> “Non c’è nulla di più stupido e di più tracotante di una massa buona a nulla.
> Certamente sfuggire all’arroganza di un tiranno per precipitare nell’arroganza
> di una moltitudine priva di freni è assolutamente intollerabile: il tiranno,
> se fa qualcosa, la fa con cognizione di causa, il popolo invece non ha neppure
> capacità di discernimento. E come potrebbe averla dal momento che non gli è
> stato insegnato nulla e non ha mai visto nulla di bello che fosse suo? Si
> getta nelle cose senza riflettere e le sconvolge, simile a un fiume in
> piena”.
>
> (Erodoto, Le Storie, III, 81)
Così, secondo Erodoto, si esprimeva alla fine del IV secolo avanti Cristo il
persiano Megabizo per opporsi a chi voleva “conferire il potere al popolo”.
Dunque, già a quei tempi veniva definita – con i suoi stereotipi e le sue verità
– la figura retorica del popolo come plebaglia buona a nulla e ignorante, infida
e pericolosa. Concezione riaffermata, quasi un secolo dopo, nel pamphlet contro
la Costituzione democratica di Atene attribuito allo Pseudo-Senofonte, detto
anche “Anonimo oligarca”. Ne citiamo alcuni passi, dalla traduzione che ne fece
Luciano Canfora in La democrazia come violenza / Anonimo ateniese, Sellerio
1998 :
> “A me non piace che gli ateniesi abbiano scelto un sistema politico che
> consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene. […] Dovunque sulla
> faccia della terra i migliori sono nemici della democrazia: giacché nei
> migliori c’è il minimo di sfrenatezza e di ingiustizia, e il massimo
> d’inclinazione al bene; nel popolo invece c’è il massimo d’ignoranza, di
> disordine, di cattiveria; la povertà li spinge all’ignominia, e così la
> mancanza di educazione e la rozzezza, che in alcuni nasce dall’indigenza. […]
> Il popolo non vuole essere schiavo in una città retta dal buon governo, ma
> essere libero e comandare: del buon governo non gliene importa nulla. […] è
> comprensibile che ciascuno voglia giovare a se stesso. Chi invece, non essendo
> di origine popolare, ha scelto di operare in una città governata dal popolo
> piuttosto che in un’oligarchia, costui è pronto ad ogni mala azione, e sa bene
> che gli sarà più facile occultare la sua ribalderia in una città democratica
> anziché in una città oligarchica”.
Il concetto di popolo, così bistrattato nell’antichità ellenica, comincia a
essere “redento” in età moderna, come nella Germania cinquecentesca del pastore
protestante Thomas Müntzer e nell’Inghilterra rivoluzionaria del Seicento, dove
al popolo si va a conferire dignità in quanto “popolo di Dio”; fino ad arrivare
agli enciclopedisti francesi del Settecento e più avanti a Jules Michelet, che
nel saggio Le peuple del 1846 fece una robusta apologia del popolo, definito
generoso, pronto al sacrificio e pieno di umanità, ingiustamente disprezzato dai
pasciuti scrittori da salotto che si limitavano a descriverne la parte peggiore,
ossia quella minoranza di delinquenti ben vestiti che giustificava il
consolidamento del potere di polizia ed esercito. È da qui che si affaccia
l’espressione “la personalità del popolo”, inteso come soggetto, come un Io
dotato di personalità e, quindi, di una psicologia.
Da questa matrice deriva la categoria politica del populismo, quel concetto oggi
tanto usato e abusato da esser ormai ritenuto una semplificazione scontata, dal
significato univoco ed elementare, alla portata di tutti. In realtà, già nel
1967 lo storico statunitense Richard Hofstadter intitolava un suo intervento
alla London School of Economics “Tutti parlano di populismo, ma nessuno può
definirlo”. In effetti, le varianti di “populismo” che si sono succedute negli
ultimi secoli potrebbero essere inserite in un elenco, che va dai levellers e
i diggersinglesi del Seicento a tutte le forme che si sono evolute in molti
paesi, come negli Usa (il Populist Party), in Russia, e in India, Canada,
Francia, Irlanda, Romania, Messico, Perù, e altrove. Secondo diversi studiosi,
il populismo non può che essere definito come stile politico che lavora su vari
materiali simbolici, per dare una forma all’ideologia del luogo in cui si
esprime. Lungi dall’essere univoco, il populismo incorporerebbe “una serie di
risorse discorsive che possono essere usate nei modi più diversi”, con
“significati fluttuanti” (Yves Surel in un saggio su Silvio Berlusconi), veicolo
di significati che variano a seconda delle diverse congiunture storico-politiche
in cui opera.
Agli osservatori di oggi il populismo appare il risultato di una lunga
formazione carsica, dove il tipico leader del momento diventa una specie di
federatore politico di emozioni e istanze popolari “basiche”, che lavora sulle
parole e sulle immagini per alimentare questo fermento, basato oggi più che mai
– grazie alla comunicazione elettronica dei nuovi media che tutto fagocitano –
sul pensiero veloce e automatico, che vuole contrapporsi al cosiddetto pensiero
lento e riflessivo, spesso controintuitivo, esibito dalle deprecate élites. E
quel “popolo” che i populisti pretendono di interpretare viene spesso
rappresentato come una maggioranza anche quando è solo una minoranza
rivendicazionista.
A ogni modo, una caratteristica certa del populismo come definizione è che oggi
nessuno – spesso ipocritamente – se la attribuisce: al contrario, essa viene
spesso attribuita agli avversari politici come epiteto sprezzante e sminuente,
anche delegittimante, in tattiche dialettiche che consolidano la semplificazione
concettuale a cui abbiamo accennato. Da qui deriva un’analoga semplificazione,
di cui vogliamo parlare: quella di confondere o sovrapporre i concetti
di populismo e sovranismo, che sono sfere ben differenti, in una sorta di
“populismo sovranista”, commistione che può essere utile a livello
giornalistico, ma generalmente ritenuta inammissibile a livello
storico-politico. Eppure, questa endiadi può essere giustificata sul piano
filosofico, come afferma Rocco Ronchi nel suo saggio Populismo/Sovranismo. Una
illustre genealogia, edito da Castelvecchi nel 2024. La questione che qui viene
affrontata, nel confronto tra le due sfere, è di tipo genealogico, perché
populismo e sovranismo paiono amare la stessa libertà, professare lo stesso
individualismo: secondo Ronchi,
> “Il populismo sovranista ha padri nobili e insospettati, spesso gli stessi che
> vengono additati come esempi di resistenza al pensiero unico: dal Dostoevskij
> del ‘sottosuolo’ all’osannato Pasolini ‘corsaro’, dall’anarca di Stirner al
> Bartleby melvilliano, senza trascurare la singolare convergenza del populismo
> sovranista con le teorizzazioni postmoderne sulla natura del potere sovrano.
> Del prototipo fascista – con il quale civetta – elabora l’aspetto anarchico,
> rivoluzionario e fieramente irrazionalista, quello che aveva sedotto, come un
> nuovo mito, l’umanità disastrata uscita dal primo conflitto mondiale”.
Il popolo sovrano di stampo populista, come lo conosciamo, sarebbe una
“soggettività dispersa e frantumata”, parlante una lingua “formulaica, modulare,
puramente performativa”, le cui parole d’ordine servono a “un riconoscimento
automatico fra uguali”. La democrazia, che dovrebbe servire a curare la malattia
populista, in realtà è lo stesso brodo di coltura del nemico che si vuol
combattere; e il richiamo a Gramsci – come a Brecht – diventa imprescindibile.
Il carattere intrinsecamente minoritario del socialismo, di cui Gramsci era ben
consapevole, richiedeva “una minoranza agguerrita, dotata cioè di una metis, di
una intelligenza pragmatica, che la rendesse atta a costruire come a sciogliere
alleanze locali, a istituire blocchi sociali eterogenei, a governare processi, a
osare arditi ‘compromessi’ che fossero in grado non solo di arginare la tendenza
avversa, ma di infletterla astutamente nella propria direzione”.
Come sostiene Ronchi, fare della “semplificazione” del pensiero il punto di
forza del populismo è a sua volta una semplificazione comoda, che semplificando
ci esonera dallo sforzo dell’analisi.
> “Liquidare il populismo come mero non-pensiero, ripetendo il ritornello della
> ‘pancia’ contrapposta alla ‘ragione critica’, non solo ne sottovaluta la
> potenza, ma impedisce di dotarsi delle armi necessarie per combatterlo”.
Anche alla luce delle recenti polemiche – sempre più conflittuali – che da
qualche tempo infiammano e infettano il nostro dibattito pubblico sul fascismo
(presuntamente redivivo) e sull’antifascismo (come bandierina assolutoria), ne
abbiamo parlato con l’Autore, cercando una visuale approfondita.
Lei sostiene che il fascismo storico non era una “mera ciarlataneria da fiera”,
come si presentava agli occhi dell’élite intellettuale europea, ma era
una metafisica, e che quel fascismo è valso come “prototipo”, ovvero come schema
operativo per gli ulteriori sviluppi del populismo/sovranismo giunto fino a noi,
che ne ha elaborate le virtualità in modo originale. Quest’ultimo, come afferma,
si radica nella metafisica della libertà individuale, che trova espressione come
libertà esistenziale nell’infelice protagonista delle Memorie del sottosuolo di
Dostoevskij, un irriducibile sovranista di se stesso.
In Mille piani, due filosofi che mi hanno ispirato nel mio lavoro intellettuale,
Gilles Deleuze e Félix Guattari, dicono, a un certo punto, che al nostro
orizzonte si profila un fascismo che farà impallidire quello che abbiamo
conosciuto nel nostro passato. Il libro viene pubblicato nel 1980. Io l’ho letto
qualche anno dopo. Confesso che una simile affermazione mi è sembrata, alle
prime, una esagerazione retorica, una esagerazione non insolita, del resto, in
un tempo, siamo infatti alla fine della decade “rivoluzionaria” degli anni
Settanta, che era incline a certe forme di estremismo enfatico. Il tempo però
penso che abbia dato loro ragione e abbia invece smentito il mio ottimismo di
allora. Era infatti al di là delle mie possibilità di previsione immaginare che
il “mondo” nel quale ero nato e nel quale ero cresciuto potesse veramente
finire. Per “mondo” intendo l’epoca generatasi con la Rivoluzione Francese,
l’epoca che nella libertà, nell’uguaglianza e nella fraternità, e più
precisamente nel loro nesso indissolubile (nessuna libertà senza uguaglianza e
nessuna uguaglianza senza libertà e nessuna libera uguaglianza senza il
presupposto della fraternità universale), aveva posto l’ideale regolativo della
Storia, il cammino in qualche modo ineluttabile dell’umanità (socialismo e
comunismo partecipavano a pieno titolo di quella storia). La riprova non era
forse la sconfitta su scala planetaria subita dal fascismo nel 1945? Ebbene, a
distanza di quarant’anni dalla pubblicazione di quel libro, dobbiamo riconoscere
che è proprio a questa fine che stiamo assistendo su scala planetaria. Il che ci
costringe a ripensare il fenomeno fascismo formulando una ipotesi meta-storica,
che si potrebbe definire a tutti gli effetti metafisica. E se “fascismo” non
fosse il nome di una precisa costellazione storica, determinata nello spazio e
nel tempo (o, se non fosse solo questo)? Se “fascismo” piuttosto che un fatto,
un modello, un archetipo, designasse un processo, un prototipo in via di
sviluppo, di cui i fascismi storici sono stati soltanto i primi sviluppi
evolutivi, i primi balbettamenti e di cui l’attuale ondata populista fosse
un’altra e più “totale” concretizzazione? Se il “fascismo” fosse il nome
convenzionale per una potenza all’opera, per una potenza in esercizio, la cui
effettuazione reale e in certo senso definitiva richiede una “macchina” che
forse solo la tecnologia moderna ha messo a disposizione? Chi avrebbe potuto
credere, solo qualche anno fa, che l’Occidente democratico e liberale, avrebbe
potuto assistere, impotente se non addirittura complice, ad un genocidio così
somigliante a quello perpetrato dai nazi-fascisti? La domanda da porre non è
allora che cosa è stato il fascismo, ma che cos’è qui e ora, quale potenza mette
in campo e perché questa potenza sembra oggi non conoscere argini. Dove,
insomma, il fascismo attinge la sua energia? Siccome la modernità ha nell’idea
di libertà la sua radice metafisica e siccome il fascismo è un fenomeno
completamente moderno, e nient’affatto “eterno” come alcuni hanno sostenuto,
bisogna, credo, provare a capire quale libertà sia quella che il
fascismo-processo mobilita per corrodere fino a distruggerle le libertà civili
prodotte dalla Rivoluzione Francese, una libertà che è fondata sulla
disuguaglianza, una libertà che suppone una fraternità di altro genere, rispetto
a quella originaria, che postula una fraternità che esclude, una fraternità di
“razza”. È per rispondere a questa domanda che ho tirato in ballo l’antropologia
filosofica contenuta in nuce in quel fantastico racconto di Dostoevskij.
Nel suo saggio vediamo come la “capacità universale di fascinazione” del
populismo/sovranismo è data anche dalla rabbia e dalla indignazione degli
“insorti”, e si collega alla paura, che è una paura senza nome, astratta,
antica, che forse non riesce nemmeno più a focalizzare il proprio oggetto. Qui
lei fa entrare in gioco Hobbes, che intuisce come “la paura è l’elemento stesso
nel quale sguazza un ente che si vuole incondizionatamente libero”. E la paura è
indifferente al sapere – si veda la classica idiosincrasia verso l’autorità
scientifica – come la libertà è indifferente alla verità/oggettività.
L’uomo del sottosuolo o della topaia, come forse sarebbe meglio tradurre, è
l’insorto, è il soggetto che in nome della libertà vuole emanciparsi perfino dal
dominio della verità. A lui non piace che 2+2 faccia quattro, lo sente come un
limite imposto dall’Altro alla sua assoluta possibilità. La sua negazione
impotente è così all’origine del suo risentimento verso ogni autorità
intellettuale (le élites…). Vent’anni prima, Max Stirner aveva schizzato un
ritratto analogo. Per il suo “anarca” ogni verità era un muro opprimente, un
idolo da abbattere. Ciò che auspicava per una umanità veramente liberata era una
verità “creata” ad hoc (come le fake news…), una verità che funzioni come “arma”
per affermare il diritto assoluto del “singolo”. Lette centociquant’anni dopo le
pagine di Stirner e di Dostoevskij risultano particolarmente preveggenti.
Bisognerebbe rileggerle a partire dal libro di wu ming 1 su QAnon (La Q di
Qomplotto. QAnon e dintorni, Alegre, 2021): sulla rete si formano comunità
complottiste che creano una verità artefatta, con sfacciata noncuranza per i
fatti, e sono comunità in grado di decidere le sorti politiche del più potente
paese del mondo (prima elezione di Trump). Uomo del sottosuolo e anarca
sembrano annunciare così una umanità nuova, ribelle e risentita, insofferente di
ogni legge e di ogni istituzione che vincoli un libero e irrazionale volere nel
quale è riposto tutto l’essere del soggetto. Nietzsche aveva
chiamato ressentiment la condizione abituale dell’“ultimo uomo”. Il liquido
amniotico in cui cresce questo nuovo tipo umano non può che essere la paura: una
libertà così astratta non può infatti che sentirsi sempre minacciata, sempre sul
punto di venir meno, sempre precaria, sempre instabile, come accade alle
persone anziane. La condizione naturale dell’insorto è infatti il timore e il
tremore; per questo necessita di capri espiatori, vale a dire della continua
offerta da parte dei media di nemici immaginari da sacrificare sull’altare della
sua libertà. E si tenga presente che la misura di una fede in un astratto
immaginario (ad es. La Grande Israele) è data solo dalla quantità di sangue
innocente che si è disposti a versare.
A pagina 39 lei si domanda: “Perché gli intellettuali italiani si sono
specchiati nel ‘pasolinismo’? Che cosa c’era di così seducente in quella
diagnosi senza speranza?”. Entriamo qui nell’annosa questione, oggi più acuta
essendo appena trascorso il cinquantenario dalla morte, su cosa abbia alimentato
questo consenso su Pier Paolo Pasolini, che trascende le appartenenze politiche
(schieramenti opposti se lo litigano quasi come un simbolo identitario): un
“consenso generalizzato, entusiasta, talvolta addirittura fideistico” sul
Pasolini teorico della “mutazione antropologica”, della “omologazione”, del
“genocidio culturale” eccetera. Lei osserva come Alberto Asor Rosa vi avesse
colto già nel 1965 un certo populismo estetizzante e decadente, coerente con la
tradizione; dunque era un conservatore che non ha inventato nulla, il Pasolini
“corsaro”? Era il lamento dell’intellettuale che vede minacciata la sua “aura”,
come dice, sguarnito di difese dall’avanzare della “modernità” copernicana della
televisione e dei jeans uguali per tutti (con le aggravanti di divorzio e
aborto, oltretutto)?
In effetti la penso un po’ così, anche se ho dovuto per questo scontare un certo
isolamento. Criticare il “pasolinismo” è infatti in Italia un peccato che non si
perdona facilmente. Se si vuole essere ammesso nei salotti buoni, la prima cosa
da fare è rendere omaggio alla santa icona… Ma io non ce l’ho con l’artista
Pasolini, di cui per altro apprezzo il cinema (quello degli inizi, almeno, e
soprattutto apprezzo la sua riflessione teorica sul cinema), ce l’ho con lo
sguardo coloniale e paternalistico che rivolge al mondo degli ultimi,
collocandoli, situandoli, spiegandoli con la perizia di un etologo che illustra
i comportamenti obbligati dei viventi che ha come oggetto di studio. Il suo è
uno sguardo normativo, pronto a rilevare e a stigmatizzare ogni infrazione della
legge tramandata, di cui si professa custode e cantore. Il Potere contro cui
Pasolini si scaglia è il potere con la maiuscola, vale a dire una immagine
astratta del potere che si calerebbe dall’alto per pervertire una “vita”
altrettanto astratta. Credo invece che per essere compreso nella sua efficacia
il potere vada scritto con la minuscola, come ha fatto, per esempio, Foucault
più o meno negli stessi anni. Il potere non è insomma in contrapposizione con la
supposta innocenza della “vita”. Il potere è ciò di cui il reale – ogni reale –
è fatto, perché il reale non è nient’altro che un rapporto di forze, una rete di
potenze in esercizio, potenze che sono tra loro in conflitto in un gioco
infinito (Nietzsche docet). Per questo un antifascismo reale funziona solo se è
“militante”, mentre è puramente retorico se si limita alla dimensione del
giudizio morale. Se poi ho definito Pasolini un tipico letterato italiano è
perché il modo con cui l’Italia è entrata nella modernità è stato attraverso il
rifiuto del copernicanesimo e delle conseguenze metafisiche che esso implicava
vale a dire la fine di ogni gerarchia, l’uguaglianza infinita di tutti gli enti,
la fine dell’antropocentrismo. Sono esattamente le cose che ripugnano al
letterato italiano, che privilegia la retorica, ma sono anche le tesi che hanno,
non a caso, portato Giordano Bruno sul rogo.
Veniamo al tema della produzione del mito. Lei osserva come il giovane Mussolini
rivoluzionario intendeva trasformare il Partito socialista in macchina
mitologica: “Mussolini era perfettamente consapevole dell’operazione di
tecnicizzazione del mito che andava proponendo ai compagni del partito”. È molto
interessante l’estratto dell’articolo che Mussolini scrisse sull’«Avanti!» a
commento del suo discorso al Congresso di Reggio Emilia del 1912, in cui afferma
che il partito ha una “anima religiosa”, è una comunità e non una società di
interessi:
> “Che importa al proletariato di capire il socialismo come si capisce un
> teorema? E il socialismo è forse riducibile ad un teorema? Noi vogliamo
> crederlo, noi dobbiamo crederlo, l’umanità ha bisogno di un credo. È la fede
> che muove le montagne perché dà l’illusione che le montagne si
> muovano. L’illusione è, forse, l’unica realtà della vita”.
Ci spieghi la sua definizione di questo “mito tecnicizzato”, visto come “una
allucinazione volontaria che non allucina la realtà, creando una falsa
percezione, ma la stessa potenza di allucinazione”.
Quella frase di un giovane Mussolini, aspirante leader dei socialisti italiani,
mi ha colpito moltissimo. Sintetizzava in una battuta il grande tema della
tecnicizzazione del mito (espressione usata da Furio Jesi per indicare l’uso
fascista dei miti, ad esempio: Dio, Patria e Famiglia) e della estetizzazione
della politica (espressione usata da Walter Benjamin per indicare la capacità di
seduzione del fascismo). Siamo ancora più che mai infangati in questa vicenda
che i media elettronici hanno però reso planetaria. Nietzsche ha spiegato bene
questo passaggio epocale quando ha scritto che se la verità diventa favola anche
la favola cessa di essere tale perché non ha più una verità cui commisurarsi. È
il mondo dello spettacolo generalizzato, che non è il mondo vero (nessuno
crede veramente alle frottole di Trump, nemmeno i suoi seguaci) ma non è nemmeno
il mondo falso (nessuno dei seguaci di Trump crede veramente che Trump menta
quando posta le sue frottole): è il mondo della illusione come unica realtà
della vita, al di là o al di qua della dicotomia vero/falso, il mondo del
“capriccio” lo definisce l’uomo del sottosuolo, dove l’unica “ragione dell’ente”
è una volontà arbitraria e tirannica. Il detto di Giovenale: “Hoc volo, sic
iubeo, sit pro ratione voluntas”, “Lo voglio, così comando, valga la mia volontà
come ragione” esprime molto bene il nuovo “mondo libero” sognato dai fascisti
del terzo millennio.
Paolo Ferrucci
L'articolo Ribelli, insofferenti, insorti. Dialogo con Rocco Ronchi sui fascisti
del terzo millennio proviene da Pangea.
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Nei giorni scorsi su “Pangea” è apparso un articolo di Gianfranco Lauretano e
Salvatore Ritrovato, in cui i due critici letterari segnano i loro punti fermi
intorno al poiein, cioè al “fare” poesia oggi. È un anticipazione de “L’anello
critico 2025” e il loro intervento mi ha ispirato (dopo vari articoli sul tema
che avevo scritto in passato proprio su “Pangea”) a cimentarmi di nuovo intorno
all’argomento del fare poesia, che può apparire superfluo e invece risulta
dirimente se si vuole provare a fare un po’ d’ordine valutativo nella società
della poesia. Società ancora vitale, ma piena di commercianti del do-ut-des,
tifosi e amichettisti (come tuonerebbe Abbate). Ma, a parte questo mio
rigo moraleggiante, Lauretano e Ritrovato pongono alcune questioni – con cui mi
trovo in parte in sintonia – che vale la pena analizzare. Premetto soltanto che
uno dei problemi maggiori per la poesia (come invece hanno cercato di ovviare i
giovani critici che, sotto l’ala di Alberto Casadei, hanno prodotto il saggio La
poesia attuale) è la mancanza di critici tout court. Ma di questo parleremo più
avanti.
Tutto il discorso di Lauretano e Ritrovato è attraversato da una forte critica
alla neo-avanguardia, come punto di cesura con le precedenti voci poetiche
novecentesche, quelle importanti e di riferimento, da Montale a Sereni, da
Caproni a Luzi, Da Bertolucci a Giudici. Ma c’è anche un mancato apprezzamento
di certe nuove contemporanee avanguardie-avanguardie.
Per parte mia non posso negare l’importanza contingente della rottura del
“Gruppo 63” nella storia letteraria nazionale e tuttavia c’è differenza tra chi
innova e chi rompe, come ho anche scritto nella poesia io non vorrei che nanni,
edoardo…, dove si mostrano alcuni stilemi della neo-avanguardia e dove la
conclusione definisce la contraddizione interna al movimento: “loro erano così
impegnati/ che manco si accorsero del/ sacco di palermo, era il 1963”.
Autodichiararsi neo-qualcosa prevede forti velleità, e alla fine c’è sempre
qualcuno più nuovo di te, c’è sempre un gruppo più avanguardista di qualsiasi
avanguardia. Mentre su questa linea io porrei piuttosto il tema abusato del
“contemporaneo” come enfasi di un mondo odierno che non sa più cosa c’era prima
e quindi non può inventarsi un dopo, un futuro descrivibile.
Un altro elemento messo in rilievo da Lauretano e Ritrovato è la necessità per
la poesia di uscire da certi limiti veicolari, dal proprio ambiente, o meglio da
quella che loro chiamano (gaddianamente) ambienza, cioè l’aspetto astratto
dell’ambiente. Certamente non può esserci poesia senza una partenza: serve
abbandonare qualcosa per cominciare a scrivere con le emozioni che andranno a
cementare il lessico profondo in un impegno nella lingua. È il viaggio che non
si è ancora fatto a decretare lo stimolo più tenace. E in questo i due critici
mostrano bene come i circolini e le consonanze artificiose dei gruppi di stile,
delle squadre omogenee di temi, addormentano i versi nella ricorsività.
Ritrovato in particolare spiega che la prima caratteristica della poesia è di
essere contro i tempi. Personalmente non so se la poesia abbia necessariamente
questo compito avverso, penso però che bisogna allontanarsi per capire dove
siamo. In termini militari si pensa che allontanandosi dal campo di battaglia e
mettendosi in una posizione alta, in rilievo, si possa vedere meglio la totalità
della situazione e quindi si possa capire meglio come attaccare il nemico. Nel
caso della scrittura il nemico è lo scrittore stesso che passa le giornate a
scrivere e cancellare, cambiare e ripristinare ciò che ha scritto. È questo un
lavorio nella lingua che il poeta opera nella società che si trova a vivere, ma
da questo parola abusata del contemporaneo, da questo presente egli deve anche
fuggire con uno scarto temporale. Se nella scrittura io fossi
totalmente o’clock non potrei avere lo scarto di visione che mi permette di non
essere qui e ora, e permette ai versi che scrivo di portare con loro un modo
differente, una musica che non andrebbe a Sanremo, per dirla con una
similitudine. Credo che la tensione nella poesia sia – almeno questa è la mia
maniera – quella che tende al classico. Perché c’è uno stile classico che
ricerco sempre, fuori dalla mondanità del regime poetico contemporaneo.
Nell’articolo di Lauretano e Ritrovato si parla di un periodo attuale in cui si
incrocia sempre più un approccio sciatto alla scrittura. Ma non è soltanto la
scrittura, è il mondo attuale a essere sciatto. L’accumulo di informazioni
annulla l’informazione stessa. Questa è pura sciatteria. Oggi, quando leggiamo
una notizia non possiamo chiederci da che parte stiamo, ma se quella notizia è
vera o falsa. Non solo noi non sappiamo più cosa è vero e cosa è falso, ma il
flusso ininterrotto di byte offusca la nostra memoria e pure la capacità
cognitiva del cervello, che non è più in grado di cimentarsi verso
l’inabissamento creativo e lo scavo nella coscienza. Siamo continuamente
sollecitati. Siamo nel periodo in cui il contemporaneo annulla ogni abilità
metacognitiva.
In un mondo del genere la meravigliosa definizione di poesia data dal poeta
italo-americano Jude Luciano Mezzetta suona ormai beffarda. Lui dice che “la
poesia sono le notizie che restano per sempre notizie”. E io gli credo, ma serve
il cimento di un esploratore indefesso per tenere barra dritta su questo tipo di
poesia. Oggi, infatti, è più semplice scrivere la poesia-facile, al posto della
poesia-poesia (definizioni che ho usato in un articolo uscito su “Pangea”).
Ma come si fa a tenere barra dritta sulla poesia-poesia quando, come raccontano
Lauretano e Ritrovato, gli editori di poesia cercano spesso l’autore con più
like sui social, per tentare di riprodurre quei like in vendita copie? Il
fenomeno del passaggio repentino dai social alla carta stampata (come dai talent
al concerto al Circo Massimo) esprime il nostro zeitgeist.
Loro parlano di un periodo in cui siamo passati dalla “democratizzazione” della
cultura alla sua “plebeizzazione”. È vero che stiamo vivendo un momento di
sconfortante ignoranza (del resto pure Platone nella Repubblica scriveva che
“non ci sono più i giovani di una volta”), ed è questo argomento che cambia il
tema da come si fa poesia a che cosa è la poesia, cioè si passa
dal poiein all’einai, dal fare all’essere. Se è vero che c’è un percorso
immanente al genere letterario della poesia, cioè il genere letterario della
poesia come tradizione da rigenerare ogni volta, è anche vero che esiste un
percorso della poesia in confronto alla cultura presente, cioè a un universo
numerico dipendente, dove quella che qualcuno di noi definisce ignoranza si basa
sulle capacità di muoversi, in maniera più o meno disinvolta, sui dispositivi
elettronici e digitali, più che conoscere a memoria il primo canto della Divina
Commedia o L’Infinito di Leopardi, o anche soltanto capire il legame analogico
che esiste tra l’Iliade, i sentimenti e le relazioni che esprimono e agiscono
nella storia narrata i personaggi di quel poema e la costruzione dei sentimenti
e delle relazione di un adolescente ai primi anni di un qualsiasi liceo.
Ha ragione Lauretano quando dice che questo nostro sistema digitale dei social è
il vero distacco dal Novecento. È anche per questo che i parametri di giudizio
odierni non possono più guardare soltanto a quel sistema critico e a quelle
impostazioni strutturali nel campo dell’analisi poetica.
Ma certo ci sarà ancora un posto per la poesia. E se c’è questo posto non è
nelle leziose antologie amicali o in un fantastico credo buono e oggettivo, ma
nella capacità che si avrà, da parte di chi si occupa di poesia come studioso,
di far emergere alla superficie quelle voci poetiche, quegli autori che stanno
fuori da chiese e segreterie di consorterie poetiche, brillanti come cartelloni
pubblicitari.
Ciò che manca come l’aria oggi alla poesia sono i critici. Tutti vogliono fare i
poeti e nessuno si è ancora piazzato convintamente e soltanto dalla parte della
critica. Si contano sulle dita di una mano coloro che hanno deciso di fare
questo lavoro e sanno farlo. Ma sono come i medici di base: meno ce ne sono più
perdono il senno perché hanno troppi mutuati…
La critica ha dismesso al proprio ruolo. Se ci sono stati grandi poeti è perché
hanno avuto accanto interlocutori autorevoli e competenti. Parlo di personalità
come quelle di Debenedetti, Blasucci, Garboli, Berardinelli, ecc. Critici che
hanno provato a scegliere e consigliare, male o bene, ma almeno hanno indicato
delle rotte possibili. Oggi tutti fanno tutto. E se tutti fanno tutto e nessuno
osa più una scelta precisa di competenza, al di fuori delle accademie, sarà
sempre più difficile fare una adeguata cernita tra il grano e il loglio, tra il
buono e il meno buono nella produzione poetica.
Oggi vediamo tanta poesia-facile pubblicata presso grandi editori. Nessuno nega
che McDonald’s venda tanti panini, ma nessun McDonald’s è citato in una guida
Michelin. Oggi che nessuno si prende più la briga di scrivere per la poesia una
guida Michelin seria (e non amichettistica), chiunque approfitta di equiparare
poesia-facile e poesia-poesia, come fossero la stessa cosa, come avessero la
solita funzione. Non starò qui a ripetere quale funzione abbia una poesia vera.
Ne abbiamo parlato con gli amici Fierro e Tomada su due riviste (“farevoci” e
“Il Ponte”) nei mesi scorsi. Qui provo a difendere un lavoro in poesia che in un
percorso lungo di anni (e non nel furore di un solo libro, o di una carriera
sempre uguale a se stessa) sappia ordinare un discorso ininterrotto e forte con
la tradizione e nel novero di una voce attuale ma separata
dal continuum temporale del qui e ora.
Sono meno d’accordo quando Lauretano e Ritrovato si soffermano sul fatto che
dopo i grandi autori novecenteschi (Caproni, Montale, Giudici) cade l’interesse
verso la poesia, perché i programmi scolastici arrivano a Pascoli e D’Annunzio,
il resto viene saltato… Insomma, vedo un grande interesse per la poesia, ancora
oggi. Ma è un interesse curativo, un interesse immediato, prêt-à-porter:
interesse per la poesia-facile.
Lauretano e Ritrovato pongono la questione di un dialogo che si è interrotto e
la pongono come dialogo dei poeti di oggi con quelli del Novecento, pensando a
esso come punto di arrivo e caparbio momento di crescita di fronzosi rami
letterari. Per parte mia sono interessato più al dialogo con la lunga tradizione
poetica italiana. Ho avuto la fortuna, da giovane, di poter avere a che fare con
Giovanni Giudici, cioè di avere la faccia tosta di organizzare a Pisa alcuni
incontri e seminari con lui. E tengo al suo lascito per tre cose: il rapporto
creativo e appassionato con la tradizione poetica, a partire dalle origini, dai
trovatori e dai Siciliani in avanti; il lavoro nella lingua, dove una parola non
è soltanto ciò che significa ma significa ciò che è; i principi costruttivi del
verso che ha una sua logica musicale, perché la poesia deve rispondere a una sua
armonia interna che diventa musica nella lettura.
E poi c’è questo “io” poetico, di cui tutti parlano. È un “io” particolare, una
specie di feticcio se trattato “egoisticamente”. Ma non si deve pensare che
questo “io” sia inderogabile. Intanto gli io di uno scrittore, di un’artista,
non sono uno solo, sono molteplici. E poi possono dispiegarsi in altre persone.
Io uso molto il “tu” come protagonista dei miei versi. Il libro Baltico, per
esempio, è quasi un romanzo in versi che racconta, in seconda persona singolare,
il rapporto reale e fantasmatico di un personaggio lontano da casa, col mal di
schiena, che riflette di fronte a uno specchio obliquo in relazione alle guerre
di ieri e di oggi. Quindi qui il mio “io” non è più soltanto io. Siamo in quella
che Caproni chiamava la profondissima zona della poesia in cui un io passa
subito alla pluralità, dove chi scrive diventa un noi, un individuo che parla
universalmente. Anche questa è una dote che la poesia-poesia dovrà tutelare.
Alessandro Agostinelli
*In copertina: un’incisione di Roland Topor (1938-1997)
L'articolo Cosa vuol dire fare poesia oggi? Ovvero: la poesia-facile e l’assenza
dei critici proviene da Pangea.
> “Nel mondo la verità è debole. Basta una piccolezza per oscurarla. Il più
> stupido degli uomini può ferirla.”
Anche io mi perdo. L’età e l’uso del mondo usurato si aspetterebbero io prenda
tutto in maniera compassata: dovrei averne viste abbastanza per non provare
altro che sbadiglio rispetto alle smorfie ciniche e brutali del
mondo-così-com’è, e non mostrare sgomento poiché lo sgomento, che è una
boccaccia dello stupore, è dei bambini e i bambini si sa sono le vittime totali
più che perfette. Chi non uccide per tempo il bambino che è stato non
sopravvive, questo il contorto mondo-così-com’è lo insegna chiaro e forte.
Eppure mi perdo lo stesso, con sgomento, per i disordini nell’Iran che non ne
può più di essere teocratico e per quelli sotto casa dove c’è ancora chi
pretende non ci si possa non dire cristiani, per le violenze reiterate in strada
e in fin troppe parti del mondo che è un impero più a pezzi dei nervi di chi
allucinato crede sia ancora possibile imperarci su, sui miliardi di persone che
lo abitano.
Durante la settimana appena trascorsa ho passato del tempo con dei ventenni per
le svariate ragioni che poi sono sempre la stessa, l’occasione che provano a
cogliere per chiedere a un adulto: “Tu che sei sopravvissuto alla giovinezza, mi
dici per quale ragione si sta al mondo?”.
Dovrei dirgli quello che dicono tutti, ovvero quello che tutti omettono: che
come per sopravvivere all’infanzia devi uccidere il bambino, per sopravvivere
alla gioventù devi ucciderla – l’età adulta è l’età della colpa, quella di chi
nella migliore delle ipotesi s’è macchiato dell’omicidio solo di sé
stesso. Coloro cui tocca l’ultima età hanno l’esclusiva della straziante
ammissione di essere sopravvissuti passando sui propri cadaveri e su quelli di
chissà quanti altri. Ci si salva dalla caduta precipitando sul morbido di strati
e strati di sommersi.
Altre volte avrei risposto ai ventenni come me l’ero cavata io ai tempi:
leggendo Dostoevskij, Seneca e i manuali della perfetta umanità di quello
scrittore italiano che è postumo già in vita. Invece mi sono limitato a offrire
il giro da bere, a buttare lì: “Rivediamoci tra dieci o venti anni, poi mi
direte”, e mi sono messo a leggere Virtù di Romano Guardini, perché per
sopravvivere al soffocante senso di impostura generale un pensatore che pensa
l’etica senza tentennamenti bizantini è la bomboletta d’ossigeno che mi ci
voleva.
Romano Guardini l’ho conosciuto leggendo L’essenza del cristianesimo, me lo
regalò D un’estate di qualche anno fa, allora non sapevo Guardini chi fosse, il
peso che avesse avuto nella formazione del papa argentino, e ora come allora non
so quale sia il rapporto di D rispetto al cristianesimo, probabilmente di
disaffezione e delusione come è il più delle volte per chi il cristianesimo o
qualunque altra religione la incontra, o gli è fatta incontrare, quando è
bambino, quando è giovinetto: le vecchie religioni non reggono l’urto del mondo
nuovo come è, per questo ci si preoccupa tanto di aggiornare la pastorale: in
un’epoca di lupi mannari essere formati per diventare un mite gregge da beato
macello industriale suona come invito al suicidio di massa per cui sono rinomate
le sette che non ce l’hanno fatta a sfondare per aggiudicarsi l’otto per mille.
Io che non ho religione avendo imparato ad ammirare il tono sapienziale di
Romano Guardini sono diventato a mia insaputa uno di quegli atei devoti che si
definiscono atei per depistare meglio e che per lo più sono devoti al ritorno di
immagine del passarsi all’opinione altrui quali dei convertiti mancati, che
vorrebbero tanto poter disporre di una fede che però, se ancora gli manca, non
sarà neppure più a causa loro ma del dio che non gliela conclama? Naaah, ateo
passi pure, per quanto sia una parola con la sua etichetta prestampata su, ma
devoto proprio no.
La fede, che per Romano Guardini è una verità alla cui luce riflettere sul
mondo, per me non è e non può essere una verità affatto, ma una presa di
posizione per chi ce l’ha, per chi la rivendica, grazie alla quale orientarsi
rispetto al mondo, un punto di vista che permette di interpretarlo, percorrerlo,
giudicarlo, riformarlo.
In questo senso, la scelta è tra una fede, ovvero una visione, e la cecità,
dopodiché non è detto che esista un punto di vista più definitivo degli altri,
anzi più un punto di vista vuole delegittimare e neutralizzare e oscurare tutti
gli altri più si rischia una nuova forma di cecità indotta. La guerra tra
religioni – dichiarate in quanto tali o no – è il grottesco spettacolo di
ciclopi che provano a orbarsi l’un l’altro per vantare il predominio sulla
verità da parte dell’unico che resterà al più con mezzo occhio aperto, laddove
senza una visione almeno binoculare resta inaccessibile la percezione della
tridimensionalità di una realtà che magari di dimensioni ne avesse solo tre o
quattro.
Di Romani Guardini ammiro che rivendichi la virtù intesa “come quell’istanza la
cui realizzazione rende l’uomo autenticamente uomo” (con quell’uso estensivo
della parola uomo per intendere uomini e donne che comunque una avvisaglia sul
punto di vista maschiocentrico di chi parla ce la dà).
Virtù ovvero ricerca di valore che aiuti a capire se non il perché si sta al
mondo quanto meno quale è il modo migliore per starci, poiché finché uno nel
mondo non riesce a starci bene è assai dubbio reputi che la ragione del suo
trovarcisi all’interno sia benevola – fino ad arrivare alla
riflessione/consolazione del sopravvissuto adulto: si sta al mondo per capire
come poterci stare dentro nel miglior modo possibile per sé e per gli altri,
dato che come non c’è un sé se non ci sono degli altri rispetto a quel sé, allo
stesso mondo se non ci possono essere gli altri se non ci sono rispetto a un sé
di riferimento. Correggendo l’aritmetica pirandelliana: se c’è un uno ci possono
essere gli altri centomila e passa ma se non c’è nessuno non può esserci nessun
altro.
Rispetto al ritorno del caos a reti unificate che sollievo leggere che “Chi
invece sa che cosa è l’ordine, sente la pericolosità, anzi l’arcana minaccia del
disordine.” Eppure l’ordine non è una minaccia arcana altrettanto? Lo stesso
Guardini scrive: “In ogni virtù si annida la possibilità dell’anti-libertà.” In
Guardini per fortuna l’ordine non è una soluzione politica conservatrice,
retropica, securitaria, ma la ricerca di un equilibrio, di una armonia, di una
serenità possibile all’interno di un mondo impossibile per la convivenza umana
che pure, beckettianamente, è più che possibile, è addirittura reale.
Quando leggo “Si è sviluppata in tempi vicini una concezione dello Stato secondo
cui [a] esso, in vista della potenza, del benessere, del progresso, ogni
iniquità è permessa. Quando un’ingiustizia ha raggiunto il suo scopo benefico,
cade nel nulla” mi figuro Guardini bloccato alle frontiere statunitensi, ai
checkpoint israeliani, per ben sospetta connivenza col nemico, poi mi ricordo
che è morto nel 1968 e penso fiuuu, se l’è scampata quest’epoca in cui i
cosiddetti governi liberali e democratici se ne inventano di ogni per far
passare sotto il cappello della legalità la decapitazione dei diritti e delle
garanzie su cui dovrebbero fondarsi.
Leggendo Virtù scopro l’uomo, e la donna, che vorrei piacesse essere a me e agli
altri: verace, “Significa non soltanto dire la verità, ma anche farla”, capace
di accettazione, “In fondo ciò che importa è soltanto che tu sia leale”, “È
sempre l’accettazione del reale che fonda la lealtà dell’esistenza”, paziente
(come il Dio di Guardini che “non solo ha fatto il mondo, ma lo tiene e lo
porta. Egli non se ne annoia”), giusto, “L’uomo non soltanto è, ma il suo essere
gli è affidato e gli viene attribuito quanto egli ne fa”, rispettoso, “È forse
lecito dire che ogni vera cultura comincia con il fatto che l’uomo si ritrae”,
fedele perché i fedeli “creano stati d’animo duraturi”,
disinteressato, “Sembrano farsi rare le persone che compiono la propria opera in
dedizione pura semplicemente perché essa è valida, perché essa è
bella”, ascetico quando per ascesi si intende “rinunciare a ciò che non può
essere”, e coraggioso!
> “Poiché il futuro, a dispetto di prognosi in casi particolari, è appunto
> l’ignoto. Ma vivere significa avanzare verso l’ignoto, ed esso può delinearsi
> dinanzi ai nostri occhi come un caos entro cui dobbiamo osare di
> precipitarci.”
E la bontà? La tanto sputtanata e infangata bontà degradata a buonismo, wokismo
per niubbi, coglionaggine patologica degli amanti delle culone inchiavabili?
> “Un uomo buono è uno che ha una buona opinione della vita, che pensa
> fondamentalmente bene di essa.”
Bisogna essere coraggiosi per essere buoni. Bisogna avere fede nella certezza
che essere virtuosi renda la vita un buon posto dove continuare a stare.
> “Una vera bontà lascia a ciò che vive lo spazio aperto e libero movimento,
> anzi glielo dona, glielo crea, giacché solo là la vita può fiorire.”
Per quale ragione siamo al mondo? Per dare alla vita che c’è toccata l’occasione
di fiorire, perché non resti sommersa. Come può fiorire? Vivendo virtuosamente,
dove la virtù è l’arte di condurre la propria vita per farne un capolavoro, come
pure esortò quel papa polacco che pure ne ha dette e fatte tante, di segno
opposto ma comunque lasciandone uno.
Guardini continua col catalogo tutt’altro che per madamine: un uomo e una donna
degni di definirsi umani coltivano la comprensione, la cortesia, la
riconoscenza, il raccoglimento, il silenzio:
> “Dobbiamo darci da fare. Dobbiamo difenderci contro l’ininterrotto fiume di
> chiacchiere che percorre il mondo, difenderci come uno che ha il petto
> oppresso e cerca di assicurarsi il respiro”.
Come si sopravvive al mondo, nel mondo? Assicurandosi il respiro. Leggendo
Guardini, stando con Guardini, dando tempo e spazio al proprio pensiero
meditando le riflessioni guardiniane, stando in guardia dall’implicito predicare
pro religione sua di Guardini, la mente respira, di disintossica, si fortifica.
Si addestra per stare nel mondo, per cercare e decidere contro e per che cosa
lottare moreschianamente nel mondo, per quel mondo che poi siamo sempre io e gli
altri, gli altri e io.
Se esiste un lettore ideale di Guardini di certo non sono io che ne avrò fatto
una lettura mutilante, secolarizzante?, ateizzante?, più umanistica che
teologica, ma Guardini scrive in modo così sincero e intelligente che distrugge
a monte la possibilità di un lettore ideale se per ideale si intende un lettore
che sa cosa sta per leggere fin da prima di iniziare a leggere. Guardini non è
una lettura per credenti o per non credenti, è una lettura per chi resta del
parere, o della fede, che l’umano si distingua all’interno del regno animale per
la sua facoltà più o meno stupefacente, più o meno sadomaso, più o meno
praticata, di pensare sé stesso in relazione a tutto ciò che non è soltanto sé
stesso.
Mi viene così naturale diffidare da chi per pensare l’uomo non può prescindere
del pensiero di un dio che l’abbia creato e rispetto al quale sia in
immodificabile rapporto di dipendenza ontologica. Dovremo però pur ricominciare
da qualche parte, semper incipe!, per non andare tutti del tutto in pezzi. Per
cui ben venga chi insegna a pensare cosa può esserci di umano nell’uomo pur
senza saper fare a meno di un dio che l’abbia pensato per primo, a differenza
mia che posso pure fare a meno di un dio, a patto di non dover fare a meno del
pensiero degli altri che sono io, dell’io che sono gli altri, disposto semmai a
discutere l’ipotesi di un dio che se ha creato l’umanità sarà stato per avere
finalmente a disposizione un punto di vista diverso, e finalmente sessuato!, dal
suo proprio su sé stesso e su tutto il resto che prima della creazione neppure
c’era.
antonio coda
L'articolo “Vivere significa avanzare verso l’ignoto”. Leggendo Romano Guardini
proviene da Pangea.
Introduzione
La dislocazione del soggetto contemporaneo
La condizione contemporanea non mette in crisi soltanto le strutture economiche,
politiche o simboliche, ma investe in modo radicale la figura stessa del
soggetto. Non si tratta semplicemente di una crisi dell’identità, né di una
frammentazione psicologica dell’io. Ciò che viene meno è la possibilità di
pensare il soggetto come centro stabile dell’esperienza, come punto di sintesi
tra interiorità e mondo.
Il soggetto si trova oggi dislocato perché immerso in un campo di forze che lo
precede e lo eccede. Le coordinate che un tempo permettevano una relativa
stabilità – appartenenze, narrazioni storiche, orizzonti di senso condivisi –
non scompaiono del tutto, ma perdono la loro funzione ordinatrice. L’esperienza
non viene meno, è la sua ricomposizione a diventare problematica.
In questo senso, la dislocazione non va intesa come perdita assoluta, ma come
condizione strutturale. Il soggetto non è ovviamente espulso dal mondo, bensì vi
è incluso senza occupare una posizione di privilegio. Non guarda più la realtà
da una distanza critica garantita, ma ne è coinvolto in modo diretto, spesso
opaco. Mark Fisher, tra gli altri, ha mostrato come questa condizione produca un
senso diffuso di impotenza e di saturazione, in cui il disagio non è più
riconducibile a una dimensione individuale, ma si configura come fenomeno
sistemico, incorporato nelle forme stesse dell’esperienza quotidiana. La
dislocazione coincide dunque con una nuova forma di esposizione, in cui il
soggetto è continuamente sollecitato senza poter ricondurre tale sollecitazione
a un orizzonte di senso unificato.
*
Esistenza come soglia e attraversamento
Pensare l’esistenza a partire da questa dislocazione, si diceva, implica un
mutamento di prospettiva. L’esistenza non può più essere concepita come uno
stato o come un’identità definita, ma come processo, come movimento di
attraversamento continuo. Non essere, ma transitare.
In questa direzione, il lessico della soglia si rivela particolarmente
produttivo. La soglia non separa nettamente due spazi, ma li mette in relazione;
non è un luogo stabile, ma una zona di passaggio, appunto. Esistere, quindi,
significa trovarsi su questa soglia, in una condizione che non è mai del tutto
interna né esterna, mai completamente determinata né indeterminata.
L’attraversamento non implica necessariamente progresso o superamento, non
conduce a una forma più compiuta di presenza, al contrario, espone l’esistenza
alla continua rinegoziazione del senso. Ogni esperienza si dà come temporanea,
situata, priva di garanzie definitive. Ciò che conta non è l’approdo, ma il
movimento stesso.
Questa concezione dell’esistenza non annulla la storicità, ma la rende più
prossima, meno mediata. La storia, infatti, non appare più come sfondo ordinato
ma come insieme di forze che attraversano il soggetto e ne modellano
l’esperienza senza mai stabilizzarla. In questo modo l’esistenza si configura
come un campo di attraversamenti in cui il soggetto non si costituisce prima
dell’esperienza, ma dentro di essa.
*
Inclusione e prossimità al mondo
La dislocazione del soggetto e la concezione dell’esistenza come attraversamento
producono una trasformazione profonda nel rapporto con il mondo. Non si dà più
una separazione netta tra soggetto e oggetto, tra osservatore e realtà. Il
soggetto non si pone di fronte al mondo ma vi è incluso.
Timothy Morton, ad esempio, ha insistito su questa dimensione di inclusione,
mostrando come l’esperienza contemporanea sia segnata da forme di coinvolgimento
inevitabile. Il reale si presenta come qualcosa che avvolge, attraversa,
condiziona, rendendo impraticabile ogni distanza rassicurante. L’esperienza
diventa così una condizione di prossimità forzata, in cui il soggetto non può
sottrarsi a ciò che accade.
Questa inclusione non coincide con una fusione indistinta. Al contrario,
mantiene la differenza, ma la colloca in una relazione di prossimità. Il mondo
non è ciò che il soggetto si rappresenta dall’esterno, bensì ciò che lo
coinvolge e lo espone. Anche il linguaggio, in questo contesto, modifica la
propria funzione: non serve più a dominare o ordinare il reale, ma a tenere
aperta la relazione. Nomina senza chiudere, indica senza esaurire. Il senso
emerge nella tensione tra ciò che può essere detto e ciò che continua a
sottrarsi.
La prossimità al mondo comporta inoltre una responsabilità implicita. Essere
esposti significa non poter neutralizzare ciò che accade, l’esperienza, per
quanto singolare, non è qualcosa che si possiede univocamente ma qualcosa che si
attraversa insieme ad altri, in una dimensione inevitabilmente relazionale.
*
Abitare l’instabilità e i margini della percezione
Abitare l’instabilità non significa celebrarla né subirla passivamente.
Significa riconoscerla come condizione strutturale dell’esperienza contemporanea
e interrogare le forme attraverso cui essa può diventare abitabile. I margini,
in questo senso, non sono luoghi di esclusione, ma zone di intensità percettiva.
È nei margini che l’esperienza si mostra nella sua forma più esposta: dove il
senso non è garantito, dove le categorie vacillano, dove il linguaggio deve
misurarsi con ciò che non può essere pienamente catturato. I margini non offrono
soluzioni, ma possibilità, sono spazi in cui l’esperienza può essere
riformulata.
In questa prospettiva, anche le riflessioni di Valentina Tanni sulle culture
visive e digitali risultano particolarmente significative. Le sue analisi
mostrano come l’esperienza contemporanea sia attraversata da processi di
appropriazione, ripetizione e slittamento, in cui il senso non è mai fissato una
volta per tutte, ma continuamente rinegoziato. Anche qui, ciò che conta non è la
definizione stabile, ma la capacità di muoversi tra codici, immagini e contesti
in trasformazione.
Abitare i margini della percezione significa allora accettare una forma di
attenzione non risolutiva, capace di sostare nell’incertezza senza trasformarla
in sistema. È una postura che non rinuncia al senso, ma ne riconosce il
carattere fragile, situato, relazionale. Esistere ai margini significa stare in
una zona in cui l’esperienza resta aperta, attraversabile, condivisa ed è in
questa apertura che si prepara il terreno per interrogare le forme poetiche come
pratiche di attenzione, di relazione e di attraversamento dell’esperienza
contemporanea, e lo si farà partendo dai linguaggi di poeti italiani nati
attorno agli anni Cinquanta del Novecento, fino ad arrivare ad altri nati negli
anni Settanta dello stesso secolo, in modo da avere dei riferimenti, senza
pretesa di esaustività, che permettano di focalizzare alcuni momenti del
passaggio di cui abbiamo detto brevemente nell’introduzione e che spero possano
orientarci sulla transizione in corso. Per tale motivo, e solo per accostarci al
percorso, parleremo in merito ai testi presentati di poesia della
tra-esistenza.
**
Poesia della tra-esistenza: forme e dispositivi
1.1 Il “tra” come categoria poetica: l’esperienza del limite in Milo De Angelis
L’opera di Milo De Angelis consente di osservare come il “tra” possa
configurarsi, in poesia, non come categoria dichiarata ma come condizione
operativa dell’esperienza. In alcuni testi di Tema dell’addio (2005), ad
esempio, il verso non tematizza il passaggio, ma lo mette in atto, collocando il
soggetto in una zona di instabilità in cui spazio, tempo e relazione perdono
consistenza definitoria.
> Milano era asfalto, asfalto liquefatto. Nel deserto
> di un giardino avvenne la carezza, la penombra
> addolcita che invase le foglie, ora senza giudizio,
> spazio assoluto di una lacrima. Un istante
> in equilibrio tra due nomi avanzò verso di noi,
> si fece luminoso, si posò respirando sul petto,
> sulla grande presenza sconosciuta. Morire fu quello
> sbriciolarsi delle linee, noi lì e il gesto ovunque,
> noi dispersi nelle supreme tensioni dell’estate,
> noi tra le ossa e l’essenza della terra.
Il testo che si apre con “Milano era asfalto, asfalto liquefatto” introduce
immediatamente uno spazio privo di solidità. La città non è un luogo
riconoscibile né una scena simbolica, ma una superficie che si scioglie,
incapace di offrire orientamento. A questa dissoluzione non si oppone un altrove
compensativo: il giardino, definito come deserto, non restituisce un ordine
naturale, ma introduce uno spazio residuale, attraversato da un evento minimo e
non risolutivo. La carezza che vi accade non assume valore rivelativo; si
colloca in una penombra che sospende ogni giudizio, indicando una forma di
esperienza che non si impone ma si deposita.
L’espressione “spazio assoluto di una lacrima” concentra in modo emblematico
questa tensione. L’assoluto non coincide con una pienezza o con una
trascendenza, ma con un punto di massima esposizione, ridotto a un gesto
fragile. Il senso non si espande, ma si contrae, restando legato a un’esperienza
singolare che non si lascia generalizzare.
Il centro del testo si struttura attorno alla figura dell’istante, definito come
“in equilibrio tra due nomi”. L’istante non appartiene a nessuna denominazione
stabile; è una sospensione che resiste alla nominazione definitiva. Il
“tra” emerge qui come configurazione temporale: non passaggio risolto, ma
equilibrio precario che avanza senza destinazione dichiarata. Quando l’istante
“si posò respirando sul petto, / sulla grande presenza sconosciuta”, il corpo
non diventa luogo di appropriazione, ma superficie di contatto. La presenza
resta tale, non viene assimilata, e il respiro segna una relazione provvisoria,
non pacificata.
La morte, evocata come “sbriciolarsi delle linee”, non introduce una frattura
conclusiva, ma una perdita di confini. Le separazioni che organizzano
l’esperienza – tra soggetto e mondo, tra gesto e corpo – si dissolvono,
producendo una condizione di esposizione radicale. In questo senso, la morte non
è un oltre, ma una modalità estrema dell’essere-nel-mondo, priva di trascendenza
risolutiva.
Il noi che attraversa i versi finali non costituisce un’identità compatta. “Noi
lì e il gesto ovunque” segnala una dispersione: il gesto si separa dal corpo, si
diffonde, perde il suo centro. L’immagine conclusiva – “noi tra le ossa e
l’essenza della terra” – colloca l’esperienza in una zona materiale e non
simbolica, tra il corpo e ciò che lo eccede, senza che uno dei due poli si
imponga come fondamento.
In questo testo, la poesia non costruisce una narrazione né una visione
sintetica, ma una condizione di attraversamento. Il senso non viene né negato né
stabilizzato; resta in tensione, esposto, mantenuto in una zona intermedia che
non offre risoluzioni. È in questa pratica del limite – non tematizzata ma agita
– che il “tra” si configura come categoria poetica: non come concetto, ma come
forma dell’esperienza.
Questa dinamica non nasce improvvisamente in Tema dell’addio, ma trova una prima
formulazione, ancora non pienamente sviluppata, in Cartina muta, testo incluso
in Biografia sommaria (1999), dove il “tra” si manifesta come tensione iniziale,
come apertura problematica destinata a trovare maggiore densità nei libri
successivi.
Cartina muta
Ora lo sai anche tu
lo sappiamo
mentre siamo per rinascere. (Franco Fortini)
Entriamo adesso nell’ultima giornata, nella farmacia
dove il suo viso bianco e senza pace non risponde al saluto
del metronotte: viso assetato, non posso valicarlo,
è lo stesso che una volta chiamai amore, qui
nella nebbia della Comasina.
Camminiamo ancora verso un vetro. Poi lei
getta in un cestino l’orario e gli occhiali,
si toglie il golf azzurro, me lo porge silenziosa.
“Perché fai questo?”
“Perché io sono così”, risponde una forma dura della voce,
un dolore che assomiglia
solamente a se stesso. “Perché io…
… né prendere né lasciare.” Avvengono parole
nel sangue, occhi che urtano contro il neon
gelati, intelligenti e inconsolabili,
mani che disegnano sul vetro l’angelo custode
e l’angelo imparziale, cinque dita strette a un filo,
l’idea reggente del nulla, la gola ancora calda.
“Vita, che non sei soltanto vita e ti mescoli
a molti esseri prima di diventare nostra…
… vita, proprio tu vuoi darle
un finale assiderato, proprio qui, dove gli anni
si cercano in un metro d’asfalto…”
Interrompiamo l’antologia
e la supplica del batticuore. Riportiamo esattamente
i fatti e le parole. Questo,
questo mi è possibile. Alle tre del mattino
ci fermammo davanti a un chiosco, chiedemmo
due bicchieri di vino rosso. Volle pagare lei. Poi
mi domandò di accompagnarla a casa, in via Vallazze.
Le parole si capivano e la bocca
non era più impastata. “Dove sei stata
per tutta la mia vita…” Milano torna muta
e infinita, scompare insieme a lei, in un luogo buio
e umido che le scioglie anche il nome,
ci sprofonda nel sangue senza musica. Ma diverremo,
insieme diverremo quel pianto
che una poesia non ha potuto dire, ora lo vedi
e lo vedrò anch’io… lo vedremo,
ora lo vedremo… lo vedremo tutti… ora…
… ora che stiamo per rinascere.
In questo testo il “tra” non è ancora una categoria pienamente operativa, ma una
condizione liminare che si manifesta attraverso la sospensione dell’identità e
l’opacità del linguaggio. Il dialogo non chiarisce, non fonda: «Perché io sono
così» non afferma un’identità, la sottrae alla definizione. Il dolore, che
“assomiglia/ solamente a se stesso”, non viene simbolizzato né ricomposto, ma
resta aderente alla sua evidenza.
Il gesto di riportare “esattamente/ i fatti e le parole” non coincide con un
ritorno all’oggettività, ma segnala il limite del linguaggio come strumento di
fondazione del senso. Il luogo finale, che “scioglie anche il nome”, anticipa
una perdita di orientamento che diverrà centrale nell’opera successiva. Il noi
conclusivo non è identitario né pacificato, ma esposto a un divenire condiviso,
ancora privo di forma. Funge da “messaggero”, così come il linguaggio della
poesia che assume una postura “angelicata”, un tramite perché “le parole
avvengono” in questo mondo di materia – “nel sangue, occhi che urtano contro il
neon / gelati, intelligenti e inconsolabili” – ma lo trascendono verso direzioni
instabili, sono messaggere dell’alterità non delimitandone i confini: “mani che
disegnano sul vetro l’angelo custode/e l’angelo imparziale, cinque dita strette
a un filo,/ l’idea reggente del nulla”.
Così, tra Biografia sommaria e Tema dell’addio, la poesia di De Angelis mostra
come il “tra” non si dia come concetto, ma come esperienza del limite,
progressivamente affinata: una condizione in cui il soggetto, il linguaggio e il
mondo entrano in relazione senza garanzie, mantenendo il senso in uno stato di
tensione non risolta.
Questa linea di tensione trova una formulazione ulteriormente radicale nel testo
di apertura di Linea intera, linea spezzata(2021), significativamente
intitolato Nemini. Qui il “tra” non riguarda più soltanto il rapporto tra
soggetto, spazio e linguaggio, ma si estende a una dimensione ulteriore: quella
della co-presenza dei vivi e dei morti, non come tema elegiaco, ma come
condizione percettiva ordinaria.
> Nemini
>
> Sali sul tram numero quattordici e sei destinato a scendere
> in un tempo che hai misurato mille volte
> ma non conosci veramente,
> osservi in alto lo scorrere dei fili e in basso l’asfalto bagnato,
> l’asfalto che riceve la pioggia e chiama dal profondo,
> ci raccoglie in un respiro che non è di questa terra, e tu allora
> guardi l’orologio, saluti il guidatore. Tutto è come sempre
> ma non è di questa terra e con il palmo della mano
> pulisci il vetro dal vapore, scruti gli spettri che corrono
> sulle rotaie e quando sorridi a lei vestita di amaranto
> che scende in fretta i due scalini, fai con la mano un gesto
> che sembrava un saluto ma è un addio.
La scena è quotidiana, quasi neutra: un tragitto urbano, un orario, un gesto
abituale. Eppure, sin dall’inizio, il tempo viene descritto come qualcosa che
“hai misurato mille volte/ ma non conosci veramente”. Il tempo non è più una
coordinata oggettiva, ma una soglia: qualcosa che si attraversa senza
possederlo. Il movimento del tram non conduce verso una destinazione chiara, ma
verso un tempo imprecisabile, che sfugge alla conoscenza pur essendo ripetuto.
Lo spazio stesso si dispone verticalmente come campo di attraversamento: in alto
i fili, in basso l’asfalto che “chiama dal profondo”. L’asfalto non è semplice
superficie urbana, ma luogo di raccolta, di chiamata, di respirazione comune. Il
noi che affiora – “ci raccoglie in un respiro che non è di questa terra” – non
definisce una comunità storica o sociale, ma una prossimità che eccede il mondo
dei vivi senza separarsene.
La presenza degli “spettri che corrono/ sulle rotaie” non introduce un elemento
fantastico: non interrompe la realtà, la accompagna. Gli spettri non appaiono,
scorrono; non parlano, transitano. Sono parte del movimento, come il tram, come
il tempo misurato e sconosciuto. Il gesto finale – “un gesto/ che sembrava un
saluto ma è un addio” – non chiarisce la distinzione tra incontro e separazione:
la sospende. Il saluto e l’addio coincidono, come se ogni relazione fosse già
attraversata da una perdita che non ha bisogno di essere nominata.
In Nemini, il “tra” diventa così una condizione ontologica diffusa: tra il
visibile e l’invisibile, tra il ripetersi del quotidiano e l’irruzione di ciò
che non appartiene più interamente a questa terra. I morti non sono evocati come
assenza, ma come presenza laterale, come parte del movimento stesso
dell’esperienza. Non c’è consolazione né separazione netta: il passaggio è
continuo, condiviso, silenzioso.
Con questo testo, la poesia di De Angelis mostra come il “tra” non sia soltanto
una categoria relazionale o temporale, ma una forma dell’esistenza esposta, in
cui anche il confine tra vita e morte perde consistenza definitoria. Il “tra”
non conduce oltre: resta. E nel restare, apre lo spazio in cui il linguaggio,
nel capitolo successivo, potrà essere interrogato come vero e proprio luogo di
passaggio.
Gianluca D’Andrea, con il supporto di un modello di linguaggio basato su
intelligenza artificiale (ChatGPT, OpenAI)
*In copertina: Joseph Beuys (1921-1986)
L'articolo Abitare l’instabilità. La poesia ai margini della percezione:
l’esempio di Milo De Angelis proviene da Pangea.
Quest’anno ho cambiato la mia vita. L’ho stravolta. E non l’ho fatto grazie a
qualche influencer o guru che mi ha detto cosa fare. Non sono nemmeno tornata
dallo psicologo. Perché non tutte le passioni tristi vanno estinte. A volte è
necessario entrare in contatto con il dolore e camminare come un fachiro sui
carboni ardenti.
Mia madre è morta, e questo mi ha dato la forza di guardarmi allo specchio e di
dirmi che non ero più felice e che quindi dovevo cambiare le cose.
Il tempo è poco.
Ho avuto bisogno di piangere e di abbracciare il turbamento. Mi sono concessa il
privilegio di poter essere infelice. Almeno per un po’.
Ho continuato a meditare. Questo sì. L’arte della ripetizione e dell’esercizio
mi hanno aiutato e confortato. Sono anche entrata in chiesa più volte per
contemplare nel silenzio quell’immagine di distacco e Resurrezione.
Mi sono ritirata nella natura per due mesi, in una casetta sperduta tra le
colline marchigiane, facendo il sugo con i pomodori dell’orto, dando da mangiare
alle galline e alle tartarughe, scrivendo, meditando e andando al mare. Non
volevo più tornare. E in effetti, in un certo qual modo, non l’ho fatto. Per un
po’ sono tornata fisicamente a Milano, ma non sono tornata alla mia vita di
prima.
E mentre mi trovavo in questa sorta di Eden, ho letto un libro del filosofo
Peter Sloterdijk che ha un titolo degno di un libro self-help ma che in realtà
s’ispira a un passaggio della poesia Il torso arcaico di Apollo di Rainer Maria
Rilke, in cui viene declamato il monito: Devi cambiare la tua vita. Qualcosa che
avevo già messo in atto quasi inconsapevolmente, facendo ricorso al mio maestro
interiore, che come ogni degno allenatore può accompagnare verso l’alto soltanto
se l’allievo non smette di desiderare.
L’uomo è un essere abitudinario, ha bisogno della ripetizione per poter
comprendere: “Si fa solo ciò che si riesce, e si riesce a fare solo ciò che
viene continuamente ripetuto”. Chi vuole scrivere non deve fare altro che
scrivere; chi vuole dipingere non deve fare altro che dipingere; chi vuole
suonare non deve fare altro che suonare. Si dice che siano necessarie almeno
10.000 ore per diventare bravi in qualcosa, per rendere una certa attività una
“seconda natura”.
Per imparare, ci vuole esercizio. Per placare l’ansia, ci vuole esercizio. Per
meditare, ci vuole esercizio. È l’opposto di ciò che propone il mondo di oggi,
dove si vuole ottenere tutto e subito. Zero fatica, zero impegno, zero “sbatti”,
per usare il gergo giovanile.
Oggi il vero rivoluzionario è il praticante, colui che si diletta con devozione
nell’arte della ripetizione. È questo rito ad aver elevato le grandi menti della
storia. Il genio non nasce a caso sugli alberi. “Ogni educazione è una
conversione”, scriveva Pierre Hadot, e Sloterdijk aggiunge che è anche una
sovversione.
Apro i social e vedo corsi per diventare insegnanti di meditazione a 99,99 euro;
corsi di yoga per brillare nell’infinito e risolvere ogni problema. E penso che
ho smesso di fare la critica musicale quando nelle canzoni sono scomparse le
chitarre e gli assoli, perché le nuove generazioni non hanno voglia di
cimentarsi almeno 10.000 ore per imparare a suonare discretamente. Meglio il
computer, meglio l’AI, che a breve farà le canzoni al posto nostro. La Corea lo
ha già fatto, una “cantante” generata artificialmente ha firmato un contratto da
cinquanta milioni di dollari con una casa discografica.
Ricordo che una sera sono uscita a fumare una sigaretta nel cortile della
casetta in campagna. Mi sono presa una pausa dalla lettura, e mi sono messa a
guardare le stelle senza fare nient’altro che esserci. E sì, un vecchio maestro
indiano di Ayurveda mi disse che puoi fumare anche se mediti e pratichi yoga,
anche molti sadhu indiani fumano, basta farlo consapevolmente e godersela, senza
fare altro. E infatti non fumo camminando, non fumo facendo cose, non fumo
nemmeno quando scrivo. Quando fumo, fumo e basta.
Poi sono tornata al mio libro e alle tensioni verticali stimolate dalle
riflessioni: “Finiamo di volere ciò che abbiamo sinora voluto”, ha tuonato
Seneca. E ho ripensato alla mia necessità di accogliere la mestizia, il più
grande maestro che potessi incontrare. Totalmente controcorrente, in un mondo
che sente sempre più il bisogno di creare uomini senza refusi, dove la
possibilità di disporre di sé stessi e di avere accesso al proprio universo
interiore non è diventata altro che un’ennesima forma di consumo e produzione e
il lavoro l’unica forma di esercizio accettabile. Che non si perda tempo a fare
gli eremiti. Non c’è più spazio per la preghiera e la meditazione. Serve
manovalanza, nonostante ci sia un eccesso di “superflui”, di persone che in
realtà sono “inutilizzabili”, un “proletariato” condannato alla frustrazione,
che sarebbe meglio iniziare a sedare, educare, punire. E già fin da ora,
figuriamoci con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Ma visto che nemmeno in
seguito sarà possibile cambiare la propria vita: “dovrai lasciarti trasformare
fin dall’inizio da noi”, e cioè dallo Stato, il produttore di uomini, che con
l’educazione comincerà a occuparsi di un miglioramento di massa, dato che
l’automiglioramento della minoranza non è più possibile e sostenibile.
> “Quando il senso per il miracolo lascia il posto al senso per il meraviglioso
> nasce la “cultura” moderna”.
Il benessere è il nuovo lusso. Avere tempo per sé stessi, per cucinare, per
andare in palestra, in piscina, a padel, per rilassarsi, per mettersi le creme
per il corpo, andare dall’estetista.
> “Ora l’individuo sembra piuttosto un allenatore, che cura la selezione dei
> propri talenti e sprona la squadra delle proprie abitudini. Che questo
> atteggiamento venga chiamato “micropolitica”, “arte di vivere”, “autodesign”
> oppure “empowerment”, è solamente questione di gusto”.
Anziché distruggere l’ego, ecco diventare l’Io il nuovo grande progetto,
l’impresa cui dedicare tutta la propria vita. È l’epoca dell’Io S.p.a. Ciò che
una volta era santità, oggi è fitness.
Il dilemma dell’uomo moderno è questo: cambiare sé stesso o il mondo? Oppure
entrambi allo stesso tempo? L’eccesso d’individualismo crea
confusione. L’esercizio, la ripetizione e la fuga dal mondo sembrano ormai volti
soltanto all’autorealizzazione, alla performance interiore, e non a una
preparazione all’arte mistica di morire. E questo perché? Perché la paura della
morte è il segno più eclatante di mancanza di solidarietà tra gli uomini.
I santi hanno lasciato il posto alla società dello spettacolo e al lifestyle. Ma
il buonismo e il relax semplificano la vita a dei livelli estremi e non
rispecchiano la realtà delle cose, demoliscono la tensione verticale e portano
a evitare passione e sofferenza. Per non parlare della frenesia
dell’immortalismo terreno inseguita dai ricchi e agognata dai poveri.
Solo l’arte sembra salvarsi da tutto questo, è lì che sopravvivono residui di
contemplazione, dove la fede si trasforma in stupore e la preghiera in
ammirazione.
> “Che cos’è l’arte, se non una forma del saper patire e nello stesso tempo la
> forma che assume la passione del saper-fare”.
Ma cosa è rimasto, oggi, dell’arte? L’artista è ancora interessato a elevare sé
stesso? Non nel senso della fama, di quell’Io perennemente in costruzione e
strabordante, ma nel senso di saper guardare ancora verso ciò che è in Alto.
E allora, alla fine, ecco cosa mi hanno insegnato la morte di mia madre,
Sloterdijk e il monito di Rilke “Devi cambiare la tua vita”: prendi la tua
strada verso le colline e la via della luce e non fare più ritorno. Avanza.
Preparati alla Grande Catastrofe. Se sarai ancora capace di farlo, cerca il
sublime, l’ultimo disperato appello verso la salvezza, verso l’impossibile,
verso l’elevazione. Non dare precedenza al becero intrattenimento, dalla ai
libri, alla riflessione e ai trasognamenti. Ambisci al sapere senza il timore di
perdere la tua identità. Prendi le cose dannatamente sul serio.Attua una
rivoluzione spirituale contro l’ottusità, l’avvilimento, l’abbruttimento, la
banalità, la cocciutaggine, la semplificazione, la mancanza di rispetto,
l’impazienza e le apparenze che ti hanno infestato il cervello. Assumi buone
abitudini per una sopravvivenza comune e liberati dagli automatismi demoniaci
che ti privano dell’anima.
Le cose non possono più andare avanti così.
Il resto, sono solo chiacchiere.
Dejanira Bada
*In copertina e nel testo: opere di Alberto Martini (1876-1954)
L'articolo Ambisci al sapere. Attua una rivoluzione spirituale contro
l’ottusità. Il resto, sono solo chiacchiere proviene da Pangea.
Ho sempre pensato che scrivere non possa essere una confessione. In primo luogo
perché chi si confessa è figlio della colpa; in secondo luogo perché la colpa è
sempre duplice. La verità è che l’atto stesso della scrittura è il tuo
confrontarti con l’altro, e non un soggetto generico esterno alla propria
identità, ma proprio te stesso – sebbene in un forma traslata. E forse, ma solo
in seconda battuta e ben lungi, con qualcuno che hai incontrato, forse
distrattamente, forse in una fenditura kairologica di possanza di significato
che ti ha portato, per una singola volta, fuori da te stesso. Perché se stessi è
una prigione, e lo sanno bene in primo luogo i soddisfatti, coloro che forse non
pigolano lamentele, ma che si credono al di sopra perfino della possibilità
stessa di sospendere il giudizio sulla supremazia del proprio Ego.
Scrivere è una necessità? Può esserlo, questo sì, ma a patto che sia la più
veridica delle menzogne. Perché al di fuori della confessione, che è la più
falsa delle verità, v’è solo questo.
Diceva Deleuze, parafrasandolo, che si scrive per chi non può farlo. Questo può
sembrare drastico, ma nasconde una verità insolita: scrivere è dare voce a ciò
(o a chi) non ne ha; varcare il confine di ciò che accade senza essere
registrato o concepito, nella forma lassa e opaca del neutro corso delle vite.
Si può scrivere con compassata acribia, perfino con deliberato calcolo, o, per
contro, sbandando come una macchina lanciata a tavoletta su uno strato di
ghiaccio ma senza incidenti (cioè col solo incidente, metaforico, di uscire dal
solco del calcolo stesso), ma non è questo ad avere vero rilievo, quanto
piuttosto che essere per la scrittura fa di te una creatura fragile (che offre
il fianco nudo alla vita) e che sente l’impellenza di essere fragili al di là
della colpa. Non costruendo un altare su cui sacrificare ogni certezza, ma
ricavando le poche certezze degne dalla consapevolezza che narrare non è un
novero, non è un’invocazione, un’evocazione, o una seduta spiritica, ma tutto
questo insieme senza il beneficio di una tregua di compiutezza. Volete
confessionali? Privati o pubblici è lo stesso: ne abbondano le chiese d’ogni
tipo e i programmi verità o gli articoli dei benpensanti mascherati da
spadaccini della morale. In realtà si assiste, proprio in questa fiera del vacuo
camuffato da rivendicazione, alla vera eclissi della morale. Una delle prime
regole dello scrivere che ho imparato, ammesso che ve ne siano, ma ipotizziamo
se ne possano fare di proprie, è quella di non avere foga di descrivere tutto,
di squadernare ogni intenzione dietro un personaggio, un dialogo, dei luoghi
fisici, capire che in questo caso la struttura perfetta è quella che si erge
sfidando la gravità seppure ferita per sottrazione.
Ho idea che l’impellenza di cui parlavo sia una giustificazione ancora acerba o
capziosamente concessoria, in realtà si dovrebbe partire da un assunto più
radicale ancora: scrivere non è metodo, e i pochi che riescono ad averne, siano
in gloria, svettano perché fanno del metodo una forma di autotortura. Scrivere
può essere certamente in tangenza con un aspetto ludico, e questo, se ben fatto,
è grande; ma non c’è niente che impedisca di costruire drammi dove il ridicolo o
il grottesco stemperano la saccenza del dramma: in questo Gogol’ o Kafka erano
maestri, così come Čechov o Nabokov e molti altri che citare sarebbe pedissequo.
Torno però al punto nodale espresso in avvio: confessare presuppone che si sia
nascosto qualcosa nell’atto di rivelarlo, e questo non è necessariamente un
male, o un peccato come penserebbero i beghini della cultura, ma è semplicemente
mediocre, anzi autoconcessivo ad un grado che sfiora il compiacimento pretesco.
A ben vedere, non aleggia il dubbio iperbolico di Cartesio sull’atto di essere
scrittori, e io dirò con forza non che sono in quanto scrivo, ma che scrivo per
essere: come un fantasma o un’ombra che scivolano sui muri e per incanto
divengono di carne e sangue. Un buon motto sarebbe piuttosto: io scrivo perché
il mondo accada, il che è oggettivamente un paradosso, ma non si può dirlo
altrimenti. Si può odiare o amare il mondo, ma l’arte di non farne una colpa è
l’arte più sana che si possa instillare nella scrittura. E anche quando si parla
di colpa si deve bilanciarla con un po’ di verità che, credetemi, è così spesso
esule da essa.
Personalmente continuerò a scrivere nel solo modo che mi sembra onesto, cioè
dando voce all’invisibile, e non perché non sia concreto, ma perché è la sola
sfumatura di dignità, in un mondo che vuole mostrare tutto a ogni costo.
Massimo Triolo
*In copertina e nel testo: disegni di William Blake
L'articolo Scrivo per dare voce all’invisibile – scrivo per essere proviene da
Pangea.
Quale traccia di senso è liberata dal nostro tempo? Derrida parlava di “aporia”
come assenza di esito e, quindi, di compimento (vedi J. L. Nancy, Derrida da
capo, in A partire da Jacques Derrida, Jaca Book, Milano 2007, a cura di
Gianfranco Dalmasso). Per questo, l’unico senso possibile sembrerebbe
indecidibile e disseminato, senza origine e senza identificazione, puro mistero
metafisico e consapevolezza di un’alterità impensata e, perciò, per sempre
impensabile. No-where perenne e allo stesso tempo qui e adesso, questa è la vera
“oltranza” e il fuori confine: l’accensione costante di un senso che contiene la
sua caduta, che non può comprendersi se non in avvii improvvisi che, però,
covano nel tempo, come una “nube della non conoscenza” post litteram:
> come se il mio ventre covasse una bomba
>
> (Antonio Porta, Airone)
l’intera vita non è altro che desiderio e attraversamento costante di frontiere
che riportano l’ombra di una percezione incomprensibile e rigiocano l’origine
nel continuo ri-chiamo che è verso e parola, balbettio di nuovi linguaggi per
tornare ancora a smentire la tensione, l’accecamento della relazione e il suo
ritardo. Il soggetto diventa “realtà espressiva”, avrebbe detto Raboni, e la
realtà di mondo che implica l’identità si formula solo attraverso l’intreccio
indissolubile e l’aspirazione costante. Il “suono del contatto” che è l’airone
di Porta funziona come sentimento e avvertimento (“avverto il sobbollire nello
scroto”) per una sessualità al suo risveglio, la tensione relazionale, la
ri-nascita continua del contatto desiderato, fecondazione e spargimento e allo
stesso tempo rimando e resistenza: uomo “umile dio del suo corpo” che “resiste
sulle rive dei fiumi”.
L’uomo è come l’airone? Simbolo transizionale ma riconoscibile “non troppo uomo
non troppo animale” “quando muove le zampe / nei primi passi della danza
amorosa”, si apre ai limiti dell’identità individuale, alla trasformazione
restando se stesso
> come la cagna
> lupa affamata insegue disperata
> la lepre elegante troppo veloce
> quasi non si fa distanziare nel breve piano
> ma alla soglia di un boschetto
> tra i primi cespugli quella sparisce
> perché la cagna è vecchia ormai
> e la sua fame non diminuisce
> come la sua crudeltà di prima,
> della sua giovinezza,
> così la chiamiamo: crudeltà
> invece è fame
> di mille altre lepri
> eleganti paurose prudenti veloci
> di continuo nascono e muoiono al mondo
> inseguite inseguitrici,
> è tanto semplice, infine,
> quando la vita mostra di bastare a se stessa
> riflessa nei nostri occhi puntati
> dalla cima della collina
> come nei tuoi specchi ciechi, airone
La frontiera tra il boschetto e la “semplice vita” è l’età, la soglia
dell’abbandono nonostante il desiderio sia ancora “affamato”, la frontiera è
“nascere e morire, / rinascere e volare via” come l’airone-angelo indica.
Messaggero di relazione,
> ilare sorgente ultima di melodia
> contro la sua assenza di voce, airone,
> i tuoi striduli messaggi,
> hai partorito l’invisibile usignolo
la musica dell’invisibile è l’ultima e prima sorgente di senso. Marc Augé diceva
che “una frontiera non è un muro che vieta il passaggio, ma una soglia che
invita al passaggio. Non è un caso che gli incroci e i limiti, in tutte le
culture del mondo, siano stati oggetto di un’intensa attività rituale. Non è un
caso che gli esseri umani abbiano dispiegato ovunque un’intensa attività
simbolica per pensare il passaggio dalla vita alla morte come una frontiera: è
solo grazie all’idea che la si possa attraversare nei due sensi che la frontiera
non cancella irrevocabilmente la relazione fra gli uni e gli altri” e
“l’illusione, diceva Freud, è figlia del desiderio”.
Il desiderio è il problema dell’identità, del dio di cui l’airone è il feticcio,
quasi un albatro rovesciato, cioè il “dio oggetto” simbolo di una realtà di cui
si tenta ancora di cogliere il senso. Riassumendo ancora Augé (Il dio oggetto),
il senso del limite e il limite del senso hanno in ogni cultura un nonluogo
pensato e vissuto con e nel sistema generale dei valori della vita, che solo il
rituale è in grado di individuare e re-inventare, aggiungerei, come l’airone di
Porta:
> Nel tuo volo immagino, Airone
> osservi le ferite della Terra
> scopri l’opera dell’uomo
> dove senza sosta rivoli di sangue
> e la fame morde
> camminano uomini che non possono
> essere ancora uomini
> e ci porti testimonianza
> del silenzio di morte
> e ci imponi di ammutolire
> con te sorvoliamo un luogo
> che è un luogo più di ogni altro di tortura
> El Sexto, il carcere di Lima
> dove i perduti rinchiusi
> leccano per sete il sangue delle ferite dell’altro rinchiuso
> si sappia non si dimentichi che cosa
> all’uomo nasce dall’uomo, fratello
> come non chiamarti fratello che ti rifiuto
> Airone hai due occhi come ribes purpurei
> mi chiedo se sono ciechi
> solo un puro ornamento
Un rituale che è cammino costante verso frontiere inaudite e incomprensibili,
verso un’ibridazione di forme per “continuare a nuotare”, “sollevarsi tra gli
dèi / e sprofondare nel cuore marino” o nell’ “intorno” (il mondo) “cerchiato
dai boschi pieni d’ombra / dove altri dèi dormono in silenzio / visibili
invisibili”. La nuova frontiera è “il fuoco puro dell’energia” (metafora
nucleare) che annienta il vecchio soggetto, il concetto stesso di uomo e
l’identità per come l’abbiamo conosciuta:
> ci sarà non io
> e il pensiero non mi dà tristezza né gioia
> ma quiete, soltanto, felicità del limite
Siamo nella fase liminare della rinascita, in un mondo intermedio e in transito
ma bloccato all’azione, in uno stato di perenne immaginazione. Come viene detto
in La nube della non conoscenza, siamo nella “facoltà attraverso la quale ci
rappresentiamo tutte le immagini di cose assenti e presenti. Sia essa che gli
strumenti per mezzo dei quali essa opera”, in attesa di una “grazia” che
interrompa la proiezione di “differenti immagini illusorie di creature
materiali” e indirizzi alla pratica di diverse ritualità relazionali:
> come in attesa di essere ancora luce
> all’alba quando il conflitto si placa e si racchiude
> in un uovo minuscolo
> dove già pulsa il cuore di un usignolo
> dove batte il minuscolo mio cuore neonato
> come milioni di altri muscoli nascosti
> potenti macchine da guerra che avanzano
> che scuotono la cintura della terra
> e misurano ogni altro respiro
La rinascita in nuova forma dentro la metafora del volo, nell’Airone di Porta,
demarca l’urgenza di liberazione dall’impasse concettuale che vede l’essere
umano stretto nella sua stessa definizione, come una lingua morta che vuole
rinascere dal solco della sua scomparsa: volare per essere risucchiato “verso un
passaggio strettissimo”, per poi essere partorito “in una forma che non conosco
ancora”.
“L’anticipo nel desiderio…”, quel desiderio di cui dicevamo in precedenza, è il
margine (la frontiera) che non annienta il sociale per manifestare il principio
di senso (ancora Augé, per cui nel passaggio-limite è ravvisabile la “grazia”
come base “concreta” che non riesamina l’origine ma si arrende alla
trasformazione) ma è punto di arrivo senza esserlo, un presente che indaga il
passato per scoprire il limite della vita nella sua alterazione. Il futuro è
finito a causa della sua indeterminazione, senza possibilità di rinvio, se non
costante e immanente. La grazia è uno spazio senza speranza che, ugualmente,
tende al semplice riconoscimento di quel che è e ne rende grazie. Possibile
trascendenza di sé nell’altro, la grazia immanente corre sempre il rischio della
disperazione ma anche questo è “un dono che viene da se stesso”; persino
l’airone feticcio, allora, non è più una guida ma un gioco di parole, una
questione linguistica, e come ogni lingua mutuabile, trasformabile (in questo
senso non un cascame, ma un nuovo inizio):
> Ai, nero, qui il tuo inchiostro
> arriva l’intraducibile scrittura
> il filo spinato dei tuoi versi
> aire, no, non spira
> non vola, si chiude:
> è questa la fodera dell’aire immobile
> impermeabile calor bianco
> occhicorallini, biancospada
> buchi il sole debole del crepuscolo
> buchi la piena luna dell’alba, mi chiedo
> come seguire la tua assenza?
Forse camminando in questa assenza, nonostante la fine di ogni fine o il non
finire della fine, possono scoprirsi linguaggi altri, come i riassemblaggi
verbali sembrano suggerire, e perfino la coscienza di sé può sorprendersi
“altra”: “(lo stellato mi ha attraversato senza dolore / ora sono albero, ora
bottiglia)”. Il “terrore della perdita” è la parola ri-trovata nella caduta,
l’incontro col dio è l’incontroscontro col mondo:
> Qui in casa dormono tutti, un’ondata
> improvvisa mi rigetta sulla spiaggia
> a incontrare il tuo becco.
Gianluca D’Andrea
(dicembre 2025)
*In copertina: opera di Helena Almeida
L'articolo “In attesa di essere ancora luce”. L’airone di Porta e la vita oltre
frontiera proviene da Pangea.
> Tu non ti distingui dagli altri uomini per il fatto d’essere uomo, ma per il
> fatto di essere un uomo unico.
>
> Da “L’unico e la sua proprietà”, Max Stirner
Preambolo
“Si crede di non poter essere più che uomini, piuttosto non si può essere meno”,
così Max Stirner quasi due secoli fa, e la questione Uomo resta voragine aperta.
Alla domanda del saggista La Porta “Chi dovremmo ammirare oggi nella vita?” in
un episodio radiofonico dedicato all’umanità ordinaria, segue questa riflessione
su chi siano gli eroi di un presente aggressivo-passivo, magniloquente-misero,
estremizzato a oltranza sull’idea di grandezza e sul recupero di una
spiritualità latente. Così mi è venuto alla mente un uomo dal nome che tanti dei
nostri padri davano al figlio maschio in omaggio all’ideale rivoluzionario. Si
chiama Ivan Fantini, classe 1971, da chef d’alto profilo negli anni 2000, oggi è
definito da poeti e artisti che l’hanno conosciuto un “cuoco dimissionario
eterodosso”; poco più che quarantenne lascia l’osteria del suo sogno esaudito e
comincia a disboscare e zappare un declivio di terra sotto una casa impennata
sulla collina di Gemmano, piccola frazione nel ventre della
Valconca. Boscost’orto è il nome s-composto che Ivan Fantini (da qui solo
Fantini) ha dato al perimetro verde da cui è ripartito, non per produrre, ma per
coltivare una vita dimissionaria, un altro stare al mondo. Siamo in una
provincia ricca della Romagna felix, Rimini, ma dovremo intenderci meglio su
cosa significhi la ricchezza oggi.
*
Mentre
Sento vagare nell’aria parole come dimissionario, anarchico, eterodosso,
riferimenti a una progressiva estinzione del rapporto tra l’individuo e l’ordine
sociale ed economico. Altre espressioni: anima cosmica, rivoluzionario, spirito
libero. Tutte queste espressioni, invocazioni portate ovunque dalla bocca di
tanti nell’ebrezza di affrancarsi da una vita imposta e sacrificata, da quando
ho coscienza dei disagi che la società vetero-capitalista aggiunge a quelli
naturali del vivere, tutte queste parole mi suonano vane, ricreative,
consolatorie. Parole simulacro che di rado conducono all’uscita reale (o anche
solo a una prova d’uscita) da un’esistenza agiata ma agitata, sempre più agita e
automatica, meno povera ma miserevole, prolungata oltre la vita media di un
secolo fa, ma nel dubbio – noi – di esser vivi, di aver dato corso anche a una
vita dopo la nascita.
Sono pochi – una minoranza significativa – quelli che rompono le ordinate
previste dal diagramma capitalistico e deviano a una personale diagonale
anarchica. Fantini è tra questi pochi, che vanno testimoniati, sostenuti come si
sosterrebbe un germe di nuova umanità.
Esiliato nel mio privato, inidoneo a definizioni identitarie, seguo questi
spiriti anarchici con la tensione di un discepolo infedele. Sono uomini e donne
che mi confortano e mi addolorano per quanto rivelano della mia possibile resa,
di una ripresa personale che richiede altra fatica; sono i cuori impavidi che
quelle parole sopra poi “le agiscono”, le onorano. Reagiscono al sopruso e alla
violenza del circo economico con uno spirito ritrovato scavandosi nella carne,
stanando nel sangue la linfa vitale, contro le paure sociali, i biasimi di una
coscienza ereditata e poi estromessa, ma dura a morire. Quei pochi che
riscrivono un compromesso con la storia corrente, da una terra che dona loro
alimento, e dalle botteghe degli sprechi cui dare valore. E riscrivono un
accordo ma a loro favore, proteso alla libertà e alla fede personali, a
nutrimento dello spirito, dei loro intimi bisogni; a detrimento di consumi
indotti, legami futili, compensi consolatori.
Sono quelli che Max Stirner richiama all’Unico, nel solo testo che scrisse nel
furore di un delirio anarchico dalle velleità universali. Persone esempi di un
umano possibile oltre il dettato dello sviluppo; sembianze di umano che si sono
fatte Uomini, evolute da individuo a coscienza viva; persone che si danno poi
alla comunità, alla pluralità, solo dopo aver riscritto il loro codice
d’anima. Vivono ai margini meno contaminati delle periferie, da lì risaltano a
noi, in serafica semplicità.
Li osserviamo da dentro un’esistenza assopita, ritmata da rituali di consumo e
di spreco, silenziosamente corrosa dal digitale, da quello che ormai chiamare
stress è un eufemismo, c’è chi dice burn-out, implosioni che affiorano in disagi
di ogni genere; combustioni che fanno di un giardino-vita terra arsa. Tanta
gente letteralmente scoppia, deflagra in bestialità e scompare in inferni
privati; pressurizzati dentro un oblio stordente, con lo scompenso che si
specchia e si deforma sullo schermo o nella chimica della sertralina coi
suoi effetti desiderati.
Assecondiamo lo scorrimento dei giorni, increduli della vita e delle sue
insipienze, accontentandoci di un’approssimativa identità civica, un ID una
SPID, dispensandoci dalla polis, credendo di fare politica con la carta di
credito o con lo slogan del momento, senza una fedeltà a nulla che non sia
d’immediata ricompensa. Ci votiamo però a resistere, e non sappiamo più nemmeno
a cosa e perché. Una resistenza passiva, impassibile. Ma sembra ancora meglio
così, perché lottare contro il presente è fatica vana, e una volta più liberi
cosa mai potremmo farcene di tutta questa libertà? Riempirla costerebbe troppo.
Ivan Fantini photo Elisabetta Tura
*
L’incontro
Dissidente culinario, rivoltoso della buona tavola e della buona vita,
antagonista del surrogato industriale e culturale, da oltre dodici anni Fantini
vive un’esistenza povera che fonde la pratica della terra alla dedizione a una
cucina spartana, selvatica, ma curata sotto ogni aspetto: cibo solo dai cicli di
natura, che viene condiviso senza che si metta mano ai soldi, cibo che si
spartisce con l’ospite, con lo sconosciuto e con gli animali.
Sono andato al Boscost’orto, a osservare il coraggio di essere interi e con la
lucida intenzione di far germogliare un orto in pendenza, tra lastre di calcare,
infestanti di bosco e parassiti. Pochi giorni prima, ho riletto un articolo di
Goffredo Parise sulla povertà, un pezzo rimesso in circolo sul web fa tra gli
anticorpi alla desertificazione mentale che la rete prevede e allo stesso tempo
scongiura. Lo scrittore de Il padrone e de Il sapore del sangue – in questo
articolo del 1974 – parla di povertà come qualità e misura, opportunità di
salvezza; povertà come risveglio, come ideologia positiva, antidoto al
superfluo, conoscenza di necessità. “La povertà è un segno distintivo
infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza”, così conclude Parise il suo
scritto. Povertà come filosofia esistenziale, retrocessione da consumi indotti,
abiti usa&getta assemblati in Pakistan o Bangladesh, dalle stesse ideologie e
dai frasari confezionati dai media; dalla ristorazione di massa, dai
supermercati onnipresenti, dall’ossessione del food in tutte le declinazioni
(street food, junk food, take away, food delivery) oltre alle app per mangiare
ovunque e di continuo, sempre, per sedare uno scompenso chimico-emotivo, per
stabilizzare la serotonina e poi dover ripiegare su diete fantasiose, a caro
prezzo.
Siamo masticatori ossessivi, feticisti del cibo, lo pensiamo, lo fotografiamo,
lo stocchiamo dappertutto nelle nostre dispense piene di chimica e di plastica
nonostante l’ossessione della green economy; lo adoriamo e non possiamo far
altro che scegliere il vegetarianismo o il percorso alimentare biocalibrato per
dar sollievo morale all’astinenza da endorfine. Questo fenomeno bulimico assieme
all’iperofferta di cibo ovunque, Parise lo aveva già notato mezzo secolo fa e da
allora ad oggi l’ossessione del food si è articolata in intrattenimento, moda,
broadcasting. Parlo di un articolo del 1974, scritto per un giornale reazionario
da un letterato a sua volta dimissionario, che ha vissuto gli ultimi anni di
vita solo, in una casa di campagna, scrivendo i Sillabari a congedo
dall’umanità. Con questo idillio pauperistico nella testa e i segni del
bracciante sui palmi, sono andato verso la Valconca, al Boscost’orto di
Fantini.
Un ampio sorriso mi ha accolto mentre ero ancora dentro l’abitacolo in pendenza
di parcheggio; il sorriso di un uomo che riconosce un altro uomo, che dà fiducia
e dispone più alla fratellanza che al contegno.
Seduti di fronte al bosco in quiete estiva, una bottiglia di Trebbiano da far
scorrere, i gatti intorno a sacralizzare, un ulivo secolare folgorato da una
bomba bellica o da un fulmine, Fantini si racconta tra ciò che è stato e ciò che
è diventato. Nessuna concessione al futuro, nessuna parola rivolta oltre il
respiro del momento. Mentre parla vedo l’uomo e l’animale, inselvatichiti
entrambi, rinsaviti entrambi all’esistenza; passano nel racconto il bambino
caparbio e il giovane ribelle ma solerte lavoratore, l’uomo e le sue spoglie del
prima, i lampi di un daimon irriducibile, riconosciuto e poi domato a nuova
vita. La sua storia è nota, il racconto biografico è già negli archivi del web,
basta un accenno. Come tanti – si potrebbe dire – Fantini ha incontrato una
crisi nel mezzo della vita, un rivolgimento esistenziale, ma diversamente da
tanti, anziché lasciarsi disidratare dal suo intestino, lascia alle spalle la
vita da chef blasonato della Rimini bene, trova per se una casa e un pezzo di
bosco pendente e ricomincia da lì, disboscando e dissodando, riponendo in se
stesso nuovi semi di vita: la scrittura, un orto ostico, la raccolta di scarti
dalla campagna e dalla macelleria, la loro trasformazione in cibi da consumare e
preparati da barattare.
Dopo le prime parole, sono usciti a parlare due occhi lupeschi, capaci di
attraversare le stesse contraddizioni della vita che comunque la rivolgi è una
condanna a soffrire, ad amare; le incrinature necessarie che ogni posizione
eterodossa porta in sé in lui paiono motivo di un superamento continuo del
conflitto interiore. A un certo punto ho capito che qualcosa di muto e potente
mi avrebbe interrogato nei giorni. Oggi, a distanza di due mesi, chiamo quella
cosa “tensione umana”, fede dell’uomo di superare sé stesso, di convertire un
destino assegnato in un nuovo corso; di oltrepassare un confine di paure,
spingersi al di là del tempo e lì trovare una luce somigliante alla gioia.
Quella forza vitale che passa dal dolore e dal buio gelato di tante solitudini,
è quella che mi ha chiamato (ci chiama in molti) al Boscost’orto nonostante ogni
riserva razionale e qualunque facile obiezione da benpensanti. Quella tensione
umana che oggi attrae molte persone la vogliamo vedere, sentire e assorbire, ne
vogliamo far parte, anche da inetti, anche fradici di web e di timori
borghesi: vogliamo tenderci un po’ più in alto del tubo digerente, a una forza
che insidia la caducità e la morte stessa.
Fantini racconta che le persone arrivano da lui e portano viveri da condividere,
portano arte, poesia, musica, stanno a Boscost’orto qualche tempo e ripartono –
come è capitato a me – con la voglia di raccontare l’incontro. Cura rapporti di
scambio e di sostegno con alcuni produttori locali e assieme organizzano
cenacoli, convivi, momenti sociali di confronto ma anche di dibattito serrato
sui temi del contemporaneo. Lo chiamano a raccontare la sua vita diverse
rassegne di cultura eterodossa, così come associazioni culturali e sociali
sparse in tutto il paese. Lui va, parla, legge passi dai suoi testi, mostra ai
giovani come si può ricavare un pranzo con quello che si trova nei campi e nei
boschi intorno, e i suoi compensi li chiede in natura: frutta, verdura, olio,
vino, caffè, tabacco.
Sono davanti a qualcuno che posso riuscire ad ammirare, mi sono detto; un uomo
che l’ironia più caustica non riesce a svilire. Continuando a parlare assieme ho
pensato che lo stesso Parise – che allora denunciava lo spreco, le mode ottuse
del consumo- oggi condannerebbe anche gli stessi poveri, colpevoli di essersi
abbandonati a una miseria interiore, al lamento passivo, alla elemosina di
stato. Non sono più i “poveri che hanno sempre ragione” che sollevarono sullo
scrittore orde infamanti da parte dei media: sono sempre più i poveri d’animo, i
poveri di spirito, i “poveri ricchi” che sognano il denaro come sognano d’esser
felici. Una massa di frustrati che agognano il denaro e che vorrebbero eliminare
anche gli stessi anarchici, simboli viventi di libertà, vessilli di rinuncia e
di rivolta. Il paradosso del lusso della povertà è lo stesso che induce
l’opulenza della società capitalista verso il disagio psichico e un’infelicità
impotente.
Ivan Fantini a Crisalide22
*
Digressione
La famigerata decrescita felice di Latouche e il fiorire di tendenze ecologiste
sempre più esaltate si sono fermate prima di convincere di una reale decrescita
delle logiche di produzione e consumo, trasformando piuttosto la fede green in
una nuova ondata di prodotti sempre più green ma non evergreen, da sostituire ai
grigi (ma più resistenti) prodotti degli anni ’80 e ’90. Ricordo momenti di
esaltazione collettiva sia in senso ecologico, sia in senso strettamente
politico, intervalli della recente storia sociale che hanno illuso molti
rispetto a cosiddetti modelli alternativi di stato democratico a guida popolare.
Illusioni, demagogie, infantilismi della politica, da cui siamo tornati alle
briglie di una destra riabilitata al governo, reazionaria e nazionalista quanto
basta per avere ampio consenso di massa. Ripenso all’uomo dimissionario di
Montaigne che La Porta cita nel suo libro “Elogio della vita ordinaria”: l’uomo
dalla vita elementare, esiliato dalla storia; l’uomo di sola sussistenza, che
non partecipa alla dialettica temporale, che si esclude dal corso del progresso,
si estromette dai gironi umani che hanno scritto conquiste e immani scoperte ma
anche infamie e disastri ammantati da utopie; quest’uomo indifferente ai dogmi
sociali, alla ricerca di se stesso, è sempre esistito ed è stato sempre
osteggiato sia dal potere che dalla massa, indispettita dal doversi confrontare
con una simile – insostenibile – libertà. Biasimato, combattuto e perseguitato
per l’indecenza di obbligare gli altri a sentirsi dei rinunciatari davanti a
lui, l’uomo dimissionario continua a sottrarsi, cammina avanti, anche a costo
della propria vita.
Molti si riducono, riparano a margine dei conflitti della società civile, e da
quel confine osservano chi riesce maggiormente a divincolarsi dal determinismo
economico-digitale. I marginali, a cui si orienta il mio stoicismo rudimentale,
hanno dignità di renitenti, di disertori, ma restano ostaggio del rammarico di
non aver vissuto a pieno la propria natura. Si sono dimessi, ma restano passivi,
nei casi più brillanti dei sognatori, dei lunari ispirati.
Accordata ai ritmi della propria biologia, al ciclo delle stagioni, alla
terra, la vita dei dimissionari anarchici è una vita eroica, che avvicina l’uomo
al mito, spostando un po’ più in alto la “questione umana”. Sono Unici e sono
umani, sono pochi ma possono muovere tanti. Ci insegnano il coraggio di
sottrarsi e rinunciare al conforto della materia e lo fanno senza nessuna
ostentazione, senza far altro che vivere come vivono. Siamo lontani dai
contemporanei influencer del web, dai guru della spiritualità post-cristiana,
maestri confezionati dai social per mitigare il disagio diffuso dello
smarrimento spirituale con le pratiche on line.
Portiamo i nostri mali esistenziali in terapia per potergli dare un nome. Così
diamo anche ai disturbi una loro economia: l’economia del disagio, che provvede
a fornire pillole della felicità e surrogati di umano in forma di pixel. Bisogna
resistere, starci dentro a tutti i costi, perché se ti allontani dall’ordine
devi essere straordinario e pronto, o rischi di soccombere.
Così tanti svaporano mentalmente quando non fisicamente, scompaiono
all’improvviso attraverso misteriose rotte asiatiche o africane, finendo in
pasto alla cronaca locale e al broadcasting psicho-noir. L’over-digitalizzazione
intanto vende, uniforma cervelli e ottunde; crea una dipendenza consolatoria e
annichilente. Mentre avanziamo verso la robotica dell’essere dopo quella
dell’avere in una vertigine disperata e afona, internet è diventato in vent’anni
l’onnipresenza di noi stessi dentro un mondo che indifferenziandoci ci
esalta. Intanto al Boscost’orto osservo da vicino qualcuno che è trasceso a sé
stesso, è uscito dalle guide prestabilite, ha disertato il proprio passato e
annientato l’ansia del futuro. Qualcuno che davanti al bivio tra il morire dove
la vita lo aveva portato e uscirne a rischio sì di cadere ma anche di tornare
vivo, sceglie di uscire, ricominciare dalla terra, dalle proprie mani.
Si è unita poi al tavolo anche Paola Bianchi, silfide in nera eleganza,
danzatrice e performer attivista emersa da tempo alla scena contemporanea e
compagna di vita di Fantini; abbiamo cenato assieme, sentendomi così accolto non
più da una ma da due anime affini. “Ecco il lusso della povertà” dice il cuoco
sparecchiando verdure e cibi cotti che non saranno buttati perché così si
manterranno a lungo. La povertà – torno di nuovo alle lontane parole di Parise –
“è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. […] è una
ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono convinto,
salverà il nostro paese”. C’è qualcosa di utopico in tutto questo, di folle e di
illusorio, profondamente umano? Forse. Forse all’utopia occorre la povertà, la
voglia estrema di cambiare il mondo – diceva Emil Cioran – viene solo al
disperato. Ma esiste ancora, questo sì, una disperazione brillante, facoltosa.
Una disperazione in rivolta.
Anonimo fra gli anonimi (Edizioni Barricate) è il titolo del primo libro di
Fantini quindi il suo primo manifesto, a riconferma di un’idea dell’uomo che si
fonde e si confonde nello scorrere dei cicli e delle stagioni; l’uomo senza nome
e senza più un passato, che onora una vita semplice, separata dai rumori e dalle
lusinghe del presente. Mi racconta di una comunità di persone, amici,
estimatori, artisti che negli anni più duri gli è andata incontro, lo ha
sostenuto e ancora lo sostiene. Oggi quella comunità si è allargata a tanta
gente comune e lo accompagna nel suo cammino verso una forma di autarchia da
baratto, da saccheggio di beni esposti al cielo, tra i boschi, ai confini di aie
agricole o sui campi a fine raccolto. Quella di Fantini è un’anarchia
autarchica, pacifica, ispirata – con riserva e forte senso critico – all’Unico
di Max Stirner, all’uomo che trova in sé stesso il governo del proprio mondo,
senza propaganda, senza intenzioni politiche né pedagogiche. Se si farà mito,
maestro, sarà per interposta azione di un destino inviolabile o della storia,
madre ignara dei suoi eroi negletti.
Dalle sue parole comprendo che questo cuoco dimissionario oggi cercato da
svariati soggetti della ristorazione, non cede al successo e alla celebrazione
della sua figura; respinge ogni proposta a rischio di ricaduta nell’economia di
mercato, si astiene dai social, diffida di qualunque incensamento che lo ascriva
al ruolo di “mental coach” o di “leader”. Semplicemente si espone, si dà corpo e
anima alla gente, si lascia raccontare dagli altri, a rischio di parzialità e
fraintendimenti.
Poco si può aggiungere a ciò che Fantini va dicendo da anni rispetto alle sue
scelte con una coerenza e un’onestà spietate, intransigenti. Bisogna guardarlo
in faccia, negli occhi, per capire che si è davanti a un uomo in rivolta
costante, a un tronco d’albero radicato nel sottosuolo dostoevskiano; che non si
può razionalizzare su nulla di quanto dica, senza sporcare di volgarità anche le
più consapevoli ingenuità di un anarchico di questo tipo, che per giunta vive in
Italia, in questi anni consegnati al “Vuoto”, “all’Abisso” dai residui filosofi
contemporanei. Si è davanti a un corpo e una mente che portano le stimmate della
fatica, dell’impegno, del dolore. Finché lo sguardo si fa bambino e sorride al
mio stupore davanti alla piccola cucina esterna, cabina in legno affollata di
pentole e utensili d’arte culinaria, con dentro ogni arnese per trasformare il
fortuito del giorno in un pasto. “Quella l’ho fatta io assieme agli amici Under
Mungo e Nico”, mi dice con lo sguardo rivolto a quello che sembra un laboratorio
d’artista più che una cucina. Lui prepara dentro quei pochi metri di terra
battuta le cene e i pranzi che condivide con chi lo va a trovare, portandogli
sempre qualcosa da spartire assieme, soprattutto portando umanità, smarrimento,
a volte solo ascolto. C’è un furore giocoso nelle parole di quest’uomo che ha
l’occhio mannaro e il sorriso dell’infanzia, e c’è anche un cristo inverecondo e
disobbediente al padre, a qualunque vangelo imposto; un cristo irriverente,
abdicato a sé stesso, fiero delle sue croci che sono le assi e le mensole della
sua stiva. Nel gesto e nella cura del dettaglio che fa di un vero cuoco un
officiante del rito, un alchimista del sapore, con un’attenzione e una cura
proprie dell’animale che nutre e sa, senza saperlo, anche pregare.
*
Conclusione inconclusa
Oggi la povertà di massa invia più il senso di un minor accesso al superfluo che
della vera mancanza di un sostentamento minimo.
Vorrei ascrivere Fantini, tutti i Fantini che seguono la via autarchica e
dimissionaria, all’espressione di “poveri privilegiati” nel senso più alto del
termine: persone rinsavite all’essenzialità e all’umanità che ancora pochi si
possono permettere: per il timore di “fallire peggio” e precipitare oltre, per
la mancanza di fede nell’Uomo e i suoi Angeli, e per non avere sofferto fino in
fondo e con piena coscienza le oppressioni del presente; di averle in qualche
maniera integrate, digerite, assieme a tutto quello che si ingurgita di
continuo.
Ivan Fantini assieme a Paola Bianchi – simbolo di unione virtuosa e resistente –
mi hanno mostrato e continuano a rivelare che il vero lusso è liberarsi del
superfluo e non rimpiangerlo più: non avere cancelli e porte blindate per
difendersi dai propri simili, non doversi soprattutto proteggere dalle proprie
scelte, accoglierle e dar loro nutrimento e forza, radicarle sotto i passi di
danza e di vita.
Michele Montanari
*In copertina: Ivan Fantini ritratto da Giancarlo Tonti
L'articolo L’Unico e la sua immanenza: viaggio verso Ivan Fantini, cuoco
dimissionario & anarchico proviene da Pangea.
Conte è una prosa lirica di Rimbaud che fa parte del gruppo delle Illuminations.
Secondo ciò che dice Paul Verlaine, quelle prose “illuminate”, scritte “durante
viaggi in Belgio, in Inghilterra e in tutta la Germania” – quasi vi fosse
una destinazione tra la topografia e la grafia – sono state completate nel 1875,
centocinquanta anni fa. Quei fogli, in disordinata armonia, portano il caos, una
coerenza aurorale li ancora – il primigenio ci sboccia addosso: leggi e gli
occhi sfarfallano, prendono il volo, si fanno libellule – fiere primizie in
piumaggio blu.
Conte, in particolare, è una sorta di efferata fiaba. Si parla di un principe,
sfiancato dalla propria generosità, che trova fervida giovinezza
nell’assassinio, nella perfezione in ferocia. Ciò che uccide, tuttavia, rivive,
lo insegue. La rapina è rapimento dei sensi; razzia è razzolare nel fondaco del
sé. L’incontro con il Genio – l’altro, ineffabile, se stesso – è il trauma della
“felicità indicibile, insopportabile”. Anche il principe, che tanto ha ucciso
per scoprire la verità dell’amore, muore – del desiderio intravide l’ombra,
l’effimera effusione.
Olivier Bivort – che ha curato l’edizione delle Opere di Rimbaud per Marsilio –
scrive che Conte è il punto di contatto tra Rimbaud e il “genere della fiaba”,
che è una prosa “alla maniera delle Mille e una notte”.
Il Principe a me pare Minotauro: il palazzo – il mondo – è la sua prigione. È un
Minotauro sapiente, però: uccide senza innocenza. Poiché è – ed è unico al mondo
– Minotauro (Asterione dovremmo chiamarlo), non desidera – vive nel desiderio.
Se il Genio, in questo gioco di specchi, è Teseo – l’altro volto di Minotauro,
il vero mostro, l’eroe che, per attitudine mitica, vive senza coordinata di
condivisione, solo per sempre – chi è Arianna? Di una fiaba conta ciò che non si
chiude, non si sovrappone: preveggenza che qualcosa possa davvero sanguinare.
Non si sguainano sguaiate risa, al cospetto della fiaba – la fiaba atterrisce
perché è inesplicabile.
Il testo – tradotto, ma, per effluvi del caso, restato lì quando ho costruito
una antologia di testi rimbaudiani– è questo:
“Un Principe, esperto in perfezione di generiche generosità, era sfiancato.
Ipotizzava catastrofiche rivoluzioni d’amore, pensava che le sue donne fossero
superiori a quella compiacenza lordata di cielo e di lusso. Voleva violare le
verità, l’istante del desiderio, del piacere originario. Che fosse aberrazione
del bene – voleva.
Per lo meno, possedeva il cuore dell’umano potere.
Le donne che lo avevano conosciuto furono assassinate. Che saccheggio nel
giardino della bellezza! Al lume della spada, lo benedissero. Non ne volle altre
– e quelle riapparvero.
Uccise i seguaci, dopo la caccia e la libagione – e lo inseguirono.
Godeva nello sgozzare le più superbe belve. Fece in fiamme i palazzi. Soggiogò i
popoli per spezzarli. Le folle, i tetti d’oro e le mirabili belve esistevano
ancora.
La distruzione eccita, la crudeltà ringiovanisce. I popoli non mormorarono.
Nessuno offrì il suo parere.
Una sera galoppava con fierezza. Giunse un Genio, ineffabile in bellezza,
inviolato a dirsi. Dai tratti e dalla postura, era la promessa di un amore
molteplice e complesso, di una felicità indicibile, insopportabile! Il Principe
e il Genio si annientarono, probabilmente, nella salvezza assoluta. Come
avrebbero potuto non morirne? Morirono, dunque, insieme.
Ma il Principe si consumò nel palazzo, a un’età ordinaria. Il Principe era il
Genio. Il Genio era il Principe. – Di sapiente armonia è privo il nostro
desiderio”.
Il caso, tuttavia, ha la sua piena e la sua risacca.
In una libreria genovese, “Bookowski”, qualche giorno fa, sepolto tra piramidi
di tomi, trovo un numero di “niebo”, la “rivista di poesia” ideata da Milo De
Angelis: il numero 6 del settembre 1978. Il numero – in azzurro acquerello,
presto sbiadito – è dedicato alla fiaba. Tra i testi, leggende polacche e
indiane – ridotte da Swami Vivekananda –, Una fiaba rumena e due fiabe di
Giovambattista Basile, il genio de Lo cunto de li cunti, tradotte e commentate
da Roberto Mussapi. Il centro della rivista è proprio il Conte, il Racconto di
Rimbaud, proposto in doppia traduzione, di Vincenzo Guarracino e di Valeria
Drovandi. In un commento – o meglio, evasione, diversione – al Racconto,
nell’ultima pagina di “niebo”, Milo De Angelis scrive così:
> “Solo ciò che è stato annientato è meraviglioso in un altro, dice Rimbaud: ma
> non ce ne accorgeremo mai per un confronto, non ce ne accorgeremo sputando sul
> suo viso di oggi, su quello che ne resta, facendo l’elogio del tradimento. È
> idiota credere nell’infedeltà, così vicina alla vita letteraria, al cartone
> animato della vita quotidiana, della vita scambiabile. E chi è ‘fedele’
> (fedele come un gatto, una fedeltà a bagliori, di legami dimenticati e vivi)
> sa che davvero c’è stato un solo amore e che lì la poesia non deve tornare
> mai”.
Benché Cristina Campo abbia scritto, e magnificamente, di Fiaba e mistero, anni
prima, credo che quel numero di “niebo” – un numero costruito da fanciulli
selvatici – tocchi il significato lancinante della fiaba. La fiaba respinge chi
cerca “pedissequamente di trovarne le cause”; la fiaba – mito in sconquasso,
verifica di una infanzia con l’arco a tracolla – non accetta chi “manca di un
trasalimento che lo porti via”. In quell’antico testo, Le fiabe e il secondo
bambino, De Angelis – sradicando i vari Propp, Bettelheim, Fromm e Dario Fo –
scrive che
> “le immagini di una fiaba cominciano a essere viste quando non sono più
> applicabili, quando i colori dei tarocchi sgorgano dal punto in cui non
> possono più essere adoperati, così come un gesto che credeva di essere d’amore
> diventa splendido quando l’amore non è più il suo scopo”.
Nell’evanescenza, nell’assenza di scopo – nell’assenza di una morale, la moria
della lettera – è l’essere all’assalto, l’essere assassino della fiaba. Di un
corpo ci affascina la scia; la perenne possibilità – non la perizia di ciò che è
perituro, quella perfezione dei troppi letterati anatomisti di oggi, affetti da
necrofilia, da necrosi dell’immaginare.
Il mito del labirinto – forse perché il labirinto è il mito della scrittura
stessa: ci si perde per ritrovare il bandolo, e nella perdizione qualcosa,
sempre, muore – è al fondamento della fiaba. Secondo il repertorio inanellato da
Robert Graves, è Arianna, innamoratasi di Teseo “a prima vista”, ad aiutare il
condottiero a uccidere “il mio fratellastro”, nel sonno, grazie al gomitolo
ordito da Dedalo. Il costruttore del labirinto è anche colui che conosce come
dissigillare la sua creatura (il labirinto è vivo ed è figura di Pitone, il
sacro serpe) – ma non può dissigillarlo: ne morirebbe. L’amore passionale vira
sempre nel sacrificio, ambisce al soffocamento: Minotauro ha opzione di potenza
sulla verginità di Arianna, per questo deve essere eliminato. Verrebbe da
chiedersi: chissà cosa sogna Minotauro.
Secondo una variante del mito riportata da Graves, Teseo avrebbe imprigionato e
condotto Minotauro ad Atene, “legato e portato in trionfo”, come un grizzly o
come l’abominevole uomo delle nevi – come un freak da cui trarre congrui
guadagni. Non si sa – secondo la nota versione del mito – se Teseo abbia ucciso
Minotauro “con la spada donatagli da Arianna o con le nude mani o con la sua
famosa clava”: le varianti conferiscono al racconto diverse accezioni, ai
personaggi diverse entità simboliche. Ma la fiaba, si sa, non accetta simboli:
azzanna.
A dire degli abitanti di Creta, per altro, Minotauro non è mai esistito; Arianna
si è innamorata di Teseo dopo che costui ha vinto le gare di lotta ideate dal
re, Minosse; Labirinto è il nome di una prigione, più letale di Alcatraz –
prigione venefica, prigione piena di serpentine, prigione-serpente.
Ardire ai penetrali del mito significa morire; infine, i protagonisti diventano
frange di carta, eventi in fumo. Torniamo a “niebo”. Così, ancora, De Angelis,
in idillio oracolare:
> “Non appena si spezza il filo che doveva condurlo fuori, Teseo vede che il
> labirinto si cancella, invaso dal vento radioso del Mar Egeo, e capisce che il
> labirinto era solo il progetto di uscire, guidato dal filo di Arianna. In
> mille fiabe, dalle saghe islandesi ai miti di Osiride, regna la grande scena
> dell’uccisione di Arianna, colei che crea la più buia prigione con l’offerta
> di una salvezza firmata. Arianna verrà ferocemente uccisa per aver scelto di
> farsi ringraziare”.
Che il labirinto sia un parto di Arianna – il luogo primigenio in cui
imprigionare l’amato, per poi farlo venire alla luce, contraffatto dalla prova –
lo pensava anche Friedrich Nietzsche. Ne scrisse, all’acme del delirio, quasi
che Arianna fosse l’esatto nome della sua follia:
> “Chi, all’infuori di me, sa cos’è Arianna! Mai finora qualcuno ha conosciuto
> la soluzione di tutti questi enigmi, e dubito che qualcuno abbia mai anche
> solo visto degli enigmi in tutte queste cose… Oh Arianna, tu stessa sei il
> labirinto: da te non si esce più fuori”.
Ringraziare: essere grati, affibbiare il colpo di grazia.
Nel suo ultimo libro – a tensione di testamento – La solitudine del
Minotauro (Aragno, 2023), Franco Rella sposta ancora l’asse del ragionare:
> “Teseo entra nel labirinto, entra nell’enigma partorito dalla gola del
> Minotauro. Un enigma senza fondo che certamente era sfuggito a Teseo: Abgrund,
> abissale, come suggeriscono i mistici tedeschi o addirittura più che
> abissale, Ungrund, senza fondo. Arianna aveva capito? Lo aveva almeno
> percepito? Lei ha spinto l’ignaro, ottuso Teseo perché con la spada o, come
> dicono, con la clava, chiudesse l’abisso, mettesse un fondo a ciò che non ha
> fondo, e suturasse la ferita che si era aperta nel mondo con la nascita di
> Minotauro. Forse per questo Teseo l’aveva abbandonata, sgomento per qualcosa
> che lo sovrastava e che sentiva muoversi oscuramente come un’aura funesta che
> avvolgeva Arianna. Per questa operazione che potremmo definire di igiene
> cosmica, lei ha avuto le nozze con Dioniso e, come alcuni narrano, è stata
> assunta tra le costellazioni”.
Chissà se è davvero Minotauro l’ispiratore di Labirinto, se è davvero Arianna
“la Signora del Labirinto”, creato dalla laboriosa intelligenza del filo,
un’intelligenza-vipera – la trama. Di certo, dopo la prova Teseo non è più se
stesso: il suo cuore monolite si è frantumato, si è fatto labirintico. Qualcuno
potrebbe dire: è Labirinto il vero protagonista del mito, la sola cosa viva; e
Dioniso se ne va con lui, legato al filo, cioè al guinzaglio, quasi fosse uno
dei suoi sgherri ghepardi. Lo senti ancora trottare. Lo senti soffiare.
Quanto al poeta: ci piacerebbe fosse Minotauro, Labirinto o Arianna. La fiaba
non specifica: è uno dei ragazzi offerti in dono al mostro; l’articolata
prigione è figura delle sue viscere.
*In copertina: M.C. Escher, Bond of Union, 1956
L'articolo “Solo ciò che è stato annientato è meraviglioso”. Ipotesi intorno al
Labirinto (cioè: di serpenti e di fiabe) proviene da Pangea.
In poesia accade come in pittura. Potremmo dire: il privilegio del volto, il
principio del ritratto – o dell’autoritratto –, bracconiera priorità dell’io.
L’arte europea eccelle nell’investigare l’uomo. Negli sguardi smaliziati di
Antonello, nei corpi-molosso di Michelangelo, nei volti regali e atterriti di
Tiziano intuiamo il ribollio dell’anima, i labirinti dell’interiore. La resa dei
volti, pur perfetta, non è mai realistica – o encomiastica – ma arresa. Il corpo
è ritratto, in realtà, per ritrarre l’interiorità: il corpo ritratto è un
corpo rivelato, identifica un’indole – che sia: ferina e ambiziosa o umile e
benevola, sottomessa al fato o fatale.
Il ritratto reca un meccanismo opposto a quello dello specchio, oggetto
demoniaco perché riduce il corpo alla sua superficie corruttibile – alla sua
disonestà. Il ritratto ambisce ad essere la riproduzione di un corpo già
risorto, eletto ai cieli.
La ragione del predominio dell’umano nell’arte europea è ovvia: da un lato
l’armonia greca – l’universo è proporzionato alla sproporzione del corpo umano;
il tutto è commisurato all’uomo – dall’altro lo schianto del
Dio-fatto-a-somiglianza-d’uomo (ribaltamento della prospettiva ebraica espressa
in Genesi). Tutto è lì, in quel Dio-corpo appeso alla Croce. Le innumerevoli
raffigurazioni del trafitto, dell’innocente ucciso, hanno per scopo lo
spiraglio, la stimmate di luce, uno stillare d’altro mondo. Non si ritrae il
Cristo: gli si fa, devotamente, lo scalpo – che mi attraversi, mentre lo
dipingo, che mi folgori mentre prego Lui attraverso la Sua raffigurazione.
Dalla pittura europea l’animale è bandito.
Certo, l’animale c’è. Di solito, a decorazione – la stessa funzione che ha il
paesaggio. I cani – cagnetti o levrieri che siano – fanno parte
dell’oggettistica di un principe, ne costituiscono il paesaggio domestico: come
la sua pelliccia, l’anello, il bastone – indicano uno status.
Altrimenti, l’animale assurge a simbolo. Il pavone, lo scorpione, il pellicano,
il serpente – per non dire gli emblemi cristici o evangelici, dal leone al toro
– non sono raffigurati per ciò che sono ma per ciò che rappresentano in uno
zodiaco dei sensi, in un bestiario umano, troppo umano. È una dinamica tipica,
di cui abbiamo dimestichezza leggendo Dante, ad esempio, quando appaiono, quasi
bave d’oltremondo, la lonza e la pantera, l’aquila e il veltro. I bestiari, in
effetti, non sono un repertorio zoologico di bestie: l’animale, spesso ferino,
spesso immaginario, s’insinua in un senso, in un sentire, umani, come la pietra
incastonata nella chioma di ferro di un anello.
Esempi sparsi – chessò, la lepre e il rinoceronte di Dürer – afferiscono a
un’area del singolare che riguarda la sapienza zoologica, il primo vagire della
‘scienza’ – ma l’animale, come l’animale uomo, non è semplicemente la sua pur
perfetta raffigurazione fisica. Le scene di caccia del Settecento, i leoni di
Delacroix o le vacche di Segantini – pur nella diversità di intenti e di talenti
– non deviano dalle schema: la bestia è co-protagonista, è lì a illuminare certi
aspetti della vita umana. La bestia esiste perché c’è un uomo che la agisce.
Anche i pittori statunitensi, storditi dalla vastità dello sconosciuto
continente in cui sono atterrati, restano alieni all’animale: i loro quadri
– pompier più che pionieristici – raffigurano, alla meglio, vaste vallate, monti
abissali, un verdeggiare infinito (quando non inquietante); l’uomo, in scala,
ridotto, è pur sempre lì, frastornato Adamo pronto a modellare il mondo secondo
il suo spirito.
Allo stesso modo, l’aquila di Hölderlin, il passero solitario di Leopardi,
il nightingale di Keats, l’albatros di Baudelaire e l’upupa di Montale sono
funzioni – geniali – dello stato d’animo del poeta: sono simboli. La pratica è
antichissima: già Efrem il Siro, nel IV secolo, in uno dei suoni inni, celebra
la familiarità tra uomo e bestia (“noi siamo loro”), pur nella differenza:
“attraverso gli animali/ l’uomo scoprì se stesso”. Gli animali in elenco
rappresentano, appunto, dei ‘caratteri’ umani: il lupo è vorace, la iena
assassina, la serpe infida, lo scorpione traditore, il cane fedele; la volpe è
figura di Erode, il sovrano ingordo e codardo che “profana la tana altrui” e
“per vanità” uccide il Battista. L’animale, in sé – troppo attonito al terreno
–, è niente. La ‘continuità’ con l’uomo ne annienta l’irriducibile alterità,
l’irriducibile nobiltà.
Altre culture, al contrario – quella estremo orientale, quella dei nativi
americani o degli sciamani dell’area uralica e siberiana, ad esempio – fanno
dell’animale il centro della loro attività rituale e artistica. La tigre e
l’airone, la gru e il granchio, il pesce e la scimmia riempiono le opere dei
pittori giapponesi e cinesi: il loro intento non è realistico né simbolico;
semmai anagogico. Come il pittore occidentale tenta, attraverso il ritratto, di
avverare l’anima di colui che ritrae, così il pittore orientale vuole
conquistare la ‘forza’, l’energia della bestia che dipinge. Il corvo e il
coyote, la volpe e l’orso, nelle culture sciamane, non sono bestie simboliche,
bensì autentiche; sono figure regali che aiutano il sapiente nell’operazione di
guarigione, nell’operare il viaggio negli altri mondi.
Tranne rari casi, la poesia italiana è embricare l’ombelico: sprofondare in sé,
specchiarsi nel mondo; ambire – o aderire – alla belva in quanto araldica
lirica. Naturalmente, le eccezioni sono diverse, diversamente singolari –
dal Bove di Pascoli agli aironi di Alessandro Ceni e di Antonio Porta,
dalla Capra di Saba (nel cui “viso semita”, però, scorgiamo lo scalpitio
dell’emblema, di una fraternità che va al di là dell’animale, di cui l’animale
non è parte) ai bestiari di Bellintani – io preferisco Il cervo di D’Annunzio,
che rimane il solo poeta ‘panico’ della nostra tradizione:
Non odi cupi bràmiti interrotti
di là del Serchio? Il cervo d’unghia nera
si sépara dal branco delle femmine
e si rinselva. Dormirà fra breve
nel letto verde, entro la macchia folta,
soffiando dalle crespe froge il fiato
violento che di mentastro odora.
Le vestigia ch’ei lascia hanno la forma,
sai tu?, del cor purpureo balzante.
Ei di tal forma stampa il terren grasso;
e la stampata zolla, ch’ei solleva
con ciascun piede, lascia poi cadere.
Ben questa chiama “gran sigillo” il cauto
cacciatore che lèggevi per entro
i segni; e mai giudizio non gli falla,
oh beato che capo di gran sangue
persegue al tramontare delle stelle,
e l’uccide in sul nascere del sole,
e vede palpitare il vasto corpo
azzannato dai cani e gli alti palchi
della fronte agitar l’estrema lite!
Ma invano invano udiamo i cupi bràmiti
noi tra le canne fluviali assisi.
Tu non ti scaglierai nel Serchio a nuoto
per seguitar la pesta, o Derbe; e il freddo
fiume non solcherà suplice solco
del tuo braccio e del tuo predace riso,
fieri guizzando i muscoli nel gelo.
Inermi siamo e sazii di bellezza,
chini a spiare il cuor nostro ove rugge,
più lontano che il bràmito del cervo,
l’antico desiderio delle prede.
Or lascia quello il branco e si rinselva.
Forse è d’insigni lombi, e assai ramoso.
Ei più non vessa col nascente corno
le scorze. Già la sua corona è dura;
e il suo collo s’infosca e mette barba,
e fra breve sarà gonfio dal molto
bramire. Udremo a notte le sue lunghe
muglia, udremo la voce sua di toro;
sorgere il grido della sua lussuria
udremo nei silenzii della Luna.
È vero: nel mondo anglofono – complici, soprattutto, le novelle mitologie dei
preromantici, Blake su tutti, le vertigini di Gerard Manley Hopkins, la forza
concettuale di Yeats – la bestia ritrova il suo estro-cuspide, il posto che le
spetta. Eppure, anche qui – il libro germinale è La Dea Bianca di Robert Graves
– si tratta, per lo più, di un regesto di simboli, di dissotterrare antiche,
druidiche immagini – malinconia di un tempo trascorso. Il solo poeta che
sistematicamente abbia messo al centro l’animale nel suo discorrere lirico è Ted
Hughes; fin da subito, fin dal primo libro, The Hawk in the Rain, fin da quelle
prime poesie-fossili, giunte da un mondo ulteriore, The Jaguar, The Thought-Fox,
The Horses. Non è un caso se una delle antologie postume più belle di Hughes – a
cura di Alice Oswald – s’intitoli Bestiary. Il bestiario, però, contempla
l’inganno: il termine rimanda, ancora, all’animale-effigie, alla bestia come
gioiello nell’immaginario umano – alla bestia spoglia di sé, mero alambicco
d’intelletto.
Il punto più profondo del legame tra Ted Hughes e l’animale, tra il poeta e
l’anima animalesca accade in libro considerato secondario nell’opera di quel
grande poeta. Under the North Star viene pubblicato da Faber nel 1981 in
edizione di pregio, con gli acquerelli di Leonard Baskin, già compagno di
imprese poetico-pittoriche di Hughes. Il libro dà voce a diversi animali: il
gufo delle nevi e l’orso, la lince e l’airone, la volpe artica, l’aquila e il
puma. Dedicato To Lucretia, la figlia di Baskin, il libro ha il ritmo di una
filastrocca: in realtà, Hughes – lo consegna alla prima, straniante,
poesia, Amulet – impone un rito. Il poeta indossa la stola lirica – dunque: gli
attributi sciamanici –, industria la danza e diventa civetta e airone, grizzly e
puma, lince e luccio e bue. Guarda con i loro occhi, tenta di registrare il loro
linguaggio; non è fratello né artefice della bestia, ma scriba. Poesia, qui,
allora, è verbo di neve: bianco testimone di tracce, aneliti, sangue. Non conta
tanto – non conta più – che la poesia sia bella (categoria astratta, che
pertiene al mondo, per lo più ingannevole, del letterario, dunque
dell’illetterato quanto a mondo), ma autentica; l’autorialità del poeta, qui, è
nel suo sacrificio: l’io, ora, vola, galoppa, fluttua e sgrana arti e artigli.
Che siano poesie ‘per bambini’, queste – così dicono gli adulti, decrepiti nella
loro origine – rientra nella pratica dell’autore. Va addestrato alla bestia, il
bimbo, che sappia – piccolo Mowgli espropriato del primigenio bosco – i suoni e
le voci animali, che riconosca il punto di parentela e quello dell’intoccabile.
A tale distanza occorre ascendere – il resto, non ormeggia più, è gioco di
ombreggiatura; e, certo, la poesia è piena di straordinari caratteristi, i
caricaturisti della realtà.
***
Da Under the North Star
Amuleto
Nelle fauci del Lupo, una montagna di erica.
Nella montagna di erica, la pelle del Lupo.
Nella pelle del Lupo, la frantumata foresta.
Nella frantumata foresta, la zampa del Lupo.
Nella zampa del Lupo, l’orizzonte pietrificato.
Nell’orizzonte pietrificato, la lingua del Lupo.
Nella lingua del Lupo, le lacrime della Cerva.
Nelle lacrime della Cerva, la palude di ghiaccio.
Nella palude di ghiaccio, il sangue del Lupo.
Nel sangue del Lupo, vento di neve.
Nel vento di neve, l’occhio del Lupo.
Nell’occhio del Lupo, la Stella Polare.
Nella Stella Polare, le fauci del Lupo.
*
Civetta delle nevi
Occhio Giallo, Occhio Giallo
giallo perché è gialla la Luna.
Esce dal Buco Nero del Nord
un’Era Glaciale in volo!
La Luna vola bassa –
la Luna incombe, caccia la sua Lepre –
La Luna cala, grossa di brina
affamata come la fine del mondo.
Il Polo Nord ha la gola roca
ruggisce e ne trema il globo –
Gli occhi del pianeta serrati di paura
eppure le stelle tremano di gioia.
Guarda!
Lepre ha il suo splendido monumento!
Si impenna una bufera Ciclope
su zampe di ferro nero!
Gioiamo insieme alla Lepre!
Civetta delle nevi, Civetta delle nevi
sei immobile e fissi l’immobile globo.
La Luna vola alto.
La bianca montagna è in volo.
Lepre diventa un angelo!
*
Airone
Sole è un iceberg
nel cielo.
In un’alcova di gelo
giacciono i pesci.
Il fiume è condannato
Morte si muove su di lui.
Ma l’Airone
in posa di caccia
è diventato di ferro
e non può muoversi.
*
Volpe artica
Nessuna traccia. Neve.
Orecchio – resto stellare.
Cristalli di silenzio.
Il mondo ti fissa, attonito.
Fauci fradice di ghiaccio
perforano la brina:
qualcosa di impalpabile –
nevischio di piume.
La foresta sussurra.
Respiro furetto
vuoto come il chiarore lunare
ha un’ombra blu.
Il sogno smuove
il muso addormentato
della terra folgorata dalla neve.
Quando verrà il giorno
sarà impossibile per il sole
rintracciare ciò che la notte
ha registrato di nascosto.
*
Lince
Le zampe silenti della foresta,
delle nuvole, delle montagne
hanno il loro meritato riposo
sotto l’orecchio di Lince.
Dormono del suo sonno – come
in un profondo – profondo – lago.
Non disturbare la belva
o le nuvole apriranno gli occhi,
la foresta, in silenzio,
sposterà tutti i boschi
e le montagne, arse di nebbia,
svaniranno tra le loro pietre.
*
Puma
Dio mise il Puma sulla Montagna:
sarai l’organista
degli echi cattedrale.
Delle sue urla risuona la cava rupe
la soglia e l’abisso.
La sua musica sorprende per vastità.
Sul pinnacolo del suo gridare
solleva la gelida vetta
e ascende, alla ricerca del Creatore.
Sacerdotessa delle caverne dall’occhio folle –
per tutta la notte cerca di assalire il cielo:
il suo canto è come un missile e la Luna gli gela il muso.
Il giorno dopo, esausta
dorme al sole.
A volte – spezzata
da un silenzio che fiammeggia –
indossa un gioiello.
Ted Hughes
*In copertina: Leonard Baskin, Frightened Boy and His Dog, 1955; nel testo,
disegni di Leonard Baskin
L'articolo “Nelle fauci del Lupo”. Sulla dimensione animalesca della poesia
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