“Genova ha un grande poeta, ma quasi nessuno se ne accorge. E forse anche questo
sarebbe stato il mio destino, se non mi fossi trasferito a Roma”: così disse a
Nicola Ghiglione nell’ottobre 1986 Giorgio Caproni quando lo incontrò a Chiavari
per l’ultima volta; e sul tema dell’indifferenza di Genova per i suoi poeti, già
provata sessant’anni prima da Montale trasferitosi volentieri a Firenze, lo
stesso Ghiglione era tornato scrivendo “Genova antica, con la stecca alla
persiana/ all’insù, usa a dannare gente di lettere:/ arenile di sembianze
domestiche e di fatti”, versi finali della poesiaGenova uscita sulla “Fiera
Letteraria” il 19 maggio del 1957. Ma perché Caproni definì Ghiglione un “grande
poeta”?
In piena guerra, a fine febbraio del 1945, fu pubblicato a Milano, per le
edizioni della prestigiosa rivista “L’uomo”, il poemetto Canti civili. L’autore
era appunto Nicola Ghiglione, nato a Voltri, borgo nell’estremo Ponente del
capoluogo ligure, nel 1915, diplomato al liceo classico Vittorino da Feltre di
Genova e durante la guerra, inabile per problemi fisici, addetto all’ufficio
censura alla Stazione Principe. Qui, mentre la città era bersaglio di continui
bombardamenti dal cielo e dal mare e vedendo attorno a sé drammatici episodi
quotidiani di sofferenza, uno alla volta Ghiglione compose ventitré Canti
civili, ciascuno dei quali aveva per protagonisti personaggi emarginati già
prima dello scoppio della guerra e che il conflitto aveva portato al limite
della disperazione; ed ecco allora i versi per il ladro di immondizie e per le
prostitute, per i guardiacessi e per lo spazzino, per gli straccivendoli e per
il beccamorto gobbo. Dall’insieme di queste poesie, per la loro essenza ricca di
suggestioni e di passione, di dolore, di ironia e di miseria (quante volte torna
l’invocazione “pane, pane!”), scaturiva un quadro di travolgente forza creativa,
del tutto originale nella scrittura, estranea all’ermetismo ormai spento e
semmai vivacizzata da immagini surreali.
Un’opera tanto originale e carica di suggestioni non poteva passare inosservata:
il primo che ne scrisse fu l’autorevole Carlo Bo che la recensì sulla rivista
“Costume” nel novembre del 1945, acconto alla pagina nella quale compariva il
suo commento al romanzo Uomini e no di Elio Vittorini, allora protagonista del
mondo letterario italiano. Nella recensione ai Canti civili Bo aveva
perentoriamente affermato che “non bisogna lasciar passare sotto silenzio questa
voce nuova e forte”, sottolineandone “la novità e la robustezza e anche le
qualità esemplari di tale invenzione” e soprattutto “l’urgenza di una voce”;
concludeva riconoscendo in Ghiglione “una natura viva di poeta”. Dopo questo
primo importante riconoscimento eccone un altro il 20 febbraio 1947 a firma di
Giorgio Caproni, che con Ghiglione aveva mosso i primi passi nella poesia quando
ancora viveva o frequentava Genova (da qui la frase citata in apertura), uscito
sul più importante periodico culturale italiano “La fiera letteraria”; le poesie
dei Canti civili vengono definite “strane” perché, affermava Caproni, “se le ho
chiamate così non l’ho mica fatto per ricorrere ad una pudica parola-paravento
essendo nudo di idee: bensì perché non trovo altro aggettivo capace di
qualificare il loro non essere in alcuna nostra convenzione poetica”, tanto che
più avanti si richiamerà a Sergej Esenin e a Edgar Lee Masters,concludendo che
Ghiglione si potrebbe definire “un poeta a suo modo maudit i cui terribili
fantocci giocano in un clima che sa quasi di brechtiana opera da tre
soldi”. Parte da questa motivata osservazione di Caproni sull’originalità di
Ghiglione e dunque sull’impossibilità – tanto cara a gran parte dei critici
italiani – di mettergli un’etichetta e di collocarlo in una conclamata corrente,
la ragione del prevalente disinteresse per lui da parte dei nostri valenti
esperti di poesia (solo Walter Siti lo ha citato nel suo saggio del 1980 Il
neorealismo nella poesia italiana). Fu una grande (e piacevole) sorpresa per me
ricevere una lettera da Parigi nella quale uno studente mi chiese notizie su
Ghiglione perché alla Sorbonne gli era stata assegnata una tesi su di lui:
quante all’Università di Genova?
Dopo un esordio così clamoroso, Ghiglione continuò a scrivere poesie, non più
drammaticamente tese come quelle nate in tempo di guerra, ma sempre attente ad
affrontare con un vocabolario immaginifico e non privo di neologismi, argomenti
di grande impegno civile; è il caso della profetica Volevo vivere scritta sul
finire degli anni Cinquanta e suggerita dalla costruzione in val Polcevera
(nell’entroterra di Genova) di grandi serbatoi di benzina che avevano distrutto
l’ ambiente naturale: “Amavo infinitamente quel colle/ che ora brucia; c’era una
terra violetta/ e bigia, strisciava un verde amaro d’amarena. […] Volevo vivere
in quella terra sana”, ma ora da quelle raffinerie s’alzano al cielo, “torrioni
di bambagia”, emblema di quell’inquinamento atmosferico che allora non era certo
tema trattato dai poeti italiani. Ghiglione continuerà a scrivere in versi su
tutti gli argomenti che destavano in lui una forte creatività di immagini e tra
questi anche di sport, dal calcio all’atletica e soprattutto al ciclismo: ecco
allora Girardengo che per la Milano-Sanremo scende dal Turchino come “una
freccia/ lanciata con il vento giù per la/ discesa” e Coppi che giunge solo su
una vetta “crollandosi il sudore come una/ mosca sul naso, a tutto vento”.
Di fatto privo di un lavoro, Ghiglione svolse notevole attività giornalistica,
in particolare dal 1952 sul quotidiano “Il Secolo XIX” di Genova diretto da
Cavassa, ma quando nel 1969 questi venne sostituito da Piero Ottone per il
nostro poeta non ci fu più spazio; continuò a collaborare con altri giornali,
segnatamente con “Il Lavoro”, finché la morte lo colse il 16 gennaio 1990;
neppure una settimana dopo (il 22) si spense anche Giorgio Caproni, quasi un
segno del destino che aveva legato questi due grandi poeti anche se uno è
giustamente famoso e l’altro è ingiustamente dimenticato: ma è compito della
critica onesta sanare questi squilibri.
Francesco De Nicola
*
Poesie di Nicola Ghiglione
Poveri
I poveri lungo ai portali fanno a sciami
come i polli e i cani – vestiti di fame –
(la veste della fame è stretta ai fianchi).
Raccolgono sussidi e scarpe
indugiano a guardare i colori umani
nel tempietto vuoto delle vetrine sgonfiate
dove stanno appesi vestitini di carne.
*
Sera sul mare
Vedo la sera calare sul tuo viso
(farsi lacrima o destino) come vela
che parte; lascia il taglio della spuma
a giocare intorno alla sciupata arena.
da Incastri (1939-1942)
*****
Canto dei carrettieri
Le ruote del carro scricchiolano come letti
di ospedale. I cavalli appena escono cascano
fra le stanghe e mostrano il midollo agli uccelli –
fame fame – nel loro sacco
brucano il vento raccolto in fondo alle rotaie
*
Canto del caldarrostaio
Sono il caldarrostaio – non consumo né giorno
né notte – sono come uno scaldino.
Do il taglio alle castagne,
metto a sacco le mani.
Burloni passano i padroni –
burloni ladri e soldati – .
Fa fresco come d’estate nel mio camerino
coperto di lane.
Bruciate le mani di ogni furfante
nel mio calderone il carbone rovente
fa la ghisa viola.
Il ventaglio della mia banderuola porta
denti al destino.
*
Canto del ladro di immondizie
Mi brucia nelle tasche l’elemosina della spazzatura
e fumo calandomi sotto allo sportello – pace –
mi faccio il funerale e sento sulla testa
il passo del vigile che mi cerca – la ruota del ciclista.
Il ladro che accanto a me si sveste
nel buio come un rettile (e mi dice lo stesso di tacere
se mi punge il ventre con uno spillo).
*
Canto dei beoni
Lo stomaco nostro è verde se non ha più vino –
che giocattolo abbiamo nel cervello che ci balla
e parla come un vecchio e sdentato centesimo?
Noi vogliamo sentire rotolare le botti
con dentro i topi e suoni di violino.
*
Canto dell’ ombrellaio
Ombrelli – ombrelli – il mio grido denutrito
fa eco come la pioggia sulle piastrelle dell’intestino.
O uomini bagnati – fatevi largo con il parapioggia –
l’acqua più non logora le vesti – è la fame
che tutto intasca e fa pigro il monaco e il soldato
sotto il rosso ombrellone fuso di fiaschi di vino.
Ombrelli – ombrelli – preparatevi o uomini per la festa
un minuscolo ombrello impiccato al taschino.
*
Canto dei pompieri
Bruciasse tutta la città – il Municipio e la Cattedrale
le armi con le bagasce distese nei mantelli –
il fuoco sia un nastro rosso da mettere in gola.
Così impiccati al nostro carrame con la campanella
dondoleremo insieme – la corsa poggerà sulle nostre guance.
E dopo l’incendio di tutta l’umanità resti
un soldino e una scarpa.
*
Canto degli spaventapasseri
Noi figli dei contadini, miseri uomini del vento
con gli abiti senza bottoni e con scodelle d’argento –
(le lame del tegolo) a che battiamo strumento
per impaurire il cielo che ha segnato sui nostri cappellacci
un chiodo per impiccarci. A che ci sbracciamo, fratelli,
moncherini di cencio – il viso gonfiato di stracci
con un naso rosso e due occhiacci di spillo – salute ai passeri
ai rondoni che ci proteggono e alle lucertole che ci vendicano –
Salute a tutti – salute al frumento battagliato di lucciole.
Al gozzo tuo – o vecchio avaro – che mungi le pannocchie
per suscitarti lamento. O grosse tasche tu avessi
per seppellirti – vecchio crudele – Uccelli guarniteci il mento
e la garza per le nostre ferite donateci o rondini.
Non abbiamo ginocchi né capelli e solo gambe di legno.
A noi dunque le grucce! Mettiamoci a far saltelloni su tutto il frumento.
Fratello, sei gobbo, non rispondi – tu fai guardia davvero?
Ti hanno messo la gobba e un vecchio fucile a tracolla per far tremare i
bambini?
Aguzza l’ingegno e togliti la finta barba
fatti stirare la pancia dal vento: noi siamo i moncherini
e tu sei gobbo – arrancati il peso – se poi faremo a saltelloni
per battere tutto il grano del gran vecchio con un gozzo di legno.
da Canti civili (1945)
*****
Il Bisagno a Genova
Vivi nei muri segnato d’acque sporche,
Bisagno, mio fiume genovano,
scorrente in controluce
come ago in un paniere.
Nelle febbri gialle delle erbe
bruciano latte, e battono tamburi
i bimbi oscuri, sulle vecchie conce
qualcuno s’addormenta,
toglie un sasso al muro che decrepa
come moneta, nel sacco macerata
trovi l’arancia e lo spigo d’aglio,
un rigolo d’acqua mortuaria di Staglieno,
una pigna e una natta. C’è chi soffia
dentro alla carta un fumo a primavera,
come movesse schegge da l’arcaio
si curva e ravviva la fiamma.
Egli tocca la piaga al lumicino
dell’acqua scorrente, dentro al sasso
la pietra focaia ancora è nera.
*
Volevo vivere
Se per un momento guardo lontano
in quel terreno bruciato dalle raffinerie
vedo un cielo tempestoso e caldo.
S’è alzata una fiamma olearia
che guizza di rosso, e come se l’acqua
la toccasse ghermisce l’ombra, si disfa.
Amavo infinitamente quel colle
che ora brucia; c’era una terra violetta
e bigia, strisciava un verde amaro d’amarena
e solchi erano pieni d’acqua calma.
Volevo vivere in quella terra sana,
ma la fiamma caseifina urla le notti
dei camionisti, nella garitta di pelo
c’è un occhio guardiano, un continuo
pigolio di benzina, e tanto silenzio di vetro
come torri ferme e torrioni di bambagia.
da Cartoline liguri (1958)
*****
Fausto Coppi, 1955
Coppi in vetta
Crollandosi il sudore come una
mosca sul naso, a tutto vento
giunse sulla cima, solo.
Dietro il vuoto
dell’intera salita,
uno spartiacque di gente
sui tornanti
che quasi si scopriva.
*
Moser, record assoluto dell’ora
Le corna dei manubri come i
cervi nell’arcuata sorte
dei mammiferi a pigiare sui
pedali e la lunata ruota
che non frigge più nell’anello
dei giri dell’ora che s’inabissa.
Non ti distrae l’istante
che s’inizia
e le nere farfalle della piste.
*
Trittico per la Milano-San Remo
I. Vecchia Milano-San Remo
Con i trabiccoli allora e con i cavalli
su per il Turchino, viaggiava
il corno di caccia in attesa del
passaggio dei corridori, e l’astronomo.
Una freccia
lanciata con il vento giù per la
discesa.
La maglia tricolore di Girardengo.
II. Attesa a San Remo, oggi
Forse il Poggio ancora
l’ultima distanza il tratto
non più molle tra i garofani
e le serre per un’ora solare
– la salita consacrata –
fino all’ultima curva
senza più la fontana
e il solo raggio – laggiù –
a interrogarsi
chi poi vincerà.
III. L’ultimo alla San Remo
Al suo passaggio l’ultimo
arrivato ha due mani
sul manubrio gonfie di proletario.
Non si arresta e sa
che la gloria sfuggita
dai suoi occhi gonfi di fatica
è una rossa farfalla senza nomi.
Così a San Remo tra la
folla che se ne va taglia con
la ruota la sua fetta di vita.
*
Domenica di fine campionato
Nella cucina il solito odore di pollo
ribollito, ed è così per ogni domenica
anche quando il campionato sarà finito.
Ogni domenica che giunge ineluttabile
senza essere sera, solo al suono dei clacson
ritorna la gente, ritorna il sonnolento rito
di chi ha vinto, ritorna la marea moscia
di bandiere arrotolate sotto il ventre
per chi ha perso la sua patria nel campo verde.
Ogni domenica ha odore di pollo ribollito
i miei nervi si sono spezzati su di un libro,
ho mosso la mia stanca aggressione di parole.
Sono misteriosamente fuoruscito da un
lungo tentativo per convincermi che il mondo
mi ha diviso, che il goool ha tanti
cuori rabbonito. Spazi ed addii: per sempre,
orizzonti chiusi, e i tempi solo sufficienti,
perché la crudeltà della notte mi sia breve.
(giugno
1981)
da Lunarietto sportivo (1991)
*In copertina: Telemaco Signorini, Giovani pescatori, 1861
L'articolo “Genova ha un grande poeta…” Nicola Ghiglione, il cantore dei ladri
di immondizie, dei beoni e dei ciclisti proviene da Pangea.
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All’inizio del Novecento frequentavano le classi del liceo classico “Chiabrera”
di Savona due studenti nati nel 1888 che nutrivano grande interesse per la
poesia e che resteranno amici per tutta la loro vita che si concluderà nello
stesso anno (1967). Il primo si chiamava Camillo Sbarbaro, scriveva già versi e
diventerà uno dei maggiori (e più appartati) poeti italiani del Novecento.
L’altro era Angelo Barile, tanto convinto delle qualità del compagno che nel
1911, con il sostegno economico suo e di alcuni compagni di classe, fece
pubblicare Resine, la sua prima raccolta di poesie. Ne fu Barile il primo
entusiastico recensore e fu ancora lui che si adoperò per avvicinare Sbarbaro al
prestigioso ambiente fiorentino della “Voce”, che nel 1914 gli pubblicherà la
sua più famosa silloge Pianissimo. I due amici avevano dunque in comune la
passione per la poesia, ma tra loro esistevano non poche differenze, a
cominciare dalle rispettive situazioni familiari: orfano di madre sin da
bambino, con un padre anziano e con un sorella più piccola, dopo la maturità
Sbarbaro dovette subito cercar lavoro e fu assunto come impiegato dall’azienda
siderurgica di Savona poi assorbita dall’Ilva a Genova, costringendo così
Camillo a vivere malamente nel capoluogo ligure.
Per Barile la situazione era molto migliore: figlio del proprietario di
un’azienda di terraglie e ceramiche, viveva in riva al mare ad Albissola, vicino
a Savona dove era nato, tranquillo borgo di pescatori e di naviganti. Laureato
in Giurisprudenza all’Università di Genova, poi in quella di Torino frequentò
corsi di Lettere che lo riavvicinarono all’amata poesia. Ma tra lui e Sbarbaro
la differenza maggiore era un’altra: quello non era sorretto da alcuna fede che
lo confortasse nella sua difficile vita, Barile invece, con il fratello Giulio,
dalla sua famiglia borghese aveva ricevuto una solida educazione cattolica ed è
ovvio che questa differenza in più occasioni aveva diviso i due amici. Essi
furono poi accomunati dall’esperienza della partecipazione alla Grande Guerra,
per Barile cominciata ben presto come sottotenente di fanteria con la diretta
partecipazione ai combattimenti, come appare dalla sua lettera del 19 marzo 1916
spedita a Sbarbaro:
> “Caro Camillo, sono stato dieci ore in combattimento, sotto un fuoco
> violentissimo. Mio fratello ed io siamo salvi non so come e incolumi; ma mi
> sento rotto, sfasciato – una specie di congelazione del cuore, con qualche
> sprazzo di molta tristezza. Fu la notte di S. Giuseppe… Addio, addio… Mi
> sembra che non vivrò completamente mai più, tuo Angelo”.
Ancora peggio gli andò quando per due volte rimase ferito sulle trincee del
Carso. Sarà Sbarbaro a scrivere spesso a Barile che, conservate le sue lettere,
le pubblicò nel 1966 con il titolo Cartoline in franchigia.
Per Barile era predominante l’impegno nell’impresa familiare, che non gli
impediva però di continuare a leggere e scrivere poesie pubblicate in diverse
riviste, né di andare ogni tanto a Genova, dove in galleria Mazzini incontrava
scrittori e amici: da Sbarbaro a Montale, ad Adriano Grande il quale, nel 1931
fondò l’importante rivista “Circoli”, nella cui conduzione era proprio Barile ad
affiancarlo più degli altri redattori. Ogni tanto la poesia nasceva in lui e
finalmente nel 1933 pubblicò la prima raccolta, Primasera, poi seguita nel 1957
da Quasi sereno e nel 1965 da A sole breve, in tutto, aggiungendoci ventisei
componimenti usciti postumi, per un totale di circa cento poesie, più o meno lo
stesso numero limitato di quelle di Sbarbaro. E ben vale per lui la definizione
data da Carlo Bo: “Non ha fatto poesia, ma è stato poeta” e quanto egli stesso
scrisse:
> “La poesia è un fatto del tutto insolito e raro, un dono dell’intima
> trasparenza”.
Ma oltre a poeta Barile è stato anche ben altro: nel dicembre del 1943 il suo
dichiarato antifascismo lo portò all’arresto, dal quale si salvò fortunosamente
evitando la fucilazione che era già stata decisa. Nel dopoguerra rappresentò la
Democrazia Cristiana savonese nel CLN, ne divenne segretario provinciale e nel
1951 fu eletto presidente della Provincia di Savona, carica mantenuta sino al
1964. Questi impegni politici e quelli nell’azienda familiare non lo
allontanarono però del tutto dalla scrittura; oltre alle scarse poesie,
collaborava saltuariamente con giornali e riviste come “La Fiera Letteraria” e
“Persona” e nel 1970 pubblicò il libro di prose Al paese dei vasai. Santi,
artisti, scrittori, paesi di Liguria. Questi argomenti li ritroviamo nei suoi
versi, generalmente suggeriti da esperienze di vita, essenziali e incisivi, di
derivazione simbolista, non privi di qualche residuo classicheggiante e con
influenze ermetiche, versi che riguardano appunto il suo paese e raccontano la
vita di una comunità di naviganti e di pescatori; non mancano temi che vedono
protagoniste figure femminili come le ceramiste o le donne, che non furono
poche, costrette a emigrare negli Stati Uniti; né mancano i versi di ispirazione
religiosa, per i quali gli fu guida il poeta Gherardo del Colle, battagliero
frate francescano; né mancano i versi sui grandi problemi dell’esistere
affrontati con pensieri onesti e schietti, illuminati da una fede che conforta
ma che non evita, soprattutto quando la vita si avvicina al suo termine, la
malinconia e la solitudine.
Poeta raro dunque nel panorama prevalentemente laico della poesia ligure del
Novecento, ma Barile rientra certo tra i protagonisti di quella religiosa
italiana, dove accanto (ma non sopra) a lui troviamo, tra gli altri, grandi
poeti come Rebora e Betocchi.
Francesco De Nicola
*
Da Primasera
Uscire dalla vita
Uscire dalla vita come quando
s’esce di chiesa
in un finale d’organo: s’avventa
l’anima a scale prodigiose, trova
il piede sulla soglia
un bianco che vi palpita: e la luce
è nuova.
Ma uscire non è dato in rapimento.
Ch’io possa almeno
lasciarmi dietro la mia stanza, un poco
volgendo il capo a riguardarla, alfine
pulita, sgombra
d’ogni discordia, in ordine sereno
come la chiesa ora vuota: le croci
fanno una chiara ombra
sul pavimento.
*
Da Quasi sereno
Osteria della Bella Brezza
Padre, finita la giornata uscivi
le belle sere
a prender l’aria di mare. Sedevi
fuori dell’osteria che non c’è più;
che aveva un nome cosi fresco, pinto
in azzurro di lettere leggere
sulla bianca maiolica. Hanno stinto
il tempo ed il salino
tante in me cose e non quel nome: spira
dal suo celeste ancora
la bella brezza.
Discendevi su l’ora
che il nostro mare è una cara contrada
con tesi teli e fumo di comignoli.
Tra poco, e ancora è giorno,
treman sull’acque lumi e nelle case.
Cantan, su’ remi, amanti.
Navi fanno ritorno,
escono navi dal prossimo porto,
van per quieta strada
all’orizzonte che il vespro avvicina.
Andavano, per te, sul mare grande.
Andavano distante
anche i piccoli barchi, e tu con loro.
I capitani della Bella Brezza
rifanno a gara
la traversata, toccano le Americhe.
Tempi di vela! Un palpito di nomi
i più marini di Liguria… Ognuno
passava al vostro tavolo, beveva
venti severi –
e il goccio d’oro al fiato vespertino.
Veniva alla tua frasca
l’umana brezza,
sotto il cielo benevolo il brusìo
che fa il paese conciliato a riva.
I cerchi delle donne
che giocavano a tombola coi sassi
tolti alla rena; i cerchi delle rondini
che stridevano basse
toccavano la testa dei ragazzi,
tutto animava la tua sera. E l’Ave
sul riposo di un popolo che scioglie
la sua gravezza ai margini turchini.
Ora respiri la brezza infinita.
*
Lamento per la figlia del pescatore
Nel fresco giorno ha calcato
sì poca terra il tuo piede scalzo!
Hai fatto questi due passi
fra l’orlo del mare e la piana
soglia iridata di salso
della tua casa a terreno.
Eri sul lembo del suolo
che il grande azzurro frantuma.
Da questa ruga di spuma
vacillavi già in braccio al sereno
come sull’uscio del mondo.
Oh, sulla nostra marina
il tuo soggiorno fu mite
e sottovoce, fanciulla
ammainata come una vela
nel bianco dei tuoi pensieri.
Ora canti sull’altra tua riva.
Noi tristi che non ti vedremo
più cucire le bionde reti,
riempir di guizzo i panieri,
i tuoi occhi di calmo celeste.
Ora tuo padre ha dipinto
le sue barche di un filo di lutto,
gli tremi viva nel flutto
battuto dal lagrimante remo.
*
Le ceramiste
Anche la nuova canzone è già triste,
cola già miele al labbro dell’estate.
Sempre la suona, a quest’ore assonnate,
una che passa lungo la marina
afosa fisarmonica. La sento
spremere tedio.
Ma come giuliva
irrora le fanciulle ceramiste.
Lente sul piccolo tornio: e le stanche
mani posano uccelli vele piante
non tocche mai da una brezza, in un cielo
bianco smorto che si sfarina.
Ognuna
sente lo scroscio rileva lo stelo.
Come alla sponda improvvisa di un rivo
due tre son corse alla finestra, e sporgono,
le braccia al collo leggère. Il motivo
passa tra i labbri schiusi appena, è un bacio
che dànno all’aria, oh beate. Davanti
ecco il mare, e le chiama, ecco le vele
vive, i fiori che odorano dal vaso.
*
Donna che passi il mare
Donna che passi il mare,
tutto il tuo sangue rifluisce a riva.
Guardi senza amicizia l’orizzonte
troppo spazioso al tuo occhio gentile.
A ogni miglio che fugge
segnato da una nuvola in cammino
l’acqua ruvida verde s’incattiva.
Oh non più quella che amavi, celeste,
ch’era un’ansa di luce paradisa.
Rimasto è il bel sereno
qui sul lido che ti ha visto partire.
Di qui sento il tuo cuore che fa gorgo
e devìa dalla rotta
crudele come l’orbita di un astro.
Ah poterla invertire,
riaddurre all’altro senso il tuo destino.
A fiore d’onda
ritorneresti, il piede nel turchino.
Approderai
alla riva straniera
guardata da vertigini di pietra,
camminerai per numeri di strade.
Serbi il ciglio tranquillo tu che hai visto
le cattedrali; e il tuo passo non sbanda.
Ma il cuor nascosto arretra,
ritrema all’ombra delle case basse
che fan leggère le nostre contrade
inginocchiate ai piedi delle chiese.
Vi è domestico il cielo
come la gronda
sulla finestra che aprivi il mattino
e ti dava il buongiorno
tutto il paese.
Al torbo approdo
tu rechi il nostro modo:
iridi ferme e trepidi pensieri.
La tua pena richiusa in una grazia
ti fa sorella,
l’ultima, quella di vena più dolce,
alle altre del tuo sangue coraggioso
che passarono il mare senza gioia
prima di te: partiva
dal santuario sui monti,
viaggiava su una nuvola con loro
la tua Madonna.
Da un balcone tirreno
ti getto questo boccio di garofano.
*
Da Appendice prima a Sole breve
Pasqua al fronte
Al capitano Enrico Fabi
Queste foglie d’ulivo benedette,
amico, accetta, è il mio pasquale dono.
Senti, sì dolci al nostro cuor non sono
le violette.
È il caro ulivo della mia riviera!
Nato a specchio dell’onda più turchina
ha il verde-argento della mia collina
sul mar leggera.
Ben so che la tua anima pugnace
al duro gioco della guerra è avvezza,
ma non ti spiacerà questa carezza
mite, di pace,
che ti riporta, amico, le lontane
pasque fulgenti della puerizia
e nei sabati santi, la letizia
delle campane.
Ne arriva un’eco, per intime strade,
che vince il rombo del cannone, e tu
vedi il paese, senti che laggiù
prega tua madre,
senti la tua fanciulla che ti chiama…
Se oggi almeno – sarebbe così bello –
giungesse per la mensa dell’agnello
quegli che l’ama!
I suoi occhi hanno lacrime e baleni.
Ti aspetta. Certo a tavola ti ha messo
il posto allato a sé, guardando spesso
se tu non vieni.
Verrà verrà, non piangere, vedrai…
Ti recherà l’illesa giovinezza
cinta di luce e allor sì piangerai
ma di dolcezza.
Pasqua di pace, nostra Pasqua santa,
ch’io tornerò agli ulivi del mio lido
tu a quello che nel cuore già ti canta
trepido nido
Kombresco (Isonzo), Pasqua 1916
*In copertina: Gustave Courbet, Mare calmo, 1869
L'articolo “…che il grande azzurro frantuma”. La poesia di Angelo Barile,
l’amico di Sbarbaro proviene da Pangea.
È ben noto che gli autori liguri, tali per nascita o per adozione, hanno offerto
un contributo decisivo alla poesia italiana del Novecento e quanto la Liguria e
Genova sono spesso presenti nei loro versi: in quelli dei due liguri più famosi
Camillo Sbarbaro ed Eugenio Montale e in quelli dei toscani Dino Campana e
Giorgio Caproni. Una delle ragioni di questo fenomeno è da attribuirsi alla
facilità dei rapporti offerti dalla collocazione geografica della Liguria: a
Levante confina con la Toscana dei grandi poeti della nostra tradizione e a
Ponente con la Francia dove a metà Ottocento si era avviato un nuovo modo di
scrivere in versi. Ma se alcuni poeti liguri hanno ottenuto notorietà, altri
invece sono caduti nell’oblio pur avendo contribuito non poco alla poesia
italiana del Novecento e ora vorremmo far rivolgere l’attenzione a quanti ci
sembra doveroso riproporre.
Il primo dei dimenticati che intendiamo ricordare è Ceccardo Roccatagliata
Ceccardi (Genova 1874-1919) che tra fine ’800 e inizio del ’900 era la figura di
maggior rilievo nella vivace vita letteraria di Genova, innovativo ed estroso
nello scrivere e noto per il suo modo bizzarro di vestirsi “come un cadetto di
guascogna, giacchetta e calzoni corti e calze di cotone bianco d’un dubbio
candore” ricordava Alessandro Varaldo, tanto apprezzato da Marinetti, allora nel
capoluogo ligure per frequentarvi l’università, che tradusse e inserì la sua
lirica La vendemmia in un’antologia della poesia italiana contemporanea
pubblicata a Parigi nel 1899. Che Ceccardo avesse notevoli qualità lo avevano
dichiarato apertamente Sbarbaro e Montale nei cui versi non mancheranno echi
ceccardiani: il primo, definito da qualcuno poeta, rispose: “Poeta io? Poeta era
Ceccardo. Che corpo sproporzionato per quel cuore fanciullo!”. Montale gli
dedicò addirittura due quartine scritte nel 1923 e poi incluse tra le Poesie
disperse:
Sotto quest’umido arco dormì talora Ceccardo,
partì come un merciaio di Lunigiana
lasciandosi macerie a tergo.
Si piacque d’ombre e di pioppi, di fiori di cardo.
Lui non recava gingilli: soltanto un tremulo verso
portò alla gente lontana
e il meraviglioso suo gergo.
Andò per gran cammino. Finché cadde riverso.
L’apprezzamento di Montale per Ceccardo è anche testimoniato dal verso iniziale
della sua nota poesia “Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale”
che riecheggia con evidenza l’incipit della poesia ceccardiana Pensiero: “Vanno,
dandosi il braccio/ a passo e senza un detto”. Ma tra i suoi ammiratori c’era
anche il personaggio che allora in Italia rappresentava in assoluto la poesia:
Gabriele d’Annunzio. Si erano incontrati un paio di volte a Genova: nel 1908
quando al teatro Carlo Felice fu rappresentata la prima della Nave e il 5 maggio
1915 quando il Vate inaugurò a Quarto il monumento ai Mille. Nelle fotografie
che ritraggono l’avvenimento, accanto al piccolo d’Annunzio si nota la mole di
Ceccardo, il quale ebbe da lui aiuti concreti in momenti difficili della sua
vita da maudit che pagò sulla sua pelle, con la miseria e quindi la malattia, la
coerenza con le proprie idee: era più che un simpatizzante degli anarchici
carraresi, frequentati negli anni giovanili trascorsi in Lunigiana a Ortonovo,
il paese della madre, quando scrisse l’opuscolo a loro solidale Dai paesi
dell’anarchia. In quel territorio tra Liguria e Toscana ai piedi delle Alpi
Apuane alla vigilia della Grande Guerra diede vita alla “Repubblica Apua”, che
riuniva artisti e intellettuali tra i quali un allora ignoto Giuseppe Ungaretti.
Ma Ceccardo dobbiamo ricordarlo soprattutto per la sua produzione in versi che
troviamo nel volume Colloqui d’ombre. Tutte le poesie (1891-1919) uscito nel
2005 presso De Ferrari per le attente cure di Francesca Corvi. La prima silloge
di Ceccardo, uscita nel 1895 – poi usciranno Sonetti e poemi (1910) e
postuma Sillabe e ombre (1925) –, già dal titolo era rivoluzionaria: Il libro
dei frammenti, alla cui origine erano le prose liriche di Rimbaud,
le “illuminations” che davano vita a componimenti brevi estranei ai modelli
della lirica italiana tradizionale e che affermavano che la poesia può essere
fatta appunto di frammenti, poche parole sufficienti a esprimere sentimenti,
pensieri e ricordi che lo scrittore vuole affidare alle pagine, quei frammenti
che un po’ alla volta compariranno anche in Italia: in versi come il famosissimo
ungarettiano “M’illumino d’immenso” e in prosa come i Frantumi (1913) di Boine e
i Trucioli (1920) di Sbarbaro. Ma nel libro d’esordio di Ceccardo c’erano anche
– eco dell’interesse diffuso per i poeti francesi a Genova, dove alcuni giovani
avevano fondato riviste con tale orientamento –, traduzioni da Verlaine e dal
citato Rimbaud, ma anche richiami a Leconte de Lisle, Tristan Corbière e Andrè
Lemoyene.
Come sempre accade quando si guarda avanti, non mancano però i residui del
passato e così in Ceccardo, oltre ai frammenti e al simbolismo, troviamo tracce
di Leopardi e di Carducci, che a scuola era stato per lui il modello di poesia
per eccellenza. La sua produzione in versi è stata copiosa e dagli esiti non
sempre omogenei, dai temi oscillanti tra la descrizione di paesaggio e l’inno
storico-politico ancora ricco di ideali risorgimentali, tra l’espressione di
sentimenti amorosi e dolorosi per lo più familiari e i versi risentiti
dell’impegno sociale, senza tralasciare i grandi interrogativi esistenziali; il
suo è dunque un canzoniere ricchissimo, non privo di esiti retorici dove talora
la declamazione e l’oratoria prevalgono sull’ispirazione, ma anche con esiti di
grande delicatezza nei testi più brevi, spesso nati da una minima occasione di
quotidianità.
La poesia di Ceccardo è dunque quasi sempre sul filo di una lama che da una
parte ha sotto di sé il vuoto della tradizione sostenuta dal vocabolario
secolare dell’ufficialità letteraria dalla quale dura fatica a liberarsi e
dall’altra l’apertura verso il nuovo, spesso sollecitato dalla sua innata
volontà di ribellione. Quando però il poeta ha saputo – e ciò non è accaduto di
rado soprattutto (paradossalmente) nei primi componimenti più che negli ultimi
–, correre sul filo di quella lama, allora ha veramente percorso i primi passi
risoluti verso la nuova lirica italiana perché, come ha osservato opportunamente
Francesca Corvi
> “la sua poesia è la sublime compresenza di classicità e simbolismo, la sua
> voce esprime il delirio di un romantico col culto delle forme e la sua
> inquieta esperienza anticipa il fermento della deflagrazione che avrebbe
> portato alla nuova poesia italiana del Novecento”.
Francesco De Nicola
***
Poesie di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi
da Il libro dei frammenti (1895)
L’anfora
Vive un dolce ricordo di parole,
sopra un’anfora antica: una tranquilla
luce, per occhi d’or piove il sole
nel silenzio de’ vecchi alberi e brilla.
Dice il ricordo: “April, poche viole
qui fiorìa: e le irrorar a stilla a stilla
le mani degli Amanti umili e sole,
d’acqua raccolta al fonte de la Villa”.
Or da molti anni all’ombra quell’aprile
piegò il suo capo luminoso. – Amanti
e viole vanir. – Ma l’infantile
giuoco, l’Anima azzurra de la Villa
sa e ne bisbiglia per le tremolanti
ombre. L’anfora al sol levasi e brilla.
*
Testa di fauno (imitazione da P. Verlaine)
In un frascato – nido di verzura
sparsa d’oro – fra’ rami costellati
d’ enormi fiori, a bocche ampie foggiati,
– vivo – e in mezzo a la splendida pittura,
un Fauno pazzo, spalanca il suo grosso
occhio e morsica un fior coi bianchi denti;
il labbro come vin d’ottobre, rosso,
scoppia in riso tra le rame virenti,
e – rapida fama – la risata
s’effonde e squilla, garrula, pel folto;
la quiete che il bosco tien raccolto
par d’un volo di passere turbata.
*
Le cercatrici di pidocchi (da Arturo Rimbaud)
Quando un bimbo, di rossi crucci le tempia rose,
invoca il bianco sciame dei sogni ognor fuggenti,
sorgon presso il suo letto due grandi e maliose
sorelle da le fragili dita, d’unghie lucenti
E lo fanno sedere davanti a una vetrata
schiusa ove l’aria azzurra bagna un’orgia di rose;
e gli solcan la chioma pesante ed innaffiata
di guazza, con le dita terribili e graziose.
Egli ode la cadenza dei fiati lor tremanti
che olezzan di miel lungo, rorato e vegetal,
e che esse rompon d’anse: or salive schiumanti
contro ‘labbri; or desìo di baci che le assal.
Ode le loro ciglia batter ne l’odorosa
quiete: i loro dolci elettrici ditini
fan tra’ suoi grigi oblii, sotto l’unghie di rosa,
crepitare la morte de’ pidocchi piccini.
Il vin de l’indolenza ecco già in lui fermenta
– sospir di violino che spinge a delirar –
e in cuor gli balza e cala, poi che si affretta o allenta
la carezza, un assiduo desìo di singhiozzar.
*
da Sillabe e ombre (1925)
Pensiero
Vanno, dandosi il braccio
a passo e senza un detto… Ché il susurro
de le memorie è un filo
tenue d’oro che luce
ed il cor riconduce,
come in barca a un azzurro
misterioso asilo…
E senz’affanno
e senza un detto vanno…; ché il susurro
de le memorie è vena
d’acqua che divien fiume
per riviera serena:
riviera di raccolti alberi al lume
del dì che cade e sotto
li rispecchia tranquilli in verdi spechi
mentre alitano a torno i tremoli echi
di lontan’ opre in campi e borghi; e il trillo
cresce, presso, di un grillo.
*
da Poesie disperse
Per un compleanno primaverile
Amor e gioventù, arbore in fiore,
e rosignuolo al vento pellegrino…
…E tra le nubi luccica il mattino
per trame di ceruleo fulgore.
E dal breve odor di rosmarino.
*
A una fanciulla
E ancor non so come tu sia venuta
nel mio cammino. Forse fu il richiamo
d’una canzon? – Forse il desìo d’un ramo
come tra nebbia a lodola sperduta?
April, ridendo, ti posò a la muta
porta del cuore. E quei, disciolto il gramo
tedio del verno, t’offerì un ricamo
di stelle d’oro e un suon di rima arguta.
Ci salutò l’Estate; e con la mano
di fiamma ne recò pel chiacchierio
di verd’ arbori e d’ acque, a monti, al piano.
E una sera l’Autunno ad una brulla
siepe ne fermò i passi ed il desìo,
e tu fuggivi. Lodola o fanciulla?
*In copertina: Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il sole nascente, 1904
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