
“Un cuore schiantato”. Sulla poesia di Georg Trakl
Pangea - Monday, January 26, 2026Fin de siècle, Jahrhundertwende, a gettarsi nel Novecento. Un’immagine accorre, di tenore rilkiano[1]: due vasche d’acqua, disposte in verticale, il passaggio per ripida caduta. Nella superiore, quasi una polla di cielo, gorgoglia una mirabile integrità di senso; pure, nel travaso, un fluido precipite reca al vano inferiore visioni già umbratili, contuse; la parola poetica germina un sublime instabile, che s’inaugura a residuo e tremore.
Nell’agonia della propria funzione fondativa, l’atto lirico è a un bivio: eclissare il soggetto per ostendere il fenomeno, oppure fare della soggettività un campo di attrito, ricusando l’innocenza. Tragica biforcazione riscontrabile in due figure lividamente aurorali, aliene all’illusione palingenetica, di complementare diversità: Georg Trakl e Vladislav Chodasevič. In Trakl il versificare va a grandi passi verso la sua stessa febbre, la voce è noeticamente esile, destituita, immersa in un campo epifanico preponderante; in Chodasevič l’istanza lirica rimane centrale, facendosi cardine etico del reale; la forma, sorvegliatissima, rende dicibile la crisi senz’enfasi, e senz’illusione di diafanìa testimoniale.
Ulteriore prospettiva coeva è quella di Oscar Vladislas de Lubicz-Milosz, nobile lituano, ma di lingua elettiva francese, dal profilo atipico e raffinatissimo, che muove dal simbolismo a una mistica peculiare, con slanci cosmogonici e simbolici affini all’immaginario dantesco e miltoniano. Per Miłosz l’universo, unità dinamica di spazio, tempo e materia, si dà in costante relazione con la coscienza umana: è su base devozionale, qui, la tenuta di un io poetico vigile e storico, esposto alla catastrofe del secolo ma immune tanto alla dispersione visionaria quanto al rigorismo morale.
Di questa triade Georg Trakl è il più denudato, franto: a portare un io rarefatto e incerto ai piedi di un’emergenza sensibile mastodontica, incombente.
La sua poesia si apre come un abisso crepuscolare, popolato di astrali silenzi e cerei bagliori, in cui morte e candore stremano gli stessi orizzonti:
Sulle pareti si spensero le stelle
E le bianche figure della luce.
Si levano dal tappeto le ossa dei sepolcri,
Sul colle il silenzio di croci cadenti,
Dolcezza d’incenso nel vento purpureo della notte.[2]
Un tempo sospeso, in stanze scabre, di nuda pietra; vagabondaggi per selve cimiteriali, rugiadose e fiabesche, trafitte d’oro: in cui anime presenti, trapassate o a venire, s’incontrano, intrecciando strazio e misericordia. Un chiaroscuro originario pone in dialettica il gesto laborioso dell’umano, o i suoi desolati spazi stanziali, al profondo respiro, e selvatico, del bosco: dando topografie esistenziali sfocate, sospese. Bagliori e recessi d’ombra, purpurei accenni d’estasi erotica aleggiano caduchi, subito abbattuti da corruzione, “nera putredine” e “declino”: elementi ossessivi per il poeta, nutriti anche dal colpevole vincolo d’intensi e segreti affetti con la sorella Grete, fulcro del vasto cosmo visionario trakliano:
Sfacelo che morbido le fronde offusca,
Nel bosco si annida il suo vasto silenzio.
Un paese sembra a volte chinarsi, spettrale.
La bocca della sorella bisbiglia tra i rami neri.[3]
Germinazione e fine coabitano nelle stesse sfere evocative: infanzia e morte sono eterne rotazioni, specchiantesi in un’unica pazienza cosmica, in cui laviche cupezze e auree effusioni s’implicano reciprocamente:
Scura quiete dell’infanzia. Sotto frassini verdi
Pascola mite uno sguardo azzurrino; pace d’oro.
[…] Lieve è l’autunno, spirito del bosco; nube dorata,
L’ombra nera del nipote segue il solitario.
Declino nella stanza di pietra; sotto alti cipressi
Le notturne visioni di pianto hanno formato una fonte;
Occhio dorato del principio, scura pazienza della fine”.[4]
La notte è glauca, tetra, oceanica; è “l’azzurra onda del ghiacciaio”; essenza alata ma gelidamente emorragica e oscura:
Ah, grido di partoriente. Con ala nera
Sfiora la notte la tempia al bambino,
Neve, che cade piano da purpurea nube.[5]
Nei regni d’ombra, intrisi di afflizione e affanno, albeggiano presenze spirituali compassionevoli:
Si alza la notte con battito ebbro di ali.
Sanguina piano l’umiltà,
Rugiada che stilla lenta da fioriti rovi.
Pietà di braccia radiose
Avvolge un cuore schiantato.[6]
Tali presenze, spesso angeliche, s’avvicinano all’anima vagante e perduta, sotto la volta estranea del firmamento, accogliendone il patire:
A notte mi ritrovai in un campo,
Intriso di sporcizia e polvere stellare.
Tra i nocciòli
Riprese il suono di angeli cristallini.[7]
Notturni reconditi, dove un celeste adombrato e dolente, talora istruito ad auree o purpuree campiture, si confonde con l’elemento fluido e interminato; come nelle immagini a tutto anteriori (Gen 1,2)[8] in cui l’informe, ottenebrato da sé stesso, è accarezzato e presidiato dallo Spirito, che ne darà ragione e misura: separando il primordiale in un sopra e un sotto, mediante il tremante diaframma del firmamento.
Nella notte il principio liquido, dominante, è il caos in cui si desta la coscienza, il sacro, la misericordia; il nucleo primigenio dell’umano: supremo, scosceso, subito deteriorato:
Oh, la nascita dell’uomo. Scrosciano di notte
Acque azzurre nell’abisso;
Gemendo scorge la sua immagine l’angelo caduto.[9]
Notturne le ore della sofferenza e dello smarrimento, notturni gli azzurri profondi, la frescura autunnale, i siderali splendori; notturno il respiro silenzioso di fugaci istanti di pace:
Notte d’autunno così fresca viene,
Con le stelle risplende
Sulle ossa spezzate degli uomini,
Monaca silenziosa.[10]
Notturni i più teneri sentimenti amicali, di fratellanza nel dolore e nell’imminenza della morte:
Sulle nostre tombe
Si china la fronte spezzata della notte.
Sotto le querce dondoliamo in una barca d’argento.
Sempre risuonano le bianche mura della città.
Sotto un arco di spine,
Fratello, arranchiamo, cieche lancette, verso la
mezzanotte.[11]
Notturna la pietà per chi, nella “furia d’organi in gelida tempesta”, nell’“onda purpurea della battaglia”, nell’“ira cupa delle genti”, che è l’orrore della guerra, cade:
Con cigli infranti, braccia d’argento
Saluta morenti soldati la notte.
All’ombra autunnale del frassino
Gemono gli spiriti degli uccisi.[12]
Notturna e benevola la sagoma scura, evanescente della sorella:
Sotto i rami dorati della notte e le stelle
Ondeggia l’ombra della sorella per il bosco silenzioso
A salutare gli spiriti degli eroi, le teste sanguinanti.[13]
Il poeta è inerme, sopraffatto, soggiogato da sostanze, cromatismi, moti foschi e canicolari: un manifestarsi implacabile trova articolazione linguistica ed emanazione in elegie languide e sfinite, assorte alla ferocia dell’esistente: costrutti nominali, slavate dinamiche verbali: il rapsode è diafano, perduto nella stasi d’animale che “impietra davanti all’azzurro” (Traverso), o “stupefatto d’azzurro” (Porena) al cospetto di ciò che è arcano, reiterato, vespertino, sacramente sensuale e funereo. L’osservatore non può che farsi pura intuizione, iridescenza, musicalità, assentendo a un’intrinseca necessità prosodica, magnifica e spettrale. L’io lirico, presenza residua, che il testo non riesce ad assorbire interamente, si palesa di rado: obliquo, senza autorità, incluso in un allestimento che non controlla; il suo contributo è percettivo, espressivo, emozionale, a fronte di un fluire inesorabile: violento di pulsioni primordiali, tragicamente splendido:
Oh, il dolore. Colpevoli vagano nel giardino le ombre
Selvaggiamente avvinte,
E caddero su loro con ira possente albero e animale.[14]
Il male, non tematizzato, fluisce senza margini: atmosfera diffusa che investe uomini, cose e paesaggi; il soggetto è vacante nel suo ruolo di tutela etica o istanza fondativa. D’altra parte, anche ciò che l’uomo eleva materialmente in Trakl non è mai narrato nella sua integrità, ma in un dopo, dove la natura si è riappropriata degli spazi fisici: “L’onda cristallina/ che va a morire a un muro diroccato”; e la desolazione, pur dolcissima, di quelli morali: “Tanto sommesso chiude un raggio lunare/ le purpuree piaghe della tristezza”.[15]
L’umano è apparato effimero, prono agli accadimenti, costituzionalmente esule, privo di riparo. Forze anonime, irriducibili e primarie, trascinano ogni tentato assetto nella dissoluzione. Su scala universale s’avverte un destino di estinzione inscritto a priori nell’essere:
Voi grandi città
innalzate di pietra
sulla pianura!
Così muto segue
chi non ha patria
con oscura fronte il vento,
alberi spogli sul colle.
Voi correnti che lontano albeggiate!
Potente affanna
orrore d’un tramonto
nei nembi della tempesta.
Voi popoli morenti!
Pallida onda
che si rompe alla spiaggia della notte,
cadenti stelle.[16]
Sciagura e rovina sono pervasive, e lasciate a un’evidenza muta: la bellezza formale del versificare non attenua il male, lo rende categorico, mondato da retorica e consolazione. Il lettore è consegnato senza mediazioni a questa estrema radicalità: la stupefatta contemplazione dell’irreparabile:
Fiato dell’immobile. Un volto d’animale
impietra davanti all’azzurro, alla sua santità.
È gagliardo il silenzio nella pietra.
La maschera d’un uccello notturno. Dolce trio
si spegne. Elai! il tuo volto
si curva in silenzio su acque azzurrine.
Oh! voi calmi specchi della verità,
Sulla tempia d’avorio del solitario
appare un lume di angeli caduti.[17]
Verità come sola essenza: testimoniare con nitore il prodigio e l’atrocità dell’universo, senza veli concettuali o vincoli etici. È questo il silenzio costitutivo di Trakl: un alveo da cui la parola affiora teoreticamente arresa, vibrante di sola percezione, spogliata finanche di ascendenza culturale.
Di fatto Trakl, erede della tradizione simbolista francese tardo-ottocentesca, smantella questa genealogia facendo irruzione, nei suoi versi, con una violenza oggettuale che frantuma la trasparenza del simbolo: il segno non opera sul concreto sublimandolo, ma ne è lacerato, fino a coincidere con la distruzione che desidera significare:
Profondo il vento in alberi spaccati,
E ondeggia la sagoma dolente
Della madre per il bosco solitario
Di questo lutto silenzioso; notti,
Colmate di lacrime, di angeli di fuoco.
Argentea si sfracella a muro spoglio uno scheletro d’infante.[18]
In Grodek, sangue, armi, corpi feriti diventano eventi linguistici che incarnano il disfacimento che descrivono. Il silenzio di Trakl è un lavoro poetico preciso ed estremo, che scorta al trapasso mediante parole al limite della notte e del tacere:
Risuonano a sera i boschi d’autunno
Di armi mortali, le pianure dorate
E i laghi azzurri, su cui più fosco
Rotola il sole; la notte abbraccia
Guerrieri morenti, il pianto selvaggio
Delle loro bocche infrante.[19]
Un lemma spoglio, isolato, di densità inquietante, memore di nessi perduti. Il soggetto, assottigliato fino a coincidere con ciò che affonda, attorniato da “aquile fosche”, canta un divenire senza storia, concentrato nell’ultimo istante di coscienza. Come la notte subentra alla sera, con drammatica compostezza:
Sonno e morte, le cupe aquile,
frusciano tutta la notte intorno a questo capo
la dorata immagine dell’uomo
inghiottirà forse l’onda gelida
d’eternità. In scogliere orrende
il purpureo corpo si sfracella.
E l’oscura voce lamenta
sul mare.
Sorella di tempestosa tristezza,
vedi, una barca in angoscia sprofonda
sotto le stelle,
il volto della notte che tace.[20]
Tra le essenze più fragili e sacre, l’infanzia: “freschezza di cielo”, “scura quiete”, “freschezza di anni oscuri”: il passo soffice è tra fusti arborei torvi e allampanati, alle pendici d’immani masse petrose, desertiche alture, pur custodito da sospiri dorati e cerulei cristalli, e ardori d’amore e speranza. Ma la minaccia è ubiqua: subitanea fenditura in rigori glaciali, mani scarne, ardenti seduzioni: l’infanzia è tesa allo spasimo tra degrado e splendore, su crinali nostalgici e terrifici, nei preclusi ritorni:
Freschezza di anni oscuri,
Dolore e speranza
Custodisce ciclopica roccia,
Disabitate montagne,
Il respiro dorato dell’autunno,
Nuvole a sera –
Purezza![21]
Infanzia e sfera erotica condividono un labilissimo confine tra sensibile e soprasensibile, tra candore e corruzione: in ciascuna aleggia il sacro, sebbene esausto di virtù redentiva:
E angeli escono lievi dagli occhi azzurri
Degli amanti, che soffrono più dolcemente.
Stormiscono le canne; improvviso brivido d’orrore
Quando nera la rugiada goccia dai salici spogli.[22]
Ciò che è limpido e casto è intrinsecamente minacciato, preda favorita del male:
Ma il volo nero degli uccelli sfiora sempre
Chi guarda, la santità di fiori azzurri,
La quiete vicina pensa cose dimenticate, angeli spenti.[23]
Un Trakl certamente turbato dai tormenti privati della sua fanciullezza, e dalle scioccanti vicende vissute come ufficiale di sanità in Galizia; ma la sua profezia è corale e assoluta: coglie la precarietà infranta di ogni essere umano, gettato nello spazio, inciso nella carne, martoriato dal tempo; pure, l’innocente, ineludibilmente precarizzato, è vegliato da Dio:
Azzurre colombe
Bevono a notte il ghiaccio sudore
che cola dalla cristallina fronte di Elis.
Sempre suona
Su nere mura il solitario vento di Dio.[24]
Nel “passo solitario” tra spiriti del bosco e plaghe sepolcrali, nelle “visioni di pianto” si condensa un patire unanime, entro una solitudine costitutiva: che nondimeno è “fonte”, “pace d’oro”, “scura pazienza della fine”: sostanza esistenziale d’impronta tensiva, magmatica, fatale. Trakl, nelle parole di Rainer Maria Rilke, suscita un “risuonare verso l’alto”, prolungato, d’immagini così compiute e sognanti da far sentire chi osserva “come premuto contro un vetro”, tanto il poeta riempie “per intero il suo spazio, che è inaccessibile come lo spazio nello specchio”.[25]
Con maestosa musicalità e lugubre eleganza la poesia di Georg Trakl scandisce un pulsare simbolico che fa della tragedia visione, del dolore bellezza, della morte adito fremente alla trascendenza.
Gli scenari notturni, madidi e fiammeggianti, il soave, rosato germogliare, le croci cadenti e le remote fragranze d’incenso, i cupi nemori e le purpuree piaghe della tristezza sono il luogo inviolabile del canto, dove l’umana finitudine preme l’eternità.
Isabella Bignozzi
*In copertina: Egon Schiele, Ritratto come San Sebastiano, 1914
[1] Rainer Maria Rilke, Fontana romana, in: Poesie 1907-1926, a cura di Andreina Lavagetto, traduzioni di Giacomo Cacciapaglia, Anna Lucia Giavotto Künkler, Andreina Lavagetto, Giulio Einaudi editore 2000, p. 87
[2] Georg Trakl, Poesie, traduzione e cura di Ida Porena, Giulio Einaudi editore 1979, p. 47
[3] ivi, p. 13
[4] ivi, p. 131
[5] ivi, p. 99
[6] ivi, p. 125
[7] ivi, p. 21
[8] “La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque”. Genesi, 1,2. In La Bibbia di Gerusalemme, EDB, Bologna 2009, traduzione CEI 2008, p.21
[9] Georg Trakl, Poesie, traduzione e cura di Ida Porena, cit., p. 99
[10] ivi, p. 149
[11] ivi, p. 101. La poesia Tramonto, qui riportata nelle sue due strofe finali, è dedicata a Karl Borromaeus Heinrich, poeta caro a Trakl, morto in giovane età durante la Prima guerra mondiale
[12] ivi, p. 153
[13] ivi, p. 157
[14] ivi, p. 175
[15] Georg Trakl, Poesie, traduzione di Leone Traverso, con testimonianze di Karl Kraus, Rainer Maria Rilke, Ludwig Wittgenstein, Theodor Däubler, Martin Heidegger, Kurt Wolff, Giometti & Antonello 2023, p. 109
[16] ivi, p. 111
[17] ivi, p. 29
[18] Georg Trakl, Anima azzurra, vagare oscuro, traduzione e cura di Anna Maria Curci, prefazione di Paola Del Zoppo, postfazione di Massimo Morasso, Marco Saya Edizioni 2023, collana La costante di Fidia, diretta da Sonia Caporossi
[19] Georg Trakl, Poesie, traduzione e cura di Ida Porena, cit., p. 157
[20] Georg Trakl, Poesie, traduzione di Leone Traverso, cit., p. 133
[21] Georg Trakl, Poesie, traduzione e cura di Ida Porena, cit., p. 151
[22] ivi, p. 93
[23] ivi, p. 97
[24] ivi, p. 65
[25] Rainer Maria Rilke in una lettera a Ludwig von Ficker del febbraio 1915, in: Georg Trakl, Poesie, traduzione di Leone Traverso, cit., p. 143
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