“…che il grande azzurro frantuma”. La poesia di Angelo Barile, l’amico di Sbarbaro

Pangea - Thursday, January 22, 2026

All’inizio del Novecento frequentavano le classi del liceo classico “Chiabrera” di Savona due studenti nati nel 1888 che nutrivano grande interesse per la poesia e che resteranno amici per tutta la loro vita che si concluderà nello stesso anno (1967). Il primo si chiamava Camillo Sbarbaro, scriveva già versi e diventerà uno dei maggiori (e più appartati) poeti italiani del Novecento. L’altro era Angelo Barile, tanto convinto delle qualità del compagno che nel 1911, con il sostegno economico suo e di alcuni compagni di classe, fece pubblicare Resine, la sua prima raccolta di poesie. Ne fu Barile il primo entusiastico recensore e fu ancora lui che si adoperò per avvicinare Sbarbaro al prestigioso ambiente fiorentino della “Voce”, che nel 1914 gli pubblicherà la sua più famosa silloge Pianissimo. I due amici avevano dunque in comune la passione per la poesia, ma tra loro esistevano non poche differenze, a cominciare dalle rispettive situazioni familiari: orfano di madre sin da bambino, con un padre anziano e con un sorella più piccola, dopo la maturità Sbarbaro dovette subito cercar lavoro e fu assunto come impiegato dall’azienda siderurgica di Savona poi assorbita dall’Ilva a Genova, costringendo così Camillo a vivere malamente nel capoluogo ligure.   

Per Barile la situazione era molto migliore: figlio del proprietario di un’azienda di terraglie e ceramiche, viveva in riva al mare ad Albissola, vicino a Savona dove era nato, tranquillo borgo di pescatori e di naviganti. Laureato in Giurisprudenza all’Università di Genova, poi in quella di Torino frequentò corsi di Lettere che lo riavvicinarono all’amata poesia. Ma tra lui e Sbarbaro la differenza maggiore era un’altra: quello non era sorretto da alcuna fede che lo confortasse nella sua difficile vita, Barile invece, con il fratello Giulio, dalla sua famiglia borghese aveva ricevuto una solida educazione cattolica ed è ovvio che questa differenza in più occasioni aveva diviso i due amici. Essi furono poi accomunati dall’esperienza della partecipazione alla Grande Guerra, per Barile cominciata ben presto come sottotenente di fanteria con la diretta partecipazione ai combattimenti, come appare dalla sua lettera del 19 marzo 1916 spedita a Sbarbaro: 

“Caro Camillo, sono stato dieci ore in combattimento, sotto un fuoco violentissimo. Mio fratello ed io siamo salvi non so come e incolumi; ma mi sento rotto, sfasciato – una specie di congelazione del cuore, con qualche sprazzo di molta tristezza. Fu la notte di S. Giuseppe… Addio, addio… Mi sembra che non vivrò completamente mai più, tuo Angelo”.

Ancora peggio gli andò quando per due volte rimase ferito sulle trincee del Carso. Sarà Sbarbaro a scrivere spesso a Barile che, conservate le sue lettere, le pubblicò nel 1966 con il titolo Cartoline in franchigia. 

Per Barile era predominante l’impegno nell’impresa familiare, che non gli impediva però di continuare a leggere e scrivere poesie pubblicate in diverse riviste, né di andare ogni tanto a Genova, dove in galleria Mazzini incontrava scrittori e amici: da Sbarbaro a Montale, ad Adriano Grande il quale, nel 1931 fondò l’importante rivista “Circoli”, nella cui conduzione era proprio Barile ad affiancarlo più degli altri redattori. Ogni tanto la poesia nasceva in lui e finalmente nel 1933 pubblicò la prima raccolta, Primasera, poi seguita nel 1957 da Quasi sereno e nel 1965 da A sole breve, in tutto, aggiungendoci ventisei componimenti usciti postumi, per un totale di circa cento poesie, più o meno lo stesso numero limitato di quelle di Sbarbaro. E ben vale per lui la definizione data da Carlo Bo: “Non ha fatto poesia, ma è stato poeta” e quanto egli stesso scrisse: 

“La poesia è un fatto del tutto insolito e raro, un dono dell’intima trasparenza”.

Ma oltre a poeta Barile è stato anche ben altro: nel dicembre del 1943 il suo dichiarato antifascismo lo portò all’arresto, dal quale si salvò fortunosamente evitando la fucilazione che era già stata decisa. Nel dopoguerra rappresentò la Democrazia Cristiana savonese nel CLN, ne divenne segretario provinciale e nel 1951 fu eletto presidente della Provincia di Savona, carica mantenuta sino al 1964. Questi impegni politici e quelli nell’azienda familiare non lo allontanarono però del tutto dalla scrittura; oltre alle scarse poesie, collaborava saltuariamente con giornali e riviste come “La Fiera Letteraria” e “Persona” e nel 1970 pubblicò il libro di prose Al paese dei vasai. Santi, artisti, scrittori, paesi di Liguria. Questi argomenti li ritroviamo nei suoi versi, generalmente suggeriti da esperienze di vita, essenziali e incisivi, di derivazione simbolista, non privi di qualche residuo classicheggiante e con influenze ermetiche, versi che riguardano appunto il suo paese e raccontano la vita di una comunità di naviganti e di pescatori; non mancano temi che vedono protagoniste figure femminili come le ceramiste o le donne, che non furono poche, costrette a emigrare negli Stati Uniti; né mancano i versi di ispirazione religiosa, per i quali gli fu guida il poeta Gherardo del Colle, battagliero frate francescano; né mancano i versi sui grandi problemi dell’esistere affrontati con pensieri onesti e schietti, illuminati da una fede che conforta ma che non evita, soprattutto quando la vita si avvicina al suo termine, la malinconia e la solitudine. 

Poeta raro dunque nel panorama prevalentemente laico della poesia ligure del Novecento, ma Barile rientra certo tra i protagonisti di quella religiosa italiana, dove accanto (ma non sopra) a lui troviamo, tra gli altri, grandi poeti come Rebora e Betocchi.

Francesco De Nicola

*

Da Primasera

Uscire dalla vita

Uscire dalla vita come quando
s’esce di chiesa
in un finale d’organo: s’avventa
l’anima a scale prodigiose, trova
il piede sulla soglia
un bianco che vi palpita: e la luce 
è nuova.

Ma uscire non è dato in rapimento.
Ch’io possa almeno
lasciarmi dietro la mia stanza, un poco
volgendo il capo a riguardarla, alfine
pulita, sgombra
d’ogni discordia, in ordine sereno
come la chiesa ora vuota: le croci
fanno una chiara ombra
sul pavimento.

*

Da  Quasi sereno

Osteria della Bella Brezza                       

Padre, finita la giornata uscivi
le belle sere
a prender l’aria di mare. Sedevi
fuori dell’osteria che non c’è più;
che aveva un nome cosi fresco, pinto
in azzurro di lettere leggere
sulla bianca maiolica. Hanno stinto
il tempo ed il salino
tante in me cose e non quel nome: spira
dal suo celeste ancora
la bella brezza.

Discendevi su l’ora
che il nostro mare è una cara contrada
con tesi teli e fumo di comignoli.
Tra poco, e ancora è giorno,
treman sull’acque lumi e nelle case.
Cantan, su’ remi, amanti.

Navi fanno ritorno,
escono navi dal prossimo porto,
van per quieta strada
all’orizzonte che il vespro avvicina.

Andavano, per te, sul mare grande.
Andavano distante
anche i piccoli barchi, e tu con loro.
I capitani della Bella Brezza
rifanno a gara
la traversata, toccano le Americhe.
Tempi di vela! Un palpito di nomi
i più marini di Liguria… Ognuno
passava al vostro tavolo, beveva
venti severi – 
e il goccio d’oro al fiato vespertino.

Veniva alla tua frasca
l’umana brezza,
sotto il cielo benevolo il brusìo
che fa il paese conciliato a riva.
I cerchi delle donne
che giocavano a tombola coi sassi
tolti alla rena; i cerchi delle rondini
che stridevano basse
toccavano la testa dei ragazzi,
tutto animava la tua sera. E l’Ave
sul riposo di un popolo che scioglie
la sua gravezza ai margini turchini.

Ora respiri la brezza infinita.

*

Lamento per la figlia del pescatore                           

Nel fresco giorno ha calcato
sì poca terra il tuo piede scalzo!
Hai fatto questi due passi
fra l’orlo del mare e la piana
soglia iridata di salso
della tua casa a terreno.
Eri sul lembo del suolo
che il grande azzurro frantuma.
Da questa ruga di spuma
vacillavi già in braccio al sereno
come sull’uscio del mondo.

Oh, sulla nostra marina
il tuo soggiorno fu mite
e sottovoce, fanciulla
ammainata come una vela
nel bianco dei tuoi pensieri.
Ora canti sull’altra tua riva.
Noi tristi che non ti vedremo
più cucire le bionde reti,
riempir di guizzo i panieri,
i tuoi occhi di calmo celeste.
Ora tuo padre ha dipinto
le sue barche di un filo di lutto,
gli tremi viva nel flutto
battuto dal lagrimante remo.

*

Le ceramiste     

Anche la nuova canzone è già triste,
cola già miele al labbro dell’estate.
Sempre la suona, a quest’ore assonnate,
una che passa lungo la marina
afosa fisarmonica. La sento
spremere tedio.
                          Ma come giuliva
irrora le fanciulle ceramiste.
Lente sul piccolo tornio: e le stanche
mani posano uccelli vele piante
non tocche mai da una brezza, in un cielo
bianco smorto che si sfarina.
                                               Ognuna
sente lo scroscio rileva lo stelo.
Come alla sponda improvvisa di un rivo
due tre son corse alla finestra, e sporgono,
le braccia al collo leggère. Il motivo
passa tra i labbri schiusi appena, è un bacio
che dànno all’aria, oh beate. Davanti
ecco il mare, e le chiama, ecco le vele
vive, i fiori che odorano dal vaso.

*

Donna che passi il mare

Donna che passi il mare,
tutto il tuo sangue rifluisce a riva.
Guardi senza amicizia l’orizzonte
troppo spazioso al tuo occhio gentile.
A ogni miglio che fugge
segnato da una nuvola in cammino
l’acqua ruvida verde s’incattiva.
Oh non più quella che amavi, celeste,
ch’era un’ansa di luce paradisa.
Rimasto è il bel sereno
qui sul lido che ti ha visto partire.

Di qui sento il tuo cuore che fa gorgo
e devìa dalla rotta
crudele come l’orbita di un astro.
Ah poterla invertire,
riaddurre all’altro senso il tuo destino.
A fiore d’onda
ritorneresti, il piede nel turchino.

Approderai 
alla riva straniera
guardata da vertigini di pietra,
camminerai per numeri di strade.
Serbi il ciglio tranquillo tu che hai visto
le cattedrali; e il tuo passo non sbanda.
Ma il cuor nascosto arretra,
ritrema all’ombra delle case basse
che fan leggère le nostre contrade
inginocchiate ai piedi delle chiese.
Vi è domestico il cielo
come la gronda
sulla finestra che aprivi il mattino
e ti dava il buongiorno
tutto il paese.

Al torbo approdo
tu rechi il nostro modo:
iridi ferme e trepidi pensieri.
La tua pena richiusa in una grazia
ti fa sorella,
l’ultima, quella di vena più dolce,
alle altre del tuo sangue coraggioso
che passarono il mare senza gioia
prima di te: partiva
dal santuario sui monti,
viaggiava su una nuvola con loro
la tua Madonna.

Da un balcone tirreno
ti getto questo boccio di garofano.

*

Da Appendice prima a Sole breve

Pasqua al fronte

Al capitano Enrico Fabi

Queste foglie d’ulivo benedette,
amico, accetta, è il mio pasquale dono.
Senti, sì dolci al nostro cuor non sono
le violette.

È il caro ulivo della mia riviera!
Nato a specchio dell’onda più turchina
ha il verde-argento della mia collina
sul mar leggera.

Ben so che la tua anima pugnace
al duro gioco della guerra è avvezza,
ma non ti spiacerà questa carezza 
mite, di pace,

che ti riporta, amico, le lontane
pasque fulgenti della puerizia
e nei sabati santi, la letizia 
delle campane.

Ne arriva un’eco, per intime strade,
che vince il rombo del cannone, e tu
vedi il paese, senti che laggiù 
prega tua madre,

senti la tua fanciulla che ti chiama…
Se oggi almeno – sarebbe così bello –
giungesse per la mensa dell’agnello
quegli che l’ama!

I suoi occhi hanno lacrime e baleni.
Ti aspetta. Certo a tavola ti ha messo
il posto allato a sé, guardando spesso
se tu non vieni.

Verrà verrà, non piangere, vedrai…
Ti recherà l’illesa giovinezza
cinta di luce e allor sì piangerai
ma di dolcezza.

Pasqua di pace, nostra Pasqua santa, 
ch’io tornerò agli ulivi del mio lido
tu a quello che nel cuore già ti canta
trepido nido

                             Kombresco (Isonzo), Pasqua 1916

*In copertina: Gustave Courbet, Mare calmo, 1869

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