Sembra collocarsi in uno spazio senza tempo la poesia di Rafael Espejo. Poeta
dal linguaggio primitivo e ricercato, custode e missionario di una parola
poetica che ingloba il mondo in una strana imbalsamazione di senso e
significato. Come un esperto traghettatore, ci conduce da una sponda all’altra
attraverso uno spazio che regola la struttura del nostro creato: infanzia,
genealogia, sentimento dell’amore, esistenzialismo. Tutta una pratica altroché
consolatoria quella di Espejo, poeta andaluso di sapiente portata poetica, che
ci istruisce su come scandire l’incedere della linea temporale che tutti ci
coinvolge.
Carlos Marzal, parlando della poesia di Espejo dice: “i suoi versi sono un
invito a un’avventura letteraria che è anche la nostra”. Non potremmo dare una
valutazione più precisa rispetto a questa intuizione, considerando i temi
trattati da Espejo. Ho immaginato, da conoscitore attento della materia poetica
di Federico García Lorca, che nel surrealismo magico del poeta primonovecentesco
c’è una forte congiunzione di intenti con la linea del poeta contemporaneo. Se
parliamo di magia abbiamo a che fare con la vita, inevitabilmente, come forza
superiore che si annida nella poesia in tutte le sue forme. Questo nido, così
forte per nascita e per volontà di nascondimento, di tutela, ci restituisce ciò
che non possiamo evitare: il tuffo in un sistema che ci obbliga all’ascolto,
alla fusione con la materia che c’è dentro e al di fuori di noi. Lorca agisce
attraverso la trasformazione degli elementi, rendendoli simboli universali della
nostra esperienza. Espejo compie un’azione analoga: nella sua introspezione
quotidiana ci coinvolge senza lasciare scampo alla possibilità di allontanarsi
dalla riflessione sull’esistenza. Il suo verso è sobrio, preciso, con una
direzione tipica di chi ha avuto uno scontro con la realtà e il suo abisso.
Espejo immagina due mondi, uno dentro l’altro, per darci ancora una speranza
possibile, un circuito non strategico di affiliazione con l’altro, qualcosa che
corrisponde al vero. Così come suggerisce Federico Italiano, poeta, tra l’altro,
di Godzilla e altre poesie (Guanda, 2026), nel suo ghazal del residuo: “siamo
residui/ siamo gli ultimi – squame, scaglie, petali”. Siamo gli ultimi rimasti a
contemplare questa terra sgretolata, siamo nelle mani di chi ci guida i passi
con gli occhi, noi fermi in uno stagno. Rafael Espejo ammaestra questo
intervento ottico con la sua materia poetica:
No sé por qué nací concretamente yo,
fui convocado y vine:
me expulsaron de un cuerpo
al que tampoco sé
cómo había llegado.
Luego lloré y crecí,
agucé los sentidos,
remonté enfermedades
y por dos veces me salieron dientes,
fui expandiendo mundo
con palabras, amé, dolí, probé
con amigos, abandoné mil casas
y aquí estoy,
aún no terminado, en una edad
a la que llego pronto o llego tarde:
cada día que cumplo se aleja un salto el niño
y se acerca a pasitos un anciano.
No me conviene separarme mucho.[1]
*
Non so esattamente perché io sia nato,
sono stato chiamato e sono venuto:
mi hanno espulso da un corpo
nel quale nemmeno io so
come ci ero arrivato.
Dopo ho pianto e sono cresciuto,
ho affinato i sensi,
superato malattie
e per due volte mi sono spuntati i denti,
ho allargato il mondo
con le parole, ho amato, sofferto, provato
con amici, abbandonato mille case
e ora sono qui,
non sono ancora pronto, a un’età
alla quale arrivo troppo presto o troppo tardi:
ogni giorno che passa il bambino si allontana di un salto
e si avvicina lentamente un anziano.
Non mi conviene andare troppo lontano.
Come possiamo credere di non appartenere alla poesia di Espejo: materializzando
l’idea dell’esistenza potrebbe venir fuori questo componimento. Il poeta ci
conduce a una genesi senza nome, ancora prima che tutto cominci. È primordiale
il suo metterci a nudo, perché per lui la radice è anche la foglia. L’insieme
dello stare in vita comincia da ciò che non si vede, ed è proprio la sua trama
di nascondimento che ci induce alla scoperta. Si potrebbe parlare di strani
esperimenti, ma la poesia di Espejo si dichiara portatrice di una lingua
autoctona, di un suo linguaggio, uno nuovo, organico e vitalista, così come
certi vini degli amanti. Espejo non rinuncia all’esistenza, anzi la accoglie, ma
è chiaro che per lui la rinuncia è una risposta: “Altre volte rinuncio e mi
rassegno/ a quello che c’è:/ i giorni mi sorridono,/ e io sorrido loro,/
arrivano, poi se ne vanno./ Li contemplo e ripeto la lezione/ come se fosse
nuova”. Espejo ci lascia degli indizi lungo il percorso e non ci spiega come
camminare, anzi, si premura esattamente del contrario: un invito ad allargare il
mondo con le parole, ad abbandonare mille case, a chiedersi perché si è
nati. Rafael Espejo è un io incompleto, ma la sua completezza risiede nella
frammentazione dell’immagine, nella vita che trascende dallo straordinario, dal
salto cosmico che ci comprende tutti. Espejo respira in segreto, non si lascia
vedere, resta a un passo e disegna la vita di tutti, le debolezze, gli inganni,
i dubbi e ci domanda: dove ci conduce quest’attenzione per ciò che vive? E lo
chiede a noi, inquilini di uno stesso mondo.
La oscuridad del cielo adquiere perspectiva
por los astros que brillan entre nubes dispersas,
y es bello contemplarlo, y peligroso;
un crepitar de leña nos sugiere sexo,
canciones de acampada y juventud
dispuesta a emborracharse
con la luna; hay también
quietud en lo profundo, donde no ocurre nada,
allí donde podría imaginarse
un vuelo de lechuza que atraviesa el silencio.
Y todo se resume en la palabra
fugaz.
Pero yo me detengo en ese corro
que corteja a la vida, compartiendo
explosiones de júbilo y otra suerte de guiños
que luego buscarán intimidad
a la luz de las brasas de la hoguera.
Uno de ellos parece ensimismado:
mañana… estos momentos…
se teme,
y no disfruta.
Entre tanto, las chicas,
sensuales con sus nucas descubiertas,
dotadas de misterio por reverberaciones
de llamas que iluminan, de vez en vez, sus rostros;
ajenas al dolor
que acaba de robarle la sonrisa
al joven pensativo.
Se saben triunfadoras del presente.
Y el presente les dura hasta mañana.[2]
*
L’oscurità del cielo acquisisce una prospettiva
grazie agli astri che brillano tra nuvole sparse,
ed è bello contemplarla, e pericoloso;
lo scoppiettare della legna ci suggerisce sesso,
canzoni da campeggio e una giovinezza
pronta a ubriacarsi
di luna; c’è anche
quiete nel profondo, dove non accade nulla,
là dove si potrebbe immaginare
il volo di una civetta che attraversa il silenzio.
E tutto si riassume nella parola
fugace.
Ma io mi soffermo su quel cerchio
che corteggia la vita, condividendo
esplosioni di gioia e un’altra specie di ammiccamenti
che poi cercheranno intimità
alla luce delle braci del falò.
Uno di loro sembra assorto:
domani… questi momenti…
ha paura,
non se li gode.
Intanto, le ragazze,
sensuali con le loro nuche scoperte,
rese misteriose dai riverberi
delle fiamme che illuminano, di tanto in tanto, i loro volti;
ignare del dolore
che ha appena rubato il sorriso
al giovane pensieroso.
Si sanno vincitrici del presente.
E il presente dura loro fino a domani.
Lui è Rafael Espejo
L’impulso di Espejo è primitivo, che pure attraversa una forma doppia del tempo:
contemplazione e immanenza. La prima appartiene all’attenzione come modo di
amare, l’altra è ciò che nell’istante succede per poi scomparire, ma non prima
di avere lasciato una traccia terrena: “L’oscurità del cielo acquisisce una
prospettiva/ […] giovinezza pronta a ubriacarsi con la luna […] E il presente
dura loro fino a domani”. Questi versi sono tratti da Nocturno (e nel testo da
me tradotti), poesia che rientra nella raccolta Círculo vicioso del 1996. Vorrei
tracciare una linea precisa per destituire ogni dubbio sul parallelismo
Espejo-Lorca. Attraverso la metrica del poeta riusciamo a individuare dei
segnali acustici, quello che la musica ci suggerisce. Eleganti paronomasie danno
vita a un concerto esanime, uno stralcio di acuta contaminazione naturale del
paesaggio. La legna che arde crepita, un volo di civetta attraversa il silenzio.
Il climax Espejo lo raggiunge per sottrazione: parte dal massimo grado di
speranza, per poi sottrarla dagli occhi di chi legge. L’uomo che si incastra tra
questi suoni sente lo scricchiolio di un ordine (o meglio di un disordine) che
non gli appartiene, di una congiunzione evocativa che lo lascia ai margini, e la
poesia imbastisce per lui una replica. I suoi scritti sono una metafora della
contemplazione – questo modo poetico di attendere –, una pace che arriva senza
chiedere nulla, o forse chiede tutto. Dove non serve aggiungere non c’è bisogno
di immaginare ci indica Espejo, eppure le sue immagini ci offrono un gradino per
l’orizzonte, una chiara veduta su ciò che realmente siamo. Lorca, allo stesso
modo, è un maestro dell’alienazione, del margine, di una volontà che ci unisce
tutti: quella dell’accettazione, passando spesso per la voce degli oppressi, e
di coloro che di voce non ne hanno. Ruotare intorno alla possibilità di
restituire un diritto a chi non lo possiede, è una pratica sublime di cui la
poesia si fa portatrice, come elemento onirico di una visione collettiva, di una
speranza:
Chi cammina s’intorbida.
L’acqua corrente non vede le stelle.
Chi cammina dimentica.
E chi si ferma sogna[3]
Per raggiungere qualcosa che è distante da noi, ma al quale vogliamo
assolutamente arrivare, è necessario fermarsi, per sognare. Non per vedere, ma
per guardare. Un’ambivalenza, un doppio significato, ma essenzialmente molto
diverso dall’altro. L’involontarietà del vedere si appropria di una condizione
che già possediamo, ma guardare significa concentrazione precisa di una volontà,
di un desiderio. Lorca prima, e oggi Espejo, ci danno una direzione multipla che
converge in una sola rotta. Tra i due scrittori ci è possibile individuare una
comune poetica del rapimento dello sguardo. I loro versi interrompono il fluire
ordinario della realtà e costringono il nostro vedere a sostare. In Lorca il
rapimento è improvviso, visionario, simbolico: gli oggetti che si muovono
intorno non sono più capaci di espletare la loro funzione, diventano immagini,
involucri di mistero, capaci di aprire uno squarcio che oscilla tra una realtà
funesta e la dimensione di un sogno irraggiungibile. In Espejo c’è un rapimento
diverso: un falò, un gruppo di ragazzi, un cielo notturno, una casa, una
finestra, una solitudine. La vista si posa su di loro, trasformandoli in una
concezione riflessiva sulla nostra esistenza. La poesia non fugge il reale, ma
lo osserva con un’intensità tale da rivelarne la precarietà e la dimensione del
tempo che ci passa davanti. Espejo con la sua poesia sperimenta una condizione
universale, si fa carico delle nostre paure, di ciò che gli altri non
vedono. Una concentrazione invisibile dello sguardo che ci suggerisce una
disamina che quasi più non esiste, che non ci appartiene. Siamo davvero gli
ultimi: squame, scaglie, petali.
Michele Zacchia
*In copertina: Jusepe de Ribera, Studio di naso e bocca, dettaglio, 1622 ca.
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[1] Rafael Espejo, testo tratto da Criaturas del momento, Editorial Pre-Textos,
2023.
[2] Rafael Espejo, testo tratto da Círculo vicioso, Universidad de Granada,
1996.
[3] Federico García Lorca, testo tratto da Libro de poemas, Imprenta Maroto,
1921.
L'articolo “E tutto si riassume nella parola fugace”. Sulla poesia di Rafael
Espejo proviene da Pangea.