> “Forse, io sono i racconti che ho ascoltato da bambino.”
>
> (Filippo Tuena, Tutti i sognatori)
È una Roma sospesa tra sogno e storia, tra ricordo e fotografia, quella che
Filippo Tuena, tra i più notevoli scrittori italiani contemporanei, ha fissato
in Tutti i sognatori, romanzo uscito nel 1999 (premiato con il Super Premio
Grinzane Cavour nel 2000), ora ripubblicato da Nottetempo in una versione
integrata con fotografie della capitale occupata e due testi in appendice.
Un’opera labirintica e anfibia, dove la cronaca della Resistenza durante
l’occupazione tedesca si intreccia alla storia privata di un gruppo di famiglia
con interno, travolto dalla violenza del secolo. Due dimensioni, narrativa e
documentale, storica e onirica, si alternano e si sovrappongono in una Roma che
è insieme scenario dechirichiano, con le sue piazze svuotate, gli interni
borghesi, le gallerie d’antiquario simili a cripte, e paesaggio piranesiano,
dove rastrellamenti, torture, le prigioni di via Tasso e le Fosse Ardeatine
emergono in tutta la loro oppressione claustrofobica, con freddo realismo e
talento visionario.
Tutti i sognatori racconta una Roma ascoltata prima ancora che ricostruita,
filtrata dalla memoria, dai racconti familiari, dalle voci dell’infanzia e del
passato. Tuena stesso ha indicato in quei racconti di guerra uditi da bambino
una delle matrici profonde della propria vocazione narrativa. E proprio questa
memoria sedimentata e collettiva è la materia impalpabile del testo oltre che la
sua chiave profonda. Il romanzo nasce infatti da una impostazione duplice che
mischia: da un lato fonti d’archivio, documenti, cablogrammi, dati e
testimonianze; dall’altro il sogno, l’aspetto interiore, la visione, la memoria
privata. Non è un semplice romanzo storico, né una cronaca sentimentale
dell’occupazione. È un testo di frontiera, collocato sulla soglia tra ricerca e
narrazione, dove il dato storico e la febbre immaginativa si fondono in una
sintesi destabilizzante e ammaliante.
Roma appare allora come una necropoli dalle molte anime. Da una parte c’è la
città riconoscibile, occupata dai nazisti tra il 1943 e il 1944, con la sua
geografia della paura, con la sua esattezza toponomastica, in cui si inscena la
danza delle ombre di spie, infiltrati, partigiani, tedeschi, fascisti
collaborazionisti, delatori e prigionieri. Dall’altra c’è una Roma mentale,
quasi metafisica, dove ogni gesto sembra annunciato da un presagio e ogni
personaggio cammina già dentro il proprio destino. È una città rosselliniana per
la concretezza della violenza, ma borgesiana per la sospensione, l’enigma,
l’immobilità sacra che precede la rovina e la infesta. Tuena però non scioglie
questi due registri ma li lascia coesistere, li costringe a riflettersi l’uno
nell’altro, fino a dissolverli in un mistero quasi hawthorniano, dove la guerra
e la memoria hanno la stessa consistenza del sogno.
Il centro narrativo del romanzo è la famiglia Bellingardi, borghese, di origine
elvetica, installata in un’enclave che ancora crede possibile una forma di
neutralità separata, protetta dall’autorità svizzera e dalla propria condizione
sociale. La croce elvetica sulla porta, gli interni appartati, le abitudini
familiari, gli oggetti d’arte, tutto sembra comporre una piccola montagna
incantata immune dalla guerra. Ma questa illusione si sgretola presto. La storia
entra nella loro vita come un fantasma o un sortilegio. Basta l’arrivo di un
ufficiale tedesco, una minaccia, un nome pronunciato a bassa voce, perché il
mondo custodito dai Bellingardi venga attraversato dalla stessa violenza che
devasta la città.
Dentro questo spazio si muovono Maria e Luca. Maria, figlia dei Bellingardi,
appartiene alla dimensione del sogno, dell’immaginazione, dell’altrove è una
giovinetta con tutta la vita davanti. Luca è un giovane antiquario,
collaboratore del padre di lei, educato al bello, agli oggetti di lusso, ai
quadri, alle cose rare. Il loro rapporto non è meramente sentimentale: è il
pretesto in cui Tuena mette alla prova due modi diversi di intendere la
bellezza. Per Maria la bellezza diventa visione, estraneazione, sopravvivenza
interiore. Per Luca, invece, nasce come desiderio di possesso, come rapporto
fisico con l’opera, con la mercanzia sublime del passato, con gli avanzi di una
civiltà antica di cui brama il fascino e il fato. Ma la guerra trasforma questa
educazione estetica nell’anticamera della sua ribellione.
Il percorso di Luca è uno degli snodi più forti del libro. Egli si muove
inizialmente in una Roma patrizia che lentamente si spoglia della bellezza
custodita nei salotti, nelle gallerie, nelle case nobiliari, nei depositi
d’antiquariato per le urgenze della guerra. Vive tra specchiere veneziane,
statue, mobili, arredi, oggetti carichi di fascino. Sembra appartenere
interamente a quel lusso residuale, a quella civiltà di resti e di forme. Ma
l’occupazione nazista gli rivela che non si può amare davvero la bellezza
restando indifferenti davanti a ciò che la distrugge. La sua adesione alla
Resistenza non nasce però da un sistema ideologico, né da un romanticismo
politico. Nasce da una ferita personale, da una questione privata ed estetica.
In questo senso Tuena mostra come pochi che in verità “le motivazioni di chi si
ribella sono sempre personali”. Le azioni degli uomini non hanno simpatia per
l’ordine fisso, per gli schemi ideologici e le mitologie politiche, ma sono
mosse dalle intermittenze del cuore, dalla fantasia della storia. L’autore
pertanto pur non abdicando alla propria vocazione civile, sceglie di non
subordinare mai ad essa la sua concezione della scrittura come viaggio verso
l’ignoto e ricerca di quella complessità che solo la letteratura sa cogliere. È
questo il cuore morale del libro. Luca diventa un cane sciolto, un guerrigliero
indipendente, non perché abbia aderito a una dottrina, ma perché ha riconosciuto
nella violenza fascista e nazista una forza capace di deturpare il mondo e la
bellezza. È in questo come il Milton di Fenoglio o il Generale della Rovere di
Rossellini, non un monumento di valore e valori, ma un uomo vero in carne e ossa
che sceglie da che parte stare fino all’estremo sacrificio per mano dei
nazifascisti. Per altri la Resistenza potrà nascere dalla giustizia, dalla
libertà, dalla pietà, dall’amore. Per lui nasce dalla bellezza. E proprio per
questo non è meno autentica, ma anzi è concreta, personale, carnale, e per
questo più aderente alla sua natura.
L’opera affronta così la Resistenza non come monumento già compiuto, ma la
ricostruisce nella sua materia incerta, individuale, contraddittoria. Ci sono
diverse bande partigiani e diversi fiancheggiatori, figure positive e negative,
c’è soprattutto l’ambiguità del reale e del suo strano enigma. Ciò non
diminuisce il valore della lotta partigiana nella guerra civile, ma al
contrario, lo rende più vera. La grande storia nasce infatti da ragioni private,
fragili, talvolta confuse e accidentali, ma non per questo meno assolute. È lì
che l’epica smette di essere un programma ideologico e diventa esperienza capace
di mostrare che solo ciò che è ordinario mantiene quello che lo straordinario
promette.
Allo stesso tempo la trama segue il progressivo crollo dell’illusione di
neutralità. Roma non permette di restare spettatori. La famiglia Bellingardi
scopre che la neutralità in cui si era rinchiusa è solo un autoinganno destinato
a consumarsi. In una città dove il ghetto ebraico viene rastrellato, dove via
Tasso inghiotte i prigionieri, dove le Fosse Ardeatine raccolgono i corpi della
rappresaglia, nessuno è davvero fuori dalla guerra. Anche chi sogna viene
raggiunto. Anche chi commercia bellezza viene chiamato a decidere.
Maria attraversa questa rivelazione in modo diverso da Luca. Lei sogna perché il
reale è insufficiente, perché la morte non chiude tutto, perché l’amore continua
a cercare una forma anche quando la storia lo spezza. In questo personaggio
Tuena deposita uno dei nuclei più profondi del romanzo: il sogno come
sopravvivenza, come comunicazione con l’assente, e forza che sfugge al controllo
razionale e proprio per questo travalica la vita. I sogni riescono a costruire
ponti con l’altrove.
Lo stile obbedisce a questa duplicità. È asciutto e visionario, documentario e
lirico, burocratico e magico. Tuena, infatti, alterna narrazione, inserti
storiografici, materiali da dossier, memoria familiare, cronaca, fantasia. Il
risultato è un montaggio visionario in cui la pagina procede come una camera
oscura in cui i fatti storici vengono impressi dalla luce instabile della
memoria. La lingua non cerca l’enfasi o la drammaticità a tutti i costi ma anzi
nei momenti più duri resta fredda, quasi trattenuta. Ed è proprio questa
freddezza a rendere più intollerabile l’orrore, a renderlo vero. Le Fosse
Ardeatine, la repressione, la tortura, la violenza fascista e tedesca non
vengono amplificate, ma accadono, e la loro nuda fattualità basta a generare
sgomento.
In questo senso Tutti i sognatori occupa un posto essenziale nell’opera di Tuena
presentandosi come il suo principale libro di transizione. Guarda ancora al
fantastico, al sogno, all’irrealtà, alla dimensione visionaria che attraversa
una parte della sua narrativa; ma anticipa con chiarezza il Tuena successivo,
quello della narrazione documentale, dell’archivio, del montaggio, della storia
ricostruita attraverso frammenti, testimonianze, fotografie, resti. Qui l’autore
sta nel punto di passaggio tra invenzione e documento. Non rinuncia alla trama,
ai personaggi, all’amore, al destino di testi straordinari come Il volo
dell’occasione; ma già sente che la letteratura deve misurarsi con ciò che è
accaduto davvero, con ciò che resta nelle carte, nelle lettere, nelle
fotografie, nei verbali, nelle memorie, come nel successivo Le variazioni
Reinach.
Il libro, perciò, non è soltanto una “lettera d’amore a Roma” durante
l’occupazione nazista, anche se lo è in modo evidente. È una meditazione sulla
memoria come materia viva e instabile. Tuena lavora pertanto nella zona in cui
ricordo e archivio si correggono, si contraddicono, si accendono a vicenda. La
sua Roma non è soltanto quella verificabile delle date e dei luoghi, ma nemmeno
una città puramente letteraria. È un luogo metafisico in cui il sogno emenda la
precisione della storia definendo un’atmosfera sospesa che permettere di
cogliere la verità della storia e della letteratura. E nel farlo ricorda la
sublime distanza e l’intima e segreta partecipazione con il mistero dei migliori
quadri di Fabrizio Clerici (pensiamo alla quiete sospesa e ctonia del Sonno
romano o all’incombente presagio di fatalità di Latitudine Bocklin) e di De
Chirico.
Anche il titolo si apre così in più direzioni. Sono sognatori Maria, Luca, i
Bellingardi, i partigiani, i morti, i vivi, gli ingenui, gli illusi, gli uomini
che credono ancora di poter restare separati dal proprio tempo e quelli che
credono di cambiarlo. Ma sognare non significa solo fuggire. Può voler dire
vedere ciò che il giorno nasconde. I sogni di Tuena sono ambigui, potenti,
appartengono all’infanzia e alla morte, all’amore e alla politica, alla memoria
e alla profezia. Sono qualcosa che sa farsi misteriosa forma del tempo, e
rivelazione privata.
> “Lei, Maria, se ne innamorava e riusciva, attraverso i sogni, a mantenere una
> relazione con quel morto. Per questo nel titolo, che ancora non c’era, volevo
> la parola ‘sognatori’, ‘sogno’. Credo, come gli antichi, che i sogni abbiano
> una forza che noi non riusciamo a cogliere appieno e che ci sfugge e che,
> proprio sfuggendoci, dimostra la sua potenza. E questo tema, dell’amore che
> vinceva la morte e dei sogni che ne erano il tramite, mi affascinava. Pensavo
> fosse una suggestione personale, che nasceva da una lunga consuetudine con
> l’irrealtà, con la fantasia: le armi che mi difendono quando mi sento a
> disagio. Invece nasceva da un dato reale. E tragico.”
Leggere Tutti i sognatori vuol dire pertanto trovarsi in una terra di confine,
in un romanzo raro che mentre ci racconta una delle più ricche e sincere
testimonianze della letteratura sulla guerra civile, sa portare il lettore,
grazie alla sua scrittura, in viaggio verso l’altrove.
Francesco Subiaco
*In copertina: Fabrizio Clerici, “Minerva phlegraea”, 1956-57
L'articolo Le fantasie della Storia. Intorno a “Tutti i sognatori” di Filippo
Tuena proviene da Pangea.
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È un derviscio cristiano, un’asceta non violento ma combattente; è soprattutto
un artigiano dell’ineffabile. Padre Guidalberto Bormolini, sacerdote e teologo,
è una figura che sembra uscita da un’Italia laterale e numinosa. Falegname e
monaco, liutaio e operaio, riferimento spirituale di figure chiave della nostra
storia, come Franco Battiato, uno dei suoi amici e discepoli, tanatologo,
Bormolini ha vissuto come se avesse voluto attraversare una a una tutte le
strade per costeggiare l’invisibile. Figlio di una famiglia di avventurieri e
rivoluzionari, da trent’anni vive nel solco dei “Ricostruttori nella preghiera”,
alternando vita monastica e tanatoterapia, con la ricostruzione di borghi
abbandonati con la sua Tuttoèvita per trasformarli in luoghi di spiritualità e
centri ecumenici. Nelle sue lezioni affronta il mistero della morte e il
segreto della gioia, portando nella Chiesa una nota insieme arcaica e
postmoderna che unisce contemplazione, cura spirituale, dialogo interreligioso
conciliando fedeltà all’origine e speranza cristiana nell’avvenire.
L’opera bormoliniana è pertanto radicale nella sua ricerca di una spiritualità
che tiene insieme meditazione e vita attiva, cura spirituale e solidarietà,
morte e rapporto col creato. Temi che ha affrontato nei suoi ultimi libri Che
accada l’impossibile, Accorgersi di essere vivi, La cura spirituale, La vera
ricchezza, Ricordati che devi morire. Testi che uniscono ascesi, consolazione e
ricerca dell’infinito e che mostrano Bormolini come una figura essenziale per
confrontarsi sui temi dello spirito e i nodi dell’esistenza nell’epoca del
dominio della tecnica.
In L’arte della meditazione lei presenta il meditare non come evasione, ma come
ritorno all’essenziale. Che cosa ha perduto l’uomo contemporaneo nel suo
rapporto con il silenzio, che solo la meditazione può restituirgli?
C’è un mito, che per me è centrale: il mito dell’origine, di un tempo in cui
l’uomo era in contatto con l’essenziale e con ciò che è alla radice di tutto
quello che esiste. Lo chiamiamo anche Eden, ma è una parola troppo stretta per
rendere la ricchezza delle tradizioni del mondo: dall’Africa all’America, fino
all’Asia e all’area indo-europea, ritorna l’idea di uno stato beato, aureo,
lontano. Lì eravamo in contatto con la fonte della vita, con l’amore infinito
che ci ha generati. Poi questo stato è andato perduto. Perciò la meditazione non
è un’evasione dallo stress o dalle guerre del presente: è il contrario, è andare
alla radice della vita. Scendere in profondità significa andare oltre le
apparenze, fino all’essenza e all’origine.
In Accorgersi di essere vivi torna l’idea che gran parte dell’esistenza venga
vissuta in una sorta di assenza di sé, oltre che di apatia rispetto al sacro.
Penso che i bisogni più profondi dell’essere umano siano rivolti a ciò che è
invisibile. Le cose che contano davvero — spirito, amore, amicizia, lealtà,
giustizia — sono invisibili, o hanno una manifestazione solo parziale. Se non
abbiamo una direzione, una stella polare, ci perdiamo. E allora l’apatia diventa
la soluzione di molti: il torpore ottenuto con psicofarmaci, alcol, droghe, ma
anche con televisione, la mania per la visibilità e lo smarrimento nelle
superfici dell’esistenza. Tutto questo non aiuta a prendere coscienza del valore
del viaggio della vita: ci allontana. Senza una direzione, ci si perde. Il vero
problema del nostro tempo, quindi, non è fare troppo ma sentire troppo poco,
soprattutto ciò che conta di più e che ci travalica.
In La vera ricchezza lei mette in discussione l’idea basata sulla cultura dello
stordimento, dell’accumulo, del consumo, della prestazione. Quale alternativa
esiste?
Occorre sottolineare che in realtà sotto la superficie del consumismo c’è una
spiritualità perversa e negata. Il consumo è un tentativo di dare una risposta
al vuoto attraverso gli oggetti. Il problema del vuoto lo avvertono tutti;
cambia solo la risposta. Alcune risposte sono benefiche, altre no. Abbiamo
dentro di noi un vuoto quasi incolmabile, e il consumismo si fonda proprio
sull’insaziabilità. Se provo a riempire un vuoto infinito con oggetti, ne avrò
bisogno in quantità infinita. Si tratta di un’ansia del finito che ci svuota
ogni volta che proviamo a colmarla. Ciò perché se quel vuoto è infinito, va
riempito con esso. La stessa spinta che porta alcuni a narcotizzarsi tramite gli
oggetti, a me suggerisce, invece, di allargare quel vuoto: svuotarlo davvero,
perché solo quando sarà libero l’infinito potrà entrarvi. Perché l’infinito
cerca spazio, il massimo spazio che tu gli possa donare.
Lei ha detto che l’avventura dello spirito è più profonda e più vera
dell’avventura delle cose. La sfida dell’ascesi non è quindi rinunciare a
qualcosa ma riprendersi il tutto?
Esattamente. Io ho un’indole d’avventura. Per me una vita di noia, routine,
superficialità e mediocrità è indegna di uno spirituale. Lo spirituale arde, è
un ardito, una persona che sfida. Per questo uso il paragone del combattimento:
io credo nella lotta non violenta, che richiede più coraggio di quella armata.
Ma il punto è che la spiritualità non è rassegnazione o fuga: è affrontare la
sfida della vita fino in fondo, senza accontentarsi. Perché, accontentandosi del
poco, non si tende alla meta infinita che ci è stata indicata.
La vera scelta pertanto non opera per rinuncia, ma per espansione. L’etimologia
della parola asceta, in greco, richiama quella della parola atleta: è colui che
corre verso la meta più lontana senza trascinarsi zavorre, seguendo il proprio
destino. Dunque dobbiamo affrontare la sfida del tutto, perché solo così
possiamo abbracciarlo e capirlo veramente. San Francesco l’ha fatto: ha lasciato
il possesso materiale ed è diventato fratello dell’acqua, della terra,
dell’aria, del fuoco, delle stelle, della luna. Non ha rinunciato a qualcosa, si
è liberato per riprendersi il tutto.
A tal proposito in Vivere il Cantico delle Creature lei spiega che per il
cristiano il rapporto con il creato è un’esperienza spirituale radicale. Che
cosa può insegnare oggi Francesco d’Assisi a una società che parla di ecologia
ma detesta la natura?
Io sono per un ecologismo radicale, e perciò spirituale. Purtroppo oggi c’è
molto ecologismo di moda, di paura, ideologico o egoistico: mi interessa solo
che il mondo non faccia male a me. Mentre l’ecologia vera, integrale, radicale,
non ha nulla a che fare con ciò che il progetto tecnologico ha già
addomesticato: è arcaica, è stare nelle radici, e ricongiungersi con esse. In
molte tradizioni dell’Estremo Oriente si dice che bisogna avere le radici in
cielo e la fronte verso la terra. Questo è l’ecologismo che seguo. Io vedo il
sacro nella natura, vedo la presenza divina nel creato. Amo la natura perché è
creazione, non perché temo di perdere il paesaggio o il mio benessere. Il
problema vero è che siamo già inquinati spiritualmente, chiusi nell’ego,
incapaci di sentirci parte di un insieme. Se non curiamo questa piaga non
affronteremo veramente mai nulla.
Molti strumentalizzano san Francesco politicamente o moralisticamente. Che cosa
dobbiamo veramente riscoprire di lui?
Francesco ha fatto qualcosa di inedito. In un tempo in cui la natura era
percepita come minaccia o una realtà ostile lui l’ha cantata come fratello e
sorella, come parte di una sinfonia. In questo, a mio avviso, c’è uno dei primi
grandi fatti della Chiesa: il recupero di una visione sinfonica, cosmica. In
un’epoca segnata anche da correnti iperspiritualistiche, che opponevano spirito
e materia, Francesco ha restituito dignità alla materia. Ha avuto uno sguardo
eucaristico sul reale secondo cui la materia può essere raggiunta, trasfigurata
dallo spirito. Questi sono gli spunti che ritengo più importanti. Anche se credo
che Francesco al di là di essi può dire a tutti qualcosa. Ognuno, se ha orecchie
per ascoltare, può cogliere nel suo percorso una via, un esempio.
Lei cosa ci vede?
L’urgenza di una spiritualità che non sia disincarnata, ma che sia capace di
toccare la materia, noi, il nostro corpo, la nostra vita con lo sguardo dello
spirito.
Lei difende un cristianesimo non fondato sulla paura o sullo spauracchio
dell’aldilà, ma su gioia, intensità, combattimento interiore. Come presenterebbe
la sua idea di spiritualità a un profano?
Direi: via da ogni utilitarismo. Mi viene in mente Rābiʿa, la mistica islamica
che diceva di voler spegnere l’inferno con l’acqua e bruciare il paradiso con il
fuoco, perché la via dello spirito non venga seguita né per paura né per
convenienza, ma per amore. Ecco il punto: l’amore, non l’utile. Anche il
discorso della montagna è spesso frainteso. Cristo non dice che si è beati
perché si soffre. Dice che la beatitudine è la vera vocazione della vita umana,
e che non bisogna farsela rubare nemmeno dagli eventi avversi. C’è un tesoro
interiore dentro di noi che nessun tarlo né ladro possono toccare. Cristo non si
accontenta di celebrare la grandezza del creato, ma ci dice che la beatitudine è
la vera vocazione della vita umana. Ananda, direbbero in Oriente. La vita nello
spirito è pertanto questo: una beatitudine che nasce da un incontro d’amore.
Qualcuno ci ha amati, ci ha generati come un artista genera un’opera. Quando si
entra davvero in questa profondità si vive una sorta di paradosso: essere sazi e
insieme insaziati, colmi eppure ancora aperti all’infinito. Questa è la
beatitudine.
Nella sua riflessione è centrale il tema della morte. Come si può affrontare
oggi la morte in una società tanatofobica? E che cosa dovremmo riscoprirne?
La nostra società, per dirla con Byung-Chul Han, è algofobica e tanatofobica.
Rifugge la morte, rifugge il dolore e per questo ne è perseguitata. Ma se
eliminiamo sofferenza e morte dall’esistenza non entriamo mai veramente
nell’essenza della vita, perché entrambe ne sono i caratteri cruciali. Tanto che
i greci dicevano Pathei mathos: la sofferenza fa conoscere. La sofferenza non va
mai cercata né inflitta, ma quella inevitabile ci apre il cuore. Se il cuore
resta corazzato, per dirla con Gibran, non soffre, ma non ama nemmeno. La sua
armatura gli impedisce ogni scoperta, ogni contatto. Per questo contemplare la
morte significa contemplare la vita, cercarne il senso, e cercare soprattutto
ciò che è oltre. Se la morte non ha alcun senso, finisce per non averlo neppure
la vita. Perciò serve un’ars moriendi: una sapienza che ci faccia guardare la
vita anche attraverso la morte, custodendo la speranza che la morte sia la porta
della vita, non una semplice fine.
Lei questa ars moriendi l’ha vissuta accanto ai malati e, appunto, ai morenti.
Che cosa le hanno insegnato?
Sono stati tra i più grandi maestri della mia vita. Potrei dire che ho imparato
più da sofferenti, ammalati e moribondi che da molti libri. Perché con loro si
entra nella carne viva della ricerca di senso. Lì non esiste posa o illusione.
Lì emerge la domanda decisiva: riesco a vivere prima di morire, in modo da
vivere anche oltre il morire? Quello che insegno viene molto da ciò che ho
imparato lì. Non sono un intellettuale puro: sono un amante pratico della
cultura, un artigiano. Per me il sapere serve a portare frutto. E i maestri più
grandi, spesso, sono stati gli incontri concreti con persone che cercavano fino
in fondo queste risposte mentre vivevano sull’anima tali interrogativi.
Non è un paradosso che una società di questo tipo sia oggi così immersa nelle
guerre, nelle atrocità, nel ritorno violento del dolore?
Una società algofobica è una società anestetizzata. Seppur consumata
dall’angoscia del dolore. E a un certo punto ha bisogno di emozioni forti, per
risvegliarsi rispetto al proprio stordimento. Sente la paura e la nostalgia
della morte e del dolore che ha cacciato dalla propria vita e da cui è
ossessionata e per questo le ricerca in modo perverso ed eccessivo. Vuole
sentirsi viva. E quando manca un orizzonte ideale, è spesso la prepotenza, la
violenza a dare l’illusione di esistere. Lo stordimento quindi non è un
paradosso rispetto alla stagione triste di violenze e guerre in cui siamo
immersi, ma ne è la causa ultima. Ciò nasce da un ulteriore distorsione.
Cioè?
Abbiamo equivocato l’idea del divino, mettendo al centro l’onnipotenza, mentre
Dio è anzitutto amore infinito. Anche la fuga tecnologica dalla morte nasconde
un’antichissima ricerca di immortalità che va dagli egizi al presente. Ma è un
miraggio puntare a un’immortalità corporea e terrena, invece di comprendere che
il vero oltre non coincide con il semplice prolungamento biologico, ma con
l’eternità dell’anima.
Siamo dentro una grande confusione?
Siamo usciti dal cosmos del grande Artista per entrare nel caos dei cattivi
manipolatori. Abbiamo ricevuto un ordine e lo abbiamo deformato. Però io non
dispero. Il caos può diventare ancora uno spazio creativo. Non guardo il mondo
con disperazione: soffro per compassione, che è altra cosa. Non posso stare bene
in un mondo che sta male, non posso essere felice in un mondo di infelici; ma
posso essere felice servendo gli infelici. Questa è la missione del cristiano.
Di fronte alla crisi dei grandi ideali della globalizzazione e della “fine della
storia”, alcuni vedono un risveglio della religione. Michael Walzer parla
addirittura di un ritorno delle affermazioni religiose del potere. Secondo lei è
vero, oppure è un miraggio?
La sociologia ci offre dati molto variegati, e questo per me è interessante:
nessuno possiede una risposta assoluta, anche se spesso tutti pretendono di
averla. Io penso che ci siano frammenti di verità in letture diverse. Di certo
vediamo riaffacciarsi, anche in Europa occidentale, forme di radicalismo
religioso, in quanto la religione si fa identità, protezione, qualcosa da
brandire contro qualcun altro. Trent’anni fa avrei guardato tutto questo con
durezza. Oggi penso che ci sia spazio per tutti, tranne che per chi fa
volontariamente il male. Se qualcuno trova rifugio in una visione religiosa, il
problema non è questo: il problema nasce quando la impone agli altri. Non sta a
noi bucare il salvagente di chi riesce a stare a galla così. Possiamo semmai
mostrare la bellezza del nuoto libero, non imporlo. È vero però che oggi il
religioso torna spesso come rifugio ideologico. E mi chiedo se a volte non
vediamo persone molto cattoliche ma poco cristiane, perché vivono il
cattolicesimo come appartenenza identitaria e non come fedeltà a una meraviglia
rivoluzionaria.
Di che rivoluzione parla?
Quella della rivelazione.
La mia rivoluzione è quella del Vangelo. E non voglio che venga confusa con
rivoluzioni storiche fatte di violenza. Nel Vangelo c’è una forza immensa di
rinascita, rigenerazione, risurrezione. Eppure c’è chi la trasforma in
un’identità chiusa o in una clava da usare contro altri. Non è il mio
cristianesimo. Il mio spero sia quello delle Scritture.
Quale può essere oggi il ruolo del sacro? Il ruolo della Chiesa, anche nella sua
visione sociale, può ancora avere uno spazio?
Qui si aprono molte cose. La Chiesa, l’Ecclesia, è l’unione di coloro che
guardano nella stessa direzione, verso l’infinito. Se però guarda altrove, se
l’istituzione prevale su ciò che dovrebbe custodire, allora nasce un problema.
Uso spesso questa immagine: abbiamo una bevanda inebriante. Questa bevanda è il
nettare del sacro, l’acqua viva. Le istituzioni religiose sono la coppa, non la
bevanda di cui si nutrono i fedeli. Il vero rischio nasce quando la Chiesa
smette di essere coppa e pretende di essere bevanda. Nessuno si disseta bevendo
una coppa: ci si disseta con ciò che contiene. Il sacro è il nettare, non il
contenitore. Se le nostre tradizioni non custodiscono e non versano quel
nettare, allora tradiscono la loro missione. Io mi sento cristiano della Chiesa,
non fuori dalla Chiesa. Ci sto liberamente, con un primato di coscienza e di
libertà interiore. Resta il punto: essa è uno strumento del divino, non il
contenuto ultimo. Se la gente non si avvicina, forse bisogna cambiare la coppa,
non il nettare. Il nettare non si tocca. Ma la coppa sì. Perché la missione è
portare la Parola alle persone. E se per farlo bisogna cambiare coppa, io sono
pronto a cambiarla a patto che si resti fedeli al sacro, al numinoso. Conta
davvero soltanto questo.
Francesco Subiaco
L'articolo “La nostra società rifugge la morte, per questo ne è perseguitata –
ma io sono un avventuriero”. Dialogo con Guidalberto Bormolini proviene da
Pangea.
Roma mia, non morirò più (La Nave di Teseo) di Aurelio Picca non è un semplice
romanzo ma l’autobiografia carnale e celestiale della Capitale. Un coro di voci,
un referto visionario e ruvido dell’Urbe, dei suoi spettri, della plebe antica e
dei nuovi popoli degli abissi che la attraversano; e soprattutto dei mondi che
ancora la distinguono, alludendo al suo segreto.
Terzo capitolo della sua trilogia capitolina, dopo Arsenale di Roma
distrutta e Il più grande criminale di Roma è stato amico mio, con questo libro
Picca, tra gli scrittori italiani più intensi e ancestrali, porta il lettore in
un corpo a corpo con i mille volti della città in un viaggio per “cartoline”,
che va dalle catacombe agli incontri con Amelia Rosselli e Mario Schifano, dalle
erbacce che divorano i monumenti ai riti e miti del suo passato divo e
originario.
Un Atlante, un bestiario e allo stesso tempo un safari urbano – o meglio un
pellegrinaggio frazeriano – nel Cuore di Tenebra di Roma.
Lo stile di Picca, si muove tra questi ‘regni’ alternando pagine verticali,
sacrali, quasi oracolari, a capitoli orizzontali che ricordano la cronaca
trecentesca di Cola di Rienzo e la crudele magnificenza dei sonetti del Belli.
Offrendo al lettore l’affresco balzacchiano, la confessione epistolare di una
città insieme inaccessibile e opulenta, carnale e mutevole, che solo l’autore sa
scorgere e rivelare in tutta la sua grazie maledetta. Per meglio conoscere
quest’opera abbiamo intervistato l’autore all’ultimo piano della torre della sua
Velletri.
Partirei dall’inizio. Perché Roma mia, non morirà più? Come nasce questo libro?
Il titolo mi abita da circa vent’anni. In origine doveva essere il nome di un
poema dedicato a Roma. Mi ronzava in testa l’idea di un’opera civile sulla
Capitale come lo era stata a livello nazionale L’Italia è morta, io sono
l’Italia, e questa formula è rimasta lì, sedimentata. A un certo punto mi è
parso giusto, oltre che bello, consegnarla a questo libro. Anche perché il
titolo contiene una sfumatura che ne racchiude il senso.
Cioè?
Non è “non morirò mai”, è “non morirò più”. Non è l’eternità dichiarata fin
dall’inizio; è una scoperta, una svolta.
Cosa significa?
“Non morirò mai” presuppone che tu sappia da sempre di essere immortale: quasi
fossi una divinità, una creatura eterna. “Non morirò più”, invece, implica
l’aver conosciuto la morte. È la scoperta di una sopravvivenza e di una
rigenerazione dopo aver attraversato una fine. Quel “più” racconta il viaggio
che ho fatto.
Quando inizia questo viaggio?
Se devo dargli dei confini, comincia venticinque anni fa, all’inizio dei
Duemila. Dal punto di vista della scrittura si chiude, formalmente, l’anno
scorso. In questo quarto di secolo ho ripercorso Roma: nord, sud, est, ovest. Ma
“ripercorrere” vuol dire anche rivedere e ricordare: luoghi, paesaggi urbani e
campestri, quartieri, personaggi. Incontro artisti, certo; ma incontro anche
quelli che erano “plebe”, e adesso sono farmacisti, commessi, bodyguard. Ne
viene fuori un libro costruito per “cartoline”. Ogni titolo è una cartolina,
ogni luogo è una cartolina: serve a rendere la misura del viaggio, e forse anche
a sdrammatizzarla. Questo perché la cartolina è leggera, rapida; eppure è pur
sempre una forma di testimonianza, di ricordo, quasi fosse una cicatrice e un
amuleto.
Perché scegliere una sorta di cronaca di Roma, dei suoi regni perduti e dei suoi
regni nascosti?
Negli anni ho scritto molti “pezzi” destinati a raccontare Roma anche con un
taglio realista, da cronachista. Questo mi ha costretto, ma anche permesso, di
realizzare un doppio livello: da una parte l’energia creativa, il desiderio di
raccogliere la profondità della realtà “a sangue caldo”, come se fosse una
faccenda corporea e condizionata da una fisicità sensitiva, sensoriale,
sensuale; dall’altra un elemento “a sangue freddo”, quasi chirurgico, di
osservazione dei dettagli, di dura descrizione. Non solo dei luoghi, ma delle
cose, delle atmosfere, delle persone. C’è, dietro, una vecchia concezione
realista: non soltanto vedere ciò che gli altri non vedono, ma anche restituire
– con un’angolazione diversa – ciò che tutti vedono.
Quindi una cronaca non giornalistica, ma una storia totale, complessa e ricca di
orizzontalità…
Sì, anche se pure nella storia più “oggettiva” avviene sempre una
trasfigurazione. La parola non coincide mai con ciò che racconta: la cambia,
come un colore cambia un oggetto, trasfigurandola in modo da mostrarne l’essenza
nascosta. Però volevo restituire anche il senso della cronaca: un racconto
continuo, un gettare cartoline una dopo l’altra, con l’illusione – necessaria –
di poter raccontare tutta Roma. Un piccolo manuale simbolico, un condensato che
tenta di raccogliere la città intera tramite la sommatoria delle sue sezioni.
Volevo mostrare, quindi, come si faceva nelle macellerie antiche, “tutti i pezzi
della bestia”: i muscoli, le ossa, il cuore, la testa, i quarti sezionati di
questa città mostrati nella loro visceralità, come se fossero appena stati
estratti da un mattatoio. Quartieri, persone, mezzi di trasporto sono così
condensati una emblematica collezione delle membra di quella creatura che è
Roma.
E dentro questa bestia c’è anche la metamorfosi: la fine della Roma plebea e
l’inizio di una Roma in parte demitizzata, ma ancora piena di segreti. Come
cambia tutto questo?
Non parlo di fine, ma di metamorfosi. Restano cocci, schegge e frantumi
dell’antica plebe, ma non si può più chiamarla così. Nel libro restano punti che
richiamano l’antica plebe, ma via via si vede la trasformazione che essa ha
subito. E c’è l’ostinazione di chi cammina, e vorrebbe ancora riconoscerla: la
cerca sotto corpi in mutazione. Quando scrivo di San Basilio, e vado a vedere il
presepe umano di certi angoli, cerco negli anfratti le vestigia del passaggio
della plebe. Ma lì vedo il cambiamento. Ciò che è perduto e ciò che resta. Se
esiste ancora una plebe, non è più la plebe di Belli o di Pasolini. È un’altra
cosa. E ogni tanto riaffiora il criminale, ma non è più l’animale ferito che
esce dal bosco come Atteone, trasformato in cerbiatto, trafitto dai dardi dei
cacciatori. Ora ha i segni di una città che non è mai diventata davvero
metropoli, è diventata piuttosto una distesa, una entità che cresce per
addizione, senza confini, divorando e allargandosi nel Lazio. Ho voluto perciò
scarnificare questa Roma per andare a vederne l’essenza oltre i travestimenti
contemporanei.
In alcuni passaggi Roma sembra un “cuore di tenebra” urbano. In altri sembra un
arcipelago: isole diversissime con un mito comune. Qual è la sua idea di Roma?
Partirei dicendo che il vecchio schema centro/periferia, Parioli e le borgate,
non esiste più per come lo intendiamo. Oggi il centro si è esteso alla periferia
e la periferia ha invaso il centro. Per questo valgono entrambe le immagini.
Roma conserva qualcosa di arcaico, di anacronistico, perciò appare “esotica”: ti
trovi in periferie che sembrano avere un centro e subito dopo in un seguito del
centro che non è più Roma, non è più niente. È Africa conradiana e sommatoria di
isole sconosciute insieme, ma entrambe chiedono di essere esplorate. E poi,
antropologicamente, Roma non è diventata mai metropoli nonostante i tentativi: i
romani restano aggrappati ai luoghi fondativi, ai loro colli. Alla fine è un
arcipelago sgretolato. Ma dentro quella dilatazione c’è una giungla di
stratificazioni: non tutte hanno raggiunto l’ultima fase evolutiva, molte sono
ancora in trasformazione.
Nel libro compaiono anche figure di una Roma che non c’è più: facchini,
madonnari, categorie scomparse o ridimensionate. È una forma di nostalgia?
No. Non sono nostalgico. Se esiste una nostalgia che posso provare è solo
quella per una nudità primigenia, legata a un’infanzia feroce. Strade più nude,
più abbandonate di adesso. Quando Roma era davvero una città più piccola e
perciò immensa. Roma, invece, oggi si dilata, come fa dal dopoguerra in poi,
fino al Grande Raccordo come confine cementizio, mentre facendo ciò continua a
restringersi. La nostalgia, quindi, semmai, è per quella nudità che sapeva
ancora di fraternità con le proprie radici feroci e animiche, con le parentele
con etruschi, latini e albanesi e tutto quel pulviscolo originario.
Una confidenza con radici feroci e arcaiche.
Si. È una Roma più ventrale, più viscerale. Quando non c’era la fuga “a nord”,
non c’era la deriva verso la Cassia che ne ha mutato la geografia e perciò il
carattere. Era una Roma più animale, più istintiva, segnata da ferocia naturale,
non perversa. La ferocia di oggi è, invece, finta e repressa, e perciò
pornografica. Non mi interessa. A me piace la Roma che si ritrova verso il
proprio confine meridionale, quella che va verso i Castelli, i lidi degli
imperatori, Nettuno e Anzio, che è più istintiva e crudele, in cui esitano
ancora le ombre dei fondatori. Però, ad onore del vero, anche in alcune, poche,
parti settentrionali della città si può trovare questo spirito.
Sono mutati anche i romani: che fine hanno fatto ad esempio i fagottari…
Anche loro sono cambiati: quelli antichi erano pellegrini innamorati, che
portavano con sé i loro pasti custoditi in vecchie tovaglie; i nuovi fagottari
sono spesso turisti globali con la busta di plastica e l’acqua minerale. O
peggio sono gli stessi romani che vivono la loro terra da turisti.
In definitiva, cos’è Roma oggi?
È tanta e poca insieme. Arcaica ed espansa, stratificata e nuda. Una città che
si trasforma continuamente senza compiersi mai del tutto. Non morirà più perché
ha già incorporato le proprie morti nella leggenda.
Nel suo libro, oltre all’atlante e al bestiario, c’è una forte presenza di mito,
sacro, visione: elementi che attraversano tutta la tua opera. Che ruolo hanno
qui?
Nascono dalla volontà di non accontentarsi dell’apparente: dalla non
accettazione della realtà così com’è. Attraversare un territorio significa
scioglierlo, retrarlo, costruire una mappa nuova su sé stessi a partire dalle
mappe vecchie, dai ricordi, dagli smarrimenti. In questo attraversamento –
infernale, purgatoriale, perché no paradisiaco – c’è l’intenzione di guardare
nell’abisso: non per fotografarlo, ma per sentirlo. E qui che le cartoline si
fanno cicatrici e talismani.
È quasi una reliquia.
Esatto. È anche un piccolo enigma. Ci sono cartoline scritte con grafie
illeggibili, lingue indecifrabili: devi imparare a leggerle, colme di detti e
non detti. Non tutti conoscono la geografia, pochi hanno la confidenza con i
luoghi e sanno davvero visitarli. E sì, possono essere reliquie: come le
reliquie del Divino Amore. Ogni frammento così conserva un residuo sacro, anche
quando sembra semplice cronaca.
Il mito esce dalla porta e rientra dalla finestra: perde la Roma animale e
popolare, ma può ritornare. Secondo lei il mito rinasce sempre o muore?
Non muore, ma può cambiare. Non sparisce, ma può nascondersi. Il mito è
potentissimo perché è in larga parte indecifrabile. Noi gli diamo nomi – Ercole,
Diana, Atteone – ma in realtà è qualcosa senza nome. Non appartiene alla storia,
forse appartiene di più alla leggenda. E la storia ha infinite riscritture; la
leggenda, invece, è trama invisibile e per questo è più vera: nessuno può
aiutarci, se non i poeti.
Il mito è una calligrafia del mistero?
Sì: è la radice della stessa immaginazione. Io sono legato, per esempio, al mito
dell’approdo di Enea nel Lazio: Virgilio lo consegna come leggenda, ma l’idea
che un uomo arrivi con il fuoco di Troia dentro di sé e con quel fuoco fondi
Roma è una cosa che si deve sentire. Il mito è un racconto antropologico,
sensitivo, sensoriale. Sono i sussurri e i segreti del tempo fuori dalla storia.
È anche sensualità?
Certo. E mi viene da dire, esagerando, che bisogna nascere dentro il mito:
perché il mito è uno stato di grazia. E lo conosci solo se gli appartieni.
Che ruolo ha quest’opera dentro la sua trilogia su Roma e nella sua opera?
La trilogia è “insaputa”: non avevo alcun progetto di scrivere tre libri che
contenessero ogni volta, la parola Roma. Sono venuti da sé. Il primo è una sorta
di racconto lungo: un attraversamento dall’infanzia alla maturità di alcuni
ragazzi che, nel passaggio delle cose, vedono Roma cambiare. È un’avventura di
vita. Il secondo è la storia di un’amicizia, e insieme di un ragazzo che fu
forse l’ultimo criminale feroce romano: e non è improprio parlare di ferocia
“pagana”. La ferocia, a Roma, non è, del resto, un accidente: è pane quotidiano,
è rito pagano che affiora sotto la superficie cristiana. Basta pensare ai miti
del Tempio di Diana, al Ramo d’oro, alla continuità sotterranea tra sacro e
violenza. Quei criminali erano intrisi di quella sostanza.
E quest’ultimo?
Il terzo libro, invece, se vogliamo dirla così, è anche un regalo che mi faccio:
avere attraversato e descritto parti di città che non esisteranno più oltre che
a quel che resta. Alla fine ciò che brilla è anche ciò che non c’è più. Penso a
un luogo come l’ippodromo di Tor di Valle: per un ragazzo di oggi non significa
niente, eppure era un pezzo di mondo. Penso ai “cavallari”.
Che immagine ne ha?
Ricordo che stavano alla Cecchignoletta, dentro un frammento del castello di
Alessandro Borgia — che loro non sapevano nemmeno chi fosse. Questa è una
“vestarella” di Roma e dei romani: mescolare sacro e profano, abitare un luogo
carico di storia e sacralità senza possederne la coscienza. Una partecipazione
inconsapevole al mito e alla leggenda, che per riflesso li rendeva belli: nudi,
grandi, innamorati dei cavalli. Giocavano con quel passato e lo vivevano come
gli antichi, mentre — paradossalmente — i romani di oggi sono schiacciati dal
suo peso anche quando non “sanno” in cosa esso consista. O forse sanno e non
vogliono dirlo. Non vogliono dirselo: non vogliono ammettere di essere ancora,
in qualche forma, quegli uomini nudi e feroci. Anche perché lo sono, ma
diversamente. Ho scritto questo libro anche per ricordarglielo: che sono davvero
così, che quella genìa esiste ancora. Quindi sì: ho raccontato ciò che non
esiste più — perché alcuni luoghi sono stati abbattuti — ma ho raccontato
soprattutto ciò che esiste ancora, cioè l’interiorità di Roma e dei romani. Lo
smemoramento eterno: maschio e femmina, nudo e vestito, nobile e plebeo;
conquistatore e conquistato; arricchito e miserabile; ladro e piccolo borghese;
inquisitore e vittima. Il setaccio della storia cambia le forme, i riti, i
ruoli; ma quell’anima resta. E io la richiamo in faccia a chi finge che non ci
sia.
È un libro testamentario?
Lo è nel senso più concreto: racconta il primo quarto di secolo di questo
millennio con le sue metastasi, senza mai recidere il passato che la città si
porta dentro. Un passato che formalmente è finito, ma in realtà è interminabile:
l’ho limitato per ragioni editoriali, fisiche, e anche per discrezione; però
contiene già in sé il germe dell’illimitatezza, perché ogni punto toccato è un
punto suscettibile di ulteriori dilatazioni. Roma è riconoscibile e insieme
esotica: ci sono luoghi, a cinque chilometri dal centro, senza indicazioni;
entri e diventa concentrazionario, ti stringe, non sai più come entrare e
soprattutto non sai più come uscire.
Il suo stile non nasce solo da Roma. I libri romani sono quasi una parte
minoritaria rispetto a un’opera che attraversa l’Italia e non solo.
Certamente, ciò che faccio con Roma in questo libro l’ho fatto anche altrove.
Pensa a Urbino: ci andai, dopo due giorni scappai perché mi sembrava una città
concentrazionaria che mi strozzava. Poi lessi di via Volta della Morte, seppi di
un omicidio, e rimasi sei mesi: l’ho setacciata quanto Roma e ne è uscito un
romanzo nero, un giallo antropologico. Un racconto nascosto dentro il volto
sfigurato di Federico da Montefeltro nel ritratto di Piero della Francesca. In
fondo è la stessa dinamica degli altri miei libri: attraversare un corpo.
Perché forse sì: la mia opera è un attraversamento dell’Italia come organismo.
E L’Italia è morta, io sono l’Italialo dice brutalmente: l’Italia è un accumulo
di tombe, di cimiteri; il viaggio in Italia è un viaggio cimiteriale, è
conoscere una madre di fantasmi. Questo mi rinnova: sentire, quasi fisicamente,
i galeoni degli spiriti etruschi che ti camminano accanto. Ma non voglio essere
frainteso. Si tratta di un modo di percepire il paesaggio come memoria
incarnata. Ancora oggi rifaccio l’Appennino per “rivalicare la colonna
vertebrale” d’Italia, per immaginare l’accento osco, osco-emiliano, per sentire
la lingua come roccia. È un viaggio corporeo, ma anche animico.
E di cosa si nutre?
Di vita, ma soprattutto di letture: all’inizio, molto Ottocento francese, e poi
la grande tradizione degli scrittori italiani detti provinciali. Io sono sempre
stato attratto più dall’espressione che dalla trama: dalla scrittura come gamma
di colori, come possibilità di figurazione e anche di trasfigurazione.
E allora: cos’è per lei lo stile?
Lo stile è farsi del male. Non nel senso melodrammatico: nel senso che non
accetti nulla che ti scorra addosso. Prendi solo ciò che ti segna, che incide il
corpo, che non può essere cancellato. Io detesto i tatuaggi, ma perché credo che
i veri tatuaggi siano interiori: scie di viaggio, cicatrici. Ferite. La
scrittura è farsi cicatrici e, in un certo senso, grondare sangue. Ma è un
godimento: non ha nulla di doloroso. Deve essere vitale. Io so da sempre che non
sarò uno scrittore “senile”: scriverò finché il mio corpo ragionante regge.
Quando resterà solo la testa, smetterò. La testa senza corpo è poca cosa.
Quindi scrittura come rigenerazione e sofferenza, come fedeltà alla giovinezza.
Un po’ come un rito: muore e rinasce, come il re di Nemi di Frazer.
Sì: è un urlo di giovinezza continuo. Non è che “non prevede” la morte: è che
non è interessato alla morte, e proprio per questo la guarda senza paura. È
quasi amare la morte: una forma di entusiasmo della morte, come un approdo
giusto.
Al termine del libro cita Mishima e Pasolini. Perché proprio loro?
Perché dicono molto della mia idea di scrittura attraverso la loro opera e la
loro fine. Pasolini, da scrittore, non mi turbò; Mishima mi turbò profondamente.
Sentii che Pasolini non era “nel corso del mio destino”, Mishima sì: come se
avesse inaugurato, prima di me, quel destino, indicando che lì c’era un luogo
giusto dove stare. Sono attratto dal convincimento stilistico spietato di
Mishima e dalla sua postura davanti alla morte: una abnegazione, quasi
un’apoteosi verso il sacro. Mishima non è mai pornografico la sua è una morte
non “offesa”: se la procura, la sacralizza. Pasolini invece muore in modo
offeso. Non come martire, ma come una creatura ferita. Più che una morte sembra
una autopunizione. Due scrittori che sono intervenuti nella mia opera
soprattutto per come sono giunti alla fine del loro destino.
E che rapporto ha lei con la morte?
Non ne ho paura. Me ne sono accorto anni fa, dopo un’anestesia: mi svegliai
ricordando solo un buio. Se la morte è solo un sonno senza sogni, è ininfluente.
Se poi esiste un celeste, per dirla con Foscolo, tanto meglio. Mi spaventa
piuttosto il disordine prima della morte: non aver ordinato le mie cose, non
aver completato le mie opere, non aver lasciato un testamento chiaro. La morte,
in sé, è l’essenza della vita, è una forza primordiale. È un orgasmo d’oro che
ti inonda. Per questo non la temo.
Una volta mi hai detto che l’obiettivo dello stile è “lo zaffiro”, la
verticalità assoluta. Come procede questa ricerca?
È sempre quella. Non so se riuscirò a scrivere ancora il libro che ho sognato:
tutto verticale, ottocento-novecento pagine. So che i libri che mi restano da
scrivere sono cinque o sei. Non so se ce la farò. Ma non tradirò la verticalità.
Se non riuscirò a farla tutta insieme, la farò uno alla volta: colpi di lancia.
Colpi di lancia scagliati verso l’azzurro.
Francesco Subiaco
L'articolo “Colpi di lancia scagliati verso l’azzurro”. Dialogo con Aurelio
Picca su Roma, il sacro e la scrittura che deve grondare sangue proviene da
Pangea.
> «Mi ha salvato dalla noia», rispose sbadigliando. «Ahimè! già la sento
> tornare. La mia vita non è che un continuo sforzo per sfuggire alla banalità
> dell’esistenza. E questi piccoli problemi mi aiutano».
>
> (Arthur Conan Doyle, La lega dei capelli rossi)
È un romanzo-enigma, un labirinto narrativo complesso, fitto di citazioni,
dettagli e rimandi, che rigenera la grande tradizione del giallo deduttivo. Ma è
anche un saggio mascherato da romanzo: una riflessione sull’ambiguità, sulla
detective story e sull’arte narrativa dell’inganno. In cui in controluce si
intravedono i meccanismi di Agatha Christie, gli artifici di Conan Doyle e una
certa eleganza da conversazione colta, quasi mondana, che rimanda alle memorie
hollywoodiane di David Niven.
Questo è Il problema finale di Arturo Pérez-Reverte, tra i romanzi più
apprezzati dello scrittore spagnolo, pubblicato in Italia da Settecolori. Un
libro che si presenta come un delitto della camera chiusa e che sembra
rispettare tutte le regole del genere solo per poi, al tempo giusto, rivoltarle
contro il lettore. A indagare è Basil Hoppalong, attore al tramonto che per anni
ha interpretato Sherlock Holmes sulle scene e che ora si trova a incarnarlo
nella realtà. Il vero duello però non è soltanto tra attore-investigatore e
assassino; bensì tra autore e lettore. Pérez-Reverte costruisce, infatti, un
duello serrato, una sfida all’ultimo indizio, all’ultima citazione, all’ultima
pagina.
Il romanzo costituisce un “Otto e mezzo” del giallo deduttivo, dove il genere
riflette su se stesso e ne svela i meccanismi per farli riscoprire in tutto il
loro mistero. Ma Pérez-Reverte non è scrittore di genere: in tutte le sue opere
tra le pieghe del racconto emerge una profondità tragica, un’idea di scrittura
che pur rigettando pedanti rimandi sa farsi portatrice dello stile come potenza
isolatrice, eterna giovinezza e richiamo avventuroso verso questi e altri mondi.
Un carattere che emerge anche negli altri inediti che verranno pubblicati in
esclusiva da Settecolori e che l’autore presenterà ai lettori nelle tappe del
suo viaggio italiano il 28 febbraio a Firenze e il primo marzo a Pistoia
organizzate dall’editore Manuel Grillo. Abbiamo pertanto incontrato l’autore per
conoscere meglio i nodi della sua opera e la genesi di Problema finale.
Come nasce Il problema finale e che posto occupa all’interno della sua
produzione?
Le mie opere nascono sempre nella biblioteca di una vita. Il problema finale, in
particolare, nasce dall’accumulo di moltissimi anni di letture appassionate,
divertite e affascinate di romanzi polizieschi. Ho sempre sostenuto che non
esistono confini netti tra alta e bassa letteratura. Ci sono periodi in cui il
lettore cerca profondità e riflessione, altri in cui desidera evasione, enigma,
gioco. La forza della letteratura sta proprio nel rispondere alle diverse
esigenze di uno stesso lettore.
Sono stato, del resto, un lettore di romanzi polizieschi fin da giovanissimo.
Quali?
Agatha Christie, Erle Stanley Gardner, Conan Doyle, Edgar Wallace, Nicholas
Blake, i grandi maestri del mistero e dell’enigma. Poi, col tempo, mi sono
allontanato da quel genere: ho letto altro, sono cresciuto, ho viaggiato, ho
scritto romanzi diversi. Ma con l’età ho riscoperto quanto il poliziesco sappia
offrire un piacere particolare. Quando si è letto molto, tornare all’ingenua
emozione delle prime letture, a quello stupore originario, regala un piacere
raro.
Da ciò la genesi di questo libro…
Esattamente. Ho deciso di mettermi alla prova: applicare tutto ciò che avevo
letto e imparato, seguendo le regole della narrativa poliziesca classica, il
canone che avevo assimilato da giovane, per vedere se fossi ancora capace di
costruire un grande enigma. Mi interessava soprattutto una cosa: oggi la
narrativa gialla classica è stata in gran parte sostituita da una letteratura
più dura, più urbana, fatta di poliziotti disillusi, violenza, sangue.
L’eleganza dell’enigma sembrava qualcosa di antiquato. Mi sono chiesto se fosse
possibile riportare quel modello classico nel presente, renderlo efficace per un
lettore contemporaneo, ormai esperto e smaliziato. La vera sfida era proprio
questa. Scrivere un romanzo che mettesse alla prova un lettore che conosce già
il genere. Volevo un libro in cui detective e assassino, autore e lettore, si
affrontassero direttamente. Questo era il cuore del progetto.
Che cosa la affascina dell’arte narrativa dell’inganno?
Il funzionamento. Il cuore dell’enigma. Un buon romanzo poliziesco, se riletto,
mostra con chiarezza quanto il lettore sia stato ingannato — proprio lì risiede
il piacere. Per questo, prima di scrivere, ho passato due anni a “saccheggiare”
la mia biblioteca: ho riletto tutta la grande letteratura poliziesca, cercando
trucchi, strutture, artifici narrativi, segnando le trappole già utilizzate
mille volte. Il lettore conosce quei trucchi. Sa che li conosco anch’io. Allora,
come sorprenderlo? Come fargli abbassare la guardia usando proprio la sua
competenza? Era una sfida sottile: giocare con la sua memoria letteraria,
sfruttarla contro di lui, trasformare la sua esperienza in una debolezza.
Le è piaciuto realizzare questo romanzo enigma?
È stato un divertimento meraviglioso. Scrivere questo romanzo mi ha reso felice.
Ogni romanzo è sempre uno sforzo: una struttura da reggere, personaggi da
costruire, tensione da mantenere. In questo caso c’era qualcosa in più: la
complicità. Il problema finale è un libro pensato per lettori consapevoli,
lettori che conoscono il genere (anche se non solo per loro). Più ne sanno, più
si divertono, perché non sono semplici spettatori, ma partecipanti attivi. Non
volevo un lettore che osservasse la storia dall’esterno. Volevo un lettore
coinvolto, chiamato in causa, costretto a pensare, a sospettare, a sbagliare. Un
lettore che gioca davvero la partita fino all’ultima pagina.
Per alcuni scrivere è una forma di nostalgia. Il problema finale è un ritorno
alle sue letture, a un’altra epoca della narrativa?
Senza dubbio c’è una componente nostalgica, ma non si tratta di un pastiche. Il
problema finale non è un’imitazione, né un’operazione epigonale. Non volevo
rifare Dieci piccoli indiani, né ripetere Assassinio sull’Orient Express o Il
mastino dei Baskerville. Non mi interessava copiare modelli già esistenti, ma
piuttosto giocare con essi. È un romanzo vivo che usa meccanismi narrativi
conosciuti per costruire qualcosa di nuovo. Volevo evitare la nostalgia fine a
sé stessa, ecco. Certo, riaffiorano la memoria e l’infanzia: le serate a casa
dei nonni, mio padre che leggeva vicino al camino. C’è anche una certa nostalgia
per un mondo che non esiste più: un modo di vestirsi, di parlare, di
relazionarsi. Ho nostalgia dell’educazione, delle buone maniere, che oggi vedo
scomparire sempre di più, in Europa e non solo. Ma, insisto, tutto questo era
secondario rispetto alla sfida principale: capire se fosse possibile costruire
un meccanismo narrativo nuovo usando ingredienti classici. Poi, naturalmente, è
il lettore a giudicare se il risultato funziona.
Parliamo del protagonista. Chi è Hoppy?
Basil Hoppalong nasce dall’incrocio di molte passioni. Io sono stato un grande
cinefilo. Sono nato nel 1951, in un’epoca in cui in Spagna la televisione ancora
non esisteva. La televisione l’ho conosciuta intorno ai dodici anni. Prima di
allora leggevo e andavo al cinema: cinema e libri erano il mio mondo. Ricordo
benissimo i film di Sherlock Holmes interpretati da Basil Rathbone, che da
bambino era il mio attore preferito. Non solo per Holmes: penso, ad esempio,
al Capitan Blood di Sabatini, in cui Rathbone interpreta un pirata e duella
sulla spiaggia in una scena memorabile. Per me Basil Rathbone è stato – e resta
– il miglior Sherlock Holmes della storia del cinema. Ce ne sono stati altri
bravissimi, ma nessuno, a mio avviso, ha raggiunto quel livello.
Il cinema gioca dunque un ruolo chiave…
Il romanzo è pieno di rimandi al cinema che ho visto, ai personaggi e alla
letteratura di quell’epoca. Il romanzo ha due livelli di lettura. C’è il lettore
“normale”, che si avvicina al libro senza particolari competenze di genere, come
a una storia nuova. E poi c’è il lettore esperto, quello che riconosce i
riferimenti, che coglie gli ammiccamenti, che sa che ogni pagina è disseminata
di segnali pensati per lui. Quel lettore prova un piacere supplementare: è un
lettore complice, che dialoga con l’autore, che lo anticipa, che sospetta, che
si difende. È un duello continuo, non tra detective e assassino, ma tra autore e
lettore. Questo gioco, questo confronto diretto, mi interessava molto. In fondo,
nel duello ho messo tutto ciò che amo: il cinema, la letteratura, l’immaginario
che ha riempito la mia giovinezza. Ed è lì che Il problema finale trova, forse,
la sua ragion d’essere più profonda.
Lei ha dichiarato: “Per me ogni romanzo è come una nuova battaglia, quando
comincio il primo capitolo mi sento sempre giovane”. Che cos’è, per Arturo
Pérez-Reverte, il vizio dello scrivere?
Le battaglie invecchiano. Lo so bene, so di cosa parlo. Si combatte, si vince o
si perde, ma poi si è stanchi: si ha il sangue sulle mani, si accumulano ricordi
pesanti, si porta il peso di ciò che si è vissuto. Si invecchia. Si è giovani
solo alla vigilia della battaglia. Ecco perché affrontare ogni nuovo romanzo
come una battaglia significa, per me, tornare giovani. Quando inizio una nuova
storia mi sento ringiovanito, lucido, pronto al combattimento. È una sensazione
di energia, di attesa, di felicità straordinaria. Non scrivo per necessità
economiche. Ho risolto la mia vita materiale da molto tempo: i miei libri si
vendono in quaranta Paesi, ho milioni di lettori. Non scrivo per questo. Scrivo
perché ho settantaquattro anni e sono stanco di molte cose. Ma ogni mattina,
sedermi alla scrivania e tentare di vincere una nuova battaglia narrativa,
provare a portare ancora una volta il lettore con me, mi fa sentire giovane.
Ogni romanzo che termino mi arricchisce. Ogni romanzo che comincio mi
ringiovanisce. Scrivere è la mia momentanea eterna giovinezza.
Il suo rapporto con la lettura è cambiato nel tempo? Cosa legge oggi?
Ho letto e viaggiato tutta la vita e continuo a farlo. Ogni volta che vado a
Napoli – la città che preferisco in Italia – torno sempre con la valigia piena
di libri. Compro di tutto. L’italiano lo parlo male, ma lo leggo bene. Con l’età
succede una cosa curiosa: la grande letteratura che “bisogna” leggere, a un
certo punto, l’hai già letta quasi tutta. Le grandi scoperte sono rare. Così
oggi rileggo molto. Ho studiato greco e latino, i classici sono stati
fondamentali per me. Sallustio, Tito Livio, Seneca, Senofonte, Omero, Virgilio:
ciò che ho imparato da loro mi è servito nella vita. Quando ho vissuto la
guerra, l’orrore, il dolore, avevo già visto tutto nei libri. Questo mi ha
salvato: la guerra non mi ha fatto impazzire, non mi ha distrutto. Ha avuto, per
me, anche un valore intellettuale. Oggi rileggo i classici greci e latini.
Stamattina, per esempio, leggevo le Lettere a Lucilio di Seneca. E nel
pomeriggio, un poliziesco di Elmore Leonard. La narrativa poliziesca mi diverte,
mi ossigena, mi dà energia. È come bere un buon caffè forte. O, se vuole, come
una Coca-Cola ben fredda.
Tra le sue letture ci sono anche autori italiani?
Per me gli italiani sono fondamentali. Al di là dei classici, tutto Malaparte è
stato per me importantissimo: Kaputt e La pelle sono stati libri decisivi, come
lettore e come scrittore. E naturalmente Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa:
per me è una delle grandi opere della letteratura mondiale. Ne possiedo una
prima edizione, leggerlo fa parte dei miei piccoli rituali domestici. È un libro
che amo profondamente. Ci sono poi libri italiani che mi hanno segnato da
giovane. L’amante senza fissa dimora di Fruttero e Lucentini, per esempio: una
storia apparentemente leggera, ambientata a Venezia, che mi colpì
profondamente. E poi Cuore di Edmondo De Amicis. Lo lessi da ragazzo perché era
stato il libro di scuola di mia madre. Alcuni episodi mi emozionano ancora oggi:
il tamburino sardo, il piccolo scrivano fiorentino, il falegname reduce di
guerra che saluta il re.
Tra i classici italiani del Novecento?
Nella mia biblioteca gli italiani sono fondamentali: da Manzoni a Moravia, da
Calvino a Fenoglio. Li ho letti per tutta la vita e continuo a rileggerli.
Lei ha detto: “Un tempo la cultura era utile alla società, oggi è un
analgesico”. Quale dovrebbe essere il ruolo della letteratura?
Qui rischio di rispondere in modo brutale. Rispetto profondamente gli scrittori
che credono che la letteratura possa cambiare il mondo e rendere le persone
migliori. È un’aspirazione nobile. Non è la mia. Dubito che la letteratura renda
il mondo migliore. Compete con troppe altre cose. Io scrivo perché sono felice
scrivendo. Non ho un obiettivo morale, apostolico o salvifico. Non sento il
dovere di migliorare l’umanità. Ci sono libri che cambiano la vita, certo. Ma io
non aspiro a questo. Sono più umile: racconto storie perché mi piace farlo e
perché mi piace condividerle con i lettori. Già da bambino, a scuola, raccontavo
storie ai miei compagni, stando in piedi davanti a loro. Non ho un principio
morale che governi la mia scrittura. Posso scrivere di personaggi infami,
perversi, spregevoli – lo faccio spesso. La vita è fatta di bene e di male, e io
uso tutto questo per raccontare storie.
Oggi però sembra che al romanziere venga chiesto anche un posizionamento morale.
Che ne pensa?
Uno scrittore è il risultato dei suoi libri. Nient’altro. Uno scrittore è ciò
che pubblica. Il problema, oggi, è che esiste una parte del pubblico che
pretende dall’autore non solo una storia, ma un allineamento morale ed etico. Si
chiede alla narrativa di aderire agli schemi morali del XXI secolo, di
rispettare codici extraletterari ed extranarrativi. Questo, per me, è un
problema serio. Io, per fortuna, non lo vivo più: sono anziano, ho i miei
lettori, il mio percorso è definito. Se fossi un giovane autore ne sarei
preoccupato. Oggi sarebbe quasi impossibile raccontare, per esempio, la storia
di un condottiero italiano del Rinascimento. Se gli attribuisci la morale di
oggi, falsifichi il personaggio. Se lo racconti per quello che era, il pubblico
contemporaneo si scandalizza. Le richieste che vengono fatte agli scrittori sono
spesso assurde. Non hanno a che fare con la letteratura, ma con una forma di
inquisizione morale. Se iniziassi ora a scrivere, probabilmente non avrei lo
stesso successo. Verrei attaccato dai moralisti e dai custodi del politicamente
corretto, perché nei miei romanzi ci sono cattivi affascinanti, buoni ambigui,
donne nobili e donne perverse, persone meschine e persone generose. C’è la vita
– che non obbedisce a un codice morale unico.
Non a caso le sue opere hanno il merito di guardare il passato con gli occhi del
passato, non con quelli del presente. In che modo questa idea attraversa i suoi
romanzi?
Le faccio un esempio concreto. Ho scritto un romanzo che si intitola L’italiano,
pubblicato in Spagna circa sei anni fa e in Italia poco dopo. Racconta la storia
dei sommozzatori italiani che durante la Seconda guerra mondiale attaccavano le
navi inglesi a Gibilterra e ad Alessandria. Erano uomini coraggiosi,
protagonisti di imprese straordinarie. Lavoravano però per un governo fascista,
guidato da Mussolini. Questo non cancella il loro valore personale. Il romanzo
non è costruito su buoni e cattivi, ma su uomini. È un racconto equo – non
equidistante, ma equo – che ascolta tutti, che cerca di comprendere anche chi
non la pensa come noi. Questa è la chiave di tutta la mia narrativa. Eppure i
miei editori italiani avevano paura a pubblicare quel libro. Non sapevano che
copertina scegliere, come presentarlo, se abbassarne il profilo. Era
imbarazzante raccontare l’eroismo di uomini che combattevano sotto una bandiera
oggi giudicata inaccettabile. Ma il bene e il male non sono mai netti. Esiste
una vasta zona grigia, complessa, in cui si muovono gli esseri umani.
Perché la “zona grigia” è centrale nella sua opera?
Perché è la vera essenza della realtà. Ho vissuto guerre vere. Ho visto persone
compiere gesti meravigliosi al mattino e atrocità la sera. Le stesse persone. Il
mondo è fatto di sfumature, e ciò che è interessante in un romanzo, in un film,
in qualunque forma narrativa, è muoversi in quella zona ambigua e
contraddittoria. Diffido profondamente delle storie che separano nettamente il
bene dal male: i buoni tutti puri, i cattivi tutti mostruosi. È una
semplificazione infantile. Nella vita reale ci sono assassini e persone nobili
in ogni campo. Negli anni Trenta parole come fascismo, comunismo, anarchismo non
avevano ancora mostrato il loro vero volto. Non c’erano ancora stati i campi di
sterminio, i gulag, le tragedie che oggi conosciamo. Era un mondo diverso.
Molti autori preferiscono scelte manichee. Per cui il male è sempre il male
assoluto…
…ma il male assoluto è narrativamente noioso oltre che falso. Se so che qualcuno
è soltanto cattivo, smette di interessarmi. Invece è interessante il criminale
che ama la madre, il padre affettuoso che commette un crimine, l’uomo perbene
che, spinto dal dolore, scivola nell’oscurità. Penso, per esempio, a Un borghese
piccolo piccolo, quel film straordinario in cui un uomo comune tortura
l’assassino di suo figlio. È lì, nel conflitto interiore, nella contraddizione,
che l’essere umano diventa interessante. Per questo tutti i miei romanzi abitano
la zona grigia. Se la letteratura si piega a piacere al commentatore televisivo
di turno o al moralista del momento, produrrà solo cattivi libri. E una
letteratura che rinuncia alla complessità è una letteratura morta. Soprattutto,
è una letteratura che non mi interessa.
Tra le prossime opere che pubblicherà per Settecolori c’è L’isola della donna
addormentata. Può raccontarci di che libro si tratta?
È una storia basata su fatti reali, naturalmente romanzata. Durante la Guerra
civile spagnola le navi che trasportavano materiali dall’Unione Sovietica verso
la Repubblica vennero attaccate nel Mar Egeo da unità italiane alleate di
Franco. Questo è il fatto storico: furono affondati due sommergibili e diverse
navi sovietiche. A partire da questo episodio ho immaginato una vicenda in cui
un gruppo di mercenari, guidati da spagnoli, opera dalle isole dell’Egeo contro
il traffico sovietico. Attorno a questa trama ruotano un’isola, una famiglia,
una donna, un marinaio spagnolo e un equipaggio che vive avventure di mare. Ma
al centro, più di ogni altra cosa, c’è una storia di solitudine: quella di una
donna che ha sposato l’uomo sbagliato.
Protagonista di questo storia come nel Problema finale è anche il mare, il
mediterraneo. Lei ha detto: “La mia patria è il Mediterraneo”. Che ruolo ha
questo spazio geografico nella sua vita e nella sua scrittura?
Sono cresciuto a Cartagena, l’antica Nova Carthago, fondata dai Fenici e poi
città romana. Da bambino, quando facevo immersioni, trovavo anfore romane e
greche. Sono cresciuto tra rovine romane, greche, arabe, bizantine. Nella mia
famiglia c’erano libri sulla storia del Mediterraneo, fin da giovane ho navigato
studiando il greco e il latino. Il Mediterraneo è il luogo da cui viene ogni
cosa: le legioni romane, il marmo, gli dèi, l’olio d’oliva, il vino, i libri, la
cultura, la memoria. Sono cresciuto durante il franchismo, ma mio padre mi
diceva sempre: “Tu sei europeo, più che spagnolo. Sei mediterraneo. La tua
patria è il Mediterraneo”. Le politiche cambiano, le dittature passano, ma il
Mediterraneo resta: antico, saggio, immutabile. È lì che si trova la spiegazione
di tutto. Oggi non credo più nelle patrie, nelle bandiere, nelle religioni, nei
politici. La mia vita di guerra non mi ha aiutato a credere nell’essere umano.
Ma il Mediterraneo resta: come consolazione, come memoria, come spiegazione. Ho
una barca a vela, navigo ancora, passo molto tempo in mare. Gettare l’ancora
accanto a un tempio greco, immergersi vicino a resti fenici, mi restituisce uno
sguardo lucido e critico sull’Europa miserabile che stiamo vivendo.
Come vede il nostro Vecchio Continente?
Questa Europa si è ridotta ad essere un decadente parco tematico: ha perso
decenza, onestà e cultura. Priva di vitalità, si rintana nella frenesia.
Smarrendo ogni slancio, ogni saggezza. Il Mediterraneo è un antidoto contro
questa decadenza: non elimina il dolore, ma aiuta a sopportarlo. È lì che mi
sento a casa: casa mia è in un caffè di Napoli, Istanbul o Beirut più che Londra
o New York. Quando vado in Italia non mi sento all’estero: vado a trovare dei
cugini. Lo stesso vale per la Turchia, l’Egitto, il Marocco. Questo è il mio
mondo. Se dovessi scegliere un luogo per finire la mia vita, vorrei fosse il
Mediterraneo. È un buon posto per morire.
Falcó, Alatriste, Hoppy: personaggi diversi ma intensamente vivi. Cosa li
accomuna?
La mia biografia. Scrivo di ciò che ho letto, del cinema che ho visto, di quello
che ho vissuto. Sono stato fortunato: fin da giovane sono partito per il mondo
con i libri nello zaino. Quando vedevo bruciare Beirut e Sarajevo, quando
assistevo a violenze disumane in Angola o in Salvador, conoscevo già quei fatti
perché li avevo letti. I libri mi hanno preparato alla vita.
Cosa sarebbe stata la sua vita priva della lettura?
Senza i libri sarei impazzito, sarei stato tormentato di traumi. I libri mi
hanno aiutato a comprendere. Sono ciò che ho letto più di ciò che ho vissuto,
più di ciò che immagino. Nessuno dei miei personaggi sono io, ma tutti guardano
il mondo come lo guardo io. Sono cresciuto in una casa piena di libri: quelli di
mio padre, della nonna paterna e di quella materna. Ho iniziato leggendo libri
semplici e poi sempre più complessi. Ho studiato greco e latino, ho tradotto
Virgilio, Senofonte, Omero, Cicerone. Tutto questo ha edificato il mio
territorio interiore. I libri sono all’origine di tutto e sono anche alla fine
di tutto. Senza i libri non sarei nulla. Forse sarei stato un avventuriero, un
marinaio… ma vuoto. Ecco i libri mi hanno dato profondità, lucidità, capacità di
interpretare il mondo. Mi hanno fatto prima giornalista – volevo vedere se il
mondo era come lo avevo letto nei libri – e poi romanziere, perché volevo
raccontarlo come avevano fatto i miei autori più amati.
C’è un libro che sogna ancora di scrivere?
No. Non più. Non so quanto tempo mi resta, né per quanto conserverò lucidità e
immaginazione. So solo che ora devo scegliere con attenzione. Non posso più
scrivere qualsiasi libro: devo decidere quali storie far vivere e quali lasciar
morire con me. È doloroso. Sapere che alcune non le scriverò mai è forse la
parte più dura di questa fase della vita.
Che ruolo ha la Guerra civile spagnola nella sua opera?
Non uno speciale. È una guerra come le altre. In Spagna è ancora un trauma, ma
io sono cresciuto con persone che l’avevano combattuta da entrambe le parti e
poi ho vissuto le mie guerre. Per me quella guerra non è diversa da quelle che
ho visto in Bosnia, Libano, Angola, El Salvador. Narrativamente, è una guerra in
più. Se poi, come spagnolo, a volte entro nelle polemiche, è perché qui la
guerra civile viene ancora usata come arma politica. Ma come materia narrativa
non occupa un posto centrale.
Francesco Subiaco
*In copertina: Arturo Pérez-Reverte fotografato da José Aymá
L'articolo L’eleganza dell’enigma. Dialogo totale con Arturo Pérez-Reverte.
“Senza i libri sarei impazzito” proviene da Pangea.
Margherita. Un incontro al di là del tempo (Ianieri Edizioni, 2025) di Annalisa
Terranova si offre al lettore come un libro che non chiede consenso ma ascolto,
non adesione ma silenzio. È un romanzo che procede per risonanze, per figure
riflesse, come se la narrazione non avanzasse ma ruotasse lentamente attorno a
un centro invisibile. Terranova, saggista, scrittrice e giornalista, costruisce
un incontro che non è solo dialogo, ma eco: due donne omonime, separate da
secoli e tuttavia prossime come due sponde dello stesso fiume, si osservano
senza vedersi, si riconoscono senza parlarsi. Una è Margherita da Cortona,
mistica del Duecento, penitente e Novella Maddalena; l’altra è una giovane donna
dei nostri giorni, ferita, spaesata, espulsa dalla propria famiglia dopo una
gravidanza indesiderata, che faceva la parrucchiera per poi lavorare in un
supermercato di Roma. Due figure che si intrecciano, si sovrappongono e talvolta
si confondono in questo incontro – come recita il sottotitolo del testo – “al di
là del tempo”. Ne nasce un viaggio in cui riaffiorano gli echi delle precedenti
opere dell’autrice: dai saggi sulle mistiche, come quello dedicato a Ildegarda
di Bingen, ai suoi bildungsroman al femminile.
Il romanzo si muove, infatti, in una zona liminale tra realismo magico e
allegoria spirituale, tra apologo e fiaba. La provincia, Roma, un supermercato,
un condominio di periferia: luoghi comuni, quasi anonimi, che progressivamente
si caricano di una densità simbolica inattesa. Lo stesso condominio in cui
approda Margherita, in via dell’Albatro n. 1, non è solo un indirizzo ma un
luogo di passaggio, oltre che un personaggio a sé. Il palazzo, con i suoi dodici
abitanti, si configura come una comunità iniziatica, un monastero laico, un
corpo simbolico in cui ogni figura incarna un sapere lontano, elementare, non
funzionale. Carte, numeri, colori, fiori, gemme, favole, orologi fermi: i doni e
i tratti dei condomini delineano un mondo ricco di segni, in cui si avvertono le
lezioni di Alfredo Cattabiani (in particolare di Florario) e di Cristina Campo.
Attraverso il simbolo e la struttura fiabesca, l’autrice interroga così il reale
con la lente del sacro.
Margherita giunge in questo luogo dopo una caduta: una maternità negata,
un’esclusione familiare, una solitudine senza parole. Come la santa medievale,
anche lei viene espulsa dopo essere stata giudicata, per abbandonarsi
all’erranza. Ma se per Margherita di Cortona la via è quella della penitenza
francescana, per la Margherita contemporanea il cammino passa attraverso
l’incontro, l’ascolto, l’accoglienza dell’altro in questo condominio quasi
landolfiano. Un viaggio accompagnato dagli abitanti della dimora, che orientano
e sostengono la protagonista. Teresa, figura assiale del romanzo, svolge una
funzione di guida discreta: è fonte di una sapienza femminile che non spiega ma
orienta, che non risolve ma custodisce.
La narrazione viene spezzata dall’arrivo di un’Intrusa. Non è solo un
personaggio, ma una forza: la disarmonia che irrompe, la negatività che infetta,
una modernità senza volto che corrode i legami. La sua presenza fa ammalare
l’albero del buon umore (simbolo di quella armonia condominiale), incrina i
corpi, rompe l’equilibrio. La guarigione non passa dalla violenza ma dal
discernimento: una volta riconosciuto il male, occorre nominarlo e allontanarlo.
Il parallelismo con la vita di Margherita da Cortona non è mai didascalico.
Terranova evita ogni agiografia e restituisce alla santa la sua umanità ferita,
i conflitti interiori, la fatica della conversione. La santità non appare come
una fuga dal mondo, ma come una grazia che nasce dall’attraversamento del
dolore. Allo stesso modo, la Margherita moderna non viene salvata da un evento
eccezionale, ma da una lenta ricomposizione di sé e del proprio destino.
Il finale suggerisce che la perfezione possibile non è l’estasi né il miracolo,
ma la fedeltà alle piccole cose. In un tempo che esalta l’eccezione, Margherita
sceglie la durata.
Terranova scrive con prosa limpida e sorvegliata, priva di compiacimenti. Le
numerose note non appesantiscono il testo, ma lo radicano, come se ogni simbolo
dovesse essere restituito alla propria genealogia. Ne nasce un romanzo mite e
necessario, capace di parlare di grazia senza retorica, di comunità senza
ideologia, di redenzione senza paternalismo. Margherita è, in questo senso, un
libro controcorrente.
Nel disegno complessivo del romanzo colpisce la scelta deliberata di una
tonalità irenica, quasi in contrasto con il rumore del presente. Terranova non
alza la voce, non denuncia, non accusa. Lascia che il male emerga come
disordine, perdita di misura, solitudine. Il suo è uno sguardo sapienziale, che
osserva senza giudicare e accompagna senza imporre. Anche Roma, spesso narrata
come eccesso o decadenza, appare qui come una terra desolata abitabile, un luogo
in cui l’incontro resta possibile. Il condominio diventa così una risposta
piccola ma concreta all’atomizzazione sociale.
La struttura fiabesca, leggibile anche alla luce delle funzioni proppiane, non è
evasione ma arcaicità consapevole. La fiaba è il linguaggio più adatto per dire
ciò che la modernità ha disimparato a nominare: il dono, l’aiuto, la prova, la
trasformazione. Ogni condomino offre a Margherita non una soluzione, ma una
chiave, un frammento di senso. Spetta a lei comporre il mosaico. In questo
senso, il romanzo è anzitutto un romanzo di formazione. La dimensione mistica
del libro è pertanto sottile e sincera, mai catechistica o dogmatica. La
Margherita contemporanea è attraversata da una sete di significato spontanea,
che la conduce quasi suo malgrado verso la figura della santa. L’incontro tra le
due avviene in uno spazio che non è storico né psicologico, ma simbolico: un
luogo di memoria profonda, dove le vite si rispondono oltre le epoche.
Il romanzo suggerisce che la colpa non è l’ultima parola e che la grazia non è
un privilegio per pochi. È una possibilità inscritta nella trama stessa
dell’esistenza, che si attiva quando si accetta di essere aiutati. La rinascita
non cancella il dolore, ma lo attraversa e lo trasforma.
Margherita è dunque un romanzo che non consola ma accompagna, non promette ma
indica. Affronta il nodo della solitudine mostrando come l’umano, più che dai
grandi sistemi o dagli uomini eccezionali, venga spesso salvato dalle sue
retrovie: da mondi piccoli e da gesti minimi, come conferma la quieta epifania
finale.
Terranova consegna infine un romanzo civile e spirituale, di formazione e
riflessione, che sembra confermare la lezione di Nicolás Gómez Dávila:
> «Solo ciò che è ordinario mantiene ciò che lo straordinario promette».
In queste pagine, la frase trova la sua migliore conferma.
Francesco Subiaco
*In copertina: Felice Casorati, Silvana Cenni, 1922
L'articolo L’ultima parola è la grazia. “Margherita”, una fiaba moderna al di là
del tempo proviene da Pangea.
> “Fosse vero che invano non si vive? E che tutto ritorna, tutto si dà la mano?”
>
> Umberto Saba, Girotondo
Ci sono libri che come conchiglie rare e gasteropodi leggendari, sono delle
meravigliosi composizioni di spirali e gemme. Degli scrigni di luce e di mare
che sembrano contenere cieli stellati e galassie lontane nelle loro misteriose e
diversissime striature. Non sono testi simmetrici, trattati pedanti, studi
schematici ma galassie da esplorare e che si rivelano tramite piccole spirali,
schizzi suggestivi e impressionanti dettagli. È il caso dell’ultimo libro
di Geminello Alvi, economista, letterato, autore di scritti capitali (come Il
Secolo Americano eIl Capitalismo verso l’ideale cinese), e “miglior prosatore
d’Italia” (Camillo Langone dixit) che torna alle stampe con L’Italia e l’anima
dell’Oriente (La Nave di Teseo).
Un’opera dal titolo schubartiano che si compone di frammenti, di note, di scolii
a costruire un eccentrico resoconto spirituale e letterario dell’autore negli
anni degli ultimi Giubilei tra Italia e Oriente.
Il testo riavvolge infatti i diari di viaggio di tre anni chiave per l’autore il
1998, il 1999, il 2000 costeggiando il Giubileo del 2000 (che era stato alla
base del già splendido Ai padri perdono). Testi che vengono riscritti, ampliati
e riletti alla luce del Giubileo del 2025. Così da arricchire l’opera precedente
ultimando inoltre la “morale inattesa” dei suoi viaggi. Si tratta di scritti
straordinari, di una raccolta di apoftegmi che utilizza un italiano inaudito,
serafico, vibrante e lunare capace di trasformare la realtà che racconta in
testimonianza apocalittica e in rivelazione poetica. Regalando al lettore un
breviario celeste della sua anima in viaggio alla ricerca di quella orientale
dell’Italia.
Questi scritti sono riuniti “dal riguardare le più varie persone che mi fecero
da padre e la necessità di oblio e perdono”. Ma il testo esonda da questa (e da
ogni) classificazione. Più che un diario o un libro di viaggi l’opera è infatti
un mosaico letterario, un “libro-costellazione”, in cui tutto è legato da
simmetrie invisibili, da significati ultimi e destini ineffabili. I viaggi di
Alvi non sono, del resto, una mera avanzata spaziale nell’oriente postsovietico,
nell’Italia presente, nell’Adriatico perduto, nell’Est segreto e destalinizzato,
ma compongono un itinerario spirituale. Una metempsicosi letteraria nelle vene
dell’Oriente, nel nostro Genius loci nazionale, nell’Italia perduta e fallita,
nei dilemmi segreti del cuore e dello spirito dei popoli. Roma, Tbilisi, Mosca,
Costantinopoli non sono nelle sue Notas solo bei nomi ricchi di destino o
scenari di cartoline turistiche, ma santuari della memoria in cui si coglie
l’essenza di quei luoghi, di quei popoli e dei loro misteri. Raccontando le
tappe di un cammino, di un pellegrinaggio nell’Apocalisse contemporanea alla
ricerca di sé stessi e del proprio fato. Tramite una narrazione che unisce le
avventure swiftiane di Gulliver e le pagine migliori dei suoi Eccentrici.
Il testo però non va ridotto al racconto di un pellegrino alla ricerca
dell’Oriente o ad una resa dei conti con il proprio tempo. Si tratta, invece, di
un’opera mondo in cui Alvi con maestria riesce a mostrare al lettore
contemporaneamente reami, registri, linguaggi e sfumature diverse in un testo
caleidoscopico. C’è la critica culturale della nostra coscienza nazionale e dei
suoi incoscienti misfatti adornati di retorica. C’è l’evocazione di una Roma
barabbesca, svagata e sciupata nei propri vizi e vezzi, ormai orfana di fascino
e vitalità. Specchio di una società frenetica e immobile, e di un’Italia
decaduta e piccina. C’è la riflessione sulla spirale tetra della decadenza dei
reduci, delle generazioni, delle classi imprenditoriali e dirigenti italiane ed
europee. Ma ci sono anche valutazioni storiche fulminanti, sempre aguzze e
perciò sempre lucide, sull’ascesa di Primakov, sulla “commedia dell’Europa” e il
volto più autentico di quell’Omino di burro collodiano che è stato il Berlusconi
politico. A ciò si aggiunge infine la dimensione della memoria che unisce
indagine personale, ricordi familiari, fantasmi del passato e l’amore per gli
amati invisibili.
In una sorta di giorno del giudizio letterario che mischia la dimensione plurale
e mosaicale dell’Antalogia Palatina, a quella rivelatoria del Viaggio in Italia
di Piovene, con la potenza linguistica delle cronache trecentesche, in cui
grazie allo stile etereo e raffinato di Alvi, tutto sa incollarsi e darsi la
mano. Ne emerge così una sommatoria di enigmi, di fantasmi, di ricordi, di
visioni tanto franchi e chiari quanto enigmatici e ammalianti. Più che un testo
sul Giubileo quello di Alvi sembra, in effetti, una Apocalisse
enciclopedica anche perché con essa condivide l’intima e ultima volontà di
rivelazione e l’attenta e profonda cultura simbolica.
Il viaggio dell’autore non a caso inizia un una Roma che sembra la barbarizzata
capitale dell’impero alla vigilia della decadenza. Pregna di quel sentimento di
totale deriva e abbandono e da un senso di confusione di tutto che dilaga in cui
la purificazione giubilare si confonde con l’attesa della Rivelazione. Roma si
presenta così come “una meretrice senza perdono che smarrisce ogni virtù del
vizio”. Una città di fantasmi abitata dalle ombre di Cola di Rienzo e della cara
cugina Patrizia Cavalli, da quella dell’amico paterno Manlio, ma anche da quella
di Giordano Bruno. E il ritratto della Capitale dell’autore è perciò spietato e
rivelatorio:
> “Ma Roma, è evidente, contorce in se due cose: eco stanco di un’orgia che durò
> millenni e pagana morale. Come se taluni nella decadenza avessero malgrado
> tutto resistito, protetto per ripicca una solo loro morale”.
La Roma di Alvi è in sostanza una necropoli affollata, la cui essenza animica
sono gli dei Mani. Una città dei morti in cui anche la struggente inconcludenza
svapora in nostalgia di tutto, specie del non vissuto. Ma proprio sotto quel
cielo che sembra un mare capovolto, l’autore alterna considerazioni moralistiche
e squarci sociali, ricordi e considerazioni sparse. Dall’economia alla storia
dal feuilleton alla malacologia, fino ad una immersione nella storia nazionale
sulla scia di Cusin e Montanelli. Alvi rilegge il nostro passato realizzando
così una autobiografia dell’Italia che va dalle colonizzazioni fallite alle
faide intestine, dai suoi uomini illustri ai vizi di fabbrica dell’unità
nazionale tramite una narrazione fatta di schizzi e di visioni. Mussolini è
l’archetipo della natura teatrale e faziosa del nostro Paese la cui parabola
unisce la volontà di imporre il Risorgimento dall’alto alla società di massa
delle élites primonovecentesche e le pose pletoriche di Cola di Rienzo. Pagine
in cui il dittatore romagnolo viene mostrato come una reincarnazione nazionale
del tribuno capitolino.
In questa disamina la sorte di Giordano Bruno diventa la metafora di una nazione
infida per ripicca con la vocazione per il dispetto, e l’animo volubile e
rancoroso. Mentre anche l’unità viene vista come un peccato originale che ha
sacrificato l’universalità italiana alle posa del centralismo francese e del
nazionalismo romantico.
Scorrendo il testo il lettore verrà portato poi a confine tra la Marina
Adriatica e l’altra sponda perduta, quella istriana e dalmata, veneziana
coloniale. Lì si alternano pagine dure e per questo sincere sulla sorte del
nostro Paese con descrizioni naturali e poetiche in cui la lingua vibra e si
risveglia fino alla commozione. Dove i colori del mare e le spirali dei
gasteropodi si rivelano, come per miracolo, un segno di una religione
universale. Mentre le visioni, i ricordi del passato e i racconti del paesaggio
si dimostrano come favole esatte sulla nostra storia nazionale e la condizione
umana. Nelle pagine recanatesi e marchigiane l’autore riflette invece
sull’identità italiana. Oltre facili retoriche e sterili autocompiacimenti. Ci
si ritrova, invece, italiani udendo l’accento scovato di Beniamino Gigli in una
pellicola germanofona, o nell’empatia con quegli “italiani sbagliati” seri e
veri, come Paolo Baffi, Livio Zanetti e Guido Carli, che furono travolti dalla
mediocrità nazionale.
Paragrafi che mostrano, in tal modo, con l’Italia di sempre anche quella di ieri
e di oggi.
Viene affrontato ad esempio il dilagare della mediocrità e banalità mostruosa
delle oligarchie italiane le cui vite sono “ragionerie di odi amministrati, di
ironie finte e di malizie invidiose”. Oppure si mostrano, dietro alle sorti
dell’omino di burro Berlusconi e dei suoi antagonisti eterni, i costumi perenni
dell’Italia, come l’abitudine all’eccezione, all’approvazione, alla guerra
civile. Ma aldilà dei giudizi storici e morali l’opera è anche un florilegio di
dettagli narrativi, di schizzi poetici, di incontri splendidi da Operette morali
(dagli ex colonnelli sovietici ai reduci, dai mistici agli uomini illustri). In
cui anche una descrizione e una bozza narrativa, mostrano come la realtà
appartiene esclusivamente al genere fantastico.
Il viaggio di Alvi prosegue successivamente nell’est postcomunista. Un
itinerario maestoso nelle apocalissi plurali del comunismo sovietico che diventa
occasione di una indagine totale intorno all’anima della Russia,
“quest’orientale, lento, tutto mutare assorbendo”. Capitoli che raccontano e
descrivono il drammatico passaggio dall’incubo piccolo borghese del socialismo
reale alla delusione portata dall’era elciniana. Alvi regala così un ritratto
magistrale della Russia degli anni Novanta saccheggiata dagli interessi
predatori internazionali e poi trasformatasi in decadente Brasile innevato, in
cui si consuma l’ascesa degli oligarchi e le tensioni revansciste nascoste in
quelle impenetrabili favelas di ghiaccio. Delineando un ritratto crudo e
crudele, ma anche sincero e fiabesco della terra di Dostoevskij a confine tra
due epoche e due mondi.
A queste peregrinazioni si accompagnano i viaggi nei Paesi baltici in
fibrillazione, nella Georgia mistica, nelle rovine dell’impero staliniano. Lì la
meditazione sul perdono, sull’anima, sulla salvezza si fa più accorata e perciò
magnifica. Ed un velo d’incenso, o una litania ortodossa, si fanno richiami
verso l’altrove.
> “La mattina in chiesa, mi faccio benedire da un prete ortodosso, la
> benedizione, come la liturgia, sono ancora una cosa seria. Quando diverrò
> autorità spirituale nel Caucaso dovrò pur decidere, convertirmi
> all’ortodossia. E però quella splendida aurora di sonno: mi illuminò di
> meraviglia per i pensieri, per fortuna non mia. E capisco: che al perdono
> l’uomo non basta”.
L’anima dell’Oriente viene quindi evocata, affrontata e attraversata in questo
viaggio spirituale tra la prima Roma, la terza e poi la seconda in un plurimo
incontro di destini. È un’indagine cosmica, economica, storica, animica in cui
la frontiera tra questi temi si dissolve e alle letture veterotestamentarie si
alternano le analisi storico economiche, alla visione mistica la critica
letteraria e la teologia politica. Come conferma la nota in cui l’autore rileva
che lo scrivere, come insegna il reazionario Tommaseo, “non è mai espressione
tirare fuori da se qualcosa è invece fede nelle parole fuori da noi”. E proprio
in virtù di ciò la storia umana è un decadere: solo quella sovraumana cresce
veramente.
Tutte queste visioni e rivelazioni vengono poi riannodate nel capitolo finale
inscenato nel 2025. Dove il confronto tra i viaggi degli anni Novanta e il
presente mostra come i giubilei incarnino il decadere della Chiesa. In questo
affresco il cristianesimo è ridotto a fatto giurisprudenziale, mentre il papato
televisivo bergogliano (per l’autore redivivo Bonifacio VIII) accoglie una Roma
morta e contaminata. Un’Urbe in cui l’ultima generazione seria di italiani
(quella dei Baffi, di Carli e Montanelli) è estinta e i guitti fantasmi romani
di Gioacchino Belli si sono consumati in spiritacci da commediola all’italiana.
L’Italia che ritrova Alvi è di nuovo “retorica e vaticana”, in cui spenti sono i
lumini di Mazzini e del Risorgimento e i credi laici e religiosi sono tramutati
in pose ed imposture. Una Roma senza eroi e senza Papa. Orfana di incanto, anima
e fascino e invasa da immonde cacio e pepe fatte da estranei finti cuochi per
nutrire la tragedia dei turisti pascolanti.
In questa immersione nel presente giubilare Alvi riannoda i fili del libro, dei
suoi viaggi passati, dei suoi incontri in un carosello poetico. E anche la
nostra attualità densa di guerre e conflitti viene riletta alla luce del
perdono. Sulla scia di Schubart, Alvi vede lo scontro tra civiltà come un
conflitto che nasce da una frattura metafisica, per questo la guerra va pensata
oltre il tifo ideologico, alla luce dei Vangeli, dello spirito, del dono. Il
perdono diventa così il centro trasfigurante della storia: non negare
l’inimicizia, ma trasformarla, perché si completi e ciascuno sia responsabile
della propria parte. Una lezione molto attuale.
C’è poi nelle pagine finali la ricongiunzione con l’anima dell’Oriente che non
è bussola geopolitica, rivelazione turistica o stanco esotismo: è piuttosto un
enigma individuale che viene risolto dissolvendolo.
> “L’anima del mio immenso Oriente è piuttosto quest’aurora della marina che si
> eleva davanti, a ben altro dall’uomo, in una cascata di bontà che ricasca
> addosso al mare. Alcuni coi crani aperti ne divengono, nel loro cuore una
> grondaia che goccia, e imbeve la terra. La totale inutilità dell’anima che in
> croce sente la vita come un cappotto rallegra quando muore la Virtù aspirante
> del sole: abbonda nell’Oriente dei miei viaggi; ma è scarsa a occidente”.
L’Italia e l’anima dell’Oriente si presenta quindi come un’opera mondo,
erratica, in cui perdersi e ritrovarsi. Una composizione frammentaria e
circolare in cui il perdono, lo spirito e la parola scavano le pieghe del
presente in un “Day of the Doom” letterario in cui tutto si compie, si completa
e si dà la mano. E dove anche l’enigma individuale del perdono e dell’oblio può
trovare una soluzione capace di illuminare senza dissolverne il mistero.
Francesco Subiaco
*In copertina: Gaetano Riboldi, Giorno del giudizio dopo desinato, 1821-23
L'articolo “Al perdono l’uomo non basta”. Il giorno del giudizio di Geminello
Alvi proviene da Pangea.
È una Romania inedita, nascosta, dimenticata quella che Carolina
Vincenti rievoca nel suo Fantasmi romeni. Dieci biografie straordinarie (La
Lepre edizioni, 2025). Un libro caleidoscopico, una miniera di storie, di vite,
di destini. Pieno di pepite e misteri su un’anima romena tra oriente e
occidente, mistica e rivoluzione, aristocrazia cosmopolita e spirito popolare.
Vincenti – intellettuale nata a Bucarest e cresciuta a Beirut, autrice di
numerosi volumi dedicati ai palazzi romani, che ha curato mostre per il Musée du
Luxembourg in Francia e ha collaborato con il M.I.U.R. – riannoda i fili di una
storia nazionale che intreccia alla memoria personale e familiare, offrendo al
lettore una galleria di medaglioni adamantini di esuli, artisti, testimoni. Da
Panait Istrati, scrittore di novelle incantate, definito il “Gor’kij dei
Balcani”, a Mircea Eliade, il più illustre storico delle religioni del Novecento
– ma anche incantevole romanziere e poeta – passando per Ioan Petru Culiano,
sapientissimo gnostico ucciso all’apice della gloria accademica da un misterioso
assassino, Dimitrie Cantemir, il principe visionario che aveva osservato alla
fine del Seicento l’Europa decollare e la mezzaluna del Bosforo declinare ed
Elena Ghica, formidabile principessa itinerante, archeologa, botanica,
scrittrice e pioniera del pensiero liberale delle élite cosmopolite. Un viaggio,
quindi, tra i fantasmi dell’anima romena, i suoi santuari e soprattutto i suoi
luoghi nascosti.
Come nasce “fantasmi romeni”? Chi sono i protagonisti di queste dieci biografie?
Nasce da un’urgenza personale. Mia madre era di origine romena, ma aveva perso
la cittadinanza poco prima che io nascessi. Mio figlio, invece, anni dopo, stava
per trasferirsi in Romania, ma quel Paese gli appariva come una terra quasi
sconosciuta. Ho sentito il bisogno di raccontargli la Romania che avevo
assorbito dai racconti dei miei nonni, dalle memorie degli esuli, dalle figure
che avevano attraversato quel mondo e che avevo studiato a lungo. Ho scelto
dieci personaggi che hanno vissuto l’esilio come condizione distintiva e la
ricerca dell’identità come destino. Sono figure straordinarie, ognuna con un
frammento dell’anima di quel paese martoriato da fascismo, comunismo, crolli e
ricostruzioni, ma anche ricco di intellettuali e cultura. Questi racconti sono
sintesi di lunghe ricerche: testimonianze minori, dettagli, ricordi, luoghi
rimpianti. Volevo offrire a mio figlio un piccolo vademecum per capire l’anima
romena.
La scelta di questi profili è stata immediata o tormentata?
Direi che sono stati loro a scegliere me. Il primo è Dimitrie Cantemir:
appartiene al mio campo naturale, il Sei-Settecento. Mi ha sedotto il suo essere
sospeso tra Oriente e Occidente, principe poliglotta, primo orientalista
d’Europa. Da storica dell’arte, il suo sguardo sul declino ottomano mi ha
colpito: un Voltaire o un Gibbon nato ai bordi della mezzaluna. Poi Panait
Istrati, poeta dell’amicizia e delle anime semplici, degli slanci attivisti e
delle piccole cose: è stato un uomo ingenuo e visionario, capace di un
entusiasmo rivoluzionario e di un pentimento immediato per quelle speranze mal
riposte. Basti pensare che nel 1927 scrive, in anticipo su Gide e i grandi
francesi, un j’accuse sul bolscevismo quando nessuno osa ancora farlo, pagandolo
sulla sua pelle.
Poi ci sono Eliade e Cioran. Eliade ha cambiato la mia prospettiva sul mondo e
sulle cose: la sua riflessione sul sacro e sulla necessità umana di miti mi ha
parlato profondamente. Di Cioran mi ha colpito invece, dietro il pessimismo
apparente, il fatto che nascondesse un’umanità luminosa: faceva ridere,
consolava, celebrava l’amicizia. Con una scrittura francese che ha pochi rivali:
nitida, chirurgica, lucidissima.
Lei parla della storia come forza inafferrabile, viaggio e destino. È un filo
che attraversa tutti i suoi protagonisti?
Sì. La vicinanza all’Oriente dà loro uno sguardo che definirei “dostoevskiano”:
un’umiltà davanti alla storia, la consapevolezza che l’essere umano non ha alcun
controllo sugli eventi. Cioran lo esprime in modo radicale. L’epistolario con
Eliade è rivelatore: due studiosi del sacro che, allo stesso tempo, ripetono che
“la storia non è”. Studiare questi esuli mi ha trasformata. Io venivo da
un’educazione francese, molto razionale; loro mi hanno mostrato la fragilità
dell’individuo di fronte ai movimenti della storia. È una lezione che ho
assorbito pagina dopo pagina.
Elena Ghica, detta Dora d’Istria, è forse la più sorprendente. Come ha
incontrato questa Mary Shelley d’oriente?
Per caso. In un piccolo libro francese trovato in una minuscola libreria. In
vita era famosissima: a Firenze la definivano la donna più intelligente della
città. A Mosca stupiva tutti con il suo pensiero progressista, al punto da
doversene andar via. Era amica di Garibaldi, figlia e nipote di Voivoda, quindi
parte della grande aristocrazia fanariota. Mi ha affascinato la sua ascendenza
bizantina: molte grandi famiglie romene hanno radici bizantine: questa
stratificazione culturale dice molto della Romania, paese che porta nel nome
stesso il legame con Roma. Era archeologa, filologa, botanica, scalatrice,
antropologa, proto-femminista. Una matrioska inesauribile. Raccontarla
significava restituire una luminosità ingiustamente dimenticata.
Nel libro trova spazio anche Panait Istrati di cui abbiamo già in parte parlato.
Che cosa la colpisce della sua vicenda?
La sua vita sembra scritta da un romanziere. Poverissimo, parte dal delta del
Danubio, una terra immensa e sospesa, e cammina nel mondo con una valigia
minuscola e desideri sterminati. Tenta il suicidio; in tasca ha una lunga
lettera destinata a Romain Rolland. La lettera arriva però all’autore per puro
caso, perché Rolland aveva cambiato indirizzo. Rolland la legge, si mette sulle
sue tracce, lo trova, gli dice: “Scrivi e ti pubblico”. Nasce Chira Chiralina,
un successo enorme. L’Unione degli scrittori lo manda in Russia per il decennale
della Rivoluzione. Per lui è l’incontro col sogno e con l’utopia da cui invece
esce deluso e tradito. È la prova che il destino è un intreccio di caso, tenacia
e soprattutto fragilità.
Nikos Kazantzakis entra in scena quasi come testimone. Che rapporto aveva con
Istrati?
Un rapporto intenso. Kazantzakis descrive Istrati in modo fulminante: “I suoi
bagagli dieci chili per fare il giro del mondo, il suo appartamento un letto, ma
i suoi desideri un universo intero.” È un ritratto perfetto. Istrati era un
vagabondo dell’anima, un uomo che veniva da un porto cosmopolita, Breila,
popolato da etnie e culture diverse. Una Romania che oggi sembra lontanissima.
La sua povertà non era miseria: era leggerezza, apertura totale al mondo.
C’è qualche grande assente che avrebbe voluto includere?
Sì. Il primo è Ionesco. Me lo hanno fatto notare: manca. Ma sono meno
interessata al teatro rispetto alla poesia o alla prosa. Altri assenti: Tristan
Tzara, e due giganti come Paul Celan e Fondane. Celan l’ho evitato perché non
parlo tedesco: affrontarlo senza lingua mi sembrava un tradimento. Ho preferito
restare fedele alla mia onestà intellettuale. Ho incluso invece una figura non
prestigiosa: la tata dei piccoli comunisti. È stata anche la mia tata. Ebrea,
donna di una forza rara. Era la mia chiave per raccontare la comunità ebraica
rumena, che fu vastissima — 750.000 persone — e che come tutte le comunità
ebraiche balcaniche costituì il vero “sale” dell’Europa orientale. Raccontare
lei significava raccontare un mondo, un modo di vivere, un modo di stare nella
storia.
Se dovesse indicare il filo rosso che lega tutti questi fantasmi romani?
Direi: la ricerca dell’identità e il confronto con l’esilio. È l’accettazione
della fragilità dell’essere umano davanti agli eventi. Ci si incammina alla
ricerca di un’identità che si trova in maniera plurale e multiforme. Questi
personaggi lo confermano. Lo stesso Eliade è un non credente che indaga il
nucleo delle religioni e lo fa come pochi. Sono personaggi che hanno vissuto in
transito, tra lingue, imperi, culture. Si sono interrogati su che cosa
significhi appartenere, radicarsi, sognare in una lingua o in un’altra. E
rappresentano un paese che troppo spesso non conosciamo, ma che ha prodotto
pensatori e scrittori di straordinaria grandezza. Raccontarli è stato un modo
per dare voce a ciò che resta di quella Romania: una grandezza intellettuale che
sopravvive nelle storie che hanno lasciato.
Francesco Subiaco
L'articolo In viaggio verso il destino. Da Cioran a Panait Istrati: storia di
rumeni straordinari proviene da Pangea.
“Ogni epoca si specchia nei suoi demoni e nei suoi profeti” (Enzo Bettiza). Così
si potrebbe introdurre Nietzsche e Marx si davano la mano. Vita, intrecci e
pensiero dei due profeti che sconvolsero il mondo (Marsilio, 2025), l’ultimo
libro di Marcello Veneziani, filosofo e narratore che da sempre intreccia
riflessione e racconto, pensiero e stile. In questo saggio-romanzo, l’autore
mette in scena un incontro, un confronto e uno scontro impossibile tra i due
giganti che più hanno scosso la modernità: il profeta del superuomo e l’ideologo
del proletariato, due solitudini titaniche unite dal comune culto di Prometeo e
dalla fede nella lotta come motore del mondo. Veneziani, con la sua prosa densa
e appassionata, evoca, rivela, racconta, ma soprattutto interroga: cosa
accadrebbe se le due vertigini del pensiero moderno si specchiassero l’una
nell’altra? Con lo sguardo lucido e insieme tragico del filosofo mediterraneo,
l’autore attraversa le loro eredità e deformazioni — dal marxismo woke al
nietzschianesimo accelerazionista — per misurare quanto dei loro fuochi arda
ancora nel nostro tempo disincantato. Mostrandone i miti, le storie, le visioni
e i furori con uno stile che è pensiero poetante in forma saggistica ed uno
sguardo aguzzo capace di rievocare le voci di questi maestri del sospetto
rivelando però le contraddizioni del Novecento sterminatore ideologico e del
nostro tempo. Per meglio comprendere le affinità e divergenze tra questi due
venerati maestri abbiamo raggiunto Veneziani nel suo studio romano.
Perché “Nietzsche e Marx si davano la mano”? Quali somiglianze esistono tra
questi “due profeti che sconvolsero il mondo”?
Marx e Nietzsche hanno una comune derivazione romantica, ebbero ambedue il culto
di Prometeo, il liberatore dell’umanità dal divino, si proiettarono nel futuro
liberandosi da Dio, patria e famiglia; furono pensatori del conflitto, la lotta
per loro è la regina di tutte le cose; ebbero comuni nemici come i filistei e i
borghesi, credettero al pensiero che agisce e trasforma…
Come nasce questo libro tra saggistica e prosa d’arte?
Nasce da un’antica passione per Nietzsche e da un altrettanto storica rivalità
nei confronti di Marx. All’università, nella facoltà di filosofia, era d’obbligo
studiare Marx ma io vi aggiungevo Nietzsche – e non solo lui. Da quel confronto
a lungo maturato, nasce questo libro.
Cosa sarebbe potuto emergere e cosa emerge nel suo libro da questo incontro
impossibile tra le due vertigini della modernità? È stato un bene o un male che
non si siano incontrati?
Difficile dirlo, ci saremmo risparmiati tragedie o forse ne avremmo vissuto
delle altre. Ma avremmo avuto il confronto tra due pensieri che si fecero mondo,
storia, rivoluzione o trasmutazione. Credo però che sia per noi posteri molto
proficuo metterli a confronto, paragonarli, e criticarli a vicenda.
Entriamo nel retroscena del pensiero. Che ruolo ha avuto il confronto con
Nietzsche nella sua formazione filosofica e quale importanza riveste oggi nella
sua visione del mondo?
Fu l’autore dei miei diciott’anni, la passione più grande di gioventù, a cui
dedicai il primo articolo. Zarathustra restò per me il genio di una religione
antica e inedita, profetica e ironica, danzante e ludica. Col tempo naturalmente
la sua influenza fu ridimensionata, ma restò sempre il mio modello più alto di
pensiero poetante.
Cosa accomuna e intreccia questi due profeti ispiratori del secolo
dell’incertezza e delle ideologie?
A parte il paradosso di ritenersi entrambi liberatori dell’umanità e poi
considerati entrambi ispiratori dei regimi liberticidi del Novecento, li
accomuna il desiderio di trasformare il mondo e non solo di conoscerlo, di
riversare il pensiero nell’azione e di sfidare l’establishment, che ciascuno
percepiva a suo modo. Erano due filosofi col martello, in lotta con il proprio
tempo.
Quanto hanno ancora da dire nell’epoca attuale questi “fratelli separati”?
Per Marx il nuovo proletariato sono i flussi migratori; al posto del movimento
operaio c’è il movimento femminista, la battaglia per l’uguaglianza si fa
battaglia per le diversità; al posto del capitalismo, il nemico è la tradizione;
al posto del padronato c’è il patriarcato. E sullo sfondo il marxismo cinese… E
Nietzsche – al di là del mito del superman e del suprematismo che viene
ricondotto al suo pensiero – quando afferma che l’uomo è qualcosa che va
superato, non apre forse la via al transumano, ai robot, all’intelligenza
artificiale, alle mutazioni genetiche?
Perché dice che il marxismo dopo essere morto in Oriente, ora è vivo e trionfa
in Occidente (in special modo a New York)?
Perché il marxismo, separato dal comunismo e fallito in Unione sovietica,
diventa oggi ideologia radical e global, e si compendia tra woke, political
correct e cancel culture, di derivazione americana. Persa la pars construens di
società comunista, resta la parte dissolutiva, di distruzione della civiltà.
Quando il marxismo da critica del capitalismo si fa critica della tradizione,
della natura e della storia, va a vivere a New York, magari col sindaco
Mamdani.
Che ne pensa delle evoluzioni del nietzschianesimo da riferimento della
rivoluzione conservatrice a totem di post strutturalisti e idolo dei
transumanisti? Sono appropriazioni indebite o sintonie di fondo?
Ognuno coglie di Nietzsche un aspetto, ma Nietzsche è prismatico, non c’è
citazione – avvertiva Giorgio Colli – che non possa essere contraddetta da
un’altra sua affermazione. Ci sono gradi di assimilazione e di fraintendimento,
ai tempi di d’Annunzio, di Spengler o di Hitler, come in seguito nella filosofia
francese e ai tempi dei sessantottini.
Dopo essersi combattuti negli anni dietro le insegne del rosso e del nero dei
propri ierofanti cosa resta di questi sospettati maestri e dei loro eredi?
Restano cospicue eredità di pensiero, anche se l’esito prevalente è impolitico
in Nietzsche e utopico in Marx. Marx resta un rivoluzionario, un pensatore
sociale, rivolto alla storia, alle masse e alla politica; Nietzsche è a mio
parere un “biosofo”, cioè un pensatore della vita, rivolto al mito, all’arte,
allo spirito aristocratico, alla solitudine e all’esistenza. La concezione
marxista è materialistica, dialettica, storica; la visione di Nietzsche è
tragica, ludica, estetica.
Oggi a chi parlano, nella politica e cultura internazionale, Nietzsche e Marx? E
chi sono i più marxisti e nietzschiani esponenti della politica italiana e
internazionale?
Nietzsche oggi è più vitale di Marx perché ha descritto la condizione umana del
nostro tempo molto più di Marx, legato a un contesto socio-economico di un’epoca
industriale. Non è significativo oggi riconoscere gli eredi politici di Marx e
Nietzsche, si prestano a troppi equivoci, torsioni e spesso denotano una totale
inadeguatezza nel ruolo di continuatori. Non vedo continuatori ma se dovessimo
seguire le vulgate diremmo Xi Jinping ed Elon Musk.
L’ispirazione di Nietzsche generò grandi opere (da Mann a Benn passando per
d’Annunzio e Rebatet) mentre l’eredità del marxismo compone solo l’archivio
della cronaca politica (chi legge più i testi politici di Aragon o del realismo
sovietico). L’arte sta graziando Nietzsche rispetto a Marx?
L’impronta di Nietzsche generò più frutti nell’arte, soprattutto nelle
avanguardie, nella letteratura, nel pensiero, nella musica, nella vita; Marx
sconta l’impoverimento della dimensione politica, sociale e rivoluzionaria, nel
nostro tempo. Marx oggi è poco letto, a differenza di Nietzsche che domina nei
palchetti di filosofia delle librerie e perfino nei poster dedicati ai
filosofi.
Oggi la tecnodestra e Musk sono gli eredi di Nietzsche mentre il woke è l’ultimo
erede di Marx?
Si, a patto di separare la volontà di potenza dal pensiero nietzscheano, e
separando il marxismo dall’anticapitalismo e dall’avvento del comunismo. Ecco a
cosa assistiamo: ad un Nietzsche decapitato e ad un Marx senza gambe né braccia…
Quale sarà il suo prossimo lavoro?
Non ne ho ancora un’idea precisa. Vorrei portare a sintesi, riannodare i fili,
ripensare le opere, chiudere il cerchio.
Francesco Subiaco
L'articolo Marx vive in un attico, a New York. Dialogo con Marcello Veneziani
proviene da Pangea.
> “Non credo ci sia alcuna filosofia morale nella narrativa oltre
> all’eccellenza.”
>
> John Cheever
Con il suo ultimo libro – Ogni maledetta mattina. Cinque lezioni sul vizio dello
scrivere (Mondadori, 2025) – Alessandro Piperno, romanziere, direttore dei
‘Meridiani’, docente di francesistica e saggista, realizza una immersione nelle
ragioni e nei moventi dell’attività letteraria. Tramite un saggio che indaga con
uno stile chiaro ed elegante quel ‘brivido’ che accompagna il rito e la prassi
della scrittura, alternando spunti autobiografici e l’analisi critica delle
sismografie letterarie grazie al confronto con i grandi del passato. Cinque
lezioni (“Ambizione”, “Odio”, “Responsabilità”, “Piacere” e “Conoscenza”) sui
motivi dello scrivere che danno così vita a un racconto corale che va da Proust
e Kafka a Céline e Primo Levi, passando per Flaubert, Balzac e tanti
altri,capace di delineare una galleria di ritratti e studi d’autore ricca di
dettagli e fascino. Ne emerge, soprattutto, un testo che quando parla
dell’attività letteraria più che prescrivere vuole mostrare, più che spiegare
vuole osservare e capire, senza giudicare. Piperno, infatti, privo di retoriche
militanti o di misticismi autocompiacenti, realizza un’opera capace di rivelare
della scrittura le verità concrete e l’intrinseca magia. Portando il lettore
nelle botteghe, nelle quinte e nei cantieri delle parole, in modo da mostrare i
tanti volti di quel “vizio assurdo” che porta a impugnare una penna o ad armare
una tastiera ogni maledetta mattina.
Prof. Piperno come è nato Ogni maledetta domenica. Cinque lezioni sul vizio
dello scrivere?
La genesi di questo libro è più semplice di quanto non sembri. Da un lato un
contratto da onorare con il mio editore per un’opera saggistica, dall’altro
l’esigenza di decantare e di fare il punto. Una necessità, quest’ultima, che mi
prende ogni volta che finito un romanzo mi preparo a scriverne un altro. Forse
volevo verificare il modo in cui con il passare degli anni è cambiato il mio
approccio alla scrittura. Ciò che da giovane mi sembrava una fatica superiore
alle mie forze oggi è un piacere quotidiano e ineludibile, un vizio. Da qui la
domanda: come lo si contrae? Come lo si gestisce? Ecco, per rispondere a queste
domande ho interrogato gli scrittori che amo e che frequento da sempre. Di me (a
petto di questi giganti, una nullità trascurabile) ho parlato lo stretto
indispensabile.
E che cos’è, secondo lei, il vizio dello scrivere?
Per dirla con Cioran, tutto inizia con un estenuante esercizio di ammirazione.
Sei un adolescente pieno di passioni e di inutili idee in testa. Leggi Stendhal,
Tolstoj, Broch e ti dici: che bello sarebbe potersi esprimere in modo
altrettanto netto, essenziale ed elegante. Sei fregato. Quello è il momento in
cui passi dall’ammirazione all’emulazione. Una battaglia persa in partenza. Per
quanto tu possa provarci, infatti, non riesci a scrivere niente che non ti
sembri scadente, riciclato, di terz’ordine. Le confesso che per me non è stato
facile togliermi dalle spalle il peso di modelli così irraggiungibili. Certe
volte credo che ad avermi reso uno scrittore sia stata una certa dimestichezza
con il fallimento. Il paradosso è che il mio primo romanzo fu un successo,
almeno da un punto di vista commerciale. A me invece non piaceva quasi per
niente. Lo avevo scritto spinto dalla rabbia e dal risentimento. Lo avevo
scritto senza esercitare il dovuto controllo. Poi grazie al cielo le cose sono
cambiate.
Cosa è cambiato?
D’un tratto ho capito che il tormento è come la nevrosi: fa male ma non serve a
niente.Anzi, peggio, ti danneggia limitandoti. Ho capito che la scrittura non è
pura ispirazione, o non solo, ma soprattutto disciplina, indagine, riflessione.
Oggi mi sento molto diverso da allora.
Quale fu il libro della svolta nel suo rapporto con la scrittura?
Fu il mio romanzo più sfortunato: Dove la storia finisce (2016). Più mi ci
immergevo piùpercepivo il cambiamento in atto: il tormento si
faceva spontaneità, l’ansia cedeva il passo all’abbandono, ogni seduta era un
po’ più piacevole. Da allora il lavoro è diventato naturale, proficuo e meno
ansiogeno.
Cosa ha determinato questo cambiamento?
Messe da parte tutte le pompose ambizioni di grandezza e di gloria, ho preso
atto che lo scrittore è un tizio che ogni mattina (almeno per me) affronta una
serie di problemi e cerca di risolverli. Solo così un libro prende forma. In un
attimo sono svanite le ubbie con cui mi ero sempre tormentato.
Dopo la pubblicazione, si rilegge?
Mai. Un libro pubblicato per me è un libro morto. Tanto sono ossessivo nella
stesura infliggendomi mesi e mesi di riletture, tanto sono leggero e infedele
nella fase successiva alla pubblicazione. Per questo mi costa così tanto
promuoverlo. È giusto che un libro faccia la sua strada senza di me. Le rare
volte in cui durante una presentazione qualcuno legge un passo di un mio libro
in pubblico avverto un profondo imbarazzo. Con ciò non intendo dire che non
provi affetto per i libri pubblicati. Ne provo eccome, soprattutto per i più
“sfortunati”. Me lo lasci ripetere: per me Dove la storia finiscerappresenta
una cesura virtuosa.
Parliamo del suo ultimo testo narrativo: Aria di famiglia. Un romanzo che mostra
epoche e contesti senza pretese storiografiche o ideologiche, offrendo uno
sguardo critico sul presente. Specie su quella sorta di maccartismo
(trasversale e bigotto) che stiamo vivendo…
Giudicare un’opera attraverso la vita o le idee dell’autore è un atto critico
capzioso, moralmente disonesto ed esteticamente aberrante. Non c’è esercizio più
esecrabile. Quando nella valutazione di un manufatto artistico il giudizio
morale sostituisce quello formale l’arte muore. Ecco, ho il sospetto che oggi
molti concepiscano la letteratura come un concorso di bellezza morale. Temo che
alcuni vogliano trasformare lo spazio letterario in un tribunale speciale in cui
all’autore spetta il ruolo dell’imputato. Proprio così, certa critica vuole
tramutare la storia della letteratura in una specie di Norimberga permanente.
Del resto, sarebbe sciocco considerare il politically correct o il settarismo
puritano un male dei nostri tempi. Per certi versi è sempre stato così.
Anche Flaubert,anche Baudelaire, anche Stendhal incorsero nella scomunica
dei puritani, degli ipocriti, dei filistei. La cosa davvero preoccupante oggi è
come certe idee aberranti seducano anche chi dovrebbe detestarle: parlo degli
scrittori e degli accademici, soprattutto in ambito anglosassone. Li ha visti
no? Non vedono l’ora di denunciare, marciare, boicottare, firmare appelli e
petizioni. Un po’ imbonitori, un po’ ciarlatani, se ne stanno lì sul loro
scranno a distribuire patenti morali. Non credo che Flaubert lo avrebbe fatto. A
lui la letteratura offriva uno spazio privilegiato di libertà e di osservazione.
Nel libro parla anche di responsabilità e impegno.
Sì, distinguo l’impegno virtuoso da quello frivolo e mondano. Distinguo gli
scrittori che hanno rischiato la pelle da quelli che hanno ottenuto un invito in
talk show. Prenda Primo Levi. Lui per me incarna un modello irraggiungibile. È
come se avesse trovato un equilibrio perfetto tra responsabilità e stile. Un
altro impegno virtuoso è quello prestato da Zola alla causa di Dreyfus. A non
piacermi sono gli epigoni di Sartre, quelli che potremmo chiamare i
“professionisti dell’impegno”. Non c’è causa per cui non si mobilitino o non si
espongano e di solito lo fanno nel modo più conformista lisciando il pelo al
mainstream. Io non ho mai firmato petizioni né partecipato a manifestazioni: il
mio mestiere è un altro. Non ho autorità per esprimermi su niente se non sulle
due o tre cose che conosco. A chi mi chiede del clima, dell’atomica,
dell’Ucraina rispondo come Parise: “Non lo so, non me ne intendo”.
Il confronto con il “male” quanto è centrale per uno scrittore?
Devo confessarglielo. Faccio fatica a prendere sul serio certe categorie
oracolari: il “bene”, il “male”, il “giusto”, l’“Ingiusto”. Ciò non significa
che eluda il problema. So che il male è l’argomento letterario per antonomasia e
ritengo che il solo modo onesto di affrontarlo è provare a comprenderlo. Ricordo
che André Glucksmann nel suo libro L’undicesimo comandamento diceva che al
Decalogo biblico mancava un ulteriore, ma fondamentale, comandamento: “Conosci
il male”.
Conoscere il male, per gli scrittori che amo ha significato farsene carico,
affrontarlo, non sanzionarlo. Penso a scrittori per molti versi
antitetici come Proust e Céline. La moralità di un romanzo, come diceva Milan
Kundera, non risiede, infatti, nel giudizio, ma nella sospensione del giudizio.
È questa la sfida della letteratura: mostrare la complessità dell’umano senza
ridurla a virtù o colpa. Nulla di grande è stato scritto con ipocrite pretese
moraliste. Adolphe, Guerra e pace, L’età dell’innocenza, Madame Bovary,
la “Recherche”. Sono romanzi in cui trionfa l’ambiguità. Per questo immaginare
una letteratura orientata solo dalla virtù è semplicemente folle.
La quinta lezione del suo libro si chiama “Conoscenza”: parlando di questo tema
lei accosta Proust e Kafka. Perché?
Il paragone tra i due non è mio. Il primo ad averlo formulato è stato Elias
Canetti. Naturalmente Proust e Kafka sono scrittori diversissimi, ma
profondamente sintonici e complementari. Entrambi, infatti, hanno trasformato la
vita in scrittura. Entrambi hanno intrattenuto un rapporto simbiotico con la
scrittura. Mi commuove l’idea che siano morti con il grosso della loro opera
ancora inedito. Mi pare un ottimo monito per quel genere di scrittori a cui
scappa sempre di pubblicare.
Lei dedica una lezione anche all’“Odio”. Quanto l’odio è importante in
letteratura?
Nel libro distinguo tra risentimento e odio. Il primo è gretto e inutile, il
secondo è nobile e proficuo. Pensiamo all’odio di Flaubert per la stupidità, o a
quello di Ibsen per le convenzioni borghesi. Osservare il mondo con ironia
critica, provare indiginazione creativa: senza questo sguardo, non si può
davvero scrivere. Io non ci riuscirei.
Cosa odia in maniera “nobile” Alessandro Piperno?
La malafede, l’ipocrisia dei Tartuffi e degli imbonitori dei social, tutto ciò
che è melenso e pletorico. Detesto le dietrologie, chi vede il marcio ovunque,
le cospirazioni, i piagnistei, ma anche le grandi adunate di piazza, le frasi in
libertà, le mozioni degli affetti. E dal disgusto per questa roba
che spesso ho tratto la materia per i miei testi.
Un aspetto centrale nella sua opera è la complessa ambiguità dei personaggi. In
questo senso in Aria di famiglia essi sono spesso contraddittori o mai
completamente virtuosi.
Nei suoi diari Tolstoj (il migliore di tutti) parla spesso di come rendere vivo
un personaggio. Per lui è necessario farne una creatura contraddittoria, in
bilico tra passioni oneste e piccole malvagità. Il caso più emblematico è quello
del Dolochov di Guerra e Pace. Se da un lato è un dissoluto, un libertino, un
attaccabrighe, dall’altro coltiva commoventi sentimenti filiali. Così si
costruisce un personaggio, mescolando la miseria alla grandezza, la malvagità
all’altruismo. In Aria di famiglia ho cercato di seguire questo insegnamento: la
famiglia Sacerdoti è composta da persone contraddittorie, in cui si intrecciano
generosità e durezza, meschinità e candore. La verità dei personaggi si
manifesta attraverso queste tensioni e sfumature: solo così possono apparire
vivi, credibili, umani.
Più che un romanzo “a tesi”, il suo è allora un romanzo “ad antitesi”. È un modo
di contraddire e capire le cose?
Philip Roth affermava di non avere idee quasi su niente. A questo gli serviva
scrivere: per capirci qualcosa. Io sono d’accordo con lui. Credo che in realtà
la scrittura, se trattata con la giusta grazia e la dovuta abnegazione, riesce a
rivelare qualcosa che prima ti era sconosciuto. La scrittura non deve dimostrare
alcunché. Deve limitarsi a scandagliare. Tu non scrivi perché hai capito come
funziona il mondo ma perché non sei ancora riuscito a capirlo.
In questo quadro centrale più che il messaggio nei suoi testi vince il
romanzesco…
È una mia debolezza, lo so, ma sono fatto così: mi piace il romanzesco. E in
effetti inAria di famiglia mi sono divertito a disseminare un mucchio di
robaccia romanzesca: vendette, orfani, eredità contese, tutori
malintenzionati. Insomma ho esibito il classico armamentario dei vittoriani che
amo: Dickens e George Eliot su tutti. La narrativa, come hanno insegnato questi
autori, usa la finzione e l’esagerazione per giungere alla verità.
Il prossimo libro?
Si chiamerà In trappola. Lo sto scrivendo con alacrità da quasi un
anno. È l’ultimo capitolo della trilogia iniziata con Di chi è la colpa e Aria
di famiglia. Però sarà molto diverso dai precedenti, per via di una
caratteristica che preferisco non confessarle.
Francesco Subiaco
L'articolo “Non sopporto i professionisti dell’impegno, gli scrittori che
firmano appelli. L’odio? Un sentimento nobile e proficuo”. Dialogo con
Alessandro Piperno proviene da Pangea.
È un sublime omaggio all’immaginario anglosassone quello che Ignacio Peyró –
direttore dell’Istituto Cervantes, saggista e giornalista per “El Pais” – regala
al lettore con il suo ultimo Anglofilia. Piccolo glossario sentimentale della
cultura inglese (Graphe.it edizioni). Un libro-miniera (versione breve di quella
spagnola che supera le mille pagine) che attraverso uno stile intrigante e
raffinato compone un elegante ed eccentrico mosaico della englishness mischiando
umorismo ed erudizione, profondità ed acume per raccontare il grande mito di
un’Inghilterra eterna capace di essere icona di stile, riferimento letterario e
santuario estetico. Definendo un personalissimo e luccicante alfabeto della Gran
Bretagna: dalla A di Alcol alla B di Big Ben, passando per la R di Rolls Royce,
fino alla P di Pub. Ne emerge un gioiello letterario che regala a chi legge il
fascino di quella Gran Bretagna dello spirito, paradiso perduto di tutti gli
anglofili. Un immaginario sentimentale ed estetico (prima che politico e morale)
che nelle pagine di Peyró viene immortalato senza nostalgia o pedanteria, ma con
grande cultura, eleganza e fantasia.
Che cos’è per lei l’anglofilia? E come la ha vissuta?
È più un’esperienza accumulata da generazioni che un’esperienza personale.
Probabilmente è qualcosa che ormai si è andata perdendo con il tempo. In tutta
Europa c’è stato un innamoramento per la politica, le istituzioni e le abitudini
britanniche dal Settecento al Novecento. Da loro abbiamo copiato in gran parte
la stampa, il parlamentarismo… e perfino lo snobismo e l’imperialismo. Ma c’è
stata anche una grande seduzione britannica attraverso i costumi: la moda, i
giochi – pensiamo al calcio. Così, l’Inghilterra è riuscita a far sì che
“inglese” per molto tempo fosse una sorta di titolo di prestigio oltre che
un’origine. Il paradosso è che molte cose che sembrano al cento per cento
britanniche hanno in realtà origini continentali. La mia generazione – sono del
1980 – è tra le ultime ad aver vissuto quella che è stata un’abitudine molto
europea e poco contestata all’anglofilia.
Come nasce questo libro(sia nella versione spagnola che in quella italiana)?
Ero un giovane giornalista spagnolo che voleva scrivere. Ho sempre voluto
scrivere, è la mia vocazione. Ho scritto libri per altri, non ce n’era ancora
nessuno in libreria che portasse il mio nome. Così sono andato da un editore con
varie proposte: scelse questa. Mi ci concentrai per diversi anni e gli consegnai
un libro di 1100 pagine: dovevo fare qualcosa per attirare l’attenzione. La
selezione italiana è di poco più di 400. La genesi, diciamo, spirituale è più
semplice: sui giornali finivo sempre per scrivere di cose britanniche, il tema
giunse da sé.
Quali lemmi della versione originale avrebbe voluto aggiungere?
Non aggiungerei nulla. Così come è fatta, la selezione è ottima.
Che ruolo hanno avuto nobiltà e aristocrazia, a cui dedica uno splendido
paragrafo nella sua opera, nella formazione dell’anglofilia e di una certa idea
delle englishness?
L’importante, più che la nobiltà e l’aristocrazia, è la capacità dei britannici,
nel corso della storia, di generare élite sociali positive. Lo fanno a partire
dall’ideale del gentleman – che ha molto a che vedere con il gentiluomo del
Rinascimento italiano – e dalla scuola. Così, si può essere un gentleman, con un
ideale aristocratico, indipendentemente dalle proprie origini.
Leggendo le voci “Alcol”, “Cabine telefoniche” e “Big Ben”, tra le altre, in
pochi dettagli emerge la capacità di dare vita ad un immaginario anglosassone
affascinante che oltre a raccontare sa anche “intrattenere”. A quali dei lemmi
della sua opera è più legato e quali la hanno più divertita nella loro
scrittura? E perché?
Una delle peculiarità del mondo britannico è che può essere, oltre che molto
iconico, particolarmente narrativo; all’interno di questa narrazione c’è sempre
un forte umorismo, ricco di aneddoti e ironia. Questo è un libro di libri, di
erudizione festosa, e mi sono divertito moltissimo a scriverlo quasi quindici
anni fa. In effetti, vorrei ampliarlo nell’edizione spagnola da 1100 pagine…
Secondo lei come è cambiato il mito anglofilo con la Brexit? O è iniziato a
decadere ben prima?
C’è sempre stato un rapporto conflittuale tra Regno Unito e continente. Questo
non vuol dire che non sia stato ricco: pensiamo al Grand Tour, ad Agincourt, a
Verdun… La Brexit è un passo in più in questa storia di incontri e scontri.
L’anglofilia ha una sua età dell’oro, che va dalla fine del XVIII secolo fino
alla metà del XX, con Churchill e la Seconda guerra. Poi ci sarà un’altra
anglofilia, pop. Esiste ancora un’anglofilia, per così dire, d’immagine:
automobili, arredamento, abbigliamento. L’anglofilia come libertà, istituzioni e
letteratura è meno presente, in parte per il successo che hanno avuto alcune sue
esportazioni come la monarchia parlamentare, la tolleranza, la stampa o i
romanzi leggibili.
Ignacio Peyró è l’attuale direttore dell’Istituto Cervantes di Roma, dopo aver
diretto quello di Londra
Come valuta la narrazione del finis britanniae che è propria di questi anni?
È una narrazione che non esiste solo all’esterno, ma soprattutto all’interno del
Regno Unito, e che proviene dal dopo-sbornia post-imperiale. In effetti, gran
parte di questa cattiva assimilazione è alla base della Brexit. Lo disse un
Segretario di Stato degli Stati Uniti: si tratta di trovare un nuovo ruolo nel
mondo.
La visita di Re Carlo in Italia ha suscitato molto clamore. Sta ritornando una
marcata anglofilia in Italia e in Europa?
L’Italia è stata un paese molto anglofilo, così come la Gran Bretagna ha preso
molto dall’Italia con il Grand Tour: idee di arredamento e arte (classicismo e
neoclassicismo), modi e urbanità, il gusto per il passato… Ma la Brexit è stata
una cattiva scelta che ha allontanato le simpatie anglofile dal mondo.
Come si sono declinate in letteratura e in estetica questa anglofilia e
anglofobia?
L’anglofobia ha a che fare (cibo e clima a parte) con la critica a ciò che viene
percepito come materialismo inglese. È una critica in realtà più filosofica.
L’antiliberale tende a essere antibritannico. L’anglofilia, invece, può essere
molto alta o molto bassa: ha a che vedere con le istituzioni, la politica, la
libertà e la tolleranza… e anche con abitudini come la caccia o le giacche.
Dal “Telegraph” a personalità come Macmillan e Disraeli poche cose hanno
rappresentato la britishness come i Tory e il mondo conservatore. Come vede oggi
lo stato del mito di questa antichissima classe dirigente che ha incarnato
l’anima più autentica del potere britannico?
Il partito Tory era la cosa più solida della Gran Bretagna. Ed era, in effetti,
il grande partito politico del mondo britannico, almeno il modello per gli
altri, soprattutto nell’ambito della destra. Era “il partito della nazione”,
benché sappiamo che in una democrazia una cosa del genere non è possibile né
auspicabile. Ma era un partito capace di integrare numerose sensibilità. Ora ha
avuto un’eresia postmoderna con Nigel Farage.
Da spagnolo di cultura europea come ha vissuto il confronto con il mondo e la
cultura britannica come direttore del Cervantes di Londra?
La storiografia classica britannica, quella whig, contempla la creazione
dell’Inghilterra moderna in lotta contro la Spagna e il Papato. Così, siamo
stati nemici metafisici, nonostante Castiglia e Inghilterra avessero molto in
comune e, come sottolinea Sir John Elliott, l’impero britannico si sia ispirato
a quello spagnolo. Dal XIX secolo esiste una certa visione un po’ folkloristica
della Spagna, coerente con uno sguardo anglosassone che guardava con
condiscendenza il resto del mondo. Questo è cambiato progressivamente nelle
ultime generazioni.
Quali sono gli scrittori e registi contemporanei in cui ritrova ancora oggi il
mito (o l’ethos se vogliamo) britannico?
Oh, beh, ce ne sono molti. Cito gli appena scomparsi Roger Scruton, Auberon
Waugh… ma anche John Le Carré. È una cultura di grande prosa e narrazione.
Oggi è direttore dell’Istituto Cervantes di Roma, è in lavorazione un dizionario
sentimentale se non italiano almeno romano?
Josep Pla, grande scrittore catalano, osò affrontare tutta l’Italia – è
sorprendente che le sue Lettere dall’Italia non siano tradotte – tranne Roma. Mi
sembra una scelta saggia. Invece di scrivere un libro molto grande e pieno di
altri libri come quello che ho fatto sulla Gran Bretagna, vorrei farne uno molto
breve, un arabesco, con una bibliografia minima – cosa quasi impossibile – su
questo paese meraviglioso.
Francesco Subiaco
L'articolo Anglofilia. Perché amiamo gli inglesi (tanto quanto li odiamo).
Dialogo con Ignacio Peyró proviene da Pangea.