Una linea verticale che sale e si spezza. Una linea verticale che cade. Una
linea verticale immersa nell’acqua, soffocata, che si rompe. Una linea verticale
colpita da un incendio e crolla. Una linea verticale che sale ma dentro ha già
un’altra linea, una fessura, una ferita. Una linea verticale che si introverte
su se stessa. Una linea verticale che si spezza per stare dentro a un foglio.
Queste sono le opere in serie di Silvano D’Ambrosio, la serie della Torre di
Babele non è che un simbolo che prende forma e respiro.
Davanti ai disegni di D’Ambrosio non avete altra possibilità che un urlo o il
silenzio. Esattamente quello che avverrebbe se una torre davanti a voi
crollasse, se vedeste una linea spezzarsi, che tentava la risalita verso il
cielo. La stessa cosa che accade quando ci si rompe un osso, se l’arco costale
si spezza è il silenzio, il respiro si inverte. Poi – solo dopo – si è capaci
dell’urlo. Una delle prime volte in cui entrai in ospedale come allieva mi venne
detto di prestare più attenzione a chi nella sala d’attesa di un pronto soccorso
stava più in silenzio, perché il dolore rende muti. L’arte è così, ti dovrebbe
interdire la parola e quindi anche questo mio scritto, lo ammetto, è superfluo
ma scrivo per voi lettori, per farvi conoscere qualcuno che dipinge e crea in
modo ritirato, privato. La creazione è un fatto privato.
Ed ecco infatti non sarebbe strano andare all’inaugurazione di una mostra di
D’Ambrosio, sapere che c’è e volerlo incontrare, senza trovarlo. Sarebbe
assolutamente normale, perché nel momento della presentazione delle opere, di
tutte quelle parole che tentano di spiegare l’arte e il gesto, il movimento del
braccio che è prolungamento del pennello, ecco nel momento della spiegazione
tutti cercherebbero l’artista, ma non lo troverebbero. Perché D’Ambrosio si
ritira, se lo conoscete potete osservare come si muove. È un uomo elegante, mai
sciatto, si muove lentamente e respira molto piano. Se è in affanno, piuttosto
che farsi vedere si nasconde alla vostra vista. La distanza è necessaria, lo
spazio tra l’uomo e il foglio, tra un uomo e un altro uomo, permette la libertà
del mutare forma e del costruirla, dell’annientarla. Esattamente come la serie
della Torre di Babele che crolla.
Il tema non è nuovo per l’artista, sono infatti già due anni che lavora a questo
soggetto, che forse è un prolungamento di sé. La visione non è una scelta, è un
alveo che era già presente ma che l’uomo non vedeva, era pronto a essere invaso
dall’acqua e dal flusso, da una corrente che attraversa l’artista come un
momento di grazia. Ma spesso lo stato di grazia si inserisce proprio
nell’intercapedine della realtà, in quei giorni dove la necessità stringe ed è
una Dea molto crudele Ananke. E quindi accade che la macchina ha un guasto, è
costretto alla stasi e a stare in casa senza potersi spostare, e la visione
della torre si innesta in qualche posto preciso tra il chiasma ottico e le mani,
forse la torre che crolla fluisce nelle fibre nervose. D’Ambrosio scherzando mi
dice che la torre che crolla è l’uomo che invecchia, forse sono degli
autoritratti. Lui ironizza, sottile. Ma la torre crolla perché un silenzio è
stato interrotto, un segreto è stato svelato.
Allora mentre guardo la serie di disegni, piccoli e meravigliosi, incorniciati
su sfondo nero, non posso non andare con la mente alla carta sedici degli arcani
maggiori dei tarocchi. Una torre che crolla è la carta dei tarocchi, forse una
delle più belle e delle più disturbanti. Ricordo che una volta qualcuno mi fece
i tarocchi e questa fu una delle carte estratte, in effetti qualcosa crollò di
lì a poco tempo dopo, crollava perché una verità era stata rivelata, si era
aperto il velo e gli occhi avevano smesso di avere bisogno delle lenti, ci
vedevo benissimo anche da miope, senza alcuna correzione.
La torre dei tarocchi ricorda la torre di Babele, sono entrambi tentativi
dell’uomo di andare verso l’assoluto, una linea verticale che spinge dalla
materia verso l’aria, oltre le nuvole, provando a toccare la volta del cielo. La
torre è l’uomo che utilizza la materia e la addensa per formare una struttura in
cui, gradino dopo gradino, sia accessibile la salita, sia giusta. Ma la torre di
Babele crolla, la torre dei tarocchi crolla. E ciò che accomuna entrambe è
l’istante preciso del crollo, della folgore che colpisce la sommità come a
punire la hybris, la tracotanza dell’uomo, il suo osare senza misura, sfidando
gli Dèi e l’assoluto. Ma non è solo la sfida il problema, quella è anche lecita,
il problema sta nel silenzio violato. Le torri crollano perché l’Arcano mistero,
l’origine del bene e del male, il segreto della vita viene svelato. È nella
rottura del patto il crollo della tensione verticale, è nel tradimento della
legge del tacere che le potenze si invertono.
Prendo un testo a me molto caro dell’esoterista francese Eliphas Levi, Il
rituale magico del sanctum regnum (edizioni Atanòr, 1989), in cui l’autore
descrive gli arcani maggiori in chiave esoterica, iniziatica e pertanto di non
facile comprensione. Ma d’altra parte la spiegazione delle opere non è
tollerabile per l’autore e per l’artista, la spiegazione e il commento, la
parafrasi sono veri e propri abomini che tendono a raccontare in altre forme ciò
che già l’autore ha detto o scritto, creato. Personalmente ho sempre trovato
terrificanti le parafrasi delle poesie, ricordo l’orrore che provavo quando la
maestra alle scuole medie o alle superiori mi diceva “che cosa vuol dire la
poesia?”, avrei solo voluto urlarle in faccia che ciò che la poesia significa
l’autore l’ha scritta esattamente così come è. Che è nel mistero della
comunicazione, nello spazio di distacco tra i due terminali, l’emittente e il
ricevente, che risiede il significato, che è un miracolo, un nucleo di grazia
che viene condiviso.
> “Sapete perché il tempio di Salomone fu distrutto? Questi eventi si sono resi
> necessari perché il Grande Arcano della Conoscenza del Bene e del Male è stato
> rivelato”.
Eliphas Levi scrive che la torre è il segreto svelato, non quello conosciuto, è
il tradimento del silenzio. Se si ha la concessione di arrivare fino all’ultimo
piano della torre ci si deve trattenere dall’urlare dalla finestra,
dall’emettere un qualsiasi suono. La torre crolla e si inarca su se stessa,
esattamente come le torri di D’Ambrosio, perché un segreto è stato rivelato,
perché qualcuno ha emesso un suono, anche una sola parola. Se dal nostro
apparato fonatorio facciamo uscire anche un singolo suono l’accordo è tradito,
il fulmine spacca la torre e noi ci lanciamo nel vuoto oppure moriamo tra le
macerie.
> “Felice è l’uomo che scioglie l’Enigma della Sfinge; ma maledetto è colui che
> lo rivela ad altri.”
La serie della torre di Babele di Silvano D’Ambrosio è un monito al silenzio, un
memento necessario in tempi in cui tutti vogliono dire tutto, in cui
l’esposizione sui social appare fondamentale per comprovarci che esistiamo. Se
non siamo sulle piattaforme allora non viviamo, se raggiungi un segreto sai
tenere il mistero custodito come un cristallo al centro del petto? Sai tenerti
un diamante incastonato nella gola o ti strozzerai rivelando la parola, la più
antica, l’origine prima del mondo? I disegni di Silvano si devono osservare in
silenzio e dovete stare attenti persino a respirare, fate piano, mi raccomando.
Non chiedete spiegazioni. Le torri andrebbero acquistate e appese una in ogni
stanza, per ricordarci che il tradimento del silenzio è un atto che verrà
punito. La Parola della conoscenza non va sussurrata, può essere solo
riverberata dentro al nostro corpo, farci ampolla e recipiente ma niente deve
essere versato fuori. Le torri che crollano ricordano il sacro compito di
rispettare il silenzio.
Quando entrate nelle chiese c’è un cartello che dice di fare silenzio, e
spegnete il cellulare e state zitti, giusto? Ecco le torri di Silvano sono il
monito costante a far cessare un po’ quel rumore del parlare, quei discorsi vani
dove l’individuo produce domande senza attendere davvero la risposta, in cui
deve spiegarsi a tutti i costi. Ma se non ti comprendo, posso amarti lo stesso,
anzi. Se non ti comprendo, forse ti amo di più, ti amo proprio perché sei
inconoscibile. È quando penso di conoscerti che crollo, come una torre, mi
spezzo e cado in acqua.
Le torri di Silvano sono tutte diverse, ognuna vi indica qualcosa, ognuna di
queste parlerà al vostro inconscio, alla vostra parte nascosta e inconoscibile.
Sceglierete la vostra torre da acquistare da lì, dal pozzo nero che si installa
dentro le pupille degli occhi, gli stessi occhi che vi guardate allo specchio
tutte le mattine, gli occhi che vi guardano e che guardano.
La torre siamo tutti noi, tradita la parola, tradito il silenzio.
Clery Celeste
*Per informazioni sulle opere remote di Silvano D’Ambrosio potete scrivere a:
cleryceleste17@gmail.com
L'articolo “Felice è l’uomo che scioglie l’Enigma della Sfinge”. Intorno alle
torri di Silvano D’Ambrosio proviene da Pangea.
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Sempre pericoloso andare alle fiere dell’editoria. Libri deposti sui tavoli,
pronti a essere presi come fiori da far sbocciare a nostro piacimento più tardi,
quando torneremo a casa, quando avremo lo spazio mentale sufficiente per
accogliere parole e storie. Sempre pericoloso perché non sai mai in quale campo
di rovi andrai a infilarti, e dal quale – nonostante il dolore e le more gonfie
e viola – non ne vorrai più uscire.
Esattamente come Lettere minuscole di Ilaria Grando, pubblicato da TerraRossa
edizioni (2025). Buio e luce, una scrittura in prosa che sembra poesia, che
rispetta un ritmo costante e serrato, sembra di leggere con in sottofondo un
tamburo tribale fatto con la pelle, come si faceva anticamente, non come quelli
di plastica che si trovano oggi. Leggi e vai avanti, non puoi smettere, con quel
suono costante, sordo, a volte strisciante, a volte fa eco. Altre invece ti
sposta dal tuo asse e devi aspettare un po’ per continuare a leggere, non sai
bene cosa è successo tra quelle pagine ma un’immagine ti resta inchiodata
addosso, proprio dietro la retina.
Così è leggere questo libro di Ilaria Grando, con una storia che non inizia per
davvero nonostante il tentativo del primo capitolo di avvisare il lettore che
entrerà in un terreno strano, che si cerca di raccontare una storia da un
singolo punto di vista, la sua versione della storia. Forse non era nemmeno
necessario quel primo capitolo, perché è la vita stessa che porta avanti le
storie, a volte non c’è nemmeno bisogno di utilizzare artifici, il crudele si
svolge nella stessa carne, si respira e si ama, si fa l’amore e non si fa
l’amore, ci si perde e non ci si perde mai.
“Lei non è il suo dolore.
(Silenzio) E allora cosa sono? Cosa sono cosa sono cosa sono io che non mi
riconosco più. Non riconosco il colore degli occhi che da nocciola sono
diventati verdi, non riconosco le mani piene di tatuaggi e il corpo, il corpo,
tutto pieno di tatuaggi. Mi dica, chi sono, chi ero, chi ho perso, chi è morto.
Di cosa ha paura?
(Silenzio)
Di cosa ha paura?
Di perdermi
per
strada ballano stretti.”
La scrittura è profondamente intima, non è un libro che potete leggere
incautamente in compagnia di altri, non si può avere nessuno intorno quando
leggete questo testo. Il dialogo interno, una sorta di monologo personale e
privato, si fa strada nel cervello e lo farete vostro. Forse questo è un libro
per donne, me ne rendo conto, potrebbe essere destinato più a donna che amano
gli uomini, ma in realtà la voce di Ilaria Grando si fa strada e potrebbe aprire
varchi anche in lettori maschili.
Sicuramente questo testo è un atto di coraggio profondo: scrivere e mettere in
fila i pensieri, le fragilità personali, che siano aderenti alla realtà
dell’autrice o rubate da esistenze altrui è ininfluente, scrivere è comunque
mettere un segno, una testimonianza, un testamento di vita. Lettere minuscole è
un libro dedicato alla relazione, a quel fluido e a quello spazio tra i corpi:
tra un corpo di un uomo e di una donna, tra il corpo mentale e il corpo fisico
di uno stesso individuo, tra il corpo reale e quello riflesso in uno specchio.
Il tema è la relazione, la sua trama onnipresente che divora tutto, dal cui buco
si allarga la visione e prende ogni cosa per cui il buco minuscolo di una calza,
sul tallone, diventa un buco sempre più grande nel giorno di una chiusura di una
storia d’amore. Il buco nella calza è un punto su cui concentrarsi, è quel
piccolo difetto di apertura, un buco nella calza come una ferita.
> “Non vuoi ricordare, ma lui continua a domandare e tu a parlare. Presto gli
> uomini sono ovunque. Ovunque. Sul tuo corpo e nella tua voce, tra le sue dita
> e sopra i tuoi fianchi. Gli uomini sono ovunque.”
Sicuramente questo è un libro che trascina, è uno di quei testi che non puoi
iniziare e poi dimenticartene. Ci sono dentro storie che si intrecciano, c’è
della vita qui e anche se il filo narrativo non ha un inizio e una fine
prestabiliti (quindi ai lettori che hanno bisogno della segnaletica
preconfezionata della narrazione, come inizio-svolgimento-fine, consiglio di
leggerlo per entrare dentro la vita e di non leggerlo se volete solo ordine e
sterilità) vi aggancia in modo irrimediabile. Potete tenerlo anche sul bordo del
divano, lasciarlo lì per due giorni, ma appena sarete davvero soli sarà vostra
cura aprirlo e ricominciare da dove avevate interrotto.
Non posso dire che questo sia un libro come un diario, penso che con questo tipo
di scrittura le definizioni sia anche bene tenerle da parte, smettere di
incasellare tutto a ogni costo, tutto con un preciso ordine cromatico. “Lettere
minuscole” è molta vita, è dolore, è amore e difficoltà del corpo.
> “Cos’è per lei una donna?
>
> Un buco
>
> C’è un buco nelle calze. È un foro minuscolo e sta sul tallone. Deve essersi
> aperto prima, quando le sfilavo dalla confezione.
>
> È un buco insignificante, solo 3 mm di diametro e lascia uscire uno stupido
> pezzo di carne, bianca.”
Le lettere minuscole sono gli uomini, sono gli uomini con cui la protagonista è
entrata in relazione. Non hanno mai un nome, ma solo una singola lettera
minuscola, sempre scritta piccola. Le donne invece hanno tutti nomi propri, con
la maiuscola. Dignità e cancellazione. Cancellare gli uomini dal libro eppure
sono sempre lì, presenti, in mezzo al corpo di una donna che ama e che soffre,
che si rialza e vive. Lettere minuscole perché se riduciamo la grandezza sulla
pagina, se le scriviamo piccole piccole forse fanno meno male?
> “lettere minuscole,
>
> in successione. È notte e a bordo di un tram stanco riempio il foglio di
> lettere minuscole. Scrivo e mi ripeto che sono solo lettere minuscole e troppo
> rumore non possono fare. Lontano da qui, in un’altra casa, sotto altre
> coperte, con un’altra donna, tu dormi e io non ti voglio svegliare.”
Un libro vivo questo di Ilaria Grando e che consiglio a tutti i lettori che non
temono niente, che hanno coraggio di stare sia nel buio che nella luce. Luce e
buio sono infatti alcuni dei capitoli che troverete alternati, parole come
amuleti, da ripetere allo sfinimento, quasi per imporre degli argini. Alcune
parole preziose sono sassi che fermano un fiume in piena.
Clery Celeste
*In copertina: un disegno del Guercino (1591-1666)
L'articolo “Presto gli uomini sono ovunque”. Intorno al libro pericoloso di
Ilaria Grando proviene da Pangea.
Andai a trovarlo per via di René Char, il poeta combattente, il “Capitaine
Alexandre”, il poeta di Fogli d’Ipnos, così amato da Camus. L’aveva conosciuto,
trentenne, in un paio di folgoranti viaggi, insieme a Vittorio Sereni. “Guidava
una Alfa Sud amaranto in modo terribile, da Milano a L’Isle-sur-la-Sorgue. Se
tirava il mistral, Char dava di matto, era impossibile avvicinarlo…”.
A Stefano Simoncelli piaceva fare il piacione – sapeva di piacere, si vantava
della sua longeva virilità. Era capace di improvvise dolcezze, di disastri
altrettanto bruschi. Aveva una palafitta sull’abisso. Tra i poeti viventi, era
senz’altro il poeta più vivo. Insieme a Ferruccio Benzoni, a Cesenatico, nel
1973, aveva ideato la rivista “Sul porto”. Di quell’aurora di poeti, Simoncelli
era l’irrequieto, l’irregolare. Da ragazzo, eccelleva coi piedi: a sedici anni
lo voleva la Fiorentina, “mio padre non ne volle sapere; avrei dovuto
trasferirmi a Firenze, si oppose”. Restò a giocare nel ravennate, tra i
dilettanti e la serie C. Anni dopo, una fotografia immortala Simoncelli con
l’accappatoio, nello spogliatoio di un glabro campo da calcio; al suo fianco,
Giovanni Giudici, in giacca e cravatta. “Veniva a vedermi quando facevo il
torneo del bar: ero di un’altra categoria, segnavo sempre tre o quattro gol.
Giocavo all’ala…”.
Giocavo all’ala è il titolo della raccolta più nota di Simoncelli: esce
vent’anni fa, per Pequod, l’editore a cui il poeta resterà rigorosamente fedele.
Aveva esordito nel 1980 con una silloge, Via dei platani, introdotta da Giovanni
Raboni, pubblicata da Guanda nei “Quaderni della Fenice 64”. Seguì un altro
libro – Poesie d’avventura, per Gremese, sotto gli auspici di Enzo Siciliano,
nel 1989 –, la rottura con Benzoni, gli inferi della vita. Per quindici anni
Simoncelli, poeta avventuriero, poeta – si direbbe – senza lignaggio, poeta
latitante al sé, non scrive. Nel 1997 muore Benzoni, nel 2000 muore la madre, “e
per me è stato un dolore fortissimo. Erano morti tutti. Mi sentivo solo al
mondo. Poi, un giorno, è tornata la poesia e mi ha detto, ‘piccolino, perché non
ci mettiamo a scrivere qualcosa?’”. Da allora, Simoncelli si rimette alla
scrivania. Come un ossesso. Scrive tutti i giorni. Non smette più. Una veglia
perenne. Escono, con compulsiva violenza, La rissa degli angeli (2006), Stazione
remota (2008), Hotel degli introvabili (2014), Residence Cielo (2019), Un
barelliere del turno di notte (2021). Tra raccolte e plaquette, una
pubblicazione all’anno. Con Sotto falso nome, nel 2023, è finalista alla prima
edizione dello Strega poesia. Arnaldo Colasanti ha scritto che la poesia di
Simoncelli possiede una “forza immensa”, una “perfetta gloria”, perché “una
poesia che accetta di cancellare quel poco che è, se stessa, è una poesia senza
limiti, è una poesia dell’indifferenza e dell’assoluto”.
Simoncelli amava le donne e amava i cani. Una raccolta, A beneficio degli
assenti (2020), è “alla memoria della mia labrador Margot”. La poesia che mi ha
dedicato comincia così: “Non assomiglio più a nessuno…/ Certe volte sembro un
banco di nebbia,/ impenetrabile e denso, come quelli// che arrivano dal mare a
tradimento/ verso mezzogiorno portandosi via tutto”. C’era sempre qualcosa di
scaraventato in lui, c’era un cuore chiamato Paul Newman: lo spaccone che si
rivela spappolato. Un giorno mi ha scritto, “ho pensato di farmi fuori”; ogni
poesia, con quei versi di selvaggia lucidità (“Non so più chi sono/ e quale il
mio nome vero”), poteva essere l’ultima – Simoncelli scriveva come si prepara il
fuoco, per quelli che verranno e per quelli che non ci sono più.
Mi disse di quando aveva fatto ubriacare Franco Fortini, “cominciò a declamare
Baudelaire in francese, una scena di una bellezza assoluta”. Mi disse di aver
accompagnato Giorgio Caproni a vedere i treni, a Bologna; disse che “soltanto i
mediocri se la tirano” e disse di Pasolini, “uomo dal fascino micidiale,
avvertivi l’intelligenza e il tormento dell’intelligenza”: era andato a trovarlo
a Chia. Giocava con i ricordi come un pescatore con le più prelibate esche.
Amava i complimenti perché ha fatto di tutto per distruggersi. “La poesia è un
viaggio verso l’ignoto, la poesia sa di me molte più cose di quante io sappia di
me stesso”, mi aveva detto, a Cesena, anni fa, nella luce torba del suo
appartamento, una luce terrea, che ti seppellisce.
Era nato nel 1950, ha avuto pochi amici, in molti non lo sopportavano – il male
l’ha divorato in fretta. La settimana scorsa gli ho scritto. “Ti vedo con
piacere”, fa lui – non ci siamo visti, non c’è stato il tempo. Se esiste un Eden
dei poeti, Simoncelli cercherà di evitarlo. “I poeti davanti sorridono sempre –
poi ti accoltellano alle spalle”. Andrà per la sua via, come sempre, con il
corrusco orgoglio dei ronin, dei cavalieri solitari. Le sue poesie lasciano il
sale sulle labbra. Tra gli animali, preferiva la volpe, perché “prima di morire
guarda verso il bosco dove è nata”.
**
Intanto vedo che non vieni
per cena, che non ci sei
in mezzo alla piazza
tra i piccioni e la giostra,
che ti bagnerai fino alle ossa,
ti ammalerai adesso che piove
e hai dimenticato l’ombrello
accanto alla porta,
che non chiamerai per avvisarmi
e non ci sarà più niente,
proprio più niente
da chiederti.
(da Terza copia del gelo, Italic Pequod, 2012)
*
Nelle notti di burrasca lo si può vedere mentre lampeggia con una torcia
elettrica incomprensibili segnali luminosi lungo la spiaggia. È convinto che da
qualche parte, prima degli scogli e la grande secca di sabbia, aspettino di
sbarcare tutti i dimenticati, gli introvabili e i dispersi che hanno
attraversato a luci spente la grande burrasca della sua e di ogni altra
memoria.
(da Hotel degli introvabili, Italic Pequod, 2014)
*
Mancano pochi minuti a mezzanotte
e qualcuno bussa piano alla porta.
Mi alzo dal divano barcollando
e domando: “chi è?”. Silenzio
dentro a un altro silenzio
più crudele e profondo.
Faccio scorrere la sbarra
d’acciaio, tolgo la catenella,
schiudo una minuscola fessura
e guardo verso destra, a sinistra,
in basso, in alto, ma non c’è nessuno.
Buio sul pianerottolo, buio nel dolore,
il mio, buio dappertutto, mentre sento
la tua voce che bisbiglia da chissà dove:
“sono ritornata a prenderti, sei pronto?”
Lo sono da sempre ti vorrei rispondere,
ma la commozione mi stringe la gola,
non respiro, e d’un tratto capisco
che non capirò mai più niente.
(da Visite notturne, Italic Pequod, 2024)
*Le poesie di Stefano Simoncelli sono state scelte da Clery Celeste
L'articolo “Buio dappertutto”. Parole & poesie per Stefano Simoncelli proviene
da Pangea.