un senso di vuoto impossibile da colmare. Perché
quando l’incantesimo finalmente si spezzava – per un crollo finanziario ormai
insostenibile o per una verità troppo macroscopica per essere manipolata – la
nebbia del suo fascino si diradava all’improvviso. Ed è in quel momento che si
compiva l’orrore più grande: rendersi conto che dietro quella facciata di donna
colta, passionale, fiera e profondamente salentina, non c’era assolutamente
nulla.
Non c’era solo un’anima tormentata da salvare, un trauma segreto che
giustificasse tanta cattiveria, sofferenza. Dietro la maschera della musa c’era
soprattutto un immenso, vorace buco nero, una furfante d’alto bordo che aveva
usato il cuore degli altri come combustibile per la propria vanità. La sua anima
soffriva di una strana, perenne denutrizione: una fame insaziabile di conferme
che nessuna devozione, per quanto assoluta, riusciva mai a saziare. Anche quando
ti sedeva a fianco, legata a te da promesse e quotidianità, come compagna, i
suoi occhi continuavano a orbitare altrove, stendendo fili invisibili di
seduzione, accendendo piccoli fuochi di complicità nei riguardi del mondo.
Coltivava sui social una corte silenziosa, una cerchia di ammiratori che teneva
in caldo con la sapienza di un vecchio custode del fuoco. Non cercava
necessariamente il brivido di un’infedeltà fisica, consumata nella carne; la sua
era una declinazione ben più sottile e spietata del tradimento: un’infedeltà
emotiva, un continuo gioco di sponda. Aveva bisogno di specchiarsi costantemente
nello sguardo altrui, di accumulare riserve d’ossigeno per la propria vanità.
Era il cinismo di chi non ammette il vuoto: la necessità assoluta di sapere che,
se un giorno tu avessi smesso di adorarla, sul limitare della sua vita ci
sarebbe stato un esercito di sostituti già pronto a prenderne il posto,
mantenendo intatto l’idolo che lei aveva eretto a se stessa.
Chi l’aveva amata si ritrovava a guardare le macerie della propria vita come si
guarda un uliveto salentino bruciato dalla tramontana e dalla malattia: una
distesa di tronchi contorti, una terra che era stata bellissima e che ora era
solo cenere e pietra nuda. Restava il ricordo di un magnetismo fatale, e l’amara
consapevolezza di aver scambiato una splendida predatrice per il senso della
propria vita.
Emil Ronin
*In copertina e nel testo: opere di Renato Guttuso (1911-1987)
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