> “Non c’è nulla di più stupido e di più tracotante di una massa buona a nulla.
> Certamente sfuggire all’arroganza di un tiranno per precipitare nell’arroganza
> di una moltitudine priva di freni è assolutamente intollerabile: il tiranno,
> se fa qualcosa, la fa con cognizione di causa, il popolo invece non ha neppure
> capacità di discernimento. E come potrebbe averla dal momento che non gli è
> stato insegnato nulla e non ha mai visto nulla di bello che fosse suo? Si
> getta nelle cose senza riflettere e le sconvolge, simile a un fiume in
> piena”.
>
> (Erodoto, Le Storie, III, 81)
Così, secondo Erodoto, si esprimeva alla fine del IV secolo avanti Cristo il
persiano Megabizo per opporsi a chi voleva “conferire il potere al popolo”.
Dunque, già a quei tempi veniva definita – con i suoi stereotipi e le sue verità
– la figura retorica del popolo come plebaglia buona a nulla e ignorante, infida
e pericolosa. Concezione riaffermata, quasi un secolo dopo, nel pamphlet contro
la Costituzione democratica di Atene attribuito allo Pseudo-Senofonte, detto
anche “Anonimo oligarca”. Ne citiamo alcuni passi, dalla traduzione che ne fece
Luciano Canfora in La democrazia come violenza / Anonimo ateniese, Sellerio
1998 :
> “A me non piace che gli ateniesi abbiano scelto un sistema politico che
> consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene. […] Dovunque sulla
> faccia della terra i migliori sono nemici della democrazia: giacché nei
> migliori c’è il minimo di sfrenatezza e di ingiustizia, e il massimo
> d’inclinazione al bene; nel popolo invece c’è il massimo d’ignoranza, di
> disordine, di cattiveria; la povertà li spinge all’ignominia, e così la
> mancanza di educazione e la rozzezza, che in alcuni nasce dall’indigenza. […]
> Il popolo non vuole essere schiavo in una città retta dal buon governo, ma
> essere libero e comandare: del buon governo non gliene importa nulla. […] è
> comprensibile che ciascuno voglia giovare a se stesso. Chi invece, non essendo
> di origine popolare, ha scelto di operare in una città governata dal popolo
> piuttosto che in un’oligarchia, costui è pronto ad ogni mala azione, e sa bene
> che gli sarà più facile occultare la sua ribalderia in una città democratica
> anziché in una città oligarchica”.
Il concetto di popolo, così bistrattato nell’antichità ellenica, comincia a
essere “redento” in età moderna, come nella Germania cinquecentesca del pastore
protestante Thomas Müntzer e nell’Inghilterra rivoluzionaria del Seicento, dove
al popolo si va a conferire dignità in quanto “popolo di Dio”; fino ad arrivare
agli enciclopedisti francesi del Settecento e più avanti a Jules Michelet, che
nel saggio Le peuple del 1846 fece una robusta apologia del popolo, definito
generoso, pronto al sacrificio e pieno di umanità, ingiustamente disprezzato dai
pasciuti scrittori da salotto che si limitavano a descriverne la parte peggiore,
ossia quella minoranza di delinquenti ben vestiti che giustificava il
consolidamento del potere di polizia ed esercito. È da qui che si affaccia
l’espressione “la personalità del popolo”, inteso come soggetto, come un Io
dotato di personalità e, quindi, di una psicologia.
Da questa matrice deriva la categoria politica del populismo, quel concetto oggi
tanto usato e abusato da esser ormai ritenuto una semplificazione scontata, dal
significato univoco ed elementare, alla portata di tutti. In realtà, già nel
1967 lo storico statunitense Richard Hofstadter intitolava un suo intervento
alla London School of Economics “Tutti parlano di populismo, ma nessuno può
definirlo”. In effetti, le varianti di “populismo” che si sono succedute negli
ultimi secoli potrebbero essere inserite in un elenco, che va dai levellers e
i diggersinglesi del Seicento a tutte le forme che si sono evolute in molti
paesi, come negli Usa (il Populist Party), in Russia, e in India, Canada,
Francia, Irlanda, Romania, Messico, Perù, e altrove. Secondo diversi studiosi,
il populismo non può che essere definito come stile politico che lavora su vari
materiali simbolici, per dare una forma all’ideologia del luogo in cui si
esprime. Lungi dall’essere univoco, il populismo incorporerebbe “una serie di
risorse discorsive che possono essere usate nei modi più diversi”, con
“significati fluttuanti” (Yves Surel in un saggio su Silvio Berlusconi), veicolo
di significati che variano a seconda delle diverse congiunture storico-politiche
in cui opera.
Agli osservatori di oggi il populismo appare il risultato di una lunga
formazione carsica, dove il tipico leader del momento diventa una specie di
federatore politico di emozioni e istanze popolari “basiche”, che lavora sulle
parole e sulle immagini per alimentare questo fermento, basato oggi più che mai
– grazie alla comunicazione elettronica dei nuovi media che tutto fagocitano –
sul pensiero veloce e automatico, che vuole contrapporsi al cosiddetto pensiero
lento e riflessivo, spesso controintuitivo, esibito dalle deprecate élites. E
quel “popolo” che i populisti pretendono di interpretare viene spesso
rappresentato come una maggioranza anche quando è solo una minoranza
rivendicazionista.
A ogni modo, una caratteristica certa del populismo come definizione è che oggi
nessuno – spesso ipocritamente – se la attribuisce: al contrario, essa viene
spesso attribuita agli avversari politici come epiteto sprezzante e sminuente,
anche delegittimante, in tattiche dialettiche che consolidano la semplificazione
concettuale a cui abbiamo accennato. Da qui deriva un’analoga semplificazione,
di cui vogliamo parlare: quella di confondere o sovrapporre i concetti
di populismo e sovranismo, che sono sfere ben differenti, in una sorta di
“populismo sovranista”, commistione che può essere utile a livello
giornalistico, ma generalmente ritenuta inammissibile a livello
storico-politico. Eppure, questa endiadi può essere giustificata sul piano
filosofico, come afferma Rocco Ronchi nel suo saggio Populismo/Sovranismo. Una
illustre genealogia, edito da Castelvecchi nel 2024. La questione che qui viene
affrontata, nel confronto tra le due sfere, è di tipo genealogico, perché
populismo e sovranismo paiono amare la stessa libertà, professare lo stesso
individualismo: secondo Ronchi,
> “Il populismo sovranista ha padri nobili e insospettati, spesso gli stessi che
> vengono additati come esempi di resistenza al pensiero unico: dal Dostoevskij
> del ‘sottosuolo’ all’osannato Pasolini ‘corsaro’, dall’anarca di Stirner al
> Bartleby melvilliano, senza trascurare la singolare convergenza del populismo
> sovranista con le teorizzazioni postmoderne sulla natura del potere sovrano.
> Del prototipo fascista – con il quale civetta – elabora l’aspetto anarchico,
> rivoluzionario e fieramente irrazionalista, quello che aveva sedotto, come un
> nuovo mito, l’umanità disastrata uscita dal primo conflitto mondiale”.
Il popolo sovrano di stampo populista, come lo conosciamo, sarebbe una
“soggettività dispersa e frantumata”, parlante una lingua “formulaica, modulare,
puramente performativa”, le cui parole d’ordine servono a “un riconoscimento
automatico fra uguali”. La democrazia, che dovrebbe servire a curare la malattia
populista, in realtà è lo stesso brodo di coltura del nemico che si vuol
combattere; e il richiamo a Gramsci – come a Brecht – diventa imprescindibile.
Il carattere intrinsecamente minoritario del socialismo, di cui Gramsci era ben
consapevole, richiedeva “una minoranza agguerrita, dotata cioè di una metis, di
una intelligenza pragmatica, che la rendesse atta a costruire come a sciogliere
alleanze locali, a istituire blocchi sociali eterogenei, a governare processi, a
osare arditi ‘compromessi’ che fossero in grado non solo di arginare la tendenza
avversa, ma di infletterla astutamente nella propria direzione”.
Come sostiene Ronchi, fare della “semplificazione” del pensiero il punto di
forza del populismo è a sua volta una semplificazione comoda, che semplificando
ci esonera dallo sforzo dell’analisi.
> “Liquidare il populismo come mero non-pensiero, ripetendo il ritornello della
> ‘pancia’ contrapposta alla ‘ragione critica’, non solo ne sottovaluta la
> potenza, ma impedisce di dotarsi delle armi necessarie per combatterlo”.
Anche alla luce delle recenti polemiche – sempre più conflittuali – che da
qualche tempo infiammano e infettano il nostro dibattito pubblico sul fascismo
(presuntamente redivivo) e sull’antifascismo (come bandierina assolutoria), ne
abbiamo parlato con l’Autore, cercando una visuale approfondita.
Lei sostiene che il fascismo storico non era una “mera ciarlataneria da fiera”,
come si presentava agli occhi dell’élite intellettuale europea, ma era
una metafisica, e che quel fascismo è valso come “prototipo”, ovvero come schema
operativo per gli ulteriori sviluppi del populismo/sovranismo giunto fino a noi,
che ne ha elaborate le virtualità in modo originale. Quest’ultimo, come afferma,
si radica nella metafisica della libertà individuale, che trova espressione come
libertà esistenziale nell’infelice protagonista delle Memorie del sottosuolo di
Dostoevskij, un irriducibile sovranista di se stesso.
In Mille piani, due filosofi che mi hanno ispirato nel mio lavoro intellettuale,
Gilles Deleuze e Félix Guattari, dicono, a un certo punto, che al nostro
orizzonte si profila un fascismo che farà impallidire quello che abbiamo
conosciuto nel nostro passato. Il libro viene pubblicato nel 1980. Io l’ho letto
qualche anno dopo. Confesso che una simile affermazione mi è sembrata, alle
prime, una esagerazione retorica, una esagerazione non insolita, del resto, in
un tempo, siamo infatti alla fine della decade “rivoluzionaria” degli anni
Settanta, che era incline a certe forme di estremismo enfatico. Il tempo però
penso che abbia dato loro ragione e abbia invece smentito il mio ottimismo di
allora. Era infatti al di là delle mie possibilità di previsione immaginare che
il “mondo” nel quale ero nato e nel quale ero cresciuto potesse veramente
finire. Per “mondo” intendo l’epoca generatasi con la Rivoluzione Francese,
l’epoca che nella libertà, nell’uguaglianza e nella fraternità, e più
precisamente nel loro nesso indissolubile (nessuna libertà senza uguaglianza e
nessuna uguaglianza senza libertà e nessuna libera uguaglianza senza il
presupposto della fraternità universale), aveva posto l’ideale regolativo della
Storia, il cammino in qualche modo ineluttabile dell’umanità (socialismo e
comunismo partecipavano a pieno titolo di quella storia). La riprova non era
forse la sconfitta su scala planetaria subita dal fascismo nel 1945? Ebbene, a
distanza di quarant’anni dalla pubblicazione di quel libro, dobbiamo riconoscere
che è proprio a questa fine che stiamo assistendo su scala planetaria. Il che ci
costringe a ripensare il fenomeno fascismo formulando una ipotesi meta-storica,
che si potrebbe definire a tutti gli effetti metafisica. E se “fascismo” non
fosse il nome di una precisa costellazione storica, determinata nello spazio e
nel tempo (o, se non fosse solo questo)? Se “fascismo” piuttosto che un fatto,
un modello, un archetipo, designasse un processo, un prototipo in via di
sviluppo, di cui i fascismi storici sono stati soltanto i primi sviluppi
evolutivi, i primi balbettamenti e di cui l’attuale ondata populista fosse
un’altra e più “totale” concretizzazione? Se il “fascismo” fosse il nome
convenzionale per una potenza all’opera, per una potenza in esercizio, la cui
effettuazione reale e in certo senso definitiva richiede una “macchina” che
forse solo la tecnologia moderna ha messo a disposizione? Chi avrebbe potuto
credere, solo qualche anno fa, che l’Occidente democratico e liberale, avrebbe
potuto assistere, impotente se non addirittura complice, ad un genocidio così
somigliante a quello perpetrato dai nazi-fascisti? La domanda da porre non è
allora che cosa è stato il fascismo, ma che cos’è qui e ora, quale potenza mette
in campo e perché questa potenza sembra oggi non conoscere argini. Dove,
insomma, il fascismo attinge la sua energia? Siccome la modernità ha nell’idea
di libertà la sua radice metafisica e siccome il fascismo è un fenomeno
completamente moderno, e nient’affatto “eterno” come alcuni hanno sostenuto,
bisogna, credo, provare a capire quale libertà sia quella che il
fascismo-processo mobilita per corrodere fino a distruggerle le libertà civili
prodotte dalla Rivoluzione Francese, una libertà che è fondata sulla
disuguaglianza, una libertà che suppone una fraternità di altro genere, rispetto
a quella originaria, che postula una fraternità che esclude, una fraternità di
“razza”. È per rispondere a questa domanda che ho tirato in ballo l’antropologia
filosofica contenuta in nuce in quel fantastico racconto di Dostoevskij.
Nel suo saggio vediamo come la “capacità universale di fascinazione” del
populismo/sovranismo è data anche dalla rabbia e dalla indignazione degli
“insorti”, e si collega alla paura, che è una paura senza nome, astratta,
antica, che forse non riesce nemmeno più a focalizzare il proprio oggetto. Qui
lei fa entrare in gioco Hobbes, che intuisce come “la paura è l’elemento stesso
nel quale sguazza un ente che si vuole incondizionatamente libero”. E la paura è
indifferente al sapere – si veda la classica idiosincrasia verso l’autorità
scientifica – come la libertà è indifferente alla verità/oggettività.
L’uomo del sottosuolo o della topaia, come forse sarebbe meglio tradurre, è
l’insorto, è il soggetto che in nome della libertà vuole emanciparsi perfino dal
dominio della verità. A lui non piace che 2+2 faccia quattro, lo sente come un
limite imposto dall’Altro alla sua assoluta possibilità. La sua negazione
impotente è così all’origine del suo risentimento verso ogni autorità
intellettuale (le élites…). Vent’anni prima, Max Stirner aveva schizzato un
ritratto analogo. Per il suo “anarca” ogni verità era un muro opprimente, un
idolo da abbattere. Ciò che auspicava per una umanità veramente liberata era una
verità “creata” ad hoc (come le fake news…), una verità che funzioni come “arma”
per affermare il diritto assoluto del “singolo”. Lette centociquant’anni dopo le
pagine di Stirner e di Dostoevskij risultano particolarmente preveggenti.
Bisognerebbe rileggerle a partire dal libro di wu ming 1 su QAnon (La Q di
Qomplotto. QAnon e dintorni, Alegre, 2021): sulla rete si formano comunità
complottiste che creano una verità artefatta, con sfacciata noncuranza per i
fatti, e sono comunità in grado di decidere le sorti politiche del più potente
paese del mondo (prima elezione di Trump). Uomo del sottosuolo e anarca
sembrano annunciare così una umanità nuova, ribelle e risentita, insofferente di
ogni legge e di ogni istituzione che vincoli un libero e irrazionale volere nel
quale è riposto tutto l’essere del soggetto. Nietzsche aveva
chiamato ressentiment la condizione abituale dell’“ultimo uomo”. Il liquido
amniotico in cui cresce questo nuovo tipo umano non può che essere la paura: una
libertà così astratta non può infatti che sentirsi sempre minacciata, sempre sul
punto di venir meno, sempre precaria, sempre instabile, come accade alle
persone anziane. La condizione naturale dell’insorto è infatti il timore e il
tremore; per questo necessita di capri espiatori, vale a dire della continua
offerta da parte dei media di nemici immaginari da sacrificare sull’altare della
sua libertà. E si tenga presente che la misura di una fede in un astratto
immaginario (ad es. La Grande Israele) è data solo dalla quantità di sangue
innocente che si è disposti a versare.
A pagina 39 lei si domanda: “Perché gli intellettuali italiani si sono
specchiati nel ‘pasolinismo’? Che cosa c’era di così seducente in quella
diagnosi senza speranza?”. Entriamo qui nell’annosa questione, oggi più acuta
essendo appena trascorso il cinquantenario dalla morte, su cosa abbia alimentato
questo consenso su Pier Paolo Pasolini, che trascende le appartenenze politiche
(schieramenti opposti se lo litigano quasi come un simbolo identitario): un
“consenso generalizzato, entusiasta, talvolta addirittura fideistico” sul
Pasolini teorico della “mutazione antropologica”, della “omologazione”, del
“genocidio culturale” eccetera. Lei osserva come Alberto Asor Rosa vi avesse
colto già nel 1965 un certo populismo estetizzante e decadente, coerente con la
tradizione; dunque era un conservatore che non ha inventato nulla, il Pasolini
“corsaro”? Era il lamento dell’intellettuale che vede minacciata la sua “aura”,
come dice, sguarnito di difese dall’avanzare della “modernità” copernicana della
televisione e dei jeans uguali per tutti (con le aggravanti di divorzio e
aborto, oltretutto)?
In effetti la penso un po’ così, anche se ho dovuto per questo scontare un certo
isolamento. Criticare il “pasolinismo” è infatti in Italia un peccato che non si
perdona facilmente. Se si vuole essere ammesso nei salotti buoni, la prima cosa
da fare è rendere omaggio alla santa icona… Ma io non ce l’ho con l’artista
Pasolini, di cui per altro apprezzo il cinema (quello degli inizi, almeno, e
soprattutto apprezzo la sua riflessione teorica sul cinema), ce l’ho con lo
sguardo coloniale e paternalistico che rivolge al mondo degli ultimi,
collocandoli, situandoli, spiegandoli con la perizia di un etologo che illustra
i comportamenti obbligati dei viventi che ha come oggetto di studio. Il suo è
uno sguardo normativo, pronto a rilevare e a stigmatizzare ogni infrazione della
legge tramandata, di cui si professa custode e cantore. Il Potere contro cui
Pasolini si scaglia è il potere con la maiuscola, vale a dire una immagine
astratta del potere che si calerebbe dall’alto per pervertire una “vita”
altrettanto astratta. Credo invece che per essere compreso nella sua efficacia
il potere vada scritto con la minuscola, come ha fatto, per esempio, Foucault
più o meno negli stessi anni. Il potere non è insomma in contrapposizione con la
supposta innocenza della “vita”. Il potere è ciò di cui il reale – ogni reale –
è fatto, perché il reale non è nient’altro che un rapporto di forze, una rete di
potenze in esercizio, potenze che sono tra loro in conflitto in un gioco
infinito (Nietzsche docet). Per questo un antifascismo reale funziona solo se è
“militante”, mentre è puramente retorico se si limita alla dimensione del
giudizio morale. Se poi ho definito Pasolini un tipico letterato italiano è
perché il modo con cui l’Italia è entrata nella modernità è stato attraverso il
rifiuto del copernicanesimo e delle conseguenze metafisiche che esso implicava
vale a dire la fine di ogni gerarchia, l’uguaglianza infinita di tutti gli enti,
la fine dell’antropocentrismo. Sono esattamente le cose che ripugnano al
letterato italiano, che privilegia la retorica, ma sono anche le tesi che hanno,
non a caso, portato Giordano Bruno sul rogo.
Veniamo al tema della produzione del mito. Lei osserva come il giovane Mussolini
rivoluzionario intendeva trasformare il Partito socialista in macchina
mitologica: “Mussolini era perfettamente consapevole dell’operazione di
tecnicizzazione del mito che andava proponendo ai compagni del partito”. È molto
interessante l’estratto dell’articolo che Mussolini scrisse sull’«Avanti!» a
commento del suo discorso al Congresso di Reggio Emilia del 1912, in cui afferma
che il partito ha una “anima religiosa”, è una comunità e non una società di
interessi:
> “Che importa al proletariato di capire il socialismo come si capisce un
> teorema? E il socialismo è forse riducibile ad un teorema? Noi vogliamo
> crederlo, noi dobbiamo crederlo, l’umanità ha bisogno di un credo. È la fede
> che muove le montagne perché dà l’illusione che le montagne si
> muovano. L’illusione è, forse, l’unica realtà della vita”.
Ci spieghi la sua definizione di questo “mito tecnicizzato”, visto come “una
allucinazione volontaria che non allucina la realtà, creando una falsa
percezione, ma la stessa potenza di allucinazione”.
Quella frase di un giovane Mussolini, aspirante leader dei socialisti italiani,
mi ha colpito moltissimo. Sintetizzava in una battuta il grande tema della
tecnicizzazione del mito (espressione usata da Furio Jesi per indicare l’uso
fascista dei miti, ad esempio: Dio, Patria e Famiglia) e della estetizzazione
della politica (espressione usata da Walter Benjamin per indicare la capacità di
seduzione del fascismo). Siamo ancora più che mai infangati in questa vicenda
che i media elettronici hanno però reso planetaria. Nietzsche ha spiegato bene
questo passaggio epocale quando ha scritto che se la verità diventa favola anche
la favola cessa di essere tale perché non ha più una verità cui commisurarsi. È
il mondo dello spettacolo generalizzato, che non è il mondo vero (nessuno
crede veramente alle frottole di Trump, nemmeno i suoi seguaci) ma non è nemmeno
il mondo falso (nessuno dei seguaci di Trump crede veramente che Trump menta
quando posta le sue frottole): è il mondo della illusione come unica realtà
della vita, al di là o al di qua della dicotomia vero/falso, il mondo del
“capriccio” lo definisce l’uomo del sottosuolo, dove l’unica “ragione dell’ente”
è una volontà arbitraria e tirannica. Il detto di Giovenale: “Hoc volo, sic
iubeo, sit pro ratione voluntas”, “Lo voglio, così comando, valga la mia volontà
come ragione” esprime molto bene il nuovo “mondo libero” sognato dai fascisti
del terzo millennio.
Paolo Ferrucci
L'articolo Ribelli, insofferenti, insorti. Dialogo con Rocco Ronchi sui fascisti
del terzo millennio proviene da Pangea.
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Gianfranco Lauretano – Il mantra critico oggi in voga, riguardo alla poesia
italiana contemporanea, è quello della frantumazione: l’impossibilità di
stabilire un canone, l’incapacità di indicare i valori poetici attuali e reali e
gli autori più importanti. La frantumazione, inoltre, segnala una rottura della
trafila generazionale, un’esplosione della tradizione in molteplici direzioni
contrapposte e prive di dialogo reciproco. La poesia attuale è stata definita un
“astro esploso”. Come si fa a ritessere un filo che appare evidentemente
interrotto già a partire dagli anni Settanta? Che ce ne facciamo della
tradizione se tutto deve essere nuovo, adeguato ai tempi; se dobbiamo fare i
libri come se fossero post dei social?
Salvatore Ritrovato – La prima cosa di cui bisogna liberarsi è l’idea che la
poesia debba essere aggiornata ai tempi. La poesia non deve essere aggiornata:
deve essere contro i tempi che viviamo. Deve essere “contemporanea” nel senso
usato da Agamben, per il quale contemporaneo è chi non si lascia accecare dalle
luci del suo secolo, anzi ne scorge la parte in ombra, l’oscurità, e questo buio
sa interpellarlo, cogliendone le pieghe e le contraddizioni; altrimenti non è
che intrattenimento. Se, prima di scrivere, faccio un’indagine di marketing e
scopro che i lettori vogliono poesie su come non si tocchino i sederi nei
supermercati, io scriverò quel tipo di poesia. Ma io non faccio indagini di
marketing: scrivo ciò che ho dentro, ciò che mi brucia dentro: le pomiciate non
mi ispirano, né in metropolitana né al supermercato. La prima caratteristica
della poesia è di essere contro i tempi.
GL – Dunque c’è un rischio: genuflettersi alla mentalità dominante. C’è un
ambiente, una nuvola di temi che devono essere usati a tutti i costi: la “poesia
di ricerca”, la poesia che non deve essere “assertiva”, ecc. Slogan. Espressioni
imposte da chi ha i mezzi per imporlo, da chi controlla editori, premi,
festival…
SR – Invece di “ambiente” userei “ambienza”, come la usa Gadda per indicare
l’astratto dell’ambiente. Ambienza. È questo che si intende quando diciamo che
bisogna essere contro il contemporaneo? Contro nel senso che non mi devo
accomodare nel tempo in cui vivo, ma verificarne i limiti, i nodi, le fragilità,
e guardare oltre, oltrepassare la soglia. Come altre arti, la poesia la smetta
di parlare di sé, abbia il coraggio di trascendersi. Faccio un esempio con…
GL – …tutte le immagini portano scritto ‘più in là’, come dice Montale
riprendendo Rebora.
SR – Sì, certo: ogni cosa porta scritto: “più in là”. Prendo l’esempio dalla
Costituzione. Abbiamo la Costituzione più bella del mondo, dicono, non perché
sia perfetta o esauriente, ma perché è “trascendente”: gli estensori sono
riusciti a non dire solo ciò che è giusto o buono, si sono lasciati guidare da
“principi-speranza” (citando Ernst Bloch) come libertà, democrazia, solidarietà,
lavoro, uguaglianza, fraternità. Di fraternità non si parla, non c’è un articolo
che dica “bisogna essere fratelli”, ma senti che quel principio c’è, perché non
serve vedere un aldilà o sperare in un mondo ultraterreno per immaginarsi
fratelli: si tratta di un principio che raccoglie tante leggi ispirate alla
solidarietà. Un principio metafisico, cioè che consente di andare oltre la
“fisica” della normativa. Se la poesia non adotta questo principio, la
letteratura resta ferma all’arte poetica di un Boileau. Una macchina perfetta
che rifonda il classicismo: che cosa bisogna fare per diventare poeti?
Frequentare una scuola di scrittura creativa. Applicare l’arte poetica. Ma quale
importante poeta lesse ai suoi tempi Boileau prima di mettersi a scrivere le sue
poesie? Oggi si vede che nell’ambienza poetica manca l’aria. Si può vivere in
una casa senza finestre? È un bunker, non sai più cosa accade fuori. Prima che
ammuffisca, apri finestre, fai una veranda: affacciati. Capisci che quella casa
è solo un punto qualunque dell’universo. È una casa in cui è facile nascondersi
e morire seppelliti: non resta che uscirne fuori, trascendersi.
GL – Una descrizione simile sembra adattarsi a certi poeti di oggi: la
poesia-bunker, la poesia che mangia se stessa, che si divora. Forse è questa la
poesia di ricerca? ma che cosa vuol dire ricerca?
SR – Se significa ricerca formale, allora la poesia rischia di ripiegarsi su se
stessa. A questo punto, preferisco Prévert, che non amava programmi e proclami:
ammesso che la sua non fosse poesia di ricerca, comunque era poesia vera,
com’era autentico ciò che scriveva e sentiva. Forse la poesia di ricerca è
quella “vera”…
GL – In fondo la ricerca è dovere di ogni poeta, nel senso che deve cercare la
forma più adeguata all’esperienza che vive e che vuole raccontare. Ma non è la
ricerca in sé. Tant’è vero che anche coloro che hanno trovato qualcosa alla fine
della ricerca, poi non ne hanno fatto nulla. Quindi, a che pro?
SR – Certo, non c’è dubbio. È la ricerca senza trascendenza della ricerca a
essere inutile. Guàrdati da fuori, considera la tua ricerca formale e rifletti
su ciò che stai facendo. Vuoi essere un poeta di ricerca: bene. E cosa hai
concluso? Hai cambiato il tuo modo di vivere o quello del lettore? Hai innescato
una metànoia?
GL – Andrea Inglese afferma che gli sperimentalisti storici, quelli della
neoavanguardia degli anni Sessanta, dei Novissimi, compresi i
neo-neo-avanguardisti degli anni Novanta, fino a quelli di oggi, non si
percepiscono come parte di una stessa filiera. La “poesia di ricerca”, nella sua
essenza autoreferenziale, non è nemmeno riuscita a diventare tradizione di sé
stessa.
SR – Non può diventarlo: questo è il paradosso. Se la neoavanguardia si
costituisce come tale, non può diventare tradizione, non può entrare in
un’accademia, istituzionalizzarsi, perché è, o almeno dovrebbe, essere
antitradizionalista. Parlare di “neoavanguardia” significa rifarsi a
un’avanguardia precedente, assunta come tradizione. Ma allora è più
avanguardia? Il gesto si fa una volta per sempre: tale è l’orinatoio di Duchamp
o la “merda d’artista” di Manzoni. Non puoi riproporlo, altrimenti è
maniera. Più vai avanti con le “neo”, più tutto si spegne: è come tentare di
accendere un fuoco solo con la brace; ci vuole legna nuova.
GL – Tu sai però che questo accade soprattutto fra i giovani poeti, magari
laureati. Trovi scritto – non sui libri, che non solo scrivono ma spesso non
leggono, ma su facebook – “La poesia è di ricerca o non è”. In che senso? È un
plagio generazionale mostruoso. Come dicevi tu: ogni “vera” poesia è di ricerca,
anche quella di Saba, che non amava l’avanguardia. La ricerca non è proprietà
esclusiva dell’avanguardia; è anche di Montale, di Zanzotto, di Pasolini, di
Caproni, di Luzi. Nessuno dei quali ambiva ad essere annoverato nella
neo-avanguardia. Oggi, però, non mi pare neanche una moda, ma un atteggiamento
dominante certa “trascuratezza” nei poeti. Non si riscontra un gran lavoro sulla
parola, sulla sua forza di espressione, si preferisce essere trascurati,
sciatti. Tante opere – anche di autori noti, pubblicati da grosse case editrici
– sembrano aver trovato una maniera che consente loro di non rimettere più in
crisi la parola e lo stile acquisiti: con poca fortuna e molto metodo, possono
fare, una dietro l’altra, anche dieci raccolte in dieci anni. Che cosa ne
pensi?
SR – Una volta esisteva la sprezzatura: una della più raffinate invenzioni del
nostro Rinascimento. Era un modo per non enfatizzare le proprie abilità: io so
scrivere versi divini, ma non devo ostentarlo, anzi questa qualità deve apparire
naturale, anche se è frutto di uno studio, l’artificio non deve sentirsi. Tutti
volevano la sprezzatura, ma pochi potevano permettersela: tra questi, Torquato
Tasso. È probabile che oggi, lontani da quella civiltà delle corti, per non
cadere nell’ostentazione, visto che la sprezzatura è impegnativa, si preferisca
la sciattezza. Oggi, il fenomeno che tu descrivi lo inquadrerei più
sociologicamente che stilisticamente. Penso ai ragazzi che per il giorno della
laurea indossano vestiti firmati ma con le scarpe da ginnastica: quasi a dire
“sono elegante, ma non ci credo”; e magari le scarpe costano più del vestito.
Allo stesso modo, scrivere in maniera sciatta risponde all’esigenza di far
capire al lettore che l’autore scrive poesie ma non si considera un poeta, come
se la poesia ormai appartenesse ad altri secoli. Se l’imperativo è stare al
passo con i tempi, allora perché scrivere poesie che vendono solo poche
centinaia di copie? Una volta il poeta pubblicava le sue Poesie scritte col
lapis (per citare una raccolta di Moretti), ma i suoi endecasillabi erano
eleganti, mai leziosi, persino facili; ora i titoli sono più complicati, a volte
cerebrali, e i versi sciatti. Un punto di non ritorno fu segnato da Satura di
Montale: “Ok, mi trattate già come un classico, ma per favore non chiamatemi
Poeta”. Montale entra in polemica con se stesso. Ungaretti non avrebbe condiviso
questa posizione: maggiore solo di pochi anni sembra appartenere a un’altra
epoca, com’è vero che muore nel 1970, e Satura è del 1971. Montale risente di
tutto il clima del ’68, dei processi di rivolgimento e riforma: cerca di
smorzare i toni, non è più il Montale che conoscevamo. Si potrebbe dire
che Satura è il suo esercizio di sprezzatura? No, non proprio. Tratti di
sprezzatura si vedono già nella Bufera. Satura contiene ancora una fede nella
parola poetica, indipendentemente da metro e rima. Il messaggio fu frainteso e,
a un certo punto, nessuno si sarebbe vergognato, davanti a un ospite, di
lasciare i panni usati in giro per casa, e i piatti sporchi nel lavabo, i letti
sfatti. Questo è confermato dal discorso del Nobel: Montale pare non creda più
in nulla, nemmeno nella poesia, ancor meno nel premio che riceve. Ora, una cosa
è che questo avvenga al culmine della parabola di un grande autore; un’altra è
che venga assunto a priori. Così non c’è più ricerca: si prende come dato
l’approdo amaro e disilluso di un grande autore e lo si adopera come stile
personale. La poesia-verso-la-prosa diventa maniera, moda, e se si va in questa
direzione, ci si adegua. Ma no! Che ciascuno trovi il suo passo. Una volta mi
hai fatto notare che una mia poesia era alquanto montaliana: una bella trappola
che avevo preparato a me stesso. Ci sono subito tornato al lavoro, è
fondamentale trovare un segno personale. Del resto, anche la moda si fossilizza
nell’arco di una generazione, dal momento che antropologicamente i cambiamenti
sono molto più lenti. Capita che chi scrive invece di an dare contro i propri
tempi, si adegui e magari si ritiri, si chiuda. La risposta,
minimal-crepuscolare, può suonare così: “Non scrivo più col lapis, tanto meno
con la macchina per scrivere, ma con la tastierina di un cellulare; pertanto mi
basterà parlare di cose infime scrivendo in modo infimo per non spaventare il
lettore il quale, a sua volta, scrive con il cellulare… Se questi trova una
parola come “ermo” o “erta”, si domanderà sgomento che sarà mai questo ermo?
Dovrà andare sul vocabolario, poverino! La poesia sciatta, invece, offre grandi
vantaggi: avversando la temuta tradizione, è altresì lontana da ogni brama di
ricerca, insomma si presenta come un altro polo deteriore della poesia di oggi
(avere la pretesa di scrivere su tutto, anche quando non vale la pena o non si
ha niente da dire).
GL – Penso, in questo contesto, a un libro come Trasumanar e organizzar. Quando
vi arriva, Pasolini non è un poeta sciatto: lui vuole scrivere bene, in modo non
di rado sontuoso e concettoso: sa scrivere, compone versi perfetti: le poesie di
Casarsa sono stupende…
SR – In Trasumanar e organizzar Pasolini sceglie la sciatteria come stile
eversivo contro ogni stile aulico o simil-aulico o anti aulico (come quello del
Montale di Satura): uno stile fortemente connotato, quasi a rovesciare o a
deviare in maniera definitiva la sua opera. Dopo questa raccolta che cosa
avrebbe ancora potuto scrivere Pasolini? Temo ben poco. E d’altra parte quello
stile rischia di diventare una moda. Trasumanar è una dichiarazione di poetica,
anzi un’ammissione di disperazione. È come se il poeta si domandasse se nel
mondo di oggi – con la vittoria schiacciante della società dei consumi, della
borghesia, della comunicazione, dell’informatica, dell’algoritmo ecc. – valga
ancora la pena faticare per trovare le parole giuste. Il mondo non lo merita. E
allora non resta che scrivere in modo sciatto, ma senza la stessa densità di
pensiero che Pasolini usa nei suoi libri. Se per Pasolini è un punto d’arrivo,
per molti altri invece è un punto di partenza. Così Cucchi, che vi è arrivato
sin dal Disperso, anche se poi è stato catalogato in una inossidabile linea
lombarda, contraffazione ideologica di uno slogan stilistico che Anceschi
adoperò, decenni prima, nel tentativo di cogliere un minimo comun denominatore
fra alcuni giovani poeti, destinati a un mercato editoriale nel quale non c’era
più spazio per la poesia.
GL – Vorrei porti una domanda sul Novecento, perché tu hai affermato che è un
secolo diverso dagli altri per vari motivi, a cominciare da quell’idea di un
canone minimo che riserva tre grandi poeti per ogni epoca; canone dal quale si
può dissentire, previa una proficua discussione. Ma hai anche osservato che il
Novecento è il primo secolo della storia umana in cui si verifica
un’alfabetizzazione di massa, e che questo comporta una moltiplicazione delle
esperienze poetiche, delle esperienze di scrittura e di lettura, perché molte
più persone hanno avuto accesso all’istruzione. Il Novecento ha quindi
registrato, in modo ampio, la presenza di una varietà di esperienze e dunque una
ricchezza inedita della poesia. Vorrei capire: secondo te, come bisogna guardare
al Novecento? Come possiamo riprenderlo in mano e valorizzarlo?
SR – Mi viene in mente una similitudine: c’è un albero il cui tronco,
all’inizio, cresce diritto, con qualche ramo che devia rispetto al ceppo
principale; a un certo punto si irrobustisce tanto che i rami si estendono in
ogni direzione, e sopra quei rami ne crescono altri, e poi rametti, foglie, e
così via. Il Novecento è come un albero maturo nato sul tronco della tradizione,
arricchitosi via via con nuovi innesti e ibridazioni. A irrobustirlo ha
senz’altro contribuito l’alfabetizzazione di massa. Al di là dell’acquisizione
dei diritti politici per tutti, insieme alla rivendicazione di una pari dignità
sociale (che non può esistere finché non sanno tutti leggere e scrivere, come
diceva Don Milani), l’alfabetizzazione ha permesso il recupero di vissuti ed
esperienza private maturate a livelli sociali e culturali diversi. Un esempio:
fino al Cinquecento e, in realtà, fino all’Ancien Régime, chi arrivava alla
letteratura, anche se di umili origini, poteva percorrere il cursus studiorum,
dalla formazione di base a quella universitaria, tra salotti e corti, a costo di
gran di sacrifici e solo con un po’ di fortuna. Nel Novecento, invece, anche chi
ha un’istruzione elementare può arrivare comunque alla scrittura (come prova la
messe di diari e memorie dei tanti soldati reduci dalla Grande Guerra); anzi,
non è necessario essere laureati – vedi Montale – per diventare poeti. Occorre
avere qualcosa da dire, e perciò è importante conoscere la letteratura, ma
soprattutto saper attingere alla propria o altrui esistenza come a un retroterra
di esperienze familiari, culturali, sociali ricche di verità umana. Pensa a
Rocco Scotellaro, il cosiddetto “poeta contadino”: definizione infondata, ma
utile a far capire come nella sua poesia – cólta a tutti gli effetti – vi sia il
recupero di una società, di una famiglia, di antenati ai quali sentiva di
appartenere, pur avendo compiuto studi importanti. In questo modo entra nel
sistema della letteratura non solo l’immaginario delle élites dominanti, ma
anche quello di altre classi, in estinzione o in ascesa, a lungo emarginate,
deprezzate, dominate. Se un tempo regnava una divisione fra letteratura alta,
letteratura bassa, paraletteratura, letteratura popolare, letteratura riflessa,
letteratura dialettale, e così via, nel corso del Novecento salta tutto. Chi
sceglie il dialetto non lo fa perché non sa scrivere in lingua, o per nostalgia
o per istinto regressivo, ma deliberatamente, nella consapevole ricerca di una
strada alla poesia. A cosa può servire cercare, per il Novecento, i tre poeti o
scrittori più importanti? Bisogna avere un’altra immagine del Novecento, cioè
non più una cima unica, ma un albero fiorente in cui ci sono rami che piacciono
di più a me, altri che piacciono più a te, altri ancora che piacciono a qualcun
altro, alcuni più robusti ma meno belli, altri più teneri e non meno
interessanti. Dobbiamo cambiare radicalmente l’immagine della letteratura.
Questo apparirà vero a chi voglia descrivere il secolo attuale, in cui siamo già
al venticinquesimo anno. Le cose si complicano perché non solo è possibile
accedere alla letteratura attingendo al proprio retroterra esistenziale e
familiare, ma si può addirittura portare sotto gli occhi di tutti, in modo
istantaneo, il proprio pro dotto tramite la rete. Ci sono siti che permettono di
pubblicare seduta stante ciò che si è scritto, ritenendo immediatamente che sia
letteratura. Alcuni di questi siti sono visitati da case editrici che
selezionano testi particolarmente apprezzati – che hanno molti likes – e li
trasformano in libri o romanzi. Così, uno si sveglia la mattina e scrive un
romanzo, o un racconto. Non esiste più alcun filtro critico: chiunque si
improvvisa poeta, scrittore, intellettuale, tuttologo. E su Internet quanti
tuttologi ci sono?
GL – Su questo affondo negli attuali mezzi di socializzazione mediatica mi
sembra che siamo già in un’altra fase rispetto al Novecento. La critica è
completamente evaporata. La poesia esiste ancora, e talvolta è molto buona, ma
la confusione dei mezzi di comunicazione, che sento chiamare “democratizzazione
della cultura”, è in effetti una plebeizzazione della cultura, ha prodotto una
massificazione che ha dissolto la virtù critica. Ha fatto decadere il gusto a un
livello tale per cui non siamo più capaci di riconoscere e definire il valore,
se non in termini sociologici – “questo libro è piaciuto a tanti, dunque vale”
–, o addirittura merceologici. Secondo me la frattura si produce con l’avvento,
su larga scala, del primo grande medium di massa: la televisione, negli anni tra
la fine dei Sessanta e i Settanta. Lì si spacca il Novecento, secondo le
indicazioni di Pasolini, il quale vide ciò che stava accadendo: il grande
cambiamento antropologico degli italiani, del popolo italiano, che è anche un
grande cambiamento nella poesia. Non a caso – e su questo ti chiedo un parere –
gli anni Settanta sono anni-chiave. Da una parte vi pulsa il grande Novecento,
perché negli anni Settanta ci sono ancora Montale, Bertolucci, Sereni, Luzi,
Caproni, Cattafi, Sinisgalli, Gatto, Betocchi, e molti altri. Dall’altra è il
periodo in cui esplode la neoavanguardia e in cui si affermano i nuovi autori:
penso ai neo-orfici, alla Conte e alla Milo De Angelis, e ai prosatori delle
“passioni grigie” alla Cucchi.
SR – Sì, è il periodo della “nuova poesia”. Sono anni di forte fulgore anche per
l’editoria poetica, che dopo un periodo di diffidenza riscopre la poesia, a fine
anni Settanta. Nascono tante riviste, dalle tendenze più diverse, e collane come
quelle di Guanda, e continuano a fiorire la ‘bianca’ Einaudi e “Lo Specchio”
Mondadori, senza dimenticare le prime antologie femministe e quelle di genere,
regionali, generazionali. E poi antologie diventate celebri come La parola
innamorata di Pontiggia e Di Mauro e Il pubblico della poesia di Berardinelli e
Cordelli.
GL – Sembra un periodo di gloria; si cita sempre la vicenda di Castel Porziano,
sopravvalutata. Ma in realtà la morte di Pasolini segna l’inizio della crescente
irrilevanza della poesia. Da una parte, come hai detto, l’alfabetizzazione di
massa avrebbe potuto far accedere alla poesia – se ben indirizzate – milioni di
persone. Quale occasione migliore di dire “Leggete poesia, vi insegniamo come”
nella scuola e nell’università? Dall’altra parte, però, si proponevano
Balestrini o Cucchi, che secondo me rappresentano l’inizio della fine della
poesia, fino all’irrilevanza odierna.
SR – Accade di tutto negli anni Settanta. Occorre sigillare la frattura già
indicata dalla neoavanguardia con una poesia che viene dopo, come
sopravvissuta: da un lato autori che chiedono alla poesia una parola salvifica,
orfica; dall’altro lato autori che si proiettano su un piano
ideologico-intellettuale, per cui conviene arrivare muniti di strumenti
raffinatissimi per capirli, e magari, una volta capiti, apprezzarli. Ma un
versante problematico, per inquadrare la crisi della poesia è anche la scuola.
Noi siamo frutto della scuola degli anni Settanta-Ottanta. I programmi
presentavano un Novecento parziale e incompleto ma bene o male arrivavano a
Pavese. Per accostarsi alla poesia bastava fermarsi tra Leopardi e Pascoli.
Asincronie, rispetto al presente, che hanno prodotto un sostanziale disinteresse
nei confronti della poesia, relegata alla voce, seppure alta, altissima, di
uomini appartenenti ad altre epoche. Se Pasolini può essere considerato il poeta
realmente ucciso – l’Orfeo sacrificato non più da baccanti, ma da criminali –,
questa discrasia temporale fra i programmi scolastici, fermi ai primi decenni
del Novecento, e un “secolo breve” sempre più aggrovigliato, sia pur
agonizzante, rappresenta una seconda morte, didattico-pedagogica. Qual è
l’effetto collaterale? Non si forma un nuovo pubblico della poesia. Hai parlato
giustamente dell’evaporazione della critica: ma la critica evapora se non ha un
pubblico a cui rivolgersi. I critici parlano tra loro un linguaggio sempre più
arcano e autoreferenziale. Il pubblico manca. Manca qualcuno che sappia dire:
“Perché dovrei leggere Edoardo Sanguineti? Perché non dovrei leggere Margherita
Guidacci?” La scuola non ha formato questo pubblico; l’università ha
temporeggiato dando vita a strane combutte amicali. I poeti stessi tendono a
costruire conventicole, parrocchie, club esclusivi. Così, alla fine del Duemila,
la lunga spinta del Novecento – Sereni, Fortini, Luzi, Zanzotto, ecc. – si
esaurisce con la loro scomparsa. I poeti nati negli anni Quaranta-Cinquanta non
riescono a proporre un nuovo modello perché non hanno un pubblico reale, e
ricevono sporadicamente il sostegno di lettori benevoli e accondiscendenti.
Siccome siamo nella “società dello spettacolo”, conta che anche la poesia goda
delle sue occasioni collettive: festival, salotti, premi. Ricordo un poeta di
quella generazione che lamentava anni fa di non essere mai invitato in
televisione. Gli suggerii di fare un corso da presentatore o di iscriversi a un
partito, se proprio ci teneva. E però non riesco a immaginare Fortini o Pasolini
che dicono: “non mi invitano mai in televisione”.
GL – Come faccio, oggi, a capire chi sono i poeti che valgono? Per la situazione
creata nella società italiana dagli anni Settanta in poi – spegnimento della
scuola, dell’università, dell’editoria, che funzionò finché Sereni dirigeva “Lo
Specchio” e Fortini lavorava in Einaudi –, e dall’altra parte il caos e la
frantumazione critica, poi aggravata dai social, io propongo questo criterio:
contano i poeti che hanno continuato il dialogo con il grande Novecento. Finché
sono stati vivi, è stato possibile incontrarli e poi leggerli “in presenza”,
fino ad oggi. Finché loro sono stati tra noi, eravamo ancora in continuità.
Diciamolo: i nati negli anni Quaranta-Cinquanta – Cucchi, De Angelis, Conte,
Mussapi – hanno scritto per reagire alla neoavanguardia. Persino qualcuno più
giovane, come Stefano Dal Bianco, con Scarto minimoreagiva alla neoavanguardia.
Poi è arrivata un’altra ondata di poeti, che invece se n’è infischiata e ha
ripreso il dialogo con il Novecento, quello che ha permesso alla poesia di
sopravvivere e le dà ancora qualche possibilità di riscatto. Io propongo questa
distinzione, tra chi ha tentato di innestarsi nella colonna vertebrale del
Novecento e chi l’ha interrotta, magari con uno scopo buono: salvare la poesia
dal tentato assassinio della neoavanguardia.
SR – Sì, ma qui occorre sfatare un annoso cliché che non saprei come definire:
la convinzione che la storia della letteratura sia marcata da un progresso
inesorabile. Non è vero: la letteratura attraversa le epoche per salti, scatti,
inversioni, sprofondamenti, riemersioni. Lo diceva anche Montale in una sua
poesia sulla storia. Non è vero che l’Occidente progredisce in modo continuo: ci
sono tramonti, aurore, deviazioni. È vero ciò che tu dici: io non ho cominciato
a scrivere confrontandomi con la neoavanguardia, che mi sembrava già inerme
sotto teca, ma alla ricerca del filo d’oro del Novecento. Un Novecento cui hanno
dato un contributo non solo le avanguardie, le correnti, le scuole, ma anche le
significative posizioni isolate di tanti autori. Un secolo progressivamente
imbalsamato, nonché vituperato e seppellito, con cui non abbiamo ancora fatto
bene i conti. Quando Luzi o Bertolucci scrivevano negli anni Trenta, ogni loro
testo aveva un significato che oggi, a noi, rischia di sfuggire: da una parte è
opportuno comprendere il loro punto di vista di ventenni che cercano una via
d’uscita da una società nella quale era rischioso esprimere la propria opinione;
dall’altra parte bisogna sintonizzarsi con i loro versi, tentare di comprenderli
alla luce di domande giuste, corrette, non anacronistiche. Una critica come
espressione di un dialogo libero e schietto. Così entriamo nel senso di una
letteratura nella quale un giovane poeta allora credeva sottraendosi alla
retorica del regime. Dialogando non metto da parte il mio punto di vista
soggettivo e non sottovaluto quello del testo che oggettivamente ho davanti.
Altrimenti non resta che tornare a vagheggiare il ritorno di Orfeo che però non
riesce, pur fornito di google-maps, a trovare l’accesso all’Averno. Come non
posso fare il neo-neo-avanguardista, così non posso fingermi, con tutta la buona
e ingenua volontà, neo-ermetico. Oltre un certo limite, la poesia invita a
buttare la maschera per andare incontro al lettore e costruire insieme una
comunità critica, alla ricerca di una parola che ci responsabilizza e in fondo
ci affratella.
*Il dialogo tra Gianfranco Lauretano e Salvatore Ritrovato, qui pubblicato in
anteprima, anticipa l’uscita de “L’anello critico 2025. Annuario della poesia
italiana contemporanea”
Le immagini in copertina e nel testo sono di Grandville, tratte da “Un autre
monde”
L'articolo La poesia è contro i tempi, altrimenti è intrattenimento. Dialogo tra
Gianfranco Lauretano & Salvatore Ritrovato proviene da Pangea.
“Arti applicate… arti decorative… arti minori… Io non vedo differenze. L’arte è
arte. Cosa significa ‘applicate’? È solo uno degli aspetti dell’arte, uno dei
tanti. C’è chi dipinge, chi costruisce sedie e chi le studia… Una volta Roberto
Longhi, col quale mi laureai in Storia dell’arte a Firenze, vedendomi arrivare
mi disse: ‘Ah, ecco quello che studia le seggiole’. Sì, e allora? Non c’è niente
di male a studiare le seggiole… Nella mia vita mi sono occupato di tante cose.
Di arredi francesi, di mobili italiani, di mosaici, di pietre dure… Per me
l’approccio è sempre stato lo stesso. Che si tratti di un dipinto o di mobile,
lo devi guardare e studiare allo stesso modo. Di quell’oggetto, di quel
manufatto – di quell’opera d’arte – devi capire quello che si sa, come lo si sa
e che cosa significa. ‘Arti applicate’ cosa vuol dire? Che si applica a che
cosa? Penso che il termine ‘decorative’ sia più giusto. L’oreficeria, le
ceramiche, i vetri, gli smalti, i mobili… Sono tutti oggetti che decorano la
casa, che l’arredano. ‘Applicate’… Ma perché? Anche quando fai un quadro ti
applichi… E cosa significa ‘minore’? Dipende da com’è il quadro e da com’è la
sedia; non necessariamente qualcosa è per statuto inferiore o superiore. Ci sono
opere di pittura e scultura molto banali, e d’altra parte tessuti o vetrate che
sono capolavori. Allo stesso modo, per quanto riguarda lo studio della storia
dell’arte, si possono dire cose molto serie su oggetti considerati ‘minori’,
così come si possono dire cose molto stupide su Tiziano. L’oggetto che studi può
essere importante o no: quello che conta è come lo vedi e come lo fai capire
agli altri. Che poi un dipinto di Rembrandt sia più importante di una sedia
stile Impero è possibile, non l’ho mai negato. Ma stabilire una gerarchia a
prescindere tra la pittura e l’ebanisteria, è pretestuoso. E questo vale anche
dal punto di vista della critica. Poi, certo: il fatto che un quadro o una
statua abbiano come fine solo il godimento estetico mentre una sedia o un tavolo
abbiano anche una utilità, è qualcosa di importante; non c’è dubbio. Ma il fatto
che una sedia o un tavolo abbiano una utilità non significa che non possano
essere anche un’opera d’arte. E poi: come si decide che un oggetto è bello o non
lo è? Il gusto cambia ogni cinque anni, dieci anni. Non solo cambia il gusto del
tempo. Anche il gusto personale. Non sempre quello che tu trovi bello e
importante a vent’anni continuerai a trovarlo bello anche a trenta o a
cinquanta. O a novanta”.
Novant’anni anni, nato a Santiago di Cuba nel 1936, discendente di un’influente
famiglia locale – il padre fu Ministro della Cultura di Fulgencio Batista poco
prima della rivoluzione cubana: “morì nel 1952 quando avevo 16 anni” – lunghi
viaggi fra Stati Uniti e Europa, dove si stabilì al momento della presa del
potere di Fidel Castro decidendo di non fare mai più ritorno nel proprio Paese,
studi universitari a Firenze dove fu allievo di Roberto Longhi, e poi – dal
1971, senza più abbandonarla – Roma, dove era arrivato la prima volta nel 1955
(“Perché ho deciso di vivere qui? Perché è la città più bella che esista”),
Alvar González-Palacios, naturalizzato italiano ma con un elegante e ostinato
accento cubano, con i suoi libri ha offerto uno dei contributi più importati
sulla storia delle arti decorative, con una predilezione per l’area italiana,
francese e spagnola. Titoli: Il tempio del gusto (1984), Il gusto dei
principi (1993), Arredi e Ornamenti alla corte di Roma (2004), Nostalgia e
invenzione: arredi e arti decorative a Roma e a Napoli nel Settecento (2011).
Sguardo disincantato, occhio affilato, autoironico, raffinato connoisseur e
storico dell’arte, professore e collezionista, González-Palacios è un
intellettuale e un uomo di mondo che, girandolo, ha conosciuto tutti i grandi
collezionisti e antiquari del Novecento, e poi artisti, studiosi, direttori di
museo, miliardari e gentildonne, editori, mecenati, aristocratici… da Federico
Zeri a Jean Paul Getty, da Umberto Allemandi a Mario Praz, da Harold Acton a
Vittorio Cini, da Jean-Michel Basquiat a Costantino Bulgari, da Madelaine
Castaing a Bernard Berenson, da Alberto Arbasino a Peggy Guggenheim, da Liliane
de Rothschild e Anthony Blunt… Pezzi di storia e pezzi d’arte. Una vita fuori
dall’ordinario, fra Bellezza e Bizzarria, alla ricerca di una risposta alla
domanda: ‘Che cos’è il gusto nell’arte e nella vita?’. E qual è la risposta?
“Forse il duende di cui parla Federico García Lorca, una forza misteriosa che
possiede l’artista, un qualcosa che qualcuno ha e moltissimi non hanno. Un
incanto misterioso, una qualità ineffabile. Qualcosa che è ovvio quando manca,
ma può sfuggirci quando c’è davvero”.
Un dono che può possedere solo l’artista o anche l’artigiano?
“Le arti sono state spesso distinte in maggiori e in minori, specialmente in
Italia, forse a causa di una cultura idealista che da noi ha resistito più a
lungo che in altri Paesi. Penso che tutti gli aggettivi usati per spiegare le
arti siano spesso inutili. Forse il meno offensivo è ‘arti decorative’, quello
spregiativo ‘arti minori’. Chi stabilisce che un oggetto è un’opera d’arte con
la maiuscola o con la minuscola? Dividere l’arte fra grande arte e piccola arte
è una presunzione. Il fatto che un artista sia un grande artista, per esempio un
grande scultore, non significa che non sappia fare un bel disegno. In molti casi
lo sa fare benissimo. Mobili, pietre, marmi, gioielli: tutto può fare parte
dell’arte. Non perché è un mobile non deve essere arte. È come è fatto quel
mobile che lo fa essere un’opera d’arte o meno. Io mi sono specializzato in
questo ambito perché quando ero giovane, sono arrivato in Italia e dovevo
guadagnare per vivere, ero un esiliato. Ho iniziato ad occuparmi di primitivi
toscani verso i quali, a un certo punto, fra Settecento e Ottocento, in Italia
si assistette alla nascita di un grande interesse collezionistico. Poi mi sono
avvicinato ad Ambrogio Lorenzetti e il suo tempo; e, con lo stesso impegno, con
lo stesso sguardo e con lo stesso rigore scientifico che si applica all’analisi
di una scultura, di un edificio o di un dipinto, mi sono dedicato a cose
apparentemente più facili, per alcuni banali, cioè gli oggetti. Ad esempio i
mobili di Giuseppe Valadier, architetto, orafo e argentiere fra i più importanti
del periodo neoclassico; e mi sono specializzato in pietre dure, soprattutto
delle collezioni reali spagnole, e poi negli orologi e nei bronzi… Insomma, mi
sono occupato un po’ di quello che mi piaceva, un po’ di quello che mi
chiedevano. Ma la mia scelta non dipendeva da ciò che era considerato più o meno
importante nel mondo degli studi, ma dal fatto che pochi studiosi se ne
interessassero in Italia. Molti miei amici, in Francia o Inghilterra, si
occupavano anche di oggetti ai quali qui, per non dispiacere a Longhi, nessuno
voleva avvicinarsi; e io ho detto ‘Se lo fanno loro, perché non lo dovrei fare
io?’. Io davvero non vedo che cosa ci sia di male a occuparsi di una sedia.
Solo, bisogna vedere che sedia è. Ad esempio, Andrea Brustolon, un veneto che ha
vissuto fra Seicento e Settecento, ha realizzato delle sedie e delle poltrone
piuttosto straordinarie. Ripeto: tutto dipende da come uno guarda le cose. Non
bisogna cadere nei pregiudizi. Lo stesso vale se consideriamo il rapporto tra
artigiano e artista. Quando un artigiano diventa un artista? Semplicemente
dipende da quello che fa. Ci sono artigiani che sono artisti e artisti che non
sono artigiani, perché non sanno fare le cose bene. L’artigiano è chi fabbrica
degli oggetti, ma lo fa in una maniera che non arriva alla grande arte, cioè
senza originalità, e allora resta un operaio. Perché si possa parlare di
artista, invece, occorre che ci sia una dose di immaginazione e di invenzione
che la persona media non ha. Se tu fai un mobile e lo fai uguale ad altri
trenta, allora non è un’opera d’arte, è un oggetto seriale. Se invece crei una
linea diversa, lo decori, lo orni in una maniera nuova, come nessuno lo ha fatto
prima, allora è arte. Pensiamo ad André-Charles Boulle, vissuto a Parigi fra
Seicento e Settecento, un ebanista, ma anche scultore, cesellatore e decoratore,
famoso per una sua tecnica particolare nella lavorazione dei mobili. Lui ha
inventato uno stile. Un genio assoluto, pur essendo innanzitutto un artigiano.
Aveva una capacità manuale strepitosa nel modellare il bronzo e il legno, tanto
che le sue sedie non si possono confondere con quelle di nessun altro. Aveva un
dono, qualcosa di divino, una inclinazione particolare che alcune persone hanno
e altre no. È il colmo dell’ingiustizia, lo so, ma è così. Voglio dire che ciò
che differenzia un oggetto normale da un oggetto d’arte è il grado di perfezione
che si raggiunge nella sua realizzazione. E i due estremi sono il capolavoro e
la banalità. Vede quel mobile che è dietro di lei? Direi che non è un oggetto
banale… È d’accordo?”.
Dietro di noi c’è un mobile con cassetti decorati in pietre dure, del tardo
Seicento – una cosa affatto banale, diciamo meravigliosa… – probabilmente uscito
dalla Galleria dei Lavori istituita a Firenze nel 1588 dal Granduca Ferdinando I
de’ Medici e che poi nell’Ottocento prese il nome di Opificio delle Pietre Dure.
Per il resto, la casa di Alvar González-Palacios, un appartamento nel centro di
Roma, a Palazzo Caetani, dove la finestra della camera degli ospiti guarda il
Vittoriano e quella della sala da pranzo s’affaccia su Largo Argentina, è un
labirinto di stanze stracolme di opere d’arte e di oggetti. Dipinti di
scuola bolognese del tardo Seicento, porcellane cinesi, antichi vasi romani (“Ma
non sono di fattura così pregevole…”), in camera da letto tre pannelli dipinti
su tela (“Tardo Settecento piemontese, li acquistai in un mercatino delle pulci
a Parigi, ma era una serie di sei, da allora continuo a cercare gli altri
pezzi”), una consolle in legno e alabastro, una angoliera inglese a chinoiserie,
in bagno antiche mattonelle persiane murate nelle pareti, e poi bronzi,
tavolini, lampade (“Ogni pezzo è una scelta precisa, tenendo conto dei miei
mezzi, che sono stati sempre limitati; i miei gusti in verità implicherebbero
una quantità di denaro che non avrò mai…”), e poi miniature, disegni, dodicimila
volumi, due grandi librerie (“Le ho disegnate io”), e ancora lacche, stampe,
sculture. Opere di artisti minori e pezzi di alto artigianato.
“Gli artisti nel corso della storia spesso hanno sfruttato gli abili artigiani.
È sempre successo. Ma come un artigiano può essere un artista, così un artista
può essere anche un grande artigiano. Una cosa non esclude l’altra.
Michelangelo, ad esempio, è stato anche un grande artigiano. A qualcuno il
termine ‘artigiano’ riferito a Michelangelo non piacerà; ma resta il fatto che
pochi altri nel corso dei secoli hanno saputo lavorare il marmo come lui; e che
ha saputo disegnare come pochissimi altri come lui. La verità è che un grande
artista, se non è anche un bravo artigiano non funziona. Come fai, se no, a
creare un’opera d’arte? Devi essere bravo anche manualmente; non basta solo
l’idea; anche se è altrettanto vero che se non hai una buona idea, non avrai mai
una vera opera d’arte”.
Ma un artista può anche non saper fare delle cose, non saper usare gli strumenti
dello scultore o del pittore e essere comunque un artista riconosciuto da tutti.
Un artista concettuale, per esempio.
“Ma non è detto che lo resti. Vedremo. Oggi la critica pensa così, fra cinque
anni magari cambia idea. Non basta un giorno per fare un grande artista. Qui
siamo nel campo delle mode. Uno può essere molto amato in un certo momento e
qualche anno dopo sparire. Non per ingiustizia, ma perché cambia il
gusto. L’arte non è mai uguale. Quello che piace oggi non sarebbe piaciuto nel
1950 e non è detto che piacerà allo stesso modo nel 2050. L’oggi dura solo 24
ore. Poi finisce. La moda e il gusto distruggono tutto o lo esaltano. Il punto è
che a volte guardi le cose superficialmente, poi le riguardi e noti particolari
e aspetti che ti erano sfuggiti. Bisogna essere sempre disposti a cambiare le
proprie idee, a migliorarle, ad affinarle. Non è mai tutto definitivo. Certo,
andare contro il proprio gusto – tenendo per buono che lo si abbia – non è
facile. E non bisogna cedere alle mode”.
Il design è una moda?
“Il design? Che cos’è il design? È solo un modo come un altro di indicare quello
che si è sempre chiamato ‘disegno’. Non è un’invenzione della modernità. Design
– anzi, ‘desàin’ come si dice qui – è una parola che si riferisce alle cose
fatte per secoli con una matita su un pezzo di carta. Qualcosa che esiste da
sempre; solo che si chiamava il disegno. Infatti a Firenze c’è l’Accademia del
Disegno. Il design sembra che sia una cosa nata negli anni Venti del Novecento e
che prima non esisteva. Ma quando mai? Qualsiasi artista prima di fare una cosa
deve per forza fare un disegno, o no? Se nel Medioevo un magister
operis progettava una torre, per prima cosa faceva un disegno. Se nel
Rinascimento un architetto progettava una cupola, prima faceva un disegno. Se
nell’Ottocento un artista costruiva un mobile, prima faceva un disegno… Non c’è
altro modo di fare le cose. È sempre stato così e lo sarà sempre. Oggi, ad
esempio, nelle aziende automobilistiche c’è un creativo, un artigiano, un
artista o un designer che parte da un disegno originale, innovativo, che non si
è mai visto prima, sulla base del quale realizzare un’automobile con una sua
linea unica e inconfondibile. Domanda: può anche un’automobile essere un’opera
d’arte? Sì, certo che può esserlo, anche se dopo che si sono fatte tre macchine
una copiata dall’altra la cosa non funziona più. E allo stesso modo nel
Settecento c’era un disegnatore, o un artigiano, o un artista – non esistevano
ancora i designer – che partiva da un disegno originale, innovativo, che non si
era mai visto prima, sulla base del quale realizzava una carrozza con una sua
linea unica e inconfondibile. Domanda: può anche una carrozza essere un’opera
d’arte? Sì, certo che può esserlo. E io le ho viste. Una automobile, una
carrozza, un bicchiere. Sono esattamente la stessa cosa. E tutto parte sempre da
un disegno. Cambia la moda, cambia il modo di vedere quegli oggetti, cambiano i
gusti; ma il processo è il medesimo. Si chiama arte”.
Luigi Mascheroni
**
S’intitola “Applicazioni/Applications”, ed è il nuovo numero, che esce in questi
giorni, della rivista “La Biennale di Venezia”, uno dei prodotti editoriali più
affascinanti apparsi in Italia negli ultimi anni. Tornata a nuova vita nel 2024
(dopo 53 anni di silenzio editoriale) per volontà di Pietrangelo Buttafuoco,
Presidente della Biennale, e Debora Rossi, direttrice dell’Archivio storico, la
rivista è oggi diretta da Luigi Mascheroni. Ha cadenza trimestrale, è
internazionale e monografica: ogni numero è dedicato a un argomento che viene
declinato nei diversi ambiti di interesse della Biennale (arte, architettura,
cinema, danza, musica, teatro, moda), ma anche letteratura, scienze, filosofia…
«La Rivista è una delle attività che prendono forma dal nostro Archivio
storico», spiega il Presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. «Il
patrimonio che custodisce la memoria dell’Istituzione, composto da documenti,
fotografie, video, manifesti, rassegne stampa e molto altro, si trasforma in
materia viva per progetti editoriali, mostre, percorsi di ricerca e produzioni
speciali». Il numero “Applicazioni/Applications”, in particolare, esplora il
rapporto tra le nuove forme della creatività e indaga i diversi modi in cui
l’arte entra nella quotidianità al tempo della sua inconsapevolezza: quella di
essere arte. Fra design e società, artigianato e industria, cultura materiale e
digitale. Tra i contributi di questo numero, quello di Lilli Hollein, direttrice
del MAK, il Museo di Arti Applicate di Vienna; di Brendan Cormier, curatore del
Victora and Albert Museum di Londra; dell’architetto danese Bjarke Ingels; di
Julio Luzán, che mette in luce il dialogo tra saperi artigianali e innovazione
tecnologica nella creazione degli effetti speciali nell’industria
cinematografica; e del regista e artista Julian Schnabel.
Qui pubblichiamo in anteprima l’intervista di Luigi Mascheroni allo storico
dell’arte Álvar González-Palacios.
*In copertina: Álvar González-Palacios; photo Lorenzo Castore per La Biennale di
Venezia, 2025
L'articolo “Anche un bicchiere può essere un’opera d’arte”. Dialogo con Alvar
González-Palacios, fra Bellezza e Bizzarria proviene da Pangea.
In copertina, un particolare dalla Santa Lucia di Francesco del Cossa: occhi che
germogliano da una piantina, stretta con malizioso garbo dalla santa. Era il
1994 e dell’autore – “nato nel 1941 a Rimini, dove vive” – si diceva, per lo
più, della biblioteca, la Gambalunghiana, di cui era, all’epoca, direttore,
“fondata al principio del Seicento, da un gentiluomo allampanato e funereo”. Il
romanzo – L’avvocata delle vertigini –, tra i più singolari e remoti del nostro
canone recente, nascondeva, tra l’altro, un altro libro, Ufficio del silenzio,
in cui si legge quanto segue: “Tacet. Come il colore bianco è la somma
misteriosa di tutti i colori, così quella lingua bianca che è il silenzio
accoglie paternamente tutte le parole”. Un monito, forse. Il protagonista,
Dominici, ricorda a sprazzi il Daniele Dominici de La prima notte di quiete,
l’eroe malinconico del film di Zurlini, ambientato a Rimini. Del libro si parlò
tanto, tanto fu tradotto: un autore italiano nel catalogo Adelphi era pura opera
di teurgia, quasi un’annunciazione; qualcuno paragonò L’avvocata delle
vertigini alla Variante di Lüneburg di Paolo Maurensig, noto romanzo uscito nel
1993: l’affinità è meramente editoriale.
Rispetto ad altri autori dal tardivo esordio – Francesco Biamonti e Gesualdo
Bufalino, ad esempio – Piero Meldini aveva già pubblicato tanto, per lo più
saggi, con l’amico editore di una vita, Guaraldi: tra gli altri,
ricordo Reazionaria, la prima “Antologia della cultura di destra in Italia”,
uscita nel 1973, Mussolini contro Freud (1976) e il ciclo “La cucina
dell’Itaglietta” (1977), che è poi una storia d’Italia, dall’età giolittiana al
fascismo alla “cucina del tempo di guerra”, attraverso la controcultura
culinaria.
Per lo più ostile alla cagnara letteraria, per lo più sulle sue, un isolato,
Piero Meldini ha pubblicato per Adelphi il suo libro più bello – L’antidoto
della malinconia, 1996, ambientato in un inquieto, coriaceo Seicento – e per
Mondadori quello che ritiene il più compiuto, La falce dell’ultimo quarto, nel
2004. L’ultimo libro, Italia. Una storia d’amore (la quinta: vigilia della Prima
guerra, tra Bologna e Rimini) è uscito per Mondadori poco meno di quindici anni
fa. Da allora, Meldini, senza dubbio uno dei grandi scrittori italiani di oggi,
vive in una veglia tutta sua: non ha più voglie letterarie, è quasi del tutto
refrattario al presente. I racconti radunati per Vallecchi come In disparte, in
silenzio (brutta la copertina “generata con AI”), così, fanno l’effetto di una
scoperta. Pochi – sedici – brevi – in tutto, compresa la Nota, il libro conta
centoquaranta pagine – sagaci, non scalfiscono il tema: il testo più recente è
del 2009. Eppure, per una sorta di sfrenata austerità, di spudorata sapienza, i
racconti di Meldini sembrano più moderni, freschi, scattanti, giovani di troppa
narrativa che infesta le librerie patrie.
Il racconto più bello – parere mio – è Dietro la grata: siamo nel Seicento, il
secolo narrativamente aureo e oracolare per Meldini, si parla di una giovane, di
fantomatica bellezza, confinata in monastero, di un diario mistico dalla
“scrittura insieme puerile e artificiosa”, di un donnaiolo attaccabrighe che
porterà al disfacimento la famiglia, non nobile ma capace in ricchezze. Il genio
dello scrittore, come sempre, si vede subito, fin dalla filigrana dell’incipit:
> “Sulla carta spessa, che crocchia e si accartoccia agli angoli, le righe
> corrono svelte. Le lettere pendono a destra, come investite da una corrente
> d’aria. Là dove la scrittura a un tratto si inalbera, graffiando il foglio, la
> porta avrà sbattuto”.
Si sente, cioè, in poche righe, il sapore di un mondo e il suo senso,
il suono dell’epoca. Lo scrittore gioca con gli astri, ha a cuore tutti gli
angoli della propria invenzione (soprattutto quelli invisibili al lettore). La
scrittura di Meldini rimanda – parere mio – ai racconti più riusciti di
Marguerite Yourcenar, quelli raccolti in Come l’acqua che scorre; lui cita, tra
i suoi lari, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Morselli, Buzzati. A Jorge Luis
Borges – autore che accompagna da sempre l’epopea letteraria di Meldini – è
dedicato uno ‘scherzo’ assai sugoso. In Pasticcio, il grande scrittore argentino
interpreta se stesso in vesti di cuoco: il suo piatto, naturalmente un
“capolavoro”, sortirà effetti mortali nella mente e nel corpo dei commensali. I
borgesiani di ferro riconosceranno nomi, temi, topografie, comunque esplicitati
dall’autore in nota.
Come ci si potrebbe attendere, Meldini – almeno in apparenza – guarda con
indocile sprezzatura ai suoi libri: nell’arco di un ventennio o poco più – mi
sono dimenticato di citare Lune, Adelphi, 1999 – ha pubblicato alcuni dei libri
indimenticabili della nostra tradizione recente, ma cosa gli importa… “Dubito
che qualche mio romanzo mi sopravviva e non è che la cosa mi turbi più di
tanto”, tende a ripetere. Lo scrittore forse fa proprio questo: scrive per
cancellarsi – delle cose che ha scritto, gli resta un riverbero, una breve
nudità, lo sbrego sul margine, un manoscritto pervertito dall’uso. Forse la sua
icona è la farfalla – o l’effimera; i libri, intanto, fanno la crisalide. Il
resto – far vivere un libro, dotarlo di eternità – è compito nostro, è la gioia
dei lettori.
Che cos’è il racconto per te: il disegno preparatorio di un romanzo, un romanzo
abortito, a mala pena abbozzato, un’occasione che avvampa, lasciando dello
scritto un pertugio di cenere – e poco altro. O è molto di più?
Il racconto non è né un embrione né un concentrato di romanzo. È un’alternativa.
La scelta, cioè, di raccontare in un numero limitato di pagine una storia con un
capo e una coda: un inizio che inviti alla lettura e un finale appagante,
sorprendente o perturbante. A differenza del romanzo, che lascia il lettore
libero di indugiare, sostare e fantasticare sulle sue pagine, il racconto lo
prende per mano e lo trascina fino alla conclusione. Un buon racconto è una
parabola nel duplice significato del termine: una traiettoria e un racconto con
una morale. Meglio – molto meglio – se indecifrabile.
La quarta recita: “Tutti i racconti di uno dei più originali narratori
italiani”. Ti domando. Sono davvero “tutti” i tuoi racconti qui raccolti; cosa
significa, appiccicato a te, l’aggettivo “originale”; e poi, ti senti davvero un
“narratore”?
Sì, i racconti sono più o meno tutti quelli che ho scritto; i pochi assenti non
meritavano di essere riesumati. Credo (spero) che con “originale” lo strillo –
di cui non sono responsabile – intendesse appartato e inclassificabile, perché
di fatto è così che mi vedo. E sì, mi considero un narratore. Se non ho in testa
una storia, anche semplice, e dei personaggi – chiamiamoli pure fantasmi – mi è
impossibile cominciare un racconto; non parliamo poi di un romanzo. Non credo
che la bella scrittura sia autosufficiente.
Secondo i canoni – idioti si dirà – della casistica narrativa italica, hai
esordito tardi, nel ’94, non pubblichi testi ‘nuovi’ dal 2012, un secolo fa. Il
racconto più recente raccolto in “In disparte, in silenzio” data 2009. Perché?
Non hai più niente da scrivere? La narrativa è stata una delle tante stanze
della tua vita, ora sigillata?
Scrivere è per me molto impegnativo. Il risultato, dopo una giornata di lavoro
(e se sono particolarmente in vena, s’intende), è una mezza cartella di
testo. Sulla quale tornare poi non so quante volte e più per togliere che per
aggiungere. Non è raro che dedichi a un singolo passo una settimana e più di
lavoro accanito. Non è nemmeno raro che poi lo cancelli senza una lacrima. Un
lavoro così lento e faticoso ha bisogno di un contesto favorevole: un’editoria
che si assuma qualche rischio, una critica attenta e autorevole, una comunità di
lettori sufficientemente ampia e curiosa. Nel ’94, quando ho esordito nella
narrativa, questo contesto esisteva; nel 2012 le cose erano già molto cambiate;
oggi mi attenderebbe una terra incognita, ma presumibilmente inospitale, e alla
mia veneranda età non si ipotecano due anni di vita per essere letti da dieci
amici.
In Italia non si legge – tanto meno, si leggono i racconti, antica leggenda.
Perché?
Non so se i lettori italiani non amino i racconti. Quel che so è che gli
editori, a torto o a ragione, li considerano poco commerciali e preferiscono a
una bella raccolta di racconti un romanzo mediocre.
Due domande in una. Che cosa stai leggendo? Qual è il tuo libro che – agli occhi
tuoi – ‘resterà’? (Ne aggiungo un’altra, in coda: il libro tuo che desideri
svanisca nell’oblio, c’è?, qual è?).
Sto leggendo Sotto una stella crudele, un libro del 2017 che avevo
temporaneamente accantonato. Non è un romanzo. Sono le memorie di una donna
ebrea di Praga, Heda Margolius Kovàly, che in meno di un decennio era passata
dagli orrori del nazismo a quelli dello stalinismo. È una lettura che prende
allo stomaco. Andrebbe imposta (no, mi correggo: consigliata) a tutti quei
giovani che si proclamano orgogliosamente fascisti o comunisti. Ma, temo, con
scarsi risultati.
Dubito che qualche mio romanzo mi sopravviva e non è che la cosa mi turbi più di
tanto. Potessi scegliere io, sarei indeciso tra L’antidoto della malinconia – il
romanzo a cui sono più legato – e La falce dell’ultimo quarto – quello che
considero il più maturo, per il suo equilibrio fra dramma e commedia. Tolto
qualche mio remoto saggio, che avrei potuto e forse dovuto lasciar perdere, ci
sono molti libri che oggi scriverei diversamente, ma nessuno di cui mi vergogni.
Anche i racconti – parere mio – confermano che ti trovi narrativamente più a tuo
agio in territori alieni ai più, a noi poveri scribi: il Seicento, l’Ottocento.
Lì, i tuoi tratti, mi pare, trovano una definitività indefettibile. È vero? Dico
sciocchezze?
È vero: ho con la contemporaneità un rapporto complicato, e non m’è del tutto
chiaro se non voglio o non so raccontarla. Mi domando, per altro, se i miei
siano davvero romanzi storici. Sì per la cura scrupolosa dell’ambientazione, a
prova di anacronismi; no per quel che riguarda l’intenzione di resuscitare
un’epoca. Ciò che a me interessava non era la ricostruzione filologica di un
determinato periodo storico, ma la trattazione di temi del tutto personali e
attuali, utilizzando però un “filtro” che mi consentisse di parlare di me stesso
senza compiacimenti e dell’attualità senza riferimenti alla cronaca. Lo
scrittore di romanzi storici finisce spesso, volente o nolente, per attualizzare
il passato. Io credo di aver fatto l’opposto: “storicizzare” il presente
proiettandolo in un’altra epoca.
Tra i racconti, spicca un tributo a Borges, che figura tra i tuoi lari – in
filigrana, vedo la grana della Yourcenar. Quali scrittori italiani tra i tuoi
maestri?
Gadda, innanzi tutto, al punto che avevo l’abitudine di rileggere ogni anno,
come un esercizio zen, La cognizione del dolore. Poi, in parte, Sciascia e
Calvino. Sicuramente Tomasi di Lampedusa. Landolfi, ma in modica quantità, e
Buzzati. Il Morselli di Contro-passato prossimo e Roma senza papa e il Soldati
dei racconti. E inoltre un bel po’ di scrittori ottocenteschi e del primo
Novecento, a cominciare da Svevo.
Pur nella scrittura spesso assertiva, serrata, severa, vedo l’ironia nera, un
piccolo Pan a disfare le sorti dei tuoi personaggi. Un gioco alchemico: il caos
che, in piccole dosi, rende dorata madama armonia. A tratti, la scrittura pare
un gioco – di specchi e di attese e di maschere. È così?
Sì, proprio così, e mi fa piacere che tu lo abbia còlto. I protagonisti dei miei
romanzi sono destinati a percorrere strade che li conducono fatalmente alla
catastrofe. Non ho deciso io di farli finir male, però: lo hanno in qualche modo
deciso loro. Nei racconti, invece, c’è lo zampino maligno dell’autore, che ha
scelto di collocare il veleno nella coda, non so bene se per far dispetto al
personaggio, al lettore o a se stesso.
L'articolo “Con la contemporaneità ho un rapporto complicato”. Dialogo con Piero
Meldini, lo scrittore più appartato e singolare d’Italia proviene da Pangea.
È una Romania inedita, nascosta, dimenticata quella che Carolina
Vincenti rievoca nel suo Fantasmi romeni. Dieci biografie straordinarie (La
Lepre edizioni, 2025). Un libro caleidoscopico, una miniera di storie, di vite,
di destini. Pieno di pepite e misteri su un’anima romena tra oriente e
occidente, mistica e rivoluzione, aristocrazia cosmopolita e spirito popolare.
Vincenti – intellettuale nata a Bucarest e cresciuta a Beirut, autrice di
numerosi volumi dedicati ai palazzi romani, che ha curato mostre per il Musée du
Luxembourg in Francia e ha collaborato con il M.I.U.R. – riannoda i fili di una
storia nazionale che intreccia alla memoria personale e familiare, offrendo al
lettore una galleria di medaglioni adamantini di esuli, artisti, testimoni. Da
Panait Istrati, scrittore di novelle incantate, definito il “Gor’kij dei
Balcani”, a Mircea Eliade, il più illustre storico delle religioni del Novecento
– ma anche incantevole romanziere e poeta – passando per Ioan Petru Culiano,
sapientissimo gnostico ucciso all’apice della gloria accademica da un misterioso
assassino, Dimitrie Cantemir, il principe visionario che aveva osservato alla
fine del Seicento l’Europa decollare e la mezzaluna del Bosforo declinare ed
Elena Ghica, formidabile principessa itinerante, archeologa, botanica,
scrittrice e pioniera del pensiero liberale delle élite cosmopolite. Un viaggio,
quindi, tra i fantasmi dell’anima romena, i suoi santuari e soprattutto i suoi
luoghi nascosti.
Come nasce “fantasmi romeni”? Chi sono i protagonisti di queste dieci biografie?
Nasce da un’urgenza personale. Mia madre era di origine romena, ma aveva perso
la cittadinanza poco prima che io nascessi. Mio figlio, invece, anni dopo, stava
per trasferirsi in Romania, ma quel Paese gli appariva come una terra quasi
sconosciuta. Ho sentito il bisogno di raccontargli la Romania che avevo
assorbito dai racconti dei miei nonni, dalle memorie degli esuli, dalle figure
che avevano attraversato quel mondo e che avevo studiato a lungo. Ho scelto
dieci personaggi che hanno vissuto l’esilio come condizione distintiva e la
ricerca dell’identità come destino. Sono figure straordinarie, ognuna con un
frammento dell’anima di quel paese martoriato da fascismo, comunismo, crolli e
ricostruzioni, ma anche ricco di intellettuali e cultura. Questi racconti sono
sintesi di lunghe ricerche: testimonianze minori, dettagli, ricordi, luoghi
rimpianti. Volevo offrire a mio figlio un piccolo vademecum per capire l’anima
romena.
La scelta di questi profili è stata immediata o tormentata?
Direi che sono stati loro a scegliere me. Il primo è Dimitrie Cantemir:
appartiene al mio campo naturale, il Sei-Settecento. Mi ha sedotto il suo essere
sospeso tra Oriente e Occidente, principe poliglotta, primo orientalista
d’Europa. Da storica dell’arte, il suo sguardo sul declino ottomano mi ha
colpito: un Voltaire o un Gibbon nato ai bordi della mezzaluna. Poi Panait
Istrati, poeta dell’amicizia e delle anime semplici, degli slanci attivisti e
delle piccole cose: è stato un uomo ingenuo e visionario, capace di un
entusiasmo rivoluzionario e di un pentimento immediato per quelle speranze mal
riposte. Basti pensare che nel 1927 scrive, in anticipo su Gide e i grandi
francesi, un j’accuse sul bolscevismo quando nessuno osa ancora farlo, pagandolo
sulla sua pelle.
Poi ci sono Eliade e Cioran. Eliade ha cambiato la mia prospettiva sul mondo e
sulle cose: la sua riflessione sul sacro e sulla necessità umana di miti mi ha
parlato profondamente. Di Cioran mi ha colpito invece, dietro il pessimismo
apparente, il fatto che nascondesse un’umanità luminosa: faceva ridere,
consolava, celebrava l’amicizia. Con una scrittura francese che ha pochi rivali:
nitida, chirurgica, lucidissima.
Lei parla della storia come forza inafferrabile, viaggio e destino. È un filo
che attraversa tutti i suoi protagonisti?
Sì. La vicinanza all’Oriente dà loro uno sguardo che definirei “dostoevskiano”:
un’umiltà davanti alla storia, la consapevolezza che l’essere umano non ha alcun
controllo sugli eventi. Cioran lo esprime in modo radicale. L’epistolario con
Eliade è rivelatore: due studiosi del sacro che, allo stesso tempo, ripetono che
“la storia non è”. Studiare questi esuli mi ha trasformata. Io venivo da
un’educazione francese, molto razionale; loro mi hanno mostrato la fragilità
dell’individuo di fronte ai movimenti della storia. È una lezione che ho
assorbito pagina dopo pagina.
Elena Ghica, detta Dora d’Istria, è forse la più sorprendente. Come ha
incontrato questa Mary Shelley d’oriente?
Per caso. In un piccolo libro francese trovato in una minuscola libreria. In
vita era famosissima: a Firenze la definivano la donna più intelligente della
città. A Mosca stupiva tutti con il suo pensiero progressista, al punto da
doversene andar via. Era amica di Garibaldi, figlia e nipote di Voivoda, quindi
parte della grande aristocrazia fanariota. Mi ha affascinato la sua ascendenza
bizantina: molte grandi famiglie romene hanno radici bizantine: questa
stratificazione culturale dice molto della Romania, paese che porta nel nome
stesso il legame con Roma. Era archeologa, filologa, botanica, scalatrice,
antropologa, proto-femminista. Una matrioska inesauribile. Raccontarla
significava restituire una luminosità ingiustamente dimenticata.
Nel libro trova spazio anche Panait Istrati di cui abbiamo già in parte parlato.
Che cosa la colpisce della sua vicenda?
La sua vita sembra scritta da un romanziere. Poverissimo, parte dal delta del
Danubio, una terra immensa e sospesa, e cammina nel mondo con una valigia
minuscola e desideri sterminati. Tenta il suicidio; in tasca ha una lunga
lettera destinata a Romain Rolland. La lettera arriva però all’autore per puro
caso, perché Rolland aveva cambiato indirizzo. Rolland la legge, si mette sulle
sue tracce, lo trova, gli dice: “Scrivi e ti pubblico”. Nasce Chira Chiralina,
un successo enorme. L’Unione degli scrittori lo manda in Russia per il decennale
della Rivoluzione. Per lui è l’incontro col sogno e con l’utopia da cui invece
esce deluso e tradito. È la prova che il destino è un intreccio di caso, tenacia
e soprattutto fragilità.
Nikos Kazantzakis entra in scena quasi come testimone. Che rapporto aveva con
Istrati?
Un rapporto intenso. Kazantzakis descrive Istrati in modo fulminante: “I suoi
bagagli dieci chili per fare il giro del mondo, il suo appartamento un letto, ma
i suoi desideri un universo intero.” È un ritratto perfetto. Istrati era un
vagabondo dell’anima, un uomo che veniva da un porto cosmopolita, Breila,
popolato da etnie e culture diverse. Una Romania che oggi sembra lontanissima.
La sua povertà non era miseria: era leggerezza, apertura totale al mondo.
C’è qualche grande assente che avrebbe voluto includere?
Sì. Il primo è Ionesco. Me lo hanno fatto notare: manca. Ma sono meno
interessata al teatro rispetto alla poesia o alla prosa. Altri assenti: Tristan
Tzara, e due giganti come Paul Celan e Fondane. Celan l’ho evitato perché non
parlo tedesco: affrontarlo senza lingua mi sembrava un tradimento. Ho preferito
restare fedele alla mia onestà intellettuale. Ho incluso invece una figura non
prestigiosa: la tata dei piccoli comunisti. È stata anche la mia tata. Ebrea,
donna di una forza rara. Era la mia chiave per raccontare la comunità ebraica
rumena, che fu vastissima — 750.000 persone — e che come tutte le comunità
ebraiche balcaniche costituì il vero “sale” dell’Europa orientale. Raccontare
lei significava raccontare un mondo, un modo di vivere, un modo di stare nella
storia.
Se dovesse indicare il filo rosso che lega tutti questi fantasmi romani?
Direi: la ricerca dell’identità e il confronto con l’esilio. È l’accettazione
della fragilità dell’essere umano davanti agli eventi. Ci si incammina alla
ricerca di un’identità che si trova in maniera plurale e multiforme. Questi
personaggi lo confermano. Lo stesso Eliade è un non credente che indaga il
nucleo delle religioni e lo fa come pochi. Sono personaggi che hanno vissuto in
transito, tra lingue, imperi, culture. Si sono interrogati su che cosa
significhi appartenere, radicarsi, sognare in una lingua o in un’altra. E
rappresentano un paese che troppo spesso non conosciamo, ma che ha prodotto
pensatori e scrittori di straordinaria grandezza. Raccontarli è stato un modo
per dare voce a ciò che resta di quella Romania: una grandezza intellettuale che
sopravvive nelle storie che hanno lasciato.
Francesco Subiaco
L'articolo In viaggio verso il destino. Da Cioran a Panait Istrati: storia di
rumeni straordinari proviene da Pangea.
Di Eugene Marten, in rete, c’è poco – non ama atteggiarsi; si direbbe, al
contrario, che aspiri a scomparire. In una conversazione con Elle Nash,
pubblicata su “The Creative Independent”, Marten ha fatto la lista delle cose
che gli piacciono. Spiccano “le Perseidi, lo sciame meteorico visto dal Very
Large Array, Nuovo Messico, nel mezzo del nulla” e “il deserto”. Il disastro
stellare – che ai nostri laceri occhi pare la stola di un dio diviso in rivoli –
e il nulla terrestre. È forse questa l’esatta condizione, la postura dello
scrittore. Trarre stelle dal deserto.
Nato a Winnipeg, Canada, nel 1959, da genitori europei (polacchi e tedeschi),
Eugene Marten non ha un blog, non scrive sui giornali, non è censito da una voce
su Wikipedia. Ha esordito alla letteratura venticinque anni fa con In the Blind,
sotto l’ala di Gordon Lish, il mitico editor di Raymond Carver e di Richard
Ford; l’intransigente e leggendario direttore di “Esquire”, di “The Quarterly” e
– per un po’ – della casa editrice Knopf. È stato lui a dichiarare al mondo dei
media che Marten è il vero erede di Cormac McCarthy e di Don DeLillo. Secondo
altri – ne troviamo testimonianza, ad esempio, su “Transatlantica. Revue
d’études américaines”, che nel 2024, per la cura di Brigitte Félix e Stéphane
Vanderhaeghe, ha realizzato An Interview with Eugene Marten – i libri di Marten
hanno fratellanza, per esuberanza di stile, con quelli di Chuck Palahniuk e di
Bret Easton Ellis. Quando si mettono sul tavolo troppi nomi – un po’ come il
gioco delle figurine e dei figuranti – significa che l’autore in questione è
sostanzialmente inclassificabile.
Eugene Marten non ama farsi fotografare – il volto, al contempo sfaccettato e
sfacciato, non incute tenerezze. In fondo, ha pubblicato poco: Layman’s Report,
uscito nel 2013, è il romanzo che ritiene migliore. Eppure, è l’ultimo, Pure
Life, pubblicato nel 2022, dopo quasi dieci anni di silenzio, ad aver fatto
sbalzare dalla sedia critici e lettori. La storia, in vitro, è semplice: si
racconta la vita, aureolata di premi e di tormenti, di Numero Diciannove,
talentuoso quarterback di una squadra della NFL, rifugiatosi nelle giungle del
Centroamerica per curare una cronica afasia mentale, dovuta agli eccessi
sportivi. Marten, di fatto, afferra le icone della cultura statunitense – il
culto della fama, dello sport, della felicità costi quel che costi, finanche il
Graal del Grande Romanzo Americano – e le calpesta, facendone suppurare veleni e
vermi in quantità. La quarta dell’edizione originale del romanzo dice di “un
confronto audace, radicale e brutale, con i miti della modernità, sbriciolati
nel più primordiale degli scenari”; qualche giornale – la “Chicago Review of
Books”, ad esempio – ha scritto di “uno straziante viaggio nel cuore delle
tenebre umane, scandito da un ritmo che tramortisce”. Pare che in Pure Life si
riveli – pur senza rilievi così evidenti – il vero debito di Marten nei
confronti di McCarthy. Come da copione, Marten ha fatto poco, quasi nulla, per
far parlare di sé.
Del libro mi ha parlato, con spiritata enfasi, Andrea Bergamini, dacché le
edizioni Playground lo hanno tradotto come La pura vita (la traduzione è di
Antonio Bravati). Parte che Marten abiti, ora, ad Albuquerque; viene definito
“gentilissimo”. Bergamini mi chiede di leggere, per farmi un’idea, le “prime
trenta pagine” del romanzo, un “montaggio”, dice lui, che sembra “la
trasposizione su carta delle strategie narrative di Terrence Malick”. Gli do
credito, mi incuriosisce lo sconosciuto, il retrattile all’oggi. Il romanzo va
limpido per quattrocento pagine: le prime trenta sono belle; preferisco le
ultime cento. Le pagine sulla catabasi nelle giungle dell’Honduras, tra i
Miskito, gli indigeni di laggiù; lo scrittore non lesina in efferatezze – a un
certo punto, compare per bagliori la sagoma di Fassbinder. In una scena,
emblematica, l’incontro rettilineo con il rettile:
> “Sotto, il fiume era piatto e incolore, ma c’era del movimento. Diciannove si
> soffermò con lo sguardo. Quando il cielo si accese di nuovo lo vide… rosso,
> galleggiante, appena sopra la superficie piatta e immobile del fiume.
> Impassibile, impenetrabile, senza bisogno di traduzione. Lo vide che lo
> fissava attraverso ottanta milioni di anni di implacabile fame rettile,
> indifferente al numero che portavi e tantomeno ai coriandoli che ti erano
> stati lanciati. Tu eri perfetto.
>
> Si accorse che ce n’erano diversi, ma lui avrebbe finito quel che aveva
> cominciato.
>
> Proprio davanti ai loro occhi”.
I grandi scrittori americani, per alcuni tratti, pare scrivano all’unisono:
allineano la voce come una fuga di Bach. Si rincorrono, ricorrono uno
nell’altro. Allo stesso tempo, è la forza della tradizione, è l’avventatezza del
cercatore d’oro.
Indipendente dalla mondanità, dalle modanature ostentate dalla cronaca recente,
Eugene Marten continua a inseguire “il Grande Libro”. La sua cauta ingenuità mi
coinvolge – Eugene Marten scrive come si arma un arco e come si apre una porta –
e prendiamo a parlare.
Come è nato “Pure Life”: qual è stata, intendo, la folgore che ha dato inizio
alla narrazione, l’idea dominante, la natura incontrovertibile
dell’ispirazione?
Ho trascorso un periodo di tempo in America Centrale; volevo ambientare in
quelle terre un libro, ma non avevo tra le mani un soggetto interessante. Dopo
un po’, mi sono giunte notizie di un’ex stella del football, un giocatore che un
tempo ammiravo, la cui vita, una volta terminata la carriera, si era trasformata
in un incubo. Poi un giorno mia moglie mi ha mostrato un articolo di giornale
che suggeriva come i due elementi potessero collegarsi. Quella è stata la
scintilla.
C’è, nel romanzo, a tratti, mi sembra, un ritmo sciamanico. Forse la scrittura è
anche teurgia, un gesto di benedizione, un anatema… Che rapporto hai con le
ombre, con l’invisibile, con il regno del sogno?
Considero le frasi come delle formule magiche capaci di evocare il mondo
raccontato nel libro, quasi una transustanziazione. Da bambino ero molto
religioso. Non lo sono più, ma nutro grande rispetto per tutto ciò che è rito.
In fondo, credo di essere un realista che cerca di trasmettere in ogni opera il
senso di un’altra realtà possibile, nel bene e nel male. La scienza ci parla
dell’esistenza di altre dimensioni, di possibili universi alternativi, ma che
esistono solo nella matematica superiore. Non credo ci sia nulla oltre a noi e
al nostro mondo materiale, ma una parte di me vorrebbe che ci fosse. Credo di
essere impegnato in un utile conflitto con quella parte. Parafrasando Wallace
Stevens, la realtà è la fonte, ma solo quello.
Gordon Lish ti ha paragonato a Cormac McCarthy e a Don DeLillo: questo legame di
parentela narrativa ti inorgoglisce o ti infastidisce?
Ho letto molte opere di entrambi, e ne sono stato influenzato – è difficile
trovare romanzieri americani che sappiano costruire frasi migliori delle loro –
ma personalmente non mi ritengo al loro livello. Né sono un loro imitatore.
Naturalmente nessuno scrive nel vuoto, e mi piacerebbe pensare di aver assorbito
ed elaborato la loro influenza, tra le altre, per poi andare oltre, sviluppando
così una mia opera.
Che rapporto hai con la cultura statunitense contemporanea? Insomma, come vivi
oggi nel tuo Paese?
I miei genitori sono originari dell’Europa (Polonia, Germania) e hanno sempre
avuto un atteggiamento ambivalente verso la prospettiva di una completa
assimilazione. Credo che questo possa aver generato in me un senso di
estraneità, quel genere di distacco che è tipico di uno scrittore. (Del resto,
mi sento estraneo anche alla cultura letteraria di cui dovrei far parte). La
questione è complicata anche dall’attuale situazione politica del Paese. Un
tempo pensavo, forse ingenuamente, che la cultura avesse una sua vita a
prescindere dalla politica, e che potesse persino redimerla (per altri scrittori
è sempre stato vero il contrario). Credo di essere ancora legato a questa idea,
ma data la catastrofe delle ultime elezioni (agevolata da circa 80 milioni di
americani, una fetta considerevole di “cultura”) e dato l’incubo dell’attuale
amministrazione, dai tratti fumettistici, a volte ci si sente così contagiati
dalla palese assurdità di tutto ciò che ci circonda che reagire in modo creativo
sembra superfluo, e a tratti persino impossibile. Sottigliezze, sfumature e
immaginazione non hanno più spazio, venendo meno il buonsenso e il decoro. In
fondo, la merda è merda, cos’altro c’è da dire o da aggiungere? Ci troviamo in
un territorio inesplorato, dove l’unica risposta potrebbe essere quella di
scendere in piazza per protestare. Nel frattempo, continuo a sgobbare sulla
pagina.
Credi che, nell’era dell’IA, il romanzo sia ancora la macchina fondamentale, la
più adatta a dire l’uomo e il suo dramma, la vita, il mondo e ciò che ci sta
attorno?
Sono un po’ titubante a parlare di Intelligenza Artificiale perché non ne so
molto, a parte le allarmanti notizie che tutti leggiamo (e la possibilità che
possa essere utile per la ricerca). Non sono nemmeno sicuro che il romanzo sia
mai stato il mezzo ideale per affrontare quella che chiamiamo la condizione
umana: forse il concetto di “pertinenza” è qualcosa di cui dovremmo liberarci.
Se davvero il romanzo è stata questa macchina fondamentale, per cui si debba
considerarlo un riflesso, da una posizione separata, di ciò che accade nel
mondo, un punto sulla riva del fiume in cui contemplare il flusso della vita,
allora non vedo perché non possa continuare a esserlo, nonostante l’IA e TikTok.
La letteratura, in definitiva, esiste al di fuori della tecnologia, e quindi
potrebbe essere nella posizione ideale per comprenderla. Potrebbe persino essere
l’antidoto. Forse è più in discussione la qualità della scrittura e lo spirito
critico dei lettori.
Perché, in fondo, scrivi?
Per dare vita a qualcosa. Da giovanissimo ero ossessionato dai vecchi film di
Frankenstein (quelli interpretati da Boris Karloff, e anche altri) e alla fine
ho scoperto che il romanzo era il mio laboratorio dove dedicarmi a questa
scienza pazza. Un corpo costruito con pezzi di ricambio, alcuni riesumati, altri
trovati per caso, altri strappati con crudeltà. Un corpo animato
dall’elettricità del linguaggio, nel bene e nel male.
Come fa a tuo avviso uno scrittore a trovare una “voce” più che imporsi in uno
“stile”? Come può una futile storia, costruita con ingannevoli parole, diventare
viva, vera?
Trovo che i termini “voce” e “stile” (non in senso decorativo) siano
intercambiabili. Per me è tutta una questione di parole e di come vengono messe
insieme. Una buona scrittura ha un suono, e non c’è canzone se non sai cantare.
È una sorta di codice, il modo in cui certe molecole e proteine disposte in un
certo ordine danno origine a un organismo che si auto replica (a pensarci mette
un po’ di paura, vero?). Il soggetto/la storia/la situazione mi vengono sempre
in mente per primi, ma il processo, come un sogno, ha una sua cronologia. Credo
che tutto si riduca alla vecchia dialettica forma/contenuto,
contenitore/contenuto. Raggiungere la sintesi perfetta dei due elementi, rendere
il vino indistinguibile dalla bottiglia, è ancora il Santo Graal.
Che cosa leggi, oggi? Quali sono i libri o gli autori che hanno forgiato la tua
scrittura, che sono stati il tuo campo di addestramento?
Ho iniziato leggendo libri di genere come chiunque (in certa misura, l’horror è
ancora presente nelle mie pagine), pensavo che diventare uno scrittore di
successo sarebbe stato il mio obiettivo. Avevo una vaga idea di che cosa fosse
l’arte (ancora oggi non mi fido di questa parola), ma ho iniziato ad accorgermi
che alcuni libri erano scritti meglio di altri. Fiesta è stato il punto di
svolta, l’unico libro che ho letto tutto d’un fiato. Non proverò a elencare
tutti gli scrittori che considero fonte di ispirazione (alcuni preferisco
tenerli per me), anche se non mi considero particolarmente colto; ho una piccola
biblioteca e cerco di sfruttarla al meglio. Un paio di opere a cui torno
continuamente e che amo moltissimo (ad esempio, DeLillo/McCarthy) sono il
racconto The Pedersen Kiddi William H. Gass e The Life and Times of Captain
N. di Douglas Glover, una sorta di Meridiano di sangue canadese ma a mio parere
migliore. I guerrieri dell’inferno di Robert Stone è una specie di Grande
romanzo americano. Sono debitore verso tutti i racconti di Grace Paley e di Joy
Williams (meno verso i romanzi di Williams, anche se comunque sono di valore, e
lo stesso vale per Flannery O’Connor). Spesso ho letto un solo racconto o una
sola poesia di un autore, ma per me possono avere lo stesso peso di un’opera
completa. L’ineguagliabile rivista letteraria di Gordon Lish, “The Quarterly”, è
stata per me, a lungo, una Bibbia. Il genio di Lish nell’imporre la sua
sensibilità a una così ampia gamma di opere è stato unico (e oggetto di
polemiche) nella storia della letteratura. Forse non è stato gradito da tutti
gli autori di cui si è occupato così brillantemente (vedi Raymond Carver), ma
per me è stata una lezione magistrale sul primato della frase. Potrei elencare
altre influenze, non tutte in prosa, non tutte in narrativa, non tutte
americane, nemmeno tutte letterarie, ma cito alcune delle cose che sto leggendo
ora: La tempesta di Shakespeare; Il barone rampante di Calvino; Float, una
raccolta di opere di vario genere della poetessa/traduttrice/saggista Anne
Carson, stampate in piccoli libriccini contenuti in una custodia di plastica
trasparente e che possono essere letti in qualsiasi ordine; vari testi di
saggistica correlati al libro a cui sto lavorando attualmente.
Che rapporto hai con i libri che hai pubblicato: li guardi come figli o come
corpi ormai a te estranei?
Entrambe le cose, e anche qualcosa di più. Credo di avere un legame particolare
con ogni libro, a volte oggettivo e soggettivo allo stesso tempo. Ad
esempio, Layman’s Report non è il mio romanzo preferito, ma credo sia il più
riuscito. È anche il più ignorato.
…e ora, cosa stai scrivendo?
Senza addentrarmi troppo, il romanzo a cui sto lavorando è, per me, un libro
importante. Se ogni scrittore deve avere il suo Grande Libro, allora questo è il
mio tentativo di portarlo a termine, per quanto maldestro. A volte mi sembra il
mio Grande Errore, il che magari è la prova che ho imboccato la strada
giusta. Sono troppo avanti per non portarlo a termine comunque. Concludo sempre
quello che comincio.
L'articolo “La letteratura è ancora il Santo Graal”. Dialogo con Eugene Marten,
un outsider proviene da Pangea.
Questa storia, in cui tutto è possibile, inizia – o finisce – all’abbazia di
Pomposa, folgorante edificio del IX secolo, nel ferrarese, dove si dirama,
divorandosi, il Po. Affreschi e sculture, spesso arcani, incutono sacro terrore.
Qui pare sia stato redatto, nel XVII secolo, il De arte nihil credendi; dello
scrittore, Matteo Cnuzen, altrimenti detto Matthias Knutzen, predicatore
tedesco, ateo, si ignora la data di morte. Il testo – di cui non si ha altra
notizia – è custodito presso la Biblioteca Classense, “non è mai stato
pubblicato… ho potuto solo farne una copia a mano”, scrive l’autore. Un
fascicolo dal titolo analogo porta la firma di Geoffrey Vallée, anticlericale
estremista: in quel libello – titolato, in verità, La béatitude des Chrétiens ou
le Fléau de la foy – l’autore dimostra che la fede, fondata sull’ignoranza e sul
timore di Dio, riduce l’uomo a una bestia, a uno schiavo. Vallée fu arrestato,
impiccato e passato al rogo il 9 febbraio del 1574: aveva ventiquattro anni.
Il testo di Knutzen – che mesce, in cocktail micidiale, reminescenze di Lucrezio
e di Spinoza, di Garlandus Compotista e di Levi Smolinides, di Gregorio di Narek
e di Sabinus Serrat (faccio scoprire a voi chi di questi è un personaggio
fantomatico, fittizio) – è utilizzato dal poeta austriaco Raoul Schrott come
monito per un libro dal titolo emblematico, L’arte di non credere a nulla,
uscito in Germania, presso Hanser Verlag, dieci anni fa, tradotto ora da
Federico Italiano per Crocetti. I brani dell’incendiario pamphlet di Knutzen –
veri, verosimili, inventati? l’autore rifiuta spiegazioni – sono corrosivi,
perciò corroboranti. Ne cito alcuni:
> “sono avido se voglio tutto ciò che si può ottenere dalla vita – avere amici e
> allo stesso tempo stare solo? ciò che desidero è difficile da raggiungere –
> eppure una volta in mio possesso sono insoddisfatto come se avessi raggiunto
> nulla”;
> “sii come la neve che si scioglie: dal silenzio nascono i fiori – la lingua
> sia il loro bocciolo”;
> “tutto inizia con il sangue · inzuppati di sangue veniamo al mondo a testa in
> giù: tutto inizia con una separazione e in un mondo capovolto · avvinghiati a
> un seno non vediamo che oscurità: ora vivi amaro e cupo · da bambini
> scorrazziamo qui e là: e inquieti rimarremo · nella giovinezza ci dissolviamo
> sentendoci estranei: è solo un periodo di traviamento e confusione · con la
> vecchiaia la mente si annebbia: non aspettarti quindi la beatitudine da vecchi
> strampalati · così perplessi procediamo nelle tombe: senza riconoscere da
> nessuna parte un’anima o qualcosa di puro – solo imperfezione”
Siamo nei dintorni dell’atroce Albert Caraco più che in quelli dell’ardito
Zenone, il protagonista de L’opera al nero, il romanzo di Marguerite Yourcenar.
Nella prefazione, Schrott cita la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo e il
Mausoleo di Galla Placidia, a Ravenna e il magnetico trattato De tribus
impostoribus, di cui si discute – senza traccia di testo – dal XIII secolo:
sarebbe piaciuto a Borges. I legami con il maestro argentino, però, finiscono
qui: le poesie di Schrott – affratellate ai violenti aforismi del fatidico
Knutzen – non hanno nulla dell’enciclopedica freddezza di Borges. Al contrario,
è la vita presente, quotidiana, quella convocata da Schrott: nei suoi testi ci
sono il pizzaiolo e lo stilita (“qualcuno disposto a stare sull’orlo del
precipizio”), la cassiera (“il mondo è fatto di cose standard/ che mangiamo ·
beviamo · trasformiamo in esistenza”), il macellaio (“siamo e diventiamo ciò che
mangiamo/ con gli occhi spalancati rivoltandoci al pungolo…/ carne trafitta in
via di macellazione verso l’assoluto”). L’arte di non credere a nulla è un libro
che dà credito alla carne, in crepitio di eros; è un libro pieno di corpi
esposti e di rapporti cannibali. In lo sguardo di dio si canta “la vita baciata
e gettata come un pezzo di pane”; in una poesia si imitano i toni di una single
– donna – fine quaranta; è bello il finale: “la dolcezza · sale tra le mie gambe
· orma d’animale selvatico”. In viaggi notturni – forse, il testo più bello –
c’è una donna “nuda sul sedile distesa/ lo sguardo rivolto verso il nord che
manca come casa”: “il compendio della nostra vaga esistenza/ tali scrupoli
appena li considera:/ nomina il desiderio · vuole vederlo divenire realtà/ ma
biasima ogni indifferenza”.
Il libro è sigillato – va da sé – dal motto riassuntivo del trattatello di
Knutzen: “l’assoluto opera nel nulla”. Quando l’autore – troppo intelligente per
cadere nella trappola del refuso – mi dice che il modello de L’arte di non
credere a nulla è la Vita nuova di Petrarca (ovviamente, è di Dante), so che mi
sta sfidando. D’altronde, Raoul Schrott è una delle menti più sfrenate e
sofisticate della letteratura tedesca: mi ricorda, per impeto, Werner Herzog.
Nato a Landeck, Tirolo, nel 1964 – ma ha detto, a volte, di essere nato a San
Paolo, in Brasile, quando non in nave – è cresciuto tra Tunisi e Zurigo; insegna
all’Università di Vienna, dopo aver insegnato a Napoli, a Berlino e a Tubinga,
insieme allo scrittore Christoph Ransmayr. Romanziere, poeta, studioso, Schrott
è a abituato alle imprese impossibili: ha scritto resoconti tratti dalle sue
esplorazioni nel deserto (Il deserto di Lop è stato pubblicato da La Grande
Illusion nel 2022); ha partecipato a una spedizione, supportata dall’Università
di Colonia, in luoghi del Ciad ancora inesplorati. Da ragazzo, ha studiato il
Dadaismo, è stato il segretario di Philippe Soupault, a Parigi; ha tradotto
Derek Walcott e Seamus Heaney, la Teogonia di Euripide e l’Epopea di Gilgamesh;
nel 2008 ha pubblicato la sua traduzione – sgargiante, a dire dei più –
dell’Iliade: la tesi secondo cui Omero fosse uno scriba greco al servizio degli
assiri, vissuto a Karatepe, in Cilicia, gli attirò critiche. Tra l’altro,
Schrott ha scritto romanzi audaci in immaginario, imprevedibili fin nel titolo
(uno di questi fa pressappoco, Racconto del vento, ovvero dell’artigliere
tedesco che circumnavigò il mondo una prima volta e poi una seconda e una terza
volta); ha vinto premi. Con Erste Erde (2016), libro di magnetica forza, ha
tentato di dire in versi la storia del mondo, dal Big Bang a oggi.
L’ultimo progetto – benché non strettamente letterario – è altrettanto
‘mostruoso’: l’“Atlante dei cieli stellati” (Atlas der Sternenhimmel),
pubblicato da Hanser lo scorso anno, raccoglie – dispiegandoli – diciassette
cieli; le costellazioni degli antichi egizi e degli aborigeni australiani, degli
Inuit, dei Tuareg e dei Boscimani. Si narra, così, la storia dell’uomo e di ogni
civiltà, a partire dal rapporto con gli astri. Quasi che il cielo sia una
bibbia, le stelle una scrittura piena di brusii, vocalizzi, grida.
Insomma, abbiamo preteso Raoul Schrott al dialogo.
Preliminari: esiste davvero il “Manuale dell’esistenza transitoria” o è frutto
della sua transitoria immaginazione?
Esiste? Tutto ciò che scriviamo e leggiamo – che sia romanzo, poesia o filosofia
– esiste: è il frutto della nostra immaginazione.
Come è nata l’idea di accostare le poesie a un trattato del XVII secolo? Qual è
stato il ‘metodo’ di costruzione del libro? Vedo, ad esempio, che le poesie non
sono disposte in ordine cronologico.
In sostanza, le poesie riferiscono di una visione atea della vita e dell’amore,
da prospettive differenti. Per me, poesia è un modo di pensare più concentrato e
compiuto: ecco perché tutti i miei libri in versi sono centrati su un tema – gli
hotel; il sublime; il sacro; l’assenza – e incorniciati da un saggio. Qui si
tratta, letteralmente, dell’arte di non credere a nulla. Per costruire un
contesto alle poesie la – sbalorditiva – breve storia dell’ateismo mi è parsa
più che appropriata.
La maggior parte delle poesie sono ritratti di individui che ostentano le loro
opinioni, plasmate dal lavoro che svolgono, dai desideri, dalle circostanze. È
una galleria di professioni (di cui ho incidentalmente dimenticato il maestro).
Sono raggruppate tematicamente, poi completate da alcuni versi tratti
dal Manuale dell’esistenza transitoria, per dare a ogni poesia un significato
ulteriore. Se crede, il modello è la Vita nuova di Petrarca (sic!).
Come costruisce le proprie poesie? Intendo: parte da un concetto, da un insieme
di parole che combaciano audacemente assieme, da una ‘scena’, da una idea
narrativa…
Tutti questi elementi concorrono: intuizione, esperienza, l’incontro con
qualcuno (il cassiere del supermercato che ho incontrato sul treno per Berlino
non smetteva più di parlare). Questi elementi consegnano, come diceva Valéry,
il vers donnés su cui poi la poesia si sviluppa in vers calculés. In queste
poesie, il calcolo provvede alle rime (comunque discrete, difficili da scovare).
Tuttavia, la parola in rima di rado ha a che fare con la parola con cui rima,
introduce un elemento imprevisto, un frammento del mondo in generale – così che
il procedere pensando deve fermarsi in stazioni diverse. Questo rende la
scrittura, almeno per me, uno stupore continuo.
Come penetra nel suo linguaggio la lingua delle origini, dei testi che ha
tradotto, Iliade, Gilgamesh, Teogonia?
La loro lingua non penetra nella mia. Tradurre quei testi, però, ha significato
comprendere la tradizione e approfondire il mestiere: per scrivere da quel
centro del presente.
Che senso ha, oggi, la poesia?
La poesia è la macchina di tutto ciò che è umano, individuale, soggettivo. Ci
pensi: i romanzi, in quanto finzione, sono menzogne realistiche (presentano una
verità in modo elegante e persuasivo, certo), narrazioni che si basano su trame
e personaggi plausibili. La poesia, invece, non può che essere veritiera;
esprime i pensieri e le emozioni più profonde: è autentica. Tutto il contrario
della plausibilità. Questo vale anche per le poesie peggiori, in cui non si
capisce un cazzo [in italiano, ndt], tanto sono autoreferenziali. Dunque:
autenticità. Inoltre: la poesia sincronizza le tre modalità cognitive
dell’essere: le immagini in cui pensiamo; il linguaggio con cui ci esprimiamo;
la musica – metro e ritmo – che corrisponde ai battiti del cuore, al ritmo del
respiro, al moto delle ciglia. Ditemi quale altra arte riesce a fare tutto
questo con così pochi mezzi!
Che rapporto esiste, a suo dire, oggi, tra poesia e storia, la poesia e
‘politica’?
Credo che la poesia sia a-storica, nella misura in cui esprime intuizioni senza
tempo (pur se fugaci), verità soggettive che nella loro individualità sono
sempre in contrasto con la storia come fenomeno di massa. La poesia è il rifugio
e l’espressione di tutto ciò che è umanamente possibile, pensabile,
sperimentabile in tutta la sua stranezza e bellezza, in tutta la sua assurdità,
in tutto il suo orrore. La letteratura è sempre a-politica e a-morale. Non si
preoccupa e non deve occuparsi delle ideologie e dell’etica di una comunità,
altrimenti diventerà agitprop, slogan, un manifesto, insomma. La letteratura – e
in particolar modo la poesia – deve esprimerci come individui, con tutte le
nostre emozioni e pensieri, positivi o negativi essi siano, senza vincoli,
liberi, per essere autenticamente veritiera. Almeno, così è sempre stato.
Mi racconti qualcosa del suo “Atlante dei cieli stellati”: come nasce il
progetto, perché, come si insinua nel suo lavoro poetico?
L’Atlante dei cieli stellati non ha a che fare con la mia scrittura. A parte la
visibile poesia che raffigurano le costellazioni, è un lavoro accademico: come
professore di letteratura comparata ho compiuto ricerche per rintracciare i
cieli stellati di diciassette diverse culture del pianeta. Benché l’Unesco li
abbia dichiarati patrimonio culturale immateriale dell’umanità, non sono mai
stati studiati in modo esauriente: le costellazioni, graficamente ricostruite;
il simbolismo e la sapienza che le accompagna; la storia della tradizione
astronomica che le spiega; i miti delle origini che narrano la creazione del
cielo e della terra, del sole, della luna, delle stelle. Ci sono voluti sette
anni di lavoro per ricostruire il cielo dei babilonesi e dei cinesi, degli inuit
e dei boscimani, degli inca e degli arabi, dei tahitiani e dei maori… ciò che
questa ricerca ha prodotto (con mio grande stupore) sono settantamila anni di
storia culturale di cui nessuno sapeva nulla.
*In copertina: Raoul Schrott in un ritratto fotografico di Barbara Seyr
L'articolo “L’assoluto opera nel nulla”. Dialogo con Raoul Schrott proviene da
Pangea.
Nel 1997 il “New Yorker” dedica un ampio servizio a Jorie Graham, “the most
celebrated American poet of her generation”. L’articolo, Big Poetry, è bello,
ardito, arioso. Stephen Schiff ha agio nel mostrarci la poetessa “vestita di
nero dalla testa ai piedi, con un numero sufficiente di bracciali, collane e
anelli da far venire l’ernia a una danzatrice del ventre”. Studenti, studiosi,
passanti le fanno spazio “con tenero riguardo e cenni di assenso”. Nella
fotografia che ingioiella l’articolo, la Graham ha uno sguardo colpevolmente
innocuo. Il giornalista la descrive così: “occhi vasti, vispi; fronte aperta,
bocca che sboccia nel broncio e dappertutto una massa di capelli scuri”. Alcuni
– compreso Mark Strand, il poeta – sussurrano, “è un genio”.
Nata a New York da Curtis Bill Pepper – inviato speciale per “Newsweek”,
scrittore, autore, tra l’altro, di un romanzo biografico centrato sulla vita di
Leonardo da Vinci – e da Beverly Pepper, scultrice, cresciuta a Roma, studi alla
Sorbona e alla New York University, la Graham è stata, da ragazza, assistente di
Michelangelo Antonioni: voleva fare la regista. Esordisce alla poesia nel 1980
con Hybrids of Plants and of Ghosts, subito elogiato dal “NY Times” – dissero di
“una poetessa di enormi ambizioni, dal ritmo spericolato” –; seguono libri
pressoché infallibili – The End of Beauty, 1987 e Region of Unlikeness, 1991, ad
esempio – fino al “Pulitzer for Poetry”, ottenuto nel 1996 con The Dream of the
Unified Field. “Poetry” la definisce “uno dei poeti statunitensi più noti e
celebrati della generazione post-bellica”: ogni suo libro è – per natura lirica
tellurica – un ‘caso’.
Jorie Graham, potremmo dire, esercita una politica attraverso la poetica. Per
dirla in modo più frugale, usando le parole del critico americano Calvin
Bedient, la Graham “è una campionessa mondiale nel porre le domande più
radicali… Ciò che le importa è la speranza insita nell’interrogativo, non la
risposta”. Anche l’ultimo libro, 2040, è un libro interrogativo, è un
libro-scavo – dacché ogni domanda prevede una zappa, una pala, il desiderio di
dissotterrare qualcosa interrando qualcos’altro. Scritto dal 2020, pubblicato
nel 2023, tradotto quest’anno da Crocetti, 2040 ha per interrogativo
l’estinzione dell’uomo e il massacro del creato. “Protagonista principale di
questa raccolta poetica è una speakerautobiografica che vaga, sola e
disorientata, in uno spazio avvolto nel silenzio, in limine fra un mondo che non
esiste più e a un passo dalla potenziale estinzione dell’umanità e della sua
storia millenaria”, scrive Antonella Francini, la traduttrice della Graham in
Italia, nella partecipe introduzione al libro, Il potere della memoria. Il libro
ruota intorno a una lettera Al 2040 – p.78 della versione italiana – di cocente
bellezza:
“Gli anni spinsero la loro durata in noi come lunghe
corde bagnate, e noi ci aggrappammo, ci tennero appesi per andare avanti, & in
alto, ci impedirono di annegare nei minuti terribili. Una volta mi sedetti &
piansi mentre guardavo sorgere il sole & i fiocchi cadere come ignara del
movimento dalla notte al giorno – ci sia almeno una differenza – altrimenti
qualsiasi cosa rimanda del desiderio se ne andrà – altrimenti non ci sarà
nulla di ciò che ho salvato – nulla da salvare – fate rifiorire il giorno in un
segmento di tempo – fa freddo – il sogno è cosa difficile da scorgere”
Il libro alterna parti in prosa a vertigini in versi, estreme cupezze ed estreme
tenerezze. Si vedono boschi, nevi, uccelli a sciami, sciabordio di bestie – e
malinconia, rapimento, rabbia. Pochi umani in giro.
> “Non ho nulla da offrire.
> Il mondo è sempre stato
> pronto per il mondo.
> Il fiume in secca.
> Vedo pesci sulle rive senza uccelli.
> Cuore umano, mi dico, cosa ci fai qui, questo è troppo
> per posarci
> lo sguardo.
> I pesciolini galleggiano nel salmastro.
> La corrente rallenta. Gridi di uccelli della sera come vetro infranto,
> un grido e hanno finito”.
Non è, fieramente, un poeta facile, Jorie Graham. Non è poeta di proclami, bensì
di rivelazioni e di affondi. È stata la prima donna, ad Harvard, ad aver coperto
la cattedra di “Rethoric and Oratory” che fu – tra gli altri – di Seamus Heaney.
Per capire il ‘personaggio’ – o meglio: l’impeto politico di una intellettuale
totale –: Jorie Graham è tra i produttori di The Voice of Hind Rajab, il film
che ha straziato la scorsa Mostra internazionale del cinema di Venezia – da cui
ha raccolto il Leone d’argento – e che racconta l’uccisione di una bambina
palestinese, Hind Rajab, appunto, da parte dell’esercito israeliano.
L’ultimo libro di Jorie Graham è previsto per il prossimo
anno. S’intitola Killing Spree. Il suo ‘metodo’ lirico mescola i modi di Wallace
Stevens ai toni del contemporaneo, i ‘modernisti’ alla modernità. I temi sono
quelli di oggi, urticanti: “devastazione ambientale, senso della perdita,
instabilità politica”. Credere nel potere della parola, nel segreto sussurrato
dal verbo, penso – dopo tutto, confidare con sciamanica ostinazione in un
qualche risveglio.
Mi pare che 2040 sia un libro, allo stesso tempo, potentemente poetico e
fortemente “politico”. Esprime una poetica della politica. Come è nato – e
perché?
La poesia è in primo luogo uno strumento in grado di mettere in moto l’intera
anima (“dell’uomo”), come ci ricorda Coleridge. Quindi, siccome vivo in un mondo
che va verso l’autodistruzione e siccome la poesia nasce dall’esperienza del
poeta – corpo, mente, anima – non c’è altra esperienza che possa guidare la mia
scrittura. Non ho altro corpo se non questo corpo mortale. Come ci ricorda
Aristotele, siamo per natura “animali politici”. Vorrei sottolineare questa
nostra caratteristica di mammiferi capaci di intuire nei minimi dettagli i
pericoli, anche lontani, come se li percepissimo attraverso i nostri pori. Siamo
attraversati da una profonda intuizione. Il nostro obiettivo è sopravvivere. La
poesia è uno dei grandi strumenti che lo spirito umano ha sviluppato per
esprimere e approfondire gli istinti della sua natura animale e spirituale.
Potremmo dire che i nostri millenni di poesia sono il nostro manuale
d’istruzioni per quanto riguarda ciò che serve a rimanere umani in mezzo a tutte
quelle forze – interne e esterne – che gravano su di noi allo scopo di
disumanizzarci o indurci a distruggere il resto del creato. Mi risulta che anche
il termine “umano” venga oggi messo in discussione. Abbiamo fatto così tanto
male, e continuiamo a farlo. Forse la nostra estinzione sarebbe una vera
benedizione per questa terra. Ma credo, tuttavia, che in noi esista ancora
l’istinto di provare a risvegliarci. Ecco dove la poesia e la politica si
incontrano.
Che rapporto c’è tra “politica” – nel senso ampio, greco del termine – e
“poesia”? Intendo dire: cosa significa per un poeta, per lei, “prendere
posizione”? Cosa significa per un poeta la parola “impegno”?
In questo momento, negli Stati Uniti – come altrove – proprio le parole che
usiamo implicano il rischio concreto di essere presi di mira politicamente dal
governo – se così possiamo chiamarlo. Per noi il cui mestiere ha a che fare
interamente con le parole – e con le attività palesi e occulte svolte dalle
parole nell’animo umano, nella coscienza, nella memoria, sulla realtà e il suo
senso – è strano vedere il loro potere (e la storia e l’immaginario che esse
evocano) andare in questa direzione. Proprio mentre ci stavano convincendo che
la nostra vita è interamente immersa in una “cultura dell’immagine”, l’uso di
una parola come “genocidio” può portare a essere licenziati, molestati,
arrestati o fatti sparire dalle nostre forze di polizia private e pubbliche.
L’effetto che tutto questo ha su ciò che abbiamo tra le mani quando si mette la
penna sulla carta è notevole. Nel mio nuovo libro, Killing Spree, che uscirà a
maggio negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ci sono momenti, ovunque in quelle
poesie, in cui le decisioni che devo prendere su quali parole usare implicano
considerazioni extra-letterarie. Questo testimonia il potere di un tale mezzo
che anche nell’era dell’intelligenza artificiale restituisce la vera forza e il
vero valore a un essere umano quando pronuncia una parola nella sua condizione
vulnerabile, precaria e mortale, al contrario di un bot. Solo attraverso il
sangue e la carne le nostre parole sono “engagé”.
Vorrei entrare, come direbbe Hawthorne, nella sua “camera stregata”. Quali
immagini l’hanno ispirata durante la scrittura di 2040? Quale immaginario
linguistico? Quali “fonti”?
Abbiamo vissuto un periodo di intensa siccità – che fa in realtà da sfondo
a 2040 – mentre io mi sottoponevo a un intervento chirurgico, alla radioterapia,
alla chemio. La popolazione aviaria ha subito drastici cambiamenti durante quei
mesi. Alcune specie di alberi sono state attaccate da malattie causate da nuovi
insetti portati dai venti degli uragani che hanno messo a rischio la
sopravvivenza del nostro bioma. Mi sono ritrovata calva e sbalordita lottando
per mantenere le mie forze e salvare i “miei” alberi. Camminavo ogni giorno per
chilometri (come mi aveva consigliato la mia oncologa) e durante quelle
passeggiate nelle nostre foreste ero determinata a sopravvivere entrando in
contatto con la forza magnetica della terra sotto i miei piedi. Quasi tutte le
poesie sono state inizialmente composte mentre camminavo, tranne quelle che
considero odi – “La quiete”, “Nebbia”, “Arco temporale”, “Il visore VR”,
“Giorno” –, sorte nell’intervallo tra una seduta di chemio e l’altra, quando ero
troppo debole per camminare.
Cosa può fare la poesia nel confronto con la Storia? Che cos’è in fondo “la
poesia”?
Ci sono molte risposte a questa domanda e mi sento un po’ sciocca nel cercare di
rispondere. Ma si potrebbe dire che, fra tutti i tipi di storie che creiamo
attraverso lo scorrere del tempo e il suo evolversi mortale, tramite le sue
catastrofiche sorprese e i suoi visibili colpi di scena, la poesia è la storia
che si impegna a rivelare la vita dell’anima. Forse l’evoluzione dell’anima.
Forse la sua permanenza. Forse le sue illusioni o le sue epifanie o i suoi
‘presagi di immortalità’. Ed è meglio, forse, se si porta dietro il minor carico
possibile. Così quel carico si affida alla musica del verso per mantenere il suo
significato rapace, da scoprire, in volo, affidabile e vivo. Ecco perché devo
lavorare così tanto sulla musica – nell’originale e poi, con Antonella Francini,
riscrivendola in quella lingua miracolosa che è l’italiano.
Ritagli un pezzo di 2040 che le sembra esemplare e mi dica perché.
Le rispondo indirettamente. Oggi, in un’epoca in cui stanno scomparendo la
capacità di leggere e comprendere (la capacità di concentrazione e la capacità
di sostenere tempi prolungati), penso molto all’idea di Wallace Stevens secondo
cui “la poesia deve resistere all’intelligenza quasi con successo”. Quel quasi è
essenziale perché costringe a usare i sensi insieme all’intelletto. Cura la
dissociazione della sensibilità di cui parlava Eliot con incredibile
lungimiranza, che oggi sta distruggendo la nostra gente.
Leggo il suo nome tra i produttori di “The Voice of Hind Rajab”: come mai?
All’inizio ho dato una mano. Sembrava davvero impossibile trovare persone
disposte a finanziare quel film. Poi ho dato consigli sulla sceneggiatura,
infine sulle diverse versioni della pellicola. Le devo ricordare che io sono una
regista inappagata. Da giovane, a Roma, ho collaborato con Antonioni come
assistente alla ricerca. Ho frequentato la scuola di cinema alla New York
University. Perciò, quando ora mi viene chiesto di fornire un feedback ad alcuni
film – specialmente documentari – nelle loro varie fasi, torno a usare la mia
immaginazione cinematografica. Alcuni critici sostengono da anni che la mia
poesia sia influenzata dal cinema, in particolare dalle tecniche dell’editing e
del montaggio che ho studiato da giovane.
E ora… quale progetto di scrittura la anima?
Come ho già accennato, ho appena finito di scrivere un nuovo libro, Killing
Spree, che uscirà a maggio. È stato composto durante questi ultimi tre anni in
cui la follia di genocidio, tirannie, fame e IA estrema – sempre presenti fra
noi – hanno raggiunto un livello tale da essere in primo piano sul
palcoscenico.
*La traduzione dell’intervista è di Antonella Francini
In copertina: Jorie Graham; photo Alvaro Almanza
L'articolo “Estinguerci sarebbe una benedizione – ma possiamo provare a
risvegliarci”. Dialogo con Jorie Graham proviene da Pangea.
Per qualche tempo abbiamo duellato a colpi di WhatsApp. La discussione,
impennata verso gli impossibili, deragliò quasi subito: gli domandai dell’anima,
dell’eternità, del senso dell’arte, di Dio e dell’addio. Cristiano Godano ha
pubblicato undici album con i Marlene Kuntz e quattro libri: il primo, I
vivi (Rizzoli, 2008) è una raccolta di racconti; l’ultimo, Il suono della
rabbia (il Saggiatore, 2024) è una raccolta di “Pensieri sulla musica e il
mondo”. Nel suo terzo libro, Nuotando nell’aria (La nave di Teseo, 2019), che
sviscera “35 canzoni dei Marlene Kuntz”, Godano racconta di aver scoperto
Vladimir Nabokov, il suo scrittore-idolo, “all’epoca di Catartica”, quell’album
memorabile – “generazionale” come dicono gli studiosi – uscito nel 1994. Godano
compiva ventotto anni, il disco era prodotto dal Consorzio Produttori
Indipendenti di Gianni Maroccolo, Zamboni+Ferretti etc. e io imparavo a giocare
a calcio guardando Roberto Baggio, il Bodhisattva del pallone, evangelizzare i
mondiali americani.
Da lì nasce il nostro incontro. Da Vladimir Nabokov – per me, il conte Vlad
della letteratura occidentale, il sommo vampiro: lo leggi e ti dissangua. Così,
con Godano ci inoltriamo nei meandri di Fuoco pallido, il libro più estremo,
estenuato di Nabokov; entrambi eleggiamo Intransigenze – la raccolta di
corrosive e corroboranti interviste nabokoviane – a libro-totem. Insomma, diamo
dimostrazione che anche WhatsApp, altrimenti umana camera degli orrori, di
sbandierate banalità, può essere qualcosa di non troppo dissimile dal Fedone o
da Macbeth. Entrambi – credo – crediamo che ogni verità vada temprata
distruggendola; che occorra il coraggio di spogliarsi di ogni convinzione. Fare
di sé il vento e il lupo, la pula e il pullulare di ululati.
Credo, piuttosto, che Cristiano Godano sia uno dei rari cantautori italiani –
per un sano senso della sprezzatura e dello snobismo – non inquadrabile in
schemi, non liquidabile in teoremi. Rifugge dai cliché della rockstar; ha in
odio le grige manie degli ‘alternativi’ che – ormai altro da sé – fanno reddito
con la malinconia, con l’epopea della giovinezza trascorsa. Gli album ‘in
solitaria’ – Mi ero perso il cuore, 2020; Stammi accanto, 2025 – dicono di un
artista che non si placa, inappagato, implacabile soprattutto verso se stesso,
che ha imparato la voluttà di non piacere ai più. Chi è cresciuto ascoltando i
Marlene Kuntz nella fetida periferia torinese, nei lividi Novanta – “Mi
piacerebbe sai, sentirti piangere/ anche una lacrima, per pochi attimi” – sa che
la sola speranza è spezzarsi, che la sola vita è precipitare.
Nel libro Nuotando nell’aria, Godano cita Borges e Rimbaud, Keats e Dostoevskij,
scrive per trenta volte la parola “poesia” (molte più volte della parola
“sesso”) e per ventisette volte la parola “poeta”; in venti circostanze appare
Nick Cave, il suo prediletto. A chi gli dà del poeta, però, Godano risponde,
perentorio, che “l’autore di testi per canzoni non è un poeta”, semmai “è
potenzialmente un poeta mancato”. Fine della discussione.
A volte, Godano sembra decorarsi con le pose da doge del nulla: gli piace
ripetere che deriviamo dai vermi e dai pesci, che l’uomo è un incidente di
percorso nell’esistenza terrena, che la vita è spietata, che l’intelligenza è un
sovrappiù di sfiga perché ci obbliga a indugiare sul dolore, che infine l’arte è
niente. Che tutto, in fondo, finirà e nessun dio ci attende a bocca aperta negli
altri mondi. Tutte cose che si sanno, che insaporiscono il discutere di
zuccherine oscurità. In fondo, si ascolta una canzone per liquefarsi in un regno
ulteriore della mente; in fondo, chi scrive una canzone è già al di là di questo
mondo – che si dica salvezza, che si dica disperazione, che importa.
Se ti dico la parola “poesia” cosa ti viene in mente?
La famosa definizione di Paul Valéry sulla poesia (“La poesia è una lunga
esitazione fra il suono e il significato”) mi è sempre piaciuta al punto da
lasciarmene condizionare irrimediabilmente. Ed è ciò che mi sovviene ora a
seguito della tua domanda. So che questo inizio di risposta è connesso alle
specifiche necessità del creatore di versi più che al lettore, e immagino che
solo un lettore molto allenato e consapevole possa avere una tale consapevolezza
raffinata comprendendo la complessità del fare poesia. Dunque il lettore attento
sa che la poesia ha un ritmo e ha un suono, e anche di questo gode leggendo,
mentre il lettore meno strutturato ed esperto basa il suo gradimento
principalmente sulle emozioni di natura sentimentale. Senza voler qua
demonizzare questo tipo di emozioni, penso che si collochino a un livello
inferiore nella scala del giudizio. Io, come lettore, dichiaro la mia non
robusta frequentazione del genere: le leggo principalmente quando sono nel
processo creativo per fare un disco nuovo, poiché in quel caso la contiguità del
mio far versi per canzone con le esigenze del poeta nel suo verseggiare mi aiuta
a connettermi con la specificità di ciò che sto per affrontare.
Penso che si è ottimi lettori di poesia quando si è dotati di immaginazione: a
volte a me sembra di non averne a sufficienza. Detto da un sedicente artista è
grave, lo so.
Nel tuo discutere e nei tuoi pezzi citi, tra i tanti, Borges (adoratissimo da
Mick Jagger, per altro…), Baudelaire, Rimbaud, Gozzano, Montale… Viene fuori una
specie di “Contro-Canone Godano” della letteratura. Proviamo a redigerlo una
volta per tutte? Citami dieci libri che in qualche modo hanno orientato la tua
vita – e perché.
Se la domanda è “i libri che hanno orientato la tua vita” sono spinto a nominare
anche le opere non di finzione che sono state per me importanti. Premettendo che
la più parte delle cose che ho letto è stata da me un po’ dimenticata, sto
guardando in questo momento i miei libri (una parte, per lo meno) per cercare la
risposta adatta; noto che molti di essi mi dicono “sì, mi leggesti tempo
addietro”, e posso nominare: Lolita di Nabokov (letto due
volte), Intransigenze di Nabokov (l’ho letto e riletto più volte), Fuoco
pallido di Nabokov (letto due volte), La cognizione del dolore di Carlo Emilio
Gadda (libro straziante), Fratello cicala di John Updike (una raccolta di
racconti: mi approcciai a lui con questo libro, non certo il suo più famoso:
rimasi incantato dalle qualità estetiche della sua scrittura), due o tre opere
di Shakespeare contenute nello stesso libro dei ‘Meridiani’ (non importa quali:
è la lettura di Shakespeare in sé che mi estasiò), Odile di Raymond Queneau (ero
catturato dalle stranezze dell’Oulipo e dai tentativi di commistione
matematica-letteratura), Scritti sull’artedi Paul Valéry (raccolta di
micro-saggi che influenzarono molto il mio pensiero in costruzione), Sulla
poesia di Eugenio Montale (raccolta di micro-saggi, idem come per Valéry),
alcuni racconti e le poesie di Borges (raccolti anch’essi nei ‘Meridiani’: mi
affascinavano i labirinti di Borges, ma anche le qualità riflessivo-filosofiche
della sua poesia), Nera schiena del tempo di Javier Marías (ricordo che mi
catturò molto: ero immerso in qualche processo creativo per un disco dei
Marlene).
C’è poi – lo abbiamo capito mentre compulsavi il tuo “canone” privato – la
conclamata passione per Nabokov. Da dove nasce e perché è per te fonte di
ispirazione?
La mia passione per lui nasce con la lettura di Lolita e, subito dopo, con
quella di Intransigenze, spassosa e serissima al contempo raccolta di interviste
che rilasciò soprattutto dopo il successo di Lolita. Intransigenze fu un
magnifico regalo che mi fece colei che sarebbe diventata la mamma di mio figlio:
se già Lolita mi aveva appassionato per via di uno stile che recepii
immediatamente e del tutto istintivamente come magnifico, con Intransigenze mi
addentrai nell’abbagliante personalità di Nabokov, innamorandomene. Penso che
Nabokov sia il classico caso di “o lo ami o lo odi”: non tutti amerebbero
sentire uno scrittore sbeffeggiare Dostoevskij o Faulkner o Thomas Mann o
Balzac, per dire… Ammetto di essere affascinato dalla forza tonitruante di certe
opinioni: ci vuole coraggio ad averle, e lui aveva coraggio da vendere. I libri
fondamentali per me, sottolineando che non ho letto Ada (lo temo!) e altri tre o
quattro, sono Lolita, Fuoco pallido, Invito a una decapitazione, Il dono, Parla
ricordo, La vera vita di Sebastian Knight. E Pnin, per ridere tanto.
Il mondo rigurgita di orrori. Un manipolo di vecchi si sta bombardando con una
violenza equiparata alla vile scaltrezza. Che senso ha fare arte, allora? Che
senso ha la ‘bellezza’?
Siamo in un momento esacerbato, e cieco, e sordo: polarizzati e sempre più
incazzati vediamo il bianco o il nero e non siamo più disposti a comprendere le
sfumature, quelle che la tanto vituperata democrazia ci aveva insegnato con la
sua inevitabile pazienza, che non c’è più. L’arte temo possa fare poco. O
perlomeno: a livello individuale può fare tantissimo (io ad esempio spero che
non manchi molto al mio rifugiarmi in essa per fuggire dallo schifo intorno), ma
a livello di possibilità di ergersi a barriera del deragliamento temo di no, che
non possa farcela. Rileggo meglio la tua domanda: “che senso ha fare arte?” Beh,
come minimo può aiutare chi la fa a sganciarsi da questo pessimo mondo: è una
condizione a cui, come ho detto qua sopra, idealmente ambisco. Non so se ci
riuscirò: è un auspicio.
Nel tuo ultimo album, Stammi accanto, intuisco, consapevole o meno, una qualche
ricerca del sacro, un andare verso l’altro, l’oltre. È così? Siamo solo pappa
per vermi? Cosa resta di ciò che abbiamo fatto, vissuto, scritto?
Ci dev’essere qualche contraddizione in me, perché spesso mi si fa notare che
nonostante tutte le mie tiritere pessimiste i miei testi palesano una
spiritualità di qualche tipo, o ricerca del sacro, come dici tu… Forse quando
solletico il mio afflato scateno qualcosa dentro di me che lotta in sottotraccia
per non farsi vessare dal raziocinio: una latenza pronta a farsi viva quando
ritiene utile… O è semplicemente la mia parte più vera, che non sa arrendersi
nonostante tutto alla dialettica stringente della ragione. Non so che dire:
in Stammi accantoc’è una canzone, peraltro la mia preferita, che si chiama Cerco
il nulla, dove mi pare di esprimere un non so che piuttosto lontano dal sacro.
Ho solo 59 anni, tempo per vederci meglio e capirmi meglio ne ho ancora…
*In copertina: Cristiano Godano nel ritratto fotografico di Antonio Viscido
L'articolo “Detto da un sedicente artista è grave…” Il Canone Godano della
letteratura universale proviene da Pangea.
Il card. José Tolentino de Mendonça (Machico, Madeira, 1965) è prefetto
del Dicastero per la cultura e l’educazione dal 2022. Ha alle spalle una lunga e
riconosciuta attività di scrittore. La sua prima raccolta di poesie, Os Dias
Contados, è uscita nel 1990, lo stesso anno in cui è stato ordinato sacerdote.
Nel 2018 fu invitato da papa Francesco a predicare il ritiro di Quaresima per la
Curia romana e nello stesso anno quelle meditazioni sono state raccolte
in Elogio della sete (Vita e pensiero). Tra i suoi titoli più recenti in lingua
italiana ricordiamo: Una grammatica semplice dell’umano (Vita e Pensiero,
2021), Il papavero e il monaco (Qiqajon 2022), Estranei alla terra, (Crocetti
2023), Amicizia. Un incontro che riempie la vita(Piemme 2023). Il prossimo anno
l’editore Crocetti pubblicherà la sua ultima raccolta di poesie, Il centro della
terra.
Quali sono i suoi primi ricordi da bambino?
La prima parte della mia infanzia è stata africana e se dovessi riassumerla in
una parola, sceglierei la parola “vastità”. I miei primi ricordi riguardano
proprio la consapevolezza di quella vastità, del territorio come del
mare. Abitavo in una casa sulla spiaggia davanti al mare, nella località di
Lobito in Angola: quell’esperienza mi ha segnato profondamente, perché era
un’iniziazione allo stupore. Se penso ai primi anni di vita, da quando ho
coscienza e memoria, è questo lo stupore che poi mi ha sempre accompagnato.
Mi ricordo per esempio la scena dell’arrivo dei pescatori al mattino, dopo una
notte passata in mare, e le donne, le donne nere del popolo, che aspettavano
senza scarpe vicino all’acqua l’arrivo di quel pesce che sarebbe poi stato loro
compito distribuire. Era una scena di grande intensità, era l’immagine di un
mondo puro. Una volta ho letto che Omero usa circa trenta espressioni per
descrivere l’azzurro del mare senza ricorrere al termine “azzurro”. Lo descrive
in tante forme, lo descrive parlando del bianco, parlando delle voci, del sole,
delle navi, della fame umana, della bellezza delle grandi ricerche. Quando
ripenso a quegli anni penso a queste immagini, che il mare era azzurro, io l’ho
visto azzurro, ma l’ho visto azzurro nel bianco, nel verde, nel giallo, nel
marrone, nel nero. E tutto questo mi ha offerto l’inizio di una visione.
Queste suggestioni mi riportano a due poeti come Derek Walcott, al
suo Omeros ambientato ai Caraibi e al premio Nobel Saint John-Perse…
Sono due voci straordinarie per raccontare l’umanità, sono grandi testimoni
dell’umano.
Saint John-Perse in Italia non è molto conosciuto, nonostante il Nobel.
In Portogallo lo abbiamo tradotto di nuovo.
Anche in Italia, è uscita una bellissima versione di Amers a cura di Nicola
Muschitiello per le Edizioni Medhelan.
Mi interessa molto.
José Tolentino è stato creato cardinale nel 2019 da Papa Francesco
Ritorniamo alla sua infanzia, cosa accadde dopo l’esperienza africana?
Dopo i primi anni in Angola, con la decolonizzazione, tornai a Madeira, in
Portogallo, nell’isola “magica” dei miei genitori, di mia nonna che era una
grande raccontatrice di storie. Per me fu interessante passare dalla vastità
dell’Africa al microcosmo dell’isola perché fu un esercizio di
“concentrazione”. Anche se sicuramente non furono anni facili per i miei
genitori, perché in quel cambiamento persero la stabilità che avevano
conquistato, la casa, la vita di prima. Non erano sicuramente anni facili per
loro, ma io vissi l’arrivo nell’isola come un’esperienza nuova. Per esempio, in
Angola conoscevo soltanto due stagioni, l’inverno e l’estate. Lì non ci sono le
stagioni intermedie. E invece arrivato nell’isola ricordo una gita scolastica
per “incontrare l’autunno”, così la professoressa chiamò quell’esperienza.
Ricordo che raccolsi una foglia di un albero e rimasi fermo a guardarla… cercavo
l’autunno… Più tardi sperimentai l’esperienza di Rilke secondo cui il poeta è
una “conseguenza dell’autunno…”.
In Ares abbiamo preparato una biografia di Rilke per il 150° anniversario della
nascita. Quali sono i suoi autori di riferimento?
Per me Rilke è una memoria importante. Tra i miei primi punti di riferimento,
c’è stata la Bibbia, che mi ha sempre incuriosito molto, per la forza, la
bellezza e la densità della parola. In una famiglia cattolica come la nostra la
Bibbia era una compagnia e per anni fu praticamente l’unico libro che vidi nella
stanza dei miei genitori. Ma ci furono altre suggestioni di natura biblica.
All’inizio dell’adolescenza avevo un quaderno, una sorta di diario, dove cercavo
di copiare gli Spirituals afro-americani, non ero interessato tanto alla musica
o alla possibilità di cantare, quanto alla forza della parola. Mi piacevano
anche i Salmi e dopo di essi, piano piano, sono passato alla poesia, alla poesia
moderna e contemporanea. Prima con i poeti portoghesi e devo dire che il
Novecento è un secolo d’oro per la poesia portoghese, perché abbiamo una decina
di nomi assolutamente illuminati.
Quali autori consiglierebbe ai lettori italiani?
Uno non ha bisogno di essere consigliato, perché è già ben conosciuto ed è
Pessoa. Un altro è Herberto Helder, che è stato tradotto anche in Italia. Helder
è un poeta orfico nato nella mia stessa isola, anche se ha vissuto tutta la vita
a Lisbona. La prima poesia che ho scritto aveva come titolo “L’infanzia di
Herberto Helder” perché il mondo che ho trovato leggendo le sue poesie era per
me come uno specchio o una polla d’acqua, emersa dopo aver scavato, dove vedere
riflesso il mio volto.
Un’altra poesia che mi ha dato molto è quella Sophia de Mello Breyner Andresen,
una grande poetessa portoghese che aveva il fascino della Grecia e di tutta la
poesia greca. Nella sua poesia sono molto importanti gli odori, la visione, i
rumori. Penso di aver fatto il primo viaggio in Grecia grazie ai suoi versi.
E poi vorrei ricordare Eugénio de Andrade che è il nostro Quasimodo, la sua
lirica è di grande purezza e trasparenza e allo stesso tempo è come il suono di
un flauto che ha qualcosa di orientale. Infatti, il poeta preferito di Andrade è
Li Bai (Li Po) che è anche uno dei miei poeti preferiti. E mi ha iniziato anche
nell’ascolto a una poesia che viene da più lontano, non soltanto della Grecia o
dal mondo biblico, ma anche di un Oriente lontano dove, inoltre, la poesia
portoghese ha radici forti, penso a Camões o un altro poeta importantissimo
della nostra tradizione come Camilo Pessanha che ha vissuto a Macao e che era
molto stimato da Pessoa.
Quasimodo è poco considerato in Italia adesso e invece è un poeta importante.
È un poeta che ha detto molto e che “ha scritto nell’acqua” perché la sua è una
poesia “liquida”; dopo la “società liquida” di Baumann il termine sembrerebbe
negativo, invece, nella tradizione lirica “liquido” vuol dire vicino alla
musica, ha una dolcezza che non è ingenua, ma che è un tocco sapienziale,
profondo. Alla fine, penso che Quasimodo sia un grande erede di una luce, di un
fulgore che si trova in alcuni poeti latini.
Sulla tomba di Keats è scritto «qui giace uno il cui nome fu scritto
nell’acqua».
Keats è un autore che ha costruito un’opera straordinaria scrivendo le sue
poesie sull’acqua. Mi piace molto il concetto che Keats sviluppa di “capacità
negativa”, concetto che possiamo avvicinare all’esperienza negativa di cui parla
la mistica, e che alla fine è quel ritrovamento fondamentale che viene più dalla
passività di quando ci lasciamo incontrare, ci lasciamo trovare da una verità
più grande di quella che noi potevamo immaginare. È una visione analoga a quella
di san Giovanni della Croce che è uno dei miei riferimenti spirituali, un autore
a cui torno molte volte; so a memoria alcune delle sue poesie e a loro ricorro
come preghiera… lì c’è tutto.
Lei ha pubblicato il suo primo libro di poesia nel 1990 che è anche l’anno della
sua ordinazione sacerdotale, sembra che queste due vocazioni siano state
parallele; quali sono stati i primi segni della chiamata?
I primi segni arrivarono molto presto nella mia vita perché sono entrato nel
seminario minore a 11 anni. Forse a quell’età non si può ancora parlare di una
vocazione matura, ma si può dire che si ha una tensione a quel mondo, a quella
“voce”, a quello speciale rapporto con Dio e con l’esperienza religiosa. Vedevo
che l’esperienza religiosa era concomitante con il processo di coscienza di me
stesso. Era come un’“apparizione” a me stesso. Avere coscienza di noi stessi
significa che siamo una vita, una storia, che abbiamo un nome, un modo di
essere. La religione è sempre stata una chiave della mia vita. Da questo punto
di vista, non fu una sorpresa, sicuramente anche per l’ambiente familiare, il
mondo dove sono cresciuto che era profondamente religioso, ma fu una scelta, un
viaggio, un “nomadismo” al quale mi sentii chiamato molto presto.
Quali sono le sue preghiere preferite?
Vorrei richiamare i miei incontri con Mario Cesarini, il poeta surrealista più
importante del Portogallo, autore di alcune delle più belle poesie del Novecento
portoghese. Era un uomo profondamente credente, ma il suo rapporto con il
cristianesimo era molto conflittuale, aveva però una passione assoluta per
la Salve Regina e quando mi incontrava mi faceva recitare la Salve Regina, una
preghiera che prima recitavo in modo ordinario… ma vedendo la profonda emozione
di quest’uomo senza pratica religiosa nei confronti della Salve Regina, ho
cambiato il mio atteggiamento di fronte a questa preghiera che è diventata
presenza quotidiana nella mia vita. Non solo perché la ripeto ogni giorno ma
perché corrisponde a una sorta di illuminazione, mi piace ripeterla in latino
come l’ho ascoltata da questo poeta. È una preghiera di straordinaria bellezza.
Ho fatto questo esempio per ribadire che i poeti, anche quelli più inaspettati,
sono dei veri maestri spirituali. Un poeta prepara sempre la nostra anima per
una grande esperienza spirituale. Sono le “levatrici” della nostra anima.
Mario Cesarini ha rivelato la Salve Regina a me che ero seminarista… Vorrei poi
ricordare un’altra poetessa, la già citata Sophia de Mello Breyner Andresen,
persona, come dicevo, affascinata dal mondo greco e senz’altro più vicina a
Atene che a Gerusalemme: lei considerava il Magnificat come la poesia più
straordinaria che lei conoscesse. Diceva che le grandi poesie, anche quelle di
Omero sono così, non hanno un autore, è come se fossero sospese nel tempo da
sempre e le possiamo cogliere e fare nostre in un modo molto più radicale di
tutti gli altri testi. Devo dire che il Magnificat è sempre una preghiera che mi
fa tremare di gioia. Perché forse ritrovo quella vastità che mi ha stupito nel
mio primo sguardo al mondo. “Entusiasmo” è una parola che descrive bene
il Magnificat, mi piace l’entusiasmo con cui Maria pronunciò quelle parole. Un
altro mio riferimento per la preghiera è il Cantico dei Cantici, un testo
bellissimo che ho anche tradotto in portoghese.
Del Cantico è uscita una bella edizione di Giuseppe Conte per Il cenacolo delle
Arti, le raffinate edizioni di Lamberto Fabbri.
Mi piacerebbe vederla, io conosco la traduzione di Guido Ceronetti, che è anche
molto interessante. Sono molto interessato a tutto quello che riguarda la
traduzione.
Ceronetti è l’uomo della parola scorticata.
Ma quella ferita che resta dopo la lettura è un dono che rimane.
Il Qoelet di Ceronetti è straordinario…
È straordinario. A me interessa molto la poesia tradotta da poeti, da scrittori,
perché c’è un corpo a corpo con la parola, che ti introduce in un’esperienza
nuova.
Tra i miei salmi preferiti c’è l’87/88 che è forse il più disperato del
Salterio… quasi un viaggio nella terra dei morti…
…Che alla fine è anche il mondo dove abitiamo. In fondo quella disperazione è un
modo di rivelarsi dell’umano nella sua verità più profonda. E questi sentimenti
estremi, sia quelli provocati da una disperazione sia da una grande gioia,
colgono l’umano nel suo stato flagrante. Per questo dobbiamo ascoltare i
disperati e gli entusiasti, tutti e due, dobbiamo in una mano accarezzare il
dolore e nell’altra sostenere la gioia.
Mi ha colpito lo splendido commento del card. Ravasi al Qoelet, quando
suggerisce l’idea che la Sacra Scrittura racconti l’abisso per dire che Dio è
consapevole di quanto profondo possa essere il dolore umano.
E quella è un’umanità vera, senza risposte facili e banali, è un’umanità davanti
al Mistero, alla notte del mondo, all’enigma di sé stesso, al senso non soltanto
penultimo che tante volte sembra esaurire la realtà, ma il senso ultimo, il
“perché”. Il perché alla fine è la nostra “sala parto” perché, quando
affrontiamo il “perché” diamo al verbo nascere un’opportunità di coniugarsi nel
presente.
C’è tanta disperazione tra i giovani e io credo che quella che Benedetto XVI una
volta chiamava via pulchritudinis può essere una via per avvicinarli a un senso
di stupore, alla vita, per non cadere nella disperazione, perché hanno bisogno
di autenticità e di fronte alla bellezza c’è autenticità.
La bellezza cambia la temperatura: è un brivido, una ferita, ci offre, anche se
in un modo limitato, un’esperienza di verità, di assoluto, che allo stesso tempo
appartiene e non appartiene a questo mondo. Nell’arte noi sperimentiamo questo.
Una vicinanza a una perfezione, che tante volte solo un’imperfezione rende
visibile, ma una vicinanza a una perfezione che è come una piccola tremula luce
che ci fa vedere il fondo della strada.
Alessandro Rivali
*L’intervista realizzata da Alessandro Rivali sarà pubblica sul prossimo numero
di “Studi Cattolici”
In copertina: Gaetano Previati, Notturno o Il silenzio, 1908
L'articolo “Un’iniziazione allo stupore”. Dialogo con José Tolentino de Mendonça
proviene da Pangea.