È stato Eugenio Montale, parlando di ornitologia lirica, a eleggere l’upupa ad
animale-totem della poesia. Una fotografia scattata da Ugo Mulan nel
1970, Montale e l’upupa, testimonia una somiglianza rapace. L’upupa, “nunzio
primaverile”, “aligero folletto”, fa mostra di sé in Ossi di seppia: l’“ilare
uccello calunniato/ dai poeti” sigilla in realtà uno dei miti più lugubri del
canone greco. In upupa, infatti, fu tramutato Tereo, re di Tracia, dopo aver
pasteggiato con le carni del figli Iti, imbanditogli per vendetta dalla moglie,
Procne. Tereo aveva violentato la sorella di lei, Filomela, per poi mozzarle la
lingua, che nella versione raccontata da Ovidio vediamo “pulsare rotolando/ come
si dibatte la coda recisa di un serpente”. Secondo il mito – narrato nel VI
libro delle Metamorfosi, ma anche, con premurose varianti, da Apollodoro e da
Igino (per cui Tereo fu volto in falco) – Procne divenne rondine e Filomela
usignolo. A dire di Robert Graves, il grande poeta e mitografo, il mito traduce,
per spiragli, l’antica era del sacerdozio femminile: Procne sarebbe “una
profetessa che cadeva nella trance profetica dopo aver masticato foglie di
alloro” e che “traeva auspici dai visceri di un fanciullo sacrificato in onore
del re”. Nel Corano l’upupa appare nella Sura XXVII: l’uccello, il più sapiente
e altolocato – per via della cresta-corona – svela a Salomone segreti sulla
regina di Saba. Nella Bibbia, l’upupa è elencata tra “i volatili… obbrobriosi”
(Lv 11,13 ss.), su cui grava interdizione, divieto di pasto, insieme a
pipistrelli e cicogne, falchi, corvi e gufi. Tale anatema non riguarda usignoli
né rondini.
Intorno a tale mito, Carmen Gallo ha costruito Procne Machine (Einaudi, 2026),
concept album di raggelata bellezza, che comincia cantando le rondini (“Nello
slargo della piazza/ si rincorrevano felici o furiose, non saprei dirlo”) e
termina con un quadro di Max Ernst. In mezzo, una trincea di prose che
setacciano i rivoli del mito – tra Aristofane e Lou Reed –, un poemetto, Le
metamorfosi, che si snoda come una filastrocca horror, una sessione di
traduzioni da cui spicca la rondine di Tennyson. A mio giudizio, il poeta più
animalesco di tutti – e forse il più bravo, se in poesia hanno poi senso
aggettivi e regni – è Ted Hughes, il tenebroso marito di Sylvia Plath; lo
scrittore che ha descritto le rondini – “creature gioiose e pure di spirito,
estranee alle angosce umane” – meglio di tutti è Henry Williamson, in Tarka la
lontra, romanzo di suprema potenza. Ma questi sono dettagli. In Procne machine,
libro scritto con estro ‘modernista’ – tra l’altro, Carmen Gallo ha tradotto La
terra devastata di Eliot nel 2021, per il Saggiatore –, solidissimo, tutto
intelletto, spiccano i temi del sopruso, della violenza, della castrazione
domestica, della patrilinearità nel male. È un libro che flirta con quelli,
rivoluzionari, di Anne Carson, in sorellanza con i metodi di Hannah Sullivan,
tra gli audaci poeti britannici di oggi: si legga Tre poesie, libro da poco in
Italia per Crocetti, introdotto proprio dalla Gallo. Che l’autrice abbia paura
degli uccelli – “Ho sempre avuto paura di voi” – rende il libro un
esperimento in picchiata, su cui domina un’aura da film di Hitchcock.
Genesi. Come nasce questo libro, metamorfico?
Era un po’ di tempo che il mito di Procne e Filomela mi tornava in mente, e a
lungo ho cercato una forma per attraversarlo. Alla fine, ho intuito che cambiare
spesso forma era forse l’unico modo, per me, per ridare voce alla lingua
tagliata di Filomela che è da sempre anche la lingua tagliata di chi scrive
poesia, che deve ogni volta ritrovare le ragioni profonde per uscire dal
silenzio e cantare (ancora). Così nel libro si avvicendano liriche più
tradizionali, prose minime (in realtà, un montaggio straniante della stessa
scena attraverso i secoli), un lungo poemetto narrativo con voci dall’aldilà (in
dialogo con Ovidio, Leopardi, Kafka), traduzioni di poesie dal Romanticismo in
poi, un’ecfrasi di un quadro surrealista di Ernst.
Fonti. Vedo Eliot, ti è piaciuto rimeditare “Foe”; è un libro, il tuo, che
piacerebbe a Anne Carson. Non vedo, tra i tanti convocati – in ragione del tema
e della trama – Ted Hughes, Robert Graves, Ritsos. Insomma: vorrei ragionassi
sui modi con cui l’intelletto si coagula all’ispirazione – senza soggiogarla,
spero.
Sono tante le voci che si sarebbero potute convocare: dai lais di Maria di
Francia a Bianca among the nightingales di Elizabeth Barrett Browning alle
riscritture mitologiche di Christa Wolf e Margaret Atwood, ma anche fuori dalla
letteratura si può pensare alle farfalle meccaniche di Rebecca Horn e i ragni di
Louise Bourgeois. Tuttavia, lo scopo dell’inchiesta ‘volatile’ del libro non era
quella di ricapitolare o esaurire quanto scritto sull’argomento, ma provare a
riattivare quanto della nostra millenaria relazione con gli animali, e con gli
uccelli in particolare, è ancora capace di illuminare zone buie della nostra
esperienza della realtà. In questa idea di mettere le mani nella tradizione,
sperimentando con le forme più diverse, facendo dialogare passato e presente,
devo sicuramente molto a Anne Carson e alla sua spregiudicatezza nel ripensare
le convenzioni dei generi.
Se posso dirmi comunque eliotiana, invece, è perché ho cercato di fare mio –
almeno nelle intenzioni – quanto Eliot scrive dei poeti metafisici inglesi,
elogiandone la capacità di tenere insieme pensiero ed emozione, di riuscire a
far ‘sentire’ il pensiero con la stessa immediatezza con cui si percepisce
l’odore di una rosa. So che è questa solo una delle possibilità della poesia; so
che esiste poesia straordinaria in cui la dimensione del pensiero può essere
lasciata da parte a favore della pura emozione, estasi, visione; so che esiste
poesia straordinaria che spesso rischia di inaridire la necessità della lingua
poetica con il troppo pensare. Io non riesco a rinunciare – finora, ma non è una
scelta definitiva, forse è solo una tappa– a questa possibilità di usare la
poesia come strumento di una conoscenza più profonda di noi e del nostro stare a
questo mondo. Penso spesso ai versi di Antonella Anedda “Se ho scritto è per
pensiero/ perché ero in pensiero per la vita” (da Notti di pace occidentale) e
alle parole di Amelia Rosselli, “Scrivere è chiedersi com’è fatto il mondo”.
Lei è Carmen Gallo
Sorgenti. Come hai scritto un libro così? Sì, è proprio questa la domanda: come
si passa dal poemetto gotico-fiabesco “Le metamorfosi” a “Procne Machine” a
“Traducendo Keats”. Continuità, scollamento. Dov’è la sorgente? Facci entrare
nella tua mente.
Non è facile spiegare, e non tutto è sempre, dall’inizio, un fare consapevole.
Credo si proceda per accumulo e associazione di spunti significativi che si
sedimentano per mesi, anni. Da qualche tempo non mi interessa raccogliere in
volume testi eterogenei, ma lavorare sin dall’inizio a un libro di poesia
compatto. L’idea è quella, credo, di cercare una verticalità o una profondità
che scongiuri la dispersione orizzontale, la parola oziosa, se si vuole il
narcisismo (comunque ineludibile) del racconto estemporaneo di sé. Nel
fortissimo rumore di fondo che ci circonda – dentro e fuori il mondo della
poesia – lo percepisco come un atto quasi di responsabilità, o meno
enfaticamente di auto-legittimazione alla presa di parola.
Tutto è iniziato dalla sezione Procne machine: la macchina che rimastica il mito
attraverso i secoli. Non volevo riscrivere il mito di Procne e Filomela, volevo
mettere in serie, come in una catena di montaggio, tutti i pezzetti della loro
storia, come fa Filomela – nella versione ovidiana – quando riesce a ricamare su
brandelli di stoffa l’orrore della violenza che ha subito. Poi scavando negli
elementi del mito, le riverberazioni di questa storia sono arrivate fino a
colpirmi nella mia dimensione autobiografica (in “Aprile”) e nella mia passione
più grande, la traduzione intesa come gesto di ‘dare voce’ ma anche di ‘imporre
la propria voce’ in “Traducendo Keats”. Il filo conduttore è quello del ‘canto
(ancora) possibile’. La progressiva estinzione del canto degli uccelli e le sue
ricadute sulla nostra percezione e comprensione del mondo da cui prende avvio il
libro mi ha fatto pensare al compito della poesia come ‘canto’, alla sua
interdizione (Filomela), alla necessità di imparare a cantare con gli altri (la
traduzione), cercando però di trovare ogni volta la propria voce e soprattutto
un canto in dialogo con la storia, con la realtà, che non sia mero esercizio
letterario. In Le metamorfosi lascio la parola a due uccelli impagliati
(l’usignola e la rondine del mito diventano oggetti, soprammobili, macchine
canore): volevo esplorare un coro di voci, animali e post mortem, capaci di
cantare le mostruosità ordinarie degli umani.
Mito (cioè: etica). Un libro scritto per le “femmine che cantano”? Nel mito che
risussurri – che ri-compi più che ricomporre – ci assale l’antico tabù della
madre che scanna il figlio. Ancora: a cosa ci serve far legna nel mito,
deragliare lì, oggi?
Il libro non è scritto per ‘le femmine che cantano’, ma ha al centro delle
femmine che cantano, o almeno ci provano. Se posso emozionarmi fino alle lacrime
leggendo il passo dell’Iliade in cui i soldati difendono il cadavere di
Patroclo, pur non avendo alcuna esperienza militare, credo bene che sia
possibile per chiunque leggere questo libro senza considerarlo un libro ‘per
femmine’, ma accettando l’invito a sentire parimenti l’orrore della violenza che
investe da secoli i corpi delle donne e li lascia simbolicamente insepolti, non
riconosciuti. Ripartire dal mito per farlo deragliare (grazie dell’espressione,
molto adatta) può essere un modo per far risalire in superficie qualcosa che è
nascosto e ci parla adesso in modo diverso. In fondo, è nella natura stessa del
mito essere rielaborato, ripensato, ri-mediato. Come tutte le cose umane, il
mito è inscritto nel tempo ed è in dialogo con chi lo legge e lo ripensa nel
proprio tempo che continua a tramandarsi. Si pensi a quanto parla oggi a noi, in
modo diverso, il mito di Fetonte, per esempio, che per esuberanza e incompetenza
arriva quasi a distruggere il mondo incapace com’è di tenere le redini del carro
del sole. Io ho scelto il mito di Procne e Filomela perché, nella tradizione che
lo tramanda, ci costringe a interrogarci sulla violenza, subita e perpetrata, ma
anche su una certa ottusità nel modo in cui viene raccontata.
Acquaforte del XVIII secolo che raffigura il mito di Procne, Filomela e Tereo
secondo Ovidio
Smitizzare il metodo. A che pro, ancora, perimetrare sé e il mondo con la
poesia?
È proprio questo il punto di partenza del libro, che rischiava però di essere
anche il punto di arresto. A che serve scrivere ancora poesia. La lingua
tagliata di Filomela (e più avanti nel libro quella di Friday di Coetzee) per me
significava anche quello (non solo quello): l’impossibilità di dire, la rinuncia
a dire dinanzi a ciò che di terribile accade intorno a noi. E ancora peggio, per
quanto suoni retorico: se esiste la possibilità di una poesia il cui scopo non
sia estetizzare, ‘rendere bello’ con il suo canto, a volte persino intrattenere
o consolare in modo troppo facile (se una consolazione c’è nella poesia non è
nell’oblio o nell’assoluzione, ma nella comprensione e nella condivisione più
profonda). Forse, se in questo libro ‘metamorfico’ cambio spesso forma è anche
per mostrare questa ricerca costante, per mettere in scena l’irrequietezza di un
canto che resiste solo trasformandosi, cercando nuove possibilità.
Canone ornitologico. Potremmo raccontare la poesia italiana secondo criteri
ornitologici: l’assiuolo di Pascoli, l’upupa di Montale, il passero di Parini e
di Leopardi, il cardellino di Saba… E tu, che alato sei, perché?
Domanda difficile per una che è terrorizzata da tutti i volatili. Gli unici
esemplari che temo di meno forse sono le rondini. Mi piace il loro profilo
stilizzato, quasi disegnato, irreale, i loro nidi sotto le grondaie anche in
città, l’irrequietezza del loro volo chiassoso, il loro viaggiare sempre verso
sud quando è tempo di svernare, la promessa che torneranno, che ogni cosa anche
se trasformata in qualche modo ritorna.
*In copertina: fermo immagine da “Gli uccelli”, il film di Alfred Hitchcock del
1963
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donne violate proviene da Pangea.
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Roma mia, non morirò più (La Nave di Teseo) di Aurelio Picca non è un semplice
romanzo ma l’autobiografia carnale e celestiale della Capitale. Un coro di voci,
un referto visionario e ruvido dell’Urbe, dei suoi spettri, della plebe antica e
dei nuovi popoli degli abissi che la attraversano; e soprattutto dei mondi che
ancora la distinguono, alludendo al suo segreto.
Terzo capitolo della sua trilogia capitolina, dopo Arsenale di Roma
distrutta e Il più grande criminale di Roma è stato amico mio, con questo libro
Picca, tra gli scrittori italiani più intensi e ancestrali, porta il lettore in
un corpo a corpo con i mille volti della città in un viaggio per “cartoline”,
che va dalle catacombe agli incontri con Amelia Rosselli e Mario Schifano, dalle
erbacce che divorano i monumenti ai riti e miti del suo passato divo e
originario.
Un Atlante, un bestiario e allo stesso tempo un safari urbano – o meglio un
pellegrinaggio frazeriano – nel Cuore di Tenebra di Roma.
Lo stile di Picca, si muove tra questi ‘regni’ alternando pagine verticali,
sacrali, quasi oracolari, a capitoli orizzontali che ricordano la cronaca
trecentesca di Cola di Rienzo e la crudele magnificenza dei sonetti del Belli.
Offrendo al lettore l’affresco balzacchiano, la confessione epistolare di una
città insieme inaccessibile e opulenta, carnale e mutevole, che solo l’autore sa
scorgere e rivelare in tutta la sua grazie maledetta. Per meglio conoscere
quest’opera abbiamo intervistato l’autore all’ultimo piano della torre della sua
Velletri.
Partirei dall’inizio. Perché Roma mia, non morirà più? Come nasce questo libro?
Il titolo mi abita da circa vent’anni. In origine doveva essere il nome di un
poema dedicato a Roma. Mi ronzava in testa l’idea di un’opera civile sulla
Capitale come lo era stata a livello nazionale L’Italia è morta, io sono
l’Italia, e questa formula è rimasta lì, sedimentata. A un certo punto mi è
parso giusto, oltre che bello, consegnarla a questo libro. Anche perché il
titolo contiene una sfumatura che ne racchiude il senso.
Cioè?
Non è “non morirò mai”, è “non morirò più”. Non è l’eternità dichiarata fin
dall’inizio; è una scoperta, una svolta.
Cosa significa?
“Non morirò mai” presuppone che tu sappia da sempre di essere immortale: quasi
fossi una divinità, una creatura eterna. “Non morirò più”, invece, implica
l’aver conosciuto la morte. È la scoperta di una sopravvivenza e di una
rigenerazione dopo aver attraversato una fine. Quel “più” racconta il viaggio
che ho fatto.
Quando inizia questo viaggio?
Se devo dargli dei confini, comincia venticinque anni fa, all’inizio dei
Duemila. Dal punto di vista della scrittura si chiude, formalmente, l’anno
scorso. In questo quarto di secolo ho ripercorso Roma: nord, sud, est, ovest. Ma
“ripercorrere” vuol dire anche rivedere e ricordare: luoghi, paesaggi urbani e
campestri, quartieri, personaggi. Incontro artisti, certo; ma incontro anche
quelli che erano “plebe”, e adesso sono farmacisti, commessi, bodyguard. Ne
viene fuori un libro costruito per “cartoline”. Ogni titolo è una cartolina,
ogni luogo è una cartolina: serve a rendere la misura del viaggio, e forse anche
a sdrammatizzarla. Questo perché la cartolina è leggera, rapida; eppure è pur
sempre una forma di testimonianza, di ricordo, quasi fosse una cicatrice e un
amuleto.
Perché scegliere una sorta di cronaca di Roma, dei suoi regni perduti e dei suoi
regni nascosti?
Negli anni ho scritto molti “pezzi” destinati a raccontare Roma anche con un
taglio realista, da cronachista. Questo mi ha costretto, ma anche permesso, di
realizzare un doppio livello: da una parte l’energia creativa, il desiderio di
raccogliere la profondità della realtà “a sangue caldo”, come se fosse una
faccenda corporea e condizionata da una fisicità sensitiva, sensoriale,
sensuale; dall’altra un elemento “a sangue freddo”, quasi chirurgico, di
osservazione dei dettagli, di dura descrizione. Non solo dei luoghi, ma delle
cose, delle atmosfere, delle persone. C’è, dietro, una vecchia concezione
realista: non soltanto vedere ciò che gli altri non vedono, ma anche restituire
– con un’angolazione diversa – ciò che tutti vedono.
Quindi una cronaca non giornalistica, ma una storia totale, complessa e ricca di
orizzontalità…
Sì, anche se pure nella storia più “oggettiva” avviene sempre una
trasfigurazione. La parola non coincide mai con ciò che racconta: la cambia,
come un colore cambia un oggetto, trasfigurandola in modo da mostrarne l’essenza
nascosta. Però volevo restituire anche il senso della cronaca: un racconto
continuo, un gettare cartoline una dopo l’altra, con l’illusione – necessaria –
di poter raccontare tutta Roma. Un piccolo manuale simbolico, un condensato che
tenta di raccogliere la città intera tramite la sommatoria delle sue sezioni.
Volevo mostrare, quindi, come si faceva nelle macellerie antiche, “tutti i pezzi
della bestia”: i muscoli, le ossa, il cuore, la testa, i quarti sezionati di
questa città mostrati nella loro visceralità, come se fossero appena stati
estratti da un mattatoio. Quartieri, persone, mezzi di trasporto sono così
condensati una emblematica collezione delle membra di quella creatura che è
Roma.
E dentro questa bestia c’è anche la metamorfosi: la fine della Roma plebea e
l’inizio di una Roma in parte demitizzata, ma ancora piena di segreti. Come
cambia tutto questo?
Non parlo di fine, ma di metamorfosi. Restano cocci, schegge e frantumi
dell’antica plebe, ma non si può più chiamarla così. Nel libro restano punti che
richiamano l’antica plebe, ma via via si vede la trasformazione che essa ha
subito. E c’è l’ostinazione di chi cammina, e vorrebbe ancora riconoscerla: la
cerca sotto corpi in mutazione. Quando scrivo di San Basilio, e vado a vedere il
presepe umano di certi angoli, cerco negli anfratti le vestigia del passaggio
della plebe. Ma lì vedo il cambiamento. Ciò che è perduto e ciò che resta. Se
esiste ancora una plebe, non è più la plebe di Belli o di Pasolini. È un’altra
cosa. E ogni tanto riaffiora il criminale, ma non è più l’animale ferito che
esce dal bosco come Atteone, trasformato in cerbiatto, trafitto dai dardi dei
cacciatori. Ora ha i segni di una città che non è mai diventata davvero
metropoli, è diventata piuttosto una distesa, una entità che cresce per
addizione, senza confini, divorando e allargandosi nel Lazio. Ho voluto perciò
scarnificare questa Roma per andare a vederne l’essenza oltre i travestimenti
contemporanei.
In alcuni passaggi Roma sembra un “cuore di tenebra” urbano. In altri sembra un
arcipelago: isole diversissime con un mito comune. Qual è la sua idea di Roma?
Partirei dicendo che il vecchio schema centro/periferia, Parioli e le borgate,
non esiste più per come lo intendiamo. Oggi il centro si è esteso alla periferia
e la periferia ha invaso il centro. Per questo valgono entrambe le immagini.
Roma conserva qualcosa di arcaico, di anacronistico, perciò appare “esotica”: ti
trovi in periferie che sembrano avere un centro e subito dopo in un seguito del
centro che non è più Roma, non è più niente. È Africa conradiana e sommatoria di
isole sconosciute insieme, ma entrambe chiedono di essere esplorate. E poi,
antropologicamente, Roma non è diventata mai metropoli nonostante i tentativi: i
romani restano aggrappati ai luoghi fondativi, ai loro colli. Alla fine è un
arcipelago sgretolato. Ma dentro quella dilatazione c’è una giungla di
stratificazioni: non tutte hanno raggiunto l’ultima fase evolutiva, molte sono
ancora in trasformazione.
Nel libro compaiono anche figure di una Roma che non c’è più: facchini,
madonnari, categorie scomparse o ridimensionate. È una forma di nostalgia?
No. Non sono nostalgico. Se esiste una nostalgia che posso provare è solo
quella per una nudità primigenia, legata a un’infanzia feroce. Strade più nude,
più abbandonate di adesso. Quando Roma era davvero una città più piccola e
perciò immensa. Roma, invece, oggi si dilata, come fa dal dopoguerra in poi,
fino al Grande Raccordo come confine cementizio, mentre facendo ciò continua a
restringersi. La nostalgia, quindi, semmai, è per quella nudità che sapeva
ancora di fraternità con le proprie radici feroci e animiche, con le parentele
con etruschi, latini e albanesi e tutto quel pulviscolo originario.
Una confidenza con radici feroci e arcaiche.
Si. È una Roma più ventrale, più viscerale. Quando non c’era la fuga “a nord”,
non c’era la deriva verso la Cassia che ne ha mutato la geografia e perciò il
carattere. Era una Roma più animale, più istintiva, segnata da ferocia naturale,
non perversa. La ferocia di oggi è, invece, finta e repressa, e perciò
pornografica. Non mi interessa. A me piace la Roma che si ritrova verso il
proprio confine meridionale, quella che va verso i Castelli, i lidi degli
imperatori, Nettuno e Anzio, che è più istintiva e crudele, in cui esitano
ancora le ombre dei fondatori. Però, ad onore del vero, anche in alcune, poche,
parti settentrionali della città si può trovare questo spirito.
Sono mutati anche i romani: che fine hanno fatto ad esempio i fagottari…
Anche loro sono cambiati: quelli antichi erano pellegrini innamorati, che
portavano con sé i loro pasti custoditi in vecchie tovaglie; i nuovi fagottari
sono spesso turisti globali con la busta di plastica e l’acqua minerale. O
peggio sono gli stessi romani che vivono la loro terra da turisti.
In definitiva, cos’è Roma oggi?
È tanta e poca insieme. Arcaica ed espansa, stratificata e nuda. Una città che
si trasforma continuamente senza compiersi mai del tutto. Non morirà più perché
ha già incorporato le proprie morti nella leggenda.
Nel suo libro, oltre all’atlante e al bestiario, c’è una forte presenza di mito,
sacro, visione: elementi che attraversano tutta la tua opera. Che ruolo hanno
qui?
Nascono dalla volontà di non accontentarsi dell’apparente: dalla non
accettazione della realtà così com’è. Attraversare un territorio significa
scioglierlo, retrarlo, costruire una mappa nuova su sé stessi a partire dalle
mappe vecchie, dai ricordi, dagli smarrimenti. In questo attraversamento –
infernale, purgatoriale, perché no paradisiaco – c’è l’intenzione di guardare
nell’abisso: non per fotografarlo, ma per sentirlo. E qui che le cartoline si
fanno cicatrici e talismani.
È quasi una reliquia.
Esatto. È anche un piccolo enigma. Ci sono cartoline scritte con grafie
illeggibili, lingue indecifrabili: devi imparare a leggerle, colme di detti e
non detti. Non tutti conoscono la geografia, pochi hanno la confidenza con i
luoghi e sanno davvero visitarli. E sì, possono essere reliquie: come le
reliquie del Divino Amore. Ogni frammento così conserva un residuo sacro, anche
quando sembra semplice cronaca.
Il mito esce dalla porta e rientra dalla finestra: perde la Roma animale e
popolare, ma può ritornare. Secondo lei il mito rinasce sempre o muore?
Non muore, ma può cambiare. Non sparisce, ma può nascondersi. Il mito è
potentissimo perché è in larga parte indecifrabile. Noi gli diamo nomi – Ercole,
Diana, Atteone – ma in realtà è qualcosa senza nome. Non appartiene alla storia,
forse appartiene di più alla leggenda. E la storia ha infinite riscritture; la
leggenda, invece, è trama invisibile e per questo è più vera: nessuno può
aiutarci, se non i poeti.
Il mito è una calligrafia del mistero?
Sì: è la radice della stessa immaginazione. Io sono legato, per esempio, al mito
dell’approdo di Enea nel Lazio: Virgilio lo consegna come leggenda, ma l’idea
che un uomo arrivi con il fuoco di Troia dentro di sé e con quel fuoco fondi
Roma è una cosa che si deve sentire. Il mito è un racconto antropologico,
sensitivo, sensoriale. Sono i sussurri e i segreti del tempo fuori dalla storia.
È anche sensualità?
Certo. E mi viene da dire, esagerando, che bisogna nascere dentro il mito:
perché il mito è uno stato di grazia. E lo conosci solo se gli appartieni.
Che ruolo ha quest’opera dentro la sua trilogia su Roma e nella sua opera?
La trilogia è “insaputa”: non avevo alcun progetto di scrivere tre libri che
contenessero ogni volta, la parola Roma. Sono venuti da sé. Il primo è una sorta
di racconto lungo: un attraversamento dall’infanzia alla maturità di alcuni
ragazzi che, nel passaggio delle cose, vedono Roma cambiare. È un’avventura di
vita. Il secondo è la storia di un’amicizia, e insieme di un ragazzo che fu
forse l’ultimo criminale feroce romano: e non è improprio parlare di ferocia
“pagana”. La ferocia, a Roma, non è, del resto, un accidente: è pane quotidiano,
è rito pagano che affiora sotto la superficie cristiana. Basta pensare ai miti
del Tempio di Diana, al Ramo d’oro, alla continuità sotterranea tra sacro e
violenza. Quei criminali erano intrisi di quella sostanza.
E quest’ultimo?
Il terzo libro, invece, se vogliamo dirla così, è anche un regalo che mi faccio:
avere attraversato e descritto parti di città che non esisteranno più oltre che
a quel che resta. Alla fine ciò che brilla è anche ciò che non c’è più. Penso a
un luogo come l’ippodromo di Tor di Valle: per un ragazzo di oggi non significa
niente, eppure era un pezzo di mondo. Penso ai “cavallari”.
Che immagine ne ha?
Ricordo che stavano alla Cecchignoletta, dentro un frammento del castello di
Alessandro Borgia — che loro non sapevano nemmeno chi fosse. Questa è una
“vestarella” di Roma e dei romani: mescolare sacro e profano, abitare un luogo
carico di storia e sacralità senza possederne la coscienza. Una partecipazione
inconsapevole al mito e alla leggenda, che per riflesso li rendeva belli: nudi,
grandi, innamorati dei cavalli. Giocavano con quel passato e lo vivevano come
gli antichi, mentre — paradossalmente — i romani di oggi sono schiacciati dal
suo peso anche quando non “sanno” in cosa esso consista. O forse sanno e non
vogliono dirlo. Non vogliono dirselo: non vogliono ammettere di essere ancora,
in qualche forma, quegli uomini nudi e feroci. Anche perché lo sono, ma
diversamente. Ho scritto questo libro anche per ricordarglielo: che sono davvero
così, che quella genìa esiste ancora. Quindi sì: ho raccontato ciò che non
esiste più — perché alcuni luoghi sono stati abbattuti — ma ho raccontato
soprattutto ciò che esiste ancora, cioè l’interiorità di Roma e dei romani. Lo
smemoramento eterno: maschio e femmina, nudo e vestito, nobile e plebeo;
conquistatore e conquistato; arricchito e miserabile; ladro e piccolo borghese;
inquisitore e vittima. Il setaccio della storia cambia le forme, i riti, i
ruoli; ma quell’anima resta. E io la richiamo in faccia a chi finge che non ci
sia.
È un libro testamentario?
Lo è nel senso più concreto: racconta il primo quarto di secolo di questo
millennio con le sue metastasi, senza mai recidere il passato che la città si
porta dentro. Un passato che formalmente è finito, ma in realtà è interminabile:
l’ho limitato per ragioni editoriali, fisiche, e anche per discrezione; però
contiene già in sé il germe dell’illimitatezza, perché ogni punto toccato è un
punto suscettibile di ulteriori dilatazioni. Roma è riconoscibile e insieme
esotica: ci sono luoghi, a cinque chilometri dal centro, senza indicazioni;
entri e diventa concentrazionario, ti stringe, non sai più come entrare e
soprattutto non sai più come uscire.
Il suo stile non nasce solo da Roma. I libri romani sono quasi una parte
minoritaria rispetto a un’opera che attraversa l’Italia e non solo.
Certamente, ciò che faccio con Roma in questo libro l’ho fatto anche altrove.
Pensa a Urbino: ci andai, dopo due giorni scappai perché mi sembrava una città
concentrazionaria che mi strozzava. Poi lessi di via Volta della Morte, seppi di
un omicidio, e rimasi sei mesi: l’ho setacciata quanto Roma e ne è uscito un
romanzo nero, un giallo antropologico. Un racconto nascosto dentro il volto
sfigurato di Federico da Montefeltro nel ritratto di Piero della Francesca. In
fondo è la stessa dinamica degli altri miei libri: attraversare un corpo.
Perché forse sì: la mia opera è un attraversamento dell’Italia come organismo.
E L’Italia è morta, io sono l’Italialo dice brutalmente: l’Italia è un accumulo
di tombe, di cimiteri; il viaggio in Italia è un viaggio cimiteriale, è
conoscere una madre di fantasmi. Questo mi rinnova: sentire, quasi fisicamente,
i galeoni degli spiriti etruschi che ti camminano accanto. Ma non voglio essere
frainteso. Si tratta di un modo di percepire il paesaggio come memoria
incarnata. Ancora oggi rifaccio l’Appennino per “rivalicare la colonna
vertebrale” d’Italia, per immaginare l’accento osco, osco-emiliano, per sentire
la lingua come roccia. È un viaggio corporeo, ma anche animico.
E di cosa si nutre?
Di vita, ma soprattutto di letture: all’inizio, molto Ottocento francese, e poi
la grande tradizione degli scrittori italiani detti provinciali. Io sono sempre
stato attratto più dall’espressione che dalla trama: dalla scrittura come gamma
di colori, come possibilità di figurazione e anche di trasfigurazione.
E allora: cos’è per lei lo stile?
Lo stile è farsi del male. Non nel senso melodrammatico: nel senso che non
accetti nulla che ti scorra addosso. Prendi solo ciò che ti segna, che incide il
corpo, che non può essere cancellato. Io detesto i tatuaggi, ma perché credo che
i veri tatuaggi siano interiori: scie di viaggio, cicatrici. Ferite. La
scrittura è farsi cicatrici e, in un certo senso, grondare sangue. Ma è un
godimento: non ha nulla di doloroso. Deve essere vitale. Io so da sempre che non
sarò uno scrittore “senile”: scriverò finché il mio corpo ragionante regge.
Quando resterà solo la testa, smetterò. La testa senza corpo è poca cosa.
Quindi scrittura come rigenerazione e sofferenza, come fedeltà alla giovinezza.
Un po’ come un rito: muore e rinasce, come il re di Nemi di Frazer.
Sì: è un urlo di giovinezza continuo. Non è che “non prevede” la morte: è che
non è interessato alla morte, e proprio per questo la guarda senza paura. È
quasi amare la morte: una forma di entusiasmo della morte, come un approdo
giusto.
Al termine del libro cita Mishima e Pasolini. Perché proprio loro?
Perché dicono molto della mia idea di scrittura attraverso la loro opera e la
loro fine. Pasolini, da scrittore, non mi turbò; Mishima mi turbò profondamente.
Sentii che Pasolini non era “nel corso del mio destino”, Mishima sì: come se
avesse inaugurato, prima di me, quel destino, indicando che lì c’era un luogo
giusto dove stare. Sono attratto dal convincimento stilistico spietato di
Mishima e dalla sua postura davanti alla morte: una abnegazione, quasi
un’apoteosi verso il sacro. Mishima non è mai pornografico la sua è una morte
non “offesa”: se la procura, la sacralizza. Pasolini invece muore in modo
offeso. Non come martire, ma come una creatura ferita. Più che una morte sembra
una autopunizione. Due scrittori che sono intervenuti nella mia opera
soprattutto per come sono giunti alla fine del loro destino.
E che rapporto ha lei con la morte?
Non ne ho paura. Me ne sono accorto anni fa, dopo un’anestesia: mi svegliai
ricordando solo un buio. Se la morte è solo un sonno senza sogni, è ininfluente.
Se poi esiste un celeste, per dirla con Foscolo, tanto meglio. Mi spaventa
piuttosto il disordine prima della morte: non aver ordinato le mie cose, non
aver completato le mie opere, non aver lasciato un testamento chiaro. La morte,
in sé, è l’essenza della vita, è una forza primordiale. È un orgasmo d’oro che
ti inonda. Per questo non la temo.
Una volta mi hai detto che l’obiettivo dello stile è “lo zaffiro”, la
verticalità assoluta. Come procede questa ricerca?
È sempre quella. Non so se riuscirò a scrivere ancora il libro che ho sognato:
tutto verticale, ottocento-novecento pagine. So che i libri che mi restano da
scrivere sono cinque o sei. Non so se ce la farò. Ma non tradirò la verticalità.
Se non riuscirò a farla tutta insieme, la farò uno alla volta: colpi di lancia.
Colpi di lancia scagliati verso l’azzurro.
Francesco Subiaco
L'articolo “Colpi di lancia scagliati verso l’azzurro”. Dialogo con Aurelio
Picca su Roma, il sacro e la scrittura che deve grondare sangue proviene da
Pangea.
Nessuno riporta in vita Alcesti, in questa storia. In questa storia – ri-velata
da Fuani Marino ne La resa (De Nigris Editore) –, Alcesti è una donna
partenopea. È Francesca Nobili Spada.
La tragedia: Venerdì Santo del 1961, 31 marzo. Nella casa ai Camaldoli di Napoli
– punto più elevato della città, che ne ospita il rinascimentale eremo –
Francesca abdica alla vita.
Madre di quattro figli, è giornalista, ha quarantacinque anni.
La messinscena – euripideo-napoletana – la vede circondata di fiori, fasciata di
bianco, infarcita di farmaci. Nell’ora dell’impoetico gesto, si affida alla
poetica di Rainer Maria Rilke. Alla sua Alcesti.
Alcesti – moglie che s’offre di morire al posto del marito.
Alcesti – antieroina che soffre, velata in un arcano.
Alcesti – un mistero napoletano.
*
Fuani, chi è Francesca Nobili Spada? Perché la tua scelta è ricaduta su di lei
per questa “Meridiana”?
Non appena la curatrice della collana Isabella Pedicini mi ha invitata a far
rivivere una donna del sud, e nonostante avessi letto Mistero napoletano molti
anni prima, la mia scelta è ricaduta istintivamente su di lei. Forse perché è
una donna scomoda, come lo sono io e come lo è anche Napoli, e mi era rimasta
dentro, in profondità, per via dei tanti punti di contatto fra di noi: anche
Francesca Nobili Spada è stata una giornalista e per certi versi una madre
mancata – dei suoi quattro figli di fatto non ne crescerà nessuno, né i primi
due che non poté riconoscere per l’allora diritto di famiglia, né quelli nati
dall’unione con Renzo Lapiccirella, ancora piccoli quando si toglierà la vita.
Nella tua ricostruzione di questo mistero napoletano, quanto è rilevante la
commistione fra la donna realmente esistita e il personaggio letterario del
romanzo di Ermanno Rea?
Sicuramente molto. Scrivendo autofiction sono sempre affascinata dallo scarto
fra realtà e finzione, fra persona realmente esistita e personaggio. Lo stesso
Rea ne era ossessionato al punto da renderla protagonista non solo di Mistero
napoletano ma anche del successivo La comunista.
Francesca Nobili Spada si inserisce in un canone di antieroine che va da Anna
Karenina a Emma Bovary – scrivi –, fino a Sylvia Plath, Marina Cvetaeva –
aggiungo. Quale lettura dai a quello che definisci il loro “incedere incerto”?
Direi che non m’interessano né riesco ad appassionarmi ad autrici e personaggi
lineari, che non cadono né si sabotano per via della loro stessa natura.
A questo canone, aggiungo ancora un nome – Fuani Marino. La radicale lucidità
degli ultimi attimi di Francesca Nobili Spada rievoca quella che pervade le
prime pagine del tuo autobiografico Svegliami a mezzanotte. Esiste una mistica
prossimità tra Francesca e Fuani?
Come ho detto è una donna che sento affine, una donna difficile, vittima di se
stessa, che nella redazione dell’“Unità” qualcuno definiva “maculata”, nel senso
di macchiata, per via delle sue scelte personali.
La maternità travagliata – altro tema nodale per i personaggi femminili di cui
sopra e di questa storia. Quanto conta nella scelta finale – “madre-incendio” si
dice lei – di Francesca?
Pur essendo stata in vita una combattente – amava definirsi “una cattiva madre
pazzamente innamorata dei suoi figli” – alla fine Francesca Nobili Spada si
arrende, ma lo fa in modo scenografico e per certi versi spettacolare,
allestendo per se stessa una camera mortuaria, quasi fosse una vittima
sacrificale del proprio tempo.
Questo libro racchiude – mistero nel mistero – anche la trama di un libro
introvabile, Nell’acquario di Angiporto galleria. Perché è considerato il
romanzo-testamento di Francesca Nobili Spada?
È un romanzo postumo, che Francesca scrisse in vita durante i suoi anni di
attività all’interno della redazione e del partito. “Ci siete dentro tutti”,
intimava ai suoi compagni e allo stesso Rea. Molti anni dopo sarà la figlia
Viola Lapiccirella a darlo alle stampe scrivendone la prefazione.
Infine, Fuani, cos’è per te, la resa?
Smettere di cercare e combattere per il proprio posto nel mondo, preferendo
lasciarlo e quindi, per certi versi, preferendogli il nulla.
Fabrizia Sabbatini
***
“Nessuno è a lui compenso. Io solamente.
Io lo sono. Perché nessuno è al fine
come me. Cosa resta a me di quello
ch’ero qui, cosa resta oltre il morire?
Lei non ti ha detto nel mandarti a noi
che quel giaciglio che di là ci aspetta
è d’oltretomba? Io già presi commiato,
io presi ogni commiato.
Nessun morente più di me, che vengo
perché tutto, sepolto sotto quello
che è il mio sposo, svanisca, si dissolva.
Prendimi dunque: prendimi per lui.”[1]
Rainer Maria Rilke – Alcesti
*“Meridiane – storie ritrovate delle donne del Sud” è una collana curata da
Isabella Pedicini (De Nigris Editore) che rintraccia e riscopre le voci
femminili del Meridione attraverso i racconti firmati da giovani autrici
contemporanee.
In copertina: Nicola Samorì, Maddalena, 2010
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[1] Traduzione di Giaime Pintor (Rainer Maria Rilke, Poesie, Einaudi).
L'articolo Preferendo il nulla: vita di Francesca Nobili Spada, una
“madre-incendio”. Dialogo con Fuani Marino proviene da Pangea.
Il quaderno grigio di Josep Pla (Settecolori, 2025) è molto più di un diario: è
un’opera-soglia della modernità europea, un testo labirintico in cui l’io si
costruisce attraverso l’osservazione del reale. Per Javier Cercas è stato il
“diario più influente del XX secolo: l’Iliade dell’uomo comune”, mentre per Mario
Vargas Llosa è un monumento letterario unico nel suo genere. L’opera si presenta
infatti come una sorta di Zibaldone catalano, scritto tra il 1918 e il 1919 e
rielaborato fino al 1966, che diventa l’incipit dell’immensa opera omnia di Pla
(tra gli autori più curiosi e interessanti della sua generazione) trasformando
l’ordinario in letteratura grazie a una prosa limpida, mediterranea, ironica e
sensoriale. Settecolori restituisce così al pubblico italiano un classico del
Novecento, valorizzandone la portata culturale. Amato da Vargas Llosa, lodato
dai principali criticità europei con questo testo Pla, consegna al catalano il
massimo capolavoro moderno. Per comprendere lo spessore di quest’opera abbiamo
intervistato Xavier Pla, professore dell’Università di Girona, massimo esperto
dello scrittore catalano e autore della migliore biografia sul suo omonimo (Un
cor furtiu. Vida de Josep Pla, Ediciones Destino), che, senza agiografie né
moralismi, ricostruisce con rigore l’uomo dietro il mito, illuminando il legame
profondo tra vita, scrittura e storia.
Come presenterebbe la figura di Josep Pla al lettore italiano?
Non è facile presentare ai lettori italiani un personaggio tanto eccessivo e
affascinante quanto, allo stesso tempo, contraddittorio e sfuggente come il
catalano Josep Pla. “Scrisse. Visse. Amò”: fin da giovane, Pla non smette di
pensare ai tre verbi in italiano che Stendhal fece incidere sull’epitaffio della
propria lapide nel cimitero parigino di Montmartre. Nato nel 1897 e morto nel
1981, Pla ha vissuto nell’Empordà, una comarca catalana nota per la Costa Brava,
per la bellezza dei suoi paesaggi e dei suoi borghi medievali, ma anche per le
sue radici iberiche, greche, romane e mediterranee. Pla si è dedicato con
passione alla letteratura e al giornalismo per sei decenni. Grazie alla sua
straordinaria vitalità, si può dire che sia stato un autentico “grafomane”,
arrivando a pubblicare circa settemila articoli e centoventi libri. Era una
penna polemica, ha partecipato a tutti i dibattiti ideologici, culturali e
letterari della Barcellona del Novecento. Per il carattere provocatorio,
insolente e ironico, si è attirato molti detrattori, come quando ha avanzato la
proposta di abbattere la Sagrada Familia o la statua di Cristoforo Colombo sulle
Ramblas di Barcellona. Tuttavia Pla è anche un autore iconico e carismatico, che
ha sempre avuto un grande successo di critica e di pubblico raggiungendo una
vera dimensione popolare grazie ai suoi articoli, ai ritratti biografici di
architetti come Antoni Gaudí, ai libri sulla cucina domestica e alle cronache di
viaggio che spaziano da piccoli centri come Cadaqués fino alle grandi capitali
internazionali come Parigi, Berlino o New York. In Catalogna, Pla è una
leggenda: il suo nome e i suoi aneddoti compaiono giorno dopo giorno sulla
stampa, è presente nei programmi scolastici, non c’è ristorante che non lo citi
nel menù e tutti i grandi chef dei ristoranti Michelin lo rivendicano come “il
profeta della dieta mediterranea”. Ma, come il suo grande amico Salvador Dalí,
Pla è anche un uomo contraddittorio.
Mi spieghi meglio…
Se Dalí obbligava il pubblico a soffermarsi sui suoi baffi, Pla si nasconde
dietro la sua maschera più celebre: quella del payés catalano, portatore di una
saggezza virgiliana. È stato un uomo ironico e dissacratore, materialista,
talvolta amorale, talvolta misogino, talvolta cinico, che non si presenta mai
come scrittore ma soltanto come “un uomo che scrive”, come “un rústico
sofisticado por la cultura”, che tenta di fare una letteratura nient’affatto
letteraria, ma che scorra con naturalezza, seguendo la massima del conte de
Buffon: “un uomo è il suo stile”.
E come autore?
Come scrittore, si potrebbe dire che Pla abbia anticipato alcuni tratti del
nostro tempo, come la non-fiction e l’autofiction. Ha scritto sempre in prima
persona, non si sentiva a suo agio nel romanzo d’invenzione, ha pubblicato
essenzialmente opere autobiografiche: memorie, autoritratti, diari, biografie,
cronache politiche e giornalistiche, reportage di viaggio, eccetera. La sua
posizione critica nei confronti del romanzo gli procurò molte contestazioni,
soprattutto per due affermazioni spesso ripetute: per Pla “chi legge romanzi
dopo i quarant’anni è un cretino”; a suo giudizio “il romanzo è il genere
infantile degli adulti”.
Soprattutto, credo sia necessario sottolineare il suo sguardo sensuale e
mediterraneo. Pla è uno scrittore essenzialmente paesaggista: la sua retina
ultrasensibile sa restituire con straordinario lirismo la bellezza del paesaggio
e del mare, al punto da poter scrivere un saggio sul vento o dedicare mezza
pagina al colore di una foglia d’ulivo.
Che rapporto aveva con la sua terra, sulla quale scrisse in modo così memorabile
in “Viatge a a la Catalunya”?
Per Pla, la Catalogna è un’ossessione permanente, che si concentra sul
paesaggio, sulla gente e, soprattutto, sulla lingua catalana. I suoi sforzi sono
dedicati alla modernizzazione del catalano, con l’obiettivo di allontanarlo dal
dialettalismo e dal regionalismo e di farne una lingua nazionale paragonabile
allo spagnolo, al francese o all’italiano. La grande ferita della sua vita,
destinata a lasciare cicatrici morali profondissime, fu l’essersi schierato con
i franchisti durante la guerra civile e il constatare amaramente che coloro ai
quali aveva dato il proprio appoggio vietarono l’uso pubblico della lingua
catalana, bruciarono libri e biblioteche, chiusero le case editrici e i giornali
in catalano ed eliminarono il catalano dalle scuole. Pla rimarrà per sempre
segnato da questa scelta, ma la sua fedeltà alla lingua catalana e il suo
ostinato proposito di sfruttare ogni spiraglio della censura franchista per
recuperare quella letteratura gli faranno conquistare, fino a oggi, la
complicità dei settori progressisti e delle giovani generazioni.
Xavier Pla insegna all’Università di Girona
Che cos’è Il quaderno grigio? Quale posto occupa all’interno della produzione
letteraria del suo autore?
È un diario di gioventù, ma in realtà è il libro di un’intera vita, che non è
stato pubblicato fino al 1966, quando Pla aveva ormai quasi settant’anni. Esiste
un quaderno reale, quasi telegrafico, una sorta di aide-mémoire che il giovane
Pla scrisse negli anni 1918 e 1919 e che in seguito riscrisse, ampliò
e letterarizzò. A mio avviso, Il quaderno grigio racconta la storia della
nascita di uno scrittore. Il protagonista è Pla e non è Pla. Lo si può mettere
in relazione con strategie utilizzate da Pessoa o da Pirandello. È la storia
della formazione di un’identità che si sdoppia, che si costruisce attraverso la
scrittura, all’interno della letteratura. È infatti molto chiaro che non si
tratta soltanto di un’opera giovanile, ma di un testo riscritto nella maturità,
nel quale Pla dà forma a una storia paragonabile a un romanzo di formazione, a
un vero Bildungsroman, in cui il protagonista impara a leggere e a scrivere,
impara a essere uno scrittore. È il giovane che avrebbe voluto essere? In ogni
caso, è l’immagine che vuole lasciare fissata del giovane che forse fu: una
versione sublimata del proprio io.
Aprendo il diario con l’università di Barcellona chiusa a causa della “influenza
spagnola”, Pla sceglie con grande intuito un fatto collettivo trascendentale
della Storia, ma che lo riguarda personalmente. Così, le prime riflessioni sulla
letteratura nascono sotto il segno della morte. Pla associa la letteratura alla
sensazione di vivere con la morte, di aver fatto esperienza della morte, della
morte degli altri, simboleggiata dall’epidemia. Ma, oltre alla paura di morire a
causa della malattia, vi sono anche altri timori che si configurano come
sottotrame del diario: la paura di non avere denaro, esemplificata da un padre
che si rovina con affari mal gestiti; la paura delle relazioni sociali, dovuta a
una timidezza estrema, fondata soprattutto sul timore dei rapporti con le donne
e sul ricorso sbrigativo alla prostituzione; e, naturalmente, la paura di non
arrivare mai a saper scrivere, rappresentata dai dubbi costanti su concetti come
la sincerità letteraria o le difficoltà dello stile. Alla fine, in una sorta
di happy ending, Pla supera queste paure e comincia a scrivere un diario, che è
il libro che il lettore ha tra le mani.
Non lo sembra, ma è un libro assai elaborato a partire dai modelli letterari di
Pla: Michel de Montaigne, il grande moralista conservatore e fondatore del
genere saggistico; Stendhal, il romanziere che più lo interessò per la sua
indipendenza personale e la nonchalance, ma soprattutto per il gusto per i
dettagli minuti, quelli che producono un effetto di realtà; e, naturalmente, il
grande autore del suo tempo, Marcel Proust, scrittore dell’introspezione e della
memoria. A questi si potrebbe aggiungere un grande romanziere in lingua
spagnola, Pío Baroja, completando così il mondo letterario di Pla al momento
della stesura del Quaderno.
Ma non posso tralasciare un’ultima, fondamentale riferimento: uno dei suoi
autori prediletti…
Chi?
Leopardi. Credo, infatti, si possa sostenere che Pla, con Il quaderno grigio,
abbia voluto scrivere un nuovo Zibaldone.
Nel contesto ideologico e culturale della Spagna dei primi decenni del
Novecento, come e dove si colloca Pla?
Pla è un importante cronista dell’attualità politica catalana, spagnola ed
europea. Il potere lo interessa, anche se lo disprezza. Dal punto di vista
ideologico è un catalanista conservatore e pragmatico, vale a dire qualcuno che
ricerca per la Catalogna un regime politico di massima libertà, e che nel tempo
è passato dal separatismo al nazionalismo moderato e infine al regionalismo
durante la dittatura franchista. Ha il talento di trovarsi sempre nel momento e
nel luogo decisivi: poté intervistare Mussolini a Roma nel 1922 e, dopo una
prima impressione, lo considerò un semplice “venditore di fumo”. Parlò anche con
Hitler nel novembre del 1923, poche ore prima del celebre putsch in una birreria
di Monaco. L’esperienza dell’iperinflazione tedesca durante la Repubblica di
Weimar lo influenzò profondamente e lo aiutò a sviluppare un pensiero economico
di matrice keynesiana. Tornò dal viaggio a Mosca nell’estate del 1925 convinto
che il regime sovietico fosse destinato al fallimento e che il comunismo avrebbe
reso i cittadini più poveri. Si trovava a Madrid il 14 aprile 1931, quando fu
proclamata la Repubblica spagnola, e assistette con sgomento all’incendio delle
chiese. Il 26 gennaio 1939 era a Barcellona insieme alle truppe franchiste che
occupavano la città. Pla fu certamente un sostenitore dell’ordine, ma con un
criterio fortemente indipendente. Non si legò mai a nessuno. Né repubblicano né
monarchico, durante la guerra civile spagnola appoggiò i franchisti; tuttavia
non lodò mai alcun totalitarismo e tanto Hitler quanto Stalin, Franco o
Mussolini gli provocarono una vera e propria repulsione fisica.
“Così, quanto più si mostra, tanto più si nasconde. Questa è una delle grandi
paradossi della sua vita”, scrive lei a proposito dell’autore. Parliamo
dell’uomo Pla: com’era il suo carattere e quali esperienze ne hanno segnato il
destino?
Fin dall’inizio, la personalità di Pla mi appare scissa, disgregata, sfocata.
Pla è sempre doppio: timido e sfrontato, cinico e sentimentale, egoista e
generoso, localista e cosmopolita. La timidezza è molto evidente, e gli sforzi
per superarla, per esorcizzarla, sono enormi e visibili a tutti. Si nasconde, ma
ama farsi notare, esibirsi. Pla sembra incarnare uno dei migliori aforismi di
Nietzsche, l’autore che ha esercitato su di lui la maggiore influenza negli anni
della formazione. In Al di là del bene e del male, il filosofo tedesco scrive:
“Parlare molto di sé è anche un modo per nascondersi”. Così, quanto più parla di
sé, tanto meno dice di sé stesso. Questa è una delle grandi paradossi della sua
vita e una delle maggiori difficoltà nello scriverne la biografia. Credo infatti
che Pla sia un personaggio di tipo faustiano.
Cosa lo avvicina al personaggio goethiano?
Il fatto che Pla è disposto a patteggiare con il diavolo pur di essere
scrittore. È sempre pronto a vendere la propria anima se in cambio ottiene la
letteratura e il riconoscimento del mondo. La figura di Faust, poi, lo
ossessiona: per lui il Faust di Goethe è una delle più profonde esplorazioni
dell’individualismo contemporaneo, fondato sul cinismo e sull’amoralità.
Che rapporto ha con la scrittura?
Pla è consapevole che questa vocazione lo spinge in modo esclusivo e ossessivo
ad abbandonare tutto per la essa. La “diabolica mania di scrivere” che lo
accompagna è la sua scelta di vita. Scrivere è un’attività frenetica e
compulsiva che lo soddisfa, che lo riempie, che colma letteralmente un vuoto
interiore. Scrivere equilibra Pla, lo completa, dà un senso alla sua esistenza.
La letteratura gli crea un’identità stabile e continuativa. Ancor di più: la
letteratura ordina una vita che di per sé è instabile e disordinata. Vive in un
altro. Si consuma nello scrivere e conosce bene i rischi che corre.
Durante il suo esilio — che diede origine alla falsa leggenda secondo cui
sarebbe stato una spia — visitò l’Italia. Che rapporto ebbe con il Paese e con
la letteratura italiana?
Pla aveva studiato la lingua italiana alla Casa degli Italiani di Barcellona,
come racconta nel Quaderno grigio. La sua passione per la letteratura italiana
lo porta a leggere molti autori, da Dante e Boccaccio fino a Leopardi, ma anche
D’Annunzio e Pirandello. Quando però arriva per la prima volta in Italia, nella
primavera del 1922, rimane profondamente colpito dal contatto con la società del
Paese transalpino. Più che i musei, Pla preferisce conoscere la gente,
frequentare giornalisti, andare nei caffè, parlare con i camerieri, uscire la
sera. Ebbe persino una fidanzata genovese, Rosetta Lagomarsino, figlia di un
venditore di giornali che gestiva un’edicola in piazza Carignano. Pla scrive con
grande ammirazione dell’intelligenza degli italiani e di ciò che definisce la
loro “freddezza”, ma una parte significativa del suo giornalismo in Italia è
dedicata alla cucina familiare, alla qualità dei vini e alla scoperta del caffè
espresso.
C’è poi la passione per il Mediterraneo. Pla si considerava un “isolomane”, un
amante delle isole. Viaggiò con amici ad Alghero, percorse più volte tutta la
Sardegna e la Sicilia, arrivando fino all’isola d’Elba. In totale visse in
Italia quasi quattro anni. La fase più enigmatica è quella trascorsa a Roma
nella primavera del 1938, in piena guerra civile spagnola, a stretto contatto
con alcuni dei banchieri che finanziavano Franco, come il catalano Francesc
Cambó o il maiorchino Joan March. Nell’estate del 1938 viaggiò fino a Trieste e
si stabilì per alcune settimane nelle allora città italiane di Fiume e Abbazia,
svolgendo attività di propaganda contro la Repubblica spagnola.
Nella sua monumentale biografia lei ha ampiamente utilizzato gli archivi della
Fundació Josep Pla di Palafrugell. Che cosa l’ha sorpresa o colpita di più nelle
sue ricerche?
La famiglia di Pla viveva in un enorme mas — una tipica casa rurale catalana —
fin dal XIV secolo. Lo spazio non mancava. Mi ha colpito constatare che, a
partire dai quindici anni, Pla decise di conservare qualsiasi carta legata al
suo passaggio nel mondo. Non solo manoscritti o documenti letterari o
professionali, ma anche centinaia di ricevute di luce e acqua, pagamenti per
taxi e fattorini, fatture di alberghi e ristoranti, biglietti della
metropolitana, del treno, dell’aereo o della nave, lettere e cartoline,
telegrammi, appunti manoscritti, ricette mediche, biglietti da visita, inviti a
feste, cene o eventi letterari, partecipazioni di battesimo e di matrimonio,
ricordini funebri, volantini di propaganda. Questa sterminata massa di carte
colpisce perché consente di redigere il verbale della vita di un uomo giorno per
giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno. E non è poco.
Questa fattualità possiede un valore morale, soprattutto negli anni della guerra
civile spagnola. La biografia era lì; occorreva darle una forma creativa e
un’interpretazione logica dei fatti. Una biografia è la storia di una vita e
questa storia va raccontata, come ho cercato di fare in Un cuore furtivo.
L’impressione che ricavai da tutta questa documentazione è che Pla pensasse che
un giorno sarebbe stata utile a qualcuno che avesse deciso di scriverne la
biografia. Così è nata la mia, cercando di prescindere, per quanto possibile,
dalla montagna di parole con cui Pla si copriva e si ricopriva.
Per concludere, come ha conosciuto Pla e come è nato il suo interesse per la sua
opera?
Non ho conosciuto Pla personalmente: quando è morto avevo quindici anni. Forse è
meglio così. Per me Pla è, prima di tutto, il piacere della lettura: una
letteratura che rilassa e consola, che, per così dire, è capace di fermarsi un
istante e di rimettere ordine nel mondo. È un autore che si rivela sempre un
ottimo disintossicante, quasi un disinfettante, di fronte alla contraddittoria
attualità e alla fretta con cui tutti viviamo. Come ha detto una volta il poeta
Salvador Espriu, leggere i suoi articoli e i suoi libri è come iniettarsi una
“penicillina mentale”.
Francesco Subiaco
*In copertina: Josep Pla (1897-1981)
L'articolo “L’Iliade dell’uomo comune”. Alla scoperta di Josep Pla, una leggenda
proviene da Pangea.
> «Mi ha salvato dalla noia», rispose sbadigliando. «Ahimè! già la sento
> tornare. La mia vita non è che un continuo sforzo per sfuggire alla banalità
> dell’esistenza. E questi piccoli problemi mi aiutano».
>
> (Arthur Conan Doyle, La lega dei capelli rossi)
È un romanzo-enigma, un labirinto narrativo complesso, fitto di citazioni,
dettagli e rimandi, che rigenera la grande tradizione del giallo deduttivo. Ma è
anche un saggio mascherato da romanzo: una riflessione sull’ambiguità, sulla
detective story e sull’arte narrativa dell’inganno. In cui in controluce si
intravedono i meccanismi di Agatha Christie, gli artifici di Conan Doyle e una
certa eleganza da conversazione colta, quasi mondana, che rimanda alle memorie
hollywoodiane di David Niven.
Questo è Il problema finale di Arturo Pérez-Reverte, tra i romanzi più
apprezzati dello scrittore spagnolo, pubblicato in Italia da Settecolori. Un
libro che si presenta come un delitto della camera chiusa e che sembra
rispettare tutte le regole del genere solo per poi, al tempo giusto, rivoltarle
contro il lettore. A indagare è Basil Hoppalong, attore al tramonto che per anni
ha interpretato Sherlock Holmes sulle scene e che ora si trova a incarnarlo
nella realtà. Il vero duello però non è soltanto tra attore-investigatore e
assassino; bensì tra autore e lettore. Pérez-Reverte costruisce, infatti, un
duello serrato, una sfida all’ultimo indizio, all’ultima citazione, all’ultima
pagina.
Il romanzo costituisce un “Otto e mezzo” del giallo deduttivo, dove il genere
riflette su se stesso e ne svela i meccanismi per farli riscoprire in tutto il
loro mistero. Ma Pérez-Reverte non è scrittore di genere: in tutte le sue opere
tra le pieghe del racconto emerge una profondità tragica, un’idea di scrittura
che pur rigettando pedanti rimandi sa farsi portatrice dello stile come potenza
isolatrice, eterna giovinezza e richiamo avventuroso verso questi e altri mondi.
Un carattere che emerge anche negli altri inediti che verranno pubblicati in
esclusiva da Settecolori e che l’autore presenterà ai lettori nelle tappe del
suo viaggio italiano il 28 febbraio a Firenze e il primo marzo a Pistoia
organizzate dall’editore Manuel Grillo. Abbiamo pertanto incontrato l’autore per
conoscere meglio i nodi della sua opera e la genesi di Problema finale.
Come nasce Il problema finale e che posto occupa all’interno della sua
produzione?
Le mie opere nascono sempre nella biblioteca di una vita. Il problema finale, in
particolare, nasce dall’accumulo di moltissimi anni di letture appassionate,
divertite e affascinate di romanzi polizieschi. Ho sempre sostenuto che non
esistono confini netti tra alta e bassa letteratura. Ci sono periodi in cui il
lettore cerca profondità e riflessione, altri in cui desidera evasione, enigma,
gioco. La forza della letteratura sta proprio nel rispondere alle diverse
esigenze di uno stesso lettore.
Sono stato, del resto, un lettore di romanzi polizieschi fin da giovanissimo.
Quali?
Agatha Christie, Erle Stanley Gardner, Conan Doyle, Edgar Wallace, Nicholas
Blake, i grandi maestri del mistero e dell’enigma. Poi, col tempo, mi sono
allontanato da quel genere: ho letto altro, sono cresciuto, ho viaggiato, ho
scritto romanzi diversi. Ma con l’età ho riscoperto quanto il poliziesco sappia
offrire un piacere particolare. Quando si è letto molto, tornare all’ingenua
emozione delle prime letture, a quello stupore originario, regala un piacere
raro.
Da ciò la genesi di questo libro…
Esattamente. Ho deciso di mettermi alla prova: applicare tutto ciò che avevo
letto e imparato, seguendo le regole della narrativa poliziesca classica, il
canone che avevo assimilato da giovane, per vedere se fossi ancora capace di
costruire un grande enigma. Mi interessava soprattutto una cosa: oggi la
narrativa gialla classica è stata in gran parte sostituita da una letteratura
più dura, più urbana, fatta di poliziotti disillusi, violenza, sangue.
L’eleganza dell’enigma sembrava qualcosa di antiquato. Mi sono chiesto se fosse
possibile riportare quel modello classico nel presente, renderlo efficace per un
lettore contemporaneo, ormai esperto e smaliziato. La vera sfida era proprio
questa. Scrivere un romanzo che mettesse alla prova un lettore che conosce già
il genere. Volevo un libro in cui detective e assassino, autore e lettore, si
affrontassero direttamente. Questo era il cuore del progetto.
Che cosa la affascina dell’arte narrativa dell’inganno?
Il funzionamento. Il cuore dell’enigma. Un buon romanzo poliziesco, se riletto,
mostra con chiarezza quanto il lettore sia stato ingannato — proprio lì risiede
il piacere. Per questo, prima di scrivere, ho passato due anni a “saccheggiare”
la mia biblioteca: ho riletto tutta la grande letteratura poliziesca, cercando
trucchi, strutture, artifici narrativi, segnando le trappole già utilizzate
mille volte. Il lettore conosce quei trucchi. Sa che li conosco anch’io. Allora,
come sorprenderlo? Come fargli abbassare la guardia usando proprio la sua
competenza? Era una sfida sottile: giocare con la sua memoria letteraria,
sfruttarla contro di lui, trasformare la sua esperienza in una debolezza.
Le è piaciuto realizzare questo romanzo enigma?
È stato un divertimento meraviglioso. Scrivere questo romanzo mi ha reso felice.
Ogni romanzo è sempre uno sforzo: una struttura da reggere, personaggi da
costruire, tensione da mantenere. In questo caso c’era qualcosa in più: la
complicità. Il problema finale è un libro pensato per lettori consapevoli,
lettori che conoscono il genere (anche se non solo per loro). Più ne sanno, più
si divertono, perché non sono semplici spettatori, ma partecipanti attivi. Non
volevo un lettore che osservasse la storia dall’esterno. Volevo un lettore
coinvolto, chiamato in causa, costretto a pensare, a sospettare, a sbagliare. Un
lettore che gioca davvero la partita fino all’ultima pagina.
Per alcuni scrivere è una forma di nostalgia. Il problema finale è un ritorno
alle sue letture, a un’altra epoca della narrativa?
Senza dubbio c’è una componente nostalgica, ma non si tratta di un pastiche. Il
problema finale non è un’imitazione, né un’operazione epigonale. Non volevo
rifare Dieci piccoli indiani, né ripetere Assassinio sull’Orient Express o Il
mastino dei Baskerville. Non mi interessava copiare modelli già esistenti, ma
piuttosto giocare con essi. È un romanzo vivo che usa meccanismi narrativi
conosciuti per costruire qualcosa di nuovo. Volevo evitare la nostalgia fine a
sé stessa, ecco. Certo, riaffiorano la memoria e l’infanzia: le serate a casa
dei nonni, mio padre che leggeva vicino al camino. C’è anche una certa nostalgia
per un mondo che non esiste più: un modo di vestirsi, di parlare, di
relazionarsi. Ho nostalgia dell’educazione, delle buone maniere, che oggi vedo
scomparire sempre di più, in Europa e non solo. Ma, insisto, tutto questo era
secondario rispetto alla sfida principale: capire se fosse possibile costruire
un meccanismo narrativo nuovo usando ingredienti classici. Poi, naturalmente, è
il lettore a giudicare se il risultato funziona.
Parliamo del protagonista. Chi è Hoppy?
Basil Hoppalong nasce dall’incrocio di molte passioni. Io sono stato un grande
cinefilo. Sono nato nel 1951, in un’epoca in cui in Spagna la televisione ancora
non esisteva. La televisione l’ho conosciuta intorno ai dodici anni. Prima di
allora leggevo e andavo al cinema: cinema e libri erano il mio mondo. Ricordo
benissimo i film di Sherlock Holmes interpretati da Basil Rathbone, che da
bambino era il mio attore preferito. Non solo per Holmes: penso, ad esempio,
al Capitan Blood di Sabatini, in cui Rathbone interpreta un pirata e duella
sulla spiaggia in una scena memorabile. Per me Basil Rathbone è stato – e resta
– il miglior Sherlock Holmes della storia del cinema. Ce ne sono stati altri
bravissimi, ma nessuno, a mio avviso, ha raggiunto quel livello.
Il cinema gioca dunque un ruolo chiave…
Il romanzo è pieno di rimandi al cinema che ho visto, ai personaggi e alla
letteratura di quell’epoca. Il romanzo ha due livelli di lettura. C’è il lettore
“normale”, che si avvicina al libro senza particolari competenze di genere, come
a una storia nuova. E poi c’è il lettore esperto, quello che riconosce i
riferimenti, che coglie gli ammiccamenti, che sa che ogni pagina è disseminata
di segnali pensati per lui. Quel lettore prova un piacere supplementare: è un
lettore complice, che dialoga con l’autore, che lo anticipa, che sospetta, che
si difende. È un duello continuo, non tra detective e assassino, ma tra autore e
lettore. Questo gioco, questo confronto diretto, mi interessava molto. In fondo,
nel duello ho messo tutto ciò che amo: il cinema, la letteratura, l’immaginario
che ha riempito la mia giovinezza. Ed è lì che Il problema finale trova, forse,
la sua ragion d’essere più profonda.
Lei ha dichiarato: “Per me ogni romanzo è come una nuova battaglia, quando
comincio il primo capitolo mi sento sempre giovane”. Che cos’è, per Arturo
Pérez-Reverte, il vizio dello scrivere?
Le battaglie invecchiano. Lo so bene, so di cosa parlo. Si combatte, si vince o
si perde, ma poi si è stanchi: si ha il sangue sulle mani, si accumulano ricordi
pesanti, si porta il peso di ciò che si è vissuto. Si invecchia. Si è giovani
solo alla vigilia della battaglia. Ecco perché affrontare ogni nuovo romanzo
come una battaglia significa, per me, tornare giovani. Quando inizio una nuova
storia mi sento ringiovanito, lucido, pronto al combattimento. È una sensazione
di energia, di attesa, di felicità straordinaria. Non scrivo per necessità
economiche. Ho risolto la mia vita materiale da molto tempo: i miei libri si
vendono in quaranta Paesi, ho milioni di lettori. Non scrivo per questo. Scrivo
perché ho settantaquattro anni e sono stanco di molte cose. Ma ogni mattina,
sedermi alla scrivania e tentare di vincere una nuova battaglia narrativa,
provare a portare ancora una volta il lettore con me, mi fa sentire giovane.
Ogni romanzo che termino mi arricchisce. Ogni romanzo che comincio mi
ringiovanisce. Scrivere è la mia momentanea eterna giovinezza.
Il suo rapporto con la lettura è cambiato nel tempo? Cosa legge oggi?
Ho letto e viaggiato tutta la vita e continuo a farlo. Ogni volta che vado a
Napoli – la città che preferisco in Italia – torno sempre con la valigia piena
di libri. Compro di tutto. L’italiano lo parlo male, ma lo leggo bene. Con l’età
succede una cosa curiosa: la grande letteratura che “bisogna” leggere, a un
certo punto, l’hai già letta quasi tutta. Le grandi scoperte sono rare. Così
oggi rileggo molto. Ho studiato greco e latino, i classici sono stati
fondamentali per me. Sallustio, Tito Livio, Seneca, Senofonte, Omero, Virgilio:
ciò che ho imparato da loro mi è servito nella vita. Quando ho vissuto la
guerra, l’orrore, il dolore, avevo già visto tutto nei libri. Questo mi ha
salvato: la guerra non mi ha fatto impazzire, non mi ha distrutto. Ha avuto, per
me, anche un valore intellettuale. Oggi rileggo i classici greci e latini.
Stamattina, per esempio, leggevo le Lettere a Lucilio di Seneca. E nel
pomeriggio, un poliziesco di Elmore Leonard. La narrativa poliziesca mi diverte,
mi ossigena, mi dà energia. È come bere un buon caffè forte. O, se vuole, come
una Coca-Cola ben fredda.
Tra le sue letture ci sono anche autori italiani?
Per me gli italiani sono fondamentali. Al di là dei classici, tutto Malaparte è
stato per me importantissimo: Kaputt e La pelle sono stati libri decisivi, come
lettore e come scrittore. E naturalmente Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa:
per me è una delle grandi opere della letteratura mondiale. Ne possiedo una
prima edizione, leggerlo fa parte dei miei piccoli rituali domestici. È un libro
che amo profondamente. Ci sono poi libri italiani che mi hanno segnato da
giovane. L’amante senza fissa dimora di Fruttero e Lucentini, per esempio: una
storia apparentemente leggera, ambientata a Venezia, che mi colpì
profondamente. E poi Cuore di Edmondo De Amicis. Lo lessi da ragazzo perché era
stato il libro di scuola di mia madre. Alcuni episodi mi emozionano ancora oggi:
il tamburino sardo, il piccolo scrivano fiorentino, il falegname reduce di
guerra che saluta il re.
Tra i classici italiani del Novecento?
Nella mia biblioteca gli italiani sono fondamentali: da Manzoni a Moravia, da
Calvino a Fenoglio. Li ho letti per tutta la vita e continuo a rileggerli.
Lei ha detto: “Un tempo la cultura era utile alla società, oggi è un
analgesico”. Quale dovrebbe essere il ruolo della letteratura?
Qui rischio di rispondere in modo brutale. Rispetto profondamente gli scrittori
che credono che la letteratura possa cambiare il mondo e rendere le persone
migliori. È un’aspirazione nobile. Non è la mia. Dubito che la letteratura renda
il mondo migliore. Compete con troppe altre cose. Io scrivo perché sono felice
scrivendo. Non ho un obiettivo morale, apostolico o salvifico. Non sento il
dovere di migliorare l’umanità. Ci sono libri che cambiano la vita, certo. Ma io
non aspiro a questo. Sono più umile: racconto storie perché mi piace farlo e
perché mi piace condividerle con i lettori. Già da bambino, a scuola, raccontavo
storie ai miei compagni, stando in piedi davanti a loro. Non ho un principio
morale che governi la mia scrittura. Posso scrivere di personaggi infami,
perversi, spregevoli – lo faccio spesso. La vita è fatta di bene e di male, e io
uso tutto questo per raccontare storie.
Oggi però sembra che al romanziere venga chiesto anche un posizionamento morale.
Che ne pensa?
Uno scrittore è il risultato dei suoi libri. Nient’altro. Uno scrittore è ciò
che pubblica. Il problema, oggi, è che esiste una parte del pubblico che
pretende dall’autore non solo una storia, ma un allineamento morale ed etico. Si
chiede alla narrativa di aderire agli schemi morali del XXI secolo, di
rispettare codici extraletterari ed extranarrativi. Questo, per me, è un
problema serio. Io, per fortuna, non lo vivo più: sono anziano, ho i miei
lettori, il mio percorso è definito. Se fossi un giovane autore ne sarei
preoccupato. Oggi sarebbe quasi impossibile raccontare, per esempio, la storia
di un condottiero italiano del Rinascimento. Se gli attribuisci la morale di
oggi, falsifichi il personaggio. Se lo racconti per quello che era, il pubblico
contemporaneo si scandalizza. Le richieste che vengono fatte agli scrittori sono
spesso assurde. Non hanno a che fare con la letteratura, ma con una forma di
inquisizione morale. Se iniziassi ora a scrivere, probabilmente non avrei lo
stesso successo. Verrei attaccato dai moralisti e dai custodi del politicamente
corretto, perché nei miei romanzi ci sono cattivi affascinanti, buoni ambigui,
donne nobili e donne perverse, persone meschine e persone generose. C’è la vita
– che non obbedisce a un codice morale unico.
Non a caso le sue opere hanno il merito di guardare il passato con gli occhi del
passato, non con quelli del presente. In che modo questa idea attraversa i suoi
romanzi?
Le faccio un esempio concreto. Ho scritto un romanzo che si intitola L’italiano,
pubblicato in Spagna circa sei anni fa e in Italia poco dopo. Racconta la storia
dei sommozzatori italiani che durante la Seconda guerra mondiale attaccavano le
navi inglesi a Gibilterra e ad Alessandria. Erano uomini coraggiosi,
protagonisti di imprese straordinarie. Lavoravano però per un governo fascista,
guidato da Mussolini. Questo non cancella il loro valore personale. Il romanzo
non è costruito su buoni e cattivi, ma su uomini. È un racconto equo – non
equidistante, ma equo – che ascolta tutti, che cerca di comprendere anche chi
non la pensa come noi. Questa è la chiave di tutta la mia narrativa. Eppure i
miei editori italiani avevano paura a pubblicare quel libro. Non sapevano che
copertina scegliere, come presentarlo, se abbassarne il profilo. Era
imbarazzante raccontare l’eroismo di uomini che combattevano sotto una bandiera
oggi giudicata inaccettabile. Ma il bene e il male non sono mai netti. Esiste
una vasta zona grigia, complessa, in cui si muovono gli esseri umani.
Perché la “zona grigia” è centrale nella sua opera?
Perché è la vera essenza della realtà. Ho vissuto guerre vere. Ho visto persone
compiere gesti meravigliosi al mattino e atrocità la sera. Le stesse persone. Il
mondo è fatto di sfumature, e ciò che è interessante in un romanzo, in un film,
in qualunque forma narrativa, è muoversi in quella zona ambigua e
contraddittoria. Diffido profondamente delle storie che separano nettamente il
bene dal male: i buoni tutti puri, i cattivi tutti mostruosi. È una
semplificazione infantile. Nella vita reale ci sono assassini e persone nobili
in ogni campo. Negli anni Trenta parole come fascismo, comunismo, anarchismo non
avevano ancora mostrato il loro vero volto. Non c’erano ancora stati i campi di
sterminio, i gulag, le tragedie che oggi conosciamo. Era un mondo diverso.
Molti autori preferiscono scelte manichee. Per cui il male è sempre il male
assoluto…
…ma il male assoluto è narrativamente noioso oltre che falso. Se so che qualcuno
è soltanto cattivo, smette di interessarmi. Invece è interessante il criminale
che ama la madre, il padre affettuoso che commette un crimine, l’uomo perbene
che, spinto dal dolore, scivola nell’oscurità. Penso, per esempio, a Un borghese
piccolo piccolo, quel film straordinario in cui un uomo comune tortura
l’assassino di suo figlio. È lì, nel conflitto interiore, nella contraddizione,
che l’essere umano diventa interessante. Per questo tutti i miei romanzi abitano
la zona grigia. Se la letteratura si piega a piacere al commentatore televisivo
di turno o al moralista del momento, produrrà solo cattivi libri. E una
letteratura che rinuncia alla complessità è una letteratura morta. Soprattutto,
è una letteratura che non mi interessa.
Tra le prossime opere che pubblicherà per Settecolori c’è L’isola della donna
addormentata. Può raccontarci di che libro si tratta?
È una storia basata su fatti reali, naturalmente romanzata. Durante la Guerra
civile spagnola le navi che trasportavano materiali dall’Unione Sovietica verso
la Repubblica vennero attaccate nel Mar Egeo da unità italiane alleate di
Franco. Questo è il fatto storico: furono affondati due sommergibili e diverse
navi sovietiche. A partire da questo episodio ho immaginato una vicenda in cui
un gruppo di mercenari, guidati da spagnoli, opera dalle isole dell’Egeo contro
il traffico sovietico. Attorno a questa trama ruotano un’isola, una famiglia,
una donna, un marinaio spagnolo e un equipaggio che vive avventure di mare. Ma
al centro, più di ogni altra cosa, c’è una storia di solitudine: quella di una
donna che ha sposato l’uomo sbagliato.
Protagonista di questo storia come nel Problema finale è anche il mare, il
mediterraneo. Lei ha detto: “La mia patria è il Mediterraneo”. Che ruolo ha
questo spazio geografico nella sua vita e nella sua scrittura?
Sono cresciuto a Cartagena, l’antica Nova Carthago, fondata dai Fenici e poi
città romana. Da bambino, quando facevo immersioni, trovavo anfore romane e
greche. Sono cresciuto tra rovine romane, greche, arabe, bizantine. Nella mia
famiglia c’erano libri sulla storia del Mediterraneo, fin da giovane ho navigato
studiando il greco e il latino. Il Mediterraneo è il luogo da cui viene ogni
cosa: le legioni romane, il marmo, gli dèi, l’olio d’oliva, il vino, i libri, la
cultura, la memoria. Sono cresciuto durante il franchismo, ma mio padre mi
diceva sempre: “Tu sei europeo, più che spagnolo. Sei mediterraneo. La tua
patria è il Mediterraneo”. Le politiche cambiano, le dittature passano, ma il
Mediterraneo resta: antico, saggio, immutabile. È lì che si trova la spiegazione
di tutto. Oggi non credo più nelle patrie, nelle bandiere, nelle religioni, nei
politici. La mia vita di guerra non mi ha aiutato a credere nell’essere umano.
Ma il Mediterraneo resta: come consolazione, come memoria, come spiegazione. Ho
una barca a vela, navigo ancora, passo molto tempo in mare. Gettare l’ancora
accanto a un tempio greco, immergersi vicino a resti fenici, mi restituisce uno
sguardo lucido e critico sull’Europa miserabile che stiamo vivendo.
Come vede il nostro Vecchio Continente?
Questa Europa si è ridotta ad essere un decadente parco tematico: ha perso
decenza, onestà e cultura. Priva di vitalità, si rintana nella frenesia.
Smarrendo ogni slancio, ogni saggezza. Il Mediterraneo è un antidoto contro
questa decadenza: non elimina il dolore, ma aiuta a sopportarlo. È lì che mi
sento a casa: casa mia è in un caffè di Napoli, Istanbul o Beirut più che Londra
o New York. Quando vado in Italia non mi sento all’estero: vado a trovare dei
cugini. Lo stesso vale per la Turchia, l’Egitto, il Marocco. Questo è il mio
mondo. Se dovessi scegliere un luogo per finire la mia vita, vorrei fosse il
Mediterraneo. È un buon posto per morire.
Falcó, Alatriste, Hoppy: personaggi diversi ma intensamente vivi. Cosa li
accomuna?
La mia biografia. Scrivo di ciò che ho letto, del cinema che ho visto, di quello
che ho vissuto. Sono stato fortunato: fin da giovane sono partito per il mondo
con i libri nello zaino. Quando vedevo bruciare Beirut e Sarajevo, quando
assistevo a violenze disumane in Angola o in Salvador, conoscevo già quei fatti
perché li avevo letti. I libri mi hanno preparato alla vita.
Cosa sarebbe stata la sua vita priva della lettura?
Senza i libri sarei impazzito, sarei stato tormentato di traumi. I libri mi
hanno aiutato a comprendere. Sono ciò che ho letto più di ciò che ho vissuto,
più di ciò che immagino. Nessuno dei miei personaggi sono io, ma tutti guardano
il mondo come lo guardo io. Sono cresciuto in una casa piena di libri: quelli di
mio padre, della nonna paterna e di quella materna. Ho iniziato leggendo libri
semplici e poi sempre più complessi. Ho studiato greco e latino, ho tradotto
Virgilio, Senofonte, Omero, Cicerone. Tutto questo ha edificato il mio
territorio interiore. I libri sono all’origine di tutto e sono anche alla fine
di tutto. Senza i libri non sarei nulla. Forse sarei stato un avventuriero, un
marinaio… ma vuoto. Ecco i libri mi hanno dato profondità, lucidità, capacità di
interpretare il mondo. Mi hanno fatto prima giornalista – volevo vedere se il
mondo era come lo avevo letto nei libri – e poi romanziere, perché volevo
raccontarlo come avevano fatto i miei autori più amati.
C’è un libro che sogna ancora di scrivere?
No. Non più. Non so quanto tempo mi resta, né per quanto conserverò lucidità e
immaginazione. So solo che ora devo scegliere con attenzione. Non posso più
scrivere qualsiasi libro: devo decidere quali storie far vivere e quali lasciar
morire con me. È doloroso. Sapere che alcune non le scriverò mai è forse la
parte più dura di questa fase della vita.
Che ruolo ha la Guerra civile spagnola nella sua opera?
Non uno speciale. È una guerra come le altre. In Spagna è ancora un trauma, ma
io sono cresciuto con persone che l’avevano combattuta da entrambe le parti e
poi ho vissuto le mie guerre. Per me quella guerra non è diversa da quelle che
ho visto in Bosnia, Libano, Angola, El Salvador. Narrativamente, è una guerra in
più. Se poi, come spagnolo, a volte entro nelle polemiche, è perché qui la
guerra civile viene ancora usata come arma politica. Ma come materia narrativa
non occupa un posto centrale.
Francesco Subiaco
*In copertina: Arturo Pérez-Reverte fotografato da José Aymá
L'articolo L’eleganza dell’enigma. Dialogo totale con Arturo Pérez-Reverte.
“Senza i libri sarei impazzito” proviene da Pangea.
Mai come negli ultimi decenni l’editoria italiana si è rivolta con tanta
solerzia alla ritraduzione dei ‘classici’. Il movimento non è una novità: se è
vero infatti che nessuna traduzione è mai quella definitiva, con la lingua
italiana l’urgenza si fa a volte pungente. Anche se non incappiamo quasi più in
episodi eclatanti da riportare a una forma filologicamente più corretta, come
nel caso dei nomi propri italianizzati per un decreto legge del 1926 (esilarante
un’antica traduzione di Duetto di Colette in cui Alain, il già non
brillantissimo protagonista, diventava Alano, con buona pace della moglie che
per fortuna si chiamava internazionalmente Alice), l’aggiornamento linguistico
di un idioma che più di altri si muove, si modifica, germoglia e invecchia
rapidamente, si accompagna spesso a esigenze commerciali, diritti editoriali
scaduti e un gusto squisitamente linguistico e culturale mutato. Il recente
lavoro di Silvia Pareschi, saggista, traduttrice e teorica della traduzione, va
in questa direzione. Dopo aver tradotto l’intera opera di Jonathan Franzen e
testi di Don DeLillo, Cormac McCarthy, Isaac B. Singer, Zadie Smith, Shirley
Jackson, Sylvia Plath, Annie Proulx, Jamaica Kincaid, John Le Carré, Julie
Otsuka, Nancy Mitford, e molti altri ancora, sta curando per Mondadori le nuove
traduzioni di Ernest Hemingway; finora sono usciti Il vecchio e il
mare (2021) e Addio alle armi (2025), mentre per il 2028 è prevista la
pubblicazione di Per chi suona la campana.
Lei ha spesso descritto la traduzione come un mestiere “artigianale”. Cosa
significa oggi, in un’epoca in cui le lingue cambiano in tempo reale, essere
un’artigiana della parola?
Ho appena partecipato a un laboratorio insieme ad altre dodici traduttrici: una
settimana in una splendida villa nel Canton Grigioni. Ciascuna di noi aveva tre
ore a disposizione per sottoporre alle altre un brano del testo che stava
traducendo – nel mio caso For Whom the Bell Tolls, che sto ritraducendo per
Mondadori –, brano che veniva collettivamente analizzato con un impegno e una
concentrazione assoluti, passando magari mezz’ora su una singola frase per
trovare la migliore traduzione possibile. Al “Laboratorio italiano traduce i
classici” partecipavano traduttrici – eravamo tutte donne – dall’inglese, dal
francese, dal polacco, dal russo, dall’islandese, dal tedesco, dallo spagnolo e
dal greco antico. Alla fine della giornata eravamo stanchissime ma soddisfatte,
con la rassicurante sensazione di essere circondate da spiriti affini. In quella
settimana di ritiro creativo ci siamo talvolta paragonate alle monache di
clausura che pregano per salvare il mondo: la nostra preghiera era il nostro
lavoro lento e invisibile, lo sforzo minuzioso per ricreare con tutta la cura
possibile nella nostra lingua l’opera di qualcun altro. Spesso ci siamo chieste
cosa avrebbe pensato chi ci avesse viste da fuori, intente a discutere per ore
della posizione dei pattinatori nel cielo in una poesia di Pasternak.
Un’esperienza così nutriente per lo spirito è un bene rarissimo in un mondo come
quello di oggi, dove tutto si consuma velocemente senza lasciare alcuna traccia.
Quando traduce un autore come Jonathan Franzen o Don DeLillo, la sua voce si
adatta all’autore o cerca un punto d’incontro tra la lingua originale e quella
che sente più sua? In un’altra intervista ha detto di sentirsi una “ventriloqua”
dell’autore: questa definizione vale anche oggi, o sente che la voce del
traduttore ha diritto a una propria autonomia espressiva?
Oltre a definirmi “ventriloqua”, mi piace dire che quando traduco adotto il
metodo Stanislavskij, cercando ogni mezzo possibile per immedesimarmi con la
voce dell’autore così come emerge dal testo. Mentre traducevo Ragtime, lo
splendido romanzo di E. L. Doctorow ambientato nella New York dei primi del
Novecento e scritto nel ritmo sincopato del ragtime, ascoltavo ragtime per
riprodurre nel mio italiano il ritmo del testo inglese. Se un romanzo è
ambientato in una città che non conosco, posso usare google maps – la tecnologia
ha lati positivi, peccato che oggi con il boom dell’intelligenza artificiale
venga spesso usata per cercare di portarci via il lavoro che amiamo – per
esplorarne le strade. Per immergermi nell’atmosfera di un altro luogo o di
un’altra epoca vedrò film e leggerò testi ambientati in quel luogo e in
quell’epoca. E naturalmente, se è possibile, cercherò di corrispondere con
l’autrice, per domandarle chiarimenti ma anche per creare un legame con la
persona oltre che con il testo.
Eppure nella traduzione si sente anche la mia, di voce, non potrebbe essere
altrimenti. È proprio questo il motivo per cui non esiste una sola possibile
traduzione di un testo, ma tante possibili traduzioni quante saranno le persone
che si cimenteranno a tradurlo: ciascuna di noi mette in gioco se stessa quando
traduce, fondendo la sua lingua personale – quella che nasce dalla propria
esperienza di vita – con la lingua dell’autore del testo. Dunque gli autori sono
due: l’autore dell’originale e l’autore della traduzione. Durante il nostro
laboratorio si è parlato tanto di “autorialità”, di quella dote – fatta di
sapienza e di intuito – che ci permette di interpretare il testo senza violarlo,
ma piuttosto arricchendolo delle vibrazioni di un’altra lingua.
Nei suoi saggi lei riflette spesso sul fatto che ogni traduzione è un atto
critico e creativo insieme. Quanto la pratica della traduzione — l’esperienza
quotidiana del testo — influenza le sue teorie, e quanto invece le sue teorie
cambiano il modo in cui traduce?
Con il passare del tempo mi sono resa conto che il modo in cui traduciamo
riflette il nostro carattere. Osservando le mie colleghe e poi leggendo le loro
traduzioni mi sono spesso trovata a riconoscerle (questo dimostra che chi
traduce non è una lastra trasparente, che c’è sempre qualcosa di noi nelle
nostre traduzioni). Io cambio il mio modo di lavorare a seconda del testo che ho
di fronte, a seconda del periodo della vita che sto attraversando e delle cose
che hanno importanza per me in quel momento. Non parto mai dalla teoria per
arrivare alla pratica, non è così che si lavora, tutte le persone che svolgono
la nostra professione lo sanno. La teoria ci conforta quando conferma che le
nostre intuizioni sono giuste, e fornisce una cornice di riferimento per capire
come la pratica della traduzione si adatti ai cambiamenti culturali in atto
nella società. Ma quando si lavora su un testo l’unica cosa da fare è lasciare
che il testo ci parli, che ci dica come vuole essere tradotto. Per esempio, una
domanda che mi sento sempre rivolgere è se leggo l’intero libro prima di
tradurlo. In genere no, rispondo, ma non perché sia contraria per principio: a
volte solo perché me ne manca il tempo, e comunque perché so che nelle tante
riletture che farò prima della consegna finirò per conoscere il testo così bene
che posso permettermi di non leggerlo tutto prima di cominciare. Un’altra cosa
che di solito non faccio è rileggere la traduzione ad alta voce, tranne che in
certi brani di dialogo. Eppure, quando mi arriva un complesso romanzo di Franzen
lo leggo tutto prima di cominciare a tradurlo; Addio alle armi l’ho riletto ad
alta voce prima di consegnarlo, perché in Hemingway il ritmo è importantissimo e
volevo essere sicura che ogni pagina funzionasse bene.
Nella traduzione ci sono poche regole fisse, ogni testo è diverso dall’altro e
noi dobbiamo essere flessibili per adattarci alle sue esigenze, alle sfide che
ci pone.
Lei è Silvia Pareschi
La ritraduzione dei classici comporta un gesto critico: ogni nuova versione
sembra voler “correggere” o “riattualizzare” la precedente. Come si decide
quando una nuova traduzione è necessaria? Penso alla sua recente ritraduzione di
“Addio alle armi” per gli Oscar Mondadori: lei ha parlato della necessità di
restituire “ciò che resta sommerso sotto la superficie dell’iceberg”. In che
modo questa metafora hemingwayana del “non detto” si è tradotta per lei in
scelte linguistiche concrete?
Da quando ho cominciato a ritradurre Hemingway ho tenuto molti incontri con i
lettori, e la prima domanda che ricevo è, immancabilmente: perché si ritraduce
Hemingway? Negli ultimi anni, a causa della scadenza dei diritti (in Italia
un’opera è protetta dal diritto d’autore fino a settant’anni dalla morte
dell’autore), molte opere sono entrate nel pubblico dominio e hanno avuto
diverse nuove traduzioni, per esempio i romanzi di Fitzgerald e di Orwell. I
diritti su Hemingway resteranno in mano a Mondadori fino al 1° gennaio 2032:
l’editore ha deciso di ritradurre le sue opere principali prima che arrivino
tante nuove traduzioni. Questo è il motivo “commerciale”.
Il motivo che più ci interessa, quello che ha a che vedere con la traduzione,
riguarda invece i cambiamenti che si sono verificati, negli ultimi decenni,
nella teoria e nella pratica della traduzione. Lo sviluppo dei translation
studies – e qui entra in gioco l’importanza della teoria, non tanto come insieme
di norme per la pratica quotidiana del tradurre, quanto come quadro di
riferimento culturale in cui inserire il nostro lavoro – ha portato, fra le
altre cose, al passaggio da un’idea di traduzione legata soprattutto alla resa
in un “bell’italiano”, che dunque permetteva interventi più pesanti da parte dei
traduttori per “avvicinare l’opera al lettore” (secondo la famosa definizione di
Schleiermacher), a un’idea di traduzione che invece cerca di “avvicinare il
lettore all’opera”, rispettando maggiormente l’intenzione dell’autore,
mantenendo eventuali asperità e irregolarità della lingua dell’originale, senza
addomesticare il testo per renderlo più digeribile al lettore.
Inoltre la lingua è un organismo vivente, che come tale cambia e si evolve;
mentre l’originale per forza di cose non cambia mai, le traduzioni si adattano
ai cambiamenti della lingua e ogni tanto devono essere rifatte, restaurate, come
un quadro che va ripulito dalle incrostazioni degli anni per riportarne alla
luce i colori originali. Questo non significa che il giovane amico di Santiago
di Il vecchio e il mare parlerà come un suo coetaneo di oggi, perché il libro è
ambientato nei primi anni Cinquanta a Cuba e lì deve restare, ma nei
settant’anni trascorsi dalla sua pubblicazione l’italiano è cambiato molto, e
una traduzione contemporanea dovrà tenere conto di questi cambiamenti. Non solo:
oggi l’enorme facilità nel reperimento delle informazioni fa sì che le
traduzioni siano molto più accurate anche da un punto di vista fattuale, visto
che con un clic possiamo eseguire ricerche che fino a pochi decenni fa
richiedevano ore o giorni, per poi magari non andare neppure a buon fine.
La mia risposta alla domanda “perché ritradurre i classici” si conclude sempre
con un invito a considerare ogni nuova traduzione di un libro che abbiamo amato
non come qualcosa che “spodesterà” la precedente traduzione, ma come un
arricchimento, una nuova versione dell’opera che affiancherà le precedenti, che
ci permetterà di conoscerla meglio.
Molti traduttori parlano di “fedeltà” e “tradimento”, ma lei tende a mettere in
discussione questa opposizione. Esistono, secondo lei, traduzioni fedeli che
tradiscono e traduzioni infedeli che rivelano meglio l’originale? Nel suo “Fra
le righe” (Laterza, 2024), scrive che la vera fedeltà è “ascoltare la voce
dell’altro senza cancellare la propria”: è questo il punto d’equilibrio a cui
tende ogni traduttore?
Nel mio libro parlo di quanto mi riescano insopportabili i vecchi luoghi comuni
come “traduttore traditore”, lost in translation, brutta fedele o bella
infedele, e intitolo un capitoletto “Gained in translation” per raccontare
alcuni casi in cui nella traduzione si verifica un guadagno, anziché una
perdita. Ci sono casi particolarmente fortunati in cui ci si imbatte in
soluzioni inattese che in qualche modo – a livello di corrispondenze lessicali o
di echi interni al testo – arricchiscono l’originale. Oppure può capitare che un
autore ci permetta di svolgere un ruolo più attivo, di partecipare in qualche
modo alla ri-creazione del testo nella lingua di arrivo. Lo si vede bene con i
giochi di parole: perché funzionino, occorre che il destinatario diventi
complice dell’autore e comprenda le regole del gioco, che si basano non solo
sulle parole, ma anche su referenze del mondo reale, su un sapere condiviso fra
scrittore e lettore. Dunque la difficoltà, per chi traduce, consiste non solo
nell’individuare il gioco e comprendere il modo in cui esso interagisce con gli
altri livelli del testo, ma anche nel trovare un equivalente di quel sapere
condiviso nella propria lingua d’arrivo, per ricreare lo stesso effetto
ingenerato dal testo originale nei suoi lettori. Come scriveva Eco nella
prefazione alla sua traduzione degli Esercizi di stile di Raymond Queneau,
> «Si trattava, in conclusione, di decidere cosa significasse, per un libro del
> genere, essere fedeli. Ciò che era chiaro era che non voleva dire essere
> letterali. (…) Fedeltà significava capire le regole del gioco, rispettarle, e
> poi giocare una nuova partita con lo stesso numero di mosse».
Dunque, traducendo letteralmente un gioco di parole, non si ottiene lo stesso
effetto che voleva ottenere l’autore dell’originale: per raggiungere quel
risultato occorre ricreare un nuovo gioco di parole, e dunque essere infedeli.
Nel suo lavoro emerge spesso un equilibrio tra rigore tecnico e intuizione. In
che modo l’intuizione linguistica guida le sue scelte quando il testo resiste,
quando “non vuole farsi tradurre”? Ci sono episodi concreti — magari proprio
durante il lavoro su Hemingway — in cui l’intuizione l’ha portata a una
soluzione “imperfetta ma giusta”, più vera dell’equivalente letterale?
Ripenso spesso al laboratorio sui classici, perché per me è stata un’esperienza
importante. Quello della traduttrice è un lavoro solitario; a volte si finisce
per lavorare in modo un po’ inconsapevole, senza troppo riflettere sui motivi
delle nostre scelte. L’insegnamento mi ha fornito un ottimo pretesto per
mettermi a riflettere sul mio mestiere, e queste riflessioni le ho poi
sistematizzate nel mio libro. Tuttavia, come dicevo, lavorare intensamente
insieme ad altre colleghe per un’intera settimana mi ha portato a vedere altri
aspetti della nostra professione, o se vogliamo della nostra arte. L’intuizione,
così come l’empatia, è una dote indispensabile per chi traduce, quell’elemento
ineffabile che spesso ci porta ad accorgerci che, dopo diverse revisioni, quella
frase lì andava bene proprio come l’avevi tradotta la prima volta. Perché eri
“nel flusso”, perché sentivi la voce del testo, perché eri in sintonia con
l’intenzione dell’autrice. Hemingway che in For Whom the Bell Tolls non può
scrivere le parolacce e, per farsi beffe dei censori, le sostituisce con la
parola unprintable (impubblicabile), va reso nell’intenzione più che nella
lettera: questo è stato uno dei problemi traduttivi che ho portato al
laboratorio per chiedere il parere e l’aiuto delle colleghe. Alla fine, grazie
all’intuizione collettiva, abbiamo deciso che scrivere “impubblicabile” in
italiano potrebbe creare fraintendimenti, e abbiamo optato per una soluzione che
rispetta l’intenzione dell’autore: la parola unprintable diventerà in
italiano autocensura.
C’è un libro — contemporaneo o classico — che non ha ancora tradotto e che le
piacerebbe affrontare, magari proprio perché la mette in difficoltà?
Sono affascinata dall’Irlanda, un paese da cui provengono molti degli autori e
delle autrici di lingua inglese più interessanti degli ultimi anni. Questa
affermazione della letteratura irlandese è una diretta conseguenza del fatto che
il governo di quella nazione dà molta importanza alla cultura – si veda il
reddito di base per gli artisti di cui si è molto parlato negli ultimi tempi – e
sostiene attivamente la diffusione della propria letteratura sia in patria che
all’estero. Un po’ il contrario di quello che, ahimè, sta succedendo negli Stati
Uniti, che già prima del brutto periodo che stanno vivendo faticavano a produrre
una letteratura particolarmente originale e innovativa. Insomma, più che un
nuovo autore mi piacerebbe tradurre un nuovo paese.
Cinzia Bigliosi
*In copertina: Ernest Hemingway nel 1920
L'articolo Il traduttore come ventriloquo. Dialogo con Silvia Pareschi sulla
necessità di ritradurre i classici proviene da Pangea.
> “Non c’è nulla di più stupido e di più tracotante di una massa buona a nulla.
> Certamente sfuggire all’arroganza di un tiranno per precipitare nell’arroganza
> di una moltitudine priva di freni è assolutamente intollerabile: il tiranno,
> se fa qualcosa, la fa con cognizione di causa, il popolo invece non ha neppure
> capacità di discernimento. E come potrebbe averla dal momento che non gli è
> stato insegnato nulla e non ha mai visto nulla di bello che fosse suo? Si
> getta nelle cose senza riflettere e le sconvolge, simile a un fiume in
> piena”.
>
> (Erodoto, Le Storie, III, 81)
Così, secondo Erodoto, si esprimeva alla fine del IV secolo avanti Cristo il
persiano Megabizo per opporsi a chi voleva “conferire il potere al popolo”.
Dunque, già a quei tempi veniva definita – con i suoi stereotipi e le sue verità
– la figura retorica del popolo come plebaglia buona a nulla e ignorante, infida
e pericolosa. Concezione riaffermata, quasi un secolo dopo, nel pamphlet contro
la Costituzione democratica di Atene attribuito allo Pseudo-Senofonte, detto
anche “Anonimo oligarca”. Ne citiamo alcuni passi, dalla traduzione che ne fece
Luciano Canfora in La democrazia come violenza / Anonimo ateniese, Sellerio
1998 :
> “A me non piace che gli ateniesi abbiano scelto un sistema politico che
> consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene. […] Dovunque sulla
> faccia della terra i migliori sono nemici della democrazia: giacché nei
> migliori c’è il minimo di sfrenatezza e di ingiustizia, e il massimo
> d’inclinazione al bene; nel popolo invece c’è il massimo d’ignoranza, di
> disordine, di cattiveria; la povertà li spinge all’ignominia, e così la
> mancanza di educazione e la rozzezza, che in alcuni nasce dall’indigenza. […]
> Il popolo non vuole essere schiavo in una città retta dal buon governo, ma
> essere libero e comandare: del buon governo non gliene importa nulla. […] è
> comprensibile che ciascuno voglia giovare a se stesso. Chi invece, non essendo
> di origine popolare, ha scelto di operare in una città governata dal popolo
> piuttosto che in un’oligarchia, costui è pronto ad ogni mala azione, e sa bene
> che gli sarà più facile occultare la sua ribalderia in una città democratica
> anziché in una città oligarchica”.
Il concetto di popolo, così bistrattato nell’antichità ellenica, comincia a
essere “redento” in età moderna, come nella Germania cinquecentesca del pastore
protestante Thomas Müntzer e nell’Inghilterra rivoluzionaria del Seicento, dove
al popolo si va a conferire dignità in quanto “popolo di Dio”; fino ad arrivare
agli enciclopedisti francesi del Settecento e più avanti a Jules Michelet, che
nel saggio Le peuple del 1846 fece una robusta apologia del popolo, definito
generoso, pronto al sacrificio e pieno di umanità, ingiustamente disprezzato dai
pasciuti scrittori da salotto che si limitavano a descriverne la parte peggiore,
ossia quella minoranza di delinquenti ben vestiti che giustificava il
consolidamento del potere di polizia ed esercito. È da qui che si affaccia
l’espressione “la personalità del popolo”, inteso come soggetto, come un Io
dotato di personalità e, quindi, di una psicologia.
Da questa matrice deriva la categoria politica del populismo, quel concetto oggi
tanto usato e abusato da esser ormai ritenuto una semplificazione scontata, dal
significato univoco ed elementare, alla portata di tutti. In realtà, già nel
1967 lo storico statunitense Richard Hofstadter intitolava un suo intervento
alla London School of Economics “Tutti parlano di populismo, ma nessuno può
definirlo”. In effetti, le varianti di “populismo” che si sono succedute negli
ultimi secoli potrebbero essere inserite in un elenco, che va dai levellers e
i diggersinglesi del Seicento a tutte le forme che si sono evolute in molti
paesi, come negli Usa (il Populist Party), in Russia, e in India, Canada,
Francia, Irlanda, Romania, Messico, Perù, e altrove. Secondo diversi studiosi,
il populismo non può che essere definito come stile politico che lavora su vari
materiali simbolici, per dare una forma all’ideologia del luogo in cui si
esprime. Lungi dall’essere univoco, il populismo incorporerebbe “una serie di
risorse discorsive che possono essere usate nei modi più diversi”, con
“significati fluttuanti” (Yves Surel in un saggio su Silvio Berlusconi), veicolo
di significati che variano a seconda delle diverse congiunture storico-politiche
in cui opera.
Agli osservatori di oggi il populismo appare il risultato di una lunga
formazione carsica, dove il tipico leader del momento diventa una specie di
federatore politico di emozioni e istanze popolari “basiche”, che lavora sulle
parole e sulle immagini per alimentare questo fermento, basato oggi più che mai
– grazie alla comunicazione elettronica dei nuovi media che tutto fagocitano –
sul pensiero veloce e automatico, che vuole contrapporsi al cosiddetto pensiero
lento e riflessivo, spesso controintuitivo, esibito dalle deprecate élites. E
quel “popolo” che i populisti pretendono di interpretare viene spesso
rappresentato come una maggioranza anche quando è solo una minoranza
rivendicazionista.
A ogni modo, una caratteristica certa del populismo come definizione è che oggi
nessuno – spesso ipocritamente – se la attribuisce: al contrario, essa viene
spesso attribuita agli avversari politici come epiteto sprezzante e sminuente,
anche delegittimante, in tattiche dialettiche che consolidano la semplificazione
concettuale a cui abbiamo accennato. Da qui deriva un’analoga semplificazione,
di cui vogliamo parlare: quella di confondere o sovrapporre i concetti
di populismo e sovranismo, che sono sfere ben differenti, in una sorta di
“populismo sovranista”, commistione che può essere utile a livello
giornalistico, ma generalmente ritenuta inammissibile a livello
storico-politico. Eppure, questa endiadi può essere giustificata sul piano
filosofico, come afferma Rocco Ronchi nel suo saggio Populismo/Sovranismo. Una
illustre genealogia, edito da Castelvecchi nel 2024. La questione che qui viene
affrontata, nel confronto tra le due sfere, è di tipo genealogico, perché
populismo e sovranismo paiono amare la stessa libertà, professare lo stesso
individualismo: secondo Ronchi,
> “Il populismo sovranista ha padri nobili e insospettati, spesso gli stessi che
> vengono additati come esempi di resistenza al pensiero unico: dal Dostoevskij
> del ‘sottosuolo’ all’osannato Pasolini ‘corsaro’, dall’anarca di Stirner al
> Bartleby melvilliano, senza trascurare la singolare convergenza del populismo
> sovranista con le teorizzazioni postmoderne sulla natura del potere sovrano.
> Del prototipo fascista – con il quale civetta – elabora l’aspetto anarchico,
> rivoluzionario e fieramente irrazionalista, quello che aveva sedotto, come un
> nuovo mito, l’umanità disastrata uscita dal primo conflitto mondiale”.
Il popolo sovrano di stampo populista, come lo conosciamo, sarebbe una
“soggettività dispersa e frantumata”, parlante una lingua “formulaica, modulare,
puramente performativa”, le cui parole d’ordine servono a “un riconoscimento
automatico fra uguali”. La democrazia, che dovrebbe servire a curare la malattia
populista, in realtà è lo stesso brodo di coltura del nemico che si vuol
combattere; e il richiamo a Gramsci – come a Brecht – diventa imprescindibile.
Il carattere intrinsecamente minoritario del socialismo, di cui Gramsci era ben
consapevole, richiedeva “una minoranza agguerrita, dotata cioè di una metis, di
una intelligenza pragmatica, che la rendesse atta a costruire come a sciogliere
alleanze locali, a istituire blocchi sociali eterogenei, a governare processi, a
osare arditi ‘compromessi’ che fossero in grado non solo di arginare la tendenza
avversa, ma di infletterla astutamente nella propria direzione”.
Come sostiene Ronchi, fare della “semplificazione” del pensiero il punto di
forza del populismo è a sua volta una semplificazione comoda, che semplificando
ci esonera dallo sforzo dell’analisi.
> “Liquidare il populismo come mero non-pensiero, ripetendo il ritornello della
> ‘pancia’ contrapposta alla ‘ragione critica’, non solo ne sottovaluta la
> potenza, ma impedisce di dotarsi delle armi necessarie per combatterlo”.
Anche alla luce delle recenti polemiche – sempre più conflittuali – che da
qualche tempo infiammano e infettano il nostro dibattito pubblico sul fascismo
(presuntamente redivivo) e sull’antifascismo (come bandierina assolutoria), ne
abbiamo parlato con l’Autore, cercando una visuale approfondita.
Lei sostiene che il fascismo storico non era una “mera ciarlataneria da fiera”,
come si presentava agli occhi dell’élite intellettuale europea, ma era
una metafisica, e che quel fascismo è valso come “prototipo”, ovvero come schema
operativo per gli ulteriori sviluppi del populismo/sovranismo giunto fino a noi,
che ne ha elaborate le virtualità in modo originale. Quest’ultimo, come afferma,
si radica nella metafisica della libertà individuale, che trova espressione come
libertà esistenziale nell’infelice protagonista delle Memorie del sottosuolo di
Dostoevskij, un irriducibile sovranista di se stesso.
In Mille piani, due filosofi che mi hanno ispirato nel mio lavoro intellettuale,
Gilles Deleuze e Félix Guattari, dicono, a un certo punto, che al nostro
orizzonte si profila un fascismo che farà impallidire quello che abbiamo
conosciuto nel nostro passato. Il libro viene pubblicato nel 1980. Io l’ho letto
qualche anno dopo. Confesso che una simile affermazione mi è sembrata, alle
prime, una esagerazione retorica, una esagerazione non insolita, del resto, in
un tempo, siamo infatti alla fine della decade “rivoluzionaria” degli anni
Settanta, che era incline a certe forme di estremismo enfatico. Il tempo però
penso che abbia dato loro ragione e abbia invece smentito il mio ottimismo di
allora. Era infatti al di là delle mie possibilità di previsione immaginare che
il “mondo” nel quale ero nato e nel quale ero cresciuto potesse veramente
finire. Per “mondo” intendo l’epoca generatasi con la Rivoluzione Francese,
l’epoca che nella libertà, nell’uguaglianza e nella fraternità, e più
precisamente nel loro nesso indissolubile (nessuna libertà senza uguaglianza e
nessuna uguaglianza senza libertà e nessuna libera uguaglianza senza il
presupposto della fraternità universale), aveva posto l’ideale regolativo della
Storia, il cammino in qualche modo ineluttabile dell’umanità (socialismo e
comunismo partecipavano a pieno titolo di quella storia). La riprova non era
forse la sconfitta su scala planetaria subita dal fascismo nel 1945? Ebbene, a
distanza di quarant’anni dalla pubblicazione di quel libro, dobbiamo riconoscere
che è proprio a questa fine che stiamo assistendo su scala planetaria. Il che ci
costringe a ripensare il fenomeno fascismo formulando una ipotesi meta-storica,
che si potrebbe definire a tutti gli effetti metafisica. E se “fascismo” non
fosse il nome di una precisa costellazione storica, determinata nello spazio e
nel tempo (o, se non fosse solo questo)? Se “fascismo” piuttosto che un fatto,
un modello, un archetipo, designasse un processo, un prototipo in via di
sviluppo, di cui i fascismi storici sono stati soltanto i primi sviluppi
evolutivi, i primi balbettamenti e di cui l’attuale ondata populista fosse
un’altra e più “totale” concretizzazione? Se il “fascismo” fosse il nome
convenzionale per una potenza all’opera, per una potenza in esercizio, la cui
effettuazione reale e in certo senso definitiva richiede una “macchina” che
forse solo la tecnologia moderna ha messo a disposizione? Chi avrebbe potuto
credere, solo qualche anno fa, che l’Occidente democratico e liberale, avrebbe
potuto assistere, impotente se non addirittura complice, ad un genocidio così
somigliante a quello perpetrato dai nazi-fascisti? La domanda da porre non è
allora che cosa è stato il fascismo, ma che cos’è qui e ora, quale potenza mette
in campo e perché questa potenza sembra oggi non conoscere argini. Dove,
insomma, il fascismo attinge la sua energia? Siccome la modernità ha nell’idea
di libertà la sua radice metafisica e siccome il fascismo è un fenomeno
completamente moderno, e nient’affatto “eterno” come alcuni hanno sostenuto,
bisogna, credo, provare a capire quale libertà sia quella che il
fascismo-processo mobilita per corrodere fino a distruggerle le libertà civili
prodotte dalla Rivoluzione Francese, una libertà che è fondata sulla
disuguaglianza, una libertà che suppone una fraternità di altro genere, rispetto
a quella originaria, che postula una fraternità che esclude, una fraternità di
“razza”. È per rispondere a questa domanda che ho tirato in ballo l’antropologia
filosofica contenuta in nuce in quel fantastico racconto di Dostoevskij.
Nel suo saggio vediamo come la “capacità universale di fascinazione” del
populismo/sovranismo è data anche dalla rabbia e dalla indignazione degli
“insorti”, e si collega alla paura, che è una paura senza nome, astratta,
antica, che forse non riesce nemmeno più a focalizzare il proprio oggetto. Qui
lei fa entrare in gioco Hobbes, che intuisce come “la paura è l’elemento stesso
nel quale sguazza un ente che si vuole incondizionatamente libero”. E la paura è
indifferente al sapere – si veda la classica idiosincrasia verso l’autorità
scientifica – come la libertà è indifferente alla verità/oggettività.
L’uomo del sottosuolo o della topaia, come forse sarebbe meglio tradurre, è
l’insorto, è il soggetto che in nome della libertà vuole emanciparsi perfino dal
dominio della verità. A lui non piace che 2+2 faccia quattro, lo sente come un
limite imposto dall’Altro alla sua assoluta possibilità. La sua negazione
impotente è così all’origine del suo risentimento verso ogni autorità
intellettuale (le élites…). Vent’anni prima, Max Stirner aveva schizzato un
ritratto analogo. Per il suo “anarca” ogni verità era un muro opprimente, un
idolo da abbattere. Ciò che auspicava per una umanità veramente liberata era una
verità “creata” ad hoc (come le fake news…), una verità che funzioni come “arma”
per affermare il diritto assoluto del “singolo”. Lette centociquant’anni dopo le
pagine di Stirner e di Dostoevskij risultano particolarmente preveggenti.
Bisognerebbe rileggerle a partire dal libro di wu ming 1 su QAnon (La Q di
Qomplotto. QAnon e dintorni, Alegre, 2021): sulla rete si formano comunità
complottiste che creano una verità artefatta, con sfacciata noncuranza per i
fatti, e sono comunità in grado di decidere le sorti politiche del più potente
paese del mondo (prima elezione di Trump). Uomo del sottosuolo e anarca
sembrano annunciare così una umanità nuova, ribelle e risentita, insofferente di
ogni legge e di ogni istituzione che vincoli un libero e irrazionale volere nel
quale è riposto tutto l’essere del soggetto. Nietzsche aveva
chiamato ressentiment la condizione abituale dell’“ultimo uomo”. Il liquido
amniotico in cui cresce questo nuovo tipo umano non può che essere la paura: una
libertà così astratta non può infatti che sentirsi sempre minacciata, sempre sul
punto di venir meno, sempre precaria, sempre instabile, come accade alle
persone anziane. La condizione naturale dell’insorto è infatti il timore e il
tremore; per questo necessita di capri espiatori, vale a dire della continua
offerta da parte dei media di nemici immaginari da sacrificare sull’altare della
sua libertà. E si tenga presente che la misura di una fede in un astratto
immaginario (ad es. La Grande Israele) è data solo dalla quantità di sangue
innocente che si è disposti a versare.
A pagina 39 lei si domanda: “Perché gli intellettuali italiani si sono
specchiati nel ‘pasolinismo’? Che cosa c’era di così seducente in quella
diagnosi senza speranza?”. Entriamo qui nell’annosa questione, oggi più acuta
essendo appena trascorso il cinquantenario dalla morte, su cosa abbia alimentato
questo consenso su Pier Paolo Pasolini, che trascende le appartenenze politiche
(schieramenti opposti se lo litigano quasi come un simbolo identitario): un
“consenso generalizzato, entusiasta, talvolta addirittura fideistico” sul
Pasolini teorico della “mutazione antropologica”, della “omologazione”, del
“genocidio culturale” eccetera. Lei osserva come Alberto Asor Rosa vi avesse
colto già nel 1965 un certo populismo estetizzante e decadente, coerente con la
tradizione; dunque era un conservatore che non ha inventato nulla, il Pasolini
“corsaro”? Era il lamento dell’intellettuale che vede minacciata la sua “aura”,
come dice, sguarnito di difese dall’avanzare della “modernità” copernicana della
televisione e dei jeans uguali per tutti (con le aggravanti di divorzio e
aborto, oltretutto)?
In effetti la penso un po’ così, anche se ho dovuto per questo scontare un certo
isolamento. Criticare il “pasolinismo” è infatti in Italia un peccato che non si
perdona facilmente. Se si vuole essere ammesso nei salotti buoni, la prima cosa
da fare è rendere omaggio alla santa icona… Ma io non ce l’ho con l’artista
Pasolini, di cui per altro apprezzo il cinema (quello degli inizi, almeno, e
soprattutto apprezzo la sua riflessione teorica sul cinema), ce l’ho con lo
sguardo coloniale e paternalistico che rivolge al mondo degli ultimi,
collocandoli, situandoli, spiegandoli con la perizia di un etologo che illustra
i comportamenti obbligati dei viventi che ha come oggetto di studio. Il suo è
uno sguardo normativo, pronto a rilevare e a stigmatizzare ogni infrazione della
legge tramandata, di cui si professa custode e cantore. Il Potere contro cui
Pasolini si scaglia è il potere con la maiuscola, vale a dire una immagine
astratta del potere che si calerebbe dall’alto per pervertire una “vita”
altrettanto astratta. Credo invece che per essere compreso nella sua efficacia
il potere vada scritto con la minuscola, come ha fatto, per esempio, Foucault
più o meno negli stessi anni. Il potere non è insomma in contrapposizione con la
supposta innocenza della “vita”. Il potere è ciò di cui il reale – ogni reale –
è fatto, perché il reale non è nient’altro che un rapporto di forze, una rete di
potenze in esercizio, potenze che sono tra loro in conflitto in un gioco
infinito (Nietzsche docet). Per questo un antifascismo reale funziona solo se è
“militante”, mentre è puramente retorico se si limita alla dimensione del
giudizio morale. Se poi ho definito Pasolini un tipico letterato italiano è
perché il modo con cui l’Italia è entrata nella modernità è stato attraverso il
rifiuto del copernicanesimo e delle conseguenze metafisiche che esso implicava
vale a dire la fine di ogni gerarchia, l’uguaglianza infinita di tutti gli enti,
la fine dell’antropocentrismo. Sono esattamente le cose che ripugnano al
letterato italiano, che privilegia la retorica, ma sono anche le tesi che hanno,
non a caso, portato Giordano Bruno sul rogo.
Veniamo al tema della produzione del mito. Lei osserva come il giovane Mussolini
rivoluzionario intendeva trasformare il Partito socialista in macchina
mitologica: “Mussolini era perfettamente consapevole dell’operazione di
tecnicizzazione del mito che andava proponendo ai compagni del partito”. È molto
interessante l’estratto dell’articolo che Mussolini scrisse sull’«Avanti!» a
commento del suo discorso al Congresso di Reggio Emilia del 1912, in cui afferma
che il partito ha una “anima religiosa”, è una comunità e non una società di
interessi:
> “Che importa al proletariato di capire il socialismo come si capisce un
> teorema? E il socialismo è forse riducibile ad un teorema? Noi vogliamo
> crederlo, noi dobbiamo crederlo, l’umanità ha bisogno di un credo. È la fede
> che muove le montagne perché dà l’illusione che le montagne si
> muovano. L’illusione è, forse, l’unica realtà della vita”.
Ci spieghi la sua definizione di questo “mito tecnicizzato”, visto come “una
allucinazione volontaria che non allucina la realtà, creando una falsa
percezione, ma la stessa potenza di allucinazione”.
Quella frase di un giovane Mussolini, aspirante leader dei socialisti italiani,
mi ha colpito moltissimo. Sintetizzava in una battuta il grande tema della
tecnicizzazione del mito (espressione usata da Furio Jesi per indicare l’uso
fascista dei miti, ad esempio: Dio, Patria e Famiglia) e della estetizzazione
della politica (espressione usata da Walter Benjamin per indicare la capacità di
seduzione del fascismo). Siamo ancora più che mai infangati in questa vicenda
che i media elettronici hanno però reso planetaria. Nietzsche ha spiegato bene
questo passaggio epocale quando ha scritto che se la verità diventa favola anche
la favola cessa di essere tale perché non ha più una verità cui commisurarsi. È
il mondo dello spettacolo generalizzato, che non è il mondo vero (nessuno
crede veramente alle frottole di Trump, nemmeno i suoi seguaci) ma non è nemmeno
il mondo falso (nessuno dei seguaci di Trump crede veramente che Trump menta
quando posta le sue frottole): è il mondo della illusione come unica realtà
della vita, al di là o al di qua della dicotomia vero/falso, il mondo del
“capriccio” lo definisce l’uomo del sottosuolo, dove l’unica “ragione dell’ente”
è una volontà arbitraria e tirannica. Il detto di Giovenale: “Hoc volo, sic
iubeo, sit pro ratione voluntas”, “Lo voglio, così comando, valga la mia volontà
come ragione” esprime molto bene il nuovo “mondo libero” sognato dai fascisti
del terzo millennio.
Paolo Ferrucci
L'articolo Ribelli, insofferenti, insorti. Dialogo con Rocco Ronchi sui fascisti
del terzo millennio proviene da Pangea.
Gianfranco Lauretano – Il mantra critico oggi in voga, riguardo alla poesia
italiana contemporanea, è quello della frantumazione: l’impossibilità di
stabilire un canone, l’incapacità di indicare i valori poetici attuali e reali e
gli autori più importanti. La frantumazione, inoltre, segnala una rottura della
trafila generazionale, un’esplosione della tradizione in molteplici direzioni
contrapposte e prive di dialogo reciproco. La poesia attuale è stata definita un
“astro esploso”. Come si fa a ritessere un filo che appare evidentemente
interrotto già a partire dagli anni Settanta? Che ce ne facciamo della
tradizione se tutto deve essere nuovo, adeguato ai tempi; se dobbiamo fare i
libri come se fossero post dei social?
Salvatore Ritrovato – La prima cosa di cui bisogna liberarsi è l’idea che la
poesia debba essere aggiornata ai tempi. La poesia non deve essere aggiornata:
deve essere contro i tempi che viviamo. Deve essere “contemporanea” nel senso
usato da Agamben, per il quale contemporaneo è chi non si lascia accecare dalle
luci del suo secolo, anzi ne scorge la parte in ombra, l’oscurità, e questo buio
sa interpellarlo, cogliendone le pieghe e le contraddizioni; altrimenti non è
che intrattenimento. Se, prima di scrivere, faccio un’indagine di marketing e
scopro che i lettori vogliono poesie su come non si tocchino i sederi nei
supermercati, io scriverò quel tipo di poesia. Ma io non faccio indagini di
marketing: scrivo ciò che ho dentro, ciò che mi brucia dentro: le pomiciate non
mi ispirano, né in metropolitana né al supermercato. La prima caratteristica
della poesia è di essere contro i tempi.
GL – Dunque c’è un rischio: genuflettersi alla mentalità dominante. C’è un
ambiente, una nuvola di temi che devono essere usati a tutti i costi: la “poesia
di ricerca”, la poesia che non deve essere “assertiva”, ecc. Slogan. Espressioni
imposte da chi ha i mezzi per imporlo, da chi controlla editori, premi,
festival…
SR – Invece di “ambiente” userei “ambienza”, come la usa Gadda per indicare
l’astratto dell’ambiente. Ambienza. È questo che si intende quando diciamo che
bisogna essere contro il contemporaneo? Contro nel senso che non mi devo
accomodare nel tempo in cui vivo, ma verificarne i limiti, i nodi, le fragilità,
e guardare oltre, oltrepassare la soglia. Come altre arti, la poesia la smetta
di parlare di sé, abbia il coraggio di trascendersi. Faccio un esempio con…
GL – …tutte le immagini portano scritto ‘più in là’, come dice Montale
riprendendo Rebora.
SR – Sì, certo: ogni cosa porta scritto: “più in là”. Prendo l’esempio dalla
Costituzione. Abbiamo la Costituzione più bella del mondo, dicono, non perché
sia perfetta o esauriente, ma perché è “trascendente”: gli estensori sono
riusciti a non dire solo ciò che è giusto o buono, si sono lasciati guidare da
“principi-speranza” (citando Ernst Bloch) come libertà, democrazia, solidarietà,
lavoro, uguaglianza, fraternità. Di fraternità non si parla, non c’è un articolo
che dica “bisogna essere fratelli”, ma senti che quel principio c’è, perché non
serve vedere un aldilà o sperare in un mondo ultraterreno per immaginarsi
fratelli: si tratta di un principio che raccoglie tante leggi ispirate alla
solidarietà. Un principio metafisico, cioè che consente di andare oltre la
“fisica” della normativa. Se la poesia non adotta questo principio, la
letteratura resta ferma all’arte poetica di un Boileau. Una macchina perfetta
che rifonda il classicismo: che cosa bisogna fare per diventare poeti?
Frequentare una scuola di scrittura creativa. Applicare l’arte poetica. Ma quale
importante poeta lesse ai suoi tempi Boileau prima di mettersi a scrivere le sue
poesie? Oggi si vede che nell’ambienza poetica manca l’aria. Si può vivere in
una casa senza finestre? È un bunker, non sai più cosa accade fuori. Prima che
ammuffisca, apri finestre, fai una veranda: affacciati. Capisci che quella casa
è solo un punto qualunque dell’universo. È una casa in cui è facile nascondersi
e morire seppelliti: non resta che uscirne fuori, trascendersi.
GL – Una descrizione simile sembra adattarsi a certi poeti di oggi: la
poesia-bunker, la poesia che mangia se stessa, che si divora. Forse è questa la
poesia di ricerca? ma che cosa vuol dire ricerca?
SR – Se significa ricerca formale, allora la poesia rischia di ripiegarsi su se
stessa. A questo punto, preferisco Prévert, che non amava programmi e proclami:
ammesso che la sua non fosse poesia di ricerca, comunque era poesia vera,
com’era autentico ciò che scriveva e sentiva. Forse la poesia di ricerca è
quella “vera”…
GL – In fondo la ricerca è dovere di ogni poeta, nel senso che deve cercare la
forma più adeguata all’esperienza che vive e che vuole raccontare. Ma non è la
ricerca in sé. Tant’è vero che anche coloro che hanno trovato qualcosa alla fine
della ricerca, poi non ne hanno fatto nulla. Quindi, a che pro?
SR – Certo, non c’è dubbio. È la ricerca senza trascendenza della ricerca a
essere inutile. Guàrdati da fuori, considera la tua ricerca formale e rifletti
su ciò che stai facendo. Vuoi essere un poeta di ricerca: bene. E cosa hai
concluso? Hai cambiato il tuo modo di vivere o quello del lettore? Hai innescato
una metànoia?
GL – Andrea Inglese afferma che gli sperimentalisti storici, quelli della
neoavanguardia degli anni Sessanta, dei Novissimi, compresi i
neo-neo-avanguardisti degli anni Novanta, fino a quelli di oggi, non si
percepiscono come parte di una stessa filiera. La “poesia di ricerca”, nella sua
essenza autoreferenziale, non è nemmeno riuscita a diventare tradizione di sé
stessa.
SR – Non può diventarlo: questo è il paradosso. Se la neoavanguardia si
costituisce come tale, non può diventare tradizione, non può entrare in
un’accademia, istituzionalizzarsi, perché è, o almeno dovrebbe, essere
antitradizionalista. Parlare di “neoavanguardia” significa rifarsi a
un’avanguardia precedente, assunta come tradizione. Ma allora è più
avanguardia? Il gesto si fa una volta per sempre: tale è l’orinatoio di Duchamp
o la “merda d’artista” di Manzoni. Non puoi riproporlo, altrimenti è
maniera. Più vai avanti con le “neo”, più tutto si spegne: è come tentare di
accendere un fuoco solo con la brace; ci vuole legna nuova.
GL – Tu sai però che questo accade soprattutto fra i giovani poeti, magari
laureati. Trovi scritto – non sui libri, che non solo scrivono ma spesso non
leggono, ma su facebook – “La poesia è di ricerca o non è”. In che senso? È un
plagio generazionale mostruoso. Come dicevi tu: ogni “vera” poesia è di ricerca,
anche quella di Saba, che non amava l’avanguardia. La ricerca non è proprietà
esclusiva dell’avanguardia; è anche di Montale, di Zanzotto, di Pasolini, di
Caproni, di Luzi. Nessuno dei quali ambiva ad essere annoverato nella
neo-avanguardia. Oggi, però, non mi pare neanche una moda, ma un atteggiamento
dominante certa “trascuratezza” nei poeti. Non si riscontra un gran lavoro sulla
parola, sulla sua forza di espressione, si preferisce essere trascurati,
sciatti. Tante opere – anche di autori noti, pubblicati da grosse case editrici
– sembrano aver trovato una maniera che consente loro di non rimettere più in
crisi la parola e lo stile acquisiti: con poca fortuna e molto metodo, possono
fare, una dietro l’altra, anche dieci raccolte in dieci anni. Che cosa ne
pensi?
SR – Una volta esisteva la sprezzatura: una della più raffinate invenzioni del
nostro Rinascimento. Era un modo per non enfatizzare le proprie abilità: io so
scrivere versi divini, ma non devo ostentarlo, anzi questa qualità deve apparire
naturale, anche se è frutto di uno studio, l’artificio non deve sentirsi. Tutti
volevano la sprezzatura, ma pochi potevano permettersela: tra questi, Torquato
Tasso. È probabile che oggi, lontani da quella civiltà delle corti, per non
cadere nell’ostentazione, visto che la sprezzatura è impegnativa, si preferisca
la sciattezza. Oggi, il fenomeno che tu descrivi lo inquadrerei più
sociologicamente che stilisticamente. Penso ai ragazzi che per il giorno della
laurea indossano vestiti firmati ma con le scarpe da ginnastica: quasi a dire
“sono elegante, ma non ci credo”; e magari le scarpe costano più del vestito.
Allo stesso modo, scrivere in maniera sciatta risponde all’esigenza di far
capire al lettore che l’autore scrive poesie ma non si considera un poeta, come
se la poesia ormai appartenesse ad altri secoli. Se l’imperativo è stare al
passo con i tempi, allora perché scrivere poesie che vendono solo poche
centinaia di copie? Una volta il poeta pubblicava le sue Poesie scritte col
lapis (per citare una raccolta di Moretti), ma i suoi endecasillabi erano
eleganti, mai leziosi, persino facili; ora i titoli sono più complicati, a volte
cerebrali, e i versi sciatti. Un punto di non ritorno fu segnato da Satura di
Montale: “Ok, mi trattate già come un classico, ma per favore non chiamatemi
Poeta”. Montale entra in polemica con se stesso. Ungaretti non avrebbe condiviso
questa posizione: maggiore solo di pochi anni sembra appartenere a un’altra
epoca, com’è vero che muore nel 1970, e Satura è del 1971. Montale risente di
tutto il clima del ’68, dei processi di rivolgimento e riforma: cerca di
smorzare i toni, non è più il Montale che conoscevamo. Si potrebbe dire
che Satura è il suo esercizio di sprezzatura? No, non proprio. Tratti di
sprezzatura si vedono già nella Bufera. Satura contiene ancora una fede nella
parola poetica, indipendentemente da metro e rima. Il messaggio fu frainteso e,
a un certo punto, nessuno si sarebbe vergognato, davanti a un ospite, di
lasciare i panni usati in giro per casa, e i piatti sporchi nel lavabo, i letti
sfatti. Questo è confermato dal discorso del Nobel: Montale pare non creda più
in nulla, nemmeno nella poesia, ancor meno nel premio che riceve. Ora, una cosa
è che questo avvenga al culmine della parabola di un grande autore; un’altra è
che venga assunto a priori. Così non c’è più ricerca: si prende come dato
l’approdo amaro e disilluso di un grande autore e lo si adopera come stile
personale. La poesia-verso-la-prosa diventa maniera, moda, e se si va in questa
direzione, ci si adegua. Ma no! Che ciascuno trovi il suo passo. Una volta mi
hai fatto notare che una mia poesia era alquanto montaliana: una bella trappola
che avevo preparato a me stesso. Ci sono subito tornato al lavoro, è
fondamentale trovare un segno personale. Del resto, anche la moda si fossilizza
nell’arco di una generazione, dal momento che antropologicamente i cambiamenti
sono molto più lenti. Capita che chi scrive invece di an dare contro i propri
tempi, si adegui e magari si ritiri, si chiuda. La risposta,
minimal-crepuscolare, può suonare così: “Non scrivo più col lapis, tanto meno
con la macchina per scrivere, ma con la tastierina di un cellulare; pertanto mi
basterà parlare di cose infime scrivendo in modo infimo per non spaventare il
lettore il quale, a sua volta, scrive con il cellulare… Se questi trova una
parola come “ermo” o “erta”, si domanderà sgomento che sarà mai questo ermo?
Dovrà andare sul vocabolario, poverino! La poesia sciatta, invece, offre grandi
vantaggi: avversando la temuta tradizione, è altresì lontana da ogni brama di
ricerca, insomma si presenta come un altro polo deteriore della poesia di oggi
(avere la pretesa di scrivere su tutto, anche quando non vale la pena o non si
ha niente da dire).
GL – Penso, in questo contesto, a un libro come Trasumanar e organizzar. Quando
vi arriva, Pasolini non è un poeta sciatto: lui vuole scrivere bene, in modo non
di rado sontuoso e concettoso: sa scrivere, compone versi perfetti: le poesie di
Casarsa sono stupende…
SR – In Trasumanar e organizzar Pasolini sceglie la sciatteria come stile
eversivo contro ogni stile aulico o simil-aulico o anti aulico (come quello del
Montale di Satura): uno stile fortemente connotato, quasi a rovesciare o a
deviare in maniera definitiva la sua opera. Dopo questa raccolta che cosa
avrebbe ancora potuto scrivere Pasolini? Temo ben poco. E d’altra parte quello
stile rischia di diventare una moda. Trasumanar è una dichiarazione di poetica,
anzi un’ammissione di disperazione. È come se il poeta si domandasse se nel
mondo di oggi – con la vittoria schiacciante della società dei consumi, della
borghesia, della comunicazione, dell’informatica, dell’algoritmo ecc. – valga
ancora la pena faticare per trovare le parole giuste. Il mondo non lo merita. E
allora non resta che scrivere in modo sciatto, ma senza la stessa densità di
pensiero che Pasolini usa nei suoi libri. Se per Pasolini è un punto d’arrivo,
per molti altri invece è un punto di partenza. Così Cucchi, che vi è arrivato
sin dal Disperso, anche se poi è stato catalogato in una inossidabile linea
lombarda, contraffazione ideologica di uno slogan stilistico che Anceschi
adoperò, decenni prima, nel tentativo di cogliere un minimo comun denominatore
fra alcuni giovani poeti, destinati a un mercato editoriale nel quale non c’era
più spazio per la poesia.
GL – Vorrei porti una domanda sul Novecento, perché tu hai affermato che è un
secolo diverso dagli altri per vari motivi, a cominciare da quell’idea di un
canone minimo che riserva tre grandi poeti per ogni epoca; canone dal quale si
può dissentire, previa una proficua discussione. Ma hai anche osservato che il
Novecento è il primo secolo della storia umana in cui si verifica
un’alfabetizzazione di massa, e che questo comporta una moltiplicazione delle
esperienze poetiche, delle esperienze di scrittura e di lettura, perché molte
più persone hanno avuto accesso all’istruzione. Il Novecento ha quindi
registrato, in modo ampio, la presenza di una varietà di esperienze e dunque una
ricchezza inedita della poesia. Vorrei capire: secondo te, come bisogna guardare
al Novecento? Come possiamo riprenderlo in mano e valorizzarlo?
SR – Mi viene in mente una similitudine: c’è un albero il cui tronco,
all’inizio, cresce diritto, con qualche ramo che devia rispetto al ceppo
principale; a un certo punto si irrobustisce tanto che i rami si estendono in
ogni direzione, e sopra quei rami ne crescono altri, e poi rametti, foglie, e
così via. Il Novecento è come un albero maturo nato sul tronco della tradizione,
arricchitosi via via con nuovi innesti e ibridazioni. A irrobustirlo ha
senz’altro contribuito l’alfabetizzazione di massa. Al di là dell’acquisizione
dei diritti politici per tutti, insieme alla rivendicazione di una pari dignità
sociale (che non può esistere finché non sanno tutti leggere e scrivere, come
diceva Don Milani), l’alfabetizzazione ha permesso il recupero di vissuti ed
esperienza private maturate a livelli sociali e culturali diversi. Un esempio:
fino al Cinquecento e, in realtà, fino all’Ancien Régime, chi arrivava alla
letteratura, anche se di umili origini, poteva percorrere il cursus studiorum,
dalla formazione di base a quella universitaria, tra salotti e corti, a costo di
gran di sacrifici e solo con un po’ di fortuna. Nel Novecento, invece, anche chi
ha un’istruzione elementare può arrivare comunque alla scrittura (come prova la
messe di diari e memorie dei tanti soldati reduci dalla Grande Guerra); anzi,
non è necessario essere laureati – vedi Montale – per diventare poeti. Occorre
avere qualcosa da dire, e perciò è importante conoscere la letteratura, ma
soprattutto saper attingere alla propria o altrui esistenza come a un retroterra
di esperienze familiari, culturali, sociali ricche di verità umana. Pensa a
Rocco Scotellaro, il cosiddetto “poeta contadino”: definizione infondata, ma
utile a far capire come nella sua poesia – cólta a tutti gli effetti – vi sia il
recupero di una società, di una famiglia, di antenati ai quali sentiva di
appartenere, pur avendo compiuto studi importanti. In questo modo entra nel
sistema della letteratura non solo l’immaginario delle élites dominanti, ma
anche quello di altre classi, in estinzione o in ascesa, a lungo emarginate,
deprezzate, dominate. Se un tempo regnava una divisione fra letteratura alta,
letteratura bassa, paraletteratura, letteratura popolare, letteratura riflessa,
letteratura dialettale, e così via, nel corso del Novecento salta tutto. Chi
sceglie il dialetto non lo fa perché non sa scrivere in lingua, o per nostalgia
o per istinto regressivo, ma deliberatamente, nella consapevole ricerca di una
strada alla poesia. A cosa può servire cercare, per il Novecento, i tre poeti o
scrittori più importanti? Bisogna avere un’altra immagine del Novecento, cioè
non più una cima unica, ma un albero fiorente in cui ci sono rami che piacciono
di più a me, altri che piacciono più a te, altri ancora che piacciono a qualcun
altro, alcuni più robusti ma meno belli, altri più teneri e non meno
interessanti. Dobbiamo cambiare radicalmente l’immagine della letteratura.
Questo apparirà vero a chi voglia descrivere il secolo attuale, in cui siamo già
al venticinquesimo anno. Le cose si complicano perché non solo è possibile
accedere alla letteratura attingendo al proprio retroterra esistenziale e
familiare, ma si può addirittura portare sotto gli occhi di tutti, in modo
istantaneo, il proprio pro dotto tramite la rete. Ci sono siti che permettono di
pubblicare seduta stante ciò che si è scritto, ritenendo immediatamente che sia
letteratura. Alcuni di questi siti sono visitati da case editrici che
selezionano testi particolarmente apprezzati – che hanno molti likes – e li
trasformano in libri o romanzi. Così, uno si sveglia la mattina e scrive un
romanzo, o un racconto. Non esiste più alcun filtro critico: chiunque si
improvvisa poeta, scrittore, intellettuale, tuttologo. E su Internet quanti
tuttologi ci sono?
GL – Su questo affondo negli attuali mezzi di socializzazione mediatica mi
sembra che siamo già in un’altra fase rispetto al Novecento. La critica è
completamente evaporata. La poesia esiste ancora, e talvolta è molto buona, ma
la confusione dei mezzi di comunicazione, che sento chiamare “democratizzazione
della cultura”, è in effetti una plebeizzazione della cultura, ha prodotto una
massificazione che ha dissolto la virtù critica. Ha fatto decadere il gusto a un
livello tale per cui non siamo più capaci di riconoscere e definire il valore,
se non in termini sociologici – “questo libro è piaciuto a tanti, dunque vale”
–, o addirittura merceologici. Secondo me la frattura si produce con l’avvento,
su larga scala, del primo grande medium di massa: la televisione, negli anni tra
la fine dei Sessanta e i Settanta. Lì si spacca il Novecento, secondo le
indicazioni di Pasolini, il quale vide ciò che stava accadendo: il grande
cambiamento antropologico degli italiani, del popolo italiano, che è anche un
grande cambiamento nella poesia. Non a caso – e su questo ti chiedo un parere –
gli anni Settanta sono anni-chiave. Da una parte vi pulsa il grande Novecento,
perché negli anni Settanta ci sono ancora Montale, Bertolucci, Sereni, Luzi,
Caproni, Cattafi, Sinisgalli, Gatto, Betocchi, e molti altri. Dall’altra è il
periodo in cui esplode la neoavanguardia e in cui si affermano i nuovi autori:
penso ai neo-orfici, alla Conte e alla Milo De Angelis, e ai prosatori delle
“passioni grigie” alla Cucchi.
SR – Sì, è il periodo della “nuova poesia”. Sono anni di forte fulgore anche per
l’editoria poetica, che dopo un periodo di diffidenza riscopre la poesia, a fine
anni Settanta. Nascono tante riviste, dalle tendenze più diverse, e collane come
quelle di Guanda, e continuano a fiorire la ‘bianca’ Einaudi e “Lo Specchio”
Mondadori, senza dimenticare le prime antologie femministe e quelle di genere,
regionali, generazionali. E poi antologie diventate celebri come La parola
innamorata di Pontiggia e Di Mauro e Il pubblico della poesia di Berardinelli e
Cordelli.
GL – Sembra un periodo di gloria; si cita sempre la vicenda di Castel Porziano,
sopravvalutata. Ma in realtà la morte di Pasolini segna l’inizio della crescente
irrilevanza della poesia. Da una parte, come hai detto, l’alfabetizzazione di
massa avrebbe potuto far accedere alla poesia – se ben indirizzate – milioni di
persone. Quale occasione migliore di dire “Leggete poesia, vi insegniamo come”
nella scuola e nell’università? Dall’altra parte, però, si proponevano
Balestrini o Cucchi, che secondo me rappresentano l’inizio della fine della
poesia, fino all’irrilevanza odierna.
SR – Accade di tutto negli anni Settanta. Occorre sigillare la frattura già
indicata dalla neoavanguardia con una poesia che viene dopo, come
sopravvissuta: da un lato autori che chiedono alla poesia una parola salvifica,
orfica; dall’altro lato autori che si proiettano su un piano
ideologico-intellettuale, per cui conviene arrivare muniti di strumenti
raffinatissimi per capirli, e magari, una volta capiti, apprezzarli. Ma un
versante problematico, per inquadrare la crisi della poesia è anche la scuola.
Noi siamo frutto della scuola degli anni Settanta-Ottanta. I programmi
presentavano un Novecento parziale e incompleto ma bene o male arrivavano a
Pavese. Per accostarsi alla poesia bastava fermarsi tra Leopardi e Pascoli.
Asincronie, rispetto al presente, che hanno prodotto un sostanziale disinteresse
nei confronti della poesia, relegata alla voce, seppure alta, altissima, di
uomini appartenenti ad altre epoche. Se Pasolini può essere considerato il poeta
realmente ucciso – l’Orfeo sacrificato non più da baccanti, ma da criminali –,
questa discrasia temporale fra i programmi scolastici, fermi ai primi decenni
del Novecento, e un “secolo breve” sempre più aggrovigliato, sia pur
agonizzante, rappresenta una seconda morte, didattico-pedagogica. Qual è
l’effetto collaterale? Non si forma un nuovo pubblico della poesia. Hai parlato
giustamente dell’evaporazione della critica: ma la critica evapora se non ha un
pubblico a cui rivolgersi. I critici parlano tra loro un linguaggio sempre più
arcano e autoreferenziale. Il pubblico manca. Manca qualcuno che sappia dire:
“Perché dovrei leggere Edoardo Sanguineti? Perché non dovrei leggere Margherita
Guidacci?” La scuola non ha formato questo pubblico; l’università ha
temporeggiato dando vita a strane combutte amicali. I poeti stessi tendono a
costruire conventicole, parrocchie, club esclusivi. Così, alla fine del Duemila,
la lunga spinta del Novecento – Sereni, Fortini, Luzi, Zanzotto, ecc. – si
esaurisce con la loro scomparsa. I poeti nati negli anni Quaranta-Cinquanta non
riescono a proporre un nuovo modello perché non hanno un pubblico reale, e
ricevono sporadicamente il sostegno di lettori benevoli e accondiscendenti.
Siccome siamo nella “società dello spettacolo”, conta che anche la poesia goda
delle sue occasioni collettive: festival, salotti, premi. Ricordo un poeta di
quella generazione che lamentava anni fa di non essere mai invitato in
televisione. Gli suggerii di fare un corso da presentatore o di iscriversi a un
partito, se proprio ci teneva. E però non riesco a immaginare Fortini o Pasolini
che dicono: “non mi invitano mai in televisione”.
GL – Come faccio, oggi, a capire chi sono i poeti che valgono? Per la situazione
creata nella società italiana dagli anni Settanta in poi – spegnimento della
scuola, dell’università, dell’editoria, che funzionò finché Sereni dirigeva “Lo
Specchio” e Fortini lavorava in Einaudi –, e dall’altra parte il caos e la
frantumazione critica, poi aggravata dai social, io propongo questo criterio:
contano i poeti che hanno continuato il dialogo con il grande Novecento. Finché
sono stati vivi, è stato possibile incontrarli e poi leggerli “in presenza”,
fino ad oggi. Finché loro sono stati tra noi, eravamo ancora in continuità.
Diciamolo: i nati negli anni Quaranta-Cinquanta – Cucchi, De Angelis, Conte,
Mussapi – hanno scritto per reagire alla neoavanguardia. Persino qualcuno più
giovane, come Stefano Dal Bianco, con Scarto minimoreagiva alla neoavanguardia.
Poi è arrivata un’altra ondata di poeti, che invece se n’è infischiata e ha
ripreso il dialogo con il Novecento, quello che ha permesso alla poesia di
sopravvivere e le dà ancora qualche possibilità di riscatto. Io propongo questa
distinzione, tra chi ha tentato di innestarsi nella colonna vertebrale del
Novecento e chi l’ha interrotta, magari con uno scopo buono: salvare la poesia
dal tentato assassinio della neoavanguardia.
SR – Sì, ma qui occorre sfatare un annoso cliché che non saprei come definire:
la convinzione che la storia della letteratura sia marcata da un progresso
inesorabile. Non è vero: la letteratura attraversa le epoche per salti, scatti,
inversioni, sprofondamenti, riemersioni. Lo diceva anche Montale in una sua
poesia sulla storia. Non è vero che l’Occidente progredisce in modo continuo: ci
sono tramonti, aurore, deviazioni. È vero ciò che tu dici: io non ho cominciato
a scrivere confrontandomi con la neoavanguardia, che mi sembrava già inerme
sotto teca, ma alla ricerca del filo d’oro del Novecento. Un Novecento cui hanno
dato un contributo non solo le avanguardie, le correnti, le scuole, ma anche le
significative posizioni isolate di tanti autori. Un secolo progressivamente
imbalsamato, nonché vituperato e seppellito, con cui non abbiamo ancora fatto
bene i conti. Quando Luzi o Bertolucci scrivevano negli anni Trenta, ogni loro
testo aveva un significato che oggi, a noi, rischia di sfuggire: da una parte è
opportuno comprendere il loro punto di vista di ventenni che cercano una via
d’uscita da una società nella quale era rischioso esprimere la propria opinione;
dall’altra parte bisogna sintonizzarsi con i loro versi, tentare di comprenderli
alla luce di domande giuste, corrette, non anacronistiche. Una critica come
espressione di un dialogo libero e schietto. Così entriamo nel senso di una
letteratura nella quale un giovane poeta allora credeva sottraendosi alla
retorica del regime. Dialogando non metto da parte il mio punto di vista
soggettivo e non sottovaluto quello del testo che oggettivamente ho davanti.
Altrimenti non resta che tornare a vagheggiare il ritorno di Orfeo che però non
riesce, pur fornito di google-maps, a trovare l’accesso all’Averno. Come non
posso fare il neo-neo-avanguardista, così non posso fingermi, con tutta la buona
e ingenua volontà, neo-ermetico. Oltre un certo limite, la poesia invita a
buttare la maschera per andare incontro al lettore e costruire insieme una
comunità critica, alla ricerca di una parola che ci responsabilizza e in fondo
ci affratella.
*Il dialogo tra Gianfranco Lauretano e Salvatore Ritrovato, qui pubblicato in
anteprima, anticipa l’uscita de “L’anello critico 2025. Annuario della poesia
italiana contemporanea”
Le immagini in copertina e nel testo sono di Grandville, tratte da “Un autre
monde”
L'articolo La poesia è contro i tempi, altrimenti è intrattenimento. Dialogo tra
Gianfranco Lauretano & Salvatore Ritrovato proviene da Pangea.
“Arti applicate… arti decorative… arti minori… Io non vedo differenze. L’arte è
arte. Cosa significa ‘applicate’? È solo uno degli aspetti dell’arte, uno dei
tanti. C’è chi dipinge, chi costruisce sedie e chi le studia… Una volta Roberto
Longhi, col quale mi laureai in Storia dell’arte a Firenze, vedendomi arrivare
mi disse: ‘Ah, ecco quello che studia le seggiole’. Sì, e allora? Non c’è niente
di male a studiare le seggiole… Nella mia vita mi sono occupato di tante cose.
Di arredi francesi, di mobili italiani, di mosaici, di pietre dure… Per me
l’approccio è sempre stato lo stesso. Che si tratti di un dipinto o di mobile,
lo devi guardare e studiare allo stesso modo. Di quell’oggetto, di quel
manufatto – di quell’opera d’arte – devi capire quello che si sa, come lo si sa
e che cosa significa. ‘Arti applicate’ cosa vuol dire? Che si applica a che
cosa? Penso che il termine ‘decorative’ sia più giusto. L’oreficeria, le
ceramiche, i vetri, gli smalti, i mobili… Sono tutti oggetti che decorano la
casa, che l’arredano. ‘Applicate’… Ma perché? Anche quando fai un quadro ti
applichi… E cosa significa ‘minore’? Dipende da com’è il quadro e da com’è la
sedia; non necessariamente qualcosa è per statuto inferiore o superiore. Ci sono
opere di pittura e scultura molto banali, e d’altra parte tessuti o vetrate che
sono capolavori. Allo stesso modo, per quanto riguarda lo studio della storia
dell’arte, si possono dire cose molto serie su oggetti considerati ‘minori’,
così come si possono dire cose molto stupide su Tiziano. L’oggetto che studi può
essere importante o no: quello che conta è come lo vedi e come lo fai capire
agli altri. Che poi un dipinto di Rembrandt sia più importante di una sedia
stile Impero è possibile, non l’ho mai negato. Ma stabilire una gerarchia a
prescindere tra la pittura e l’ebanisteria, è pretestuoso. E questo vale anche
dal punto di vista della critica. Poi, certo: il fatto che un quadro o una
statua abbiano come fine solo il godimento estetico mentre una sedia o un tavolo
abbiano anche una utilità, è qualcosa di importante; non c’è dubbio. Ma il fatto
che una sedia o un tavolo abbiano una utilità non significa che non possano
essere anche un’opera d’arte. E poi: come si decide che un oggetto è bello o non
lo è? Il gusto cambia ogni cinque anni, dieci anni. Non solo cambia il gusto del
tempo. Anche il gusto personale. Non sempre quello che tu trovi bello e
importante a vent’anni continuerai a trovarlo bello anche a trenta o a
cinquanta. O a novanta”.
Novant’anni anni, nato a Santiago di Cuba nel 1936, discendente di un’influente
famiglia locale – il padre fu Ministro della Cultura di Fulgencio Batista poco
prima della rivoluzione cubana: “morì nel 1952 quando avevo 16 anni” – lunghi
viaggi fra Stati Uniti e Europa, dove si stabilì al momento della presa del
potere di Fidel Castro decidendo di non fare mai più ritorno nel proprio Paese,
studi universitari a Firenze dove fu allievo di Roberto Longhi, e poi – dal
1971, senza più abbandonarla – Roma, dove era arrivato la prima volta nel 1955
(“Perché ho deciso di vivere qui? Perché è la città più bella che esista”),
Alvar González-Palacios, naturalizzato italiano ma con un elegante e ostinato
accento cubano, con i suoi libri ha offerto uno dei contributi più importati
sulla storia delle arti decorative, con una predilezione per l’area italiana,
francese e spagnola. Titoli: Il tempio del gusto (1984), Il gusto dei
principi (1993), Arredi e Ornamenti alla corte di Roma (2004), Nostalgia e
invenzione: arredi e arti decorative a Roma e a Napoli nel Settecento (2011).
Sguardo disincantato, occhio affilato, autoironico, raffinato connoisseur e
storico dell’arte, professore e collezionista, González-Palacios è un
intellettuale e un uomo di mondo che, girandolo, ha conosciuto tutti i grandi
collezionisti e antiquari del Novecento, e poi artisti, studiosi, direttori di
museo, miliardari e gentildonne, editori, mecenati, aristocratici… da Federico
Zeri a Jean Paul Getty, da Umberto Allemandi a Mario Praz, da Harold Acton a
Vittorio Cini, da Jean-Michel Basquiat a Costantino Bulgari, da Madelaine
Castaing a Bernard Berenson, da Alberto Arbasino a Peggy Guggenheim, da Liliane
de Rothschild e Anthony Blunt… Pezzi di storia e pezzi d’arte. Una vita fuori
dall’ordinario, fra Bellezza e Bizzarria, alla ricerca di una risposta alla
domanda: ‘Che cos’è il gusto nell’arte e nella vita?’. E qual è la risposta?
“Forse il duende di cui parla Federico García Lorca, una forza misteriosa che
possiede l’artista, un qualcosa che qualcuno ha e moltissimi non hanno. Un
incanto misterioso, una qualità ineffabile. Qualcosa che è ovvio quando manca,
ma può sfuggirci quando c’è davvero”.
Un dono che può possedere solo l’artista o anche l’artigiano?
“Le arti sono state spesso distinte in maggiori e in minori, specialmente in
Italia, forse a causa di una cultura idealista che da noi ha resistito più a
lungo che in altri Paesi. Penso che tutti gli aggettivi usati per spiegare le
arti siano spesso inutili. Forse il meno offensivo è ‘arti decorative’, quello
spregiativo ‘arti minori’. Chi stabilisce che un oggetto è un’opera d’arte con
la maiuscola o con la minuscola? Dividere l’arte fra grande arte e piccola arte
è una presunzione. Il fatto che un artista sia un grande artista, per esempio un
grande scultore, non significa che non sappia fare un bel disegno. In molti casi
lo sa fare benissimo. Mobili, pietre, marmi, gioielli: tutto può fare parte
dell’arte. Non perché è un mobile non deve essere arte. È come è fatto quel
mobile che lo fa essere un’opera d’arte o meno. Io mi sono specializzato in
questo ambito perché quando ero giovane, sono arrivato in Italia e dovevo
guadagnare per vivere, ero un esiliato. Ho iniziato ad occuparmi di primitivi
toscani verso i quali, a un certo punto, fra Settecento e Ottocento, in Italia
si assistette alla nascita di un grande interesse collezionistico. Poi mi sono
avvicinato ad Ambrogio Lorenzetti e il suo tempo; e, con lo stesso impegno, con
lo stesso sguardo e con lo stesso rigore scientifico che si applica all’analisi
di una scultura, di un edificio o di un dipinto, mi sono dedicato a cose
apparentemente più facili, per alcuni banali, cioè gli oggetti. Ad esempio i
mobili di Giuseppe Valadier, architetto, orafo e argentiere fra i più importanti
del periodo neoclassico; e mi sono specializzato in pietre dure, soprattutto
delle collezioni reali spagnole, e poi negli orologi e nei bronzi… Insomma, mi
sono occupato un po’ di quello che mi piaceva, un po’ di quello che mi
chiedevano. Ma la mia scelta non dipendeva da ciò che era considerato più o meno
importante nel mondo degli studi, ma dal fatto che pochi studiosi se ne
interessassero in Italia. Molti miei amici, in Francia o Inghilterra, si
occupavano anche di oggetti ai quali qui, per non dispiacere a Longhi, nessuno
voleva avvicinarsi; e io ho detto ‘Se lo fanno loro, perché non lo dovrei fare
io?’. Io davvero non vedo che cosa ci sia di male a occuparsi di una sedia.
Solo, bisogna vedere che sedia è. Ad esempio, Andrea Brustolon, un veneto che ha
vissuto fra Seicento e Settecento, ha realizzato delle sedie e delle poltrone
piuttosto straordinarie. Ripeto: tutto dipende da come uno guarda le cose. Non
bisogna cadere nei pregiudizi. Lo stesso vale se consideriamo il rapporto tra
artigiano e artista. Quando un artigiano diventa un artista? Semplicemente
dipende da quello che fa. Ci sono artigiani che sono artisti e artisti che non
sono artigiani, perché non sanno fare le cose bene. L’artigiano è chi fabbrica
degli oggetti, ma lo fa in una maniera che non arriva alla grande arte, cioè
senza originalità, e allora resta un operaio. Perché si possa parlare di
artista, invece, occorre che ci sia una dose di immaginazione e di invenzione
che la persona media non ha. Se tu fai un mobile e lo fai uguale ad altri
trenta, allora non è un’opera d’arte, è un oggetto seriale. Se invece crei una
linea diversa, lo decori, lo orni in una maniera nuova, come nessuno lo ha fatto
prima, allora è arte. Pensiamo ad André-Charles Boulle, vissuto a Parigi fra
Seicento e Settecento, un ebanista, ma anche scultore, cesellatore e decoratore,
famoso per una sua tecnica particolare nella lavorazione dei mobili. Lui ha
inventato uno stile. Un genio assoluto, pur essendo innanzitutto un artigiano.
Aveva una capacità manuale strepitosa nel modellare il bronzo e il legno, tanto
che le sue sedie non si possono confondere con quelle di nessun altro. Aveva un
dono, qualcosa di divino, una inclinazione particolare che alcune persone hanno
e altre no. È il colmo dell’ingiustizia, lo so, ma è così. Voglio dire che ciò
che differenzia un oggetto normale da un oggetto d’arte è il grado di perfezione
che si raggiunge nella sua realizzazione. E i due estremi sono il capolavoro e
la banalità. Vede quel mobile che è dietro di lei? Direi che non è un oggetto
banale… È d’accordo?”.
Dietro di noi c’è un mobile con cassetti decorati in pietre dure, del tardo
Seicento – una cosa affatto banale, diciamo meravigliosa… – probabilmente uscito
dalla Galleria dei Lavori istituita a Firenze nel 1588 dal Granduca Ferdinando I
de’ Medici e che poi nell’Ottocento prese il nome di Opificio delle Pietre Dure.
Per il resto, la casa di Alvar González-Palacios, un appartamento nel centro di
Roma, a Palazzo Caetani, dove la finestra della camera degli ospiti guarda il
Vittoriano e quella della sala da pranzo s’affaccia su Largo Argentina, è un
labirinto di stanze stracolme di opere d’arte e di oggetti. Dipinti di
scuola bolognese del tardo Seicento, porcellane cinesi, antichi vasi romani (“Ma
non sono di fattura così pregevole…”), in camera da letto tre pannelli dipinti
su tela (“Tardo Settecento piemontese, li acquistai in un mercatino delle pulci
a Parigi, ma era una serie di sei, da allora continuo a cercare gli altri
pezzi”), una consolle in legno e alabastro, una angoliera inglese a chinoiserie,
in bagno antiche mattonelle persiane murate nelle pareti, e poi bronzi,
tavolini, lampade (“Ogni pezzo è una scelta precisa, tenendo conto dei miei
mezzi, che sono stati sempre limitati; i miei gusti in verità implicherebbero
una quantità di denaro che non avrò mai…”), e poi miniature, disegni, dodicimila
volumi, due grandi librerie (“Le ho disegnate io”), e ancora lacche, stampe,
sculture. Opere di artisti minori e pezzi di alto artigianato.
“Gli artisti nel corso della storia spesso hanno sfruttato gli abili artigiani.
È sempre successo. Ma come un artigiano può essere un artista, così un artista
può essere anche un grande artigiano. Una cosa non esclude l’altra.
Michelangelo, ad esempio, è stato anche un grande artigiano. A qualcuno il
termine ‘artigiano’ riferito a Michelangelo non piacerà; ma resta il fatto che
pochi altri nel corso dei secoli hanno saputo lavorare il marmo come lui; e che
ha saputo disegnare come pochissimi altri come lui. La verità è che un grande
artista, se non è anche un bravo artigiano non funziona. Come fai, se no, a
creare un’opera d’arte? Devi essere bravo anche manualmente; non basta solo
l’idea; anche se è altrettanto vero che se non hai una buona idea, non avrai mai
una vera opera d’arte”.
Ma un artista può anche non saper fare delle cose, non saper usare gli strumenti
dello scultore o del pittore e essere comunque un artista riconosciuto da tutti.
Un artista concettuale, per esempio.
“Ma non è detto che lo resti. Vedremo. Oggi la critica pensa così, fra cinque
anni magari cambia idea. Non basta un giorno per fare un grande artista. Qui
siamo nel campo delle mode. Uno può essere molto amato in un certo momento e
qualche anno dopo sparire. Non per ingiustizia, ma perché cambia il
gusto. L’arte non è mai uguale. Quello che piace oggi non sarebbe piaciuto nel
1950 e non è detto che piacerà allo stesso modo nel 2050. L’oggi dura solo 24
ore. Poi finisce. La moda e il gusto distruggono tutto o lo esaltano. Il punto è
che a volte guardi le cose superficialmente, poi le riguardi e noti particolari
e aspetti che ti erano sfuggiti. Bisogna essere sempre disposti a cambiare le
proprie idee, a migliorarle, ad affinarle. Non è mai tutto definitivo. Certo,
andare contro il proprio gusto – tenendo per buono che lo si abbia – non è
facile. E non bisogna cedere alle mode”.
Il design è una moda?
“Il design? Che cos’è il design? È solo un modo come un altro di indicare quello
che si è sempre chiamato ‘disegno’. Non è un’invenzione della modernità. Design
– anzi, ‘desàin’ come si dice qui – è una parola che si riferisce alle cose
fatte per secoli con una matita su un pezzo di carta. Qualcosa che esiste da
sempre; solo che si chiamava il disegno. Infatti a Firenze c’è l’Accademia del
Disegno. Il design sembra che sia una cosa nata negli anni Venti del Novecento e
che prima non esisteva. Ma quando mai? Qualsiasi artista prima di fare una cosa
deve per forza fare un disegno, o no? Se nel Medioevo un magister
operis progettava una torre, per prima cosa faceva un disegno. Se nel
Rinascimento un architetto progettava una cupola, prima faceva un disegno. Se
nell’Ottocento un artista costruiva un mobile, prima faceva un disegno… Non c’è
altro modo di fare le cose. È sempre stato così e lo sarà sempre. Oggi, ad
esempio, nelle aziende automobilistiche c’è un creativo, un artigiano, un
artista o un designer che parte da un disegno originale, innovativo, che non si
è mai visto prima, sulla base del quale realizzare un’automobile con una sua
linea unica e inconfondibile. Domanda: può anche un’automobile essere un’opera
d’arte? Sì, certo che può esserlo, anche se dopo che si sono fatte tre macchine
una copiata dall’altra la cosa non funziona più. E allo stesso modo nel
Settecento c’era un disegnatore, o un artigiano, o un artista – non esistevano
ancora i designer – che partiva da un disegno originale, innovativo, che non si
era mai visto prima, sulla base del quale realizzava una carrozza con una sua
linea unica e inconfondibile. Domanda: può anche una carrozza essere un’opera
d’arte? Sì, certo che può esserlo. E io le ho viste. Una automobile, una
carrozza, un bicchiere. Sono esattamente la stessa cosa. E tutto parte sempre da
un disegno. Cambia la moda, cambia il modo di vedere quegli oggetti, cambiano i
gusti; ma il processo è il medesimo. Si chiama arte”.
Luigi Mascheroni
**
S’intitola “Applicazioni/Applications”, ed è il nuovo numero, che esce in questi
giorni, della rivista “La Biennale di Venezia”, uno dei prodotti editoriali più
affascinanti apparsi in Italia negli ultimi anni. Tornata a nuova vita nel 2024
(dopo 53 anni di silenzio editoriale) per volontà di Pietrangelo Buttafuoco,
Presidente della Biennale, e Debora Rossi, direttrice dell’Archivio storico, la
rivista è oggi diretta da Luigi Mascheroni. Ha cadenza trimestrale, è
internazionale e monografica: ogni numero è dedicato a un argomento che viene
declinato nei diversi ambiti di interesse della Biennale (arte, architettura,
cinema, danza, musica, teatro, moda), ma anche letteratura, scienze, filosofia…
«La Rivista è una delle attività che prendono forma dal nostro Archivio
storico», spiega il Presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. «Il
patrimonio che custodisce la memoria dell’Istituzione, composto da documenti,
fotografie, video, manifesti, rassegne stampa e molto altro, si trasforma in
materia viva per progetti editoriali, mostre, percorsi di ricerca e produzioni
speciali». Il numero “Applicazioni/Applications”, in particolare, esplora il
rapporto tra le nuove forme della creatività e indaga i diversi modi in cui
l’arte entra nella quotidianità al tempo della sua inconsapevolezza: quella di
essere arte. Fra design e società, artigianato e industria, cultura materiale e
digitale. Tra i contributi di questo numero, quello di Lilli Hollein, direttrice
del MAK, il Museo di Arti Applicate di Vienna; di Brendan Cormier, curatore del
Victora and Albert Museum di Londra; dell’architetto danese Bjarke Ingels; di
Julio Luzán, che mette in luce il dialogo tra saperi artigianali e innovazione
tecnologica nella creazione degli effetti speciali nell’industria
cinematografica; e del regista e artista Julian Schnabel.
Qui pubblichiamo in anteprima l’intervista di Luigi Mascheroni allo storico
dell’arte Álvar González-Palacios.
*In copertina: Álvar González-Palacios; photo Lorenzo Castore per La Biennale di
Venezia, 2025
L'articolo “Anche un bicchiere può essere un’opera d’arte”. Dialogo con Alvar
González-Palacios, fra Bellezza e Bizzarria proviene da Pangea.
In copertina, un particolare dalla Santa Lucia di Francesco del Cossa: occhi che
germogliano da una piantina, stretta con malizioso garbo dalla santa. Era il
1994 e dell’autore – “nato nel 1941 a Rimini, dove vive” – si diceva, per lo
più, della biblioteca, la Gambalunghiana, di cui era, all’epoca, direttore,
“fondata al principio del Seicento, da un gentiluomo allampanato e funereo”. Il
romanzo – L’avvocata delle vertigini –, tra i più singolari e remoti del nostro
canone recente, nascondeva, tra l’altro, un altro libro, Ufficio del silenzio,
in cui si legge quanto segue: “Tacet. Come il colore bianco è la somma
misteriosa di tutti i colori, così quella lingua bianca che è il silenzio
accoglie paternamente tutte le parole”. Un monito, forse. Il protagonista,
Dominici, ricorda a sprazzi il Daniele Dominici de La prima notte di quiete,
l’eroe malinconico del film di Zurlini, ambientato a Rimini. Del libro si parlò
tanto, tanto fu tradotto: un autore italiano nel catalogo Adelphi era pura opera
di teurgia, quasi un’annunciazione; qualcuno paragonò L’avvocata delle
vertigini alla Variante di Lüneburg di Paolo Maurensig, noto romanzo uscito nel
1993: l’affinità è meramente editoriale.
Rispetto ad altri autori dal tardivo esordio – Francesco Biamonti e Gesualdo
Bufalino, ad esempio – Piero Meldini aveva già pubblicato tanto, per lo più
saggi, con l’amico editore di una vita, Guaraldi: tra gli altri,
ricordo Reazionaria, la prima “Antologia della cultura di destra in Italia”,
uscita nel 1973, Mussolini contro Freud (1976) e il ciclo “La cucina
dell’Itaglietta” (1977), che è poi una storia d’Italia, dall’età giolittiana al
fascismo alla “cucina del tempo di guerra”, attraverso la controcultura
culinaria.
Per lo più ostile alla cagnara letteraria, per lo più sulle sue, un isolato,
Piero Meldini ha pubblicato per Adelphi il suo libro più bello – L’antidoto
della malinconia, 1996, ambientato in un inquieto, coriaceo Seicento – e per
Mondadori quello che ritiene il più compiuto, La falce dell’ultimo quarto, nel
2004. L’ultimo libro, Italia. Una storia d’amore (la quinta: vigilia della Prima
guerra, tra Bologna e Rimini) è uscito per Mondadori poco meno di quindici anni
fa. Da allora, Meldini, senza dubbio uno dei grandi scrittori italiani di oggi,
vive in una veglia tutta sua: non ha più voglie letterarie, è quasi del tutto
refrattario al presente. I racconti radunati per Vallecchi come In disparte, in
silenzio (brutta la copertina “generata con AI”), così, fanno l’effetto di una
scoperta. Pochi – sedici – brevi – in tutto, compresa la Nota, il libro conta
centoquaranta pagine – sagaci, non scalfiscono il tema: il testo più recente è
del 2009. Eppure, per una sorta di sfrenata austerità, di spudorata sapienza, i
racconti di Meldini sembrano più moderni, freschi, scattanti, giovani di troppa
narrativa che infesta le librerie patrie.
Il racconto più bello – parere mio – è Dietro la grata: siamo nel Seicento, il
secolo narrativamente aureo e oracolare per Meldini, si parla di una giovane, di
fantomatica bellezza, confinata in monastero, di un diario mistico dalla
“scrittura insieme puerile e artificiosa”, di un donnaiolo attaccabrighe che
porterà al disfacimento la famiglia, non nobile ma capace in ricchezze. Il genio
dello scrittore, come sempre, si vede subito, fin dalla filigrana dell’incipit:
> “Sulla carta spessa, che crocchia e si accartoccia agli angoli, le righe
> corrono svelte. Le lettere pendono a destra, come investite da una corrente
> d’aria. Là dove la scrittura a un tratto si inalbera, graffiando il foglio, la
> porta avrà sbattuto”.
Si sente, cioè, in poche righe, il sapore di un mondo e il suo senso,
il suono dell’epoca. Lo scrittore gioca con gli astri, ha a cuore tutti gli
angoli della propria invenzione (soprattutto quelli invisibili al lettore). La
scrittura di Meldini rimanda – parere mio – ai racconti più riusciti di
Marguerite Yourcenar, quelli raccolti in Come l’acqua che scorre; lui cita, tra
i suoi lari, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Morselli, Buzzati. A Jorge Luis
Borges – autore che accompagna da sempre l’epopea letteraria di Meldini – è
dedicato uno ‘scherzo’ assai sugoso. In Pasticcio, il grande scrittore argentino
interpreta se stesso in vesti di cuoco: il suo piatto, naturalmente un
“capolavoro”, sortirà effetti mortali nella mente e nel corpo dei commensali. I
borgesiani di ferro riconosceranno nomi, temi, topografie, comunque esplicitati
dall’autore in nota.
Come ci si potrebbe attendere, Meldini – almeno in apparenza – guarda con
indocile sprezzatura ai suoi libri: nell’arco di un ventennio o poco più – mi
sono dimenticato di citare Lune, Adelphi, 1999 – ha pubblicato alcuni dei libri
indimenticabili della nostra tradizione recente, ma cosa gli importa… “Dubito
che qualche mio romanzo mi sopravviva e non è che la cosa mi turbi più di
tanto”, tende a ripetere. Lo scrittore forse fa proprio questo: scrive per
cancellarsi – delle cose che ha scritto, gli resta un riverbero, una breve
nudità, lo sbrego sul margine, un manoscritto pervertito dall’uso. Forse la sua
icona è la farfalla – o l’effimera; i libri, intanto, fanno la crisalide. Il
resto – far vivere un libro, dotarlo di eternità – è compito nostro, è la gioia
dei lettori.
Che cos’è il racconto per te: il disegno preparatorio di un romanzo, un romanzo
abortito, a mala pena abbozzato, un’occasione che avvampa, lasciando dello
scritto un pertugio di cenere – e poco altro. O è molto di più?
Il racconto non è né un embrione né un concentrato di romanzo. È un’alternativa.
La scelta, cioè, di raccontare in un numero limitato di pagine una storia con un
capo e una coda: un inizio che inviti alla lettura e un finale appagante,
sorprendente o perturbante. A differenza del romanzo, che lascia il lettore
libero di indugiare, sostare e fantasticare sulle sue pagine, il racconto lo
prende per mano e lo trascina fino alla conclusione. Un buon racconto è una
parabola nel duplice significato del termine: una traiettoria e un racconto con
una morale. Meglio – molto meglio – se indecifrabile.
La quarta recita: “Tutti i racconti di uno dei più originali narratori
italiani”. Ti domando. Sono davvero “tutti” i tuoi racconti qui raccolti; cosa
significa, appiccicato a te, l’aggettivo “originale”; e poi, ti senti davvero un
“narratore”?
Sì, i racconti sono più o meno tutti quelli che ho scritto; i pochi assenti non
meritavano di essere riesumati. Credo (spero) che con “originale” lo strillo –
di cui non sono responsabile – intendesse appartato e inclassificabile, perché
di fatto è così che mi vedo. E sì, mi considero un narratore. Se non ho in testa
una storia, anche semplice, e dei personaggi – chiamiamoli pure fantasmi – mi è
impossibile cominciare un racconto; non parliamo poi di un romanzo. Non credo
che la bella scrittura sia autosufficiente.
Secondo i canoni – idioti si dirà – della casistica narrativa italica, hai
esordito tardi, nel ’94, non pubblichi testi ‘nuovi’ dal 2012, un secolo fa. Il
racconto più recente raccolto in “In disparte, in silenzio” data 2009. Perché?
Non hai più niente da scrivere? La narrativa è stata una delle tante stanze
della tua vita, ora sigillata?
Scrivere è per me molto impegnativo. Il risultato, dopo una giornata di lavoro
(e se sono particolarmente in vena, s’intende), è una mezza cartella di
testo. Sulla quale tornare poi non so quante volte e più per togliere che per
aggiungere. Non è raro che dedichi a un singolo passo una settimana e più di
lavoro accanito. Non è nemmeno raro che poi lo cancelli senza una lacrima. Un
lavoro così lento e faticoso ha bisogno di un contesto favorevole: un’editoria
che si assuma qualche rischio, una critica attenta e autorevole, una comunità di
lettori sufficientemente ampia e curiosa. Nel ’94, quando ho esordito nella
narrativa, questo contesto esisteva; nel 2012 le cose erano già molto cambiate;
oggi mi attenderebbe una terra incognita, ma presumibilmente inospitale, e alla
mia veneranda età non si ipotecano due anni di vita per essere letti da dieci
amici.
In Italia non si legge – tanto meno, si leggono i racconti, antica leggenda.
Perché?
Non so se i lettori italiani non amino i racconti. Quel che so è che gli
editori, a torto o a ragione, li considerano poco commerciali e preferiscono a
una bella raccolta di racconti un romanzo mediocre.
Due domande in una. Che cosa stai leggendo? Qual è il tuo libro che – agli occhi
tuoi – ‘resterà’? (Ne aggiungo un’altra, in coda: il libro tuo che desideri
svanisca nell’oblio, c’è?, qual è?).
Sto leggendo Sotto una stella crudele, un libro del 2017 che avevo
temporaneamente accantonato. Non è un romanzo. Sono le memorie di una donna
ebrea di Praga, Heda Margolius Kovàly, che in meno di un decennio era passata
dagli orrori del nazismo a quelli dello stalinismo. È una lettura che prende
allo stomaco. Andrebbe imposta (no, mi correggo: consigliata) a tutti quei
giovani che si proclamano orgogliosamente fascisti o comunisti. Ma, temo, con
scarsi risultati.
Dubito che qualche mio romanzo mi sopravviva e non è che la cosa mi turbi più di
tanto. Potessi scegliere io, sarei indeciso tra L’antidoto della malinconia – il
romanzo a cui sono più legato – e La falce dell’ultimo quarto – quello che
considero il più maturo, per il suo equilibrio fra dramma e commedia. Tolto
qualche mio remoto saggio, che avrei potuto e forse dovuto lasciar perdere, ci
sono molti libri che oggi scriverei diversamente, ma nessuno di cui mi vergogni.
Anche i racconti – parere mio – confermano che ti trovi narrativamente più a tuo
agio in territori alieni ai più, a noi poveri scribi: il Seicento, l’Ottocento.
Lì, i tuoi tratti, mi pare, trovano una definitività indefettibile. È vero? Dico
sciocchezze?
È vero: ho con la contemporaneità un rapporto complicato, e non m’è del tutto
chiaro se non voglio o non so raccontarla. Mi domando, per altro, se i miei
siano davvero romanzi storici. Sì per la cura scrupolosa dell’ambientazione, a
prova di anacronismi; no per quel che riguarda l’intenzione di resuscitare
un’epoca. Ciò che a me interessava non era la ricostruzione filologica di un
determinato periodo storico, ma la trattazione di temi del tutto personali e
attuali, utilizzando però un “filtro” che mi consentisse di parlare di me stesso
senza compiacimenti e dell’attualità senza riferimenti alla cronaca. Lo
scrittore di romanzi storici finisce spesso, volente o nolente, per attualizzare
il passato. Io credo di aver fatto l’opposto: “storicizzare” il presente
proiettandolo in un’altra epoca.
Tra i racconti, spicca un tributo a Borges, che figura tra i tuoi lari – in
filigrana, vedo la grana della Yourcenar. Quali scrittori italiani tra i tuoi
maestri?
Gadda, innanzi tutto, al punto che avevo l’abitudine di rileggere ogni anno,
come un esercizio zen, La cognizione del dolore. Poi, in parte, Sciascia e
Calvino. Sicuramente Tomasi di Lampedusa. Landolfi, ma in modica quantità, e
Buzzati. Il Morselli di Contro-passato prossimo e Roma senza papa e il Soldati
dei racconti. E inoltre un bel po’ di scrittori ottocenteschi e del primo
Novecento, a cominciare da Svevo.
Pur nella scrittura spesso assertiva, serrata, severa, vedo l’ironia nera, un
piccolo Pan a disfare le sorti dei tuoi personaggi. Un gioco alchemico: il caos
che, in piccole dosi, rende dorata madama armonia. A tratti, la scrittura pare
un gioco – di specchi e di attese e di maschere. È così?
Sì, proprio così, e mi fa piacere che tu lo abbia còlto. I protagonisti dei miei
romanzi sono destinati a percorrere strade che li conducono fatalmente alla
catastrofe. Non ho deciso io di farli finir male, però: lo hanno in qualche modo
deciso loro. Nei racconti, invece, c’è lo zampino maligno dell’autore, che ha
scelto di collocare il veleno nella coda, non so bene se per far dispetto al
personaggio, al lettore o a se stesso.
L'articolo “Con la contemporaneità ho un rapporto complicato”. Dialogo con Piero
Meldini, lo scrittore più appartato e singolare d’Italia proviene da Pangea.