Margherita. Un incontro al di là del tempo (Ianieri Edizioni, 2025) di Annalisa
Terranova si offre al lettore come un libro che non chiede consenso ma ascolto,
non adesione ma silenzio. È un romanzo che procede per risonanze, per figure
riflesse, come se la narrazione non avanzasse ma ruotasse lentamente attorno a
un centro invisibile. Terranova, saggista, scrittrice e giornalista, costruisce
un incontro che non è solo dialogo, ma eco: due donne omonime, separate da
secoli e tuttavia prossime come due sponde dello stesso fiume, si osservano
senza vedersi, si riconoscono senza parlarsi. Una è Margherita da Cortona,
mistica del Duecento, penitente e Novella Maddalena; l’altra è una giovane donna
dei nostri giorni, ferita, spaesata, espulsa dalla propria famiglia dopo una
gravidanza indesiderata, che faceva la parrucchiera per poi lavorare in un
supermercato di Roma. Due figure che si intrecciano, si sovrappongono e talvolta
si confondono in questo incontro – come recita il sottotitolo del testo – “al di
là del tempo”. Ne nasce un viaggio in cui riaffiorano gli echi delle precedenti
opere dell’autrice: dai saggi sulle mistiche, come quello dedicato a Ildegarda
di Bingen, ai suoi bildungsroman al femminile.
Il romanzo si muove, infatti, in una zona liminale tra realismo magico e
allegoria spirituale, tra apologo e fiaba. La provincia, Roma, un supermercato,
un condominio di periferia: luoghi comuni, quasi anonimi, che progressivamente
si caricano di una densità simbolica inattesa. Lo stesso condominio in cui
approda Margherita, in via dell’Albatro n. 1, non è solo un indirizzo ma un
luogo di passaggio, oltre che un personaggio a sé. Il palazzo, con i suoi dodici
abitanti, si configura come una comunità iniziatica, un monastero laico, un
corpo simbolico in cui ogni figura incarna un sapere lontano, elementare, non
funzionale. Carte, numeri, colori, fiori, gemme, favole, orologi fermi: i doni e
i tratti dei condomini delineano un mondo ricco di segni, in cui si avvertono le
lezioni di Alfredo Cattabiani (in particolare di Florario) e di Cristina Campo.
Attraverso il simbolo e la struttura fiabesca, l’autrice interroga così il reale
con la lente del sacro.
Margherita giunge in questo luogo dopo una caduta: una maternità negata,
un’esclusione familiare, una solitudine senza parole. Come la santa medievale,
anche lei viene espulsa dopo essere stata giudicata, per abbandonarsi
all’erranza. Ma se per Margherita di Cortona la via è quella della penitenza
francescana, per la Margherita contemporanea il cammino passa attraverso
l’incontro, l’ascolto, l’accoglienza dell’altro in questo condominio quasi
landolfiano. Un viaggio accompagnato dagli abitanti della dimora, che orientano
e sostengono la protagonista. Teresa, figura assiale del romanzo, svolge una
funzione di guida discreta: è fonte di una sapienza femminile che non spiega ma
orienta, che non risolve ma custodisce.
La narrazione viene spezzata dall’arrivo di un’Intrusa. Non è solo un
personaggio, ma una forza: la disarmonia che irrompe, la negatività che infetta,
una modernità senza volto che corrode i legami. La sua presenza fa ammalare
l’albero del buon umore (simbolo di quella armonia condominiale), incrina i
corpi, rompe l’equilibrio. La guarigione non passa dalla violenza ma dal
discernimento: una volta riconosciuto il male, occorre nominarlo e allontanarlo.
Il parallelismo con la vita di Margherita da Cortona non è mai didascalico.
Terranova evita ogni agiografia e restituisce alla santa la sua umanità ferita,
i conflitti interiori, la fatica della conversione. La santità non appare come
una fuga dal mondo, ma come una grazia che nasce dall’attraversamento del
dolore. Allo stesso modo, la Margherita moderna non viene salvata da un evento
eccezionale, ma da una lenta ricomposizione di sé e del proprio destino.
Il finale suggerisce che la perfezione possibile non è l’estasi né il miracolo,
ma la fedeltà alle piccole cose. In un tempo che esalta l’eccezione, Margherita
sceglie la durata.
Terranova scrive con prosa limpida e sorvegliata, priva di compiacimenti. Le
numerose note non appesantiscono il testo, ma lo radicano, come se ogni simbolo
dovesse essere restituito alla propria genealogia. Ne nasce un romanzo mite e
necessario, capace di parlare di grazia senza retorica, di comunità senza
ideologia, di redenzione senza paternalismo. Margherita è, in questo senso, un
libro controcorrente.
Nel disegno complessivo del romanzo colpisce la scelta deliberata di una
tonalità irenica, quasi in contrasto con il rumore del presente. Terranova non
alza la voce, non denuncia, non accusa. Lascia che il male emerga come
disordine, perdita di misura, solitudine. Il suo è uno sguardo sapienziale, che
osserva senza giudicare e accompagna senza imporre. Anche Roma, spesso narrata
come eccesso o decadenza, appare qui come una terra desolata abitabile, un luogo
in cui l’incontro resta possibile. Il condominio diventa così una risposta
piccola ma concreta all’atomizzazione sociale.
La struttura fiabesca, leggibile anche alla luce delle funzioni proppiane, non è
evasione ma arcaicità consapevole. La fiaba è il linguaggio più adatto per dire
ciò che la modernità ha disimparato a nominare: il dono, l’aiuto, la prova, la
trasformazione. Ogni condomino offre a Margherita non una soluzione, ma una
chiave, un frammento di senso. Spetta a lei comporre il mosaico. In questo
senso, il romanzo è anzitutto un romanzo di formazione. La dimensione mistica
del libro è pertanto sottile e sincera, mai catechistica o dogmatica. La
Margherita contemporanea è attraversata da una sete di significato spontanea,
che la conduce quasi suo malgrado verso la figura della santa. L’incontro tra le
due avviene in uno spazio che non è storico né psicologico, ma simbolico: un
luogo di memoria profonda, dove le vite si rispondono oltre le epoche.
Il romanzo suggerisce che la colpa non è l’ultima parola e che la grazia non è
un privilegio per pochi. È una possibilità inscritta nella trama stessa
dell’esistenza, che si attiva quando si accetta di essere aiutati. La rinascita
non cancella il dolore, ma lo attraversa e lo trasforma.
Margherita è dunque un romanzo che non consola ma accompagna, non promette ma
indica. Affronta il nodo della solitudine mostrando come l’umano, più che dai
grandi sistemi o dagli uomini eccezionali, venga spesso salvato dalle sue
retrovie: da mondi piccoli e da gesti minimi, come conferma la quieta epifania
finale.
Terranova consegna infine un romanzo civile e spirituale, di formazione e
riflessione, che sembra confermare la lezione di Nicolás Gómez Dávila:
> «Solo ciò che è ordinario mantiene ciò che lo straordinario promette».
In queste pagine, la frase trova la sua migliore conferma.
Francesco Subiaco
*In copertina: Felice Casorati, Silvana Cenni, 1922
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