I
Da qualche tempo la notte porta con sé questo velo umido che mi incastra al
lenzuolo, mi fa sentire malato, madido di colpa. È settembre, ma tutto questo
non può essere normale. C’è da dire che ieri sera ci ho messo del mio: la stanza
gira, il fiato sa ancora di alcol, sono le undici di mattina e nessuno mi ha
cercato. Mi affaccio alla finestra e la Polo è ancora lì. È storta sul
marciapiede, con la targa anteriore appoggiata a un paletto di metallo.
Arrivo in bagno che sono già nudo, mi stendo nella vasca e faccio scendere
l’acqua, caldissima. Da quando ho avuto l’incidente ho preso una quindicina di
chili: il mio corpo mi piace talmente poco che anche quando faccio la vasca tiro
indentro la pancia, perché non riesco a sopportarmi. Per il grasso sui fianchi
c’è poco da fare: Dio non ci ha dato muscoli da flettere in quella zona.
Mi sto asciugando i capelli quando vedo il telefono vibrare. È Filippo. È il
proprietario della Polo, abita a due vie di distanza, e ieri sera era ancora più
ubriaco di me, al punto da avermi fatto guidare, in un impeto di razionalità. È
il mio migliore amico.
«Sergio, la macchina è ancora lì?»
«Sì coglione, se ti muovi fai ancora in tempo a spostarla prima che ti fanno la
multa»
«Arrivo».
Filippo fa la guardia giurata non armata. In sostanza, si tratta di prendere il
lavoro più sfigato possibile e rimuovere anche l’unico elemento di interesse, la
pistola. Una sorta di castrazione preventiva, che nel caso di Filippo non mi
sento di sconfessare totalmente. Si presenta trafelato sotto casa mia con
pantaloni bianchi gessati, una camicia simil-hawaiana, occhiali tondi modello
Antonio Gramsci.
Tira fuori le chiavi e saliamo sulla Polo. È già quasi mezzogiorno e nessuno dei
due ha ancora fatto colazione; gli propongo di andare all’all you can eat, a
celebrare l’ennesima festa triste delle nostre vite disgustosamente marginali.
Mi fa male l’anca e mi aggiusto sul sedile. Due anni fa un pazzo mi ha tirato
sotto con un Classe G, mi ha trascinato per mezzo chilometro, poi mi ha lasciato
per strada credendo che stessi per morire. Gli abbiamo fatto il culo e mi ha
dovuto dare centoventimila euro di risarcimento, per il danno biologico e
l’invalidità parziale che mi ha cagionato. Da allora ho tutto il tempo del mondo
per autodistruggermi.
Il ristorante è vuoto e ci sistemiamo nel solito separé dagli arredi
finto-giapponesi. «Prendiamo due Asahi da 66 e due bocce di sakè caldo». Appena
arriva il sakè, Filippo butta giù d’un sorso il primo bicchierino ed emette un
suono di soddisfazione, simile all’onomatopea di uno sparo per come potrebbe
pensarla un bambino di otto anni.
L’euforia dura poco. Dopo pochi minuti, Filippo comincia a lamentarsi di come
abbia mandato gli ultimi pezzi che ha scritto a una piccola etichetta
indipendente, che non gli ha mai risposto, dopo aver manifestato un tiepido
interesse iniziale. Anche io per alcuni anni ho tentato di fare il cantante.
«È come se queste persone non si rendessero conto che giocano con la vita delle
persone», lo aizzo col nigiri in bocca.
«Io, Sergio, sono stanco di inseguire questi pezzi di merda, però se faccio solo
la guardia mi ammazzo».
Mi limito a pensare che la tentazione di ammazzarmi ce l’ho anche senza fare la
guardia, per giunta senza pistola, e intanto inzuppo troppo a lungo la palletta
di riso nella salsa di soia.
La cameriera romena in livrea asiatica continua a portare sakè incalzata da
Filippo. Non è neanche l’una e siamo entrambi già piuttosto alticci, in quello
stato di ubriachezza prandiale a metà tra il sonno, l’euforia e il volo planato,
così diverso dalle sbronze serali. Filippo beve più di me e ordina una ferale
grappa alla rosa. Io gioco con le afte che ho in bocca e, dopo i sudori
notturni, scorgo in esse un altro motivo per temere di aver contratto l’HIV. Che
poi nessuno lo chiama così: c’ho l’AIDS, ad andà con lei ci pigli l’AIDS, un
c’avrai mica l’AIDS.
Filippo è lì che continua a parlare dell’etichetta, delle registrazioni in
analogico, delle nostre ridicole, velleitarie, comprensibilissime frustrazioni,
ma io me lo sento, stavolta c’ho l’AIDS. L’ho presa a giugno con l’amica di
Ester. Tutto il litio di questo mondo non può stabilizzarmi al punto da ignorare
questa verità fondamentale.
«Pippo ascolta, secondo te c’ho l’AIDS?».
*
II
Ci alziamo e paghiamo. Io erodendo ancora le mie finanze di invalido, lui il suo
ridicolo stipendio, che rende di fatto obbligatorie innumerevoli ore di
straordinario. Filippo barcolla e si sbottona la camicia floreale, scoprendo la
pancia; poi si lascia scappare che in teoria dovrebbe essere a casa, in
malattia. Mi scappa un sorriso – non sono ancora l’ultimo della classe.
Usciamo dal ristorante e il caldo dei primi giorni di settembre ci investe, dopo
l’aria condizionata del locale. Le strade sono vuote, si schiva qualche padrone
col cane, un avvocato in pausa pranzo grondante nel completo scuro. Io e Filippo
sembriamo due personaggi di un film che probabilmente esiste solo nelle nostre
teste, e che per le altre persone è una realtà fatta di aggettivi e sostantivi
che non siamo sicuri di voler conoscere. Quando eravamo ragazzi questa
sensazione di separazione dagli altri ci creava una strana esaltazione, come
appunto essere a parte di una storia non condivisa, solo nostra. Poi, a furia di
non condividere, siamo finiti ad essere diversi per davvero, e in momenti come
questo ne sentiamo di colpo tutto il peso.
Andiamo a prendere il caffè al circolo ARCI Piero Pieri, ma finiamo per bere
ancora. Nel cuore dei quartieri industriali, ci sistemiamo in un
piccolo dehors incastonato tra i muri alti e scrostati, con le sedie bianche di
plastica e i tavolini della Sammontana. C’è un vecchio secco con la camicia a
quadri che fuma. Davanti a lui, un tizio poco più giovane, alle ultime fatiche
prima della pensione. La sua polo blu di una ditta idraulica è chiazzata di
sudore.
I due parlano del ragazzo ucciso pochi giorni prima. Fuori dal circolo uno
striscione ricorda Jonathan, con la data della sua morte e la promessa di
giustizia ad ogni costo. Ad un certo punto non resisto dall’intervenire,
scagliandomi anche io contro la piaga degli sputapalline tunisini che hanno
rovinato la nostra bella città. Subumani, prodotto deteriore della cultura
islamica e rappresentazione plastica della sua radicale incompatibilità con i
nostri valori. «Questi non hanno voglia di lavorare», fa l’idraulico, e io e
Pippo assentiamo con slancio, finendo le nostre grappe.
Mi sento un po’ stupido perché la verità è che io non odio nessuno. Mi piace far
arrabbiare le persone, ma quando quelle stesse cose che normalmente mi procurano
l’indignazione altrui vengono accolte apertamente, scopro che dirle non mi dà in
alcun modo la stessa soddisfazione. Io, sembrerà una cosa un po’ da frocio, non
sono mai riuscito a odiare davvero nessuno se non me stesso. Non so perché, sarà
l’educazione cattolica; più probabilmente, perché penso di essere talmente
incredibilmente in gamba che ogni cosa brutta che mi succede devo averla in
fondo causata io, com’è come non è.
Ad alzarmi dalla sedia di plastica per andare a pagare sento che sono davvero
ubriaco. Filippo strascica le parole, e ciondola appoggiandosi al tavolino dei
vecchi. Io raggiungo il bancone di metallo e allungo venti euro di carta alla
barista. Intuisco la forma delle mutande dentro i leggings neri, il tatuaggio
per la nipote con la data di nascita che spunta sul braccio sinistro. Sfodero il
mio miglior sorriso ma è evidente che la donna non vede l’ora che andiamo via.
C’è qualcosa nel modo in cui la guardiamo che odora di voglia e di bisogno.
«Andiamo da Ester» propongo a Filippo. Ester ha ventun anni, lavora al
ristorante del mercato che ha la cucina sempre aperta ed è pieno di turisti che
vogliono pranzare alle undici e cenare alle cinque. È molto bella. I padroni del
ristorante la tengono praticamente solo per farle i reel mentre serve i clienti.
Lei è nera di quel tipo rassicurante, caffellatte, con gli occhi materni.
Proietta indubbiamente un’immagine di inclusività su tutto il locale, che dico,
su tutto il mercato, su tutta la città. Che ci sia una Ester ad ogni incrocio,
una Ester ogni venti cameriere, perdio! Io e Filippo l’abbiamo conosciuta una
sera che smontava e ci abbiamo fatto nottata a bere. Lei preferisce Filippo, ma
io mi contento della sua amicizia, e che la gente creda che stiamo insieme
quando la accompagno a casa dopo il lavoro.
Quando usciamo dal circolo ARCI la canicola è allucinante. È ormai metà
pomeriggio, siamo completamente ubriachi, la calura sembra promanare
dall’asfalto insieme alle blatte. L’erba che sbuca tra i marciapiedi e nelle
squallide aree di vegetazione urbana è completamente secca. Su tutto il
quartiere aleggia un odore di piscio e come una stretta soffocante alla gola, di
fumo e cloro.
La Polo grigia è poco lontana: l’orgoglio di Pippo, frutto dei suoi
straordinari.
Il tragitto dal circolo al mercato è breve, pochi minuti in auto. Faccio appena
in tempo a salire dal lato del passeggero che Filippo parte, senza neanche che
io abbia finito di chiudere la portiera. Anche se abbiamo trent’anni siamo
esaltati, sembriamo degli adolescenti. «C’è voluto dell’impegno ad invecchiare
senza diventare adulti, Pippo». Nel mentre armeggio col bluetooth della macchina
e faccio partire Battiato. Ma il siciliano ci rompe presto i coglioni, e lo
facciamo ritornare nel suo paradiso sufi del cazzo. A quel punto Filippo
comincia a pensare alla sua ex e piazza Superclassico di Ernia, mentre guida in
maniera indicibile ormai prossimo alle lacrime.
Davanti all’ospedale ci incolonniamo nella lunga fila per girare a destra e
avvicinarci al centro. Levo a Filippo il telefono dalle mani e faccio per
mettere un pezzo dei Morphine. Filippo però lotta e con la mano destra tenta di
riprendere il telefono per impedirmi di cambiare canzone, mentre con la sinistra
tiene la mano sul volante, pronto a scattare alla luce verde del semaforo.
«È verde!»
*
III
«Non accettate pagamenti con la carta?»
L’accento partenopeo del pizzaiolo è irresistibile. Conscio di trovarmi in una
situazione stereotipica, me ne beo e, trascinando fuori la mia quattro formaggi
con salsiccia, esco in cerca di contante.
«Pippo, hai dieci euro di carta?»
Filippo mi guarda con aria allucinata mentre, appoggiato a uno dei tavolini
esterni della pizzeria, solleva gli occhi dalla constatazione amichevole che sta
compilando.
Al semaforo ci è un po’ sfuggita la frizione e abbiamo preso in pieno la moto
davanti. Ne è sceso un calabrese pelato, pieno di tatuaggi, anche in volto; la
persona più genuinamente gradevole di questo mondo, al contrario della compagna,
che ha invece finto complicazioni mediche di ogni sorta. Entrambi hanno però
fortunatamente accettato di non richiamare l’attenzione delle forze
dell’ordine.
«Grazie Rosario, grazie di cuore», faccio al pelato. Rosario mi dà di gomito e,
preso il contatto di Filippo e calmata la falsa invalida, sfreccia via.
«Ne vuoi un po’?»
A Filippo gira palesemente il cazzo, ma una fetta di pizza la prende lo stesso.
Mangiamo in silenzio la quattro formaggi nei tavolini che danno sul viale
dell’ospedale, coi fumi delle auto e il caldo a incollarci la pelle. Ormai è
quasi sera, e anche se non sembra è quasi autunno.
Una notifica sul telefono mi ricorda della partita. È quel prete, don Enrique.
Argentino, non trova niente di meglio da fare che cercare di evangelizzare alla
vecchia maniera: con il calcio. Rimesso in piedi Filippo facciamo un rapido
salto a casa a cambiarci e infilarci gli scarpini. Mi porta Filippo, mi aspetta
giù, poi faccio lo stesso sotto casa sua, e andiamo al campo. Ci viene da
vomitare, ma il dovere è dovere.
Qui però non ci sono oratori, e non ci sono bambini. Ci sono trentenni persi
come me e Filippo, c’è un poliziotto con il figlio che non vede mai, c’è una
nutrita schiera di peruviani che parlano solo in spagnolo e solo fra loro. Un
cinquantenne palesemente destrorso fa da coach. A volte si presenta con una
maglia con scritto “Dio, patria, famiglia”, attirandosi sguardi a metà tra
l’astioso e l’incuriosito. Di fronte a queste attenzioni, noi a volte ci
vergogniamo della natura così palesemente confessionale della nostra compagine.
Gli avversari sono, come sempre, molto più agguerriti. Hanno i tatuaggi con le
carpe giapponesi o con le clessidre, le maglie attillate. Quasi tutti hanno
corpi scolpiti, quelli sovrappeso rimediano con più tatuaggi, tagli di capelli
improbabili, scarpe verdi fluo.
Mentre facciamo i giri di campo di riscaldamento, il tramonto trafigge il cielo
di un ricordo, una promessa di semplicità andata perduta. La città sembra quasi
bella nella gloria del calasole, e i prati incolti accanto al terreno da gioco
si riempiono della prima umidità di settembre. Ancora quindici anni fa, questi
erano i giorni prima che tutto ricominciasse; ora, tutto è già finito. Quello
che sto vivendo, mi dico, è un capitolo aggiuntivo e non necessario; i
personaggi principali della mia vita hanno completato il loro arco narrativo, o
se ne sono andati. Restano da sbrigare alcune questioni minori, ma il grosso è
fatto, la Messa è finita, e sarebbe forse dignitoso andarsene, piuttosto che
rimanere a pregare davanti a un altare spoglio.
La partita è un incubo. Ho come dirimpettaio sulla fascia un ragazzino di
vent’anni, che sembra aver capito perfettamente con chi ha a che fare, e mi
aggredisce con ferocia ogni volta che ricevo palla. Il più delle volte perdo il
possesso, e sono costretto a fingere di inseguirlo mentre si invola verso la
nostra area.
Dopo una ventina di minuti ne ho abbastanza e chiedo il cambio. Le gambe mi
tremano, le tempie pulsano della disidratazione di tutta una giornata. Mi butto
contro la rete di recinzione e mi metto a guardare il cellulare,
disinteressandomi della partita e della prestazione di Filippo, che pure non sta
sfigurando nonostante gli eccessi. L’anca sinistra mi fa male; il ginocchio
sbucciato e pieno di sangue rosso vivo mi ricorda della mia paventata
sieropositività. Guardo su internet gli orari del centro prelievi, e decido di
andare domani, appena sveglio: non posso più rimandare, devo sapere.
Fatta la doccia, chi può rimane per il classico panino dopo la partita. Andiamo
sempre al solito punto ristoro adiacente al campo, ricavato in una specie di
prefabbricato con davanti cinque o sei tavoli di legno. Nonostante faccia fresco
e sia ormai buio, ci sediamo tutti fuori: i peruviani tra loro, io e Filippo
vicino al coach, don Enrique di fronte. È passato a trovarlo un altro prete. Ha
l’abito talare bianco, con la fascia nera; parla con un fortissimo accento
francese.
«In Gabon va molto bene», dice entusiasta il prete. «Abbiamo tanti bambini per
la scuola e anche qualche vocazioni. La cosa peggiore sono le zanzare, che non
si riesce a dormire e bisogna stare attenti alla malaria». Poi si mette a
raccontare a don Enrique di come sopravvivono quando nel villaggio va via la
luce, a volte anche per giorni. È l’ultima sera in Europa per don Rémy. Domani
mattina, dice, probabilmente nei minuti in cui io sarò in coda all’ospedale,
prenderà l’aereo e tornerà in Africa. Ammetto di non aver mai visto un uomo così
genuinamente felice in tutta la mia vita.
Io sono mai stato felice? Me lo chiedo mentre Filippo mi riporta a casa e vedo
scorrere nella notte le strade che dalla periferia portano al centro, con i
soliti oleandri seccati, i soliti semafori, i soliti oceani di silenzio. Anche
il passato mitico che vagheggio non era altro che una sorta di feroce lotta per
la vita, in cui avevo momentaneamente pescato delle buone carte. Ho cercato con
tutto me stesso di rimanere aggrappato ai miei desideri, ai miei affetti, a
tutte quelle cose create che potessero farmi sentire vincente, amato, riempito.
Mi sembra però che il destino dell’uomo sia perdere, perdere tutte le cose prima
o dopo, fino a rimanere completamente nudo, completamente solo.
Credo anche che l’infelicità derivi in qualche modo dall’opporsi disperato che
ognuno di noi fa a questa continua, inoppugnabile perdita. Per un po’ di anni il
saldo è in credito o in pari, e si ha l’illusione che il gioco valga la pena.
Poi arriva una perdita diversa dalle altre, che strappa il velo ai giorni, che
non può e non vuole essere compensata, che urla nelle notti fino a scorticarle,
fino a far intravedere il non senso. A quel punto l’unica soluzione è lasciare
la presa.
Don Rémy, però, il prete francese che domani torna in Africa, ha trovato il modo
di fottere tutti e suicidarsi restando vivo. Cos’è il suicidio se non perdere,
dopo tutto il resto, anche se stessi? Vivere degnamente vuol dire non lasciare
impronte sulla terra. Lo si può fare perché si resta appesi per il collo, o
perché si è imparato a viaggiare molto leggeri.
Abbraccio Filippo e gli auguro la buona notte, poi chiudo lo sportello della
Polo. Dalla strada vuota arriva un soffio di umidità e un lontano odore di
pizzeria; penso a domani mattina. Ho un po’ meno paura.
Eugenio Sournia
*Eugenio Sournia vive, scrive, lavora a Livorno. È stato il leader dei Siberia,
con cui ha pubblicato tre dischi. Nel 2023 ha pubblicato l’EP “Eugenio Sournia”,
con cui ha vinto il Premio Ciampi. Lo ascoltate, in parte, qui.
In copertina e nel testo: fotografie di Walker Evans (1903-1075)
L'articolo Restare vivi. Un racconto di Eugenio Sournia proviene da Pangea.
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Lilith, Lina, Alina – torna qui – dove sei? Torna tra noi. È Lilith, la piccola
Lilith, ma è Alina, inseguita da un lupo, o da un branco, la donna dei lupi,
sente la loro fame, i denti, il tuonare del petto, il tremito delle gambe, la
sua corsa è senza tempo, senza limiti, forse li ha seminati, ma li sente
comunque alle calcagna nella foresta fittissima, in cui inciampa e si rialza,
inciampa e si rialza.
Alina corre controvento, si stanca, ma non riesce a smettere di correre. Non è
in strada, è in un bosco illuminato obliquamente dalla luce di un sole pallido.
L’odore delle primule è tanto forte quanto l’umidità. Quando ha iniziato a
correre era inseguita da un lupo, gli è sfuggita, ne sono arrivati altri, è
riuscita a fuggire, ma non ha smesso di correre. Sa che presto il bosco
s’interromperà, vede una fascia più ampia di luce, diventa sempre più ampia,
sempre di più. Alina si ferma, qui la terra è piana, non ci sono piante o
sterpi, comincia una montagna che non può scalare. Dall’alto del monte il
fischio del vento si sparge infilandosi nella sua pelle. Le sembra che il vento
stesso sia un’entità. Una forza che non controlla, che non riconosce umana.
Questa forza di vento le avvolge il viso, scarmigliandole i capelli, si posa
sulle sue spalle. Lei si volta con il cuore che batte forte, si volta per
afferrarla. Vede l’incarnato di una donna anziana, non anziana, antica, un volto
che viene dal tramestio dei secoli, e un corpo bianco evanescente.
Devi salire, dice l’entità.
Non posso, dice Alina.
Devi, ti stanno aspettando.
Dove? E chi?
Gli altri.
Gli altri cosa?
Tutti gli altri ti aspettano là sopra, dove non avrai il fardello.
Quale?
Questa tuta che ora indossi.
Non indosso una tuta.
La indossi.
Mi prenderà il lupo.
Non ti prenderà.
Perché no? Voleva sbranarmi.
L’hai superato. Sopra ti aspettano altre prove.
Quali?
I rapaci.
Non voglio correre questo pericolo.
Lo correrai, non sarà un pericolo, sarà un superamento.
Comincia la scalata con le gambe, le membra pesanti, una fame d’aria. E, dopo,
terrore. Non può continuare. È bloccata. Viene l’allocco e le becca le
caviglie. Alina si scherma, cade a terra, grida al vento: Perché?
Perché sei sciocca, dice lui con la lingua dell’aria, perché non conosci la
misura, e gli animali lo sentono, perciò ti attaccano.
Per questo m’inseguiva il lupo?
Perché eri giovane e innocente, e non avevi difese, dice l’allocco.
John Collier, Lilith, 1887
Alina torna in piedi a fatica, con il sangue alla caviglia destra. L’allocco
vola via in una nube purpurea, si dissolve sulle prime altezze del monte.
Viene il corvo, le strappa via il giubbotto, le becca la pancia, Alina lo caccia
via, lui le becca le braccia, il petto, il cuore.
Basta, urla lei, Perché anche tu mi fai questo?
Perché sei nera, dice lui, guarda nel fondo della tua anima, quest’antica
mestizia, e chiediti a chi e a cosa serva.
Non serve, ma è ciò che provo, io sento questo, esclusione, incomprensione,
solitudine.
Allora, dice il corvo, Cerca le radici della tua solitudine, trasformale in
potenza. Apri questo cuore sbarrato.
Non posso, m’inseguiranno i lupi, e gli stessi uomini mi hanno lasciato
intendere l’abbandono, nessuno è venuto a riprendermi nella foresta.
Dipende solo da te, di solito basta nascondere, non mostrare le ferite, non
esporre la propria vita sul tavolo operatorio.
Alina si volta, coprendosi il petto, si stringe tra le proprie braccia, il corvo
vola fino al centro della vetta e si dissolve in una nube nera.
Alina avanza ancora tra larici e abeti, l’odore della brina e delle foglie è
forte quanto il vento, il sole entra nelle chiazze di cielo libere dalle nubi.
L’aquila reale spiega le sue ali marroni, grigie e nere, il portamento elegante,
lo sguardo presente, lo sguardo vigile, non fa sconti. Alina è quasi sulla
vetta, l’aquila le becca i capelli, la testa, la fronte, un occhio. Alina è
cieca da un occhio, il sinistro, piange singhiozzando; cade sulle ginocchia,
implora pietà. Non ha altre parole.
La tua superbia, la tua vanità, la tua brama, certo, ti hanno portato in cima,
ma a quale prezzo? La solitudine, la mutilazione, adesso anche di occhio te n’è
rimasto soltanto uno.
Quanto basta affinché io veda il paesaggio e la distanza che mi separa
dall’ultima vetta.
E, una volta raggiunta, sola, abbandonata e storpia, cosa farai? Quale gioia
proverai nel vedere il mondo ai tuoi piedi quando non ti resta più nulla del tuo
corpo e della tua mente?
Resta la mia anima, e non guarderò il mondo, ma il cielo, sarò così vicina al
sole da somigliargli, da farmi tutt’uno con questa luce potente, con il calore
dei raggi.
Sali ancora un po’, c’è ghiaccio e neve, la tua vetta è deserta, il tuo Dio
assente.
L’aquila si vanifica in una nube bianca.
Alina sale ancora, ormai senza l’uso della gamba destra, bucata alle radici, con
il sangue sull’addome, sul petto, un cuore pesante, lacerato, ancora vivo, e
cieca dall’occhio sinistro. Sale carponi, aggrappandosi ai rami, si punge, si
sfregia le braccia, e arriva in cima. La vetta innevata, tutta bianca, un
piccolo santuario del III secolo, scarno, in pietra, aperto nel gelo. Le nubi
spazzate dal vento liberano un cielo chiarissimo, il sole senza confini brucia
gli occhi e la pelle. Alina sente freddo e caldo, i piedi scalzi nella neve, non
li sente più, dagli occhi non vede i contorni ma luce, pura luce senza inizio né
fine. Prima di aprire la porta una vipera la minaccia, le striscia tra i piedi,
sibila e si arrotola alla caviglia sanguinolenta.
Il tuo nome dice che puoi volare, t’invito a strisciare invece, per consolare la
terra, le tue radici.
Mordimi, dice Alina, non è rimasto nulla di me, vivere o morire non fa
differenza.
John Collier, La strega, 1893
Non ti morderò, mi limito a manifestarmi, per mostrarti l’errore della tua
futile scalata, avresti dovuto rivolgerti a me e a me sola. Alina ride, non ha
più nulla da perdere. Non sente più dolore nel corpo, non sente il corpo. La
vipera diventa bianca sull’aspide, come facesse la muta, s’immobilizza, si
pietrifica, resta lì, bloccata accanto a una pietra bianca e non sembra essere
mai stata altro che un segno inciso sulla roccia. Alina apre la porta del
santuario, con il poco di vista che resta, il sole dalle vetrate dai molti
colori, le aulenti primule e un incenso leggero nelle narici, e dopo, nulla. Si
guarda da tutto e da tutti, anche se qui non esiste nessuno. La Bibbia è aperta
sul Salmo 91. Legge:
> Tu che abiti al riparo dell’Altissimo
> e dimori all’ombra dell’Onnipotente,
> dì al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza,
> mio Dio, in cui confido».
> Egli ti libererà dal laccio del cacciatore,
> dalla peste che distrugge.
> Ti coprirà con le sue penne
> sotto le sue ali troverai rifugio.
> La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza;
> non temerai i terrori della notte
> né la freccia che vola di giorno,
> la peste che vaga nelle tenebre,
> lo sterminio che devasta a mezzogiorno.
> Mille cadranno al tuo fianco
> e diecimila alla tua destra;
> ma nulla ti potrà colpire.
> Solo che tu guardi, con i tuoi occhi
> vedrai il castigo degli empi.
> Poiché tuo rifugio è il Signore
> e hai fatto dell’Altissimo la tua dimora,
> non ti potrà colpire la sventura,
> nessun colpo cadrà sulla tua tenda.
> Egli darà ordine ai suoi angeli
> di custodirti in tutti i tuoi passi.
> Sulle loro mani ti porteranno
> perché non inciampi nella pietra il tuo piede.
> Camminerai su aspidi e vipere,
> schiaccerai leoni e draghi.
> Lo salverò, perché a me si è affidato;
> lo esalterò, perché ha conosciuto il mio nome.
> Mi invocherà e gli darò risposta;
> presso di lui sarò nella sventura,
> lo salverò e lo renderò glorioso.
> Lo sazierò di lunghi giorni
> e gli mostrerò la mia salvezza.
Adesso vede senza indugi un coro di anime bianche dalle lunghe vesti salire
dalla cripta, attorniare l’altare, sembrano cantare, anche se non ne comprende
la lingua, è un canto altissimo, di voci innocenti, e le anime non hanno sesso,
i volti ialini, senza segni del tempo, docili e privi di emozioni basse,
l’avvolgono nell’abbraccio celeste, sembra vogliano portarla con sé, ma dopo
averla avvolta, una di queste – dal viso di donna – bianca trasparente, le dice:
Adesso torna giù, e ricomincia daccapo, ma fai in modo che nel ricominciare
qualcosa cambi, e nel piccolo gesto mutato, non dovrai temere la foresta, le
fiere, le ferite. Non sarai loro preda.
Alina non domanda le ragioni, si sente per un istante abbandonata da quella
luce, da quell’abbraccio, ma non può altro che eseguire, la discesa sarà meno
ardua. Esce dal santuario, con i piedi in una neve non più fredda, gli occhi
persi nell’occhio di un sole che non brucia più, ma resta scolpito nella memoria
animica, nella presenza lieta, di un giorno senza fine.
Ilaria Palomba
*In copertina: John Collier, Marian Huxley, 1883
L'articolo “Alina”. Un racconto di Ilaria Palomba proviene da Pangea.
Il Doblò naviga ai sessanta all’ora nella dolce pianura umanizzata, tra gli
sterpi secchi, l’erba gelata, il fumo dei comignoli. Tutto è fermo e grigio, e
l’appressarsi di un’altra notte di coprifuoco è solo il passaggio del turno tra
una stasi innaturale e angosciosa, e una fatta di cupa dolcezza.
Noi siamo azzurri e gialli, io guido mentre Mirko sta seduto dietro accanto al
signor Giacomelli, ancorato con la carrozzina tra i denti del Doblò. I
moschettoni freddi che lo tengono fermo ciottolano alle irregolarità del manto
della statale. Rosanna, la moglie, è accanto a me. Non si cheta un attimo, è
tutta un lamento, quarant’anni di lavoro alla Alvex, i fumi, la pensione che non
basta, come si fa adesso con le scale da salire, la rumena da trovare. Io sono
lì che guido con dolcezza e penso che ognuno ha il suo dolore, tanto vale
accettarlo con dignità e non farne tutto il proprio mondo.
A dir la verità, io ho un po’ fatto del mio dolore tutto il mio mondo. È un
fatto naturale, a cui la società odierna ti spinge: se non puoi essere altro,
sii almeno una vittima. Ho ventinove anni, non ho patologie pregresse, sono
anche noiosamente non povero. Perdio, almeno una bella diagnosi psichiatrica!
Per cui via di paroxetine, di benzo, di derealizzazioni. Non vedo l’ora di
parlartene, appena mi rendo conto che sai di cosa si tratta: ed ecco fatto il
becco all’oca. Sono di nuovo la persona più interessante nella stanza, o almeno
nel Doblò.
Ma la signora Rosanna non ne sa un cazzo, si capisce subito, è nata negli anni
’50 e sa solo di problemi veri, che si misurano in preventivi, in cartelle, in
azotemie. Vuole delle risposte che contengano la stessa dose di realtà delle sue
scarpe Mephisto con gli strass; o forse siamo più simili del previsto, e vuole
anche lei solo un pubblico.
Freno bruscamente per decelerare ai 30 all’ora richiesti dall’autovelox.
Giacomelli si lamenta con un grugnito sordo. È piccolo, piccolo; ha i capelli
ancora folti e tinti comicamente di marrone mogano, l’espressione assente dietro
la mascherina. Siamo abituati coi disabili e mi sorprendo a riscoprire che ha
facoltà di parola. «E tutto questo per morire» si sente arrivare dall’ometto in
carrozzina. Mirko si affretta a correggere il tiro: «Suvvia Sirio, vedrà che non
è niente, non si agiti, se fa così poi sta solo peggio». Poi passa dal lei al
tu, come si fa coi bambini e, appunto, coi disabili: «Dai Sirio, vedrai che
passiamo un bel Natale tutti insieme, c’è anche la festa della Misericordia».
Giacomelli rientra nel suo silenzio e io invidio l’ostentato ottimismo del mio
collega. Ho sempre saputo mentire, ma mai a fin di bene.
Il paesaggio comincia a cambiare, e si tramuta velocemente in una squallida
periferia industriale. Individuo il vialone corretto tra altri uguali, e
imboccatolo parcheggio davanti alla gigantesca struttura medica, da cui promana
una luce chiara e un tramestio di figure imbacuccate. Io rimuovo i moschettoni e
Mirko spinge Giacomelli giù dal mezzo, mentre la moglie dice di sbrigarci che
poi il marito prende freddo. I guanti di plastica servono almeno a maneggiare il
metallo senza gelarsi le mani.
In un attimo siamo dentro, nell’aria sterile che sa di piscio e disinfettante.
L’infermiera ci prova la febbre sparandoci la fronte col termometro e lascia
entrare Giacomelli a fare gli esami. Che analisi siano esattamente, io confesso
di non averlo capito. Non ho neanche capito del tutto se le deve solo fare o
anche ritirarle, o almeno averne un esito parziale. So soltanto che la cosa
costerà sui trecento euro, che la struttura non è pubblica, e che la moglie si
continua a lamentare. Accolgo con sollievo l’invito della brunetta con accento
sardo ad aspettare fuori, sa per le regole anticovid.
È un attimo che, rimasto solo col mio telefono, quel mondo fatto di lamenti,
referti, luci bianche, occhiaie e lenzuola non esiste più, se non come rumore di
fondo. È tempo di immergersi nuovamente nel mio dolore, nelle mie pulsioni,
nelle angosce che io e solo io so prevedere per il genere umano tutto e
universale. Mi sento anche un po’ ridicolo in questa divisa della Misericordia:
un ragazzotto senza qualcosa di più importante da fare in un martedì
pomeriggio, in ultima analisi qualcuno che ha scelto di fare del bene come
estrema disperata risorsa non potendo fare qualcosa di meglio. Vorrei dire di
farlo per gli altri, o almeno per Nostro Signore Gesù Cristo, ma sarebbero solo
verità parziali.
Dio, ora come ora, lo vedo nel cielo ormai nero e nelle luci di posizione degli
aerei che atterrano. È nei transponder spenti dei Tupolev russi che incrociano
nel Baltico, nelle menti dei Presidenti che telefonano; nell’eroica resistenza
degli armeni del Nagorno-Karabakh che pregano prima di scaricare i loro vecchi
AK sull’invasore azero. Dio è nei canti ortodossi col basso fisso, nei
crocifissi di Giotto sepolti nelle navate laterali delle chiese-museo, è
nell’Inferno che mi attende se non smetterò di avere rapporti
prematrimoniali (perché io ti sposerò Virginia, quando la guerra sarà finita e
dalla terra cresceranno fiori belli come te).
Quello che mi pare assai chiaro è che a Dio sembra non importare molto del
signor Giacomelli. Lo vedo tornare sconfitto in carrozzina, spinto da Mirko, con
la moglie al seguito che regge malferma decine di fogli tra ricevute di
accettazione, lastre, documentazioni varie. Metto via il telefono per educazione
e chiedo com’è andata, ma Mirko taglia corto, e ci limitiamo a reinstallare il
povero Giacomelli nella sua postazione nel Doblò. È un sacco vuoto, sembra
pesare come un bambino. Stavolta i moschettoni funzionano alla prima e chiudiamo
il portellone, lasciando all’interno del mezzo solo il malato.
La moglie è in un angolo, vicino alla porta a vetri. Si è zittita, sembra
essersi fatta improvvisamente seria, come se ora il suo dolore non avesse più
bisogno di essere sfogato, ma bastasse da solo a riempirla. Mirko mi passa
accanto e, stando attento a non farsi sentire dalla donna, mi fa capire che il
vecchio è spacciato, che forse non ha senso neanche ricoverarlo. Comunque, Mirko
e la signora Rosanna andranno a fare un’ultima chiacchierata con i medici, anche
se i risultati che hanno appena ricevuto condannano Sirio senza appello. E poi
ci sarebbe quell’altra questione, pagare: «Trecento euro per dirmi che devo
morire. A che serve, Rosanna?». Sotto sotto ammiro il pragmatismo contadino del
Giacomelli, che quarant’anni da operaio chimico non hanno saputo
cancellare.
Eh, Giacomelli. Adesso Mirko e la signora sono ritornati dentro, spariti nel
caldo artificiale e secco della struttura. Io mi sono acceso una sigaretta, e
rimango a qualche passo di distanza dal Doblò bianco, azzurro e giallo, dove
dentro è seduto, da solo, un uomo che ha appena saputo che deve morire.
Il mio primo pensiero è di lasciarlo dov’è, rimanere fuori a fumare e aspettare
il ritorno degli altri. Del resto, la modernità ci ha insegnato a rispettare il
dolore altrui: guardarlo da lontano, se possibile isolarlo, nasconderlo,
reciderlo. Ognuno deve processare il proprio dolore con i propri strumenti,
lavorandolo come si fa con un ingrediente grezzo per renderlo nuovamente e
maggiormente produttivo. Tale delicato compito è bene affrontarlo da soli, o se
proprio si deve, con l’aiuto di figure professionali e qualificate. Insomma, che
Giacomelli processi, affronti, rielabori.
Solo che Mirko e la moglie di Giacomelli non tornano, o comunque cominciano a
metterci un’eternità.
Il vecchio è imbracato nella carrozzina, con la mascherina tirata su fino agli
occhi. Il suo campo visivo dev’essere molto scarso, guarda fisso il sedile
davanti a sé. Dall’esterno vedo solo la sua pelle grigia e i capelli color
cassapanca. Inizio a sentirmi in imbarazzo, ho finito la sigaretta, sono qui col
telefono in mano mentre c’è un uomo in fin di vita da solo dentro il Doblò.
Sento che sarebbe mio dovere entrare con lui, però che potrei dirgli? Inizierei
a parlargli di Dio, come un prete, o come Mirko fingerei fino all’ultimo,
stolidamente, che andrà tutto a posto? Se Dio è nei mosaici di Aghia Sophia,
nelle linee dirette di Putin, nel catechismo di San Pio X, come faccio a farlo
entrare in testa a un cazzo di operaio dell’Alvex con le ossa bruciate dal
bicarbonato, che non entra in chiesa dal battesimo dell’ultimo figlio? Come
faccio a fargli una lezione di teologia nei quattro cinque minuti che mi
restano, prima che tornino la moglie e quel rincoglionito sorridente del mio
collega, un golden retriever che scodinzola di fronte a storpi e moribondi?
Mi assale però il sospetto che Dio ci ha abbia dato la tenerezza per arrivare
dove non possiamo con l’intelligenza; soprattutto, che ci abbia dato la
vergogna, per andare là dove non giungiamo con la tenerezza.Quando è un po’ che
non ho vergogna di me stesso prego sempre che dal cielo mi arrivi uno schiaffo a
mano aperta, tanto to see if I still feel, di solito rimette le cose in
prospettiva. A quel punto l’unica cosa da fare è “àgere contra”: muoversi nella
direzione opposta a quella che causa la propria vergogna, compiere la scelta che
richiede più sacrificio. Le poche scelte giuste che ho fatto nella vita, le ho
fatte così. Io mi amo così tanto! Proprio per questo ho in odio un’epoca che ti
dice che vai bene come sei: quell’amore che non muore mai lo devi combattere con
tutte le tue forze.
Prendo il mozzicone della sigaretta e mi avvio verso il bidone in muratura, che
indovino nella penombra del parcheggio appena illuminato dai lampioni. Mi
assicuro con estrema perizia che la cicca sia completamente spenta, la getto,
quindi con la coda dell’occhio guardo speranzoso attraverso le vetrate se Mirko
e la signora, per caso, fossero di ritorno. Sospiro, poi faccio il giro largo
del mezzo, arrivo alla porta posteriore, e, portandomi dietro il freddo di
novembre, entro nel Doblò.
Eugenio Sournia
*Eugenio Sournia vive, scrive, lavora a Livorno. È stato il leader dei Siberia,
con cui ha pubblicato tre dischi. Nel 2023 ha pubblicato l’EP “Eugenio Sournia”,
con cui ha vinto il Premio Ciampi. Lo ascoltate, in parte, qui.
In copertina e nel testo: immagini dal film di Sergej Paradžanov, “Sayat-Nova.
Il colore del melograno” (1969)
L'articolo Agere Contra (Il Doblò). Un racconto di Eugenio Sournia proviene da
Pangea.
Ho fame. Ho ancora le mani che sanno di prosciutto della Conad; restano le
briciole di pane sulla scrivania. Da qui, guardo e comando la sbarra che segna
l’accesso a questo villaggio di relitti e di ambiziosi, di puri e iniqui, di
uomini e donne che vedo affannarsi come scarafaggi ribaltati. Ho ancora fame, ma
sono quasi le quattordici, e a questo punto conviene attendere e farsela a piedi
verso casa, con la mia gamba malata. Sono quindici minuti di tormento, ma
risparmio benzina, parcheggio, traffico; metto un po’ in circolo il mio sangue
coagulato e marcio. E poi, la macchina oggi proprio non la potevo usare.
*
Arrivano. Man mano che si avvicinano le due del pomeriggio, poco per volta, dai
vari reparti, arrivano gli uomini e le donne suddetti, gli scarafaggi negli
esoscheletri fluorescenti di diversi colori: giallo per hostess e steward,
arancio per la security, azzurro per gli operai. La forma delle giacche
invernali ad alta visibilità copre i corpi, ulteriormente stozzati da berretti,
sciarpe, occhiali. Sale un filo di condensa dalle bocche. Tutti sembrano
soltanto un’anima, o un numero, ai due estremi dello spettro.
*
Nel mezzo esatto di questo spettro ci sono io, che ho il corpo rotto e l’anima
di un bambino: voglio, e non riesco a non volere. Desidero il caldo secco del
gabbiotto, i fianchi generosi di Arianna delle pulizie, con quegli occhi, i
capelli sempre sporchi. Desidero la prossima sigaretta; soprattutto, desidero
scommettere ancora, e i soldi per farlo.
*
Da quando mio padre mi ha commissariato, la vita è un inferno. Lo stipendio va
dritto nelle sue tasche, a me restano quelle poche centinaia di euro per il
prosciutto, l’acqua, i panini. Da fumare lo chiedo, o lo rubo. Risparmio ogni
metro di benzina, ogni grado di riscaldamento, resto nella casa fredda dove il
frigorifero dorme e veglia con me, in questa vita che è trepidazione e sonno.
*
Il vecchio deve morire. Vero, una volta andato, al porto mi manderanno via. Lo
so bene, non erediterò la riconoscenza che gli devono, ma erediterò i suoi
soldi, e soprattutto la libertà di spenderli. Lo sento da come sale le scale,
ogni volta con meno fiato, ogni volta più paonazzo, con le calze contenitive che
scoppiano nei mocassini: gli manca poco.
*
Linda e Carolina si avvicinano al totem, mancano oramai pochissimi minuti alla
timbratura. Ogni volta che si arriva all’ora piena si crea un capannello di
persone dei vari reparti; tutti attendono, scambiandosi occhiate complici, lo
scoccare dell’orario. Alle due, chi è entrato alle sei va a casa: fuori da
questo alveare ognuno ritorna alla propria vita individuale, molti alla propria
solitudine. Nei secondi dell’attesa, c’è spesso lo spazio per una battuta, una
sigaretta, una banalità. Pierobon, però, oggi è disperato: «Mi hanno rubato un
corgi, ho chiamato mia moglie. Non si trova». Mauro Pierobon ha 52 anni, è un
uomo calvo e grosso, con occhi azzurri liquidi, non belli. Ha una voce
fastidiosa e problemi di udito. Lo ricordo a scuola, due classi più grande di
me, bersaglio degli scherni per le sue frasi stentate, da endicappato. Con il
tempo si è rimboccato le maniche, ha cominciato presto a lavorare ed è diventato
capoturno security qui al porto. Torna a casa da sua moglie e, forse per
compensare l’assenza di figli, alleva cani, razza corgi. Per intendersi, quelli
della regina d’Inghilterra: bassi, tozzi, sproporzionati, valgono una fortuna.
*
Le due quarantenni lo abbracciano, fingono partecipazione e con le loro voci
sguaiate lo rassicurano: il cane, parte di una cucciolata, salterà fuori, prima
o poi. Mirella invece sta in un angolo e guarda a terra: ha problemi col marito,
non se la sente di scherzare con gli altri. La fine del turno è una sveglia che
la catapulta nell’inferno del suo matrimonio in disfacimento, del figlio a cui
tacere. Castana, sottile, ha una bellezza elegante non ancora del tutto sfiorita
e sa di fumo e di efelidi, anche d’inverno. Ci accomuna un destino: tre anni fa
la sorpresi a intascarsi parte dell’incasso dei biglietti dei bus turistici che
lavorano ai moli. La vidi, mi vide: non dissi nulla. Da allora, forse perché
detesta credere di dovermi qualcosa, ha smesso di salutarmi.
*
Io lo so che dite che puzzo, che lascio i fazzoletti sporchi in giro, che mi
masturbo nel gabbiotto quando nessuno guarda. Lo so che odiate le mie richieste
di sigarette, di cinquanta centesimi, odiate fare il turno con me anche se provo
ad essere gentile. Lo so che non vi prendete neanche più la briga di aspettare
che giri l’angolo per deridermi per i miei vizi, la mia gamba, il mio oggettivo
fallimento. Mi basterebbe solo una goccia d’amore, saprei rendervela
centuplicata: ma non me la date, e allora sarò tra voi come il più meschino dei
parassiti. Un infante di cinquant’anni, che urla, piange ed è pronto a tutto per
ottenere ciò che vuole.
*
Ieri notte ho preso la variante e in pochi minuti sono arrivato a Vico. Pierobon
sta vicino al campo nomadi, in una vecchia palazzina con le serrande di
plastica, lo sterrato davanti e il giardino recintato basso, quel tanto che
basta per i cani. Quelli hanno abbaiato come dei pazzi, ma sono stato veloce,
anche con la gamba offesa. Calogero ha detto che me lo pagherà bene: è per la
nipotina. Devo solo ricordarmi di portare la macchina dai magrebini per lavare
tutti quei peli.
*
E quindi Linda e Carolina consolano Pierobon, che fa avanti e indietro
lamentandosi con la sua voce da ebete; Mirella fuma dietro la colonna, Previte e
Di Sciullo ridono; Arianna spolvera il gabbiotto, e io sogghigno, guardando il
dolore di un uomo che non sono io.
*
Sono le 14.00.
Eugenio Sournia
*In copertina e nel testo: disegni di Parmigianino (1503-1540)
L'articolo “Il corgi”. Un racconto di Eugenio Sournia proviene da Pangea.
L’occupazione va avanti ormai da tre giorni e il liceo in cui insegno — un
edificio di fine anni Sessanta, grigio e rosso scuro, incastrato al limitare del
quartiere Isola, quello di Niguarda e viale Jenner — sembra quasi un animale che
muta umore al passare delle mezze giornate. Ogni piano ha una storia diversa: un
gruppo discute di diritti civili, due classi suonano senza sosta, qualcuno cerca
un proiettore introvabile mentre qualcun altro scrive slogan con pennarelli
colorati e mezzi scarichi; c’è poi sempre chi attraversa il corridoio a passo
svelto con la testa bassa sul telefono o chi, seduto sulle piastrelle
dell’atrio, gioca a carte per ingannare l’attesa bevendo un succo confezione
famiglia. Girando per la scuola capita che al brusio della vita in corridoio si
sostituisca un silenzio da edificio deserto carico dell’odore di sigarette e di
marijuana che aleggia lontano dalle finestre socchiuse; ma basta un niente, una
porta che sbatte, una cassa che riparte in lontananza, perché l’edificio torni a
vibrare con il suo ritmo insolito di questi giorni.
Da due mattine le giornate passano così. Oggi decido di salire ai piani non
coinvolti dalle attività degli studenti, nell’aula che mi spetta a quell’ora,
nella speranza — poco convinta — di trovare almeno uno spazio che somigli a un
riparo o un’isola dove potermi concentrare. Guardo l’orologio a muro in sala
docenti e deduco che devo andare in 2E. Non ne sono entusiasta, perché so che
quell’aula non è mai ben riscaldata: i termosifoni funzionano a singhiozzo e il
freddo si insinua sotto i pantaloni, tanto che a fine ora ci si ritrova spesso
intirizziti, tranne i pochi accalcati intorno all’unico calorifero che irradia
un caldo beffardo, inutile per tutti ma insopportabile e fastidioso per chi gli
è addosso. Sono vestito come mi pare di esserlo tutti i giorni: camicia, oggi
bianca, maglione, oggi verde scuro, sneakers, sempre bianche; ho con me lo zaino
con il laptop, la Moleskine chiusa dal suo elastico nero, qualche foglio per gli
appunti e un pacco di compiti da correggere, l’iPhone tra la tasca e la mano, in
continuazione.
Fuori, Milano è ingrigita da una pioggia non battente ma ostinata, una di quelle
che fanno sembrare tutto più pesante e fanno camminare i passanti in fretta, in
fuga; qualcuno dice che forse nevicherà, anche se in realtà non avrebbe dovuto
nemmeno piovere. Le auto sollevano schizzi passando sulle pozzanghere, e su
alcuni balconi si intravedono già delle luminare accese, destinate più a
rispettare una scadenza commerciale sempre anticipata che a evocare un
sentimento reale; sono luci che non aggiungono nulla e non scaldano. Il Natale
non è ancora nei pensieri di nessuno e non sono questi promemoria coercitivi a
regalare un anticipo di festa: a Milano lo spirito natalizio – come si misura
ormai? corsa ai regali? voglia di rallentare? – arriverà solo più tardi, con
Sant’Ambrogio, i mercatini, il vin brulé e la Prima della Scala, fino ai nuovi
riti più prosaici del Black Friday o della prima sciata di stagione.
Io sento ogni anno la stessa nostalgia: come se il Natale restasse sempre un po’
sfocato da adulti, come un’immagine che ricordavo più nitida, e invece
sfugge. Forse per questo, da anni, provo a scrivere un racconto di Natale, e
ogni volta fallisco, ma puntualmente ci riprovo, perché ho sempre amato leggere
storie ambientate a Natale, così come mi piace ora raccontarle agli studenti,
stupirli con la proposta di letture natalizie senza un compito allegato, senza
un riassunto cui pensare o un’analisi da studiare, sperando persino di poter
dare loro un argomento di conversazione per le feste, o una buona idea regalo:
un libro di un autore che è piaciuto, un guizzo letterario. Certo che conoscere
i racconti, leggerli e proporli è una cosa, scriverli è un altro mestiere, e il
paradosso è che non si possono scrivere a dicembre: i racconti di Natale nascono
altrove, in estate, o in un giorno qualunque, quando non ci pensi e forse non ne
senti nemmeno il bisogno. Poi, a dicembre improvvisamente vengono buoni. Tutti,
tranne quello mio che non c’è mai. Così, mentre salgo al secondo piano, penso
che forse questo venti novembre, in una scuola occupata, lontano da tutto ciò
che ricorda una festa, potrebbe essere il momento giusto per provarci di nuovo.
Apro la porta della 2E, contando di trovarla deserta. L’aula è immersa in una
penombra irregolare: la veneziana accanto alla cattedra è ancora rotta e lascia
intravedere un pezzo di Milano con i tetti bagnati, gli alberi ormai spogli e le
automobili che si confondono tra quelle parcheggiate e quelle intrappolate nel
traffico. Faccio un passo, accendo la luce cercando con le dita il pulsante alla
parete e mi blocco, colpito da una presenza che non so spiegare. Tra i banchi
più lontani dai vetri, alla mia sinistra, una donna minuta indossa un vestito
che sembra uscito da un ricordo troppo vivido perché sia immaginato, un vestito
semplice con un grembiule sottile, e tiene tra le mani una torta avvolta in un
panno, pronta per essere spedita “a qualche sconosciuto che ne ha bisogno” – mi
dice, terminando con parole sue un mio pensiero. La riconosco: è Sook, leggo
sempre di lei; è la cugina di Truman Capote, la protagonista del suo racconto di
Natale più bello. Mi sorride, e il suo sorriso sembra sciogliere un poco il
freddo dell’aula. Accanto a lei, seduto su un banco, Paul Auster fa girare una
moneta tra le dita, facendola brillare sotto il neon che tremola per un attimo
sopra di noi; mi osserva con la sua calma che sa di storie infinite e mormora
che «è tutto un trucco, ma a Natale i trucchi contano», come se stesse citando
il suo stesso racconto mentre lo vive. Dietro, quasi nascosto nell’ombra, un
vecchio con la barba sfoglia un registro di classe come fosse un libro mastro
capace di contenere ogni bilancio morale del mondo: non è Charles Dickens, ma il
suo Scrooge, il primo, quello rigido, il più umano e il meno redento,
semitrasparente come se l’aula stessa lo consumasse. E poi vedo oltre questi
tre: contro il muro, appoggiata senza custodia, c’è una chitarra acustica.
Accanto a essa, con le mani infilate nelle tasche del cappotto e una sigaretta
spenta tra le dita, c’è Francesco De Gregori. Porta degli occhiali con le lenti
sfumate, il volto è segnato da una barba bianco-rossiccia curata e se ne sta lì
con la naturalezza di chi stava aspettando di parlare. Si stacca dal muro e mi
saluta con un “Ohé professore” appena accennato, “stiamo provando un racconto di
Natale”, e aggiunge che siccome a me non riesce mai, sono venuti loro a darmi
una mano. Poi si volta verso la finestra e aggiunge, quasi tra sé e sé, che
certe storie non vogliono essere scritte nel momento giusto, ma compaiono quando
meno te lo aspetti. “Quello che non so, lo so cantare – ricordi?”
Ed è mentre lui si sposta che, dietro la sua figura, vedo un bambino: magro, gli
occhi scuri, le scarpe fradicie, la felpa troppo leggera per il gelo di quella
mattina, lo zaino che gli scivola dalla spalla. Non ha nulla del fantasma o del
personaggio inventato: è proprio un bambino, troppo giovane perché sia uno dei
miei studenti, ma allo stesso tempo sembra somigliare a tanti di loro. Per un
attimo mi sembra di riconoscere chi di solito siede dove sta lui ora, un attimo
dopo è un bambino di Gaza con gli arti mutilati, poi me stesso da piccolo, poi
mio figlio, poi mia figlia, e infine uno sconosciuto che potrei avere incrociato
per strada senza mai accorgermene. Questo bambino, penso, è tutti e nessuno, ed
è lì: è un prisma vivente che rimanda il volto del mondo attraverso le sue
sfaccettature e le sue crepe, e forse è proprio questo scorgerlo che rende il
Natale possibile. Lo guardo e lui mi dice soltanto “sto aspettando”, e quando
gli chiedo che cosa aspetti, risponde “tutto”, come se quel tutto comprendesse
anche la sua storia taciuta, il suo Natale mai raccontato. A quel punto De
Gregori, in piedi dietro di lui, gli appoggia una mano sulla spalla e mi indica
il bambino con un semplice cenno del mento e del viso, un gesto quasi
impercettibile e chiarissimo. È lui – sembra dirmi – è lui il tuo Natale. E in
quell’attimo mi torna in mente che proprio in quella stessa aula, un anno prima,
quando era la 5C, avevo letto e raccontato agli studenti Capote, Auster,
Dickens, Andersen e O. Henry, e dopo di loro avevo fatto ascoltare tre brani
natalizi di Francesco De Gregori, evocandoli tutti con l’entusiasmo che mi
prende sempre quando parlo dei racconti di Natale che amo, e che ogni anno provo
a scriverne uno senza riuscirci. Ora tutti gli autori e le loro storie sono
davanti a me, e a me tocca.
Dal corridoio arrivano voci, passi, il rumore di un banco trascinato: qualcuno
forse sta per entrare. Dentro di me cresce una certezza limpida, quasi
incontestabile, che ciò che sto vivendo non può svanire soltanto perché un
rumore interrompe la quiete. Chiudo la porta con naturalezza e decisione
insieme, difendendo questo istante fragile come si proteggerebbe il segreto di
Babbo Natale ai figli che, diventando grandi, iniziano a fare domande
difficili. Quando mi volto di nuovo, gli autori e i personaggi sembrano ancora
lì, ma più luminosi e più leggeri, come se stessero concedendo a me — e solo a
me — la possibilità di trattenere ciò che serve davvero per scrivere, mentre il
resto può dissolversi senza rumore. Il bambino, però, rimane immobile: è
presente come un banco, reale come una domanda cui non si può sfuggire.
«Lo scrivi?» chiede, e la sua voce ha qualcosa di gentile e insieme
irrevocabile, come se la domanda non fosse rivolta soltanto a me, ma anche a
tutte le versioni di lui che ho intravisto un istante prima.
Poso lo zaino, apro l’agenda, accendo il laptop, sento la penna tra le dita:
sembra tutto pronto, come se questo momento non fosse solo un incontro inatteso,
ma la soglia che cercavo da anni. Intuisco ora che il Natale, prima ancora di
essere una festa, è una ricerca ostinata di bellezza e di verità, un tentativo
di ritrovarsi in uno sguardo verso l’altro, un modo per tornare al punto in cui
tutto è nuovo e possibile.
Sì, lo scriverò: lo scriverò perché è già qui, perché è già accaduto, perché il
racconto nasce proprio adesso, in quest’aula fredda e in una scuola
occupata, dove un bambino che porta dentro di sé tutti i natali del mondo mi
guarda in attesa e mi concede la possibilità di trasformare questa attesa in
parole.
Il Natale, comprendo qui e ora, non è un luogo, né una data: il Natale è un
bambino da proteggere e che salva, da aiutare e che cura, da sfamare e che
nutre, da educare e che insegna.
Il Natale è bambino.
E allora sì: il racconto sta arrivando. Finalmente.
Marcello Bramati
*Marcello Bramati ha pubblicato, tra l’altro, “Leggere per piacere” (Sperling &
Kupfer, 2017) e “L’ultimo miglio. Motivi e modi per accogliere i cantautori
nella letteratura e in classe” (Mimesis, 2024). Insegna, ha due lauree.
**In copertina e nel testo: opere di Mervyn Peake (1911-1968)
L'articolo Classe II E. Un racconto di Natale (con Capote, Scrooge e De Gregori)
proviene da Pangea.
Era una notte d’autunno ferma come pietra, in cui il cielo, soffocato da nembi
plumbei, sembrava non respirare più. In quei decadenti quartieri, l’aria –
sottile e mefitica – si insinuava nei polmoni come un siero etereo e maligno, ma
Toby Dammit pareva insensibile a ogni influsso del mondo materiale. L’universo
intero era per lui divenuto un teatro desolato, illuminato appena dal chiarore
esitante d’una luna che mai trovava riflesso nel mare tempestoso e caotico della
sua mente.
Camminava a passi pesanti e incerti, tanto lungo la strada che conduceva alla
taverna quanto nei meandri oscuri del suo pensiero. Pareva immerso in un abisso
senza eco, dove le ombre – ora beffarde e malevole, ora supplichevoli –
s’intrecciavano con ciò che ancora rimaneva della realtà. I suoi occhi non erano
più strumenti di visione: erano vetrine velate, cieche, come quelle d’un emporio
abbandonato, svuotato da tempo d’ogni cosa da offrire, d’ogni vita, d’ogni luce.
Un battito cupo, sommerso, pulsava nei recessi più profondi del suo cranio: un
suono indistinto, simile al rantolo d’una morte mai compiuta, o d’una fiamma che
consuma senza spegnersi. Poi, come accade nei sogni più infausti, anche quel
battito cessò.
Nei suoi sogni – che non erano sogni ma presagi – tornava sempre lei: la sua
Morella. Ma era una presenza umbratile e di sortilegio. Una figura di velo e
silenzio, eternamente sospesa in quegli antri interiori che solo il delirio
riesce a popolare. Non parlava mai: lo guardava con occhi di vetro e tenebra,
come un’onda staccatasi da un mare antico e senza rive. Sembrava scolpita nel
gesso, una statua fissata per sempre nell’atto d’ammonire. Ma le sue parole – o
quel che di esse Toby immaginava – risonavano senza tregua nella sua mente
franta: “Tu mi hai violata, e ora è un plutonico vincolo che ci unisce… Per
l’eternità.”
Ogni passo nel regno del sogno lo conduceva più vicino a lei, e più lontano da
se stesso. La sua mente era uno specchio ridotto in schegge, e in ogni frammento
si specchiava la sua perdizione. Se Morella fosse stata solo una visione onirica
dissolta all’alba, l’avrebbe forse benedetta. Ma ella era un emblema, un
delirio, un simbolo della febbre perpetua dell’anima. Un tormento reso carne
solo per strappargliela. La malattia che la consumava anche lui. E nei sogni la
sua presenza era ancora più tormentosa, come se fosse messaggera di una colpa
che lui non poteva risarcire.
La vita di Toby, in quel tempo, si era tramutata in una sequenza di frammenti
d’inferno, un dedalo intricato di presenze spettrali che si moltiplicavano e
confondevano fino a dissolversi in un aggregato informe, al di là di qualsiasi
cognizione sensoriale. Era un delirio costante, slogata dal solco di ciò che è
reale e tangibile, e proiettata in incubi di forme vaghe e torturartici della
sua anima. Non vi era più un ordine, né un principio che potesse guidarlo
attraverso il mondo dei vivi; tutto ciò che lo circondava era ormai piegato e
stravolto dalla sua mente, scivolando incessantemente tra la sostanza e
l’irreale. La realtà – quel qualcosa che prima gli sembrava tangibile e
immutabile – ora gli appariva come una distorsione maligna, un’eco vuota che si
perdeva nell’abissale spessore dei suoi sogni febbrili e deliranti, e mentre
l’immaginazione s’impossessava di lui, il confine tra ciò che era e ciò che non
lo era si annullava, svaniva, lasciando dietro di sé un unico, indefinibile
spirito di disfacimento.
In questo magma di visioni oniriche e tormenti, un’altra figura tornava a
ripresentarsi con una presenza quasi sacra, ma al contempo impossibile da
concepire senza disperazione. Ella era Berenice, eppure non lo era, e Toby,
tormentato dal contrasto tra la sua mente che definiva, la carne percepita, e
l’anima ardentemente bramata, non era pari al dare a questa apparizione né nome
né forma, se non come un’epifania di un mondo in cui le leggi dell’umano non
avevano più alcun statuto. Non era corpo, né spirito, ma una cosa sola, eppure
l’uno e l’altro in un abbraccio mostruoso. Berenice – no, non Berenice, ma
piuttosto l’idea di Berenice – si rivelava in Toby come la quintessenza del
desiderio e della distruzione, un’immagine forgiata dall’assenza,
dall’impossibile. I suoi denti – quegli incredibili, perfetti, insostenibilmente
bianchi denti – risplendevano in lui come simbolo di una purezza assoluta e
irraggiungibile, come frammenti di un potere divino che, invece di elevare,
annientava. Ogni scintillio di essi nella sua mente era una visione abbacinante
che lo condannava a un’agonia, ne era certo, non avrebbe mai avuto fine. Non
erano denti, ma strumenti erinnici… O sigilli. Sigilli che lo legavano a un
desiderio oscuro e carnale, ad una fame che non avrebbe mai potuto essere
saziata, un appetito che bruciava d’assenza e tormento.
In uno dei suoi più recenti incubi, incubi che non erano più sogno ma continua
reiterazione di visioni infernali, Toby trovava il corpo di Morella, disteso nel
suo sepolcro, e senza pensare, senza fermarsi, mosso da un impulso che non
avrebbe potuto spiegare nemmeno se lo avesse voluto, si avventava sulla sua
tomba, riesumandola, liberandola da quella fredda prigione. Ma ciò che il suo
corpo toccava non era più Morella, era Berenice. Berenice. L’ossessione si
compiva. La figura che giaceva davanti a lui era l’esatto contrario di quello
che il nome evocava: era la carne di una donna morta, eppure viva di un’altra
forma di vita, quella che si alimentava non di sangue, ma di desiderio
inestinguibile.Toby non toccava più la morte di Morella, ma la morte di
Berenice, che pure non era mai stata viva, se non nell’abisso della sua fantasia
più contorta.
Nell’allucinato stato di quell’ultima notte, poi, aveva rivisto sua madre nel
letto di morte ed aveva avuto una timida erezione. In quell’istante di suprema
decadenza, un fremito lo attraversava: non d’affetto, non di pietà, ma d’un
impulso mostruoso, silenzioso, indegno. Ed è in quell’abisso che le figure di
Berenice e della madre si erano confuse e fuse, divenendo una sola cosa. Toby
avvertiva l’indicibile, il vergognoso, l’orrido: il desiderio di ciò che lo
aveva generato. Lì, in quell’attimo, il male, il desiderio, il peccato e
l’ossessione si erano fatte una sola cosa, e Toby non aveva più visto né la
madre né l’amata, ma solo l’orrore ineffabile di aver amato ciò che lo aveva
partorito, ciò che avrebbe dovuto elevarlo e invece lo faceva assoggettato a un
desiderio oscuro e nefando, profanatore. In quell’orrore il demone della
perversità, gli faceva bramare un passo oltre verso il precipizio, verso la
rovina di sé.
*
Nella taverna, luogo malfamato e di perdizione, l’aria greve di fumo recava risa
sguaiate e chiacchiere rumorose e moleste. Toby si sedette davanti a un
bicchiere di vino che sembrava l’unico filo di salvezza rimasto tra lui e la
follia. Lì, nella penombra di quello scantinato pieno di avvinazzati, la
Berenice del suo delirio gli si avvicinò, ma non per parlare. Gli si fece più
vicina, come se ogni passo che compiva in direzione di lui fosse un passo verso
la sua fine.
E quando il volto di Berenice si avvicinò al suo, i suoi occhi divennero
fiaccole sataniche, la bocca si spalancò e Toby vide i denti uscirne come
artigli affilati: “Mi desideri? Mi desideri ancora?”. Toby ebbe un singulto e
sgranando gli occhi tornò alla realtà con lo sguardo fisso su un avventore che
lo squadrava incuriosito dalla scena. Il silenzio fu rotto dalle squille
bronzine della Chiesa di Saint Sebastian: due rintocchi simili a scossoni nel
suo corpo stravolto. Un gatto gli si strusciò alle caviglie. Era nero come un
monito e aveva occhi di giada che lo guardavano grandi e profondi. Lo prese per
la collottola e se lo pose in grembo per carezzarlo, ma il gatto lo graffiò con
l’impeto dinamico di due artigliate profonde su una mano. Non vedeva più
dall’ira e lo scagliò lontano da sé. Quello urtò il fianco contro una colonna di
legno e si allontanò con incedere malfermo. Toby bevve ancora e ancora e poi
uscì in strada in preda ai fumi dell’alcol. I suoi passi risuonavano in modo
tetro per le viuzze del borgo. Era quasi giunto a casa ma vide un vecchio
cencioso e sporco, dal volto butterato e lo sguardo dilavato, che girava un
angolo verso di lui. Non vi badò e il vecchio lo superò proseguendo d’opposta
banda alle spalle di Toby. Ma l’orrido più ripugnante si presentò nelle
sembianze di un secondo vecchio, identico al primo, che voltò lo stesso angolo
incedendo a sua volta in sua direzione. La scena si ripeté talché poté contare
sette vecchi identici. Sentiva di perdere la ragione e corse forsennatamente
verso casa lasciandosi alle spalle quella vista insostenibile.
Giunto davanti al portone fece per cercare le chiavi ma non le trovò. Si vuotò
le tasche, frugò la giacca: niente. Dovevano essergli cadute o alla taverna o
durante la corsa. Il campanile batté tre rintocchi. Un gatto, anche questo nero,
gli si strusciò alle caviglie. La sua corporatura corrispondeva a quella del
gatto della taverna, anzi avrebbe potuto essere lo stesso, senonché aveva
un’orbita vuota come un cratere nero e un solo occhio azzurro come ghiaccio in
una notte di luna. Ne rimase inorridito. Tornò sui suoi passi. In quell’istante
comparve in sembianze umane una creatura di cui percepì malvagità estranea a
questo mondo, come un gelido refolo da lui a sé. La figura, allampanata in abito
scuro elegante si tolse la mantella dello stesso colore ma con una federa
cremisi che guizzò nella luce dei lampioni. Fece un inchino e si presentò. Disse
di essere un creditore d’anime. Un gentiluomo vecchia maniera che stringeva
patti che nessuno dotato di ragione non avrebbe potuto credere allettanti. Un
commerciante, a suo modo, solo che vendeva sogni rendendoli realtà. Era come se
lo conoscesse ma lo vedesse per la prima volta. Un sogno ormai passato bussò
alle porte della sua mente ma lo ricacciò via! Del resto la sua ragione era
sfibrata, allo stremo, febbricitante e caotica da tempo, e confondeva i sogni
con la realtà, anche per la sua grave dipendenza dall’alcol.
“Hai dimenticato queste”, disse l’uomo che gli si stagliava davanti come un
basilisco e fece tintinnare appese a due dita le chiavi di casa di Toby. Poi
aggiunse: “Hai un desiderio? Com’è vero che sei di carne e ossa, io lo
esaudirò.” Lo fissava con occhi di brace carichi di una inquieta attesa.
“Se quanto dici è vero. Riporta a me la mia amata Morella.
“Sei sicuro di quanto hai chiesto?”
“Sì” disse in modo sicuro e stentoreo.
“È già qui. Voltati.”
Morella era alle sue spalle, alta e bella, la pelle di cera e gli occhi intensi
che lo guardavano con un amore velato di angoscia. Non parlava. Restava muta e
lo fissava. Inclinò il viso un po’ di lato e versò lacrime arricciando la bocca
come se fosse sofferente di una sofferenza innominabile.
Poi disse:
“Mi sono svegliata e non c’eri. Ti ho cercato… Perché l’hai fatto?” La sua voce
era come ovatta intrisa di un liquido.
“Morella mia, di che parli?” Le si avvicinò ma lei indietreggiava.
Il commerciante d’anime si trasse di tasca un foglio e lo lasciò cadere a terra.
Toby guardò sul marciapiede e vide che era un foglio piegato, simile a un
sottile cencio di carta lisa.
“Raccogli quel foglio. Leggilo, mio amato, creatura infelice,” disse Morella in
un sussurro gorgogliante.”
L’uomo nerovestito aveva un ghigno feroce stampato in faccia:
“Diciamo che quella è una copia del predente accordo. Leggi, leggi pure
miserando!”
Lui corse con gli occhi sulle righe e capì.
Le righe parevano vergate con grafia elegante nel sangue ormai secco e brunito:
Bene. Il patto è compiuto. Hai promesso: dovrai restare nella tua dimora con
Morella almeno fino al terzo rintocco di questa notte e poi sarete sempre
insieme, felici, la sua malattia regredirà e avrete un futuro assieme. Facile,
no? Ma, bada bene, se non rispetterai il patto i tuoi incubi peggiori si faranno
carne nella tua amata Morella, col suggello del destino della Berenice che
sempre sogni. E tu sai cosa hai fatto e continuerai a fare a Berenice. La tua
anima sarà dannata nella colpa. Per sempre.
Il viso di Morella si fece una smorfia di terrore e pena, spalancò la bocca e un
rivo denso e rubino le scese le labbra: non aveva un solo dente.
Il misterioso commerciante d’anime aprì la mano destra e ne rovesciò il
contenuto sul piancito: ne cadde uno spicinio di denti macchiati di sangue.
“Ma… Ma Berenice mi appariva solo in sogno! Non è reale, io non ho colpa, non
l’ho fatto davvero!”
“Hai la tua Berenice nel corpo di Morella. Prenditela e affoga nella colpa!
L’hai sempre desiderata, in fondo. O no?”
Improvvisamente ricordò tutto. Si era svegliato nel letto accanto a Morella come
con la vivida traccia mnemonica di quello che credeva esser stato un
incubo. Era davvero sicuro di aver sognato tutto? Ma non importava più: sogno o
realtà, tutto si compenetrava sinistramente, come in una farragine di attimi
indistinguibili. Sul tavolo di cucina un foglio in evidenza campeggiava come
un’azzurra, viva bestiola alla luce lunare filtrante dalla finestra. Un richiamo
tenace come una voce da un lembo d’Aldilà lo spingeva verso il foglio, come se
fosse un oggetto sacro e importante. Vi era posto sopra un calamaio come per
metterlo in evidenza. Il richiamo dell’alcol però l’aveva subito rapito e
distratto torcendogli le budella, e si era recato come ogni sera alla taverna
per lenire il suo tormento nell’alcol. Morella dormiva, serena, con volto
bambino, per la prima dopo tante notti di agonia. Le aveva baciato candidamente
la fronte che per una volta non scottava. Felice se n’era compiaciuto ed era
andato dietro alle lusinghe dell’alcol. Come ogni sera. Un rintocco dal
campanile della piazza era risuonato cupo nell’etere.
Non è la vita tutta un sogno dentro al sogno?
Massimo Triolo
*In copertina: poster di “Toby Dammit”, episodio filmato da Federico Fellini da
“Tre passi nel delirio” (1968), tratto dall’opera di Edgar Allan Poe
L'articolo Toby Dammit Rewind. Un racconto di Massimo Triolo,
“Caleidoscopio-Poe” proviene da Pangea.