Alla fine del XIX secolo Tbilisi era considerata una città moderna, popolata e
animata da artisti e intellettuali. Proprio in quel tempo, un uomo alpestre e
rubizzo dall’aspetto rustico, la barba trasandata, un copricapo di lana sulla
testa e una daga legata alla cintura, giungeva a cavallo dai monti e si
presentava alle porte della rivista Iveria, diretta dal celebre poeta Ilia
Chavchavadze. E lì, davanti a una stufa, estraeva manoscritti da un
variopinto khurjin, bisaccia da viaggio che portava con sé ad armacollo. Era
difficile immaginare che quel viandante disceso da luoghi remoti cavalcando
sarebbe stato acclamato come uno dei più eccelsi poeti georgiani di sempre. Si
chiamava Luka Razikashvili, ma era conosciuto con un nome di
penna: Vazha-Pshavela.
Nei centri culturali dell’Impero Russo, durante l’avventuroso periodo compreso
tra l’epilogo del XIX secolo e le battute iniziali del XX, le tendenze
letterarie si orientavano in direzione di due correnti principali: in prosa, il
realismo sociale positivista, in versi, il simbolismo nel solco degli autori
europei. In terra di Georgia, dal 1801 parte dell’Impero zarista, quei movimenti
avevano interessato personalità determinanti per la costituzione della moderna
letteratura georgiana e che, con esiti e premesse differenti, avevano dovuto
confrontarsi con la voce originale di Vazha-Pshavela. In Caucaso si dice che un
esiguo villaggio diventi famoso solo quando vi sia nato un grande uomo. Dal
piccolo villaggio di Chargali, situato tra le gole della regione nord-orientale
di Pshavi-Khevsureti, Vazha-Pshavela ha svelato nuove possibilità liriche per la
lingua cartevelica. Attorno a Chargali le montagne si levano maestose e i boschi
lungo i crinali sussurrano assieme alle acque del fiume Aragvi. Il vento conduce
lontano quelle voci misteriose che, sconfinando oltre le valli, riecheggiano in
tutto il paese come un unico osanna della natura. Questa è la poesia di
Vazha-Pshavela.
La versione più diffusa tra i biografi ricorda che Vazha-Pshavela fosse venuto
al mondo il 14 luglio 1861, anche se il poeta in persona, con una nota
pubblicata nel 1912 su “La Gazzetta del Popolo”, specificò: “Io nacqui nel
villaggio di Chargali il 15 maggio 1862”. Figlio di un sacerdote erudito, nacque
robusto e dotato di una capigliatura così folta da coprirgli gli occhi. I
genitori interpretarono quelle fattezze fuori dall’ordinario come un prodigio,
tanto che la fantasia dello stesso Vazha, una volta cresciuto, si alimentò delle
memorie legate alla propria infanzia. Era persuaso di avere un futuro radioso
davanti a sé e credeva che quell’abbondanza di capelli fosse un segno di
predestinazione. Irretito dai sermoni paterni sull’Antico Testamento, si
appassionò soprattutto della figura di Sansone, la cui cesarie era la fonte
della sua proverbiale forza sovrumana.
Nel 1882 conseguì il diploma magistrale al Seminario di Gori, dove si interessò
di questioni filosofiche e pubblicò le prime composizioni sulle pagine di
giornali e riviste. Nel 1883 frequentò la facoltà di filosofia all’università di
San Pietroburgo. Lo storico e archeologo Ekvtime Takaishvili ricorda l’incontro
con Vazha avvenuto proprio nel periodo pietroburghese: “Incontrai Vazha-Pshavela
per la prima volta a San Pietroburgo, quando entrai in università. Si presentò
come libero uditore e assistette a una riunione di studenti georgiani su
problematiche comunitarie. Conosceva a sentimento un poema della cultura
popolare di Pshavi-Khevsureti. Non aveva con sé alcun quaderno né un documento
scritto tra le mani e tutti eravamo impressionati da come avesse potuto
memorizzare così tanti versi.”
Nonostante l’entusiasmo attorno alla sua persona e il vivo interesse per la
materia filosofica, Vazha abbandonò gli studi in Russia dopo solo un anno a
causa di ristrettezze economiche. Fece ritorno in Georgia e, dopo alcuni anni
piuttosto lieti in cui convolò a nozze e lavorò da precettore, nel 1888 si
stabilì nel villaggio nativo di Chargali, vivendo da contadino, arando la terra,
prendendosi cura del bestiame e cacciando la selvaggina.
Vazha-Pshavela e la sua famiglia; Chargali, 1907.
Nelle lunghe notti sotto i cieli di Chargali immaginò e compose i suoi lavori
letterari più consapevoli, tra cui i poemi maggiori Aluda
Ketelauri (1888), Bakhtrioni (1892), L’Ospitante e l’Ospite (1893) e il
capolavoro Il Mangiatore di Serpente (1901). Risalgono a questo periodo i
memorabili viaggi a cavallo verso Tbilisi e gli incontri con Ilia Chavchavadze.
Una parte della tradizione critica ha collocato l’opera di Vazha-Pshavela
all’intero della letteratura anti-colonialista, un capitolo di riscoperta delle
radici georgiane, in contrapposizione al cosmopolitismo dei simbolisti e al
populismo della prosa realista. Non a caso i futuristi georgiani consideravano
Vazha-Pshavela “fuori dal tempo e dallo spazio”. Se da un lato, similmente a
maestri come Ilia Chavchavadze e Akaki Tsereteli, il poeta di Pshavi provò a
risvegliare una coscienza nazionale georgiana a partire dalla letteratura,
dall’altro la cultura popolare da cui attingeva lo poneva in una posizione di
distanza e autonomia. Vazha-Pshavela scriveva attingendo ampiamente dal dialetto
della propria terra d’origine, Pshavi-Khevsureti. Si trattava di una lingua
ronchiosa e affilata, modellata nel fango della cultura orale di genti alpine,
poco votata alla parola scritta. Quell’antico dialetto sprigionava a pieno la
dinamo consonantica della fonetica cartvelica, ma la sua enfasi popolare
contrastava con l’idea generale del tempo di modernizzare la lingua georgiana
sulla base dei nuovi impulsi culturali europei.
Presso i montanari di Pshavi-Khevsureti, l’arte della rima ha costituito il
principale veicolo per la trasmissione di parabole, precetti e narrazioni.
Nonostante il dialetto di quei territori fosse piuttosto aspro e la sintassi
essenziale, la poesia cantata si è sviluppata, ad esempio, attraverso l’efficace
metro ottonario georgiano e, benché intesa come strumento religioso e didattico,
è divenuta consuetudine e parte della psicologia collettiva.
L’atto di esprimersi in rima si è sostanziato nella pratica popolare
del kaphioba, un modo di comunicare recitando a braccio impiegato anche al
livello quotidiano di conversazione. I bardi di Pshavi-Khevsureti sono sacerdoti
e cacciatori, maneggiano la spada e pizzicano il panduri, indossano la cotta di
ferro dell’antica cavalleria, onorano i fenomeni della natura e celebrano la
prontezza in battaglia. La famiglia di Vazha-Pshavela, i Razikashvili, proveniva
da quella cultura particolare. Già dai versi d’esordio come Un banchetto (1886)
o Le nozze dell’Orco (1886) lo stile del poeta di Pshavi sapeva declinare il
folklore nativo in forme letterarie articolate.
Ancora oggi, l’immaginario narrativo di Vazha-Pshavela, imbastito fra mito e
storia, è un mondo da svelare. Il cosmo di Pshavela è un crogiolo fatto di
credenze aborigene, interpretazioni delle dottrine cristiane, elementi dalla
tragedia ellenica, riflessioni filosofiche attorno agli illuministi europei,
rifermenti ai classici georgiani del passato come L’Uomo della Pelle di
Leopardo di Shota Rustaveli. La visione di Vazha-Pshavela si sostanzia, dunque,
in un’originale commistione di patriottismo, razionalismo e misticismo, in cui
l’uomo e il suo rapporto con la natura e la società rimangono al centro
dell’indagine.
Tuttavia, solo a partire dagli anni ’20, dopo la morte del poeta, avvenuta nel
1915 a Tbilisi in seguito all’aggravarsi di un malattia, la sua opera cominciò
ad essere pienamente accolta, commentata, tradotta e riconosciuta come fenomeno
letterario. Ad esempio, in alcune annotazioni sull’arte georgiana del
1922, Osip Mandel’štam affermava che Vazha-Pshavela fosse stato “un vero uragano
della parola passato sulla Georgia, abbattendo gli alberi dalla radice” e che
“la nuova poetica georgiana ha resistito a Vazha come a una tempesta ed ora non
sa bene cosa fare con ciò che rimane”, mentre Boris Pasternàk, nelle Lettere
agli amici georgiani, esprimeva viva ammirazione per Vazha-Pshavela e raccontava
di una discontinua ma febbrile traduzione in russo di versi da Il Mangiatore di
Serpente nei primi anni ’30.
Proporremo in calce un componimento degli esordi nonché estratti significativi
da poemi maggiori. Da Aluda Ketelauri, abbiamo estratto l’episodio della
ribellione morale del protagonista: nel rifiuto di oltraggiare il corpo del
nemico musulmano, contravvenendo alle leggi comunitarie, Aluda incarna la
visione umanista del Cristianesimo di Vazha-Pshavela. Da Il Mangiatore di
Serpente, abbiamo scelto il momento in cui l’eroe popolare Mindia, catturato
dai kajis (demoni provenienti dal folklore medievale), ottiene il potere magico
che lo condannerà all’isolamento. Gli eroi di Vazha-Pshavela sono il riflesso
della solitudine del poeta. Vazha-Pshavela fu tra i pochi a riuscire a
estrapolare una letteratura vera e propria dal repertorio popolare, servendosi
dell’espressività di personaggi tradizionali per affrontare temi complessi.
Oggi Vazha-Pshavela è ancora una delle figure più affascinanti della letteratura
mondiale, un poeta appartato in territori impervi della geografia e della
lingua. Se per il lettore nostrano il picco più alto rimarrà irraggiungibile,
sarà comunque possibile viaggiare all’ombra della voce di Vazha-Pshavela se
spinti dalla curiosità.
Giacomo Giancane
*
Un Banchetto
Versami il vino della liquida fiamma
e immergi in un flusso rubino la mia anima.
Forse allontanerà le cure, e tingerà
di viola questo mondo di pena.
Forse annegherà i tormenti della vita
nel corno del fuoco nettareo di Bacco,
e per me la Fantasia troverà
una dama sul cui seno morire.
Sull’ala del turbine, il mio destriero ed io
solcheremo le onde di vasti oceani.
Voleremo verso i luoghi frequentati dai mortali,
dove ogni mia gioia è cosa morta.
Perché la morte in cielo è molto più dolce
della vita in terra, che è un’urna
di speranze sepolte, su un mare di dolore.
*
Da Aluda Ketelauri, canto I
Aluda non volle il fucile.
Scoppiò in lacrime come una donna.
I suoi occhi non bramavano le armi del nemico,
non lo svestivano della corazza.
Mise il pugnale vicino alla testa di Mutsali
(aveva un’impugnatura d’avorio),
adagiò il moschetto sul petto
e sul braccio pose la sciabola.
Aluda non tagliò la mano destra di Mutsali.
Invece, disse: “È sbagliato. O uomo che ho ucciso,
che Dio faccia riposare in pace il tuo corpo.
Il minimo che posso fare per te
è lasciare uniti il braccio e la mano destra.
Che la tua mano sul cuore torni alla polvere;
la porta sul muro di pietra non avrà
la tua mano appesa ad allietarla.
Devi esser stato cresciuto da brave persone.
Che Dio prolunghi i giorni della tua stirpe.”
Lo coprì dalla testa ai piedi
con il mantello, e sopra mise lo scudo.
*
Da Aluda Ketelauri, canto II
Chiunque abbia sete del nemico,
apra la porta della sua dimora,
che il suo cuore sia marmitta di sangue,
che vi si getti dentro. Che non beva vino
ma sangue accanto al pane.
Che gli sia inscritta la croce sulla fronte
e che non sieda sul trono del padre.
Che celebri le nozze nel sangue,
onorate con voti di sangue,
e vi siano guerrieri tra i convitati.
Che il suo letto sia fatto di sangue
e che lì vi giaccia accanto alla moglie.
Che generi molti figli, maschi e femmine,
e lì vicino scavi una fossa pei loro corpi.
Se uccidi, sarai a tua volta ucciso,
e il tuo assassino non avrà nome
*
Da Il Mangiatore di Serpente, canto I
Il suo nome era Mindia e la sua storia era incredibile.
Per dodici anni fu cattivo degli stregoni kajis.
La distanza dalla patria e la prigionia
gli spezzarono il cuore.
E così passò il tempo, si susseguirono Pasque e Natali,
ma alla schiavitù di Mindia non v’era fine.
La sua anima anelava a una via di fuga.
Tornava coi ricordi alle montagne nevose,
alle strade tortuose, alle gole ombrose,
pensava ai genitori e ai fratelli
che piangevano la sua sorte,
alla sua umile capanna, che gli parve un paradiso in terra,
protetta con fervore da molti idoli e dei.
Infine, disse: “Mi ucciderò, è meglio che vivere questa vita!”
E sopra a un fuoco ardente vide un calderone
ricolmo di carne di serpente.
Sapeva che i kajis se ne cibavano di sovente.
Sperava che ingoiando quella carne
si sarebbe sollevato dai tormenti.
Così ne prese un pezzo, lo addentò furtivamente, inorridendo,
e in quel momento, il Cielo guardò il prigioniero con misericordia:
una nuova anima fu infusa, un nuovo corpo fu riversato;
vista fu data a cuore e occhi,
come se prima fosse stato cieco e sordo.
Da quel giorno egli intese tutto ciò
che cantano gli uccelli, le piante e gli animali.
Tutte le creature di Dio possiedono un proprio linguaggio
e nessuno di essi è ingiusto.
Sentiva che la sua natura fosse mutata.
Con stupore, capì che la carne di serpente
era il segreto dei kajis.
Anche se dissero: “Prendine un poco, Mindia!”
Nascosero la conoscenza nella carne di serpe
consapevoli che egli ne fosse disgustato.
Ottenuta la saggezza degli stregoni,
il cielo, la terra e la selva presero a comunicargli.
Solo il male non poteva penetrare nel suo cuore.
Non aveva più nulla da temere,
nemmeno d’esser colpito da un fulmine.
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