
“Le poesie più belle sono poesie d’amore”. Intorno a John F. Deane, il bardo d’Irlanda
Pangea - Monday, February 9, 2026Tra angeli e fango.
In un’intervista rilasciata qualche anno fa, John F. Deane ha espresso in questi termini la propria poetica.
“Bisogna tenersi il più lontano possibile dalle astrazioni. Mentre cammino, ascolto, tocco: occorre sempre essere consapevoli della natura del luogo. Penso attraversando il mondo fisico. Ai miei studenti dico che la poesia deve strisciare nel fango mentre vola con gli angeli. Non sono molto bravo con gli angeli, è vero, ma me la cavo bene nel fango”.
All’epoca, John F. Deane aveva già pubblicato alcune delle raccolte più belle, Christ, with Urban Fox (1997) e The Instruments of Art (2005), ad esempio. Era stato nominato al “T.S. Eliot Prize” per Manhandling the Deity(2003); il governo francese lo aveva eletto ‘cavaliere’ dell’Ordre des Arts et des Lettres. Angelo e fango sono i caratteri della poesia di John F. Deane: tensione totale per l’assoluto, totale adesione alla terrestrità, alla mortalità delle cose. Poesia che non riesuma e che non crea, la sua; che tiene le cose, le lega a sé, le pronuncia e le custodisce – nell’attesa di un qualche risorgere.
“La mia speranza e il mio sogno è che anche la mosca che abbiamo accidentalmente o deliberatamente schiacciato finisca in cielo, parte del nuovo creato… Tutto, in fondo, si riduce all’amore incondizionato, tutto quello che vedo in relazione alla figura di Cristo”.
Nato nel 1943 ad Achill Island, John F. Deane è tra i massimi poeti irlandesi di oggi; è uno degli ultimi eredi di una generazione di maestri, il cui lignaggio, da William B. Yeats a Seamus Heaney passa per Patrick Kavanagh, Derek Mahon, Michael Longley, tra gli altri. Deane – per definire una topografia cronologica – è di tre anni più giovane di Iosif Brodskij…
Tutt’altro che un poeta ‘confessionale’, men che meno ‘cattolico’ – intendendo ogni etichetta come una messa ai margini, una messa al bando: un poeta, pur recluso in cella, contiene in sé mondi – John F. Deane è un ispirato. Poeta concreto, bardo al narrare – in questo, assai irish – non di rado la sua poesia si eleva in profezia. Su di lui ha agito il paesaggio di Achill Island, magnetica isola agli estremi della Contea di Mayo:
“Crescere ad Achill Island mi ha concesso una libertà altrimenti impossibile. Durante le vacanze estive ci dicevano, ‘Uscite, ci vediamo questa sera’. E io scalavo scogliere, andavo in bicicletta, nuotavo, immergevo il mio inconsapevole io nella natura. Devo molto alla vita isolana e isolata che mi hanno fatto fare i miei genitori. Mio padre, poi, mi ha donato un immaginario fatto di libri e di miti; ma mi ha insegnato a pescare, a sparare, a costruire barche e case sugli alberi…”.
Stempiato, occhiali, barba bianca, sguardo acceso, ispido di gioia, John F. Deane è forse il poeta più rappresentativo oggi in Irlanda. Ha avuto, per il suo paese, un ruolo ‘prometeico’: è tra i fondatori di “Poetry Irland”, istituzione con sede a Dublino, tra i più importanti network della poesia irlandese (ergo: concede ai poeti possibilità di borde di studio, pubblicazioni, consulenze); ha fondato, quarant’anni fa, la Dedalus Press, con il compito di pubblicare poeti irlandesi e di tradurre la grande poesia del resto del mondo.
In Italia, il nome di John F. Deane sta sulle labbra degli ‘esperti’: la poesia irlandese contemporanea è pressoché vampirizzata da Seamus Heaney. La prima lettura – Gli strumenti dell’arte, a cura di Roberto Cogo, stampavano le edizioni Atelier, era il 2008 – fu, per il mio orizzonte lirico, spiazzante. Mi affascinava come la figura di Cristo – e gli elementi della liturgia, i brandelli del ‘libro d’ore’ – penetrasse i versi di Deane con aurorale naturalezza, come una tazza, una tovaglia, un ratto. Nel bestiario di Deane la volpe – presa di peso dalla Thought-Fox di Ted Hughes – ha un ruolo messianico.

Tra i pochi altri libri in circolo, per pochi piccoli talentuosi editori, vanno citato Il profilo della volpe sul vetro(Edizioni del Leone, 2002), Piccolo libro delle ore (Kolibris, 2009), entrambi a cura di Cogo, e Tra le mani il divino (Gedit, 2007, a cura di Chiara De Luca). Speriamo in altro; in calce, traduciamo una manciata di versi da Toccata and Fugue, antologia del 2000. Intanto, Carcanet ha pubblicato da poco un nuovo libro di John F. Deane, Jonah and Me: come sempre, la composizione del testo è complessa, ha i tratti della quest e del ‘romanzo per versi’ – che è poi la conversione del poema in oratorio per uomini semplici. Suddiviso in cinque sezioni, il libro è introdotto da una poesia beneaugurale che attacca così:
“La vallata è immobile, nel profondo verde
dell’ultima estate. Scarso tossicchiare
dell’aria. Poche attese. Ma gli spiriti
resistono. Troppi problemi affliggono
il mondo, ma non diminuisce la speranza
benché siano tumulate nel silenzio,
per ora, le primaverili odi degli uccelli”.
La casa editrice lo dice “il più importante poeta religioso vivente”. Non so bene cosa voglia dire religioso. Ogni poeta è religioso – nel senso che non è relegato all’al di qua. Ogni poeta lotta contro il logos, tenta il linguaggio della contraddizione, dell’anti-logos, antilegomenon, come è detto essere Gesù (Lc 2, 34). Di fronte a ogni etichetta John F. Dean, il vecchio bardo, sorride, fa spallucce, va via.
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Dedica
Sfrecciano, si spengono come
galassie le lucciole sotto gli alberi;
le poesie più belle vengono dalla periferia:
sono poesie d’amore e reclamano calma.
Sulla strada, le urla del coniglio ferito
percuotono l’alto, inconsapevoli;
le macchine schiacciano le creature
perché siano solo per noi le lacrime della bimba,
i tanto cari amati vecchi di dolore,
e per lei, per ciò che ha scoperto
così presto oltre l’incanto di questo mondo.
Sempre, dopo l’orrore, cerchiamo la quiete.
I chiurli si disperdono sul campo – è inverno
i loro richiami sono alleluia di sopravvivenza
e io ti offro poesie piene di gioia e di sofferenza,
di sere e di mattini, come se fosse il primo giorno.
KODAK Digital Still Camera*
Francesco d’Assisi 1182; 1982
L’estate torna tra noi; navi
inebriate in nubi, all’orizzonte;
i ranuncoli, come sfere, flottano
sui campi argentati di foschia;
ricorre la parole luce, mare, Dio;
la frenesia della folla che si getta al sole
contiene il silenzio come gli occhi
contengono la cecità; diciamo: possa il Potente
volgere a noi il suo volto
e darci pace;
mattina e sera le macchine si muovono
sulla spiaggia e si assiepano scintillanti
come aringhe che brillano nella rete;
questo è un roco cantico al sole.
Altissimu, omnipotente, bon Signore…
*
Issare la carne
in figure di neve e di bianche rose,
predicare il silenzio al mare
l’amore all’uomo –
vuol dire tendere alla morte
come verso un corpo senza macchia;
le nostre poesie sono gesti di fede
perché le parole di un amore immortale
non siano prive di sostanza;
ma le parole volano come allodole sulla sua testa
gocciolano come sangue dalle sue mani in rovina.
tue so’ le laude, et omne benedictione…
*
Giochiamo come bimbi, impauriti, esitanti
sulla soglia dell’oceano
tra il crepuscolo e l’oscuro mare –
come se fossero le lunghe dita di Dio
che si appropria di ogni impronta sulla sabbia;
scrivo parole come luce, mare, Dio
e la campana cavalca lungo i campi
come un uomo a cavallo con elmo e lancia
che gesticola folle alla notte.
laudato sì, Signore
per sora nostra morte corporale…
*
Di notte, le auto gettano
bagliori galleggianti e ombre sul fogliame
e vanno, braccando l’oscurità,
alla fine dei loro tunnel di luce;
le voci che ci salvano sono state spazzate
molto tempo fa, oltre quel cielo notturno
da fiaba, dove il silenzio
le fa tacere, le soffoca, del tutto.
**
Venerdì Santo, ’98, guidando verso Est
Per Declan
Questo non è il deserto che ho sognato –
oceano di sabbia immobile, la cima delle dune
irrequiete nella calura, dov’è la collina
degli albeggianti albini teschi, dove
la santità cerchiata di disperazione?
non è il deserto che ho sofferto, che soffro, ancora,
quel lungo annaspare sulla dura sabbia
flectamus genua, e la supplica e l’ascesi
il giorno in cui Cristo muore, il supplizio
del dolore, come se tutto il nostro essere fosse
inchiodare dolore sul più dolce degli esseri;
questo è il Mojave, Venerdì Santo, noi –
dirottati – che guidiamo, recalcitranti, verso Est,
gli alberi di Giosuè contorti come se fossero
incapaci di venire a patti con se stessi, come noi,
e poi, alla radio, notizie di un accordo, in Irlanda;
le colline del deserto inneggiano cori di papaveri
arancioni, cade leggera la pioggia e la terra
luccica sotto un luculliano vello verde;
così Cristo è morto ancora e noi non siamo
con lui, ma le redini di un arcobaleno brillano
tra cumuli temporaleschi e qualcuno passa
in silenzio sfiorandoci con un dito bagnato le labbra.
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La lepre lord
La nebbia sottomette l’erba
come un esercito di spiriti drogati dal sonno:
e lei era lì, la lepre ragazzaccio
come se fosse cresciuta come un fungo, di notte;
gli invidiavo l’estraneità al tutto, il suo
mondo che sopravvive ancora, originale e giovane;
si muoveva con fare affettato, come un cameriere
con un vassoio pieno di roba, poi spariva
veloce in qualche sotterraneo; poi
prendeva una postura composta, post-prandiale
all’aria, come un lord sui suoi terreni, come un eroe
locale, prezioso quanto un parroco e un ficcanaso
sicura in un mondo che contrasta con tutto –
un osservatore, come me, sulle mura di me stesso.
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La cattura degli agnelli
Le pecore si muovono nell’oscurità
esalano dolore in lignei
rintocchi di incomprensione; lampi
sgattaiolano all’orizzonte
la Via Lattea
è un’aratura tentacolare;
il cancello è ancora sbarrato
e i duri zoccoli delle pecore
slittano nella glauca luce –
questa notte le loro zampe sono troppo
sottili per sostenere lo spaventoso peso del corpo;
i cani da guardia si stirano, felici:
presto saranno insultati, saranno
rabbiosi e arcigni
e il camion lordo di letame
arrancherà nel cortile; la notte
è l’ombra di un Creatore
che si stende sul mondo
e perfino le stelle, obbedienti, rauche,
inaugurano la loro sfilacciata danza
di distruzione – un tuono
infine, rotola, in fondo a tutto.
John F. Deane
*In copertina: John F. Dean; photo Moya Nolan
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