Ottant’anni or sono, nello spietato inverno polacco del 1946, la giovane
dottoressa e ufficiale della sanità militare francese Madeleine Pauliac perdeva
la vita su una strada ghiacciata nel cuore della notte, in un presunto incidente
d’auto. Stava rientrando a Varsavia, da dove era stata smobilitata alla fine
dell’anno precedente al calare inesorabile della Cortina di ferro, che tagliò in
due l’Europa. Dopo uno strano Natale trascorso in famiglia nella sua
Villeneuve-sur-Lot, conteso tra l’utopia di una serenità ormai dimenticata e
ritrovata in tempo di pace e i focolai di orrore che la fine della guerra non
aveva spento, aveva scelto di tornare in Polonia.
Doveva portare a termine una missione. Non quella ufficiale, per cui era
arrivata (e in modo piuttosto rocambolesco) da Parigi a Varsavia passando per
Mosca, su un aereo che sorvolava scenari di desolante devastazione e a bordo di
un treno che attraversava sferragliando stazioni fantasma. Non la missione di
cui lei, una delle prime donne francesi a essere ammessa all’Ordine dei Medici e
a prendere parte alla Resistenza, era stata incaricata dall’allora generale de
Gaulle, a cominciare dalla gestione dell’Ospedale francese di Varsavia.
Si trattava bensì di una missione personale e segreta, di cui pochissimi erano
al corrente. Nei mesi precedenti, la notte, dopo interminabili ore di lavoro in
ospedale, si allontanava di nascosto, sola, e si inoltrava nel cuore della
foresta vicina per raggiungere le suore di un convento profanato dagli eserciti
di passaggio, tedesco prima e sovietico poi. Vittime di violenze indicibili, se
avessero denunciato gli orrori subiti sarebbero cadute vittima anche della gogna
pubblica del giudizio sociale e dell’anticlericalismo delle autorità
filosovietiche, che avrebbero chiuso il convento e le avrebbero consegnate a un
mondo cui non appartenevano più.
L’unica loro salvezza era Madeleine, medico, donna e straniera. Le avrebbe
aiutate ad affrontare la gravidanza e la maternità, e soprattutto quello che
sarebbe avvenuto dopo: avrebbe creato all’interno delle mura del convento un
orfanotrofio, che ospitasse anche i bambini resi orfani dalla guerra e
bilanciasse l’alto numero di neonati, che avrebbe potuto apparire sospetto. Una
perfetta via di uscita per permettere alle sorelle che avessero voluto crescere
i propri bambini di non doverli abbandonare, e a coloro che invece, per il
trauma o per l’incompatibilità della propria vocazione, non avessero potuto
tenerli con sé, di affidarli alle cure delle consorelle, prima che venissero
espatriati con l’aiuto sotterraneo della Croce Rossa polacca e americana.
Una storia straordinaria rimasta nascosta nelle pieghe del tempo e dei delicati
equilibri di potere, se non fosse che quella notte di Natale del 1945 Madeleine
non riuscì più a portare questo peso solo sulle proprie spalle senza scontrarsi
con l’incomprensione della sorella Anne-Marie di fronte alla propria volontà di
tornare in Polonia. Scelse quindi di condividere con lei questo fardello, che la
sorella custodì nel cuore fino al 2006, quando poco prima di morire decise di
affidarlo al figlio, Philippe Maynial, perché ne preservasse la memoria.
Da sempre operante nel mondo del cinema, Maynial è stato per diversi anni
responsabile dei diritti esteri per la casa di produzione Gaumont, ha ideato il
Premio Sopadin per la sceneggiatura ed è ora direttore generale di Babylone
Productions. Non stupisce quindi che abbia portato questa storia di famiglia sul
grande schermo, affinché raggiungesse una platea potenzialmente infinita e
facesse vibrare le corde che solo la narrazione sa toccare.
Dieci anni dopo nasceva così il film Les Innocentes, uscito nelle sale italiane
con il titolo Agnus Dei. Diretto da Anne Fontaine e candidato a quattro premi
César, è accompagnato da una colonna sonora di struggente delicatezza composta
da Max Richter, candidato agli ultimi Oscar per la colonna sonora di Hamnet,
altrettanto intensa nel suo essere “in punta di piedi”. Qui Madeleine è
Mathilde, una giovanissima dottoressa entrata a far parte della Croce Rossa
prima ancora di completare gli studi per dare il suo contributo alla Resistenza:
non è primario dell’Ospedale francese ma assistente di un medico (uomo), e non
ha quindi l’autorevolezza e il ruolo cruciale del personaggio storico a cui è
ispirata, il che rende agli occhi dello spettatore la sua missione ancora più
fuori scala.
La trama, necessariamente romanzata (al di là dei processi di adattamento da
storia a cinema, nessuno è a conoscenza di chi fossero le suore che furono
pazienti della dottoressa Pauliac), è uno strumento per fare emergere un aspetto
fondamentale della vera storia di Madeleine: aiuto reciproco, abnegazione,
sorellanza, oltre ogni ruolo, confine, partito o credo, sono l’ultimo baluardo
dell’umanità di fronte alle guerre a cui sembra che non sappiamo porre un freno,
oggi come allora. E così Mathilde, atea come Madeleine e qui fervente comunista,
e il suo primario (e amante), ebreo e quindi guardato con sospetto dalle suore
in quanto non battezzato, riusciranno a farsi accogliere da queste donne preda
del terrore per le violenze subite e di una regola che vietava loro persino di
lasciarsi visitare, e a vincere i propri pregiudizi. È la vittoria dell’umano e
della fratellanza.
Ma questa storia, che già avrebbe i toni dell’epica, è solo un capitolo di una
storia molto più ampia, che si snoda attraverso l’affresco della grande Storia.
Una storia al femminile e corale, perché Madeleine non era sola. Il suo coraggio
fu anche quello delle undici infermiere e autiste appena ventenni della Croce
Rossa francese, le ragazze del leggendario Squadrone blu (dal colore delle
uniformi donate dagli americani), inviate a Varsavia per aiutare Madeleine nella
missione di rimpatrio dei 300.000 soldati rimasti bloccati negli ospedali o nei
campi di prigionia, detenuti da Stalin. Insieme, porteranno a termine oltre 200
missioni e percorreranno circa 40.000 km sulle strade devastate di un mondo in
rovina, sfidando la minaccia sovietica.
Una storia che Philippe Maynial, con l’aiuto della moglie Barbara, è riuscito a
ricostruire attraverso lettere, diari, fotografie, testimonianze dirette delle
“Blu” e dei loro discendenti, viaggi e ricerche d’archivio, restituendoci un
vivace e commovente ritratto di dodici eroine dimenticate nel suo
libro Madeleine Pauliac. L’Insoumise, pubblicato nel 2017 in Francia da XO
Editions e rivisto e aggiornato per l’edizione statunitense del 2025 edita da
Rowman & Littlefield (Bloomsbury), da cui è tratta la traduzione italiana, che
ho avuto il privilegio di curare per le Edizioni Ares, Le ragazze dello
Squadrone blu. Madeleine Pauliac e le Crocerossine che sfidarono Stalin
(1945-1946) (maggio 2026).
E allo schermo questa storia è tornata, ora in versione completa, con il
documentario Les Filles de l’Escadron Bleu di Emmanuelle Nobécourt, di cui
Maynial è co-autore e co-produttore e al quale nel 2020 è stato assegnato il
Premio Historia, dedicato ai documentari storici. Una ricostruzione di rara
potenza, anche grazie alla “voce” diretta delle fotografie d’epoca e
dell’inchiostro di lettere e diari.
Il linguaggio visivo ha poi incontrato la pagina, e a gennaio, in vista dell’80°
anniversario di Madeleine, le avventure sue e delle “Blu” sono diventate anche
un graphic novel, L’Escadron bleu, 1945, a cura di Le Pon e Ollagnier,
dell’editore francese Dupuis.
E così, una storia che sembrava perduta continua a viaggiare tra forme narrative
e a ispirare lettori e spettatori, oltrepassando ogni confine come fecero le sue
protagoniste nelle loro missioni.
> «Mentre ero a Varsavia, qualche tempo fa, dalla finestra del mio albergo, nel
> grigiore del mattino, mi sembrò di scorgere Madeleine e le piccole Blu, mano
> nella mano. Quando mi capita di andare a Villeneuve-sur-Lot, non manco mai di
> salutare, con un peso sul cuore, il grande cedro centenario che si erge sulla
> strada verso il cimitero. In estate, tutt’intorno, crescono piccoli fiori
> blu».
>
> (Philippe Maynial)
Chiara Bianchi
*In copertina: Madeleine Pauliac (a sinistra) e alcune ragazze dello “Squadrone
blu”
L'articolo Le crocerossine che sfidarono Stalin. Una storia straordinaria e
terribile proviene da Pangea.
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Provo una discreta antipatia per i così detti «coccodrilli», ciò è a dire gli
articoli sguinzagliati all’indomani della morte d’una persona celebre. Essi sono
quasi sempre falsi rettorici sentimentaloidi e fintamente appassionati; sovente
servono per rimediare al lungo oblio in che il morto, quand’era vivo, era stato
abbandonato; per di più, come sa chiunque conosca un poco il mondo
dell’informazione, essi sono in moltissimi casi preconfezionati: nelle
redazioni, infatti, si apparecchiano in vista di una dipartita e li si surgela,
per poi decongelarli non appena un’agenzia di stampa o chi per essa diffonderà
la notizia di una morte eccellente.
Quando invece vengono confezionati all’ultimo minuto per un morto imprevisto o
trascurato, appaiono sgangherati e abborracciati, poiché composti di fretta e
con fonti inaffidabili e inverificate.
Insomma, il «coccodrillo» non è un genere nobile, anche se certamente ci sono
lodevoli eccezioni, pur rara avis.
Mi sto dunque contraddicendo con questo intervento? No, affatto; e per diverse
ragioni.
Anzitutto, ho dedicato a Vittorio Messori ben due articoli, ancòra in bozza, mai
però consegnati a questa rivista per faccende personali. La seconda ragione
spiega anche la precedente: partito da un’iniziale forte insofferenza per
Messori, dovuta a pregiudizio, sono trascorso alla stima grazie sopra tutto
a Scommessa sulla morte. La proposta cristiana: illusione o speranza?, uno dei
suoi libri più eloquenti delle sue notevoli capacità.
Messori è, per l’appunto, a mio bensì trascurabile ma non imponderato avviso,
uno dei pochi, pochissimi scrittori italiani, sia contemporanei sia dell’intiero
Novecento, meritevole a vario titolo d’esser letto e riletto.
Terzo movente: egli è, sebbene in maniera un poco dedalèa, legato a «Pangea» e a
una parte dei suoi lettori, giacché Davide Brullo fu amico di Cesare Cavalleri,
(col quale peraltro collaborai anch’io pubblicando diversi articoli per «Studi
Cattolici»), alla sua volta amico di Messori e dominus della casa editrice Ares,
che ha da diversi anni rimessa in circolazione una larga parte dell’opera
messoriana.
Mi sembrano tutti ottimi motivi per spendere le parole che ora, finalmente,
vengono.
Non offenderò il nostro lettore impartendogli una lezioncina da bignami:
Vittorio Messori nacque visse bla bla bla. Tenterò, in vece, un ritratto
essenziale, tracciato in chiaroscuro, utile, spero, a collocare meglio questa
singolare figura al di là della formoletta – che dice tutto e niente e può anzi
essere repulsiva – di «scrittore cattolico», adoperata, ça va sans dire, da
sempre da tutti i mezzi di presunta informazione, e che suonò sempre, come nelle
intenzioni dei padroni del discorso, uno stigma.
Dirò quindi sùbito della sua intelligenza e cultura straordinarie, ciò che, in
ispecie di questi tempi, non è per nulla scontato né, ahinoi, richiesto.
Se, in quell’estate del 1964, l’anonimo studente di Scienze politiche presso
l’ateneo torinese e impiegato notturno della Stipel, non fosse anch’egli stato
disarcionato da cavallo e «costretto» (parola dell’interessato) alla sequela del
Cristo, la Chiesa cattolica e il cristianesimo in generale avrebbero ben presto
veduto dalle schiere dei suoi nemici stagliarsene uno temibilissimo.
Messori, infatti, in quel torno, si stava preparando a diventare un
intellettuale di punta della cultura e (latu senso) della politica democratica
antifascista e anticlericale, anticristiana, giacché questo egli desiderava e
così se lo stavano allevando, o meglio: addestrando, i suoi maestri Luigi Firpo
Norberto Bobbio e sopra tutto Alessandro Galante Garrone, che aveva veduto in
Messori il miglior soldato per la loro causa, destinato, per le spiccate doti
intellettuali e morali, a una carriera da ufficiale.
La trama fu interrotta sviata e ritessuta a tal segno da far subire a Messori,
con perfetta coerenza democratica, l’immediato rinnegamento da parte del suo
mèntore: quando il giovane rivelò al professor Garrone della conversione, questi
fu assai poco… galante e lo liquidò, stroncandogli una promessa carriera
universitaria in qualità di suoi assistente, peraltro imminente giacché Messori
era per laurearsi di lì a breve tempo.
La conversione, in parentesi, gli costò anche il rinnegamento da parte della
madre. La donna, quando il figlio era già noto, trovandosi una volta a dover
dire il nome da coniugata e richiesta di una eventuale parentela col «famoso
scrittore cattolico», recisamente negò. L’ateismo e l’anticlericalismo della
donna, antica romagnola, soverchiarono il naturale amore materno. Sarà per
questo, e lo dico col rispetto per tutti i morti, che Vittorio Messori compose
circa mille pagine, e tra le sue più appassionate, sulla madre di Gesù. Si veda,
eminentemente, Ipotesi su Maria.
Egli ha da mostrare le sue perspicue doti anche sul piano letterario. La prosa è
chiara elegante e dallo stile personale e inconfondibile, e lo rende uno dei
massimi esempii di quel felice ibrido (quando non devii in aborto) di
giornalista-scrittore. A tratti resulta freddo; ma ciò è dovuto, io credo,
all’acribia e alla delicatezza degli argomenti, alla volontà di passare certi
fatti e prospettive ricusati e scontorti dal nostro tempo, bensì con slancio,
che in Messori non manca mai, ma sempre guidato e comandato dalla ragione, a
cui, egli menava vanto, mai è stato tentato di renunziare (anche se più oltre ne
vedremo qualche deroga).
Talora lo si vorrebbe più sanguigno; ma ci si deve, per dir così, contentare di
un plateau di strumenti chirurgici.
Una dotazione, questa, che gli servì per tutta la vita, e ciò è insino a una
decina d’anni avanti di morire, a render ragione della fede cristiana e
cattolica, non già però a sé stesso (gli fu tutto trasparente e stabile, afferma
più volte, sin dall’inizio), quanto più tosto ad altrui, fosse l’agnostico il
miscredente il cattolico tiepido ovvero partito per una delle tante, troppe
tangenti centrifughe allestite da sbarazzini creativi dopo Concilio Vaticano II
e di certo dalla Chiesa incentivate.
Sicché dodici anni dopo la sua Damasco, trascorsi nel più profondo silenzio
meditativo e studioso, Messori potette pubblicare, con tanto di imprimatur
ufficiale, esigenza cui non si sente sommesso più alcun
cattolico, quelle Ipotesi su Gesù, che nel volger d’una manciata di mesi e
fors’anche di settimane divenne uno speciosissimo caso editoriale,che
meriterebbe l’interessamento di qualche esperto di comunicazione ed editoria.
La casa editrice – la scomparsa Sei, salesiana e quindi attenta ai movimenti
della scarsella – partì con un tiratura infima; ma si ritrovò ben presto a dover
sorvegliare le rotative affinché il numero sempre crescente di copie non le
facesse saltare; e quasi sùbito numerosi editori stranieri acquistarono i
diritti di traduzione. Merito o, a seconda, colpa della potente “propaganda
clericale”? Macché. Mediamente le biblioteche dei cattolici, laici e non, sono
abbastanza, a dir poco, ridotte. Inoltre, ciò che pochi sanno, l’editoria
cattolica in Italia è estromessa dai circuiti distributivi e pubblicitarii
“normali”, così come resta esclusa dalle pagine culturali della stampa e della
televisione. Fateci caso. Ed è un dato su cui riflettere, che dà di che pensare
sull’etica e la politica italiane dall’Unità a oggi.
Le Ipotesi su Gesù si fecero largo, a mia vista, per una doppia linea di forza:
era la prima indagine storica sulla dibattuta figura allo stesso tempo informata
di studii e documenti ed esposta in lettere accessibili anche ai non
specialisti. Vennero di poi il citato Scommessa sulla morte e, a completare
l’inchiesta su Gesù, Patì sotto Ponzio Pilato?e Dicono che è risorto, che,
giusta l’autore, stabilivano in via definitiva e inoppugnabile la fondatezza
storica degli Evangeli.
Di Vittorio Messori va rilevato anche il coraggio, che emerge nei cinque spessi
tomi antologici della rubrica «Vivaio» (circa i quali darò, più oltre a margine,
una notizia istruttiva). Acquisita e consolidata autorevolezza, lo scrittore
s’inventò questo spazio per cimentarsi nella difesa da ben riescite incursioni
bombarole manomissioni e omissioni d’oltre due secoli, non soltanto di una fede
ma altrettanto di una concezione del mondo, di un’attualità, di una storia. E
occorre davvero coraggio – insieme a preparazione e qualche santo in paradiso –
per svergognare e sbugiardare le solfe ufficiali, a esempio, sulle crociate,
sull’Inquisizione, sulle imprese spagnole al di là dell’Atlantico, sui così
detti fascismi, sul risorgimento, sui santoni dell’intellettualità progressista,
sugli ebrei e il loro olocausto, etcoetera; e altrettanto per sferzare certe
tendenze della stessa Chiesa e di certi cattolici.
Un tal coraggio però costò talora assai.
Dimostrazione di quanto amplissime porzioni di sedicenti cattolici abbiano
perfettamente aderito alla più deleteria mentalità moderna, è il destino dei
primi tre volumi del «Vivaio»: Pensare la storia, La sfida della fede e Le cose
della vita, stampati tra il 1992 e il 1995 dalle Edizioni Paoline. Quando queste
mutarono dirigenza – ma ufficialmente non abdicando alla missione avviata dal
fondatore, don Alberione –, estromisero i tomi dal catalogo, e senza avvisare
l’autore. Scarse vendite? Per nulla, anzi: quando Messori, richiesto circa il
loro destino da affezionati lettori, interpellò i piani alti dell’editore, gli
fu risposto: che i libri avevano sì venduto benissimo e avrebbero seguitato a
farlo, e come; ma che, adesso, il loro contenuto suscitava loro ribrezzo.
(Messori corse però al riparo e trovò un altro editore, SugarCo, che li ristampa
ancòra, e vi aggiunge gli ultimi due: Emporio cattolico e La luce e le tenebre).
Duplice fu invece lo scotto pagato, in precedenza, per Rapporto sulla fede,
libro intervista del 1985 con Joseph Ratzinger, allora Prefetto dell’ex
Sant’Offizio. Anzitutto una grande catena di librerie cattoliche, pur essendo il
protagonista del lavoro il braccio (armato) destro di Giovanni Paolo II e pur
essendo pubblicato dalle Edizioni Paoline, mai lo espose, riservandolo soltanto,
e su richiesta, a clienti fidatissimi, quasi tutti ostili a Ratzinger. Ma ciò
che è a dir poco sconcertante (se non conoscessimo certi scheràni), fu che
Messori non soltanto ricevette critiche e insulti asperrimi, ma dové per due
mesi riparare in una località segreta a causa di minacce di morte, provenienti
sopra tutto dal mondo cattolico. La colpa? Aver portata a tutti la voce del
germanico inquisitore.
Quando certe parole, per non dire i fatti e la ragione, o almeno la
ragionevolezza, contrastano con l’ideologia progressista si procede come
vediamo; e se le pagine di Messori scatenano così furibonde ire, forse c’è in
esse qualcosa da ascoltare con attenzione, che dispiace ai padroni delle
ferriere.
Il cattolico ambizioso e chiunque voglia conoscere di più e meglio la propria
fede e storia, la direttrice e le stazioni etiche, troverà in Vittorio Messori
una fonte trabocchevole, un uomo che ha cercato di ragionare sul mondo e sul
cristianesimo sondandone innumeri anfratti, insomma un apologista di razza e di
peso, assai superiore – mi si consenta – di Frossard o anche di quel Jean
Guitton, del quale egli fu amico e, a detta del francese, unico erede.
* * *
Se fino a ora abbiamo contemplati, almeno in parte, i tratti luminosi, adesso
dobbiamo trascorre a perlustrare d’altro segno.
Sempre alberga nel convertito uno zelo eccessivo, che spesso fa perdere la
Trebisonda e appanna la vista, ovvero esaspera le cose in maniera talora
grottesca e che, per inciso, non giova né all’apologista, né alla sua causa,
quale che sia, come accade negli esempii che ora arrivano. Tra gli oltre venti
libri di Messori ci sono Bernadette non ci ha ingannati, chiaramente su Lourdes,
e Il miracolo, dedicato a un prodigio mariano, avvenuto nella Spagna del 1640:
niente di meno che la saldatura d’una gamba, amputata due anni avanti e
seppellita lontano dal possessore. Un evento così sconcertante e unico, da
indurre i cattolici iberici a definirlo «el milagro», il miracolo appunto, con
l’articolo determinativo.
Messori contribuisce a svelare e a raccontare, sin nei minimi dettagli,
introvabili altrove, eventi e volti, non peritandosi di denudare campioni della
miscredenza e del razionalismo, per quanto riguarda Lourdes eminentemente Émile
Zola, uno dei più assidui indagatori delle apparizioni, ma che, né nel
romanzo Lourdes, né fuori, appare – tutt’altro – il rigoroso campione
dell’oggettività naturalistica che ammiriamo.
Eppure molto di queste imprese poliziesche, nel miglior senso della parola,
lascia perplessi: non è tanto ciò che Messori dice quanto più tosto ciò ch’egli
non vede e quindi tace a non poter conquistare alla causa eventuali lettori
diffidenti o esigenti. Le vicende sono estremamente lunghe e complesse e non
possiamo di certo sondarle. Basterà qualche quadro.
Nell’opera su Lourdes leggiamo: «Se a Bernadette l’Apparizione parlò non in
francese, orgogliosa lingua “imperiale”, ma nello stretto dialetto della vallata
pirenaica, forse è anche per ammonire sui pericoli di quel nazionalismo che
porterà poi alle guerre devastanti che sappiamo» (Mondadori 2012, p. 6). Il
riferimento è ai nazionalismi del Novecento. Il prudente «forse» nel bel mezzo è
insufficiente per ripararsi da una severa critica.
Qui lo zelo del convertito procura di offrire una spiegazione e una
giustificazione a uno dei tanti fatti della vicenda in grado di mettere a
durissima prova la veracità di questo – la Madre d’Iddio che parla un
dialettaccio di contadini e pastori? –, ma lo scioglie con una congettura
davvero imbarazzante infondata arbitraria, nonché sospetta, dacché lo stesso
Messori, in più momenti delle sue opere, esecra il nazionalismo novecentesco.
Chiunque, inoltre, potrebbe al contrario affermare che il dialetto sarebbe
potuto servire a esaltare un localismo non soltanto anch’esso foriero talora di
crepitii e urti storici ed etnici, ma affatto in contraddizione clamorosa con
l’universalismo che dice la parola «catholica». E poi: perché la Madonna avrebbe
dovuto, peraltro in modo così obliquo, mettere in guardia contro il nazionalismo
venturo e non contro quelli che si stavano prepotentemente concretando e
sollevando proprio in quel 1858, in che principiarono le apparizioni, e cucinati
eminentemente proprio in Francia?
Interpretare dettagli in un evento di per sé oltremodo dubbio per aumentarne la
portata è un esercizio rischiosissimo per la propria immagine, e può sconfinare
nelle lande del sogno.
Più oltre: «Lourdes non è un concetto astratto, è un evento storico che la
storia può ricostruire con ampiezza di documentazione, giungendo – dopo aver
tutto esaminato – all’accettazione di un paradosso. E, cioè, come avviene,
peraltro, per la figura stessa del Gesù storico: a un certo punto della ricerca,
è la ragione stessa a riconoscere che, per capire, bisogna far posto al Mistero,
occorre ridare diritto di cittadinanza a ciò che non contrasta con la ragione ma
va al di là di essa» (ib., p. 17, corsivo mio).
So per assidue perlustrazioni e mappature quanto le scienze dure, così dette e
pretese “esatte”, sono, sopra tutto a detta di enormi addetti ai lavori (penso a
un Tipler e a un Penrose), ora condizionate, ora intrise di malafede in ispecie
quando siano chiamate a esprimersi su fenomeni extra-naturali. Sicché non sarò
certo io a pretendere che siano esse ad avere l’ultima parola. Ma temo che
veramente non proprio tutto sia stato esaminato, almeno non da chi abbiamo
ascoltato. Tanto per dirne una, Messori non fa il benché minimo cenno ai
contributi di uno Schopenhauer Sulla visione degli spiriti, etcoetera, presente
nei Parerga e paralipomena, o ad altre consimili indagini, le quali, pur non
negando affatto la veridicità di certi fenomeni, si incaricano di fornire una
spiegazione razionale e ragionevole, che nulla toglie al fascino e al mistero,
ma che mette al riparo da conclusioni emotive, e universalmente e teologicamente
pretese valide.
Esiste ormai un’ampia letteratura – seria, sine ira et studio – sulle
qualsivoglia apparizioni o cose simili, che ne spiegherebbero natura e origine
senza ricorrere a interventi di esseri la cui stessa esistenza è dubbia.
Quanto al Miracolo, pur essendo opera fitta d’informazioni, essa è deserta di
svariate possibilità di spiegazione, che potrebbero indurre a ipotizzare una
buggeratura da parte dei protagonisti. E come sa qualsiasi storico o buon
lettore di storia, pervenire a una verità storica certa o quasi certa su eventi
così lontani, è assai arduo, sopra tutto in casi marginali come quello, dacché
si tratta di dinamiche circoscritte a un minuscolo e remoto nel tempo villaggio
alla periferia europea. E ciò non contando quanto fosse facile all’epoca
truccare le carte, in un ambiente di rocciosa fede poi.
Inoltre mi domando: se, come scrive Messori, «el milagro» è così incontestabile
da mettere a tacere qualsiasi dubbio non soltanto sui miracoli cristiani, ma
altrettanto sulla fede e la dottrina cristiane, perché la Chiesa non ne issa gli
stendardi e anzi quasi non lo nomina? Dal 1640 quello di Messori è l’unico libro
sulla vicenda. Si ritiene forse, consciamente o meno, che «el milagro» sia
troppo sfacciatamente miracoloso da suscitare legittimi sospetti e magari
indagini più spregiudicate? Oppure il materiale per le verifiche sia
insufficiente o sospetto?
In estrema sintesi, tornando a Messori in generale, dico che egli ha coltivato
un grande e bell’albero, frondoso e carico di frutti sani e succosi, che ristora
lo sguardo e l’anima, ma che talora, proprio con la sua grandezza, occlude la
vista: a chi voglia contemplare il panorama e l’orizzonte, e altrettanto a chi
vi si è abbarbicato. E Messori è tanto generoso che molto altro ci sarebbe da
dire per ricordarlo. Ma lo spazio ce lo proibisce e inoltre forse abbiamo
addirittura fatto un torto a Messori con questo articolo. Egli era contrario
alle commemorazioni funebri, e così dice: la Chiesa «condanna (…) il crogiolarsi
morboso nel ricordo e nel rimpianto: senza dimenticare il passato, è nel futuro
che bisogna protendersi, quel futuro nel quale i nostri morto sono già
entrati (…). L’Ordo exequiarum raccomanda di evitare – nell’omelia del prete che
presiede il rito – “il genere letterario dell’elogio funebre”. I cristiani,
cioè, prendono le distanze dalle usanze laiche [aggiungerei anche protestanti,
ndr], dai funerali civili che hanno come momento forte il discorso presso la
tomba aperta. Il “mondo” non può far altro che ricordare, che suscitare
malinconia e rimpianto, rievocando (e così spesso ipocritamente) i “meriti” del
defunto. Il “mondo” guarda al passato; il vangelo guarda la futuro: il fratello
scomparso è additato a Dio e alla sua misericordia, non sta a noi farne gli
avvocati d’ufficio. A noi sta leggere la Parola che ci sradica dalla penombra
della storia e ci proietta al di là, nella luce che non conosce tramonto. A noi
sta suscitare speranza nei superstiti, non disperazione ricamando sulla “perdita
irreparabile”» (Scommessa sulla morte, Sei 1982, pp. 312-313).
Ma questo vale solo per i cristiani e, per giunta, in àmbito liturgico, quindi
io mi sono sentito svincolato da questi ammonimenti.
E, a proposito di commemorazioni, avanti di congedarmi, mi preme di spiegare
ancòra una ragione dietro a queste righe, la più importante. È la seguente.
Mi sono accorto di qualcosa cui non tutti prestano attenzione, nemmeno i più
accorti, e che, tra l’altro, fa il paio con quanto dicemmo circa la sorte della
pubblicistica cattolica. Ed è la seguente.
Mentre i cattolici leggono anche autori laici, magari anticlericali e
miscredenti, assai di rado, per non dire quasi mai, avviene il contrario, se non
quando si vuole – o si deve, in obbedienza a ordini di scuderia – muover guerra
al cristianesimo e a Roma. E se il qualunque individuo, in un pubblico o privato
consesso, dirà di leggere, poniamo, Hegel o Noam Chomsky, una biografia di
Napoleone o un trattato di entomologia, riceverà rispetto e ammirazione. Ma non
appena dichiarerà d’esser alle prese con un trattato di teologia dogmatica o con
l’Introduzione al cristianesimo di Ratzinger, sarà riguardato come un
mattarello, un perdigiorno, un epigono di Bernardino Lamis, il protagonista
della novella L’eresia càtara di Pirandello, con l’aggravante d’interessarsi a
una vicenda e a una dottrina che, si solfeggia, hanno arrecato così tanto male.
Un contegno identico a quello dei fanatici religiosi.
Per esser più chiari: dopo la morte di Messori ho vagato in alcune biblioteche
pubbliche, dove in bella vista, quando muore qualche noto nome della
stramaledetta cultura, allestiscono un banco coi suoi libri. A esempio lo fecero
con Gianni Vattimo e con quella sarda che non stava mai zitta. Ebbene, ora
nessuna traccia di uno spazio dedicato a Messori.
Quando chiesi ragione alle responsabili di quell’assenza, con le mutrie
scontorte, una mi disse che «di quello» non avevano nemmeno un titolo, le altre
che si trattava di «un autore irrilevante e vecchio, che non interessa a
nessuno».
Si converrà: Torquemada aveva un altro stile.
Luca Bistolfi
L'articolo In morte di Vittorio Messori proviene da Pangea.
Di Giampiero Neri è impossibile non ricordare il cranio da gufo: dello strigide,
il poeta possedeva l’altera saggezza, una posa belluina, grandi, iliadici gli
occhi. Se ha un senso l’epiteto con cui lo ha rivestito Alessandro Rivali, un
poeta altrettanto buono e altrettanto sanguinario, un maestro in ombra, tutto è
qui: la maestria si dimostra dalla benevolenza intransigente, dal conoscere al
dettaglio i tempi della resa, quelli dell’agguato; la perpetua dimora negli anni
del coraggio. In ombra, già: proprio come un gufo.
Dei pochi libri visibilmente posseduti da Neri, in molti ricorreva la bestia.
I Ricordi di un entomologo di Fabre costituivano il suo modello di stile: che
vuol dire, ambire a una scrittura stilita, capace di fondere Omero e Darwin,
l’epica pura e la purezza dell’osservazione. Non proprio una lirica in vitro, a
vetrificare gesti & oggetti, bensì: la strenua verifica del dato ‘di natura’,
del sangue che scorre oltre il fermoimmagine, delle figure – mai figuranti – che
dopo decenni sono ancora lì, in tensione, tra l’assoluto e l’assalto. Di Kafka
preferiva le pantere e le giraffe; negli umani, il profilo rapace, rapido,
semmai, nel sacrificio.
Amava – si sa –, al contempo, i Vangeli e i classici cinesi, i testi-effimera, i
testi-drago di Laozi e di Zhuāngzǐ. Nei Vangeli il rilievo è sul ‘ritratto’,
sulla persona in primo piano, sulla pienezza dell’uomo – un viso che corrisponde
alla ‘chiamata’ –; nei taoisti, invece, prevale, con sfuggente preveggenza,
l’animale e la sentenza. Neri opera, in fondo, come un miniaturista.
Giampiero Neri è morto a metà febbraio, tre anni fa; l’anno prossimo compirebbe
cento anni; ora le Edizioni Ares, custodi della sua opera, ripubblicano Paesaggi
inospiti, uscito in origine da Mondadori nel 2009. Fin dal titolo, quel libro,
dal carisma cristallino, denuncia la sua dote: l’uomo è narrato come
un paesaggio; l’uomo ha tratturi, arature e boschivi nel viso; l’uomo è un
luogo. Ma questo paesaggio umano è un paesaggio inospite, inospitale, inabile
all’abitare. È strano perché i luoghi narrati da Neri, con militare consuetudine
e florilegio topografico, sono, invece, ospitali, sono i suoi. Eppure, “quel
periodo difficile degli anni/ della guerra civile” – sul senso della ‘memoria’
in Neri e in genere sulla sua opera va letto il saggio di Andrea Cortellessa che
apre la riedizione del libro, Opus Incertum – ha reso le case sature, claustrali
all’opera dell’amore, ha espropriato l’uomo da se stesso, ha reso l’uomo
straniero all’uomo. Il panorama umano e il paesaggio urbano sono entrambi
violentemente inospiti.
Puoi abitare un bosco – se ti abitui alle ombre – non puoi ambire ad abitare un
cuore. L’uomo è sempre un fuggiasco, anche quando è stanziale.
Da qui, l’impennarsi dell’animale, che da ovunque promana. Non è un caso
che Paesaggi inospiti sia aperto dal volo della poiana: il più comune tra i
rapaci – soggetto di una suite tra le più belle di Neri per spudorato pudore –
sigilla con la sua “ombra nell’erba” (Neri nasce nel ’27 a Erba…) un’era. Pare
una poiana annunciazione, questa, una poiana Spirito Santo. Accadranno, in
araldica arcana, altre bestie, nel libro, a dolmen dell’umana bestialità; a un
certo punto compare “un orso alla catena” dagli occhi “spiritati”.
È raro che l’animale sia rappresentato nella nostra poco animalesca poesia –
l’animale in sé, dico, senza macchia di simbolo. Certo, ci sono le bestie dei
campi del Pascoli, il dionisiaco cervo di d’Annunzio, gli angeli-uccelli di
Luzi, le arcadiche belve di Bellintani; l’upupa di Montale, la capra di Saba,
l’airone di Porta non entrano in gioco, sono pretesti per dire altro, animali
pieni d’anima ma privi d’odore. Poche, sparute cose in una lirica,
genericamente, se non ‘da camera’, da comodino, quando non stentatamente
‘metropolitana’. Intendo, la bestia-tutto che appare nelle poesie di Ted Hughes,
soprattutto, in quelle di Pierre Jean Jouve a tratti, di Robinson Jeffers a
mute, a torme. Lì l’opera ha striature di fame, ha l’evocazione nel gesto, un
regesto di massacri, la danza a rompicollo. Nulla a che fare con Neri quanto a
ricerca linguistica, va da sé, ma c’è, qui, in questo appena sbozzato bestiario
l’idea che la poesia sia soprattutto osservazione, senza l’idrante dell’io a
complicare il vedere in svolazzo psichico, psicotico. C’è la pura testimonianza,
la purezza del ‘martirio’. Il disegno preciso di chi vuole salvare, al netto di
ogni giudizio, i residui nomi, le residue forme della vita vera. Non più parola
ultima né prima, per fortuna, ma parola contenta di ripetere il creato,
concorde. La rarefazione, qui, è pane spezzato, è una specie di perpetuo
‘eccomi’.
Anche questo ci insegna, ancora, Giampiero Neri.
***
Di questi boschi in partibus infidelium
è abbastanza comune la poiana,
dove qualche spuntone di roccia
e mozziconi di sassi
che si alzano da terra qua e là
offrono asilo e protezione.
*
Volano in ampi cerchi
di un volo silenzioso
indisturbate dagli abitanti del luogo
che usano dividere le specie
in commestibili o non commestibili
e se commestibili
le perseguitano con ogni mezzo,
se no le ignorano completamente.
*
Dagli spalti del Dosso
il paesaggio si apre sulla pianura
e una lontana linea di alture
ne segna il confine.
A una stessa ora
c’è una macchia più scura
fra le foglie, un battito d’ali
un volo calmo sulle cime degli alberi,
la poiana che si appresta
ai suoi compiti
decide con una sola occhiata.
*
Del suo volo solitario
che volteggia nell’aria
si riflette un’ombra nell’erba,
come una impronta
che si staglia netta
un istante
prima di scomparire.
*
La fronte alta della locusta
detta comunemente cavalletta,
che pensieri nasconde?
Quando si muove
in immense colonie
questo fragile insetto
è il flagello di Dio,
una piaga d’Egitto.
Come è diverso l’effetto
da una simile causa.
*
La stessa forma della civetta
è attraente,
la testa grossa e gli occhi grandi
hanno qualcosa di umano,
il becco, il naso verrebbe da dire,
non aggressivo l’espressione attenta
e mobile insieme, infine
la sua indipendenza
fanno di questo grazioso rapace
un beniamino.
Giampiero Neri
*I testi sono tratti da: Giampiero Neri, “Natura inospite”, Edizioni Ares, 2026
In copertina: un disegno di John James Audubon (1785-1851)
L'articolo “Del suo volo solitario”. Il bestiario di Giampiero Neri proviene da
Pangea.
Tra i personaggi della tragedia greca, Filottete è il solo a possedere un
carisma ‘biblico’. Egli è “l’uomo dei dolori” – “l’uomo che ha provato la
miseria” è scritto nelle Lamentazioni – dall’incomparabile pena, fratturato da
ferita cronica che contorce, che lo estirpa dal convivere coi
simili. Inselvatichito, abbandonato, privo di amici, Filottete è personaggio
anti-greco. Non lui ha scelto l’esilio nell’isola, l’isolamento totale – come
Eraclito, per dire, che s’infittisce tra i boschi per sovrappiù di sapienza:
anela a incenerire il logos in bramito, in bramosia di belva –; è la pena a
contrapporlo al resto dei vivi:
> “Sono un uomo, io, devastato, solo, vuoto, non ho più nessuno”.
Filottete sperimenta il niente, il nulla; più volte dice di essere “zero”.
Filottete: l’uomo azzerato, l’uomo azzannato. Filottete non è più bocca ma
orcio, non è più persona ma eco, ecografia del maledetto male. È il più nudo
personaggio della tragedia greca, quello che prova “assenza assoluta, di
tutto” – siamo nell’altro lato dell’uomo, nell’uomo tutto-carne,
nell’uomo-Munch, rapinato dall’urlo.
Alcuni passi di Filottete, per vertigine di ferocia, ricordano il libro biblico
di Qoelet, stessa furia morale, stessa regalità da integerrimo polemista. Così,
ad esempio, sul topos degli scellerati che dominano il mondo mentre i giusti
affondano:
> “Non c’è fine mai per la bassezza. Li cullano, i Potenti, quelli.
> Spregiudicati, gente rotta a tutto, pare sia festa per gli dèi sottrarli al
> buio, giù dove affondano sempre giustizia e probità. Che fondamento dare e
> ciò? Accetto tutto?”
La meno teatrale delle opere di Sofocle – azione ridotta a fazzoletto – si
focalizza tutta su Filottete, il Giobbe della tragedia greca. Tutta si concentra
su quella ferita immedicabile, orrenda a dirsi, sull’odore nauseabondo che
emana. Come Giobbe annienta con ferocia retorica i propri interlocutori, così
Filottete – in un testo saturo di dèi, indifesi, dedotti da un trigono di
presagi fallaci –, nell’oro dell’ira, distribuisce improperi, svetta
nell’invettiva. Da quel cumulo di ipocriti semi-dèi – tra cui spicca Odisseo,
mai così crudele, nerboruto in ingegno, savio nelle più pervicaci e atroci
scaltrezze – il macilento eroe pretende a sé Neottolemo, erede di Achille, genia
da speciale la sua, che ha ancoraggi nel dubbio. Amletico Neottolemo, stretto da
sdoppiata promessa, slogato tra compromissione e compassione. Soltanto lui, il
ragazzo, può sconfiggere l’assurdità del male con l’“assurda compassione”,
elevandosi dal baratro della vergogna e dal regno della gloria da cui il mondo
greco non offre scampo. Da lì, a maleficio ammaliato, la rotta verso Troia, la
Sion degli Achei, a far giuste stragi, vendemmia d’urla, teologhema che
dardeggia.
Filottete va letto in sinossi con il Fedone: è la tragedia, questa, della carne
– della carne dolente, putrefatta, impura – della carne-tutto, del nient’altro
che il corpo. Paradigmatico memento mori, testo d’insondabile impazienza: non
c’è traccia d’anima, qui; la mente? è niente, bisbiglio di freccia che allenta
l’arco dal suo essere arco, che porta l’arco a farsi nube, cavallo, cielo.
In Giobbe l’assurdità del male, totale, è viatico alla rivelazione divina; anche
la ferita di Filottete è simbolo, stimmate, scaturigine di sapienza –
d’altronde, è una serpe ad avergliela inferta, l’animale che presiede i vaticini
e i farmaci. “Disumana, e sacra” è detta la ferita di Filottete – ‘mostruoso’,
sempre, è l’eletto. Infine, in apparati divini, apparirà Eracle, a sedare le
scellerate scelte.
Nel Testamento di Giobbe – redatto nel I secolo dopo Cristo, dichiarato apocrifo
da papa Gelasio nel 496 – un ristabilito Giobbe offre alti doni alle figlie, di
inaudita bellezza (“in tutta la terra non si trovarono donne così belle come le
figlie di Giobbe”), Colomba, Cassia e Argentea. Colme di grazia, le ragazze
intonano inni, “la loro bocca prese la lingua delle potenze, cantavano con le
voci degli angeli”. Come parlano gli angeli? Come parla Dio? Le ferite di Giobbe
– sorta di terribile alfabeto che ne macula il corpo – gli permettono di passare
dall’urlo allo stupore, dal linguaggio di chi ha subito ingiustizia
all’adorazione. In analogo andare, Filottete si smarca dal diabolico logos di
Odisseo, dal filosofema rimeditato in stratagemma, dal dire in piena di
trappole, pieno di frasi-labirinto – piuttosto, opta per i barbari borborigmi
delle bestie. Tutto, ma non il logos che spodesta e disorienta (così dice
Odisseo, forte in dote profetica: “Oggi so che nel mondo la lingua è potenza,
non l’agire”): piuttosto, sibilo di spada, singulto di foglia.
Oltre alla ferita, è l’arco a distinguere il carattere di Filottete. Nel testo
biblico, l’arco è sotto l’aura di Ismaele, il figlio cacciato da Abramo che si
fa cacciatore, “abitò nel deserto e divenne arciere” (Gn 21, 20). La parola
ebraica per arciere, qashshath, viene usata nel Testo soltanto una volta, ad
accerchiare Ismaele. Anche qui: destino di solitudine, fato sinistro, da stirpe
in esilio (come l’Ishmael di Melville, che vagabondò negli azzurri deserti
dell’oceano, reietto poiché redento). Eppure, il dio si rivela nei luoghi nudi,
aurorali all’uomo. Intorno all’arco molto andrebbe detto: pare l’arcata di un
tempio; ed è fin troppo chiaro che la freccia trasborda memoria di stilo, penna
conficcata nel talamo/calamaio del corpo altrui, per redigere un inno col
sangue. Non è un caso che l’arco sia chiave di volta nell’Odissea, il poema che
narra le sorti dell’avversario di Filottete.
Arco, architrave della stirpe: i figli vengono scagliati nel mondo come frecce.
Bisogna avere buona mira per essere genitori. L’arco simula, a riposo, la forma
della casa; altrimenti, va all’assalto. Anche a Ismaele è promessa una
generazione vasta quanto le stelle nel cielo, benché altrove. Le stelle: chiodi
che crocefiggono a un destino.
Si potrebbe descrivere l’estro di una civiltà catalogandone le armi. La Bibbia,
ad esempio, fonda il suo lignaggio su una fionda. L’arco è l’attributo di
Apollo, il dio della profezia, delle parole-dardo che fanno scempio del corpo
verbale del discorso. Filottete presiede l’assurdità del dolore, veglia l’arco,
ma non ascende in sapienza. È lui stesso sapienza: sapersi volgere al
selvaggio.
Ambientata nella petrosa Lemno, stravolto luogo, disabitato, dislocato nel
nessundove dell’immaginario, Filottete è una tragedia greca ‘beckettiana’.
Resta da dire della traduzione. Ezio Savino, genio pungolato da micidiale
precocità, licenzia Filottetepoco più che trentenne, nel 1981, per Garzanti, in
un volume che accoglie anche Aiace, Elettra e Trachinie. Tre anni prima aveva
pubblicato l’inarrivabile Orestea di Eschilo.
C’è poco da dire, invero: Savino ha ‘creato’ – non ‘inventato’: quello è
esercizio dei modesti mestatori di traduzioni – la voce dei tragici conferendo
all’antico greco una contemporaneità da primo e ultimo giorno. Siamo alle falde
del Sofocle di Hölderlin, da tutt’altra parte rispetto agli astrologismi dei
filologi, alle accadiche chiose degli accademici. Leggendo, si sentono gli
zoccoli impazziti delle prede, l’odore della ferita che matura in putrefatto
mastio e l’afrore dell’ira; si sente il cuore capretto di Neottolemo; si vedono
gli occhi pieni di serpi satrapi di Odisseo.
> “Mi struggo per lui! Al mondo
> non c’è chi lo pensi: non ha su di sé
> pupille sbarrate di cari.
> Doloroso, assolutamente solo
> soffre bestiale soffrire
> brancola, lotta con l’ostico assedio
> della miseria. Chissà, chissà come fa
> a reggere a fato nemico!”
Ma qui non si tratta di trascegliere alcuni passi particolarmente ‘poetici’,
perché Savino ha creato un nuovo vocabolario per i tragici, un nuovo modo di
svolgere la frase e di calibrare gli aggettivi. Il ritmo: barbarico e sublime
insieme. Opera alchemica: Savino ha coagulato il linguaggio tragico per
rifondarlo.
Confortato da precedenti contrafforti critici – Pier Vincenzo Mengaldo che
installa Giaime Pintor tra i Poeti italiani del Novecento, per le sue versioni
da Rilke e da Trakl; Edoardo Sanguineti che, sublime crudeltà, ritiene i Lirici
greci tradotti da Quasimodo “il suo più vero contributo originale alla poesia
del nostro secolo” –, mi tocca ribadire l’ovvio. Ezio Savino è stato un poeta –
e tra i più grandi.
*Si riproduce per gentile concessione l’introduzione al “Filottete” di Sofocle
nella versione di Ezio Savino riedita dalle Edizioni Ares
In copertina: uno schizzo di Henry Fuseli, 1785 ca.
L'articolo “Assenza assoluta, di tutto”. Storia dolorosa di Filottete, il Giobbe
della tragedia greca proviene da Pangea.
Le date, in letteratura, sono importanti: ingannano l’eterno. James Joyce ha
realizzato un romanzo intero intorno al 16 giugno del 1904; per Petrarca è
decisivo il 6 aprile del 1327: in quel giorno – cadeva il Venerdì Santo – il
poeta incontra Laura: ne fu crocefisso. La morte di Virgilio, il sommo romanzo
di Hermann Broch, narra, invece, l’ultimo giorno terreno – ma già inverato di
cielo – di Virgilio, il 21 settembre del 19 a.C.; la vita della Signora
Dalloway, elegante controfigura di Virginia Woolf, si sviluppa di mercoledì, nel
giugno del 1923. Winston Smith, il protagonista di 1984, comincia a scrivere il
suo diario il “4 aprile 1984”:
> “Intinse la penna nell’inchiostro, poi ebbe un attimo di esitazione. Tremava
> fin nelle viscere”.
Tremava – come al cospetto di una rivelazione. Se volessimo
riassumere 1984 potremmo usare questa frase: la scrittura è la vera rivoluzione;
rivela la sua natura brigante. Il romanzo tematizza proprio questo, in fondo.
Scrivere a mano, con la penna – esercizio che coinvolge tutto il corpo, la bella
fatica di chi ara – un diario, è il modo fondamentale per conoscere se stessi –
dunque: per non essere incarcerati da un regime, totalitario, democratico,
utopistico esso sia. È esercizio che violenta – e salva. La scrittura di un
diario personale è vomere e pugnale: qualcosa deve sanguinare perché qualcuno,
prima o poi, nasca. L’appendice a 1984 – I princìpi della Neolingua – descrive
con plastica precisione il regno delle intelligenze artificiali e dei poteri
coercitivi, che procedono per semplificazioni – e per parodia: simulando il
linguaggio giuridico, lirico, accademico, politico: retorica che livella
ogni lirica. Decisivo è – cito – “privare le parole di ogni ambiguità e di ogni
sfumatura di senso”, per costruire una lingua “concepita per esprimere pensieri
semplici e tendenti a uno scopo preciso”. Il linguaggio non dice più –
sviscerandoli – i labirinti dell’anima: è mera, disanimata, funzione, mera
disanima del qui. Il linguaggio è un ingranaggio, una macchina – da adescare,
addomesticare, aggiogare. Razziato, vinto nel linguaggio, l’uomo è un
burattino.
Orwell scrive 1984 a Jura, in un villaggio quasi inaccessibile delle Ebridi: si
sentiva – così il titolo originario del libro – The Last Man in Europe. Insieme
a lui, in condizioni estreme, il figlio adottivo, Richard Horatio; Eileen, la
moglie, era morta da poco. 1984 è uno dei romanzi più letti di sempre – non si
contano più le traduzioni italiane; ne sono previste altrettante. Non è il
romanzo più bello di sempre. Anzi. Orwell è un giornalista di genio: cinico,
sagace, possedeva il senso assoluto del ‘ritmo’ – sapeva rettificare le proprie
opinioni. Alcuni ‘pezzi’ – la ‘recensione’ del “Mein Kampf” di Hitler uscita nel
1940; l’“intervista immaginaria a Jonathan Swift”, del novembre ’42
e Riflessioni sul rospo, del ’46 – vanno riletti di continuo, per imparare il
‘mestiere’. Quanto a impatto culturale e ad analisi ‘morale’ – non certo per
bellezza estetica –, 1984 va letto al fianco del Signore degli Anelli e
del Dottor Zivago.
Scrittore singolare, singolarmente attratto dal sottosuolo e dalle scelte ultime
– obbligò la moglie a trasferirsi nell’Hertfordshire, in una casa senza
elettricità, bagno e acqua calda, procacciandosi il cibo nei campi coltivati con
estro da dilettante – Orwell è uno degli autori centrali del Novecento: lo
dimostra la bibliografia che lo accerchia, oceanica. Dire qualcosa su di lui –
gli studiosi hanno setacciato ogni carta, ogni cicca, ogni scarto, sanno perfino
quanto George sborsava ai bordelli – è pressoché impossibile; la “Orwell
Foundation” e la “Orwell Society” si impegnano a promuoverne l’opera. Il merito
del libro di Luca Fumagalli, George Orwell. L’arte di uno scrittore politico,
uscito nei ‘Profili’ delle Edizioni Ares, ha il merito di introdurci nel
pensiero di Orwell: tesse, insomma, una sorta di biografia per intenti, momenti,
ideali. Il libro va giù veloce, è la giusta rampa di lancio per un viaggio a
precipizio nello scrittore più citato – e più frainteso – del secolo: ciascuno
troverà l’Orwell che preferisce. Nella Prefazione al libro, Paolo Gulisano
scrive che “Ogni totalitarismo è, prima e al di là di ogni colore politico e
ideologico, un enorme laboratorio per la trasformazione della natura umana e la
creazione di una sorta di nuova specie”. La frase suona come un monito – Orwell,
più vivo che mai, ci serva come un’ascia per fendere questo tempo, per tornare
all’uomo in un’era dai tratti disumani.
Come ha fatto Orwell a diventare Orwell, cioè lo scrittore citato più di tutti,
lo scrittore-profeta per antonomasia? Per caso, per un frainteso, per un tiro
della Storia?
Orwell non era affatto un talento naturale e men che meno un genio delle belle
lettere. In altri termini, non era uno di quegli scrittori, come ad esempio
William Golding, che ebbe la fortuna di ottenere uno straordinario successo di
pubblico e critica con la sua opera d’esordio, né era uno alla C. S. Lewis, che
vergava con facilità pagine su pagine di ottima prosa senza alcuna necessità di
rivederle e correggerle. Orwell nacque dalla fatica, dal sacrificio, da quel
duro lavoro che, proverbialmente, prima o poi paga. Difatti fu solo al termine
di una gavetta lunghissima, durata quasi tutta la vita, che riuscì a trovare la
sua “voce”, a dare una direzione chiara alla propria scrittura, finendo per
sfornare due capisaldi della letteratura occidentale del Novecento quali La
fattoria degli animali e 1984. E tutto questo lo fece pagandone sempre e
comunque il fio: non ebbe mai aiuti o protettori influenti, e le sue prese di
posizione – sovente controcorrente, esito di una straordinaria lucidità e di
un’onestà intellettuale non comune – gli causarono non pochi grattacapi.
Orwell: più sagace opinionista che geniale romanziere. È d’accordo?
Da sempre si dibatte su quale sia l’Orwell migliore, se il saggista vivace e
polemico o il romanziere, specie quello favolistico/distopico. È innegabile che
nel testo breve Orwell seppe coltivare uno stile singolarmente raffinato e
penetrante, di difficile imitazione, ma è altrettanto evidente che se non avesse
scritto La fattoria degli animali e 1984 il suo nome sarebbe finito nel
dimenticatoio. Detto questo, Orwell fu un fine critico letterario, tutt’altro
che convenzionale, mentre come opinionista politico ebbe intuizioni al limite
del profetico. Nel corso della sua breve parabola biografica si dimostrò inoltre
coraggioso nel limare o rivedere le proprie opinioni, ammettendo ogni volta gli
eventuali sbagli. Tuttavia, quando la sua narrativa imboccò quella via politica
che l’avrebbe condotto ai capolavori della maturità, l’Orwell romanziere si
dimostrò una spanna avanti al saggista, facendogli guadagnare l’immortalità.
Credo che il punto centrale di “1984” sia quello di ricordarci che ogni potere,
anche il più ‘benevolo’, agisce attraverso il linguaggio, sottraendoci il
linguaggio, sostituendo il linguaggio umano con la ‘neolingua’, semplificando i
‘classici’, togliendoci le parole per dire l’amore e la rivolta. È così? In
qualche modo Orwell è l’antidoto al dominio del linguaggio ‘artificiale’?
Il linguaggio è lo strumento principe attraverso il quale il potere cerca di
controllare le masse, distorcendolo, depauperandolo, pervertendone i
significati. Orwell suggerisce giustamente che senza un vocabolario adeguato a
rappresentare le mille e più sfumature del reale, la realtà stessa si fa
meschina, piatta, banale. Pertanto la complessità che la contraddistingue si
annulla in uno slogan – o in un meme – buono per tenere a bada le coscienze e
per evitare che il cervello faccia lo sforzo di concedersi una riflessione un
poco più approfondita. La manipolazione del linguaggio non è prerogativa
esclusiva dei regimi totalitari o della propaganda politica in senso lato, ma
pure di quel mondo liberal-capitalistico che lo scrittore inglese criticava con
pari ferocia, il cui spirito è incarnato dalla pubblicità denunciata nel
romanzo Fiorirà l’aspidistra. Orwell, da parte sua, invita a rimanere ancorati
al dato esperienziale, alla concretezza della realtà, a ciò che è oggettivo:
solo così è possibile sfuggire alla fumosità di un linguaggio reso astratto da
chi ha l’ambizione di intruppare le coscienze.
In fondo, qual è la ‘visione del mondo’ di Orwell? In cosa credeva Orwell?
Guido Bulla, uno dei principali divulgatori di Orwell in Italia, lo ha definito
un «socialista asociale». Si tratta di un’etichetta facile, ma che ha dalla sua
la capacità di cogliere l’essenza, il nocciolo duro del pensiero orwelliano. Lo
scrittore inglese era infatti un socialista adogmatico, del tipo umanitario, e
fece sempre parte a sé, rifiutando ogni compromesso, anche minimo. La sua fu una
scelta radicale che diede alla personale lotta contro l’ingiustizia un tono
eroico, a tratti commovente, condannandolo a uno scontro perenne con la destra e
la sinistra, attaccato su entrambi i fronti. Orwell non ebbe mai paura delle
proprie idee e pure nei suoi testi non si contano i richiami ai temi
dell’autonomia dell’individuo e della libertà di chi scrive. Quando sostenne che
«l’arte è in qualche misura propaganda» – una delle sue frasi più travisate –
intendeva che la letteratura deve supportare un qualcosa di importante e di
meritevole, non svilirsi servendo il potere. Allo stesso tempo, però, fece
sempre fatica a rompere il cordone ombelicale con quella ‘lower-upper-middle
class’, come lui la definiva, dalla quale proveniva, fatta di rispettabilità e
buon senso. Ciò rende ragione del suo essere un pensatore asistematico,
cangiante, quando non apertamente contraddittorio. Tuttavia questo non toglie
nulla al suo fascino.
Si può dire che Orwell esprimesse una ‘poetica della politica’ come scrittore?
Orwell è da considerarsi uno scrittore politico non perché la politica fosse il
suo interesse esclusivo, anzi, ma perché fu per lui uno strumento per difendere
innanzitutto valori non politici: «Se il totalitarismo diviene il nostro
consueto modo di vivere», scrive Bernard Crick, il suo primo biografo di una
certa rilevanza, «allora tutti gli altri valori umani, libertà, fraternità,
giustizia sociale, amore per la letteratura, del parlar franco e dello scrivere
chiaro, la fiducia dell’esistenza di una morale naturale fra la gente comune,
l’amore per la natura, il gusto per la bizzarria umana e il patriottismo
perirebbero». Semplificando un poco, si potrebbe affermare che i capolavori
orwelliani altro non sono che una fenomenologia del potere in forma narrativa –
in questo, per quanto lontanissimi nello spirito e nel genere, non troppo
dissimili da Il Signore degli Anelli – e tra le gemme più luminose di quel
tesoro che lo scrittore ha voluto consegnare alla posterità vi è senza ombra di
dubbio l’ammonimento a coltivare una coscienza critica, a essere disposti a
mettere in discussione ogni cosa in nome della verità. Si tratta di un
insegnamento che appare ancor più decisivo in una società come la nostra in cui,
complice la tecnologia, il grado di falsificazione del reale ha raggiunto vette
che Orwell non avrebbe neanche mai potuto immaginare. Tra parasocialità
internettistica, intelligenze artificiali e fake news è facilissimo smarrirsi e,
come sempre, chi trae vantaggio dal disorientamento collettivo sono i pochi che
tirano i fili.
Ci dica: il libro di Orwell assolutamente da leggere – e il testo più
inconsueto, spiazzante.
Oltre a La Fattoria degli animali e a 1984 sono particolarmente legato al
romanzo Una boccata d’aria, che tocca i temi dell’urbanizzazione alienante e
della nostalgia con un piglio insieme irriverente e commovente. Invece lo
scritto più spiazzante resta per me La strada di Wigan Pier, un “documentario”
sulla terribile condizione dei minatori del nord dell’Inghilterra, che si
risolve, nella seconda parte, in una tirata contro l’ipocrisia di certa
intellighenzia di sinistra per certi versi ancora attuale.
A proposito della ‘vocazione’ alla scrittura di Orwell: sono stati decisivi i
giorni in Birmania o quelli a Parigi?
Difficile rispondere, anche perché Orwell non è mai completamente affidabile
quando ritorna sul proprio passato col senno di poi. Nei suoi memoriali sostiene
infatti che la decisione di darsi alla scrittura avvenne a conclusione di un
periodo trascorso in Birmania, subito dopo il diploma, in forza presso la
polizia coloniale. Lo sfruttamento sistematico e i soprusi di cui fu testimone,
sempre a suo dire, lo convinsero a prendere la penna e a denunciare le storture
del sistema, schierandosi dalla parte degli oppressi. La cosa, fonti alla mano,
appare poco probabile: quella di Orwell, allora, fu forse un’intuizione, non una
scelta così chiara come poi ebbe a descriverla. Allo stesso modo i mesi a
Parigi, vissuti in povertà, furono un primo, timido tentativo di sposare la
causa degli underdog, in questo caso dei derelitti che abitavano i bassifondi.
L’esperimento fu di per sé fallimentare, ma si trattò di un piccolo passo verso
quella consapevolezza politica che sarebbe stata alla base dei suoi
capolavori.
Orwell e le donne. In uno studio recente, Anna Funder si premura di ricordarci
che Orwell era misogino, sessuomane, maldestro fino a essere manesco. Un
fedifrago compulsivo. E che il vero genio, in famiglia, era la prima moglie,
Eileen O’Shaughnessy. Concorda? Commenti.
Il libro della Funder, L’invisibile signora Orwell, nel complesso è ben
documentato e godibile. Ha anche il merito di “umanizzare” Orwell, di mostrarne
cioè i limiti caratteriali e i pregiudizi. Troppo spesso infatti l’inglese è
stato trattato dagli ammiratori alla stregua di un santo laico, di un eroe senza
macchia e senza paura. Nondimeno la Funder cade nella trappola di un approccio
ideologico che deforma grottescamente la realtà: smaniosa com’è di denunciare la
cosiddetta “cultura patriarcale”, finisce per azzerare, o quasi, i meriti di
Orwell e per rimarcare eccessivamente quelli di Eileen, incistata nel ruolo
della povera donna di genio vittima dell’asservimento domestico.
Cosa ha scoperto di sorprendente – quando non di inedito – della biografia
orwelliana? Un dettaglio che ci mostro Orwell con un profilo inconsueto.
Resta intrigante la scelta di Orwell, subito dopo la fine del Secondo conflitto
mondiale, di trasferirsi sull’isola di Jura, nelle Ebridi. Si tratta, allora
come oggi, di un luogo remoto, difficilmente raggiungibile, che nulla ha a che
spartire col caos di Londra. Alcuni hanno definito la sua decisione, presa
all’indomani del successo finalmente ottenuto con La fattoria degli animali, un
suicidio o un atto masochistico; ma forse, al di là delle cagionevoli condizioni
di salute, dietro di essa si nascondeva il sogno di edificare una sorta di bolla
edenica, una piccola parentesi di serenità bucolica in un mondo che si stava
dirigendo a grandi passi verso la Guerra fredda. Jura fu forse anche la volontà
di una rinnovata comunione con la terra, di riscoperta delle proprie radici – la
famiglia di Orwell era originaria della Scozia – quasi un guanto di sfida
gettato in faccia alla modernità alienante.
Orwell – come Kafka – è stato relegato a un aggettivo, ‘orwelliano’. Già, ma chi
sono gli autentici scrittori orwelliani, oggi? (Tra quelli di ieri, ricordo
soltanto Burgess, a tratti).
Anthony Burgess, poco noto al grande pubblico se non come autore di Arancia
meccanica, il romanzo da cui Kubrick ha tratto l’omonimo capolavoro
cinematografico, ha firmato diversi lavori di taglio distopico sul modello
orwelliano, con rimandi talvolta evidenti (basti pensare a 1984 & 1985,
esplicito sin dal titolo, o a Il seme inquieto). Qualcosa di Orwell c’è anche
nel Dave Eggers de Il cerchio, romanzo abbastanza mediocre dal punto di vista
letterario, ma in cui le dinamiche connesse al Grande fratello sono
efficacemente aggiornate all’epoca di internet e dei social. Altro “orwelliano”
è il danese Henrick Stangerup, autore di un’opera come L’uomo che voleva essere
colpevole che ben illustra gli effetti disumani prodotti da una reiterata
mistificazione della realtà. Analogo discorso per Margaret Atwood, che ne Il
racconto dell’Ancella e ne I testamenti dell’Ancella descrive una società futura
in cui i diritti umani vengono repressi e le donne vivono in una condizione di
semischiavitù.
Dove si avverte, a suo dire, la ‘funzione Orwell’ in Italia?
Orwell meriterebbe di essere riscoperto, soprattutto alle nostre latitudini, non
tanto e non solo per i moniti sulla società massificante e le subdole
manipolazioni del potere, ma soprattutto per quell’onestà intellettuale e quello
spirito genuinamente libertario che oggi è quasi del tutto scomparso, affossato
da ridicole partigianerie e da interessi di piccolo cabotaggio. La frase
«nell’epoca dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario»,
che solitamente gli si attribuisce, non è una citazione esatta tratta da uno dei
suoi libri, ma, come a volte capita con simili apocrifi, ha almeno il pregio di
riassumerne efficacemente il pensiero, ancora drammaticamente attuale.
L'articolo Orwell contro tutti. Dialogo intorno allo scrittore più citato (e
frainteso) di sempre proviene da Pangea.
Entrare nella vita di Rilke, cioè: scotennare l’angelo.
C’è qualcosa di sigillato nella vita di Rilke, una vita-tabernacolo. All’uomo
‘di mondo’, capace nella persuasione, circonfuso di nobildonne, retto
nell’ambizione, fa spazio il Rilke delle feroci solitudini, dell’austerità
artica, artigiano di un io irto di pinnacoli, di picchi, di stalattiti. La
natura della volpe e quella dell’aquila. Per certi versi, l’oceano epistolare di
Rilke – specie di bulimia grafica – non aggiunge alcun dettaglio alla vita del
poeta: cancella. A volte la scrittura opera – anche quando è ispirata – per
sparizione. Le lettere – lettere-Muzot, lettere-fortezza – servono a Rilke per
celarsi, per calarsi nell’assalto del sé – per incendiarsi.
Qual è, ad ogni buon conto, l’evento autenticamente capitale nella vita di
Rilke, un poeta che capitalizzava la propria esistenza in versi di distillata
sapienza (versi, diremmo, con gli artigli)? Secondo Franco Rella – il più acuto
interprete di Rilke – l’episodio che “ha cambiato per sempre la vita di Rilke” è
stato, nel 1907, l’incontro con la poesia di Cézanne. Quella fu la vera
“svolta”: come Cézanne è stato “un redentore dalla non-realtà, il nulla in cui
sembra siano destinate a finire le cose”, ora “Rilke stesso vuole essere un
redentore, ein Rettendes scrive” (in: R. M. Rilke, Noi siamo le api
dell’invisibile. Lettere da Muzot, De Piante, 2022, p.115). Poesia che redime,
che riscatta da schiavitù di deterioramento e di morte; poesia che sana il
lebbroso che siamo, con i crismi di san Giuliano Ospitaliere. Il compito che
Rilke si prefigge tramite la poesia, come scrive a Caroline Schenk von
Stauffenberg, è quello di “rendere la morte, che mai è stata un’estranea,
nuovamente conoscibile e tangibile nella sua qualità di tacita complice di ogni
cosa viva”.
Chissà poi se è stato il fatale viaggio in Russia – dove ha conosciuto Lev
Tolstoj e la famiglia Pasternak – o quello in Spagna – dove ha scoperto l’opera
folgorante di El Greco – se è stato l’Egitto, arcano e terribile (visitato tra
il 1910 e il 1911), a ‘segnare’ il poeta; oppure, libero da elementi
‘culturali’, è stato il corpo di Lou, la nascita di Ruth, la vista degli Hôtel
Dieu, a Parigi, ricoveri di resti d’uomo, ospizio dei perduti dove le creature
“vivevano di niente, di polvere, di fuliggine e della sporcizia sulla loro
pelle, vivevano di ciò che i cani perdono di bocca, di un qualche oggetto
insensatamente rotto…”. I luoghi rilkiani – Duino, ad esempio – sono
insensatamente vuoti senza la presenza del poeta, che li ha eletti nell’ambone
suo carisma.
Secondo Leone Traverso, Rilke è tra i rarissimi poeti – insieme a Hölderlin,
Leopardi e Emily Dickinson – a “scavare da tanto silenzio improvvisa la loro
voce”. Sono poeti in grado di “un linguaggio inventato, del tutto intimo,
sciolto da ogni vincolo di costume prettamente umano, per riallacciare il filo
interrotto con le forze segrete del mondo”. Così attacca una delle Ultime
poesie (Fussi, 1946):
> “Come il vento serale alle falci sugli omeri dei mietitori,
> va l’angelo mite sul filo innocente dei dolori”.
Ancora l’angelo, mite e tremendo a un tempo – come Rilke.
Più che altro, più investighiamo la vita di Rilke più è lui a invaderci. Potenza
radicale del poeta-redentore. Così, nelle pagine finali, le più intime,
rivolte Al lettore, Marilena Garis, autrice del potente libro biografico Rainer
Maria Rilke. Luce sull’invisibile (Edizioni Ares, 2025), rivela di essere
ritornata a Rilke, alle Elegie duinesi in particolare, “nel giorno delle esequie
di mia madre”. Nel momento dell’abisso assoluto, il poeta, che non lenisce il
dolore, ma lo trasforma, lo approfondisce fino al fiore. Il poeta è sempre lì:
dove una cosa muore e per eccesso di amore un’altra nasce.
Che senso ha una biografia rilkiana? Intendo dire: fino a che punto la vita di
Rilke – che ci appare tanto elusiva, remota, segreta, così poco ‘mondana’ –
penetra nell’opera?
Nessuna vita penetra nell’opera quanto quella di Rilke giacché la sua vita è
poesia. Rilke si è assunto il compito di farsi “puro e cieco strumento”, pura
eco interiore. La poesia lo ha attraversato, superato, trasceso. Ne ha
travalicato la vita. Nessun’altro poeta, meglio di lui, ha cercato di capire,
spiegare, e portare a compimento l’opera della creazione. E dal giorno in cui
comprese che solo la solitudine poteva avvicinarlo intimamente a quella
creazione, la scelse e l’abbracciò senza più voltarsi indietro, perseguendo la
ricerca di un equilibrio spirituale che fu in ultimo conquistato a caro,
carissimo prezzo (e non solo per sé)…
Nel mio libro sono partita da una pagina del Malte, la più celebre opera in
prosa di Rilke, dove il poeta insiste sul fatto che i versi non nascono dai
sentimenti, ma dalle esperienze. Per un solo verso, scrive, si devono vedere
molte città, uomini e cose. Bisogna avere ricordi di molte notti d’amore,
nessuna uguale all’altra. Bisogna aver udito le grida delle partorienti, essere
stati presso i moribondi, aver vegliato i morti nelle camere ardenti… E anche
avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare e avere la grande pazienza
di aspettare che ritornino. Solo quando i ricordi divengono in noi sangue,
sguardo e gesto, solo allora può darsi che in una rarissima ora ne esca la prima
parola di un verso. L’arte diventa così potente perché nasce dalla vita e
dall’esperienza reale: rintracciare nelle parole di un grande poeta le tracce
del suo destino mi pare essere la chiave di lettura più autentica, l’unica che
possa dare vero accesso alla sua arte, che è appunto “sangue, sguardo,
gesto”. Percorrere i passi di Rilke significa entrare in quell’interminato
pellegrinaggio che fu la sua esistenza. Dalla difficile infanzia con le sue
scuole militari, all’incontro con Lou Andreas-Salomé, musa e guida
intellettuale, al suo brevissimo matrimonio con la scultrice Clara Westhoff,
allieva di Rodin, e all’amore “da lontano” per la sua unica figlia, Ruth, fino
al rifugio creativo nel castello di Duino e nella torre di Muzot, sulle Alpi
svizzere, tutto diventa poesia nel suo sguardo.
Camminando dentro le parole, tra il visibile e l’invisibile, Rilke ci ha
lanciato delle sfide: il suo Weltinnenraum, il suo “spazio interiore di mondo” è
una “sottile striscia di terra tra fiume e roccia”, uno spazio sottilissimo,
eppure infinito. Per addentrarsi in quello spazio interiore, bisogna mettersi in
ascolto, cercare di penetrare il suo segreto, sapendo che è appeso al mistero,
allo stesso filo della fede, potremmo dire.
Qual è l’aspetto della biografia di Rilke che ti ha ‘spiazzato’, quello davvero
inatteso?
Vi sono molte pagine della sua vita che mi hanno “spiazzato”. Molte le
corrispondenze baudelairiane che mi hanno attraversato. Ma, sopra a tutto, oggi
mi preme parlare della sua attitudine ad inchinarsi davanti all’intimità e ai
segreti di ogni essere umano. Edmond Jaloux, amico di Rilke e specialista della
sua opera, ci ha trasmesso una lettera che un giorno ricevette da una donna
sconosciuta, e che oggi voglio consegnare per estratti ai lettori:
> “…Stavamo camminando lungo i cancelli del Lussemburgo… Rilke si era avvicinato
> a me, quel giorno, tenendo in mano una splendida rosa… Su quei cancelli,
> trovavamo, quasi ogni giorno, una vecchia donna seduta, che mendicava con
> discrezione. Non chiedeva nulla e i suoi occhi non si alzavano mai sui
> passanti. Ogni volta le lasciavamo una piccola elemosina… Non avevamo mai
> visto i suoi occhi, né udito il suo ringraziamento… Quel giorno… non aveva
> ancora ricevuto niente. Vidi Rilke inchinarsi davanti a lei, con rispetto, non
> un rispetto formale, ma un rispetto alla Rilke, un rispetto totale, di tutta
> l’anima. Inchinandosi, posò la bella rosa sulle ginocchia della vecchia
> mendica. Ella allora alzò i suoi occhi su di lui, lo guardò e con un gesto
> rapido e perfetto, gli prese la mano, la baciò e se ne andò via a piccoli
> passi – senza più mendicare per quel giorno”.
E vorrei aggiungere: felice della sua grande, insolita, ricchezza.
Credo che questa testimonianza del periodo parigino di Rilke possa illuminarci
su quello che fu il suo sguardo sul mondo e sul profondo rispetto che sempre
portò al prossimo, agli ultimi e alle loro sofferenze. Una particolare
delicatezza nell’ascoltare e nel confortare gli altri, che raggiunge i vertici
nell’epistolario, un’oceanica opera d’arte: il monumentale archivio della Rilke
Gesellschaft conta, ad oggi, circa 13mila lettere. Epistolografo d’eccezione,
nelle lettere il poeta non esita a donarsi completamente e ad abbracciare intime
questioni con acuta chiaroveggenza. Risponde instancabilmente, e con vera
partecipazione, a quanti gli si rivolgono. Non li conosce neppure, eppure si
prodiga per quegli sconosciuti senza risparmiarsi. E lo fa con profonda umanità,
che affascina e consola.
Nel complesso, come possiamo descrivere il ‘carattere’ di Rilke?
Silenzioso, mite, solitario, mistico; quando occorreva, determinato, volitivo,
mondano. Chi lo conobbe non esitò a definirlo un personaggio magico.
> “Nessuno lo sentiva arrivare”, racconta Stefan Zweig, “sedeva in silenzio e in
> ascolto, alzando involontariamente le sopracciglia appena qualcosa sembrava
> interessarlo. Discuteva con la semplice naturalezza con cui una mamma racconta
> una fiaba al suo bambino, con la stessa affettuosa tenerezza”.
Nella conversazione, non gli interessava soffermarsi sui luoghi comuni della
vita quotidiana, entrava subito nei dettagli delle cose più alte, dove i suoi
occhi vedevano tracce e presagi dell’invisibile. Sono tuttavia pochi quelli che
hanno davvero conosciuto la sua vita, il suo mondo interiore, la sua più
recondita officina. Era come avvolto da un ferreo riserbo, circonfuso di un’aura
mistica. Su quell’aura si è soffermato a più riprese Edmond Jaloux, arrivando a
definirlo visionario e medianico.
Temo che Rilke sfugga a chiunque voglia afferrarlo: la sua poesia è “luce
sull’invisibile”, come ho inteso sottotitolare il libro; un “tramite” tra mondi
e regni: visibile e invisibile, vita e morte. Rilke si è spinto nel cuore della
parola per divenire pura eco interiore, per arrivare alla voce dell’angelo, al
regno delle ombre, alla grande unità, alla risonanza del silenzio. Ce l’ha
spiegato bene Marina Cvetaeva quando lo ha definito “una topografia dell’anima”
e ha aggiunto “Rilke è necessario al nostro tempo come un prete sul campo di
battaglia”, una necessità quantomai attuale…
Anomalie: il ‘recluso dell’arte’, in verità, era circondato da amici, mecenati,
nobildonne, svariate amanti… Come conciliare questo paradosso?
Forse non è un paradosso. O meglio: vi sono molte questioni aperte su Rilke. Con
lui bisogna accettare di abitare il mistero e amare le domande “simili a stanze
chiuse a chiave e a libri scritti in una lingua straniera”. Rilke seminava
attorno a sé verità rivelate, talvolta difficilmente decifrabili. Uomini e donne
erano attratti dai suoi modi e dalle sue parole, da quella sua speciale empatia.
Ciò che lo rendeva affascinante era senza dubbio quel singolare incontro tra
terreno e angelico, la sua capacità di vedere oltre la superfice delle cose.
Claire Goll scrive che era impossibile resistergli e in effetti il corteo di
donne che lo accompagnò in vita e non l’abbandonò neppure dopo la morte
(attraverso monografie e libri di ricordi) è vasto: Lou Salomé, la moglie Clara
Westhoff, la principessa Marie von Thurn und Taxis, Magda von Hattingberg, Lou
Albert-Lasard, Baladine Klossowska, Nanny Wunderly-Volkart, Marina Cvetaeva,
Nimet Eloui-Bey…Ogni donna era invero una stella nella “costellazione” della sua
anima e della sua poesia, come cerco di spiegare nel libro, percorrendo i grandi
incontri della sua vita.
Qual è la figura ‘chiave’ che ha agito più di altre nella vita di Rilke?
Lou Salomé fu la persona che più di ogni altra segnò il cammino esistenziale e
artistico di Rilke. Fu per lui un grande amore, e non solo: la grande amica,
amante, musa, confidente, maestra. Di certo, Lou fu (anche) una figura materna
per Rilke, permise la sua vera rinascita, la rottura rispetto all’ambiente
provinciale praghese, ai sentimentalismi e alla devozione esasperata di sua
madre Phia. Dopo l’incontro con Lou, la sua nuova vita fu segnata dal
cambiamento del nome di nascita René nel più sobrio e virile Rainer, che reca
un’impronta germanica e richiama la purezza (Reinheit). Lou gli offrì materiali
filosofici ed estetici, lo iniziò alla lettura di Nietzsche (che rimarrà sempre
un riferimento ineliminabile nel pensiero rilkiano), lo mise al passo con
l’intellighenzia europea. Fondamentali i due viaggi che Rilke fece con Lou in
Russia. Qui ebbe inizio la sua vera opera, la sua ricerca di assoluto e
spiritualità, di cui alle Storie del buon Dio e al Libro d’ore e oltre, fino
alle Elegie
Duinesi. Il loro legame durò per tutta la vita, come testimonia il
loro Epistolario 1897-1926, uno scambio durato quasi trent’anni, di circa
duecento lettere, dal primo incontro del 12 maggio 1897 all’ultima lettera del
13 dicembre 1926, anno della morte di Rilke, e ancora oltre, se si considerano
le memorie di Lou e il libro Rainer Maria Rilke. Un incontro, che lei gli dedicò
dopo la sua morte. La loro corrispondenza avvicina in modo profondo alla vita e
all’opera di Rilke e consente di accedere all’intimità più autentica del suo
destino esistenziale e poetico: Rilke vi esprime le sue incertezze, le sue
difficoltà; Lou, che aveva intrapreso lo studio della psicanalisi con Sigmund
Freud, riesce ogni volta a “curare” le sue ferite, riportando le misteriose vie
dell’arte nel percorso della vita.
Come è possibile amare nell’abbandono, senza ‘consumare’ l’amore?
Nei Quaderni di Malte Laurids Brigge, Rilke scrive che “Amare è: illuminare con
olio inesauribile. Divenire amati è passare. Amare è durare.” Si tratta di una
nota in margine al manoscritto, che si conclude con la celebre parabola del
figliol prodigo. Qui, Rilke ribalta completamente la parabola evangelica per
affrontare il tema del “grande compito dell’amore”, un amore che nulla chiede in
cambio e si espande all’infinito; un amore slegato dalle maglie del possesso e
inteso come direzione, come forma di libertà.
Nella concezione rilkiana dell’amore senza possesso (besitzlose Liebe, anche
identificato come “amore intransitivo” dalla critica), questa è l’unica forma
d’amore che non “consuma” il suo oggetto. Si tratta dell’amore cantato dai
trovatori medievali “che nulla temevano più dell’essere esauditi” e soprattutto
delle celebri “amanti colme di forza”, a più riprese evocate nel Malte. Per
qualche tempo Rilke accarezzò l’idea – poi accantonata anche se continuamente
ripresa nell’opera e nell’epistolario – di scrivere un libro sui profili
biografici delle grandi amanti capaci di quell’amore assoluto: Saffo, Eloisa,
Gaspara Stampa, Louise Labé, Bettina von Arnim, Eleonora Duse, Mariana
Alcoforado e altre figure di donne che, nella solitudine, compirono la suprema
metamorfosi, elevandosi da un amore ristretto (ad un determinato oggetto) verso
la pura contemplazione dell’amore. Poco tempo prima di morire, Rilke confidò a
Edmond Jaloux di aver scritto il Malte “per delucidare il proprio pensiero e
vedere limpido dentro se stesso”. Il Malte è un punto limite nella sua vicenda
creativa (dopo la sua conclusione, nel 1910, comincia infatti un lungo tempus
tacendi che durerà oltre un decennio), e la sua estrema voce è quella del
figliol prodigo, colui che si prefisse di “non amare mai, per non porre nessuno
nella situazione terribile di essere amato”.
La questione è complessa e va trattata con molta cautela, distinguendo i piani
Malte/Rilke. Bisogna ricordare che iQuaderni nascono quando la prima –
fondamentale – esperienza parigina si è da poco conclusa: nell’immensa
solitudine di una città allucinata, il poeta sperimenta la miseria, l’angoscia e
il male di vivere. Dopo la rottura con Lou Salomé, Rilke si è sposato con la
scultrice Clara Westhoff, è diventato padre di una bambina, Ruth; si è
trasferito a Parigi per lavorare alla monografia di Auguste Rodin. Nel frattempo
ha completato l’ultima parte del Libro d’ore e del Libro delle immagini,
le Nuove Poesie e il Malte. Una mole impotente di lavoro. Ma a Parigi tramonta
definitivamente il tentativo di una vita familiare e si profila un lungo cammino
di stenti fondato sull’arte, una dolorosa contraddizione che lo strappava dalla
sua famiglia e dalla sua casa, dove non riusciva a stare, e lo straziava, lo
costringeva alla solitudine.
Perché l’idea di essere amato provoca in lui angoscia? Forse è un problema che
affonda le sue radici nell’infanzia, nel complesso rapporto con la madre. Forse
nel trauma della scuola militare scelta dal padre. Rilke è persona generosa, sa
donare se stesso, tutti quelli che lo hanno conosciuto lo confermano. E se non
bastasse, sarebbe sufficiente rivolgersi all’epistolario, alle sue lettere
prodighe di attenzioni, consigli e consolazione per il prossimo. Lettere
infinite… Ma non riesce ad abbandonarsi, ad essere amato; nel ritmo di donare e
ricevere non riesce a mettere radici, nemmeno con sua figlia. Forse questo è il
destino di chi sente il fardello – e l’ebbrezza – di una missione per tutta la
vita. Nel suo caso, una missione da poeta, quale puro e cieco strumento di un
verbo assoluto; ma anche come uomo che, prima del verso, deve farsi sangue,
sguardo, gesto. Come ho voluto ricordare nell’episodio della rosa alla mendica,
la poesia nasce quando il gesto si è consumato, mentre la vita scorre, nel ritmo
alternato del movimento e della permanenza. In questo, Rilke ha avuto per tutta
la vita una necessità soprannaturale di ‘affrettarsi’ al capitolo successivo
della sua trasformazione-metamorfosi (concetto chiave nell’opera), senza potersi
fermare, né “adagiare” mai, su ciò che era già stato fatto, detto, consumato.
Rilke sa scrivere come pochi altri verità fondamentali sugli uomini e sulla
vita, ma non riesce a vivere e amare nel reale. L’amore quotidiano, quello della
“vita dei giorni”, e a maggior ragione quello in seno a una famiglia, richiede
una costante permanenza, un eterno indugiare sui capitoli da scrivere, leggere,
rileggere e correggere infinitamente, con abnegazione e resilienza nella
ripetizione dell’amore e dell’attenzione per l’altro, e questo è difficile, se
non impossibile, per chi, come Rilke, abbraccia una vita fondata sul movimento
perenne dell’essere. In tutta la sua complessità, la questione rimane aperta e
il lettore potrà attraversarla in vari punti del mio libro, sia sotto il profilo
esegetico dell’opera, sia sotto quello biografico.
Cosa significa, in fondo, un libro all’apparenza così sigillato come “Elegie
duinesi”?
Il mio incontro con le Elegie duinesi è stata una rivelazione sulla via di
Damasco. Lo spiego al lettore nelle ultime pagine del mio libro. Le Elegie sono
un compendio-talismano da tenere a portata di mano. Da leggere, rileggere,
meditare nelle varie stagioni della vita. Esse stanno in rapporto alla vita e
alla morte come il Talmud sta al rapporto tra l’uomo e la parola di Dio. Sono
uno strumento che ha bisogno dell’uomo tanto quanto l’uomo ha bisogno dello
strumento: richiedono un paziente lavoro di lettura e interiorizzazione per
restituire i loro doni, come ho cercato di spiegare nel capitolo dedicato a
questo capolavoro, che per Rilke fu un vero e proprio “uragano nello spirito”.
Ritaglia un mazzo di versi rilkiani che hanno inciso nella tua vita – e perché?
Devo nuovamente tornare sul mistero e alle ultime pagine del mio libro, per
ritagliare due frammenti della Prima e della Decima Elegia. Vorrei che questi
versi arrivassero nelle mani di quanti si trovano ad affrontare una dolorosa
perdita, con l’auspicio che possano scendere come un balsamo nei loro cuori,
come è successo a me.
Certo è strano non abitare più sulla terra,
non più seguir costumi appena appresi,
alle rose e alle altre cose che hanno in sé una promessa
non dar significanza di futuro umano;
quel che eravamo in mani tanto, tanto ansiose
non esserlo più, e infine il proprio nome
abbandonarlo, come un balocco rotto.
Strano non desiderare quel che desideravi. Strano
quel che era collegato da rapporto
vederlo fluttuare, sciolto nello spazio. Ed è faticoso
esser morti;
quanto da riprendere per rintracciare a poco a poco
un po’ d’eternità. […]
Ci si divezza da ciò che è terreno, soavemente,
come dal seno materno. Ma noi, che abbiamo bisogno
di sì grandi misteri – quante volte da lutto
sboccia un progresso beato – potremmo mai essere,
noi, senza i morti? […]
Ma se i morti infinitamente dovessero mai destare un
simbolo in noi,
vedi che forse indicherebbero i penduli amenti
dei noccioli spogli, oppure
la pioggia che cade su terra scura a primavera.
E noi, che pensiamo la felicità
come un’ascesa, ne avremmo l’emozione
quasi sconcertante,
di quando cosa ch’è felice, cade.
Tra tutti gli aggettivi che poteva usare per osservare la morte, Rilke sceglie i
più semplici: strano e faticoso. Strano, scrive, non abitare più sulla terra,
strano abbandonare il proprio nome come un balocco rotto… Ed è faticoso essere
morti “quanto da riprendere per rintracciare a poco a poco un po’ d’eternità.”
La morte guarda all’interno e fuori di sé, verso chi muore e chi ancora vive:
“potremmo mai essere, noi, senza i morti”? In questa domanda vi è un chiaro
invito ad accogliere – nell’ascolto del silenzio – la voce di chi è scomparso:
dal lutto può nascere un “progresso beato”, ovvero una nuova consapevolezza del
rapporto tra la vita e la morte: l’essenza delle Elegie Duinesi.
Gli ultimi versi – e con essi l’opera intera – sono raccolti intorno
all’immagine di una caduta, che non segna tuttavia una morte, una fine, quanto
una metamorfosi, un rinnovamento, secondo il moto discendente dei frutti maturi
e della pioggia che cade su terra scura a primavera. In questa celebrazione
della terra, con il suo ciclo naturale di morte e di vita, la felicità non è
dunque elevazione, non è ricerca di una trascendenza irraggiungibile, ma caduta,
inchino verso la terra, umile adesione al ciclo della natura, eterna
trasformazione.
Sulla caduta e sulla metamorfosi rilkiana, e sul perno della grande ricchezza
della povertà e della morte, ci vorrebbe un convegno a più moduli, esegetici e
biografici, per poterne parlare degnamente.
Cosa ci resta ancora da scoprire della moltitudine Rilke?
Ancora molto. È notizia del dicembre 2022 che l’archivio letterario di Marbach
in Germania ha acquisito l’archivio familiare Rilke di Gernsbach, finora in
possesso degli eredi di Rilke. Si tratta di una collezione monumentale di
manoscritti, lettere, libri, riviste, disegni e fotografie. La nuova collezione
contiene circa 10mila pagine di bozze e appunti. Comprende anche circa 2.500
lettere scritte da Rilke e circa altre 6.300 lettere scritte a lui. Tra i
corrispondenti figurano vari nomi noti nella biografia rilkiana e anche la
moglie Clara Westhoff e la figlia Ruth. Sandra Richter, direttrice dell’archivio
letterario di Marbach, ha sottolineato che i documenti acquisiti sono un
«patrimonio travolgente»: l’immagine che abbiamo di Rilke potrebbero
cambiare. L’elaborazione della nuova montagna di documentazione richiederà
tempo, ma di certo sarà foriera di nuove gemme e scoperte… A quasi cent’anni
dalla morte, Rilke continua a parlarci.
L'articolo “L’emozione sconcertante”. Viaggio nella vita di Rilke proviene da
Pangea.
Corrado d’Elia, al contempo, ha qualcosa di Mangiafuoco e qualcosa di Don
Chisciotte. Suo è il genio del terribile: quando gli parli, impalca castelli in
aria così concreti che sei pronto a imbarcarti con lui verso un qualsiasi
nessundove. È il talento di chi maneggia il fuoco come un burattino e rende
feconda la cova dei mulini a vento. In fondo, ama il pensare transoceanico,
d’Elia: per me – anche per le sue movenze da saltimbanco, da imbonitore di
leoni, da infallibile equilibrista – è il Philippe Petit del teatro italiano
contemporaneo.
Milanese, uscito dalla ‘Paolo Grassi’, Corrado d’Elia somma strategia e umore
lunare. Nel 1995 fonda Teatri Possibili – che è poi un inseguire l’impossibile –
che oggi si chiama Compagnia Corrado d’Elia; da tempo, in particolare, Corrado
d’Elia indaga i personaggi, gli uomini che al posto di lasciare il cuore a
maggese l’hanno messo a fruttificare velieri, visioni, varchi. Ha messo in scena
– con acume da entomologo del meraviglioso – Mozart e Beethoven, Van Gogh e
Steve Jobs. Ora sta inseguendo Macbeth; ha da poco dato voce a Galileo. Ama i
grandi libri, Corrado d’Elia, i libri che infiammano fino a forgiare in spada e
in capodoglio l’anima di chi li legge. Così, con spericolata indole, ha
riscritto l’Iliade e Moby Dick, Don Chisciotte, Le notti bianche, Il piccolo
principe. Ha l’energia dell’ispirato – cioè: di chi sa ispirare.
A volte, le sue sceneggiature prendono la via del libro. Io, Moby Dick (Ares,
2024) è forse il più affascinante; Galileo, oltre le stelle (Ares,
2025), l’ultimo, è un tentativo di sconfinamento dai greti di una grande anima.
Quali sono i legami tra scienza e fede, tra parola e calcolo, tra opportunità e
opportunismo, tra sé e cosmo? Galileo è allo zenit dell’uomo – Galileo è figura
che ha in Amleto un emblema nel mondo letterario: entrambi fondano la modernità,
che è poi il discorso sull’essere e sul non essere, sulla possibilità di
esplorare gli impossibili. Amleto crea un microscopio interiore per sondare i
miraggi e i deliri dell’anima; Galileo forgia un cannocchiale per auscultare i
mugolii dell’universo.
“È carne che trema di fronte all’infinito”, dice Corrado d’Elia di Galileo. Il
libro comincia con una finestra e finisce con una marmellata. Sulla soglia
dell’abiura e dell’umiliazione, il sapiente parla di fragole, limoni e lamponi;
“Nessuno ha visto più lontano di me”, sussurra. Gli astri sono i frutti maturi
dei nostri occhi.
Corrado d’Elia scrive in versi. La sua scrittura, però, ha poco a che fare con
il teatro ‘poetico’ (o neomelodico) – che siano le scritture vertiginose di
Mario Luzi o gli spettacoli ‘di parola’ di Mariangela Gualtieri. L’andar per
versi è utile, qui, a creare il ritmo narrativo esatto. I versi sono uno
‘strumento’: cembalo e cetra, tamburo e corno; sussurri e grida. Come i canti
attorno al fuoco: e il fuoco, di volta in volta, si fa volto e muraglia. Un
fuoco argilla, intendo, in cui le ombre hanno la beltà di un corpo, di un
torsolo d’uomo – innamorano.
Beethoven, Van Gogh, Galileo, Mozart. Mi pare di capire che ti piacciono i
grandi uomini, che confidi nel ‘terribile’ genio dell’uomo. È così? Perché?
La parola “genio” porta con sé un’ambiguità affascinante. Genio non significa
solo capacità tecnica o talento straordinario: implica una tensione,
un’inquietudine, una ferita. Beethoven, Van Gogh, Galileo, Mozart – e potrei
aggiungere Steve Jobs, figura altrettanto contraddittoria e perturbante – sono
stati uomini che hanno vissuto in una sorta di scarto rispetto al mondo comune.
Hanno visto più lontano, hanno pagato sulla propria pelle il prezzo di quella
visione, e per questo hanno toccato vertici che noi possiamo soltanto sfiorare.
Incontrare il genio significa entrare in contatto con l’ebbrezza di una
grandezza che non è mai pienamente accessibile. È come camminare sull’orlo di un
abisso: non possiamo appropriarsene, ma possiamo lasciarci colpire da quella
vertigine. Galileo, in particolare, rappresenta per me questa condizione: uomo
di scienza, ma anche poeta della visione, capace di scardinare dogmi e di aprire
nuove prospettive sul mondo, pur pagando il prezzo dell’isolamento e della
condanna.
Lui è Corrado d’Elia
Iliade, Moby Dick, Divina Commedia. Mi par di capire che ti piacciano le grandi
opere. È così? Che senso ha, oggi, una vita ‘epica’, una grande opera?
I classici sono la nostra archè, il nostro conio originario. Non appartengono al
passato, ma al futuro. Essi non cessano mai di parlarci, perché custodiscono
domande che restano aperte. Omero, Dante, Joyce, Dostoevskij, Melville non ci
consegnano risposte definitive, ma ci offrono la vertigine di interrogativi che
ancora oggi ci parlano e ci fanno riflettere. In un’epoca che sembra aver
smarrito i propri maestri e che spesso rifugge dalle grandi domande, parlare di
“vita epica” significa restituire al presente il senso di un orizzonte più
vasto. Non è questione di eroismo in senso tradizionale, ma di profondità:
l’epica oggi è la capacità di vivere con consapevolezza, di cercare un senso che
vada oltre il consumo immediato. Una grande opera, nel nostro tempo, è quella
che invece riesce a interrogarci e a resistere al logorio dell’oblio e della
dimenticanza.
Qual è il libro che ti ha folgorato da bambino? E quello che ti ha folgorato da
adulto?
Da bambino mi hanno colpito libri che mi hanno insegnato a guardare il mondo con
stupore. Non era tanto un titolo preciso, ma il gesto stesso del leggere che
apriva mondi. Ogni pagina era una porta. Da adulto, invece, ricordo come
folgorazione Moby Dick: non solo per la potenza narrativa, ma perché in
quell’ossessione vedevo riflessa la nostra sete inesausta, la tensione verso
l’impossibile. Melville, come Dante, come Galileo, ci mostra che la conoscenza è
anche naufragio, che non si può inseguire la verità senza rischiare di perdersi.
Non è un caso che il mio Io, Moby Dick, inizi con un uomo seduto sulle proprie
sconfitte.
Galileo. Perché?
Galileo è un simbolo del nostro tempo. Non solo perché ha incarnato la
rivoluzione del pensiero scientifico, ma perché ha vissuto sulla propria pelle
il conflitto tra fede e ragione, tra libertà di ricerca e potere istituzionale.
È un uomo del passato che parla al presente: la sua vicenda interroga ancora
oggi il rapporto tra scienza e coscienza, tra visione e resistenza. Portarlo in
scena significa restituirgli la sua duplice natura: l’uomo forte e convinto
delle sue idee, ma anche l’essere fragile, intimo, spesso solo, che si misura
con i limiti propri e del proprio tempo. Galileo è il paradigma dell’artista e
dello scienziato: colui che guarda oltre e che, proprio per questo, paga un
prezzo altissimo.
Come inizi a scrivere un testo, questa specie di biografia lirica, di monologare
poetico? Da dove è iniziato Galileo?
La scrittura nasce sempre da una ferita, e quindi da un’urgenza. Non è mai un
progetto meditato, ma piuttosto un incendio che divampa da una scintilla. Nel
caso di Galileo, la scintilla è stata una conversazione con amici sul rapporto
tra fede e scienza: un tema che, lungi dall’essere archiviato, resta bruciante e
contemporaneo. Io scrivo ovunque: nei bar, negli aeroporti, sui treni, in
camerino. La scrittura mi divora. Non è mai casuale la mia scelta di andare a
capo: il verso è la forma naturale del mio pensiero. È un ritmo che segue il
respiro. Galileo è nato proprio così: dal bisogno di dare voce a una tensione
interiore, di unire la lirica al racconto, il pensiero alla carne viva del
teatro.
Che rapporto c’è tra scrittura scenica e poetica?
Sono due forme sorelle. Entrambe vivono del togliere, dell’evocare più che del
descrivere. La scrittura poetica genera immagini che vivono nella mente del
lettore. La scrittura scenica deve invece incarnarsi subito, diventare visione
immediata per lo spettatore. La differenza è nel tempo: la poesia si legge in
solitudine, lentamente, e può essere riletta infinite volte. Il teatro vive
nell’istante, chiede di catturare e trattenere un pubblico per un’ora o due,
senza tregua. Ma in entrambi i casi si tratta di rendere visibile l’invisibile,
di rivelare, di trasformare il silenzio in qualcos’altro.
Che senso ha l’arte in un mondo che rimanda soltanto orrore, morte?
L’arte è il braciere che deve restare acceso, anche quando tutto intorno è buio.
Adorno nel ’49 scriveva che dopo Auschwitz fosse impossibile scrivere poesia,
addirittura un atto di barbarie. Ma la poesia stessa ha dimostrato il contrario:
proprio nell’abisso, la parola trova una ragione per esistere. Oggi più che mai
l’arte è dunque resistenza. È atto politico, oltre che poetico. Non consola, ma
tiene accesa una luce. Senza arte, senza cultura, senza educazione, la società
resta prigioniera della violenza e dell’ignoranza. L’arte è la nostra forma di
sopravvivenza.
Qual è la tua poesia del cuore?
È difficile dire. Probabilmente se devo scegliere, Forse il cuore di Salvatore
Quasimodo, scritta nel 1947, nel dopoguerra, quando il mondo era allo stesso
modo lacerato e le ferite sembravano insanabili. Si chiude con quei versi che
non risuonano terribili nel dubbio: «forse il cuore ci resta, forse il cuore…».
Io ci sento tutta la precarietà dell’umano, ma anche la sua possibilità. Ci
offre una chiave che sta a noi prendere o rifiutare.
Qual è stato il personaggio più difficile da investigare?
Ogni personaggio porta con sé un abisso, ma se devo pensarne uno in particolare,
cito il Caligola di Camus. Qui la caduta non ha appigli: è verticale, brutale,
inesorabile. Camus non ci consegna solo l’immagine storica di un imperatore
folle, ma ne fa un archetipo della condizione umana: un uomo che, perso l’amore
e il senso delle cose, si spinge fino all’estremo, fino al capriccio assoluto,
fino all’assurdo. La crudeltà di Caligola è profondamente umana. E tutto questo,
questa frizione è terribile. Perché la puoi spiegare. La sua violenza non nasce
da una ferita, da un lutto che si trasforma in ossessione metafisica: la ricerca
di un’impossibile libertà assoluta. Nel suo delirio, Caligola non è lontano da
noi: ci mostra che quando l’uomo smarrisce il senso, quando non accetta i
limiti, quando non ha punti di riferimento, umani o spirituali può trasformarsi
in mostro. È l’abisso del potere, ma anche l’abisso del vuoto interiore.
…e ora, quale nuovo uomo stai tenendo in agguato, vorresti agguantare?
Il prossimo incontro è con Macbeth, o meglio con la sua ombra. Non la tragedia
shakespeariana in senso tradizionale, ma il suo incubo, il suo sogno più nero.
Macbeth diventa per me un uomo intrappolato in un rito ancestrale, una vittima
sacrificale in balia di qualcosa più grande di lui. Per questo, nel suo
disorientamento è un uomo contemporaneo. Una dimensione rituale, alchemica, dove
la parola si fa liturgia e il gesto invocazione. Uno spettacolo visionario a cui
lo spettatore non assiste, ma attraversa.
**
Si pubblica per gentile concessione, l’attacco di “Galileo, oltre le stelle”,
testo di Corrado d’Elia edito da Ares (2025).
Quando ero bambino,
come per istinto,
aprivo la finestra e guardavo il cielo.
Allora, tutte le volte,
lo stupore, il mistero,
per quel foglio immenso e nero,
mi avvolgeva.
Ogni stella era un enigma da decifrare,
ogni costellazione
una frase da indagare.
Cosa cercassi io non lo so,
ma già sentivo
che in quel vasto tacere,
in quel silenzio che sapeva di sapere,
un senso d’eterno c’era,
di assoluto,
un frammento di verità
che mi lasciava disorientato, incantato,
muto.
«Cosa siete, stelle?
E che cosa mi volete dire?
Siete solo lanterne accese nel buio
o una traccia da seguire?
L’universo è tanto vasto,
sembravate suggerire,
più di quello che pensi
più di quello che puoi capire
e la vita, la vita,
è un meraviglioso viaggio,
sempre in divenire».
E in quel parlare del cielo,
in quell’estasi in cui mi perdevo,
io leggevo una chiamata, un invito,
a esplorare
un disegno oltre il nostro,
un ordine nascosto
dietro quel velo d’infinito.
Così ogni notte lo facevo
e il cuore, guardando, piano piano si calmava.
La domanda ancora oggi è sempre la stessa:
che cos’è questo libro che mai si chiude?
Quest’oceano celeste sopra di noi
che ancora mi incanta
e mai mi delude?
Un’opera d’arte, certo, un capolavoro.
Un mistero.
Il riflesso dell’animo mio
inquieto.
L’eco di qualcosa
che ancora ci è segreto.
E davanti a voi, luminose stelle
la mia emozione si fa sempre meraviglia.
Un uomo così piccolo,
in mezzo alla sua grande famiglia.
L'articolo “Camminare sull’orlo di un abisso”. Dialogo con Corrado d’Elia
proviene da Pangea.
Leggendo la recentissima traduzione de I Sonetti a Orfeo di Rilke, curata da
Riccardo Held, per la collana Lo Specchio di Mondadori, non posso fare a meno di
pensare a Marina Cvetaeva:
> E oggi ho voglia che Rilke parli attraverso di me. Nel linguaggio comune
> questo si chiama traduzione (com’è più bello in tedesco – Nachdichten! Andando
> sulle orme di un poeta, aprire di nuovo tutta la strada da lui aperta […]).
La traduzione poetica è sempre un atto di fedeltà, umiltà e soprattutto amore.
Si tratta letteralmente della gestazione di una nuova creatura, che ancora non
esiste nella lingua di approdo: bisogna attraversarla, traghettarla e partorirla
in un nuovo registro linguistico. Un esercizio faticoso che presuppone ascolto,
attenzione pura, molte letture e interiorizzazioni, fino a quando non si riesce
a trovare quella parola perfetta – la sola – che possa “dire” la “cosa” in
un’altra lingua, senza tradirne il senso.
Di certo è una sfida. Lo spiega bene Held nella sua nota di chiusura, una nota
quasi sottovoce, mirabilmente rilkiana, nel tono, nello stile e soprattutto
nell’essenza. In essa vi è tutto il Rilke dei Sonetti e delle Elegie, due opere
intrinsecamente connesse che rappresentano un vertice lirico di tutti i tempi.
Già nel titolo che antepone alle sue parole, tratto da un verso dei Sonetti (II,
23), Held ci parla in questo senso: «Niente più che un pensiero», ben
consapevole di cimentarsi con l’ascesa ad una vetta e ai suoi molti “strati di
senso”, che ancora oggi sfuggono agli interpreti.
Nel 1922, Rilke non aveva in programma i Sonetti: quei versi sgorgarono dagli
appunti che l’amica Gertrud Ouckama Knopp prese sulla malattia e sulla morte
della figlia Wera (che Rilke aveva conosciuto bambina), e che poi spedì a Rilke.
L’immagine della giovanissima ragazza, promettente ballerina, strappata alla
vita all’età di 19 anni per leucemia (la stessa malattia che – per ironia della
sorte – lo condurrà alla morte), lo colpì così tanto da dedicare I sonetti a
Orfeo alla sua memoria.
La morte, cuore della vita
Suddiviso in due parti e concepito come “monumento funebre” per Wera Ouckama
Knopp (1900-1919), il ciclo dei Sonetti consente a Rilke di sostituire la
contrapposizione tra vita e morte con la «grande unità» di un «doppio regno» che
lega inscindibilmente vita e morte in un’unica, incessante, metamorfosi.
Da molti anni, ormai, il poeta andava delineando nella propria opera una
peculiare visione della morte: dalla stesura del Libro della povertà e della
morte (terza ed ultima parte de Il libro d’ore) ininterrotta divenne la sua
riflessione sull’evolversi ultimo dell’esistenza, nel quale la morte assume un
ruolo centrale. Rilke è sempre più convinto che le religioni si siano limitate a
fornirne diverse “figurazioni”, a mo’ di consolazione, invece di offrire validi
strumenti per comprenderla ed accoglierla in sé. Non si tratta allora di
abbracciare la morte come l’altra faccia della vita, come l’altra sua metà che
lasciamo in ombra? Così scriveva, nel marzo del 1920, in una lunghissima lettera
ad una giovane amica, Anita Forrer:
> La mia inclinazione mi ha spinto, sempre più profondamente, anno dopo anno, a
> fare della morte il cuore della vita, come se in essa fossimo veramente a
> casa, serbati e protetti, cullati nella più profonda e sublime fiducia.
Verso l’estremo
Se la morte è dunque il «cuore della vita», allora, chi meglio di Orfeo, che
entra nel regno dei morti per riportare in vita la sua Euridice, può incarnare
nella sua figura la compresenza di vita e morte?
Orfeo è il “Dio della cetra” che incanta il bosco e le fiere con la sua musica,
conosce l’essere e il non-essere, la dolorosa caducità della vita, eppure, la
canta e la celebra e, dal suo canto, sgorga una fanciulla: Wera. Ella portava
con sé l’infanzia, la danza e la musica, ma anche la morte già dentro la vita:
una figura orfica, una novella Euridice, che reca in sé l’accettazione e la
celebrazione della metamorfosi dell’esistenza ed il suo naturale confluire nella
morte.
Con Wera e con i Sonetti, che precedono la ripresa delle Elegie, la morte che
aveva aleggiato intorno a Rilke, trattenendolo sulla “soglia” dell’opera, entra
dunque dentro l’opera stessa e lo spinge “verso l’estremo” – là dove voleva
arrivare dopo aver conosciuto l’opera di Cézanne. E questo spingersi verso
l’estremo, la morte, anziché portare angoscia e terrore, porta addirittura la
possibilità di salvezza.
Orfeo parla e canta, si apre al mondo; non conosce differenze tra l’aldiquà e
l’aldilà, che celebra allo stesso modo. Anche dopo la morte continua a vivere
nella natura, negli alberi e negli uccelli, in cui si dissolve
“panteisticamente” come san Francesco nel Libro d’ore. Nei Sonetti, la poesia
diviene parola che tenta l’indicibile. È una parola buia, densa di segreto,
talvolta di inaudita complessità (nelle lettere Rilke parla del «dettato più
misterioso ed enigmatico» cui abbia mai assolto) che si fa però scrittura
perfetta, gioiosa, musicale.
Singolari relazioni tra i sensi
Il poeta è consapevole del suo ruolo di cantore sul confine tra il regno dei
vivi e quello dei morti, dove nuove insondabili relazioni (autentiche
sinestesie) si instaurano tra i cinque sensi.
È la sfera acustica a dominare l’intera raccolta. Il poeta immagina la voce
delle cose: il suo sguardo è diventato ascolto, secondo quell’intuizione che
aveva vissuto in Egitto avanti alla sfinge, quando il fruscio delle ali di una
civetta disegnò quell’immenso profilo nel suo udito. Fu questa l’intuizione
iniziale dell’“udito di morto” che attraversa trasversalmente le Elegie e
i Sonetti, ove si instaurano nuove, singolari, relazioni tra i sensi, tanto che
ci parrà di “vedere gli odori”, “udire i colori”, “toccare i suoni”, “danzare i
sapori”… I sensi mutano gli oggetti, spaziano da quelli che gli sono propri a
quelli che appartengono ad altra sfera della percezione.
Siamo in presenza di un’opera d’arte di assoluta originalità e perfetto
equilibrio compositivo, nella quale Orfeo vince le Menadi che volevano
dilaniarlo, perché la sua musica è ordine e bellezza. Anche dopo essere stato
ucciso, continua a vivere attraverso i boschi, gli alberi e gli animali. Così
termina la prima parte dei Sonetti.
La seconda è ancora più rarefatta. Rilke canta i suoi temi prediletti, cui
attinge con costanza nel corso degli anni, da una parte all’altra della sua
produzione, quasi in un percorso “circolare”: il respiro (vera cifra del tardo
Rilke), l’aria, i venti, i mari, lo spazio, gli specchi: “intervalli di tempo”
che riflettono infinite volte il volto della bellezza… Evoca gli animali, tra
cui il mitico unicorno, invisibile ma vero, simbolo della verginità nel
Medioevo. Celebra i fiori, tra cui l’immancabile rosa e l’anemone; la macchina,
presuntuosa padrona della modernità, a cui non vuole obbedire. Invoca il
mutamento, la sua fiamma; maledice l’oro e il denaro; si rivolge alle stelle,
alle fontane, ai giardini, alle campane e, verso dopo verso, si immedesima in
una parte del tutto, in uno spirito eterno che non tramonta e mai tramonterà,
che “resiste ormai per sempre”, che acconsente al cambiamento, al rinnovamento,
che si congeda dalle cose con la capacità di dire addio, accogliendo in sé il
pensiero della morte nella vita.
Alla legge della separazione dei due regni si contrappone quindi quella di
un’incessante metamorfosi: è lì che ruotano i Sonetti, in uno “spazio interiore
di mondo” che diventa il “doppio regno”, uno spazio che lega inscindibilmente
vita e morte. Essenziale diviene la trasformazione del visibile nell’invisibile:
la realtà esterna si ritrae (si comprime potremmo dire) a sorgente di materiali,
quasi un deposito di immagini, cui il cuore attinge per adempiere la sua opera
di metamorfosi-fusione-annullamento di confini tra esterno ed interno, tra
oggetto osservato e soggetto che osserva in un unico, indivisibile, spazio terzo
dove le cose – dentro di noi – raggiungono la loro pienezza.
L’esterno offre le immagini ma ciò che qui conta è il cuore: l’io del
poeta-Orfeo, centro di realtà solo interiori – invisibili – dove tutto è in
perenne trasformazione: l’albero matura il frutto nel silenzio; il frutto si
scioglie nella bocca e diviene puro piacere; i morti nutrono le radici dei
fiori; la danza diviene simbolo dell’anima, incarnazione della fiamma, come la
poesia…
Solo chi, come Orfeo, abbia levato la sua cetra nel regno delle ombre, potrà
presagire col cuore un infinito canto – che non è più desiderio soggettivo verso
uno scopo da raggiungere – ma il respiro che sfiora l’essere e il non-essere, il
vivere ed il morire: quella “grande unità” che si chiama esistenza.
Marilena Garis
*L’articolo, che si pubblica per gentile concessione, è uscito come “Nella
«grande unità» di Rainer Maria Rilke”, sulla rivista “Studi Cattolici” delle
Edizioni Ares
In copertina: cartone di scena dall’Orphée di Jean Cocteau
L'articolo “Andando sulle orme di un poeta”. Discorso sui “Sonetti a Orfeo” di
Rilke proviene da Pangea.
Due anniversari poundiani ci ‘obbligano’ a rileggere il poeta-totem del secolo.
Il primo è sul bivio della tragedia: ottant’anni fa – era il maggio del 1945 –
Pound viene arrestato con l’accusa di alto tradimento, recluso in un campo, a
Pisa, in durissime condizioni. In giugno subisce diverse visite psichiatriche;
sarà poi scortato nel reclusorio militare di St. Elizabeths, Washington DC.
D’altro stampo il secondo anniversario: il 9 luglio Mary de Rachewiltz compie
cento anni. La figlia – nata dall’unione di Pound con la violinista Olga Rudge –
ha dedicato la vita alla divulgazione e alla traduzione delle opere del padre,
custodendone il carisma. Una mostra, allestita presso il Palais Mamming di
Merano, “Mary’s Dream. Portrait of a Lady”, ne riassume l’esistere, a suo modo
rude – e regale. In memoria di Ezra Pound, l’ultimo numero di “Studi Cattolici”,
la rivista di Ares – tra i rari, integerrimi editori ‘poundiani’ in Italia –
dedica un “Quaderno” speciale da cui abbiamo estratto lo studio di Alessandro
Rivali, già autore del libro-intervista “Ho cercato di scrivere Paradiso. Ezra
Pound nelle parole della figlia” (Mondadori, 2018). Il fascicolo è arricchito da
materiali poundiani inediti tratti dall’archivio di Cesare Cavalleri; è
trascritta inoltre una lettera di Pound alla figlia dalla prigione di Pisa il 19
ottobre del 1945, di particolare bellezza, a liceità di un ‘compito’: “sei
autorizzata a curare il mio ms [manoscritto] ma non voglio che tu venga
sommersa, preferirei piuttosto che tu scriva dieci pagine per conto tuo invece
di curarne un centinaio. Ok per un lavoro di dieci anni nel tuo tempo libero, ma
attenta a non affondare in un lavoro accademico”.
**
Ottant’anni fa – era il 3 maggio del 1945 – iniziò la prigionia del poeta Ezra
Pound (1887-1972). Sulle sue spalle pesava la gravissima accusa di tradimento,
per aver parlato – da cittadino statunitense – ai microfoni della Radio
Fascista1. Dopo i primi interrogatori, relativamente tranquilli, a Genova,
presso il Centro del controspionaggio americano distaccato presso la 92ª
Divisione Usa, il 25 maggio il poeta fu portato al campo di reclusione e
rieducazione per soldati americani costruito nel comune di Metato, a nord di
Pisa. Qui, Pound fu rinchiuso in una gabbia non troppo diversa da quelle che
abbiamo visto nei servizi tv dedicati alla prigione di Guantanamo. Esposto al
sole cocente di giorno e alla luce dei riflettori di notte, in uno spazio
ristrettissimo e senza ripari, incerto sulla sua condizione futura, che avrebbe
potuto anche condurlo sulla sedia elettrica, il poeta pensò – come mi confidò la
figlia Mary – al suicidio, forse tagliandosi i polsi con il reticolato con cui
era stata rinforzata la sua gabbia. Il 18 giugno Pound patì un collasso nervoso
dovuto all’asprezza della detenzione, e di conseguenza gli furono concesse
condizioni mitigate nell’infermeria del campo.
In queste circostanze così drammatiche il poeta continuò a scrivere
quei Cantos che nel suo intento dovevano essere il Grande poema americano e a
cui si era dedicato anima e corpo dagli anni della Prima guerra mondiale (i
primi tre canti, poi completamente rivisti, uscirono su Poetry nel 1917).
I canti nati dalla prigionia di Pisa – i famosi Pisan Cantos, vincitori del
prestigioso Premio Bollingen del 1949 – sono forse il momento più alto e
commosso della multiforme avventura poetica di Pound. Sono il personalissimo
“Purgatorio” di un uomo su cui «il sole è tramontato», che scopre che «la carità
più profonda / si trova fra chi ha infranto / le regole», che si sente un «cane
bastonato sotto la grandine» e che comprende che «chi ha trascorso un mese nelle
celle della morte / non crede più alla pena capitale / Dopo un mese nelle celle
della morte un uomo / non ammetterà gabbie per belve». Nel suo Commento
ai Cantos, in appendice all’edizione del ‘Meridiano’ Mondadori, la figlia Mary
scriverà dei Pisani: «Si possono considerare anche un testamento, un addio agli
amici e un’autobiografia degli affetti».
Pound nel campo di Pisa scrive sull’improvvisato materiale che ha a
disposizione, fosse pure un lembo di carta igienica (se ne può vedere uno in
foto nell’edizione New Directions dei Pisan Cantos curata da Richard Sieburth2).
Pound diventa uno scriba che ha per appiglio lo scrigno della memoria e per
ispirazione la realtà osservabile dalla gabbia. È «sostenuto» dall’apparizione
di una lucertola, nota «gli uccelli selvatici [che] mangiavano pane bianco»,
come «un grillino verde / smeraldo più pallido» a cui «manca la zampina destra»,
suggerisce perfino a un felino intruso di cambiare le sue abitudini: «Gatto
ladro nottambulo lascia stare i miei duri tomi / non è cibo per gatti / se tu
fossi più furbo / verresti all’ora dei pasti / quando la carne abbonda / non
puoi mangiare i manoscritti né il Confucio / e neppure la Bibbia / fuori da
questa scatola di lardo / timbrata W, 11 o o 9 o / che mi fa da guardaroba». E
ancora, Pound benedice il vento che «sa di mare» e lo «toglie all’inferno, alla
fossa / alla polvere e alla luce accecante».
Nei Pisani Pound è la «formica solitaria da un formicaio distrutto» e «dalle
rovine dell’Europa» si chiede se rivedrà «le antiche strade», inoltre riavvolge
il nastro della memoria fino al giorno in cui lasciò l’America per l’Europa con
80 dollari in tasca e il sogno di diventare poeta. Nel suo “diario di un dolore”
dietro i reticolati scriverà alcuni dei più toccanti versi del Novecento, tra
cui quelli indimenticabili del Canto 81: «Quello che veramente ami rimane, / il
resto è scorie / Quello che veramente ami non ti sarà strappato / Quello che
veramente ami è la tua vera eredità».
Il primo traduttore dei Pisani fu Alfredo Rizzardi che compendiò bene i motivi
portanti dell’opera:
> “Nei Canti pisani la fantasia scopre la memoria, e il suo calore non è più
> fuoco fatuo, ma giunge a bruciare. Costante in ogni pagina è la scoperta della
> propria vita passata, per cui le figure evocate nel cerchio infiammato della
> propria vita passata paiono ancora più reali, più vive di quelle sbiadite, che
> lo circondano. Amici. Compagni di giovinezza, figure care: evocate dalla terra
> dei morti quasi il Poeta vi avesse posato il piede e a essi parlasse”3.
*
I Drafts and Fragments
Se i Pisani sono felicemente noti, non si può dire lo stesso per l’ultimo
tassello del grande poema incompiuto (o “infinito” secondo la suggestione della
figlia Mary) dei Cantos. Quei Drafts and Fragments che in Italia conosciamo in
tre edizioni: Scheiwiller (1973, a cura di Mary de Rachewiltz), Guanda (1981, a
cura di Carlo Alberto Corsi e Michelangelo Coviello) e quella del ‘Meridiano’
Mondadori preparato sempre da Mary de Rachewiltz nel 1985 per il centenario
della nascita di Pound.
Questi ultimi frammenti sono di una bellezza lacerante. Schegge purissime.
Bagliori carichi di pietasche segnano il tempo di un uomo al tramonto della
vita. Di un uomo che aveva scontato senza processo tredici anni di manicomio
criminale a Washington e che, una volta tornato in Italia, correva l’estate del
1958, sognava di dare un “Paradiso” al suo poema. La realtà fu ben diversa,
senz’altro più cruda.
Gli anni del “ritorno” non furono facili. Pound era invecchiato, era stato
privato della personalità giuridica e affidato alla moglie Dorothy, nominata suo
tutore legale, da tanti era considerato un “nemico” dal passato ingombrante,
sentiva la mancanza di troppi amici. Eppure, in quel tempo difficile, iniziò gli
appunti per l’ultimo tratto del suo lungo viaggio. Iniziò a scrivere a
Brunnenburg, il castello di Mary e Boris de Rachewiltz a Tirolo, pochi
chilometri sopra Merano, cercando di combattere i demoni che di volta in volta
lo tentavano: i rigori del clima, l’isolamento del luogo, la solitudine, lo
spaesamento e persino la gelosia delle donne intorno a lui, come avrebbe
annotato nel Canto 113. Per il poeta Brunnenburg sarebbe dovuta essere la
personale Ezuversity dove accogliere discepoli e amici e continuare a scrivere
(come aveva fatto negli anni di reclusione in cui aveva lavorato alle
sezioni Rock Drill e Thrones dei Cantos). Invece iniziò il sofferto periodo
del tempus tacendi. Resta magnifico il ritratto di Grazia Livi
per Epoca tracciato a cinque anni di distanza dal rientro in Italia:
> “La prima cosa che colpisce, in Ezra Pound, è la sua genialità ormai vinta e
> naufragante oltre gli illusori confini del mondo. È ancora diritto e solenne
> d’aspetto, con la faccia asciutta ornata da una bianca barbetta appuntita, le
> mani magre e agili, il gesto da gentiluomo che subito si alza in piedi e offre
> la sua poltrona, ma nello stesso tempo si ha la chiara impressione che egli
> non appartenga più a sé stesso e che tutti gli elementi della sua persona
> siano coordinati fra di loro in maniera puramente fisica, funzionale. L’occhio
> è come vitreo e contempla le facce, gli oggetti con una fissità dolorante; la
> voce emerge a fatica dal torace stanco a comporre lentissime frasi meditanti;
> i piedi immobili sul tappeto, sono calzati di pantofole. Non c’è un libro,
> attorno a lui, che testimoni della sua gloria trascorsa: solo un’edizione
> parigina dei primi sedici Cantos, pubblicata nel 1925 […]. Questo, infatti, è
> Ezra Pound al giorno d’oggi: non un uomo ma un simbolo, che mantiene rapporti
> soltanto formali con la vita; non un personaggio, ma una presenza che guarda
> alle vicende di questo mondo con animo già liberato, già lontano, già
> naufragante nella tragica e illuminata saggezza che precede la fine”4.
Il Centro Apice dell’Università degli Studi di Milano è una miniera di
informazioni per gli amanti di Pound, in primis perché custodisce l’archivio
Scheiwiller, l’intrepido editore che sostenne sempre il poeta americano,
pubblicando nel 1955, tra l’altro, in anteprima mondiale, Section: Rock-Drill
85-95 de los cantares.
Nell’archivio è custodita un’interessante lettera di Ugo Dadone (1886-1963),
amico di Boris e poliedrica figura di giornalista, viaggiatore e “agente
segreto”, che ospitò Pound a Roma nel 1961. Dadone raccontava con preoccupazione
a Scheiwiller le difficilissime condizioni del poeta. A suo dire, Pound si
sentiva in colpa per aver combinato “guai” a Brunnenburg, era depresso perché
non aveva più amici, il suo conto in banca era in passivo e non voleva più
pubblicare perché non sarebbe stato comunque pagato; infine, non si sentiva in
grado di fare nulla di buono perché non aveva più idee da svolgere.
Era il Pound che l’anno prima aveva scritto a Eliot (15 aprile 1960) dicendo che
si sentiva seduto sulle proprie “rovine”: a tale missiva l’autore di The Waste
Land rispose con un telegramma: «Tu sei il più grande poeta di sempre. E io devo
tutto a te».
*
L’iter della pubblicazione degli ultimi Cantos
In questo contesto delicato iniziò l’iter che avrebbe rocambolescamente portato
alla pubblicazione dei meravigliosi Drafts and Fragments. La figlia Mary parlò
di «un crepuscolo con tenerezza e rimpianto e un’affermazione della propria
innocenza», mentre Massimo Bacigalupo nel suo indispensabile L’ultimo Poundparlò
di «una nuova, sofferta, temperie psicologica»:
> “Il Poeta che s’era lasciato allegramente alle spalle la pietra miliare del
> Canto 100 senza quasi farci caso e che emerge indenne, “aloof”, cinquanta
> pagine innanzi dalle “onde scure” che hanno più d’una volta minacciato di
> sommergerlo, sente ora che la sua poesia – e la sua vita – ha i giorni
> contati, che il “nemico” – non più l’ossessivo “they” ma l’oscurità, la morte,
> e anche un mondo di cultura dal quale egli è escluso – sta guadagnando terreno
> da tutte le parti, al punto di invertire le posizioni mantenute nonostante
> tutto – in quanto conditio sine qua non dello scrivere – sino a ora”.
Nel ricco saggio Hall of Mirrors6 Peter Stoicheff ha ricostruito un periodo di
vicenda della pubblicazione di questi ultimi Cantos, pubblicazione che avvenne
con un Pound riluttante che non si sentiva pronto per l’ultima revisione e che
fin dal 17 ottobre 1959 aveva annotato «la bellezza perduta per mancanza di
energia nella mano che scrive»7.
Tutto nacque dall’intervista che Donald Hall chiese a Pound per la Paris Review,
rivista di cui Hall era allora poetry editor. Si incontrarono per tre giorni a
Roma, in via Poliziano, nel tempo in cui Pound era ospite di Dadone. Pound
voleva essere pagato per l’intervista e in risposta si sentì dire che si sarebbe
potuto fare, ma che l’intervista sarebbe dovuta essere corredata da poesie
inedite. Pound propose gli inediti Versi prosaici e alcune lettere inedite a
Basil Bunting, ma la proposta venne respinta; la rivista rilanciò per avere
un’anteprima di nuovi Cantos. Pound mandò le bozze di sette Canti acconsentendo
poi alla pubblicazione dei Canti 115 e 116. Quando James Laughlin, lo storico
editore di Pound con le sue New Directions, vide il materiale, scrisse al poeta
che aveva letto qualcosa di veramente meraviglioso, erano versi semplicemente
«magnifici». Non fu però Laughlin a pubblicare l’ultimo tassello dei Cantos. Fu
“bruciato” nel 1967 dall’edizione pirata di Fuck You Press (un nome un
programma…) di Ed Sanders, che aveva avuto il materiale “incandescente” da Tom
Clark, un ragazzo che stava preparando una tesi sulla struttura dei Cantos e che
a sua volta aveva ricevuto i dattiloscritti da Hall. La Fuck Press stampò (o
disse di aver stampato…) 300 copie dei Drafts and Fragments che andarono subito
a ruba. Per Laughlin si trattò di un’edizione disgustosa, ma fu il volano perché
New Directions desse il via all’edizione autorizzata che noi conosciamo. Una
curiosità: c’è stato anche uno studioso come Joshua Kotin che si è messo sulle
tracce delle 300 copie per cercare di “mapparle” (finora è riuscito a
rintracciare il destino di 152 esemplari)8.
Una nota a margine. L’intervista di Pound con Hall fu pubblicata nel
prezioso Per conoscere Pound9 e offre molti spunti sugli ultimi pensieri del
poeta. Pound ricordava come un poeta dovesse avere «una curiosità continua»,
come l’artista «dovesse continuare a muoversi». Non dissimile il suo consiglio
per i giovani. A suo parere andavano incoraggiati a “migliorare la loro
curiosità” senza fingere,
> “ma ciò non basta. La pura registrazione del mal di pancia, il solo svuotare
> il cestino non basta. Infatti la coppa di ponce degli studenti dell’Università
> di Pennsylvania aveva come motto: «Qualsiasi cretino può essere spontaneo»”.
Nel corso della conversazione Pound ammetteva le sue difficoltà a concludere
i Cantos con un paradiso:
> “È difficile scrivere il paradiso quando tutti i segni superficiali dicono
> che dovresti scrivere un’apocalisse. È più facile trovare abitanti per
> l’inferno o anche per il purgatorio. Sto cercando di riunire e fissare i più
> alti voli della mente…”
*
La verità sta nella tenerezza
Pur con queste drammatiche premesse, gli ultimi frammenti di Pound restano tra i
momenti più alti della sua poesia. Sono l’esame di coscienza di un grande
dolente all’epilogo della vita. Sono le illuminazioni piene di tenerezza di un
uomo che ha inseguito l’arte (rinnovandola) in ogni istante della sua vita. Che
ha visto da vicino la bellezza, la morte e la disperazione. È un poeta in cerca
di «una quieta dimora», di «un amato e quieto paradiso» e che, come scrive
nel Canto 110, riesce a vedere con occhi di «corallo o turchese». È una
scrittura difficile, ma allo stesso tempo carica di accensioni ed epifanie.
Ritornano i luoghi cari, dalla Liguria a Venezia, gli affetti, gli eletti da
inserire nel paradiso (Mozart, Agassiz e Linneo), i versi perfetti segnati dalla
lunga confidenza con l’Estremo Oriente: «Il mare oltre i tetti, ma sempre mare e
promontorio. / E in ogni donna, pur fra l’acredine c’è una tenerezza, / Una luce
azzurra sotto le stelle».
È un poeta che, come tutti i grandi poeti, dona sentenze memorabili che
racchiudono un mondo: «La verità sta nella tenerezza». Ritorna il tema
dell’umiltà, così presente nei Pisani, perché è «un uomo che cerca il bene, / e
fa il male», ed è consapevole che «la bellezza non sta nella pazzia / Anche se
cocci ed errori miei mi circondano. / E non sono un semidio, / Non riesco a
dargli un nesso. / Se in casa l’amore manca, manca tutto».
E, ancora, «Ammettere l’errore e tenere al giusto: / Carità talvolta io l’ebbi,
/ non riesco a farla fluire. / Un po’ di luce, come un barlume / ci riconduca
allo splendore ora».
Un poeta della sensibilità di Giovanni Raboni colse al volo la grandezza di
questi frammenti. Nell’introduzione alla bellissima edizione Guanda preparò una
memorabile pagina di accompagnamento, in cui tra l’altro affermava:
> “Col passare del tempo, la grandezza della poesia di Pound mi appare sempre
> più evidente, solitaria e indimostrabile. A volte ho l’impressione di trovarmi
> solo a contemplarla, e mi prende il timore che, a chi me ne chiedesse conto,
> non saprei rispondere che con un gesto di rinuncia o una parola di sgomento.
> Altre volte, è come se questa grandezza mi fosse stata rivelata in sogno, e il
> suo segreto, la sua prova scomparissero, si dissolvessero ogni mattina con
> l’avvento della luce… […] Ma ecco, intanto, una buona occasione per rileggere,
> e ripensare, Pound: questi stupendi Drafts & Fragments, che… hanno il grande
> merito o vantaggio di mostrarci un Pound anche praticamente in bilico e
> tensione fra “poema” e “frammento”, fra la drammatica, impossibile ricerca
> dell’unità e della compiutezza e l’esaltante vitalità della dispersione,
> dell’esplosione, del molteplice. Insomma, un Pound ancora più fortemente e
> visibilmente “potenziale” – sino al puro abbozzo, al puro appunto stenografico
> –, ancora più vicino del solito a quello stato di energia pura, non incarnata
> né incarnabile una volta per tutte, che costituisce la verità più profonda (il
> segno – il sogno – più vero) della sua grandezza”.
Il parere di Raboni si accorda perfettamente a quanto scrisse Ford Madox Ford
per l’opuscolo che accompagnò la pubblicazione americana di XXX Cantos nel
1933:
> “La prima parola da dire sui Cantos è bellezza. E l’ultima sarà bellezza. La
> loro straordinaria incomparabile bellezza. Formano una storia del mondo senza
> eguali vista da queste coste che sono la culla della nostra civiltà… E una
> sola cosa è necessaria alla nostra società più della Storia. Ed è che ci sia
> da qualche parte un’opera d’arte o qualcuno che produce un’opera d’arte che
> ogni volta che la visiti susciterà infallibilmente in te delle emozioni.
> Questo è quanto fanno i Cantos”.
E per avere la misura di questa tersa grandezza forse non c’è modo migliore che
riportare alcuni luminosi frammenti della versione finale dei Cantos scelta da
Mary de Rachewiltz:
“Ho provato a scrivere il Paradiso
non ti muovere,
lascia parlare il vento
così è Paradiso
Lascia che gli Dei perdonino quel che
ho costruito
Chi ho amato cerchi di perdonare
quello che ho costruito
[…]
Uomini siate non distruttori”.
Alessandro Rivali
1 Sulla vicenda si veda il recente Luca Gallesi, Ezra Pound a Pisa – Un poeta in
prigione, Ares, Milano 2024. Per un inquadramento a tutto tondo degli ultimi
anni di Pound: A. David Moody, Ezra Pound: poet, vol. III, The Tragic Years
1939-1972, Oxford University Press, Oxford 2015.
2 New Directions, New York 2003.
3 A. Rizzardi, La maschera e la poesia in Ezra Pound, in Canti Pisani di Ezra
Pound, Guanda, Parma 1953, p. XXIII.
4 G. Livi, “Vi parla Ezra Pound: Io so di non sapere nulla”, intervista con Ezra
Pound, Epoca, n. 652, 24 marzo 1963, pp. 90-93.
5 M. Bacigalupo, L’ultimo Pound, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1981, p.
525.
6 P. Stoicheff, The Hall of Mirrors: “Drafts & Fragments” and the End of Ezra
Pound’s “Cantos”, University of Michigan Press, Michigan 1995.
7 Commento a Stesure e frammenti dei Cantos CX-CXVII, in E. Pound, I Cantos, a
cura di Mary de Rachewiltz, Meridiani Mondadori, Milano 1985, p. 1629.
8 Sulla vicenda, l’articolo dello stesso J. Kotin “The Fuck You Press Cantos: A
Census”, realitystudio.org/bibliographic-bunker/fuck-you-press-archive/the-fuck-you-press-cantos-a-census/
9 A cura di Mary de Rachewiltz, con un saggio introduttivo di M.L. Ardizzone,
Mondadori, Milano 1989.
L'articolo “La verità sta nella tenerezza”. Gli ultimi Cantos: il testamento di
Ezra Pound proviene da Pangea.
Ne sappiamo poco o nulla, ma quello che avviene a Petrópolis tra il 22 e il 23
febbraio del 1942, in pieno Carnevale, ha di certo anche un aspetto teatrale, di
accurata messinscena: il doppio suicidio di Stefan e Lotte assomiglia
terribilmente, o costituisce un’allusione neanche troppo criptica, ai limiti del
plagio, a un altro doppio suicidio della storia letteraria tedesca: quello che
nel 1811 aveva visti coinvolti, al Wannsee presso Potsdam, Henriette Vogel e
Heinrich von Kleist, autore che Zweig venerava e con il quale forse, a proprio
discapito, si confrontava come scrittore. Ci si può quindi chiedere se, oltre
all’avanzata apparentemente inarrestabile del nazismo, al venir meno
dell’ammirazione e della vicinanza dei lettori, alla solitudine e all’isolamento
intellettuale nonché alla malattia di Lotte, una parte nella decisione di Zweig
non l’abbia avuta anche la suggestione di replicare, come in un macabro omaggio,
l’autodistruzione kleistiana. Imbastendo una storia magari leggermente diversa
nei dettagli, ma al contempo così simile nell’incapacità, da parte di entrambi
gli scrittori, di affrontare la realtà.
Fatto sta che nello schizzo biografico che Zweig aveva dedicato a Kleist molti
anni prima sembra di cogliere una partecipazione autentica, non artefatta, alla
vicenda narrata. A un certo punto Zweig menziona anche (e sembra far suo)
il Doppelblick (“doppio sguardo”) teorizzato da Kleist, uno sguardo volto
contemporaneamente tanto al passato quanto al futuro da parte di colui che,
consacrandosi alla morte, raggiunge la suprema armonia. Molte delle
caratteristiche che Zweig attribuisce a Kleist, scrittore ammiratissimo per la
compresenza di eccesso e disciplina, di veemenza e freddo rigore, potrebbero
essere riferite anche a lui stesso:
> “Come gli accade nei confronti degli esseri umani, Kleist si interessa alla
> natura, al mondo, solo nei loro limiti più estremi, dove si superano sfociando
> nell’inaudito e nell’improbabile, anzi direi quasi, dove diventano eccessivi e
> viziosi e abbandonano ogni forma. E come nei confronti dell’umanità, a lui
> interessa solo l’anormale, la deviazione dalla regola (la Marchesa di O.; la
> mendicante di Locarno; il terremoto in Cile), sempre il momento in cui
> sembrano irrompere fuori dalle cerchie preferite da Dio”.
E aggiunge, a proposito proprio del suicidio di Kleist, delle sue modalità e
delle sue ragioni profonde:
> “L’essenza intima del suo essere era impazienza e tensione, il significato
> ineliminabile del suo destino era l’autodistruzione attraverso l’eccesso: ecco
> perché la sua morte prematura e volontaria è il suo capolavoro, tanto quanto
> il Principe di Homburg: perché accanto ai potenti, a coloro che sono dei
> maestri della vita come Goethe, di tanto in tanto emerge qualcuno che invece
> padroneggia la morte e attraverso la morte crea una poesia che va al di là del
> tempo”.
E proprio come Kleist aveva cercato e trovato nell’amica Henriette Vogel,
gravemente malata di cancro, qualcuno che lo seguisse e lo accompagnasse
nell’atto fatale, così Zweig aveva potuto contare sul sostegno e sulla
complicità, non sappiamo fino a che punto convinta, di Lotte.
Questo del doppio suicidio è un motivo che era già comparso, comunque,
nell’opera di Zweig, anche se veniva solo programmato senza essere poi portato a
termine. Mi riferisco al romanzo incompiuto Estasi di libertà (Rausch der
Verwandlung), in parte utilizzato dal regista Wes Anderson quale fonte
d’ispirazione per il suo recente film Grand Budapest Hotel (2014). I due
protagonisti, la giovane Christine Hoflehner e Ferdinand, reduce dalla Grande
guerra e dalla prigionia in Russia, entrambi frustrati e indignati con uno Stato
che non li tutela, decidono dapprima di farla finita insieme, per poi ripiegare
su una soluzione meno drastica, la rapina di un ufficio postale. Quello che nel
romanzo era un semplice espediente narrativo risoltosi in commedia torna ora
d’attualità sotto una forma molto più drammatica e reale, acquisendo uno statuto
di fattibilità e forse persino di opportunità.[1]
Si è molto discusso delle reali condizioni di salute di Lotte, che soffriva
d’asma, doveva usare un inalatore durante la notte e passava attraverso ripetute
crisi respiratorie, ma il cui stato di salute generale, sebbene aggravatosi dopo
il soggiorno a New York, non sembrava poter giustificare una decisione così
drastica. Certo, le crisi di Lotte non contribuirono a rasserenare l’atmosfera
generale, e se Zweig si era mai aspettato che una moglie tanto più giovane
potesse in qualche modo spronarlo e legarlo alla vita, ora dovette disilludersi.
Quanto aveva amato in passato quella sua fragilità, che lo induceva a
proteggerla e a custodirla come un bene prezioso, tanto ora gli sembrava un
ulteriore onere, un ostacolo insormontabile che gli impediva di vivere
pienamente la propria esistenza. In una lettera scritta proprio alla vigilia del
suicidio ai cognati Manfred e Hannah Altmann, e quindi alla famiglia di Lotte,
Zweig fa riferimento a una prolungata cura d’iniezioni, probabilmente a base di
antigeni, che non le avrebbe fatto alcun effetto, convincendoli quindi
dell’opportunità dell’atto finale. Ma è mai possibile che ad appena trentatré
anni Lotte fosse davvero già così stanca della vita e incapace di lottare? E non
è forse plausibile che avere al fianco una persona sicuramente malinconica, se
non depressa, come Zweig, abbia potuto fiaccarne e cancellarne l’istinto di
autoconservazione?
A quanto pare, la morte di Zweig fu causata dall’ingestione di numerose
compresse di Veronal, il cui tubetto vuoto fu trovato sul tavolino da notte
insieme a una bottiglia d’acqua minerale di cui non rimaneva che un quarto.
Maggiori dubbi riguardano invece la sostanza ingerita da Lotte, che sembra
essere morta più tardi e aver preferito un altro tipo di barbiturico, perché
rispetto a quello di Stefan il corpo emanava un diverso e più forte odore. Si è
notata anche una differenza nel modo di presentarsi alla morte: Zweig era
vestito di tutto punto (camicia sportiva a maniche corte, cravatta nera,
pantaloni scuri – con un tocco di eleganza austriaca, insomma), mentre Lotte
portava una vestaglia a fiori senza pretese. Così come ha lasciato perplessi
un’ulteriore differenza, riguardante la posizione, che nel caso di Zweig sembra
non lasciare nulla al caso ed è estremamente dignitosa, là dove invece Lotte lo
cinge e gli stringe le mani, ma è tutta contratta e raggomitolata su un fianco.
In ogni caso, Zweig avrebbe voluto delle esequie private e un rito laico,
avrebbe preferito insomma scomparire in silenzio. Ma la trasformazione del suo
funerale, alla presenza del dittatore brasiliano Vargas, in un grande evento
spettacolare sancirà il mancato rispetto anche di quest’ultima volontà. Un
corteo imponente, seguito da quattromila persone, poi una funzione ebraica,
e dulcis in fundo un versetto biblico inciso sulla pietra tombale – nulla che
alla fin fine importi davvero, alla resa dei conti, ma certo non quello che
Zweig, ormai lontano da ogni esibizione religiosa, avrebbe voluto.
Raoul Precht
*Per gentile concessione si pubblica un estratto da: R. Precht, “Stefan
Zweig. La fine di un mondo”, Milano, Ares, 2025
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[1] Con Estasi di libertà, scritto nel 1930-31, Zweig ritenta senza troppo
successo la strada del romanzo, riprendendo alcuni temi, come le conseguenze
della Prima guerra mondiale e della successiva inflazione per i ceti popolari o
il dramma dei reduci, temi già trattati in alcuni racconti precedenti e nel
dramma Das Lamm des Armen, mettendo in drammatico risalto da un lato il potere
del denaro e dall’altro la contrapposizione fra gente comune e quello sparuto
gruppo di ricchi che possono permettersi di vivere negli hotel di lusso.
L'articolo Il gusto della messinscena. Gli ultimi giorni di Stefan Zweig
proviene da Pangea.