> “Non c’è nulla di più stupido e di più tracotante di una massa buona a nulla.
> Certamente sfuggire all’arroganza di un tiranno per precipitare nell’arroganza
> di una moltitudine priva di freni è assolutamente intollerabile: il tiranno,
> se fa qualcosa, la fa con cognizione di causa, il popolo invece non ha neppure
> capacità di discernimento. E come potrebbe averla dal momento che non gli è
> stato insegnato nulla e non ha mai visto nulla di bello che fosse suo? Si
> getta nelle cose senza riflettere e le sconvolge, simile a un fiume in
> piena”.
>
> (Erodoto, Le Storie, III, 81)
Così, secondo Erodoto, si esprimeva alla fine del IV secolo avanti Cristo il
persiano Megabizo per opporsi a chi voleva “conferire il potere al popolo”.
Dunque, già a quei tempi veniva definita – con i suoi stereotipi e le sue verità
– la figura retorica del popolo come plebaglia buona a nulla e ignorante, infida
e pericolosa. Concezione riaffermata, quasi un secolo dopo, nel pamphlet contro
la Costituzione democratica di Atene attribuito allo Pseudo-Senofonte, detto
anche “Anonimo oligarca”. Ne citiamo alcuni passi, dalla traduzione che ne fece
Luciano Canfora in La democrazia come violenza / Anonimo ateniese, Sellerio
1998 :
> “A me non piace che gli ateniesi abbiano scelto un sistema politico che
> consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene. […] Dovunque sulla
> faccia della terra i migliori sono nemici della democrazia: giacché nei
> migliori c’è il minimo di sfrenatezza e di ingiustizia, e il massimo
> d’inclinazione al bene; nel popolo invece c’è il massimo d’ignoranza, di
> disordine, di cattiveria; la povertà li spinge all’ignominia, e così la
> mancanza di educazione e la rozzezza, che in alcuni nasce dall’indigenza. […]
> Il popolo non vuole essere schiavo in una città retta dal buon governo, ma
> essere libero e comandare: del buon governo non gliene importa nulla. […] è
> comprensibile che ciascuno voglia giovare a se stesso. Chi invece, non essendo
> di origine popolare, ha scelto di operare in una città governata dal popolo
> piuttosto che in un’oligarchia, costui è pronto ad ogni mala azione, e sa bene
> che gli sarà più facile occultare la sua ribalderia in una città democratica
> anziché in una città oligarchica”.
Il concetto di popolo, così bistrattato nell’antichità ellenica, comincia a
essere “redento” in età moderna, come nella Germania cinquecentesca del pastore
protestante Thomas Müntzer e nell’Inghilterra rivoluzionaria del Seicento, dove
al popolo si va a conferire dignità in quanto “popolo di Dio”; fino ad arrivare
agli enciclopedisti francesi del Settecento e più avanti a Jules Michelet, che
nel saggio Le peuple del 1846 fece una robusta apologia del popolo, definito
generoso, pronto al sacrificio e pieno di umanità, ingiustamente disprezzato dai
pasciuti scrittori da salotto che si limitavano a descriverne la parte peggiore,
ossia quella minoranza di delinquenti ben vestiti che giustificava il
consolidamento del potere di polizia ed esercito. È da qui che si affaccia
l’espressione “la personalità del popolo”, inteso come soggetto, come un Io
dotato di personalità e, quindi, di una psicologia.
Da questa matrice deriva la categoria politica del populismo, quel concetto oggi
tanto usato e abusato da esser ormai ritenuto una semplificazione scontata, dal
significato univoco ed elementare, alla portata di tutti. In realtà, già nel
1967 lo storico statunitense Richard Hofstadter intitolava un suo intervento
alla London School of Economics “Tutti parlano di populismo, ma nessuno può
definirlo”. In effetti, le varianti di “populismo” che si sono succedute negli
ultimi secoli potrebbero essere inserite in un elenco, che va dai levellers e
i diggersinglesi del Seicento a tutte le forme che si sono evolute in molti
paesi, come negli Usa (il Populist Party), in Russia, e in India, Canada,
Francia, Irlanda, Romania, Messico, Perù, e altrove. Secondo diversi studiosi,
il populismo non può che essere definito come stile politico che lavora su vari
materiali simbolici, per dare una forma all’ideologia del luogo in cui si
esprime. Lungi dall’essere univoco, il populismo incorporerebbe “una serie di
risorse discorsive che possono essere usate nei modi più diversi”, con
“significati fluttuanti” (Yves Surel in un saggio su Silvio Berlusconi), veicolo
di significati che variano a seconda delle diverse congiunture storico-politiche
in cui opera.
Agli osservatori di oggi il populismo appare il risultato di una lunga
formazione carsica, dove il tipico leader del momento diventa una specie di
federatore politico di emozioni e istanze popolari “basiche”, che lavora sulle
parole e sulle immagini per alimentare questo fermento, basato oggi più che mai
– grazie alla comunicazione elettronica dei nuovi media che tutto fagocitano –
sul pensiero veloce e automatico, che vuole contrapporsi al cosiddetto pensiero
lento e riflessivo, spesso controintuitivo, esibito dalle deprecate élites. E
quel “popolo” che i populisti pretendono di interpretare viene spesso
rappresentato come una maggioranza anche quando è solo una minoranza
rivendicazionista.
A ogni modo, una caratteristica certa del populismo come definizione è che oggi
nessuno – spesso ipocritamente – se la attribuisce: al contrario, essa viene
spesso attribuita agli avversari politici come epiteto sprezzante e sminuente,
anche delegittimante, in tattiche dialettiche che consolidano la semplificazione
concettuale a cui abbiamo accennato. Da qui deriva un’analoga semplificazione,
di cui vogliamo parlare: quella di confondere o sovrapporre i concetti
di populismo e sovranismo, che sono sfere ben differenti, in una sorta di
“populismo sovranista”, commistione che può essere utile a livello
giornalistico, ma generalmente ritenuta inammissibile a livello
storico-politico. Eppure, questa endiadi può essere giustificata sul piano
filosofico, come afferma Rocco Ronchi nel suo saggio Populismo/Sovranismo. Una
illustre genealogia, edito da Castelvecchi nel 2024. La questione che qui viene
affrontata, nel confronto tra le due sfere, è di tipo genealogico, perché
populismo e sovranismo paiono amare la stessa libertà, professare lo stesso
individualismo: secondo Ronchi,
> “Il populismo sovranista ha padri nobili e insospettati, spesso gli stessi che
> vengono additati come esempi di resistenza al pensiero unico: dal Dostoevskij
> del ‘sottosuolo’ all’osannato Pasolini ‘corsaro’, dall’anarca di Stirner al
> Bartleby melvilliano, senza trascurare la singolare convergenza del populismo
> sovranista con le teorizzazioni postmoderne sulla natura del potere sovrano.
> Del prototipo fascista – con il quale civetta – elabora l’aspetto anarchico,
> rivoluzionario e fieramente irrazionalista, quello che aveva sedotto, come un
> nuovo mito, l’umanità disastrata uscita dal primo conflitto mondiale”.
Il popolo sovrano di stampo populista, come lo conosciamo, sarebbe una
“soggettività dispersa e frantumata”, parlante una lingua “formulaica, modulare,
puramente performativa”, le cui parole d’ordine servono a “un riconoscimento
automatico fra uguali”. La democrazia, che dovrebbe servire a curare la malattia
populista, in realtà è lo stesso brodo di coltura del nemico che si vuol
combattere; e il richiamo a Gramsci – come a Brecht – diventa imprescindibile.
Il carattere intrinsecamente minoritario del socialismo, di cui Gramsci era ben
consapevole, richiedeva “una minoranza agguerrita, dotata cioè di una metis, di
una intelligenza pragmatica, che la rendesse atta a costruire come a sciogliere
alleanze locali, a istituire blocchi sociali eterogenei, a governare processi, a
osare arditi ‘compromessi’ che fossero in grado non solo di arginare la tendenza
avversa, ma di infletterla astutamente nella propria direzione”.
Come sostiene Ronchi, fare della “semplificazione” del pensiero il punto di
forza del populismo è a sua volta una semplificazione comoda, che semplificando
ci esonera dallo sforzo dell’analisi.
> “Liquidare il populismo come mero non-pensiero, ripetendo il ritornello della
> ‘pancia’ contrapposta alla ‘ragione critica’, non solo ne sottovaluta la
> potenza, ma impedisce di dotarsi delle armi necessarie per combatterlo”.
Anche alla luce delle recenti polemiche – sempre più conflittuali – che da
qualche tempo infiammano e infettano il nostro dibattito pubblico sul fascismo
(presuntamente redivivo) e sull’antifascismo (come bandierina assolutoria), ne
abbiamo parlato con l’Autore, cercando una visuale approfondita.
Lei sostiene che il fascismo storico non era una “mera ciarlataneria da fiera”,
come si presentava agli occhi dell’élite intellettuale europea, ma era
una metafisica, e che quel fascismo è valso come “prototipo”, ovvero come schema
operativo per gli ulteriori sviluppi del populismo/sovranismo giunto fino a noi,
che ne ha elaborate le virtualità in modo originale. Quest’ultimo, come afferma,
si radica nella metafisica della libertà individuale, che trova espressione come
libertà esistenziale nell’infelice protagonista delle Memorie del sottosuolo di
Dostoevskij, un irriducibile sovranista di se stesso.
In Mille piani, due filosofi che mi hanno ispirato nel mio lavoro intellettuale,
Gilles Deleuze e Félix Guattari, dicono, a un certo punto, che al nostro
orizzonte si profila un fascismo che farà impallidire quello che abbiamo
conosciuto nel nostro passato. Il libro viene pubblicato nel 1980. Io l’ho letto
qualche anno dopo. Confesso che una simile affermazione mi è sembrata, alle
prime, una esagerazione retorica, una esagerazione non insolita, del resto, in
un tempo, siamo infatti alla fine della decade “rivoluzionaria” degli anni
Settanta, che era incline a certe forme di estremismo enfatico. Il tempo però
penso che abbia dato loro ragione e abbia invece smentito il mio ottimismo di
allora. Era infatti al di là delle mie possibilità di previsione immaginare che
il “mondo” nel quale ero nato e nel quale ero cresciuto potesse veramente
finire. Per “mondo” intendo l’epoca generatasi con la Rivoluzione Francese,
l’epoca che nella libertà, nell’uguaglianza e nella fraternità, e più
precisamente nel loro nesso indissolubile (nessuna libertà senza uguaglianza e
nessuna uguaglianza senza libertà e nessuna libera uguaglianza senza il
presupposto della fraternità universale), aveva posto l’ideale regolativo della
Storia, il cammino in qualche modo ineluttabile dell’umanità (socialismo e
comunismo partecipavano a pieno titolo di quella storia). La riprova non era
forse la sconfitta su scala planetaria subita dal fascismo nel 1945? Ebbene, a
distanza di quarant’anni dalla pubblicazione di quel libro, dobbiamo riconoscere
che è proprio a questa fine che stiamo assistendo su scala planetaria. Il che ci
costringe a ripensare il fenomeno fascismo formulando una ipotesi meta-storica,
che si potrebbe definire a tutti gli effetti metafisica. E se “fascismo” non
fosse il nome di una precisa costellazione storica, determinata nello spazio e
nel tempo (o, se non fosse solo questo)? Se “fascismo” piuttosto che un fatto,
un modello, un archetipo, designasse un processo, un prototipo in via di
sviluppo, di cui i fascismi storici sono stati soltanto i primi sviluppi
evolutivi, i primi balbettamenti e di cui l’attuale ondata populista fosse
un’altra e più “totale” concretizzazione? Se il “fascismo” fosse il nome
convenzionale per una potenza all’opera, per una potenza in esercizio, la cui
effettuazione reale e in certo senso definitiva richiede una “macchina” che
forse solo la tecnologia moderna ha messo a disposizione? Chi avrebbe potuto
credere, solo qualche anno fa, che l’Occidente democratico e liberale, avrebbe
potuto assistere, impotente se non addirittura complice, ad un genocidio così
somigliante a quello perpetrato dai nazi-fascisti? La domanda da porre non è
allora che cosa è stato il fascismo, ma che cos’è qui e ora, quale potenza mette
in campo e perché questa potenza sembra oggi non conoscere argini. Dove,
insomma, il fascismo attinge la sua energia? Siccome la modernità ha nell’idea
di libertà la sua radice metafisica e siccome il fascismo è un fenomeno
completamente moderno, e nient’affatto “eterno” come alcuni hanno sostenuto,
bisogna, credo, provare a capire quale libertà sia quella che il
fascismo-processo mobilita per corrodere fino a distruggerle le libertà civili
prodotte dalla Rivoluzione Francese, una libertà che è fondata sulla
disuguaglianza, una libertà che suppone una fraternità di altro genere, rispetto
a quella originaria, che postula una fraternità che esclude, una fraternità di
“razza”. È per rispondere a questa domanda che ho tirato in ballo l’antropologia
filosofica contenuta in nuce in quel fantastico racconto di Dostoevskij.
Nel suo saggio vediamo come la “capacità universale di fascinazione” del
populismo/sovranismo è data anche dalla rabbia e dalla indignazione degli
“insorti”, e si collega alla paura, che è una paura senza nome, astratta,
antica, che forse non riesce nemmeno più a focalizzare il proprio oggetto. Qui
lei fa entrare in gioco Hobbes, che intuisce come “la paura è l’elemento stesso
nel quale sguazza un ente che si vuole incondizionatamente libero”. E la paura è
indifferente al sapere – si veda la classica idiosincrasia verso l’autorità
scientifica – come la libertà è indifferente alla verità/oggettività.
L’uomo del sottosuolo o della topaia, come forse sarebbe meglio tradurre, è
l’insorto, è il soggetto che in nome della libertà vuole emanciparsi perfino dal
dominio della verità. A lui non piace che 2+2 faccia quattro, lo sente come un
limite imposto dall’Altro alla sua assoluta possibilità. La sua negazione
impotente è così all’origine del suo risentimento verso ogni autorità
intellettuale (le élites…). Vent’anni prima, Max Stirner aveva schizzato un
ritratto analogo. Per il suo “anarca” ogni verità era un muro opprimente, un
idolo da abbattere. Ciò che auspicava per una umanità veramente liberata era una
verità “creata” ad hoc (come le fake news…), una verità che funzioni come “arma”
per affermare il diritto assoluto del “singolo”. Lette centociquant’anni dopo le
pagine di Stirner e di Dostoevskij risultano particolarmente preveggenti.
Bisognerebbe rileggerle a partire dal libro di wu ming 1 su QAnon (La Q di
Qomplotto. QAnon e dintorni, Alegre, 2021): sulla rete si formano comunità
complottiste che creano una verità artefatta, con sfacciata noncuranza per i
fatti, e sono comunità in grado di decidere le sorti politiche del più potente
paese del mondo (prima elezione di Trump). Uomo del sottosuolo e anarca
sembrano annunciare così una umanità nuova, ribelle e risentita, insofferente di
ogni legge e di ogni istituzione che vincoli un libero e irrazionale volere nel
quale è riposto tutto l’essere del soggetto. Nietzsche aveva
chiamato ressentiment la condizione abituale dell’“ultimo uomo”. Il liquido
amniotico in cui cresce questo nuovo tipo umano non può che essere la paura: una
libertà così astratta non può infatti che sentirsi sempre minacciata, sempre sul
punto di venir meno, sempre precaria, sempre instabile, come accade alle
persone anziane. La condizione naturale dell’insorto è infatti il timore e il
tremore; per questo necessita di capri espiatori, vale a dire della continua
offerta da parte dei media di nemici immaginari da sacrificare sull’altare della
sua libertà. E si tenga presente che la misura di una fede in un astratto
immaginario (ad es. La Grande Israele) è data solo dalla quantità di sangue
innocente che si è disposti a versare.
A pagina 39 lei si domanda: “Perché gli intellettuali italiani si sono
specchiati nel ‘pasolinismo’? Che cosa c’era di così seducente in quella
diagnosi senza speranza?”. Entriamo qui nell’annosa questione, oggi più acuta
essendo appena trascorso il cinquantenario dalla morte, su cosa abbia alimentato
questo consenso su Pier Paolo Pasolini, che trascende le appartenenze politiche
(schieramenti opposti se lo litigano quasi come un simbolo identitario): un
“consenso generalizzato, entusiasta, talvolta addirittura fideistico” sul
Pasolini teorico della “mutazione antropologica”, della “omologazione”, del
“genocidio culturale” eccetera. Lei osserva come Alberto Asor Rosa vi avesse
colto già nel 1965 un certo populismo estetizzante e decadente, coerente con la
tradizione; dunque era un conservatore che non ha inventato nulla, il Pasolini
“corsaro”? Era il lamento dell’intellettuale che vede minacciata la sua “aura”,
come dice, sguarnito di difese dall’avanzare della “modernità” copernicana della
televisione e dei jeans uguali per tutti (con le aggravanti di divorzio e
aborto, oltretutto)?
In effetti la penso un po’ così, anche se ho dovuto per questo scontare un certo
isolamento. Criticare il “pasolinismo” è infatti in Italia un peccato che non si
perdona facilmente. Se si vuole essere ammesso nei salotti buoni, la prima cosa
da fare è rendere omaggio alla santa icona… Ma io non ce l’ho con l’artista
Pasolini, di cui per altro apprezzo il cinema (quello degli inizi, almeno, e
soprattutto apprezzo la sua riflessione teorica sul cinema), ce l’ho con lo
sguardo coloniale e paternalistico che rivolge al mondo degli ultimi,
collocandoli, situandoli, spiegandoli con la perizia di un etologo che illustra
i comportamenti obbligati dei viventi che ha come oggetto di studio. Il suo è
uno sguardo normativo, pronto a rilevare e a stigmatizzare ogni infrazione della
legge tramandata, di cui si professa custode e cantore. Il Potere contro cui
Pasolini si scaglia è il potere con la maiuscola, vale a dire una immagine
astratta del potere che si calerebbe dall’alto per pervertire una “vita”
altrettanto astratta. Credo invece che per essere compreso nella sua efficacia
il potere vada scritto con la minuscola, come ha fatto, per esempio, Foucault
più o meno negli stessi anni. Il potere non è insomma in contrapposizione con la
supposta innocenza della “vita”. Il potere è ciò di cui il reale – ogni reale –
è fatto, perché il reale non è nient’altro che un rapporto di forze, una rete di
potenze in esercizio, potenze che sono tra loro in conflitto in un gioco
infinito (Nietzsche docet). Per questo un antifascismo reale funziona solo se è
“militante”, mentre è puramente retorico se si limita alla dimensione del
giudizio morale. Se poi ho definito Pasolini un tipico letterato italiano è
perché il modo con cui l’Italia è entrata nella modernità è stato attraverso il
rifiuto del copernicanesimo e delle conseguenze metafisiche che esso implicava
vale a dire la fine di ogni gerarchia, l’uguaglianza infinita di tutti gli enti,
la fine dell’antropocentrismo. Sono esattamente le cose che ripugnano al
letterato italiano, che privilegia la retorica, ma sono anche le tesi che hanno,
non a caso, portato Giordano Bruno sul rogo.
Veniamo al tema della produzione del mito. Lei osserva come il giovane Mussolini
rivoluzionario intendeva trasformare il Partito socialista in macchina
mitologica: “Mussolini era perfettamente consapevole dell’operazione di
tecnicizzazione del mito che andava proponendo ai compagni del partito”. È molto
interessante l’estratto dell’articolo che Mussolini scrisse sull’«Avanti!» a
commento del suo discorso al Congresso di Reggio Emilia del 1912, in cui afferma
che il partito ha una “anima religiosa”, è una comunità e non una società di
interessi:
> “Che importa al proletariato di capire il socialismo come si capisce un
> teorema? E il socialismo è forse riducibile ad un teorema? Noi vogliamo
> crederlo, noi dobbiamo crederlo, l’umanità ha bisogno di un credo. È la fede
> che muove le montagne perché dà l’illusione che le montagne si
> muovano. L’illusione è, forse, l’unica realtà della vita”.
Ci spieghi la sua definizione di questo “mito tecnicizzato”, visto come “una
allucinazione volontaria che non allucina la realtà, creando una falsa
percezione, ma la stessa potenza di allucinazione”.
Quella frase di un giovane Mussolini, aspirante leader dei socialisti italiani,
mi ha colpito moltissimo. Sintetizzava in una battuta il grande tema della
tecnicizzazione del mito (espressione usata da Furio Jesi per indicare l’uso
fascista dei miti, ad esempio: Dio, Patria e Famiglia) e della estetizzazione
della politica (espressione usata da Walter Benjamin per indicare la capacità di
seduzione del fascismo). Siamo ancora più che mai infangati in questa vicenda
che i media elettronici hanno però reso planetaria. Nietzsche ha spiegato bene
questo passaggio epocale quando ha scritto che se la verità diventa favola anche
la favola cessa di essere tale perché non ha più una verità cui commisurarsi. È
il mondo dello spettacolo generalizzato, che non è il mondo vero (nessuno
crede veramente alle frottole di Trump, nemmeno i suoi seguaci) ma non è nemmeno
il mondo falso (nessuno dei seguaci di Trump crede veramente che Trump menta
quando posta le sue frottole): è il mondo della illusione come unica realtà
della vita, al di là o al di qua della dicotomia vero/falso, il mondo del
“capriccio” lo definisce l’uomo del sottosuolo, dove l’unica “ragione dell’ente”
è una volontà arbitraria e tirannica. Il detto di Giovenale: “Hoc volo, sic
iubeo, sit pro ratione voluntas”, “Lo voglio, così comando, valga la mia volontà
come ragione” esprime molto bene il nuovo “mondo libero” sognato dai fascisti
del terzo millennio.
Paolo Ferrucci
L'articolo Ribelli, insofferenti, insorti. Dialogo con Rocco Ronchi sui fascisti
del terzo millennio proviene da Pangea.
Tag - Mussolini
Pochi eventi come gli accordi di Monaco del 1938, tra inglesi, francesi,
italiani e tedeschi sul destino della Cecoslovacchia hanno goduto di una fama
tanto sinistra quanto superficiale. Tale evento, infatti, fu un momento chiave
della storia europea in cui processi decennali, sfide
politiche, miscalculations dei principali governi, bluff e sottili trame
diplomatiche si intersecarono delineando un complesso mosaico non riassumibile
in facili stereotipi. Un evento brillantemente ricostruito e approfondito
dall’ambasciatore Maurizio Enrico Serra, primo italiano Immortale di Francia,
saggista e biografo dei grandi protagonisti del Novecento letterario italiano,
nel suo Scacco alla pace. Monaco 1938 (Neri Pozza, 2024). Un saggio che porta il
lettore nel centro di questo snodo cruciale, tramite una documentatissima e
affascinante immersione nell’Europa tra le due guerre.
Monaco è, infatti, un grande affresco storico, politico, diplomatico e
intellettuale, un testo che oltre che ricostruire i nodi, i meandri e le
sismografie che hanno accompagnato gli accordi del 1938 riesce a rivelare le
logiche, i propositi e le psicologie dei protagonisti di quell’Europa. Un
ritratto epocale, ricco di voci, personaggi, dettagli, segreti che ci racconta
con il ritmo e lo stile del grande romanzo, ma con il rigore, l’esattezza e la
puntualità della migliore tradizione storiografica italiana ed europea, un
momento cruciale della storia delle relazioni internazionali del primo Novecento
oltre facili pregiudizi e superficiali moralismi. Dai successi pirrici di
Chamberlain alla foga di Daladier, dalle trame di Mussolini agli appetiti di
Hitler, tra scena e retroscena. Senza dimenticare il ruolo di comprimari come
Saint-John Perse, il poeta che avrebbe ricevuto il Nobel per la letteratura
(all’epoca segretario del ministero degli esteri a Quai d’Orsay), o Ciano,
Attolico, Anfuso. Per meglio comprendere attualità e nodi di quell’evento
abbiamo intervistato l’autore.
Quali sono le novità e i caratteri distintivi di questo suo saggio sulla crisi
di Monaco rispetto a precedenti ricostruzioni?
Ho cercato di fornire al lettore una visione d’insieme di tutti gli aspetti che
a Monaco finirono per intrecciarsi, in modo da approfondire alcuni aspetti di
una pagina decisiva della storia europea, soffermandomi su aspetti
tradizionalmente poco analizzati.
Quali?
In primo luogo, il tentativo di seppellire una certa retorica che accompagnò la
crisi cecoslovacca. Anche se Hitler riuscì a impadronirsi dei territori
germanofoni, e a fare (dopo l’apparizione trionfale a Vienna l’anno precedente)
il suo ingresso, seppur ritardato, a Praga il 15 marzo 1939, questa resa dei
conti con il suo passato di oscuro agitatore austro-boemo non era più così
importante per lui. L’odiato termine Österreich, con l’Annessione dell’Austria,
era stato abolito per essere sostituito da Ostmark, ossia «marca orientale», un
termine che indicava come non si trattasse certo della sbandierata unione
dell’Austria al Reich tedesco, quanto di una pura e semplice annessione al
ribasso. Lo stesso vale per il moncone ceco, che divenne ancor più
spregiativamente il Protektorat o protettorato. Anche gli Auslandsdeutsche,
ossia i tedeschi dei Sudeti, di Memel, Danzica e delle altre marche, che Hitler
fingeva di voler proteggere, sarebbero diventati cittadini di classe inferiore
rispetto a quelli del Reich tedesco: Reichsdeutsche o Altdeutsche.
Quale fu il vero intento che mosse l’imperialismo nazista aldilà di facili
propagande?
La vera motivazione fu, invece, il potenziale militare e industriale che si
trovava al di là della catena montuosa dell’Erzgebirge, i “Monti metalliferi” al
confine tra la Germania e la Boemia. I carri armati di fabbricazione ceca erano
allora superiori in quantità e qualità agli equivalenti tedeschi e, nel 1940, si
calcola che un terzo dei mezzi corazzati della Wehrmacht, pronti a rovesciarsi
sul fronte occidentale dopo aver sbaragliato la Polonia, fossero prodotti dalle
industrie Škoda. Durante la guerra, Hitler non visitò più Vienna o Praga, tanto
meno le rovine di Varsavia. L’Austria, la Cecoslovacchia e la Polonia non erano
altro che i rami del grande albero da abbattere: l’Unione Sovietica. La
posizione del Führer era insomma l’esatto contrario di quella di Stalin, che,
subito dopo il 1945, acconsenti alla neutralità dell’Austria come merce di
scambio con l’Occidente, ma fece degli altri due Stati il perno della sua morsa
sull’Europa centrale e orientale.
Cosa insegnò Monaco ai vincitori di Yalta?
All’inizio della guerra fredda, Monaco non insegnò alcunché all’Occidente, con
la sola eccezione del generale Charles De Gaulle, che non riuscì tuttavia a far
sentire la sua voce. Winston Churchill, ad esempio, con quelle frasi lapidarie
di cui era gran maestro, liquidò la «condotta fatale» di Chamberlain e Daladier.
Tuttavia, egli abbandonò a sua volta non a Hitler ma a… Stalin, nella
sostanziale indifferenza degli Stati Uniti, la Cecoslovacchia ridiventata
formalmente indipendente, la Jugoslavia monarchica dell’esercito partigiano
cetnico, il governo polacco in esilio a Londra e i territori tedeschi occupati
dall’Armata rossa, che presero il nome improbabile di Repubblica democratica
tedesca (DDR). La conferenza di Jalta (febbraio 1945) e quella di Potsdam
(luglio-agosto 1945) replicarono la ferrea logica di Monaco circa la divisione
del continente: i “grandi” avrebbero deciso per i “piccoli”, che dovevano
nuovamente piegare la testa. Solo nel 1989-1990, una nuova primavera dei popoli
avrebbe riunito le due Europe nella speranza che diventassero una sola, sulla
base dell’appassionato desiderio di intrepidi testimoni e combattenti come i
miei indimenticabili amici François Fejtő e Predrag Matvejević, oltre a Czesław
Miłosz, Leszek Kolakowski, Václav Havel, Milan Kundera e numerosi altri.
Secondo lei esiste oggi una “sindrome di Monaco” verso le autocrazie?
Se Monaco è seppellita con tutto quel che ha rappresentato di pernicioso nella
storia europea, continuiamo a vivere all’ombra di una sindrome di fatalismo e
d’impotenza pronta a riapparire periodicamente nelle crisi geo-strategiche.
Cechi e slovacchi, oggi pacificamente divisi, lo ricordano bene, visto che per
regolare la sorte della Primavera di Praga, nel 1968, non vi fu neanche bisogno
di una conferenza ma della pura e semplice atonia della comunità internazionale,
assortita di proteste retoriche di fronte alla condotta della potenza egemone,
che non era più la Germania hitleriana ma agiva allo stesso modo. Il che pone il
problema dell’atteggiamento delle democrazie nei riguardi della forza, e del
pacifismo di fronte alla brutalità. La sola risposta efficace consiste nella
fermezza che si appoggia sul ricorso, se necessario, alla cosiddetta violenza
legittima nei modi (e nei limiti) previsti dal diritto internazionale.
Rispondere all’aggressione con la passività non può che incoraggiare le
dittature e le loro ambizioni funeste. In tal senso, “Monaco” è divenuto un
canone negativo. I casi si sono moltiplicati, dopo di allora, dentro e fuori il
nostro continente: dai conflitti nella ex Jugoslavia, così mal gestiti da parte
occidentale, fino alla crisi ucraina la lista è lunga. Lo storico non può
interpretare l’attualità, che esige altri strumenti d’approccio. Può solamente
esporre gli avvenimenti di una data epoca quanto più obiettivamente possibile,
affinché donne e uomini di buona volontà possano oggi trarne le conclusioni
appropriate.
Il testo scritto in francese è stato curato in italiano da Antonio De Francesco.
Come è stato il lavoro di adattamento e traduzione?
Antonio Di Francesco, che tra l’altro sta scrivendo un libro sulla Milano del
primo Ottocento, ha svolto un lavoro eccellente ed è stato un piacere lavorare
con lui.
Perché “Scacco alla pace”?
In quanto è inevitabile che nonostante l’effetto che può aver avuto la minaccia
della guerra, all’epoca essa era più che una eventualità concreta,
essenzialmente, una minaccia, uno stratagemma di una complessa partita a scacchi
nel quadro europeo. Che cosa si riproponeva di fermare Monaco in realtà? Non
fermare un’invasione. Hitler non avrebbe potuto assolutamente invadere la
Cecoslovacchia nelle condizioni in cui si trovava nel 1938, e ancor meno
permettersi una guerra europea. La vera situazione era quella di un bluff
nefasto e vincitore, uno scacco alla pace.
Che taglio ha dato al testo?
Innanzitutto, ho cercato di scavare in profondità, mettendo in prospettiva tra
loro, non solo i quattro protagonisti dell’Accordo di Monaco, Chamberlain per il
Regno Unito, Daladier per la Francia e naturalmente Hitler e Mussolini. Ma anche
i tre assenti dietro le scene, che sono il cecoslovacco Benes che per un minimo
di pulizia di diritto internazionale avrebbe dovuto essere presente, e poi
Stalin e Roosevelt, che erano i rappresentanti delle due principali superpotenze
all’epoca non presenti, cioè l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti. I quali
guardavano agli esiti di Monaco senza volervi prendere parte. Allo stesso tempo
ho molto insistito da una parte sulla debolezza e quindi sul bluff della
posizione tedesca, dall’altra sulla mediazione di Mussolini, che molti storici,
hanno completamente sottovalutato. Mussolini a Monaco ha svolto un ruolo
indispensabile, e non soltanto di mediazione, ma molto più vicino oggettivamente
alle posizioni franco-inglesi che alle posizioni tedesche.
Perché lo fece?
Non certo per simpatia per lo stato cecoslovacco, di cui poco o nulla gli
importava, ma perché, dopo l’Anschluss di pochi mesi prima, marzo rispetto a
settembre, era convinto ormai che bisognasse arginare l’avanzata tedesca
nell’Europa centrale e successivamente nell’Europa mediterranea. E quindi era
una causa di forza maggiore che lo ha portato a prendere questa posizione.
Come vissero i paesi democratici quel quadro?
È importante evidenziare che la Conferenza di Monaco si svolse in un clima di
usura psicologica del concetto di democrazia e della forza delle democrazie
rispetto ai totalitarismi che nascono, che danno veramente la misura del fatto
che la storia di quel periodo e di quegli anni non potesse non portare ad un
nuovo conflitto internazionale.
La guerra era inevitabile?
Erano troppi i rigurgiti, al di là della sorte dei Sudeti, della sorte della
stessa Boemia Moravia, di quella operazione assolutamente fallita che sono stati
i trattati di pace della Grande guerra. Dai quali venivano a galla troppe code
che avrebbero portato ulteriori tensioni e tragedie, e che erano il prodotto di
quanto era avvenuto allora. Non c’era tragedia più prevedibile della fine della
Cecoslovacchia, del resto, come conferma tra gli altri E.P. Taylor.
Un esponente della grande tradizione della storiografia inglese…
Un uomo che considero tuttora un grandissimo storico, molto discusso, molto
discutibile, che però rappresentava uno di quegli storici anglosassoni che oggi
nel nostro mondo non esistono più. Gli ultimi (che ho avuto il piacere di
conoscere) sono stati Richard Lamb, Seton-Watson, ovvero degli storici che
avevano, da inglesi, un senso dell’Europa continentale veramente impressionante.
Un tempo c’era, infatti, questo senso della storiografia inglese, che è stata la
grande storiografia dell’otto-novecento, che era incredibilmente capace di
guardare oltre la Manica e comprendere l’Europa e il mondo. Mentre oggi
assistiamo, mi spiace dirlo, ad una storiografia di risulta. È incredibile
vedere come libri anche tradotti in Italia, pecchino di errori su troppi
aspetti. Pensiamo alle varie interpretazioni sull’episodio che è stato una delle
possibili conseguenze positive di Monaco, ossia la visita di Chamberlain a Roma
nel gennaio del ’39. Su tale episodio, in troppi continuano a dire che era una
visita orchestrata da Mussolini per separare Londra da Parigi. Una totale
falsità perché in quella occasione non si parlò della Francia. Se non
rapidamente. L’ossessione di Mussolini in quel momento, infatti, era Hitler… Uno
dei tanti esempi delle semplificazioni che ruotano attorno alle vicende relative
agli accordi di Monaco.
Quale è la vera immagine che scaturisce del Mussolini di Monaco e post-Monaco,
al di là di quello che viene raccontato, come ad esempio la storia stereotipata
del suo parlare un francese da albergatore?
L’esempio che ha citato, oltre ad essere falso perché Mussolini parlava per i
tempi un buon francese, rappresenta quell’immagine dozzinale e caricaturale –
che io, peraltro, nella mia precedente biografia di Mussolini ho cercato (non so
se ci sono riuscito) di smantellare o quantomeno di mettere tra parentesi – del
ruolo italiano a Monaco, che va rivista e superata. Monaco, infatti, è, dal
punto di vista mussoliniano, l’apice e l’inizio dell’inarrestabile decadenza del
personaggio. La Conferenza di Monaco ha un vincitore che avrebbe potuto, in quel
momento, se non salvare la pace, quantomeno impedirne lo scacco: quell’uomo era
Mussolini. Pensiamo all’invenzione della Commissione degli ambasciatori. Che non
era il classico cerotto diplomatico: almeno, era un cerotto diplomatico che,
interpretato bene, poteva avere il suo significato. A cui spettava, tra le altre
cose, decidere le nuove frontiere della Cecoslovacchia post sudetica. Ed anzi
contrariamente a quello che afferma la storiografia anglosassone, a mio avviso
di risulta, che ha subito trattato la conferenza degli ambasciatori come
insignificante, essa è fallita non perché non “lavorava”, ma perché lavorava
troppo bene. È stata sabotata dalle ambizioni naziste, specie dei più
oltranzisti, che ovviamente erano segnate dal fatto di non aver ottenuto quello
che speravano di più da Monaco. Cioè, il placet per l’occupazione del
protettorato della Boemia Moravia, che era quello che interessava di più per le
famose “terre rare” di cui è ricca l’area. I tedeschi, infatti, si rendono conto
che all’interno della conferenza degli ambasciatori, l’italiano Bernardo
Attolico (un grande servitore dello Stato e della pace) era molto più vicino
alle posizioni dei francesi e inglesi e quindi resisteva alla pressione tedesca.
E quale furono le conseguenze di tali resistenze italiane?
Annullarono di fatto la conferenza. Mussolini aveva introdotto molti elementi di
garanzia. Ovviamente non perché avesse a cuore l’ordine internazionale e il
destino dei Sudeti e dei cecoslovacchi. Anzi… Lo fece perché, dopo l’Anschluss,
che era stata all’epoca la sua più grande sconfitta in politica estera, non
voleva un ulteriore rafforzamento tedesco in Europa centrale e danubiana, che
avrebbe portato verso l’Italia un nuovo nemico strategico.
Una delle figure che più colpisce nel testo è quella del principale inquilino
del Quai d’Orsay di allora, Alexis Leger, noto ai più come Saint-John Perse. Che
ruolo svolse il poeta di Anabasi in questo quadro?
Leger era un uomo dotato di una doppia natura; potremmo definirlo una
pirandelliana eminenza grigia del Quai d’Orsay dal 1933 sino alla vigilia della
disfatta del 1940. Il suo potere, accresciuto da un fascino esotico e magnetico
che si imponeva a uomini e donne, si era già affermato sotto Aristide Briand, di
cui era stato capo di gabinetto. Fu l’inizio di una fulminea ascesa, benché,
come il suo predecessore e mentore Philippe Berthelot, Leger non avesse mai
ricoperto un solo incarico di capo missione all’estero, il che equivale a dire,
per un militare, non aver mai comandato un’unità al fronte. Sul poeta, uno dei
più grandi del suo tempo, insignito del premio Nobel nel 1960, non vi è altro da
aggiungere; ma come diplomatico egli si mosse senza la minima fedeltà per
nessuno, compresi i suoi stessi protettori e le sue molte, influenti amanti.
Sono state ampiamente sottolineate le ambiguità e le distorsioni nell’immagine
di sé che volle tardivamente consegnare ai posteri nella curatela delle sue
opere complete nella prestigiosa collezione della ‘Pléiade’. Eppure, a fronte di
quanti sistemavano e ritoccavano periodicamente i loro ricordi come Bonnet, il
suo lungo silenzio nell’esilio americano avrebbe fornito armi ai detrattori,
fino all’implacabile ostilità che gli avrebbe riservato il generale de Gaulle,
che vide in lui il principale concorrente (e detrattore) della France Libre
presso Roosevelt e il Dipartimento di Stato. È difficile comprendere la natura
di un uomo che eга senza dubbio un ardente patriota come Berthelot, anche se
molto meno laborioso, cartesiano e, se vogliamo, tradizionalmente francese di
lui. Resta da chiedersi che cosa ci fosse nelle sue origini di figlio delle
Antille, nella sua aggrovigliata, solitaria e narcisistica personalità – dote
forse di un poeta, assai meno di un diplomatico –, che lo portasse a disprezzare
i suoi simili e a provocare i loro aspri risentimenti. L’italofobia, che
condivideva con il suo predecessore una lunga tradizione al Quai d’Orsay, era
solo l’aspetto più evidente di un atteggiamento che si rivelò dannoso prima di
Monaco e, ancor più, dopo di allora. Nella crisi cecoslovacca, il suo ruolo,
molto discusso, risultò, a nostro avviso, più onorevole di quello dei suoi capi
politici, ma a Monaco non fu in grado di consigliare la resistenza a un Daladier
che era già pronto a cedere. Collaboratori e ammiratori hanno lodato la sua
“stravagante flessibilità tattica [combinata con] un’inesorabile de-terminazione
di intenti”. I critici hanno invece sottolineato che “egli appare allo storico
avvolto dalla nebbia di un’indecisione che forse ha deliberatamente e
artificialmente messo a punto”. Insomma, se nel suo successivo esilio americano
di sconfitto il poeta sapeva sciogliere le contraddizioni dell’uomo nella forza
di un verbo alato di straordinaria pregnanza lirica, l’ormai ex grand commis
costantemente teso a levigare e a valorizzare la sua immagine sembrava non
sapere più chi fosse stato veramente. Forse non lo aveva mai saputo, altro lusso
dei poeti… Leger, quindi, è un personaggio considerato molto negativamente,
seppur meno di altri, la cui attività è stata molto più ondivaga per vari
motivi, anche di carriera.
Ovvero?
Arrivato giovanissimo segretario generale, non voleva lasciare quel posto;
sapeva di avere molti nemici, quindi ha dovuto traghettare un po’ tra le varie
correnti. Questo è umano e non gli si può essere costituita un’accusa. Mi
risulta però difficile iscrivere sia lui che Eden, che è il suo equivalente
inglese, come fa invece certa storiografia, nella scuola della fermezza contro
la scuola dell’appeasement. Chi vede queste cose in modo schematico non sa cos’è
la storia, non sa cos’è la diplomazia, non sa cos’è la vita parlamentare e
politica dove è inevitabile che secondo i momenti e le circostanze vengano prese
delle scelte più o meno, come dire, conformi agli ideali. Bisogna vedere le cose
in questi termini.
Non fu l’unico a fare quegli errori ed inciampi del resto…
Basti pensare che Churchill, che certamente era un uomo di visione, ideali, e di
grande e profondo senso della storia, di grande e profondo senso delle
opportunità degli uomini nella storia, perfino lui nel 1938, al ritorno di
Chamberlain, non poteva mettersi contro un’opinione pubblica che era il 90% per
la pace di Monaco. Chamberlain era in quel momento il più popolare leader
politico inglese dal Duca di Wellington, vincitore di Napoleone. Però, mentre il
Duca di Wellington ha dimostrato, vincendo sul campo, la sua superiorità su
Napoleone, quella di Chamberlain è teorica, perché egli torna avendo evitato la
guerra, cioè essendo perfettamente caduto nel bluff di Hitler.
Magistrale nel testo è l’apparato di note, le considerazioni a pedice, che
formano quasi un involontario romanzo ergodico per certi aspetti. Che
significato ha per lei l’uso delle note?
Sono un innamorato delle note ed è per questo che a tutti i miei editori – a
volte ci riesco, a volte no – chiedo che vengano messe a fondo pagina. Sono
innamorato delle note non solo per il motivo che le note possono dare, senza
interrompere la narrazione, alcuni elementi biografici e bibliografici. Ma
soprattutto perché le note rappresentano, ai miei occhi, un po’ l’equivalente
delle voci del coro, delle voci a parte in un’opera lirica o nel teatro
goldoniano. Sono quasi un coro, o delle voci individuali, però, che ci dicono
chi era veramente Buffi, o perché Mussolini non potesse agire contro i suoi
avversari. In questo senso vorrei che anche il lettore generico potesse leggere
e godere delle note e di ciò che esse rappresentano nel mio percorso.
Che cosa ha in cantiere l’ambasciatore Maurizio Serra per i lettori?
Cerco di alternare i generi, sto rivedendo le edizioni tascabili di molti dei
miei libri. Il primo obiettivo è quello dell’edizione tascabile francese del
D’Annunzio e dell’edizione italiana di Mussolini, che dovrebbero uscire
nell’autunno inoltrato o all’inizio del prossimo anno. Poi ci sono appunto i
nuovi progetti. Vorrei ultimare la trilogia narrativa del Michoumistan perché
questo paese immaginario è un po’ il paese, del Dottor Stranamore, ossia quello
dei conflitti che da terribili possono diventare nazionali e via dicendo. Quindi
un po’ la parafrasi della sicurezza del mondo e della condizione in cui un
diplomatico vive. Per il resto cerco di mantenere i rapporti, letterari e non,
con le varie istituzioni con le quali collaboro.
Francesco Subiaco
*In copertina: Monaco, Führerbau, 30 settembre 1938, foto di gruppo con i
firmatari dell’accordo; il poeta Saint-John Perse, ovvero Alexis Léger, si
scorge sullo sfondo, tra Mussolini e Ciano
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