Da mesi mi tormenta una domanda: come sarebbe la letteratura oggi senza
gli editor? Ignoro la struttura delle altre professioni, ma sospetto che ogni
lavoro abbia un nume tutelare, una nicchia in cui sgranare il cruciverba dei
propri peccati. Nel campo dell’editoria l’angelo custode, il santo protettore a
cui votarsi è l’editor. L’editor spariglia i testi, prevede le collane, progetta
e organizza le parole. Alla figura dello scrittore, che fino a poco fa potevamo
immaginare come un’essenza irripetibile distillata in solitudine, se non in una
secentesca torre d’avorio quantomeno nella cerchia ristretta dei confidenti e
degli affetti, oggi dobbiamo associare sempre, apertamente o subdolamente,
scopertamente o surrettiziamente, una protesi umana, una longa manus che si
protende dalla penna e ci fissa occhiuta da ogni pagina, quella dell’editor. A
questa anamorfosi si aggiunge quella del lettore, che se prima vedeva nello
srotolarsi della pagina un’unica volontà creatrice, ora deve fare i conti con
un mio/tuo che rende strabica la lettura.
La lenta erosione degli spazi e dei ruoli da parte degli editor ha due
conseguenze che mi sembrano interessanti: la prima, che nella critica e
nell’apprezzamento del pubblico questa editorializzazione del gusto ha
trasformato ragioni di gusto in capricci di gusto: se prima si discuteva delle
motivazioni che avevano portato uno scrittore a pubblicare un libro, o delle
idee che in esso erano espresse e di cui il libro costituiva il precipitato
sofferto, oggi si salta a piè pari questo passaggio per impuntarsi subito su
quello che, secondo noi, l’autore avrebbe potuto fare a meno di scrivere in un
capitolo o in una specifica pagina. Provate ad avvicinare, nei club di lettura,
nelle librerie, negli appartamenti, nelle famiglie, le discussioni letterarie
che vi si svolgono, e ditemi se non è vero che la forbice dell’editor va
trasmutandosi geneticamente in ognuno di noi, soppiantando con uno strappo
quelle radici di gusto e di sentimento che stanno alla base di ogni buon libro e
di ogni buona lettura.
La seconda conseguenza è più strutturale e può essere esemplificata in un
movimento: se prima era lo scrittore a dirigersi dall’editore per sottoporgli un
libro, con l’idea già foderata di parole pronta a macchiarsi per il mondo, oggi
il tragitto è esattamente contrario. È l’editor, nelle vesti di editore in senso
largo, che rincorre l’autore con proposte di libri futuri che fiaccano la tenuta
già vacillante di ogni sputa-parole. Anche qui, val la pena d’avvicinarsi alla
scena: non c’è fiera editoriale, o incontro letterario a cui abbia assistito,
grande o piccolo che sia, che non contenga una di quelle scene patetiche per
cui, allo spegnimento del microfono, mentre gli altri cominciano a rivestirsi,
un nugolo di mosche inizia a girare attorno all’autore con un ronzio capace di
far desistere il più coriaceo dei sognatori. Si insegue l’autore per
complimentarsi dell’intervento, certo, ma l’importante è rinnovargli quel fiato
sul collo che presagisce l’alito cattivo del prossimo libro, certamente non
promettente nella misura in cui nasce sotto così infausti presagi. In breve, la
tavola della legge che gli editor hanno ricevuto dal Monte Siae ha due
comandamenti: marcare stretto l’autore e ostacolare chi tenta di opporvisi.
Ora, perché tanto clamore in così poca veste? Perché tanto brusio, proprio dove
le parole dovrebbero pesare di più sulla bilancia? La mia impressione è che gli
editor, che ad onta di tanti vituperi sono persone ragionevoli e attente, si
rendano conto di uno scenario che andrebbe posto sotto attenta osservazione: la
produzione di scrittura nel panorama odierno è inversamente proporzionale alla
sua qualità. È come se ogni libro pubblicato fosse un nodo che stringe il cappio
intorno al quale stiamo appesi tutti e da cui pende e dipende l’operato di ogni
editor che si rispetti. In ogni libro giuriamo tacitamente che il successivo non
potrà essere peggiore di questo, salvo poi scoprire che il patto è
sistematicamente disatteso dalla prossima cattiva lettura.
Il circolo, come si vede, è vizioso: gli autori già affermati accondiscendono,
per non abdicare la posizione di rilievo che hanno maturato negli anni, alle
richieste degli editor, mentre quelli esordienti hanno due strade: o accodarsi
alle richieste di questo genere e produrre qualcosa di tematicamente simile, in
attesa che sia notato dalle tante scuole di scrittura che invogliano, col loro
stesso operare, questo genere di prodotti; o condannarsi a un vox clamantis in
deserto sperando che l’eco della propria solitudine arrivi faticosamente nella
cittadella distante dall’oasi. Di questo passo, anche la narrativa si va
editorializzando, nel senso che non nasce più da una esigenza fisica di
espressione, ma da un desiderio prodotto e suggerito proprio da coloro che
dovrebbero salvaguardare la massima diversità in fatto di espressione e di
narrazione. È da leggere in questo senso la spaventosa rassomiglianza tra scuole
di scrittura e di sceneggiatura, tra cinema e letteratura, tra serie-tv e
racconti: sembra che le parole, prima ancora di atterrare sullo schermo, siano
già pensate sotto forma di battuta e non di ritmo. Così il libro, da porto
definitivo di espressione, si trasforma in un veicolo che semplifica la
trasposizione da un prodotto all’altro.
A questa breve disamina si accompagna il sospetto più indiscreto e probabilmente
più malevolo: davvero nessun testo ha l’autonomia di passare le maglie dei
censori? Non sarà, questa dogana editoriale ai confini della realtà del testo,
l’estremo tentativo di normalizzare un prodotto che deve essere il più affine
possibile alle coordinate già tracciate dal gusto, pena la sua esclusione
nell’isola di confino dell’impubblicabilità?
Queste righe non vogliono cavalcare l’onda sicura del libello, ma seminare
un’ombra di dubbio nella mente di quanti, come il sottoscritto, amano troppo a
fondo la letteratura per non chiedersi come sarebbe oggi senza gli editor.
Andrea Muratore
*In copertina: una illustrazione di N.C. Wyeth a “L’isola del tesoro”
L'articolo Sull’editing del testo come forma preventiva di omicidio proviene da
Pangea.
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Senza una ragione apparente Bolaño lo avvicina allo scrittore spagnolo
Enrique-Vila Matas, autore dell’innovativo Bartebly e compagnia, una sorta di
fenomenologia di tutti quegli scrittori che hanno ridotto la scrittura a pura
forma di esistenza dissidente. Ma César Aira, scrittore argentino, settantasei
anni, sicuro vincitore del primo Nobel argentino secondo una legione di
colleghi, è molto più che una rassomiglianza. Bolaño si affretta a precisare che
è «uno dei tre o quattro migliori scrittori in lingua spagnola di oggi». Poche
righe prima, sempre rimanendo nel canone infallibile dei numeri, aggiunge
che Cecil Taylor di Aira, che potete leggere integralmente qui, è «uno dei
cinque migliori racconti che io ricordi».
Leggendo Il pittore fulminato ci si rende conto che la strada che la letteratura
deve percorrere è ancora gravida di futuro.
Due pittori partono per il Sud America sulla scia di quelle spedizioni che hanno
reso leggendario il nome di Alexander von Humboldt. Il loro viaggio,
> «anche se tracciava zigzag sulla mappa, seguiva una linea retta, come una
> freccia scagliata verso l’immensità».
L’obiettivo è rendere immediatamente percepibili, a livello visivo, le scoperte
scientifiche del pioniere Humboldt: tentacolari esemplari fluviali di flora e
fauna e pietre dalle striature corrusche. La novità dello sguardo si traduce in
una innovazione artistica che deve essere all’altezza dell’invenzione:
«proprio nei dettagli si ritrovava la stranezza che cento anni dopo si sarebbe
chiamata “surrealismo”, mentre a quel tempo era la “fisiognomica della Natura”,
vale a dire il procedimento».
Balena improvvisa l’idea che l’annosa tenzone tra cultura e natura sia una
questione di pura precisione per approssimarsi alla bellezza. E come nei
trattati cinquecenteschi di anatomia, medicina e botanica si utilizzavano i
disegni di Dürer per illustrare le nuove scoperte scientifiche, così per la
pittura di genere vengono inviati nel Nuovo Mondo due pittori all’inseguimento
dell’ignoto.
Nei libri di Aira si sprofonda in una perenne possibilità narrativa che innerva
ogni pagina: è come se le parole si trovassero ancora in uno stato primordiale,
dove tutto può accadere in ogni momento. Le vicende dei personaggi sono ben
definite, così come i lineamenti caratteristici dei protagonisti, ma proprio
questa quadratura geometrica ingabbia il lettore in un futuro aleatorio.
Già questi pochi elementi basterebbero a far sollevare le sopracciglia: in meno
di cento pagine il romanzo si dirama in una sorta di commistione tra il
resoconto scientifico di una spedizione avventurosa e il tentativo di aprire
nuove vie a partire da queste conquiste scientifiche. Ma è anche un trattato
breve su come la realtà fagocita lo sguardo per farlo ripiombare nell’oscurità
di una visione sfocata.
È difficile dire chi raccoglierà il testimone di una scrittura così brillante e
innovativa, se il lotto di scrittori est-Europei, quello autoctono dei
sudamericani o gli scrittori a venire di altre regioni che non sono ancora
cadute sotto il nostro sguardo. Quanto ai capostipiti di questa letteratura, mi
sembra di poterli radunare in uno strano incrocio tra due sudamericani e un
tedesco: Quiroga, Bioy Casares e Büchner. Nei racconti amazzonici di Quiroga
ritroviamo la stessa atmosfera carica di mistero che avvolge i due protagonisti
del libro di Aira, la stessa aria post-apocalittica in cui la natura ha
incenerito ogni desiderio umano, mentre nella geometrica intelaiatura del libro
più celebre di Bioy Casares, L’invenzione di Morel, lo sguardo del lettore è
calamitato da una tessitura di dettagli che si rivela decisiva per lo sviluppo
del libro. È come se l’autore spingesse il lettore a sospendere l’incredulità
per una buona parte della narrazione, salvo poi restituirgliela intera nelle
pagine finali, dove tutto si risolve non alla maniera di un libro giallo, ma
sotto le tinte di una specie di trattato di metafisica.
Il nome di Büchner, geniale scrittore e drammaturgo spentosi a soli ventitré
anni, si impone invece perché con il Lenz, celebrato da Thomas Mann, Zweig e
Hofmannsthal come uno dei capolavori della letteratura tedesca (ma chiunque
dotato di buon gusto non potrà poi più farne a meno) Büchner si apre a quel
filone della passeggiata letteraria che nel Novecento sfocerà in Robert Walser,
che non a caso dedicò a Büchner un breve racconto.
Da questo meticciato letterario nasce tutta la potenza di un libro singolare
come Il pittore fulminato, dove la rappresentazione della realtà sfugge
continuamente dalle mani dell’uomo, perché
> «il “tutto” non è sufficiente. Forse perché esistono altre “totalità”, o più
> probabilmente perché il “tutto” che corrisponde a colui che parla, e al suo
> piccolo grande mondo, ha una rotazione simile a quella degli astri che,
> combinata con le traslazioni, fa sì che certe facce rimangano nascoste per
> sempre».
Andrea Muratore
*In copertina: il Chimborazo secondo Alexander von Humboldt, 1807
L'articolo César Aira, ovvero: fisionomia della scrittura allo stato primordiale
proviene da Pangea.
Sembra che l’esistenza dello scrittore sia legata a un mercimonio col
demone. Che gli scrittori siano indemoniati, pare cosa evidente: invischiati col
male, cercano di adescare le trombe del mondo basso. Farlo in poesia è più
semplice: la brevità del verso rende fuggevole l’incontro. Esclusi Omero,
Virgilio, Dante e Baudelaire, l’inferno è una sala d’attesa per epigoni. Quanto
al romanzo, il vertice luciferino lo ha toccato Thomas Mann: misurarsi con la
perfezione significa saggiare tutte le spigolature del caso. Basta leggere
il Doctor Faustus per accorgersi di quanto uno scrittore, prima ancora di
forgiare, deve essere forgiato dalla materia del libro.
Divagazioni a parte, rendere letterario il male è sempre stato il cesello
preferito di molti artisti: si disinnesca un morbo che scalpita a suon di
metafore e aggettivi. Wallace Stevens, quel presocratico della poesia che
talvolta s’improvvisava Eraclito, scriveva che “la realtà è un cliché da cui
fuggiamo con la metafora”.
Per lo più, la letteratura è una forma di adattamento al male subito, in attesa
che il miracolo dell’opera si compia.
Per una sorta di scherzo del diavolo, Il vescovo e il ciarlatano di Manganelli,
impressionante per intelligenza, uscito per Sellerio poco più di un anno fa, è
passato inosservato.
Letteratura e psicoanalisi, nonostante nobili tentativi di risanamento,
continuano a pungolarsi in un senso e nell’altro, con esiti più terapeutici che
letterari. Eppure, non capita spesso di trovare uno scrittore, perlopiù
umbratile e refrattario alla luce, che si reca spontaneamente da uno
psicoanalista, come a seguire l’ultimo dettato del labirinto.
Ma con Manganelli andò esattamente così: consigliato da Cristina Campo, che era
rimasta colpita da Bernhard perché iniziava le sue sedute chiedendo “a che punto
è della sua tradizione?”, Manganelli decise infine di recarsi da un analista. Ma
siccome era Manganelli, si recò, se non dal migliore, almeno dal più primitivo
degli psicoanalisti: Ernst Bernhard.
Nell’intervista che apre il libro, un incendio di arguzia, Manganelli spiega
sinteticamente cosa significa avere a che fare con un uomo come Bernhard.
Incalzato dall’intervistatrice, argomenta che «la letteratura trattata come
centrale diventa molesta, perché tutto ciò che è centrale è intollerabile. La
letteratura è centrale solo quando si capisce che è periferica». Poi, senza
soluzione di continuità, passa in rassegna la figura di Bernhard, l’uomo che gli
ha insegnato a mentire. Dice che Bernhard amava le cartografie, che iniziava le
sedute con la lettura delle linee delle mani e con lo studio del quadro
astrologico del paziente. Tutto quello che il mondo offriva era una chiave di
lettura della realtà, priva di gerarchia: «una completa psicologizzazione del
materiale che maneggiava». Non ultimo: la lettura e consultazione continua
dell’I Ching. Non è un caso che fin dai primi incontri Manganelli si rende conto
di «avere a che fare con una impostazione topograficamente anomala dello spazio
psicologico. Improvvisamente ci si accorgeva che non si viveva in due dimensioni
ma si viveva in una quantità di dimensioni impressionanti».
La soluzione di questa terapia, come non tardò a scoprire, era innovativa, e
spalancava scenari mentali – e quindi letterari – fino ad allora impensati. Se
prima Manganelli credeva di dover affrontare un problema per risolverlo, con
Bernhard si accorse che la mossa più astuta era «portare la convivenza mentale
in luoghi imprevedibili e imprevisti». Iniziò così un colloquio in cui era in
gioco la salvezza di tutto ciò per cui esiste un individuo: il suo retaggio
simbolico, il precipitato delle sue credenze. Infine – ed è forse la cosa più
interessante, considerando la cifra stilistica di Manganelli – il suo
linguaggio. Con Bernhard l’esistenza diventava una carta geografica in cui
l’inesattezza era il criterio di interpretazione. La malattia fungeva solamente
come coordinata della nostra salute:
> «il pericolo non è di essere malati, perché credo che, in un certo senso,
> esistere sia essere malati, ma di avere una malattia non pertinente,
> incongrua. Il problema è di sostituirla con una malattia pertinente. La
> malattia giusta è ciò che noi possiamo chiamare qualche volta in un momento di
> distrazione anche “salute”».
Quando gli chiedono cosa sia rimasto di quell’incontro con Bernhard, Manganelli
non ha dubbi: il gusto della casualità. E poi: «la capacità di sostituire
sistematicamente la fede con la superstizione». Per lo scrittore la letteratura
è una sorta di superstizione, perché sa rinunciare alla verità quando serve,
«cosa che la fede non sa mai fare». Da questo punto di vista, la letteratura è
un patto con la menzogna. Come scrittore, Manganelli, che aveva già
pubblicato La letteratura come menzogna, sceglie di essere estraneo alla verità:
«la verità non ci riguarda, questa è una mia personale convinzione. La
superstizione, invece, è fatta a nostra misura».
Il vescovo e il ciarlatano è proprio questo: una mescolanza tra sacro e profano,
tra psicoanalista e scrittore, una spudorata inclinazione alla menzogna che
trasforma la verità in racconto, perché «il mentitore è il proprietario di tutte
le favole possibili» e la Storia non nacque «dall’ira di Dio, ma dalla menzogna
di Caino».
Da qui, da questo incontro pericoloso nasce quell’incrocio di possibilità che è
la letteratura. Nonostante il libro raccolga materiali eterogenei – articoli,
recensioni, interviste – il punto focale è “Jung e la letteratura”. Siamo nel
centro di convergenza di tutti i mascheramenti possibili: nel 1973 Manganelli,
invitato come professore universitario ad un convegno su psicologia e
letteratura, lancia un guanto di sfida ai relatori e persino a sé stesso,
sostenendo che la cultura distrugge la letteratura, e che la psicologia,
esplorata nelle sue ramificazioni, è l’ultima ancora di salvezza per chi vuole
ancora fondare la propria opera sul mercimonio col demone.
> «Se io trovo nella letteratura qualche cosa di vitale, di inquieto, di
> violento, appunto di eversivo perché ha a che fare con delle forze inconsce
> estremamente forti, la cultura cerca di spiegarmi che tutto questo non è
> assolutamente vero».
Questa requisitoria, lunga appena ventisei pagine, è il vero capolavoro del
Manganelli libellista: tutti i generi danzano una sarabanda infernale, tutte le
parole indossano una maschera. Potrebbe essere la trascrizione di una semplice
conferenza o l’appunto preliminare, ma anche una versione teatrale della
reazione degli ascoltatori o una confessione schizofrenica di quello che si
vorrebbe sempre dire in pubblico. Ma fondamentalmente è questo: l’atto d’accusa
della letteratura verso chi vorrebbe addomesticarla.
Andrea Muratore
L'articolo La malattia giusta. Ovvero: ecco perché leggere continuamente
Manganelli fa bene proviene da Pangea.
In principio, forse, era il verbo. Ma non appena il verbo si fece maturo e
seminò le radici del discorso, ogni libro divenne una stagione da coltivare e
ogni frase una serra da proteggere. La cifra di questi tre libri, incastonati in
un blu marittimo, è l’eremitaggio: il panorama come il discorso che getta le
basi di una colonizzazione futura, e le frasi che recano l’unica traccia
affidabile del dettato.
La pantera delle nevi. Pare che Tesson sia salito agli onori della cronaca
francese per una forma culminante di mimetismo: se fosse possibile sintetizzare
l’esperienza di un uomo in poche stringhe, si dovrebbe dire: la soluzione finale
della ragione è la mimetizzazione, l’adattamento a quanto soggioga per eccesso
di eloquenza: leggi, la Siberia (tappa di un altro suo memorabile libro, Nelle
foreste siberiane), il Tibet, la Mongolia. In breve, il sogno di un uomo di
essere invisibile, e di come prese la strada dell’Asia per scomparire; lui, un
parigino incallito dalle critiche e sterilizzato dall’isteria della polemica che
si mette sulle tracce di un fotografo che insegue animali leggendari, un uomo il
cui sogno è “essere completamente invisibile”. Riflette Tesson:
> “la maggior parte dei miei simili – a cominciare da me – voleva il contrario:
> farsi vedere. Non avevamo nessuna speranza di avvicinarci a un animale”.
Fin dall’inizio, la piccola troupe si mette sulle tracce della pantera. Ma la
natura ama nascondersi, e la ricerca si trasforma in un percorso iniziatico. Il
luogo è inospitale – “venti gradi sotto zero. In luoghi come quelli noi uomini
non potevamo fare altro che passare” – ma la tempra è ben oliata. Fra le altre
cose, questo è un libro che ramificandosi, durante il percorso, si trasforma in
un erbario essenziale da cui estrarre un principio terreno di saggezza.
Sfogliando a caso: “L’uomo? Dio ha giocato a dadi e ha perso”, oppure,
metafisizzando il paesaggio: “i versanti sono striati di venature nere, gocce
cadute dal calamaio di un Dio che abbia posato la penna dopo aver scritto il
mondo”. Un linguaggio che imita la natura affilandosi. Nell’appello futuro dei
canoni Tesson risponderà: presente.
Terra sonnambula. Di Mia Couto, bisogna ripetersi nome e cognome sotto-labbra:
sembra una antica cantilena sulla soglia di un nuovo linguaggio. Riscoperto
dalla critica pochi anni fa, scrive in portoghese, ma di fatto appartiene a
un’altra lingua. Basta sfogliarne una manciata di pagine per accorgersi che
certi scrittori trovano asilo soltanto nel recinto delle lettere. In breve,
l’autore, mozambicano (“un paese disegnato con la geografia della nostalgia”),
per sedici anni è testimone di una violenta guerra civile. I numeri sono muti,
ma lasciamoli balbettare: alla fine del conflitto, nel 1992, un milione di
mozambicani, semplicemente, mancano all’appello. Deve essere da questa lacuna
che Couto ha sprigionato il suo oceano linguistico. L’incipit fa parte di quei
fulmini obliqui che ti precipitano alla cassa, con il libro in mano:
> “In quel posto, la guerra aveva ucciso la strada. Sui sentieri, solo le iene
> si trascinavano, grufolando tra cenere e polvere. Il paesaggio era un misto di
> tristezze mai viste, con colori che si appiccicavano alla bocca. Il cielo era
> diventato impossibile. I vivi si erano abituati alla terra, in un rassegnato
> apprendistato di morte”.
Dal sodalizio fra un giovane e un vecchio, Muidinga e Tuahir, fiorisce la storia
di questo libro: in mezzo, il ritrovamento di un manoscritto in un bus che tira
le fila della storia, aggiungendo scorie di incantamento all’assolo della
violenza. I due costruiscono un’oasi nel deserto della guerra. La fonte di
questa freschezza sono le storie che Muidinga legge dal manoscritto ritrovato:
anche il vecchio Tuahir, analfabeta, non tarda ad accorgersi che in quegli
strappi dalla realtà si nasconde la vera formula del mondo.
Da allora, tutto comincia ad essere in movimento, anche la strada che
percorrono. Il libro, stratificato come il dedalo di storie che ne costituisce
il centro, nasconde più piani di lettura: sradicamento, colonizzazione e
convivenza sono solo la punta dell’iceberg. L’andamento della trama, se può
essere talvolta oggetto a oscillazioni che sono il grafico del terremotare del
linguaggio, non lascia scampo ai tracciati di frase che qua e là ipnotizzano il
lettore, sorvegliandolo. Ne cito soltanto uno, ma tutto il libro è un terreno di
coltura: “i sogni sono lettere che mandiamo alle nostre altre vite, quelle che
ci restano”. Buon viaggio.
La stagione della migrazione a Nord. Se è vero che iniziò come canto, è
altrettanto certo che la letteratura finirà con una confessione. Alle origini
dell’intreccio fra due continenti c’è Tayeb Salih, nato in Sudan nel 1929 e
morto a Londra nel 2009, che si iscrive alla letteratura rovesciandola. Un altro
sabotatore di bussole, Milos Crnjanski, pubblicando proprio nel ’29 Migrazioni,
scolpiva l’ultima pietra della propria opera scrivendo che le migrazioni
esistono, mentre è la morte a non esistere. Con Conrad, ad ogni modo, l’uomo
europeo supera le colonne di Ercole del Sud arrivando al centro del mondo, nel
Congo. Più o meno nello stesso periodo – Conrad trapassa nel ’24 – un uomo
africano realizza il viaggio esattamente opposto. Se non è difficile immaginare
la trepidazione dell’europeo per il ritorno in patria da una semplice battuta
commerciale, lo stesso non si può dire a ruoli inversi, dato che solitamente
l’Europa è, per un giovane studente africano, terra dove mettere radici per le
future generazioni. Ma anche in questo caso il libro rappresenta un’eccezione:
dopo sette anni di brillante apprendistato londinese, il protagonista rientra
alla base, gettando nello scompiglio la piccola comunità d’origine. Dopo il
soggiorno all’estero, il narratore si rende conto di non essere “una pietra da
gettare nell’acqua, ma un seme da seminare nel campo”.
Percorre i luoghi della propria terra, avvicina l’orecchio alla terra, l’occhio
al cielo. Nasce così una strana creatura che fa della propria bivalenza etnica
un sottile strumento di manipolazione: rovescia le coordinate geografiche per
servirsi della geografia come ci si serve di una carta sfoderata all’ultima
mossa, trincerando nei tratti meridionali quella frazione di sud “che anela al
nord e al gelo”.
Al netto di tanti spaesamenti, la letteratura è l’unico luogo in cui nord e sud
possono convivere nella stessa pagina.
Andrea Muratore
*In copertina: Yves Klein, La grande Anthropométrie bleue, 1960 ca.
L'articolo Eremitaggio nel blu. Ovvero: tre libri per colonizzare il vostro
cuore proviene da Pangea.
Ogni poeta nasconde un segreto che la sua vecchiaia si incarica di custodire.
Nei poeti senza tarda età, il segreto si assottiglia, resta sospeso per anni,
vaga nelle nubi incerte delle interpretazioni e nel folto sottobosco delle note
a piè di pagina; poi, con un movimento indistinto, ritorna al centro dell’opera,
indisturbato, non visto, non notato, come nella Lettera rubata di Poe. Ma nei
poeti che decidono di tacere e si rinchiudono a guscio nella vecchiaia, la
questione minaccia di togliere il sonno: come giustificare, come tollerare che
un corpo continui a esistere a dispetto delle sue poesie? Il mistero della
creazione è spaventoso quando l’artefice, muto, ci sta davanti senza fornirci
spiegazioni, come nel peggiore degli incubi.
È la sensazione che si prova di fronte al silenzio di un poeta-prodigio ebraico,
Avraham Ben Yitzhak: un nome che sembra la trascrizione esatta, indelebile, di
un salmo. Nato in Galizia nel 1883, in una nicchia geografica che gli permetteva
di spaziare lo sguardo verso la Russia, l’Europa centrale e l’Impero
austro-ungarico, a quindici anni già scriveva poesie in ebraico; allo stesso
tempo, fu influenzato dalla nuova poesia europea di lingua tedesca, incarnata in
tre dei suoi migliori araldi: il cupo e allucinato lirismo di Trakl, il
simbolismo rabbrividente di Hofmannsthal e l’aerea levità metafisica di Rilke.
Quando si legge Ben Yitzhak, è facile pensare a una sorta di rosa degli inizi:
mentre tutto il mondo va avanti, e nel modo più sanguinario possibile, un poeta
non ancora ventenne cerca di rievocare la voce degli ispirati con un timbro
inconfondibile. L’impressione è che mentre gli altri poeti cercavano di definire
in poesia gli eventi, con un pinnacolo di versi a volte stordente, Ben Yitzhak
andava definendo una cattedrale di sensazioni sorta dalla pietra angolare di un
personale stupore: mentre i primi si servivano della realtà per stimolare una
sensibilità in esaurimento, Ben Yitzhak utilizzava l’impalcatura del reale per
fondare un nuovo personalissimo senso. Si esce dalle sue poesie, che sono
undici, come dopo altrettanti incontri privati con uno stregone: l’impressione è
di chi sa quali corde far risuonare per smuovere qualcosa nella calca del mondo.
Quello che colpisce immediatamente nelle undici Poesie di Avraham Ben Yitzhak –
raccolte in un miracoloso libro edito da Portatori d’acqua nel 2018 – è la
sensibilità senza filtri verso il mondo; l’assenza di compromessi linguistici di
chi vede tutto e vuole dire tutto subito, a costo di pagare questa fedeltà
all’istante poetico con un trentennale silenzio. Il lettore, semplicemente, si
trova di fronte ai versi di un uomo che vive più intensamente degli altri: così,
nelle pochissime poesie che ci ha lasciato, ogni evento – la primavera, la
tempesta, il vento, la mietitura, la foresta – si trasfigura in qualcosa di più
alto, che richiede solo la vertigine dello sgomento e della contemplazione. Come
confessa in uno dei suoi diari:
> «Io, che ora sto seduto qui nella sala che uomini hanno decorato, con la coppa
> d’uva accanto a me, quanta fatica, quanta cura, quanta astuzia, e quanto
> dolore e quanta disperazione, quanti trionfi sono passati finché questa
> banalità non si è trasformata nell’oggi attorno a me. Uomo, stupisciti. E
> tremante, e Dio».
La vera novità di Yitzhak risiede proprio nel suo bilinguismo poetico.
Avvenimento più unico che raro, scrisse poesie in tedesco e in ebraico, tanto da
essere definito dalla critica un novello Hölderlin. Se pensiamo a Paul Celan, il
più grande poeta ebreo in lingua tedesca, crediamo di scorgere in Yitzhak il
fondamento di una spiritualità altrettanto tormentata e sibillina: forse Yitzhak
disertò la scrittura per preservare una purezza cristallina che minacciava di
sgretolarsi; forse evitò di continuare a scrivere perché la consapevolezza della
poesia, della predisposizione alla poesia, gli sussurrava che la lettera uccide
lo spirito.
Del suo silenzio sono state fornite più spiegazioni: il crollo della
Mitteleuropa, la malattia ai polmoni e, da ultimo, la perdita di alcuni scritti
in seguito alla capitolazione della città natale, Przemysl, durante la Prima
guerra. Alcuni, più sottili, sostengono che Yitzhak si rendeva conto che la
letteratura ebraica non era ancora pronta ad accogliere l’innovazione delle sue
poesie. Oppure, ancora, che viveva in modo talmente poetico da ricorrere alla
poesia scritta soltanto nei momenti più prosaici. Eppure, in questo dedalo di
ipotesi, la più convincente sembra la confessione fatta all’amica e poetessa Lea
Goldberg:
> «Detto tra noi, ho scritto molto in quel periodo. Avevo quaderni pieni di
> appunti e di tentativi di espressione. Tutto è andato perduto durante la Prima
> guerra mondiale. Appena fuori dalla cittadina vi era un campo di cavoli rossi.
> Un giorno stavo camminando nel bosco quando d’improvviso mi giunse un odore di
> acqua stagnante, e capii che qualcosa stava per accadere. Proseguii per la mia
> strada e vidi uno specchio d’acqua, al di sopra di esso un’altura e ai suoi
> piedi il campo di cavoli. Vi si trovavano tutte le sfumature di rosso che si
> possono immaginare. Da quello chiaro, quasi rosa, sino al viola. La lingua
> umana – qualsiasi lingua – è troppo povera per esprimere ciò che vedono i
> nostri occhi. Quali parole possediamo per trasmettere con precisione il
> colore? Per giorni interi rimasi seduto davanti al campo, cercando di
> trasmettere per mezzo del linguaggio quella visione».
Una resa incondizionata di fronte alla superiorità del reale che ricorda il
libro-svolta di uno dei suoi poeti prediletti, la Lettera a Lord Chandos di
Hofmannsthal, una sorta di congedo silenzioso dalla letteratura che Kafka, il
quale conosceva il peso che reca con sé ogni parola, amava moltissimo.
L’essenziale, di regola, è sempre breve o ambisce alla brevità.
Elias Canetti, che lo incontrò a Vienna rimanendone abbagliato (Sonne, il vero
cognome di Yitzhak, in tedesco significa sole) ci ha lasciato di lui un ritratto
indimenticabile nel terzo volume della sua autobiografia, Il gioco degli occhi.
Ogni lettore che varca la soglia di questo capolavoro non tarderà ad accorgersi
che il libro, più che incentrarsi sulla frequentazione di titani quali Robert
Musil, Hermann Broch e Thomas Mann, si fonda sul fascino ipnotizzante che
esercitarono le conversazioni e gli incontri col “dottor Sonne”, appostato nei
bar di Vienna in rigorosa osservanza dell’arte della discrezione. Canetti scrive
che incontrarlo gli dava l’impressione di avere davanti a sé «un uomo nelle cui
mani confluivano i fili degli avvenimenti». Così, il ritratto di un uomo
straordinario, che nulla ha lasciato se non uno scarno fascicolo di poesie,
riesce a oscurare il lascito imponente di scrittori che hanno dedicato la loro
esistenza a opere che occupano più scaffali di una biblioteca.
Il lettore, dopo aver letto anche una sola delle sue poesie, potrà camminare più
leggero per il mondo, portando in sé l’anima «come una goccia di cristallo»,
consapevole che la poesia, come ha scritto Paul Celan, è una forte tendenza ad
ammutolire.
Andrea Muratore
**
Inverno lucente
Puro e duro e bianco è il mondo.
Dal nord il vento ieri ha messo in fuga
sogni di nebbia
cieca ed errante
senza fine…
Oggi il vento trattiene il respiro.
Neve abbagliante all’intorno,
e ombra cerulea di monti
cieli azzurro pallido,
vibrano nella propria luce.
E nell’ombra –
preso nel suo splendore di gelo
si distende il fiume,
quasi corazzato di squame –
scuro smeraldo di ghiaccio
dalle nevi splendenti,
sino a che si perde il suo dorso
verdognolo e tortuoso
laggiù lontano…
dove la luce del giorno ha preso fuoco,
con un bagliore dalle bianche fiamme —
come se il sole fosse caduto
sui blocchi informi di ghiaccio
dal duro cristallo
e si fosse infranto…
Chiudo gli occhi.
In me il sangue giubila
e mi risuona nelle orecchie:
puro è il mondo.
Mi sembra:
insieme al cuore della terra,
pulsa in me il cuore;
e scorre assieme ai rivoli
che fluiscono sotto la crosta ghiacciata.
Puro… il mondo…
puro…
*
Salmo
Per pochissimi istanti capita che porti
in te l’anima come una goccia di cristallo:
un mondo pieno del suo sole e di sfumature rifratte,
un’orda di visioni e di parole tremanti;
là volgi gli occhi
come alla goccia di cristallo –
e tuttavia quel mondo teme di versarsi
non sopporta di essere riempito
e trema fino ai margini estremi…
ed ecco sei consegnato a tutta l’eternità. –
Estreme lontananze trasparenti ti fluiscono dagli occhi
e terrori d’oscurità vi si approfondiscono; –
ti trovano cose lontane e vicine –
e vogliono la tua vita.
Nel silenzio delle notti
ti ergi sulla cima dei monti,
e tra stelle grandi e fredde poni il capo.
Sprofondano a terra quanti vivono al di sotto;
e sull’ultima vampa della loro sventura
scende il nero oblio –
mentre sei sveglio davanti ai terrori
al di sopra dell’oscurità.
E se cade una stella
da una fiamma tremante sale un ruggito
dalle angosce della distruzione ai cieli –
e cade la stella nella tua anima
e nel suo abisso si spegne…
E sul far del mattino
ecco aleggi sulla superficie dell’abisso
per distendervi i tuoi cieli profondi,
e il sole grande nella tua mano
fino a sera.
*In copertina: un disegno di Alberto Giacometti del 1965
L'articolo “Uomo, stupisciti”. Vagabondaggi nel cuore del “dottor Sonne”, il
poeta che si consegnò al silenzio proviene da Pangea.