“Stanco dell’immensità”. Rupert Brooke o dell’intollerabile splendore del genio

Pangea - Saturday, November 29, 2025

Un sapere oscuro, «un sapere dalle tenebre» che si travasa in levità, una segreta rispondenza degli elementi in metamorfosi accanita, la loro caducità o transience, un senso del tempo che prevede l’estensione dell’istante e lo squadernarsi di una dimensione del Bello che aspira a una metafisica sensuosa: sono i tratti di più immediata, e calda, adesione al poeta inglese delle grandi altezze e dal destino fulmineo, quale fu Rupert Brooke, giovane meraviglioso capace di creare «una mescolanza singolare di canto delle sfere e fango, bianche ali d’angelo e pesantezza terrestre», stimato dai fertili ingegni dell’epoca, da Henry James al miglior fabbro Pound, e che a Grantchester, villaggio poco fuori Cambridge che ha ospitato anche Chaucer e Byron, Milton e Coleridge, riuniva una comunità di spiriti eletti tra «picnic e tè al cottage sul fiume, dotte letture sul prato e spericolate nuotate nudi nel fiume in omaggio agli antichi greci, secondo gli insegnamenti di Jane Harrison».

Brooke compose i suoi versi in una manciata d’anni in cui riuscì anche a viaggiare tra gli Stati Uniti e il Canada, e poi verso Waikiki, dove «un ukulele freme e piange/ E pugnala di dolore la buia ferocia della notte», le Samoa, le Figi, la Nuova Zelanda, Tahiti alla ricerca di Gauguin. 

Poi tornò, perché «stanco dell’immensità». 

Vide pubblicati solo i Poems 1911, con una cinquantina di poesie. Il resto uscì postumo grazie a Edward Marsh. In guerra, il giovane contrasse un’infezione degenerata in setticemia. Morì nei pressi dei Dardanelli, nel 1915, e venne sepolto a Sciro. 

Circa un mese prima della morte, una delle sue poesie più celebri fu citata dal «Times Literary Supplement» e letta dal diacono della Cattedrale di St. Paul, la domenica di Pasqua: era Il soldato, straziante e limpida. La sua fama crebbe fino alle stelle.

Scrittrice e appassionata ritrattista di autori e poeti anglosassoni, tra cui Byron e Virginia Woolf, Paola Tonussi si è a lungo occupata anche di Rupert Brooke, a partire dal volume antologico dedicato ai War Poets, tra i quali l’«angelo dallo sguardo di cristallo e il fisico di un dio greco» si è guadagnato un posto di spicco per i pochi versi che l’hanno accreditato nel pantheon dei giovani immortali (senza però che venissero acclarate la densità e la preziosa trama del suo poetare) e tratteggiando un dettagliato e partecipe profilo biografico in Lo splendore delle ombre (entrambi per le Edizioni Ares). 

Ora, Tonussi licenzia tutte le Poesie (InternoPoesia, 2025) attingendo a una parola rotonda e alla grazia, sì, la grazia di una lingua che canta e riesce a star dietro a quell’«intollerabile splendore d’ali», alle «ore d’oro». Tonussi si appaia all’inglese, ne imita le cadenze e diventa angelo femmina compagno dell’Arcangelo, come il postfatore, l’ispirato Silvio Raffo chiama il cherubino biondo dalla fama fulgente e dalle ore brevi, il ragazzo che ha trascritto il suo sentire vasto in ascolto di tutto ciò che vibra e vive, riuscendo a mostrare i conturbanti paesaggi notturni dove dimora la brama vigorosa che ci restituisce amanti in perenne attività desiderante, in «una notte inconfessabile» dove «Dio dorme» e «le nere distese inquiete del mare» chiamano o le oscurità si muovono profumate e tremanti. La tela poetica di Brooke è un incanto, respira sempre come fosse in vetta, non si abbassa, non è mai cupa, semmai viene solo dolcemente increspata da un presentimento che agita le profondità. 

“La sua poesia ci appare senza tempo, fuori da ogni tempo” scrive Tonussi. 

Ha ragione. Brooke ha l’eleganza classica, quella limpidezza tesa ad arte capace di aprirsi a qualunque lettore. Conserva il respiro della gioventù, e quindi dell’ideale, lo intesse all’anelito eternizzato, aere perennius, verso quanto trascende la caducità umana. Il sole non si spegne mai sulle sue terre perché cresce sempre in una «bianca e prodigiosa alba», dove l’oro poi deborda tra foschia e splendori, o in un’alba che «si risveglia rosso sangue», oppure si inabissa oltre il giorno, amaro, con i pini che si stagliano «contro il cielo chiaro del nord/ Stupendi e immoti, con le nere/ Teste affilate contro la quiete di quel cielo», in un momento in cui non si desidera più morire. 

«Strano connubio è questo, tra una sorta di Gozzano d’Albione e i cruenti e violenti elisabettiani, accostati alla grazia metafisica di Marvell e al grandioso blanck verse di Marlowe» riprende Tonussi, senza dimenticare John Donne, altro poeta cardine del suo universo lirico. Ecco allora che l’amore respira innalzando anche chi assiste all’ascensione di due anime ricongiunte dopo la morte, «la dirompente estasi» del loro fuoco: «E i deboli cuori privi di passione bruceranno// Avvizzendo in quel grandioso bagliore,/ Finché l’oscurità sbarrerà il cielo;/ E sapranno – poveri sciocchi, sapranno! –/ Per un secondo, cosa significa amare» scrive Brooke in Dust. In quest’ultima poesia, anticipa i temi dell’altro componimento riguardante il cielo, Clouds, in cui le nuvole si fanno «evanescenti ancelle dei nostri cari trapassati», dice Raffo. In postfazione, l’anglista si sofferma sui due poli evidenti dell’opera poetica di Brooke, l’acqua e l’aria, prendendo a testimonianza The fish e Clouds, appunto. 

Rupert Brooke ritratto da Sherill Schell, aprile 1913

Si potrebbe dire, poi, che i due elementi si sfiorano toccando terra in Dining-Room Tea, dove la scena si anima con le persone amate – tu, tu e tu – nel fremito della luce che mima quello delle cose destinate a svanire, mentre in aria si lancia «la danza degli istanti», almeno finché al poeta, imperioso, non si palesa «l’attimo immortale». Ed è l’apnea, ogni cosa si sospende. Solo una pausa perché poi tutto rifluisce, il Tempo torna a strisciare e il mutamento si richiude sul giovane, come sonno. «Non hai mai saputo che mi ero spinto/ Lontano mille miglia, e vi ero rimasto/ Un milione di anni» dice Brooke all’amata, chiusa nel paradiso della sua inconsapevolezza. Un bagliore appena, la coscienza che rischiara i dirupi del sonno dove si compiono «cupe estasi», come in Fish, quelle d’amore, e «Traslucidi tremolii illuminano/ Trasparenza di tenebre alla deriva»: il «sapere delle tenebre», appunto, che si svoltola dagli amplessi, in notti impenetrabili dove «sola delizia è il ritmo» e «la musica è/ Lo stupendo pulsare del sangue». Una folgorazione, per Brooke, grazie alla quale gli abissi dell’amore e della conoscenza si fanno carne in una stanza, quella di Dining-Room Tea, sfiorata dal «balbettio di luci ineffabili», tra risa e scherzi, oltre la morte che insegue gli amanti così che i Morti possano non più morire, ma restare in cielo, come le nuvole, Clouds, nel petto dei loro cari a guardare da lassù «gli uomini, che vanno e vengono sulla terra», simili alle foglie omeriche. 

Quanti echi antichi e futuri, di voci poetiche passate e di altre a venire, si ritrovano tra questi versi cesellati e belli. Su tutti quelli di un Amore custodito tra le pieghe della Poesia, che eternizza anche ciò che svampa: né il marmo né gli aurei monumenti dei principi, secondo Shakespeare, sopravvivranno alle sue rime, ma l’amato sì, «più luminoso/ che in sudicia pietra insozzata dal tempo».

Rossella Pretto

**

È nata la Italian Rupert Brooke Society, una società regolarmente registrata con il logo presso la Camera di Commercio di Verona, dedita a indagare la figura del poeta inglese – travisata nella sua essenza per i sonetti che gli hanno dato la fama ma che non lo rappresentano appieno – e la sua contemporaneità, consentendo altresì di approfondire i colleghi poeti, i musicisti, il gruppo di Bloomsbury, ma anche i decadenti suoi maestri, il fenomeno dell’antologia Georgian Poetry e i War Poets. Così «We few we happy few, we band of brothers» – noi pochi, noi pochi e felici, noi compagnia di fratelli – abbiamo deciso di riunirci e far convergere i nostri studi e le nostre ricerche verso un centro comune, e abbiamo fondato questa Society, una specie di micro monastero medieval-moderno sotto l’egida di Rupert Brooke, che ha messo in atto varie collaborazioni e dialoghi con altri enti (la Società Letteraria di Verona, il gruppo finanziario Protection & Growth, l’Archivio Tommasoli, e altre società che si occupano di autori britannici). 

I soci fondatori contano: Paola Tonussi (presidente e ideatrice della Society, anglista e traduttrice che ha approntato la prima biografia italiana di Rupert Brooke: Lo splendore delle ombre e la traduzione delle Poesie); Silvio Raffo (vice-presidente, traduttore di Emily Dickinson e altre poetesse americane), Mario Martino (professore di Letteratura inglese presso la Sapienza, i cui interessi di ricerca si concentrano sulla lirica elisabettiana e la letteratura di Otto-Novecento), Rossella Pretto (traduttrice e scrittrice che sta curando l’opera di Alice Oswald in Italia), Nicola Guerini (direttore d’orchestra, presidente del Festival internazionale Maria Callas), Cristina De Piante (illuminata editrice di progetti innovativi che si impegna a riportare in vita testi dimenticati o particolari), Pierluigi Piscopo (giovanissimo studioso di Brooke, il primo a laurearsi con una tesi su Rupert Brooke in Italia). 

***

Dust

When the white flame in us is gone,
And we that lost the world’s delight
Stiffen in darkness, left alone
To crumble in our separate night;
When your swift hair is quiet in death,
And through the lips corruption thrust
Has stilled the labour of my breath –
When we are dust, when we are dust! –
Not dead, not undesirous yet,
Still sentient, still unsatisfied,
We’ll ride the air, and shine, and flit,
Around the places where we died,
And dance as dust before the sun,
And light of foot, and unconfined,
Hurry from road to road, and run
About the errands of the wind.
And every mote, on earth or air,
Will speed and gleam, down later days,
And like a secret pilgrim fare
By eager and invisible ways,
Nor ever rest, nor ever lie,
Till, beyond thinking, out of view,
One mote of all the dust that’s I
Shall meet one atom that was you.
Then in some garden hushed from wind,
Warm in a sunset’s afterglow,
The lovers in the flowers will find
A sweet and strange unquiet grow
Upon the peace; and, past desiring,
So high a beauty in the air,
And such a light, and such a quiring,
And such a radiant ecstasy there,
They’ll know not if it’s fire, or dew,
Or out of earth, or in the height,
Singing, or flame, or scent, or hue,
Or two that pass, in light, to light,
Out of the garden, higher, higher…
But in that instant they shall learn
The shattering ecstasy of our fire,
And the weak passionless hearts will burn
And faint in that amazing glow,
Until the darkness close above;
And they will know – poor fools, they’ll know! –
One moment, what it is to love.

December 1909 – March 1910

Polvere

Quando in noi la fiamma chiara sarà scomparsa,
E la gioia del mondo perduta
C’irrigidiremo al buio, lasciati
A sgretolarci separati, ciascuno nella propria notte;
Quando i tuoi mobili capelli si fermeranno nella morte,
E sospinto tra le labbra il disfacimento
Avrà bloccato lo sforzo del mio respiro –
Quando saremo polvere, quando saremo polvere! –
Non morti, non ancora privi di desideri
Eppure senzienti, ancora insoddisfatti,
Cavalcheremo l’aria, brilleremo volteggiando
Presso i luoghi in cui siamo morti,
E danzeremo come polvere davanti al sole,
Con lievi piedi e senza confini,
Andremo svelti di strada in strada, di corsa
Per gli incarichi del vento.
E ogni granello di polvere, per terra o nell’aria,
Andrà veloce e lucente, in giorni a venire,
E come pellegrino straniero viaggerà
Per sollecite e invisibili vie,
Non riposerà o dormirà
Finché, oltre il pensiero, oltre la vista,
Un granello della polvere che sarò io
Incontrerà un atomo che sei stata tu.
Allora in un giardino riparato dal vento,
Nel tepore dei bagliori ultimi al tramonto,
Coloro che si amano tra i fiori sentiranno,
Dolce e strana inquietudine, crescere
La pace; e, lasciato ogni desiderio,
Tanta bellezza nell’aria,
E tanta luce e tanti canti,
E quella radiosa estasi,
Non sapranno se sarà fuoco o rugiada,
Proveniente dalla terra o dal cielo,
Se canto o fiamma, profumo o colore,
O due che passano, nella luce, alla luce,
Superato il giardino, sempre più in alto, in alto…
Ma in quell’istante conosceranno
La dirompente estasi del nostro fuoco,
E i deboli cuori privi di passione bruceranno
Avvizzendo in quel grandioso bagliore,
Finché l’oscurità sbarrerà il cielo;
E sapranno – poveri sciocchi, sapranno! –
Per un secondo, cosa significa amare.

Dicembre 1909 – marzo 1910

***

The Fish

In a cool curving world he lies
And ripples with dark ecstasies.
The kind luxurious lapse and steal
Shapes all his universe to feel
And know and be; the clinging stream
Closes his memory, glooms his dream,
Who lips the roots o’ the shore, and glides
Superb on unreturning tides.
Those silent waters weave for him
A fluctuant mutable world and dim,
Where wavering masses bulge and gape
Mysterious, and shape to shape
Dies momently through whorl and hollow,
And form and line and solid follow
Solid and line and form to dream
Fantastic down the eternal stream;
An obscure world, a shifting world,
Bulbous, or pulled to thin, or curled,
Or serpentine, or driving arrows,
Or serene slidings, or March narrows.
There slipping wave and shore are one,
And weed and mud. No ray of sun,
But glow to glow fades down the deep
(As dream to unknown dream in sleep);
Shaken translucency illumes
The hyaline of drifting glooms;
The strange soft-handed depth subdues
Drowned colour there, but black to hues,
As death to living, decomposes –
Red darkness of the heart of roses,
Blue brilliant from dead starless skies,
And gold that lies behind the eyes,
The unknown unnameable sightless white
That is the essential flame of night,
Lustreless purple, hooded green,
The myriad hues that lie between
Darkness and darkness!…

And all’s one.
Gentle, embracing, quiet, dun,
The world he rests in, world he knows,
Perpetual curving. Only – grows
An eddy in that ordered falling,
A knowledge from the gloom, a calling
Weed in the wave, gleam in the mud –
The dark fire leaps along his blood;
Dateless and deathless, blind and still,
The intricate impulse works its will;
His woven world drops back; and he,
Sans providence, sans memory,
Unconscious and directly driven,
Fades to some dank sufficient heaven.

O world of lips, O world of laughter,
Where hope is fleet and thought flies after,
Of lights in the clear night, of cries
That drift along the wave and rise
Thin to the glittering stars above,
You know the hands, the eyes of love!
The strife of limbs, the sightless clinging,
The infinite distance, and the singing
Blown by the wind, a flame of sound,
The gleam, the flowers, and vast around
The horizon, and the heights above –
You know the sigh, the song of love!

But there the night is close, and there
Darkness is cold and strange and bare;
And the secret deeps are whisperless;
And rhythm is all deliciousness;
And joy is in the throbbing tide,
Whose intricate fingers beat and glide
In felt bewildering harmonies
Of trembling touch; and music is
The exquisite knocking of the blood.
Space is no more, under the mud;
His bliss is older than the sun.
Silent and straight the waters run.
The lights, the cries, the willows dim,
And the dark tide are one with him.

Munich, March 1911

Il pesce

Vive in un freddo mondo curvo
E ondula per cupe estasi.
Dolce e lussuoso un furtivo abbandono
Modella l’intero universo che sente,
Conosce e che per lui esiste; la corrente limitata
Gli chiude il ricordo, gli abbuia il sogno
Che lambisce le radici del lido e scivola
Fiero per maree senza ritorno.
Quelle acque silenziose compongono per lui
Un mutevole mondo che fluttua e s’appanna,
Dove masse ondeggianti si gonfiano attonite e
Misteriose, e una forma dietro l’altra
Muore in un attimo in spirali e avvallamenti,
E forma e linea e solido inseguono
Solido e linea e forma per sogni
Irreali lungo il flusso eterno;
Mondo oscuro, mondo mutevole,
Tondo, o teso sottile, increspato,
Serpeggiante o simile a irradiare di frecce,
A sereni passaggi o a strettoie marzoline.
Là onda sfuggente e lido si confondono,
E così alghe e fango. Non raggio di sole,
Ma bagliore dopo bagliore svanisce nel profondo
(Come sogno in sogno ignoto nel sonno);
Traslucidi tremolii illuminano
Trasparenza di tenebre alla deriva;
La strana morbida profondità vi assoggetta
Il colore affogato, ma il nero in vari toni,
Come la morte in vita, si scompone –
Rosso cupo al cuore delle rose,
Blu brillante di morti cieli senza stelle,
E oro che brilla dietro le palpebre,
L’ignoto innominabile e cieco biancore
Che è la fiamma prima della notte,
Porpora opaca, verde incappucciato.
La miriade di toni tra
Buio e buio!…

E tutto è un’unica cosa.
Delicato, avvolgente, calmo, grigio,
Il mondo in cui riposa, il mondo che conosce,
Eternamente curvo. Solo – si solleva
Un vortice in quell’ordinata cascata,
Un sapere dalle tenebre, un’alga
Che chiama nell’onda, scintillio nel fango –
Il buio fuoco gli scorre nel sangue;
Eterno e immortale, cieco e immoto,
L’intricato impulso compie la propria volontà;
Il suo avviluppato mondo retrocede; e lui,
Senza provvidenza o memoria,
Inconsapevole e dall’istinto mosso,
Svanisce in qualche umido paradiso.

O mondo delle labbra, O mondo del sorriso,
Dove svelta è la speranza e il pensiero la rincorre,
O luci nella notte chiara, o pianti
Che alla deriva spingono le onde e tenui
Si levano alle stelle che luccicano in alto,
Voi conoscete le mani, gli occhi dell’amore!
La lotta delle membra, l’abbraccio cieco,
La distanza infinita, e il canto
Nel soffio del vento, una fiammata di suono,
Il fulgore, i fiori, e la vastità vicina
All’orizzonte, e le altezze sovrastanti –
Voi conoscete la vista, il canto dell’amore!

Ma là la notte è impenetrabile, e
L’oscurità è fredda, strana e spoglia;
Senza mormorii gli abissi segreti;
E sola delizia è il ritmo;
E vi è gioia nel sussulto della corrente,
Le cui dita intrecciate battono e scivolano
Nello sconcerto di armonie udite e
Appena sfiorate; la musica è
Lo stupendo pulsare del sangue,
Lo spazio non esiste più, sotto il fango;
La sua felicità è più antica del sole.
Silenziose e piane scorrono le acque.
Le luci, le grida, le alghe scure
E la corrente cupa sono tutt’uno con lui.

Monaco, marzo 1911

Dining-Room Tea

When you were there, and you, and you,
Happiness crowned the night; I too,
Laughing and looking, one of all,
I watched the quivering lamplight fall
On plate and flowers and pouring tea
And cup and cloth; and they and we
Flung all the dancing moments by
With jest and glitter. Lip and eye
Flashed on the glory, shone and cried,
Improvident, unmemoried;
And fitfully and like a flame
The light of laughter went and came.
Proud in their careless transience moved
The changing faces that I loved.

Till suddenly, and other whence,
I looked upon your innocence.
For lifted clear and still and strange
From the dark woven flow of change
Under a vast and starless sky
I saw the immortal moment lie.
One instant I, an instant, knew
As God knows all. And it and you
I, above Time, oh, blind! could see
In witless immortality.

I saw the marble cup; the tea,
Hung on the air, an amber stream;
I saw the fire’s unglittering gleam,
The painted flame, the frozen smoke.
No more the flooding lamplight broke
On flying eyes and lips and hair;
But lay, but slept unbroken there,
On stiller flesh, and body breathless,
And lips and laughter stayed and deathless,
And words on which no silence grew.
Light was more alive than you.

For suddenly, and otherwhence,
I looked on your magnificence.
I saw the stillness and the light,
And you, august, immortal, white,
Holy and strange; and every glint
Posture and jest and thought and tint
Freed from the mask of transiency,
Triumphant in eternity,
Immote, immortal.

Dazed at length
Human eyes grew, mortal strength
Wearied; and Time began to creep.
Change closed about me like a sleep.
Light glinted on the eyes I loved.
The cup was filled. The bodies moved.
The drifting petal came to ground.
The laughter chimed its perfect round.
The broken syllable was ended.
And I, so certain and so friended,
How could I cloud, or how distress,
The heaven of your unconsciousness?
Or shake at Time’s sufficient spell,
Stammering of lights unutterable?
The eternal holiness of you,
The timeless end, you never knew,
The peace that lay, the light that shone.
You never knew that I had gone
A million miles away, and stayed
A million years. The laughter played
Unbroken round me; and the jest
Flashed on. And we that knew the best
Down wonderful hours grew happier yet.
I sang at heart, and talked, and eat,
And lived from laugh to laugh, I too,
When you were there, and you, and you.

Tè in salotto

Quando tu eri lì, e tu, e anche tu,
La felicità coronava la notte; anch’io,
Che sorridevo e guardavo nel gruppo,
Ho visto la luce della lampada tremare e cadere
Sul piatto, i fiori e il tè versato,
La tazza e la tovaglia; e insieme
Abbiamo lanciato in aria la danza degli istanti
Tra scherzi e luccichii. Nel fulgore
Balenavano labbra brillanti e occhi commossi,
Incuranti, immemori;
E a sprazzi come una fiamma
La luce dei sorrisi andava e veniva.
Fieri nella loro beata caducità si muovevano
I volti fragili che amavo.

Finché all’improvviso, e come altrove,
Ho riflettuto sulla tua innocenza.
E chiaro, immobile e remoto
Alto sul buio e variegato flusso del mutamento,
Sotto il cielo vasto e senza stelle
Ho visto stendermisi davanti l’attimo immortale.
In un istante, un istante reso io stesso, ho saputo
Ogni cosa come Dio. E questo e te
Al di sopra del Tempo, oh, cieco! Ho visto
Da imperturbabile immortalità.

Ho visto la tazza d’alabastro; il tè,
Flusso ambrato, sospeso in aria;
Ho visto il bagliore del fuoco,
La fiamma dipinta, il fumo congelato.
Non più la luce del lampadario cadeva
Su occhi, labbra e capelli che si muovevano;
Ma ferma, lì, dormiva inviolata
Su carne ferma, corpi senza respiro,
E labbra e sorrisi fissi e immutabili,
E parole su cui non sarebbe cresciuto il silenzio.
La luce era più viva di te.

Perché all’improvviso, e come altrove,
Ho guardato la tua meravigliosa bellezza.
Ho visto l’immobilità e la luce,
E te, maestosa, immortale, chiara,
Nella tua sacra lontananza; e ogni bagliore
Aspetto e scherzo, pensiero e tinta
Liberati dalla maschera della fuggevolezza,
Trionfanti nell’eternità,
Immoti, immortali.

Attoniti infine
Si sono fatti gli occhi umani, più debole
La forza mortale; e il Tempo ha ricominciato a strisciare.
Il mutamento si è chiuso su di me come sonno.
La luce brillava di nuovo sugli occhi che amavo.
La tazza era colma. I corpi si muovevano.
Il petalo alla deriva aveva toccato terra.
La risata risuonava nella sua voluta perfetta.
La sillaba spezzata era conclusa.
E, nella sicurezza della mia amicizia,
Come potrei confondere o rattristare
Il paradiso della tua inconsapevolezza?
O agitarmi all’incantesimo del Tempo,
Balbettio di luci ineffabili?
La tua sacra eternità,
La fine senza tempo, che mai hai conosciuto,
E il regno della pace, lo splendore della luce.
Non hai mai saputo che mi ero spinto
Lontano mille miglia, e vi ero rimasto
Un milione di anni. L’eco delle risate
Continuava intorno a me; e lo sfolgorare
Degli scherzi. E noi, che già avevamo il meglio,
In ore meravigliose siamo stati ancora più felici.
Ho cantato di cuore, parlato e mangiato,
E vissuto di sorriso in sorriso, anch’io,
Quando tu eri lì, e tu, e anche tu.

Clouds

Down the blue night the unending columns press
In noiseless tumult, break and wave and flow,
Now tread the far South, or lift rounds of snow
Up to the white moon’s hidden loveliness.
Some pause in their grave wandering comradeless,
And turn with profound gesture vague and slow,
As who would pray good for the world, but know
Their benediction empty as they bless.

They say that the Dead die not, but remain
Near to the rich heirs of their grief and mirth.
I think they ride the calm mid-heaven, as these,
In wise majestic melancholy train,
And watch the moon, and the still-raging seas,
And men, coming and going on the earth.

The Pacific, October 1913

Nuvole

Nella notte blu le loro schiere infinite premono
In silenzioso tumulto per pause, onde e flutti,
Ora percorrono l’estremo sud, ora alzano cerchi di neve
Fino alla bellezza nascosta della bianca luna.
Alcune si fermano nella loro tomba e vagano senza compagne,
Poi si volgono con gesto profondo, vago e lento,
Come a invocare il bene per questo mondo,
Benedizione che scompare in quello stesso istante.

Dicono che i Morti non muoiano, ma restino
Presso i ricchi eredi del loro dolore e della loro allegria.
Penso cavalchino la calma del cielo, come loro,
In malinconica processione di solennità e saggezza,
E guardino la luna e i mari ancora in tempesta
E gli uomini, che vanno e vengono sulla terra.

Il Pacifico, ottobre 1913

Traduzione di Paola Tonussi

In copertina: Rupert Brooke ritratto da Sherrill Schell, 1913

L'articolo “Stanco dell’immensità”. Rupert Brooke o dell’intollerabile splendore del genio proviene da Pangea.