
L’ultima parola è la grazia. “Margherita”, una fiaba moderna al di là del tempo
Pangea - Friday, February 6, 2026Margherita. Un incontro al di là del tempo (Ianieri Edizioni, 2025) di Annalisa Terranova si offre al lettore come un libro che non chiede consenso ma ascolto, non adesione ma silenzio. È un romanzo che procede per risonanze, per figure riflesse, come se la narrazione non avanzasse ma ruotasse lentamente attorno a un centro invisibile. Terranova, saggista, scrittrice e giornalista, costruisce un incontro che non è solo dialogo, ma eco: due donne omonime, separate da secoli e tuttavia prossime come due sponde dello stesso fiume, si osservano senza vedersi, si riconoscono senza parlarsi. Una è Margherita da Cortona, mistica del Duecento, penitente e Novella Maddalena; l’altra è una giovane donna dei nostri giorni, ferita, spaesata, espulsa dalla propria famiglia dopo una gravidanza indesiderata, che faceva la parrucchiera per poi lavorare in un supermercato di Roma. Due figure che si intrecciano, si sovrappongono e talvolta si confondono in questo incontro – come recita il sottotitolo del testo – “al di là del tempo”. Ne nasce un viaggio in cui riaffiorano gli echi delle precedenti opere dell’autrice: dai saggi sulle mistiche, come quello dedicato a Ildegarda di Bingen, ai suoi bildungsroman al femminile.
Il romanzo si muove, infatti, in una zona liminale tra realismo magico e allegoria spirituale, tra apologo e fiaba. La provincia, Roma, un supermercato, un condominio di periferia: luoghi comuni, quasi anonimi, che progressivamente si caricano di una densità simbolica inattesa. Lo stesso condominio in cui approda Margherita, in via dell’Albatro n. 1, non è solo un indirizzo ma un luogo di passaggio, oltre che un personaggio a sé. Il palazzo, con i suoi dodici abitanti, si configura come una comunità iniziatica, un monastero laico, un corpo simbolico in cui ogni figura incarna un sapere lontano, elementare, non funzionale. Carte, numeri, colori, fiori, gemme, favole, orologi fermi: i doni e i tratti dei condomini delineano un mondo ricco di segni, in cui si avvertono le lezioni di Alfredo Cattabiani (in particolare di Florario) e di Cristina Campo. Attraverso il simbolo e la struttura fiabesca, l’autrice interroga così il reale con la lente del sacro.
Margherita giunge in questo luogo dopo una caduta: una maternità negata, un’esclusione familiare, una solitudine senza parole. Come la santa medievale, anche lei viene espulsa dopo essere stata giudicata, per abbandonarsi all’erranza. Ma se per Margherita di Cortona la via è quella della penitenza francescana, per la Margherita contemporanea il cammino passa attraverso l’incontro, l’ascolto, l’accoglienza dell’altro in questo condominio quasi landolfiano. Un viaggio accompagnato dagli abitanti della dimora, che orientano e sostengono la protagonista. Teresa, figura assiale del romanzo, svolge una funzione di guida discreta: è fonte di una sapienza femminile che non spiega ma orienta, che non risolve ma custodisce.
La narrazione viene spezzata dall’arrivo di un’Intrusa. Non è solo un personaggio, ma una forza: la disarmonia che irrompe, la negatività che infetta, una modernità senza volto che corrode i legami. La sua presenza fa ammalare l’albero del buon umore (simbolo di quella armonia condominiale), incrina i corpi, rompe l’equilibrio. La guarigione non passa dalla violenza ma dal discernimento: una volta riconosciuto il male, occorre nominarlo e allontanarlo.
Il parallelismo con la vita di Margherita da Cortona non è mai didascalico. Terranova evita ogni agiografia e restituisce alla santa la sua umanità ferita, i conflitti interiori, la fatica della conversione. La santità non appare come una fuga dal mondo, ma come una grazia che nasce dall’attraversamento del dolore. Allo stesso modo, la Margherita moderna non viene salvata da un evento eccezionale, ma da una lenta ricomposizione di sé e del proprio destino.
Il finale suggerisce che la perfezione possibile non è l’estasi né il miracolo, ma la fedeltà alle piccole cose. In un tempo che esalta l’eccezione, Margherita sceglie la durata.
Terranova scrive con prosa limpida e sorvegliata, priva di compiacimenti. Le numerose note non appesantiscono il testo, ma lo radicano, come se ogni simbolo dovesse essere restituito alla propria genealogia. Ne nasce un romanzo mite e necessario, capace di parlare di grazia senza retorica, di comunità senza ideologia, di redenzione senza paternalismo. Margherita è, in questo senso, un libro controcorrente.

Nel disegno complessivo del romanzo colpisce la scelta deliberata di una tonalità irenica, quasi in contrasto con il rumore del presente. Terranova non alza la voce, non denuncia, non accusa. Lascia che il male emerga come disordine, perdita di misura, solitudine. Il suo è uno sguardo sapienziale, che osserva senza giudicare e accompagna senza imporre. Anche Roma, spesso narrata come eccesso o decadenza, appare qui come una terra desolata abitabile, un luogo in cui l’incontro resta possibile. Il condominio diventa così una risposta piccola ma concreta all’atomizzazione sociale.
La struttura fiabesca, leggibile anche alla luce delle funzioni proppiane, non è evasione ma arcaicità consapevole. La fiaba è il linguaggio più adatto per dire ciò che la modernità ha disimparato a nominare: il dono, l’aiuto, la prova, la trasformazione. Ogni condomino offre a Margherita non una soluzione, ma una chiave, un frammento di senso. Spetta a lei comporre il mosaico. In questo senso, il romanzo è anzitutto un romanzo di formazione. La dimensione mistica del libro è pertanto sottile e sincera, mai catechistica o dogmatica. La Margherita contemporanea è attraversata da una sete di significato spontanea, che la conduce quasi suo malgrado verso la figura della santa. L’incontro tra le due avviene in uno spazio che non è storico né psicologico, ma simbolico: un luogo di memoria profonda, dove le vite si rispondono oltre le epoche.
Il romanzo suggerisce che la colpa non è l’ultima parola e che la grazia non è un privilegio per pochi. È una possibilità inscritta nella trama stessa dell’esistenza, che si attiva quando si accetta di essere aiutati. La rinascita non cancella il dolore, ma lo attraversa e lo trasforma.
Margherita è dunque un romanzo che non consola ma accompagna, non promette ma indica. Affronta il nodo della solitudine mostrando come l’umano, più che dai grandi sistemi o dagli uomini eccezionali, venga spesso salvato dalle sue retrovie: da mondi piccoli e da gesti minimi, come conferma la quieta epifania finale.
Terranova consegna infine un romanzo civile e spirituale, di formazione e riflessione, che sembra confermare la lezione di Nicolás Gómez Dávila:
«Solo ciò che è ordinario mantiene ciò che lo straordinario promette».
In queste pagine, la frase trova la sua migliore conferma.
Francesco Subiaco
*In copertina: Felice Casorati, Silvana Cenni, 1922
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