Sembra che i filosofi italiani abbiano diritto di esistenza solo per svecchiare
i costumi degli uomini, e siano subito marchiati come profeti o eversivi, mentre
all’estero il destino dei filosofi è quello di tracciare un placido rinnovamento
del pensiero. Un Nietzsche ventisettenne annota sornione, nel breve ma
illuminante Sull’avvenire delle nostre scuole, che “in Germania diventa
letterato lo studioso fallito, nei paesi latini, invece, l’uomo educato
artisticamente”.
In Italia invece il filosofo è agitatore, prima ancora che speculatore. Tommaso
Campanella, che seguì un percorso simile a quello di Bruno – nel 1592 per poco
non si incrociarono a Padova; due anni dopo si trovarono a Roma nel medesimo
carcere del Santo Uffizio, a poche celle di distanza –, nel 1598 partì da Napoli
per scendere in Calabria e organizzare una rivoluzione contro il governo
spagnolo. Scontò i bollori eversivi con ventisette anni di reclusione, durante i
quali ebbe la ventura di sperimentare la tortura della “veglia” – ovvero,
quaranta ore appeso a una fune. Per i filosofi-agitatori si potrebbe fare anche
il nome del Savonarola.
Ad ogni modo, nell’esistenza di Giordano Bruno – avventurosa ed estrema ed
errabonda come poche altre – la via del pensatore e quella dell’agitatore si
incrociano pericolosamente.
Ci sono tre libri essenziali per setacciare la sua fortuna: per un quadro
generale, e per ripercorrerne le orme sparse in tutta Europa, Il sapiente
furore, di Michele Ciliberto, massimo conoscitore ed appassionato di Bruno,
rimane il portale d’ingresso migliore alle peripezie del Nolano. Il secondo è il
libello ragionato di Anacleto Verrecchia, forse l’ultimo dei brunisti,
corrispondente da Vienna, giornalista e germanista scatenato: non a caso, La
falena dello spirito, il pamphlet dedicato a Bruno, decise di scriverlo in
tedesco come forma di protesta contro un costume, quello
clericale-inquisitoriale italiano, che aveva condotto il filosofo al rogo.
Anche se nella maggior parte dei casi è vero il contrario, bisogna subito
avvertire che leggere Giordano Bruno sprovvisti di una guida è un’impresa che
conduce allo stesso binario morto degli inquisitori: all’incomprensione o,
peggio ancora, all’insofferenza per un pensiero tanto variopinto da risultare, a
volte, persino urtante.
Per fortuna – e qui veniamo al terzo libro, il più importante – una studiosa di
vaglia, Frances Yates, collaboratrice e poi docente del Warburg Institute fin
dal 1941, decise di consacrare l’esistenza allo studio di Giordano Bruno. Il
risultato è un libro straordinario: Giordano Bruno e la tradizione ermetica.
Pubblicato in Inghilterra nel 1964, vanta fin da subito sostenitori illustri.
Marguerite Yourcenar, nella postfazione all’Opera al nero, prosecuzione cupa e
tardomedievale del classicheggiante Le memorie di Adriano, ammette di averlo
studiato a fondo per ricostruire la temperie spirituale del ’500 ermetico. In
effetti, chi si accinge a leggerlo per immergersi nella vita di Bruno rimane
deluso: nelle prime duecentocinquanta pagine del saggio – su cinquecento
complessive – il filosofo è nominato solo raramente. Ma grazie a questo
preambolo il lettore comprende subito l’intento dell’opera: restituire Giordano
Bruno, dopo secoli di equivoci, alla sua religione spirituale d’appartenenza:
l’ermetismo.
Il contesto storico dell’influenza ermetica è ecclesiastico. Papa Martino V
convoca nel 1431 il concilio itinerante di Basilea, Ferrara e Firenze.
L’obiettivo è trattare con la Chiesa Ortodossa ed estirpare alcune eresie. In
questo clima di scambi, nel 1460, una legione di monaci e dotti bizantini,
sguinzagliata da Cosimo de’Medici e proveniente dalle chiese d’oriente, sfila
tra le vie fiorentine: l’avvenimento è eternato nella straordinaria cappella dei
Magi, a Palazzo Medici-Riccardi. Ma il fatto più notevole è che questi eruditi
portano dei nuovi manoscritti in Italia; uno di questi contiene il Corpus
Hermeticumdi Ermete Trismegisto.
Ora, chi era Ermete Trismegisto? Secondo Agostino e Lattanzio, un personaggio
storico realmente esistito, forse precedente o contemporaneo a Mosè: sacerdote,
legislatore e re, inventore dei geroglifici egizi e mago, fa parte di
quella prisca theologia che seppe intuire il Cristianesimo prima del suo reale
avvento storico. Per Lattanzio, invece, Ermete è uno dei più importanti profeti
pagani, mentre Agostino, più cauto, afferma che “questo Ermete dice di Dio molte
cose secondo la verità”, ma in altri testi pratica quel tipo di magia che è
l’anticamera del diavolo.
Per secoli si erano perse le tracce di questi testi. Nel Quattrocento ritornano
al centro dell’Europa con un impeto talmente travolgente da costringere Marsilio
Ficino, incaricato da Cosimo della curatela dei nuovi manoscritti, a sospendere
la traduzione dei dialoghi di Platone, già pronti, per concentrarsi
esclusivamente su Ermete Trismegisto: Cosimo è vecchio e vuole leggerlo prima di
morire.
Oggi sembra inconcepibile, ma nel Rinascimento Ermete era più importante di
Platone. Non bisogna dimenticare che nello stesso periodo, come ricorda
Yates, “Ficino risuscita la magia ermetica, la difende come compatibile col
Cristianesimo, cerca di coinvolgere Tommaso d’Aquino nel suo uso di talismani;
Pico della Mirandola pensa che magia e cabala confermino la divinità di Cristo.
Papa Alessandro VI fa dipingere in Vaticano un affresco pieno di motivi egiziani
per testimoniare la sua protezione della magia”. Il clima di rinnovamento
spirituale favoriva l’ibridazione tra paradigmi religiosi diametralmente
opposti.
I manoscritti che contenevano il Corpus Hermeticum sono compositi:
vanno dal Pimander, una sorta di Genesi, all’Asclepius, un trattato di
magia. Tutti gli altri raccontano del modo di incontrare Dio per raggiungere la
coscienza del divino. Un passaggio dell’Asclepius ha un’influenza capitale per
la mentalità rinascimentale, tanto da essere posto in apertura di quello che
oggi viene considerato il manifesto filosofico dell’uomo rinascimentale,
l’Orazione sulla dignità dell’uomo del ventitreenne Pico della Mirandola, che si
apre riecheggiando le parole di Ermete: magnum miraculum est homo. “Il più
grande miracolo è l’uomo” e il mago ermetico è colui che ricorda all’uomo questa
origine divina attraverso una delle tecniche magico-mnemoniche più praticate da
Pico, Ficino e Bruno: quella “riflessione dell’universo nella mente” per cui,
come scrive Giordano Bruno, “colui che vede in se stesso tutte le cose, è, al
tempo stesso, tutte le cose”.
Il libro di Francis Yates trasmette la sensazione che un’epoca possa trarre
giovamento dal passato solo tradendolo e travestendolo. L’influenza del
movimento ermetico, fondamentale per comprendere i conflitti religiosi del
Cinquecento, giunge al termine a inizio del 1600, quando un geniale filologo,
Casaubon, versato nelle lettere antiche e attento demistificatore delle favole
moderne, prova definitivamente che il Corpus Hermeticum non è l’opera di Ermete
Trismegisto, ma il prodotto di diversi autori del secondo secolo dopo Cristo,
forse appartenenti alla corrente gnostica, che cercavano di raggiungere
l’esperienza del divino senza l’ausilio di scuole filosofiche e religioni.
Allo stesso modo, Giordano Bruno nutrì l’ideale smisurato di risanare un secolo
di intemperanze religiose e di sette in lotta tra loro coltivando non soltanto
il placido ideale del paciere, ma immaginando uno sterminato pensiero
cosmogonico costruito a partire dalle ceneri delle religioni e forgiato in un
linguaggio barocco dotato di una vena vicina a Shakespeare (il quale pare si sia
ispirato al soggiorno di Bruno in Inghilterra per il suo Biron di Pene d’amor
perdute). Non fu condannato per le sue opinioni da pensatore moderno, né per le
sue temerarie idee sui mondi innumerevoli, ma semplicemente perché, da
missionario eretico, proponeva una religione, l’ermetismo, in netto contrasto
con la Chiesa del Cinquecento.
Oggi, lontani da eresie e religioni, ci sono due modi per leggere Giordano
Bruno: come l’illustre progenitore di quella schiatta filosofica meridionale di
impenitenti che, passando per Campanella, risale fino a Giambattista Vico; o
come un Giove tonitruante che sfoderando la sua intemperanza linguistica ha
preparato il terreno alla linea tipicamente italiana di quegli scrittori come
Dossi, Gadda, Savinio, Manganelli e Landolfi che non si accontentano di
raccontare una storia ma ricercano un universo che “catturi le voci degli dèi”.
Andrea Muratore
*In copertina: immagine dagli “Emblemata” di Andrea Alciato (1531)
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