Fin de siècle, Jahrhundertwende, a gettarsi nel Novecento. Un’immagine accorre,
di tenore rilkiano[1]: due vasche d’acqua, disposte in verticale, il passaggio
per ripida caduta. Nella superiore, quasi una polla di cielo, gorgoglia una
mirabile integrità di senso; pure, nel travaso, un fluido precipite reca al vano
inferiore visioni già umbratili, contuse; la parola poetica germina un sublime
instabile, che s’inaugura a residuo e tremore.
Nell’agonia della propria funzione fondativa, l’atto lirico è a un bivio:
eclissare il soggetto per ostendere il fenomeno, oppure fare della soggettività
un campo di attrito, ricusando l’innocenza. Tragica biforcazione riscontrabile
in due figure lividamente aurorali, aliene all’illusione palingenetica, di
complementare diversità: Georg Trakl e Vladislav Chodasevič. In Trakl il
versificare va a grandi passi verso la sua stessa febbre, la voce è noeticamente
esile, destituita, immersa in un campo epifanico preponderante; in Chodasevič
l’istanza lirica rimane centrale, facendosi cardine etico del reale; la forma,
sorvegliatissima, rende dicibile la crisi senz’enfasi, e senz’illusione di
diafanìa testimoniale.
Ulteriore prospettiva coeva è quella di Oscar Vladislas de Lubicz-Milosz, nobile
lituano, ma di lingua elettiva francese, dal profilo atipico e raffinatissimo,
che muove dal simbolismo a una mistica peculiare, con slanci cosmogonici e
simbolici affini all’immaginario dantesco e miltoniano. Per Miłosz l’universo,
unità dinamica di spazio, tempo e materia, si dà in costante relazione con la
coscienza umana: è su base devozionale, qui, la tenuta di un io poetico vigile e
storico, esposto alla catastrofe del secolo ma immune tanto alla dispersione
visionaria quanto al rigorismo morale.
Di questa triade Georg Trakl è il più denudato, franto: a portare un io
rarefatto e incerto ai piedi di un’emergenza sensibile mastodontica, incombente.
La sua poesia si apre come un abisso crepuscolare, popolato di astrali silenzi e
cerei bagliori, in cui morte e candore stremano gli stessi orizzonti:
Sulle pareti si spensero le stelle
E le bianche figure della luce.
Si levano dal tappeto le ossa dei sepolcri,
Sul colle il silenzio di croci cadenti,
Dolcezza d’incenso nel vento purpureo della notte.[2]
Un tempo sospeso, in stanze scabre, di nuda pietra; vagabondaggi per selve
cimiteriali, rugiadose e fiabesche, trafitte d’oro: in cui anime presenti,
trapassate o a venire, s’incontrano, intrecciando strazio e misericordia. Un
chiaroscuro originario pone in dialettica il gesto laborioso dell’umano, o i
suoi desolati spazi stanziali, al profondo respiro, e selvatico, del bosco:
dando topografie esistenziali sfocate, sospese. Bagliori e recessi d’ombra,
purpurei accenni d’estasi erotica aleggiano caduchi, subito abbattuti da
corruzione, “nera putredine” e “declino”: elementi ossessivi per il poeta,
nutriti anche dal colpevole vincolo d’intensi e segreti affetti con la sorella
Grete, fulcro del vasto cosmo visionario trakliano:
> Sfacelo che morbido le fronde offusca,
> Nel bosco si annida il suo vasto silenzio.
> Un paese sembra a volte chinarsi, spettrale.
> La bocca della sorella bisbiglia tra i rami neri.[3]
Germinazione e fine coabitano nelle stesse sfere evocative: infanzia e morte
sono eterne rotazioni, specchiantesi in un’unica pazienza cosmica, in cui
laviche cupezze e auree effusioni s’implicano reciprocamente:
> Scura quiete dell’infanzia. Sotto frassini verdi
> Pascola mite uno sguardo azzurrino; pace d’oro.
> […] Lieve è l’autunno, spirito del bosco; nube dorata,
> L’ombra nera del nipote segue il solitario.
> Declino nella stanza di pietra; sotto alti cipressi
> Le notturne visioni di pianto hanno formato una fonte;
> Occhio dorato del principio, scura pazienza della fine”.[4]
La notte è glauca, tetra, oceanica; è “l’azzurra onda del ghiacciaio”; essenza
alata ma gelidamente emorragica e oscura:
> Ah, grido di partoriente. Con ala nera
> Sfiora la notte la tempia al bambino,
> Neve, che cade piano da purpurea nube.[5]
Nei regni d’ombra, intrisi di afflizione e affanno, albeggiano presenze
spirituali compassionevoli:
> Si alza la notte con battito ebbro di ali.
> Sanguina piano l’umiltà,
> Rugiada che stilla lenta da fioriti rovi.
> Pietà di braccia radiose
> Avvolge un cuore schiantato.[6]
Tali presenze, spesso angeliche, s’avvicinano all’anima vagante e perduta, sotto
la volta estranea del firmamento, accogliendone il patire:
> A notte mi ritrovai in un campo,
> Intriso di sporcizia e polvere stellare.
> Tra i nocciòli
> Riprese il suono di angeli cristallini.[7]
Notturni reconditi, dove un celeste adombrato e dolente, talora istruito ad
auree o purpuree campiture, si confonde con l’elemento fluido e interminato;
come nelle immagini a tutto anteriori (Gen 1,2)[8] in cui l’informe, ottenebrato
da sé stesso, è accarezzato e presidiato dallo Spirito, che ne darà ragione e
misura: separando il primordiale in un sopra e un sotto, mediante il tremante
diaframma del firmamento.
Nella notte il principio liquido, dominante, è il caos in cui si desta la
coscienza, il sacro, la misericordia; il nucleo primigenio dell’umano: supremo,
scosceso, subito deteriorato:
> Oh, la nascita dell’uomo. Scrosciano di notte
> Acque azzurre nell’abisso;
> Gemendo scorge la sua immagine l’angelo caduto.[9]
Notturne le ore della sofferenza e dello smarrimento, notturni gli azzurri
profondi, la frescura autunnale, i siderali splendori; notturno il respiro
silenzioso di fugaci istanti di pace:
> Notte d’autunno così fresca viene,
> Con le stelle risplende
> Sulle ossa spezzate degli uomini,
> Monaca silenziosa.[10]
Notturni i più teneri sentimenti amicali, di fratellanza nel dolore e
nell’imminenza della morte:
Sulle nostre tombe
Si china la fronte spezzata della notte.
Sotto le querce dondoliamo in una barca d’argento.
Sempre risuonano le bianche mura della città.
Sotto un arco di spine,
Fratello, arranchiamo, cieche lancette, verso la
mezzanotte.[11]
Notturna la pietà per chi, nella “furia d’organi in gelida tempesta”, nell’“onda
purpurea della battaglia”, nell’“ira cupa delle genti”, che è l’orrore della
guerra, cade:
> Con cigli infranti, braccia d’argento
> Saluta morenti soldati la notte.
> All’ombra autunnale del frassino
> Gemono gli spiriti degli uccisi.[12]
Notturna e benevola la sagoma scura, evanescente della sorella:
> Sotto i rami dorati della notte e le stelle
> Ondeggia l’ombra della sorella per il bosco silenzioso
> A salutare gli spiriti degli eroi, le teste sanguinanti.[13]
Il poeta è inerme, sopraffatto, soggiogato da sostanze, cromatismi, moti foschi
e canicolari: un manifestarsi implacabile trova articolazione linguistica ed
emanazione in elegie languide e sfinite, assorte alla ferocia dell’esistente:
costrutti nominali, slavate dinamiche verbali: il rapsode è diafano, perduto
nella stasi d’animale che “impietra davanti all’azzurro” (Traverso), o
“stupefatto d’azzurro” (Porena) al cospetto di ciò che è arcano, reiterato,
vespertino, sacramente sensuale e funereo. L’osservatore non può che farsi pura
intuizione, iridescenza, musicalità, assentendo a un’intrinseca necessità
prosodica, magnifica e spettrale. L’io lirico, presenza residua, che il testo
non riesce ad assorbire interamente, si palesa di rado: obliquo, senza autorità,
incluso in un allestimento che non controlla; il suo contributo è percettivo,
espressivo, emozionale, a fronte di un fluire inesorabile: violento di pulsioni
primordiali, tragicamente splendido:
> Oh, il dolore. Colpevoli vagano nel giardino le ombre
> Selvaggiamente avvinte,
> E caddero su loro con ira possente albero e animale.[14]
Il male, non tematizzato, fluisce senza margini: atmosfera diffusa che investe
uomini, cose e paesaggi; il soggetto è vacante nel suo ruolo di tutela etica o
istanza fondativa. D’altra parte, anche ciò che l’uomo eleva materialmente in
Trakl non è mai narrato nella sua integrità, ma in un dopo, dove la natura si è
riappropriata degli spazi fisici: “L’onda cristallina/ che va a morire a un muro
diroccato”; e la desolazione, pur dolcissima, di quelli morali: “Tanto sommesso
chiude un raggio lunare/ le purpuree piaghe della tristezza”.[15]
L’umano è apparato effimero, prono agli accadimenti, costituzionalmente esule,
privo di riparo. Forze anonime, irriducibili e primarie, trascinano ogni tentato
assetto nella dissoluzione. Su scala universale s’avverte un destino di
estinzione inscritto a priori nell’essere:
Voi grandi città
innalzate di pietra
sulla pianura!
Così muto segue
chi non ha patria
con oscura fronte il vento,
alberi spogli sul colle.
Voi correnti che lontano albeggiate!
Potente affanna
orrore d’un tramonto
nei nembi della tempesta.
Voi popoli morenti!
Pallida onda
che si rompe alla spiaggia della notte,
cadenti stelle.[16]
Sciagura e rovina sono pervasive, e lasciate a un’evidenza muta: la bellezza
formale del versificare non attenua il male, lo rende categorico, mondato da
retorica e consolazione. Il lettore è consegnato senza mediazioni a questa
estrema radicalità: la stupefatta contemplazione dell’irreparabile:
Fiato dell’immobile. Un volto d’animale
impietra davanti all’azzurro, alla sua santità.
È gagliardo il silenzio nella pietra.
La maschera d’un uccello notturno. Dolce trio
si spegne. Elai! il tuo volto
si curva in silenzio su acque azzurrine.
Oh! voi calmi specchi della verità,
Sulla tempia d’avorio del solitario
appare un lume di angeli caduti.[17]
Verità come sola essenza: testimoniare con nitore il prodigio e l’atrocità
dell’universo, senza veli concettuali o vincoli etici. È questo il silenzio
costitutivo di Trakl: un alveo da cui la parola affiora teoreticamente arresa,
vibrante di sola percezione, spogliata finanche di ascendenza culturale.
Di fatto Trakl, erede della tradizione simbolista francese tardo-ottocentesca,
smantella questa genealogia facendo irruzione, nei suoi versi, con una violenza
oggettuale che frantuma la trasparenza del simbolo: il segno non opera sul
concreto sublimandolo, ma ne è lacerato, fino a coincidere con la distruzione
che desidera significare:
Profondo il vento in alberi spaccati,
E ondeggia la sagoma dolente
Della madre per il bosco solitario
Di questo lutto silenzioso; notti,
Colmate di lacrime, di angeli di fuoco.
Argentea si sfracella a muro spoglio uno scheletro d’infante.[18]
In Grodek, sangue, armi, corpi feriti diventano eventi linguistici che incarnano
il disfacimento che descrivono. Il silenzio di Trakl è un lavoro poetico preciso
ed estremo, che scorta al trapasso mediante parole al limite della notte e del
tacere:
> Risuonano a sera i boschi d’autunno
> Di armi mortali, le pianure dorate
> E i laghi azzurri, su cui più fosco
> Rotola il sole; la notte abbraccia
> Guerrieri morenti, il pianto selvaggio
> Delle loro bocche infrante.[19]
Un lemma spoglio, isolato, di densità inquietante, memore di nessi perduti. Il
soggetto, assottigliato fino a coincidere con ciò che affonda, attorniato da
“aquile fosche”, canta un divenire senza storia, concentrato nell’ultimo istante
di coscienza. Come la notte subentra alla sera, con drammatica compostezza:
Sonno e morte, le cupe aquile,
frusciano tutta la notte intorno a questo capo
la dorata immagine dell’uomo
inghiottirà forse l’onda gelida
d’eternità. In scogliere orrende
il purpureo corpo si sfracella.
E l’oscura voce lamenta
sul mare.
Sorella di tempestosa tristezza,
vedi, una barca in angoscia sprofonda
sotto le stelle,
il volto della notte che tace.[20]
Tra le essenze più fragili e sacre, l’infanzia: “freschezza di cielo”, “scura
quiete”, “freschezza di anni oscuri”: il passo soffice è tra fusti arborei torvi
e allampanati, alle pendici d’immani masse petrose, desertiche alture, pur
custodito da sospiri dorati e cerulei cristalli, e ardori d’amore e speranza. Ma
la minaccia è ubiqua: subitanea fenditura in rigori glaciali, mani scarne,
ardenti seduzioni: l’infanzia è tesa allo spasimo tra degrado e splendore, su
crinali nostalgici e terrifici, nei preclusi ritorni:
> Freschezza di anni oscuri,
> Dolore e speranza
> Custodisce ciclopica roccia,
> Disabitate montagne,
> Il respiro dorato dell’autunno,
> Nuvole a sera –
> Purezza![21]
Infanzia e sfera erotica condividono un labilissimo confine tra sensibile e
soprasensibile, tra candore e corruzione: in ciascuna aleggia il sacro, sebbene
esausto di virtù redentiva:
> E angeli escono lievi dagli occhi azzurri
> Degli amanti, che soffrono più dolcemente.
> Stormiscono le canne; improvviso brivido d’orrore
> Quando nera la rugiada goccia dai salici spogli.[22]
Ciò che è limpido e casto è intrinsecamente minacciato, preda favorita del male:
> Ma il volo nero degli uccelli sfiora sempre
> Chi guarda, la santità di fiori azzurri,
> La quiete vicina pensa cose dimenticate, angeli spenti.[23]
Un Trakl certamente turbato dai tormenti privati della sua fanciullezza, e dalle
scioccanti vicende vissute come ufficiale di sanità in Galizia; ma la sua
profezia è corale e assoluta: coglie la precarietà infranta di ogni essere
umano, gettato nello spazio, inciso nella carne, martoriato dal tempo; pure,
l’innocente, ineludibilmente precarizzato, è vegliato da Dio:
Azzurre colombe
Bevono a notte il ghiaccio sudore
che cola dalla cristallina fronte di Elis.
Sempre suona
Su nere mura il solitario vento di Dio.[24]
Nel “passo solitario” tra spiriti del bosco e plaghe sepolcrali, nelle “visioni
di pianto” si condensa un patire unanime, entro una solitudine costitutiva: che
nondimeno è “fonte”, “pace d’oro”, “scura pazienza della fine”: sostanza
esistenziale d’impronta tensiva, magmatica, fatale. Trakl, nelle parole di
Rainer Maria Rilke, suscita un “risuonare verso l’alto”, prolungato, d’immagini
così compiute e sognanti da far sentire chi osserva “come premuto contro un
vetro”, tanto il poeta riempie “per intero il suo spazio, che è inaccessibile
come lo spazio nello specchio”.[25]
Con maestosa musicalità e lugubre eleganza la poesia di Georg Trakl scandisce un
pulsare simbolico che fa della tragedia visione, del dolore bellezza, della
morte adito fremente alla trascendenza.
Gli scenari notturni, madidi e fiammeggianti, il soave, rosato germogliare, le
croci cadenti e le remote fragranze d’incenso, i cupi nemori e le purpuree
piaghe della tristezza sono il luogo inviolabile del canto, dove l’umana
finitudine preme l’eternità.
Isabella Bignozzi
*In copertina: Egon Schiele, Ritratto come San Sebastiano, 1914
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[1] Rainer Maria Rilke, Fontana romana, in: Poesie 1907-1926, a cura di Andreina
Lavagetto, traduzioni di Giacomo Cacciapaglia, Anna Lucia Giavotto Künkler,
Andreina Lavagetto, Giulio Einaudi editore 2000, p. 87
[2] Georg Trakl, Poesie, traduzione e cura di Ida Porena, Giulio Einaudi editore
1979, p. 47
[3] ivi, p. 13
[4] ivi, p. 131
[5] ivi, p. 99
[6] ivi, p. 125
[7] ivi, p. 21
[8] “La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo
Spirito di Dio aleggiava sulle acque”. Genesi, 1,2. In La Bibbia di Gerusalemme,
EDB, Bologna 2009, traduzione CEI 2008, p.21
[9] Georg Trakl, Poesie, traduzione e cura di Ida Porena, cit., p. 99
[10] ivi, p. 149
[11] ivi, p. 101. La poesia Tramonto, qui riportata nelle sue due strofe finali,
è dedicata a Karl Borromaeus Heinrich, poeta caro a Trakl, morto in giovane età
durante la Prima guerra mondiale
[12] ivi, p. 153
[13] ivi, p. 157
[14] ivi, p. 175
[15] Georg Trakl, Poesie, traduzione di Leone Traverso, con testimonianze di
Karl Kraus, Rainer Maria Rilke, Ludwig Wittgenstein, Theodor Däubler, Martin
Heidegger, Kurt Wolff, Giometti & Antonello 2023, p. 109
[16] ivi, p. 111
[17] ivi, p. 29
[18] Georg Trakl, Anima azzurra, vagare oscuro, traduzione e cura di Anna Maria
Curci, prefazione di Paola Del Zoppo, postfazione di Massimo Morasso, Marco Saya
Edizioni 2023, collana La costante di Fidia, diretta da Sonia Caporossi
[19] Georg Trakl, Poesie, traduzione e cura di Ida Porena, cit., p. 157
[20] Georg Trakl, Poesie, traduzione di Leone Traverso, cit., p. 133
[21] Georg Trakl, Poesie, traduzione e cura di Ida Porena, cit., p. 151
[22] ivi, p. 93
[23] ivi, p. 97
[24] ivi, p. 65
[25] Rainer Maria Rilke in una lettera a Ludwig von Ficker del febbraio 1915,
in: Georg Trakl, Poesie, traduzione di Leone Traverso, cit., p. 143
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Qualcun altro per lui ha seminato bene crepuscoli. Sotto lo sguardo vigile di
Cerbero, vendemmia grappoli di tenebra nei suoi occhi prima ancora che nel
cielo. Al ritmo di un precipitare, dà coordinate esatte alla disperazione.
Grodek, 1914, novanta commilitoni squarciati nella carne e nell’anima che
chiedono sollievo e l’inutile perché di una guerra: troppo esili le sue spalle
per farsi carico di quel dolore, solo e senza farmaci – non resta che spingere
la prosodia fino alle porte dell’Orco per strapparla un’ultima volta alla sua
morsa. C’è Grete, “oscuro amore/ d’una selvaggia stirpe” e solo per questo casa
vuol dire ancora qualcosa. Compagna di sangue e di abisso; sorella di
un’innocenza che hanno perduto insieme, mano nella mano. Distilla bagliori
autunnali in punta di dita, come “oro di stelle cadute” (Al fanciullo Elis).
Si cammina in giorni bui come nei boschi fitti – che riparo c’è, dove –, nella
stagione signora del freddo e delle foglie ingiallite, non si capisce, nel tempo
che impiegano a cadere dondolando, se la musica muta che le muove è giuramento
di una prossima, lontana rifioritura o memoria volatile di un verde
irripetibile. L’eterno, ciclico incedere pare spezzarsi e le pupille inchiodano
un tramonto dove anche Dio, per un istante tutto umano, si raccoglie in
solitudine al termine della battaglia quotidiana col poeta. L’orlo di un
bicchiere di vino promette naufragi di porpora per domande troppo oscure, mentre
il sambuco tace e “presto s’annideranno stelle nelle ciglia dell’estenuato”
(L’autunno del solitario).
Georg Trakl, nato dipartito. Con perizia di aruspice indaga le viscere del
mondo, in un allucinato andare e tornare tra sogno e veglia ma sempre verso sé
stesso, come scrive in una lettera ad Irene Amtmann. L’amico fraterno Karl
Kraus, il bianco pontefice della Verità in una poesia a lui dedicata, non
comprende del tutto come Georg possa vivere. E infatti, come si vive quaggiù non
essendo di quaggiù? Sempre straniero in questa distesa sublunare che lacrima
sangue nel clamore delle armi, dentro il quale tutti gli orizzonti cortissimi
dell’eclissi del sacro cadono uno dopo l’altro, anche loro come soldati.
L’indigenza dell’arrischiato, scritta con la calma dei passi inesorabili, è la
frantumazione del centro. Schegge di uno specchio rotto, le immagini familiari
(la casa, un vecchio album di famiglia, il padre, la madre, etc…) sono ombre e
volti di pietra; tutte le cose, dice Trakl, tacciono mentre gli enigmi
dell’anima si sottraggono ad una chiarezza.
Nella poesia di Trakl – secondo Angelo Lumelli giocata tutta contro le
aspettative del discorso – il poeta raccoglie e accoglie come compagnia, lungo
la strada della parola, fantasmi, cioè silenzi che non redimono le domande più
ostinate, rinunciando a scioglierle in risposte comode ma fragili. Sacrifica la
tentazione di dire l’indicibile e per questo apre varchi ad azzurri diversi da
quelli del pensiero.
[…] Sotto cupi abeti
due lupi mescolavano il loro sangue
in abbraccio pietroso; d’oro
si perdeva la nuvola sul varco,
pazienza e silenzio dell’infanzia.
Di nuovo s’incontra il tenero cadavere
Sullo stagno del Tritone
Assopito nella sua chioma di giacinto.
Oh finalmente s’infrangesse il fresco capo!
Ché sempre segue, azzurra fiera,
un occhieggiare tra ombre crepuscolari d’alberi,
questi varchi più bui
vegliando e mossa da notturna armonia,
dolce delirio;
o suonava di oscura estasi
piena la musica
ai freschi piedi dell’espiatrice
nella città di pietra.
Cosa va distruggendo in poesia, mentre tocca ad una “fiera azzurra” la custodia
dell’”armonia degli anni spirituali” (Declino dell’estate)? Qui disperazione non
è semplicemente sprofondare; è il tentativo di recuperare la durata, di
strappare la vita alla marcescenza dell’epoca.
Ogni grande poeta va capito nel paradosso. Proprio perché si sottrae alle
allodole del discorso, Trakl non canta la morte, ma dice, sanguinando, dunque
proprio morendo, la vita. Al piano di sopra, noi che non siamo poeti e crediamo
di essere al riparo dei paradossi, dei loro agguati, chiamiamo vita
quest’andatura più o meno ordinata, regolare, ignari che c’è un poeta, proprio
dove non osiamo scendere, pronto ad ingaggiare per il troppo amore quel duello
decisivo contro il sole falso che abbiamo posto a misura dei nostri destini
traditi. Sui passi di quella fiera azzurra, torna il poeta verso la sua
infanzia, verso sé stesso con sfrontatezza da angelo caduto.
III
Voi grandi città
innalzate di pietra
Sulla pianura!
Così muto segue
chi non ha patria
con oscura fronte il vento,
alberi spogli sul colle.
Voi correnti che lontane albeggiate!
Potente affanna
orrore d’un tramonto
nei nembi della tempesta
Voi popoli morenti!
Pallida onda
che si rompe alla spiaggia della notte,
cadenti stelle.
(Occidente)
(I versi citati sono nella traduzione di Leone Traverso)
Livia Di Vona
L'articolo “Azzurra fiera”. Inseguire Georg Trakl nel suo allucinato andare tra
sogno e veglia proviene da Pangea.