Un sapere oscuro, «un sapere dalle tenebre» che si travasa in levità, una
segreta rispondenza degli elementi in metamorfosi accanita, la loro caducità
o transience, un senso del tempo che prevede l’estensione dell’istante e lo
squadernarsi di una dimensione del Bello che aspira a una metafisica
sensuosa: sono i tratti di più immediata, e calda, adesione al poeta inglese
delle grandi altezze e dal destino fulmineo, quale fu Rupert Brooke, giovane
meraviglioso capace di creare «una mescolanza singolare di canto delle sfere e
fango, bianche ali d’angelo e pesantezza terrestre», stimato dai fertili ingegni
dell’epoca, da Henry James al miglior fabbro Pound, e che a Grantchester,
villaggio poco fuori Cambridge che ha ospitato anche Chaucer e Byron, Milton e
Coleridge, riuniva una comunità di spiriti eletti tra «picnic e tè al cottage
sul fiume, dotte letture sul prato e spericolate nuotate nudi nel fiume in
omaggio agli antichi greci, secondo gli insegnamenti di Jane Harrison».
Brooke compose i suoi versi in una manciata d’anni in cui riuscì anche a
viaggiare tra gli Stati Uniti e il Canada, e poi verso Waikiki, dove
«un ukulele freme e piange/ E pugnala di dolore la buia ferocia della notte», le
Samoa, le Figi, la Nuova Zelanda, Tahiti alla ricerca di Gauguin.
Poi tornò, perché «stanco dell’immensità».
Vide pubblicati solo i Poems 1911, con una cinquantina di poesie. Il resto uscì
postumo grazie a Edward Marsh. In guerra, il giovane contrasse un’infezione
degenerata in setticemia. Morì nei pressi dei Dardanelli, nel 1915, e venne
sepolto a Sciro.
Circa un mese prima della morte, una delle sue poesie più celebri fu citata dal
«Times Literary Supplement» e letta dal diacono della Cattedrale di St. Paul, la
domenica di Pasqua: era Il soldato, straziante e limpida. La sua fama crebbe
fino alle stelle.
Scrittrice e appassionata ritrattista di autori e poeti anglosassoni, tra cui
Byron e Virginia Woolf, Paola Tonussi si è a lungo occupata anche di Rupert
Brooke, a partire dal volume antologico dedicato ai War Poets, tra i quali
l’«angelo dallo sguardo di cristallo e il fisico di un dio greco» si è
guadagnato un posto di spicco per i pochi versi che l’hanno accreditato nel
pantheon dei giovani immortali (senza però che venissero acclarate la densità e
la preziosa trama del suo poetare) e tratteggiando un dettagliato e partecipe
profilo biografico in Lo splendore delle ombre (entrambi per le Edizioni Ares).
Ora, Tonussi licenzia tutte le Poesie (InternoPoesia, 2025) attingendo a una
parola rotonda e alla grazia, sì, la grazia di una lingua che canta e riesce a
star dietro a quell’«intollerabile splendore d’ali», alle «ore d’oro». Tonussi
si appaia all’inglese, ne imita le cadenze e diventa angelo femmina compagno
dell’Arcangelo, come il postfatore, l’ispirato Silvio Raffo chiama il cherubino
biondo dalla fama fulgente e dalle ore brevi, il ragazzo che ha trascritto il
suo sentire vasto in ascolto di tutto ciò che vibra e vive, riuscendo a mostrare
i conturbanti paesaggi notturni dove dimora la brama vigorosa che ci restituisce
amanti in perenne attività desiderante, in «una notte inconfessabile» dove «Dio
dorme» e «le nere distese inquiete del mare» chiamano o le oscurità si muovono
profumate e tremanti. La tela poetica di Brooke è un incanto, respira sempre
come fosse in vetta, non si abbassa, non è mai cupa, semmai viene solo
dolcemente increspata da un presentimento che agita le profondità.
“La sua poesia ci appare senza tempo, fuori da ogni tempo” scrive Tonussi.
Ha ragione. Brooke ha l’eleganza classica, quella limpidezza tesa ad arte capace
di aprirsi a qualunque lettore. Conserva il respiro della gioventù, e quindi
dell’ideale, lo intesse all’anelito eternizzato, aere perennius, verso quanto
trascende la caducità umana. Il sole non si spegne mai sulle sue terre perché
cresce sempre in una «bianca e prodigiosa alba», dove l’oro poi deborda tra
foschia e splendori, o in un’alba che «si risveglia rosso sangue», oppure si
inabissa oltre il giorno, amaro, con i pini che si stagliano «contro il cielo
chiaro del nord/ Stupendi e immoti, con le nere/ Teste affilate contro la quiete
di quel cielo», in un momento in cui non si desidera più morire.
«Strano connubio è questo, tra una sorta di Gozzano d’Albione e i cruenti e
violenti elisabettiani, accostati alla grazia metafisica di Marvell e al
grandioso blanck verse di Marlowe» riprende Tonussi, senza dimenticare John
Donne, altro poeta cardine del suo universo lirico. Ecco allora che l’amore
respira innalzando anche chi assiste all’ascensione di due anime ricongiunte
dopo la morte, «la dirompente estasi» del loro fuoco: «E i deboli cuori privi di
passione bruceranno// Avvizzendo in quel grandioso bagliore,/ Finché l’oscurità
sbarrerà il cielo;/ E sapranno – poveri sciocchi, sapranno! –/ Per un secondo,
cosa significa amare» scrive Brooke in Dust. In quest’ultima poesia, anticipa i
temi dell’altro componimento riguardante il cielo, Clouds, in cui le nuvole si
fanno «evanescenti ancelle dei nostri cari trapassati», dice Raffo. In
postfazione, l’anglista si sofferma sui due poli evidenti dell’opera poetica di
Brooke, l’acqua e l’aria, prendendo a testimonianza The fish e Clouds, appunto.
Rupert Brooke ritratto da Sherill Schell, aprile 1913
Si potrebbe dire, poi, che i due elementi si sfiorano toccando terra
in Dining-Room Tea, dove la scena si anima con le persone amate – tu, tu e tu –
nel fremito della luce che mima quello delle cose destinate a svanire, mentre in
aria si lancia «la danza degli istanti», almeno finché al poeta, imperioso, non
si palesa «l’attimo immortale». Ed è l’apnea, ogni cosa si sospende. Solo una
pausa perché poi tutto rifluisce, il Tempo torna a strisciare e il mutamento si
richiude sul giovane, come sonno. «Non hai mai saputo che mi ero spinto/ Lontano
mille miglia, e vi ero rimasto/ Un milione di anni» dice Brooke all’amata,
chiusa nel paradiso della sua inconsapevolezza. Un bagliore appena, la coscienza
che rischiara i dirupi del sonno dove si compiono «cupe estasi», come in Fish,
quelle d’amore, e «Traslucidi tremolii illuminano/ Trasparenza di tenebre alla
deriva»: il «sapere delle tenebre», appunto, che si svoltola dagli amplessi, in
notti impenetrabili dove «sola delizia è il ritmo» e «la musica è/ Lo stupendo
pulsare del sangue». Una folgorazione, per Brooke, grazie alla quale gli abissi
dell’amore e della conoscenza si fanno carne in una stanza, quella
di Dining-Room Tea, sfiorata dal «balbettio di luci ineffabili», tra risa e
scherzi, oltre la morte che insegue gli amanti così che i Morti possano non più
morire, ma restare in cielo, come le nuvole, Clouds, nel petto dei loro cari a
guardare da lassù «gli uomini, che vanno e vengono sulla terra», simili alle
foglie omeriche.
Quanti echi antichi e futuri, di voci poetiche passate e di altre a venire, si
ritrovano tra questi versi cesellati e belli. Su tutti quelli di un Amore
custodito tra le pieghe della Poesia, che eternizza anche ciò che svampa: né il
marmo né gli aurei monumenti dei principi, secondo Shakespeare, sopravvivranno
alle sue rime, ma l’amato sì, «più luminoso/ che in sudicia pietra insozzata dal
tempo».
Rossella Pretto
**
È nata la Italian Rupert Brooke Society, una società regolarmente registrata con
il logo presso la Camera di Commercio di Verona, dedita a indagare la figura del
poeta inglese – travisata nella sua essenza per i sonetti che gli hanno dato la
fama ma che non lo rappresentano appieno – e la sua contemporaneità, consentendo
altresì di approfondire i colleghi poeti, i musicisti, il gruppo di Bloomsbury,
ma anche i decadenti suoi maestri, il fenomeno dell’antologia Georgian Poetry e
i War Poets. Così «We few we happy few, we band of brothers» – noi pochi, noi
pochi e felici, noi compagnia di fratelli – abbiamo deciso di riunirci e far
convergere i nostri studi e le nostre ricerche verso un centro comune, e abbiamo
fondato questa Society, una specie di micro monastero medieval-moderno sotto
l’egida di Rupert Brooke, che ha messo in atto varie collaborazioni e dialoghi
con altri enti (la Società Letteraria di Verona, il gruppo finanziario
Protection & Growth, l’Archivio Tommasoli, e altre società che si occupano di
autori britannici).
I soci fondatori contano: Paola Tonussi (presidente e ideatrice della Society,
anglista e traduttrice che ha approntato la prima biografia italiana di Rupert
Brooke: Lo splendore delle ombre e la traduzione delle Poesie); Silvio Raffo
(vice-presidente, traduttore di Emily Dickinson e altre poetesse americane),
Mario Martino (professore di Letteratura inglese presso la Sapienza, i cui
interessi di ricerca si concentrano sulla lirica elisabettiana e la letteratura
di Otto-Novecento), Rossella Pretto (traduttrice e scrittrice che sta curando
l’opera di Alice Oswald in Italia), Nicola Guerini (direttore d’orchestra,
presidente del Festival internazionale Maria Callas), Cristina De Piante
(illuminata editrice di progetti innovativi che si impegna a riportare in vita
testi dimenticati o particolari), Pierluigi Piscopo (giovanissimo studioso di
Brooke, il primo a laurearsi con una tesi su Rupert Brooke in Italia).
***
Dust
When the white flame in us is gone,
And we that lost the world’s delight
Stiffen in darkness, left alone
To crumble in our separate night;
When your swift hair is quiet in death,
And through the lips corruption thrust
Has stilled the labour of my breath –
When we are dust, when we are dust! –
Not dead, not undesirous yet,
Still sentient, still unsatisfied,
We’ll ride the air, and shine, and flit,
Around the places where we died,
And dance as dust before the sun,
And light of foot, and unconfined,
Hurry from road to road, and run
About the errands of the wind.
And every mote, on earth or air,
Will speed and gleam, down later days,
And like a secret pilgrim fare
By eager and invisible ways,
Nor ever rest, nor ever lie,
Till, beyond thinking, out of view,
One mote of all the dust that’s I
Shall meet one atom that was you.
Then in some garden hushed from wind,
Warm in a sunset’s afterglow,
The lovers in the flowers will find
A sweet and strange unquiet grow
Upon the peace; and, past desiring,
So high a beauty in the air,
And such a light, and such a quiring,
And such a radiant ecstasy there,
They’ll know not if it’s fire, or dew,
Or out of earth, or in the height,
Singing, or flame, or scent, or hue,
Or two that pass, in light, to light,
Out of the garden, higher, higher…
But in that instant they shall learn
The shattering ecstasy of our fire,
And the weak passionless hearts will burn
And faint in that amazing glow,
Until the darkness close above;
And they will know – poor fools, they’ll know! –
One moment, what it is to love.
December 1909 – March 1910
Polvere
Quando in noi la fiamma chiara sarà scomparsa,
E la gioia del mondo perduta
C’irrigidiremo al buio, lasciati
A sgretolarci separati, ciascuno nella propria notte;
Quando i tuoi mobili capelli si fermeranno nella morte,
E sospinto tra le labbra il disfacimento
Avrà bloccato lo sforzo del mio respiro –
Quando saremo polvere, quando saremo polvere! –
Non morti, non ancora privi di desideri
Eppure senzienti, ancora insoddisfatti,
Cavalcheremo l’aria, brilleremo volteggiando
Presso i luoghi in cui siamo morti,
E danzeremo come polvere davanti al sole,
Con lievi piedi e senza confini,
Andremo svelti di strada in strada, di corsa
Per gli incarichi del vento.
E ogni granello di polvere, per terra o nell’aria,
Andrà veloce e lucente, in giorni a venire,
E come pellegrino straniero viaggerà
Per sollecite e invisibili vie,
Non riposerà o dormirà
Finché, oltre il pensiero, oltre la vista,
Un granello della polvere che sarò io
Incontrerà un atomo che sei stata tu.
Allora in un giardino riparato dal vento,
Nel tepore dei bagliori ultimi al tramonto,
Coloro che si amano tra i fiori sentiranno,
Dolce e strana inquietudine, crescere
La pace; e, lasciato ogni desiderio,
Tanta bellezza nell’aria,
E tanta luce e tanti canti,
E quella radiosa estasi,
Non sapranno se sarà fuoco o rugiada,
Proveniente dalla terra o dal cielo,
Se canto o fiamma, profumo o colore,
O due che passano, nella luce, alla luce,
Superato il giardino, sempre più in alto, in alto…
Ma in quell’istante conosceranno
La dirompente estasi del nostro fuoco,
E i deboli cuori privi di passione bruceranno
Avvizzendo in quel grandioso bagliore,
Finché l’oscurità sbarrerà il cielo;
E sapranno – poveri sciocchi, sapranno! –
Per un secondo, cosa significa amare.
Dicembre 1909 – marzo 1910
***
The Fish
In a cool curving world he lies
And ripples with dark ecstasies.
The kind luxurious lapse and steal
Shapes all his universe to feel
And know and be; the clinging stream
Closes his memory, glooms his dream,
Who lips the roots o’ the shore, and glides
Superb on unreturning tides.
Those silent waters weave for him
A fluctuant mutable world and dim,
Where wavering masses bulge and gape
Mysterious, and shape to shape
Dies momently through whorl and hollow,
And form and line and solid follow
Solid and line and form to dream
Fantastic down the eternal stream;
An obscure world, a shifting world,
Bulbous, or pulled to thin, or curled,
Or serpentine, or driving arrows,
Or serene slidings, or March narrows.
There slipping wave and shore are one,
And weed and mud. No ray of sun,
But glow to glow fades down the deep
(As dream to unknown dream in sleep);
Shaken translucency illumes
The hyaline of drifting glooms;
The strange soft-handed depth subdues
Drowned colour there, but black to hues,
As death to living, decomposes –
Red darkness of the heart of roses,
Blue brilliant from dead starless skies,
And gold that lies behind the eyes,
The unknown unnameable sightless white
That is the essential flame of night,
Lustreless purple, hooded green,
The myriad hues that lie between
Darkness and darkness!…
And all’s one.
Gentle, embracing, quiet, dun,
The world he rests in, world he knows,
Perpetual curving. Only – grows
An eddy in that ordered falling,
A knowledge from the gloom, a calling
Weed in the wave, gleam in the mud –
The dark fire leaps along his blood;
Dateless and deathless, blind and still,
The intricate impulse works its will;
His woven world drops back; and he,
Sans providence, sans memory,
Unconscious and directly driven,
Fades to some dank sufficient heaven.
O world of lips, O world of laughter,
Where hope is fleet and thought flies after,
Of lights in the clear night, of cries
That drift along the wave and rise
Thin to the glittering stars above,
You know the hands, the eyes of love!
The strife of limbs, the sightless clinging,
The infinite distance, and the singing
Blown by the wind, a flame of sound,
The gleam, the flowers, and vast around
The horizon, and the heights above –
You know the sigh, the song of love!
But there the night is close, and there
Darkness is cold and strange and bare;
And the secret deeps are whisperless;
And rhythm is all deliciousness;
And joy is in the throbbing tide,
Whose intricate fingers beat and glide
In felt bewildering harmonies
Of trembling touch; and music is
The exquisite knocking of the blood.
Space is no more, under the mud;
His bliss is older than the sun.
Silent and straight the waters run.
The lights, the cries, the willows dim,
And the dark tide are one with him.
Munich, March 1911
Il pesce
Vive in un freddo mondo curvo
E ondula per cupe estasi.
Dolce e lussuoso un furtivo abbandono
Modella l’intero universo che sente,
Conosce e che per lui esiste; la corrente limitata
Gli chiude il ricordo, gli abbuia il sogno
Che lambisce le radici del lido e scivola
Fiero per maree senza ritorno.
Quelle acque silenziose compongono per lui
Un mutevole mondo che fluttua e s’appanna,
Dove masse ondeggianti si gonfiano attonite e
Misteriose, e una forma dietro l’altra
Muore in un attimo in spirali e avvallamenti,
E forma e linea e solido inseguono
Solido e linea e forma per sogni
Irreali lungo il flusso eterno;
Mondo oscuro, mondo mutevole,
Tondo, o teso sottile, increspato,
Serpeggiante o simile a irradiare di frecce,
A sereni passaggi o a strettoie marzoline.
Là onda sfuggente e lido si confondono,
E così alghe e fango. Non raggio di sole,
Ma bagliore dopo bagliore svanisce nel profondo
(Come sogno in sogno ignoto nel sonno);
Traslucidi tremolii illuminano
Trasparenza di tenebre alla deriva;
La strana morbida profondità vi assoggetta
Il colore affogato, ma il nero in vari toni,
Come la morte in vita, si scompone –
Rosso cupo al cuore delle rose,
Blu brillante di morti cieli senza stelle,
E oro che brilla dietro le palpebre,
L’ignoto innominabile e cieco biancore
Che è la fiamma prima della notte,
Porpora opaca, verde incappucciato.
La miriade di toni tra
Buio e buio!…
E tutto è un’unica cosa.
Delicato, avvolgente, calmo, grigio,
Il mondo in cui riposa, il mondo che conosce,
Eternamente curvo. Solo – si solleva
Un vortice in quell’ordinata cascata,
Un sapere dalle tenebre, un’alga
Che chiama nell’onda, scintillio nel fango –
Il buio fuoco gli scorre nel sangue;
Eterno e immortale, cieco e immoto,
L’intricato impulso compie la propria volontà;
Il suo avviluppato mondo retrocede; e lui,
Senza provvidenza o memoria,
Inconsapevole e dall’istinto mosso,
Svanisce in qualche umido paradiso.
O mondo delle labbra, O mondo del sorriso,
Dove svelta è la speranza e il pensiero la rincorre,
O luci nella notte chiara, o pianti
Che alla deriva spingono le onde e tenui
Si levano alle stelle che luccicano in alto,
Voi conoscete le mani, gli occhi dell’amore!
La lotta delle membra, l’abbraccio cieco,
La distanza infinita, e il canto
Nel soffio del vento, una fiammata di suono,
Il fulgore, i fiori, e la vastità vicina
All’orizzonte, e le altezze sovrastanti –
Voi conoscete la vista, il canto dell’amore!
Ma là la notte è impenetrabile, e
L’oscurità è fredda, strana e spoglia;
Senza mormorii gli abissi segreti;
E sola delizia è il ritmo;
E vi è gioia nel sussulto della corrente,
Le cui dita intrecciate battono e scivolano
Nello sconcerto di armonie udite e
Appena sfiorate; la musica è
Lo stupendo pulsare del sangue,
Lo spazio non esiste più, sotto il fango;
La sua felicità è più antica del sole.
Silenziose e piane scorrono le acque.
Le luci, le grida, le alghe scure
E la corrente cupa sono tutt’uno con lui.
Monaco, marzo 1911
Dining-Room Tea
When you were there, and you, and you,
Happiness crowned the night; I too,
Laughing and looking, one of all,
I watched the quivering lamplight fall
On plate and flowers and pouring tea
And cup and cloth; and they and we
Flung all the dancing moments by
With jest and glitter. Lip and eye
Flashed on the glory, shone and cried,
Improvident, unmemoried;
And fitfully and like a flame
The light of laughter went and came.
Proud in their careless transience moved
The changing faces that I loved.
Till suddenly, and other whence,
I looked upon your innocence.
For lifted clear and still and strange
From the dark woven flow of change
Under a vast and starless sky
I saw the immortal moment lie.
One instant I, an instant, knew
As God knows all. And it and you
I, above Time, oh, blind! could see
In witless immortality.
I saw the marble cup; the tea,
Hung on the air, an amber stream;
I saw the fire’s unglittering gleam,
The painted flame, the frozen smoke.
No more the flooding lamplight broke
On flying eyes and lips and hair;
But lay, but slept unbroken there,
On stiller flesh, and body breathless,
And lips and laughter stayed and deathless,
And words on which no silence grew.
Light was more alive than you.
For suddenly, and otherwhence,
I looked on your magnificence.
I saw the stillness and the light,
And you, august, immortal, white,
Holy and strange; and every glint
Posture and jest and thought and tint
Freed from the mask of transiency,
Triumphant in eternity,
Immote, immortal.
Dazed at length
Human eyes grew, mortal strength
Wearied; and Time began to creep.
Change closed about me like a sleep.
Light glinted on the eyes I loved.
The cup was filled. The bodies moved.
The drifting petal came to ground.
The laughter chimed its perfect round.
The broken syllable was ended.
And I, so certain and so friended,
How could I cloud, or how distress,
The heaven of your unconsciousness?
Or shake at Time’s sufficient spell,
Stammering of lights unutterable?
The eternal holiness of you,
The timeless end, you never knew,
The peace that lay, the light that shone.
You never knew that I had gone
A million miles away, and stayed
A million years. The laughter played
Unbroken round me; and the jest
Flashed on. And we that knew the best
Down wonderful hours grew happier yet.
I sang at heart, and talked, and eat,
And lived from laugh to laugh, I too,
When you were there, and you, and you.
Tè in salotto
Quando tu eri lì, e tu, e anche tu,
La felicità coronava la notte; anch’io,
Che sorridevo e guardavo nel gruppo,
Ho visto la luce della lampada tremare e cadere
Sul piatto, i fiori e il tè versato,
La tazza e la tovaglia; e insieme
Abbiamo lanciato in aria la danza degli istanti
Tra scherzi e luccichii. Nel fulgore
Balenavano labbra brillanti e occhi commossi,
Incuranti, immemori;
E a sprazzi come una fiamma
La luce dei sorrisi andava e veniva.
Fieri nella loro beata caducità si muovevano
I volti fragili che amavo.
Finché all’improvviso, e come altrove,
Ho riflettuto sulla tua innocenza.
E chiaro, immobile e remoto
Alto sul buio e variegato flusso del mutamento,
Sotto il cielo vasto e senza stelle
Ho visto stendermisi davanti l’attimo immortale.
In un istante, un istante reso io stesso, ho saputo
Ogni cosa come Dio. E questo e te
Al di sopra del Tempo, oh, cieco! Ho visto
Da imperturbabile immortalità.
Ho visto la tazza d’alabastro; il tè,
Flusso ambrato, sospeso in aria;
Ho visto il bagliore del fuoco,
La fiamma dipinta, il fumo congelato.
Non più la luce del lampadario cadeva
Su occhi, labbra e capelli che si muovevano;
Ma ferma, lì, dormiva inviolata
Su carne ferma, corpi senza respiro,
E labbra e sorrisi fissi e immutabili,
E parole su cui non sarebbe cresciuto il silenzio.
La luce era più viva di te.
Perché all’improvviso, e come altrove,
Ho guardato la tua meravigliosa bellezza.
Ho visto l’immobilità e la luce,
E te, maestosa, immortale, chiara,
Nella tua sacra lontananza; e ogni bagliore
Aspetto e scherzo, pensiero e tinta
Liberati dalla maschera della fuggevolezza,
Trionfanti nell’eternità,
Immoti, immortali.
Attoniti infine
Si sono fatti gli occhi umani, più debole
La forza mortale; e il Tempo ha ricominciato a strisciare.
Il mutamento si è chiuso su di me come sonno.
La luce brillava di nuovo sugli occhi che amavo.
La tazza era colma. I corpi si muovevano.
Il petalo alla deriva aveva toccato terra.
La risata risuonava nella sua voluta perfetta.
La sillaba spezzata era conclusa.
E, nella sicurezza della mia amicizia,
Come potrei confondere o rattristare
Il paradiso della tua inconsapevolezza?
O agitarmi all’incantesimo del Tempo,
Balbettio di luci ineffabili?
La tua sacra eternità,
La fine senza tempo, che mai hai conosciuto,
E il regno della pace, lo splendore della luce.
Non hai mai saputo che mi ero spinto
Lontano mille miglia, e vi ero rimasto
Un milione di anni. L’eco delle risate
Continuava intorno a me; e lo sfolgorare
Degli scherzi. E noi, che già avevamo il meglio,
In ore meravigliose siamo stati ancora più felici.
Ho cantato di cuore, parlato e mangiato,
E vissuto di sorriso in sorriso, anch’io,
Quando tu eri lì, e tu, e anche tu.
Clouds
Down the blue night the unending columns press
In noiseless tumult, break and wave and flow,
Now tread the far South, or lift rounds of snow
Up to the white moon’s hidden loveliness.
Some pause in their grave wandering comradeless,
And turn with profound gesture vague and slow,
As who would pray good for the world, but know
Their benediction empty as they bless.
They say that the Dead die not, but remain
Near to the rich heirs of their grief and mirth.
I think they ride the calm mid-heaven, as these,
In wise majestic melancholy train,
And watch the moon, and the still-raging seas,
And men, coming and going on the earth.
The Pacific, October 1913
Nuvole
Nella notte blu le loro schiere infinite premono
In silenzioso tumulto per pause, onde e flutti,
Ora percorrono l’estremo sud, ora alzano cerchi di neve
Fino alla bellezza nascosta della bianca luna.
Alcune si fermano nella loro tomba e vagano senza compagne,
Poi si volgono con gesto profondo, vago e lento,
Come a invocare il bene per questo mondo,
Benedizione che scompare in quello stesso istante.
Dicono che i Morti non muoiano, ma restino
Presso i ricchi eredi del loro dolore e della loro allegria.
Penso cavalchino la calma del cielo, come loro,
In malinconica processione di solennità e saggezza,
E guardino la luna e i mari ancora in tempesta
E gli uomini, che vanno e vengono sulla terra.
Il Pacifico, ottobre 1913
Traduzione di Paola Tonussi
In copertina: Rupert Brooke ritratto da Sherrill Schell, 1913
L'articolo “Stanco dell’immensità”. Rupert Brooke o dell’intollerabile splendore
del genio proviene da Pangea.
Tag - Rupert Brooke
Rugby, dicembre 1905. Nella cappella della scuola locale, due ragazzi si
scrutano da lontano, in ginocchio sui banchi in posizione di preghiera. Gli
occhi, trepidi, seguono il luccichio delle candele, al ritmo dei salmi e degli
inni. Dalle ombre basse delle navate, sguardi di attesa e stupore si incrociano
per un istante, poi fuggono al primo brivido, tornando in orbita come magneti.
I loro nomi, da adulti, sarebbero diventati leggenda, ricordati come assoluti
protagonisti del mondo della cultura di inizio Novecento: erano Rupert
Brooke e Michael Sadleir. Da un lato, l’Adone anglosassone immortalato da
Leonard Woolf, e non solo “il ragazzo più bello d’Inghilterra” – a detta di W.
B. Yeats – ma anche lo scrittore georgiano annoverato fra i più amati war poets;
dall’altro, un’autorità nella storia della critica vittoriana, magnifico esperto
di Trollope e appassionato bibliofilo. Della fama nazionale del primo
testimonia, com’è noto, la lapide in ardesia posta nel Poets’ Corner a
Westminster; del compagno (distintosi per aggiunta di una lettera dal padre
Michael Sadler, eminente educatore) vanno quantomeno citati i romanzi di
successo Fanny by Gaslight (1940) e Forlorn Sunset (1947), ambientati nei
bassifondi della capitale, oltre alla sterminata collezione di volumi
ottocenteschi raccolti nella sua biblioteca, ancora un punto di riferimento
negli studi vittoriani.
Rupert Brooke fotografato da George Augustus Dean Jr, Rugby, 1905
Studenti nella scuola privata della cittadina del Warwickshire, nota dalla metà
del secolo precedente come il “tempio della mente e del corpo” di Thomas Arnold
e campo di formazione tout court dei più dotati figli dell’Impero, Brooke e
Sadler divennero ben presto amici affiatati, formando un branco inseparabile
insieme ad altri Rugbeians: Hugh Russell- Smith e Geoffrey Keynes (fratello
dell’economista Maynard). Le loro attività preferite comprendevano cricket,
riunioni di gruppo e letture raffinate.
Il legame più intimo che univa Rupert e Michael era nato nei primi giorni del
1906 e sin dall’inizio lasciò trasparire un’amicizia esclusiva. Tutto cominciò
quando Sadler chiese al fotografo G. A. Dean di acquistare uno scatto dello
studente più attraente di School Field stampato sull’annuario scolastico qualche
mese prima. Messo a conoscenza degli eventi dallo stesso Dean, la star della
scuola – atleta provetto e precoce talento letterario già insignito di premi e
riconoscimenti – esibì un’ansiosa curiosità verso la faccenda, sentendosi al
centro di un piccolo scandalo privato. Si trattenne comunque dall’esternare la
sorpresa per non sollevare commenti inopportuni, guardando con sospetto le mosse
dell’ammiratore segreto, venuto timidamente allo scoperto, e interrogandosi
sulle sue reali intenzioni.
Il resoconto dell’accaduto è in una lettera all’amico Keynes, dove Brooke
tratteggia una sognante descrizione del giovane:
> “Un tipo dall’aspetto di un dio greco, il volto di Giacinto, la bocca di
> Antinoo, occhi come il tramonto, un sorriso d’aurora… Sadler. Sembra che il
> folle mi adori a una pallida distanza.”
Da quel momento in poi gli incontri si fecero sempre più frequenti, nettamente
più calorosi dei sorrisi furtivi scambiati in fugaci incontri per strada e in
cappella, durati appena il tempo di un’affannosa corsa sui campi da gioco.
Appartenendo a due Case distinte, nell’ambiente serrato dal ritmo delle lezioni,
era infatti molto difficile – o quasi raro – interagire con studenti distanti
dalla propria divisione, se non durante le attività sportive, in occasione degli
eventi ufficiali e nelle ore di ricreazione. In ogni momento erano tenuti sotto
il controllo dei tutori, dietro l’occhio vigile degli insegnanti e dei prefetti,
anche in una posizione privilegiata come quella di Brooke, figlio del maestro a
capo della sua stessa Casa d’appartenenza.
Da parte sua, lo studente modello chiese a Sadler di ricambiarlo con una
fotografia, ottenuta senza troppe remore, seguitando l’azzardo osato dal più
coraggioso. Durante il loro ultimo anno a Rugby, i due compagni presero dunque
contatti più stretti e coltivarono un affettuoso scambio epistolare che
raggiunse intensi toni malinconici e candide venature romantiche. Sempre a
Keynes, Rupert attestava la paura che una simile intesa potesse finire come ogni
altra cosa bella e insieme rimpiangeva la gioia avvertita nell’istante al tempo
rubato:
> “Un giorno forse saremo vecchi e saggi, e dimenticheremo. Ma adesso siamo
> giovani e lui è bellissimo. Ed è primavera. Anche se fosse soltanto una
> commedia romantica, una fantasia, che importa? La Giovinezza è più strana
> della fantasia… Al momento lui – l’adorabile, cinto di rose – è a Roma, mentre
> io ricevo pallide e tenere lettere ogniqualvolta gli Dèi o le poste italiane
> lo permettono.”
L’adorazione aveva ormai superato il limite di pruderie concesso all’epoca in
qualsiasi legame tra coetanei maschi, con eccessi di tormento giovanile per la
distanza lancinante capace di sprofondarlo nell’abisso della solitudine, a
tratti colmato dall’esaltazione estatica provata in presenza dell’amico del
cuore. Ricusava, d’altro canto, i segni di un rapporto impossibile, negato nella
sua stessa essenza, spinto al confine dell’idillio romantico e mai veramente
compreso fino in fondo: un groviglio di emozioni contrastanti, assecondate fuori
ogni logica al risveglio dei sensi liberamente tesi sulla corda dell’amicizia.
Michael Sadleir (Oxford, 1888 – Londra, 1957)
Da fervido alunno di Rugby, Rupert Brooke non era estraneo ai clichés scolastici
e alle esperienze di molti conterranei del suo status. Per l’abitudine contratta
dalla vita di gruppo all’insegna dello spirito di camaraderie, la segregazione
nella fratria della scuola a frequenza esclusivamente maschile e il bisogno
d’affetto che ad essa si accompagnava sul piano individuale, il mondo
delle public schools inglesi ospitava e alimentava una forte componente di
tendenza omoerotica, in cui pure influiva l’allontanamento dall’altro sesso
durante un delicato momento della crescita. Numerose sono infatti le
testimonianze di intimi rapporti tra giovani convittori, designati per la loro
estensione nazionale come «amicizie romantiche degli inglesi» – secondo il
satirico Evelyn Waugh (Brideshead Revisited, 1945) – e simili a quelle «amicizie
particolari» osannate come le più perfette da Roger Peyrefitte in terra
francese. Immerse nel sogno di giovinezza dimentico dell’idea di un futuro ben
diverso, in larga misura fondamentalmente etero-normato, alcune amicizie
maschili potevano perlomeno assolvere altri ruoli possibili nella richiesta di
calore e di un tenero riparo dal mondo esterno, proveniente dal legame fraterno
con un ami de tout o offerto dal migliore bosom friend, ed essere quindi
“permesse”, talvolta finanche incoraggiate, purché – s’intende – non durassero
troppo a lungo. Va da sé che alcune di queste venivano percepite come primordi
di vere e proprie relazioni sentimentali, quindi osteggiate, finite in preda
alla sanzione del pervicace stigma morale, oggetto di punizioni corporali,
espulsioni per scandali messi immediatamente a tacere, o addirittura concluse in
tragedia come estrema conseguenza di complici patti suicidi orditi dai
rispettivi sodali.
Un sottomondo omosociale naturalmente esisteva dietro le porte strette delle
aule e dentro le barricate claustrali di quegli antichi collegi – chiamati in
inglese boarding schools – in maniera analoga, seppure più rigidamente
consolidata, rispetto agli istituti sparsi sul continente. Nascondendosi nelle
cucce dei dormitori e nelle cosiddette “camerate”, l’oltraggio alla regola era
da aspettarsi sia tra gli allievi che tra i membri del corpo insegnante, e il
più delle volte da violenti contatti forzati tra i due fronti. Dichiarati
punitori della corruzione del corpo e dell’animo infantile, fra gli attenti
tutori non mancavano casti custodi della lezione dei classici ed eletti
continuatori dell’arte paideutica, in mezzo ai quali si celavano rapaci
“pederasti” trafilati nel dominio dell’amore greco – ossia «l’indicibile vizio
dei greci» aggirato da E. M. Forster in Maurice (1914 – pubbl. 1971) e
condannato ancora a crimine contro natura nell’Inghilterra edoardiana – che nel
mondo chiuso della scuola ravvivava l’antica fiamma in nome dell’immacolato
amore per i ragazzi.
Della sotterranea etica omoerotica alla base dell’educazione standard dei
giovani inglesi, non sempre amorevole e lieta, Brooke era di fatto consapevole,
pur dipingendo la scuola come il suo personale Olimpo:
> “Finalmente ho capito dove sono finiti gli Dèi greci al giorno d’oggi. Si
> possono trovare nelle scuole private. Li vedo di continuo, immersi nel sole a
> primavera, velatamente camuffati, dai lombi morbidi e gli occhi vivi, mentre
> corrono sull’erba, giovani e belli. L’Olimpo è qui e ora. Mi nutro del nettare
> della vita, dalle mani di Ganimede, e in mezzo ai miei giovani Dèi ignari
> adesso ti scrivo estasiato.”
Avrebbe invece parodiato senza soggezione il vorticoso regime scolastico,
avvertendo in esso qualcosa di paradossale: un silenzio gravido di colpe che
racchiudeva rischi nefasti ammessi dai suoi stessi giudici obiettori.
Preoccupato di ricoprire, anni dopo, il posto di sostituto del padre appena
deceduto e così ripiombare nella vecchia scuola, questa volta in veste di
insegnante (quando fu perfino obbligato a fustigare un ragazzino colpevole,
finendo lui stesso in lacrime), riporterà in tono ironico e beffardo a James
Strachey, il confidente di sempre ed ex compagno di studi nella scuola
preparatoria di Hillbrow: “Questo mi renderà un bravo maestro di prep-school? Mi
farà tornare forse all’antica e ortodossa pratica della pederastia?”
Convinto della sua purezza di cuore, per preservare le sue emozioni
dall’ingiusto bollo di indecenza, il poeta in erba aveva scelto per il suo amico
adorato l’appellativo di “Antinoo”. Entrato in possesso di una stampa
dell’antico prototipo, conservava la fotografia della sua reincarnazione,
lontano da occhi indiscreti, all’interno del suo armadio. Per trasfigurare il
compagno in panni greci, come solo si poteva nello spazio immortale della
lirica, proprio a Sadler dedicò un inno votato al tragico bitinio, dopo aver
letto tutto d’un fiato e in segreto la struggente epistola De Profundis di Oscar
Wilde, fra le opere degli idoli decadenti alle cui fonti il neofita si
abbeverava negli anni di formazione. Il testo della poesia non ci è pervenuto,
almeno integralmente, ne resta però un frammento ritrovato nei suoi quaderni
giovanili, che detta nella chiusa: «Meglio che tu [Antinoo] rimanga sempre al
nostro fianco».
Una pletora di materiali inediti è tenuta, tra l’altro, ancora sotto chiave nei
cassetti degli archivi universitari del King’s College Cambridge e nei meandri
di fondi privati. Finito in mezzo a svariati componimenti, fogli d’appunti
sparsi, diari segreti e numerosissime lettere, comprendenti gli stessi scambi
con Michael, il manoscritto andò disperso alla morte dell’autore, probabilmente
bruciato per mano di Geoffrey Keynes. Zelante erede testamentario del Brooke
Trustee, l’amico premuroso assunse il ruolo di più accanito difensore delle sue
carte, preferendo occultare la presenza di materiale ritenuto altamente
compromettente circa la sessualità del nobile poeta-eroe, appena scomparso in
Grecia, per non macchiarne la reputazione creata, dal lato pubblico, sull’onda
della canonizzazione postuma.
Solamente a partire dagli anni Ottanta, importanti rivelazioni sui legami
maschili della fase Rugby di Brooke sono venute alla luce dallo spoglio
capillare dei suoi epistolari, da qui svelate nelle più accreditate biografie.
Le amicizie romantiche di quegli anni sono nutrite di tenerezza e pulsioni
ludiche, condivise con l’affascinante Charles Lascelles e il più giovane Denham
Russell-Smith. Con quest’ultimo, una notte d’autunno del 1909, il ragazzo ancora
immaturo avrebbe compiuto il decisivo passo iniziatico durante una leggera
«Danza delle lenzuola» nella libertà della sua casa di campagna a Grantchester.
Il racconto sincopato e catartico di quella esperienza irripetibile si può
leggere in una lunga confessione indirizzata per lettera a James Strachey,
datata al luglio 1912, nel carteggio tra i due (Friends and Apostles: The
Correspondence of Rupert Brooke and James Strachey, 1905-1914, a cura di Keith
Hale, 1998). Ma se la liaison con il fidato Denham bastò come attardato rito di
passaggio e di transizione al mondo adulto, dopo aver ripetuto a suo modo – al
di fuori della cappa scolastica – i vecchi e imprescindibili codici che
giustificavano una tale passione, l’affetto per Sadler sarebbe rimasto soffocato
negli abissi del tempo, relegato al ricordo di una forma d’amore puro e
inviolato.
Amici e Apostoli. Le lettere di Rupert Brooke e James Strachey
Queste relazioni maschili si limitano, tuttavia, alla sola fase giovanile degli
anni di scuola, inquadrate nell’ottica di un preciso sistema socio-culturale
permeato dal tipo di educazione d’impronta public school, perfettamente
riconoscibile nell’Inghilterra del tempo, con tutte le coercizioni etiche che
comportava, insieme alla messe di sentimenti inespressi dai giovani camerati.
Diverso è il caso delle amicizie intellettuali formate nei circoli a stampo
omoerotico di Cambridge, dove la tradizione classica continuava entro gruppi
elitari e confraternite segrete animate da cori autonomi, come i discepoli
Neo-platonici radunati attorno a G. M. Moore (il celebre filosofo autore
dei Principia Ethica) e Goldsworthy Lowes Dickinson (A Modern Symposium; A Greek
view of Life), o con le dolci attrazioni di George Mallory (maestro nella
sontuosa Charterhouse e primo scalatore dell’Everest), del matematico Harry
Norton e le file di ragazzi che il bellissimo studente del King’s attirava di
continuo con la sua avvenenza fuori dal comune. Eppure, per quanto se ne sappia,
il Brooke maturo non ebbe mai più il desiderio – per tacere dell’unica avventura
di Grantchester – di riportare quegli amori proibiti alla luce della fase
adulta. Il passato restava immerso in una crisalide dorata e il suo ricordo
rimaneva intatto nei versi, dove i compagni vengono proiettati nell’etere
poetico in visioni di arcangeli e dèi pagani dipinti come «angeli adoranti» o
«impassibili immortali» (In Examination, 1908).
Sebbene la cultura omosessuale abbia cercato ostinatamente di appropriarsi della
sua icona, sollevandolo a corifeo di un movimento di liberazione ante litteram e
accomunandolo ai più radicali Bloomsburiani come alle embrionali discussioni
intorno all’amore al maschile di Uraniani e Apostoli, Brooke sfugge ancora una
volta a ogni possibile definizione, superando fragili etichette, categorie
marcate e tendenze che non condivideva del tutto e in cui non si lascia
incasellare per sua natura. Com’è riuscito in vita a partecipare ad ogni
occasione di scambio intellettuale coi suoi contemporanei e ad oltrepassare ogni
cerchia racchiusa in un sistema univoco di pensiero e di condotta, conservando
sempre il suo spirito, la sua assoluta individualità e la forte abilità
mimetica, egli resta – in tutti i suoi aspetti, dubbi e conflitti irrisolti
– una creatura umana dal profilo del camaleonte, capace di essere – a suo dire –
«una cosa diversa con ognuno»: un outsidernascosto dietro il membro
dell’élite calato nel pieno del sistema. La sua raison d’être risiede invero nel
porsi al limite di tutte le contraddizioni, accettando di volta in volta le mute
naturali e le diverse maschere, giocando con esse in posa tipicamente byroniana,
consapevole della propria unicità. Rifiutando ogni ruolo imposto dall’esterno e
facendo sentire la sua posizione di taglio netto, comprensibile in parte per la
cornice storica in cui s’iscrive e per via delle sue complesse inclinazioni
personali, in una nota privata su “Shakespeare e il Puritanesimo” richiamava la
natura anfibia di altri personaggi di genio:
> “La verità è che certi grandi uomini sono sia sodomiti sia dongiovanni:
> Shakespeare, Michelangelo, e via dicendo. La pura sodomia è soltanto un dolce
> vezzo dei giovani […] Questa è la regola generale…”
Prima di trovare sé stesso, la propria forza poetica e voce d’artista sotto le
guglie di Cambridge, Rupert Brooke era stato davvero felice soltanto nella
casa-scuola di Rugby, dove incarnava l’enfant roi immerso in un’aura di
spensieratezza respirata a pieni polmoni, a cui invano avrebbe cercato di fare
ritorno dopo i vent’anni, rifugiandosi in un immaginario di fanciullezza eterna
e fantasticherie fiabesche à la Peter Pan: la sua ossessione fuori e dentro le
sale di teatro solcate innumerevoli volte. Mai più ci sarebbe stata per lui una
simile innocenza, un giardino delle delizie aperto a tutti i suoi sogni ad occhi
aperti.
> “Sono stato felice a Rugby più di quanto riesca a trovare parole per
> esprimerlo. Se ripenso a quei cinque anni, ogni ora mi appare dorata e
> raggiante, sempre più carica in bellezza man mano che me ne rendessi conto.
> Non riuscirei e non riesco a sperare, né a immaginare, così tanta felicità
> altrove.”
Terminato il puerile gioco con Sadler e dovendo adesso rinunciare all’«oro del
Paradiso di Rugby» da cui si sentiva bandito, l’allontanamento dalle amicizie
sorte tra i banchi di scuola si sommava alle perdite di quegli anni che gli
risuonavano come la caduta delle illusioni della prima giovinezza. Il dolore per
l’assenza e la separazione dagli amici – per primi Charles e Michael – contribuì
al senso di sperdimento emotivo reso più acuto dalla notizia della loro partenza
per l’altra prestigiosa università. “Sono fatto per Oxford”, dichiarerà Rupert
alla fine dell’estate. Ciononostante, il suo cammino era tracciato per
Cambridge, dov’è era diretto in ottobre al college frequentato dalle cime della
famiglia.
Avviluppato nell’importante passaggio tra due mondi, non era pronto a lasciarsi
alle spalle ciò che di più bello e puro aveva conosciuto e amato lì a Rugby.
Ormai tutto faceva parte del passato e del tempo trascorso con gli amici non
rimaneva che un tumulo di ricordi pronto a sommergerlo di tristezza, ma a questi
si aggrappava nei momenti di sconforto con un angoscioso rimorso per quello che
non era stato, intervallato dalla nostalgia per la felicità dei giorni di
scuola. Era il patto unico che aveva stretto con loro a rimanere, a consumarlo
nella memoria, a spingere ardore e desiderio nelle sue vene, offrendogli
sollievo quando più si sentiva solo nelle lunghe e fredde notti insonni,
tormentato dai fantasmi. Questa ondata di malinconia cedette presto il passo
all’arida consapevolezza che quegli istanti e tutti loro erano andati via per
sempre, prendendo ciascuno la propria strada, e neppure l’attesa più fedele
avrebbe colmato il vuoto dell’assenza che avvertiva dentro di sé, a scavargli il
cuore. Scomparsi uno ad uno come spettri, tramutati in strane ombre nel ricordo,
per tutta la vita li avrebbe portati nei suoi sogni di innocenza. Come se non
bastasse, la realizzazione precoce che il meglio della giovinezza fosse svanito
fra le sue «ore dorate» (Second Best, 1908) lo dilaniava con terribile
sconcerto, portandolo a descriversi nei periodi più bui come un ragazzo dal
cuore spezzato o “un pallido fantasma che ha vissuto un tempo e ora può
solamente sognare”.
Messi da parte i propri dolori, i due vecchi amici di Rugby ebbero l’occasione
di ritessere i rapporti negli anni a venire, riprendendo a scriversi con
disinvoltura e frequentando comuni circoli intellettuali nella Londra
d’anteguerra. Mentre Brooke vedeva pubblicati i suoi primi Poems (1911) e
parallelamente eccelleva nella vita accademica, concentrato nella sua tesi su
Webster (John Webster and the Elizabethan Drama, 1916), il geniale Sadleir
sfrecciava come una saetta sul trampolino di lancio di una brillante carriera
letteraria, cominciando la collaborazione con gli uffici della rinomata casa
editrice Constable, di cui prese le redini a soli ventiquattro anni. Interessati
non solo alle materie letterarie, entrambi aderirono con entusiasmo al progetto
promosso da John Middleton Murry (marito di Katherine Mansfield) nella rivista
d’avanguardia Rhythm, impegnandosi su più fronti nella ricezione delle opere di
artisti moderni come Vasilij Kandinskij: da Cambridge, Brooke informò il lontano
pittore russo del suo successo in Inghilterra, mentre Sadleir tradusse per lui
il saggio Concerning the Spiritual in Art (1912) sulle «vibrazioni dell’anima»
in pittura. Assieme parteciparono alle mostre più importanti dell’epoca, tra cui
l’oscena retrospettiva post-impressionista del 1910, organizzata da Roger Fry
alle Grafton Galleries (e recensita da Brooke sul Cambridge Magazine), che
cambiò il volto dell’arte moderna scuotendo gli occhi scettici degli inglesi con
un duro colpo.
Al termine dell’inverno 1913, nel pubblico finemente selezionato per la lettura
della prima e unica opera teatrale del poeta-drammaturgo, la sua
tetra Lithuania (pubblicata postuma; tr. Nora Menascé, 2004), siederà fra i vari
ospiti accorsi ad ascoltarlo nelle sue stanze – il musicista Denis Browne e il
pittore Duncan Grant, dietro Sir Edward Marsh e George Mallory – anche il
cresciuto Antinoo in prima fila.
New Paths: Verse, Prose, Pictures (1918), a cura di Michael Sadleir
Infine, dopo la scomparsa in guerra del giovane volontario nell’aprile 1915,
devastato dalla sua perdita, Sadleir stese di suo pugno un “In Memoriam” per
l’ammirato poeta, circolante per qualche tempo su un periodico indiano (di cui
purtroppo si è perduta ogni traccia) e accluso da lui in una tenera lettera di
condoglianze alla madre, Mrs. Brooke o, per gli amici, la “Rani”. D’altra parte,
il vecchio compagno di scuola, ormai famoso collezionista, editore e dichiarato
pacifista (assunto finanche al ruolo di delegato britannico al tavolo della
Conferenza di Parigi), tenne fede al compito di curare, sotto la sua firma e
quella di Cyril W. Beaumont, una maestosa raccolta che avrebbe riunito le opere
scelte fra i più influenti poeti, scrittori e artisti della modernità. New
Paths: Verse, Prose, Pictures 1917-1918 nasceva nel ’18 da un formidabile elenco
di personalità di spicco nel panorama artistico britannico: piume del calibro di
Harold Monro, Aldous Huxley e D. H. Lawrence, miste ai pennelli di Augustus
John, Walter Sickert, Mark Gertler e altri talenti pronti a bussare alle porte
del nuovo secolo, sempre ricordando il nome di coloro che avevano speso la vita
in difesa dell’arte prima di sacrificarla per amore della patria, i quali
certamente si sarebbero aggiunti agli ultimi «pionieri lungo nuove rotte in
campo di arti e letteratura». La prima pagina del volume riporta, in doveroso
tributo, l’iscrizione dedicata «Alla memoria di Rupert Brooke».
Pierluigi Piscopo
In copertina: Rupert Brooke (1887-1915)
*La scelta e la traduzione degli estratti dalle lettere sono di Pierluigi
Piscopo
L'articolo “Mi nutro del nettare della vita”. Rupert Brooke e il genio della
giovinezza proviene da Pangea.