Dell’Odissea di Nolan se ne è parlato allo sfinimento. In molti hanno criticato
il film perché non fedele al testo, ma, perdonatemi, se volevate qualcosa di
aderente al testo perché non andarsi a leggere l’Odissea per intero? Troppa
fatica. Figuriamoci tradurre qualche verso dal greco, ancora più impensabile.
Perché tutti qui si dilettano a scovare i punti di sutura con la narrazione
originale greca e quelli di scollamento della trama. Ci scordiamo che se
volevamo qualcosa di congruente all’originale conveniva andare direttamente alla
fonte, con tutte le fatiche che ne comporta. Ma di questo solo i classicisti e i
grecisti ne sono consapevoli.
Veniamo invece a questa Odissea di Nolan, alla sua visione personale. Nolan nei
suoi film è sicuramente ossessionato dal concetto greco di Hybris, che assume il
significato della forza della tracotanza, l’eccesso dell’uomo che vuole superare
se stesso e la stessa condizione umana, la sfida a porsi al pari o sopra gli
Dèi. Nolan insegue uomini che praticano la Hybris fino alla distruzione, che sia
di loro stessi o di una sacra legge. Come Odisseo che è colpevole di aver
infranto la sacra legge di Zeus, che compare quasi come un ritornello per tutte
le tre ore di proiezione. La Hybris è affascinante tanto quanto pericolosa: più
in alto salirai sulla montagna, più ferocemente il fulmine ti colpirà quando
sarai alla sommità. Questa è la Hybris. Un istinto al superamento di ogni
limite. L’Odissea di Nolan è un’ode alla Hybris.
Un film dove la magia è la cornice perfetta: la scena inizia con un aedo che
canta le gesta della guerra di Troia e del suo assedio, costui picchia il
bastone tre volte a terra. Tre come tre sono i regni, tre come sono gli stadi
della coscienza. La terra, l’uomo e il cielo. Il cantore è un mago e il bastone
è un bastone magico. La magia è un filo rosso dimenticato che Nolan tira per
tutto il film, proponendo i dialoghi della memoria con la ninfa Calipso come
espediente narrativo. Il bastone si picchia tre volte perché tutti i regni siano
richiamati all’ascolto: il regno dei vivi, quello dei morti e quello degli Dèi.
E sono esattamente questi tre livelli che vengono portati in parallelo in modo
molto discreto.
Il ciclope. Visivamente poco accattivante, plasticoso. In effetti è stato
costruito in scena un pupazzo di 18 metri, il che spiega l’effetto giocattolo
finto. Ma c’è un aspetto delle scene di Polifemo davvero interessante: l’urlo
del gigante. L’urlo non è un singolo suono terrificante, sebbene caratteristica
dei film di Nolan sia una maniacale attenzione al volume – sempre altissimo e
invadente –: il lamento di Polifemo è in realtà più urla insieme. Sono più voci.
Ci potrebbe ricordare “io sono legione, perché siamo in molti”, famosa citazione
biblica (tratta dal Vangelo di Marco 5,9). Perché il gigante è figlio di
Poseidone, Dio del mare, anche se è creatura deforme. Ma ricordiamoci che nelle
antiche tradizioni, compresa quella greca, i giganti non sono esseri stupidi ma
sono estremi perché conoscono tutto, le antiche leggi di creazione, i giganti
hanno tutte le voci dentro la loro gola.
La Hybris si manifesta in molti modi. È anche l’eccesso di appetito, il
superamento dell’equilibrio delicatissimo tra necessità e accecamento della
mente. La Hybris viene punita da Circe che è una Dea con voce umana, che in
Nolan è molto umana, pure troppo. È una maga e usa la magia della metamorfosi,
una magia oscura e che richiede sacrificio. Gli elementi di pratica magica sono
citati tutti, passano forse un po’ in sordina a un occhio meno attento o con
meno conoscenza della simbologia. Questo è dovuto anche a una caratteristica di
Nolan: la velocità del montaggio. Un elemento di magia ben riconoscibile è il
taglio delle ciocche di capelli dei compagni di Ulisse, vengono tagliate perché
usate come vettore per la trasformazione, specialmente per gli uomini guerrieri
il taglio dei capelli equivale al ridurre la loro forza virile e vitale; in
magia ha il significato ben preciso di recidere la virilità, di reprimere la
reazione di un uomo. Inoltre, c’è un altro elemento che si reitera nelle scene
legate a Circe, ovvero il bisogno del consenso esplicito degli uomini prima di
praticare l’oscura magia: per questo chiede più volte a Ulisse, se vuole
mangiare la zuppa che lei gli ha preparato. Gli esperti di esoterismo
riconosceranno le fasi precise di certe pratiche oscure per cui è necessario il
consenso esplicito del soggetto. L’atto di magia di Circe è cruento, la magia è
cruenta e richiede fatica e sacrificio, anche quando è “bianca”, figuriamoci in
questo contesto in cui va contro l’ordine naturale.
L’elemento però forse è più interessante e anche meno esplicito di tutto il film
è la presenza/assenza di Agamennone. Agamennone è l’avviatore del conflitto, un
uomo che assume il carattere di entità. Un uomo che è stato capace di muovere
sacrifici, di condurre i vivi ai morti, di sacrificare persino la propria figlia
per ottenere il favore degli Dèi per la battaglia. Agamennone non si vede mai in
volto, non parla mai, esiste ed è terrificante ed enorme come un Dio antico. Il
colore della sua armatura è il nero, nero e oro nell’elmo e nelle rifiniture, il
volto è un boato di guerra dopo un silenzio atroce di attesa e delirio. Il boato
dopo l’assedio infinito di Troia. Agamennone compare immenso alle porte di
Troia, il fuoco si riflette sull’armatura lucida. Agamennone è Surtr, l’antico
gigante di fuoco della tradizione nordica. Surtr in norreno antico significa “il
nero, l’oscuro”, Agamennone è un Dio nero. Surtr è il gigante di fuoco oscuro
che presiede i confini del regno di fuoco primordiale, brandisce una spada di
fiamme con cui incendierà il cosmo alla fine dei tempi, al Ragnarock.
Il parallelismo per me è stato evidente, Agamennone è il comandante ed è colui
che ha trascinato molti al regno dei morti, non ha volto ed è nero, solo le
fiamme lo illuminano ma si riflettono sul metallo. Agamennone è Surtr, è nero e
non ha pelle, domina il fuoco incendiario come fosse un prolungamento del suo
desiderio, il fuoco come nodo finale della sua volontà.
L’unico momento in cui Agamennone ha volto è quando il bastone batte per la
terza volta, aprendo il mondo dei morti: da qui si affaccia Agamennone, oltre
l’armatura c’è forse un uomo, un uomo che ha pagato la vita con la vita al suo
ritorno in patria.
Chiudiamo il cerchio magico: Calipso è l’espediente narrativo, la trazione del
ricordo e della nostalgia dentro Ulisse, una leva che lo spinge fuori dai petali
morbidi e rassicuranti del fiore di Loto. Il cuore si fa spazio, passo dopo
passo, con fatica si apre alla verità dolorosa, si fa varco nella
dimenticanza. L’ultimo anello che deve rompersi per permettere a Ulisse di
ritornare è Calipso che deve smettere di dividergli i corpi. E anche qui abbiamo
nozioni di magia: i livelli sono tre, ovvero corpo, cuore e mente ma abbiamo
volontà e determinazione solo se questi sono tutti uniti e coerenti. La magia di
Calipso divide i piani, con la magia lei ha rallentato la volontà di Ulisse, gli
ha impedito l’unione dei corpi sottili. Dividi per comandare. Una antica legge,
sempre valida. La magia incatena un individuo quando questo non è stabile, non è
saldo al suo interno, quando il dolore prende il sopravvento e lacera l’anima.
Tre sono i mondi, tre sono i colpi del bastone, tre sono i corpi da riunire per
tornare a casa.
Clery Celeste
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della tradizione nordica) proviene da Pangea.