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“Stanco dell’immensità”. Rupert Brooke o dell’intollerabile splendore del genio
Un sapere oscuro, «un sapere dalle tenebre» che si travasa in levità, una segreta rispondenza degli elementi in metamorfosi accanita, la loro caducità o transience, un senso del tempo che prevede l’estensione dell’istante e lo squadernarsi di una dimensione del Bello che aspira a una metafisica sensuosa: sono i tratti di più immediata, e calda, adesione al poeta inglese delle grandi altezze e dal destino fulmineo, quale fu Rupert Brooke, giovane meraviglioso capace di creare «una mescolanza singolare di canto delle sfere e fango, bianche ali d’angelo e pesantezza terrestre», stimato dai fertili ingegni dell’epoca, da Henry James al miglior fabbro Pound, e che a Grantchester, villaggio poco fuori Cambridge che ha ospitato anche Chaucer e Byron, Milton e Coleridge, riuniva una comunità di spiriti eletti tra «picnic e tè al cottage sul fiume, dotte letture sul prato e spericolate nuotate nudi nel fiume in omaggio agli antichi greci, secondo gli insegnamenti di Jane Harrison». Brooke compose i suoi versi in una manciata d’anni in cui riuscì anche a viaggiare tra gli Stati Uniti e il Canada, e poi verso Waikiki, dove «un ukulele freme e piange/ E pugnala di dolore la buia ferocia della notte», le Samoa, le Figi, la Nuova Zelanda, Tahiti alla ricerca di Gauguin.  Poi tornò, perché «stanco dell’immensità».  Vide pubblicati solo i Poems 1911, con una cinquantina di poesie. Il resto uscì postumo grazie a Edward Marsh. In guerra, il giovane contrasse un’infezione degenerata in setticemia. Morì nei pressi dei Dardanelli, nel 1915, e venne sepolto a Sciro.  Circa un mese prima della morte, una delle sue poesie più celebri fu citata dal «Times Literary Supplement» e letta dal diacono della Cattedrale di St. Paul, la domenica di Pasqua: era Il soldato, straziante e limpida. La sua fama crebbe fino alle stelle. Scrittrice e appassionata ritrattista di autori e poeti anglosassoni, tra cui Byron e Virginia Woolf, Paola Tonussi si è a lungo occupata anche di Rupert Brooke, a partire dal volume antologico dedicato ai War Poets, tra i quali l’«angelo dallo sguardo di cristallo e il fisico di un dio greco» si è guadagnato un posto di spicco per i pochi versi che l’hanno accreditato nel pantheon dei giovani immortali (senza però che venissero acclarate la densità e la preziosa trama del suo poetare) e tratteggiando un dettagliato e partecipe profilo biografico in Lo splendore delle ombre (entrambi per le Edizioni Ares).  Ora, Tonussi licenzia tutte le Poesie (InternoPoesia, 2025) attingendo a una parola rotonda e alla grazia, sì, la grazia di una lingua che canta e riesce a star dietro a quell’«intollerabile splendore d’ali», alle «ore d’oro». Tonussi si appaia all’inglese, ne imita le cadenze e diventa angelo femmina compagno dell’Arcangelo, come il postfatore, l’ispirato Silvio Raffo chiama il cherubino biondo dalla fama fulgente e dalle ore brevi, il ragazzo che ha trascritto il suo sentire vasto in ascolto di tutto ciò che vibra e vive, riuscendo a mostrare i conturbanti paesaggi notturni dove dimora la brama vigorosa che ci restituisce amanti in perenne attività desiderante, in «una notte inconfessabile» dove «Dio dorme» e «le nere distese inquiete del mare» chiamano o le oscurità si muovono profumate e tremanti. La tela poetica di Brooke è un incanto, respira sempre come fosse in vetta, non si abbassa, non è mai cupa, semmai viene solo dolcemente increspata da un presentimento che agita le profondità.  “La sua poesia ci appare senza tempo, fuori da ogni tempo” scrive Tonussi.  Ha ragione. Brooke ha l’eleganza classica, quella limpidezza tesa ad arte capace di aprirsi a qualunque lettore. Conserva il respiro della gioventù, e quindi dell’ideale, lo intesse all’anelito eternizzato, aere perennius, verso quanto trascende la caducità umana. Il sole non si spegne mai sulle sue terre perché cresce sempre in una «bianca e prodigiosa alba», dove l’oro poi deborda tra foschia e splendori, o in un’alba che «si risveglia rosso sangue», oppure si inabissa oltre il giorno, amaro, con i pini che si stagliano «contro il cielo chiaro del nord/ Stupendi e immoti, con le nere/ Teste affilate contro la quiete di quel cielo», in un momento in cui non si desidera più morire.  «Strano connubio è questo, tra una sorta di Gozzano d’Albione e i cruenti e violenti elisabettiani, accostati alla grazia metafisica di Marvell e al grandioso blanck verse di Marlowe» riprende Tonussi, senza dimenticare John Donne, altro poeta cardine del suo universo lirico. Ecco allora che l’amore respira innalzando anche chi assiste all’ascensione di due anime ricongiunte dopo la morte, «la dirompente estasi» del loro fuoco: «E i deboli cuori privi di passione bruceranno// Avvizzendo in quel grandioso bagliore,/ Finché l’oscurità sbarrerà il cielo;/ E sapranno – poveri sciocchi, sapranno! –/ Per un secondo, cosa significa amare» scrive Brooke in Dust. In quest’ultima poesia, anticipa i temi dell’altro componimento riguardante il cielo, Clouds, in cui le nuvole si fanno «evanescenti ancelle dei nostri cari trapassati», dice Raffo. In postfazione, l’anglista si sofferma sui due poli evidenti dell’opera poetica di Brooke, l’acqua e l’aria, prendendo a testimonianza The fish e Clouds, appunto.  Rupert Brooke ritratto da Sherill Schell, aprile 1913 Si potrebbe dire, poi, che i due elementi si sfiorano toccando terra in Dining-Room Tea, dove la scena si anima con le persone amate – tu, tu e tu – nel fremito della luce che mima quello delle cose destinate a svanire, mentre in aria si lancia «la danza degli istanti», almeno finché al poeta, imperioso, non si palesa «l’attimo immortale». Ed è l’apnea, ogni cosa si sospende. Solo una pausa perché poi tutto rifluisce, il Tempo torna a strisciare e il mutamento si richiude sul giovane, come sonno. «Non hai mai saputo che mi ero spinto/ Lontano mille miglia, e vi ero rimasto/ Un milione di anni» dice Brooke all’amata, chiusa nel paradiso della sua inconsapevolezza. Un bagliore appena, la coscienza che rischiara i dirupi del sonno dove si compiono «cupe estasi», come in Fish, quelle d’amore, e «Traslucidi tremolii illuminano/ Trasparenza di tenebre alla deriva»: il «sapere delle tenebre», appunto, che si svoltola dagli amplessi, in notti impenetrabili dove «sola delizia è il ritmo» e «la musica è/ Lo stupendo pulsare del sangue». Una folgorazione, per Brooke, grazie alla quale gli abissi dell’amore e della conoscenza si fanno carne in una stanza, quella di Dining-Room Tea, sfiorata dal «balbettio di luci ineffabili», tra risa e scherzi, oltre la morte che insegue gli amanti così che i Morti possano non più morire, ma restare in cielo, come le nuvole, Clouds, nel petto dei loro cari a guardare da lassù «gli uomini, che vanno e vengono sulla terra», simili alle foglie omeriche.  Quanti echi antichi e futuri, di voci poetiche passate e di altre a venire, si ritrovano tra questi versi cesellati e belli. Su tutti quelli di un Amore custodito tra le pieghe della Poesia, che eternizza anche ciò che svampa: né il marmo né gli aurei monumenti dei principi, secondo Shakespeare, sopravvivranno alle sue rime, ma l’amato sì, «più luminoso/ che in sudicia pietra insozzata dal tempo». Rossella Pretto ** È nata la Italian Rupert Brooke Society, una società regolarmente registrata con il logo presso la Camera di Commercio di Verona, dedita a indagare la figura del poeta inglese – travisata nella sua essenza per i sonetti che gli hanno dato la fama ma che non lo rappresentano appieno – e la sua contemporaneità, consentendo altresì di approfondire i colleghi poeti, i musicisti, il gruppo di Bloomsbury, ma anche i decadenti suoi maestri, il fenomeno dell’antologia Georgian Poetry e i War Poets. Così «We few we happy few, we band of brothers» – noi pochi, noi pochi e felici, noi compagnia di fratelli – abbiamo deciso di riunirci e far convergere i nostri studi e le nostre ricerche verso un centro comune, e abbiamo fondato questa Society, una specie di micro monastero medieval-moderno sotto l’egida di Rupert Brooke, che ha messo in atto varie collaborazioni e dialoghi con altri enti (la Società Letteraria di Verona, il gruppo finanziario Protection & Growth, l’Archivio Tommasoli, e altre società che si occupano di autori britannici).  I soci fondatori contano: Paola Tonussi (presidente e ideatrice della Society, anglista e traduttrice che ha approntato la prima biografia italiana di Rupert Brooke: Lo splendore delle ombre e la traduzione delle Poesie); Silvio Raffo (vice-presidente, traduttore di Emily Dickinson e altre poetesse americane), Mario Martino (professore di Letteratura inglese presso la Sapienza, i cui interessi di ricerca si concentrano sulla lirica elisabettiana e la letteratura di Otto-Novecento), Rossella Pretto (traduttrice e scrittrice che sta curando l’opera di Alice Oswald in Italia), Nicola Guerini (direttore d’orchestra, presidente del Festival internazionale Maria Callas), Cristina De Piante (illuminata editrice di progetti innovativi che si impegna a riportare in vita testi dimenticati o particolari), Pierluigi Piscopo (giovanissimo studioso di Brooke, il primo a laurearsi con una tesi su Rupert Brooke in Italia).  *** Dust When the white flame in us is gone, And we that lost the world’s delight Stiffen in darkness, left alone To crumble in our separate night; When your swift hair is quiet in death, And through the lips corruption thrust Has stilled the labour of my breath – When we are dust, when we are dust! – Not dead, not undesirous yet, Still sentient, still unsatisfied, We’ll ride the air, and shine, and flit, Around the places where we died, And dance as dust before the sun, And light of foot, and unconfined, Hurry from road to road, and run About the errands of the wind. And every mote, on earth or air, Will speed and gleam, down later days, And like a secret pilgrim fare By eager and invisible ways, Nor ever rest, nor ever lie, Till, beyond thinking, out of view, One mote of all the dust that’s I Shall meet one atom that was you. Then in some garden hushed from wind, Warm in a sunset’s afterglow, The lovers in the flowers will find A sweet and strange unquiet grow Upon the peace; and, past desiring, So high a beauty in the air, And such a light, and such a quiring, And such a radiant ecstasy there, They’ll know not if it’s fire, or dew, Or out of earth, or in the height, Singing, or flame, or scent, or hue, Or two that pass, in light, to light, Out of the garden, higher, higher… But in that instant they shall learn The shattering ecstasy of our fire, And the weak passionless hearts will burn And faint in that amazing glow, Until the darkness close above; And they will know – poor fools, they’ll know! – One moment, what it is to love. December 1909 – March 1910 Polvere Quando in noi la fiamma chiara sarà scomparsa, E la gioia del mondo perduta C’irrigidiremo al buio, lasciati A sgretolarci separati, ciascuno nella propria notte; Quando i tuoi mobili capelli si fermeranno nella morte, E sospinto tra le labbra il disfacimento Avrà bloccato lo sforzo del mio respiro – Quando saremo polvere, quando saremo polvere! – Non morti, non ancora privi di desideri Eppure senzienti, ancora insoddisfatti, Cavalcheremo l’aria, brilleremo volteggiando Presso i luoghi in cui siamo morti, E danzeremo come polvere davanti al sole, Con lievi piedi e senza confini, Andremo svelti di strada in strada, di corsa Per gli incarichi del vento. E ogni granello di polvere, per terra o nell’aria, Andrà veloce e lucente, in giorni a venire, E come pellegrino straniero viaggerà Per sollecite e invisibili vie, Non riposerà o dormirà Finché, oltre il pensiero, oltre la vista, Un granello della polvere che sarò io Incontrerà un atomo che sei stata tu. Allora in un giardino riparato dal vento, Nel tepore dei bagliori ultimi al tramonto, Coloro che si amano tra i fiori sentiranno, Dolce e strana inquietudine, crescere La pace; e, lasciato ogni desiderio, Tanta bellezza nell’aria, E tanta luce e tanti canti, E quella radiosa estasi, Non sapranno se sarà fuoco o rugiada, Proveniente dalla terra o dal cielo, Se canto o fiamma, profumo o colore, O due che passano, nella luce, alla luce, Superato il giardino, sempre più in alto, in alto… Ma in quell’istante conosceranno La dirompente estasi del nostro fuoco, E i deboli cuori privi di passione bruceranno Avvizzendo in quel grandioso bagliore, Finché l’oscurità sbarrerà il cielo; E sapranno – poveri sciocchi, sapranno! – Per un secondo, cosa significa amare. Dicembre 1909 – marzo 1910 *** The Fish In a cool curving world he lies And ripples with dark ecstasies. The kind luxurious lapse and steal Shapes all his universe to feel And know and be; the clinging stream Closes his memory, glooms his dream, Who lips the roots o’ the shore, and glides Superb on unreturning tides. Those silent waters weave for him A fluctuant mutable world and dim, Where wavering masses bulge and gape Mysterious, and shape to shape Dies momently through whorl and hollow, And form and line and solid follow Solid and line and form to dream Fantastic down the eternal stream; An obscure world, a shifting world, Bulbous, or pulled to thin, or curled, Or serpentine, or driving arrows, Or serene slidings, or March narrows. There slipping wave and shore are one, And weed and mud. No ray of sun, But glow to glow fades down the deep (As dream to unknown dream in sleep); Shaken translucency illumes The hyaline of drifting glooms; The strange soft-handed depth subdues Drowned colour there, but black to hues, As death to living, decomposes – Red darkness of the heart of roses, Blue brilliant from dead starless skies, And gold that lies behind the eyes, The unknown unnameable sightless white That is the essential flame of night, Lustreless purple, hooded green, The myriad hues that lie between Darkness and darkness!… And all’s one. Gentle, embracing, quiet, dun, The world he rests in, world he knows, Perpetual curving. Only – grows An eddy in that ordered falling, A knowledge from the gloom, a calling Weed in the wave, gleam in the mud – The dark fire leaps along his blood; Dateless and deathless, blind and still, The intricate impulse works its will; His woven world drops back; and he, Sans providence, sans memory, Unconscious and directly driven, Fades to some dank sufficient heaven. O world of lips, O world of laughter, Where hope is fleet and thought flies after, Of lights in the clear night, of cries That drift along the wave and rise Thin to the glittering stars above, You know the hands, the eyes of love! The strife of limbs, the sightless clinging, The infinite distance, and the singing Blown by the wind, a flame of sound, The gleam, the flowers, and vast around The horizon, and the heights above – You know the sigh, the song of love! But there the night is close, and there Darkness is cold and strange and bare; And the secret deeps are whisperless; And rhythm is all deliciousness; And joy is in the throbbing tide, Whose intricate fingers beat and glide In felt bewildering harmonies Of trembling touch; and music is The exquisite knocking of the blood. Space is no more, under the mud; His bliss is older than the sun. Silent and straight the waters run. The lights, the cries, the willows dim, And the dark tide are one with him. Munich, March 1911 Il pesce Vive in un freddo mondo curvo E ondula per cupe estasi. Dolce e lussuoso un furtivo abbandono Modella l’intero universo che sente, Conosce e che per lui esiste; la corrente limitata Gli chiude il ricordo, gli abbuia il sogno Che lambisce le radici del lido e scivola Fiero per maree senza ritorno. Quelle acque silenziose compongono per lui Un mutevole mondo che fluttua e s’appanna, Dove masse ondeggianti si gonfiano attonite e Misteriose, e una forma dietro l’altra Muore in un attimo in spirali e avvallamenti, E forma e linea e solido inseguono Solido e linea e forma per sogni Irreali lungo il flusso eterno; Mondo oscuro, mondo mutevole, Tondo, o teso sottile, increspato, Serpeggiante o simile a irradiare di frecce, A sereni passaggi o a strettoie marzoline. Là onda sfuggente e lido si confondono, E così alghe e fango. Non raggio di sole, Ma bagliore dopo bagliore svanisce nel profondo (Come sogno in sogno ignoto nel sonno); Traslucidi tremolii illuminano Trasparenza di tenebre alla deriva; La strana morbida profondità vi assoggetta Il colore affogato, ma il nero in vari toni, Come la morte in vita, si scompone – Rosso cupo al cuore delle rose, Blu brillante di morti cieli senza stelle, E oro che brilla dietro le palpebre, L’ignoto innominabile e cieco biancore Che è la fiamma prima della notte, Porpora opaca, verde incappucciato. La miriade di toni tra Buio e buio!… E tutto è un’unica cosa. Delicato, avvolgente, calmo, grigio, Il mondo in cui riposa, il mondo che conosce, Eternamente curvo. Solo – si solleva Un vortice in quell’ordinata cascata, Un sapere dalle tenebre, un’alga Che chiama nell’onda, scintillio nel fango – Il buio fuoco gli scorre nel sangue; Eterno e immortale, cieco e immoto, L’intricato impulso compie la propria volontà; Il suo avviluppato mondo retrocede; e lui, Senza provvidenza o memoria, Inconsapevole e dall’istinto mosso, Svanisce in qualche umido paradiso. O mondo delle labbra, O mondo del sorriso, Dove svelta è la speranza e il pensiero la rincorre, O luci nella notte chiara, o pianti Che alla deriva spingono le onde e tenui Si levano alle stelle che luccicano in alto, Voi conoscete le mani, gli occhi dell’amore! La lotta delle membra, l’abbraccio cieco, La distanza infinita, e il canto Nel soffio del vento, una fiammata di suono, Il fulgore, i fiori, e la vastità vicina All’orizzonte, e le altezze sovrastanti – Voi conoscete la vista, il canto dell’amore! Ma là la notte è impenetrabile, e L’oscurità è fredda, strana e spoglia; Senza mormorii gli abissi segreti; E sola delizia è il ritmo; E vi è gioia nel sussulto della corrente, Le cui dita intrecciate battono e scivolano Nello sconcerto di armonie udite e Appena sfiorate; la musica è Lo stupendo pulsare del sangue, Lo spazio non esiste più, sotto il fango; La sua felicità è più antica del sole. Silenziose e piane scorrono le acque. Le luci, le grida, le alghe scure E la corrente cupa sono tutt’uno con lui. Monaco, marzo 1911 Dining-Room Tea When you were there, and you, and you, Happiness crowned the night; I too, Laughing and looking, one of all, I watched the quivering lamplight fall On plate and flowers and pouring tea And cup and cloth; and they and we Flung all the dancing moments by With jest and glitter. Lip and eye Flashed on the glory, shone and cried, Improvident, unmemoried; And fitfully and like a flame The light of laughter went and came. Proud in their careless transience moved The changing faces that I loved. Till suddenly, and other whence, I looked upon your innocence. For lifted clear and still and strange From the dark woven flow of change Under a vast and starless sky I saw the immortal moment lie. One instant I, an instant, knew As God knows all. And it and you I, above Time, oh, blind! could see In witless immortality. I saw the marble cup; the tea, Hung on the air, an amber stream; I saw the fire’s unglittering gleam, The painted flame, the frozen smoke. No more the flooding lamplight broke On flying eyes and lips and hair; But lay, but slept unbroken there, On stiller flesh, and body breathless, And lips and laughter stayed and deathless, And words on which no silence grew. Light was more alive than you. For suddenly, and otherwhence, I looked on your magnificence. I saw the stillness and the light, And you, august, immortal, white, Holy and strange; and every glint Posture and jest and thought and tint Freed from the mask of transiency, Triumphant in eternity, Immote, immortal. Dazed at length Human eyes grew, mortal strength Wearied; and Time began to creep. Change closed about me like a sleep. Light glinted on the eyes I loved. The cup was filled. The bodies moved. The drifting petal came to ground. The laughter chimed its perfect round. The broken syllable was ended. And I, so certain and so friended, How could I cloud, or how distress, The heaven of your unconsciousness? Or shake at Time’s sufficient spell, Stammering of lights unutterable? The eternal holiness of you, The timeless end, you never knew, The peace that lay, the light that shone. You never knew that I had gone A million miles away, and stayed A million years. The laughter played Unbroken round me; and the jest Flashed on. And we that knew the best Down wonderful hours grew happier yet. I sang at heart, and talked, and eat, And lived from laugh to laugh, I too, When you were there, and you, and you. Tè in salotto Quando tu eri lì, e tu, e anche tu, La felicità coronava la notte; anch’io, Che sorridevo e guardavo nel gruppo, Ho visto la luce della lampada tremare e cadere Sul piatto, i fiori e il tè versato, La tazza e la tovaglia; e insieme Abbiamo lanciato in aria la danza degli istanti Tra scherzi e luccichii. Nel fulgore Balenavano labbra brillanti e occhi commossi, Incuranti, immemori; E a sprazzi come una fiamma La luce dei sorrisi andava e veniva. Fieri nella loro beata caducità si muovevano I volti fragili che amavo. Finché all’improvviso, e come altrove, Ho riflettuto sulla tua innocenza. E chiaro, immobile e remoto Alto sul buio e variegato flusso del mutamento, Sotto il cielo vasto e senza stelle Ho visto stendermisi davanti l’attimo immortale. In un istante, un istante reso io stesso, ho saputo Ogni cosa come Dio. E questo e te Al di sopra del Tempo, oh, cieco! Ho visto Da imperturbabile immortalità. Ho visto la tazza d’alabastro; il tè, Flusso ambrato, sospeso in aria; Ho visto il bagliore del fuoco, La fiamma dipinta, il fumo congelato. Non più la luce del lampadario cadeva Su occhi, labbra e capelli che si muovevano; Ma ferma, lì, dormiva inviolata Su carne ferma, corpi senza respiro, E labbra e sorrisi fissi e immutabili, E parole su cui non sarebbe cresciuto il silenzio. La luce era più viva di te. Perché all’improvviso, e come altrove, Ho guardato la tua meravigliosa bellezza. Ho visto l’immobilità e la luce, E te, maestosa, immortale, chiara, Nella tua sacra lontananza; e ogni bagliore Aspetto e scherzo, pensiero e tinta Liberati dalla maschera della fuggevolezza, Trionfanti nell’eternità, Immoti, immortali. Attoniti infine Si sono fatti gli occhi umani, più debole La forza mortale; e il Tempo ha ricominciato a strisciare. Il mutamento si è chiuso su di me come sonno. La luce brillava di nuovo sugli occhi che amavo. La tazza era colma. I corpi si muovevano. Il petalo alla deriva aveva toccato terra. La risata risuonava nella sua voluta perfetta. La sillaba spezzata era conclusa. E, nella sicurezza della mia amicizia, Come potrei confondere o rattristare Il paradiso della tua inconsapevolezza? O agitarmi all’incantesimo del Tempo, Balbettio di luci ineffabili? La tua sacra eternità, La fine senza tempo, che mai hai conosciuto, E il regno della pace, lo splendore della luce. Non hai mai saputo che mi ero spinto Lontano mille miglia, e vi ero rimasto Un milione di anni. L’eco delle risate Continuava intorno a me; e lo sfolgorare Degli scherzi. E noi, che già avevamo il meglio, In ore meravigliose siamo stati ancora più felici. Ho cantato di cuore, parlato e mangiato, E vissuto di sorriso in sorriso, anch’io, Quando tu eri lì, e tu, e anche tu. Clouds Down the blue night the unending columns press In noiseless tumult, break and wave and flow, Now tread the far South, or lift rounds of snow Up to the white moon’s hidden loveliness. Some pause in their grave wandering comradeless, And turn with profound gesture vague and slow, As who would pray good for the world, but know Their benediction empty as they bless. They say that the Dead die not, but remain Near to the rich heirs of their grief and mirth. I think they ride the calm mid-heaven, as these, In wise majestic melancholy train, And watch the moon, and the still-raging seas, And men, coming and going on the earth. The Pacific, October 1913 Nuvole Nella notte blu le loro schiere infinite premono In silenzioso tumulto per pause, onde e flutti, Ora percorrono l’estremo sud, ora alzano cerchi di neve Fino alla bellezza nascosta della bianca luna. Alcune si fermano nella loro tomba e vagano senza compagne, Poi si volgono con gesto profondo, vago e lento, Come a invocare il bene per questo mondo, Benedizione che scompare in quello stesso istante. Dicono che i Morti non muoiano, ma restino Presso i ricchi eredi del loro dolore e della loro allegria. Penso cavalchino la calma del cielo, come loro, In malinconica processione di solennità e saggezza, E guardino la luna e i mari ancora in tempesta E gli uomini, che vanno e vengono sulla terra. Il Pacifico, ottobre 1913 Traduzione di Paola Tonussi In copertina: Rupert Brooke ritratto da Sherrill Schell, 1913 L'articolo “Stanco dell’immensità”. Rupert Brooke o dell’intollerabile splendore del genio proviene da Pangea.
November 29, 2025 / Pangea
“Mi nutro del nettare della vita”. Rupert Brooke e il genio della giovinezza
Rugby, dicembre 1905. Nella cappella della scuola locale, due ragazzi si scrutano da lontano, in ginocchio sui banchi in posizione di preghiera. Gli occhi, trepidi, seguono il luccichio delle candele, al ritmo dei salmi e degli inni. Dalle ombre basse delle navate, sguardi di attesa e stupore si incrociano per un istante, poi fuggono al primo brivido, tornando in orbita come magneti. I loro nomi, da adulti, sarebbero diventati leggenda, ricordati come assoluti protagonisti del mondo della cultura di inizio Novecento: erano Rupert Brooke e Michael Sadleir. Da un lato, l’Adone anglosassone immortalato da Leonard Woolf, e non solo “il ragazzo più bello d’Inghilterra” – a detta di W. B. Yeats – ma anche lo scrittore georgiano annoverato fra i più amati war poets; dall’altro, un’autorità nella storia della critica vittoriana, magnifico esperto di Trollope e appassionato bibliofilo. Della fama nazionale del primo testimonia, com’è noto, la lapide in ardesia posta nel Poets’ Corner a Westminster; del compagno (distintosi per aggiunta di una lettera dal padre Michael Sadler, eminente educatore) vanno quantomeno citati i romanzi di successo Fanny by Gaslight (1940) e Forlorn Sunset (1947), ambientati nei bassifondi della capitale, oltre alla sterminata collezione di volumi ottocenteschi raccolti nella sua biblioteca, ancora un punto di riferimento negli studi vittoriani.  Rupert Brooke fotografato da George Augustus Dean Jr, Rugby, 1905 Studenti nella scuola privata della cittadina del Warwickshire, nota dalla metà del secolo precedente come il “tempio della mente e del corpo” di Thomas Arnold e campo di formazione tout court dei più dotati figli dell’Impero, Brooke e Sadler divennero ben presto amici affiatati, formando un branco inseparabile insieme ad altri Rugbeians: Hugh Russell- Smith e Geoffrey Keynes (fratello dell’economista Maynard). Le loro attività preferite comprendevano cricket, riunioni di gruppo e letture raffinate. Il legame più intimo che univa Rupert e Michael era nato nei primi giorni del 1906 e sin dall’inizio lasciò trasparire un’amicizia esclusiva. Tutto cominciò quando Sadler chiese al fotografo G. A. Dean di acquistare uno scatto dello studente più attraente di School Field stampato sull’annuario scolastico qualche mese prima. Messo a conoscenza degli eventi dallo stesso Dean, la star della scuola – atleta provetto e precoce talento letterario già insignito di premi e riconoscimenti – esibì un’ansiosa curiosità verso la faccenda, sentendosi al centro di un piccolo scandalo privato. Si trattenne comunque dall’esternare la sorpresa per non sollevare commenti inopportuni, guardando con sospetto le mosse dell’ammiratore segreto, venuto timidamente allo scoperto, e interrogandosi sulle sue reali intenzioni.  Il resoconto dell’accaduto è in una lettera all’amico Keynes, dove Brooke tratteggia una sognante descrizione del giovane: > “Un tipo dall’aspetto di un dio greco, il volto di Giacinto, la bocca di > Antinoo, occhi come il tramonto, un sorriso d’aurora… Sadler. Sembra che il > folle mi adori a una pallida distanza.” Da quel momento in poi gli incontri si fecero sempre più frequenti, nettamente più calorosi dei sorrisi furtivi scambiati in fugaci incontri per strada e in cappella, durati appena il tempo di un’affannosa corsa sui campi da gioco. Appartenendo a due Case distinte, nell’ambiente serrato dal ritmo delle lezioni, era infatti molto difficile – o quasi raro – interagire con studenti distanti dalla propria divisione, se non durante le attività sportive, in occasione degli eventi ufficiali e nelle ore di ricreazione. In ogni momento erano tenuti sotto il controllo dei tutori, dietro l’occhio vigile degli insegnanti e dei prefetti, anche in una posizione privilegiata come quella di Brooke, figlio del maestro a capo della sua stessa Casa d’appartenenza.  Da parte sua, lo studente modello chiese a Sadler di ricambiarlo con una fotografia, ottenuta senza troppe remore, seguitando l’azzardo osato dal più coraggioso. Durante il loro ultimo anno a Rugby, i due compagni presero dunque contatti più stretti e coltivarono un affettuoso scambio epistolare che raggiunse intensi toni malinconici e candide venature romantiche. Sempre a Keynes, Rupert attestava la paura che una simile intesa potesse finire come ogni altra cosa bella e insieme rimpiangeva la gioia avvertita nell’istante al tempo rubato: > “Un giorno forse saremo vecchi e saggi, e dimenticheremo. Ma adesso siamo > giovani e lui è bellissimo. Ed è primavera. Anche se fosse soltanto una > commedia romantica, una fantasia, che importa? La Giovinezza è più strana > della fantasia… Al momento lui – l’adorabile, cinto di rose – è a Roma, mentre > io ricevo pallide e tenere lettere ogniqualvolta gli Dèi o le poste italiane > lo permettono.” L’adorazione aveva ormai superato il limite di pruderie concesso all’epoca in qualsiasi legame tra coetanei maschi, con eccessi di tormento giovanile per la distanza lancinante capace di sprofondarlo nell’abisso della solitudine, a tratti colmato dall’esaltazione estatica provata in presenza dell’amico del cuore. Ricusava, d’altro canto, i segni di un rapporto impossibile, negato nella sua stessa essenza, spinto al confine dell’idillio romantico e mai veramente compreso fino in fondo: un groviglio di emozioni contrastanti, assecondate fuori ogni logica al risveglio dei sensi liberamente tesi sulla corda dell’amicizia. Michael Sadleir (Oxford, 1888 – Londra, 1957) Da fervido alunno di Rugby, Rupert Brooke non era estraneo ai clichés scolastici e alle esperienze di molti conterranei del suo status. Per l’abitudine contratta dalla vita di gruppo all’insegna dello spirito di camaraderie, la segregazione nella fratria della scuola a frequenza esclusivamente maschile e il bisogno d’affetto che ad essa si accompagnava sul piano individuale, il mondo delle public schools inglesi ospitava e alimentava una forte componente di tendenza omoerotica, in cui pure influiva l’allontanamento dall’altro sesso durante un delicato momento della crescita. Numerose sono infatti le testimonianze di intimi rapporti tra giovani convittori, designati per la loro estensione nazionale come «amicizie romantiche degli inglesi» – secondo il satirico Evelyn Waugh (Brideshead Revisited, 1945) – e simili a quelle «amicizie particolari» osannate come le più perfette da Roger Peyrefitte in terra francese. Immerse nel sogno di giovinezza dimentico dell’idea di un futuro ben diverso, in larga misura fondamentalmente etero-normato, alcune amicizie maschili potevano perlomeno assolvere altri ruoli possibili nella richiesta di calore e di un tenero riparo dal mondo esterno, proveniente dal legame fraterno con un ami de tout o offerto dal migliore bosom friend, ed essere quindi “permesse”, talvolta finanche incoraggiate, purché – s’intende – non durassero troppo a lungo. Va da sé che alcune di queste venivano percepite come primordi di vere e proprie relazioni sentimentali, quindi osteggiate, finite in preda alla sanzione del pervicace stigma morale, oggetto di punizioni corporali, espulsioni per scandali messi immediatamente a tacere, o addirittura concluse in tragedia come estrema conseguenza di complici patti suicidi orditi dai rispettivi sodali. Un sottomondo omosociale naturalmente esisteva dietro le porte strette delle aule e dentro le barricate claustrali di quegli antichi collegi – chiamati in inglese boarding schools – in maniera analoga, seppure più rigidamente consolidata, rispetto agli istituti sparsi sul continente. Nascondendosi nelle cucce dei dormitori e nelle cosiddette “camerate”, l’oltraggio alla regola era da aspettarsi sia tra gli allievi che tra i membri del corpo insegnante, e il più delle volte da violenti contatti forzati tra i due fronti. Dichiarati punitori della corruzione del corpo e dell’animo infantile, fra gli attenti tutori non mancavano casti custodi della lezione dei classici ed eletti continuatori dell’arte paideutica, in mezzo ai quali si celavano rapaci “pederasti” trafilati nel dominio dell’amore greco – ossia «l’indicibile vizio dei greci» aggirato da E. M. Forster in Maurice (1914 – pubbl. 1971) e condannato ancora a crimine contro natura nell’Inghilterra edoardiana – che nel mondo chiuso della scuola ravvivava l’antica fiamma in nome dell’immacolato amore per i ragazzi. Della sotterranea etica omoerotica alla base dell’educazione standard dei giovani inglesi, non sempre amorevole e lieta, Brooke era di fatto consapevole, pur dipingendo la scuola come il suo personale Olimpo: > “Finalmente ho capito dove sono finiti gli Dèi greci al giorno d’oggi. Si > possono trovare nelle scuole private. Li vedo di continuo, immersi nel sole a > primavera, velatamente camuffati, dai lombi morbidi e gli occhi vivi, mentre > corrono sull’erba, giovani e belli. L’Olimpo è qui e ora. Mi nutro del nettare > della vita, dalle mani di Ganimede, e in mezzo ai miei giovani Dèi ignari > adesso ti scrivo estasiato.” Avrebbe invece parodiato senza soggezione il vorticoso regime scolastico, avvertendo in esso qualcosa di paradossale: un silenzio gravido di colpe che racchiudeva rischi nefasti ammessi dai suoi stessi giudici obiettori. Preoccupato di ricoprire, anni dopo, il posto di sostituto del padre appena deceduto e così ripiombare nella vecchia scuola, questa volta in veste di insegnante (quando fu perfino obbligato a fustigare un ragazzino colpevole, finendo lui stesso in lacrime), riporterà in tono ironico e beffardo a James Strachey, il confidente di sempre ed ex compagno di studi nella scuola preparatoria di Hillbrow: “Questo mi renderà un bravo maestro di prep-school? Mi farà tornare forse all’antica e ortodossa pratica della pederastia?” Convinto della sua purezza di cuore, per preservare le sue emozioni dall’ingiusto bollo di indecenza, il poeta in erba aveva scelto per il suo amico adorato l’appellativo di “Antinoo”. Entrato in possesso di una stampa dell’antico prototipo, conservava la fotografia della sua reincarnazione, lontano da occhi indiscreti, all’interno del suo armadio. Per trasfigurare il compagno in panni greci, come solo si poteva nello spazio immortale della lirica, proprio a Sadler dedicò un inno votato al tragico bitinio, dopo aver letto tutto d’un fiato e in segreto la struggente epistola De Profundis di Oscar Wilde, fra le opere degli idoli decadenti alle cui fonti il neofita si abbeverava negli anni di formazione. Il testo della poesia non ci è pervenuto, almeno integralmente, ne resta però un frammento ritrovato nei suoi quaderni giovanili, che detta nella chiusa: «Meglio che tu [Antinoo] rimanga sempre al nostro fianco». Una pletora di materiali inediti è tenuta, tra l’altro, ancora sotto chiave nei cassetti degli archivi universitari del King’s College Cambridge e nei meandri di fondi privati. Finito in mezzo a svariati componimenti, fogli d’appunti sparsi, diari segreti e numerosissime lettere, comprendenti gli stessi scambi con Michael, il manoscritto andò disperso alla morte dell’autore, probabilmente bruciato per mano di Geoffrey Keynes. Zelante erede testamentario del Brooke Trustee, l’amico premuroso assunse il ruolo di più accanito difensore delle sue carte, preferendo occultare la presenza di materiale ritenuto altamente compromettente circa la sessualità del nobile poeta-eroe, appena scomparso in Grecia, per non macchiarne la reputazione creata, dal lato pubblico, sull’onda della canonizzazione postuma. Solamente a partire dagli anni Ottanta, importanti rivelazioni sui legami maschili della fase Rugby di Brooke sono venute alla luce dallo spoglio capillare dei suoi epistolari, da qui svelate nelle più accreditate biografie. Le amicizie romantiche di quegli anni sono nutrite di tenerezza e pulsioni ludiche, condivise con l’affascinante Charles Lascelles e il più giovane Denham Russell-Smith. Con quest’ultimo, una notte d’autunno del 1909, il ragazzo ancora immaturo avrebbe compiuto il decisivo passo iniziatico durante una leggera «Danza delle lenzuola» nella libertà della sua casa di campagna a Grantchester. Il racconto sincopato e catartico di quella esperienza irripetibile si può leggere in una lunga confessione indirizzata per lettera a James Strachey, datata al luglio 1912, nel carteggio tra i due (Friends and Apostles: The Correspondence of Rupert Brooke and James Strachey, 1905-1914, a cura di Keith Hale, 1998). Ma se la liaison con il fidato Denham bastò come attardato rito di passaggio e di transizione al mondo adulto, dopo aver ripetuto a suo modo – al di fuori della cappa scolastica – i vecchi e imprescindibili codici che giustificavano una tale passione, l’affetto per Sadler sarebbe rimasto soffocato negli abissi del tempo, relegato al ricordo di una forma d’amore puro e inviolato. Amici e Apostoli. Le lettere di Rupert Brooke e James Strachey Queste relazioni maschili si limitano, tuttavia, alla sola fase giovanile degli anni di scuola, inquadrate nell’ottica di un preciso sistema socio-culturale permeato dal tipo di educazione d’impronta public school, perfettamente riconoscibile nell’Inghilterra del tempo, con tutte le coercizioni etiche che comportava, insieme alla messe di sentimenti inespressi dai giovani camerati. Diverso è il caso delle amicizie intellettuali formate nei circoli a stampo omoerotico di Cambridge, dove la tradizione classica continuava entro gruppi elitari e confraternite segrete animate da cori autonomi, come i discepoli Neo-platonici radunati attorno a G. M. Moore (il celebre filosofo autore dei Principia Ethica) e Goldsworthy Lowes Dickinson (A Modern Symposium; A Greek view of Life), o con le dolci attrazioni di George Mallory (maestro nella sontuosa Charterhouse e primo scalatore dell’Everest), del matematico Harry Norton e le file di ragazzi che il bellissimo studente del King’s attirava di continuo con la sua avvenenza fuori dal comune. Eppure, per quanto se ne sappia, il Brooke maturo non ebbe mai più il desiderio – per tacere dell’unica avventura di Grantchester – di riportare quegli amori proibiti alla luce della fase adulta. Il passato restava immerso in una crisalide dorata e il suo ricordo rimaneva intatto nei versi, dove i compagni vengono proiettati nell’etere poetico in visioni di arcangeli e dèi pagani dipinti come «angeli adoranti» o «impassibili immortali» (In Examination, 1908). Sebbene la cultura omosessuale abbia cercato ostinatamente di appropriarsi della sua icona, sollevandolo a corifeo di un movimento di liberazione ante litteram e accomunandolo ai più radicali Bloomsburiani come alle embrionali discussioni intorno all’amore al maschile di Uraniani e Apostoli, Brooke sfugge ancora una volta a ogni possibile definizione, superando fragili etichette, categorie marcate e tendenze che non condivideva del tutto e in cui non si lascia incasellare per sua natura. Com’è riuscito in vita a partecipare ad ogni occasione di scambio intellettuale coi suoi contemporanei e ad oltrepassare ogni cerchia racchiusa in un sistema univoco di pensiero e di condotta, conservando sempre il suo spirito, la sua assoluta individualità e la forte abilità mimetica, egli resta – in tutti i suoi aspetti, dubbi e conflitti irrisolti – una creatura umana dal profilo del camaleonte, capace di essere – a suo dire – «una cosa diversa con ognuno»: un outsidernascosto dietro il membro dell’élite calato nel pieno del sistema. La sua raison d’être risiede invero nel porsi al limite di tutte le contraddizioni, accettando di volta in volta le mute naturali e le diverse maschere, giocando con esse in posa tipicamente byroniana, consapevole della propria unicità. Rifiutando ogni ruolo imposto dall’esterno e facendo sentire la sua posizione di taglio netto, comprensibile in parte per la cornice storica in cui s’iscrive e per via delle sue complesse inclinazioni personali, in una nota privata su “Shakespeare e il Puritanesimo” richiamava la natura anfibia di altri personaggi di genio: > “La verità è che certi grandi uomini sono sia sodomiti sia dongiovanni: > Shakespeare, Michelangelo, e via dicendo. La pura sodomia è soltanto un dolce > vezzo dei giovani […] Questa è la regola generale…” Prima di trovare sé stesso, la propria forza poetica e voce d’artista sotto le guglie di Cambridge, Rupert Brooke era stato davvero felice soltanto nella casa-scuola di Rugby, dove incarnava l’enfant roi immerso in un’aura di spensieratezza respirata a pieni polmoni, a cui invano avrebbe cercato di fare ritorno dopo i vent’anni, rifugiandosi in un immaginario di fanciullezza eterna e fantasticherie fiabesche à la Peter Pan: la sua ossessione fuori e dentro le sale di teatro solcate innumerevoli volte. Mai più ci sarebbe stata per lui una simile innocenza, un giardino delle delizie aperto a tutti i suoi sogni ad occhi aperti. > “Sono stato felice a Rugby più di quanto riesca a trovare parole per > esprimerlo. Se ripenso a quei cinque anni, ogni ora mi appare dorata e > raggiante, sempre più carica in bellezza man mano che me ne rendessi conto. > Non riuscirei e non riesco a sperare, né a immaginare, così tanta felicità > altrove.” Terminato il puerile gioco con Sadler e dovendo adesso rinunciare all’«oro del Paradiso di Rugby» da cui si sentiva bandito, l’allontanamento dalle amicizie sorte tra i banchi di scuola si sommava alle perdite di quegli anni che gli risuonavano come la caduta delle illusioni della prima giovinezza. Il dolore per l’assenza e la separazione dagli amici – per primi Charles e Michael – contribuì al senso di sperdimento emotivo reso più acuto dalla notizia della loro partenza per l’altra prestigiosa università. “Sono fatto per Oxford”, dichiarerà Rupert alla fine dell’estate. Ciononostante, il suo cammino era tracciato per Cambridge, dov’è era diretto in ottobre al college frequentato dalle cime della famiglia.  Avviluppato nell’importante passaggio tra due mondi, non era pronto a lasciarsi alle spalle ciò che di più bello e puro aveva conosciuto e amato lì a Rugby. Ormai tutto faceva parte del passato e del tempo trascorso con gli amici non rimaneva che un tumulo di ricordi pronto a sommergerlo di tristezza, ma a questi si aggrappava nei momenti di sconforto con un angoscioso rimorso per quello che non era stato, intervallato dalla nostalgia per la felicità dei giorni di scuola. Era il patto unico che aveva stretto con loro a rimanere, a consumarlo nella memoria, a spingere ardore e desiderio nelle sue vene, offrendogli sollievo quando più si sentiva solo nelle lunghe e fredde notti insonni, tormentato dai fantasmi. Questa ondata di malinconia cedette presto il passo all’arida consapevolezza che quegli istanti e tutti loro erano andati via per sempre, prendendo ciascuno la propria strada, e neppure l’attesa più fedele avrebbe colmato il vuoto dell’assenza che avvertiva dentro di sé, a scavargli il cuore. Scomparsi uno ad uno come spettri, tramutati in strane ombre nel ricordo, per tutta la vita li avrebbe portati nei suoi sogni di innocenza. Come se non bastasse, la realizzazione precoce che il meglio della giovinezza fosse svanito fra le sue «ore dorate» (Second Best, 1908) lo dilaniava con terribile sconcerto, portandolo a descriversi nei periodi più bui come un ragazzo dal cuore spezzato o “un pallido fantasma che ha vissuto un tempo e ora può solamente sognare”. Messi da parte i propri dolori, i due vecchi amici di Rugby ebbero l’occasione di ritessere i rapporti negli anni a venire, riprendendo a scriversi con disinvoltura e frequentando comuni circoli intellettuali nella Londra d’anteguerra. Mentre Brooke vedeva pubblicati i suoi primi Poems (1911) e parallelamente eccelleva nella vita accademica, concentrato nella sua tesi su Webster (John Webster and the Elizabethan Drama, 1916), il geniale Sadleir sfrecciava come una saetta sul trampolino di lancio di una brillante carriera letteraria, cominciando la collaborazione con gli uffici della rinomata casa editrice Constable, di cui prese le redini a soli ventiquattro anni. Interessati non solo alle materie letterarie, entrambi aderirono con entusiasmo al progetto promosso da John Middleton Murry (marito di Katherine Mansfield) nella rivista d’avanguardia Rhythm, impegnandosi su più fronti nella ricezione delle opere di artisti moderni come Vasilij Kandinskij: da Cambridge, Brooke informò il lontano pittore russo del suo successo in Inghilterra, mentre Sadleir tradusse per lui il saggio Concerning the Spiritual in Art (1912) sulle «vibrazioni dell’anima» in pittura. Assieme parteciparono alle mostre più importanti dell’epoca, tra cui l’oscena retrospettiva post-impressionista del 1910, organizzata da Roger Fry alle Grafton Galleries (e recensita da Brooke sul Cambridge Magazine), che cambiò il volto dell’arte moderna scuotendo gli occhi scettici degli inglesi con un duro colpo. Al termine dell’inverno 1913, nel pubblico finemente selezionato per la lettura della prima e unica opera teatrale del poeta-drammaturgo, la sua tetra Lithuania (pubblicata postuma; tr. Nora Menascé, 2004), siederà fra i vari ospiti accorsi ad ascoltarlo nelle sue stanze – il musicista Denis Browne e il pittore Duncan Grant, dietro Sir Edward Marsh e George Mallory – anche il cresciuto Antinoo in prima fila. New Paths: Verse, Prose, Pictures (1918), a cura di Michael Sadleir Infine, dopo la scomparsa in guerra del giovane volontario nell’aprile 1915, devastato dalla sua perdita, Sadleir stese di suo pugno un “In Memoriam” per l’ammirato poeta, circolante per qualche tempo su un periodico indiano (di cui purtroppo si è perduta ogni traccia) e accluso da lui in una tenera lettera di condoglianze alla madre, Mrs. Brooke o, per gli amici, la “Rani”. D’altra parte, il vecchio compagno di scuola, ormai famoso collezionista, editore e dichiarato pacifista (assunto finanche al ruolo di delegato britannico al tavolo della Conferenza di Parigi), tenne fede al compito di curare, sotto la sua firma e quella di Cyril W. Beaumont, una maestosa raccolta che avrebbe riunito le opere scelte fra i più influenti poeti, scrittori e artisti della modernità. New Paths: Verse, Prose, Pictures 1917-1918 nasceva nel ’18 da un formidabile elenco di personalità di spicco nel panorama artistico britannico: piume del calibro di Harold Monro, Aldous Huxley e D. H. Lawrence, miste ai pennelli di Augustus John, Walter Sickert, Mark Gertler e altri talenti pronti a bussare alle porte del nuovo secolo, sempre ricordando il nome di coloro che avevano speso la vita in difesa dell’arte prima di sacrificarla per amore della patria, i quali certamente si sarebbero aggiunti agli ultimi «pionieri lungo nuove rotte in campo di arti e letteratura». La prima pagina del volume riporta, in doveroso tributo, l’iscrizione dedicata «Alla memoria di Rupert Brooke». Pierluigi Piscopo In copertina: Rupert Brooke (1887-1915) *La scelta e la traduzione degli estratti dalle lettere sono di Pierluigi Piscopo L'articolo “Mi nutro del nettare della vita”. Rupert Brooke e il genio della giovinezza proviene da Pangea.
March 20, 2025 / Pangea