Dell’Odissea di Nolan se ne è parlato allo sfinimento. In molti hanno criticato
il film perché non fedele al testo, ma, perdonatemi, se volevate qualcosa di
aderente al testo perché non andarsi a leggere l’Odissea per intero? Troppa
fatica. Figuriamoci tradurre qualche verso dal greco, ancora più impensabile.
Perché tutti qui si dilettano a scovare i punti di sutura con la narrazione
originale greca e quelli di scollamento della trama. Ci scordiamo che se
volevamo qualcosa di congruente all’originale conveniva andare direttamente alla
fonte, con tutte le fatiche che ne comporta. Ma di questo solo i classicisti e i
grecisti ne sono consapevoli.
Veniamo invece a questa Odissea di Nolan, alla sua visione personale. Nolan nei
suoi film è sicuramente ossessionato dal concetto greco di Hybris, che assume il
significato della forza della tracotanza, l’eccesso dell’uomo che vuole superare
se stesso e la stessa condizione umana, la sfida a porsi al pari o sopra gli
Dèi. Nolan insegue uomini che praticano la Hybris fino alla distruzione, che sia
di loro stessi o di una sacra legge. Come Odisseo che è colpevole di aver
infranto la sacra legge di Zeus, che compare quasi come un ritornello per tutte
le tre ore di proiezione. La Hybris è affascinante tanto quanto pericolosa: più
in alto salirai sulla montagna, più ferocemente il fulmine ti colpirà quando
sarai alla sommità. Questa è la Hybris. Un istinto al superamento di ogni
limite. L’Odissea di Nolan è un’ode alla Hybris.
Un film dove la magia è la cornice perfetta: la scena inizia con un aedo che
canta le gesta della guerra di Troia e del suo assedio, costui picchia il
bastone tre volte a terra. Tre come tre sono i regni, tre come sono gli stadi
della coscienza. La terra, l’uomo e il cielo. Il cantore è un mago e il bastone
è un bastone magico. La magia è un filo rosso dimenticato che Nolan tira per
tutto il film, proponendo i dialoghi della memoria con la ninfa Calipso come
espediente narrativo. Il bastone si picchia tre volte perché tutti i regni siano
richiamati all’ascolto: il regno dei vivi, quello dei morti e quello degli Dèi.
E sono esattamente questi tre livelli che vengono portati in parallelo in modo
molto discreto.
Il ciclope. Visivamente poco accattivante, plasticoso. In effetti è stato
costruito in scena un pupazzo di 18 metri, il che spiega l’effetto giocattolo
finto. Ma c’è un aspetto delle scene di Polifemo davvero interessante: l’urlo
del gigante. L’urlo non è un singolo suono terrificante, sebbene caratteristica
dei film di Nolan sia una maniacale attenzione al volume – sempre altissimo e
invadente –: il lamento di Polifemo è in realtà più urla insieme. Sono più voci.
Ci potrebbe ricordare “io sono legione, perché siamo in molti”, famosa citazione
biblica (tratta dal Vangelo di Marco 5,9). Perché il gigante è figlio di
Poseidone, Dio del mare, anche se è creatura deforme. Ma ricordiamoci che nelle
antiche tradizioni, compresa quella greca, i giganti non sono esseri stupidi ma
sono estremi perché conoscono tutto, le antiche leggi di creazione, i giganti
hanno tutte le voci dentro la loro gola.
La Hybris si manifesta in molti modi. È anche l’eccesso di appetito, il
superamento dell’equilibrio delicatissimo tra necessità e accecamento della
mente. La Hybris viene punita da Circe che è una Dea con voce umana, che in
Nolan è molto umana, pure troppo. È una maga e usa la magia della metamorfosi,
una magia oscura e che richiede sacrificio. Gli elementi di pratica magica sono
citati tutti, passano forse un po’ in sordina a un occhio meno attento o con
meno conoscenza della simbologia. Questo è dovuto anche a una caratteristica di
Nolan: la velocità del montaggio. Un elemento di magia ben riconoscibile è il
taglio delle ciocche di capelli dei compagni di Ulisse, vengono tagliate perché
usate come vettore per la trasformazione, specialmente per gli uomini guerrieri
il taglio dei capelli equivale al ridurre la loro forza virile e vitale; in
magia ha il significato ben preciso di recidere la virilità, di reprimere la
reazione di un uomo. Inoltre, c’è un altro elemento che si reitera nelle scene
legate a Circe, ovvero il bisogno del consenso esplicito degli uomini prima di
praticare l’oscura magia: per questo chiede più volte a Ulisse, se vuole
mangiare la zuppa che lei gli ha preparato. Gli esperti di esoterismo
riconosceranno le fasi precise di certe pratiche oscure per cui è necessario il
consenso esplicito del soggetto. L’atto di magia di Circe è cruento, la magia è
cruenta e richiede fatica e sacrificio, anche quando è “bianca”, figuriamoci in
questo contesto in cui va contro l’ordine naturale.
L’elemento però forse è più interessante e anche meno esplicito di tutto il film
è la presenza/assenza di Agamennone. Agamennone è l’avviatore del conflitto, un
uomo che assume il carattere di entità. Un uomo che è stato capace di muovere
sacrifici, di condurre i vivi ai morti, di sacrificare persino la propria figlia
per ottenere il favore degli Dèi per la battaglia. Agamennone non si vede mai in
volto, non parla mai, esiste ed è terrificante ed enorme come un Dio antico. Il
colore della sua armatura è il nero, nero e oro nell’elmo e nelle rifiniture, il
volto è un boato di guerra dopo un silenzio atroce di attesa e delirio. Il boato
dopo l’assedio infinito di Troia. Agamennone compare immenso alle porte di
Troia, il fuoco si riflette sull’armatura lucida. Agamennone è Surtr, l’antico
gigante di fuoco della tradizione nordica. Surtr in norreno antico significa “il
nero, l’oscuro”, Agamennone è un Dio nero. Surtr è il gigante di fuoco oscuro
che presiede i confini del regno di fuoco primordiale, brandisce una spada di
fiamme con cui incendierà il cosmo alla fine dei tempi, al Ragnarock.
Il parallelismo per me è stato evidente, Agamennone è il comandante ed è colui
che ha trascinato molti al regno dei morti, non ha volto ed è nero, solo le
fiamme lo illuminano ma si riflettono sul metallo. Agamennone è Surtr, è nero e
non ha pelle, domina il fuoco incendiario come fosse un prolungamento del suo
desiderio, il fuoco come nodo finale della sua volontà.
L’unico momento in cui Agamennone ha volto è quando il bastone batte per la
terza volta, aprendo il mondo dei morti: da qui si affaccia Agamennone, oltre
l’armatura c’è forse un uomo, un uomo che ha pagato la vita con la vita al suo
ritorno in patria.
Chiudiamo il cerchio magico: Calipso è l’espediente narrativo, la trazione del
ricordo e della nostalgia dentro Ulisse, una leva che lo spinge fuori dai petali
morbidi e rassicuranti del fiore di Loto. Il cuore si fa spazio, passo dopo
passo, con fatica si apre alla verità dolorosa, si fa varco nella
dimenticanza. L’ultimo anello che deve rompersi per permettere a Ulisse di
ritornare è Calipso che deve smettere di dividergli i corpi. E anche qui abbiamo
nozioni di magia: i livelli sono tre, ovvero corpo, cuore e mente ma abbiamo
volontà e determinazione solo se questi sono tutti uniti e coerenti. La magia di
Calipso divide i piani, con la magia lei ha rallentato la volontà di Ulisse, gli
ha impedito l’unione dei corpi sottili. Dividi per comandare. Una antica legge,
sempre valida. La magia incatena un individuo quando questo non è stabile, non è
saldo al suo interno, quando il dolore prende il sopravvento e lacera l’anima.
Tre sono i mondi, tre sono i colpi del bastone, tre sono i corpi da riunire per
tornare a casa.
Clery Celeste
L'articolo La magia dell’Odissea. (Agamennone è Surtr, l’antico gigante di fuoco
della tradizione nordica) proviene da Pangea.
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Le sale di proiezione di tutto il mondo — IMAX, 70mm o quali esse siano —
affogano nelle opinioni strabordanti degli spettatori di The Odyssey, l’ultima
assai discussa fatica di Christopher Nolan in cui il regista inglese scarnifica
il mito per rifondare un’epica dell’Ulisse uomo-contemporaneo. Operazione
riuscita o meno, Nolan costringe il grande pubblico a interrogarsi su quanto
siano saldi i legami dell’Occidente — qualunque cosa significhi — con il poema
omerico, cioè con l’origine di tutto. Mi pare infatti che il nodo culturale che
emerge chiaramente dal dibattito su The Odyssey sia l’urgenza di riformulare un
mito fondativo per l’Occidente.
Un epos che decomprima le istanze etiche (soprattutto europee) che hanno subito
un sistematico aggiogamento da parte delle ondate nichiliste e populiste degli
ultimi decenni. Negli ultimi anni le parole ricorse più frequentemente sulle
nostre bocche hanno sempre avuto come fulcro l’identità – un’identità spesso
ottenuta per negazione più che per costruzione o riappropriazione. Un’identità
violenta che sventolava il crocifisso in opposizione alla mezzaluna, o
l’arcobaleno con le sue più bizzarre sfaccettature per definirsi tramite
l’identità sessuale. Ma il ‘nostro’ mito è un mito di ricerca di conoscenza, di
sapienza negata. Nel capitolo 28 del libro di Giobbe, il profeta ricerca la
sapienza e interroga l’abisso.
Ma la sapienza da dove si trae?
E il luogo dell’intelligenza dov’è?
L’uomo non ne conosce la via,
essa non si trova sulla terra dei viventi.
L’abisso dice: «Non è in me!»
e il mare dice: «Neppure presso di me!».
(…)
Ma da dove viene la sapienza?
E il luogo dell’intelligenza dov’è?
È nascosta agli occhi di ogni vivente
ed è ignota agli uccelli del cielo.
L’abisso e la morte dicono:
«Con gli orecchi ne udimmo la fama».
Dio solo ne conosce la via,
lui solo sa dove si trovi,
perché volge lo sguardo
fino alle estremità della terra,
vede quanto è sotto la volta del cielo.
Quando diede al vento un peso
e ordinò le acque entro una misura,
quando impose una legge alla pioggia
e una via al lampo dei tuoni;
allora la vide e la misurò,
la comprese e la scrutò appieno
e disse all’uomo:
«Ecco, temere Dio, questo è sapienza
e schivare il male, questo è intelligenza».
In L’ultimo viaggio di Ulisse (contenuto nei Nove saggi danteschi) Borges
accosta l’Ulisse di Dante al capitano Ahab di Moby Dick. Entrambi costruiscono
la propria rovina a forza di veglie e di ardimento, entrambi muovono verso un
limite che un dio – o una balena, che è lo stesso – ha fissato all’ambizione
umana, ed entrambi, alla fine, pronunciano parole quasi identiche nel momento in
cui il mare si richiude su di loro. Il tema, scrive Borges, è lo stesso. La
conclusione, identica.
Ulisse, nel ventiseiesimo dell’Inferno, arde in un’unica fiamma bicorne insieme
a Diomede, colpevole non tanto di aver ingannato Troia ma di aver anteposto la
sete di conoscenza a Penelope, al vecchio Laerte, persino alla pietà per il
figlio. «Né dolcezza di figlio, né la pieta/ del vecchio padre, né ‘l debito
amore/ lo qual dovea Penelopè far lieta», dice Ulisse a Virgilio, prima di
narrare come, superate le colonne d’Ercole, abbia spinto i compagni verso il
mare senza uomini, «acciò che l’uom più oltre non si metta». Il viaggio si
chiude con un turbine, tre giri della nave, il quarto che l’affonda: «infin che
’l mar fu sovra noi richiuso». Non un naufragio come tanti, osservava Hugo
Friedrich in una formula che Borges cita con approvazione: non il destino
ordinario di un uomo di mare, ma la parola di Dio.
Ecco il punto che a Borges preme, e che i commentatori – dall’Anonimo Fiorentino
a Casini, passando per chi liquidava il viaggio come sacrilegio – avevano
sistematicamente eluso: quell’aggettivo, «folle», che Ulisse stesso applica alla
propria impresa, torna nel Paradiso a definire il «varco folle» che un dio ha
vietato, e torna – identico, non casuale – nella bocca di Virgilio quando teme
che la discesa di Dante nella selva oscura sia essa stessa cosa folle. Dante,
sostiene Borges, ebbe forse timore di essere – lui poeta teologo che osava
anticipare le sentenze del Giudizio, dannare i papi simoniaci e salvare
l’averroista Sigieri – un secondo Ulisse. Se l’Ulisse infernale è un uomo che si
perde per un atto della volontà travestito da fatalità allora la sua vera
parentela è proprio con il tremendo capitano Ahab. Dal catalogo delle navi
dell’Iliade a quello delle balene in Moby Dick, dai mostri sulla impervia rotta
di Itaca al grande leviatano abissale che perseguita il Pequod: entrambe le
storie, scrive Borges, «sono il processo di un occulto e intricato suicidio».
Che cosa resta di questo Ulisse-Ahab in questo kolossal costato
duecentocinquanta milioni di dollari e girato, per una manciata di copie,
nell’anacronistico e nobile formato IMAX a settanta millimetri (le copie delle
prime due cantiche dantesche circolavano quasi clandestinamente col Sommo in
esilio, mentre Moby Dick fu investito da un fallimento commerciale e critico
devastante)? L’ambizione visiva trabocca in ogni fotogramma e restituisce
un’epica grandiosa seppur ritmicamente discostante: la presa di Troia, lo
stretto fra Scilla e Cariddi, la tempesta che trasforma il mare in una parete
d’acqua sopra le teste degli Achei sono sequenze possenti, il ciclope mostruoso
che non concede il linguaggio. Molti elementi preziosi e talvolta sconvolgenti,
come la tetra νέκυια e l’evocazione di Tiresia e gli altri morti che a tratti
ricorda, per grandezza, il primo Canto di Pound.
Ma il rigore geometrico di Nolan si trova strutturalmente a disagio davanti alla
dimensione numinosa del mito. Gli dèi, nel film, si riducono a proiezioni
psicologiche o a fenomeni atmosferici estremi. Il sacro, che nell’epica omerica
è la trama stessa del reale, diventa arredo, citazione, colore locale su un
impianto che resta ostinatamente razionalista. E l’Ulisse che ne risulta – un
Matt Damon reduce di guerra, corroso dal senso di colpa per il massacro di
Troia, il cui viaggio di ritorno si converte in una lunga e novecentesca
auto-psicanalisi itinerante – è un uomo che soffre, non un uomo che
trasgredisce. L’Ulisse di Dante e l’Ahab di Melville non sono vittime di un
trauma da elaborare, sono l’esito abortito di una Wille zur Macht tragicamente
consapevole. Il loro naufragio esige un giudizio metafisico, non una
medicalizzazione. La tracotanza non è il rischio narcisistico freudiano, bensì
l’eterna e intricata lotta con la Provvidenza. «Ogni verità – scrive Melville –
è un abisso».
Ancora più vicino al nostro secolo, ci sarebbe poi l’Omeros di Derek Walcott,
con l’Achille pescatore di Santa Lucia e il vecchio Filottete dalla ferita che
non guarisce. Walcott non racconta una ύβρις da punire ma un ritorno da abitare:
il mare non è il varco oltre le colonne d’Ercole, bensì l’oceano della memoria,
quello che ha portato gli schiavi attraverso il Middle Passage e che
restituisce, generazione dopo generazione, non conquistatori ma superstiti. Se
Dante e Melville raccontano l’uomo che sceglie il naufragio, Walcott racconta
l’uomo che eredita il mare senza averlo scelto, e proprio per questo la sua
Odissea caraibica è il canto del mare, non una seduta psichiatrica.
Il Novecento traghettato nel XXI secolo ha partorito un dio-mare ridotto a
metafora dell’inconscio, una ύβρις spiegata invece che patita. È la traduzione
in immagine del terrore dell’essere inghiottiti dal mare. Un Ulisse che non
rischia mai davvero la dannazione perché non tenta neppure di accedere a una
sapienza che non sia la sola coscienza-di-sé.
Giulio Solzi Gaboardi
L'articolo L’Odissea è il canto del mare e della trasgressione, non una seduta
psicanalitica proviene da Pangea.
L’edizione del Festival di Cannes del 1969 presentava una novità, la “Quinzaine
des Réalisateurs” (oggi: “Quinzane des Cinéastes”). In sostanza, una sezione
dedicata alle pellicole ‘sperimentali’, provenienti da tutto il mondo. Reduce
dalle contestazioni dell’anno precedente – guidate da Truffaut, Godard, Lelouch
& compagni in regia –, quell’anno la Palma andò a If… di Lindsay Anderson (con
guerresco, giovanissimo Malcolm McDowell), il Premio della giuria premiò Z.
L’orgia del potere di Costa-Gravas; Easy Rider fu eletta “Migliore opera
prima”; Andrej Rublëv fu proiettato fuori concorso. La giuria era presieduta da
Luchino Visconti.
Nella “Quinzaine des Réalisateurs” furono mostrati, tra i tantissimi, un paio di
film di Carmelo Bene (Nostra Signora dei Turchi e Capricci), Partner di Bernardo
Bertolucci – tratto da Il sosia di Dostoevskij –, Così bella, così dolce di
Robert Bresson – tratto da La mite di Dostoevskij – e The Trip (passato da noi
come “Il serpente di fuoco”), film di Roger Corman scritto da Jack Nicholson che
racconta la non-storia di un uomo (Peter Fonda) in preda ad allucinazioni da
LSD.
Uno dei film più curiosi della rassegna veniva dall’Argentina: Invasión, diretto
da Hugo Santiago, narrava – secondo i criteri della Nouvelle Vague – di una
città sotto assedio. Il clima è cupo, l’assedio infinito, l’istinto predatorio
degli assalitori grava sui resistenti, ovunque, e la resistenza finisce per
ledere i tenui legami degli eroi. I protagonisti sono, in sostanza, tre: Don
Porfirio, alla guida dei resistenti, l’inerte Julián Herrera, che comanda chi
combatte, e Irene, la donna che scombina i piani di tutti, un po’ Elena un po’
Atena. La struttura del film – secondo le intenzioni dei creatori – ricalca un
po’ l’Iliade: è Omero nel Sessantotto.
La cosa che incuriosì di Invasión, al di là del tema, era il nome degli
sceneggiatori, annunciato, in tandem, sull’affiche à la Hitchcock: Jorge Luis
Borges e Adolfo Bioy Casares. Borges era già Borges da tempo: quell’anno
pubblicava Elogio dell’ombra; nella poesia omonima lo scrittore accenna alla
vecchiaia e alla cecità (“Vivo tra forme luminose e vaghe”), cita Democrito,
Emerson, Buenos Aires e la neve, accenna al fatto – ci sarà utile più tardi –
che “Posso infine scordare”; il poeta è felice perché “Presto saprò chi sono”.
Con Adolfo Bioy Casares la collaborazione era, ormai, decennale: i Seis
problemas para don Isidro Parodi erano usciti da Emecé nel 1942; due anni prima,
nel ’67, l’editore Losada aveva pubblicato Crónicas de Bustos Domecq. Insieme,
avevano scritto – come sempre, per gioco, con la furia dei costruttori di
labirinti – diverse sceneggiature: qualcuna – come Les autres, del 1974 –
sarebbe stata tradotta in film, altre – Los orilleros, El paraíso de los
creyentes – no, puri, onirici, verbi origami. L’anno dopo, nel 1970 – a dire di
un viso-logo, di un uomo-totem – Borges sarebbe apparso fugacemente – in uno
specchio – in Performance (in Italia: “Sadismo”), pellicola punk di Donal
Cammell e Nicolas Roeg con Mick Jagger protagonista.
Borges, è noto, amava andare al cinema, ha scritto spesso di film; nelle
recensioni cinematografiche era corrosivo: nel 1931, sulla rivista “Sur”
dell’amica Victoria Ocampo, stronca Luci della città; di Chaplin malsopportava
“le trovate primordiali”, i “baffi fasulli”, la “velocità spettrale nell’agire”
– gli preferiva Buster Keaton. Nel 1974 “Sur” dedicherà, su ispirazione di
Borges, un numero speciale al Cine, con articoli di Roger Callois e Eisenstein,
André Malraux e Benjamin Fondane.
Quanto a Invasión, Borges ci tenne a dire che il personaggio principale era
calcato sulla figura di Macedonio Fernández, l’antico amico, il maestro, morto
quindici anni prima. Per il film – per dire quanto ci tenesse – Borges
scrisse Milonga de Manuel Flores (pubblicata in Para las seis cuerdas nel 1965),
interpretata da Aníbal Troilo. Alcuni brani – recitati nella pellicola; qui
nella versione di Domenico Porzio e di Hado Lyria – danno il senso
dell’atmosfera del film:
“Manuel Flores va a morire.
Questa è moneta corrente;
Morire è un’abitudine
Che sa avere la gente.
E tuttavia mi spiace
Dire addio alla vita
Questa cosa che è di sempre
Tanto dolce e conosciuta.
Guardo all’alba le mie mani,
Guardo nelle mani le vene;
Con sorpresa me le guardo
Come se fossero d’altri”.
La sinossi del film – a firma di Borges e da Bioy Casares – recita così:
> “Invasión è la storia di una città – immaginaria eppure reale – assediata da
> potenti nemici e difesa da un manipolo di uomini, non propriamente eroi.
> Combattono fino alla fine, senza sospettare che la loro battaglia è
> infinita”.
La città “immaginaria o reale” è indubbiamente Buenos Aires, ma nel film si
chiama Aquileia. Ne I teologi – tra i racconti più arditi de L’Aleph – Borges
parla di “Aureliano, coadiutore di Aquileia”, micidiale segugio di eresie: una
di queste, professata dai “monotoni (chiamati anche anulari)”, dichiara “che la
storia è un circolo e che nulla esiste che non sia già stato e non sarà
nuovamente”. In questo senso, si capisce perché la battaglia degli anti-eroi
di Invasión sia infima e infinita.
L’amore per i labirinti – cioè: per le mappe –, per gli specchi e per le lotte
all’ultimo sangue (Borges discende da una genia di militari, più o meno
fortunati) è temprata da quello per i libri – anch’essi dei labirinti –, per la
donna come specchio contrario dell’uomo, per i poemi omerici. Invasión, si
diceva, è una sorta di Iliade contemporanea. Il primo racconto
de L’Aleph, L’immortale, è un infinito, circolare elogio di Omero:
> “Io sono stato Omero; tra breve sarò Nessuno, come Ulisse; tra breve sarò
> tutti: sarò morto”.
In L’immortale Borges accenna alla traduzione “in sei volumi in quarto minore
(1715-1720) dell’Iliade di Pope” – è il libro che dà avvio alla vicenda –;
in Las versiones homéricas, articolo del 1932 raccolto in Discusión, scrive di
non disdegnare l’Odissea tradotta da Samuel Butler, gli pareva un “ironico
romanzo borghese”; in Talismani, poesia raccolta in La rosa profonda (1975)
ammette di adorare, insieme alla “prima edizione dell’Edda di Snorri” e
all’opera di Schopenhauer, “I due tomi dell’Odissea di Chapman”.
Nel 1967, ad Harvard, lo scrittore americano Richard Burgin investigò Borges
proprio intorno a Invasión. Il poeta cieco – omerico – disse di essere “un
grande appassionato di cinema”, disse che in quel film, ascrivibile al genere
“fantastico”,
> “gli invasori sono spietati, efficienti, numerosi. La città viene difesa da un
> vecchio e dai suoi amici. I suoi amici, tuttavia, sono scettici, vagamente
> codardi, vincolati dalle loro microscopiche esistenze. Ad esempio: un uomo
> ingaggiato per salvare il paese non può farlo, dice, perché deve andare a una
> festa con la moglie…”.
Borges si diceva certo che “verrà fuori un bel film”; non lo convinceva troppo
il regista, “spero che non lo rovini… mi preoccupa il fatto che Santiago dica di
aver trovato l’attrice più meraviglioso del mondo: si è messo in testa di
sposarla”.
Infine, il film infiammò Bioy Casares: “Credo che Hugo Santiago abbia girato un
film straordinario. Invasión è una versione moderna dell’Iliade: non esalta
l’astuzia e la forza del conquistatore ma il coraggio di una manciata di
impavidi che difendono la loro Troia… Omero mi perdonerà, ma il mio cuore è
sempre dalla parte di chi resiste”. Al contrario, Borges, che non amava la
Nouvelle Vague, trovò il film “piuttosto confuso… lo vidi, mi parve pessimo”.
Santiago lo irretì, “il mio lavoro è stato così trasformato che non l’ho
riconosciuto quando ho visto il film… per questo preferisco non mettere il mio
nome, non voglio essere responsabile di nulla… eppure, si ostinano a usarmi, a
citarmi, dunque mi tocca la parte dell’offeso…”.
Benché nelle intenzioni Invasión non contenesse alcun messaggio politico – “Non
c’è alcun significato politico nel film: non pensavamo, pensando agli invasori,
né ai comunisti né ai fascisti”, così Borges a Burgin – il film fu letto come
una reazione al reazionario governo militare della “Revolución Argentina”; il
regime militare di Videla & Co., in seguito, farà sparire la pellicola, di
fatto, al di là dell’uscita a Cannes, passata inosservata. Fu riesumata,
fortunosamente, nel 2004, e restaurata: Invasión è considerato, oggi, tra i film
più importanti del cinema argentino. All’epoca, il film (“una verdad”), fu
vietato ai minori.
Resta da dire dell’ossessione omerica di Borges, sommo mitografo argentino. A
Borges piaceva l’idea che Omero, il genio della poesia occidentale, fosse
ammantato dall’enigma: che fosse uno e sdoppiato. “Non sappiamo se Omero sia
esistito. Il fatto che sette città si disputassero il suo nome è sufficiente a
farci dubitare della sua storicità. Forse non ci fu un Omero, ma molti greci che
nascondiamo sotto il nome di Omero”, ha detto Borges in una conferenza su La
cecità (riprodotta in Sette sere, Adelphi, 2024). Ogni legame, su questa
zattera, tra Borges e Christopher Nolan lo lasciamo ai lettori; sul tema ha
scritto un libro, pubblicato da Quodlibet nel 2025, Vittoria Martinetto,
s’intitola Un incontro fantastico. Borges e Nolan.
Proprio all’Odissea, in particolare al “Libro vigésimo tercero” del poema,
Borges dedica una delle sue poesie più tenui, raccolta in El otro, el
mismo (1964):
“Ormai la spada di ferro ha eseguito
l’esigente lavoro della vendetta;
ormai gli aspri dardi e la lancia
hanno elargito il sangue dei perversi.
A dispetto di un dio e dei suoi mari
Ulisse è tornato al regno e alla regina,
a dispetto di un dio e dei grigi
venti e della furia di Ares.
Nell’amore del letto condiviso
dorme l’illustre regina sul petto
del suo re; ma dov’è ora l’altro
l’uomo che nelle notti e nei giorni
d’esilio errava nel mondo come un cane
dicendo che il suo nome era Nessuno?”
Borges è affascinato dall’ambivalenza di Ulisse, dal suo essere cane e re, tutto
e nulla. Borges ama l’eroe che si sfracella in Nessuno – il suo Ulisse è simile
all’Alessandro Magno che fugge il regno per arruolarsi, dimentico di sé, in un
esercito mongolo, ai confini delle magioni orientali. Nolan, beh, Nolan no.
*In copertina: Jorge Luis Borges; photo Sara Facio, 1968
L'articolo “Errava nel mondo come un cane”. Borges, Nolan e l’ossessione omerica
proviene da Pangea.
Emily Wilson, The first woman to translate the “Odyssey” into English (copy “NY
Times”; il che dovrebbe farci giubilare: Rosa Calzecchi Onesti ha tradotto
l’Odissea 54 anni prima della Wilson; aveva pubblicato la sua Iliade nel 1950,
un millennio fa) ha stroncato l’Odissea di Christopher Nolan. Lo ha fatto
attraverso un’articolessa uscita il 13 agosto scorso sulla “London Review of
Books” (Vol. 48 No. 14, leggete qui): colta, brillante, corretta, ambigua. Il
titolo – An Uncomplicated Man – ribalta l’incipit dell’Odissea secondo Wilson
– Tell me about a complicated man – e dice più o meno tutto intorno alla
superficialità del film. Ecco il primo paragrafo del pezzo, esaustivo:
> “L’action movie di Christopher Nolan tratto dall’antico poema omerico e
> costato 250 milioni di dollari è un modo divertente per scampare alle alte
> temperature, almeno per qualche ora… I miei figli, adolescenti, si sono
> divertiti. A differenza di altri film di Nolan, la sua Odissea non ci annoia,
> grazie al materiale di partenza, impossibile da corrompere del tutto. Il film
> è uno spettacolo audiovisivo per famiglie, non diverso dagli elaborati show
> pirotecnici del Quattro Luglio – il livello di profondità narrativa ed emotiva
> è analogo”.
Secondo Wilson, “l’Odissea di Nolan è priva di molti elementi che rendono grande
il poema. Non ha nulla di convincente da dire sul tempo, la memoria, la storia,
la guerra, né sul rapporto tra il glorioso ritorno di un guerriero e la vita
della famiglia, dei nemici, dei compagni, degli amici. Manca di profondità
psicologica, emotiva, politica, etica. La struttura è artificiosa. La scrittura
pessima. Nessun personaggio è mosso da una motivazione che giustifichi le
proprie azioni e parole. Non ci sono scene di sesso – il cibo pare orribile”.
Come non essere d’accordo con la celebrata grecista? Secondo Wilson,
“visivamente l’Odissea di Nolan ricorda altri kolossal, non da ultimo la
trilogia del Signore degli Anelli di Peter Jackson”: magari, ci verrebbe da
dire. La studiosa, quanto a omerica cinematografia, predilige “l’elegante
sobrietà” di The Return, il film girato da Uberto Pasolini due anni fa, con Raph
Fiennes nelle vesti di Odisseo e Juliette Binoche in quelle di Penelope.
Secondo Wilson, “il problema etico più sconvolgente dell’Odissea di Nolan è la
decisione di aver girato parte del film nei territori occupati del Sahara
Occidentale, normalizzando così la continua violenza perpetrata ai danni della
popolazione indigena Sahrawi. È un particolare irritante il fatto che Nolan
abbia usato questi luoghi come sfondo di grande impatto visivo per un film che
pone al centro, esalta e riabilita l’eroe di una guerra territoriale in virtù
del tardivo e parziale riconoscimento della propria colpa”. Senza entrare nel
contesto, difficile da discernere in un paragrafo, è grave che un’accademica,
una grecista scombini i piani, temporali (i drammi di oggi in riferimento a
quelli di tremila anni fa), storici (Odisseo non è Giulio Cesare né Napoleone né
Putin) e della realtà (un conto è la cronaca, un conto l’epica). Amen. Infine,
Wilson esprime un moto di giubilo (“Nonostante tutto, l’uscita
dell’Odissea rimane un evento da celebrare”) che vale la pena registrare. Grazie
al vituperato film di Nolan – brutto in sé – “le traduzioni dell’Odissea,
compresa la mia, vanno a ruba”. Olé.
Nessuno osa parlare, nel bailamme di opinioni, indagini di mercato, mercanzia
d’intelletto che ci affliggono ogni dì, della traduzione dell’Odissea di Thomas
Edward Lawrence, forse perché ‘Lawrence d’Arabia’ è diventato, col tempo,
politicamente scorretto, inattuale, inattingibile ai più, troppo omerico per
questa epoca, sanguinaria ed esangue allo stesso tempo. Qualche anno fa – era il
2011, sul “Guardian” – Adam Thorpe, poeta, scrittore e traduttore (ha volto in
inglese Madame Bovary) al di sopra di ogni sospetto, ha inserito l’Odissea di
Lawrence in una strettissima lista di top English translations, tra
il Beowulf secondo Seamus Heaney e le traduzioni di Ezra Pound, con una arguta
giustificazione:
> “Lawrence riteneva di essere particolarmente qualificato a tradurre l’epopea
> omerica perché ‘ho cacciato cinghiali e contemplato leoni selvaggi… ho
> costruito barche e ucciso uomini’. Aveva ragione, bisogna ammetterlo. Questa
> lirica trasposizione in prosa ha la levigata e rude lucentezza di una barca
> alla deriva nell’oceano”.
Anche in Italia pare che le traduzioni dell’Odissea vadano a ruba: i dati
registrano un aumento del +46% (maggio 2026). Speriamo che gli italiani
acquistino le versioni della Calzecchi Onesti (Einaudi), di Maria Grazia Ciani
(Marsilio), di Giovanna Bemporad (Le Lettere), donne di genio che non hanno
vissuto i fasti della fama, diversamente da Wilson.
Ecco il punto, ci pare. L’Odissea di Nolan ha fatto del poema omerico una
faccenda meramente anglofona, regionale. Ecco: di questa colonizzazione
anglofona dell’immaginario occidentale, di questa ‘occupazione’ nessuno dice. Il
poema dell’Occidente – dove nostos sta, anche, per il tramonto di un mondo – è
diventato affare privato, di provincia, trattato secondo gli spicci
modi english; eppure, la Grecia antica è ben più vasta degli Usa odierni, dove
sia Nolan che Wilson felicemente operano.
Così, per mettere qualche materiale in più tra le zanne del ‘dibattito’ (utile a
foraggiare l’infinito sistema digerente del botteghino, l’immane cloaca del
‘consumo’), vale la pena segnalare – e, perché no, tradurre – l’Odissea nella
versione lirica di Philippe Jaccottet, il grande poeta svizzero di lingua
francese, tra i più influenti degli ultimi decenni. Autore di libri importanti –
per Einaudi, Crocetti, Marcos y Marcos –, che andrebbero ‘sistemati’ in modo più
accurato, Jaccottet è stato traduttore capace, compulsivo, eletto
dall’ossessione per il linguaggio (tra gli altri, ha voltato in francese Thomas
Mann e Hölderlin, Carlo Cassola, Rilke e Mandel’štam; un repertorio si trova
in: D’une lyre à cinq cordes, Gallimard, 1997). La sua Odyssée uscì nel 1955;
costantemente riproposta – per bellezza e arcaica eleganza, dicono gli esperti
– è ora in catalogo La Découverte. Il respiro della versione di Jaccottet è, per
così dire, liberatorio.
Qui, di quella traduzione, si propongono alcuni lacerti dal libro XI, centrale
non soltanto nella geografia strutturale del poema. L’evocazione dei morti è
necessaria per ‘convertire’ il viaggio, per ancorarlo a un senso ulteriore,
perché senza risanare il legame coi morti è impensabile ritornare a vivere. Il
rapporto con le ombre è vitale: più vive dei viventi, esse si nutrono del sangue
del sacrificio; è la loro tenebra a costringere i sopravvissuti ad agire, per
‘compierle’, secondo i modi della vendetta, del compianto, del rimpianto. Così,
una vita, a volte, si vive in virtù di chi non è più; l’assenza diventa voce che
tuona; la prece un principio; il caro estinto un idolo. In ogni caso, necessaria
è armonia per non rimanere inchiodati alle vite che furono. Ma già si parla di
noi – come sempre quando si leggono i ‘classici’ –, cioè di un tempo in cui ci
si disfa dei morti, che annienta il cadavere e il morente a equidistanza
psichiatrica, di medicinale che frena gli umori, implacabili. Che pena, a questa
vertigine, a questo ardire nell’origine, la polemica, il film, la giostra degli
intellettuali pavoni.
*
L’Odyssée. Traduzione di Philippe Jaccottet
XI
Là giacciono le città e le terre dei Cimmeri
coperte da rugiada di nebbia; su di esse, mai
il sole che splende spande i suoi raggi
né quando gravita tra le alture del cielo stellato
né quando allo zenit staziona sulla terra;
funesta notte si estende su quegli sfortunati.
Giunti là, le barche aggiogate a riva
le bestie sparse, dopo vagabondare
su Oceano fino al luogo indicato da Circe.
Là, Perimede con Euriloco esumano
le vittime; tiro fuori la spada
faccio un buco di un cubito
verso libagione ai morti
prima miele a mollo nel latte poi dolce vino
acqua in terzo luogo, e sopra biancheggiare
di farina. A lungo gli inermi teschi dei morti
prego, promettendo, al ritorno, giovenca
la più bella delle mie, con rogo carco
d’offerte e per Tiresia, lui solo, riservo l’ariete:
nero, senza macchia, il migliore del gregge.
Dopo avere implorato la specie dei morti con voti
e inni, presi le due bestie, trancio la gola
sopra il buco; nero sangue cola; e dal fondo d’Erebo
si riversano le anime dei trapassati; giovani
donne, giovani uomini, vecchi che vita ha raspato,
ragazze che portano in cuore la prima doglia
guerrieri a truppe, arati da lancia di bronzo
vittime di Ares, ancora ostentano armi lorde di sangue.
Folla intorno alla fossa, galoppano, ovunque
strane urla, le loro – verde terrore mi ghigna in faccia.
Allora, con voce che pugnala, ordino ai compagni
di scuoiare e bruciare le bestie, di squarciarle
con daga crudele mentre imploro gli dèi
Persefone la feroce e Ade enorme.
Poi, volgendo la spada alla gamba
restai, impedendo alle teste inermi dei morti
di tuffarsi nel sangue prima della parola di Tiresia. […]
E vidi Eracle onnipossente
o meglio, il suo spettro: egli vive tra gli dèi
signore di Ebe bellissima, vive nella gioia.
Intorno a lui i morti gridavano come uccelli
fuggendo in ogni direzione; come tenebrosa notte
tendeva l’arco nudo, la freccia incoccata,
con occhi feroci come se avesse il mondo intero
sotto tiro! Sul petto portava la terribile banda
e un cinturone d’oro ricamato con mirabile opera:
orsi, cinghiali, leoni dagli occhi chiari
lotte, combattimenti, omicidi, massacri.
Chi ha infuso tutta la sua arte in quel cinturone
non potrebbe immaginarne l’esito.
Quando mi vide, l’eroe mi riconobbe
e mi disse parole alate, infuocate di pianto:
“Figlio di Laerte, figlio di Zeus, industrioso Odisseo
povero amico mio! Conduci una vita così misera
come quella che ho subito anch’io sotto il sole feroce?
Pur figlio di Zeus, sfortuna mi s’infilò
senza fine: il più inerme dei mortali
fu mio padrone, imponendomi le più crudeli prove.
Venni qui a schiavardare il Cane: pensò
che compito più arduo non esistesse.
Trionfai, portando la bestia via da Ade:
Ermes e Atene che brilla mi aiutarono”.
Parlò, rientrando nella stamberga di Ade.
Fui immobile a lungo, pietrificato, in attesa
che altri eroi apparissero al mio sguardo.
Forse, se avessi avuto tempo… volevo
stanare Teseo, Piritoo, gloriosi figli degli dèi…
Ma la stirpe dei morti cominciò ad assediarmi
con gracidii ingrati – verde terrore mi assalì:
Persefone superba mi avrebbe gettato in faccia
dalle fauci di Ade il cranio di Gorgone, orrendo mostro.
Allora tornai alla nave, dissi ai miei di imbarcarsi
di sciogliere le cime, di armare i remi:
la corrente ci trasportò lungo il vasto Oceano
prima grazie al nostro remare – poi giunse, leggero, il vento…
L'articolo La bellezza di una barca alla deriva. Nolan, Emily Wilson e l’Odissea
degli anglofoni proviene da Pangea.
Tell me about a complicated man. Attacca così The Odyssey secondo Emily Wilson,
quella scelta da Christopher Nolan per elaborare il suo film. Naturalmente, al
successo del film è seguito – cito una nota Ansa – un “boom di vendite della
traduzione inglese del poema di Omero”. La notizia, all’orecchio di noi europei,
scaltri quanto Odisseo, fa sorridere: alcuni libri non si acquistano, sono parte
del patrimonio familiare, del proprio ‘abito’ mentale.
Emily Wilson – classe 1971, prof di “Classical Studies” alla University of
Pennsylvania – è la prima donna, nel mondo anglofono, ad aver
tradotto Odissea e Iliade. La versione dell’Odissea, in particolare – stampata
da W.W. Norton nel 2017 – le ha permesso una certa fama. Realizzata in
pentametri giambici – il verso canonico della poesia inglese –, assai elogiata
(anche per l’introduzione, divulgativa – adatta all’americano medio, mediamente
ignorante in ‘classici’ – e ‘corretta’ – ad esempio, nei paragrafi dedicati alla
violenza di Ulisse e alla figura delle donne nel mondo greco), è stata premiata
con il MacArthur Fellows (che, ridotto all’osso, significa: 800mila dollari). In
Italia, quanto a parità tra intelligenze, siamo messi meglio: per un pezzo i
nostri studi sono stati dominati dalle traduzioni dell’Odissea (1963) e
dell’Iliade (1950) curate da Rosa Calzecchi Onesti – stampa Einaudi su progetto
sigillato dal genio di Cesare Pavese. Tra le traduzioni, per così dire,
contemporanee, spiccano, per arcaico, arcano splendore, quelle di Maria Grazia
Ciani (la sua Iliade uscì nel 1990, Odissea nel ’94; entrambe sono edite da
Marsilio).
Sono molte le versioni dell’Odissea in inglese. Alexander Pope pubblica The
Odyssey of Homer in due volumi, nel 1725 e nel 1726; attacca così: The man for
wisdom’s various arts renown’d. William Cowper, poeta afflitto da cangianti
depressioni, stigmatizzato dalla follia, amato da Coleridge e da Blake, pubblicò
la propria Odissea nel 1791 (Muse make the man thy theme, for shrewdness
famed/ And genius versatile, who far and wide/ A Wand’rer, after Ilium
overthrown). Entrambe sono in versi ‘classici’: Emily Wilson cita Pope – “la sua
traduzione dell’Iliade e dell’Odissea ha dominato e trasformato
l’interpretazione degli omerici per diverse generazioni a venire” – ma ignora
Cowper, gli preferisce Samuel Butler, scrittore, in Italia, di adelphiana fama –
in catalogo spiccano i libri più noti, Erewhon e Ritorno in Erewhon. Nel 1900
Butler diede alle stampe una The Odyssey in prosa per testimoniare la propria
tesi rivoluzionaria: “1. L’Odissea è stata scritta interamente in un luogo che
oggi è chiamato Trapani… 2. Il poema è stato interamente scritto da una giovane
ragazza che viveva nel luogo ora chiamato Trapani e che nell’opera si presenta
come Nausicaa”. La versione di Butler – non bellissima – continua a dare
scandalo: è stata da poco ripubblicata (la prima edizione è del 2022) per
Blackie Edizioni nella bella collana dei ‘Classici liberati’.
Più ‘liberatoria’ – parere mio, cioè, da un pulpito eminentemente epico – mi è
sempre parsa la traduzione dell’Odissea a cura di T.E. Lawrence, noto al mondo
come “Lawrence d’Arabia”. Incredibilmente ignorata in Italia, ne abbiamo dato
alle stampe una prima versione antologica, inaugurando l’avventura editoriale di
Magog, e un’altra, accresciuta, tutt’ora in commercio. Il libro fu pubblicato in
origine nel 1932, “by Sir Emery Walker, Wilfred Merton and Bruce Rogers”, in 530
copie d’eccelso genio tipografico (se ne trovano in giro rari reperti a
diecimila dollari). Fu poi prodotta una versione ‘economica’ che si è rivelata
il massimo successo editoriale di T.E. in vita. Il colonnello, schermandosi,
continuò a dire agli amici che Omero gli aveva permesso di comprarsi vasca da
bagno, stufa e libreria per ingentilire il rude cottage che aveva acquistato nel
Dorset, ‘Clouds Hill’.
Lawrence – archeologo di talento, avventuriero per indole, esistenzialista e
masochista nell’animo – aveva compiuto studi classici a Oxford: lavorò alla
traduzione dell’Odissea per circa cinque anni. Il poema omerico lo accompagnò
nei momenti e nei luoghi abissali della sua esistenza: la missione segreta in
Pakistan e in Afghanistan, dal 1926; gli anni tra Plymouth Sound e Bridlington,
dove aveva l’incarico, per la RAF, di collaudare motoscafi superveloci. Sono gli
anni – enigmatici dunque affascinanti – in cui, letteralmente, T. E. tenta di
uccidere ‘Lawrence d’Arabia’, vuole esaudire il proprio mito – da cui si sente
contraffatto – soffocandolo. Celato da diversi pseudonimi – con uno di questi,
“T.E. Shaw” firmò la versione dell’Odissea –, diversamente perseguitato dalla
celebrità e dai curiosi, T. E., eroe fuori tempo, uomo complesso fino allo
sfinimento, è una specie di crisalide, una corazza zuccherina che ha cercato,
per tutta la vita, l’estasi di distruggersi.
T. E. Lawrence, in effetti, per indole, per magnetismo nell’inganno, è il vero
Ulisse del Novecento. Sapeva camuffarsi, voleva essere ‘Nessuno’. A differenza
dell’eroe greco – l’eponimo poema doveva pavimentare una ‘società’ –, T. E.,
l’individuo assoluto cioè l’assoluto isolato, non aveva alcuna Penelope a cui
tornare, non aveva un’Itaca. Il suo regno era un’irraggiungibile quiete – il suo
amore la costante sfida alla morte. Non gli riuscì di essere se stesso:
troppe persone lo agitavano, una legione.
T.E. Lawrence (1888-1935)
Le lettere – la nostra versione di riferimento è quella approntata da Malcolm
Brown: The Letters of T.E. Lawrence, Dent, 1988 –, qui tradotte in antologia
tematica, testimoniano quanto T. E. tenesse alla sua Odissea– testimoniano, a
gradi d’insostenibile intensità, i tratti di un esistere a precipizio. A Ralph
Isham – newyorchese, collezionista di manoscritti rari, servì come colonnello
durante la Prima guerra nei ranghi del British Army – T. E. fa sapere di essere
riuscito a fargli tenere da parte una copia della “Limited Odyssey”; poi gli
chiede soldi. Era il 10 maggio del 1935; Lawrence sarebbe morto nove giorni
dopo.
Non è da stupirsi se ai rari amici – al di là della moglie di George Bernard
Shaw, Charlotte, e di qualche alto commilitone, spiccano pochi letterati: Robert
Graves, E. M. Forster e Henry Williamson – Lawrence scriva secondo le categorie
dell’umiltà, del disprezzo e del distacco. Era fatto così. Continuava a dire di
non essere un letterato, di non saper scrivere – scrivendo una delle più
sontuose prose della letteratura inglese del Novecento –, di essere un militare
incapace, un avventuriero a casaccio. Un po’ giocava al Narciso, un po’ sapeva
di non essere ‘compiuto’ – né del tutto militare né del tutto scrittore né del
tutto agente segreto –, un po’ era avverso ai cortocircuiti del mondo, odiava
essere circoscritto – per non dire: accerchiato – da una didascalia. Preferiva
il dilettante all’esperto – flirtava con l’ispirazione. Fuggì al rischio di
essere qualcosa per poter essere tutto – e sfracellarsi nel mito.
In una memorabile lettera a Robert Graves, inviata nel febbraio del ’35 – e
tradotta in calce – Lawrence è travolto da un’abbacinante preveggenza. “Ho la
profonda sensazione che la mia vita, nel vero senso della parola Vita, sia
finita”. Doveva compiere 47 anni, la RAF lo aveva congedato, amava le
motociclette: morì, come fanno gli dèi, di schianto, in velocità. Come avrebbe
potuto morire Ulisse – così muoiono gli immortali, per conferire fibbie d’oro
all’umano nerbo.
**
A Arnold Walter Lawrence
[Il più giovane dei fratelli di Lawrence, professore di archeologia a Cambridge
(1944-51) e all’University College of Ghana di Accra (1951-57). Autore di alcuni
libri sull’arte greca, ha curato l’opera di Erodoto, è stato l’esecutore
letterario di T.E.]
2 maggio 1928
Caro A.,
presto mollerò Karachi per un incarico con qualche squadriglia nell’entroterra.
Non me ne pentirò – ti farò sapere il mio nuovo indirizzo. Stanno prendendo in
considerazione l’idea dell’Odissea. Spero vada in porto. Ti ho detto che sarai
mio erede? I diritti d’autore non includono più Rivolta nel deserto, ma tu sarai
il comandante in capo dei Sette pilastri. Non sono ancora morto, ma occorre
comunque prendere decisioni.
*
A Mrs Charlotte Shaw
[Irlandese, attivista politica, membro della Fabian Society, moglie di George
Bernard Shaw, intima amica di T.E.]
11 giugno 1928, Miranshah
[…] I vostri libri, qui, sono come acqua nel deserto. I miei soldati sono pochi,
hanno poco da divertirsi. Il tennis, credo. Uno degli ufficiali ha un piccolo
grammofono, me lo ha prestato un paio di volte. Ho ascoltato la Sinfonia No.
1 di Edward Elgar: uno spettro rispetto a quella ascoltata a Karachi, con un
grammofono d’altra tenuta.
Comunque: questa è Miranshah, l’Odissea divora tutto il mio tempo libero.
*
A E. M. Forster
[Il grande scrittore inglese di Camera con vista, Casa Howard e Passaggio in
India, grande amico di T.E.]
1 aprile 1929, RAF, Cattewater Plymouth
Caro E.M.F.,
eccoci! Un piccolo accampamento, quieto & pacifico. Una posizione davvero
incantevole su Plymouth Sound. Dorsale di rocce e prati che pare una lucertola
fossile. La nostra capanna è poco sopra il livello del mare: a trenta metri
dalla baia, a settanta circa dal porto, a nord. D’estate sarà un paradiso. Nella
stazione siamo in centocinquanta. Non mi sono ancora ambientato del tutto,
dunque non ho ripreso l’Odissea, a parte i giorni di vacanze pasquali: mi ci
sono dedicato con impegno, ho completato la bozza del nono libro. Non ho altro
da dirti. Sono come una pianta che mette radici dopo essere stata sradicata e
trapiantata altrove.
*
A Mrs Charlotte Shaw
27 aprile 1929
[…] La vita, in fondo, è bella. Il problema è che “John Bull”, la rivista, il 13
aprile scorso ha annunciato al mondo che “Lawrence d’Arabia” ha firmato un
contratto di servizio di cinque anni con la RAF, ma “non pare molto impegnato
nei doveri militari, spende il proprio tempo tra la riparazione della sua moto
sportiva e la traduzione in inglese dell’Odissea, di cui è prevista una prossima
pubblicazione negli Stati Uniti”. Da quando è apparso l’articolo, naturalmente,
non sono riuscito più a mettere mano all’Odissea. Devo capire cosa fare. La cosa
più sensata: rinunciare. La seconda opzione: firmare la traduzione ‘T.E. Shaw’.
Entrambe sono mosse complesse. Chiederò a Bruce Rogers, l’editore.
*
A Mrs Charlotte Shaw
10 luglio 1929, Plymouth
[…] Lady Astor [Nancy Witcher Astor, Viscontessa Astor, statunitense
naturalizzata inglese, è stata membro della Camera dei Comuni per i Tory, la
prima donna a prendere effettivamente parte ai lavori parlamentari del
Regno, ndt] è stata gentile, quieta a tratti, l’ho incontrata una settimana fa.
Credo sarà ancora più gentile quando le sue gambe si stancheranno di correre. Mi
ha lasciato senza fiato. Le ho detto che mi pareva un cocktail di donne, una
donna-tifone. La cosa l’ha scioccata. Le ho risposto che tu, al contrario, sei
accogliente. O meglio: sei simile al Dio semitico, di cui è facile dire
cosa non è, impossibile dire chi è. Non so descriverti a parole.
Se mi daranno un assistente, vorrei scrivere qualcosa che sia pari all’Odissea.
Oggi sono esausto. Tenterò l’impresa.
*
A Mrs Charlotte Shaw
19 gennaio 1930, domenica, Mount Batten
Ho passato mattina e pomeriggio ‘omerizzando’; non posso indugiare oltre. Solo,
ho molte cose da dirti. Intanto: grazie per aver letto l’XI libro. Temo sia
arduo. L’ho riletto tre o quattro volte, ho apportato un centinaio di piccole
modifiche. Il che è un bene. Ho modificato i punti che mi hai segnalato. Lavoro
duro.
Provo più o meno ciò che mi hai scritto: senso di fatica, opera infinitamente
aspra. Non ho mai scritto una riga ‘facile’ in vita mia. Prima di essere
pubblicate, le mie cose passano per una ventina di revisioni. Dici che ti scrivo
belle frasi, forbite, formidabili? Beh, in una lettera la bella frase può
rendere il tutto perfetto, nell’Odissea basta una brutta frase a far crollare
tutto.
*
A Henry Williamson
[Tenente durante la Prima guerra, di cui riconobbe l’inutilità, scrittore
prolifico, pubblica nel 1927 Tarka la lontra, il capolavoro, uno dei libri
assoluti, per grazia e ferocia, di Ted Hughes. Con il titolo complessivo “A
Chronicle of Ancient Sunlight” ha pubblicato, in quindici volumi, nell’arco di
vent’anni, un’autobiografia fittizia. Non negò le sue simpatie naziste]
3 maggio 1930
Da settimane avevo in mente di scriverti – mi è parso necessario inviarti
qualcosa della mia Odissea. Non vedo l’ora di leggere The Village Book: sai che
amo la tua prosa, nitida, esatta, bella.
Quanto all’Odissea, non criticarla: nessuno può aiutarmi. Le traduzioni non sono
libri: in esse nessuna parola è inevitabile, tutto è approssimazione,
l’intuizione di ciò che l’autore avrebbe potuto dire – e visto che io non sono
Omero, ogni volta che mi lascio coinvolgere dalla storia commetto errori.
Insomma, è un romanzo d’appendice.
Non credo che l’opera ti interessi. L’Omero che ha scritto l’Odissea era un
antiquario, un topo di biblioteca, un gatto bene addestrato: non un grande
poeta, ma un romanziere, e dei più conturbanti. Una specie di Thornton Wilder
del suo tempo? La mia versione – come ogni altra – è inevitabilmente un abuso.
Riuscirò mai a farti visita? Questo greco si nutre di tutte le mie ore libere.
Tuttavia, ho comprato un cottage nel Dorset con i profitti che mi attendo, per
rintanarmi lì quando la RAF non mi vorrà più.
*
A Mrs Charlotte Shaw
5 dicembre 1930, Plymouth
Ora lavoro più che altro al ventesimo libro, ho dato una scorsa al XVIII e al
XIX, migliorando i dettagli, prima della revisione finale. Lavoro e rilavoro e
raffino ogni passaggio, le correzioni compongono un lavoro diverso. Ce la farò.
Il 1930, mi dici, è stato un anno terribile per te. E per me? No. Ho domato il
greco, è stato un anno sereno, senza pubblicità. Il primo anno da dieci anni in
cui mi hanno lasciato in pace. Credo sia un ottimo risultato. Ancora un anno o
due e la mia esistenza sarà data per scontata, per vinta. Merito mio: come
l’Odissea: come la costruzione del motoscafo. Ho letto diversi libri che mi
hanno deliziato. In musica, no: non ho ascoltato niente di importante. Una
sonata per violoncello di Delius, una sinfonia di Elgar, il Doppio Concerto di
Brahms: le mie gioie negli ultimi tre anni. Non posso continuare a sperare nella
meraviglia.
Sono un uomo sensibilmente più vecchio: acciacchi, dolori, minor propensione
all’avventura. Questo è il peggior segno. Soltanto un uomo forte può vivere
senza pensieri – è ciò che mi accingo a fare. Non invecchio – sono semplicemente
meno giovane.
*
A Robert Graves
[Il grande poeta inglese, autore, tra l’altro, di Io, Claudio e de La Dea
Bianca, era un autentico fan di T.E., a cui aveva dedicato una
biografia-monstre, Lawrence and the Arabs (1927). Erano uniti da studi analoghi,
compiuti a Oxford]
21 aprile 1931
Cerco di scriverti da mesi, senza riuscirci. Mi è capitato addosso ogni sorta di
lavoro: il Ministero dell’aereonautica ha improvvisamente deciso di sperimentare
nuove imbarcazioni per la RAF, scaricando su di me – per una specie di
contrappasso poetico – l’onere di condurre le prove. Immaginami dunque in tuta a
recitare la parte del meccanico e del collaudatore, mentre sprono barche
velocissime su e giù per le acque di Southampton tra piogge, venti, rumori
assordanti.
Immagino il tuo sole, qui è inverno – sono congelato, fradicio, felice. È un
lavoro che vale la pena. Coinvolgente ma estenuante. Paralizza ogni mia speranza
di portare a termine quella bestiale Odissea – non riesco a leggere nulla. A
sera, ho gli occhi irritati dall’acqua, feriti dal vento – non mi resta che il
letto.
*
A Sir William Rothenstein
[Pittore inglese, perfezionato a Parigi fu disegnatore ufficiale dell’esercito
inglese durante la Prima guerra e direttore del Royal College of Art a South
Kensington. Sue opere sono custodite alla Tate e alla National Portrait Gallery.
Nel 1920 realizzò un ritratto di T.E.]
22 aprile 1932
[…] Ultimamente non sono i libri a darmi del filo da torcere. Lavoro in un
cantiere navale per tutto il giorno, quando cala il buio sono stanco, più
propenso a leggere l’“Happy Magazine” che Platone. Quindi scendo a compromessi e
non leggo niente. Omero? Un’opera da quattro soldi, abbandonata da tempo. Se
verrà pubblicata o meno? Non me ne occupo. Il greco, a mio parere, non è
granché; la mia versione è scadente. Roba sottile, artificiosa, autocelebrativa,
l’Odissea. L’Iliade, al contrario, ha alcuni frammenti che la rendono una grande
opera. L’Odissea: un pastiche, un cerone, eccesso di cipria.
*
A E.M. Forster
22 ottobre 1932, Plymouth
Caro E.M.
mi spiace ma non posso inviarti una copia dell’Odissea. So solo che è opera di
scarso valore e che l’Odissea, di per sé, non è granché: mi sembrava giusto
donartela. Ma non posso. Le copie costano dodici ghinee, ne ho ricevute soltanto
una manciata: le persone che posso scontentare sono soltanto quelle che sanno
perdonare un’offesa. […] Mi spiace, ma non posso spendere così tanti soldi,
adesso.
*
A Harley Granville-Barker
[Commediografo e impresario teatrale, ha interpretato diverse opere di Shaw;
gestì per qualche anno il Court Theatre, con messe in scena rivoluzionarie]
23 dicembre 1932
[…] Soprattutto, ti prego di non leggere ad alta voce l’Odissea a Mrs G.B. Ne
morirebbe, e soffriremmo entrambi di un senso di perdita, come direbbe Omero.
Dev’essere stato bello vivere in un periodo letterario in cui anche la banalità
era una sorpresa e i cliché erano tutti lì, vivi, in attesa di essere creati. In
questo, ha avuto successo. Quanto a me, l’Odissea rappresenta più che altro… una
vasca da bagno, la caldaia, una libreria nel mio cottage. Dunque, non ho
rimpianti: non è una delle mie opere compiute. Hai fatto una sciocchezza a
comperarla.
*
A Robert Graves
4 febbraio 1935, Ozone Hotel, Bridlington, Yorkshire
[…] Cinque anni fa mi sono reso conto di aver bisogno di soldi per il mio
cottage: così ho fatto quella traduzione dell’Odissea, grazie alla quale ho
installato una vasca da bagno, una stufa da me progettata, sempre certo che il
guadagno fosse intatto e sicuro… ma il tasso d’interesse è sceso e il reddito si
è ridotto. Se l’avessi previsto… Proprio ora che volevo stare tranquillo – ho la
profonda sensazione che la mia vita, nel vero senso della parola Vita, sia
finita – ho bisogno di guadagnare almeno settecento sterline in più. […]
Nuovo argomento. Ho incontrato Alexander Korda il mese scorso. Non avevo preso
sul serio le voci secondo le quali voleva fare un film su di me: visto che erano
così insistenti, gli ho chiesto un incontro, spiegandogli che ero contrario, in
modo irremovibile, all’idea. È stato gentile, comprensivo; ha accettato di
rimandare la cosa dopo la mia morte o fino a quando non cederò. Sarà l’età che
avanza? Detesto l’idea di essere immortalato su pellicola. Le rare volte che
sono andato al cinema mi hanno convinto che si tratti di un’arte superficiale e
falsa… volgare, direi. Io amo la volgarità dell’uomo comune: la volgarità dei
film mi pare manipolata, di basso livello… Dunque, nessun film su di me. Korda è
come una compagnia petrolifera che trivella ovunque, con due o tre giacimenti
certi. Ha prudentemente investito su altri siti. Alcuni li svilupperà, altri no.
Il petrolio è un business effimero.
*
A Robin White
[tenente della Royal Navy, compagno d’armi di T.E.]
13 aprile 1935, Cloud Hill, Moreton, Dorset
Penserai che questa sia la voce di un morto: più o meno è così. Ho lasciato la
RAF un mese fa, mi sento come una bestia smarrita. […] Forse hai dimenticato la
tua lettera: riguardava l’Odissea stampata da Bruce Rogers, che hai comprato. Ho
seri dubbi su quel libro. La traduzione è infedele – deliberatamente infedele.
La stampa troppo candida. Bruce Rogers ha tratto ispirazione dalle pitture
vascolari greche, adattandole a suo modo. Comunque, ecco il libro. L’edizione
economica ha venduto bene negli Stati Uniti; l’edizione limitata (per
l’Inghilterra) è quasi esaurita. Credo ne siano rimaste invendute una
cinquantina – vanno a ruba. È stato un libro, letteralmente, di successo. Il
riscaldamento della vasca da bagno – e la vasca stessa – è dipesa da quelle
vendite…
*In copertina: una immagine dall’Odissea secondo Christopher Nolan (2026)
L'articolo “L’Odissea? Mi ha permesso di comprarmi una vasca da bagno” proviene
da Pangea.
Tralasciando la questione della scelta dell’attrice che ha interpretato Elena
nell’Odissea di Cristopher Nolan, verrebbe da dire soltanto una cosa
sull’affermazione che costei, Lupita Nyong’o, ha fatto a proposito del poema:
“Quando leggi l’Odissea, viene dedicato pochissimo tempo alla prospettiva delle
donne. È raccontata da un punto di vista profondamente maschile”.
Al di là della straziante contrapposizione che tale frase ha generato nei media
mondiali, tra vigilantes dell’identità occidentale e lepidi dissodatori
dell’humus patriarcale, si tratta, in realtà, di un’idiozia colossale. Non
esiste altra opera del mondo greco che, come l’Odissea, tratti e consideri la
prospettiva femminile, e basterebbe conoscere un minimo la storia filologica del
poema per saperlo. Da coloro che hanno identificato in Omero una verosimile
origine ionica proprio constatando una visione più libera e libertaria circa il
ruolo della donna rispetto ai barbogi conservatori del continente greco; a chi,
come Samuel Butler, pazzotico e geniale omerista inglese, ha vagheggiato
addirittura che sia stata una donna a scrivere l’Odissea.
Calipso che rivendica con Ermes il suo diritto divino ad amare un maschio
mortale, e taccia di malvagità tutti i commendatori dell’Olimpo che vogliono
sabotare il suo sentimento; Nausicaa il cui desiderio per il bel marinaio di
Itaca ha voce e immaginazione, mentre lo stesso Ulisse si inginocchia per
ammirazione davanti ad Arete, madre di Nausicaa e regina della terra dei Feaci,
che lì gode di chiara fama ed è colei che amministra la giustizia; Circe,
scienziata prodigiosa che conosce le rotte di navigazione, i cicli delle stelle
e la furia dei venti, e che spiega per filo e per segno a Ulisse cosa fare, dove
andare e con chi (gli dice persino come farsi annodare all’albero maestro quando
si tratterà di ascoltare il canto suadente delle Sirene); Penelope e la sua
formidabile strategia di dilazione e seduzione coi pretendenti che la adorano
muti, e che ella attira sapientemente a una follia di passione che li porterà
alla morte.
Per non parlare della fine, quando Ulisse e Penelope, riuniti nell’alcova dopo
vent’anni, all’ovvia notte di ricongiungimento fisico fanno seguire un dialogo
accorato, si narrano quel che era accaduto in tutto quel tempo, e “si godettero
di parole”. Il mondo interiore di lei, le sue tempeste, le sue improntitudini,
che ha la stessa dignità narrativa del mythos avventuroso di lui, i mari, i
mostri, le guerre. Come avrebbe scritto Saffo qualche secolo dopo, la cosa più
bella è ciò che uno ama, altro che gli eserciti di fanti, di cavalieri, di navi.
Nel quarto canto dell’Odissea, Elena è apparizione per lo più esitante, che
interrompe il dolore e consegna le cose al non detto. Mai che il metodo
Strasberg venga usato quando serve.
Michele Castellari
*In copertina: John William Waterhouse, “Study for Circe Invidiosa”
L'articolo Odissea, o della femminilità. Il mito greco visto dalle donne
proviene da Pangea.
All’inizio dell’Odissea, sull’Olimpo si sono riuniti gli dei e Zeus comincia a
parlare della sventura di Egisto, ucciso da Oreste, che ha vendicato
l’assassinio di suo padre Agamennone. Il re di Micene, di ritorno da Troia,
aveva trovato infatti la morte per mano di chi si era unito a sua moglie. Questo
tema della vendetta di Oreste domina tutta la prima parte del poema omerico,
quella che solitamente viene chiamata «Telemachia». Perché? La sua rievocazione
è il tarlo di Telemaco, il figlio di Odisseo, che aspetta il ritorno del padre,
dopo venti anni di assenza, temendo sia morto, per cui parte in cerca di sue
notizie, mentre i Proci nella reggia spadroneggiano, e chiedono alla madre
Penelope di rassegnarsi alla vedovanza e sposare uno di loro. Ma che cosa
rappresentano per Telemaco l’omicidio di Agamennone e la vendetta del figlio
continuamente evocati?
Per rispondere a questa domanda bisognerebbe provare a immaginare l’Odissea da
un punto di vista completamente diverso. Immaginarla, cioè, come se fosse, per
intero, una fantasticheria di Telemaco. Come se tutto il racconto di Odisseo,
delle sue disavventure, la peregrinazione per mari e per terre, non sia altro
che l’elaborazione mentale di un figlio che nell’attesa del ritorno del padre,
nel vuoto di potere che egli ha lasciato non tanto nel regno ma nella sua
crescita, ha bisogno di ricostruire la figura paterna attraverso il
mito. L’Odissea come sogno interiore di Telemaco, insomma, come suo percorso
immaginativo e iniziatico per definire la propria identità.
Il viaggio di Odisseo apparirebbe come una narrazione interna – doppiamente
interna, considerato che Odisseo per buona parte del poema racconta in prima
persona – una mitopoiesi prodotta da Telemaco per colmare il vuoto
paterno. Tutte le tappe del viaggio – Circe, Polifemo, le Sirene, Scilla e
Cariddi – non sarebbero pertanto ostacoli esterni, ma figure simboliche
dell’inconscio, personificazioni di forze psichiche che il giovane deve
attraversare per crescere. Odisseo incarna tutto ciò che Telemaco, ancora in
formazione, non è ma desidera diventare. In questo senso, l’Odissea funziona
come una phantasmagoria, una costruzione mentale che serve a mediare il
passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Si spiegherebbe così anche
diversamente il senso della «Telemachia», cioè la scelta di Omero, del tutto
insolita, di ritardare l’entrata in scena del protagonista fino al quinto libro,
dedicando un lungo preambolo alle avventure di Telemaco. Un preambolo che
potrebbe essere la chiave di lettura dell’intero poema, cambiandone radicalmente
il senso. E quale sarebbe il senso? Che non si dà narrazione alcuna all’infuori
della figura del Padre, della sua distanza, della sua indecifrabilità. Che
qualsiasi racconto sia, come suggerisce il significato stesso del nome Telemaco,
la descrizione di una battaglia svolta lontano dal padre o per tenere il padre
lontano. Una battaglia che è – anche, allo stesso tempo – una «tentazione di
evasione dalla sfera paterna» (come pare che Kafka volesse intitolare l’intera
sua opera). In questo combattimento, dunque, rientra a pieno titolo il fantasma
di Oreste, che è una proiezione delle paure – o del desiderio inconscio – di
Telemaco.
All’inizio del poema, dopo la discussione tra gli dei sull’Olimpo e la decisione
di Atena di raggiungere la reggia di Odisseo a Itaca sotto le sembianze di uno
straniero di nome Mentore, troviamo il principe che siede tra i «Pretendenti»
che gozzovigliano. «Sedeva con l’angoscia nell’animo» scrive Omero. E pensando
al padre, fantastica sulla possibilità che possa arrivare all’improvviso a
disperdere i Proci. Telemaco è come Amleto nel palazzo di Elsinore: è giovane, è
depresso, dialoga in cuor suo con lo spettro del padre, che è stato ucciso dal
fratello in combutta con sua madre. Penelope non ha mai tradito Odisseo, però le
insistenze dei Proci bastano ad agitare nella mente di Telemaco la fantasia
della triangolazione. È la stessa Atena travestita a materializzarla, quando gli
suggerisce, poco dopo, di pensare a come uccidere i Proci.
> «Non sei più un bambino, non ne hai più l’età. Non sai quale fama si è
> conquistata fra gli uomini il divino Oreste, per aver ucciso il perfido Egisto
> che gli assassinò il padre glorioso? Anche tu dunque, grande come sei, e
> bello, mostrati audace, affinché possano dir bene di te i tuoi discendenti».
Come lo spettro del re Amleto inciterà il principe alla vendetta, così la dea
spinge Telemaco ad agire, a onorare suo padre, per certificare l’ingresso
nell’età adulta. Ecco che per la seconda volta nel poema il tema di Oreste viene
evocato.
Telemaco, appena compare, all’inizio del canto, è seduto, paralizzato
dall’inazione e dal dubbio (l’«essere o non essere» non riguarda sé stesso ma
suo padre). Odisseo è lontano, e la sua assenza non è soltanto fisica: è una
mancanza simbolica, un vuoto che condiziona la formazione del figlio, è «la
mancanza nel campo dell’Altro», come la chiamerebbe Lacan, il punto da cui
prendono avvio il desiderio e l’identità del soggetto. Atena, infatti, lo invita
a muoversi, a compiere un viaggio, a cercare notizie sul padre per cercare, in
realtà, notizie su sé stesso. Prima però gli comunica che suo padre non è morto,
e con una certa delicatezza gli dice, vagamente, che
> «qualcosa lo trattiene sul mare immenso, forse, in un’isola cinta dall’acqua,
> uomini selvaggi e crudeli lo tengono, contro il suo volere, prigioniero».
Nessun accenno alla bellissima ninfa Calipso. Poi gli rivolge una inattesa
domanda, gli chiede se davvero lui è il figlio di Odisseo, come a esigere una
prova. Domanda cruciale, ineludibile, alla quale Telemaco risponde così:
> «Mia madre dice che sono suo figlio, ma io non so; nessuno può sapere qual è
> la sua nascita. Vorrei essere figlio di un uomo felice, che giunge alla
> vecchiaia padrone dei suoi beni. E colui, invece, del quale figlio mi dicono,
> perché questo tu mi domandi, è di tutti i mortali il più infelice».
Risposta sorprendente. «Vorrei essere figlio di un uomo felice». Odisseo non può
essere felice perché sconta la punizione per la sua hybris. Come tutti gli eroi
della guerra di Troia, gli usurpatori, i vincitori con l’inganno, anche lui –
soprattutto lui – deve pagare se non con la morte, con l’infelicità quella colpa
di aver ecceduto. Ma la punizione per la colpa, spesso, non si esaurisce
soltanto nel colpevole: la nemesi opera anche nelle generazioni successive, come
sappiamo da molti miti greci.
Che giustizia è mai questa che fa ricadere la colpa di un padre sul figlio e sui
figli del figlio ancora? Una catena di castigo che non si interrompe,
generazione dopo generazione. Forse la vera spiegazione è proprio nella risposta
di Telemaco. Si desidera un padre felice, perché il peso dell’infelicità paterna
grava inevitabilmente anche sul figlio. È questa la vera nemesi, la vera
colpa? Forse la più grande responsabilità che ha un genitore nei confronti dei
propri figli è proprio nella sua capacità d’essere felice. Così Telemaco, dopo
aver convocato per la prima volta un’assemblea degli uomini di Itaca – un atto
di grande significato: mostra il desiderio di assumere il ruolo di guida in
assenza del padre – e aver lamentato l’arroganza e il comportamento disonorevole
dei Proci, salpa di notte da Itaca verso Pilo, nel Peloponneso, dando inizio al
suo viaggio alla ricerca del padre, diretto verso la casa di Nestore, il più
vecchio e il più saggio tra i re greci che hanno partecipato alla guerra di
Troia. Lui, a differenza di Odisseo, è tornato nel suo regno, e lì Telemaco,
accompagnato dalla dea Atena sempre travestita da Mentore, lo raggiunge per
avere notizie del padre.
Felice Giani, Telemaco consolato da Temosiri, sacerdote del tempio di Apollo,
1790 ca.
A Pilo, sulla riva del mare la gente sacrifica tori neri a Poseidone, con un
grande banchetto rituale al quale partecipa anche il re Nestore con i suoi
figli. I due vengono accolti con grande ospitalità, prima ancora di sapere chi
fossero, come impone la legge sacra dell’ospitalità (la xenia, principio
fondamentale nella cultura greca antica). Atena incoraggia Telemaco a parlare
con Nestore senza timore. Il giovane, allora, spiega il motivo del suo viaggio:
vuole sapere che fine abbia fatto suo padre Odisseo, disperso dopo la fine della
guerra di Troia. Ma il re di Pilo non ha più visto Odisseo, ricorda con affetto
la sua amicizia e poi, ecco che, per la terza volta, tramite il prosieguo del
racconto di Nestore, ricompare il tema dell’uccisione di Agamennone per mano
della moglie Clitennestra e dell’amante di lei, Egisto, e il tema della vendetta
di Oreste, il leitmotiv che accompagna ossessivamente la «Telemachia». Oreste è
l’alter ego di Telemaco: la sua vendetta non è soltanto un richiamo,
un’esortazione ad agire (Telemaco dovrebbe prendere esempio da lui, vendicare il
padre uccidendo i Proci che insidiano il letto nuziale dei suoi genitori), ma
anche, più sotterraneamente, la materializzazione di una fantasia: il padre che
ritorna e viene ucciso da qualcuno che ha preso il suo posto al fianco della
madre.
Telemaco deve liberarsi di questi fantasmi (definirlo complesso edipico è un
anacronismo curioso, ma di fatto di questo stiamo parlando), e il suo viaggio,
la sua piccola, circoscritta «odissea» attorno all’assenza di suo padre a questo
serve, a farlo maturare, a fargli assumere il suo ruolo di uomo adulto. Ma
questa prima tappa funziona solo come presa di coscienza: Telemaco avrà bisogno
di sapere che suo padre è vivo, per poter realizzare la sua rappresentazione
del nostos paterno, per poter riconciliarsi con lui immaginandone il lungo
percorso che ha dovuto affrontare per tornare in patria, e per poter figurarsi
un epilogo diverso da quello di Agamennone.
Nestore invita così Telemaco a recarsi a Sparta, da Menelao, che potrebbe avere
informazioni più precise su Odisseo. Gli offre un carro e il figlio Pisistrato
come guida e compagno di viaggio. I due giovani vengono accolti (ancora una
volta) con grande ospitalità a Sparta, dove il re Menelao e la regina Elena
(tornati insieme dopo la guerra di Troia), stanno celebrando un doppio
matrimonio, quello del figlio di Menelao e della figlia con principi stranieri.
Se qui il tema del matrimonio dei giovani si riflette nel matrimonio adulto, è
per un motivo preciso. Telemaco deve imparare ancora qualcosa di fondamentale:
l’idea che la vita è, in fondo, un compromesso, che l’amore coniugale è fatto di
separazione, inganno, allontanamento e ricomposizione, anche se le crepe non si
risanano mai.
Elena intuisce la somiglianza tra Telemaco e il padre Odisseo e scopre, così, la
vera identità del giovane (un’identità derivata). Questo riconoscimento fa
commuovere tutti, perché il pensiero di tutti è rivolto, adesso, allo scomparso
Odisseo. Ecco, allora, che Elena decide di versare nel vino una droga
(pharmakon), che «fuga il dolore e l’ira, il ricordo di tutti i malanni». Ma
perché Elena vuole anestetizzare gli ospiti e il marito? Sappiamo che il pianto
per gli antichi greci non era motivo di vergogna: tutti gli eroi versano
lacrime, perfino Achille. E allora perché questo desiderio di narcotizzare le
emozioni? Omero non ce lo spiega, e intanto, ordinato che si versasse il vino
drogato ai presenti, Elena inizia a raccontare di Odisseo e di quando il re di
Itaca, travestito da mendicante, era penetrato nella città di Troia. Solo lei lo
riconobbe (così come adesso ha riconosciuto Telemaco), e dopo averlo lavato e
rivestito, gli chiese di rivelarle i piani militari dei greci, giurandogli
solennemente che non lo avrebbe tradito, lasciandolo tornare al suo accampamento
e alle navi. Da quel momento, dice, «il mio cuore gioiva, perché ormai mi s’era
rivolto a tornare a casa»; e lei, pentita, malediva la follia amorosa che
l’aveva strappata alla casa, a un marito «a nessuno inferiore, per il senno e
l’aspetto».
Elena sta cercando qui di farsi perdonare il tradimento, giudicando la sua fuga
a Troia come una follia amorosa, ma a questo punto, però, interviene Menelao e
racconta della notte in cui lui e gli altri guerrieri greci si erano nascosti
nella pancia del cavallo di legno. Elena, dice, per tre volte girò intorno al
cavallo e chiamò per nome i migliori dei Danai, imitando la voce delle loro
mogli, così che alcuni di loro, tra cui lo stesso Menelao, furono spinti a
rispondere, se non gli fosse stato impedito da Odisseo, che non si era lasciato
ingannare e aveva tappato la bocca degli uomini, salvandoli tutti da una morte
sicura, finché Atena non condusse la donna lontano. La voce di Elena che imita
quella delle mogli dei greci è un richiamo irresistibile, come il canto delle
sirene (questa Elena che maneggia le droghe, riconosce gli uomini, imita le voci
ha qualcosa di magico, indubbiamente). Ma che cosa sta facendo Menelao qui, se
non accusare sua moglie di aver tentato di ingannare i greci, i suoi
compatrioti, e lo stesso marito (ingannarlo ancora una volta, imitando la sua
stessa voce, un inganno nell’inganno), mettendo a repentaglio la loro vita, per
difendere i troiani? Menelao, in altre parole, smentisce la moglie, rinnega la
versione che lei stessa ha appena raccontato nel tentativo di scagionarsi,
adulando il marito («a nessuno inferiore, per il senno e l’aspetto»). Mentre
Elena ha appena detto di aver aiutato Odisseo, nascondendo ai troiani la sua
sortita in città, e di essersi pentita della sua scelta, oppressa dalla
nostalgia per la casa nuziale e lo sposo, Menelao le rinfaccia di aver cercato
di smascherare l’inganno del cavallo di legno, inchiodandola alla sua antica
responsabilità.
Con un capolavoro di psicologia coniugale raffinatissima, Omero qua ci mostra un
marito e una moglie che, tornati insieme dopo una lunga separazione, covano
ancora sensi di colpa da un lato e rancori mai sopiti dall’altro. Capiamo adesso
il motivo per cui Elena ha voluto drogare gli ospiti e il marito: affinché
quest’ultimo, obnubilato dal «farmaco», credesse alla sua versione e non si
facesse prendere dall’ira o dalla sofferenza della gelosia. Ma, evidentemente,
nemmeno la droga è riuscita a cancellare dalla mente di Menelao il tradimento
della moglie.
Bartolomeo Pinelli, Il sogno di Telemaco, 1808
Telemaco poi, viene a sapere finalmente da Menelao che suo padre è vivo, tenuto
prigioniero sull’isola Ogigia dalla ninfa Calipso. Ma prima di rivelarglielo,
Menelao gli racconta, conosciuta da Perseo, la sorte degli altri comandanti
greci reduci da Troia, tra cui, quella del fratello Agamennone, ucciso da
Egisto. Per la quarta volta ritorna il tema di Oreste («Potresti trovarlo vivo,
Egisto, o forse l’ha già ucciso Oreste» dice Menelao a Telemaco, quasi a
suggerirgli la vendetta). Alla fine del suo breve viaggio, dunque, Telemaco ha
scoperto che suo padre è vivo, ma anche – riecco il fantasma, il ritorno del
rimosso – che sua madre, l’archetipo della sposa fedele, potrebbe rivelarsi
un’Elena, o una Clitennestra, che non solo tradisce il marito, ma trama anche
per la sua morte.
La «Telemachia» dunque è come la trasposizione di un rito di passaggio che ogni
adolescente deve compiere: allontanamento, straniamento, ritorno in città come
cittadino di pieno diritto. Ecco perché il ritorno di Odisseo – con la strage
dei Proci, il riconoscimento – può essere interpretato come la conclusione
catartica di un processo immaginativo: un desiderio di restaurazione e di
ordine, una «fantasia di completamento» che può avvenire solo quando Telemaco
riesce a cancellare il fantasma di Oreste. Il suo «doppio», cioè, non deve più
essere il figlio che vendica l’assassinio del padre, ma il padre stesso.
Telemaco deve liberarsi dalla fantasia del padre tradito e ucciso, di questo
desiderio inconscio, per vivere finalmente il desiderio cosciente che il padre
torni, lo riconosca, agisca insieme a lui, e infine lo legittimi.
Rileggere l’Odissea come un racconto mentale di Telemaco significa spostare il
baricentro del poema dalla dimensione esterna dell’avventura a quella interna
della psiche. L’opera si rivela allora come un Bildungsroman, un viaggio non
tanto nei mari del Mediterraneo quanto nel paesaggio interiore di un figlio che,
per diventare uomo, ha bisogno di immaginare il proprio padre come modello, non
come antagonista. Un sogno epico, ma anche una necessaria finzione per
attraversare il vuoto e costruire un’identità.
Fabrizio Coscia
*Le citazioni dell’Odissea sono tratte dalla traduzione di Maria Grazia Ciani,
edizione Marsilio.
*In copertina: Jacques-Louis David, L’addio a Telemaco, 1818
L'articolo “Vorrei essere figlio di un uomo felice”. L’Odissea? La
fantasticheria di Telemaco, il prototipo di Amleto proviene da Pangea.