“Assenza assoluta, di tutto”. Storia dolorosa di Filottete, il Giobbe della tragedia greca

Pangea - Monday, January 19, 2026

Tra i personaggi della tragedia greca, Filottete è il solo a possedere un carisma ‘biblico’. Egli è “l’uomo dei dolori” – “l’uomo che ha provato la miseria” è scritto nelle Lamentazioni – dall’incomparabile pena, fratturato da ferita cronica che contorce, che lo estirpa dal convivere coi simili. Inselvatichito, abbandonato, privo di amici, Filottete è personaggio anti-greco. Non lui ha scelto l’esilio nell’isola, l’isolamento totale – come Eraclito, per dire, che s’infittisce tra i boschi per sovrappiù di sapienza: anela a incenerire il logos in bramito, in bramosia di belva –; è la pena a contrapporlo al resto dei vivi: 

“Sono un uomo, io, devastato, solo, vuoto, non ho più nessuno”. 

Filottete sperimenta il niente, il nulla; più volte dice di essere “zero”. Filottete: l’uomo azzerato, l’uomo azzannato. Filottete non è più bocca ma orcio, non è più persona ma eco, ecografia del maledetto male. È il più nudo personaggio della tragedia greca, quello che prova “assenza assoluta, di tutto” – siamo nell’altro lato dell’uomo, nell’uomo tutto-carne, nell’uomo-Munch, rapinato dall’urlo.

Alcuni passi di Filottete, per vertigine di ferocia, ricordano il libro biblico di Qoelet, stessa furia morale, stessa regalità da integerrimo polemista. Così, ad esempio, sul topos degli scellerati che dominano il mondo mentre i giusti affondano: 

“Non c’è fine mai per la bassezza. Li cullano, i Potenti, quelli. Spregiudicati, gente rotta a tutto, pare sia festa per gli dèi sottrarli al buio, giù dove affondano sempre giustizia e probità. Che fondamento dare e ciò? Accetto tutto?”

La meno teatrale delle opere di Sofocle – azione ridotta a fazzoletto – si focalizza tutta su Filottete, il Giobbe della tragedia greca. Tutta si concentra su quella ferita immedicabile, orrenda a dirsi, sull’odore nauseabondo che emana. Come Giobbe annienta con ferocia retorica i propri interlocutori, così Filottete – in un testo saturo di dèi, indifesi, dedotti da un trigono di presagi fallaci –, nell’oro dell’ira, distribuisce improperi, svetta nell’invettiva. Da quel cumulo di ipocriti semi-dèi – tra cui spicca Odisseo, mai così crudele, nerboruto in ingegno, savio nelle più pervicaci e atroci scaltrezze – il macilento eroe pretende a sé Neottolemo, erede di Achille, genia da speciale la sua, che ha ancoraggi nel dubbio. Amletico Neottolemo, stretto da sdoppiata promessa, slogato tra compromissione e compassione. Soltanto lui, il ragazzo, può sconfiggere l’assurdità del male con l’“assurda compassione”, elevandosi dal baratro della vergogna e dal regno della gloria da cui il mondo greco non offre scampo. Da lì, a maleficio ammaliato, la rotta verso Troia, la Sion degli Achei, a far giuste stragi, vendemmia d’urla, teologhema che dardeggia. 

Filottete va letto in sinossi con il Fedone: è la tragedia, questa, della carne – della carne dolente, putrefatta, impura – della carne-tutto, del nient’altro che il corpo. Paradigmatico memento mori, testo d’insondabile impazienza: non c’è traccia d’anima, qui; la mente? è niente, bisbiglio di freccia che allenta l’arco dal suo essere arco, che porta l’arco a farsi nube, cavallo, cielo. 

In Giobbe l’assurdità del male, totale, è viatico alla rivelazione divina; anche la ferita di Filottete è simbolo, stimmate, scaturigine di sapienza – d’altronde, è una serpe ad avergliela inferta, l’animale che presiede i vaticini e i farmaci. “Disumana, e sacra” è detta la ferita di Filottete – ‘mostruoso’, sempre, è l’eletto. Infine, in apparati divini, apparirà Eracle, a sedare le scellerate scelte. 

Nel Testamento di Giobbe – redatto nel I secolo dopo Cristo, dichiarato apocrifo da papa Gelasio nel 496 – un ristabilito Giobbe offre alti doni alle figlie, di inaudita bellezza (“in tutta la terra non si trovarono donne così belle come le figlie di Giobbe”), Colomba, Cassia e Argentea. Colme di grazia, le ragazze intonano inni, “la loro bocca prese la lingua delle potenze, cantavano con le voci degli angeli”. Come parlano gli angeli? Come parla Dio? Le ferite di Giobbe – sorta di terribile alfabeto che ne macula il corpo – gli permettono di passare dall’urlo allo stupore, dal linguaggio di chi ha subito ingiustizia all’adorazione. In analogo andare, Filottete si smarca dal diabolico logos di Odisseo, dal filosofema rimeditato in stratagemma, dal dire in piena di trappole, pieno di frasi-labirinto – piuttosto, opta per i barbari borborigmi delle bestie. Tutto, ma non il logos che spodesta e disorienta (così dice Odisseo, forte in dote profetica: “Oggi so che nel mondo la lingua è potenza, non l’agire”): piuttosto, sibilo di spada, singulto di foglia. 

Oltre alla ferita, è l’arco a distinguere il carattere di Filottete. Nel testo biblico, l’arco è sotto l’aura di Ismaele, il figlio cacciato da Abramo che si fa cacciatore, “abitò nel deserto e divenne arciere” (Gn 21, 20). La parola ebraica per arciere, qashshath, viene usata nel Testo soltanto una volta, ad accerchiare Ismaele. Anche qui: destino di solitudine, fato sinistro, da stirpe in esilio (come l’Ishmael di Melville, che vagabondò negli azzurri deserti dell’oceano, reietto poiché redento). Eppure, il dio si rivela nei luoghi nudi, aurorali all’uomo. Intorno all’arco molto andrebbe detto: pare l’arcata di un tempio; ed è fin troppo chiaro che la freccia trasborda memoria di stilo, penna conficcata nel talamo/calamaio del corpo altrui, per redigere un inno col sangue. Non è un caso che l’arco sia chiave di volta nell’Odissea, il poema che narra le sorti dell’avversario di Filottete. 

Arco, architrave della stirpe: i figli vengono scagliati nel mondo come frecce. Bisogna avere buona mira per essere genitori. L’arco simula, a riposo, la forma della casa; altrimenti, va all’assalto. Anche a Ismaele è promessa una generazione vasta quanto le stelle nel cielo, benché altrove. Le stelle: chiodi che crocefiggono a un destino. 

Si potrebbe descrivere l’estro di una civiltà catalogandone le armi. La Bibbia, ad esempio, fonda il suo lignaggio su una fionda. L’arco è l’attributo di Apollo, il dio della profezia, delle parole-dardo che fanno scempio del corpo verbale del discorso. Filottete presiede l’assurdità del dolore, veglia l’arco, ma non ascende in sapienza. È lui stesso sapienza: sapersi volgere al selvaggio. 

Ambientata nella petrosa Lemno, stravolto luogo, disabitato, dislocato nel nessundove dell’immaginario, Filottete è una tragedia greca ‘beckettiana’. 

Resta da dire della traduzione. Ezio Savino, genio pungolato da micidiale precocità, licenzia Filottetepoco più che trentenne, nel 1981, per Garzanti, in un volume che accoglie anche Aiace, Elettra e Trachinie. Tre anni prima aveva pubblicato l’inarrivabile Orestea di Eschilo. 

C’è poco da dire, invero: Savino ha ‘creato’ – non ‘inventato’: quello è esercizio dei modesti mestatori di traduzioni – la voce dei tragici conferendo all’antico greco una contemporaneità da primo e ultimo giorno. Siamo alle falde del Sofocle di Hölderlin, da tutt’altra parte rispetto agli astrologismi dei filologi, alle accadiche chiose degli accademici. Leggendo, si sentono gli zoccoli impazziti delle prede, l’odore della ferita che matura in putrefatto mastio e l’afrore dell’ira; si sente il cuore capretto di Neottolemo; si vedono gli occhi pieni di serpi satrapi di Odisseo. 

“Mi struggo per lui! Al mondo
non c’è chi lo pensi: non ha su di sé
pupille sbarrate di cari. 
Doloroso, assolutamente solo
soffre bestiale soffrire
brancola, lotta con l’ostico assedio
della miseria. Chissà, chissà come fa
a reggere a fato nemico!”

Ma qui non si tratta di trascegliere alcuni passi particolarmente ‘poetici’, perché Savino ha creato un nuovo vocabolario per i tragici, un nuovo modo di svolgere la frase e di calibrare gli aggettivi. Il ritmo: barbarico e sublime insieme. Opera alchemica: Savino ha coagulato il linguaggio tragico per rifondarlo. 

Confortato da precedenti contrafforti critici – Pier Vincenzo Mengaldo che installa Giaime Pintor tra i Poeti italiani del Novecento, per le sue versioni da Rilke e da Trakl; Edoardo Sanguineti che, sublime crudeltà, ritiene i Lirici greci tradotti da Quasimodo “il suo più vero contributo originale alla poesia del nostro secolo” –, mi tocca ribadire l’ovvio. Ezio Savino è stato un poeta – e tra i più grandi. 

*Si riproduce per gentile concessione l’introduzione al “Filottete” di Sofocle nella versione di Ezio Savino riedita dalle Edizioni Ares

In copertina: uno schizzo di Henry Fuseli, 1785 ca.

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