Tra i personaggi della tragedia greca, Filottete è il solo a possedere un
carisma ‘biblico’. Egli è “l’uomo dei dolori” – “l’uomo che ha provato la
miseria” è scritto nelle Lamentazioni – dall’incomparabile pena, fratturato da
ferita cronica che contorce, che lo estirpa dal convivere coi
simili. Inselvatichito, abbandonato, privo di amici, Filottete è personaggio
anti-greco. Non lui ha scelto l’esilio nell’isola, l’isolamento totale – come
Eraclito, per dire, che s’infittisce tra i boschi per sovrappiù di sapienza:
anela a incenerire il logos in bramito, in bramosia di belva –; è la pena a
contrapporlo al resto dei vivi:
> “Sono un uomo, io, devastato, solo, vuoto, non ho più nessuno”.
Filottete sperimenta il niente, il nulla; più volte dice di essere “zero”.
Filottete: l’uomo azzerato, l’uomo azzannato. Filottete non è più bocca ma
orcio, non è più persona ma eco, ecografia del maledetto male. È il più nudo
personaggio della tragedia greca, quello che prova “assenza assoluta, di
tutto” – siamo nell’altro lato dell’uomo, nell’uomo tutto-carne,
nell’uomo-Munch, rapinato dall’urlo.
Alcuni passi di Filottete, per vertigine di ferocia, ricordano il libro biblico
di Qoelet, stessa furia morale, stessa regalità da integerrimo polemista. Così,
ad esempio, sul topos degli scellerati che dominano il mondo mentre i giusti
affondano:
> “Non c’è fine mai per la bassezza. Li cullano, i Potenti, quelli.
> Spregiudicati, gente rotta a tutto, pare sia festa per gli dèi sottrarli al
> buio, giù dove affondano sempre giustizia e probità. Che fondamento dare e
> ciò? Accetto tutto?”
La meno teatrale delle opere di Sofocle – azione ridotta a fazzoletto – si
focalizza tutta su Filottete, il Giobbe della tragedia greca. Tutta si concentra
su quella ferita immedicabile, orrenda a dirsi, sull’odore nauseabondo che
emana. Come Giobbe annienta con ferocia retorica i propri interlocutori, così
Filottete – in un testo saturo di dèi, indifesi, dedotti da un trigono di
presagi fallaci –, nell’oro dell’ira, distribuisce improperi, svetta
nell’invettiva. Da quel cumulo di ipocriti semi-dèi – tra cui spicca Odisseo,
mai così crudele, nerboruto in ingegno, savio nelle più pervicaci e atroci
scaltrezze – il macilento eroe pretende a sé Neottolemo, erede di Achille, genia
da speciale la sua, che ha ancoraggi nel dubbio. Amletico Neottolemo, stretto da
sdoppiata promessa, slogato tra compromissione e compassione. Soltanto lui, il
ragazzo, può sconfiggere l’assurdità del male con l’“assurda compassione”,
elevandosi dal baratro della vergogna e dal regno della gloria da cui il mondo
greco non offre scampo. Da lì, a maleficio ammaliato, la rotta verso Troia, la
Sion degli Achei, a far giuste stragi, vendemmia d’urla, teologhema che
dardeggia.
Filottete va letto in sinossi con il Fedone: è la tragedia, questa, della carne
– della carne dolente, putrefatta, impura – della carne-tutto, del nient’altro
che il corpo. Paradigmatico memento mori, testo d’insondabile impazienza: non
c’è traccia d’anima, qui; la mente? è niente, bisbiglio di freccia che allenta
l’arco dal suo essere arco, che porta l’arco a farsi nube, cavallo, cielo.
In Giobbe l’assurdità del male, totale, è viatico alla rivelazione divina; anche
la ferita di Filottete è simbolo, stimmate, scaturigine di sapienza –
d’altronde, è una serpe ad avergliela inferta, l’animale che presiede i vaticini
e i farmaci. “Disumana, e sacra” è detta la ferita di Filottete – ‘mostruoso’,
sempre, è l’eletto. Infine, in apparati divini, apparirà Eracle, a sedare le
scellerate scelte.
Nel Testamento di Giobbe – redatto nel I secolo dopo Cristo, dichiarato apocrifo
da papa Gelasio nel 496 – un ristabilito Giobbe offre alti doni alle figlie, di
inaudita bellezza (“in tutta la terra non si trovarono donne così belle come le
figlie di Giobbe”), Colomba, Cassia e Argentea. Colme di grazia, le ragazze
intonano inni, “la loro bocca prese la lingua delle potenze, cantavano con le
voci degli angeli”. Come parlano gli angeli? Come parla Dio? Le ferite di Giobbe
– sorta di terribile alfabeto che ne macula il corpo – gli permettono di passare
dall’urlo allo stupore, dal linguaggio di chi ha subito ingiustizia
all’adorazione. In analogo andare, Filottete si smarca dal diabolico logos di
Odisseo, dal filosofema rimeditato in stratagemma, dal dire in piena di
trappole, pieno di frasi-labirinto – piuttosto, opta per i barbari borborigmi
delle bestie. Tutto, ma non il logos che spodesta e disorienta (così dice
Odisseo, forte in dote profetica: “Oggi so che nel mondo la lingua è potenza,
non l’agire”): piuttosto, sibilo di spada, singulto di foglia.
Oltre alla ferita, è l’arco a distinguere il carattere di Filottete. Nel testo
biblico, l’arco è sotto l’aura di Ismaele, il figlio cacciato da Abramo che si
fa cacciatore, “abitò nel deserto e divenne arciere” (Gn 21, 20). La parola
ebraica per arciere, qashshath, viene usata nel Testo soltanto una volta, ad
accerchiare Ismaele. Anche qui: destino di solitudine, fato sinistro, da stirpe
in esilio (come l’Ishmael di Melville, che vagabondò negli azzurri deserti
dell’oceano, reietto poiché redento). Eppure, il dio si rivela nei luoghi nudi,
aurorali all’uomo. Intorno all’arco molto andrebbe detto: pare l’arcata di un
tempio; ed è fin troppo chiaro che la freccia trasborda memoria di stilo, penna
conficcata nel talamo/calamaio del corpo altrui, per redigere un inno col
sangue. Non è un caso che l’arco sia chiave di volta nell’Odissea, il poema che
narra le sorti dell’avversario di Filottete.
Arco, architrave della stirpe: i figli vengono scagliati nel mondo come frecce.
Bisogna avere buona mira per essere genitori. L’arco simula, a riposo, la forma
della casa; altrimenti, va all’assalto. Anche a Ismaele è promessa una
generazione vasta quanto le stelle nel cielo, benché altrove. Le stelle: chiodi
che crocefiggono a un destino.
Si potrebbe descrivere l’estro di una civiltà catalogandone le armi. La Bibbia,
ad esempio, fonda il suo lignaggio su una fionda. L’arco è l’attributo di
Apollo, il dio della profezia, delle parole-dardo che fanno scempio del corpo
verbale del discorso. Filottete presiede l’assurdità del dolore, veglia l’arco,
ma non ascende in sapienza. È lui stesso sapienza: sapersi volgere al
selvaggio.
Ambientata nella petrosa Lemno, stravolto luogo, disabitato, dislocato nel
nessundove dell’immaginario, Filottete è una tragedia greca ‘beckettiana’.
Resta da dire della traduzione. Ezio Savino, genio pungolato da micidiale
precocità, licenzia Filottetepoco più che trentenne, nel 1981, per Garzanti, in
un volume che accoglie anche Aiace, Elettra e Trachinie. Tre anni prima aveva
pubblicato l’inarrivabile Orestea di Eschilo.
C’è poco da dire, invero: Savino ha ‘creato’ – non ‘inventato’: quello è
esercizio dei modesti mestatori di traduzioni – la voce dei tragici conferendo
all’antico greco una contemporaneità da primo e ultimo giorno. Siamo alle falde
del Sofocle di Hölderlin, da tutt’altra parte rispetto agli astrologismi dei
filologi, alle accadiche chiose degli accademici. Leggendo, si sentono gli
zoccoli impazziti delle prede, l’odore della ferita che matura in putrefatto
mastio e l’afrore dell’ira; si sente il cuore capretto di Neottolemo; si vedono
gli occhi pieni di serpi satrapi di Odisseo.
> “Mi struggo per lui! Al mondo
> non c’è chi lo pensi: non ha su di sé
> pupille sbarrate di cari.
> Doloroso, assolutamente solo
> soffre bestiale soffrire
> brancola, lotta con l’ostico assedio
> della miseria. Chissà, chissà come fa
> a reggere a fato nemico!”
Ma qui non si tratta di trascegliere alcuni passi particolarmente ‘poetici’,
perché Savino ha creato un nuovo vocabolario per i tragici, un nuovo modo di
svolgere la frase e di calibrare gli aggettivi. Il ritmo: barbarico e sublime
insieme. Opera alchemica: Savino ha coagulato il linguaggio tragico per
rifondarlo.
Confortato da precedenti contrafforti critici – Pier Vincenzo Mengaldo che
installa Giaime Pintor tra i Poeti italiani del Novecento, per le sue versioni
da Rilke e da Trakl; Edoardo Sanguineti che, sublime crudeltà, ritiene i Lirici
greci tradotti da Quasimodo “il suo più vero contributo originale alla poesia
del nostro secolo” –, mi tocca ribadire l’ovvio. Ezio Savino è stato un poeta –
e tra i più grandi.
*Si riproduce per gentile concessione l’introduzione al “Filottete” di Sofocle
nella versione di Ezio Savino riedita dalle Edizioni Ares
In copertina: uno schizzo di Henry Fuseli, 1785 ca.
L'articolo “Assenza assoluta, di tutto”. Storia dolorosa di Filottete, il Giobbe
della tragedia greca proviene da Pangea.