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“Fatti beffe di tutto”.  Vagabondaggio tra le poesie zen di Xavier Bordes
Amo le giapponeserie, le chincaglierie verbali con cui i letterati occidentali – coloni dell’intelletto – adornavano l’Estremo Oriente. Quel frainteso rivela la vera natura dell’Occidente: un concetto in continua fuga da sé, teso – per poetica dionisiaca – a sfracellarsi, a dissolversi. Quella inevitabile menzogna contiene un inebriante veleno: un avverarsi nell’avventura; l’aldilà a Est; l’anima odisseica, cioè perduta. Oltre le colonne d’Ercole: i palazzi sospesi, la fenice e la tigre blu; i paradisi artificiali; l’artificiosità dei bonzi e dei mandarini; le città proibite; la proibizione come incantesimo; un cuore harem.  Tra paratie istoriate di gru, fittizi colonnati di bambù, pittogrammi, ponti sospesi su mondi fluttuanti l’esito estetico – a tratti kitsch: conferendo al kitsch una patina di ingenuità, di candore, di regalità – è fascinoso: da Van Gogh a Lafcadio Hearn – che in Giappone si trasferì, insegnò e morì – da Manet a Madama Butterfly agli Amori di Carlo Dossi.  L’Estremo Oriente immaginario – cioè: l’altro lato dell’io occidentale – ha modificato la letteratura del Novecento. Pensiamo ai formidabili rifacimenti-tradimenti di Ezra Pound dei classici cinesi (Cathay esce nel 1915) e del teatro nō giapponese, la teoria per cui “l’ideogramma cinese” è un Medium for Poetry (1936). È dalla riflessione sull’ideogramma che nasce l’imagismo, avanguardia ‘seminale’ della letteratura anglofona. A questo livello di poetica vanno citate le traduzioni-travisamenti di Amy Lowell (mirabili), le poesie di Laurence Binyon – che dirigeva la sezione East Asia del British Museum – e quelle dell’orientalista Arthur Waley, gran traduttore dei poeti cinesi e giapponese, di Laozi e del Genji monogatari. L’Occidente si trasferisce con lo spirito in Estremo Oriente, costruendo un proprio Estremo Oriente, sotto effetto di loto.  Nel mondo francese, il punto di giunzione tra japonisme e autentica ispirazione – un viaggio da ‘battello ebbro’ – è Stèles (1912), straordinaria raccolta di Victor Segalen. Il poeta di Brest, affascinato da Rimbaud, seguace di Gauguin, immagina di raccogliere le iscrizioni sulle pietre miliari che costeggiavano le lande cinesi. In Cina – come medico militare poi come archeologo autodidatta – Segalen era stato davvero: il libro è pubblico a Pechino. I suoi petroglifi, assertivi, stentorei, duri come moniti, potenti come leggi, in realtà, hanno la leggerezza delle falene, sembrano incisi su carta di riso, pronti a svanire alla prima lettura.  Il resto è storia della letteratura – tra il d’après Kawabata di Calvino e gli studi, formidabili, di Kenneth Rexroth – e poco m’importa. Mi sorprende, invece, che su questi solchi si muova uno dei più noti poeti francesi di oggi, Xavier Bordes. Classe 1944, ha esordito come poeta negli anni Settanta, è noto anche come traduttore dei greci, Odisseas Elitis su tutti. Gallimard ha diversi libri di Bordes in catalogo: uno di questi, La Pierre Amour (1987) gli ha permesso un premio assegnato dall’ Académie française – uno dei tanti. Il profilo di Bordes è quello di un vagabondo culturale: si è laureato sull’opera di Joë Bousquet, ha studiato la musica degli aymara in America latina, ha vissuto in Marocco, ha esplorato il Sahara; ritornato Parigi ha curato per le Éditions Mille et Une Nuits opere di Epicuro, Ovidio, Seneca. L’ultima raccolta di versi, Sur le sentier des Cinq Montagnes (Gallimard, 2026), è descritta come “una celebrazione dell’indicibile”, o meglio – così la quarta –: “Un poeta medita sull’impermanenza di tutte le cose in testi di infinità libertà e grazia, ispirati dalle grandi figure della tradizione Zen”. Nel testo inaugurale – La ciotola e il bastone – Bordes spiega i suoi intenti così: > “La ciotola del monaco per raccogliere e nutrirsi. Il bastone per camminare e > difendersi. Nessuna lezione da impartire, soltanto una manciata di favole. > Nessuna coerenza: un viaggio per alimentarsi, o, per parafrasare Francis > Ponge, un ‘tragitto’. Forse è inutile – forse è ingenuo – avvertire il > lettore”.  La raccolta è composta da fiabe sapienziali, epigrafi, inquietudini; parole scritte sui paraventi. La superficie di lacca dona, per specchi e speculazioni, un qualche sollievo; l’inautenticità consegna al tutto i caratteri dell’autentico. In fondo, cos’è poesia? La via, l’avverare o lo sviarsi da ogni definizione? *** Quattordici parole Deliberare, agire, successo, fallimento, tristezza, gioia, vita morte.  Volontà, avversione, pensare, sonno, estasi, terrore.  Quattordici parole.  Fatti beffe di tutto. Perfino dell’armonia.  Quando dici sognare è per dire non ho altro da dire.  Un cane di fuoco; il sole brucia incessantemente la terra; produrre il grano non ti riguarda.  Indifferente al piacere, questa avventuriera.  Scrivi come si scocca una freccia.  La freccia conosce il bersaglio meglio te: a che pro occuparsene?  * Domande Vennero a porre delle domande: L’universo che vediamo è reale? La natura dell’universo è eterna o transitoria? L’io esiste davvero; l’io è immortale? È vero che chi ha trovato la Via vive al di là del corpo? Il nirvana dei saggi è beatitudine eterna o definitivo nulla? Cosa possiamo sapere davvero del mondo? Dove inizia e finisce il presente? Fecero altre domande, correlate e derivate, a rivoli. Che farne? Non erano altro che il contrario di una risposta.  Io non conosco risposte e non so cosa sia una “domanda” – restai in silenzio.  Insistevano – dissi che non capivo.  Pensarono che li stessi imbrogliando. Videro la mia espressione, sincera, e se ne andarono non senza uno sguardo di disprezzo.  L’istinto dello scalatore mi spinse a porre una domanda: Che differenza c’è, in fondo, tra “beatitudine eterna” e “definitivo nulla”? * Come una gru Dalla falesia viola ti incammini verso i quattro orizzonti – lasci ciotola e bastone nell’erba alta, conficcati nella cavità di una grande radice a V.  Felice e senza pensieri li riprendi a sera, poi scendi dalla montagna al chiar di luna certo di non incontrare nessuno a quest’ora, di non dover inventare bugie per giustificare le tue giornate.  * Il saggio La mano impugna un bastone rosso cinabro vaga secondo il capriccio rifiutandosi di ascoltare i maestri i libri non hanno nulla da offrirgli gli basta seguire il suo umore quando vuole cambiare valle si cinge al collo una grande nuvola dalla criniera scintillante poi va in profondità: appuntamento con lo sconosciuto * Pescare Sulle rocce, la casa di legno. Sulla casa di legno, il tetto di paglia. Dal tetto di paglia vedi i grandi faggi. Sui grandi faggi la nebbia dilaga iridescente: tra le alte scogliere che reggono il cielo, la cascata, verticale. Se ti immergi nel presente, sentirai l’acqua che scende, pura, che porta via i tuoi pensieri.  Non hai bisogno di risalire verso la sorgente come un salmone.  Solo: lampo d’argento nel velo trasparente.  Avvicinati al fiume, che ha dimora perché la fugge, accomodati sotto il salice, la schiena contro una pietra tarlata dai fori.  Oggi andrà bene la pesca. * Un consiglio Se scocchi una freccia di notte non mirare allo zenit – fissalo una sola volta, senza tremare solo se vedi il sole nell’oscurità.  * Porcellane Un gruppo di alberi da tè ondeggia alla finestra, nasconde l’eremo: soltanto lo sguardo obliquo e interrogativo di una gazza si accorgerebbe di me, spettro fragile e all’erta, mentre mi chino sul mio unico tesoro, un baule di bronzo foderato di cuoio, dove, all’insaputa di tutti, custodisco una piccola collezione di porcellane Ming e Qing.  Ogni giorno, a quest’ora, quando un raggio di luce fioca penetra dai vetri, estraggo un pezzo e lo esamino alla luce. La grana è più perfetta della più pregiata carta di riso. Il fuoco ha reso l’argilla piena di spirito più che di materia.  Sarebbe vano paragonare questa porcellana al loto, al latte, alla neve. Non si tratta di un candore mondano, ma di una trasparenza immacolata. È uno specchio in cui tutte le rughe e le inquietudini che formano il mio viso e la mia mente svaniscono, lasciando un’immagine pura, esatta, un ovale circondato dalla doppia Hsi, dal trigramma Li, una spirale impercettibile, un paesaggio in filigrana.  Sono vecchio, la vista è debole: devo scrutare ogni oggetto con attenzione. Che nessuno pensi che me ne penta. Non bisogna astenersi dal contemplare con cura l’approssimarsi della Vacuità.  * Una stele Tu che per bere un sorso d’acqua e asciugarti la fronte verrai a riposare oltre questa stele issata come il pilastro cosmico su una tartaruga, e sognerai all’ombra del salice assediato da incantevoli nubi, viaggiatore che sei giunto in questo luogo isolato, non pensare che io intenda qui serbare memoria di me: leggendo queste parole dimentica il cranio e le ossa interrate, io stesso ho dimenticato gli anni passati tra gli uomini – il passato, felice o infelice che sia, mi lascia indifferente: a quel tempo, terra e cielo erano i miei modelli e spesso tornavo a loro come l’ape al miele – vivere non è altro che crescita e mutamento: prossimo è l’alveare di luce, ad ogni alba i miei occhi ne sono sempre più abbagliati – come rinunciare a questa gioia regale? Prima che la gru mi posi nell’Isola dei Saggi, ho inciso questi segni nel centro del nulla – il passante sappia quanto sono vane le parole al cospetto del Tao che non ha nome.  Xavier Bordes *In copertina: Unkoku Tōeki, Maestro Zen in meditazione, XVII secolo L'articolo “Fatti beffe di tutto”.  Vagabondaggio tra le poesie zen di Xavier Bordes proviene da Pangea.
July 27, 2026 / Pangea