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“Presto gli uomini sono ovunque”. Intorno al libro pericoloso di Ilaria Grando
Sempre pericoloso andare alle fiere dell’editoria. Libri deposti sui tavoli, pronti a essere presi come fiori da far sbocciare a nostro piacimento più tardi, quando torneremo a casa, quando avremo lo spazio mentale sufficiente per accogliere parole e storie. Sempre pericoloso perché non sai mai in quale campo di rovi andrai a infilarti, e dal quale – nonostante il dolore e le more gonfie e viola – non ne vorrai più uscire.  Esattamente come Lettere minuscole di Ilaria Grando, pubblicato da TerraRossa edizioni (2025). Buio e luce, una scrittura in prosa che sembra poesia, che rispetta un ritmo costante e serrato, sembra di leggere con in sottofondo un tamburo tribale fatto con la pelle, come si faceva anticamente, non come quelli di plastica che si trovano oggi. Leggi e vai avanti, non puoi smettere, con quel suono costante, sordo, a volte strisciante, a volte fa eco. Altre invece ti sposta dal tuo asse e devi aspettare un po’ per continuare a leggere, non sai bene cosa è successo tra quelle pagine ma un’immagine ti resta inchiodata addosso, proprio dietro la retina.  Così è leggere questo libro di Ilaria Grando, con una storia che non inizia per davvero nonostante il tentativo del primo capitolo di avvisare il lettore che entrerà in un terreno strano, che si cerca di raccontare una storia da un singolo punto di vista, la sua versione della storia. Forse non era nemmeno necessario quel primo capitolo, perché è la vita stessa che porta avanti le storie, a volte non c’è nemmeno bisogno di utilizzare artifici, il crudele si svolge nella stessa carne, si respira e si ama, si fa l’amore e non si fa l’amore, ci si perde e non ci si perde mai.  “Lei non è il suo dolore.  (Silenzio) E allora cosa sono? Cosa sono cosa sono cosa sono io che non mi riconosco più. Non riconosco il colore degli occhi che da nocciola sono diventati verdi, non riconosco le mani piene di tatuaggi e il corpo, il corpo, tutto pieno di tatuaggi. Mi dica, chi sono, chi ero, chi ho perso, chi è morto.  Di cosa ha paura?  (Silenzio) Di cosa ha paura?  Di perdermi                                                                                            per strada ballano stretti.” La scrittura è profondamente intima, non è un libro che potete leggere incautamente in compagnia di altri, non si può avere nessuno intorno quando leggete questo testo. Il dialogo interno, una sorta di monologo personale e privato, si fa strada nel cervello e lo farete vostro. Forse questo è un libro per donne, me ne rendo conto, potrebbe essere destinato più a donna che amano gli uomini, ma in realtà la voce di Ilaria Grando si fa strada e potrebbe aprire varchi anche in lettori maschili.  Sicuramente questo testo è un atto di coraggio profondo: scrivere e mettere in fila i pensieri, le fragilità personali, che siano aderenti alla realtà dell’autrice o rubate da esistenze altrui è ininfluente, scrivere è comunque mettere un segno, una testimonianza, un testamento di vita. Lettere minuscole è un libro dedicato alla relazione, a quel fluido e a quello spazio tra i corpi: tra un corpo di un uomo e di una donna, tra il corpo mentale e il corpo fisico di uno stesso individuo, tra il corpo reale e quello riflesso in uno specchio. Il tema è la relazione, la sua trama onnipresente che divora tutto, dal cui buco si allarga la visione e prende ogni cosa per cui il buco minuscolo di una calza, sul tallone, diventa un buco sempre più grande nel giorno di una chiusura di una storia d’amore. Il buco nella calza è un punto su cui concentrarsi, è quel piccolo difetto di apertura, un buco nella calza come una ferita.  > “Non vuoi ricordare, ma lui continua a domandare e tu a parlare. Presto gli > uomini sono ovunque. Ovunque. Sul tuo corpo e nella tua voce, tra le sue dita > e sopra i tuoi fianchi. Gli uomini sono ovunque.” Sicuramente questo è un libro che trascina, è uno di quei testi che non puoi iniziare e poi dimenticartene. Ci sono dentro storie che si intrecciano, c’è della vita qui e anche se il filo narrativo non ha un inizio e una fine prestabiliti (quindi ai lettori che hanno bisogno della segnaletica preconfezionata della narrazione, come inizio-svolgimento-fine, consiglio di leggerlo per entrare dentro la vita e di non leggerlo se volete solo ordine e sterilità) vi aggancia in modo irrimediabile. Potete tenerlo anche sul bordo del divano, lasciarlo lì per due giorni, ma appena sarete davvero soli sarà vostra cura aprirlo e ricominciare da dove avevate interrotto.  Non posso dire che questo sia un libro come un diario, penso che con questo tipo di scrittura le definizioni sia anche bene tenerle da parte, smettere di incasellare tutto a ogni costo, tutto con un preciso ordine cromatico. “Lettere minuscole” è molta vita, è dolore, è amore e difficoltà del corpo.  > “Cos’è per lei una donna? > > Un buco > > C’è un buco nelle calze. È un foro minuscolo e sta sul tallone. Deve essersi > aperto prima, quando le sfilavo dalla confezione.  > > È un buco insignificante, solo 3 mm di diametro e lascia uscire uno stupido > pezzo di carne, bianca.” Le lettere minuscole sono gli uomini, sono gli uomini con cui la protagonista è entrata in relazione. Non hanno mai un nome, ma solo una singola lettera minuscola, sempre scritta piccola. Le donne invece hanno tutti nomi propri, con la maiuscola. Dignità e cancellazione. Cancellare gli uomini dal libro eppure sono sempre lì, presenti, in mezzo al corpo di una donna che ama e che soffre, che si rialza e vive. Lettere minuscole perché se riduciamo la grandezza sulla pagina, se le scriviamo piccole piccole forse fanno meno male?  > “lettere minuscole,  > > in successione. È notte e a bordo di un tram stanco riempio il foglio di > lettere minuscole. Scrivo e mi ripeto che sono solo lettere minuscole e troppo > rumore non possono fare. Lontano da qui, in un’altra casa, sotto altre > coperte, con un’altra donna, tu dormi e io non ti voglio svegliare.” Un libro vivo questo di Ilaria Grando e che consiglio a tutti i lettori che non temono niente, che hanno coraggio di stare sia nel buio che nella luce. Luce e buio sono infatti alcuni dei capitoli che troverete alternati, parole come amuleti, da ripetere allo sfinimento, quasi per imporre degli argini. Alcune parole preziose sono sassi che fermano un fiume in piena. Clery Celeste *In copertina: un disegno del Guercino (1591-1666) L'articolo “Presto gli uomini sono ovunque”. Intorno al libro pericoloso di Ilaria Grando proviene da Pangea.
March 16, 2026 / Pangea
“Buio dappertutto”. Parole & poesie per Stefano Simoncelli
Andai a trovarlo per via di René Char, il poeta combattente, il “Capitaine Alexandre”, il poeta di Fogli d’Ipnos, così amato da Camus. L’aveva conosciuto, trentenne, in un paio di folgoranti viaggi, insieme a Vittorio Sereni. “Guidava una Alfa Sud amaranto in modo terribile, da Milano a L’Isle-sur-la-Sorgue. Se tirava il mistral, Char dava di matto, era impossibile avvicinarlo…”.  A Stefano Simoncelli piaceva fare il piacione – sapeva di piacere, si vantava della sua longeva virilità. Era capace di improvvise dolcezze, di disastri altrettanto bruschi. Aveva una palafitta sull’abisso. Tra i poeti viventi, era senz’altro il poeta più vivo. Insieme a Ferruccio Benzoni, a Cesenatico, nel 1973, aveva ideato la rivista “Sul porto”. Di quell’aurora di poeti, Simoncelli era l’irrequieto, l’irregolare. Da ragazzo, eccelleva coi piedi: a sedici anni lo voleva la Fiorentina, “mio padre non ne volle sapere; avrei dovuto trasferirmi a Firenze, si oppose”. Restò a giocare nel ravennate, tra i dilettanti e la serie C. Anni dopo, una fotografia immortala Simoncelli con l’accappatoio, nello spogliatoio di un glabro campo da calcio; al suo fianco, Giovanni Giudici, in giacca e cravatta. “Veniva a vedermi quando facevo il torneo del bar: ero di un’altra categoria, segnavo sempre tre o quattro gol. Giocavo all’ala…”.  Giocavo all’ala è il titolo della raccolta più nota di Simoncelli: esce vent’anni fa, per Pequod, l’editore a cui il poeta resterà rigorosamente fedele. Aveva esordito nel 1980 con una silloge, Via dei platani, introdotta da Giovanni Raboni, pubblicata da Guanda nei “Quaderni della Fenice 64”. Seguì un altro libro – Poesie d’avventura, per Gremese, sotto gli auspici di Enzo Siciliano, nel 1989 –, la rottura con Benzoni, gli inferi della vita. Per quindici anni Simoncelli, poeta avventuriero, poeta – si direbbe – senza lignaggio, poeta latitante al sé, non scrive. Nel 1997 muore Benzoni, nel 2000 muore la madre, “e per me è stato un dolore fortissimo. Erano morti tutti. Mi sentivo solo al mondo. Poi, un giorno, è tornata la poesia e mi ha detto, ‘piccolino, perché non ci mettiamo a scrivere qualcosa?’”. Da allora, Simoncelli si rimette alla scrivania. Come un ossesso. Scrive tutti i giorni. Non smette più. Una veglia perenne. Escono, con compulsiva violenza, La rissa degli angeli (2006), Stazione remota (2008), Hotel degli introvabili (2014), Residence Cielo (2019), Un barelliere del turno di notte (2021). Tra raccolte e plaquette, una pubblicazione all’anno. Con Sotto falso nome, nel 2023, è finalista alla prima edizione dello Strega poesia. Arnaldo Colasanti ha scritto che la poesia di Simoncelli possiede una “forza immensa”, una “perfetta gloria”, perché “una poesia che accetta di cancellare quel poco che è, se stessa, è una poesia senza limiti, è una poesia dell’indifferenza e dell’assoluto”.  Simoncelli amava le donne e amava i cani. Una raccolta, A beneficio degli assenti (2020), è “alla memoria della mia labrador Margot”. La poesia che mi ha dedicato comincia così: “Non assomiglio più a nessuno…/ Certe volte sembro un banco di nebbia,/ impenetrabile e denso, come quelli// che arrivano dal mare a tradimento/ verso mezzogiorno portandosi via tutto”. C’era sempre qualcosa di scaraventato in lui, c’era un cuore chiamato Paul Newman: lo spaccone che si rivela spappolato. Un giorno mi ha scritto, “ho pensato di farmi fuori”; ogni poesia, con quei versi di selvaggia lucidità (“Non so più chi sono/ e quale il mio nome vero”), poteva essere l’ultima – Simoncelli scriveva come si prepara il fuoco, per quelli che verranno e per quelli che non ci sono più.  Mi disse di quando aveva fatto ubriacare Franco Fortini, “cominciò a declamare Baudelaire in francese, una scena di una bellezza assoluta”. Mi disse di aver accompagnato Giorgio Caproni a vedere i treni, a Bologna; disse che “soltanto i mediocri se la tirano” e disse di Pasolini, “uomo dal fascino micidiale, avvertivi l’intelligenza e il tormento dell’intelligenza”: era andato a trovarlo a Chia. Giocava con i ricordi come un pescatore con le più prelibate esche. Amava i complimenti perché ha fatto di tutto per distruggersi. “La poesia è un viaggio verso l’ignoto, la poesia sa di me molte più cose di quante io sappia di me stesso”, mi aveva detto, a Cesena, anni fa, nella luce torba del suo appartamento, una luce terrea, che ti seppellisce.  Era nato nel 1950, ha avuto pochi amici, in molti non lo sopportavano – il male l’ha divorato in fretta. La settimana scorsa gli ho scritto. “Ti vedo con piacere”, fa lui – non ci siamo visti, non c’è stato il tempo. Se esiste un Eden dei poeti, Simoncelli cercherà di evitarlo. “I poeti davanti sorridono sempre – poi ti accoltellano alle spalle”. Andrà per la sua via, come sempre, con il corrusco orgoglio dei ronin, dei cavalieri solitari. Le sue poesie lasciano il sale sulle labbra. Tra gli animali, preferiva la volpe, perché “prima di morire guarda verso il bosco dove è nata”.  ** Intanto vedo che non vieni per cena, che non ci sei in mezzo alla piazza tra i piccioni e la giostra, che ti bagnerai fino alle ossa, ti ammalerai adesso che piove e hai dimenticato l’ombrello accanto alla porta, che non chiamerai per avvisarmi e non ci sarà più niente, proprio più niente da chiederti.  (da Terza copia del gelo, Italic Pequod, 2012) * Nelle notti di burrasca lo si può vedere mentre lampeggia con una torcia elettrica incomprensibili segnali luminosi lungo la spiaggia. È convinto che da qualche parte, prima degli scogli e la grande secca di sabbia, aspettino di sbarcare tutti i dimenticati, gli introvabili e i dispersi che hanno attraversato a luci spente la grande burrasca della sua e di ogni altra memoria.  (da Hotel degli introvabili, Italic Pequod, 2014) * Mancano pochi minuti a mezzanotte e qualcuno bussa piano alla porta. Mi alzo dal divano barcollando e domando: “chi è?”. Silenzio dentro a un altro silenzio più crudele e profondo.  Faccio scorrere la sbarra d’acciaio, tolgo la catenella, schiudo una minuscola fessura e guardo verso destra, a sinistra, in basso, in alto, ma non c’è nessuno. Buio sul pianerottolo, buio nel dolore, il mio, buio dappertutto, mentre sento la tua voce che bisbiglia da chissà dove: “sono ritornata a prenderti, sei pronto?” Lo sono da sempre ti vorrei rispondere, ma la commozione mi stringe la gola, non respiro, e d’un tratto capisco che non capirò mai più niente.  (da Visite notturne, Italic Pequod, 2024) *Le poesie di Stefano Simoncelli sono state scelte da Clery Celeste L'articolo “Buio dappertutto”. Parole & poesie per Stefano Simoncelli proviene da Pangea.
May 21, 2025 / Pangea