Conobbi Gioia in un fumoir a San Pietroburgo. Era una discoteca all’occidentale,
ricavata nel retro di una fabbrica dismessa con una galleria d’arte nei vecchi
uffici. Due russi ci presero per mano e presentarono: avevamo in comune il
passaporto italiano. Gioia aveva gli occhi color malva sotto le luci al neon del
minuscolo spazio ricavato con il cartongesso.
Entrambi sentivamo l’imbarazzo dell’incontro. Dopo i convenevoli, dopo averla
trovata interessante e spontanea, iniziai a indagare di più sulla sua persona.
Eravamo due apostati eremiti nei fumi della notte pietroburghese, a cercare di
incensare l’anima con la nicotina.
I suoi nonni, entrambi, erano pittori. Da poeta, le citai Orazio. Ridemmo e, a
quel punto, ci sedemmo su una specie di panchina, anch’essa in cartongesso,
ricavata direttamente dal muro. Accendemmo una seconda sigaretta quando iniziò a
raccontarmi.
I nonni si conobbero al Bar Jamaica. Il figlio di uno e la figlia dell’altro,
seguendo i padri. Si piacquero. Nacque lei. Nel frattempo, Fontana squarciava il
cielo con la luce della promessa del taglio, mentre intorno i saltimbanchi
uscivano dai cespugli a spargere la rugiada dell’arte per le strade. E l’unico
Manzoni assottigliava la distanza tra la materia artistica e il corpo, ci si
comprimeva dentro.
Le chiesi se conoscesse il Cane Randagio, disse di no e le raccontai qualche
cosa, chiedendole di interrompermi se si annoiava: parlo troppo, la regola delle
trenta parole a testa in una conversazione non so applicarla; quindi, o parlo
troppo e metto in soggezione o ascolto avidamente e metto in soggezione. Mi
sembrava una storia simile a quella della sua nascita.
Le raccontai di un posto, il Cane Randagio appunto, in cui ogni sera trovavi
Anna Achmatova, con gli occhi gelidi e tristi, ad ascoltare il mondo che si
rovesciava ovunque, seduta a un tavolo in disparte, a superare per sempre con il
solo ascolto la poesia. Anna, che teneva per mano la generazione dei reietti che
hanno scritto la storia con l’inchiostro dell’impiccagione, della rivolta, del
confino. Anna, che sussurrava a ogni amante la perdita dell’anello d’oro, una
anacoreta della perdizione del mistico diurno. Di quel cercare gli oggetti persi
di cui si narra in versi. Al Cane Randagio, dove i poeti si sparavano tra loro
per un bicchiere di troppo, per un amante che non voleva diventare marito, per
un endecasillabo rubato. Dove nasceva Majakovski inneggiando alle orge. Un posto
da cani per un direttore cane. Dove c’era una separazione netta tra chi d’arte
moriva, gli artisti, e chi d’arte viveva, il pubblico: il farmacista.
Allora tornai a Roma e dissi a Edoardo di vederci ogni mercoledì al Cane
Randagio, alle otto in punto. Il Cane Randagio si trova in un luogo imprecisato
tra Piazza Sempione e Piazza San Cosimato. E noi il mercoledì alle otto in punto
ci vediamo al Cane Randagio, perché il mercoledì è il giorno del Cane Randagio,
alle otto in punto.
Lo diciamo solamente a quelli che d’arte ci muoiono, perché non si può morire
altrimenti. Non ci si vive, ci si riaggrega e, se tutto va bene, ci si muore
tutti insieme, perché non c’è nessun altro posto dove andare il giorno dopo.
Kazimir Malevič, Paesaggio con cinque case, 1932
Non abbiamo nessuna casa a cui tornare né alcun lavoro prodigo da svolgere. Non
ci sono uffici in cui ci attendono, né stagisti da frequentare e sottomettere o,
peggio ancora, da educare. Ci vediamo al Cane Randagio perché non potrebbe
essere altrimenti; non abbiamo nessun luogo che ci protegga se non il verso
storto, riletto, copiato e abbandonato. Nessun pubblico a cui tornare, perché il
pubblico della notte è sempre diverso e, se è sempre lo stesso, sono dei cretini
che non vogliamo: ai miracoli si assiste univocamente (quante volte hai letto
Mandel’štam per la prima volta?).
Il mercoledì al Cane Randagio non vogliamo nessun borghese che non sia stato
escluso dalla propria famiglia, a cui non abbiano tolto gli alimenti o che non
abbia dormito per strada. Non vogliamo nessuno che non sia stato insultato e
diseredato da tutte le persone che ha intorno almeno una volta, e che abbia
preso anche solo una buona decisione. Perché al Cane Randagio, di mercoledì,
alle otto precisamente, entrano soltanto i fradici di gioia e i
malfattori. Parliamo di quello che ci propongono di fare e non facciamo, di
quello che ci propongono di scrivere e non scriviamo finché non ci si spezza il
cuore per un riflesso. Finché non c’è più nessun argomento di cui borbottare
egomaniaci, e comincia il sarcasmo, e il cuore non riluce più del racconto di sé
stessi. Ci si incontra per spezzarci il cuore, per raccontare e, dopo aver
raccontato, spezzato il cuore, dopo che ognuno ha detto quello che ha scritto
per spezzarcisi il cuore e che nessuno lo ha più ascoltato perché a nessuno
interessa veramente come l’altro si spezza il cuore, dire futilità per oblio.
Dopo che ci siamo raccontati come il cuore è andato in frantumi, ne ridiamo
tutti insieme per non prenderci sul serio, perché quello che conta è solo l’atto
dell’umano che ascende al divino. E tutti insieme si santifica l’offerendum
all’infinito delle bassezze del corpo e delle fasulle altezze dello spirito,
sgranocchiando cibo spazzatura cinese e filmografia indiana. Ci incontriamo
perché l’incontro non ha più alcuna mistica, per incontrare l’altro intero,
senza la menzogna della parola. Chi non è attraversato come mezzo dell’altissimo
non può considerarsi poeta, e il poeta è chi si fa strada nell’indicibile per
essere strumento di tutto ciò che non è ancora stato tradotto dal cielo.
Ci incontriamo per l’incontro, insieme e nemici, per un’ontologia dell’arte che
si è fatta pelle. Noi alle otto, ogni mercoledì, al Cane Randagio, discutiamo e
ci inebriamo fino a non avere più nessun argomento di senso, fino al trastullo
dell’ironia e del decrepito ripetuto, finché non emerge la carne senza il suo
racconto.
*
Sì Graziano, dovremmo andare a correre al Verano, a inventare arcobaleni di
rugiada sulle grigie tombe e fare urli all’altipiano. Non si vede nessuno tranne
l’ultimo dei mohicani.
Sì vediamoci alle otto al Cane Randagio perché gli artisti stanno insieme per
non dirsi artisti, fottiamo la connessione e il digitale. Solo la connessione
sensoriale.
Kazimir Malevič, Otto rettangoli rossi, 1915
Hanno detto alla prima mostra degli impressionisti quei quadri può farli anche
un bambino. Hai visto, adesso i critici non ci stanno proprio?
La roccia sul mare mi ha detto hai sentieri di eternità sottopelle, nelle
braccia, mi ha detto accomoda i reni e in mezzo alla fronte hai il terzo,
levigalo con cura: ti farà vedere.
Il surrealismo sta nelle cosce, si attiva camminando. Il rock ’n’ roll sta nella
cervicale: punti quantici.
Abbracciamoci per essere svuotati e pieni, felici e austeri, Voglio un
coccodrillo per Natale e un ippopotamo nella tazza da tè, per favore.
Le montagne mi dicono non vendere i tuoi libri e anela al mistero: «Scrivi solo
nella tua mente adesso».
Ricordati di quello che contrabbandava porcellane dalla Francia e dell’altro che
tagliava l’acqua del mare con le forbici. Qui invece è un liceo perenne si
conoscono tutti e arrivano anche a Timbuctù per leggere due versi. Pagano pure
la benzina. Poi tornano in classe.
Perciò ricordati di scordarti di te, di aprire le porte, dentro in fondo a
sinistra, alla Holden Caulfield per intenderci, vicino al fuoco dello sciamano
pitturato. Senti i piedi degli indiani che danzano? Balla coi lupi. Lo vedi il
copricapo all’orizzonte? Seguilo tra Piazza Sempione e San Cosimato. I chip
rifuggono l’energia vitale. Gli allarmi tacciono davanti al muro bianco.
Annusa la folla e schivala, sii istrione, raccontami una canzone che sia
intonata con la follia, andiamo alla fonte:portiamoci via da bere e da sognare.
Che una notte non basta, vogliamo incastonarci nel futuro: scriviamo. Non
abbiamo altro: scriviamo a matita nell’aria, al Cane Randagio.
Graziano Mazza e Edoardo Piazza
*In copertina: Kazimir Malevič, “Ritratto di donna”, 1932
L'articolo “Annusa la folla e schivala. Vogliamo incastonarci nel futuro:
scriviamo” proviene da Pangea.
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> “È disorientante e imbarazzante avere due bocche. Il suono che producono è una
> vera e propria cacofonia.”
Leggendo Il genere del suono di Anne Carson, per Crocetti, ho ricordato la
leggenda caraibica letta a mia figlia come favola della buonanotte, pescata a
caso da Miti e leggende dei Caraibi, per la collana Grandi Tascabili Economici
della Newton.
Mia figlia è chiacchierina e gli piacciono i chiacchierini. Pochi giorni fa ha
scritto il primo biglietto a un bambino della classe, il suo primo amore? Gli ha
scritto: “Anche se sei chiacchierone sei bellissimo”, e nella risposta il
bambino-suo-primo-amore ha scritto: “È bellissimo che siamo chiacchieroni.”
Il titolo della fiaba caraibica è stato Perché le donne parlano tanto e l’ho
scelto sperando fosse divertente, anche se le righe corsive di presentazione mi
hanno subito messo in guardia: “Anche in questa storia è presente una misoginia
di antica data che può farsi risalire, attraverso le culture dei conquistadores,
a quella letteratura antifemminista che ha uno dei suoi capisaldi
nel Corbaccio del Boccaccio. Anche qui il referente è la Bibbia.”
Il volume della Newton è a cura di Claudio Corvino – Corvino per la letteratura
antifemminista risale al Trecento per Boccaccio e all’ottavo secolo Avanti
Cristo per i libri più datati della Bibbia. L’ottavo secolo è anche il limite
temporale inferiore preso in considerazione dalla Carson che in Omero ritrova lo
stesso giudizio, pregiudizio, sulle donne: sul loro voler parlare sempre, troppo
e male: Ulisse che si risveglia senza vestiti nell’isola dei Feaci nel libro VI
dell’Odissea omerica, circondato da urla femminile. “Che chiasso di femmine mi
si fa intorno!”.
L’antifemminismo come radice giudaico-cristiana.
Nella leggenda caraibica, presente nella sezione Vecchie storie delle Bahamas ma
che delle Bahamas non ha nulla, la storia è questa: Dio creò Adamo ed Eva ed Eva
la creò muta. Adamo da principiò non se ne lamentò, poi cominciò a sentirsi
troppo solo senza qualcuno con cui poter parlare, o meglio che rispondesse alle
sue domande, e Dio per rimediare strappò la coda al primo leprotto a vista e con
quello ci fece la lingua per Eva, ma:
> “i peli della coda del leprotto le solleticavano il palato e così sputacchiava
> cercando di liberarsene, e più ci provava, più peli le si attaccavano al
> palato. Ed ecco perché la lingua delle donne non sta mai ferma.”
Per quel che vale, da una veloce verifica con un motore di ricerca online non
risulta la presenza di leprotti alle Bahamas, ma per un Dio non sarà mica un
problema rimediare un leprotto anche se la fauna locale non lo prevede, e ancora
meno sarà stato un problema per il curatore di miti&leggende caraibiche di
riportarne una che non si capisce cos’abbia di caraibico, o meglio si capisce
benissimo che quando un popolo subisce una colonizzazione finisce per perdere
anche il ricordo dei suoi miti e delle sue leggende, come osserva Naipaul
in Fedeli ad oltranza, per Adelphi:
> “Ma nella nostra isola la popolazione autoctona che conosceva i luoghi sacri
> fu annientata e, al suo posto, nella colonia-piantagione arrivò gente come
> noi, i cui luoghi sacri si trovavano in un altro continente.”
A mia figlia, che ha sei anni, a fine lettura ho chiesto di controllare: “La tua
lingua allora è tutta pelosa come la coda di un leprotto?”, e lei: “No!” e giù a
ridacchiare. Allo stesso modo avrei potuto chiederle se secondo lei la sua voce
assomigliasse più a quella di una gallina, come nel caso di Nancy Astor secondo
il collega alla Camera dei comuni sir Henry Channon, o se a quella di Getrude
Stein, che secondo una delle sue biografie “Aveva una risata come una bistecca
di manzo. Amava il manzo.” Ovvero, per chiederglielo con la Carson, se si sente
pronta al fatto che “compito fondamentale della cultura patriarcale
dall’antichità ai giorni nostri” è quello di “associare ideologicamente il suono
femminile alla mostruosità, al disordine, alla morte”. Immagino avrebbe
ridacchiato meno.
Altro inciso: traduttore del testo della Carson per Crocetti è stato Patrizio
Ceccagnoli – che è un po’ la versione italiana della voce della Carson. Siccome
quanto scritto fin qui si presta fin troppo al risentimento di chi definisce
woke chi non ha punto voglia di lasciar dormire il cane dell’egemonia culturale
il cui sonno genera già fin troppi mostri mi lascio il pelo dell’uovo sulla
lingua, ce l’avrò un po’ di leprotto pure io, e non sollevo la questione sul
caso di un libro scritto da una donna a proposito del tentativo perenne
dell’uomo di toglierle la parola che viene tradotto da un uomo, al più invito
alla lettura dell’aggiornatissimo saggio Sensibili di Svenja Flasspöhler, per
Nottetempo, che riflette su come “ridefinire i limiti dell’accettabile” con lo
scopo di “illuminare la sensibilità nella sua dialettica, in rapporto con la
resilienza, in modo da trovare possibili vie d’uscita dalle crisi del nostro
tempo”, e che sa destreggiarsi con intelligente equilibrio tra gli opposti
estremismi in merito alle questioni di appropriazione-culturale:
> “Un dubbio analogo investe la possibilità per gli scrittori bianchi di
> immedesimarsi nella realtà e nella identità dei neri: si sospetta che chi
> decide di farlo voglia solo trarre profitto da una condizione di oppressione
> di cui è invece responsabile. Ma per quanto una tale sensibilizzazione possa
> essere giustificata dalla storia del colonialismo, questa rigidità riporta il
> gioco post-strutturalista alla fissità dello strutturalismo.”
Il registro della Flasspöhler nel saggio è di aggiornata e civile e stimolante
conversazione, insomma tutt’altro che il “gemito raggelante della Gorgone” o “la
voce fatale delle Sirene” o l’atteggiamento della vecchia Iambe “che urla
oscenità e si alza la gonna sopra la testa per esibire i suoi organi genitali”,
come da copione normalmente assegnato dagli uomini alle donne, convinti di saper
parlare, e di aver diritto a parlare, lorsignori, più delle donne perché a
differenza delle donne saprebbero tacere.
Gli uomini che se lo raccontano da soli di saper parlare meglio delle donne mi
domando se siano poi davvero convinti di deciderlo da sé quando è opportuno
tacere e di cosa o se sappiano in cuor loro di star soltanto obbedendo alla
consegna del silenzio a cui li sottopone il potere perché gli si conceda. Le
donne, estromesse dal potere, vuoi vedere mai che parlano fintanto che ne sono
escluse e che per emanciparsi, cioè per godere degli stessi privilegi degli
uomini potenti, sono disposte a limitarsi e a obbedire alla stessa consegna, a
uniformarsi sull’omertà su cui si fonda il potere e rispetto al quale la
letteratura si pone come antipotere poiché non tace ma racconta, e racconta non
quel che il potere consente ma esattamente quello che il potere mai vorrebbe che
fosse raccontato?
Il rimando è istantaneo all’incipit de Le consapevolezze ultime, di Aldo Busi,
per me memorabile quanto quello de Seminario sulla gioventù, questo:
> “Una delle ultime consapevolezze di cui ho fatto bottino, per magro che sia, è
> che da ragazzo ero affascinato dagli uomini che non parlano perché avevano
> tutti la pelle cerulea e luminescente e lo sguardo intenso di chi vuole far
> capire qualcosa senza dire cosa illudendoti, e secondo me illudendosi, che
> loro lo sapevano, cosa.”
Agli uomini che a forza di tacere per potersi sentire uomini hanno perso la
parola e assieme alla parola la possibilità di conoscere qualcosa di sé stessi,
cosa significhi essere uomini per esempio ma mica soltanto una banalità del
genere sul genere, non resta che imparare dalle donne come recuperarla, prima
che la perdano pure loro, le donne, pur di passare a loro volta dalla parte dei
perdenti di successo, di chi per vedersi riconosciuto il diritto al potere della
parola deve rinunciare alla parola, accontentandosi così di un potere cheppoi
non sarà mai il loro ma di chi tiene presso di sé la parola per meglio dominare
chi avrà introiettato la vergogna di aprire bocca.
Mia figlia continuerà a essere chiacchierina o riusciranno a rieducarla suo
malgrado a tenere la bocca chiusa per la troppa vergogna si noti la coda pelosa
di leprotto che ha per lingua? Da Il genere del suono della Carson:
> “Era un assioma della antica teoria medica greco-romana e delle coeve dispute
> di anatomia che la donna avesse due bocche. (…) Entrambe le bocche forniscono
> accesso a una cavità protetta da labbra che è meglio tenere chiuse.”
E il bambino-suo-primo-amore resisterà alla pressione sociale per cui se vuole
diventare uomo dovrà imparerà a tacere altrimenti dovrà sentirsi messo in fila
con “Le donne, i catamiti, gli eunuchi e gli androgini”, ovvero tra coloro i cui
“suoni sono sgradevoli da sentire e mettono a disagio gli uomini”, quegli
uomini-veri che pur di sentirsi in prossimità del feticcio della virilità
autorizzata diventeranno taciturni, inautentici, silenziosi, muti come Iddio
creò Eva quel dì lontano laggiù alle Bahamas?
O come tutti per potersi illudere di piacere dovranno dispiacersi e basta, a
partire da sé stessi, per la goduria del potere che è principalmente quello di
non far provare piacere agli altri incapace com’è di saperne provare lui?
antonio coda
*In copertina: Guercino, studio di volto, XVII secolo
L'articolo Il leprotto delle Bahamas, ovvero: perché le donne (non) devono
tenere la bocca chiusa proviene da Pangea.
Figli dell’apostasia verso gli apodittici trionfi di una ragione tiranna e
opaca, non offrono mai rosari di certezze ma rasoi di carezze – il fianco
esposto alla spina venefica di uno snobismo becero e inamidato assieme.
La loro parola è un diadema di stelle, un vagito di libertà contro il cielo
pietrigno e una meridiana rotta nella notte più scura.
Ne hanno da dire, ma non sulle pertiche del progresso, senza sbracciarsi per
difendere l’ovvio e il dozzinale che regnano nelle accademie.
Recano identità duplice se non plurima e si espongono allo squilibrio e alla
revoca del canone e della misura. Ma se li chiamano “dionisiaci” un sorrisetto
beffardo gli si disegna in volto: lo stesso di chi non scambia le conseguenze
col destino.
Le loro parole furono e sono un mosto denso, fioritura di glicine, rosso
trifoglio e corona, ma né di ulivi né di spine.
Il tempo è maturo per dirigere la loro arte nel grande viaggio verso il pieno di
un giorno che sconfessa sobri usi e misure discrete. La notte, poi, è un lavacro
di luna e di effluvi di gelsomini, raccolti nel verso loro con impressionismo
poetico.
Fuori dal domato fuoco della civiltà, crapulano con gli eccessi senza mezzibusti
per convitati o nevrosi da “like” nel carnaio dei luoghi convenuti essere
propalazione e vantaggio.
Gatti neri nella notte nera, selvatici e senza padrone, sono un’anomalia
eteroclita e una sciagura non sventata dalla normalità. Ludici e irriverenti,
iconoclasti senza piglio ideologico. Spiriti in viaggio per le calanche e le
verdi praterie di un’ossessione in sodalizio con una natura aspra e refrattaria;
spaiati sempre, ma non col proprio intimo, fuori orario (come il genio ginevrino
libero da catene infiorate), e in accordo per un pugno di risate non villane ma
abrasive dello stante e del circostante.
Per loro una stanza può essere il pazzo caleidoscopio dell’incommensurabile
universo, e la vista più ampia e sublime un chicco di grano. Non sono ideali
numeri o matricole a distinguerli (come di fatto lo sono per la quiddità dei
poeti di successo), non essendo assoggettati al mercato dell’uguale, ma tali da
rimanere identici alla propria “protostoria” di vinti gaudenti e vincitori fuori
dalle regole dettate dai vincenti. “Religione piena è il gran poema che itera
amore;/ come ogni poesia dev’essere inesauribile e completa…”, con punti in cui
ci si chiede perché il poeta ha “fatto questo” e soprattutto: “non si prega una
menzogna, diceva Huckleberry Finn;/ né si può poetarla. È lo stesso specchio,/
che, mobile, angolato, chiamiamo poesia,/ fisso al centro,/ chiamiamo
religione,/ e Dio è la poesia còlta in ogni religione – còlto, non
imprigionato…”. Era un poeta sopraffino a dirlo. E quella dei poeti in ombra è
poesia che rasenta la religione ma senza culti né genuflessioni, né preghiera in
senso stretto, solo con un senso del sacro nudo come un’ostia e viscerale come
una bruciante impellenza.
Senza vessilli, i poeti che san fare poesia, e non vessilliferi d’alcun
privilegio nodale o partorito di fretta da una weltanshauung addomesticata da
cataratte di grigiore e noia – che consumano come si consuma il rame alle
intemperie, per poi far cogliere il “prima” nel dopo e un “dopo” senza appelli
nel ricordo di ciò che era.
Non hanno giardini ma terra polverulenta e cortili bagnati di sole e
fanciullezza, poesie dalle ginocchia sbucciate, prati puniti dal vento, stagni e
non laghi, luoghi minori ma senza posa calati nella poesia: struggenti, solitari
nella propria lotta contro la miseria di sguardo che affligge uno stupore
domestico, anodino e indirizzato solo a ciò che è eclatante.
Sono esonerati dalle guide turistiche che muovono torme di polli d’allevamento
verso la letteratura dei giardini ben curati, delle aiuole fiorite e di un
“genio” per la banalità che rasenta l’astrazione.
Non hanno posti in prima fila davanti ai prodigi delle eterodirette forme del
far villania della poesia e chiasso del vuoto più spinto – con tanti e talmente
pallidi temi circospetti e ispettivi, riverenti e ginnasti di stupidità!
Costoro non hanno l’odio di chi ride, ma quello verso chi ride per odio.
Continuano a svettare fuori dalle paludate scuole di chi ossequia l’antonomasia
degli “arrivati”.
Prodigano cure a dettagli minimi, hanno l’estro della sfumatura ma non imburrano
la tartina, sono scostanti come specchi che rendono inverecondamente la necrosi
morale di chi si pavoneggia per mestiere e lo fa sotto lo strabismo omaggiante
di predicatori e giornalisti, recensori e opinionisti.
Vedono oggi un degrado che sfiora l’infamia, pure non vendono soluzioni o
abbecedari etici, semplicemente hanno cura, con pudica grazia, di ciò e di chi
non si cura di quella schiera.
Posseggono una voce sottile come la pellicola di uno specchio d’acque, ma è così
bello veder posarsi su di essa la libellula… Non alzano i toni nel chiasso delle
opinioni e delle consorterie e hanno sorrisi simili a ferite aperte su volti di
bambini.
Nessuno detta la loro agenda, nessuno li coopta né gli conferisce lauro e
gloria, e forse è per questo che il loro silenzio rasenta l’arte e la loro
parola tuona nel silenzio di fatto di tanti aedi da quattro soldi premiati dal
peana generale.
Sanno i veri poeti d’esser poeti, fino alla sottigliezza di dimenticarlo.
Massimo Triolo
*In copertina: Gaetano Previati, Studio per “Maternità”, 1890-91
L'articolo Poeti in ombra. Quasi un’elegia proviene da Pangea.
“Ogni cosa mi si frazionava, e ogni parte ancora in altre parti, e nulla più si
lasciava imbrigliare in un concetto. Una per una, le parole fluttuavano intorno
a me; diventavano occhi, che mi fissavano e nei quali io a mia volta dovevo
appuntare lo sguardo”. Non esistono metafore utili alla descrizione di un
naufragio; Hugo von Hofmannsthal, quando scrive la Lettera di Lord Chandos,
scava la patologia senza cura, la fossa tra il vuoto e il mondo dove cade la
lingua del Novecento. Occhi sostituiscono parole vuote, malate, incurabili,
trasformando una crisi estetica in ontologica.
Si apre la porta dell’abisso, il soggetto è pronto al naufragio.
> “Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”.
Basta un solo passo per raccogliere i resti di un veliero perso nell’oceano. Il
celebre sigillo di Wittgenstein al suo Tractatus non è un invito alla rinuncia,
ma una demarcazione di confine; esiste un’area dell’innominabile, una sfumatura
del reale che sfugge alla rete del logos. Ma è proprio su questo confine che la
modernità ha eretto le sue cattedrali più terrificanti.
Il silenzio è di fatto un lusso che la letteratura non può
permettersi; frammentazione, montaggio, silenzio, esistono strategie per non
cedere al tacito mondo.
I Quaderni di Malte Laurids Brigge, nel trambusto di una Parigi amena,
riscoprono un soggetto che non osserva la metropoli come un paesaggio; per il
protagonista descritto da Rilke la città è un affronto, un assalto. Egli è
il Flâneur descritto da Walter Benjamin nei suoi Passagenwerk: un poeta, un
artista che vaga senza meta, che a differenza del flâneur ottocentesco, si
scontra con il caos brutale della città moderna. Parigi diviene il luogo
scardinato da Nietzsche nello Zarathustra:
> “Qui è la grande città: qui nulla hai da cercare e tutto da perdere. Perché
> sei voluto passare a guado attraverso questa melma? Abbi compassione dei tuoi
> piedi! Sputa piuttosto sulla porta della città e torna indietro!”
L’eccessiva sensibilità di Malte racchiude il mondo in una montagna di stimoli
inaberranti; la lingua non riesce più a farsi guscio, ad alzare il muro. “Adesso
che tutto viene insieme… non riesco più a dirlo”, confessa il protagonista. Il
sintomo di Rilke è una frammentazione feroce della forma, una sintassi che si
spezza in un ritmo a singhiozzo; la punteggiatura è arma, fucile, coltello che
incide il silenzio.
> “L’identificazione? Veramente solo quella? – Il perdono. Perdono di cosa? –
> L’amore. Mio Dio: l’amore.”
Un’estetica dello schianto, un linguaggio non-narrante, che trema di fronte alla
sfida moderna; l’invano tentativo di dar limite a quelle creature deformi
descritte da Lord Chandos:
> “Una qualsiasi creatura insignificante, un cane, un topo, un insetto, un melo
> intristito, una carrareccia che si snoda sulla collina, una pietra muscosa
> vengono a significare per me assai più dell’amante più bella e generosa nella
> più felice delle notti”.
Perfido è il frammento subito da Rilke, perfido come la strategia di pura
aggressione utilizzata da Alfred Döblin. In Berlin Alexanderplatz, opera cardine
della metamorfosi del romanzo moderno, la lingua non è più capace di
rispecchiare la realtà in modo ordinato, riesce solamente a rappresentarla nel
suo farsi polifonica e caotica. Döblin applica al romanzo una tecnica di
montagne rumorose; citazioni bibliche, gergo burocratico, frammenti di canzoni e
grida di strada sono protagoniste cittadine. Le strade berlinesi sono esse
stesse il frastuono: “Zwölf Uhr Mittagszeitung”, “B.Z.”, “Die neuste
Illustrirte”. Non è casualità, non è adattamento, è il fenomeno di Polifonia
descritta da Bachtin; la moltitudine di “visioni del mondo, forme di
concettualizzazione linguistica del mondo, specifiche visioni del mondo,
ciascuna caratterizzata da propri oggetti, significati e valori”.
In una decadenza che attraverserà guerre, perdoni, inutilità e anonimità umana,
le voci indipendenti godono di pari dignità nel testo; il dialetto della
malavita si scontra con la solennità dei profeti:
> “Maledetto l’uomo, dice Geremia, che confida nell’uomo”.
C’è un’eco metallica, un riverbero che sa di fabbrica.
In Metropolis, capolavoro di Fritz Lang, la modernità sbatte in faccia il
verdetto finale: il linguaggio ha fallito. Non solo nella pagina scritta, ma
nell’immagine stessa. Un cinema muto, in bianco e nero, dove il montaggio
diventa l’unica lingua possibile. Una preghiera laica per la macchina: “The
mediator between head and hands must be the heart”.
Quella sensibilità che tenta di ricucire i pezzi di un mondo che la parola non
sa più tenere insieme. La stessa che Stefan Zweig, nel silenzio di una stanza,
condensa in una traiettoria invisibile. Un furto visivo. Edgar, un bambino, che
intercetta la verità non detta tra sua madre e il Barone.
Il limite della lingua, infatti, può essere abitato in un modo ancora più
sottile: con reticenza. In Brennendes Geheimnis, racconto giovanile di Stefan
Zweig, la lingua non si frammenta e non si sovrappone; si svuota. Il significato
non risiede in ciò che viene detto, ma nell’implicazione, nel non-detto che il
lettore (e il protagonista) deve faticosamente dedurre.
> “Le sue piccole labbra infantili custodivano un destino”.
Grazie ad un prospettiva infantile, Zweig crea una discrepanza tragica tra
percezione e espressione. Il bambino è capace di vedere, ma non ha ancora le
parole per esternarlo; l’adulto ha le parole, ma le usa per nascondere alla
vista del bambino.
Se volessimo chiamare in causa Paul Grice, diremmo che qui le massime
conversazionali (quei taciti accordi di chiarezza e verità che rendono possibile
il dialogo) vengono sistematicamente violate, quasi profanate. Ma quella di
Zweig non è una svista comunicativa; è una strategia di guerriglia psicologica.
Le parole diventano esche, sguardi ridenti contro ogni logica di cooperazione.
La verità non è più il fine del linguaggio, ma il suo scarto, ciò che resta
impigliato nel silenzio tra una menzogna e l’altra.
> “In quel secondo colse uno sguardo ridente che, passando sopra la sua testa,
> scivolava da lei proprio verso il barone, uno sguardo d’intesa, di un qualche
> segreto”.
La tragedia, se di tragedia vogliamo ancora parlare, è che siamo condannati a
tentare di abitare abusivamente una casa di parole che non possiamo conoscere.
Siamo tutti flâneurs in un mercato di parole usurate, barattatori d’un silenzio
per una verità che non può avere nome. C’è un peso specifico nel non detto, un
senso di capogiro, un tremore improvviso, un singhiozzo che esplode; La
modernità perde l’equilibrio su un telo di farfalle.
Rilke, Döblin, Zweig, nessuno di questi applica un esercizio di stile, sono
tutte autopsie di un’anima in crisi. Quel potente mediatore tra il cervello e le
mani, quel cuore debole che spesso non riesce a trovare la strada, lascia i
pensieri naufraghi di una polifonia di rumori chiari e scuri. Parole che non
riusciamo a esprimere divengono cicatrici invisibili, confessioni che arrivano
sempre con un secondo di ritardo.
Alla fine, dunque, resta solo l’ombra di ciò che ci saremmo potuti dire. Restano
le calle appena nate che mai hanno imparato il suono di una voce. Perché proprio
lì, nella letteratura, dove la lingua muore e l’inchiostro cola, inizia l’unico
arpeggio capace di non morire.
A tutte le parole che non sono riuscito a dirti, ciao Mamma.
Tommaso Filippucci
*In copertina: Caspar David Friedrich, Monaco in riva al mare, 1808-1810
L'articolo “Le sue piccole labbra infantili custodivano un destino”. Archeologia
moderna delle parole non dette proviene da Pangea.
La morte di Orfeo, in Gustave Moreau, avviene in un tempo che non coincide più
con quello dell’azione. Sulla tela tutto è già accaduto, e tuttavia tutto
continua. Il gesto assassino si è consumato altrove. E ciò che resta del
misfatto è una presenza. L’immagine non trattiene l’evento, ma il suo effetto
più profondo: la coscienza che, separata dal corpo, permane come figura.
Così isolata ed esposta, la testa di Orfeo non appare un membro disperso di
alcunché. Sembra piuttosto raccogliere, in un punto dello spazio, ciò che in un
altro spazio-tempo era diffuso e compartecipato: la voce, il pensiero, il flusso
del canto. La separazione della testa dal resto carnale del poeta non ha
dissolto niente; al contrario, ha concentrato. Ciò che – colui il quale – non ha
più possibilità di agire continua a esistere come pura intensità. La coscienza,
privata della sua estensione corporea, si è contratta e si è resa interamente
visibile.
Moreau sembra indugiare proprio su questo passaggio cruciale. Il canto ha
cessato di muovere il mondo, ma non ha cessato di essere, di darsi. Se non
ordina più la natura, se non ne placa le forze e non persuade più nessuno,
permane come attività senza soggetto, autosufficiente. Il canto, perduto il suo
potere, nell’aldilà fisico di Orfeo è diventato esso stesso oggetto di
contemplazione.
Orfeo ha sempre vissuto nella tensione tra la sua voce e ciò che
l’accoglieva. La sua musica si rivolgeva agli alberi, alle pietre, agli animali,
alle divinità sotterranee. Trovava il suo miglior ascolto prima e oltre
l’umano. Quando doveva rientrare nell’orbita di uno spazio “troppo” umano,
quella tensione si accentuava, e la sua voce, semidivina, non trovava più una
misura condivisibile. Il canto poteva essere solo subito o respinto. Ora la
morte non lo ha per nulla interrotto: soltanto, lo ha separato dalla vita
del medium che fu chiamato a portarlo a presenza.
In Moreau, la morte di Orfeo è l’esposizione per allegoria di una frattura che
s’è data, ormai, fra corpo fisico e coscienza, ma che non spezza affatto il loro
simbolo. La voce di Orfeo, per Moreau, ha preceduto e oltrepassato il corpo
mortale del cantore. Come una sorta d’iperbolico correlativo, la testa mozzata
custodisce questa relazione essenziale. Una volta ridotta a feticcio, la
coscienza di Orfeo non agisce più in relazione al mondo e non rientra più nella
vita, ma neanche ne fuoriesce: permane sulla soglia fra mondo e oltre-mondo in
foggia di simulacro, come una pura presenza senza soggetto.
La violenza che ha prodotto questa frattura non occupa il centro del quadro. È
già stata assorbita, come se fosse stata necessaria per rendere visibile ciò che
prima rimaneva implicito. Il gesto collettivo che ha distrutto Orfeo appartiene
a una logica diversa: quella dell’urto, della massa, dell’immediatezza. La
coscienza, invece, non coincide né con l’istante né con l’intelligenza degli
atti e dei misfatti che fanno storia: emerge soltanto in quella che potremmo
dire, forse, l’ineluttabilità della sua durata.
Moreau sembra interessato soprattutto a questo scarto: da una parte, evoca ex
post la violenza dell’atto distruttivo (anche sul piano iconografico – si pensi
alle tartarughe poste nell’angolo in basso a destra sulla tela, come memorie del
mito di Ermes fanciullo, che creò la prima lira uccidendo una tartaruga,
appunto, utilizzandone il guscio come cassa armonica); dall’altra, la qualità
eterica della forma spirituale che rimane. La cosa è comprensibile e ci
educa. La coscienza non compete con la forza. Le sopravvive, ma trasfigurandosi:
diventando immagine. Un’immagine che non rimanda a una vittoria, allo schiudersi
di un Significato, ma rende ai nostri sensi interroganti l’idea di ciò che,
altrimenti, per molti fra di noi sarebbe impensabile: la persistenza di una
coscienza priva di mondo.
Forse Orfeo non è morto quando ha perso Euridice, ma quando il canto ha smesso
di poter accompagnare qualcuno o qualcosa: quando la sua voce è rimasta sola con
se stessa e il canto non ha più avuto una funzione dialogica, ma, simile a un
falco metafisico, ha incominciato a ruotare intorno al mistero della propria
origine.
Gustave Moreau, Orphée, 1865; Museo d’Orsay, Parigi
Così intesa, la testa di Orfeo non è soltanto un simbolo della sopravvivenza
dell’arte. È figura di una coscienza che si è internata nell’archè, dove
continua a scaturire la sua ragion d’essere.
Moreau osserva e moralizza in un unico colpo d’occhio, con riassuntiva
letteralità (e con vigore didascalico). Il suo Orfeo ridotto a Monsieur Teste in
pietosa mano di tracia non è un martire, né un vincitore. È una presenza, come
ho detto. Una presenza, ripeto adesso, che non è per nulla eterna, ma che dura.
In questa durata sottratta all’idolatria della spiegazione storica della realtà
si può riconoscere una fertile attitudine dell’esperienza estetica novecentesca
e, poi, contemporanea: quella di un pensiero poetante che riesce a sopravvivere
anche al proprio tradizionale mandato e si guarda esistere, adesso, come forma
separata.
La morte di Orfeo non coincide con la morte della poesia. Non chiude il destino
del canto: lo immobilizza. Ed è proprio in questa immobilità che il canto torna
disponibile all’occhio e all’orecchio del cuore, offrendosi come visione
intellettuale, nella forma.
Massimo Morasso
L'articolo La persistenza del canto. Intorno all’Orfeo di Gustave Moreau
proviene da Pangea.
Figura enigmatica, la regina di Saba “sentita la fama di Salomone… venne per
metterlo alla prova con enigmi”. I doni preparati per il re sapiente – “cammelli
carichi di aromi, d’oro in quantità e di pietre preziose” –, analoghi a quelli
offerti dai Magi al Bimbo, simboleggiano i diversi attributi della sapienza.
Figura disarcionata dalla leggenda, la regina di Saba sembra un po’ Sfinge e un
po’ Pizia, un po’ Antiope, regina delle Amazzoni, un po’ Sekhmet, la divinità
egizia con il volto da leonessa. L’episodio che lega la regina di Saba a
Salomone è tanto importante che viene raccontato, pressoché con le stesse
parole, nel Primo libro dei re (10, 1-13) e nel Secondo libro delle cronache (9,
1-12). Nel Primo libro dei re – di cui le cronache sono, di norma, un rapido
resoconto, un riassunto – l’episodio della regina di Saba è seguito dal “peccato
di Salomone”: la brama di conoscenza devia il re dalle leggi di Dio. Attorniato
da un harem – “amò molte donne straniere”: impetuosità nel conoscere ereditata
dal padre, Davide – Salomone edifica statue ad altri dèi, Astarte, Milcom,
Camos, Moloc; studia i riti degli Ammoniti e “di quelli di Sidone”, si interessa
della cosmologia dei Moabiti.
Qui, però, ci importa altro. Con quali enigmi la regina di Saba importuna
Salomone? In ebraico enigma si dice chidah, appare diciassette volte nel Testo;
la prima volta in Numeri (12, 6 ss.). Questo episodio è determinante per
comprendere l’epica del profetismo e della chiamata. Dio appare “in una colonna
di nube”, parla ad Aronne e a Maria, sua sorella – emblema del profetismo
femminile. Dio dice che a “un vostro profeta/ mi rivelerò in visione/ gli
parlerò nel sogno”, mentre a Mosè, “l’uomo di fiducia in tutta la mia casa”,
> “Bocca nella bocca a lui parlo
> in visione e non per enigmi
> ed egli contempla la figura del Signore”.
In sostanza: l’enigma è la formula linguistica con cui Dio parla al profeta. A
parte Mosè, che accede a un al di là del linguaggio, ai chiamati Dio appare per
sogni ed enigmi. Dio non usa il linguaggio umano – un linguaggio fatto in fondo
per soggiogare, per impossessarsi del creato –: l’enigma, infatti, chiede di
essere sciolto. L’enigma non è un gioco, è l’ombra del vero; è l’elitra del
vero. L’enigma non confonde, al contrario: rischiara. L’enigma è la rivelazione;
se non riusciamo a intenderlo è nostro il difetto di vista.
In Eden il linguaggio era nudo – eccomi; sì sì, no no –; da Babele è un
rivestimento. Dall’incontro con il serpente – il loquace; colui che presiede le
arti divinatorie – il linguaggio è un modo per velare, per nascondere. Dire per
non dire. Con il Nazareno: dire l’indicibile.
Rembrandt, Festino di Baldassarre, 1636
In effetti, anche l’episodio che riguarda la regina di Saba mostra l’importanza
miliare dell’enigma. È scritto infatti che la regina “Si presentò a Salomone e
gli parlò di tutto quello che aveva nel suo cuore. Salomone le chiarì tutto
quanto ella le diceva” (1 Re 10, 2-3). Ecco che l’enigma, lungi dall’essere un
gioco della mente, ha a che fare con il cuore e i suoi abissi. Il cuore
– lebab – che nel Primo Testamento significa “la totalità della vita interiore”;
il luogo della prova, dello smarrimento, della scelta. Porre un enigma: mostrare
il cuore. Parlare per enigmi: chiedere di scatenare il cuore. Chi non lo sa
pesare, chi non lo scioglie, ne è divorato.
Anche il mondo greco ha come fulcro l’enigma. “L’enigma è la manifestazione
nella parola di ciò che è divino, nascosto, un’interiorità indicibile”, scrive
Giorgio Colli (in, La nascita della filosofia, Adelphi, 1975). Secondo Colli, il
tramonto dell’enigma come formula divina, come orbita del sapiente, porta,
appunto, alla nascita della filosofia (l’arte dialettica, agonistica), al
linguaggio non più come materia sacra ma come gioco – infine: come giogo. La
retorica è proprio questo: persuadere – sedurre – vincere. Obbligarti a
riconoscere che ho detto la verità – ma la verità non può dirsi, è
indicibile…
> “L’enigma è l’intrusione dell’attività ostile del dio nella sfera umana, la
> sua sfida, allo stesso modo che la domanda iniziale dell’interrogante è
> l’apertura della sfida dialettica, la provocazione alla gara”.
>
> Giorgio Colli
L’enigma è tale, nel mondo greco, perché comporta il rischio di morire se non lo
si interpreta correttamente. Enigma è parola che si rivolta contro la creatura
che crede di detenere il linguaggio, che ha scordato il potere detonante del
linguaggio. La soluzione dell’enigma: il silenzio. L’enigma taccia – fa tacere.
Secondo Eraclito, Omero muore “per lo scoramento”: non è stato in grado di
risolvere un enigma posto da alcuni pescatori. Il grande aedo viene sconfitto da
un manipolo di illetterati. D’altra parte, Edipo, in grado di piegare la Sfinge
dopo aver risolto il suo mortale enigma, non è capace di allontanare da sé la
tragedia. Anzi: la risoluzione dell’enigma è l’incipit della sua tragedia
personale. Comunque, è sempre l’enigma ad avvincere, ad avvolgerci nelle sue
spire assassine.
Nel primo volume dedicato alla Sapienza greca (Adelphi, 1977), Giorgio Colli
raduna i frammenti che testimoniano la personificazione di Enigma. La
conclusione è marziale:
> “Chi non risolve l’enigma è ingannato: il sapiente è colui che non si lascia
> ingannare. L’azione dell’enigma è di ingannare e di uccidere mediante
> l’inganno: su ciò ci ammaestra Eraclito. In fondo il sapiente è un guerriero
> che sa difendersi”.
Se la sapienza si pronuncia per enigmi è per rivelare; la retorica, al
contrario, allude all’enigma, si riveste di parole enigmatiche per nascondere i
suoi veri intenti – al di là della verità. Da una parte l’enigma vela il dio;
dall’altra, l’enigmatico è mero effetto scenico, teso come una trappola per
illudere: vince chi convince.
L’enigma – indovinello da divinare – riguarda ogni tradizione. Ha a che fare,
infine, con l’energia del linguaggio, un’energia, oggi, defraudata dal sacro:
appartiene all’ambito dell’utile, piuttosto, il linguaggio odierno, della
descrizione scientifica, della prolusione pubblicitaria, della provocazione
narcisistica, quando non della manipolazione di massa. In alcuni tra i capitoli
più affascinanti de La Dea Bianca – “L’indovinello di Gwion” e “La soluzione
dell’indovinello di Gwion” – Robert Graves spiega come il potere sapienziale
dell’enigma sia eredità dei bardi e dei poeti. Il poeta non usa similitudini,
immagini verbose, oniriche allusioni come ornamento; se sovverte il linguaggio
comune è per mostrare, in emblemi e spiragli, per quel poco che intuisce, lo
“sbaglio di natura/ il punto morto del mondo/… che finalmente ci metta/ nel
mezzo di una verità”. Il poeta non sa, è per tutti l’assoluto insipiente: il
poeta – se tale è – non è lo scopo, ma il mezzo; il poeta è trafitto, non sa
mettere a profitto il linguaggio: lo offre, scopertamente.
Secondo Roland Meynet – Professore emerito di teologia biblica alla ‘Gregoriana’
– “L’enigma biblico – tutta la sapienza della Bibbia, di cui l’enigma è una
caratteristica – è sostanzialmente diverso dai nostri enigmi o dai nostri
indovinelli. Questi sono giochi. Quando proponiamo un indovinello, speriamo che
l’interlocutore – se pure si può chiamare così – non trovi la risposta… Nella
Bibbia è tutto il contrario. Quando viene proposto un enigma, non viene data la
soluzione; quando si pone una domanda, non viene data la risposta. Soluzione e
risposta sono lasciate alla responsabilità del lettore”.
Fernand Khnopff, Carezza con Sfinge, 1896
Nel Nuovo Testamento la parola enigma, alla greca, appare soltanto una volta. La
usa Paolo, nello straordinario capitolo 13 della Prima lettera ai Corinzi: “Ora
vediamo come in uno specchio, per enigmi; allora vedremo faccia a faccia. Ora so
per frammenti, allora saprò pienamente, come pienamente sono conosciuto”.
L’amore ha spezzato ogni enigma; il linguaggio è involucro vuoto: il Figlio ha
sciolto il grande enigma del mondo – “Non c’è nulla di nascosto che non sarà
svelato, né di segreto che non sarà conosciuto”: Lc 12, 2 –, da ora siamo tutti
come Mosè, bocca-nella-bocca di Dio. Ancora una volta: l’enigma ha a che fare
con il cuore, con la conoscenza di sé, con l’essere pienamente conosciuto.
Eppure, l’enigma esiste per sconfiggere il criptico, il nascosto, il segreto
(kruptos); anche Gesù parla per enigmi, cioè per parabole.
> “Più volte Gesù parlò in modo allusivo ed enigmatico, «non apertamente»,
> attraverso il velo delle similitudini: egli diceva e non diceva, svelava e
> nascondeva, manifestava e occultava. Questo è precisamente il punto che ci
> interessa: perché Gesù usava un simile linguaggio? […] La parabola di Gesù
> mantiene tutta la sua carica di enigmaticità, lascia all’ascoltatore il
> compito di comprenderla, lo interpella e lo costringe a interrogarsi, lo
> coinvolge in prima persona e lo impegna alla ricerca del senso”.
>
> Carlo Maria Martini
Gesù: Logos che viene a rifondare il logos. Lasciata all’uomo, la parola fomenta
fraintesi, soprusi, è manifestazione del male (il diavolo avvince con il
linguaggio, convince, è esperto in dialettica). Il mondo non è soltanto ciò che
sta, irreggimentato, nei ranghi descrittivi umani. È il tutt’altro, è il
sovrappiù, è quella sovrabbondanza che ci pare – ad analitico dire – inutile,
inefficace, inerte. Le parabole di Gesù, in effetti, non attendono soluzione, la
risposta a un rebus: esistono come totalità. È tutto un mondo – il granello e la
pietra, gli uccelli del cielo, il nido, il seminatore e la vigna, il padrone e i
talenti – che risorge, in quel dire: ciò che è stato, è e sarà. Le funzioni
della retorica – le finzioni – non funzionano; quella è parola vivente. Anche la
parola poetica – ombra dell’ombra dell’ombra, lavorio di coltellino e di
cerbottana – ha senso, insensatamente, soltanto se non simula una qualche verità
– ermetismo da oscurantisti letterati – ma se è parola efficace, parola che dà
vita.
Abilità a benedire, diremmo.
La retorica, quando è vera, serve ad abolire tutte le maschere.
Certo, nessuno scioglie le parabole – i discepoli non capiscono neanche le
spiegazioni che a loro misura offre Gesù. È Gesù stesso, il suo corpo-mistero,
l’enigma. Un enigma che neppure il chiodo e il legno e la pietra sanno
discernere. Per questo, occorre insinuarsi nell’enigma e stare nella sua
energia, acquattati, migrando nella letargia dei giusti. Dismettere il verbo per
penetrare nella dismisura – quel balbettio che chiamiamo sole.
*In copertina: Gustave Moreau, Edipo e la Sfinge, 1864
L'articolo Sull’enigma, ovvero: l’arte di sovvertire il linguaggio proviene da
Pangea.
> La densa foresta emana fluide risonanze.[1]
Così canta il verso dell’entusiasta bardo della prateria e dei monti, delle
città e dei paesi, delle genti e della vita intera: Walt Whitman – la cui voce
qui, di tanto in tanto, si udrà. La stessa fluida risonanza l’ho incontrata
leggendo Il canto del mondo di Jean Giono, in cui si narra l’odissea di due
personaggi, Antonio e Marinaio, alla ricerca del figlio di questi, il gemello.
Soventi sono i passaggi in cui i fatti e le azioni s’inquadrano in uno scenario
naturale, dove proprio il bosco, con tutta la sua aurorale vitalità, è una
rimarchevole presenza, tanto da supporre che, nel susseguirsi delle pagine, sia
proprio lui il vero agente, il deus ex machina del romanzo, il protagonista
delle vicende che si dipanano in un crescendo di incontri, di colpi di scena e
sensazioni. Non si può non rimanere incantati dinanzi alle sequenze descrittive
di misurata e icastica espressività. Il canto del mondo: subito il titolo, al di
là della narrazione, induce a pensare a una musicalità che proviene dalla terra,
dalla natura, da tutti gli esseri, viventi e non.
> Era un lungo soffio sordo, un brontolio di gola, profondo, un lungo canto
> monotono in una bocca aperta. Si estendeva per tutta l’ampiezza delle colline
> coperte di alberi. Era in cielo e sulla terra come pioggia, arrivava da tutte
> le parti al tempo stesso e lentamente fluttuava come una pesante onda
> mormorando nel corridoio tra i valloni. In sottofondo a quel rumore, lievi
> fruscii di foglie zampettavano come topi. Cominciavano, scrosciano da un lato,
> poi scivolavano sulle scale dei rami e si sentiva rimbalzare un leggero
> schiocco, fievole come una goccia d’acqua attraverso un albero. Da terra si
> levavano dei gemiti che salivano pesantemente nella linfa dei tronchi fino
> alla biforcazione dei rami più grandi.[2]
Durante la lettura, con un moto spontaneo di connessioni sinaptiche, sul
medesimo argomento, altri richiami letterari sopraggiungevano, in primis la
tanto studiata La pioggia nel pineto di Gabriele d’Annunzio, con quell’imperioso
invito, già nel verso d’apertura, a un incondizionato tacere, per porsi in un
attento e stupefatto ascolto di inusitate parole musicate dal disuguale
ticchettio della pioggia su ogni elemento della pineta.
> Taci. Su le soglie
> del bosco non odo
> parole che dici
> umane; ma odo
> parole più nuove
> che parlano gocciole e foglie
> lontane.
> Ascolta.[3]
E mi s’affaccia ora alla mente il bosco di color fosco del settimo cerchio nel
girone infernale dei suicidi, dove Dante crede di udire voci quasi umane
traboccare dai cespugli spinosi là intricati finché, con grande turbamento del
poeta, l’incredibile rivelazione: un urlo e un sanguinamento.
Allor porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”.
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: “Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi…”[4]
È il pietoso incontro con Pier delle Vigne. Così come Virgilio, guida e fonte
ispiratrice di Dante, narra del pianto, dischiuso in accorate parole,
provenienti da un rametto spezzato da Enea: è il corpo martoriato di Polidoro
trasformato in mirto: – gemitus lacrimabilis imo auditur tumulo, et vox reddita
fertur ad auris: ‘quid miserum, Aenea, laceras? iam parce sepulto… [5]–
Tre secoli dopo l’Alighieri, anche Torquato Tasso ripropone un analogo episodio:
Tancredi che, in uno slargo della stregata selva di Saron, con la spada ferisce
la corteccia di un eccelso cipresso, da cui Allor, quasi di tomba, uscir ne
sente/ un indistinto gemito dolente.[6] È il pianto di Clorinda, la guerriera
pagana, di cui il paladino cristiano è innamorato, ma da lui stesso
inconsapevolmente uccisa.
Antonín Slavíček, Nel bosco, 1897
Talché, di rimando in rimando, mi è nato il proposito di riprendere in mano
alcune di quelle passate letture, per riportarne qui lacerti e brani: più che un
florilegio, un camminamento fra autori italiani e stranieri, come facessero da
bussola grazie alla quale orientarsi, sostando qua e là in qualche loro
pregevole pagina. Un’imaginifica passeggiata fra i libri che, senza pretesa di
esaustività, darà solamente una parziale dimostrazione di come la malìa delle
foreste, in particolare in ambito acustico, abbia attratto scrittori di tutti i
tempi. I loro scritti offrono ancora, al nostro piacere di lettori, squarci di
vita, col suo carico di effimera felicità, sofferenze, illusioni e morte, la cui
limpida forma ancora riverbera in noi.
In letteratura vari sono gli esempi in cui l’ambientazione silvestre è un topos
ricorrente che in sé concentra, tra segni, simboli e allegorie, molteplici
significati e valenze. Non rare le volte in cui la sua sonorità non è soverchio
abbellimento, non fa da semplice cornice, da sfondo o colonna sonora a una
narrazione, è bensì assoluta protagonista, parte rilevante della storia che
imprescindibilmente s’intreccia alle vicende raccontate, ai personaggi, ai loro
stati d’animo, al loro intimo mondo.
*
La botanica, con le sue ricerche, lo ha verificato – e qui non se ne dubita la
validità –: nell’aria, nel bosco c’è un volteggiare continuo di particelle, di
molecole chimiche trasmesse dalla vegetazione: la prova, a detta degli esperti,
che le piante, organismi senzienti, ricevono, emettono e scambiano
segnali,[7] con cui parlano e comunicano informazioni, messaggi volatili, che
non sappiamo decodificare.
Così filosofi, narratori e poeti, ciascuno nel proprio campo e col proprio
congeniale stile e animo, hanno dato foggia, nelle loro opere, a questo
singolare fenomeno, lasciandoci pagine di rarità e fascinazione.
> Non finisco di meravigliarmi di simili apparizioni, di simili gesti e di
> simili suoni che esprimono, nonostante che quelli non abbiano l’uso della
> parola, una specie di eccellente discorso muto.[8]
È pomeriggio, raggi d’un esausto sole, intessuti a voli di storni, vagolano
sopra collina. Ci s’incammini in un sentiero verso il bosco. Presto i nostri
sensi ci permettono una minuta conoscenza, innanzitutto la vista, se ben
affinata, ce lo conferma: arbusti e piante bisbigliano, gli alberi fra loro
dialogano. Basti guardare come protendono acrobaticamente i tronchi, le loro
chiome, gli intrighi nodosi dei rami che, superando ogni ardita posa artistica,
s’inerpicano verso una direzione o un’altra, sulle vie dell’infinito, sempre
avidi di cielo, scossi e scolpiti da bufere o brezze. Dicono qualcosa, danza e
canto, al di là di ciò che comunicano?[9]
O basterebbe chinarsi un poco a sbirciare tra il tenebrore del sottobosco,
muschi licheni rovi formiche, così saturo di fruscii e d’insonne fermento; là
sotto osservare i riflessi, l’ombreggiatura tra foglia e foglia, il silenzioso
dialogo della luce con l’oscurità in cui desidera germinare.[10] Sembra che
insieme si adoperino a comporre un annuncio, un fraseggio per anni pazientemente
trattenuto, a inscenare una mimica cantata, o piuttosto a sciogliere un
ingroppato ciangottio per avvertire di un incombente pericolo, di una presenza
minacciosa, come le bianche farfallette divoratrici del Bosco vecchio.
> «È da agosto che tutte le notti il bosco si lamenta. Nessuno dei miei compagni
> sa dire perché. Ma tutti sentono qualcosa che va male. Anch’io, anch’io lo
> sento. È come una minaccia. Tutte le notti è così, anche il mio albero chiama.
> Posso dire d’intendermi di abeti», e qui fece un triste risetto, «ma non
> capisco cosa stia per capitare. Come se una malattia covasse dentro di noi; e
> noi non la conosciamo.» […] Per l’intero Bosco Vecchio oscillavano queste
> silenziose altalene. Dovunque era un rodere, un masticare, un volteggiare
> nell’aria, uno scambiarsi di richiami, un ignobile ridacchiare di compiacenza.
> Fosse sole o pioggia, i bruchi acrobati continuavano a rimpinzarsi.[11]
Ma ecco – attenzione! – strane parole giungono: è un albero che sta per
raccontare un incontro, l’approssimarsi di un uomo, un corpo quasi simile al
suo. È un musico-poeta; ha con sé uno strumento la cui seducente musica
lentamente opera una magia: un mirabile mutamento nell’albero parlante e in
tutti i suoi fratelli.
Albert Bierstadt, Nella Sierra Nevada, 1867
Quel semidio incantatore – lo conosciamo – è Orfeo, prima che egli compia il suo
prodigioso e, nel contempo, tragico viaggio nell’aldilà.
[…] Fui il primo a vederlo, perché crescevo
sul pendio del pascolo, oltre la foresta.
Era un uomo, pareva: i due
steli in movimento, il tronco corto, i due
rami-braccia, flessibili, ciascuno con cinque ramoscelli
senza foglie alle estremità,
e la testa incoronata d’erba bruna o dorata,
che portava un volto non come il volto beccuto di un uccello,
ma più simile a quello di un fiore.
Portava un peso fatto
di un ramo tagliato e piegato quand’era verde,
con fili di una liana tesi sopra di esso. Da questo,
quando lo toccava, e dalla sua voce —
che a differenza di quella del vento non aveva bisogno
delle nostre foglie e dei nostri rami per compiere il suono –
veniva l’increspatura.
Ma ormai non era più un’increspatura (si era avvicinato e
si era fermato nella mia prima ombra): era un’onda che mi bagnava
come se la pioggia
salisse dal basso e tutt’intorno a me
invece di cadere.
E ciò che sentii non era più un formicolio secco:
mi pareva di cantare mentre lui cantava, […]
Si avvicinò ancora, si appoggiò al mio tronco:
la corteccia fremette come una foglia ancora ripiegata.
Musica! non c’era ramoscello di me che non
tremasse di gioia e di paura.
[…]
Ero di nuovo seme.
Ero felce nella palude
Ero carbone.
E nel cuore del mio legno
(così vicino ero a diventare uomo o dio)
c’era una sorta di silenzio, una sorta di malattia,
[…]
il suolo che si sollevava e si spaccava, il muschio che si lacerava —
e dietro di me gli altri: i miei fratelli
dimenticati dall’alba. Nella foresta
anch’essi avevano udito
[…]
Ma la musica!
La musica ci raggiungeva.
Goffamente,
inciampando nelle nostre stesse radici,
frusciando le foglie
in risposta,
ci muovevamo, seguivamo.
Tutto il giorno seguimmo, in salita e in discesa.
Imparammo a danzare[12]
Sta passando il giorno. Una luce appena indorata si dispiega più lontana sulle
strade. Ora, proprio come Orfeo, si provi a varcare la soglia dell’Erebo, ad
affondare un immaginario passo nel profondo, tra le radici – non una sepoltura,
non un torpore: laggiù è l’arbitrio – celato a tutte le nostre percezioni, a
raffigurarsi quei sotterranei miceli e radichette che serpeggiano, con strambi
contorcimenti s’allungano, e non per insignificante casualità, s’allungano fino
ad intrecciarsi ai loro consimili in un arcano, sincronico sodalizio. Con
un’attenta postura rabdomantica allora sì potremmo captare il loro foltissimo,
assorto confabulare, nel fango, nel buio, assieme al brulicante popolo di funghi
topi larve lombrichi e millepiedi: un pulsare di vita sommersa. S’insapora
un’eco, ricamata nel profondo della terra.[13] Un’ipogea, oscura, mutante corale
che mai cessa.
Cresci come incerta vocazione, o selva…
Cedi come adeguato sonno sommo…
Somme voci sommesse
Somme di voci sommesse
Somme di dei panta-hrei.[14]
Nulla s’arresta. Tutto scorre. Andare! Andare fuori dall’abituale contesto.
Dunque, rallentando il passo, ci s’inoltri all’interno del bosco, o si sosti sul
limitare di esso: necessario fare notte negli occhi, vuotare l’orecchio stipato
di ostinati fragori, schiudere le porte della coclea, del nostro interiore
labirinto, in cui ospitare e custodire il paesaggio sonoro portato dall’aria.
> La tenebrosa notte il guardo oscura,
> ma acuto fa l’orecchio oltre misura;
> onde, per quanto ne soffra la vista,
> doppio vantaggio l’udito ne acquista.
> Non gli occhi miei, Lisandro, t’hanno trovato;
> gli orecchi, lor mercé, qui m’han guidato.[15]
Deporre ogni ingombro e ogni gravezza, scarnirsi da ogni resistenza, da ogni
appetire di volontà e bisogni; essere nello spossesso, senza attendere, senza
alcuna intenzione. Fare silenzio in sé – siamo nel cuore del bosco, nella sua
ritmia, il mondo è distante. – Respirare la propria nudità, per una
contemplazione solamente uditiva: c’è un universo da ascoltare, da esplorare
intimamente.
Allora si potrà udire, oltre il musico crosciare delle foglie calpestate dai
miei piedi,[16] un allargato e teso vocio, ora fioco e palpitante, ora fremente
e doloroso. – Che cos’è? – Un’acustica folata che sfiora la pelle, che pare
voglia risvegliare il corpo, le vene, scuotere le assopite linfe, gli inabissati
sentimenti. – Da dove proviene? verso quale direzione va? – Un galleggiare
libero e spirante, senza orizzonti, né confini, un incedere cangiante che è
meraviglia! – Un incanto che induce a frugare quel vocalizzo fuori dal tempo,
fuori dall’esperienza umana. Un incanto che tenta.
Ecco, provare idealmente a volgerci là dove la smorzata, indefinibile musica
crediamo provenga e accorgersi presto di non riuscire a seguirla come fosse una
chimera o l’effimera favilla di una cometa che dilegua nel nulla. Una deriva
malinconica che si vorrebbe raggiungere, afferrare solitaria nella sua
intangibile interezza, che apra un varco nella mente o nel cuore, che
s’infiltri, nenia o semplice fonema, nel punto più ferito del nostro battito,
che interpreti, più che il nostro pensiero, il nostro essere, inconcluso e
frammentato. Sentirla struggentemente collimare col nostro tempo soggettivo.
Ascoltarla, nell’abbandono, vissuta in noi, piccola oscillazione nel didentro,
affinché fra essa e il nostro sangue sgorga un’assonanza, un’insolita, seppure
debole e manchevole, eufonia. Sentirla sbucare dal profondo come germoglio di
pianto che non sapeva uscire.
O piuttosto semplicemente stare, inermi e di noi stessi dimentichi. Nella
privazione. Spoglia cavità. Pura ricettività. Arrestandosi senza cercare, né
voler distinguere i contorni delle singole cose, né volerne scandagliare lo
spettro delle frequenze ultrasoniche, la sostanza dei suoni, né capirne
l’origine, la causa, ma permettere che sia quella stessa perduta sinfonica
suggestione liberamente a tornare inaspettata e intrisa del respiro dell’humus,
di ignoti echi muscosi, – ecco l’essenza, la grazia! – a rivestirci di una nuova
pelle, purificati frugali anche noi/ come voli alberi erbe fruscii,[17] a
sbigottire l’anima.
Di domenica, se il vento era favorevole, udivo talvolta le campane di Lincon,
Acton, Betford e Concord – una melodia lieve, dolce e, per dir così, naturale,
degna d’esser lasciata penetrare nella solitudine boschiva. Quando vibra al di
sopra dei boschi, a sufficiente distanza, questo suono acquista un certo ronzio
vibratorio, come se gli aghi dei pini, all’orizzonte, fossero le corde pizzicate
di un’arpa. Ogni suono udito alla maggiore distanza possibile produce un unico e
identico effetto, fa vibrare la lira dell’universo, esattamente come l’atmosfera
che è frapposta rende più interessante ai nostri occhi una cresta di monti
lontani, per l’azzurro colore che le imparte. In questo caso, io venivo
raggiunto da una melodia filtrata attraverso l’aria e che aveva conservato con
ogni foglia e ogni ago del bosco; quella parte del suono che gli elementi
avevano raccolto, modulato e ripetuto di valle in valle. Fino a un certo punto,
l’eco è un suono originale, e in ciò risiedono il suo fascino e la sua magia.
Non è solo la ripetizione di ciò che valeva la pena fosse ripetuto nella
campana, ma, in parte, è la voce stessa del bosco, le identiche e comuni parole
e note cantate da una ninfa di quei luoghi.[18]
Note cantate, rumori e suoni: centinaia e centinaia le lingue, le bocche, gli
interpreti, i nascosti suonatori: la voce del bosco
> nei boschi primitivi risuonano rumori, l’ululato del lupo, il ruggito della
> pantera, il roco bramito dell’alce[19]
e poi la corsa di bestie selvatiche all’inseguimento di prede in fuga, il
maschio della cincia nel canto amoroso, il ritmato e ripetitivo assolo del
picchio che batte veloce sul tronco del faggio, l’incontenibile rumorio dei
mosconi intorno a una drupa marcita, il gorgoglio del ruscello, il brusire del
leccio, lo sgusciare tra il timido e lo spavaldo di una lucertola, la fitta
pioggia persuasa a cantare su e con ogni elemento o la nebbia nel suo sordo
materno avvolgere, pacificando o risvegliando, ogni cosa.
> Banchi di foschia aleggiavano sul fiume e tra le montagne piene di un mistero
> d’argento. Il mondo iniziava a cantare sommessamente sotto gli alberi.[20]
Un andamento dialogico, febbrile e pausato, spiroidale dall’alto al basso, dal
basso all’alto, verticale e orizzontale, tangibile e trasparente, zoppo e
risoluto, vicino e remoto. Rotante: un’alata musicale giostra di libertà, quella
che può andarsene e nascondersi, quella che non dà mai la sicurezza di fermarsi,
quella che procede volando.[21]
Una danza. Tra minuti e disadorni movimenti, elementari cadenze, placide e
ariose, in sordina, diradati acuti, tenaci gocciolii capaci infine di prorompere
in modulazione impervia, tuttavia tenera di verde e di sorpresa, bassi ronzanti
sul punto di esplodere dal proprio fondo, in un turbinio di note d’euforico
turgore, quasi a imbellire la cupezza là insediata, o a cancellare figure di
mostri grifagni modellate dalle ombre.
Caspar David Friedrich, Paesaggio montano con arcobaleno, 1809
Tutto allo stesso tempo: ridondante ed essenziale, stasi e rivolgimento,
simmetria e discordanza. Tutto è unione, affiliazione, boscosa polifonia in cui
addentrarsi e abbandonarsi. Irripetibile rituale, ritmo in cui incarnare un
gesto di stupefazione.
In quelle notti di bonaccia infatti [il vento] Matteo scopriva un’altra sua
grandissima qualità; si rivelava musicista sommo. Soffiando in mezzo ai boschi,
qua più forte, là più adagio, il vento si divertiva a suonare; allora si udivano
venir fuori dalla foresta lunghe canzoni, simili alquanto ad inni sacri. Quelle
sere, dopo la tempesta, la gente usciva dal paese e si riuniva al limite del
bosco, ad ascoltare per ore e ore, sotto il cielo limpido, la voce di Matteo che
cantava. L’organista del Duomo era geloso e diceva ch’erano sciocchezze; ma una
notte lo scoprirono anche lui nascosto ai piedi di un tronco. E lui non
s’accorse neppure d’esser visto, tanto era incantato da quella musica.[22]
Sì, il vento naturalmente!
Alimento è lui stesso, nel bosco, sua creativa fucina, forza motrice e demiurgo
che, zigzagando e rimbalzando di albero in albero, sfregando e insinuandosi tra
rami e foglie, inventa e moltiplica il gioco sonoro delle fronde, delle crespute
alberature, facendo di esse migliaia e migliaia di corde, tasti, legni,
percussioni, con i quali sa deflagrare una funerea cantilena in un caotico e
rombante trapestio. La foresta di larici crepitava come se una mandria fosse in
transito fra i suoi rami gelati,[23] spegnendo il gesto poetico dell’erba.
Tradurre un fosco lagno in una festosa trovata, in una squillante istantanea
pennellata di colore.
> Il cielo intero, frusciando nei fremiti di un vento un po’ pesante, faceva
> cantare con l’ondeggiamento della pioggia i cupi valloni della montagna e
> l’acre lira dei boschi spogli. Quel giorno il fiume si gonfiò di una selvaggia
> felicità.[24]
Tensione prometeica. Voce polimorfa, lui stesso. Come un disinvolto ed
eccentrico solista, un primo violino o un pazzo pittore, eccolo con la sua
rapsodica tavolozza dipingere grezze e stridenti tramature d’orbace, variare il
fastoso panneggio di un madrigale in una erotica danza tzigana, o, come
l’improvviso broncio di un bambino, fino ad allora assonnato e tranquillo,
intonare un dissonante capriccio, un ribelle rap di giravolte e strappi.
Il vento!
> Oh, è orribile, è orribile! Mi è parso che le onde abbian parlato e mi abbian
> ripetuto il fatto; che me lo abbia fischiato il vento e che il tuono, questa
> profonda e spaventosa voce d’organo, abbia pronunciato il nome di Prospero: a
> mo’ di ritornello proclamava il mio delitto.[25]
Il vento! Il suo ruggito. Lo sentiamo assediante – Sturm und Drang – animato da
un drammatico vigore espressivo, nereggiare di graffi e bufere, d’irrequietezza
e minacce. Non c’è pietà né pena né pentimento. Tutto impazza nel suo aspro
fiato. Fra le sue umorali dita eccolo erompere una partitura densa di pastosità
e ruvidezza, timbri accenti tonalità battiti sincopati sfumature improvvisazioni
…che avanza, percuote, retrocede, abbatte, affiochisce, sciama, come… come sul
punto di morire.
Cielo e terra trattengono il fiato.
Perduto tutto? No, rieccolo, saltimbanco del mimetismo, nell’ attimo un
glissando, ricomporsi, riformarsi, ridestarsi con fresche cromie, a fare sfoggio
sbalorditivo di sé, titubante o vorticoso, intirizzito o abbagliato, dimesso o
sobillatore. A darci l’illusione di essere lui il monologante artista sotto il
graticcio delle nuvole. Un creare, uno scomparire e reinventarsi sempre inedito,
sempre più roteante e passionale, sulla piazza del mondo.
> A mano che salivo, il vento aumentava. Aveva un canto autunnale, bizzarro,
> fatto di gemiti e risa che alludevano a fantastiche passioni, di fronte alle
> quali le nostre non sarebbero che poca cosa. Mi gridava all’orecchio parole
> mai udite, primordiali come nomi di antiche divinità. […] Al mugghiare dei
> venti e allo spettacolo dei vasti paesaggi montani, la vaga oppressione e
> l’inquietudine del mio cuore si dileguarono.[26]
Ombre e chiarori, suoni e voci, rumori di perenne fluenza, di metamorfica
discontinua intensità…finché un intervallo, un sospiro di refolo, o forse un
rantolo, e dopo, quasi scivolando, un vuoto, il silenzio. Un silenzio fermo,
disanimato. Un liscio, oblioso, oltremarino silenzio, come la linea
dell’orizzonte dopo una mareggiata.
> Ma due o tre volte, quella notte, ci fu anche il vero silenzio, il solenne
> silenzio degli antichi boschi, non comparabile con nessun altro al mondo e che
> pochissimi hanno udito.[27]
Niente si muove. Un silenzio assoluto, sigillato nella conca di una afonia
d’incandescente solitudine. Come in un’infinita attesa.
> Nel repentino silenzio, frulli di spavento, spezzati svolii scuotono il
> frondame: la piccola selva trema, si raccoglie in un’ansia attenta. Mi ritiro,
> un poco più in là: a grado a grado la musica riprende in tono minore, con
> qualche pausa.[28]
Difatti nell’impenetrabile silenzio, qualcosa lambisce picchetta striscia bubola
sibila squittisce sussurra; qualcosa pispiglia e spira; persino la morte è
viscerale risolino, ansima di putrefazione, lento biascichio di possesso, – non
lo senti assiduo nelle ossa, questo smembramento leggero?… questa orchestra di
vermi nelle orecchie?[29] – ammaliante nel bruire lo spaventevole, nel neniare
l’innominabile suprema certezza, vale a dire il divorante trionfo della morte.
*
Anche un sassolino, se traversato da una lumaca o dove s’accartoccia la rugiada,
traluce onda sonora, sebbene non udibile all’orecchio umano, un antico adagio, a
cui risponde il pizzicato della filigrana tessuta dal ragno tra foglia e foglia,
il pigolio di sgomento dell’erba calpestata avidamente da una biscia, l’esile
ascesa e discesa della linfa lungo le venature – già melodiche nel pronunciarle:
xilema e floema –, il rosichio lungo impensabili gallerie e cunicoli di
indaffarate talpe, il contrappunto tra il sommuovere ansioso verso l’alto di un
seme e il tonfo di neve caduta da un ramo.
> Gli alberi e le montagne erano pietrificati sotto la polvere bianca del
> freddo. Né il fremito dei rami, né il respiro delle praterie alte: un silenzio
> minerale. Nel vasto cielo torbido ci sono forze dormienti. Lentamente il tempo
> le avvicina al risveglio. Sono già tiepide. Una falda di neve cade dall’abete.
> Il ramo si è mosso appena. È già immobile come prima. Nulla è pronto.[30]
…un nulla che, si è detto, può d’un tratto essere squarciato da una sprezzante
movenza, simile a un fendente di sciabola nella tenebrosa quiete, quale può
essere uno scatto, rabbioso o impaurito, di volpe o faina. Un niente che,
magari, può essere scosso da un batter d’ali del senso, un balbettio anche, o
una parola che resta sospesa come chiave da decifrare.[31] Riposta poesia. Un
niente che parrebbe consolare tutto il male della Terra.
> Lì si stava compiendo qualcosa di grande. Le foglie lambivano il fiume. Erano
> piene di sole, la grande luce veniva dai fiori. Stelle. Come quelle del cielo,
> più larghi di una mano, con un odore di lievito! Un odore di farina impastata,
> l’odore salato degli uomini e delle donne che fanno l’amore![32]
Il vento e il suo zingaresco trascinamento, i versi degli animali, i rondò dei
cespugli, il plic plic plic della pioggia cantante sui sassi, le pozze
fluttuanti di sole fra il fogliame, le acque dei torrenti: un insieme che porta
ebbrezza e benessere in coloro che, solitari, vi s’immergono.
> Questa nostra vita, esente dalla pubblica frequenza, trova lingua negli
> alberi, libri nei liberi ruscelli, prediche nelle pietre, e del bene in ogni
> cosa.[33]
Voci che all’unisono potrebbero evocare nostalgicamente, nel cuore di chi
ricorda, l’intonazione cara della propria amata.
> Parme d’udirla, udendo i rami et l’òre
> et le frondi, et gli augei lagnarsi, et l’acque
> mormorando fuggir per l’erba verde.
>
> Raro un silentio, un solitario horrore
> d’ombrosa selva mai tanto mi piacque:
> se non che dal mio sol troppo si perde.[34]
Piante e animali là, nel bosco, i soli attori? Eppure – chissà! – quanti altri
furtivi artefici là s’aggirano, con un sincretismo tra sonorità vocale e
strumentale, compositori e simultaneamente esecutori, musici e cantori, dei
quali ignoriamo l’esistenza.
> Uno è una somma squisita! Un uccello, una gabbia, un volo; una canzone laggiù
> nei boschi lontani, fino ad ora immaginata soltanto dalla fede.[35]
Attentamente, si ascolti! Un passato ci sta parlando. Un cosmogonico mugghio?
Una voce uterina? Qualcosa di extrasensoriale?
Ombelico pulsante di un mondo ancestrale, spazio originario, luogo rarefatto di
richiami, di un tempo mitico, di riti iniziatici e misterici. La selva.
Regno magico: affollato è il bosco, di anfratti, soffi e ignoto: esseri carsici,
spettri, demoni, numi impercepibili dagli umani, presenze dell’invisibile, là
respirano e vivono, geni protettori di fiere e verzura, che rasentano, toccano
vivificando empaticamente ogni singolo componente, ogni interstizio,
intridendolo di palpiti e di sacro.
> Quando gli spiriti del bosco dai millenari loro antri per intonare il
> ritornello emersero
> Ma nell’anima mia chiaramente udii.[36]
Stirpe abitatrice dell’occulto, creature del fato e dell’imponderabile. Già se
ne enumerava nell’antichità, la vasta mitologia classica riferendosi alle
divinità ctonie: Persefone, Demetra, Ade… e agli spiriti silvestri: il dio Pan,
i fauni, i satiri, le Driadi, lussureggianti e prodighe ninfe, le danzanti e
voluttuose Amadriadi.
> O vecchio bosco pieno d’albatrelli,
> che sai di funghi e spiri la malìa,
> cui tutto io già scampanellare udìa
> di cicale invisibili e d’uccelli:
> in te vivono i fauni ridarelli
> ch’hanno le sussurranti aure in balìa;
> vive la ninfa, e i passi lenti spia,
> bionda tra le interrotte ombre i capelli.
> Di ninfe albeggia in mezzo alla ramaglia[37]
Allo stesso modo ampiamente ricca è la mitologia norrena, con i suoi deformi
umanoidi Troll, le seduttrici Huldra, e le gigantesse Járnviðjur.
Là, nelle foreste selvagge, presso le società tribali, si dondolano litanie
sciamaniche di passaggio o di guarigione.
> Deve esistere, di certo, una ragione, in virtù della quale gli antichi
> re-pastori ascoltavano le richieste dei sudditi, rendevano giustizia e
> proclamavano leggi all’ombra d’alberi secolari, che la fede del popolo onorava
> come sacri. Il senso eterno che dall’albero emana dava alle sentenze del
> re-uomo l’infallibilità del giudizio di Dio.[38]
Là, nel fitto degli alberi, tra elfi e folletti, fate e draghi, streghe e orchi,
là ambientano le loro favole, di insidie e incantesimi, di perdizioni e
agnizioni, Andersen e i fratelli Grimm
Ed è Buzzati a offrircene una testimonianza nel suo meraviglioso moderno
racconto, Il segreto del bosco vecchio, in cui fiabesco e sacralità silvestre si
fondono in una visione ecologista.
Solo i bimbi, ancor liberi da pregiudizi, si accorgevano che la foresta era
popolata da geni; e ne parlavano spesso, benché ne avessero una conoscenza molto
sommaria. Con l’andar degli anni però anch’essi cambiavano d’avviso, lasciandosi
imbevere dai genitori di stolte fole.
Dobbiamo aggiungere che neppur noi abbiamo dei geni del Bosco Vecchio notizie
precise. Pare, come scrisse l’abate Marioni, [il primo e ultimo naturalista che
scrisse dei geni] ch’essi potessero assumere parvenze di animali o di uomo e
uscire dai tronchi, la qual cosa sembra avvenisse in circostanze del tutto
eccezionali.
La loro forza, così risulterebbe, non poteva in alcun modo opporsi a quella
degli uomini. La loro vita era legata all’esistenza degli alberi rispettivi:
durava perciò centinaia e centinaia d’anni.
Di carattere ciarliero, se ne stavano generalmente alla sommità dei fusti a
discorrere fra loro o col vento per intere giornate; e spesso anche di notte
continuavano a conversare.
[…] Quante sere, mentre gli altri geni, sulle cime degli abeti, univano le loro
voci in coro per intonare certe loro tipiche canzoni, il Bernardi [il genio in
sembianze umane] doveva starsene a chiacchierare con il Morro, per tenerlo in
buona, di noiose questioni che non gli importavano niente, o a far dei giochi di
carte che non lo divertivano affatto, dinanzi a un bicchiere di vino che non gli
piaceva; ed entrava intanto dalla finestra, con il profumo di preziosissime
resine, la voce fonda dei suoi fratelli, che cantavano spensierati.[39]
Il bosco, nel suo canto d’ovatta, primigenio ed estatico, appare dunque una
comunità, un organismo di ingovernabili strumentisti, di fuggevoli sonatori
dell’ambiguità.
Entrare nel bosco è entrare nella notte. Compiere una Catabasi. Vagando, tra
alberi sterpaglie ombre, un groviglio ci attornia, quasi a essere dentro una
sonnambula vertigine: mille occhi spiano, mille aliti sfiorano, mille dita
tentacolano, mille umbratili linguaggi. Che sia gemito o chioccolio, grido
strozzato, o superbo silenzio, è vibrazione oracolare, notturno mugolio, lai
degli inferi o, al contrario, voce del destino che vorremmo radiosa, a noi
benevolmente indirizzata.
Fiato onirico.
> Una foresta lontana gemeva e parlava con parole di sogno.[40]
È notte. Lassù Cassiopea si gingilla nella sua sedia di stelle. Nel bosco è
caduta la luna. Odore di terriccio, di greve pacciame. Andare. Spingersi quindi,
discendendo laggiù, per ritrovarsi immersi in una impreveduta regione, di là da
qualsiasi concreta figurazione, in una prospettiva surreale fatta ora della
trasparenza di un cristallo, ora di un’istintiva e guizzante ombrosità che un
impavido tornire di tentennante luce potrebbe dissipare, ora di vaghe
apparizioni onomatopeiche, di vocalizzi non urlati, che hanno la consistenza
della paura e del sibillino, di un inviolabile che frange tuttavia ogni logica e
certezza, ogni materialità. Un’epifania di sconcerto e smarrimento, che giunge
in risposta a una domanda non formulata[41] e apre il sipario a un mondo orfico,
al sogno e all’immaginario.
> Non aver paura. L’isola è piena di canti, di suoni e di dolci melodie, che
> dilettano e non fanno male. Qualche volta mi ronzano nelle orecchie migliaia
> di strumenti pizzicati e qualche volta delle voci, che, se anche mi sono
> allora allora svegliato da un lungo sonno, mi fanno addormentar di nuovo.
> Allora nel sogno mi pare che le nubi si aprano e mi mostrino dei tesori pronti
> a rovesciarsi su di me, in maniera che quando mi sveglio, piango per voler
> sognare di nuovo.[42]
Perché il bosco è esuberanza vitale, ritorno adamitico alle radici, tempo e
spasmo di un passato primordiale: infanzia del mondo. Là un cuore batte, là
un’anima è racchiusa e freme.
Mormorato dalle miriadi delle sue foglie,
scendeva dall’erma vetta, alta duecento piedi,
emanava dal tronco possente e dai rami, dalla corteccia spessa un buon piede,
questo canto delle stagioni e del tempo, canto non del solo passato, canto anche
del futuro.
Tu, vita di me, non mai detta,
e tutte voi, venerabili gioie innocenti,
robusta mia vita perenne, con gioie tra piogge e soli di molte estati,
e la bianca neve e la notte e i venti selvaggi;
oh! Le grandi, pazienti gioie rudi, oh! Le robuste gioie della mia anima, non
provate dall’uomo,
(Sappiate, infatti, io posseggo l’anima che mi s’addice, anch’io posseggo una
coscienza, una personalità,
come l’hanno le rocce e le montagne, come tutta la terra,)[43]
La foresta, col suo inquietante carico di malagevoli ombre e d’incanti, è
persino locus horridus: in quanto archetipo del mistero, ci restituisce
l’immagine dell’incorporeo, della parte più inaccessibile e recondita di noi, il
nostro sottosuolo.Evoca la selva oscura: il nostro inconscio.
Cionondimeno è anche simbolo di congiunzione tra Terra e Cielo, abbraccio di
terreno e divino.
Territorio metafisico, forse?
> Il ramo si volge verso l’alto perché dall’alto è venuto[44]
Necessario allora portare nel bosco corpo e anima. Andare nella natura alla
ricerca di una dimensione cosmica e immersiva, che s’accordi panicamente e
musicalmente col proprio essere, col proprio battito cardiaco, con la propria
finitezza.
> Ora, nei miei giorni sereni, guardavo il sole e il bosco, le rocce brune e le
> argentee montagne in lontananza, con una doppia sensazione di felicità, di
> bellezza e di recettività; nelle ore buie, sentivo il mio cuore malato
> dilatarsi e ribellarsi con raddoppiato ardore; non distinguevo più godimento e
> dolore; essi erano uguali: tutti e due facevano male, e tutti e due erano
> deliziosi. E mentre dentro di me stavo bene o male, la mia forza si librava
> tranquilla al di sopra di tutto ciò, osservava il chiaro e il buio,
> riconoscendo che essi erano fraternamente uniti, e sentiva dolore e pace come
> i ritmi, energie e parti della medesima, grande musica.
>
> Non ero in grado di scrivere una tale musica, essa mi era ancora estranea e le
> sue frontiere mi erano sconosciute. Potevo però udirla e sentire il mondo
> dentro di me come perfezione. Riuscii pure a trattenerne qualcosa, una piccola
> parte, una risonanza rimpicciolita e tradotta. Per giorni e giorni pensai ad
> essa, assorbendola dentro di me; trovai che si poteva esprimere con due
> violini e cominciai la mia Sonata in tutta innocenza, come un giovane uccello
> osa il suo primo volo. Quando una mattina, nella mia camera, ne suonai con il
> violino il primo tempo, ne avvertii bene la fragilità e l’incompiutezza, ma
> ogni battuta mi penetrò nel cuore con un brivido. Non sapevo se questa musica
> fosse bella, ma sapevo che era mia, nata e vissuta dentro di me e mai udita
> prima.[45]
Musicalità e sacralità: un legame inscindibile, immenso Tutto, che trova nel
folto arboreo entità e significato.
> Questi suoni che giungono da ogni parte invitano al viaggio;
> a ogni istante uno spirito vivo parte per l’Oltrespazio![46]
Golfo mistico, abisso mistico: questa l’esatta qualità che si potrebbe
attribuire al bosco, Mystischer Abgrund, la definizione che Richard Wagner coniò
per il teatro Festspielhaus a Bayreuth da lui ideato, ovvero la buca, a forma di
conchiglia, tra il proscenio e la platea, dove gli orchestrali si collocano
durante gli spettacoli. Una specificazione che intende sottolineare come da
quella celata cassa di risonanza venga espresso e solennemente elevato un inno
alla bellezza del creato, un’armonia di spirituale natura…
> … in serenità perfetta quando si sente muovere al passo con gli astri e
> persino con lo stesso firmamento, e con il girare silenzioso della terra.[47]
Allontanarsi dal presente disincantamento, dalla blasfema cacofonia della
modernità, che ha indotto l’uomo, oramai del tutto tecnicizzato, mercificato e
assordato, a rinnegare quella sottile auscultazione del sé e della natura che da
sempre lo circonda.
Gustav Klimt, Foresta di abeti I, 1901
Allontanarsi per affidarsi al mistero, per infondersi nell’anima del bosco…
> Nel segreto del cuore prego in silenzio,
> e pare che un’eco risponda.
> Sarebbe dato, a chi è giusto e puro,
> il modo di giungere agli spiriti?
> […]
> L’animo è turbato nel profondo
> Scendo di sella, m’inchino,
> tra cipressi e pini seguo il sentiero
> al tempio dello spirito.[48]
Tempio dello spirito, tempio dell’ascolto… accedervi come in un penetrale,
devotamente e con animo di raccoglimento e accoglimento: scorgere nel buio, e
nel proprio buio, una sacrale entratura di Bene, nell’udire l’avvolgente mitezza
di una sinuosa corale, quasi fosse un salmo, una celeste lauda, un monodico
canto gregoriano, consonandolo a una tacita, franta preghiera.
Vivere il bosco come un’esperienza spirituale.
> Klara si sentiva divinamente. Avvolta in una veste da camera turchina che le
> scendeva libera lungo il corpo in ricchi drappeggi, era seduta sul balcone dal
> quale si godeva la vista sugli abeti, che quella mattina, in cui spirava un
> vento leggero, dondolavano dolcemente le loro cime. Il bosco è proprio
> meraviglioso, pensò, e appoggiandosi alla ringhiera, delicatamente lavorata,
> si piegò in avanti per avvicinarsi al suo profumo. «Come se ne sta là disteso
> il bosco, quasi già sonnecchiasse aspettando la notte. Di giorno, quando
> splende il sole, si entra in un bosco come in un mondo serale, dove i rumori
> sono più nitidi e più lievi e gli effluvi più umidi e più sensibili, dove si
> può riposare e pregare. Nel bosco si prega senza volerlo, ed è anche l’unico
> posto al mondo dove Dio è vicino; Dio sembra aver creato i boschi affinché vi
> si preghi come in templi sacri; chi prega in un modo e chi in un altro, ma
> tutti pregano. Quando si sta sdraiati sotto un abete e si legge un libro,
> allora si prega, se pregare è lo stesso che perdersi nei pensieri. Ovunque Dio
> possa mai essere, nel bosco lo si intuisce e gli si dona quel poco di fede con
> silenzioso trasporto. Dio non vuole che si creda troppo in lui, vuole che lo
> si dimentichi, è persino contento quando viene ingiuriato: perché è buono e
> grande più di quanto si possa concepire; Dio è quel che c’è di più arrendevole
> nell’universo. […] Come posso starmene seduta qui e provare gioia per il mio
> semplice esistere, stare seduta, appoggiarmi alla ringhiera! Come mi sento
> bella così. Potrei dimenticare Kaspar, dimenticare tutto. Adesso non capisco
> come io abbia mai potuto piangere per qualcosa, come qualcosa abbia mai potuto
> turbarmi. Quanto imperturbabile è il bosco, eppure così duttile, caldo, vivo e
> dolce. Che respiro viene dagli abeti, che stormire! Lo stormire degli alberi
> rende superflua qualsiasi musica. […] »[49]
Colmarsi dei suoni della foresta, valicando, in un delirante slancio, il dirupo
della nostra inane afasia, per divenire noi stessi blesi cantori d’ogni sua
bellezza.
Oh, comporre il canto più esultante!
Colmo di musica – pieno di virilità, femminilità, infanzia!
Pieno di occupazioni usuali – ricco di d’alberi e di cereali.[50]
[…] gli oratori di Beethoven, Händel, Haydin,
la Creazione mi lava in ondate di divinità.
Fate che possa contenere tutti i suoni (grido in questi miei folli tentativi,)
Riempitemi di tutte le voci dell’universo,
datemi i loro palpiti, quelli della Natura,
tempeste, acque venti, opere e cori, marce e danze,
esprimete, versate, perché io tutto vorrei contenere.[51]
Avendo tuttavia la consapevolezza che, per comporre questo canto di giubilo, si
può soltanto restando in una bolla d’innocenza, perché In verità cantare è altro
respiro./ È un soffio in nulla. Un calmo alito. Un vento,[52] e perché solo un
cuore bambino ha il potere dell’ascolto vergine: cuore semplice di bimbo,
l’unico che, nelle sue carni e nei suoi sussulti, contiene il dono alchemico
delle fatate trasfigurazioni, in quanto dopo, nell’età adulta, tutto
desolatamente scompare: sorda e pietrificata si fa la vita.
«Perché dici “mi tocca”? Come fa un vento a morire?»
«Lascia stare, è una strana faccenda. Un giorno forse la saprai.» La voce si
faceva fioca allontanandosi nel cielo.
«No,» fece Benvenuto, «Matteo, non andare via. No, tu non devi morire. Ci sono
ancora tante cose da fare. Pensa, se tu rimani, tornerai quello di una volta, ti
verranno ancora le forze, fra tre mesi arriverà la primavera e sarà la stagione
buona, pensa, Evaristo se n’andrà, sarai di nuovo padrone della valle, farai
grandi temporali e tutti avranno paura. Ricomincerai da capo. Poi, nelle notti
buone farai musica nel bosco, la gente verrà per sentire, anche da lontanissimi
paesi. Ci saranno tra le piante i geni e io potrò cantare con te, come si faceva
una volta.»
«È inutile,» disse il vento, «devo andare sul serio. Del resto, questa forse è
la notte famosa in cui tu finirai di essere bambino. Non so se qualcuno te l’ha
detto. Di questa notte i più non si accorgono, non sospettano nemmeno che
esista, eppure è una netta barriera che si chiude d’improvviso. Capita di solito
nel sonno. Sì, può darsi che sia la tua volta. Tu domani sarai molto forte,
domani comincerà per te una nuova vita, ma non capirai più molte cose: non li
capirai più, quando parlano, gli alberi, né gli uccelli, né i fiumi, né i venti.
Anche se io rimanessi, non potresti, di quello che dico, intendere più una
parola. udresti sì la mia voce, ma ti sembrerebbe un insignificante fruscìo,
rideresti anzi di queste cose. No, forse è meglio così, che ci separiamo al
punto giusto.»[53]
Usciamo. Ché non finisca la notte.
Grazia Frisina
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[1] Walt Whitman, Canto della scure, in Foglie d’erba, trad. di Enzo Giachino,
Giulio Einaudi ed. 1993, p. 244
[2] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, Settecolori
edizioni 2025, p. 15
[3] Gabriele D’Annunzio, La pioggia nel pineto, in Alcyone
[4] Dante Alighieri, Inferno canto XIII, in Divina Commedia, vv 31-37
[5] Virgilio, Eneide, canto III, vv 39-41
[6] Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, canto III, ottava XLI
[7] Lo scienziato Stefano Mancuso, nel suo libro La Pianta del Mondo (2020),
riferendosi al pensiero espresso dal compositore Edward Elgar: «La mia idea è
che ci sia musica nell’aria, musica dappertutto intorno a noi, il mondo ne è
pieno e ne puoi prendere ogni volta tutta quella di cui hai bisogno»,
scrive: «Lo stesso accade per le piante: sono, come la musica per Elgar,
letteralmente dappertutto intorno a noi, e per scriverne non si deve far altro
che ascoltare le loro storie e raccontarle (…). Le piante costituiscono la
nervatura, la mappa (o pianta) sulla base della quale è costruito il mondo in
cui viviamo. Non vedere questa pianta, o ancor peggio ignorarla, credendo di
esserci ormai posti al di sopra della natura, è uno dei pericoli più gravi per
la sopravvivenza della nostra specie».
[8] William Shakespeare, La Tempesta, in Tutte le opere, a cura di Mario Praz,
trad. di G. S. Gargàno, Sansoni editore 1984, p. 1204
[9] María Zambrano, Chiari del bosco, a cura di Carlo Ferrucci, SE edizioni,
2016, p. 90
[10] Ivi, p. 75
[11] Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, in Bàrnabo delle montagne, Aldo
Garzanti Editore 1973, p. 255-257
[12] Denise Levertov, A tree telling of Orpheus. Dal web:
https://allpoetry.com/A-Tree-Telling-Of-Orpheus
[13] Sal. 139, 15
[14] Andrea Zanzotto, Il galateo in bosco, in Tutte le poesie, Arnoldo Mondadori
editore, 2011, p. 539
[15] William Shakespeare, Sogno d’una notte d’estate, in Tutte le opere, a cura
di Mario Praz, trad. di Giulia Celenza, cit., p. 374
[16] Walt Whitman, Rulli di Tamburi, in Foglie d’erba, trad. di Enzo Giachino,
cit., p. 389
[17] Salvatore Toma, in Canzoniere della morte, a cura di Maria Corti, Einaudi
1999, p. 65
[18] Henry D. Thoreau, Walden, trad. di Piero Sanavio, A. Mondadori editore,
1970, p. 166
[19] Walt Whitman, Nostro antico fogliame, in Foglie d’erba, traduzione di Enzo
Giachino, cit., p. 218
[20] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, cit., p. 279
[21] María Zambrano, Chiari del bosco, a cura di Carlo Ferrucci cit., 2016, p.
91
[22] Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, in Bàrnabo delle montagne,
cit., p. 159-160
[23] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, cit., p. 150
[24] ivi, p. 213
[25] William Shakespeare, La Tempesta, in Tutte le opere, a cura di Mario Praz,
trad. di G. S. Gargàno, cit., p. 1205
[26] Herman Hesse, Pellegrinaggio d’autunno e altri racconti, trad. di Eva
Banchelli, Sugarco edizioni, 1979, p.65
[27] Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, in Bàrnabo delle montagne,
cit., p. 221
[28] Ada Negri, Il boschetto canoro, in Le strade, in Prose, Arnoldo Mondadori
editore, 1966, p. 479
[29] Salvatore Toma, in Canzoniere della morte, a cura di Maria Corti, cit., p.
32 e p.26
[30] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, cit., p.178
[31] María Zambrano, Chiari del bosco, a cura di Carlo Ferrucci, cit., p. 82
[32] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, cit., p. 280-281
[33] William Shakespeare, A piacer vostro, in Tutte le opere, a cura di Mario
Praz, trad. di G. S. Gargàno, cit., p. 624
[34] Francesco Petrarca, sonetto CLXXVI, vv 9-14, in Canzoniere
[35] Emily Dickinson, Lettera al dott. e alla sig.a Holland, sett. 1859,
in Lettere, a cura di B. Lanati, Einaudi, 2006, p. 54
[36] Walt Whitman, Canto della sequoia, in Foglie d’erba, trad. di Enzo
Giachino, cit., p. 266
[37] Giovanni Pascoli, Il bosco, in Myricae
[38] Ada Negri, Sinfonia d’alberi, in Di giorno in giorno, in Prose, cit., p.
697
[39] Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, in Bàrnabo delle montagne,
cit., p. 155-157
[40] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, cit., p. 93
[41] María Zambrano, Chiari del bosco, a cura di Carlo Ferrucci, cit., p. 90
[42] William Shakespeare, La Tempesta, in Tutte le opere, a cura di Mario Praz,
trad. di G. S. Gargàno, cit., p. 1203
[43] Walt Whitman, Canto della sequoia, in Foglie d’erba, trad. di Enzo
Giachino, cit., p. 266
[44] Gialâl Ad-Dîn Rûmî, Spregio del mondo, in Poesie mistiche, a cura di
Alessandro Bausani, SE editore, 2018, p. 61
[45] Herman Hesse, Gertrud, in Romanzi, trad. di Paolo Paoloni, Tascabili
Newton, 1988, p. 163
[46] Gialâl Ad-Dîn Rûmî, Partenza, in Poesie mistiche, a cura di Alessandro
Bausani, cit. p. 65
[47] María Zambrano, Chiari del bosco, a cura di Carlo Ferrucci, cit., p. 63
[48] Han Yü, Visito il tempio del Sacro Monte Heng, in Le trecento poesie T’ang,
trad. di Martin Benedikter, Mondadori ed. 1972, p. 189-190
[49] Robert Walser, I fratelli Tanner, trad. di Vittoria Rovelli Ruberi, Adelphi
edizioni, 2021, p. 86-88
[50] Walt Whitman, Un canto di gaudi, in Foglie d’erba, trad. di Enzo Giachino,
cit., p. 225
[51] Walt Whitman, Della bufera musica superba, in Foglie d’erba, trad. di Enzo
Giachino, cit., p. 506-507
[52] Rainer Maria Rilke, Dai sonetti a Orfeo I, 3, in Poesie, trad. di Giaime
Pintor, cit., p. 41
[53] Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, in Bàrnabo delle montagne,
cit., p. 316-317
*In copertina: Isaac Levitan, Paesaggio con luna, 1880
L'articolo Trattato di “Boscoritmia”. Ovvero: ritrovare se stessi e il proprio
canto nella foresta proviene da Pangea.
Abito a Villa Borghese. Comincia così Tropico del cancro. E ventuno anni fa, al
margine di pagina ventuno, avevo messo un appunto: Può darsi che scriverò
qualcosa anch’io.
Non importa dove sia Villa Borghese… a Parigi a Roma o chissà dove. Al tempio di
Antonino e Faustina Ilaria mi dice: «Non siamo che statue invernali». Ilaria non
è qui ma me lo dice lo stesso.Anche io non sono qui.
È importante scrivere perché scrivere riscalda. È esercizio fisico e fatica e
come tale praticarlo in inverno aiuta la circolazione. È importante scrivere
della circolazione delle auto a Roma e dei mammut preistorici. È importante non
avere una trama e non rispondere ad alcun criterio. Io sono i vicoli bui e
quelli illuminati a lampioni, sono il Medioevo urbano delle torri nel
ventunesimo secolo, la faccia oscura delle ville e dei parchi, sono tutte le
statue e ancor di più. Mi piace piroettarmi sulle altalene che non esistono e
fare su e giù sui prati verdi invitanti di rugiada.
È molto importante rifuggire i discorsi fatti, i termosifoni, le posizioni
semplici e quelle prese, le maschere stupide dell’apparenza e dell’appartenenza,
le zattere e i viali. Danzare con Haring sugli scaloni del Palazzo delle
Esposizioni prendere per le orecchie le statue greche abbracciare le mummie
etrusche farsi tatuaggi di campi di calcio per ricordarsi l’ubicazione e
arrivare pronti alla partita. Il fischio d’inizio.
Quando ci si lava sputare sulla parvenza per indossare solo le maschere di
carnevale, quelle originali, quelle veneziane e andare con esse oltre i tabù
sociali, camminare per le calli deserte a mezzanotte e uno, essere un vaporetto
e un piccione andando incontro a una sposa e al suo fantasma, al cataclisma del
compianto spettro del padrone alle persone insane che mangiano minestrone la
notte di Natale, ai monopattini storti che scodano sulle piste da sci orientali
e incontrano gli scrittori nei locali bohémien davanti a un caffè nero e a
un whisky torbato, dar da mangiare ai gatti e incontrare le volpi. In
particolare con le volpi stabilire un contatto ‒ calliditas è astuzia ‒ aprire
il discorso fatto, frugare nei loro occhi sottili e il pelo elegante sotto il
canto delle civette amabili responsabili del disordine esistenziale, meretrici
del campo pluviometrico di geometrico sdegno e virtù. Fumanti carte geografiche
sotto i lampioni, che prendono ascensori per salire sugli ippocastani e vedono
cattedrali andare a fuoco nelle notti invernali.
Andare a vedere le teche di civette imbalsamate nei musei di zoologia e parlare
con le civette reali, che abitano la notte coi loro occhi stellati, col loro
canto incantato, che viene da un altro secolo. Dal secolo delle torri medievali
illuminate bene, il secolo dei cantieri del sogno, dell’entusiasmo. Ritrovare la
scintilla urbana sui tapis roulant, dentro gli osceni tunnel progresso
illuminati male, da luci sifilitiche e sputazzi catarrosi. Andare oltre le volte
e i cortili genuflessi al falso progresso, oltre i giardinetti del capitalismo,
riconoscere il colore del cielo notturno, parlare con le rane.
Evitare il cinematografo perché il cinerama è il mondo reale: lo spettacolo è
infinito, Carmelo lo sapeva Bene. Dovrò dire a Henry Miller che Via del Governo
Vecchio è sempre la stessa, col suo muso informale, l’odore di pietra, l’affanno
mancato. Dovrò dirgli che la luce dei lampioni riflette sempre l’anima, e
scriverglielo così mi scalderò, mentre Piazza Navona sarà sempre paradisiaca e
incastonata come una gemma spaziale. Vedrò scorrere le mele stregate, gli
zuccheri filati, vedrò i contenuti di questo testo fare l’hula hoop dentro gli
studi d’arte contemporanea, vedrò queste lettere come note spargersi per la
città, stando attento a non incamerare umidità, che è regressiva come il dolore
anche se affascina. Sentirò il poeta beat intonare mantra sui tram di Frisco e
lo sciamano di Parigi voltare le carte dei tarocchi per il progresso
interiore. Libererò spazi di cielo per le mie nuvole, per le mie altalene
filanti, dove generoso sperpero baci alle signore e penso alla radura. Dalla Via
Latina puoi vedere i Castelli Romani. Puoi far vendemmiare le tue ossa
inumidite.
Da Trastevere puoi scorgere l’Aventino e respirare sigarette di ossidiana e
sentire i profumi dei saponi che vendono dietro alle vetrine. Ci sono molti
nuovi negozi vietnamiti e io penso a Lao Tse. Al Circo Massimo mi fermo per
sorridere al roseto. Devo fare il salto fra il Tao e la statua di Mazzini. La
statua è troppo grande per non farlo. L’input mi trasporta dalla Cina alla
Repubblica Romana. È normale fare questo nel dialogo cittadino.
Sul Tevere mi ossigeno in una tenda e vedo il cane lupo e il capo indiano, vedo
il bosco delle querce gli abeti e le fate, il sultano delle nevi legge i
giornali capovolti e prende fiato. Fiato e sigarette, fiato e genitali, fiato e
tute con cui correre e sudare. Traspirare se stessi fra i lampioni nelle strade
buie e surreali, verso il Tempio di Diana, di Antonino e Faustina.
Giulia dice: «Ho mille tresche coi lampioni». Giulia non è qui ma me lo dice lo
stesso. È solo un giorno, forse è un anno, forse sono ventuno. Abito a Villa
Borghese, i cani abbaiano, le civette stridono: io sono qui e ora a correre
nello spazio e nel tempo.
Edoardo Piazza
*Al fenomeno della “Roman Beat Generation”, di cui Edoardo Piazza ha ricostruito
l’immaginario, la poetica, sarà dedicato, in primavera, il primo volume della
collana ‘I poeti vivi’, edita da Magog. Si tratta di un’antologia di poeti
difformi, singolari, in obliquo rispetto all’oggi, accomunati da un estro
metropolitano, materico. Seguiranno dettagli.
L'articolo Metafisica dei lampioni d’inverno. Lettera ubriaca a Henry Miller da
Villa Borghese proviene da Pangea.
Mancano luoghi dove la cultura possa farsi di nuovo relazione tra persone
parlanti, mancano librerie, biblioteche, sgabuzzini, cenacoli, angoli, salotti,
cabine telefoniche, garage, cantine, solai, soffitte, tinelli, cucine, sale
d’aspetto, saune, privé, pub? O che cosa manca veramente?
Mancano le persone? Manca chi è in grado di sostenere con noi una conversazione
non sui “libri” (a questo basta Radio Tre), ma sul mondo che i libri sollecitano
in ciascuno entro un tempo libero da sovrastrutture comunicative;con qualcuno
che possa con noi trasvolare non solo su titoli e autori più o meno noti, ma su
epoche, critica, autori totalmente sconosciuti e magari avventurosamente
scoperti, raccontandosi a vicenda storie di caccia che vedono protagoniste
librerie segrete nascoste nelle pieghe di centri storici, di piccoli paesi,
mimetizzate da cartolerie o mercerie di cinquant’anni fa ed esibenti fior di
volumi fuori catalogo perfettamente intonsi e anzi incellophanati, dentro un
cestone posto a lato dell’ingresso, come residui di un passato glorioso, e poi,
dopo cernita attenta, trasportati con una specie di frenesia gioiosa sul banco,
residuato anch’esso, ma bellico, davanti al vecchio titolare odorante di
antitarme per lana?
Oppure ci si vorrebbe confessare desideri da collocare in un orizzonte di attesa
di una qualche grande letteratura, o magari in nessun orizzonte di attesa se non
quello della cena, ma almeno preceduta da una caduta vertiginosa nei reciproci
vortici critici e analitici in prosa o in versi, passanti per silenzi complici,
per pause d’intesa?
Si tratta a ben vedere della vecchia necessità di poter contare su un amico (o
su un gruppo di amici) con cui stare a racconto su cose che la veglia continua
al consumo ricaccia nelle pieghe dello stato depressivo, e che dunque devono
essere estirpate o nascoste nello sgabuzzino dei materiali di risulta
impresentabili…
D’altra parte, non volendo eleggere ad argomenti degni le cose della vita di
tutti i giorni o i programmi serali in tivù o dello sport che cosa si può fare
che ci induca a esorbitare da ogni ragionevolezza e buon senso mercantile?
Poco o nulla, in effetti.
Si può tutt’al più sfiorare qualche tema spinoso, salvo poi vederlo precipitare
nel taschino dimenticato dell’imbarazzo con cui ci si saluta guadagnando
l’uscita con osservazioni sul meteo sempre più scientificamente improbabili, per
giunta aggiornabili di secondo in secondo sul web, dunque coeve all’osservazione
diretta e perciò perfettamente inutili o, al più, equivalenti al dorso di mano
sporto in fuori.
Dovremmo farci parlanti ripetitori indeterminati del flusso magmatico delle
informazioni che grondano da ogni dispositivo? Estensioni di software umane (si
spera, ancora), con variante di matrice linguale e salivale?
Sarebbe meglio di no, sarebbe meglio farsi parlanti di linee di faglia, di
sommovimenti dialettici, di subbugli filosofici, di concrezioni di domande
irrisolte, di aperture al coraggio del dubbio. Sarebbe meglio usare la lingua
parlante come strumento di scavo fra persone che si guardano negli occhi cadere
ogni difesa, ogni senso di opportunità, ogni necessità di rappresentanza, ogni
diagramma di potere implicito nel discorso e nelle posture fisiche-vocali sue
proprie.
Uno per esempio legge i Ritratti italiani di Alberto Arbasino (è quanto sta
accadendo all’estensore di questo articolo – ci si perdoni gli involontari
calchi di un grande) e ci ritrova le trattorie, i ristoranti, le case, le
camere, le piazze, i teatri, i caffè, dove il confronto tra menti pensanti è
continuo e tesse un reticolo di intuizioni, idee, invenzioni,
improvvisazioni. D’accordo, erano altri tempi. Ma così lontani che sembra
naturale sia venuto il momento di riavvicinarli. Così come si fa delle vecchie
mode, o musiche, che di colpo appaiono nuovissime.
Come?
Le persone si nascondono dietro i tavoli e gli schermi di casa. Tolte le
occasioni culturali pubbliche di un certo interesse (nella provincia della
provincia nella quale vivo molto poche in verità), non esiste nulla, men che
meno i caffè, se non come mera succursale della pratica degustatoria che
imperversa a ogni livello (assaggi e spuntini, cucina molecolare e tonni
vitellati, stuzzichini e apericene apriticielo con tutta quella roba distesa sui
tavoloni che ci si sputacchia su e aperòl), e spegne i residui moti di pensiero
nelle infinite varianti degli accostamenti gourmet.
Non solo, ma la pianificazione ha i metri cubi contati. Ogni tavolino deve
rispondere alla misura metrica minima del movimento umano funzionale, non
permettere esondazioni gestuali, se non quelle debitamente finalizzate al
manovrare le posate o il bicchiere (in pizzeria, ad esempio), e anche lì: la
linea aggettante del gomito esteso nell’atto di portare il bicchiere alle
labbra ecco sfiorare lo spazio vitale del tavolo vicino, entrare nello schema
degli sguardi casuali senza accoglienza o complicità ma solo con subitaneo
imbarazzo. Perché la vicinanza imposta per calcolo catastale non può essere la
stessa della vicinanza improvvisata sul caso di uno sfioramento di sguardi e
gesti: insomma la distanza crea l’occasione della vicinanza, la vicinanza coatta
fa sorgere il disagio della programmazione, o al massimo un sorrisino
d’imbarazzo per aver visto i denti del dirimpettaio mostrarsi nelle masticature
in corso d’opera o per lo scivolare a latere dello zaino sulla caviglia affianco
impostata alla correttezza ortopedica della seduta.
Dunque, come?
Vernissage della mostra Dada Max Ernst alla libreria Au Sans Pareil, Parigi, 2
maggio 1921
Ma scappando da queste mecche del sovrappopolamento ingerente o ingestionale o
digestimolante, dove per giunta la lettura del menù è quasi simultanea al pin
digitato sul pos, tanto il ragazzo ti sta addosso che vuole si liberi il tavolo
per la coppia entrante (sì, come le settimane degli appuntamenti di lavoro), e
tu ricorderai più le parole della lista che quelle su cui dovevi costruire liste
di temi e di consigli di lettura da scambiarsi nel luccichio delle posate
operanti in pietanza, pia danza di tagli e imboccature, spiate però sempre dal
cameriere in disparte (con arte, bisogna ammettere)…
E, aggiungerei, per andare dove?
Infatti, non lo sappiamo. L’amico poeta mi ha chiamato dicendomi che sta
arrivando, ma è un appuntamento volante il nostro, a seconda di dove ci
troveremo in qualche punto dello spazio tempo di qui al futuro immediato, lì
troveremo il modo di comunicarci le coordinate; del resto la posizione con
Whatsapp è precisa al metro quadro, non ti può mancare. È come la battaglia
navale che si giocava da bambini con foglietti coperti e schema a rete parallele
e incrociate: F5 e zac! ti ho individuato. Qui non si tira mica a indovinare
però, si apre il programmino ed è fatta, come far “ciao ciao” dalla superficie
della terra verso l’alto, subito individuati dal cecchino satellitare – come può
mancarti e mancare lui, l’amico poeta, all’appuntamento, con il suo aiuto?
Sta di fatto che adesso sono impegnato in una infinita querelle con l’ufficio
clienti di un negozio di elettronica, e non posso muovermi da lì, in che punto
sarà lui ora su Maps, quale traiettoria starà seguendo?
E bisogna ancora risolvere il problema del dove andare.
Ho sempre percepito i bar dei centri commerciali come dei luoghi di assoluto
passaggio; non c’è nulla da vedere dalla prospettiva del tavolino, se non
schiene, nuche, gomiti di chi sta insaccando la spesa alla fine del tapis
roulant della giostra comandata dalla signorina in grembiule. Oppure si viene
abbagliati, inseguiti, scovati, dalla luce continua in schermata spiovente dalle
lontanissime capriate e dai controsoffitti. Non mi ero mai soffermato sul fatto
che in quei posti c’è bivacco di gente. Tornandoci, vedi le stesse facce e noti
che sui tavoli non ci sono segni di consumazione. Dapprima la cosa ti appare
insignificante; un’altra volta invece capita che il piccolo-borghese fascistoide
razzista che pure in te in qualche modo alberga si lamenti del fatto che se
volesse sedere per consumare un quaicoss non troverebbe posto, e dunque via
questa gente che occupa senza diritto, ché poi son tutti veci bamba, con gozzi,
gobbe e tripli menti e la decadenza della carne evidente su tutti le parti di
pelle visibili, perciò smammare!
Poi, un’altra volta ancora, più rilassato, dopo aver chiuso in gabbia il membro
interno urlante in manganello, avendo trovato un posto, avverti: aria (certo,
artificiale, ma calda – fuori c’è meno due), nessun cameriere che ti importuna,
spazio tra i tavoli, peraltro liberamente spostabili, brusio di fondo diffuso,
non singole voci con il loro importuno gracchiare, ma un rumore bianco
consolante, quasi protettivo.
Prospettive? Dovunque ti volti puoi inquadrare: campo medio verso le casse,
piani americani degli avventori, campo lungo e lunghissimo verso le uscite,
addirittura possibilità di piano sequenza ininterrotto ruotando sulla sedia di
180 gradi (ma anche di tre e sessanta). Non ci avevi mai pensato, eppure, ecco,
intuizione: qui darai appuntamento all’amico poeta.
******
Siamo stati due ore, seduti alla periferia della parte più densa della
costellazione casuale dei tavolini.
Agio totale, potevi urlare (dovevi, per sovrastare il brusio) senza che nessuno
sentisse quello che dicevi; potevi cambiare posizione alla sedia, spostare a
volontà il tavolino di metallo (leggerissimo); cambiare punti di vista, andare e
tornare dal bancone con le consumazioni. Sembrerà strano dirlo, ma la mia
concentrazione è migliorata, il pensiero si è sbrigliato, la fantasia si è messa
a galoppare; volendo, avrei potuto alzarmi in piedi e fare un balletto, ne avrei
avuto agio e spazio, e nessuno si sarebbe stupito.
Dov’eravamo? Lo dirò in un orecchio. All’esselunga – sì. Ma con la e minuscola,
come fosse un bosco, una piazzola, una radura, un’area pic-nic; un’esselunga.
E mi è venuto questo pensiero, bislacco.
E se potessimo immaginare che lì, proprio lì, avrebbero agio di nascere le nuove
discussioni, le nuove battaglie culturali, le nuove riviste, le
nuove-star-lì-a-fantasticare-in-gruppo, rivoltando dall’interno la logica
consumistica che invade, privatizza, sequestra gli spazi pubblici
brandizzandoli? Appropriarsi degli spazi privati, brandizzarli in proprio
sbrandizzandoli, allargando il minimo margine di funzione pubblica prevista e
concessa dalla logica del consumo su larga scala per renderli veramente
pubblici, questi spazi?
E se poeti, romanzieri, critici, attori, registi, musicisti, compositori,
cineasti, pittori, performer, artisti visivi, insieme a barboni, perditempo,
ubriaconi, flâneur, storti, disgraziati, disagiati, gente stufa ci prendessero
casa?
Allons enfants de la poésie…
Franco Acquaviva
*In copertina: André Breton, René Hilsum, Louis Aragon, Paul Eluard con DADA #3,
gennaio 1919 © Paris, Bibliothèque littéraire Jacques Doucet
L'articolo All’esselunga (con la minuscola) insieme all’amico poeta, a
immaginare rivoluzioni letterarie… proviene da Pangea.
L’idea di un’etica intesa come “progetto etico” (Kitcher 2011; Keane
2016) imbricato nella praxis rimane fortemente intrecciata alla ragion d’essere
dell’antropologia accademica, votata a restituire le sfere di valore individuali
e collettive che sottendono gli obiettivi, le motivazioni e le strategie
attraverso l’interpretazione delle pratiche sociali. Il filosofo Philip Kitcher,
ad esempio, considera il progetto etico una necessità dell’organizzazione
sociale fin dal Paleolitico, prima di tutto per la distribuzione egualitaria
delle risorse, poi per attribuire norme di valore di fronte alla crescente
complessità della collettività (Kitcher 2011). Lo stesso vale per l’estetica,
ereditata da Dewey, Habermas e Putnam, di Jennifer McMahon: se l’appartenenza a
una comunità, considerata come condizione preliminare per lo sviluppo della
coscienza morale, implica la condivisione di un linguaggio, si può
ragionevolmente ipotizzare che, da un punto di vista ontologico, l’appartenenza
preceda la coscienza morale e che l’interrogativo sull’individualità derivi
dalle risposte alla vita in società (McMahon 2014).
In questa prospettiva di presenza a carattere sociale, la ricerca etnografica
propria all’antropologia costituirebbe uno strumento che consentirebbe di
rilevare gli “eccessi esperienziali” (Dyring, Mattingly e Louw 2017, 30),
l’irriducibile inafferrabilità ontologica della condizione umana nell’azione in
un contesto relazionale. È il caso di una seduta di divinazione kuranko (Sierra
Leone), descritta dall’antropologo Michael Jackson, in cui il consultante
esternalizza il proprio malessere interiore e lo canalizza attraverso l’azione
del divino per essere presente alla propria situazione, passando da uno stato di
inerzia a una reattività innescata dal rituale che permette di esternare
l’inafferrabilità intrinseca all’essere umano (Jackson 2012).
Tuttavia, anche nel caso dell’approccio esistenzialista di Jackson, l’azione
rimane un perno imprescindibile di questa ontologia della “destabilizzazione”.
Un’azione fondamentalmente transitiva, che deriva dalla capacità dell’individuo
di evolversi a partire da un’esperienza di incorporazione (embodiment) in cui le
emozioni e l’ “irrazionale” sarebbero parte integrante del percorso di
consapevolezza etica individuale all’interno di una logica sociale relazionale.
Nel ricco percorso del concetto di incorporazione in antropologia
(Scheper-Hugues e Lock 1987; Csordas 1990), il corpo è considerato come un
“fenomeno culturale” (Csordas 1994, 4), “a mode of presence and engagement in
the world” (Ivi, 12) legato a un’agentività, a una transitività. In questi
termini, l’incorporazione è l’esperienza di essere al mondo, con le implicazioni
etiche derivanti dalle pratiche sociali che ciò comporta.
Rispetto a questa posizione relazionale, è possibile immaginare, al contrario,
un’etica intransitiva, passiva, non relazionale, senza prove evidenti,
impronunciabile, riconducibile all’affezione dell’esistenza di per sé?
Ispirandomi al concetto di “auto-affezione” del filosofo Michel Henry propongo
un’etica fondamentalmente antropologica non dell’incorporazione ma della carne
come stato di vita non comunicabile che precede le strategie relazionali
regolate dal linguaggio verbale. Per “auto-donazione”, Henry intende
l’esperienza incarnata e “affettata” della vita al di là delle rappresentazioni
oggettivanti (Henry 2004). Questa sensibilità carnale, quindi antropologica,
“patetica”, che si manifesta a se stessa, sarebbe, attraverso l’auto-affezione
del corpo vivente, “estranea al mondo”, quindi opposta all’“essere nel mondo”,
atemporale e intransitiva. In una prospettiva cristiana, questa visione fa eco
al “sacrificio come orizzonte dell’essere” del filosofo Felix Ravaisson: la
ragion d’essere ultima dell’essere umano, specchio del sacrificio dell’uomo
Gesù.
Nel solco di Ravaisson, in Incarnation Michel Henry affronta il tema
dell’auto-donazione attraverso una domanda cruciale del filosofo Maine de Biran:
“Come può un organo mobile essere costantemente guidato senza essere
conosciuto?” (de Biran in Henry 2000, 202). La mano, scrive Henry, è in grado di
“sentire” non come organo oggettivo ma come potere di toccare, e quest’ultimo
sarebbe possibile solo attraverso “l’auto-donazione patetica della Vita”. Il
“muoversi” è immanente alla vita stessa; è un movimento che non si separa mai da
se stesso e non lascia alcuna parte di sé all’esteriorità del mondo (Henry
2000). Henry trova così la relazione tra affettività e potere in nome di uno
stato di passione permanente non intenzionale. Se il potere si realizza solo
nell’auto-donazione patetica del Sé alla vita, ciò significa che non è affettivo
per effetto di circostanze esterne alla sua stessa essenza, ma a causa di
un’affezione “trascendentale”, cioè in quanto potere dell’affezione “di donarsi
a sé stessa e quindi di donare a sé stessa tutto ciò che si dona a sé stessa
solo in essa” (Henry 2000, 204).
*
Di conseguenza, la corporeità originaria non troverebbe la sua “realtà nella
verifica dei suoi contorni solidi attraverso il tatto di un corpo esterno, ma
attraverso l’auto-donazione che, essendo patetica, rivela nella carne,
all’unisono, tutti i poteri della corporeità”. “È così che agisco:
nell’immanenza patetica della mia carne” (Henry 2000, 206, trad. dell’autrice).
Questa auto-rivelazione del “Primo Sé vivente” sarebbe invisibile a causa della
natura fondamentalmente passiva della nostra esperienza affettiva. Tale
passività non sarebbe, tuttavia, “privativa” ma attiva proprio per la sua
intrinseca potenza di auto-rivelazione, al di là dell’oggetto dell’azione e del
suo scopo (Henry 2000). Se si condivide questo principio di affezione
centripeta, la sfida etica del corpo incarnato non risiederebbe nella volontà o
nella capacità di elaborare scelte per una buona causa, né nel sentirsi in
empatia con il Cosmo, essendo la rivelazione del Sé acosmica. Essa si
manifesterebbe attraverso lo stato intrinseco della vita stessa, nella donazione
della vita mentre essa si consuma nel proprio potere di sentire, a prescindere
da una finalità o da una qualsiasi causalità. Nel corpo “patetico”, la
ripetizione del gesto che sottende l’abitudine non si spiega con un processo di
imitazione necessario alla relazione, ma piuttosto con il lavoro di usura
intrinseco dell’individuo aderente alla propria consunzione. In questi termini
parlo di corpo etico. Questo “in sé” non sarebbe quindi equivalente al kata
auton di Hans-Georg Gadamer in quanto “determinazione del volere”, né si
esaurirebbe nell’“in sé”, indicatore di una differenza ontologica tra un essere
per essenza e un essere soggetto al cambiamento (Gadamer 1996).
*
Alla luce di queste considerazioni, mi sembra che il rapporto tra etica e
auto-rivelazione attraverso l’usura comporti per l’antropologia una rimessa in
discussione non solo, come afferma l’antropologo esistenzialista Albert Piette,
della priorità teorica e metodologica del principio di causa-effetto:
interazione e reciprocità (Piette 2017), ma più fondamentalmente della presunta
priorità della scelta, dell’approccio discriminante di selezione del bene e del
buono che è alla base di un’accezione pragmatista dell’etica. L’usura non
sarebbe l’attrito conseguente allo sviluppo delle “tecniche del corpo” (Mauss
1936) “in relazione al mondo che esso costituisce” (Warnier 2009, trad.
dell’autrice) ma piuttosto un attrito introverso che diventa segno e
significante in se stesso, il processo di uscita e di ritorno a se stessi,
ovvero un Dasein per il quale, dopo l’estasi, l’abbandono al di fuori di sé, il
Sé ritorna inevitabilmente all’in-stasi, all’aderenza al proprio lavorìo di
consunzione (Henry 2000). L’uscita da sé si rivela soprattutto come un’emergenza
totale che provoca e determina l’azione ma che deriva dal conatus necessario per
avviare ed esaurire la vita stessa nel suo stato continuo di costruzione e
distruzione.
Questa alternanza consustanziale dell’essere umano tra instasi ed estasi
comporta un’“immersione” (Rapport 2015, 257), che io chiamo aderenza, allo stato
presente, cioè nella carne, dell’individuo. Tuttavia, come già detto, la
condizione di stasi che sottende l’esistenza nell’usura non implica una
passività di carenza, in virtù del suo potere ‘patetico’. Laddove si afferma che
la condizione umana richiede l’obbligo di essere liberi nella misura in cui
l’essere umano non avrebbe altra scelta che fare delle scelte per significare il
mondo, e che sarebbe in questo approccio obbligatorio che risiederebbe la sua
natura fondamentalmente etica (Evens 2008, 261), si potrebbe rispondere che
l’essere umano è etico in potenza soprattutto a causa della sua condizione
logorante e ‘passiva’ di non scelta, di dono permanente del corpo. Inoltre, il
principio del potere non risponderebbe a dinamiche di causa-effetto, ma
troverebbe la sua ragion d’essere preliminare nel corpo di carne intro-verso sul
suo processo di consunzione. Potere significa quindi potersi consumare e
realizzare nella sensazione. Per questo motivo l’immanenza di Michel Henry non
si riferisce all’empatia sociale teorizzata da alcuni antropologi (Lambek 2010;
Das 2015), ma all’adesione dell’individuo al proprio stato di senzienza. Sono
partita dalla constatazione che l’antropologia declina la questione etica
dell’essere umano entro i parametri delle dinamiche di causa-effetto delle
pratiche , riducendo il dono della vita al tempo delle circostanze, alla logica
esperienziale di un progetto etico che risponde alla volontà e si modella sulle
azioni e sul linguaggio (Lambek 2014, 112).
Ho proposto uno sguardo alternativo che concepisce un’etica intransitiva e
tuttavia fondamentalmente antropologica legata alla finitudine attraverso il
processo umano di consunzione. Una condizione intransitiva dell’etica
intrecciata nella realizzazione della necessità dell’individuo ‘patetico’
piuttosto che all’interno di un progetto etico basato su una logica volontaria,
induttiva e relazionale. Parlare di “incantesimi” come fanno gli antropologi
Sidnell, Meudec e Lambek (Sidnell, Meudec e Lambek 2019, 9), significherebbe
considerare l’intrinseco come una dimensione debitrice di un discorso
“incoerente”, cioè privo di prove empiriche e quindi senza alcuna utilità
scientifica reale, uno stato che gli autori attribuiscono, tra l’altro, alla
filosofia. Al contrario, ho privilegiato una visione della coerenza come
aderenza al Sé, affermando che l’individuo fedele al proprio stato di usura non
sarebbe incoerente, e quindi incoerente rispetto alle sue interazioni sociali.
La sua consistenza non deriva dal compimento di un ragionamento o di un’azione
consequenziale ma si collega piuttosto al suo significato primario di “trovarsi
con”, rivelando una verità segnata dall’adesione dell’individuo alla sua
condizione patetica quotidiana. L’“eccesso esperienziale” provato dagli esseri
umani non deriva quindi dall’impegno investito nella risoluzione di un problema
ma da un senso di vuoto rispetto all’intuizione di questa silenziosa usura, da
una consapevolezza del divario tra potere d’azione e finitudine che l’azione non
può colmare. Al di là di ogni volontà di pianificare e spiegare le nostre scelte
attraverso molteplici scale di valori, questa usura ‘passiva’ del passaggio
esistenziale incarnato nella propria precarietà patetica rappresenta forse la
vera manifestazione di coerenza, profondamente antropologica, della condizione
umana. Un approccio antropologico all’essere umano incarnato come donazione non
teleologica consentirebbe di superare la condizione preliminare di
interrelazione nell’antropologia accademica.
Questa visione della carne come pura senzienza è il principio fondante della
poesia, tensione intrinseca tra l’anelito compatto che avvolge il gesto di
scrittura e l’ineffabilità dell’essenza poetica: creatura satura, amorfa e
cangiante sul bilico di una perenne imminenza di caduta che già di per sé è un
atto carnale di usura. Così, attraverso l’inevitabile filtro della consunzione
del corpo, la questione etica non rimanda solo all’atteggiamento empatico e
connettivo dell’hic et nuncdella quotidianità, ma anche a un’“eco
dell’immemorabile” (Chédin 2016, trad. dell’autrice), a un movimento di estasi
che ogni giorno ribolle nell’ombra e si traduce solo in parte in azioni
socialmente riconosciute. Un senso sacrificale della presenza del vivente sulla
terra, di una coscienza notturna, uterina, di cui quella diurna, votata
all’azione di causa-effetto, non ha più memoria. Il filosofo Jean-Louis Marion
chiama “saturazione” l’impossibilità di descrivere un fenomeno in tutti i suoi
aspetti (Marion 1997), un rigurgito di senso. In quest’ottica, l’incombente
fallimento della parola poetica è un atto saturo, ossia improferibile. Il
principio di saturazione di Marion può essere applicato anche a un altro
elemento costituivo della poesia, la sorpresa. In un interessante articolo sul
rapporto tra saturazione e sorpresa, Claudia Serban ricorda, sulla scorta di
Marion, che il primo elemento determinante dell’”adonato” (adonné), ossia il
destinatario del fenomeno saturo, è la chiamata, insieme alla convocazione,
all’interlocuzione e alla fatticità (Serban 2016). La chiamata agisce di
sorpresa sull’ “adonato”, che rimane pertanto “interdetto” (interloqué), basito
dalla chiamata: “la sorpresa si impadronisce dell’interdetto a partire da un
luogo e da un evento assolutamente estraneo, in modo da annullare ogni pretesa
di un soggetto dato di costituire, ricostituire o decidere ciò che lo sorprende”
(Marion 1989, trad. dell’autrice). Essere davvero sorpreso, scrive Serban, è non
comprendere, non sapere. Eppure, un’esperienza avviene: “Senza sapere né da chi
né perché, mi sento dall’origine già interdetto” (Marion, Ivi). La chiamata, la
rivendicazione e la convocazione agiscono quindi per sorpresa, “questa presa
oscura e subìta” (cette emprise obscure et subie).
*
C’è una carne ubbidiente a sé,
la sua libertà è se stessa.
Ma la libertà è la carne del servo.
La carne ubbidisce a un corpo
ma è dentro il corpo come un cancro.
Tra la carne e il corpo fluisce l’evanescenza
dei limiti della carne e del corpo
ma che vi sia palude e mondo
tra il sangue e l’arteria.
Brotós, l’uomo nella lingua omerica, colui che è mortale. Brótos, lo sgorgo di
sangue, il sangue della ferita. D’altra parte, nel termine ánthropos è presente
la radice di anér, vi è il richiamo alla forza, e a drôptein, l’osservare,
l’esaminare. Alla forza valutativa e immaginativa è unita, nelle differenze
nominative dell’uomo, la finitudine originaria della nuda carne. Ogni pensiero,
ogni rete analitica gettata sulla realtà, ogni uncino ficcato nei sensi a
ordinarne i limiti, a tracciarne le forme, ogni volontà di organizzare in corpo,
di sviluppare in organi la radura nera di carne da cui strappare il gesto, tutta
l’incorporazione del desiderio nel predisporre i mezzi per la sua realizzazione:
tutto ciò trova nella Città la sua dimora infondata. Infondata perché
memorabile, scandita nella successione dei presenti, nel gesso della durata.
L’ethos, la dimora, è la carne, la carne senza corpo, oppure, come in Artaud,
il corpo senza organi. I coltelli ricordano una carne senza corpo, ignorano la
madre, l’estensione del volto. Si è una carne che non ha un corpo, non ha madre,
non ha finalizzazione originaria. Solo i coltelli lo ricordano. Le lame oscure
che bruciano il tempo intorno all’istante del ricordo, il ricordo che tutto è
dimenticanza, presente svuotato di sequenza e incarnato dalla solitudine sulla
pira del proprio vibrare senza progressione. La spezzatura della successione è
ciò che definisco come sacro, come osceno, la parola immersa nella sua
improferibilità nel momento stesso di pronunciarla. Théein, movimento estatico
instatico, perduto. Dei̯wós, una luce accecante. Il sangue fiottante dalla
dimora carnale è la parola poetica. È brótos, il sangue corrotto, sparso al
suolo memorioso-dimenticante del dio-assenza, presente. Cervus fugitivus, la
parola poetica ha a che fare con il tremare della carne, col fluente, il non
ancora fissato dal corpo nella Città, ha a che fare col Mercurio della
tradizione alchemica, definito anche come servus fugitivus. È interessante
notare come, nella civiltà latina, sul servus fugitivus (lo schiavo fuggiasco),
che è un simbolo di libertà, il possesso viene esercitato anche solo con
l’animus possidendi, cioè lo schiavo fuggiasco restava in possesso del
proprietario anche se questi ne aveva perduto la materiale disponibilità. Questa
coppia minima, cervus e servus – queste due parole dal minimo scarto fonico –,
costituisce l’immagine della contraddizione della parola poetica, che vive in
ciò che è diveniente, massimamente instabile, e lo fissa in una forma e quindi
muore nello stesso momento in cui vive: il cervus fugge libero e allo stesso
tempo è servus, asservito dall’animus possidendi della forma. La parola poetica
è il sussulto provocato dal ricordo immemorabile dell’abisso originario di tutto
ciò che è manifesto, l’originario circolo di nulla in cui tutta la Storia, la
Città, è inscritta. Tuttavia questo abisso sta fuori della parola poetica (fuori
dai racconti di Orfeo), in essa rimane implicito, non può essere detto perché è
detto: è, per usare un’espressione del filosofo Carlo Sini, l’altro del detto
nel detto. È la vita che svanisce nella forma, il fluido contraddetto dalla
fissità.
Sarx logos egeneto. La carne, che non è forma ma vacillazione, non è composta da
atomi e particelle ma di brividi di sofferenza e piacere, e informa il
Logos. La carne è il limo da cui proviene il Logos, che non è semplicemente un
principio di ordinamento dell’esperienza, ma una forza di contraddizione
permanente. Come la carne informa il Logos, così il Logos, in un
contromovimento, le corrisponde, si carnalizza. Rovesciando la prospettiva di
Giovanni Evangelista, è la carne che muove da sé la propria forza usurandosi in
un dio sempre mancante ed eccedente, manifesto e invisibile al tempo stesso, il
Logos, la Parola. Sulla divinità della forma pesa l’ombra della madre carne.
Chi, il crocifisso? C’è una meta, ma non un cammino. Ciò che chiamiamo cammino,
è la vacillazione? Kafka. La vacillazione è l’occhio che non vede, il
disorganarsi dell’occhio nella carne. Fino all’imbecillità dell’organo e della
carne. La parola imbecille, nell’etimo in baculum, indica chi è senza bastone,
chi non trova appoggio, chi espone la propria vulnerabilità.
L’ohnmächtig, l’indifeso, il senz’arma, da Adorno a Dostoevskij.
L’inutile. Bellum cano perenne between usura and a man who wants to do a good
job. La miseria civile chiude ogni spazio all’inutilizzabile, quindi a Dio che,
in quanto Assenza, è l’inutile eccellente. Eppure per Paolo di Tarso nel momento
in cui sono debole (sono inutile) è lì che sono forte. Vi è un’imbecillità della
carne, di cui è ben informata la Parola, che la libera, le libera, carne e
Parola, non senza sforzo e sofferenza, dal mondo, dalla Città, dal finalismo.
Via dalla Patria. In die Fremde der Heimat, scriveva Celan.
Mutter, ich bin dumm. Madre, sono uno stupido. Sono queste le ultime
parole pronunciate da Nietzsche, abbracciando il cavallo frustato da un
cocchiere a Torino, prima di rinchiudersi per anni, fino alla morte, nella
demenza. Vi è un’altra coppia minima di parole scritta nel movimento e
contromovimento della carne e del Logos. Stupor-stupro. La stupefazione come
ragione interdetta, passività attiva nell’apertura della vulnerabilità, nella
violenza – la cui origine è sconosciuta e incomprensibile – della consunzione
della carne senziente il proprio negarsi al concetto, esperiente il varco tra sé
e il Significato. La negative capability in cui dimora la poesia, la sua
interdizione alla sequenza logica, la sua potenza nell’abitare il nero, nel
disertare il giorno, è l’abbraccio a un cavallo frustato. L’iterazione e la
reiterazione del gesto carnale fallendo sulla carne della parola è
l’eschileo infinito sorriso delle onde del mare. L’intelligenza della
stupidità.
> Ora di già nel rosso del fanale
> Era già l’ombra faticosamente
> Bianca…
> Bianca quando nel rosso del fanale
> Bianca lontana faticosamente
> L’eco attonita rise un irreale
> Riso: e che l’eco faticosamente
> E bianca e lieve e attonita salì…
Vi è in Campana un’intelligenza carnale stupefatta che si muove in una
estro-introversione, nella connessione e nella disconnessione simultanee delle
figurazioni, il campo sensoriale è costruito simbolicamente e al tempo stesso
diabolizzato, fratturato. Nel suo libro Glas, Derrida fa uso di molti vocaboli
francesi caratterizzati dal fonema gl. È il suono che emette un uomo che viene
strangolato, il suono di un uomo a cui è tolta la voce. Per Derrida, affinché
scriva. La carnalità della voce si metamorfizza nella sua consumazione segnica.
Alle Porte Scee del segno, sulla croce del Golgota, Cristo genera Dio, il suo
volto usurato e muto. Bereshit, così inizia la Genesi. La prima lettera è la
seconda lettera dell’alfabeto. L’inizio è già iniziato. Il Logos è in ritardo
sulla sarx.
Sentire è negare. Negare la propria finitezza, negare il proprio infinito, voler
dire ciò che non si può dire, poter dire ciò che non si vuol dire. Volere non
volere. Non volere non volere. Nada, nada, nada, y en el Monte nada. La
condizione irrelata della carne, dentro il mondo ma non del mondo, l’irrelazione
in cui è spezzato il continuum temporale dell’etica come religio civilis e in
cui sorge il movimento dell’autodonazione. La chiamata a se stessa della
singolarità. La carne straniera alla terra come l’anima di Trakl, sola anima e
solo spirito, di fronte sempre al radicalmente-altro da sé che è la propria
significazione, e parlando cose che ‘l tacere è bello.
Cristiana Panella e Ianus Pravo
Nota. Le opere a olio digitale, “Senza titolo”, “Eye” e “The Burning Eel”, sono
dell’artista Silvia Pepe; il disegno, “La projection du véritable corps”, di
Antonin Artaud.
*
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L'articolo Etica e Carne. Tra antropologia radicale e poesia. Un dialogo tra
Cristiana Panella e Ianus Pravo proviene da Pangea.