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Odissea, o della femminilità. Il mito greco visto dalle donne
Tralasciando la questione della scelta dell’attrice che ha interpretato Elena nell’Odissea di Cristopher Nolan, verrebbe da dire soltanto una cosa sull’affermazione che costei, Lupita Nyong’o, ha fatto a proposito del poema: “Quando leggi l’Odissea, viene dedicato pochissimo tempo alla prospettiva delle donne. È raccontata da un punto di vista profondamente maschile”. Al di là della straziante contrapposizione che tale frase ha generato nei media mondiali, tra vigilantes dell’identità occidentale e lepidi dissodatori dell’humus patriarcale, si tratta, in realtà, di un’idiozia colossale. Non esiste altra opera del mondo greco che, come l’Odissea, tratti e consideri la prospettiva femminile, e basterebbe conoscere un minimo la storia filologica del poema per saperlo. Da coloro che hanno identificato in Omero una verosimile origine ionica proprio constatando una visione più libera e libertaria circa il ruolo della donna rispetto ai barbogi conservatori del continente greco; a chi, come Samuel Butler, pazzotico e geniale omerista inglese, ha vagheggiato addirittura che sia stata una donna a scrivere l’Odissea. Calipso che rivendica con Ermes il suo diritto divino ad amare un maschio mortale, e taccia di malvagità tutti i commendatori dell’Olimpo che vogliono sabotare il suo sentimento; Nausicaa il cui desiderio per il bel marinaio di Itaca ha voce e immaginazione, mentre lo stesso Ulisse si inginocchia per ammirazione davanti ad Arete, madre di Nausicaa e regina della terra dei Feaci, che lì gode di chiara fama ed è colei che amministra la giustizia; Circe, scienziata prodigiosa che conosce le rotte di navigazione, i cicli delle stelle e la furia dei venti, e che spiega per filo e per segno a Ulisse cosa fare, dove andare e con chi (gli dice persino come farsi annodare all’albero maestro quando si tratterà di ascoltare il canto suadente delle Sirene); Penelope e la sua formidabile strategia di dilazione e seduzione coi pretendenti che la adorano muti, e che ella attira sapientemente a una follia di passione che li porterà alla morte.  Per non parlare della fine, quando Ulisse e Penelope, riuniti nell’alcova dopo vent’anni, all’ovvia notte di ricongiungimento fisico fanno seguire un dialogo accorato, si narrano quel che era accaduto in tutto quel tempo, e “si godettero di parole”. Il mondo interiore di lei, le sue tempeste, le sue improntitudini, che ha la stessa dignità narrativa del mythos avventuroso di lui, i mari, i mostri, le guerre. Come avrebbe scritto Saffo qualche secolo dopo, la cosa più bella è ciò che uno ama, altro che gli eserciti di fanti, di cavalieri, di navi. Nel quarto canto dell’Odissea, Elena è apparizione per lo più esitante, che interrompe il dolore e consegna le cose al non detto. Mai che il metodo Strasberg venga usato quando serve. Michele Castellari *In copertina: John William Waterhouse, “Study for Circe Invidiosa” L'articolo Odissea, o della femminilità. Il mito greco visto dalle donne proviene da Pangea.
July 16, 2026 / Pangea