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“Non permettere che io ami soltanto ciò che comprendo”
Luca aveva trascorso gran parte della propria vita scambiando la fede per la fiducia accordata a un ordine invisibile. Credeva che esistesse, sotto l’incessante frantumarsi delle cose, una coerenza più profonda del loro apparire; che il reale non fosse una somma di eventi dispersi, ma l’espressione di un’unità nascosta, irriducibile a ogni concetto e tuttavia presente come una sorgente sotterranea. Per questo pregava. Non per ottenere protezione dal destino né per piegare il cielo ai propri desideri. Pregava come si ascolta il mare nella notte: non per comprenderlo, ma per accordarsi al suo respiro. La preghiera era il nome che dava a questa disposizione dell’anima.  Gli pareva impossibile che il dolore fosse soltanto dolore, che la perdita fosse soltanto perdita. Credeva che ogni ferita si aprisse su una profondità che la trascendeva e che nulla, neppure ciò che sembrava precipitare nel non senso, fosse davvero separato dall’oscura pienezza dell’essere.   Così aveva creduto per anni, finché la realtà non prese a smentirlo con l’implacabile precisione delle sue leggi impervie e insondabili. Morì sua madre. Morì suo fratello. Poi un amico amatissimo si consumò lentamente sotto la luce bianca di una stanza d’ospedale. E ogni volta Luca pregò. Ma alle sue parole il cielo oppose la propria distanza. Non il silenzio fecondo dei mistici, colmo di una presenza che eccede il linguaggio, bensì un’assenza muta, minerale, simile allo spazio che separa gli astri. Fu allora che il problema della libertà si insinuò nella sua esistenza come una spina nella carne della propria anima. Gli uomini parlavano di scelta, di responsabilità, di autodeterminazione. Eppure, lui non aveva scelto le perdite che lo avevano esulcerato, né l’indole che abitava il suo carattere, né il tempo in cui era venuto al mondo. Più rifletteva, più la libertà gli appariva una sottile striscia di terra stretta fra due immensità: ciò che ci precede e ciò che ci accade. Forse, pensava, siamo il punto d’incontro di forze che ignoriamo; forse chiamiamo libertà la porzione d’ombra che separa la coscienza dalle cause che la determinano. Aveva quasi cinquant’anni quando incontrò Miriam. Non possedeva una bellezza appariscente e tale da imporre subito la propria presenza, ma che chiedeva tempo e attenzione per essere colta nella sua sottile filigrana di luce irradiante. Era minuta, discreta, come una figura destinata a passare quasi inosservata. Eppure, bastava sostare accanto a lei perché qualcosa cambiasse impercettibilmente nell’aria. Si conobbero in una piccola biblioteca, attraverso una conversazione casuale che avrebbe potuto non avere seguito e che invece mutò il corso delle loro vite. In lei vi era una qualità che sfuggiva a ogni definizione. Non era serenità, né gioia, né ottimismo. Sembrava abitare una malinconia trasfigurata, come chi abbia attraversato il cuore della sofferenza senza esserne consumato e ne abbia tratto una forma più profonda di mitezza. Portava in sé una dolcezza priva di ingenuità e una grazia che nulla aveva di fragile. Con lei Luca conobbe una pace nuova: non la cessazione dell’inquietudine, ma la sua riconciliazione. Parlavano spesso di Dio. O meglio, Luca parlava e Miriam ascoltava. Una sera le domandò se credesse. «Sì», rispose. «E non hai dubbi?» Lei sorrise di un sorriso quasi impercettibile, simile ad un evanescente traccia sul suo viso. «Ho quasi soltanto dubbi.» «Allora perché continui a credere?» Rimase in silenzio per qualche istante, poi disse misteriosamente: «Perché ho smesso di pensare che la fede serva a capire.» Quelle parole si deposero dentro di lui come un seme portato dal vento. Più tardi gli insegnò una breve preghiera appresa chissà dove, forse da un monaco dimenticato, forse da una donna incontrata lungo una strada lontana. Diceva soltanto: «Non permettere che io ami soltanto ciò che comprendo.» Luca ne fu insieme attratto e turbato. Le chiese che cosa significasse. «Che le cose essenziali vengono prima della comprensione. Un figlio. Un volto. Una vita. Forse anche Dio.» Si innamorò di lei con la lentezza delle maree. Nessuna rivelazione. Accadde come accadono le trasformazioni autentiche: senza chiasso, ma simile a una vera e propria palingenesi del profondo della sua anima. Un giorno si accorse che la sua voce aveva modificato il colore delle ore. Quando le era accanto, le domande che lo avevano accompagnato per una vita non scomparivano; perdevano semplicemente il potere di roderlo come tarli della mente. Non aveva trovato una risposta. Aveva trovato una presenza. Furono anni luminosi, non della luminosità abbagliante dei sogni, ma di quella discreta di una lucerna accesa nella notte. Poi arrivò la malattia. All’inizio fu soltanto un’ombra. Poi un nome. Infine una sentenza pronunciata lentamente dal tempo con assolutezza apodittica. Luca pregò con tutta la forza che gli rimaneva. Pregò fino allo sfinimento, alla rabbia, all’umiliazione. Pregò come un uomo che tenta di arrestare con le mani il crollo di una diga. Ma Miriam morì in una mattina di pioggia sottile – il cielo una cappa grigia e pesante. Poco prima della fine gli prese la mano e disse: «Quando verrà il momento, non scegliere il risentimento. Non ricordarmi come ciò che hai perduto. Ricordami come ciò che ti è stato donato.» Luca non rispose. Sapeva già di non essere pari a quel compito. Dopo la sua morte abbandonò la preghiera, le chiese, ogni discussione su Dio. Non voleva più credere né negare. Desiderava soltanto sottrarsi. Gli anni trascorsero. Il dolore non diminuì; mutò natura. Divenne una presenza discreta e costante, una seconda ombra. Una sera d’inverno salì su una collina fuori città. Il cielo era limpido, attraversato da un gelo antico. Le stelle ardevano sopra la terra con la calma delle cose eterne e refrattarie a uscire dal cerchio della vista che offrono indifferenti a tutto il resto. Si sedette sull’erba indurita dalla brina. Era stanco. Stanco delle domande, delle ipotesi, dell’attesa. E allora accadde. Non una visione. Non una voce. Nulla che potesse essere raccontato come un prodigio. Più semplicemente, per un istante venne meno la distanza tra lui e le cose. Il vento, il respiro, la notte, il ricordo di Miriam, il tempo, la perdita: tutto apparve attraversato dalla stessa corrente. Non un ordine, non una spiegazione, ma una totalità vivente, sterminata, esule da ogni concetto che volesse abbracciarla per intero, o forse a esso eccedente. E in quella vastità riconobbe il proprio errore. Per anni aveva creduto che l’amore dovesse essere autorizzato dalla comprensione. Aveva accettato il mondo finché aveva sperato di decifrarlo. Aveva sopportato il dolore finché aveva immaginato di poterne riscattare il senso. Ma l’amore autentico nasce altrove. Viene prima. Prima della conoscenza, della certezza, della risposta. Ama, e soltanto dopo, forse, comprende. La preghiera di Miriam riaffiorò allora nella sua mente con la forza di una verità rimasta a lungo in attesa. «Non permettere che io ami soltanto ciò che comprendo.» Per la prima volta ne colse il significato. Non era una preghiera sulla fede. Era una preghiera sulla libertà. Nessuno sceglie ciò che gli accade. Nessuno sceglie le proprie perdite, il proprio dolore, il mistero nel quale viene gettato. La libertà consiste nel modo in cui si addimora l’incomprensibile: se avversarlo con strali che trafiggono solo il vento o aprendovisi nonostante tutto, dischiudendo il cuore nel medesimo tempo del cessare prolettiche aspettative. Tutto il resto appartiene al vento. Guardò le stelle. Non promettevano né spiegavano nulla. Vibravano quasi occhiute ma senza testimoniare niente. La loro luce attraversava il vuoto da ere inconcepibili senza recare alcun messaggio, ma piuttosto, assai spesso, un sentimento simile a una stretta al cuore. E tuttavia erano lì, da assai prima d’essere osservate. Fu allora che intuì qualcosa che nessuna filosofia gli aveva insegnato. Forse il mistero non consiste nel fatto che l’universo nasconda un significato. Forse consiste semplicemente nel fatto che esista. Sentì allentarsi dentro di sé una tensione annosa, una rigidità carica di ansie che lo aveva accompagnato dacché aveva memoria. Per anni aveva chiesto alla realtà di giustificarsi. Aveva preteso che ogni ferita trovasse una compensazione, che ogni perdita fosse riscattata da una verità più grande. Ora comprendeva che nulla avrebbe restituito Miriam. Nessuna teologia. Nessuna metafisica. Nessuna promessa. E proprio per questo ella gli apparve finalmente libera. Non un simbolo, non una lezione, non una tappa del suo cammino interiore. Una persona. Un essere irripetibile apparso per un breve tratto, in un breve inciso di dolcezza e sensuoso abbandono, nella partitura così spesso inane del tempo. E proprio per questo infinitamente prezioso. Quando riaprì gli occhi, il mondo era identico. Miriam era morta. Dio rimaneva un enigma. Ma parte della sua sofferenza era stata come lenita, qualcosa nel suo intimo di uomo si era sciolto. Per la prima volta non attendeva una sentenza. Non cercava assoluzioni né prove. Dentro quella rinuncia fiorì una pace sottile. Forse la pace non nasce quando il mistero viene rischiarato, ma quando smettiamo di interrogarlo come un imputato. Riprese a camminare. Con passo lene e senza fretta. E mentre la notte respirava intorno a lui, lui respirava la notte. La domanda sull’esistenza di Dio aveva perduto la sua  impellenza tormentosa. Dio esisteva oppure no; entrambe le possibilità si aprivano davanti a lui con la medesima vertigine. E forse, pensò, il sacro abitava proprio quella soglia misterica e dalla bellezza quasi dolente per intensità… Non nella risposta, ma nell’abisso che la precede. Miriam viveva ancora nel suo cuore, nella parte di sé che non aveva bisogno di spiegazioni ed era tacitamente riconciliata col mondo, tracimante di serenità e amore tanto da promanarli tutto attorno. E questo era assieme umano e divino. Massimo Triolo *In copertina e nel testo: disegni di Eugène Delacroix (1798-1863) L'articolo “Non permettere che io ami soltanto ciò che comprendo” proviene da Pangea.
June 23, 2026 / Pangea
La regista del caos. Storia di una predatrice
Le mattine d’estate, a ridosso delle scogliere di Castro o tra i vicoli bianchi di Specchia, la luce del Salento non ammette sfumature. È una luce spietata, che taglia le ombre con la nettezza di un colpo di scure e costringe a chiudere gli occhi. Lei si muoveva in quella stessa luce come se ne fosse la proprietaria esclusiva. Possedeva quel magnetismo antico, quasi ancestrale, tipico delle creature nate in una terra stretta tra due mari, dove lo Scirocco e la Tramontana si contendono il respiro degli uomini. Chiunque la incontrasse ne rimaneva folgorato. Aveva un’intelligenza affilata, rapace, unita a una parlata che conservava la cadenza calda e ipnotica del Sud, capace di trasformare ogni conversazione in un rito di seduzione. Era una donna speciale, di quelle che la natura sembra forgiare per rompere la monotonia del mondo. Ma la sua eccezionalità era la stessa delle sirene nei racconti dei vecchi pescatori d’Otranto: un prodigio estetico e intellettuale progettato per un fine unico, la cattura e il naufragio della preda. Sotto la superficie della sua grazia barocca, infatti, del suo evidente calore, batteva il cuore freddo e geometrico di una manipolatrice assoluta. Una narcisista da manuale, incapace di concepire l’esistenza altrui se non in funzione del proprio nutrimento. Attorno a lei si estendeva una corte invisibile, un ecosistema di affetti devoti che lei aveva colonizzato con metodica pazienza. Il suo compagno era il sole intorno a cui diceva di orbitare, ma la sua luce si irradiava ovunque, catturando amici d’infanzia, nuove conoscenze, amiche intime che credevano di aver trovato in lei una confidente d’anima, una sorella. Stare vicino a lei dava l’illusione dell’elezione: se lei ti sceglieva, significava che eri speciale. Per questo diceva di sé, compiaciuta, “non rimarrò mai sola”. Ed era proprio all’interno di questo cerchio magico che si consumava il suo capolavoro di predatrice:un abuso psicologico, ma soprattutto economico, sistematico, spietato, eppure esercitato con la leggerezza di chi raccoglie un fiore sul ciglio della strada. Per lei, il denaro degli altri non era un mezzo di scambio o un debito da onorare; era un tributo naturale dovuto alla sua statura. Al compagno prosciugava le risorse con un’eleganza spaventosa. Ogni conto svuotato, ogni carta di credito tesa al limite, ogni debito contratto a suo nome veniva ribattezzato come un “investimento sul futuro” accanto a lei. Lo riduceva al lastrico emotivo e materiale, convincendolo che la sua generosità fosse l’unico modo per dimostrarsi degno di stare al suo fianco, l’ape regina. Agli amici e alle amiche sottraeva somme grandi e piccole usando una dote teatrale superba. C’era sempre un’emergenza improvvisa, un conto bancario bloccato per un errore burocratico, un progetto imminente che necessitava di un acconto. Guardava le sue vittime con gli occhi lucidi di pianto, mescolando la richiesta di denaro a confessioni di finta vulnerabilità, lasciando l’amica di turno con la sensazione di aver compiuto un gesto d’amore eroico. Nessuno chiedeva mai la restituzione. Farlo significava essere banditi dal suo paradiso, essere accusati di meschinità e mancanza di cuore. E nessuno voleva essere il mostro che feriva una creatura così magnifica. La verità, per lei, non era un dato di fatto, ma una materia plastica che rimodellava ogni mattina a seconda della convenienza. Mentiva su tutto: sul suo passato, sulle sue finanze, sui suoi sentimenti, le sue conquiste imprenditoriali, persino sulle minuzie della giornata. Ma non c’era vergogna nel suo inganno; c’era la superba convinzione di avere il diritto di riscrivere la realtà. Mentre con la mano destra accarezzava il viso del compagno, con la sinistra tesseva trame e tradimenti alle sue spalle, spesso consumati proprio all’interno della stessa cerchia di amici. Il tradimento non era un impulso carnale o una debolezza momentanea, ma l’ennesima conferma del suo potere, la prova che le regole del mondo a lei non si applicavano. Se per un errore di calcolo veniva scoperta, la sua reazione era un manuale vivente di gaslighting. Non vacillava, non si scusava. Guardava l’accusatore dritto negli occhi con un disprezzo sovrano, ribaltando la colpa con una ferocia psicologica disarmante. Era il compagno ad essere paranoico e ossessivo; erano le amiche ad aver frainteso le sue parole per invidia; erano i fatti a essersi distorti, mai lei. Sotto il suo sguardo, le prove svanivano come nebbia al sole: i messaggi sul telefono diventavano allucinazioni altrui, i soldi spariti una dimenticanza burocratica. Godeva segretamente nel mettere gli amici gli uni contro gli altri. Diventava la custode dei segreti di tutti per poi usarli come moneta di scambio, creando microscopiche guerre fratricide all’interno del gruppo. Finché gli altri litigavano tra loro, nessuno avrebbe unito i puntini. Nessuno avrebbe guardato verso l’unica, vera regista del caos. La vera tragedia di aver incrociato il suo cammino non risiedeva nei conti in banca svuotati, né nelle macerie dei rapporti distrutti. Tutto questo si poteva, in qualche modo, ricostruire. Il vero dramma era la delusione. Una delusione gelida, cosmica, che lasciava un senso di vuoto impossibile da colmare. Perché quando l’incantesimo finalmente si spezzava – per un crollo finanziario ormai insostenibile o per una verità troppo macroscopica per essere manipolata – la nebbia del suo fascino si diradava all’improvviso. Ed è in quel momento che si compiva l’orrore più grande: rendersi conto che dietro quella facciata di donna colta, passionale, fiera e profondamente salentina, non c’era assolutamente nulla. Non c’era solo un’anima tormentata da salvare, un trauma segreto che giustificasse tanta cattiveria, sofferenza. Dietro la maschera della musa c’era soprattutto un immenso, vorace buco nero, una furfante d’alto bordo che aveva usato il cuore degli altri come combustibile per la propria vanità. La sua anima soffriva di una strana, perenne denutrizione: una fame insaziabile di conferme che nessuna devozione, per quanto assoluta, riusciva mai a saziare. Anche quando ti sedeva a fianco, legata a te da promesse e quotidianità, come compagna, i suoi occhi continuavano a orbitare altrove, stendendo fili invisibili di seduzione, accendendo piccoli fuochi di complicità nei riguardi del mondo. Coltivava sui social una corte silenziosa, una cerchia di ammiratori che teneva in caldo con la sapienza di un vecchio custode del fuoco. Non cercava necessariamente il brivido di un’infedeltà fisica, consumata nella carne; la sua era una declinazione ben più sottile e spietata del tradimento: un’infedeltà emotiva, un continuo gioco di sponda. Aveva bisogno di specchiarsi costantemente nello sguardo altrui, di accumulare riserve d’ossigeno per la propria vanità. Era il cinismo di chi non ammette il vuoto: la necessità assoluta di sapere che, se un giorno tu avessi smesso di adorarla, sul limitare della sua vita ci sarebbe stato un esercito di sostituti già pronto a prenderne il posto, mantenendo intatto l’idolo che lei aveva eretto a se stessa. Chi l’aveva amata si ritrovava a guardare le macerie della propria vita come si guarda un uliveto salentino bruciato dalla tramontana e dalla malattia: una distesa di tronchi contorti, una terra che era stata bellissima e che ora era solo cenere e pietra nuda. Restava il ricordo di un magnetismo fatale, e l’amara consapevolezza di aver scambiato una splendida predatrice per il senso della propria vita. Emil Ronin *In copertina e nel testo: opere di Renato Guttuso (1911-1987) L'articolo La regista del caos. Storia di una predatrice proviene da Pangea.
June 1, 2026 / Pangea
Dio è amore. Un racconto di Eugenio Sournia
La ragazza aveva la erre moscia e i capelli castani, come Virginia. Ho resistito alla tentazione di aprire la porticina del confessionale per guardarla andar via, pure già da dietro la grata avevo colto il volto allungato, il naso dritto, la pelle olivastra. Dio è amore, le ho detto, poi l’ho assolta, anche se ho sentito che non diceva l’Atto di Dolore – forse un moto d’orgoglio, o un atto di quella che oggi chiamano coerenza, spesso malintesa. Stamani non è venuto nessun altro. Vado verso la sacrestia, passo davanti al Santissimo e mi inchino; nonostante le suole di gomma dei sandali, il riverbero è enorme. In sacrestia c’è Pasquale, il seminarista. Non ha ancora l’abito, si mette queste polo grigie, azzurre, sformate sul corpo pesante. Ha addosso un borsello a tracolla che non toglie mai, che fa aderire ulteriormente la polo al torace, formando piccole chiazze di sudore. «Hai preparato i paramenti per la celebrazione liturgica di oggi pomeriggio?»  «Sì, Don Gabriele, ho segnato anche i punti per le letture». La verità è che non so cosa fargli fare. Mi rintano nell’ufficio adiacente e gli do del tempo libero; appena sente, Pasquale sgattaiola via verso la sua stanza. Ha sempre il telefono a portata di mano, nel borsello. Nell’ufficio, due mosche si alternano contro il vetro della finestra, chiusa ermeticamente per non far uscire l’aria condizionata. Dall’esterno arriva il vociare della piazza nella canicola del mezzogiorno, l’urlo di un gabbiano.  Solo, con i miei pensieri, sto bene. Sono compresso in quel grande silenzio su cui qualche francese deve aver fatto un film, una ventina di anni fa – lo vidi appena ordinato prete. In questo grande silenzio abita Dio ma soprattutto non riesce a penetrare del tutto la cosiddetta vita reale. Mi si architettano dentro impalcature di pensieri, sogni, complessi sistemi di punizioni e ricompense. Qualcuno lo chiamerebbe misticismo, ma io so che in realtà Dio ha un posto non così grande in questa vita parallela; e soprattutto, quando lo ha, Lui non è mai, davvero, una persona.  «Don Gabriele?»  Don Corey bussa alla porta vetrata e mi saluta, con fortissimo accento americano. Alzo la testa dallo schermo del computer e gli sorrido come posso. Trent’anni, fanatico della messa in latino, va in giro con l’abito talare nero anche il dieci luglio. Detesto lui e il suo cristianesimo muscolare dal sapore trumpiano. «Dopo pranzo vieni me aiutare portare comunione alla signora, sì?» Annuisco meccanicamente e lo guardo proseguire nel corridoio. Mi fa piacere avere qualcosa da fare nel pomeriggio: stavo cominciando a pensare troppo alla ragazza della confessione, e quindi a Virginia. Peccato per la compagnia: non sopporto il prete americano. Chissà cos’ha da essere sempre allegro, sempre energico. Chissà perché quel tipo di cristiano, che spande gioia e ricorda la gaiezza apostolica, è sempre qualcun altro. Chissà perché, quando dice messa, con i suoi dominus vobiscum straziati dall’anglofonia, la chiesa è sempre piena, mentre da me si presentano solo quattro vecchie. Eppure io soffro di più! E Cristo lo rappresentiamo crocifisso, non a banchetto con gli apostoli; e sicuramente non spalmava ovunque burro d’arachidi. * II Alla fine con Don Corey ci siamo divisi il giro dei malati: ho preso Pasquale e l’ho messo alla guida della mia vecchia Peugeot 206. Pasquale guida con estrema prudenza e lentezza: si attarda ai semafori, cede le proprie precedenze, fa passare ogni novantenne che si approssima anche lontanamente al bordo del marciapiede. Come ogni volta che deve uscire, Pasquale si è abbondantemente asperso con dell’acqua di colonia dozzinale, che accentua il divario tra la sua età reale e quella percepita, ben maggiore. Per sfruttare il tragitto ci diciamo un po’ di rosario. Col finestrino aperto, guardo le strade della mia città, in cui sono tornato da prete dopo quindici anni, ventuno se conto il seminario. Riconosco l’odore del porto lungomare, il taglio della luce lungo le facciate vuote, rose dalla salsedine; poco altro, forse certe facce, certe pose. Arrivati nelle strade intricate e brevi vicino alla questura, accostiamo sul carico e scarico. Saliamo le scale ripide e strette, sudando. L’immobile è vecchio, dev’essere stato ricostruito subito dopo la guerra, dopo i bombardamenti. Ci apre la porta la figlia della signora Letizia, è festosa, ha circa la mia età. «Mamma, guarda, è arrivato Don Gabriele!» Mi faccio largo tra i due bambini che si affacciano, curiosi, e raggiungo la camera da letto. Pasquale vorrebbe accettare un caffè ma una mia occhiata lo richiama all’ordine. La signora Letizia è allettata ma vigile. Quando mi vede spalanca gli occhi, cerca di capire meglio. Nella stanza c’è il televisore, che continua a trasmettere a volume altissimo, la bombola dell’ossigeno, una poltrona. Sui mobili molte foto, quasi tutte del marito morto. Ce n’è una che dev’essere degli anni Sessanta, i due sono molto giovani. Lui la stringe da dietro e sembra completamente assorto nell’abbraccio, ha gli occhi chiusi, lei sorride e guarda in camera. Questa è la foto preferita di Letizia: è sul comodino, accanto alla sveglia. «Signora, sono venuto a portarle la Comunione! Non si preoccupi, lei sta benissimo», cerco di scherzare ad alta voce per far presente a Letizia che non sta morendo, e non sono qui per amministrarle gli ultimi riti. L’anziana sembra capire, e sorride, in particolar modo a Pasquale, che mi segue pedissequamente. È proprio Pasquale a preparare gli oggetti per il rito. «Dal Vangelo secondo Giovanni. Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui».  La signora assiste dal letto, la figlia è in piedi. Con una mano, tiene fermo il bambino più grande. Il più piccolo gironzola nella stanza. Le due donne fanno la Comunione, l’anziana direttamente sulla lingua. Terminato il breve cerimoniale, ci sediamo con la figlia di Letizia, Valeria. Accetto un bicchiere di coca e i venti euro di offerta che la donna mi passa, chiusi in una busta per pudore. «Sono contenta di vedere mamma più serena», fa Valeria. «Però da quando babbo non c’è più ha fatto una cascata… non mangia mai nulla, mi fa penare». Istintivamente, quando vedo un vecchio o una vecchia in quelle condizioni, ho orrore a dirlo, ma vorrei che morissero subito, lì davanti, che mi si tolga da davanti quello strazio, quella pena. La condizione umana mi nausea nella sua normalità, figuriamoci nella sua fase liminale. Invece mi limito a dire: «Signora, quest’ultimo periodo della vita di sua madre le servirà per fare un po’ di penitenza, per quel poco male che può aver fatto nella sua vita. Lo so che non è facile. Ma se ha bisogno ci chiami. Ha il numero della Misericordia?». * III Rientriamo che il sole cala. Uno scampolo di pace dal caldo, dalla luce accecante di metà luglio. L’asfalto è caldo, grigio; escono le blatte. Mi sbottono il colletto per strada, incurante delle forme. Pasquale è un bagno di sudore, la sua polo azzurra è messa a dura prova; mi chiede se può essere dispensato dal servire la Messa delle 19, io gli rispondo di no e la conversazione si chiude. Forse per una strana forma di vendetta, tira fuori un Toscanello dal marsupio e comincia a fumarlo davanti a me, come un adolescente di trentaquattro anni che vuole indispettire i genitori.  Finita la Messa, torna il grande silenzio. Per un po’ ho sperato che venisse la ragazza di stamani, quella della confessione; invece, ecco le solite quattro vecchie, il paracadutista di Caserta, i cinque o sei ragazzini della catechesi giovanile. La chiesa ora è vuota e mi avvio verso le nostre stanze, verso il refettorio, che sa di minestra e di gas. Prendo le pillole per la pressione, mangio un po’ di pasta fredda, un bicchiere di vino. Pasquale cena da solo e legge le notizie sul cellulare; le suore filippine si fanno invisibili, ogni tanto scappa loro un accenno di riso, girati gli angoli. Torno nella mia stanza. Il letto, l’inginocchiatoio, il crocifisso sulla scrivania. Sul muro, appesa, l’immagine del Sacro Cuore. «Non potevo avere la vita della vecchia, vero?», penso ad alta voce guardando Gesù, immobile nel quadretto. «Non chiedevo molto. Vivere con la persona che amo, lavorare, un lavoro di merda qualsiasi, invecchiare insieme. No, era troppo facile! Lei doveva andarsene, senza che avessi fatto niente per meritarlo». Mi aggiro per la stanza a passi lunghi, famelici, andando in cerchio. «Però va bene, uno dice “Signore, vuoi questa croce, allora me la prendo, faccio il possibile”, e ti rimetti in gioco e addirittura entri in seminario, ti fai prete, per aiutare gli altri, per servire nostro signore Gesù Cristo, no? E un cazzo!» Prendo la confezione di Zoloft da 50 mg che tengo sul comodino, e la scaglio contro il muro. Ormai sto urlando. «Uno si aspetta la “pace”, la “serenità”, la “gioia dei figli di Dio”. E invece voglio morire, capito? Voglio morire, tutti i giorni, tutto il giorno!» A questo punto Lo sto guardando dritto negli occhi, attraverso l’immagine sacra.  «Don Gabriele, serve di aiutare?» Don Corey bussa alla porta. «Sono al telefono!», rispondo, con rabbia. «A lui sì, a me no. A lui sì, a me no. A lui sì!», e sbatto il pugno sulla scrivania. So che non dovrei farlo, ma apro i cassetti e comincio a cercare furiosamente, gettando a terra calendari, santini, biglietti da visita. Eccolo.  Lo scontrino recita “Pizzeria degli Amici”, ed è datato 16 dicembre 2001. È in lire. Sono gli ordini di due persone, con le birre e un antipasto misto. Quelle persone siamo io e Virginia, poche settimane prima di lasciarci; tenemmo lo scontrino per ricordo, poco prima del cambio di moneta.  Comincio, meccanicamente, a pregare mentalmente per Virginia. Mi chiedo dove sia, che vita abbia avuto negli Stati Uniti, se abbia avuto dei figli; se, ogni tanto, mi pensa. Sono le stesse domande che mi faccio da ventidue anni. Non sempre, non tutti i giorni, non quando il grande silenzio viene scacciato dalla Messa, dalla catechesi, dai malati, dalle offerte, dalle vecchie, dallo psicologo, da Pasquale. Nel labirinto del mio grande silenzio, ogni svolta rischia di portare all’insondabile, terribile tenerezza del mio dolcissimo dolore. All’enorme voragine della perdita, per cui mi riscopro, nonostante tutto, capace di quello che devo. Strappo lo scontrino. Mentre piango e prego, sorrido. «Dio è amore», penso. Eugenio Sournia *Eugenio Sournia vive, scrive, lavora a Livorno. È stato il leader dei Siberia, con cui ha pubblicato tre dischi. Nel 2023 ha pubblicato l’EP “Eugenio Sournia”, con cui ha vinto il Premio Ciampi. Lo ascoltate, in parte, qui.  In copertina e nel testo: disegni di John Singer Sargent (1856-1925) L'articolo Dio è amore. Un racconto di Eugenio Sournia proviene da Pangea.
May 13, 2026 / Pangea
Restare vivi. Un racconto di Eugenio Sournia
I Da qualche tempo la notte porta con sé questo velo umido che mi incastra al lenzuolo, mi fa sentire malato, madido di colpa. È settembre, ma tutto questo non può essere normale. C’è da dire che ieri sera ci ho messo del mio: la stanza gira, il fiato sa ancora di alcol, sono le undici di mattina e nessuno mi ha cercato. Mi affaccio alla finestra e la Polo è ancora lì. È storta sul marciapiede, con la targa anteriore appoggiata a un paletto di metallo. Arrivo in bagno che sono già nudo, mi stendo nella vasca e faccio scendere l’acqua, caldissima. Da quando ho avuto l’incidente ho preso una quindicina di chili: il mio corpo mi piace talmente poco che anche quando faccio la vasca tiro indentro la pancia, perché non riesco a sopportarmi. Per il grasso sui fianchi c’è poco da fare: Dio non ci ha dato muscoli da flettere in quella zona.  Mi sto asciugando i capelli quando vedo il telefono vibrare. È Filippo. È il proprietario della Polo, abita a due vie di distanza, e ieri sera era ancora più ubriaco di me, al punto da avermi fatto guidare, in un impeto di razionalità. È il mio migliore amico. «Sergio, la macchina è ancora lì?» «Sì coglione, se ti muovi fai ancora in tempo a spostarla prima che ti fanno la multa» «Arrivo». Filippo fa la guardia giurata non armata. In sostanza, si tratta di prendere il lavoro più sfigato possibile e rimuovere anche l’unico elemento di interesse, la pistola. Una sorta di castrazione preventiva, che nel caso di Filippo non mi sento di sconfessare totalmente. Si presenta trafelato sotto casa mia con pantaloni bianchi gessati, una camicia simil-hawaiana, occhiali tondi modello Antonio Gramsci.  Tira fuori le chiavi e saliamo sulla Polo. È già quasi mezzogiorno e nessuno dei due ha ancora fatto colazione; gli propongo di andare all’all you can eat, a celebrare l’ennesima festa triste delle nostre vite disgustosamente marginali. Mi fa male l’anca e mi aggiusto sul sedile. Due anni fa un pazzo mi ha tirato sotto con un Classe G, mi ha trascinato per mezzo chilometro, poi mi ha lasciato per strada credendo che stessi per morire. Gli abbiamo fatto il culo e mi ha dovuto dare centoventimila euro di risarcimento, per il danno biologico e l’invalidità parziale che mi ha cagionato. Da allora ho tutto il tempo del mondo per autodistruggermi. Il ristorante è vuoto e ci sistemiamo nel solito separé dagli arredi finto-giapponesi. «Prendiamo due Asahi da 66 e due bocce di sakè caldo». Appena arriva il sakè, Filippo butta giù d’un sorso il primo bicchierino ed emette un suono di soddisfazione, simile all’onomatopea di uno sparo per come potrebbe pensarla un bambino di otto anni. L’euforia dura poco. Dopo pochi minuti, Filippo comincia a lamentarsi di come abbia mandato gli ultimi pezzi che ha scritto a una piccola etichetta indipendente, che non gli ha mai risposto, dopo aver manifestato un tiepido interesse iniziale. Anche io per alcuni anni ho tentato di fare il cantante. «È come se queste persone non si rendessero conto che giocano con la vita delle persone», lo aizzo col nigiri in bocca. «Io, Sergio, sono stanco di inseguire questi pezzi di merda, però se faccio solo la guardia mi ammazzo». Mi limito a pensare che la tentazione di ammazzarmi ce l’ho anche senza fare la guardia, per giunta senza pistola, e intanto inzuppo troppo a lungo la palletta di riso nella salsa di soia. La cameriera romena in livrea asiatica continua a portare sakè incalzata da Filippo. Non è neanche l’una e siamo entrambi già piuttosto alticci, in quello stato di ubriachezza prandiale a metà tra il sonno, l’euforia e il volo planato, così diverso dalle sbronze serali. Filippo beve più di me e ordina una ferale grappa alla rosa. Io gioco con le afte che ho in bocca e, dopo i sudori notturni, scorgo in esse un altro motivo per temere di aver contratto l’HIV. Che poi nessuno lo chiama così: c’ho l’AIDS, ad andà con lei ci pigli l’AIDS, un c’avrai mica l’AIDS. Filippo è lì che continua a parlare dell’etichetta, delle registrazioni in analogico, delle nostre ridicole, velleitarie, comprensibilissime frustrazioni, ma io me lo sento, stavolta c’ho l’AIDS. L’ho presa a giugno con l’amica di Ester. Tutto il litio di questo mondo non può stabilizzarmi al punto da ignorare questa verità fondamentale.  «Pippo ascolta, secondo te c’ho l’AIDS?». * II Ci alziamo e paghiamo. Io erodendo ancora le mie finanze di invalido, lui il suo ridicolo stipendio, che rende di fatto obbligatorie innumerevoli ore di straordinario. Filippo barcolla e si sbottona la camicia floreale, scoprendo la pancia; poi si lascia scappare che in teoria dovrebbe essere a casa, in malattia. Mi scappa un sorriso – non sono ancora l’ultimo della classe. Usciamo dal ristorante e il caldo dei primi giorni di settembre ci investe, dopo l’aria condizionata del locale. Le strade sono vuote, si schiva qualche padrone col cane, un avvocato in pausa pranzo grondante nel completo scuro. Io e Filippo sembriamo due personaggi di un film che probabilmente esiste solo nelle nostre teste, e che per le altre persone è una realtà fatta di aggettivi e sostantivi che non siamo sicuri di voler conoscere. Quando eravamo ragazzi questa sensazione di separazione dagli altri ci creava una strana esaltazione, come appunto essere a parte di una storia non condivisa, solo nostra. Poi, a furia di non condividere, siamo finiti ad essere diversi per davvero, e in momenti come questo ne sentiamo di colpo tutto il peso. Andiamo a prendere il caffè al circolo ARCI Piero Pieri, ma finiamo per bere ancora. Nel cuore dei quartieri industriali, ci sistemiamo in un piccolo dehors incastonato tra i muri alti e scrostati, con le sedie bianche di plastica e i tavolini della Sammontana. C’è un vecchio secco con la camicia a quadri che fuma. Davanti a lui, un tizio poco più giovane, alle ultime fatiche prima della pensione. La sua polo blu di una ditta idraulica è chiazzata di sudore. I due parlano del ragazzo ucciso pochi giorni prima. Fuori dal circolo uno striscione ricorda Jonathan, con la data della sua morte e la promessa di giustizia ad ogni costo. Ad un certo punto non resisto dall’intervenire, scagliandomi anche io contro la piaga degli sputapalline tunisini che hanno rovinato la nostra bella città. Subumani, prodotto deteriore della cultura islamica e rappresentazione plastica della sua radicale incompatibilità con i nostri valori. «Questi non hanno voglia di lavorare», fa l’idraulico, e io e Pippo assentiamo con slancio, finendo le nostre grappe.  Mi sento un po’ stupido perché la verità è che io non odio nessuno. Mi piace far arrabbiare le persone, ma quando quelle stesse cose che normalmente mi procurano l’indignazione altrui vengono accolte apertamente, scopro che dirle non mi dà in alcun modo la stessa soddisfazione. Io, sembrerà una cosa un po’ da frocio, non sono mai riuscito a odiare davvero nessuno se non me stesso. Non so perché, sarà l’educazione cattolica; più probabilmente, perché penso di essere talmente incredibilmente in gamba che ogni cosa brutta che mi succede devo averla in fondo causata io, com’è come non è.  Ad alzarmi dalla sedia di plastica per andare a pagare sento che sono davvero ubriaco. Filippo strascica le parole, e ciondola appoggiandosi al tavolino dei vecchi. Io raggiungo il bancone di metallo e allungo venti euro di carta alla barista. Intuisco la forma delle mutande dentro i leggings neri, il tatuaggio per la nipote con la data di nascita che spunta sul braccio sinistro. Sfodero il mio miglior sorriso ma è evidente che la donna non vede l’ora che andiamo via. C’è qualcosa nel modo in cui la guardiamo che odora di voglia e di bisogno.  «Andiamo da Ester» propongo a Filippo. Ester ha ventun anni, lavora al ristorante del mercato che ha la cucina sempre aperta ed è pieno di turisti che vogliono pranzare alle undici e cenare alle cinque. È molto bella. I padroni del ristorante la tengono praticamente solo per farle i reel mentre serve i clienti. Lei è nera di quel tipo rassicurante, caffellatte, con gli occhi materni. Proietta indubbiamente un’immagine di inclusività su tutto il locale, che dico, su tutto il mercato, su tutta la città. Che ci sia una Ester ad ogni incrocio, una Ester ogni venti cameriere, perdio!  Io e Filippo l’abbiamo conosciuta una sera che smontava e ci abbiamo fatto nottata a bere. Lei preferisce Filippo, ma io mi contento della sua amicizia, e che la gente creda che stiamo insieme quando la accompagno a casa dopo il lavoro.  Quando usciamo dal circolo ARCI la canicola è allucinante. È ormai metà pomeriggio, siamo completamente ubriachi, la calura sembra promanare dall’asfalto insieme alle blatte. L’erba che sbuca tra i marciapiedi e nelle squallide aree di vegetazione urbana è completamente secca. Su tutto il quartiere aleggia un odore di piscio e come una stretta soffocante alla gola, di fumo e cloro.  La Polo grigia è poco lontana: l’orgoglio di Pippo, frutto dei suoi straordinari. Il tragitto dal circolo al mercato è breve, pochi minuti in auto. Faccio appena in tempo a salire dal lato del passeggero che Filippo parte, senza neanche che io abbia finito di chiudere la portiera. Anche se abbiamo trent’anni siamo esaltati, sembriamo degli adolescenti. «C’è voluto dell’impegno ad invecchiare senza diventare adulti, Pippo». Nel mentre armeggio col bluetooth della macchina e faccio partire Battiato. Ma il siciliano ci rompe presto i coglioni, e lo facciamo ritornare nel suo paradiso sufi del cazzo. A quel punto Filippo comincia a pensare alla sua ex e piazza Superclassico di Ernia, mentre guida in maniera indicibile ormai prossimo alle lacrime.  Davanti all’ospedale ci incolonniamo nella lunga fila per girare a destra e avvicinarci al centro. Levo a Filippo il telefono dalle mani e faccio per mettere un pezzo dei Morphine. Filippo però lotta e con la mano destra tenta di riprendere il telefono per impedirmi di cambiare canzone, mentre con la sinistra tiene la mano sul volante, pronto a scattare alla luce verde del semaforo.  «È verde!» * III «Non accettate pagamenti con la carta?» L’accento partenopeo del pizzaiolo è irresistibile. Conscio di trovarmi in una situazione stereotipica, me ne beo e, trascinando fuori la mia quattro formaggi con salsiccia, esco in cerca di contante. «Pippo, hai dieci euro di carta?» Filippo mi guarda con aria allucinata mentre, appoggiato a uno dei tavolini esterni della pizzeria, solleva gli occhi dalla constatazione amichevole che sta compilando.  Al semaforo ci è un po’ sfuggita la frizione e abbiamo preso in pieno la moto davanti. Ne è sceso un calabrese pelato, pieno di tatuaggi, anche in volto; la persona più genuinamente gradevole di questo mondo, al contrario della compagna, che ha invece finto complicazioni mediche di ogni sorta. Entrambi hanno però fortunatamente accettato di non richiamare l’attenzione delle forze dell’ordine.  «Grazie Rosario, grazie di cuore», faccio al pelato. Rosario mi dà di gomito e, preso il contatto di Filippo e calmata la falsa invalida, sfreccia via.  «Ne vuoi un po’?»  A Filippo gira palesemente il cazzo, ma una fetta di pizza la prende lo stesso. Mangiamo in silenzio la quattro formaggi nei tavolini che danno sul viale dell’ospedale, coi fumi delle auto e il caldo a incollarci la pelle. Ormai è quasi sera, e anche se non sembra è quasi autunno. Una notifica sul telefono mi ricorda della partita. È quel prete, don Enrique. Argentino, non trova niente di meglio da fare che cercare di evangelizzare alla vecchia maniera: con il calcio. Rimesso in piedi Filippo facciamo un rapido salto a casa a cambiarci e infilarci gli scarpini. Mi porta Filippo, mi aspetta giù, poi faccio lo stesso sotto casa sua, e andiamo al campo. Ci viene da vomitare, ma il dovere è dovere. Qui però non ci sono oratori, e non ci sono bambini. Ci sono trentenni persi come me e Filippo, c’è un poliziotto con il figlio che non vede mai, c’è una nutrita schiera di peruviani che parlano solo in spagnolo e solo fra loro. Un cinquantenne palesemente destrorso fa da coach. A volte si presenta con una maglia con scritto “Dio, patria, famiglia”, attirandosi sguardi a metà tra l’astioso e l’incuriosito. Di fronte a queste attenzioni, noi a volte ci vergogniamo della natura così palesemente confessionale della nostra compagine. Gli avversari sono, come sempre, molto più agguerriti. Hanno i tatuaggi con le carpe giapponesi o con le clessidre, le maglie attillate. Quasi tutti hanno corpi scolpiti, quelli sovrappeso rimediano con più tatuaggi, tagli di capelli improbabili, scarpe verdi fluo. Mentre facciamo i giri di campo di riscaldamento, il tramonto trafigge il cielo di un ricordo, una promessa di semplicità andata perduta. La città sembra quasi bella nella gloria del calasole, e i prati incolti accanto al terreno da gioco si riempiono della prima umidità di settembre. Ancora quindici anni fa, questi erano i giorni prima che tutto ricominciasse; ora, tutto è già finito. Quello che sto vivendo, mi dico, è un capitolo aggiuntivo e non necessario; i personaggi principali della mia vita hanno completato il loro arco narrativo, o se ne sono andati. Restano da sbrigare alcune questioni minori, ma il grosso è fatto, la Messa è finita, e sarebbe forse dignitoso andarsene, piuttosto che rimanere a pregare davanti a un altare spoglio.  La partita è un incubo. Ho come dirimpettaio sulla fascia un ragazzino di vent’anni, che sembra aver capito perfettamente con chi ha a che fare, e mi aggredisce con ferocia ogni volta che ricevo palla. Il più delle volte perdo il possesso, e sono costretto a fingere di inseguirlo mentre si invola verso la nostra area.  Dopo una ventina di minuti ne ho abbastanza e chiedo il cambio. Le gambe mi tremano, le tempie pulsano della disidratazione di tutta una giornata. Mi butto contro la rete di recinzione e mi metto a guardare il cellulare, disinteressandomi della partita e della prestazione di Filippo, che pure non sta sfigurando nonostante gli eccessi. L’anca sinistra mi fa male; il ginocchio sbucciato e pieno di sangue rosso vivo mi ricorda della mia paventata sieropositività. Guardo su internet gli orari del centro prelievi, e decido di andare domani, appena sveglio: non posso più rimandare, devo sapere. Fatta la doccia, chi può rimane per il classico panino dopo la partita. Andiamo sempre al solito punto ristoro adiacente al campo, ricavato in una specie di prefabbricato con davanti cinque o sei tavoli di legno. Nonostante faccia fresco e sia ormai buio, ci sediamo tutti fuori: i peruviani tra loro, io e Filippo vicino al coach, don Enrique di fronte. È passato a trovarlo un altro prete. Ha l’abito talare bianco, con la fascia nera; parla con un fortissimo accento francese.  «In Gabon va molto bene», dice entusiasta il prete. «Abbiamo tanti bambini per la scuola e anche qualche vocazioni. La cosa peggiore sono le zanzare, che non si riesce a dormire e bisogna stare attenti alla malaria». Poi si mette a raccontare a don Enrique di come sopravvivono quando nel villaggio va via la luce, a volte anche per giorni. È l’ultima sera in Europa per don Rémy. Domani mattina, dice, probabilmente nei minuti in cui io sarò in coda all’ospedale, prenderà l’aereo e tornerà in Africa. Ammetto di non aver mai visto un uomo così genuinamente felice in tutta la mia vita.  Io sono mai stato felice? Me lo chiedo mentre Filippo mi riporta a casa e vedo scorrere nella notte le strade che dalla periferia portano al centro, con i soliti oleandri seccati, i soliti semafori, i soliti oceani di silenzio. Anche il passato mitico che vagheggio non era altro che una sorta di feroce lotta per la vita, in cui avevo momentaneamente pescato delle buone carte. Ho cercato con tutto me stesso di rimanere aggrappato ai miei desideri, ai miei affetti, a tutte quelle cose create che potessero farmi sentire vincente, amato, riempito. Mi sembra però che il destino dell’uomo sia perdere, perdere tutte le cose prima o dopo, fino a rimanere completamente nudo, completamente solo.  Credo anche che l’infelicità derivi in qualche modo dall’opporsi disperato che ognuno di noi fa a questa continua, inoppugnabile perdita. Per un po’ di anni il saldo è in credito o in pari, e si ha l’illusione che il gioco valga la pena. Poi arriva una perdita diversa dalle altre, che strappa il velo ai giorni, che non può e non vuole essere compensata, che urla nelle notti fino a scorticarle, fino a far intravedere il non senso. A quel punto l’unica soluzione è lasciare la presa.  Don Rémy, però, il prete francese che domani torna in Africa, ha trovato il modo di fottere tutti e suicidarsi restando vivo. Cos’è il suicidio se non perdere, dopo tutto il resto, anche se stessi? Vivere degnamente vuol dire non lasciare impronte sulla terra. Lo si può fare perché si resta appesi per il collo, o perché si è imparato a viaggiare molto leggeri.  Abbraccio Filippo e gli auguro la buona notte, poi chiudo lo sportello della Polo. Dalla strada vuota arriva un soffio di umidità e un lontano odore di pizzeria; penso a domani mattina. Ho un po’ meno paura. Eugenio Sournia *Eugenio Sournia vive, scrive, lavora a Livorno. È stato il leader dei Siberia, con cui ha pubblicato tre dischi. Nel 2023 ha pubblicato l’EP “Eugenio Sournia”, con cui ha vinto il Premio Ciampi. Lo ascoltate, in parte, qui.  In copertina e nel testo: fotografie di Walker Evans (1903-1075) L'articolo Restare vivi. Un racconto di Eugenio Sournia proviene da Pangea.
March 10, 2026 / Pangea
“Alina”. Un racconto di Ilaria Palomba
Lilith, Lina, Alina – torna qui – dove sei? Torna tra noi. È Lilith, la piccola Lilith, ma è Alina, inseguita da un lupo, o da un branco, la donna dei lupi, sente la loro fame, i denti, il tuonare del petto, il tremito delle gambe, la sua corsa è senza tempo, senza limiti, forse li ha seminati, ma li sente comunque alle calcagna nella foresta fittissima, in cui inciampa e si rialza, inciampa e si rialza.  Alina corre controvento, si stanca, ma non riesce a smettere di correre. Non è in strada, è in un bosco illuminato obliquamente dalla luce di un sole pallido. L’odore delle primule è tanto forte quanto l’umidità. Quando ha iniziato a correre era inseguita da un lupo, gli è sfuggita, ne sono arrivati altri, è riuscita a fuggire, ma non ha smesso di correre. Sa che presto il bosco s’interromperà, vede una fascia più ampia di luce, diventa sempre più ampia, sempre di più. Alina si ferma, qui la terra è piana, non ci sono piante o sterpi, comincia una montagna che non può scalare. Dall’alto del monte il fischio del vento si sparge infilandosi nella sua pelle. Le sembra che il vento stesso sia un’entità. Una forza che non controlla, che non riconosce umana. Questa forza di vento le avvolge il viso, scarmigliandole i capelli, si posa sulle sue spalle. Lei si volta con il cuore che batte forte, si volta per afferrarla. Vede l’incarnato di una donna anziana, non anziana, antica, un volto che viene dal tramestio dei secoli, e un corpo bianco evanescente.  Devi salire, dice l’entità. Non posso, dice Alina. Devi, ti stanno aspettando. Dove? E chi? Gli altri. Gli altri cosa? Tutti gli altri ti aspettano là sopra, dove non avrai il fardello. Quale? Questa tuta che ora indossi. Non indosso una tuta. La indossi. Mi prenderà il lupo. Non ti prenderà. Perché no? Voleva sbranarmi. L’hai superato. Sopra ti aspettano altre prove. Quali? I rapaci. Non voglio correre questo pericolo. Lo correrai, non sarà un pericolo, sarà un superamento. Comincia la scalata con le gambe, le membra pesanti, una fame d’aria. E, dopo, terrore. Non può continuare. È bloccata. Viene l’allocco e le becca le caviglie. Alina si scherma, cade a terra, grida al vento: Perché? Perché sei sciocca, dice lui con la lingua dell’aria, perché non conosci la misura, e gli animali lo sentono, perciò ti attaccano. Per questo m’inseguiva il lupo? Perché eri giovane e innocente, e non avevi difese, dice l’allocco. John Collier, Lilith, 1887 Alina torna in piedi a fatica, con il sangue alla caviglia destra. L’allocco vola via in una nube purpurea, si dissolve sulle prime altezze del monte. Viene il corvo, le strappa via il giubbotto, le becca la pancia, Alina lo caccia via, lui le becca le braccia, il petto, il cuore. Basta, urla lei, Perché anche tu mi fai questo? Perché sei nera, dice lui, guarda nel fondo della tua anima, quest’antica mestizia, e chiediti a chi e a cosa serva. Non serve, ma è ciò che provo, io sento questo, esclusione, incomprensione, solitudine. Allora, dice il corvo, Cerca le radici della tua solitudine, trasformale in potenza. Apri questo cuore sbarrato. Non posso, m’inseguiranno i lupi, e gli stessi uomini mi hanno lasciato intendere l’abbandono, nessuno è venuto a riprendermi nella foresta. Dipende solo da te, di solito basta nascondere, non mostrare le ferite, non esporre la propria vita sul tavolo operatorio. Alina si volta, coprendosi il petto, si stringe tra le proprie braccia, il corvo vola fino al centro della vetta e si dissolve in una nube nera. Alina avanza ancora tra larici e abeti, l’odore della brina e delle foglie è forte quanto il vento, il sole entra nelle chiazze di cielo libere dalle nubi. L’aquila reale spiega le sue ali marroni, grigie e nere, il portamento elegante, lo sguardo presente, lo sguardo vigile, non fa sconti. Alina è quasi sulla vetta, l’aquila le becca i capelli, la testa, la fronte, un occhio. Alina è cieca da un occhio, il sinistro, piange singhiozzando; cade sulle ginocchia, implora pietà. Non ha altre parole. La tua superbia, la tua vanità, la tua brama, certo, ti hanno portato in cima, ma a quale prezzo? La solitudine, la mutilazione, adesso anche di occhio te n’è rimasto soltanto uno. Quanto basta affinché io veda il paesaggio e la distanza che mi separa dall’ultima vetta. E, una volta raggiunta, sola, abbandonata e storpia, cosa farai? Quale gioia proverai nel vedere il mondo ai tuoi piedi quando non ti resta più nulla del tuo corpo e della tua mente? Resta la mia anima, e non guarderò il mondo, ma il cielo, sarò così vicina al sole da somigliargli, da farmi tutt’uno con questa luce potente, con il calore dei raggi. Sali ancora un po’, c’è ghiaccio e neve, la tua vetta è deserta, il tuo Dio assente.  L’aquila si vanifica in una nube bianca. Alina sale ancora, ormai senza l’uso della gamba destra, bucata alle radici, con il sangue sull’addome, sul petto, un cuore pesante, lacerato, ancora vivo, e cieca dall’occhio sinistro. Sale carponi, aggrappandosi ai rami, si punge, si sfregia le braccia, e arriva in cima. La vetta innevata, tutta bianca, un piccolo santuario del III secolo, scarno, in pietra, aperto nel gelo. Le nubi spazzate dal vento liberano un cielo chiarissimo, il sole senza confini brucia gli occhi e la pelle. Alina sente freddo e caldo, i piedi scalzi nella neve, non li sente più, dagli occhi non vede i contorni ma luce, pura luce senza inizio né fine. Prima di aprire la porta una vipera la minaccia, le striscia tra i piedi, sibila e si arrotola alla caviglia sanguinolenta.  Il tuo nome dice che puoi volare, t’invito a strisciare invece, per consolare la terra, le tue radici.  Mordimi, dice Alina, non è rimasto nulla di me, vivere o morire non fa differenza. John Collier, La strega, 1893 Non ti morderò, mi limito a manifestarmi, per mostrarti l’errore della tua futile scalata, avresti dovuto rivolgerti a me e a me sola. Alina ride, non ha più nulla da perdere. Non sente più dolore nel corpo, non sente il corpo. La vipera diventa bianca sull’aspide, come facesse la muta, s’immobilizza, si pietrifica, resta lì, bloccata accanto a una pietra bianca e non sembra essere mai stata altro che un segno inciso sulla roccia. Alina apre la porta del santuario, con il poco di vista che resta, il sole dalle vetrate dai molti colori, le aulenti primule e un incenso leggero nelle narici, e dopo, nulla. Si guarda da tutto e da tutti, anche se qui non esiste nessuno. La Bibbia è aperta sul Salmo 91. Legge:  > Tu che abiti al riparo dell’Altissimo  > e dimori all’ombra dell’Onnipotente,  > dì al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza,  > mio Dio, in cui confido». > Egli ti libererà dal laccio del cacciatore,  > dalla peste che distrugge.  > Ti coprirà con le sue penne  > sotto le sue ali troverai rifugio.  > La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza;  > non temerai i terrori della notte  > né la freccia che vola di giorno,  > la peste che vaga nelle tenebre,  > lo sterminio che devasta a mezzogiorno. > Mille cadranno al tuo fianco  > e diecimila alla tua destra;  > ma nulla ti potrà colpire.  > Solo che tu guardi, con i tuoi occhi  > vedrai il castigo degli empi.  > Poiché tuo rifugio è il Signore  > e hai fatto dell’Altissimo la tua dimora,  > non ti potrà colpire la sventura,  > nessun colpo cadrà sulla tua tenda.  > Egli darà ordine ai suoi angeli  > di custodirti in tutti i tuoi passi.  > Sulle loro mani ti porteranno  > perché non inciampi nella pietra il tuo piede.  > Camminerai su aspidi e vipere,  > schiaccerai leoni e draghi. > Lo salverò, perché a me si è affidato;  > lo esalterò, perché ha conosciuto il mio nome.  > Mi invocherà e gli darò risposta;  > presso di lui sarò nella sventura,  > lo salverò e lo renderò glorioso.  > Lo sazierò di lunghi giorni  > e gli mostrerò la mia salvezza. Adesso vede senza indugi un coro di anime bianche dalle lunghe vesti salire dalla cripta, attorniare l’altare, sembrano cantare, anche se non ne comprende la lingua, è un canto altissimo, di voci innocenti, e le anime non hanno sesso, i volti ialini, senza segni del tempo, docili e privi di emozioni basse, l’avvolgono nell’abbraccio celeste, sembra vogliano portarla con sé, ma dopo averla avvolta, una di queste – dal viso di donna – bianca trasparente, le dice: Adesso torna giù, e ricomincia daccapo, ma fai in modo che nel ricominciare qualcosa cambi, e nel piccolo gesto mutato, non dovrai temere la foresta, le fiere, le ferite. Non sarai loro preda. Alina non domanda le ragioni, si sente per un istante abbandonata da quella luce, da quell’abbraccio, ma non può altro che eseguire, la discesa sarà meno ardua. Esce dal santuario, con i piedi in una neve non più fredda, gli occhi persi nell’occhio di un sole che non brucia più, ma resta scolpito nella memoria animica, nella presenza lieta, di un giorno senza fine. Ilaria Palomba *In copertina: John Collier, Marian Huxley, 1883 L'articolo “Alina”. Un racconto di Ilaria Palomba proviene da Pangea.
March 6, 2026 / Pangea
Agere Contra (Il Doblò). Un racconto di Eugenio Sournia
Il Doblò naviga ai sessanta all’ora nella dolce pianura umanizzata, tra gli sterpi secchi, l’erba gelata, il fumo dei comignoli. Tutto è fermo e grigio, e l’appressarsi di un’altra notte di coprifuoco è solo il passaggio del turno tra una stasi innaturale e angosciosa, e una fatta di cupa dolcezza. Noi siamo azzurri e gialli, io guido mentre Mirko sta seduto dietro accanto al signor Giacomelli, ancorato con la carrozzina tra i denti del Doblò. I moschettoni freddi che lo tengono fermo ciottolano alle irregolarità del manto della statale. Rosanna, la moglie, è accanto a me. Non si cheta un attimo, è tutta un lamento, quarant’anni di lavoro alla Alvex, i fumi, la pensione che non basta, come si fa adesso con le scale da salire, la rumena da trovare. Io sono lì che guido con dolcezza e penso che ognuno ha il suo dolore, tanto vale accettarlo con dignità e non farne tutto il proprio mondo. A dir la verità, io ho un po’ fatto del mio dolore tutto il mio mondo. È un fatto naturale, a cui la società odierna ti spinge: se non puoi essere altro, sii almeno una vittima. Ho ventinove anni, non ho patologie pregresse, sono anche noiosamente non povero. Perdio, almeno una bella diagnosi psichiatrica! Per cui via di paroxetine, di benzo, di derealizzazioni. Non vedo l’ora di parlartene, appena mi rendo conto che sai di cosa si tratta: ed ecco fatto il becco all’oca. Sono di nuovo la persona più interessante nella stanza, o almeno nel Doblò.  Ma la signora Rosanna non ne sa un cazzo, si capisce subito, è nata negli anni ’50 e sa solo di problemi veri, che si misurano in preventivi, in cartelle, in azotemie. Vuole delle risposte che contengano la stessa dose di realtà delle sue scarpe Mephisto con gli strass; o forse siamo più simili del previsto, e vuole anche lei solo un pubblico. Freno bruscamente per decelerare ai 30 all’ora richiesti dall’autovelox. Giacomelli si lamenta con un grugnito sordo. È piccolo, piccolo; ha i capelli ancora folti e tinti comicamente di marrone mogano, l’espressione assente dietro la mascherina. Siamo abituati coi disabili e mi sorprendo a riscoprire che ha facoltà di parola. «E tutto questo per morire» si sente arrivare dall’ometto in carrozzina. Mirko si affretta a correggere il tiro: «Suvvia Sirio, vedrà che non è niente, non si agiti, se fa così poi sta solo peggio». Poi passa dal lei al tu, come si fa coi bambini e, appunto, coi disabili: «Dai Sirio, vedrai che passiamo un bel Natale tutti insieme, c’è anche la festa della Misericordia». Giacomelli rientra nel suo silenzio e io invidio l’ostentato ottimismo del mio collega. Ho sempre saputo mentire, ma mai a fin di bene. Il paesaggio comincia a cambiare, e si tramuta velocemente in una squallida periferia industriale. Individuo il vialone corretto tra altri uguali, e imboccatolo parcheggio davanti alla gigantesca struttura medica, da cui promana una luce chiara e un tramestio di figure imbacuccate. Io rimuovo i moschettoni e Mirko spinge Giacomelli giù dal mezzo, mentre la moglie dice di sbrigarci che poi il marito prende freddo. I guanti di plastica servono almeno a maneggiare il metallo senza gelarsi le mani.  In un attimo siamo dentro, nell’aria sterile che sa di piscio e disinfettante. L’infermiera ci prova la febbre sparandoci la fronte col termometro e lascia entrare Giacomelli a fare gli esami. Che analisi siano esattamente, io confesso di non averlo capito. Non ho neanche capito del tutto se le deve solo fare o anche ritirarle, o almeno averne un esito parziale. So soltanto che la cosa costerà sui trecento euro, che la struttura non è pubblica, e che la moglie si continua a lamentare. Accolgo con sollievo l’invito della brunetta con accento sardo ad aspettare fuori, sa per le regole anticovid.  È un attimo che, rimasto solo col mio telefono, quel mondo fatto di lamenti, referti, luci bianche, occhiaie e lenzuola non esiste più, se non come rumore di fondo. È tempo di immergersi nuovamente nel mio dolore, nelle mie pulsioni, nelle angosce che io e solo io so prevedere per il genere umano tutto e universale. Mi sento anche un po’ ridicolo in questa divisa della Misericordia: un ragazzotto senza qualcosa di più importante da fare in un martedì pomeriggio, in ultima analisi qualcuno che ha scelto di fare del bene come estrema disperata risorsa non potendo fare qualcosa di meglio. Vorrei dire di farlo per gli altri, o almeno per Nostro Signore Gesù Cristo, ma sarebbero solo verità parziali. Dio, ora come ora, lo vedo nel cielo ormai nero e nelle luci di posizione degli aerei che atterrano. È nei transponder spenti dei Tupolev russi che incrociano nel Baltico, nelle menti dei Presidenti che telefonano; nell’eroica resistenza degli armeni del Nagorno-Karabakh che pregano prima di scaricare i loro vecchi AK sull’invasore azero. Dio è nei canti ortodossi col basso fisso, nei crocifissi di Giotto sepolti nelle navate laterali delle chiese-museo, è nell’Inferno che mi attende se non smetterò di avere rapporti prematrimoniali (perché io ti sposerò Virginia, quando la guerra sarà finita e dalla terra cresceranno fiori belli come te).  Quello che mi pare assai chiaro è che a Dio sembra non importare molto del signor Giacomelli. Lo vedo tornare sconfitto in carrozzina, spinto da Mirko, con la moglie al seguito che regge malferma decine di fogli tra ricevute di accettazione, lastre, documentazioni varie. Metto via il telefono per educazione e chiedo com’è andata, ma Mirko taglia corto, e ci limitiamo a reinstallare il povero Giacomelli nella sua postazione nel Doblò. È un sacco vuoto, sembra pesare come un bambino. Stavolta i moschettoni funzionano alla prima e chiudiamo il portellone, lasciando all’interno del mezzo solo il malato.  La moglie è in un angolo, vicino alla porta a vetri. Si è zittita, sembra essersi fatta improvvisamente seria, come se ora il suo dolore non avesse più bisogno di essere sfogato, ma bastasse da solo a riempirla. Mirko mi passa accanto e, stando attento a non farsi sentire dalla donna, mi fa capire che il vecchio è spacciato, che forse non ha senso neanche ricoverarlo. Comunque, Mirko e la signora Rosanna andranno a fare un’ultima chiacchierata con i medici, anche se i risultati che hanno appena ricevuto condannano Sirio senza appello. E poi ci sarebbe quell’altra questione, pagare: «Trecento euro per dirmi che devo morire. A che serve, Rosanna?». Sotto sotto ammiro il pragmatismo contadino del Giacomelli, che quarant’anni da operaio chimico non hanno saputo cancellare.                 Eh, Giacomelli. Adesso Mirko e la signora sono ritornati dentro, spariti nel caldo artificiale e secco della struttura. Io mi sono acceso una sigaretta, e rimango a qualche passo di distanza dal Doblò bianco, azzurro e giallo, dove dentro è seduto, da solo, un uomo che ha appena saputo che deve morire. Il mio primo pensiero è di lasciarlo dov’è, rimanere fuori a fumare e aspettare il ritorno degli altri. Del resto, la modernità ci ha insegnato a rispettare il dolore altrui: guardarlo da lontano, se possibile isolarlo, nasconderlo, reciderlo. Ognuno deve processare il proprio dolore con i propri strumenti, lavorandolo come si fa con un ingrediente grezzo per renderlo nuovamente e maggiormente produttivo. Tale delicato compito è bene affrontarlo da soli, o se proprio si deve, con l’aiuto di figure professionali e qualificate. Insomma, che Giacomelli processi, affronti, rielabori. Solo che Mirko e la moglie di Giacomelli non tornano, o comunque cominciano a metterci un’eternità. Il vecchio è imbracato nella carrozzina, con la mascherina tirata su fino agli occhi. Il suo campo visivo dev’essere molto scarso, guarda fisso il sedile davanti a sé. Dall’esterno vedo solo la sua pelle grigia e i capelli color cassapanca. Inizio a sentirmi in imbarazzo, ho finito la sigaretta, sono qui col telefono in mano mentre c’è un uomo in fin di vita da solo dentro il Doblò. Sento che sarebbe mio dovere entrare con lui, però che potrei dirgli? Inizierei a parlargli di Dio, come un prete, o come Mirko fingerei fino all’ultimo, stolidamente, che andrà tutto a posto? Se Dio è nei mosaici di Aghia Sophia, nelle linee dirette di Putin, nel catechismo di San Pio X, come faccio a farlo entrare in testa a un cazzo di operaio dell’Alvex con le ossa bruciate dal bicarbonato, che non entra in chiesa dal battesimo dell’ultimo figlio? Come faccio a fargli una lezione di teologia nei quattro cinque minuti che mi restano, prima che tornino la moglie e quel rincoglionito sorridente del mio collega, un golden retriever che scodinzola di fronte a storpi e moribondi?  Mi assale però il sospetto che Dio ci ha abbia dato la tenerezza per arrivare dove non possiamo con l’intelligenza; soprattutto, che ci abbia dato la vergogna, per andare là dove non giungiamo con la tenerezza.Quando è un po’ che non ho vergogna di me stesso prego sempre che dal cielo mi arrivi uno schiaffo a mano aperta, tanto to see if I still feel, di solito rimette le cose in prospettiva. A quel punto l’unica cosa da fare è “àgere contra”: muoversi nella direzione opposta a quella che causa la propria vergogna, compiere la scelta che richiede più sacrificio. Le poche scelte giuste che ho fatto nella vita, le ho fatte così. Io mi amo così tanto! Proprio per questo ho in odio un’epoca che ti dice che vai bene come sei: quell’amore che non muore mai lo devi combattere con tutte le tue forze. Prendo il mozzicone della sigaretta e mi avvio verso il bidone in muratura, che indovino nella penombra del parcheggio appena illuminato dai lampioni. Mi assicuro con estrema perizia che la cicca sia completamente spenta, la getto, quindi con la coda dell’occhio guardo speranzoso attraverso le vetrate se Mirko e la signora, per caso, fossero di ritorno. Sospiro, poi faccio il giro largo del mezzo, arrivo alla porta posteriore, e, portandomi dietro il freddo di novembre, entro nel Doblò. Eugenio Sournia *Eugenio Sournia vive, scrive, lavora a Livorno. È stato il leader dei Siberia, con cui ha pubblicato tre dischi. Nel 2023 ha pubblicato l’EP “Eugenio Sournia”, con cui ha vinto il Premio Ciampi. Lo ascoltate, in parte, qui.  In copertina e nel testo: immagini dal film di Sergej Paradžanov, “Sayat-Nova. Il colore del melograno” (1969) L'articolo Agere Contra (Il Doblò). Un racconto di Eugenio Sournia proviene da Pangea.
January 23, 2026 / Pangea
“Il corgi”. Un racconto di Eugenio Sournia
Ho fame. Ho ancora le mani che sanno di prosciutto della Conad; restano le briciole di pane sulla scrivania. Da qui, guardo e comando la sbarra che segna l’accesso a questo villaggio di relitti e di ambiziosi, di puri e iniqui, di uomini e donne che vedo affannarsi come scarafaggi ribaltati. Ho ancora fame, ma sono quasi le quattordici, e a questo punto conviene attendere e farsela a piedi verso casa, con la mia gamba malata. Sono quindici minuti di tormento, ma risparmio benzina, parcheggio, traffico; metto un po’ in circolo il mio sangue coagulato e marcio. E poi, la macchina oggi proprio non la potevo usare. * Arrivano. Man mano che si avvicinano le due del pomeriggio, poco per volta, dai vari reparti, arrivano gli uomini e le donne suddetti, gli scarafaggi negli esoscheletri fluorescenti di diversi colori: giallo per hostess e steward, arancio per la security, azzurro per gli operai. La forma delle giacche invernali ad alta visibilità copre i corpi, ulteriormente stozzati da berretti, sciarpe, occhiali. Sale un filo di condensa dalle bocche. Tutti sembrano soltanto un’anima, o un numero, ai due estremi dello spettro.  * Nel mezzo esatto di questo spettro ci sono io, che ho il corpo rotto e l’anima di un bambino: voglio, e non riesco a non volere. Desidero il caldo secco del gabbiotto, i fianchi generosi di Arianna delle pulizie, con quegli occhi, i capelli sempre sporchi. Desidero la prossima sigaretta; soprattutto, desidero scommettere ancora, e i soldi per farlo. * Da quando mio padre mi ha commissariato, la vita è un inferno. Lo stipendio va dritto nelle sue tasche, a me restano quelle poche centinaia di euro per il prosciutto, l’acqua, i panini. Da fumare lo chiedo, o lo rubo. Risparmio ogni metro di benzina, ogni grado di riscaldamento, resto nella casa fredda dove il frigorifero dorme e veglia con me, in questa vita che è trepidazione e sonno.  * Il vecchio deve morire. Vero, una volta andato, al porto mi manderanno via. Lo so bene, non erediterò la riconoscenza che gli devono, ma erediterò i suoi soldi, e soprattutto la libertà di spenderli. Lo sento da come sale le scale, ogni volta con meno fiato, ogni volta più paonazzo, con le calze contenitive che scoppiano nei mocassini: gli manca poco. * Linda e Carolina si avvicinano al totem, mancano oramai pochissimi minuti alla timbratura. Ogni volta che si arriva all’ora piena si crea un capannello di persone dei vari reparti; tutti attendono, scambiandosi occhiate complici, lo scoccare dell’orario. Alle due, chi è entrato alle sei va a casa: fuori da questo alveare ognuno ritorna alla propria vita individuale, molti alla propria solitudine. Nei secondi dell’attesa, c’è spesso lo spazio per una battuta, una sigaretta, una banalità. Pierobon, però, oggi è disperato: «Mi hanno rubato un corgi, ho chiamato mia moglie. Non si trova». Mauro Pierobon ha 52 anni, è un uomo calvo e grosso, con occhi azzurri liquidi, non belli. Ha una voce fastidiosa e problemi di udito. Lo ricordo a scuola, due classi più grande di me, bersaglio degli scherni per le sue frasi stentate, da endicappato. Con il tempo si è rimboccato le maniche, ha cominciato presto a lavorare ed è diventato capoturno security qui al porto. Torna a casa da sua moglie e, forse per compensare l’assenza di figli, alleva cani, razza corgi. Per intendersi, quelli della regina d’Inghilterra: bassi, tozzi, sproporzionati, valgono una fortuna. * Le due quarantenni lo abbracciano, fingono partecipazione e con le loro voci sguaiate lo rassicurano: il cane, parte di una cucciolata, salterà fuori, prima o poi. Mirella invece sta in un angolo e guarda a terra: ha problemi col marito, non se la sente di scherzare con gli altri. La fine del turno è una sveglia che la catapulta nell’inferno del suo matrimonio in disfacimento, del figlio a cui tacere. Castana, sottile, ha una bellezza elegante non ancora del tutto sfiorita e sa di fumo e di efelidi, anche d’inverno. Ci accomuna un destino: tre anni fa la sorpresi a intascarsi parte dell’incasso dei biglietti dei bus turistici che lavorano ai moli. La vidi, mi vide: non dissi nulla. Da allora, forse perché detesta credere di dovermi qualcosa, ha smesso di salutarmi.  * Io lo so che dite che puzzo, che lascio i fazzoletti sporchi in giro, che mi masturbo nel gabbiotto quando nessuno guarda. Lo so che odiate le mie richieste di sigarette, di cinquanta centesimi, odiate fare il turno con me anche se provo ad essere gentile. Lo so che non vi prendete neanche più la briga di aspettare che giri l’angolo per deridermi per i miei vizi, la mia gamba, il mio oggettivo fallimento. Mi basterebbe solo una goccia d’amore, saprei rendervela centuplicata: ma non me la date, e allora sarò tra voi come il più meschino dei parassiti. Un infante di cinquant’anni, che urla, piange ed è pronto a tutto per ottenere ciò che vuole. * Ieri notte ho preso la variante e in pochi minuti sono arrivato a Vico. Pierobon sta vicino al campo nomadi, in una vecchia palazzina con le serrande di plastica, lo sterrato davanti e il giardino recintato basso, quel tanto che basta per i cani. Quelli hanno abbaiato come dei pazzi, ma sono stato veloce, anche con la gamba offesa. Calogero ha detto che me lo pagherà bene: è per la nipotina. Devo solo ricordarmi di portare la macchina dai magrebini per lavare tutti quei peli. * E quindi Linda e Carolina consolano Pierobon, che fa avanti e indietro lamentandosi con la sua voce da ebete; Mirella fuma dietro la colonna, Previte e Di Sciullo ridono; Arianna spolvera il gabbiotto, e io sogghigno, guardando il dolore di un uomo che non sono io. * Sono le 14.00. Eugenio Sournia *In copertina e nel testo: disegni di Parmigianino (1503-1540) L'articolo “Il corgi”. Un racconto di Eugenio Sournia proviene da Pangea.
January 2, 2026 / Pangea
Classe II E. Un racconto di Natale (con Capote, Scrooge e De Gregori)
L’occupazione va avanti ormai da tre giorni e il liceo in cui insegno — un edificio di fine anni Sessanta, grigio e rosso scuro, incastrato al limitare del quartiere Isola, quello di Niguarda e viale Jenner — sembra quasi un animale che muta umore al passare delle mezze giornate. Ogni piano ha una storia diversa: un gruppo discute di diritti civili, due classi suonano senza sosta, qualcuno cerca un proiettore introvabile mentre qualcun altro scrive slogan con pennarelli colorati e mezzi scarichi; c’è poi sempre chi attraversa il corridoio a passo svelto con la testa bassa sul telefono o chi, seduto sulle piastrelle dell’atrio, gioca a carte per ingannare l’attesa bevendo un succo confezione famiglia. Girando per la scuola capita che al brusio della vita in corridoio si sostituisca un silenzio da edificio deserto carico dell’odore di sigarette e di marijuana che aleggia lontano dalle finestre socchiuse; ma basta un niente, una porta che sbatte, una cassa che riparte in lontananza, perché l’edificio torni a vibrare con il suo ritmo insolito di questi giorni. Da due mattine le giornate passano così. Oggi decido di salire ai piani non coinvolti dalle attività degli studenti, nell’aula che mi spetta a quell’ora, nella speranza — poco convinta — di trovare almeno uno spazio che somigli a un riparo o un’isola dove potermi concentrare. Guardo l’orologio a muro in sala docenti e deduco che devo andare in 2E. Non ne sono entusiasta, perché so che quell’aula non è mai ben riscaldata: i termosifoni funzionano a singhiozzo e il freddo si insinua sotto i pantaloni, tanto che a fine ora ci si ritrova spesso intirizziti, tranne i pochi accalcati intorno all’unico calorifero che irradia un caldo beffardo, inutile per tutti ma insopportabile e fastidioso per chi gli è addosso. Sono vestito come mi pare di esserlo tutti i giorni: camicia, oggi bianca, maglione, oggi verde scuro, sneakers, sempre bianche; ho con me lo zaino con il laptop, la Moleskine chiusa dal suo elastico nero, qualche foglio per gli appunti e un pacco di compiti da correggere, l’iPhone tra la tasca e la mano, in continuazione. Fuori, Milano è ingrigita da una pioggia non battente ma ostinata, una di quelle che fanno sembrare tutto più pesante e fanno camminare i passanti in fretta, in fuga; qualcuno dice che forse nevicherà, anche se in realtà non avrebbe dovuto nemmeno piovere. Le auto sollevano schizzi passando sulle pozzanghere, e su alcuni balconi si intravedono già delle luminare accese, destinate più a rispettare una scadenza commerciale sempre anticipata che a evocare un sentimento reale; sono luci che non aggiungono nulla e non scaldano. Il Natale non è ancora nei pensieri di nessuno e non sono questi promemoria coercitivi a regalare un anticipo di festa: a Milano lo spirito natalizio – come si misura ormai? corsa ai regali? voglia di rallentare? – arriverà solo più tardi, con Sant’Ambrogio, i mercatini, il vin brulé e la Prima della Scala, fino ai nuovi riti più prosaici del Black Friday o della prima sciata di stagione.  Io sento ogni anno la stessa nostalgia: come se il Natale restasse sempre un po’ sfocato da adulti, come un’immagine che ricordavo più nitida, e invece sfugge. Forse per questo, da anni, provo a scrivere un racconto di Natale, e ogni volta fallisco, ma puntualmente ci riprovo, perché ho sempre amato leggere storie ambientate a Natale, così come mi piace ora raccontarle agli studenti, stupirli con la proposta di letture natalizie senza un compito allegato, senza un riassunto cui pensare o un’analisi da studiare, sperando persino di poter dare loro un argomento di conversazione per le feste, o una buona idea regalo: un libro di un autore che è piaciuto, un guizzo letterario. Certo che conoscere i racconti, leggerli e proporli è una cosa, scriverli è un altro mestiere, e il paradosso è che non si possono scrivere a dicembre: i racconti di Natale nascono altrove, in estate, o in un giorno qualunque, quando non ci pensi e forse non ne senti nemmeno il bisogno. Poi, a dicembre improvvisamente vengono buoni. Tutti, tranne quello mio che non c’è mai. Così, mentre salgo al secondo piano, penso che forse questo venti novembre, in una scuola occupata, lontano da tutto ciò che ricorda una festa, potrebbe essere il momento giusto per provarci di nuovo.  Apro la porta della 2E, contando di trovarla deserta. L’aula è immersa in una penombra irregolare: la veneziana accanto alla cattedra è ancora rotta e lascia intravedere un pezzo di Milano con i tetti bagnati, gli alberi ormai spogli e le automobili che si confondono tra quelle parcheggiate e quelle intrappolate nel traffico. Faccio un passo, accendo la luce cercando con le dita il pulsante alla parete e mi blocco, colpito da una presenza che non so spiegare. Tra i banchi più lontani dai vetri, alla mia sinistra, una donna minuta indossa un vestito che sembra uscito da un ricordo troppo vivido perché sia immaginato, un vestito semplice con un grembiule sottile, e tiene tra le mani una torta avvolta in un panno, pronta per essere spedita “a qualche sconosciuto che ne ha bisogno” – mi dice, terminando con parole sue un mio pensiero. La riconosco: è Sook, leggo sempre di lei; è la cugina di Truman Capote, la protagonista del suo racconto di Natale più bello. Mi sorride, e il suo sorriso sembra sciogliere un poco il freddo dell’aula. Accanto a lei, seduto su un banco, Paul Auster fa girare una moneta tra le dita, facendola brillare sotto il neon che tremola per un attimo sopra di noi; mi osserva con la sua calma che sa di storie infinite e mormora che «è tutto un trucco, ma a Natale i trucchi contano», come se stesse citando il suo stesso racconto mentre lo vive. Dietro, quasi nascosto nell’ombra, un vecchio con la barba sfoglia un registro di classe come fosse un libro mastro capace di contenere ogni bilancio morale del mondo: non è Charles Dickens, ma il suo Scrooge, il primo, quello rigido, il più umano e il meno redento, semitrasparente come se l’aula stessa lo consumasse. E poi vedo oltre questi tre: contro il muro, appoggiata senza custodia, c’è una chitarra acustica. Accanto a essa, con le mani infilate nelle tasche del cappotto e una sigaretta spenta tra le dita, c’è Francesco De Gregori. Porta degli occhiali con le lenti sfumate, il volto è segnato da una barba bianco-rossiccia curata e se ne sta lì con la naturalezza di chi stava aspettando di parlare. Si stacca dal muro e mi saluta con un “Ohé professore” appena accennato, “stiamo provando un racconto di Natale”, e aggiunge che siccome a me non riesce mai, sono venuti loro a darmi una mano. Poi si volta verso la finestra e aggiunge, quasi tra sé e sé, che certe storie non vogliono essere scritte nel momento giusto, ma compaiono quando meno te lo aspetti. “Quello che non so, lo so cantare – ricordi?” Ed è mentre lui si sposta che, dietro la sua figura, vedo un bambino: magro, gli occhi scuri, le scarpe fradicie, la felpa troppo leggera per il gelo di quella mattina, lo zaino che gli scivola dalla spalla. Non ha nulla del fantasma o del personaggio inventato: è proprio un bambino, troppo giovane perché sia uno dei miei studenti, ma allo stesso tempo sembra somigliare a tanti di loro. Per un attimo mi sembra di riconoscere chi di solito siede dove sta lui ora, un attimo dopo è un bambino di Gaza con gli arti mutilati, poi me stesso da piccolo, poi mio figlio, poi mia figlia, e infine uno sconosciuto che potrei avere incrociato per strada senza mai accorgermene. Questo bambino, penso, è tutti e nessuno, ed è lì: è un prisma vivente che rimanda il volto del mondo attraverso le sue sfaccettature e le sue crepe, e forse è proprio questo scorgerlo che rende il Natale possibile. Lo guardo e lui mi dice soltanto “sto aspettando”, e quando gli chiedo che cosa aspetti, risponde “tutto”, come se quel tutto comprendesse anche la sua storia taciuta, il suo Natale mai raccontato. A quel punto De Gregori, in piedi dietro di lui, gli appoggia una mano sulla spalla e mi indica il bambino con un semplice cenno del mento e del viso, un gesto quasi impercettibile e chiarissimo. È lui – sembra dirmi – è lui il tuo Natale. E in quell’attimo mi torna in mente che proprio in quella stessa aula, un anno prima, quando era la 5C, avevo letto e raccontato agli studenti Capote, Auster, Dickens, Andersen e O. Henry, e dopo di loro avevo fatto ascoltare tre brani natalizi di Francesco De Gregori, evocandoli tutti con l’entusiasmo che mi prende sempre quando parlo dei racconti di Natale che amo, e che ogni anno provo a scriverne uno senza riuscirci. Ora tutti gli autori e le loro storie sono davanti a me, e a me tocca. Dal corridoio arrivano voci, passi, il rumore di un banco trascinato: qualcuno forse sta per entrare. Dentro di me cresce una certezza limpida, quasi incontestabile, che ciò che sto vivendo non può svanire soltanto perché un rumore interrompe la quiete. Chiudo la porta con naturalezza e decisione insieme, difendendo questo istante fragile come si proteggerebbe il segreto di Babbo Natale ai figli che, diventando grandi, iniziano a fare domande difficili. Quando mi volto di nuovo, gli autori e i personaggi sembrano ancora lì, ma più luminosi e più leggeri, come se stessero concedendo a me — e solo a me — la possibilità di trattenere ciò che serve davvero per scrivere, mentre il resto può dissolversi senza rumore. Il bambino, però, rimane immobile: è presente come un banco, reale come una domanda cui non si può sfuggire. «Lo scrivi?» chiede, e la sua voce ha qualcosa di gentile e insieme irrevocabile, come se la domanda non fosse rivolta soltanto a me, ma anche a tutte le versioni di lui che ho intravisto un istante prima. Poso lo zaino, apro l’agenda, accendo il laptop, sento la penna tra le dita: sembra tutto pronto, come se questo momento non fosse solo un incontro inatteso, ma la soglia che cercavo da anni. Intuisco ora che il Natale, prima ancora di essere una festa, è una ricerca ostinata di bellezza e di verità, un tentativo di ritrovarsi in uno sguardo verso l’altro, un modo per tornare al punto in cui tutto è nuovo e possibile.  Sì, lo scriverò: lo scriverò perché è già qui, perché è già accaduto, perché il racconto nasce proprio adesso, in quest’aula fredda e in una scuola occupata, dove un bambino che porta dentro di sé tutti i natali del mondo mi guarda in attesa e mi concede la possibilità di trasformare questa attesa in parole. Il Natale, comprendo qui e ora, non è un luogo, né una data: il Natale è un bambino da proteggere e che salva, da aiutare e che cura, da sfamare e che nutre, da educare e che insegna.   Il Natale è bambino. E allora sì: il racconto sta arrivando. Finalmente. Marcello Bramati *Marcello Bramati ha pubblicato, tra l’altro, “Leggere per piacere” (Sperling & Kupfer, 2017) e “L’ultimo miglio. Motivi e modi per accogliere i cantautori nella letteratura e in classe” (Mimesis, 2024). Insegna, ha due lauree.  **In copertina e nel testo: opere di Mervyn Peake (1911-1968) L'articolo Classe II E. Un racconto di Natale (con Capote, Scrooge e De Gregori) proviene da Pangea.
December 23, 2025 / Pangea
Toby Dammit Rewind. Un racconto di Massimo Triolo, “Caleidoscopio-Poe”
Era una notte d’autunno ferma come pietra, in cui il cielo, soffocato da nembi plumbei, sembrava non respirare più. In quei decadenti quartieri, l’aria – sottile e mefitica – si insinuava nei polmoni come un siero etereo e maligno, ma Toby Dammit pareva insensibile a ogni influsso del mondo materiale. L’universo intero era per lui divenuto un teatro desolato, illuminato appena dal chiarore esitante d’una luna che mai trovava riflesso nel mare tempestoso e caotico della sua mente. Camminava a passi pesanti e incerti, tanto lungo la strada che conduceva alla taverna quanto nei meandri oscuri del suo pensiero. Pareva immerso in un abisso senza eco, dove le ombre – ora beffarde e malevole, ora supplichevoli – s’intrecciavano con ciò che ancora rimaneva della realtà. I suoi occhi non erano più strumenti di visione: erano vetrine velate, cieche, come quelle d’un emporio abbandonato, svuotato da tempo d’ogni cosa da offrire, d’ogni vita, d’ogni luce. Un battito cupo, sommerso, pulsava nei recessi più profondi del suo cranio: un suono indistinto, simile al rantolo d’una morte mai compiuta, o d’una fiamma che consuma senza spegnersi. Poi, come accade nei sogni più infausti, anche quel battito cessò. Nei suoi sogni – che non erano sogni ma presagi – tornava sempre lei: la sua Morella. Ma era una presenza umbratile e di sortilegio. Una figura di velo e silenzio, eternamente sospesa in quegli antri interiori che solo il delirio riesce a popolare. Non parlava mai: lo guardava con occhi di vetro e tenebra, come un’onda staccatasi da un mare antico e senza rive. Sembrava scolpita nel gesso, una statua fissata per sempre nell’atto d’ammonire. Ma le sue parole – o quel che di esse Toby immaginava – risonavano senza tregua nella sua mente franta: “Tu mi hai violata, e ora è un plutonico vincolo che ci unisce… Per l’eternità.” Ogni passo nel regno del sogno lo conduceva più vicino a lei, e più lontano da se stesso. La sua mente era uno specchio ridotto in schegge, e in ogni frammento si specchiava la sua perdizione. Se Morella fosse stata solo una visione onirica dissolta all’alba, l’avrebbe forse benedetta. Ma ella era un emblema, un delirio, un simbolo della febbre perpetua dell’anima. Un tormento reso carne solo per strappargliela. La malattia che la consumava anche lui. E nei sogni la sua presenza era ancora più tormentosa, come se fosse messaggera di una colpa che lui non poteva risarcire. La vita di Toby, in quel tempo, si era tramutata in una sequenza di frammenti d’inferno, un dedalo intricato di presenze spettrali che si moltiplicavano e confondevano fino a dissolversi in un aggregato informe, al di là di qualsiasi cognizione sensoriale. Era un delirio costante, slogata dal solco di ciò che è reale e tangibile, e proiettata in incubi di forme vaghe e torturartici della sua anima. Non vi era più un ordine, né un principio che potesse guidarlo attraverso il mondo dei vivi; tutto ciò che lo circondava era ormai piegato e stravolto dalla sua mente, scivolando incessantemente tra la sostanza e l’irreale. La realtà – quel qualcosa che prima gli sembrava tangibile e immutabile – ora gli appariva come una distorsione maligna, un’eco vuota che si perdeva nell’abissale spessore dei suoi sogni febbrili e deliranti, e mentre l’immaginazione s’impossessava di lui, il confine tra ciò che era e ciò che non lo era si annullava, svaniva, lasciando dietro di sé un unico, indefinibile spirito di disfacimento. In questo magma di visioni oniriche e tormenti, un’altra figura tornava a ripresentarsi con una presenza quasi sacra, ma al contempo impossibile da concepire senza disperazione. Ella era Berenice, eppure non lo era, e Toby, tormentato dal contrasto tra la sua mente che definiva, la carne percepita, e l’anima ardentemente bramata, non era pari al dare a questa apparizione né nome né forma, se non come un’epifania di un mondo in cui le leggi dell’umano non avevano più alcun statuto. Non era corpo, né spirito, ma una cosa sola, eppure l’uno e l’altro in un abbraccio mostruoso. Berenice – no, non Berenice, ma piuttosto l’idea di Berenice – si rivelava in Toby come la quintessenza del desiderio e della distruzione, un’immagine forgiata dall’assenza, dall’impossibile. I suoi denti – quegli incredibili, perfetti, insostenibilmente bianchi denti – risplendevano in lui come simbolo di una purezza assoluta e irraggiungibile, come frammenti di un potere divino che, invece di elevare, annientava. Ogni scintillio di essi nella sua mente era una visione abbacinante che lo condannava a un’agonia, ne era certo, non avrebbe mai avuto fine. Non erano denti, ma strumenti erinnici… O sigilli. Sigilli che lo legavano a un desiderio oscuro e carnale, ad una fame che non avrebbe mai potuto essere saziata, un appetito che bruciava d’assenza e tormento. In uno dei suoi più recenti incubi, incubi che non erano più sogno ma continua reiterazione di visioni infernali, Toby trovava il corpo di Morella, disteso nel suo sepolcro, e senza pensare, senza fermarsi, mosso da un impulso che non avrebbe potuto spiegare nemmeno se lo avesse voluto, si avventava sulla sua tomba, riesumandola, liberandola da quella fredda prigione. Ma ciò che il suo corpo toccava non era più Morella, era Berenice. Berenice. L’ossessione si compiva. La figura che giaceva davanti a lui era l’esatto contrario di quello che il nome evocava: era la carne di una donna morta, eppure viva di un’altra forma di vita, quella che si alimentava non di sangue, ma di desiderio inestinguibile.Toby non toccava più la morte di Morella, ma la morte di Berenice, che pure non era mai stata viva, se non nell’abisso della sua fantasia più contorta. Nell’allucinato stato di quell’ultima notte, poi, aveva rivisto sua madre nel letto di morte ed aveva avuto una timida erezione. In quell’istante di suprema decadenza, un fremito lo attraversava: non d’affetto, non di pietà, ma d’un impulso mostruoso, silenzioso, indegno. Ed è in quell’abisso che le figure di Berenice e della madre si erano confuse e fuse, divenendo una sola cosa. Toby avvertiva l’indicibile, il vergognoso, l’orrido: il desiderio di ciò che lo aveva generato. Lì, in quell’attimo, il male, il desiderio, il peccato e l’ossessione si erano fatte una sola cosa, e Toby non aveva più visto né la madre né l’amata, ma solo l’orrore ineffabile di aver amato ciò che lo aveva partorito, ciò che avrebbe dovuto elevarlo e invece lo faceva assoggettato a un desiderio oscuro e nefando, profanatore. In quell’orrore il demone della perversità, gli faceva bramare un passo oltre verso il precipizio, verso la rovina di sé. * Nella taverna, luogo malfamato e di perdizione, l’aria greve di fumo recava risa sguaiate e chiacchiere rumorose e moleste. Toby si sedette davanti a un bicchiere di vino che sembrava l’unico filo di salvezza rimasto tra lui e la follia. Lì, nella penombra di quello scantinato pieno di avvinazzati, la Berenice del suo delirio gli si avvicinò, ma non per parlare. Gli si fece più vicina, come se ogni passo che compiva in direzione di lui fosse un passo verso la sua fine. E quando il volto di Berenice si avvicinò al suo, i suoi occhi divennero fiaccole sataniche, la bocca si spalancò e Toby vide i denti uscirne come artigli affilati: “Mi desideri? Mi desideri ancora?”. Toby ebbe un singulto e sgranando gli occhi tornò alla realtà con lo sguardo fisso su un avventore che lo squadrava incuriosito dalla scena. Il silenzio fu rotto dalle squille bronzine della Chiesa di Saint Sebastian: due rintocchi simili a scossoni nel suo corpo stravolto. Un gatto gli si strusciò alle caviglie. Era nero come un monito e aveva occhi di giada che lo guardavano grandi e profondi. Lo prese per la collottola e se lo pose in grembo per carezzarlo, ma il gatto lo graffiò con l’impeto dinamico di due artigliate profonde su una mano. Non vedeva più dall’ira e lo scagliò lontano da sé. Quello urtò il fianco contro una colonna di legno e si allontanò con incedere malfermo. Toby bevve ancora e ancora e poi uscì in strada in preda ai fumi dell’alcol. I suoi passi risuonavano in modo tetro per le viuzze del borgo. Era quasi giunto a casa ma vide un vecchio cencioso e sporco, dal volto butterato e lo sguardo dilavato, che girava un angolo verso di lui. Non vi badò e il vecchio lo superò proseguendo d’opposta banda alle spalle di Toby. Ma l’orrido più ripugnante si presentò nelle sembianze di un secondo vecchio, identico al primo, che voltò lo stesso angolo incedendo a sua volta in sua direzione. La scena si ripeté talché poté contare sette vecchi identici. Sentiva di perdere la ragione e corse forsennatamente verso casa lasciandosi alle spalle quella vista insostenibile. Giunto davanti al portone fece per cercare le chiavi ma non le trovò. Si vuotò le tasche, frugò la giacca: niente. Dovevano essergli cadute o alla taverna o durante la corsa. Il campanile batté tre rintocchi. Un gatto, anche questo nero, gli si strusciò alle caviglie. La sua corporatura corrispondeva a quella del gatto della taverna, anzi avrebbe potuto essere lo stesso, senonché aveva un’orbita vuota come un cratere nero e un solo occhio azzurro come ghiaccio in una notte di luna. Ne rimase inorridito. Tornò sui suoi passi. In quell’istante comparve in sembianze umane una creatura di cui percepì malvagità estranea a questo mondo, come un gelido refolo da lui a sé. La figura, allampanata in abito scuro elegante si tolse la mantella dello stesso colore ma con una federa cremisi che guizzò nella luce dei lampioni. Fece un inchino e si presentò. Disse di essere un creditore d’anime. Un gentiluomo vecchia maniera che stringeva patti che nessuno dotato di ragione non avrebbe potuto credere allettanti. Un commerciante, a suo modo, solo che vendeva sogni rendendoli realtà. Era come se lo conoscesse ma lo vedesse per la prima volta. Un sogno ormai passato bussò alle porte della sua mente ma lo ricacciò via! Del resto la sua ragione era sfibrata, allo stremo, febbricitante e caotica da tempo, e confondeva i sogni con la realtà, anche per la sua grave dipendenza dall’alcol. “Hai dimenticato queste”, disse l’uomo che gli si stagliava davanti come un basilisco e fece tintinnare appese a due dita le chiavi di casa di Toby. Poi aggiunse: “Hai un desiderio? Com’è vero che sei di carne e ossa, io lo esaudirò.” Lo fissava con occhi di brace carichi di una inquieta attesa. “Se quanto dici è vero. Riporta a me la mia amata Morella. “Sei sicuro di quanto hai chiesto?” “Sì” disse in modo sicuro e stentoreo. “È già qui. Voltati.” Morella era alle sue spalle, alta e bella, la pelle di cera e gli occhi intensi che lo guardavano con un amore velato di angoscia. Non parlava. Restava muta e lo fissava. Inclinò il viso un po’ di lato e versò lacrime arricciando la bocca come se fosse sofferente di una sofferenza innominabile. Poi disse: “Mi sono svegliata e non c’eri. Ti ho cercato… Perché l’hai fatto?” La sua voce era come ovatta intrisa di un liquido. “Morella mia, di che parli?” Le si avvicinò ma lei indietreggiava. Il commerciante d’anime si trasse di tasca un foglio e lo lasciò cadere a terra. Toby guardò sul marciapiede e vide che era un foglio piegato, simile a un sottile cencio di carta lisa. “Raccogli quel foglio. Leggilo, mio amato, creatura infelice,” disse Morella in un sussurro gorgogliante.” L’uomo nerovestito aveva un ghigno feroce stampato in faccia: “Diciamo che quella è una copia del predente accordo. Leggi, leggi pure miserando!” Lui corse con gli occhi sulle righe e capì. Le righe parevano vergate con grafia elegante nel sangue ormai secco e brunito: Bene. Il patto è compiuto. Hai promesso: dovrai restare nella tua dimora con Morella almeno fino al terzo rintocco di questa notte e poi sarete sempre insieme, felici, la sua malattia regredirà e avrete un futuro assieme. Facile, no? Ma, bada bene, se non rispetterai il patto i tuoi incubi peggiori si faranno carne nella tua amata Morella, col suggello del destino della Berenice che sempre sogni. E tu sai cosa hai fatto e continuerai a fare a Berenice. La tua anima sarà dannata nella colpa. Per sempre. Il viso di Morella si fece una smorfia di terrore e pena, spalancò la bocca e un rivo denso e rubino le scese le labbra: non aveva un solo dente. Il misterioso commerciante d’anime aprì la mano destra e ne rovesciò il contenuto sul piancito: ne cadde uno spicinio di denti macchiati di sangue. “Ma… Ma Berenice mi appariva solo in sogno! Non è reale, io non ho colpa, non l’ho fatto davvero!” “Hai la tua Berenice nel corpo di Morella. Prenditela e affoga nella colpa! L’hai sempre desiderata, in fondo. O no?” Improvvisamente ricordò tutto. Si era svegliato nel letto accanto a Morella come con la vivida traccia mnemonica di quello che credeva esser stato un incubo.  Era davvero sicuro di aver sognato tutto? Ma non importava più: sogno o realtà, tutto si compenetrava sinistramente, come in una farragine di attimi indistinguibili. Sul tavolo di cucina un foglio in evidenza campeggiava come un’azzurra, viva bestiola alla luce lunare filtrante dalla finestra. Un richiamo tenace come una voce da un lembo d’Aldilà lo spingeva verso il foglio, come se fosse un oggetto sacro e importante. Vi era posto sopra un calamaio come per metterlo in evidenza.  Il richiamo dell’alcol però l’aveva subito rapito e distratto torcendogli le budella, e si era recato come ogni sera alla taverna per lenire il suo tormento nell’alcol. Morella dormiva, serena, con volto bambino, per la prima dopo tante notti di agonia. Le aveva baciato candidamente la fronte che per una volta non scottava. Felice se n’era compiaciuto ed era andato dietro alle lusinghe dell’alcol. Come ogni sera. Un rintocco dal campanile della piazza era risuonato cupo nell’etere. Non è la vita tutta un sogno dentro al sogno? Massimo Triolo *In copertina: poster di “Toby Dammit”, episodio filmato da Federico Fellini da “Tre passi nel delirio” (1968), tratto dall’opera di Edgar Allan Poe L'articolo Toby Dammit Rewind. Un racconto di Massimo Triolo, “Caleidoscopio-Poe” proviene da Pangea.
September 8, 2025 / Pangea